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    Predefinito UNIFICAZIONE D’ITALIA: FU VERA GLORIA ?

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao


    UNIFICAZIONE D’ITALIA: FU VERA GLORIA ?

    DI FRANCO CARDINI


    La questione dell’unità d’Italia e di come il processo di unificazione nazionale venne condotto non può astrarre da due preliminari precisazioni. Primo: nella storia non c’è nulla di “necessario”, nulla di “determinato” , nulla che accade perché “era scritto”; e non esiste alcuna relazione tra ciò che si verifica e ciò che sarebbe giusto o ingiusto si verificasse. Secondo: una volta che qualcosa è divenuto realtà, è del tutto ozioso – storicamente parlando – discettare se sarebbe stato o no meglio che le cose fossero andate altrimenti. L’Italia unita è una realtà obiettiva da un secolo e mezzo. Avrebbe potuto non unirsi o unirsi secondo altri parametri e attraverso vicende diverse: le possibilità alternative erano molte, e a seconda delle proprie convinzioni politiche o religiose è del tutto legittimo ipotizzare che sarebbe stato meglio. Ma ciò resta un’ipotesi obiettivamente inverificabile.

    La storia si fa anche al condizionale, con i “se” e con i “ma”: perchè solo ponendosi correttamente le domande relative a quel che avrebbe potuto accedere se le cose fossero andate diversamente dalla realtà si comprende a fondo il valore di quel che davvero è accaduto. Ma il discorso storico deve attenersi rigorosamente all’accaduto autentico e sforzarsi di recuperarlo in tutti i suoi aspetti pur sapendo che ciò è impossibile. Per questo la storia perfetta sta soltanto nel futuro, ma il costruirla sul serio è pura utopia: del passato sapremo sempre di più (ma potremo anche dimenticarlo…): eppure, quel “di piu” non basterà mai.

    Ecco perché il racconto storico muta di continuo, anche se e quando i suoi ingredienti restano in apparenza gli stessi. Un secolo e mezzo fa, alla vigilia dell’unità d’Italia, si scrivevano opere sulla Lega lombarda del XII secolo nelle quali i fatti narrati erano ricostruiti quasi esattamente come ancor oggi vengono proposti, e i documenti relativi erano per la stragrande maggioranza già conosciuti e perfino editi: eppure, per lo studioso odierno un saggio di centocinquant’anni fa su questo o su qualunque altro argomento resta quasi illeggibile, e pressoché inutile almeno che non si stia lavorabndo sul piano della storia della storiografia. La storia è un continuo work in progress: non perché cambi quel che è accaduto nel passato, ma perchè mutano le nostre conoscenze e mutiamo noi. Pe tale ragione le polemiche contro il cosiddetto “revisionismo”, prima che errate e inutili e ridicole, sono sbagliate: la storia è per sua natura revisione dei giudizi storici precedenti, altrimenti non è nulla. La storia non assolve, non glorifica, non condanna: queste porcheriole sono solo frutto dell’ “uso (politico, o meglio demagogico) della storia”, non della storia. Essa non è un tribunale: suo ufficio è solo il comprendere, non nel senso del giustificare, ma in quello del capire “dal di dentro” e in profondo.

    Le polemiche sull’unificazione dell’Italia sono inutili, in quanto l’Italia è stata di fatto unificata. Avrebbe ben potuto non esserlo: e, quando lo è stato, ciò è avvenuto grazie al concorso di precisi presupposti e di non meno precise volontà individuali e comunitarie. Quando il principe di Metternich, al concilio di Vienna, proclamava che “l’Italia è un’espressione geografica”, aveva pienamente ragione: la “provincia” augustea d’Italia aveva un puro valore amministrativo-circoscrizionale e tanto il “regno d’Italia” d’origine carolingia annesso fin dal X secolo all’impero romano-germanico quanto quello fondato nel 1805 per volontà di Napoleone non corrispondevano né all’interezza della penisola italica, né ad alcuna “nazione italiana” fin lì esistente. La stessa lingua italiana non era ancora del tutto codificata e in realtà nessuno la parlava né la scriveva. La sostanza storica dell’Italia è profondamente policentrica, cioè regionale e municipale. Se la penisola avesse dovuto venir unificata coerentemente con la sua storia, ciò avrebbe dovuto avvenire rispettando la storia e i confini degli stati preesistenti: come accadde per la Germania nel 1870. Una soluzione federalista, con una presidenza papale oppure concordata tra Piemonte, Toscana e regno delle Due Sicilie.

    Questa era, fra l’altro, la proposta vincente del 1848: sia Gioberti, sia Cattaneo auspicavano in modi e forme differenti una soluzione del genere. Tra ’48 e ’59, tale soluzione sarebbe stata possibile: Austria e Inghilterra – interessate l’una al nord-est italico e all’Adriatico, l’altra alla Sicilia e ai suoi porti - erano pronte ad appoggiarla, con proposte che sarebbero state tra l’altro molto moderne ed avrebbero consentito di far giganteschi passi in avanti anche alla futura unione europea. E, chissà, perfino evitare l’insorgere del duello franco-tedesco nel continente e di quello anglo-tedesco sul mare, le due fondamentali ragioni (insieme con l’aspirazione russa a egemonizzare i Balcani e a raggiungere il Mediterraneo) della prima guerra mondiale.

    Ebbe la meglio invece una formula unitaria e centralistica, d’origine giacobina (ripresa da mazziniani e garibaldini) e cara solo a pochi dottrinari utopisti, qualcuno fanatico terrorista: ma tale formula consentiva a una potenza militare egemone, il regno di Sardegna-Piemonte, di annettersi la penisola. Ciò avvenne grazie all’assurda, quasi surreale convergenza tra la reazionaria e militarista monarchia piemontese - che si era arricchita e consolidata adottando una spregiudicata forma di liberal-liberismo e soprattutto espropriando negli Anni Cinquanta dell’Ottocento la Chiesa delle sue prerogative e dei suoi beni – e le forze “democratiche” e “rivoluzionarie” neogiacobine che accettarono di anteporre la causa dell’unità a quella del regime istituzionale del nuovo stato. A livello internazionale, il processo unitario venne promosso e tutelato fino al 1860 dalla Francia di Napoleone III, che aspirava all’egemonia mediterranea per svilupparvi i suoi sogni colonialistici (il progetto del Canale di Suez avrebbe portato la penisola italica a divenire il “molo mediterraneo” del traffico navale internazionale tra Atlantico e Oceano Indiano); ma la sconfitta dell’imperatore dei francesi a Sedan spinse il giovane regno ad appoggiarsi immediatamente al nuovo vincitore, l’impero germanico egemonizzato dalla luterana Prussia, il che tra l’altro rese più facile il completamente dell’unità con la presa di Roma, da mazziniani e garibaldini giudicata indispensabile (dopo la balla risorgimentale delle “libertà” italiane figlie del medioevo comunale, ecco la ballissima dell’Italia “figlia di Roma” e cinta dall’elmo di Scipio).

    Napoleone III, condizionato dall’opinione pubblica cattolica del suo paese, non avrebbe mai consentito alla cancellazione dello Stato della Chiesa. Le date sono eloquenti: il 1° settembre l’esercito francese fu battuto a Sedan; il 20 successivo le truppe italiane entravano a Roma. Questo si chiama sul serio – come direbbero gli inglesi – essere dei perfetti bandwagoners.

    Anche il resto è storia nota. Dopo la lunga serie di atti di terrorismo, di colpi di mano e di raids banditeschi che avevano caratterizzato la “liberazione” degli stati preunitari dai “tiranni” e la loro spontanea e plebiscitaria adesione al regno di Piemonte divenuto regno d’Italia, ecco la normalizzazione repressiva e spietata: la lotta al “brigantaggio”, gli efferati assassinii come quello di Bronte, l’espropriazione delle ricchezze dell’Italia meridionale per trarne capitali e forza-lavoro indispensabili al progresso industriale del nord, la nascita di una “questione meridionale” la responsabilità della quale si è poi cercato di addossare ai Borboni o ancora prima agli spagnoli, agli angioni, agli stessi Svevi (fino ad oggi non si è ancora trovato il coraggio di incolparne i normanni, i greci o gli arabi: ma non si sa mai…). Ci sarebbe voluta una seria riforma agraria: si preferì tollerare e perfino incoraggiare il doloroso fenomeno dell’emigrazione, pur di favorire i padroni vecchi e nuovi; gli stessi per tutelare i quali si permetteva al tristo Bava Beccaris di sparare con i cannoni ad alzo zero sugli operai.
    Sappiamo dove ci ha condotto tutto cio: alla prima guerra mondiale, al fascismo, all’irrisolta “questione meridionale”, alla corruzione che ha distrutto la Prima Repubblica. Non c’è da vantarsene. Ma è la nostra storia, quella dell’Italia divenuta nazione, quella di due guerre mondiali, del fallito tentativo di assurgere a potenza europea ma anche dell’affermazione di gloriose realizzazioni civili, sociali, giuridiche, scientifiche, tecnologiche, artistiche, culturali. L’Italia del Bel Canto, della “rivoluzione culturale” futurista, delle lettere e delle arti, dell’invenzione dell’industria turistica, del progresso segnato da nomi come quelli di Marconi e di Fermi, della moda, di una delle più prestigiose espressioni cinematografiche del mondo, degli “italiani fuori d’Italia” che hanno saputo diventar pilastro portante di grandi paesi come gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Australia. Possiamo buttar a mare questa preziosa, altissima eredità?

    Certamente no. Ma convincerci che essa è il risultato della nostra storia millenaria ch’è storia di regioni e di città, non già di un’antica “nazione” unitaria esistita solo in un triste mito politico, questo possiamo farlo. E alla luce di tale convinzione è legittimo, anzi sacrosanto, “rivedere” il Risorgimento. E magari perfino smetterla di chiamare il processo d’unità nazionale, con le sue luci e le sue molte ombre, con quel ridicolo, pomposo nome. Tra 1815 e 1918 non “risorse” proprio un bel niente. Si affermò, tra molte ambiguità e con parecchie brutte pagine, una nuova realtà istituzionale alla quale da più parti e con vari esiti si cercòo di attribuire una storia unitaria, proponendo “radici” e “identità” tutte parziali, tutte discutibili. Aveva ragione il vecchio Gramsci: la sostanza dell’Italia è locale e dialettale; se c’è una forza unificante delle sue tradizioni profonde essa è da ricercarsi nella Chiesa cattolica, nella sua disciplina territoriale e nei suoi riti. Non a caso, la scristianizzazione del paese ha ucciso irreparabilmente anche la sua cultura folklorica (anzi, le sue culture folkloriche).

    E allora, ha ragione la Lega? Senza aver “ragione”, essa avrebbe certamente molte “ragioni”. Ma, per approfondirle e fortificarle, dovrebbe liberarsi dal suo demagogismo bécero: dovrebbe piantarla con campanilismo e xenofobia e affrontare sul serio una rilettura storica della penisola italica come terra di successive stratificazioni etnoculturali, di centinaia di regioni storiche e di migliaia di città. Una penisola nella quale l’esser lombardo, o toscano, o siciliano (e magari milanese, o fiorentino, o palermitano) e sul serio piu importante di essere “italiano”; e nella quale d’altronde, in tempi di più ampie aggregazioni, esser tale ha un senso soltanto nella misura in cui si riesce a comporre l’italianità con l’europeicità e la mediterraneità.


    Fonte: Franco Cardini
    Muntzer il Sopravvissuto

  2. #2
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    Predefinito Rif: UNIFICAZIONE D’ITALIA: FU VERA GLORIA ?

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao



    Marx. Articolo per il New York Daily Tribune, 31 maggio 1856 LA STORIA DI CASA SAVOIA

    La storia di casa Savoia si può dividere in tre epoche: la prima in cui essa sorge e s'ingrandisce, assumendo una posizione equivoca tra Guelfi e Ghibellini, tra le repubbliche italiane e l'impero tedesco: la seconda in cui prospera passando dall'una all'altra parte nelle guerre tra Francia e Austria; e la recente in cui tenta di volgere a proprio vantaggio la lotta mondiale tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Nelle tre epoche, l'equivoco è l'asse costante attorno al quale evolve la sua politica, e come frutti immediati di questa politica appaiono risultati di proporzioni minime e di carattere ambiguo. Alla fine della prima epoca, simultaneamente con la formazione delle grandi monarchie europee, vediamo che casa Savoia costituisce una piccola monarchia. Alla fine della seconda epoca il Congresso di Vienna concede che le venga ceduta la Repubblica di Genova, mentre l'Austria inghiotte Venezia e la Lombardia, e la Santa Alleanza fa calcare la sua cappa di piombo su tutte le potenze secondarie, di qualunque specie esse fossero. Durante la terza epoca, finalmente il Piemonte ottiene il permesso di comparire alla Conferenza di Parigi, dove presenta un memorandum contro l'Austria e Napoli, dà saggi consigli al papa, riceve un amichevole colpetto sulle spalle da Orlov; dove le sue aspirazioni costituzionali sono incoraggiate dal coup d'état e i suoi sogni di supremazia italiana sono stimolati da quello stesso Palmerston che l'ha così felicemente tradita nel 1848 e nel 1849. è un'idea piuttosto assurda quella dei portavoce sardi che il costituzionalismo - della cui bancarotta le rivoluzioni del 1848-49 fecero risonare il continente europeo, dimostrandosi egualmente impotente contro le baionette delle corone e le barricate del popolo - questo stesso costituzionalismo stia non soltanto per celebrare la sua restitutio in integrum sulla scena piemontese, ma stia persino diventando un potere conquistatore. Questa idea può nascere soltanto nella testa dei grandi uomini di un piccolo Stato. Per ogni osservatore imparziale è un fatto indiscutibile che, con una grande monarchia in Francia, il Piemonte deve restare una piccola monarchia; che, con il dispotismo imperiale in Francia, il Piemonte è tutt'al più tollerato, e che, con una vera repubblica in Francia, la monarchia piemontese scomparirà e si dissolverà in una repubblica italiana. Sono invero le condizioni dalle quali dipende la sua esistenza che impediscono alla monarchia sarda di raggiungere i suoi fini ambiziosi. Essa può sostenere la parte di liberatrice dell'Italia soltanto in un'epoca in cui la rivoluzione ristagna in Europa, mentre la controrivoluzione domina suprema in Francia. In queste condizioni essa può pensare di prendere nelle sue mani le redini dell'Italia, in quanto è l'unico Stato italiano di tendenze progressive, con sovrani locali e con un esercito nazionale. Ma queste stesse condizioni la pongono tra la pressione della Francia imperiale da un lato e quella dell'Austria imperiale dall'altro. Nel caso di una seria tensione tra questi imperi vicini, la monarchia sarda deve diventare il satellite di uno di essi e il campo di battaglia di entrambi. Nel caso di una entente cordiale tra di essi, deve accontentarsi di una esistenza asmatica, di una mera tregua. Buttarsi sul partito rivoluzionario in Italia sarebbe un suicidio puro e semplice perché gli avvenimenti del 1848-49 hanno fugato le ultime illusioni circa la sua missione rivoluzionaria. Le speranze della casa Savoia sono così legate con lo status quo in Europa, e lo status quo in Europa le preclude ogni possibilità di estendersi nella penisola appenninica, assegnandole la modesta parte di un Belgio italiano. Nel loro tentativo di riprendere al Congresso di Parigi il giuoco del 1847, i plenipotenziari piemontesi potevano perciò offrire soltanto uno spettacolo assai pietoso. Ogni loro mossa sulla scacchiera diplomatica era uno scacco per loro stessi. Mentre protestavano violentemente contro l'occupazione austriaca dell'Italia centrale, dovevano limitarsi a blandi accenni sull'occupazione di Roma da parte della Francia; e mentre mormoravano contro la teocrazia del pontefice, dovevano prostrarsi davanti alle smorfie ipocrite del figlio primogenito della Chiesa. Dovevano rivolgersi a Clarendon, che aveva dato prova di una così tenera sollecitudine per l'Irlanda nel 1848, per dare lezioni d'umanità al re di Napoli; dovevano rivolgersi al carceriere di Caienna, Lambessa e Belleisle per aprire le prigioni di Milano, Napoli e Roma. Mentre si erigevano a campioni di libertà in Italia, si inchinavano servilmente davanti all'attentato contro la libertà di stampa perpetrato da Walewski in Belgio, e dichiaravano apertamente che "è difficile che possano sussistere buoni rapporti tra due nazioni, quando in una di esse esistono giornali che esprimono dottrine esagerate e conducono la guerra contro i governi vicini''. Avendo così motivato la loro stupida adesione alle dottrine bonapartiste, l'Austria immediatamente si volse contro di loro con l'imperiosa richiesta di far cessare e di reprimere la guerra condotta contro di lei dalla stampa piemontese. Nel momento in cui fingono di contrapporre la politica internazionale dei popoli alla politica internazionale dei paesi, i diplomatici piemontesi plaudono a un trattato che riallaccia quei vincoli di amicizia che esistono da secoli tra la casa Savoia e la famiglia Romanov. Mentre sono incoraggiati a dar corso alla loro libera eloquenza davanti ai plenipotenziari della vecchia Europa, essi debbono tollerare di essere sdegnosamente trattati dall'Austria come una potenza di second'ordine, non autorizzata a discutere le questioni di primo piano. Mentre essi gustano l'immensa soddisfazione di stendere un memorandum, l'Austria può, senza che nessuno vi si opponga, stendere un esercito lungo tutta la linea di frontiera sarda, dal Po alla sommità degli Appennini, occupare Parma, fortificare Piacenza, nonostante il trattato di Vienna, e spiegare le sue forze sulla costa adriatica da Ferrara e Bologna fino ad Ancona. Sette giorni dopo che queste lamentele erano state esposte davanti al Congresso, il 15 aprile, veniva firmato un trattato speciale, tra la Francia e l'Inghilterra da una parte e l'Austria dall'altra, comprovante fino all'evidenza il danno che il memorandum aveva inflitto all'Austria. Tale era, al Congresso di Parigi, la posizione dei degni rappresentanti di quel Vittorio Emanuele che, dopo l'abdicazione del padre e la perdita della battaglia di Novara, andò sotto gli occhi del suo esercito esasperato, ad abbracciare Radetzky, il vendicativo nemico di Carlo Alberto. Il Piemonte, se non è cieco di proposito, deve essersi ormai accorto di essere stato gabbato dalla pace, come è stato gabbato dalla guerra. Bonaparte può servirsene per intorbidare le acque in Italia con lo scopo di pescare corone nel fango. La Russia può dare un colpetto sulle spalle della piccola Sardegna, con l'intenzione di allarmare l'Austria nel sud per indebolirla nel nord. Palmerston può, per scopi noti a lui solo, ripetere la commedia del 1847, senza neanche darsi la pena di intonare la vecchia canzone su un motivo nuovo. Alle potenze estere il Piemonte serve soltanto per cavar le castagne dal fuoco. In quanto ai discorsi del Parlamento britannico, il signor Brofferio ha detto alla Camera sarda dei deputati, di cui è membro, "che essi non sono mai stati oracoli delfici, ma sempre trofoniani''. Egli commette il solo errore di scambiare gli echi per oracoli. L'intermezzo piemontese considerato in sé presenta un solo interesse, quello di vedere ancora una volta frustrata la politica voltafaccia tradizionale di casa Savoia e frustrati i suoi rinnovati tentativi di fare della questione italiana il puntello dei suoi intrighi dinastici. Esiste però un altro e più importante punto di vista, trascurato di proposito dalla stampa inglese e francese, ma sottolineato con particolare cura dai plenipotenziari sardi nel loro famoso memorandum che abbiamo copiato ieri l'altro. L'atteggiamento ostile dell'Austria, giustificato dalla posizione presa a Parigi dai plenipotenziari sardi, "obbliga la Sardegna a rimanere armata e adottare misure difensive estremamente onerose per le sue finanze, già gravate in conseguenza degli eventi del 1848 e 1849 e della guerra a cui essa ha preso parte''. Ma questo non è tutto. "L'agitazione popolare, dice il memorandum sardo, sembra essersi acquetata negli ultimi tempi. Gli italiani, vedendo uno dei loro principi nazionali alleato con le grandi potenze occidentali... hanno concepito la speranza che la pace non sarà fatta prima che un certo sollievo non sia stato apportato ai loro mali. Questa speranza li ha resi calmi e rassegnati, ma quando conosceranno i risultati negativi del Congresso di Parigi, quando sapranno che l'Austria, nonostante i buoni uffici e l'intervento benevolo della Francia e dell'Inghilterra, si è opposta ad ogni discussione... non c'è dubbio che l'irritazione che è stata sopita per il momento, si ridesterà più veemente che mai. Convinti di non aver più nulla a sperare dalla diplomazia, essi si rigetteranno con l'ardore meridionale nei ranghi del partito rivoluzionario e sovversivo, e l'Italia ritornerà un focolare ardente di cospirazioni e di disordini che si comprimeranno forse con un raddoppiamento di rigore, ma che la minima commozione europea farà scoppiare nel modo più violento. Il risveglio delle passioni rivoluzionarie in tutte le contrade vicine al Piemonte, per effetto di cause di natura tale da eccitare le più vive simpatie popolari, espone il governo saldo a pericoli di una eccessiva gravità''. Questo è il nocciolo della questione. Durante la guerra, la ricca borghesia lombarda si era, per così dire, spolmonata nella vana speranza di conquistarsi, a guerra conclusa, e grazie all'azione diplomatica e sotto gli auspici della casa Savoia, l'emancipazione nazionale o le libertà civili senza la necessità di dover passare a guado il Mar Rosso della rivoluzione, e senza dover fare ai contadini e ai proletari quelle concessioni che dopo l'esperienza del 1848-49, com'essa ben sapeva, erano divenute inseparabili da ogni movimento popolare. Tuttavia le sue epicuree speranze si sono dileguate. Gli unici risultati tangibili della guerra, almeno gli unici che un occhio italiano possa cogliere, sono i vantaggi materiali e politici posseduti dall'Austria: un nuovo consolidamento di quell'odiata potenza assicurato dalla collaborazione di un cosiddetto indipendente Stato italiano. I costituzionalisti del Piemonte avevano nuovamente il gioco nelle loro mani: l'hanno perduto di nuovo e di nuovo sono accusati di venir meno alla loro missione, così chiassosamente proclamata, di guidare l'Italia. Essi saranno chiamati a rendere conto con il loro stesso esercito. Di nuovo la borghesia è obbligata a gettarsi sulle aspirazioni del popolo e a identificare l'emancipazione nazionale con il rinnovamento sociale. L'incubo piemontese è dissipato, l'incanto diplomatico è rotto e il cuore vulcanico dell'Italia rivoluzionaria ha ripreso a battere.
    Muntzer il Sopravvissuto

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
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    UNIFICAZIONE D’ITALIA: FU VERA GLORIA ?

    DI FRANCO CARDINI


    La questione dell’unità d’Italia e di come il processo di unificazione nazionale venne condotto non può astrarre da due preliminari precisazioni. Primo: nella storia non c’è nulla di “necessario”, nulla di “determinato” , nulla che accade perché “era scritto”; e non esiste alcuna relazione tra ciò che si verifica e ciò che sarebbe giusto o ingiusto si verificasse. Secondo: una volta che qualcosa è divenuto realtà, è del tutto ozioso – storicamente parlando – discettare se sarebbe stato o no meglio che le cose fossero andate altrimenti. L’Italia unita è una realtà obiettiva da un secolo e mezzo. Avrebbe potuto non unirsi o unirsi secondo altri parametri e attraverso vicende diverse: le possibilità alternative erano molte, e a seconda delle proprie convinzioni politiche o religiose è del tutto legittimo ipotizzare che sarebbe stato meglio. Ma ciò resta un’ipotesi obiettivamente inverificabile.

    La storia si fa anche al condizionale, con i “se” e con i “ma”: perchè solo ponendosi correttamente le domande relative a quel che avrebbe potuto accedere se le cose fossero andate diversamente dalla realtà si comprende a fondo il valore di quel che davvero è accaduto. Ma il discorso storico deve attenersi rigorosamente all’accaduto autentico e sforzarsi di recuperarlo in tutti i suoi aspetti pur sapendo che ciò è impossibile. Per questo la storia perfetta sta soltanto nel futuro, ma il costruirla sul serio è pura utopia: del passato sapremo sempre di più (ma potremo anche dimenticarlo…): eppure, quel “di piu” non basterà mai.

    Ecco perché il racconto storico muta di continuo, anche se e quando i suoi ingredienti restano in apparenza gli stessi. Un secolo e mezzo fa, alla vigilia dell’unità d’Italia, si scrivevano opere sulla Lega lombarda del XII secolo nelle quali i fatti narrati erano ricostruiti quasi esattamente come ancor oggi vengono proposti, e i documenti relativi erano per la stragrande maggioranza già conosciuti e perfino editi: eppure, per lo studioso odierno un saggio di centocinquant’anni fa su questo o su qualunque altro argomento resta quasi illeggibile, e pressoché inutile almeno che non si stia lavorabndo sul piano della storia della storiografia. La storia è un continuo work in progress: non perché cambi quel che è accaduto nel passato, ma perchè mutano le nostre conoscenze e mutiamo noi. Pe tale ragione le polemiche contro il cosiddetto “revisionismo”, prima che errate e inutili e ridicole, sono sbagliate: la storia è per sua natura revisione dei giudizi storici precedenti, altrimenti non è nulla. La storia non assolve, non glorifica, non condanna: queste porcheriole sono solo frutto dell’ “uso (politico, o meglio demagogico) della storia”, non della storia. Essa non è un tribunale: suo ufficio è solo il comprendere, non nel senso del giustificare, ma in quello del capire “dal di dentro” e in profondo.

    Le polemiche sull’unificazione dell’Italia sono inutili, in quanto l’Italia è stata di fatto unificata. Avrebbe ben potuto non esserlo: e, quando lo è stato, ciò è avvenuto grazie al concorso di precisi presupposti e di non meno precise volontà individuali e comunitarie. Quando il principe di Metternich, al concilio di Vienna, proclamava che “l’Italia è un’espressione geografica”, aveva pienamente ragione: la “provincia” augustea d’Italia aveva un puro valore amministrativo-circoscrizionale e tanto il “regno d’Italia” d’origine carolingia annesso fin dal X secolo all’impero romano-germanico quanto quello fondato nel 1805 per volontà di Napoleone non corrispondevano né all’interezza della penisola italica, né ad alcuna “nazione italiana” fin lì esistente. La stessa lingua italiana non era ancora del tutto codificata e in realtà nessuno la parlava né la scriveva. La sostanza storica dell’Italia è profondamente policentrica, cioè regionale e municipale. Se la penisola avesse dovuto venir unificata coerentemente con la sua storia, ciò avrebbe dovuto avvenire rispettando la storia e i confini degli stati preesistenti: come accadde per la Germania nel 1870. Una soluzione federalista, con una presidenza papale oppure concordata tra Piemonte, Toscana e regno delle Due Sicilie.

    Questa era, fra l’altro, la proposta vincente del 1848: sia Gioberti, sia Cattaneo auspicavano in modi e forme differenti una soluzione del genere. Tra ’48 e ’59, tale soluzione sarebbe stata possibile: Austria e Inghilterra – interessate l’una al nord-est italico e all’Adriatico, l’altra alla Sicilia e ai suoi porti - erano pronte ad appoggiarla, con proposte che sarebbero state tra l’altro molto moderne ed avrebbero consentito di far giganteschi passi in avanti anche alla futura unione europea. E, chissà, perfino evitare l’insorgere del duello franco-tedesco nel continente e di quello anglo-tedesco sul mare, le due fondamentali ragioni (insieme con l’aspirazione russa a egemonizzare i Balcani e a raggiungere il Mediterraneo) della prima guerra mondiale.

    Ebbe la meglio invece una formula unitaria e centralistica, d’origine giacobina (ripresa da mazziniani e garibaldini) e cara solo a pochi dottrinari utopisti, qualcuno fanatico terrorista: ma tale formula consentiva a una potenza militare egemone, il regno di Sardegna-Piemonte, di annettersi la penisola. Ciò avvenne grazie all’assurda, quasi surreale convergenza tra la reazionaria e militarista monarchia piemontese - che si era arricchita e consolidata adottando una spregiudicata forma di liberal-liberismo e soprattutto espropriando negli Anni Cinquanta dell’Ottocento la Chiesa delle sue prerogative e dei suoi beni – e le forze “democratiche” e “rivoluzionarie” neogiacobine che accettarono di anteporre la causa dell’unità a quella del regime istituzionale del nuovo stato. A livello internazionale, il processo unitario venne promosso e tutelato fino al 1860 dalla Francia di Napoleone III, che aspirava all’egemonia mediterranea per svilupparvi i suoi sogni colonialistici (il progetto del Canale di Suez avrebbe portato la penisola italica a divenire il “molo mediterraneo” del traffico navale internazionale tra Atlantico e Oceano Indiano); ma la sconfitta dell’imperatore dei francesi a Sedan spinse il giovane regno ad appoggiarsi immediatamente al nuovo vincitore, l’impero germanico egemonizzato dalla luterana Prussia, il che tra l’altro rese più facile il completamente dell’unità con la presa di Roma, da mazziniani e garibaldini giudicata indispensabile (dopo la balla risorgimentale delle “libertà” italiane figlie del medioevo comunale, ecco la ballissima dell’Italia “figlia di Roma” e cinta dall’elmo di Scipio).

    Napoleone III, condizionato dall’opinione pubblica cattolica del suo paese, non avrebbe mai consentito alla cancellazione dello Stato della Chiesa. Le date sono eloquenti: il 1° settembre l’esercito francese fu battuto a Sedan; il 20 successivo le truppe italiane entravano a Roma. Questo si chiama sul serio – come direbbero gli inglesi – essere dei perfetti bandwagoners.

    Anche il resto è storia nota. Dopo la lunga serie di atti di terrorismo, di colpi di mano e di raids banditeschi che avevano caratterizzato la “liberazione” degli stati preunitari dai “tiranni” e la loro spontanea e plebiscitaria adesione al regno di Piemonte divenuto regno d’Italia, ecco la normalizzazione repressiva e spietata: la lotta al “brigantaggio”, gli efferati assassinii come quello di Bronte, l’espropriazione delle ricchezze dell’Italia meridionale per trarne capitali e forza-lavoro indispensabili al progresso industriale del nord, la nascita di una “questione meridionale” la responsabilità della quale si è poi cercato di addossare ai Borboni o ancora prima agli spagnoli, agli angioni, agli stessi Svevi (fino ad oggi non si è ancora trovato il coraggio di incolparne i normanni, i greci o gli arabi: ma non si sa mai…). Ci sarebbe voluta una seria riforma agraria: si preferì tollerare e perfino incoraggiare il doloroso fenomeno dell’emigrazione, pur di favorire i padroni vecchi e nuovi; gli stessi per tutelare i quali si permetteva al tristo Bava Beccaris di sparare con i cannoni ad alzo zero sugli operai.
    Sappiamo dove ci ha condotto tutto cio: alla prima guerra mondiale, al fascismo, all’irrisolta “questione meridionale”, alla corruzione che ha distrutto la Prima Repubblica. Non c’è da vantarsene. Ma è la nostra storia, quella dell’Italia divenuta nazione, quella di due guerre mondiali, del fallito tentativo di assurgere a potenza europea ma anche dell’affermazione di gloriose realizzazioni civili, sociali, giuridiche, scientifiche, tecnologiche, artistiche, culturali. L’Italia del Bel Canto, della “rivoluzione culturale” futurista, delle lettere e delle arti, dell’invenzione dell’industria turistica, del progresso segnato da nomi come quelli di Marconi e di Fermi, della moda, di una delle più prestigiose espressioni cinematografiche del mondo, degli “italiani fuori d’Italia” che hanno saputo diventar pilastro portante di grandi paesi come gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Australia. Possiamo buttar a mare questa preziosa, altissima eredità?

    Certamente no. Ma convincerci che essa è il risultato della nostra storia millenaria ch’è storia di regioni e di città, non già di un’antica “nazione” unitaria esistita solo in un triste mito politico, questo possiamo farlo. E alla luce di tale convinzione è legittimo, anzi sacrosanto, “rivedere” il Risorgimento. E magari perfino smetterla di chiamare il processo d’unità nazionale, con le sue luci e le sue molte ombre, con quel ridicolo, pomposo nome. Tra 1815 e 1918 non “risorse” proprio un bel niente. Si affermò, tra molte ambiguità e con parecchie brutte pagine, una nuova realtà istituzionale alla quale da più parti e con vari esiti si cercòo di attribuire una storia unitaria, proponendo “radici” e “identità” tutte parziali, tutte discutibili. Aveva ragione il vecchio Gramsci: la sostanza dell’Italia è locale e dialettale; se c’è una forza unificante delle sue tradizioni profonde essa è da ricercarsi nella Chiesa cattolica, nella sua disciplina territoriale e nei suoi riti. Non a caso, la scristianizzazione del paese ha ucciso irreparabilmente anche la sua cultura folklorica (anzi, le sue culture folkloriche).

    E allora, ha ragione la Lega? Senza aver “ragione”, essa avrebbe certamente molte “ragioni”. Ma, per approfondirle e fortificarle, dovrebbe liberarsi dal suo demagogismo bécero: dovrebbe piantarla con campanilismo e xenofobia e affrontare sul serio una rilettura storica della penisola italica come terra di successive stratificazioni etnoculturali, di centinaia di regioni storiche e di migliaia di città. Una penisola nella quale l’esser lombardo, o toscano, o siciliano (e magari milanese, o fiorentino, o palermitano) e sul serio piu importante di essere “italiano”; e nella quale d’altronde, in tempi di più ampie aggregazioni, esser tale ha un senso soltanto nella misura in cui si riesce a comporre l’italianità con l’europeicità e la mediterraneità.


    Fonte: Franco Cardini
    cardini è un grande storico e da lui c'è sempre da imparare (e questo articolo lo conferma) però non è un "cuor di leone" e certe domande ("possiamo buttare a mare l'italia unita"?) può solo formularle in chiave retorica. domande che però, stante le premesse da lui formulate con la consueta bravura, sorgono non solo spontanee ma ineluttabili.

 

 

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