Atene vota sul cuore dell'accordo
Papandreou è sicuro di vincere
e intanto stana i ribelli del suo partito e fa emergere
le contraddizioni dell'opposizione
TONIA MASTROBUONI
«Noi non abbiamo paura della democrazia»: mentre stava per imbarcarsi su un aereo da Atene con destinazione Cannes uno dei più stretti collaboratori di George Papandreou tentava stamane di spiegare la decisione del premier greco di indire un referendum sull'accordo europeo. Effettivamente il ricorso al plebiscito ha un valore simbolico forte per i greci: l'ultima volta fu nel 1974, quando la maggioranza votò per abolire la monarchia e mandare la famiglia reale in esilio, a conclusione della terrificante dittatura dei colonnelli. Tra l'altro, la decisione del premier di azzerare ieri i vertici delle Forze armate fa venire i brividi e alimenta il sospetto che Papandreou abbia colto un sinistro tininnar di sciabole, nell'ex dittatura militare. Ma su questo la fonte si limita a dire «sono costretto a dirle che non c'entra nulla con la situazione attuale». E qualche giornale greco lo accusa stamane di cinismo, per questo.
In ogni caso Papandreou - che a quanto pare aveva tenuto all'oscuro dell'annuncio addirittura il vicepremier e ministro delle Finanze Venizelos - è convinto di vincere il referendum. Il quesito, su cui grava incredibilmente ancora un mistero, tanto che nella riunione governativa d'emergenza ad Atene di ieri sera l'ex commissaria europea e attuale ministro dell'Istruzione Anna Diamantopulou pare abbia insistito molto per conoscerne il contenuto, dovrebbe concentrarsi «soprattutto sulla ristrutturazione al 50 per cento delle banche», cioè sul cuore dell'accordo del vertice europeo della scorsa settimana.
Un modo, nella testa del primo ministro, per ricompattare il Pasok e stanare l'opposizione. Il gesto del premier è insomma una mossa per uscire dal cul de sac in cui lo hanno spinto entrambi. Anzitutto, il Pasok perde pezzi. Sei deputati minacciano da giorni di non votare la fiducia al governo già venerdì, il che significherebbe perdere la maggioranza che piomberebbe sotto quota 150 deputati su 300. E una parlamentare, Milena Apostolaki, ha già cambiato casacca ieri migrando dal partito di Papandreou al gruppo misto.
Ma il caso più scandaloso è il maggiore partito di opposizione, la Nea Demokratia di Samaras che non a caso parla oggi di «referendum-ricatto». Ma sostiene la fonte che il referendum serve anche a mettere in evidenza le contraddizioni dell'estrema sinistra: «quanto chiameremo i greci a votare sulla ristrutturazione delle banche, in sostanza sulla loro parziale nazionalizzazione, voglio proprio vedere come reagirà la sinistra radicale che tanto sbraita in Parlamento». Soprattutto, confida, il quesito sarà l'opportunità di «spiegare al nostro popolo che non c'è alternativa a questa svolta epocale che Papandreou sta cercando di imprimere al Paese. L'alternativa sono le elezioni». Cioè, il default, visto dalle altre capitali europee. Ma come commenta l'esperto di politiche europee, l'economista del College of Bruges Paolo Guerrieri, «per i greci temo che sarà irrilevante il contenuto del referendum: si sentiranno come i tacchini chiamati a votare a favore del Natale».
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