
Originariamente Scritto da
salvo.gerli
Il big bang a sinistra riduce in briciole il Pd
di Fabrizio Rondolino
Dopo le correnti in lotta e lo spettro della questione morale ora esplode anche la faida generazionale. E ai democratici rimane solo un ruolo secondario
di «
A mio credere è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!» «
Mi dispiace - disse la Civetta -
di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero».
E il Pd?
È vivo o morto un partito diviso in tribù e correnti, lacerato da conflitti intergenerazionali, senza un programma di governo, senza una seria politica delle alleanze, e senza un leader per Palazzo Chigi?
Due notizie apparse ieri danno la misura della crisi.
La prima, riportata in prima pagina da tutti i giornali, riguarda
Massimo D’Alema:
l’ex presidente del Consiglio risulta indagato per finanziamento illecito per via di quattro voli non pagati (secondo la difesa, tutto è già stato chiarito nel corso di un interrogatorio svoltosi due settimane fa).
La seconda notizia è apparsa soltanto sul Foglio:
un nutrito gruppo di trentenni del Pd, sconosciuti ai giornali e ai salotti televisivi, ha preparato un manifesto fortemente critico verso il «conservatorismo» del partito sulle pensioni, sul mercato del lavoro e sulla politica economica (e fa riflettere che quest’appello non trovi ospitalità su Repubblica o sull’Unità, ma sul quotidiano di Ferrara).
I T-Party democratici (dove «T» sta per trentenni) se la prendono anche con i «finti innovatori», con i giovani-vecchi «imbrigliati nella nostalgia di vecchi partiti che nemmeno hanno conosciuto», e con chi «usa il giovanilismo come una clava»:
l’allusione è ai quarantenni raccolti intorno a Bersani, e al corservatorismo che li opprime, ma anche ai «rottamatori», scissi nella corrente di Pippo Civati e in quella di Matteo Renzi.
Oltre allo scontro fra le diverse generazioni, nel Pd è esploso anche, violento, lo scontro in una stessa generazione.
Il fatto è che
mentre i giovani firmano manifesti e organizzano convegni,
i meno giovani continuano a menare le danze e qualche volta (politicamente) anche le mani, prigionieri di una coazione a ripetere che somiglia sempre più al teatrino dei pupi.
D’Alema e Veltroni hanno ricominciato a darsele,
la Bindi spara a chiunque passi a tre metri da lei, Fioroni ogni giorno annuncia la scissione, e Franceschini s’incupisce sempre più.
Il big bang è vicino: non quello simbolico che Renzi manderà in scena il prossimo weekend a Firenze, ma quello ben più realistico che discende dalla marginalità politica.
È infatti qui -
nella crescente marginalità - l’origine autentica della crisi del Pd:
che, dopo aver frettolosamente
archiviato la
«vocazione maggioritaria» e il riformismo, dapprima
ha rincorso Vendola e Di Pietro, e poi ne è rimasto prigioniero,
così contando sempre di meno e accrescendo ancor di più la propria subalternità.
Il risultato è che
a Milano c’è un sindaco di Sel,
a Napoli uno dell’Idv, in Molise il Pd è crollato al 9,8% e un’alleanza futura con l’Udc appare impraticabile.
Nel momento di massima crisi del berlusconismo, e con i sondaggi a favore delle opposizioni, il Pd è diventato il più vistoso paradosso politico italiano.
In questo quadro
non vanno sottovalutate le inchieste giudiziarie,
da Tedesco a Penati fino a D’Alema: sebbene siano casi molto diversi,
l’immagine del partito ne esce nel complesso disturbata e avvilita.
Anche in questo caso, il Pd è vittima delle proprie scelte.
La deriva giustizialista di questi anni, e l’idea secondo cui ogni avviso di garanzia è una condanna e i pm hanno sempre ragione, avranno pur infervorato l’armata antiberlusconiana, ma
oggi si ritorcono drammaticamente contro il Pd e i suoi dirigenti sotto inchiesta.
Il mostro della «questione morale», come nelle fiabe più terribili,
affonda i suoi artigli nel corpo del partito che l’ha creato.
Il big bang del Pd non è una buona notizia per la politica italiana:
caduto quest’ultimo, debole argine,
a sinistra non resterebbero che la Fiom, Vendola, Di Pietro e la Bindi: un accrocchio indigeribile (e ben poco affidabile) di populismo, assistenzialismo e giustizialismo.
La sinistra riformista e liberale, già oggi umiliata e dispersa, si troverebbe senza rappresentanza politica.
L’alternativa a Berlusconi diventerebbe un affare esclusivo del centrodestra, poiché una tale sinistra difficilmente potrebbe vincere e tantomeno governare.
La nuova Dc, se non la farà Bagnasco, rischia di farla l’esplosione del Pd.
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