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    Predefinito Steve Jobs ha cambiato il mondo. In peggio.

    Steve Jobs ha cambiato il mondo. In peggio.



    Steve Jobs è morto da poco e non si erano mai spese tante parole di cordoglio ed ammirazione per la morte di un magnate dell'industria. Qualcosa di simile è accaduto forse soltanto con la morte di Gianni Agnelli, nel 2003, ma quella volta il fiume di parole riguardò soltanto l'Italia. Qui invece ci troviamo di fronte ad un fenomeno mondiale. Da Barak Obama che ha sfoderato un'altra delle sue stupidaggini: “Jobs ha portato felicità a milioni di bambini ed adulti”, ai nostri conformisti della carta stampata (Beppe Severgnini ed suoi emuli), dal filosofo della mutua Stefano Moriggi, fino al punto più alto dell'intelligenza nazionale, rappresentato dal magnifico tandem Jovanotti-Veltroni, si sono spesi complimenti ed iperboli per esaltare la grandezza e la genialità del magnate delle nuove tecnologie.
    Chi scrive invece osserva da anni l'abbrutimento omologante delle persone, che passano il tempo a comunicare parole vuote invece di fare di meglio. Tutte uguali, tutte col telefonino nuovo, tutte con l'I-pad, l'I-pod, l'I-phone, lo Smart-phone, tutte a parlare come zombie in mezzo alla strada o sui tram senza rispetto per gli altri e per la propria intelligenza. Oppure intente compulsivamente a mandare messaggi inutili che fanno strazio della lingua italiana. Crediamo di essere più liberi, ma siamo solo povere vittime del consumismo tecnologico che arricchisce a dismisura gente come Jobs. E' stato paragonato a Gutemberg da quel mediocre politicante di nome Walter Veltroni, ma il paragone è del tutto improprio. Gutemberg ha portato il libro a stampa, cioè la cultura per tutti. Jobs ha portato a tutti il superfluo.
    Jobs ha imbottito la testa della gente con migliaia di spot pubblicitari per convincerli che senza l'I-phone non possono vivere felici, allegri, alla moda.( ha avuto successo: ora ci crede persino Obama).Questo è il punto decisivo. Nella pervasività della mercificazione del mondo di cui Jobs è stato un grande protagonista, un vero bombardatore mediatico e pubblicitario. .E poi l'enorme livello che allontana Jobs da Gutemberg e li rende imparagonabili è che la cultura passa attraverso il libro per tutti ( anche e-book, lo concedo), e non attraverso il telefonino o l' I -pod o l'I-phone per tutti. C'è una bella differenza.
    Qualcuno potrebbe dire che Jobs non mirava consapevolmente ad accentuare l'omologazione universale nella quale viviamo. A livellare gli uomini rendendoli degli avidi consumatori di tecnologia che fanno tutti le stesse cose. In realtà è ciò a cui ha sempre mirato, anche prima dei suoi concorrenti. Ha scritto John Sculley, il dirigente che cacciò Jobs dalla Apple prima del suo trionfale ritorno: “Per lui Apple avrebbe dovuto diventare una meravigliosa società di prodotti di largo consumo”. Purtroppo Jobs è riuscito ad imporre la sua strategia contro Sculley e gli altri. Ha giocato sulla massificazione e l'omologazione degli individui per vendere i suoi prodotti, e al contempo ha contribuito a massificarli ed omologarli ancora di più.
    Questo pifferaio magico, come altri, ha usato tutte le armi pubblicitarie per far passare nella testa della gente l'idea che la felicità passa dai beni superflui, beni sempre nuovi e sempre rinnovabili in tempi brevissimi, fatti apposta per divenire obsoleti prestissimo, per lasciare posto a una nuova campagna pubblicitaria per un nuovo prodotto, altrettanto effimero, altrettanto superfluo.
    Certamente non è stato l'unico tra i grandi imbonitori ed affaristi del consumo, ma solo uno dei più scaltri ed abili nel condizionare la gente per trarne profitti. Tra costoro ha soltanto un posto d'onore.
    Proprio per questo ridimensionerei in parte anche la sua intelligenza (senz'altro reale ) perché per quanto grande protagonista del sistema capitalistico-consumistico, ne è stato al contempo una semplice ruota dell'ingranaggio. Quanto si può essere protagonisti di un meccanismo che procede comunque senza di te? Di un meccanismo anonimo come il capitalismo dei consumi che tanto va avanti lo stesso secondo il principio della crescita infinita? Jobs ne è stato uno dei grandi attori e beneficiari. Ma il sistema procede lo stesso, rifiutando l'idea di limite. Fedele soltanto al grande imperativo: crescere crescere, consumare consumare, sempre di più sempre di più.

    Quindi chi è stato Jobs? E'' stato l'uomo dell'idolatria della merce, della mercificazione integrale dell'esistenza attraverso la creazione di sofisticati aggeggi tecnici creati apposta per divenire obsoleti dopo sei mesi, e assolutamente inessenziali nella vita dell'uomo.
    E' stato quel buddhista da burla che ha fatto il contrario di ciò che suggerisce la sua religione: desiderare di meno. Ha desiderato la ricchezza e il successo, e soprattutto ha contribuito come pochi a diffondere il desiderio di merce e tecnologia tra gli uomini.
    Chi detesta l'idolatria della merce che ci porta lentamente alla rovina - sia nel senso dell'ambiente naturale che di quello umano – non può accettare di venerare questo oligarca, questo falso profeta, questo plutocrate senz'anima che si è sempre riempito la bocca di belle parole vuote come fanno sempre i suoi pari. I suoi miliardi di dollari, guadagnati martellando la gente con la pubblicità ed assecondandone le tendenze massificanti non se li è comunque potuti godere a lungo, perché la falce della morte non guarda in faccia a nessuno.
    In fondo, di una genialità simile a quella di Jobs, incurante dei disastrosi effetti sociali che certe scelte possono generare, in Italia ne avemmo un limpido esempio con “Sua emittenza”, il Silvio Berlusconi imprenditore televisivo, che riuscì a creare, con l'aiuto dei socialisti, il grande polo televisivo privato in Italia. Anche lì gli effetti della televisione privata furono devastanti: un'orgia di pubblicità e di programmi sempre più scadenti volgari e idioti diedero un grosso contributo alla decadenza antropologica dell'italiano medio.
    Proprio perché non possiamo volere la mercificazione integrale dell'esistenza attraverso la tecnica, non possiamo accettare l'esaltazione acritica del signor Job, che personalmente considero moralmente appena una tacca sopra i narcos colombiani e i diffusori di pornografia (il consumismo, la droga e la pornografia sono centrali nella strategia dell'abbrutimento dell'anima e della distruzione dei popoli.). E quando saremo una massa di analfabeti di ritorno (ci siamo quasi), perennemente collegati e interconnessi senza aver letto un libro, ringrazieremo ancora questo geniale barbaro affarista? Preferisco Gutemberg. Jobs non fu l'erede di Gutemberg, ma uno dei tanti anti-Gutemberg che ci assediano.


    Steve Jobs ha cambiato il mondo. In peggio., Martino Mora
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    Predefinito Rif: Steve Jobs ha cambiato il mondo. In peggio.

    Perché Steve Jobs non mi ha cambiato la vita



    Vorrei spiegare ai lettori del Foglio, ammesso siano interessati a un punto di vista tanto personale, per quali ragioni Steve Jobs non mi ha cambiato la vita (diversamente da quel che è accaduto a Jovanotti, a Beppe Severgnini e a quanto pare ad alcuni milioni di altre persone) e perché questo piagnisteo universale – da Obama a Filippo Rossi – sul genio che ci ha lasciati prematuramente, lasciando un vuoto incolmabile, mi sembra francamente esagerato e sospetto.

    Bisognerebbe intendersi, per cominciare, sul concetto di rivoluzione applicato alla vita delle persone. Cos’è che ha realmente modificato l’esistenza quotidiana di miliardi di individui negli ultimi settant’anni, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, in termini materiali e concreti, esonerandoli da incombenze e problemi secolari? Mi vengono in mente, a casaccio, la plastica e la lavatrice, e magari mettiamoci anche, giusto per apparire banali sino in fondo, gli antibiotici e l’elica doppia della molecola del Dna (che magari non sarà il “segreto della vita”, come si disse all’epoca della sua scoperta, ma insomma, un bel salto in avanti l’ha rappresentato). Non mi viene in mente, invece, l’attrezzo per ascoltare la musica mentre si corre o si sta seduti nel tram: rilassante e divertente, per carità, ma se non sbaglio c’era già prima di Jobs.

    Intendiamoci, l’iPod, l’iPhone, l’iPad sono “fighissimi”, come dicono i miei nipotini: pieni di applicazioni, intuitivi, veloci, coloratissimi, ma già l’idea di un prodotto che cambia ogni anno e mezzo, che costringe milioni di persone a sbarazzarsi della versione “vecchia” per prendere quella appena lanciata sul mercato, più leggera di cinquanta grammi, dall’identico design ma più accattivante, che fa una cosa in più dell’altra ma ad una velocità maggiore, mi sembra una gran furbata commerciale: se la bulimia da consumo è un segno di cambiamento epocale, allora è vero, Jobs ha cambiato la vita di molte persone, rendendole però dipendenti non da una filosofia di vita quale non si era mai vista nella storia, ma da una strategia di marketing questa sì geniale e rivoluzionaria. La stessa che ha portato il Nostro a fare meglio, con più originalità e intelligenza, le cose che già altri facevano. E dunque a rendere esteticamente gradevoli e di più facile uso i personal computer. Ovvero a dare un nome proprio alle cose, a personalizzare con denominazioni intriganti e davvero easy oggetti altrimenti tutti eguali a se stessi e di solito aridamente marcati dai produttori: vuoi mettere la differenza tra chi ha l’iPhone (e per questa sola ragione pensa di appartenere ad una comunità di eletti) e chi, come il sottoscritto, possiede un Nokia-N95 avendo prima posseduto un Samsung SGH-S3000M. Ma questo appunto è marketing creativo, peraltro con venature gnostiche: fa volare le quotazioni in Borsa, crea utenti fedeli e devoti ad un marchio che entrano negli Applestore come si trattasse di un tempio e non d’un normale negozio, ma è tutto da dimostrare che ciò renda l’umanità migliore.

    Se il mondo intero sostiene che Jobs era un genio, mi riesce difficile argomentare il contrario. Accettiamo dunque che lo sia stato, sapendo però che lo stesso verrà detto – ancor più a ragione, a mio giudizio – per Bill Gates e Mark Zuckerberg; e sapendo altresì che gli altrettanto geniali inventori di Internet e della posta elettronica – strumenti senza i quali la storia di Jobs nemmeno sarebbe cominciata e la vicenda personale di ognuno di noi sarebbe stata per davvero differente – non se li ricorda nessuno: forse sono ancora vivi, ma se sono morti di sicuro non si è andati oltre un trafiletto in cronaca. Perché quello che colpisce nel caso di Job è appunto il rilievo mediatico di questa morte, prematura e largamente annunciata. E il fatto che il cordoglio planetario si stia appuntando non, come dovrebbe essere normale, su un capitano d’industria di vaste idee, perciò regolarmente definito “intraprendente” e “visionario”, che ha contribuito a creare un sistema di organizzazione aziendale, una tecnica di vendita e una forma di relazione con i consumatori in effetti diverse da quelle dei diretti competitori (che è poi la vera ragione del successo della Apple, come ben sanno gli esperti di cultura d’impresa), ma sul fondatore di una sorta di religione pop o light, su un capo setta che sembrerebbe aver lasciato orfani milioni di devoti inconsolabili.

    Morire (relativamente) giovani e drammaticamente, secondo un’antica legge, è preferibile che tirare le cuoia nel proprio letto ad un’età veneranda, se si vuole accedere se non al mito almeno alla leggenda. E’ accaduto anche stavolta. Ma va anche detto che le uscite di Jobs in pubblico degli ultimi anni, dimagrito a causa del male, spartanamente abbigliato in nero come si conviene ad un guru che abbia già preso distacco dal mondo, solo sul palco come si conviene ad un predicatore che debba annunciare verità universali alle folle, hanno senz’altro contribuito a creargli attorno un’aura misticheggiante: una scelta anche questa – non si offendano i vertici di Cupertino – abilmente studiata a tavolino, con l’evidente obiettivo di trasformare ogni lancio di un nuovo prodotto, per solito indirizzato alla rete vendita dell’azienda e agli operatori del settori, in una celebrazione liturgica in mondovisione. Geniale e mirabile, senz’altro, ma sempre di marketing stiamo parlando, applicato a quanto pare anche post-mortem con non poco cinismo.

    Se poi si aggiunge il vuoto emotivo e spirituale che caratterizza l’epoca nostra, il senso di solitudine universale che le invenzioni alla Jobs hanno paradossalmente alimentato a dispetto del convincimento che, maneggiando un pezzo di plastica colorato o toccando uno schermo (siamo una civiltà regredita alla tattilità), si sia tutti fratelli e amici in rete, a contatto con l’umanità intera in ogni momento della nostra esistenza, si capisce meglio il diluvio di banalità encomiastiche cui stiamo assistendo: le stesse già sentite per Lady Diana o Michael Jackson. Un mondo sempre più abitato da coscienze fragili e inquiete, alla disperata ricerca di figure e personalità esemplari nelle quali riconoscersi, forse farebbe meglio ad andare in chiesa a pregare, piuttosto che portare fiori o scrivere messaggi disperati a ricordo dell’idolo del momento asceso in cielo. Con tutto il rispetto, è morto un inventore con un grande senso per gli affari. Umanamente mi dispiace, ma né piango disperato né mi sento meno solo di prima. E tranquilli che l’umanità, tra alti e bassi, andrà avanti lo stesso.

    P.s.: “Intraprendente”, “visionario” e “geniale” si dovrebbe dire, alla lettera, anche di uno come Silvio Berlusconi, rispetto al quale ci si potrebbe chiedere se per caso non abbia a sua volta cambiato la vita di molte persone, almeno in Italia, rivoluzionando la comunicazione televisiva e di conseguenza l’immaginario di massa, ma so che il tema è controverso e difficile da approfondire con pacatezza, visto il clima d’odio e rancore che si respira dalle nostre parti, e per oggi ho deciso di non farmi troppi nemici. Ne riparleremo tra cinquant’anni.


    Perché Steve Jobs non mi ha cambiato la vita, Alessandro Campi
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    Predefinito Rif: Steve Jobs ha cambiato il mondo. In peggio.

    Steve Jobs: la leggenda del santo imprenditore



    “Vive! Vive! Vive!”, sembrano ripetere quegli hashtag che accompagnano il feretro virtuale di Steve Jobs per le piazze cyber del pianeta. Chi non e’ pratico di Twitter non puo’ sapere che quei #iSad, #Thankyousteve, etc. non sono altro che “chiavi di ricerca” per inseguire il morto, per accodarsi alla infinita veglia funebre, dove il corpo del Martire e’ portato da mano a mano, ridotto in milioni di pixel, re-tweettato di polpastrello in polpastrello. Al suo passaggio, tutti vorrebbero allungare un dito per sfiorarlo. Tutti hanno qualcosa da dire: un “grazie”, un “ci mancherai”. E cosi’ la salma digitale del Mahatma – “grande anima” – viene trascinata dalla folla oceanica e solitaria, per l’ultimo saluto, prima che il fuoco della pira lo consumi. Ora ci perdoneranno i compagni e colleghi di destra e di sinistra e viola e arancioni se faremo i bastian contrari. Ma la santificazione di uno stra-ricco rimane sempre la santificazione di un stra-ricco.

    Siamo noi che dobbiamo qualcosa a questo mercante dal geniale intuito, o e’ il mercante che deve ringraziare il popolino per avergli creduto e reso una fortuna? E quando ci lascera' Zuckerberg?

    Quante centinaia di milioni di persone lo ringrazieranno per avergli fatto ritrovare i compagni di banco delle elementari, ma anche per avergli fatto passare ore ed ore dimenticando il contatto con la terra, il sudore fisico, il calore di chi e’ seduto nella stanza a fianco alla nostra?

    L’attenzione dei media e’ tutta per l’Asceta Scarnificato, la sua morte e’ stata a lungo anticipata, il Nobel alla Letteratura non avrebbe catturato una riga nemmeno se fosse stato dato a Bob Dylan, e persino tra i giovani e meno giovani accampati a due passi da Wall St. c’e’ chi ripete, come un mantra: “E’ a lui che devo questo, senza di lui non ci sarebbe quello, etc..” Il concetto di acquisto-transazione-consumo scompare del tutto, nella narrativa degli Apple-dipendenti. Uno degli indubbi meriti di Jobs e’ proprio questo: di aver sostituito all’idea mercantile dei computer, dell’interazione economica, un concetto astratto di gratitudine per il Cristo-Inventore. Per i suoi doni calati dall’alto, per la grazia da noi ricevuta. Jobs disse: “La vita e' breve, non sprecarla vivendo quella di qualcun altro”.

    Fedele a se stesso, preferi' non rivelare la malattia per non far crollare le azioni Apple. Di lui si e’ scritto che fosse un memorabile tiranno in ufficio, un inguaribile spilorcio, e un furbacchione indifferente alle condizioni di lavoro delle sue fabbriche – come la Foxconn, in terra cinese, secondo alcuni un vero lager, con altissimo tasso di suicidi. Ma noi che abbiamo adorato scrittori spesso collusi con i regimi, artisti dal passato ambiguo, cineasti che poi si sono venduti al miglior offerente e, diciamo pure, votato politicanti da strapazzo che spesso pensavano A dicevano B e facevano C, da quale pulpito ci permetteremmo di giudicare la coerenza di un pirata della Silicon Valley? Quello che, da “minoranza a minoranza”, ci preme sottolineare ora, e’ piuttosto la totale assenza di distacco, riflessione e di compostezza da parte di noi Sudditi che rendiamo tributo all’Imprenditore-Martire.

    Decenni di retorica cattolica e terzomondista, com’era prevedibile, non ci hanno insegnato nulla, e allora tutti in fila per i Jobs come per gli Agnelli, e domani chissa’ per chi altro, con la pietosa illusione che ci sia davvero una differenza, nell’approccio alle storture del Sistema, tra Miliardari Buoni e Miliardari Cattivi. Chi tra noi resta, come San Tommaso, diffidente, questa deriva beatificatrice lo fara’ passare per cinico. Ebbene, ripetiamolo lo stesso: abbasso tutti i Guru! E soprattutto quelli dal conto in banca tanto immenso da risultare neppure quantificabile, o immaginabile. No, alla beatificazione di Steve il Martire preferiamo il sobrio ricordo di un certo Adriano Olivetti, un imprenditore che tento’ concretamente di trasformare la vita dei suoi operai, un utopista che credeva al concetto di communitas e pero’ privo di quella sagacia politica utile a rendersi affabile alle masse, morto a cinquantanove anni, e oggi ovviamente dimenticato.

    Personalmente, quando scompare un pusher, una “connessione” tra noi e le nostre “dipendenze”, cerco di comprendere la tristezza degli addicted, ma la verita’ e’ che nessuno sa cosa sarebbe stata la nostra vita senza quelle “dipendenze”. Ne’ sapremo mai come avremmo vissuto se al posto di Jobs avesse trionfato Bill Gates, o meglio ancora se ne’ Gates ne’ Jobs avessero trionfato. Non lo sapremo perche’ semplicemente ci e’ stato detto – dai ben ispirati gatekeepers, intermediari e guardiani di informazioni – che nessun alternativa era possible negli ultimi trent’anni; che, anzi, sono stati proprio questi “guru” a renderci la vita piu’ lieve. A difenderci dal maligno Big Brother, che nella celebre pubblicita’ del Macintosh veniva distrutto da una podista armata di martello. “Comprateci”, diceva la Apple, “Affinche’ il 1984 non diventi un 1984”.

    Purtroppo l’incubo orwelliano si e’ realizzato un paio di decenni piu’ tardi: quando i reclusi del turbocapitalismo avrebbero salutato con "Addio, Genio!" uno dei suoi principali architetti.


    Steve Jobs: la leggenda del santo imprenditore, Paolo Mossetti
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    Predefinito Rif: Steve Jobs ha cambiato il mondo. In peggio.

    Non solo Jobs: morto Greatbatch, inventore del pacemaker

    “Ci spiace per la scomparsa del visionario e grande uomo Steve Jobs, ma i media (ed internet) dovrebbero dedicare spazio a tutti coloro che lo meritano, non solo a chi ‘fa tendenza’”. Questo si legge nel frontespizio di una delle pagine di Facebook dedicata all’uomo che per molti è un illustre sconosciuto, anche se ha sicuramente cambiato più vite del compianto Jobs: Wilson Greatbatch, l’inventore del pacemaker.

    Americano, scomparso, alla veneranda età di 92 anni, pochi giorni fa , Greatbatch era un ingegnere, radio amatore e inventore (con centinaia di brevetti all’attivo), che un giorno creò per sbaglio un apparato elettrico che mimava il battito cardiaco. Comprese le potenzialità dell’apparecchio, dalle gigantesche dimensioni iniziali Greatbatch riuscì a ottenere col tempo un dispositivo abbastanza piccolo da poter essere impiantato nell’uomo.

    Il primo impianto salvacuore risale al 1960 e fu eseguito su un paziente di 77 anni che sopravvisse per 18 mesi dopo l’operazione. In oltre 50 anni di onorata attività milioni di persone in tutto il mondo hanno beneficiato di quello che fu a giusta ragione definito dalla National Society of Professional Engineers uno dei 10 contributi più importanti dell’ingegneria alla società.

    E dopo la tempesta mediatica che ha fatto seguito alla morte del patron della Apple, Steve Jobs, osannato come un genio, salutato come uno dei più grandi innovatori di tutti i tempi e compianto da milioni di consumatori-utenti pronti a giurare che i prodotti da lui inventati hanno davvero cambiato loro la vita, da giorni sul pianerottolo globale di Facebook monta la protesta. Da parte di quanti hanno evidentemente reputato eccessivo lo spazio dedicato a Jobs dai mezzi di comunicazione e dagli stessi utenti del social network (in tanti hanno sostituito alla propria immagine il simbolo della mela o una foto di Jobs) e ricordando la morte di Greatbatch si preoccupano di ristabilire le giuste priorità.

    Greatbatch passò tutti gli anni Sessanta a cercare di migliorare la propria invenzione, finché arrivato a un certo punto si rese conto di qual era l’unico vero ostacolo da superare: la batteria. Era quello il punto debole dell’apparecchio, maggiormente suscettibile di miglioramenti. Così l’ingegnere si mise a produrre lui stesso batterie, fondò un’azienda che oggi vale milioni di dollari e produce il 90 per cento delle batterie per pacemaker nel mondo.

    Ma non è solo nel campo della medicina che Greatbatch ha applicato la propria curiosità e il proprio ingegno: uno dei settori che lo hanno maggiormente interessato è stato quello dell’energia. Greatbatch era convinto che la scorta di combustibili fossili a nostra disposizione non sarebbe durata oltre il 2050, e anche per questo era impegnato nella ricerca di fonti alternative: dalla fusione nucleare a elio ai combustibili derivati dalle piante.

    Un uomo pienamente inserito nel suo tempo, dunque, nonostante l’età, e dotato di una buona dose di autoironia che nel 2007 gli fece dichiarare, lo riporta il New York Times nell’articolo che gli ha dedicato dopo la morte: “Sto cominciando a credere che potrei anche non cambiare il mondo, ma ci sto ancora provando”. Personalmente non so immaginare una migliore risposta, a distanza, al motto divenuto ormai celeberrimo, dello stesso Jobs: questo sì che è un uomo che è rimasto folle e affamato fino alla fine.


    http://blog.panorama.it/hitechescien...del-pacemaker/

    Secondo milioni di scemi, la roba di Jobs avrebbe cambiato le loro vite.
    Secondo il mio modesto parere, i pacemaker di Greabatch hanno salvato milioni di vite.
    Però uno è osannato come un dio sceso in terra e ora tornato nell'olimpo degli dei. L'altro non se lo ricorda un cazzo di nessuno.
    L'unica cosa che mi viene in mente è che sarà dovuto al fatto che l'apple è figo e attuale, mentre il pacemaker è esteticamente bruttarello e non ha applicazioni sfiziose. Se Greatbatch invece di una batteria migliorata ci metteva un "Trova i miei amici del cuore" direttamente collegato al pacemaker, oggi sarebbe anche lui ricordato come una divinità.

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    Pace all'anima loro.

 

 

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