Avevo pensato, in un primo momento, di trattare l’argomento dal punto di vista letterario, quindi lo avevo introdotto in H-Demia, considerato però che la meditazione conseguente al ragionamento “centrale” del brano avrebbe condotto sulla china di una domanda che ognuno di noi si è posta almeno una volta nella vita, ho pensato di postare qui.
C'è un passo nel celeberrimo romanzo "I Fratelli Karamazov" di Dostoevskij, che molto spesso in questo periodo mi torna alla mente ed è il resoconto che Ivan (il più profondo dei personaggi intorno al quale ruota l'intera opera) fa al fratello Aleksej del "romanzo" che lui avrebbe scritto: La leggenda del grande Inquisitore.
La sintesi di questo racconto è davvero brillante, quantomeno per le intuizioni che si rivelano attuali anche durante il nostro terzo millennio. Cristo tornato sulla terra (in Spagna precisamente) si trova al cospetto della autorità del Grande Inquisitore, il quale dopo avere deliberatamente finto di non aver notato i miracoli compiuti innanzi ai suoi occhi dal figlio di Dio, rivolge a Lui una domanda "Perchè sei venuto a disturbarci?", domanda emblematica questa che rivela il sottostante intento persecutorio. Cristo sarà nuovamente crocifisso per essere tornato a "disturbare" i falsi equilibri di un Uomo sempre più inclinato verso se stesso, sempre più avvinghiato, abbarbicato alle uniche certezze che si è "fabbricato". Quindi Dostoevskij risalta il concetto della protervia umana pur vestita della porpora e della mitra.
Ciò che rende il pensiero Dostoevskijano peculiare in questo passo del romanzo è il merito di cui si fregia l’inquisitore, la eliminazione della intollerabile libertà dell’uomo. Un discorso sul libero arbitrio.
L’uomo insegue la felicità ma la sua libertà costituisce l’unico vero ostacolo al raggiungimento della piena soddisfazione. Essere libero, per l’uomo, è in perenne conflitto con l’aspirazione della felicità.
Il demonio aveva inviato numerosi segnali a Cristo in questo senso, le tentazioni a cui aveva opposto il Suo risoluto rifiuto perché voleva che gli uomini fossero liberi di amarlo non come schiavi riconoscenti di una Divinità che aveva concepito, nel Suo disegno, la realizzazione della felicità mediante lo sviluppo di schemi rigidi, ma in modo genuino. Liberamente appunto.
Cristo, che silenziosamente appare sulla scena, sembra quindi ricordare agli uomini che sono liberi.
Per l’inquisitore Cristo quindi getta scompiglio perché è venuto a “disturbare” l’incatenamento degli uomini praticato dalla Chiesa che invece vuole l’uomo soggiogato dal vincolo.
Gesù Cristo è quindi è un intralcio e deve morire ancora.
Dunque riflettiamo.
Io penso che chiunque si disponga a credere nel destino, ineluttabilmente neghi diritto di cittadinanza al libero arbitrio.
L’idea stessa di destino importa l’adesione ad un progetto, riguardo alla esistenza sotto questa nostra “forma”, elaborato da una Entità a noi esterna. Quel progetto, seguendo il ragionamento di Dostoevskij che per comodità facciamo nostro, è concepito dal Suo Architetto per consentire all’uomo il raggiungimento della felicità.
Tutto quindi è preordinato e soggiace ad uno schema nel quale l’uomo illusoriamente si muove in più o meno rigido. Nostro malgrado, dobbiamo escludere da questo discorso le variabili di questo “schema” altrimenti ci allontaneremmo dalla “traccia”.
Questo schema risponderebbe ad una legge finalizzata al raggiungimento della felicità.
Il libero arbitrio esclude la pianificazione della esistenza umana.
L’uomo è assolutamente libero di decidere e di scegliere e la felicità costituisce il “raccolto” della vita, non il corrispettivo della adesione individuale ad una sorte prestabilita.
Io propendo per questa seconda ipotesi.
Il libero arbitrio domina la nostra esistenza.
Questo archetipo però importa, quale diretta conseguenza, la diretta accettazione della idea di responsabilità.
Insomma il raggiungimento della felicità dipende esclusivamente da noi.




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