La distinzione, non separazione, fra dimensione religiosa e dimensione politica. E un dialogo vivo con le gerarchie. A cento anni dalla nascita, la lezione di un maestro.
«Anche in politica il cristiano deve sempre agire da cristiano: e gli è lecito e doveroso distinguere, non separare i due ordini». Così scriveva Giuseppe Lazzati sulla rivista del gruppo dossettiano Cronache sociali. Era il 1948. Altri tempi, altro clima sociopolitico. Eppure, le parole di Lazzati risuonano forti come un monito anche per il nostro tempo.
Fine intellettuale, politico e uomo di fede, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per quindici anni, Giuseppe Lazzati ha lasciato un’impronta profonda nella storia culturale e politica del nostro Paese. A cento anni dalla nascita (il 22 giugno), Guido Formigoni, docente di Storia contemporanea allo Iulm di Milano, ha curato una raccolta di scritti e saggi lazzatiani che ne ripercorrono il pensiero: Laici cristiani nella città dell’uomo. Scritti ecclesiali e politici 1945-1986 (San Paolo).
Professor Formigoni, chi fu e cosa rappresentò Giuseppe Lazzati?
«È stato un intellettuale credente tra i più importanti del ’900 in Italia. Si formò all’interno dell’Azione cattolica e poi come studioso di letteratura cristiana antica. Molto precoce fu la sua scelta della consacrazione religiosa, vissuta nella condizione laicale, anticipando l’esperienza degli istituti secolari. Deportato nel 1943, al ritorno ebbe un’esperienza politica nella Costituente e poi come deputato della Dc, all’interno del gruppo dossettiano, molto importante nel disegnare la Carta costituzionale secondo i principi del personalismo cristiano. Ma la sua vera vocazione era l’educazione dei giovani. Così tornò all’insegnamento, e poi si dedicò al rettorato dell’Università Cattolica. Il fulcro della sua riflessione fu sempre la qualità di vita del laico cristiano nella Chiesa, secondo gli insegnamenti del concilio Vaticano II».
Quale eredità ha lasciato, oggi?
«Primo: aver intuito che si può essere missionari come cristiani solo se si vive in modo radicale ed esigente questa dimensione nella propria vita. Secondo: l’intuizione che il laicato nella Chiesa non è semplice spettatore e suddito, ma protagonista, in un dialogo continuo con la gerarchia. Terzo: aver capito che, nella politica, non basta affermare i valori in modo astratto, ma bisogna abituarsi a pensare politicamente leggendo la storia nella sua evoluzione. L’eredità di Lazzati è inoltre raccolta dall’associazione di cultura politica da lui fondata: Città dell’uomo».
Quale fu il rapporto di Lazzati con la gerarchia ecclesiastica?
«Lazzati fu sempre un uomo fedele, obbediente. Ma fu un obbediente in piedi, capace di esprimere il suo punto di vista, di ragionare con i pastori, in un’adesione sempre attiva e dialettica».
Lazzati diceva che la vita religiosa e la vita politica sono distinte, ma non separate...
«La politica, per Lazzati, doveva rispondere all’imperativo di costruire la città dell’uomo, a misura d’uomo. Questo significava esercitare la politica con autonomia laicale, senza pretendere il sostegno della gerarchia ecclesiastica, ma con la capacità interiore di mantenere uniti il livello spirituale e quello politico. Oggi, il suo pensiero sarebbe da riscoprire, in un tempo in cui spesso i politici solo superficialmente sostengono i valori cristiani e usano il cristianesimo come ideologia».
Ma Lazzati si considerò un politico?
«Nonostante in uno dei suoi discorsi si definisse "un politico suo malgrado", Lazzati ebbe sempre una concezione molto alta della politica. E il suo tentativo fu di aiutare i cristiani a capirla. Lui e il suo gruppo credevano fermamente in un rinnovamento politico profondo».
Diventò rettore della Cattolica nel 1968, l’anno della contestazione.
«Fu eletto proprio per affrontare questa situazione delicata, che lui riuscì a gestire conciliando la necessaria severità con la comprensione delle ragioni della contestazione. Credeva molto nel dialogo tra fede e cultura, e il suo rammarico fu non aver fondato una facoltà di Teologia in Cattolica».
Lei lo ha conosciuto. Che tipo era?
«Un uomo austero, riservato, distante dalle mode del tempo. D’altro canto era un uomo molto libero, capace di attenzione e affetto verso i giovani, la sua vera passione».
Famiglia Cristiana n. 25 del 21-6-2009 - Laici cristiani nella città dell'uomo. Scritti ecclesiali e politici 1945-1986




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