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  1. #1
    AnarcoLiberale ''egoista'
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    Predefinito Lo stato mamma e papà...

    http://www.movimentolibertario.it/ho...d=138&fn_cid=4

    Buona lettura,


    (di Domenico Letizia)

    Non ritengo che per un libertario esista una scaletta di valori di libertà, la libertà è fondamentale in tutti i campi del vivere e dell’agire umano. Ma se c’è qualcosa che fa arrabbiare un libertario più del normale è quando lo stato vuole divenire la tua guida che ti vuole bene e ti protegge. Questa è la minaccia più assurda di tutte, lo stato come mamma e papà, eppure in Italia è avvenuto un qualcosa, a mio avviso, molto grave e che pochi , a dir la verità, hanno notato. Il Ministero della Sanità non esiste più proprio come terminologia, ora c’è il Ministero della SALUTE, non voglio discutere di questioni economiche, ma di terminologia perché ammettere l’esistenza di un ministero della salute è ammettere che esiste un “etica di comportamenti”, etica di “stato” giusta quindi chi non segue questa etica è in sbaglio contro la giusta scelta di mamma e papà stato.

    Questa intrusione dello stato nella vita dei privati cittadini è grave, perché creare un ministero della salute (e lo ripeto) significa che esiste un catalogo di cose che son giuste e altre che non lo sono per il proprio e intimo corpo. Tutto ciò è ovviamente antilibertario, Lysander Spooner diceva: “I Vizi non sono crimini”: invece lo sono se si giustifica queste politiche, il fattore davvero grave è che lo stato attraverso una massiccia proibizione sta facendo passare questo messaggio proprio culturalmente e demagogicamente andando contro anche i più semplici principi della filosofia liberale.

    Attenzione, potremmo trovarci tra qualche anno a non poter fumare tali sigarette o tabacco, a non poter bere un po’ di buona grappa o a non poter far del piacevole sesso quando vogliamo noi, per non infrangere il Codice della “Salute Pubblica” redatto per noi dal giusto e saggio super-padre Stato.

    http://brigantilibertari.blogspot.com/

  2. #2
    AnarcoLiberale ''egoista'
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    Predefinito Mercato, proprietà, anarchia

    Mercato, proprietà, anarchia
    di Pietro Adamo

    Alle critiche di Carlo Oliva sullo scorso numero, Pietro Adamo replica spiegando perché, a suo avviso, l’anarchismo non possa non essere "liberale".

    Negli ultimi tempi mi capita spesso di essere corteggiato. Non solo per le mie (palesemente straordinarie) virtù psicofisiche: mi capita di essere corteggiato perché dichiaratamente anarchico. L’esperienza è nuova. Da destra e da sinistra, da laici e meno laici, da accademici e movimenti undeground, mi giungono segnali di stima e di apprezzamento. Viviamo in tempi di sdoganamento (perlomeno culturale). La caduta dei regimi del socialismo reale ha apparentemente potenziato tutte le tradizioni a sinistra marginalizzate e criminalizzate nel corso del secolo. Mi pare di assistere a una specie di corsa all’anarchia (e all’altro esempio di purezza quasi "incontaminata" a sinistra, il socialismo libertario): le riviste del liberismo ultrà, i quotidiani moderati, gli organi degli ex partiti della sinistra marxista, i movimenti ecologisti e affini, gli ex campioni pentiti della "rivoluzione comunista", fanno quasi a gara per appropriarsi di qualche pezzo del pensiero anarchico, reclamandone l’affinità con i propri paradigmi.
    Il buon Carlo Oliva, colonna di "A" da molti anni, mi accusa però di compiere un’operazione di sdoganamento di segno inverso, ovvero di tentare - alla pari con D’Alema & Co. - di legittimare una particolare filosofia politica- nel mio caso l’anarchismo - con il ricorso al tema dell’ "eredità liberale". In parte ha ragione. Ma prima di avventurarmi in una risposta specifica agli addebiti del compagno Oliva, che grosso modo mi imputa, con la mia apologia dell’ethos liberale, di fare il gioco dei berlusconiani, voglio precisare il senso del lessico che ho usato e delle relazioni dell’anarchismo con termini (civiltà liberale, mercato, proprietà privata) che sembrano suscitare in alcuni un’avversione viscerale incontrollata.
    Se si parla in pubblico di "civiltà" o ethos liberale si può essere certi di evocare una precisa serie di immagini: il neoliberismo rampante, le imprese del duo Reagan/Thatcher, i licenziamenti di massa nelle industrie del Nord del mondo, i bambini dell’estremo Oriente intenti a cucire Nikes per un tozzo di pane, e così via. Ma dal mio punto di vista il termine ha tutt’altra accezione. Per "ethos liberale" io intendo la lotta condotta nel corso dell’età moderna e contemporanea contro le nozioni di assolutismo, autocrazia, gerarchia, privilegio, in nome degli ideali collegati alla libertà individuale e ai diritti umani. Certo, si è trattato di uno sforzo prodotto in buona parte da quei ceti e quei gruppi sociali che lottavano per la propria autoaffermazione (i "borghesi", direbbe probabilmente Carlo), ma interpretare in un ristretto senso classista il fenomeno significherebbe trascurarne proprio l’istanza centrale, la ricerca della liberazione individuale e collettiva. Nel travaglio della modernizzazione i gruppi subalterni si sono spesso impadroniti delle parole d’ordine delle libertà "liberali", riplasmandole secondo fini ed esigenze proprie. In molti momenti (rivoluzionari o meno) si colgono slittamenti di discorso che puntano ad ampliare la sfera delle libertà, universalizzandone i fondamenti ispiratori e applicandoli a ogni ambito dell’azione umana. E protagonisti di questo "slittamento" sono spesso uomini e donne appartenenti ai ceti più infimi, che rivendicano non solo la libertà di religione o di stampa, ma quella di associazione, quella sessuale, quella economica, sino a postulare un generale ridisegnamento della società sulla base del principio della libera sperimentazione


    Contro il totalitarismo

    Di questo ethos è figlio l’anarchismo. Anzi, per certi versi, solo l’anarchismo ha dato dignità sistematica di pensiero a queste tendenze della civiltà liberale. E se il liberalismo è divenuto, nel corso dei secoli, essenzialmente una giustificazione dello status quo, ciò non ne pregiudica affatto le potenzialità rivoluzionarie. "Nell’epoca eroica della filosofia liberale, che si estese gradualmente sulla religione, la scienza, l’economia e la politica, dal Cinquecento al Settecento, i liberali stavano dicendo più o meno ciò che dico io", ha ammesso Paul Goodman, lamentando la successiva "catastrofe" della tradizione: "Ed è per questo", ha concluso, "che oggi, dopo l’Ottocento, alcuni di noi liberali hanno scelto di definirsi anarchici".1
    Entro questo ethos troviamo però sia il mercato sia la proprietà privata. Ora, per capire come questi due "orrori" siano non solo integrabili in una società libertaria, ma non possano non costituirne parte essenziale, è necessario a mio parere uno sguardo all’esperienza del Novecento che non si fermi agli effetti pratici recenti del neoliberismo. Il fenomeno del totalitarismo, sia nei suoi aspetti di determinazione della vita quotidiana, come nei casi classici del fascismo e del comunismo, sia in quella tendenza all’irregimentazione culturale del dissenso che abbiamo imparato a distinguere nel concreto funzionamento delle società occidentali del tardo ventesimo secolo, ci ha insegnato alcune lezioni cui non possiamo rinunciare, ovvero che in un qualsiasi sistema sociale la misura della libertà è proporzionale alla facoltà di scelta, e che l’accentramento delle funzioni economiche e politiche restringe necessariamente questa misura. Il processo opposto, che incarna al meglio il progetto libertario, è costruito sulla tesi di un generale decentramento di queste stesse opzioni. Ma, se non si ipotizza una qualche forma di unità centrale che pianifichi e disponga dell’allocazione delle risorse, cosa che probabilmente riprodurrebbe la logica totalitaria, non ci resta che - se sposiamo sino in fondo le implicazioni del principio della libera sperimentazione - affidarci al libero e spontaneo gioco delle interazioni tra comunità e comunità e tra individuo e individuo. Io chiamo "mercato" il quadro entro cui si situa questa rete di rapporti, un quadro che a mio parere dovrebbe essere caratterizzato dalla più o meno intuitiva correlazione tra domanda/offerta e libero adattamento delle risorse umane.
    La differenza tra il "libero mercato" capitalistico del tardo ventesimo secolo e questa ipotetica "società di mercato" libertaria sta proprio nella cornice di sfondo: laddove il "mercato" berlusconiano è concepito, un po’ religiosamente, all’interno di una fede assoluta nelle sue capacità di autoregolarsi per vie esclusivamente economiche (intese nel ristretto senso di "finanziarie"), il "mercato" libertario dovrebbe essere inteso come uno dei prodotti di una logica e di un immaginario sganciati dal nesso economia/dominio, ovvero come il risultato di un libero gioco nel quale entrino anche considerazioni culturali e sociali, che potrebbero prendere l’aspetto di decisioni individuali e di decisioni collettive, comunitarie e transcomunitarie. Sia ben chiaro: non sto dicendo che alla comunità (qualsiasi forma essa assuma nel concreto) spetti il controllo della vita economica, ma che la comunità e l’individuo dovrebbero essere in grado di partecipare al complesso delle interazioni socioeconomiche ciascuno apportando i suoi specifici valori, etici, sessuali, religiosi o altro, in un "libero gioco" che presupponga la costante ricerca di un punto di equilibrio, raggiungibile però solo in via (consapevolmente) provvisoria.
    All’interno di questo "mercato" libertario, la proprietà assume a mio parere una funzione importante. Troppo spesso si crede che lo slogan proudhoniano "la proprietà è un furto" corrisponda all’apologia anarchica del comunismo (come mi pare pensi il mio interlocutore Oliva). Di fatto Proudhon chiude il suo libello del 1840 con un violentissimo attacco al comunismo, che accusa di violare "l’autonomia della coscienza e l’eguaglianza". Il suo ideale è fondato prima "sull’eguaglianza delle condizioni, cioè dei mezzi, non sull’eguaglianza del benessere, la quale a parità di mezzi dev’essere opera del lavoratore", e poi - sorpresa, sorpresa - sul "possesso individuale", unica "condizione della vita sociale", e infine, sulla "libera associazione, la libertà, che si limita a mantenere l’eguaglianza nei mezzi di produzione e l’equivalenza negli scambi", fondamenti della "sola forma di società possibile". In un trattato più tardo, giunse a ridefinire il ruolo della proprietà nella società libera come "uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia e di ordine"2 .
    Ho citato proprio Proudhon, noto appunto come inventore del sopra citato slogan, per dimostrare che le opinioni anarchiche sulla proprietà sono ben lontane dall’appiattirsi su una sua banale negazione. Se è vero che buona parte dei libertari del tardo Ottocento ha accettato la logica del comunismo, è altrettanto vero che altre tendenze del movimento - degnamente rappresentate dallo stesso Proudhon, per esempio - hanno colto con perspicacia maggiore il pericolo totalitario insito nell’idea di una società senza proprietari, in cui l’unico vero "proprietario" sia lo stato, la comunità o altro ente adeguato.


    Mercato e anarchia

    E dopo l’esperienza del primo Novecento molti teorici dell’anarchismo hanno recuperato l’idea del "possesso" come sbarramento alla formazione (o alla riformazione) dei meccanismi della coercizione statuale, da un lato inserendola nella cornice della sopra citata "società di mercato" libertaria fondata sull’interazione individuo/comunità (che per certi versi implica una costante risindacazione dei diritti di proprietà concreti), dall’altro valorizzandone le istanze associative legate al suo possibile (e forse desiderabile) statuto collettivo.
    Credo che questo quadro costituisca uno dei punti di riferimento più significativi di alcune delle più potenti elaborazioni degli esponenti dell’anarchismo post-classico. Il riferimento può essere immediato nel caso di Camillo Berneri, autodefinitosi "liberista", che si dichiarò favorevole alla "libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali"3 . O nel caso di Colin Ward, la cui prospettiva gradualista, decentralista e federalista sembra presupporre, come fondamento della generalizzazione della sperimentazione anarchica, una "società di mercato" libertaria.
    Può essere più sfumato e problematico nel caso di Luce Fabbri, che ha più volte riaffermato la propria fedeltà al modello socialista nei termini della "proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio"; tuttavia la sua ripetuta insistenza sull’ "associazione che moltiplica ed estende sino ai limiti dell’universo conosciuto le possibilità e le irradiazioni dell’azione individuale", o che "moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale", parrebbe anch’essa implicare, con i suoi riferimenti per certi versi obbligati a un contesto incentrato su un qualche tipo di scelta/concorrenza tra opzioni differenti, una forma di convivenza non molto diversa dal "mercato" libertario.
    Posso ora rispondere alle critiche del compagno Oliva. Sono sostanzialmente d’accordo sull’idea che le tradizioni vadano valutate nel loro complesso e che certamente il mondo del tardocapitalismo contemporaneo deve molto ad una sostanziale interpretazione moderata e immobilista dei principi del liberalismo. Ma ciò non significa che tutte le tradizioni vadano messe sullo stesso piano. Ci sono serie differenze strutturali tra socialismo, comunismo, anarchismo e liberalismo. La più cogente è che tra esse solo il comunismo ("reale", ovviamente) sembra implicare strutturalmente - o almeno questa è la lezione della storia - la caduta nel totalitarismo: "Tante strade conducono alla dittatura dalla democrazia e nessuna dal liberalismo", scriveva agli inizi degli anni Trenta Rudolf Rocker, intendendo con "democrazia" le differenti versioni del principio della volontà generale - tra le quali la più nota all’epoca era quella comunista)5.
    Sì, Carlo ha ragione. Io credo effettivamente che non si dia società libera senza proprietà privata. Nelle società complesse non tribali, dall’antico Egitto alla Francia del Re Sole sino all’Unione Sovietica, l’assolutismo tendente al totalitarismo si è sempre imperniato sulla negazione del diritto di proprietà dei singoli. Nel caso del fascismo esso era ancora accettato, anche se in un contesto in cui erano date per scontate le superiori esigenze della nazione.


    Libertà di intrapresa

    Insomma, anche se la proprietà privata non pare essere condizione sufficiente per poter indicare come "libera" una certa società, mi sembra proprio che ne rappresenti una condizione necessaria Proprietà privata, quindi, ma non necessariamente individuale. I passi di Camillo Berneri e Luce Fabbri sopra citati implicano (nel primo pensatore in modo esplicito) un mondo sociale in cui i meccanismi della produzione siano affidati in buona parte a cooperative e comunità in concorrenza tra loro sul piano economico. Questo genere di comunismo volontario in un contesto "aperto" (in cui cioè non viga alcuna forma di proibizione esplicita della proprietà individuale) mi pare perfettamente congruente con i principi di una (possibile) società libertaria.
    È vero che l’insistenza anarchica sulla libertà integrale (sfera economica compresa) induce alcuni a scorgerne un’affinità con i teorici del liberismo ultrà. Questa affinità c’è e mi pare sia innegabile. Ci sono anche ovvie e marcate differenze. Come ho scritto sopra, l’ideale "mercato" libertario si situa in un contesto in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. La libera sperimentazione anarchica potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del "mercato". Il motivo per cui il liberismo berlusconiano è squisitamente conservatore è che si tratta di una "libera sperimentazione" limitata alla sfera economica: è noto che, in quanto a famiglia, sesso, religione, eccetera, i forzaitalioti non sono altrettanto "liberisti". Ma, carissimo Carlo, per gli anarchici la libertà di intrapresa è, per cosi dire, un principio irrinunciabile, genetico: non possiamo certo sacrificare la nostra identità più profonda perché una sinistra miope, statolatra e protezionistica ha permesso alla destra di appropriarsi delle parole d’ordine della libertà. C’è il rischio di trovarsi a fianco dei liberisti? Questo rischio lo correremo (non possiamo non farlo), curandoci di sottolineare, ogni qualvolta ne avremo l’occasione, la differenza tra noi e loro.
    Mi chiedi di scegliere tra gli oppressi e gli oppressori, tra "i padroni e chi padrone non è". Mi sorprende che tu sia tanto certo di poter identificare con sicurezza le due categorie. La realtà sociale del mondo tardocapitalista mi pare un po’ complessa per manicheismi di questo genere. Sulle grandi corporations e sull’intreccio affari/politica egemone in questo mondo siamo d’accordo (in negativo, ovvio). Ma su altri soggetti sociali trovo più difficile pronunciarmi: l’impiegato statale, miglior simbolo del parassitismo; l’operaio (para)statale, interessato alla protezione a oltranza dei suoi privilegi (pagati dal resto della popolazione); all’opposto dello spettro, il piccolo imprenditore "creativo" (ne esistono, pare); il commerciante oberato dalle tasse; non sono sicuro di poter dire a quali categorie (se "oppressi" o "oppressori") questi soggetti appartengano, anche se gli ultimi due sono chiaramente "padroni". E quand’anche si parlasse di chi vive in situazioni di reale disagio (i "diseredati"), non sono certo di potere condividere le ricette economiche e politiche usualmente proposte da loro o dai loro portavoce, che mi paiono culminare, con la loro insistenza sul protezionismo, in un potenziamento dei poteri forti associati proprio allo stato e al parastato.

    Pietro Adamo



    1. P. Goodman, Is Anarchism Distinct from Liberalism?, ora in Patterns of Anarchy, a cura di L. Krimerman e L. Perry, Anchor Books, New York 1966, pp. 55-56.
    2. P.J. Proudhon, Che cos’è la proprietà?, tr. it. Laterza, Bari 1978, pp. 268, 286, 290, 292; La dimensione libertaria di P.J. Proudhon, tr. it. a cura di N. Berti, Città Nuova, Roma 1982, pp. 190-191.
    3. C. Berneri a L. Battistelli, in Epistolario inedito, vol. I, a cura di A. Chessa e P.C. Masini, Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1980, p. 19. Berneri si autodefinisce "liberista" in questa stessa lettera, ma nell’edizione sopra citata il termine è stato scorrettamente trascritto come "liberalista" (se ne veda l’originale nell’Archivio Famiglia Berneri di Reggio Emilia).
    4. L. Fabbri, La strada, Edizioni Studi Sociali, Montevideo 1952, pp. 17-18.
    5. R. Rocker, Nazionalismo e cultura, tr. it. 2 voll., Edizioni Anarchismo, Catania 1977, I, p. 155.
    Ultima modifica di teo; 04-04-09 alle 10:22

  3. #3
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    Predefinito Pensando la sinistra libertaria: un primo approccio

    La sinistra libertaria, left-libertarian, può essere vista come un metodo di far politica e propaganda. O può essere vista come un'espressione energica delle preoccupazioni che devono stare nel cuore dei movimenti per la libertà. Un tentativo di vendere gli ideali libertari, che stanno fondamentalmente all'opposto nell'agenda della sinistra. La sinistra libertaria è autenticamente libertaria perché è contemporaneamente antistatalista, coloro che mi vengono in mente sono tutti anarchici; ma non comunisti, perché affermano il valore del mercato e della proprietà. Allo stesso tempo, è autenticamente di sinistra perché cerca di porre fine al privilegio, alla gerarchia, all'esclusione, alla dominazione ideologica.
    E può fare questo, non ridefinendo e adattando termini, bensì dimostrando la consonanza tra gli ideali libertari ed i principi e la buona fede delle preoccupazioni centrali della sinistra:
    Questo può avere implicazioni radicali dei principi libertari comunemente accettati.
    - Così, per esempio, può essere messo di rilievo che nella storia la violenza e la tirannia sono stati a beneficio degli individui e le organizzazioni economicamente poderose e hanno spodestato la legittimità dei titoli di proprietà degli individui sempre con l’aiuto dello Stato.
    - Di forma simile, si deve ricordare in pieno rispetto dei principi libertari che la fine del monopolio minerebbe il potere delle organizzazioni imprenditoriali gerarchiche e centralizzate e che faciliterebbe la creazione di cooperative di lavoratori.
    - Può dimostrare che questi principi libertari portano correttamente al rifiuto di qualunque tipo di privilegio alle imprese influenti, e ai gruppi professionali o gli individui di usare il potere dello Stato per sfruttare altri, come le alleanze imprenditoriali che ottengono privilegi fiscali aggiuticandosi vantaggi non provenienti dal mercato ne dalla competizione, o quando gruppi professionali mantengono dati privilegi e quindi ricchezza attraverso costosi requisiti di licenza, imposte, e mantenuti per e dallo Stato.
    - E si può insistere che gli stessi principi che condannano lo Stato in generale, in questi si ha la vera opposizione alla guerra e all'imperialismo.
    Gli stessi principi morali che conducono ad opporsi all'oppressione statale sono gli stessi per quel cambiamento dalla diseguaglianza sociale che correttamente chiede il popolo di sinistra, perché è opposizione al potere statale. Costoro possono mostrarsi a sostegno dell'anarchismo di mercato.
    I libertari ''di destra'' possono respingere le posizioni della sinistra libertaria. Possono argomentare che tali preoccupazioni come il razzismo, il sessismo ecc.. sono antilibertarie.
    Ovviamente, un libertario di destra potrebbe dire che afferma il valore della libertà come basilare, ed è infondato in nessun altro giudizio morale. Ma il left-libertarian non concepisce libertà nel razzismo o nella povertà. Questo non solo perché, il libertario di sinistra potrebbe dire, che le strutture e le azioni che violano la libertà servono per promuovere l'assoggettazione dei lavoratori e delle minoranze etniche, bensì perché sembra, anche, incoerente opporsi all'autorità arbitraria degli attori statali mentre altre autorità si considerano moralmente neutre.
    I libertari di sinistra non considerano che l'aggressione contro persone o proprietà sia una risposta appropriata. I boicottatori organizzati, pubblicizzare ''la vergogna'', il rifiuto, scioperi, ed altri meccanismi per pressare le autorità non violano i principi di non aggressione e sono completamente vitali per un libertarismo left.
    Un tribunale in una comunità mutualista di mercato riconoscerà comparativamente più giusto il diritto dei lavoratori ad occupare una fabbrica abbandonata che una comunità che riceveva appoggio statale per la propria proprietà. Una giuria locale in una comunità anarchica di mercato potrebbe condannare perfettamente alcuni diritti di proprietà commerciale creati per ostacolare l'esclusione per motivo di razza, insomma razzismo.
    I libertari non di sinistra potrebbero diffidare ugualmente del libertarismo di sinistra. Potrebbero dubitare che i libertari di sinistra siano realmente preoccupati per la gente povera, per i lavoratori, per le minoranze sessuali e per quello che dicono di preoccuparsi, ed i libertari di sinistra possono respingere correttamente la visione che hanno i libertari di destra come irrilevante per la libertà, a loro volta i libertari di sinistra possono respingere correttamente la visione che hanno i libertari di destra disinteressati a ingiustizie come l'esclusione, la dominazione e la fame.
    Correttamente i libertari di sinistra devono enfatizzare di fronte ai libertari di destra fino a che punto lo Stato è realmente implicato nelle strutture creando, violenza ed impoverimento che tutti i libertari detestano. I libertari di sinistra possono enfatizzare correttamente la carta che gioca lo Stato per assicurarsi il potere privato garantendo privilegi di monopolio e sussidi. La sinistra libertaria può scommettere di fronte agli altri libertari che la soppressione di tale potere potrebbe aiutare enormemente alla caduta dello Stato.
    La sinistra libertaria sa e vuole che l'anarchismo di mercato (non è) e non sia il mantenimento dell'attuale sistema di relazioni di proprietà, intatto, in assenza del potere statale non solo per i disaccordi sulle regole di proprietà, come tra giusnaturalisti e mutualisti, ma anche per l'ingiustizia che invalida molti titoli di proprietà esistenti, come i latifondi dell'America latina.
    Il libertarismo di sinistra rappresenta un particolare sviluppo radicale dei giudizi morali libertari. Può creare le basi per una sfida, la riduzione o la fine dell'esclusione, la subordinazione e la privazione, egli quale è autenticamente intatto con l'anarchismo di mercato. In questo modo, si crea un intreccio dei fini libertari e della sinistra, e può riorientare questi fini e significati contemporaneamente sia genuinamente libertari e sia genuinamente di sinistra.

    Per un amico

    Riflessioni da: http://liberalaw.blogspot.com/2008/1...irst-pass.html e http://www.mutualismo.org/2008/12/pe...n-primer-paso/
    e: http://brigantilibertari.blogspot.co...rtaria-un.html

  4. #4
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    Predefinito Alla conquista della sinistra

    Anthony Gregory, scrittore e musicista che vive a Berkeley, in California, analista di ricerca all'Independent Institute, ci spiega come e perchè i libertari possano, anzi, debbano, cercare consensi anche a sinistra. La traduzione è di Flavio Tibaldi.

    I principi fondamentali

    Dovrebbero i libertari rivolgersi alla sinistra? Perché potrebbe essere importante? E che approccio dovremmo usare nel farlo?
    Come libertari, abbiamo l'obiettivo di un mondo più libero. Malgrado ciò che alcuni potrebbero pensare, il grado della libertà umana in una società non è solo una funzione del tipo di persone al potere o inserite nella struttura dil governo. È, alla fine, un riflesso dell'ideologia pubblica. Quello che la persona media crede ha un grande effetto su come funziona lo stato e su ciò che fa. Se la stragrande maggioranza degli americani si opponesse fondamentalmente alla proibizione delle droghe, per esempio, la guerra contro la droga non potrebbe persistere. Se la maggioranza volesse vietare l'alcool, probabilmente sarebbe vietato. La tendenza del governo è di espandersi e crescere nelle aree della vita dove incontrerà la minor resistenza, compreso la resistenza del pubblico. È per questo che i regimi autoritari dedicano considerevole attenzione alla propaganda ed alla censura.
    Il motivo per cui gli Stati Uniti hanno goduto così tanto della libertà interna, rispetto almeno a molte altre nazioni, è l'eredità di quel liberalismo classico che è stato prevalente dalla loro fondazione. Se un'ampia maggioranza di nordcoreani fosse jeffersoniana, persino la loro dittatura militare, per quanto forte possa ora sembrare, si sbriciolerebbe. Il popolo, per quanto riluttante, deve tollerare lo stato, perché esso possa sopravvivere. Lo stato, alla fine, è limitato dalla pubblica opinione.
    L'importanza del movimento e dell'ideologia libertaria va quindi molto al di là di quel che può essere visto nella sola politica elettorale. Anche quando nessun libertario vince le elezioni, una cultura relativamente libertaria può impedire allo stato di espandersi quanto farebbe in una cultura più statalista. La misura in cui i liberali ed i conservatori accettano determinate premesse del pensiero libertario – il concetto della proprietà privata, il rifiuto della schiavitù, l'uguaglianza dei diritti davanti alla legge – si riflette nelle politiche che i liberali ed i conservatori semplicemente non tollereranno e quindi nelle libertà che rimangono affinchè tutti noi ne possiamo godere.
    Se vogliamo maggiore libertà, abbiamo bisogno di più libertari per contribuire a diffondere queste idee ed ad aiutarle a raggiungere la massa critica nel sostegno popolare. E poiché una percentuale molto importante del popolo è di sinistra, questo fatto da solo richiede di provare a promuovere i principi libertari fra i pensatori e gli attivisti di sinistra. Meno libertarie sono la sinistra o la destra, ,maggiore il pericolo per la libertà.
    Molti libertari esitano di fronte all'idea di rivolgersi alla sinistra, supponendo che la sinistra si opponga chiaramente di più della destra alle idee libertarie. Ma non possiamo trascurare la necessità di rivolgerci alla sinistra. È vero che molti libertari sono arrivati da destra, come il movimento di Goldwater più di 40 anni fa, e nella misura in cui i conservatori possono essere avvicinati e convinti dei meriti del principio libertario, questa è una gran cosa e non dev'essere trascurata. Nondimeno, rivolgerci alla sinistra è per alcuni versi più facile del rivolgerci alla destra e spesso non richiede alcun compromesso con il principio per arrivare ad un punto d'incontro, come sembra talvolta che accada con la destra.

    Sinistra, destra e libertà

    Probabilmente la maggior parte dei libertari che deviano considerevolmente dal principio libertario su questioni importanti lo fanno verso destra. È più comune trovare un libertario che ha un punto di vista statalista sulla guerra o sull'immigrazione che sulla previdenza sociale o sul controllo delle armi. Ma l'errore del deviazionismo a destra va ancora oltre. Molti libertari, nel tentare di abbracciare il governo limitato, finiscono per difendere un governo che non è limitato affatto. Poiché la polizia e l'esercito sono le due funzioni principali che molti libertari sono felici di lasciare nelle mani del governo, a volte dimenticano che quelle agenzie costituiscono il braccio violento dello stato, incaricato di applicare con la forza le molte politiche coercitive e socialmente distruttive a cui noi tutti ci opponiamo. La brutalità della polizia, la tortura in tempo di guerra, le violazioni del processo dovuto e le uccisioni di civili – alcune delle peggiori attività di cui il governo è capace – in effetti arrivano dagli uffici "legittimi" dello stato.
    Non solo i libertari che tendono a destra certe volte purtroppo tollerano le peggiori attività del governo, a volte confondono anche il sistema economico corrente di privilegio corporativo e di saccheggio come un certo tipo di approssimazione del capitalismo di mercato. Questo può condurre ad un malinteso della realtà economica, ad una simpatia eccessiva per determinate grandi aziende che in realtà fanno pressioni e traggono giovamento dal grande governo, ed un obliquo senso della priorità riguardo i programmi governativi è quanto di più distruttivo vi sia per la libertà. Un esempio classico è il rivenditore libero che vede i buoni per i generi alimentari come anatema socialista ma non è altrettanto preoccupato dal complesso militar-industriale da miliardi di dollari.
    L'errore del deviazionismo a destra ha ispirato Murray N. Rothbard, il grande economista, teorico e storico libertario, a scrivere il suo classico "Left and Right: The Prospects for Liberty" nel 1965. Il saggio sfidava la fallacia che il libertarismo fosse una dottrina conservatrice e metteva in guardia contro le deviazioni a destra. Scriveva che:
    I libertari di oggi usano pensare al socialismo come l'opposto polare della dottrina libertaria. Ma questo è un errore grave, responsabile di un grave disorientamento ideologico dei libertari nel mondo attuale. Come abbiamo veduto, il conservatorismo era l'opposto polare della libertà; ed il socialismo, anche se "a sinistra" del conservatorismo, era essenzialmente un movimento confuso e moderato. Era, ed ancora è, moderato perché prova a raggiungere scopi liberali mediante l'uso di mezzi conservatori.
    "Mezzi conservatori" si riferisce agli strumenti ed alle istituzioni politiche del governo: tasse, polizia, prigioni e tutto il resto. Effettivamente, per la maggior parte della storia dell'umanità, il governo è stato un'istituzione conservatrice, dal lato della reazione, del privilegio economico, della teocrazia, della patriarchia e del militarismo. I mezzi e i fini assumono grande importanza considerando il rapporto fra il libertarismo e la sinistra e la destra. Come spiegava Rothbard:
    Il socialismo, come il liberalismo e contro il conservatorismo, ha accettato il sistema industriale e gli obiettivi liberali della libertà, della ragione, della mobilità, del progresso, dei livelli di vita più elevati per le masse e di una fine alla teocrazia ed alla guerra; ma ha provato a raggiungere questi scopi mediante l'uso di mezzi conservatori incompatibili: statalismo, pianificazione centrale, comunitarismo, ecc. O piuttosto, per essere più precisi, c'erano inizialmente due diversi filoni all'interno del socialismo: uno era il filone di destra e autoritario, da San-Simon in giù, che glorificava lo statalismo, la gerarchia ed il collettivismo e che era così una proiezione del conservatorismo che provava ad accettare e dominare la nuova civiltà industriale. L'altro era il filone relativamente libertario e di sinistra, esemplificato nei loro modi diversi da Marx e da Bakunin, rivoluzionario e molto più interessato a realizzare gli obiettivi libertari del liberalismo e del socialismo: ma in particolare distruggere l'apparato statale per realizzare l'"appassimento dello stato" e la "fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo."
    Anche se i liberali di sinistra moderni favoriscono i mezzi statal-socialisti, che sono immorali e socialmente distruttivi, hanno spesso obiettivi lodevoli, soprattutto riguardo all'elevazione dell'uomo comune. Tuttavia è un errore andare troppo oltre ed assumere che i liberali di sinistra siano superiori ai conservatori in generale. Così come c'erano "due filoni differenti all'interno del socialismo," anche l'odierno movimento liberale di sinistra ha tendenze sia autoritarie che anti-autoritarie. Una chiave per la conquista della sinistra è identificare quanto libertario e quanto statalista sia un dato sostenitore della sinistra.

    Discutere con la sinistra

    Alcuni esponenti della sinistra si preoccupano di più per le libertà civili che dei loro progetti di "socialismo preferito", atri fanno l'opposto. Nel corso della storia, molti esponenti della sinistra hanno persino difeso regimi socialisti, dai bolscevichi in Russia alla Cuba di Castro, credendo che i loro orribili risultati sui diritti umani e sulla libera espressione valessero i presunti benefici dei loro programmi socialisti. Altri troveranno questo punto di vista oltraggioso. Alcuni liberali di sinistra pensano che persino i criminali corporativi dovrebbero avere un adeguato processo. Altri diranno butta via la chiave.
    Facendo alcune domande, potrete spesso capire se un liberale di sinistra è più interessato alla libertà personale e quindi un potenziale convertito a libertarismo; o se è più interessato alla democrazia sociale direttiva e quindi più incrollabilmente votato allo stato. Un altro buon indizio è quanto scettico sia verso il potere del governo anche quando il "suo" partito è al governo. Con tutti i loro difetti, molti nelle ACLU erano implacabili nella condanna delle violazioni di Bill Clinton della privacy e del quarto emendamento. Tali persone hanno una comprensione limitata della libertà, ma almeno la prendono seriamente ed hanno determinati standard per quanto riguarda le libertà civili che non abbandoneranno capricciosamente per settarismo.
    Un'altra considerazione è semplicemente quanto ostile qualcuno sia verso la libera impresa: pensa che la proprietà privata sia inerentemente diabolica, o che i mercati siano sostanzialmente giusti ed efficienti ma che abbiano solo bisogno di qualcuno che li ammorbidisca? Il primo è probabilmente meno probabile che adotti il libertarismo del secondo, che potrebbe avere bisogno soltanto di alcune lezioni di economia per capire che persino piccole dosi di socialismo sono inutili e distruttive.
    Inoltre, un liberale di sinistra che sia radicalmente pacifista e contro lo stato di polizia sarà spesso ricettivo per le idee libertarie, poiché già diffida dell'establishment e riconosce che lo statalismo può causare danni molto reali e significativi agli esseri umani. La combinazione migliore ed in qualche modo la più rara, è un liberale molto più pacifista e contro lo stato di polizia che anti-capitalista. Questo è in qualche modo raro perché, purtroppo, molti esponenti della sinistra sono più radicalmente anti-autoritari quanto più sono anti-mercato, mentre quelli che sono più moderati nelle loro condanne della libera impresa sono spesso anche più tolleranti verso l'impero e l'establishment.
    Nel comunicare con la sinistra, il migliore approccio, in ogni caso, è di rimanere aderenti al principio. Spesso gli esponenti della sinistra sono abituati a decostruire l'ipocrisia della destra, che proclama di essere per il governo minimo ma difende il Big Brother e le gigantesche burocrazie militari. Rimanendo fedeli al radicalismo ed al principio, un libertario può distanziarsi da tale ipocrisia della destra e dimostrare che le sue posizioni provengono da un pensiero rigoroso e di principio e da una genuina simpatia per le vittime dell'aggressione dello stato. A volte gli esponenti della sinistra assumono troppo facilmente che tutti siano delle vittime, ma i libertari dovrebbero comunque non sottovalutare mai il tributo enorme che il governo impone sui prigionieri, sui civili stranieri in tempo di guerra e sui poveri, sia direttamente che per mezzo del grande costo opportunità provocato dalle grandi spese pubbliche e dal risultante spostamento della creazione di ricchezza del settore privato. Dal momento che il capitalismo effettivamente serve i poveri come nessun altro sistema economico fa, in un certo senso le persone più povere sono le vittime primarie degli interventi del governo che attualmente pesano sull'economia.

    Nessun compromesso sui principi

    Dato il nostro accordo su molti obiettivi dei liberali di sinistra e un certo accordo sostanziale su molte questioni, è in effetti curioso che fra i liberali di sinistra ed i libertari spesso ci sia tanta animosità. Sulle libertà civili, la politica estera ed effettivamente alcune questioni economiche, c'è almeno un qualche terreno di intesa. Gran parte della diffidenza reciproca è dovuta a cattiva comunicazione e anche se gli esponenti della sinistra non sono del tutto innocenti in questo, noi libertari dobbiamo fare uno sforzo se vogliamo che le nostre idee si diffondano. Ciò significa mettere in risalto determinati punti e perfino riformulare parte della loro retorica. Possiamo mostrare come la libertà preveda una genuina giustizia sociale. Possiamo fare appello alla tendenza anti-violenta della sinistra pacifista e spiegare come le azioni dello stato sono intrinsecamente violente o come minimo affermate sulla violenza. Possiamo spiegare come il grande governo è un'istituzione per benefici e privilegi corporativi ed esporre quanto questo sia dannoso per chi sta in fondo alla scala economica.
    La risposta non è, malgrado ciò che alcuni libertari dicono, compromettere i nostri veri principi o provare ad incontrare i liberali "a metà strada" sulle questioni. Non dobbiamo accettare alcuna funzione degli stati sociali né arrenderci all'idea delle burocrazie enormi per combattere il riscaldamento globale. Alcuni libertari hanno chiesto un'alleanza con la sinistra sottolineando determinate libertà personali e sottovalutando la nostra ferma opposizione alla pianificazione centrale. È ironico che alcuni libertari che sostengono un avvicinamento a sinistra siano essi stessi davvero deboli sulla nostra migliore questione per tale avvicinamento: la politica estera.
    I libertari a volte appaiono insensibili e freddi, ma parlando con i liberali di sinistra, è facile rimanere fedeli ai principi mostrando quanto realmente ci preoccupiamo per le vittime dello stato, di molte delle quali la sinistra è informata, ma molte delle quali ha invece dimenticato o non sa che esistono. In questo senso quando affronta questioni che variano dal crimine alla povertà, il libertario può tenere la superiore posizione morale che i liberali di sinistra usano spesso occupare, almeno nelle loro intenzioni, quando comunicano con i conservatori.
    Con appena un po' di sforzo e comprensione, i libertari possono avvicinarsi alla sinistra ed avere enorme influenza su di loro su tutte le questioni: non solo quelle su cui concordiamo più superficialmente, quali la guerra e le libertà civili, ma in effetti anche sull'economia e sulla proprietà privata.

    Le questioni

    Comunicare ideali libertari a sinistra può essere una sfida, ma può anche contribuire a sostenere la nostra comprensione dei nostri stessi principi. Spesso, i libertari cercano di appellarsi alla sinistra enfatizzando le nostre aree di accordo, che sono viste convenzionalmente come soprattutto riguardanti le libertà personali e la guerra. Ma anche quando discutiamo tali questioni, è importante che mostriamo come le nostre posizioni provengono da un'ideologia coerente e spieghiamo agli esponenti della sinistra come i loro stessi istinti libertari sono in conflitto con quelli dirigisti e collettivisti.

    Libertà civili

    I liberali classici ed i liberali moderni condividono il rispetto per le libertà civili, ma mentre la posizione libertaria scorre dal principio di auto-proprietà, dai diritti di proprietà e dalla libertà di associazione, la posizione convenzionale della sinistra è spesso contraddittoria con altre posizioni ed a volte anche intrinsecamente.
    Effettivamente, il concetto stesso delle libertà civili è incoerente senza una certa concezione dei diritti di proprietà. La libertà di parola non comprende il diritto di gridare oscenità a qualcuno nella sua camera da letto mentre sta cercando di dormire. Nessuno ha il diritto di entrare nella proprietà di qualcun altro per pregare senza il consenso del proprietario. No, la nostra libertà di parlare, religiosa e di fare con i nostri corpi quello che vogliamo è in qualche modo condizionata: è limitata dai diritti della proprietà privata. Ecco perché le questioni riguardanti le perquisizioni e la preghiera nella "scuola pubblica" sono così difficili: non riguardano liberi proprietari, ma il confuso territorio della proprietà pubblica. Questa è un'importante lezione da comunicare alla sinistra.
    Nel frattempo, dovremmo mostrare quanto seri siamo sul nostro terreno di intesa. I libertari hanno fatto piuttosto bene nei riguardi della guerra della droga, conducendo il movimento di riforma ed articolando l'idea dell'auto-proprietà sulla questione dell'uso di droga. Alcuni libertari hanno protestato che enfatizziamo troppo tale questione, ma questo non è assolutamente vero. Quando centinaia di migliaia di persone sono state incarcerate e la Dichiarazione dei Diritti devastata, è difficile da esagerarne l'importanza. È inoltre un buon modo per introdurre un liberale di sinistra alla reale depravazione di cui lo stato è capace. Dopo tutto, uno stato che metterà mezzo milione di persone pacifiche in gabbie in cui sopruso e violenza sono endemici forse non è la migliore organizzazione per promuovere un mondo umano e premuroso. Inoltre, un punto può essere fatto circa il paternalismo: un governo abbastanza grande da fornire una sanità ed altre necessità certamente avrà un interesse invasivo nel nostro stile di vita.
    Le libertà civili e la giustizia penale, inoltre, sono questioni opportune per la spiegazione dell'essenza della violenza dello stato. Tutto il potere politico nasce dal caricatore di una pistola e quella pistola tende ad essere nelle mani di un poliziotto. I liberali di sinistra spesso diffideranno della polizia e metteranno in discussione la giustizia del sistema carcerario. Lungi dal prendere la posizione conservatrice di difesa di queste istituzioni, dovremmo sfruttare tale scetticismo della sinistra come occasione per spiegare come tutti i programmi governativi sono infine fatti rispettare dalla polizia e dalle prigioni che la sinistra mette in discussione. Se gli esponenti della sinistra sono solidali con gli accusati in cause penali, dovrebbero anche essere meno rapidi a pensare il peggio di chi sia accusato di infrazioni amministrative. Se capiscono le implicazioni delle libertà civili e la futilità pratica del vietare le droghe, dovrebbero vedere i problemi del vietare le armi da fuoco. Se pensano che il sistema è ingiusto per chi è privato dei diritti, dovrebbero essere riluttanti ad applaudire quando gli evasori fiscali vengono imprigionati.
    Questa è una grande occasione per provocare una dissonanza cognitiva nell'arredamento mentale della sinistra, che è importante nel tentativo di avvicinare o convertire. Dimostrate come gli stessi valori della sinistra sono in conflitto con alcune delle posizioni che tengono. Chiedete loro come possono davvero sostenere il corrotto dipartimento della giustizia di John Ashcroft quando ha perseguito Martha Stewart, o il Procuratore Distrettuale Rudy Giuliani quando ha perseguito l'investitore di junk-bond Michael Milken. Potreste essere sorpresi di quanti liberali di sinistra ammetteranno di non conoscere in realtà granché sulla questione se precisate gentilmente che alcuni dei loro pregiudizi di sinistra sembrano essere in conflitto con i loro proclamati valori centrali di imparzialità, di adeguato processo e dei diritti civili.



    Economia

    Per qualcuno potrebbe essere una sorpresa, ma i libertari possono realizzare molti progressi comunicando con la sinistra sull'economia. Purtroppo, tale dialogo è spesso controproduttivo. Parte della colpa ricade su quei libertari più attenti ad attaccare la sinistra che a cercare di persauderli.
    In primo luogo, è importante non usare gli insulti. Non chiamate sprezzantemente il liberale di sinistra un "commie" – a meno che, naturalmente, vogliate che tutti gli esponenti della sinistra continuino a credere in quel socialismo così distruttivo per la nostra economia. Se mai, incoraggiate una certa dissonanza cognitiva chiedendo perché il vostro amico liberale è così conservatore, difendendo il grande governo, che è una delle idee politiche più vecchie e reazionarie.
    Senza impero, stato di polizia e benessere corporativo – tutte cose di cui i liberal sono perlomeno scettici – il governo sarebbero molto, molto più piccolo e le tasse considerevolmente più basse. Durante le grandi guerre, in particolar modo, i conservatori non sono particolarmente migliori dei liberal sull'economia, considerando quanto vogliono tassare (o inflazionare) e spendere all'estero.
    Ma il nostro terreno di intesa economico con la sinistra può davvero andare più oltre. Una cosa che la sinistra dovrebbe capire, ma che noi ugualmente abbiamo bisogno di capire se vogliamo spiegarla, è il modo profondo con cui il grande governo in realtà promuove le grandi imprese e calpesta i piccoli imprenditori, i lavoratori a reddito fisso ed i lavoratori poveri. Un libro importante dello storico di sinistra Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism: A Reinterpretation of American History (1963), spiega come i capi corporativi dell'industria spinsero per nuove agenzie regolarici in modo da contribuire a trincerarsi in un mercato regolato ed a distruggere la concorrenza. Questo era inoltre vero durante il New Deal (il direttore della General Electric era strumentale nel disegno dell'infame National Recovery Administration di Roosevelt, per esempio), durante la Great Society ed anche oggi. Spesso, sono gli stessi interessi che sono regolati che beneficiano di più dalla regolazione.
    Uno dei più grandi strumenti corporativisti del grande-governo è la banca centrale. Gonfiando la massa monetaria e consegnando i dollari di recente stampa ai propri amici nelle grandi banche, nella grande impresa e nel complesso militar-industriale, il governo ridistribuisce efficacemente i soldi dalle classi povere e media a determinati segmenti di quella ricca, che ottengono i soldi per primi, prima che i prezzi possano adeguarsi. Quando infine arrivano alla gente più in basso sulla scala economica, i prezzi sono saliti. L'inflazione è quindi una tassa indiretta e regressiva .
    Ci sono altri plateali modi in cui la grande impresa beneficia del grande governo. L'eminent domain è stato sempre più usato per sequestrare proprietà private e attività commerciali e per darne la proprietà ai grandi magazzini come Costco. Gli enti locali ottengono più reddito di imposta e le aziende più profitti – di nuovo illustrando il collegamento fra potere di governo e privilegio corporativo. Le leggi del salario minimo ed altre regolazioni tendono ad avvantaggiare le imprese più grandi, ed è per questo che tali giganti corporativi come il CEO di Wal-Mart spesso li favoriscono. Il programma di Bush della prescrizione medica, la più grande espansione nelle prestazioni sociali dalla Great Society, si è rivelato un'esplosione di welfare corporativo per l'industria farmaceutica.

    Ambiente ed educazione

    Per quanto riguarda l'ambiente, i diritti di proprietà e la common law erano più rigorosi contro l'inquinamento dei nuovi enti competenti favoriti dalla grande impresa, fin dalla Rivoluzione Industriale, come sistema per socializzare i costi dell'inquinamento, tutto in nome del "bene comune." Inoltre, molte imprese sono saltate sul carro del riscaldamento globale, riconoscendo che la regolazione delle emissioni di carbonio può essere enormemente vantaggiosa per le grandi imprese sotto forma di sovvenzioni e di contratti di licenza di brevetti.
    Anche la pubblica istruzione è potenzialmente un terreno di conquista con la sinistra, una volta che esponete la storia delle "scuole pubbliche" come strumenti della propaganda e del lavaggio del cervello nazionalista e delle fabbriche per la produzione di operai, cittadini, soldati e contribuenti leali. Questa è un'altra area dove il libertarismo moderato è spesso disorientato. Idee riformiste quali i buoni scuola – che potrebbero offrire efficacemente maggiore scelta ad alcuni genitori non facendo però niente per tagliare il governo ed effettivamente aumentando l'intervento del governo nel settore della scuola privata – sono spesso più offensive per la sinistra dell'idea radicale di separare la scuola interamente dallo stato, come facciamo con la religione e per molti degli stessi motivi.

    Privatizzazione e mercati liberi

    Una trappola simile si trova nel sostegno della privatizzazione di istituzioni quali la previdenza sociale, le prigioni e la guerra.
    La previdenza sociale è un programma socialista di ridistribuzione che conta inevitabilmente sulla coercizione; quindi non c'è niente da privatizzare. La miglior cosa sarebbe di ridurre in fretta la spesa, fino a che non rimanesse alcun programma, anche per liberare gli odierni contribuenti dal peso delle tasse il più rapidamente possibile. Poiché la previdenza sociale è una tassa regressiva, i liberali di sinistra sono a volte più aperti ad una posizione di principio che agli schemi per "privatizzare" il programma promulgando programmi obbligatori di risparmio, stabilendo sovvenzioni de facto per Wall Street, il tutto socializzando parte del mercato azionario.
    L'ironia è che tali riforme apparentemente a metà strada non solo spesso non riescono ad avvicinarci alla libertà; incontrano anche una particolare resistenza a sinistra, che è particolarmente scettica di qualsiasi programma per passare la democrazia sociale agli interessi corporativi.
    Per quanto riguarda cose come le prigioni e la guerra, neanche qui dovremmo spingere per privatizzarle. Un'associazione fra l'impresa ed il governo non è libertaria – effettivamente, è per definizione un attributo del fascismo – e il fatto che potrebbe svolgere il suo lavoro più efficientemente non significa che dovremmo favorirla. Alcuni programmi governativi sono immorali e quindi non vogliamo vederli eseguiti più efficientemente.
    Il vero libero mercato offre la reale liberazione per tutto. La decentralizzazione radicale del potere che accompagna i robusti diritti di proprietà significa più uguaglianza e libertà per gli operai e meno privilegi e protezione per l'elite corporativa. Significa una possibilità di lotta per i deboli. Non dovremmo mai mancare di sottolinearlo.
    Spesso, è l'incoerenza o la mancanza di chiarezza che rende spaventoso per la sinistra il pensiero libertario. Dovremmo in particolar modo stare attenti a non essere ipocriti. Sì, dovremmo elogiare le glorie dei padri fondatori – ma non fingere che la sinistra non abbia qualche ragione sulle origini del governo americano come stato espansionista e aggressivamente schiavista. Sì, dovremmo sostenere i mercati liberi – ma non dare un passaggio a politici come Ronald Reagan, la cui retorica era sovente buona ma le cui politiche erano spesso orribili per la libertà.
    Dappertutto, una chiave mostra all'esponente della sinistra i suoi errori evidenti. Confrontate l'attivista non violento con la violenza inerente al controllo delle armi. Confrontate coloro che sostengono di parlare per i poveri con la natura regressiva della previdenza sociale e del grande governo.
    Anche se siete in disaccordo con me su quanto ricettiva la sinistra possa essere al libertarismo, non abbiamo altra scelta che impegnarli su queste questioni. Se vogliamo promuovere la causa della libertà, dobbiamo convincere sempre più gente delle sue virtù. Molte persone stanno nella sinistra politica, e tali persone tendono ad interessarsi all'attivismo ed alle idee ed è particolarmente importante per la causa della libertà quando infine si avvicinano ed abbracciano il coerente programma dei libertari. Ignorarli non è un'opzione e sminuirli è un lusso che non possiamo permetterci. Noi dobbiamo invece avvicinarli, mostrando a quelli più ricettivi alle nostre idee che la libertà porta giustizia sociale, la proprietà privata porta la liberazione e la libera impresa è il sistema economico più compatibile con un mondo pacifico.

    Articolo da: http://www.movimentolibertario.it/ho...id=93&fn_cid=4

  5. #5
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    Predefinito Arti&Mestieri. Dall'Usi un nuovo esempio di libero mercato

    Noi Libertari Possibilisti o Anarchici di Mercato liberoscambisti da sempre sosteniamo e animiamo tutte quelle proposte e battaglie di vero libero mercato o per dirla alla Kevin Carson: Libero mercato Anticapitalista.
    Che sia il mercato nero, una proposta agorista, una giornata di libero scambio, un’ iniziativa mutualista, o sia un vero programma di liberalizzazioni, insomma tutto ciò che sia mercato e non capitalismo statalista, da noi trova appoggio.
    Un buon esempio questa volta ci viene da un sindacato di base l’Usi (Unione Sindacale Italiana), sindacato da sempre con un anima libertaria e qualche volta, questo ci piace di meno, un po’ troppo legato a concezioni marxiste.
    Ma oggi parliamo del progetto lanciato dall’Usi con commercianti, semplici cittadini e piccoli imprenditori cioè il sito: http://www.artiemestieri.info/index.php
    Questo sito nasce su basi mutualiste, di libero scambio volontario e consapevole, senza nessuna presenza di autorità pubblica o statale, insomma uno di quei tanti esempi di libero mercato anarchico che raffigurano il mercato e lo scambio al di fuori dello Stato. Partire dalla creazione di una rete telematica che vada a sviluppare relazioni tra individui e gruppi di individui e così facendo arrivare a costruire sul territorio dei veri e propri empori che collegati tra di loro costituiranno una base concreta per costruire quindi un’ economia diversa, che garantisca l’espressione di una socialità diversa, che trasformi il quotidiano giorno dopo giorno elevando sempre più la qualità della vita, che dimostri in maniera inequivocabile che si può, che l’utopia è un’invenzione del Potere, che l’Emancipazione è realmente nelle nostre mani, che la Rivoluzione è una cosa banale come andare a lavorare e che quindi tutti la possono fare giorno dopo giorno.
    Importante pubblicizzare questo progetto per tutti coloro che guardano al mercato sia come un male e basta e sia a coloro che pensano al mercato solo in ottica monopolista, protezionistica e squisitamente statalista.

  6. #6
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    Predefinito LO STATO MAMMA E PAPA'...

    Un ringraziamento a Leonardo Facco, trovate il mio articolo anche sul sito dei libertari: http://www.movimentolibertario.it/ho...d=138&fn_cid=4
    Buona lettura,

    (di Domenico Letizia)

    Non ritengo che per un libertario esista una scaletta di valori di libertà, la libertà è fondamentale in tutti i campi del vivere e dell’agire umano. Ma se c’è qualcosa che fa arrabbiare un libertario più del normale è quando lo stato vuole divenire la tua guida che ti vuole bene e ti protegge. Questa è la minaccia più assurda di tutte, lo stato come mamma e papà, eppure in Italia è avvenuto un qualcosa, a mio avviso, molto grave e che pochi , a dir la verità, hanno notato. Il Ministero della Sanità non esiste più proprio come terminologia, ora c’è il Ministero della SALUTE, non voglio discutere di questioni economiche, ma di terminologia perché ammettere l’esistenza di un ministero della salute è ammettere che esiste un “etica di comportamenti”, etica di “stato” giusta quindi chi non segue questa etica è in sbaglio contro la giusta scelta di mamma e papà stato.

    Questa intrusione dello stato nella vita dei privati cittadini è grave, perché creare un ministero della salute (e lo ripeto) significa che esiste un catalogo di cose che son giuste e altre che non lo sono per il proprio e intimo corpo. Tutto ciò è ovviamente antilibertario, Lysander Spooner diceva: “I Vizi non sono crimini”: invece lo sono se si giustifica queste politiche, il fattore davvero grave è che lo stato attraverso una massiccia proibizione sta facendo passare questo messaggio proprio culturalmente e demagogicamente andando contro anche i più semplici principi della filosofia liberale.

    Attenzione, potremmo trovarci tra qualche anno a non poter fumare tali sigarette o tabacco, a non poter bere un po’ di buona grappa o a non poter far del piacevole sesso quando vogliamo noi, per non infrangere il Codice della “Salute Pubblica” redatto per noi dal giusto e saggio super-padre Stato.

  7. #7
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    Predefinito Mercato, proprietà, anarchia

    di Pietro Adamo

    Alle critiche di Carlo Oliva sullo scorso numero, Pietro Adamo replica spiegando perché, a suo avviso, l’anarchismo non possa non essere "liberale".

    Negli ultimi tempi mi capita spesso di essere corteggiato. Non solo per le mie (palesemente straordinarie) virtù psicofisiche: mi capita di essere corteggiato perché dichiaratamente anarchico. L’esperienza è nuova. Da destra e da sinistra, da laici e meno laici, da accademici e movimenti undeground, mi giungono segnali di stima e di apprezzamento. Viviamo in tempi di sdoganamento (perlomeno culturale). La caduta dei regimi del socialismo reale ha apparentemente potenziato tutte le tradizioni a sinistra marginalizzate e criminalizzate nel corso del secolo. Mi pare di assistere a una specie di corsa all’anarchia (e all’altro esempio di purezza quasi "incontaminata" a sinistra, il socialismo libertario): le riviste del liberismo ultrà, i quotidiani moderati, gli organi degli ex partiti della sinistra marxista, i movimenti ecologisti e affini, gli ex campioni pentiti della "rivoluzione comunista", fanno quasi a gara per appropriarsi di qualche pezzo del pensiero anarchico, reclamandone l’affinità con i propri paradigmi.
    Il buon Carlo Oliva, colonna di "A" da molti anni, mi accusa però di compiere un’operazione di sdoganamento di segno inverso, ovvero di tentare - alla pari con D’Alema & Co. - di legittimare una particolare filosofia politica- nel mio caso l’anarchismo - con il ricorso al tema dell’ "eredità liberale". In parte ha ragione. Ma prima di avventurarmi in una risposta specifica agli addebiti del compagno Oliva, che grosso modo mi imputa, con la mia apologia dell’ethos liberale, di fare il gioco dei berlusconiani, voglio precisare il senso del lessico che ho usato e delle relazioni dell’anarchismo con termini (civiltà liberale, mercato, proprietà privata) che sembrano suscitare in alcuni un’avversione viscerale incontrollata.
    Se si parla in pubblico di "civiltà" o ethos liberale si può essere certi di evocare una precisa serie di immagini: il neoliberismo rampante, le imprese del duo Reagan/Thatcher, i licenziamenti di massa nelle industrie del Nord del mondo, i bambini dell’estremo Oriente intenti a cucire Nikes per un tozzo di pane, e così via. Ma dal mio punto di vista il termine ha tutt’altra accezione. Per "ethos liberale" io intendo la lotta condotta nel corso dell’età moderna e contemporanea contro le nozioni di assolutismo, autocrazia, gerarchia, privilegio, in nome degli ideali collegati alla libertà individuale e ai diritti umani. Certo, si è trattato di uno sforzo prodotto in buona parte da quei ceti e quei gruppi sociali che lottavano per la propria autoaffermazione (i "borghesi", direbbe probabilmente Carlo), ma interpretare in un ristretto senso classista il fenomeno significherebbe trascurarne proprio l’istanza centrale, la ricerca della liberazione individuale e collettiva. Nel travaglio della modernizzazione i gruppi subalterni si sono spesso impadroniti delle parole d’ordine delle libertà "liberali", riplasmandole secondo fini ed esigenze proprie. In molti momenti (rivoluzionari o meno) si colgono slittamenti di discorso che puntano ad ampliare la sfera delle libertà, universalizzandone i fondamenti ispiratori e applicandoli a ogni ambito dell’azione umana. E protagonisti di questo "slittamento" sono spesso uomini e donne appartenenti ai ceti più infimi, che rivendicano non solo la libertà di religione o di stampa, ma quella di associazione, quella sessuale, quella economica, sino a postulare un generale ridisegnamento della società sulla base del principio della libera sperimentazione


    Contro il totalitarismo

    Di questo ethos è figlio l’anarchismo. Anzi, per certi versi, solo l’anarchismo ha dato dignità sistematica di pensiero a queste tendenze della civiltà liberale. E se il liberalismo è divenuto, nel corso dei secoli, essenzialmente una giustificazione dello status quo, ciò non ne pregiudica affatto le potenzialità rivoluzionarie. "Nell’epoca eroica della filosofia liberale, che si estese gradualmente sulla religione, la scienza, l’economia e la politica, dal Cinquecento al Settecento, i liberali stavano dicendo più o meno ciò che dico io", ha ammesso Paul Goodman, lamentando la successiva "catastrofe" della tradizione: "Ed è per questo", ha concluso, "che oggi, dopo l’Ottocento, alcuni di noi liberali hanno scelto di definirsi anarchici".1
    Entro questo ethos troviamo però sia il mercato sia la proprietà privata. Ora, per capire come questi due "orrori" siano non solo integrabili in una società libertaria, ma non possano non costituirne parte essenziale, è necessario a mio parere uno sguardo all’esperienza del Novecento che non si fermi agli effetti pratici recenti del neoliberismo. Il fenomeno del totalitarismo, sia nei suoi aspetti di determinazione della vita quotidiana, come nei casi classici del fascismo e del comunismo, sia in quella tendenza all’irregimentazione culturale del dissenso che abbiamo imparato a distinguere nel concreto funzionamento delle società occidentali del tardo ventesimo secolo, ci ha insegnato alcune lezioni cui non possiamo rinunciare, ovvero che in un qualsiasi sistema sociale la misura della libertà è proporzionale alla facoltà di scelta, e che l’accentramento delle funzioni economiche e politiche restringe necessariamente questa misura. Il processo opposto, che incarna al meglio il progetto libertario, è costruito sulla tesi di un generale decentramento di queste stesse opzioni. Ma, se non si ipotizza una qualche forma di unità centrale che pianifichi e disponga dell’allocazione delle risorse, cosa che probabilmente riprodurrebbe la logica totalitaria, non ci resta che - se sposiamo sino in fondo le implicazioni del principio della libera sperimentazione - affidarci al libero e spontaneo gioco delle interazioni tra comunità e comunità e tra individuo e individuo. Io chiamo "mercato" il quadro entro cui si situa questa rete di rapporti, un quadro che a mio parere dovrebbe essere caratterizzato dalla più o meno intuitiva correlazione tra domanda/offerta e libero adattamento delle risorse umane.
    La differenza tra il "libero mercato" capitalistico del tardo ventesimo secolo e questa ipotetica "società di mercato" libertaria sta proprio nella cornice di sfondo: laddove il "mercato" berlusconiano è concepito, un po’ religiosamente, all’interno di una fede assoluta nelle sue capacità di autoregolarsi per vie esclusivamente economiche (intese nel ristretto senso di "finanziarie"), il "mercato" libertario dovrebbe essere inteso come uno dei prodotti di una logica e di un immaginario sganciati dal nesso economia/dominio, ovvero come il risultato di un libero gioco nel quale entrino anche considerazioni culturali e sociali, che potrebbero prendere l’aspetto di decisioni individuali e di decisioni collettive, comunitarie e transcomunitarie. Sia ben chiaro: non sto dicendo che alla comunità (qualsiasi forma essa assuma nel concreto) spetti il controllo della vita economica, ma che la comunità e l’individuo dovrebbero essere in grado di partecipare al complesso delle interazioni socioeconomiche ciascuno apportando i suoi specifici valori, etici, sessuali, religiosi o altro, in un "libero gioco" che presupponga la costante ricerca di un punto di equilibrio, raggiungibile però solo in via (consapevolmente) provvisoria.
    All’interno di questo "mercato" libertario, la proprietà assume a mio parere una funzione importante. Troppo spesso si crede che lo slogan proudhoniano "la proprietà è un furto" corrisponda all’apologia anarchica del comunismo (come mi pare pensi il mio interlocutore Oliva). Di fatto Proudhon chiude il suo libello del 1840 con un violentissimo attacco al comunismo, che accusa di violare "l’autonomia della coscienza e l’eguaglianza". Il suo ideale è fondato prima "sull’eguaglianza delle condizioni, cioè dei mezzi, non sull’eguaglianza del benessere, la quale a parità di mezzi dev’essere opera del lavoratore", e poi - sorpresa, sorpresa - sul "possesso individuale", unica "condizione della vita sociale", e infine, sulla "libera associazione, la libertà, che si limita a mantenere l’eguaglianza nei mezzi di produzione e l’equivalenza negli scambi", fondamenti della "sola forma di società possibile". In un trattato più tardo, giunse a ridefinire il ruolo della proprietà nella società libera come "uno strumento di garanzia, di libertà, di giustizia e di ordine"2 .
    Ho citato proprio Proudhon, noto appunto come inventore del sopra citato slogan, per dimostrare che le opinioni anarchiche sulla proprietà sono ben lontane dall’appiattirsi su una sua banale negazione. Se è vero che buona parte dei libertari del tardo Ottocento ha accettato la logica del comunismo, è altrettanto vero che altre tendenze del movimento - degnamente rappresentate dallo stesso Proudhon, per esempio - hanno colto con perspicacia maggiore il pericolo totalitario insito nell’idea di una società senza proprietari, in cui l’unico vero "proprietario" sia lo stato, la comunità o altro ente adeguato.


    Mercato e anarchia

    E dopo l’esperienza del primo Novecento molti teorici dell’anarchismo hanno recuperato l’idea del "possesso" come sbarramento alla formazione (o alla riformazione) dei meccanismi della coercizione statuale, da un lato inserendola nella cornice della sopra citata "società di mercato" libertaria fondata sull’interazione individuo/comunità (che per certi versi implica una costante risindacazione dei diritti di proprietà concreti), dall’altro valorizzandone le istanze associative legate al suo possibile (e forse desiderabile) statuto collettivo.
    Credo che questo quadro costituisca uno dei punti di riferimento più significativi di alcune delle più potenti elaborazioni degli esponenti dell’anarchismo post-classico. Il riferimento può essere immediato nel caso di Camillo Berneri, autodefinitosi "liberista", che si dichiarò favorevole alla "libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali"3 . O nel caso di Colin Ward, la cui prospettiva gradualista, decentralista e federalista sembra presupporre, come fondamento della generalizzazione della sperimentazione anarchica, una "società di mercato" libertaria.
    Può essere più sfumato e problematico nel caso di Luce Fabbri, che ha più volte riaffermato la propria fedeltà al modello socialista nei termini della "proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio"; tuttavia la sua ripetuta insistenza sull’ "associazione che moltiplica ed estende sino ai limiti dell’universo conosciuto le possibilità e le irradiazioni dell’azione individuale", o che "moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale", parrebbe anch’essa implicare, con i suoi riferimenti per certi versi obbligati a un contesto incentrato su un qualche tipo di scelta/concorrenza tra opzioni differenti, una forma di convivenza non molto diversa dal "mercato" libertario.
    Posso ora rispondere alle critiche del compagno Oliva. Sono sostanzialmente d’accordo sull’idea che le tradizioni vadano valutate nel loro complesso e che certamente il mondo del tardocapitalismo contemporaneo deve molto ad una sostanziale interpretazione moderata e immobilista dei principi del liberalismo. Ma ciò non significa che tutte le tradizioni vadano messe sullo stesso piano. Ci sono serie differenze strutturali tra socialismo, comunismo, anarchismo e liberalismo. La più cogente è che tra esse solo il comunismo ("reale", ovviamente) sembra implicare strutturalmente - o almeno questa è la lezione della storia - la caduta nel totalitarismo: "Tante strade conducono alla dittatura dalla democrazia e nessuna dal liberalismo", scriveva agli inizi degli anni Trenta Rudolf Rocker, intendendo con "democrazia" le differenti versioni del principio della volontà generale - tra le quali la più nota all’epoca era quella comunista)5.
    Sì, Carlo ha ragione. Io credo effettivamente che non si dia società libera senza proprietà privata. Nelle società complesse non tribali, dall’antico Egitto alla Francia del Re Sole sino all’Unione Sovietica, l’assolutismo tendente al totalitarismo si è sempre imperniato sulla negazione del diritto di proprietà dei singoli. Nel caso del fascismo esso era ancora accettato, anche se in un contesto in cui erano date per scontate le superiori esigenze della nazione.


    Libertà di intrapresa

    Insomma, anche se la proprietà privata non pare essere condizione sufficiente per poter indicare come "libera" una certa società, mi sembra proprio che ne rappresenti una condizione necessaria Proprietà privata, quindi, ma non necessariamente individuale. I passi di Camillo Berneri e Luce Fabbri sopra citati implicano (nel primo pensatore in modo esplicito) un mondo sociale in cui i meccanismi della produzione siano affidati in buona parte a cooperative e comunità in concorrenza tra loro sul piano economico. Questo genere di comunismo volontario in un contesto "aperto" (in cui cioè non viga alcuna forma di proibizione esplicita della proprietà individuale) mi pare perfettamente congruente con i principi di una (possibile) società libertaria.
    È vero che l’insistenza anarchica sulla libertà integrale (sfera economica compresa) induce alcuni a scorgerne un’affinità con i teorici del liberismo ultrà. Questa affinità c’è e mi pare sia innegabile. Ci sono anche ovvie e marcate differenze. Come ho scritto sopra, l’ideale "mercato" libertario si situa in un contesto in cui si incrociano istanze non solo economiche, ma etiche, politiche, sociali, e cosi via. La libera sperimentazione anarchica potenzia tutte le sfere in cui l’uomo agisce, non solo quella economica: proprio dall’interazione di queste sfere dovrebbe risultare una sorta di limite all’ambito del "mercato". Il motivo per cui il liberismo berlusconiano è squisitamente conservatore è che si tratta di una "libera sperimentazione" limitata alla sfera economica: è noto che, in quanto a famiglia, sesso, religione, eccetera, i forzaitalioti non sono altrettanto "liberisti". Ma, carissimo Carlo, per gli anarchici la libertà di intrapresa è, per cosi dire, un principio irrinunciabile, genetico: non possiamo certo sacrificare la nostra identità più profonda perché una sinistra miope, statolatra e protezionistica ha permesso alla destra di appropriarsi delle parole d’ordine della libertà. C’è il rischio di trovarsi a fianco dei liberisti? Questo rischio lo correremo (non possiamo non farlo), curandoci di sottolineare, ogni qualvolta ne avremo l’occasione, la differenza tra noi e loro.
    Mi chiedi di scegliere tra gli oppressi e gli oppressori, tra "i padroni e chi padrone non è". Mi sorprende che tu sia tanto certo di poter identificare con sicurezza le due categorie. La realtà sociale del mondo tardocapitalista mi pare un po’ complessa per manicheismi di questo genere. Sulle grandi corporations e sull’intreccio affari/politica egemone in questo mondo siamo d’accordo (in negativo, ovvio). Ma su altri soggetti sociali trovo più difficile pronunciarmi: l’impiegato statale, miglior simbolo del parassitismo; l’operaio (para)statale, interessato alla protezione a oltranza dei suoi privilegi (pagati dal resto della popolazione); all’opposto dello spettro, il piccolo imprenditore "creativo" (ne esistono, pare); il commerciante oberato dalle tasse; non sono sicuro di poter dire a quali categorie (se "oppressi" o "oppressori") questi soggetti appartengano, anche se gli ultimi due sono chiaramente "padroni". E quand’anche si parlasse di chi vive in situazioni di reale disagio (i "diseredati"), non sono certo di potere condividere le ricette economiche e politiche usualmente proposte da loro o dai loro portavoce, che mi paiono culminare, con la loro insistenza sul protezionismo, in un potenziamento dei poteri forti associati proprio allo stato e al parastato.

    Pietro Adamo



    1. P. Goodman, Is Anarchism Distinct from Liberalism?, ora in Patterns of Anarchy, a cura di L. Krimerman e L. Perry, Anchor Books, New York 1966, pp. 55-56.
    2. P.J. Proudhon, Che cos’è la proprietà?, tr. it. Laterza, Bari 1978, pp. 268, 286, 290, 292; La dimensione libertaria di P.J. Proudhon, tr. it. a cura di N. Berti, Città Nuova, Roma 1982, pp. 190-191.
    3. C. Berneri a L. Battistelli, in Epistolario inedito, vol. I, a cura di A. Chessa e P.C. Masini, Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1980, p. 19. Berneri si autodefinisce "liberista" in questa stessa lettera, ma nell’edizione sopra citata il termine è stato scorrettamente trascritto come "liberalista" (se ne veda l’originale nell’Archivio Famiglia Berneri di Reggio Emilia).
    4. L. Fabbri, La strada, Edizioni Studi Sociali, Montevideo 1952, pp. 17-18.
    5. R. Rocker, Nazionalismo e cultura, tr. it. 2 voll., Edizioni Anarchismo, Catania 1977, I, p. 155.

    http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/253/35.htm

  8. #8
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    Predefinito Lettera aperta del Movimento dei Left-libertarian ai lavoratori della Francia

    L'agorista del Movimento dei Left-Libertarian, (Movimento della sinistra libertaria -o libertariana ) Brad Spangler, scrisse in occasione delle rivolte studentesce e operaie francesi (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/ar...id_article=488) una lettera aperta agli studenti e lavoratori consigliando come intraprendere questa conflittualità sociale.
    Studenti e lavoratori Francesi, il professore Roderick Long scrisse una volta:
    "Marx descrisse il governo francese come una compagnia per lo sfruttamento della ricchezza nazionale della Francia in beneficio dell'elitè borghese, egli ripeteva solamente quello che i libertari stavano dicendo da decenni."
    Questo sono La Francia e tutte le altre Nazione che esistono oggi. Voi e noi viviamo in un mondo dove la libertà e l'opportunità economica esistono solo nel consenso di una classe politica che ci permette solo una piccola parte di ''economia'' per la sua convenienza e prende il resto mediante la forza e la coercizione attraverso il suo (proprio) parassitismo.
    La liberazione dal mercato sovvenzionato per lo Stato è una barzelletta crudele. La legislazione contro la quale protestate e vi ribellate cerca restrizioni totali sulla vostra libertà che se fossero abolite queste restrizioni, vivreste la vostra prosperità. Crediamo che voi e noi possiamo essere utili insieme, attraverso una cooperazione e competizione pacifica.
    Per queste ragioni, i firmatarii di questa lettera vi offrono la loro solidarietà e vi si presentano come Movement of the Liberertarian Left (MLL) che appoggia una forma rivoluzionaria di anarchismo di mercato o "agorismo."
    Non staremo a dirvi come dovete intraprendere la vostra rivoluzione contro la tirannia. Abbiamo alcuni suggerimenti, tuttavia; una versione di strategia economica e politica chiamata "contro-economía". Raccomandiamo umilmente il piccolo libro del fondatore del MLL Samuel Edware Konkin III sull' agorismo, la contro-economía e la rivoluzione "The" New Libertarian Manifestò nella speranza che possiate trovarlo utile o di ispirazione. È disponibile on-line.

    Firma
    The Movement of the Libertarian Left
    Agorà! Anarchia! Azione!

    Brad Spangler, Diane Warth, Thomas L. Knapp, Adem Kupi, Wally Conger, J. Freeman Smith, Kevin Carson, M.D MacKenzie, Roderick T. Long, Jeremy Weiland, M.R Jarrell

    (Note: Il MLL si è sciolto nel 2007 per dar vita all'Alliance of left-libertarian)

    http://brigantilibertari.blogspot.co...-dei-left.html

  9. #9
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    Predefinito Appello anarcoliberale per maddaloni

    speriamo bene e che si diffondi in giornata:

    http://www.pupia.tv/maddaloni/notizie/000166.html

  10. #10
    *****istrator
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    Predefinito Riferimento: LO STATO MAMMA E PAPA'...

    Citazione Originariamente Scritto da Domenico Letizia Visualizza Messaggio
    Un ringraziamento a Leonardo Facco, trovate il mio articolo anche sul sito dei libertari: http://www.movimentolibertario.it/ho...d=138&fn_cid=4
    Buona lettura,

    (di Domenico Letizia)

    Non ritengo che per un libertario esista una scaletta di valori di libertà, la libertà è fondamentale in tutti i campi del vivere e dell’agire umano. Ma se c’è qualcosa che fa arrabbiare un libertario più del normale è quando lo stato vuole divenire la tua guida che ti vuole bene e ti protegge. Questa è la minaccia più assurda di tutte, lo stato come mamma e papà, eppure in Italia è avvenuto un qualcosa, a mio avviso, molto grave e che pochi , a dir la verità, hanno notato. Il Ministero della Sanità non esiste più proprio come terminologia, ora c’è il Ministero della SALUTE, non voglio discutere di questioni economiche, ma di terminologia perché ammettere l’esistenza di un ministero della salute è ammettere che esiste un “etica di comportamenti”, etica di “stato” giusta quindi chi non segue questa etica è in sbaglio contro la giusta scelta di mamma e papà stato.

    Questa intrusione dello stato nella vita dei privati cittadini è grave, perché creare un ministero della salute (e lo ripeto) significa che esiste un catalogo di cose che son giuste e altre che non lo sono per il proprio e intimo corpo. Tutto ciò è ovviamente antilibertario, Lysander Spooner diceva: “I Vizi non sono crimini”: invece lo sono se si giustifica queste politiche, il fattore davvero grave è che lo stato attraverso una massiccia proibizione sta facendo passare questo messaggio proprio culturalmente e demagogicamente andando contro anche i più semplici principi della filosofia liberale.

    Attenzione, potremmo trovarci tra qualche anno a non poter fumare tali sigarette o tabacco, a non poter bere un po’ di buona grappa o a non poter far del piacevole sesso quando vogliamo noi, per non infrangere il Codice della “Salute Pubblica” redatto per noi dal giusto e saggio super-padre Stato.

 

 
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