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    Predefinito Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    E' importante acquisire questo concetto : una cosa sono i costi della politica , altra cosa sono i costi della democrazia

    Tagliare il Parlamento significa tagliare i costi della politica (il che è cosa "buona e giusta")

    Tagliare i Comuni significa tagliare i costi della DEMOCRAZIA !

    «Non possiamo sopportare oltre»

    Dal Piemonte al Veneto, viaggio tra gli amministratori leghisti in rivolta - Fontana, primo cittadino di Varese : «Un conto sono i costi della politica, cosa diversa quelli della democrazia Che sono insopprimibili»

    […] Matteo Bianchi [sindaco] di Morazzone (Varese): «Dobbiamo alzare la voce, tagliare i consiglieri dei paesi significa essere al fondo del barile.

    Però, paghiamo solo noi : TAGLIANDO UN SOLO PARLAMENTARE , SI PAGANO LE INDENNITA’ DI 30 COMUNI DA 5.000 ABITANTI .

    E ricordo agli interessati che gli amministratori sono la punta di diamante della Lega. Se ci mettono in ginocchio, è tutta la Lega che rischia di finire in ginocchio»

  2. #2
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    Esatto.
    Ma a Roma hanno pensato che dando in pasto ai cittadini incazzati i poveri cristi dei piccoli comuni forse loro possono sfangarla. Tanto qualche allocco che esulta per l'abolizione degli enti locali del Nord (al grido di viva l'italia!) c'è anche fra i c.d. autonomisti.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    Mal comune - LASTAMPA.it
    [by Massimo Gramellini – 2011/ago-22]

    Mal Comune – [..] Volete sapere quale risparmio formidabile ci porterà la disarticolazione del sistema nervoso dei Comuni? Sei milioni di euro. Su una manovra di 50 miliardi. Poco più di quanto ci costa ogni anno il ristorante della Camera: 5 milioni e mezzo.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    Citazione Originariamente Scritto da murphy Visualizza Messaggio
    Esatto.
    Ma a Roma hanno pensato che dando in pasto ai cittadini incazzati i poveri cristi dei piccoli comuni forse loro possono sfangarla. Tanto qualche allocco che esulta per l'abolizione degli enti locali del Nord (al grido di viva l'italia!) c'è anche fra i c.d. autonomisti.
    Secondo me la questione è un'altra: il cercare risorse in tutti i modi pur di non affrontare il vero problema del "paese": il parassitismo meridionale (ad esempio applicanodo immediatamente il federalismo fiscale).
    Europeo, Veneto - Friulano, Longobardo. Non italiano

  5. #5
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    Citazione Originariamente Scritto da Tyr Visualizza Messaggio
    Secondo me la questione è un'altra: il cercare risorse in tutti i modi pur di non affrontare il vero problema del "paese": il parassitismo meridionale (ad esempio applicanodo immediatamente il federalismo fiscale).

    eliminare i comuni piccoli, (solo i consigli comunali perchè i dipendenti pubblici sono NON licenziabili, come per le province) sperando di arginare la voragine di un debito pubblico fatto di spese correnti per baby-pensioni, finti-invalidi e assistenzialismo al sud, è come dare l'aspirina ad un malato terminale


    su RPL ieri paragonavano i dipendenti pubblici di un paese medio di 5000-10000 abitanti: Sicilia il triplo esatto del pari comune in LOMBARDIA (rapporto da 250 a 70 per circa 10.000 abitanti):
    -questi stipendi li paghiamo noi con i trasferimenti
    -questi stipendi NON vengono mai intaccati da nessuna manovra fatta da TreConti in tutti i lustri in cui è stato ministro
    -questi stipendi si trasformeranno presto in pensioni che NOI dovremo pagare
    stesso discorso per i dipendenti delle regioni del sud che sono da 3 a 4 volte quelli del LombardoVeneto, ma in questi 10-15 anni di Berluskonismo non si è fatto NULLA, nemmeno per bloccare le nuove assunzioni
    Ultima modifica di sciadurel; 23-08-11 alle 11:34

  6. #6
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    Lo Stato contro la Consolata, San Giovanni, San Gaudenzio e San Secondo
    Ennesima ingerenza dello Stato italiano negli affari del Piemonte. La commissione bilancio del Senato ha approvato un emendamento nell’ambito della manovra finanziaria (presentato dal Pd e passato all’unanimità) che cancella le feste dei Santi patroni dei nostri paesi e delle nostre città.
    Ovviamente le festività civili (25 aprile eccetera), pietre miliari della religione laica post-unitaria, sono state salvate, mentre le feste patronali saranno probabilmente spostate alla domenica più vicina.
    Si tratta di una decisione che non porterà alcun vantaggio economico e che, anzi, danneggerà il turismo e il commercio. Ma i danni economici sono nulla di fronte a quelli arrecati all’identità.
    La festa del Santo patrono per una Comunità è da sempre un momento simbolico di incontro religioso e civile all’insegna dell’identità collettiva; anzi, è uno dei momenti di più forte unione identitaria di una Comunità locale. L’elezione di uno o più Santi protettori risale infatti ai tempi delle fondazioni delle Comunità stesse, oppure a momenti di particolare gravità come epidemie, minacce, invasioni, e la loro ricorrenza si celebra da secoli e secoli.
    Ora lo Stato italiano, con il pretesto della manovra finanziaria, torna arrogantemente a mettere il becco nelle nostre tradizioni millenarie ad esso preesistenti, cercando una volta di più di fare ripartire la nostra storia dal 1945 cancellando tutta quanto c’è stato prima (“risorgimento” escluso).
    Ci aspettiamo una chiara e forte presa di posizione da parte dei Parlamentari Piemontesi, nonché un atto di coraggio dei nostri Sindaci, affiché provvedano autonomamente a solennizzare la festa della loro città e del loro paese in barba alle imposizioni colonialiste del Governo.
    Lo Stato contro la Consolata, San Giovanni, San Gaudenzio e San Secondo | Gioventura Piemonteisa

    Abolizione della Festa del Patrono : mobilitazione dei gruppi cattolici
    Ieri sera mi ha telefonato un giovane Sacerdote, tradizionalista doc, esprimendo la sua preoccupazione per la proposta di abrogazione, nell’ambito del “Teatro dei burattini” = Teatro della manovra finanziaria,” della giornata festiva per la ricorrenza del Santo Patrono molto cara alle Città e ai paesi e fonte, conviene ricordarlo, di occupazione per numerose categorie di lavoratori.
    Il Sacerdote ha suggerito una mobilitazione generale che possa arrivare alle Confraternite, ai gruppi liturgici e alle parrocchie per far riflettere quei signori che siedono in Parlamento che l’abolizione della festa del patrono significherebbe la perdita d’identità per intere comunità, cittadine o regionali e l'ennesima capitolazione nei contronti del materialismo mondialista che sta uccidendo l'identità della persona umana.
    La giornata, non lavorativa, per la Festa del Patrono va salvaguardata a beneficio soprattutto della vita spirituale di una comunità continuamente insidiata dall'inumana globalizzazione.
    Il nostro amatissimo Papa Benedetto XVI con i suoi continui inviti alla sobrietà, al ritorno concreto alle cose essenziali del vero culto a Dio, sarà sicuramente felice di apprendere come dei cattolici si stanno mobilitando per salvaguardare le tradizioni dei nostri padri.

    Si aboliscano le prefetture in Piemonte
    Contro la soppressione dei piccoli Comuni piemontesi una proposta di Gioventura Piemontèisa in piazza con i Sindaci
    Più di un Comune su tre sotto i 1000 abitanti è in Piemonte (37%). Con l’attuazione del decreto presentato dal Governo sparirebbe la metà dei Comuni piemontesi (il 49,5%).
    Secondo il Movimento Gioventura Piemontèisa è in atto un subdolo tentativo di intimidazione dei nostri amministratori comunali per fare in modo che, di fronte allo spauracchio di una soppressione imposta da Roma, decidano essi stessi l’eutanasia dei propri Municipi.
    La minaccia di fare sparire metà dei Comuni del Piemonte è un attacco diretto alla nostra storia e alla nostra cultura, l’ennesimo tentativo di assimilare la nostra gente a modelli ad essa estranei per cancellare progressivamente la nostra identità di popolo e di comunità, come già avvenne durante il fascismo, quando furono soppressi quasi 300 Comuni piemontesi – dei quali più di 250 non vennero più ricostituiti.
    Gioventura Piemontèisa, presente stamattina in delegazione in piazza Castello, rimarcando come l’abolizione dei piccoli Comuni non porterebbe alcun contributo al risanamento dei conti pubblici, ha proposto ai Comuni piemontesi un’iniziativa concreta rivolta all’abolizione delle prefetture in Piemonte. Nell’àmbito del processo evolutivo verso un assetto federale dello Stato, le loro funzioni dovranno essere trasferite alla Regione (come già avviene in Valle d’Aosta), in nome della peculiarità storica, linguistica e culturale del Piemonte.
    Le prefetture, comunque la si pensi, sono un organo nominato e non eletto democraticamente e sono la longa manus del centralismo in Piemonte. La presenza delle prefetture mortifica l’autonomia della Comunità piemontese e va contro le ripetute proposte di decentramento e di federalismo.
    Occorre ricordare che nel 2007 una proposta di legge elaborata da Gioventura Piemontèisa per il riconoscimento della lingua piemontese poté essere presentata perché fatta propria da oltre 200 Comuni, fra i quali parecchi sotto i 1000 abitanti.
    Difendere l’autonomia dei piccoli Comuni significa difendere la nostra storia, la nostra identità e le istanze democratiche di chi vive sul territorio.


  7. #7
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    La padania 9-9-2011
    SALVIAMO LE FESTE PATRONALI
    La clausola taglia-festività inserita nella manovra
    colpisce tradizioni secolari e sentimenti radicati,
    oltre alle ricadute economiche sulle comunità locali
    ANDREA ACCORSI
    Dalla maxi manovra non si salvano neppure i santi.
    Le feste patronali sono state, di fatto, abolite spostandone
    la ricorrenza alla domenica seguente. Tanto per fare
    un esempio, se la manovra fosse già operativa, quest’anno
    a Milano Sant’Ambrogio non si festeggerebbe più il 7 dicembre,
    che cade di mercoledì, ma domenica 11.
    Ma i fedeli, e non solo loro, non ci stanno. In strada, sul web,
    ai media fanno sapere di voler mantenere la festa del patrono
    cittadino. Dalla loro, hanno un mucchio di ragioni.
    Non solo la voglia di riposare un giorno in più. La festa patronale
    è innanzitutto rispetto di una tradizione secolare, ancora più preziosa
    in tempi aridi di tradizioni tanto solide da resistere al tempo
    e alla globalizzazione.
    E poi, per molte città, la festa del patrono è un evento, oltre
    che religioso, pure storico, culturale, identitario.
    Per non parlare delle ricadute economiche per quelle comunità,
    e sono molte, dove la festa richiama frotte di turisti e visitatori.
    Insomma, per risolvere i buchi nei conti si rischia di aprirne altri.
    E di colpire l’indotto che muove appuntamenti molto sentiti,
    in occasione dei quali si organizzano fiere, sagre, manifestazioni
    di ogni genere che registrano da sempre un largo seguito
    popolare. E il discorso in molti casi non si limita a un giorno,
    ma a più giorni in virtù dell’effettoponte.
    Per alcuni qualificati osservatori economici, la manovra rischiava
    di essere depressiva. Ora corre il rischio di essere anche deprimente.
    L’idea di depennare qualche festività dal calendario per recuperare
    briciole di Pil intristisce e rimanda a uno dei periodi peggiori
    nella storia del Paese. Era il 1977 quando uno dei tanti governi
    democristiani presieduto da Andreotti abolì l’Epifania (6 gennaio),
    disponendo la riapertura di scuole e uffici già il 3 gennaio anziché
    il 7. A rimettere a posto le cose fu otto anni dopo la buon’anima
    di Craxi , che - paradossi della storia - a differenza di Andreotti
    non era precisamente espressione del mondo cattolico.
    Motivo del dietrofront: nonostante quattro giorni lavorativi in più,
    il provvedimento non era servito a nulla, anzi aveva danneggiato
    gli operatori economici degli sport invernali.
    Ma quella era un’Italia molto diversa da quella di oggi. Le grandi
    industrie di allora, nel frattempo, hanno ceduto il passo al terziario.
    Come accennato, le feste patronali - e non c’è realtà urbana
    di un certo peso che non la festeggi con largo seguito -
    contribuiscono in misura non indifferente alle economie locali,
    anche perché spostarsi, a differenza di trenta e passa anni fa,
    è diventato molto più facile e frequente.
    Cancellare dal calendario San Gaudenzio (22 gennaio) a Novara
    O San Prospero (24 novembre) a Reggio Emilia risulta ancora
    più odioso se si pensa che dal taglio delle festività sono state
    escluse quelle civili.
    Ora, che non si lavori il 1° maggio, festa del Lavoro, è una
    Delle più grandi e irrisolte c o n t r a d d i z i o n i dell’umanità.
    Il 2 giugno, festa della Repubblica, fece la fine dell’Epifania sempre
    Ad opera di Andreotti nel 1977: tornò giorno di festa molti anni
    più tardi, nel 2001 (per inciso: ma si è mai vista una nazione
    degna di tal nome abolire la propria festa civile più importante?).
    Quanto al 25 aprile, guai a toccarlo in un Paese che non sembra
    aver ancora smaltito i t r a u m i d e l l a guerra civile.
    Caso vuole che però, nella stessa data, si celebri San Marco,
    patrono di Venezia. E siamo pronti a scommettere che nel Nord-Est
    in quel giorno siano molto più propensi a festeggiare il patrono
    della Serenissima che la Liberazione.
    Per carità di patria (è il caso di dirlo) sorvoliamo sull’istituzione
    della festa nazionale del 17 marzo, introdotta quest’anno
    per il 150° della unità d’Italia.
    Ma come: prima ci impongono una festa mai celebrata prima,
    e ora ce ne tolgono altre, tra l’altro molto più sentite?
    E pensare che le ragioni di chi si opponeva alla («danneggia
    l’economia») erano le stesse che ora il Governo ha fatto proprie...


    La padania 9-9-2011
    Moltiplicate le solennità civili: non è segno di forza
    Ci restano solo i falsi miti e il faccione di Garibaldi
    GIUSEPPE REGUZZONI
    Arriva. Non arriva. Alla fine eccola:la manovra finanziaria
    Lacrime e sangue, una di quelle che fanno la storia, «perché
    ce lo chiede l’Europa», «perché ce lo chiedono i mercati».
    E così sia. Sappiamo che cos’è il senso di responsabilità.
    Sappiamo sin troppo bene che cosa significa sacrificio.
    In tempi duri, però, si sente il bisogno di stringersi intorno
    a ciò che conta, dunque, a ciò che si ha davvero in comune.
    È qui che vien fuori l’anima profonda di un popolo, la fibra
    nascosta e più pura di una nazione.
    Quando la nazione c’è, però.
    Beffardo questo 2011, che si tira dietro ben quattro feste “civili”
    (17 marzo, 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno) e, a fini di risparmio
    e aumento della produttività, spazza via le feste patronali.
    Chi viaggia nel centro Europa, anche nella vicina Svizzera,
    sa che da quelle parti c’è ancora il Giovedì dell’Ascensione
    e che la Pentecoste dura un paio di giorni, sa che in molti luoghi
    ci sono ancora san Giuseppe e san Pietro e Paolo.
    Chi era a scuola negli anni Sessanta o Settanta ricorda ancora
    che allora - sino al 1977, per la precisione - l’anno era costellato
    di feste che scandivano il fluire delle stagioni: san Giuseppe,
    a primavera; l’Ascensione, che apriva il cielo e la terra all’estate,
    e la cui ricorrenza coincideva con splendidi detti della saggezza
    popolare e contadina; san Pietro e Paolo, tempo di mietitura.
    Fu il partito “cattolico”, la Dc - che adesso qualche insigne
    ecclesiastico vorrebbe rifare – a spazzare via quei segni puntati
    sullo scorrere dell’anno e della sua magica ciclicità.
    In compenso le feste “civili” si sono moltiplicate e coloro che adesso
    plaudono al risparmio di spesa sul taglio alle feste religiose, in
    occasione del 17 marzo 2011 - per i 150 anni del conferimento
    del titolo di re d’Italia a un Savoia - si scandalizzarono
    di fronte a chi chiedeva di non buttare al vento quella
    giornata di lavoro. L’Italia è forse il Paese in Europa
    con più feste civili,, e non è un segno di forza.
    In altri Paesi basta una sola festa, sentita e gioiosa,
    su cui si concentra tutto lo spirito e la storia di una nazione.
    Moltiplicare i segni di identità - vera o presunta - non è
    espressione di forza, ma di debolezza.
    Alla già citata e a noi vicina Confederazione
    Elvetica è sufficiente una sola festa nazionale
    - per di più il 1° agosto, in pieno periodo di vacanze
    estive - per sentirsi ed essere nazione, pur nella diversità
    di quattro lingue nazionali. Con la retorica non si fanno le nazioni,
    al massimo se ne copre l’assenza.
    E ora il colpo basso.
    Via le feste patronali, ultima sopravvivenza di un’appartenenza locale
    Ancora così sentita e vissuta a livello popolare. La prossima volta
    Toccherà alle domeniche, residuo di una concezione del tempo
    Ancora legata alla civiltà cristiana e, per questo, tanto invise
    all’inciviltà dei poteri forti. Lavorate, producete e consumate:
    in silenzio e senza lamentarvi, al massimo storditevi, incollati
    allo schermo su veline e calciatori. Lo vuole l’Europa, che,
    non per nulla, è sempre più Eurabia. Lo vogliono i mercati,
    che ci ricordano quanto apparente sia la sovranità di quei
    rimasugli della storia che sono gli Stati.
    Milano senza sant’Ambrogio, Venezia senza san Marco,
    Firenze senza san Giovanni Battista... facce grigie uguali
    dappertutto, senza radici e senza colori, stessa musica
    bum bum bum e sagra dei McDonald’s.
    È così che Lorsignori ci vogliono. Per questo vanno bene
    quattro feste “civili”, non lavorative, e danno fastidio
    san Rocco, san Vittore, santa Caterina o le ancora
    troppo colorate e sentite feste delle nostre Madonne.
    Stanno vincendo loro - non c’è dubbio - o sono convinti
    Di essere prossimi alla vittoria. Proprio per questo occorre
    Davvero svegliarsi perché ormai non è più nemmeno questione
    di fede o di devozione, ma dei colori e dei profumi delle nostre terre,
    malate di identità come non mai.
    Viene il tempo di una nuova resistenza, silenziosa, ma inesorabile,
    se davvero non vogliamo farci portare via tutto, ma proprio tutto,
    in cambio ancora - ed è una beffa atroce - del solito faccione
    di Garibaldi e dei falsi miti di una falsa Europa che non ci appartiene.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    Sant’Ambrogio fa il miracolo. Maggioranza e opposizione unite per non perdere la festa
    Ancora una volta farsi infinocchiare da Roma? Guai. E allora se non si tocca la festa dei Santi Pietro e Paolo per Roma, salvata dalla mannaia della manovra economica, allora guai a chi tocca Sant’Ambrogio, anche perchè la festa del santo patrono di Milano coincide con eventi importanti per la città: la prima della Scala e la assegnazione degli Ambrogini d’oro. L’alzata di scudi viene, una volta almeno, dall’intero Consiglio comunale che lunedì formalizzerà la richiesta al governo in una mozione bipartisan concordata ieri. Il documento stilato dal Consiglio punta a salvare - possibilmente per sempre - la festività del 7 dicembre, che quest’anno cade di mercoledì, dall’accorpamento alla domenica, come previsto dalla manovra del governo per le feste patronali di tutte le città, tranne quella di Roma del 29 giugno. Il problema è stato posto per primo dal presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo ieri alla riunione dei capigruppo, ottenendo il consenso di tutte le forze politiche.

    SANT'AMBROGIO, SANGALLI: "TUTELARE UNA RICORRENZA TRADIZIONALE IMPORTANTE”
    “Sant’Ambrogio è un momento importante di festa per Milano, di aggregazione e ritrovo in una appartenenza condivisa per tutti i milanesi che amano la loro città. Una festa prima di tutto religiosa e delle famiglie e anche un’occasione per il rilancio dei consumi nelle feste che, per le piccole imprese diffuse e per i negozi di vicinato, segnano l’andamento complessivo di tutto l’anno. La Camera di commercio ha stimato un indotto di 36 milioni di euro per gli acquisti per regali e addobbi nei soli giorni del ponte. È importante che le istituzioni sul territorio siano unite per tutelare una ricorrenza tradizionale importante anche quest’anno e in futuro”. Lo ha dichiarato Carlo Sangalli, presidente della Camera di commercio di Milano.
    SANT'AMBROGIO, SANGALLI: "TUTELARE UNA RICORRENZA TRADIZIONALE IMPORTANTE

    "Un comune, un Santo". O no?
    Il legame che gli italiani hanno con le feste patronali non è solo un problema di folklore, ma è qualcosa che lega i cittadini dal punto di vista culturale e religioso al proprio territorio. Già lo storico lombardo Cesare Cantù diceva: “Un comune, un Santo” per esprimere il forte legame con la propria realtà locale e la fede religiosa. Due elementi ancora oggi presenti e che non possono essere trascurati. Le feste patronali sono un occasione per sentirsi parte di una comunità e per riflettere su di essa, per sprigionare le energie migliori, come sottolineano le tante sagre di paese che vedono impegnati al servizio della comunità migliaia di volontari per costruire e salvaguardare il bene pubblico e l’appartenenza ad una comunità civile e religiosa parrocchiale.
    Stupisce che la decisione di sopprimere le feste patronali sia sostenuta da un governo che vede presenti una significativa componente cattolica e un partito come la Lega che fa del localismo la sua bandiera, ma poi si dimentica del legame tra i cittadini ed il comune.

  9. #9
    Lumbard
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    se fossi un milanese il giorno di Sant'Ambrogio me ne starei a casa, visto che quei cazzoni di roma la loro festa l'hanno mantenuta

  10. #10
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    Predefinito Rif: Lo scandaloso progetto di tagliare i piccoli Comuni

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    se fossi un milanese il giorno di Sant'Ambrogio me ne starei a casa, visto che quei cazzoni di roma la loro festa l'hanno mantenuta
    Lo prevedono i scellerati Patti Laterananesi firmati dal terronissimo Mussolini :gluglu:

    Fosse per me abolirei tutte le feste patronali.... :gluglu:
    IL BACICCIA E' BULICCIO

    Bossi, un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo.

    (Silvio Berlusconi, 1994)

 

 
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Permessi di Scrittura

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