Originale
La gran parte dei provvedimenti e delle leggi destinati a cambiare radicalmente la nostra struttura socio-economica viene sempre venduta dichiarando finalità che sul lungo periodo sono del tutto opposte a quelle reali.
Innovazioni come i documenti elettronici o il denaro virtuale hanno fini repressivi e di controllo della persona, ma sono presentati, facendo leva sulle paure attuali, per il contrario di ciò che sono, ossia come strumenti sicuri che tutelino il cittadino.
Il grosso problema è che tutte queste cose, sebbene di elementi ve ne siano anche oggi, hanno bisogno di tempo per poter rivelare i loro fini liberticidi così da poter con rammarico un domani gridare in faccia ai credenti del sistema, quando capiranno di essere stati gabbati, “ve l'avevo detto”.
Ma esiste un'innovazione altrettanto liberticida ed esiziale per noi che può già oggi essere guardata in modo retroattivo così da denunciare gli obiettivi dichiarati che l'avevano accompagnata e paragonarli con quelli reali rivelatisi nel tempo: il lavoro interinale.
Se torniamo indietro di una dozzina d'anni possiamo ricordare senza sforzo quello che si diceva intorno alle prime agenzie di lavoro temporaneo che aprivano in Italia.
Queste agenzie avevano lo scopo dichiarato di fornire lavoro a tempo determinato a chi lo cercava, principalmente studenti nel periodo estivo, reclutati per sostituire personale in ferie nelle aziende, o interessati a un part-time nel tempo libero senza particolari pretese contrattuali.
Insomma, secondo uno schema già visto, questa novità era venduta sulla pubblica piazza come un'opportunità, una cosa in più e in pochi lessero la clausola scritta in piccolo in fondo alla pagina.
Col passare del tempo le agenzie interinali, che fornivano alle aziende carne molto più facile da macellare, sono diventate lo strumento di reclutamento prediletto oscurando gli antiquati offici di collocamento.
La gran parte degli avvii al lavoro da parte dei giovani poco o per nulla qualificati è stata da allora curata dalle agenzie interinali così come il reinserimento della manodopera disoccupata o in mobilità.
Attenzione perché è proprio in questo modo che il meccanismo del lavoro temporaneo ha introdotto nel mondo dei lavoratori una fetta consistente di dipendenti dalle condizioni contrattuali e sociali affatto diverse rispetto a chi era a tempo indeterminato e magari sindacalizzato indebolendo proprio questo secondo gruppo.
Le mobilitazioni e rivendicazioni dei lavoratori fissi hanno perso peso nel momento in cui le aziende hanno potuto contare su una riserva di manodopera ricattabile che poteva essere lasciata a casa dalla sera alla mattina se non si fosse messa del tutto a disposizione per straordinari e disponibilità a svolgere mansioni diverse rispetto a quelle per cui era stata assunta.
A questo punto ha fatto la sua comparsa un nuovo tipo di lagna da parte del padronato, la minaccia di tagli al personale o chiusura delle aziende per impossibilità a sostenere i costi della manodopera se questa non fosse stata resa più “flessibile”.
In questo contesto ogni iniziativa o agitazione dei lavoratori perdeva buona parte della sua forza.
L'entrata in vigore della liberticida Legge Biagi, lungi dal rivoluzionare al ribasso il mercato dei lavoratori, non ha fatto altro che sanzionare a posteriori il declassamento di questi ultimi allo status di semi-schiavi.
La tattica del divide et impera aveva avuto successo nel giro di pochissimi anni e quasi nessuno agli inizi del processo aveva capito dove si voleva andare a parare.
Il tutto senza contare che la stessa ricerca di lavoro, che un tempo era una questione sociale, per quanto sottovalutata, era stata mercificata a vantaggio di una nuova categoria di privati i quali oggi hanno le redini dei lavoratori nuovi o da reinserire e possono filtrarli secondo le finalità delle aziende in base alle capacità professionali sì, ma anche in base alla loro disponibilità a sottomettersi e allargare una volta di più il solco tra i lavoratori fissi e quelli precari a vantaggio del padronato.




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iango: .

