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Discussione: Guai ai vinti: le umiliazioni alleate verso la Germania sconfitta

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    alias Bestia Nera
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    Predefinito Guai ai vinti: le umiliazioni alleate verso la Germania sconfitta

    Resoconto terrificante di come gli alleati avessero deciso di punire quasi mortalmente la Germania. Sia economicamente che etnicamente.

    Chi narra con onestà gli eventi umani, odierni o remoti, appartiene ad una stirpe tanto rara quanto onorabile. Dovremmo senz’altro elevarli nel pantheon degli dei terreni. Allo stesso modo, indubbiamente, vi dovremmo annoverare anche coloro che, non già per disaffezione verso l’Occidente o gli Stati Uniti o il suo popolo, bensì per sete di verità, portano alla luce gli spaventosi avvenimenti che furono conseguenza della Seconda Guerra mondiale (così come le enormità commesse come parte del modo in cui la guerra fu combattuta contro le popolazioni civili, sebbene questo non sia argomento che vogliamo investigare in questa sede). Quella Guerra gli americani la conoscono come “the good war” e coloro che la combatterono sono noti come “the greatest generation”. Ma adesso, lentamente, veniamo colpiti da realtà così banali rispetto alla complessa esistenza umana: tanto vi fu che non era affatto “buono” e, insieme all’abnegazione ed agli intenti elevati, ci furono molta venalità e brutalità. Queste realtà vengono a galla perché esistono degli studiosi che, quantomeno, sono consapevoli che un oceano di propaganda bellica genera un mito che resta per vari decenni, e che hanno una dedizione per la verità che travolge le molte lusinghe di conformità al mito. Questo articolo inizia come una semplice recensione del libro di Giles MacDonogh, libro che appartiene per larga parte al genere di trasgressione al mito che ho appena elogiato. Tuttavia, poiché esiste materiale supplementare di grande valore di cui non posso non far parola, l’ho ampliato per comprendervi altre informazioni ed autori, benché esso rimanga soprattutto una recensione di After the Reich. Quello di MacDonogh è un libro sconcertante, al tempo stesso coraggioso e vile, per lo più (ma non del tutto) meritevole del grande elogio che si deve agli studiosi incorruttibili. Come già abbiamo osservato, il pubblico americano ha pensato a lungo allo sforzo bellico alleato nella Seconda Guerra mondiale come ad una “grande crociata” che opponeva il bene e la giustizia al male nazionalsocialista. Perfino dopo tutti questi anni è probabile che l’ultima cosa che il pubblico vuole è di apprendere che, sia gli alleati occidentali, che l’Unione Sovietica commisero enormi e indicibili torti durante la guerra e dopo. Sfida questa riluttanza MacDonogh che racconta la “storia brutale” per esteso. Questa propensione è encomiabile per il coraggio intellettuale che dimostra. Alla luce di ciò sconcerta che, nel momento stesso in cui lo fa, maschera la storia, proseguendo in parte, nella sostanza, nell’insabbiamento di pezzi di storia instaurato dall’incombere della propaganda bellica, per quasi due terzi del secolo. Perciò il grande valore del suo libro non è da ricercare nella sua completezza o nella rigorosa imparzialità, bensì nel fatto che fornisce una sorta di passaggio – quasi esauriente – che può avviare dei lettori scrupolosi verso una ulteriore ricerca su un argomento d’immensa importanza. Per questo articolo, sarà intanto significativo iniziare riassumendo la storia narrata da MacDonogh, aggiungendoci parecchio. Soltanto dopo averlo fatto esamineremo quanto MacDonogh occulta. Tutto ciò ci condurrà quindi ad alcune riflessioni conclusive. Nella sua prefazione, MacDonogh dichiara che il suo proposito è di “mostrare come gli alleati vittoriosi trattarono il nemico al momento della pace, in quanto nella maggior parte dei casi non si trattò di criminali che furono stuprati, affamati, torturati o bastonati a morte ma di donne, bambini e vecchi”. Sebbene ciò lasci intendere che il tono del libro è sdegnato, la narrazione è nel complesso informativa piuttosto che polemica. La produzione accademica di MacDonogh comprende vari libri di storia tedesca e francese e delle biografie (oltre a quattro testi sul vino).

    Le espulsioni di massa (oggi definite “pulizia etnica”):
    MacDonogh ci racconta che, al termine della guerra “sedici milioni e mezzo di tedeschi furono cacciati dalle proprie case”. Nove milioni e trecentomila vennero espulsi dalla parte orientale della Germania, diventata Polonia. (Sia il confine orientale che quello occidentale della Polonia furono drasticamente spostati verso ovest per accordo fra gli alleati, con la Polonia che si prendeva una fetta importante della Germania e l’Unione Sovietica che afferrava la Polonia orientale). Gli altri sette milioni e duecentomila furono strappati dalle proprie terre ancestrali dell’Europa Centrale dove vivevano da generazioni. Questa espulsione di massa fu stabilita nell’accordo di Potsdam di metà 1945, anche se tale accordo prevedeva esplicitamente che la pulizia etnica avesse luogo “nel modo più umano possibile”.
    Churchill fu fra quelli che lo sostennero, in quanto avrebbe condotto “ad una pace durevole”. In realtà, questa operazione fu talmente inumana da equivalere ad una delle più grandi atrocità della storia. MacDonogh riferisce che “circa due milioni e duecentocinquantamila persone sarebbero morte durante le espulsioni”. Questa è la stima minima, in un intervallo che va da due milioni e centomila a sei milioni, se prendiamo in considerazione soltanto gli espulsi. Konrad Adenauer, troppo amico dell’occidente, riuscì a dire che fra gli espulsi “sono morti, spacciati, sei milioni di tedeschi”.
    Vedremo il racconto di MacDonogh della fame e dell’esposizione al freddo estremo cui fu soggetta la popolazione della Germania nel dopoguerra, ed a questo punto vale la pena di menzionare (anche se va al di là dell’argomento espulsioni) ciò che dice lo storico James Bacque: “il confronto fra i censimenti ci rivela che fra l’ottobre del 1946 [un anno e mezzo dopo la fine della guerra] e il settembre del 1950 sono scomparse in Germania circa 5 milioni e settecentomila persone”.
    Ciò che MacDonogh chiama “la più grande tragedia marittima di tutti i tempi” accadde quando la nave Wilhelm Gustloff, che trasportava i tedeschi da Danzica nel gennaio del 1945, fu affondata con “oltre 9.000 persone, fra cui molti bambini”. A metà del 1946 “delle foto mostrano alcuni dei 586.000 tedeschi di Boemia pigiati in delle auto come sardine”. In un altro passaggio MacDonogh ci racconta come “i rifugiati erano spesso così ammucchiati da non potersi muovere per defecare e così spuntavano dai veicoli coperti di escrementi. Molti, all’arrivo, erano morti”. [Questo ci richiama alla mente le scene descritte così vivacemente da Solzenicyn nel primo volume di “Arcipelago Gulag”]. In Slesia, “fiumane di civili furono strappati dalle proprie case sotto la minaccia delle armi da fuoco”. Un sacerdote stimò che un quarto della popolazione tedesca di una città della Bassa Slesia si uccise, dato che intere famiglie si suicidarono insieme.

    La condizione dei tedeschi: fame e freddo estremo:
    I tedeschi parlano del 1947 come dell’Hungerjahr, l’ “anno della fame”, ma MacDonogh afferma che “perfino nel 1948 non si era posto rimedio al problema”. La gente mangiò cani, gatti, topi, rane, serpenti, ortica, ghiande, radici dei denti di leone e funghi non ancora maturi in un frenetico tentativo di sopravvivere. Nel 1946 le calorie fornite nella “U.S. Zone” in Germania calarono a 1.313 del 18 marzo dalle già scarse 1.550 precedenti. Victor Gollancz, uno scrittore ed editore inglese, ebreo, obiettava “stiamo affamando i tedeschi”. Ciò concorda con la dichiarazione del senatore dell’Indiana Homer Capehart in un discorso al Senato statunitense del 5 febbraio 1946: “Finora, per nove mesi, questa amministrazione ha portato deliberatamente avanti una politica per ridurre le masse alla fame”. MacDonogh ci narra che la Croce Rossa, i Quaccheri, i Mennoniti ed altri volevano far entrare del cibo ma “nell’inverno del 1945 le donazioni furono respinte con la raccomandazione di utilizzarle in altre zone d’Europa straziate dalla guerra”.
    Nella zona americana di Berlino “la politica statunitense era che nulla dovesse essere distribuito e tutto, al contrario, gettato via. Così le donne tedesche che lavoravano per gli americani erano fantasticamente ben nutrite ma non potevano portar nulla alle proprie famiglie ed ai bambini”. Bacque afferma che “alle agenzie di soccorso straniere fu impedito di inviare cibo dall’estero; i treni coi viveri della Croce Rossa vennero rimandati in Svizzera; a tutti i governi stranieri fu negata l’autorizzazione di mandare alimenti ai civili tedeschi; la produzione di fertilizzanti fu bruscamente ridotta. La flotta da pesca fu tenuta nei porti mentre la gente moriva di fame”.
    Sotto l’occupazione russa della Prussia orientale, MacDonogh ravvisa “impressionanti analogie” con la “deliberata riduzione alla fame dei kulaki ucraini nei primi anni ‘30” ad opera di Stalin. Come era accaduto in Ucraina “furono riferiti casi di cannibalismo, con la gente che mangiava la carne dei propri figli morti”. La sofferenza per il freddo gelido unita alla fame per creare strazio e un elevato numero di morti. Anche se l’inverno 1945-’46 fu nella norma “la terribile penuria di carbone e di cibo furono sentiti intensamente”. Si abbatterono poi due inverni freddi in maniera anomala , nel 1946-‘47 “forse il più freddo a memoria d’uomo” e quello del 1948-‘49. Nella sola Berlino si stima siano morte 60.000 persone nei primi dieci mesi dopo la fine della guerra e “l’inverno successivo si calcola ne abbia sterminate altre 12.000”. La gente viveva nelle buche fra le rovine e “alcuni tedeschi –in particolare rifugiati dall’Est- praticamente nudi”. Nel suo libro “Gruesome Harvest: The Allies’ Postwar War Against The German People” Ralph Franklin Keeling menziona una affermazione di un “famoso pastore tedesco”: “Migliaia di corpi sono appesi agli alberi nei boschi intorno a Berlino e nessuno si prende la briga di tirarli giù. Migliaia di corpi li portano nel mare l’Oder e l’Elba, non li si nota nemmeno più. Migliaia e migliaia muoiono di fame sulle strade. Bambini vagano da soli per le strade”. Alfred-Maurice de Zayas, nel suo “The German Expellees: Victims in War and Peace” raccontava come, in Jugoslavia, il maresciallo Tito usasse i campi come centri di sterminio per far morire di fame i tedeschi.
    Stupri di massa e “sesso spontaneo” in cambio di cibo
    Gli stupri furiosi delle truppe d’invasione russe sono, ovviamente, infami. In Austria, nella zona russa, “lo stupro fece parte della vita quotidiana fino al 1947 e molte donne contrassero delle malattie veneree e non ebbero i mezzi per curarsi”. MacDonogh scrive che “stime prudenziali collocano il numero delle donne violentate a Berlino a 20.000”. Quando gli inglesi arrivarono a Berlino, “gli ufficiali, in seguito, rievocavano la violenta emozione provata nel vedere i laghi della prospera zona occidentale pieni di corpi di donne che si erano suicidate dopo esser state violentate”. L’età delle vittime non faceva alcuna differenza: le donne stuprate avevano da 12 a 75 anni. Fra queste, infermiere e suore (alcune violentate anche cinquanta volte). “I russi erano particolarmente crudeli coi nobili, incendiavano le loro ville e violentavano o ammazzavano gli abitanti”. Benché “la maggior parte degli indesiderati figli dei russi venissero abortiti”, MacDonogh scrive che “si stima che da 150.000 a 200.000 ‘neonati russi’ siano comunque sopravvissuti”. I russi violentavano ovunque andassero, tanto che non furono soltanto le tedesche ad essere stuprate, ma anche donne ungheresi, bulgare, ucraine ed anche jugoslave, sebbene quest’ultime fossero dalla stessa parte. Esisteva una linea di condotta ufficiale contro la violenza carnale, ma era, solitamente, a tal punto ignorata che “fu solo nel 1949 che furono realizzate concrete azioni dissuasive nei confronti dei soldati russi”. Fino ad allora “furono incitati da [Ilya] Ehrenburg e da altri propagandisti sovietici che vedevano lo stupro come espressione dell’odio”. Sebbene vi fosse una “incidenza molto estesa di stupri commessi da soldati americani”, esisteva anche una politica militare coercitiva contro di essi, con “diversi soldati americani giustiziati” per questo. I capi d’imputazione per stupro “salirono costantemente” durante gli ultimi mesi di guerra, ma calarono nettamente in seguito. Ciò che invece continuò fu probabilmente quasi peggiore: lo sfruttamento sessuale di donne affamate le quali vendevano “volontariamente” i propri corpi in cambio di cibo. In “Gruesome Harvest”, Keeling cita da un articolo apparso sul Christian Century del 5 dicembre 1945: “Il comandante della Polizia Militare americana ha dichiarato che la violenza carnale non rappresenta un problema per loro in quanto un po’ di cibo, una barretta di cioccolata o un pezzo di sapone rendono inutile lo stupro”.
    Le dimensioni del fenomeno sono dimostrate dalla cifra che MacDonogh fornisce, di “94.000 Besatzungskinder o ‘bambini dell’occupazione’, stimati, [che] nacquero nella zona americana”. Egli scrive che nel 1945-’46 “molte ragazzine ricorsero alla prostituzione per sopravvivere. Ed anche i ragazzi assolsero lo stesso compito per i soldati alleati”. Keeling, scrivendo nel 1947 per la pubblicazione del proprio libro [in tal modo si spiega l’uso del presente nella frase], diceva che c’era “una impennata di malattie veneree tale da raggiungere proporzioni epidemiche” e proseguiva scrivendo che “una larga parte dell’infezione è stata originata dalle truppe americane di colore che noi abbiamo collocato in gran numero in Germania e fra le quali la percentuale di infezioni veneree è molte volte più alta che non fra le truppe bianche”. Nel luglio del 1946, aggiunge, la percentuale annua per i soldati bianchi ammonta al 19%, per i neri sale al 77,1%. Ripete quindi ciò che noi stiamo qui dimostrando, quando mette in evidenza “lo stretto legame fra il tasso di malattie veneree e la disponibilità di cibo”. Se MacDonogh menziona stupri commessi da soldati britannici, a me è sfuggito. Egli però racconta di violenze carnali di polacchi, francesi, partigiani di Tito e profughi. A Danzica “i polacchi si comportarono tanto duramente quanto i russi. Furono i polacchi a liberare la città di Teschen, nel nord [della Cecoslovacchia] il 10 di maggio. Per cinque giorni essi stuprarono, saccheggiarono, incendiarono e uccisero”. Scrive del “comportamento dei soldati francesi a Stoccarda, dove forse 3.700 donne ed otto uomini furono violentati” ed aggiunge che “altre 500 donne [furono] stuprate a Vahingen” e riferisce dei “tre giorni di uccisioni, saccheggi, incendi e stupri” avvenuti a Freundenstadt. Sui fuggiaschi dice che “c’erano circa due milioni di prigionieri di guerra e lavoratori coatti provenienti dalla Russia che avevano costituito delle bande che rubavano e violentavano in tutta l’Europa centrale”.

    Trattamento inumano dei prigionieri di guerra:
    In tutto, ci furono approssimativamente undici milioni di prigionieri di guerra tedeschi. Un milione e mezzo non tornarono mai a casa. Qui MacDonogh esprime il proprio giusto sdegno: “Fu scandaloso trattarli con così scarsa cura che un milione e mezzo di loro morirono”. La Croce Rossa non ebbe alcun incontro faccia a faccia con quelli che erano detenuti dai russi, in quanto l’Unione Sovietica non aveva firmato la Convenzione di Ginevra. MacDonogh afferma che i russi non facevano alcuna distinzione fra civili e prigionieri di guerra tedeschi, anche se sappiamo che un rapporto del KGB li selezionava per mandarli a morte o per altri scopi. Alla fine della guerra, i russi ne detenevano da quattro a cinque milioni in Russia (e qui, di nuovo, gli archivi del KGB vale la pena di consultarli, come ha fatto lo storico James Bacque; essi registrano la cifra di 2.389.560 prigionieri). Un gran numero fu detenuto per oltre dieci anni, e furono rimandati in Germania soltanto dopo la visita di Konrad Adenauer a Mosca nel 1956. Ciononostante, nel 1979 –34 anni dopo la fine della guerra!- “si riteneva ci fossero 72.000 prigionieri ancora in vita, principalmente in Russia”. A Stalingrado furono catturati circa 90.000 soldati tedeschi, ma soltanto 5.000 fecero ritorno a casa. Gli americani fecero una distinzione fra i quattro milioni e duecentomila soldati catturati durante la guerra, cui le Convenzioni de L’Aia e di Ginevra davano diritto alla protezione ed ai mezzi di sussistenza, ed i tre milioni e quattrocentomila catturati in Occidente alla fine della guerra. MacDonogh dice che questi ultimi furono classificati come “Surrendered Enemy Persons” (SEP) o come “Disarmed Enemy Persons” (DEP), cui furono negate le tutele delle due Convenzioni. Non fornisce la cifra totale di quelli che morirono mentre erano in custodia americana, dicendo “non è chiaro quanti soldati tedeschi morirono di fame”. Rivela, comunque, varie situazioni: “I più famigerati campi americani per prigionieri di guerra erano i cosiddetti Rheinwiesenlager”. Qui gli americani, lasciarono che “oltre 40.000 soldati tedeschi morissero di fame abbandonati nei fangosi pantani del Reno”. Scrive che “qualsiasi tentativo della popolazione civile tedesca di dar da mangiare ai prigionieri era punito con la morte”. Sebbene la Croce Rossa fosse autorizzata alle ispezioni, “il filo spinato che circondava i campi dei SEP e dei DEP era impenetrabile”. Altrove, alle “caserme del Genio di Worms c’erano 30-40.000 prigionieri seduti nel cortile, che si spingevano per farsi spazio, senza alcuna protezione dalla pioggia che li gelava”. I prigionieri morivano di fame a Langwasser e nel “famigerato campo” di Zuffenhausen dove “per mesi il pranzo consisté in zuppa di rape, con mezza patata per cena”. Sarebbe un errore ritenere che una carenza mondiale di cibo fosse all’origine dell’impossibilità statunitense di dar da mangiare ai prigionieri. Bacque scrive che “il capitano Lee Berwick del 424esimo Fanteria, che comandava le sentinelle del campo di Bretzenheim, mi disse che il cibo era accatastato tutto intorno alla recinzione del campo. I prigionieri vedevano le casse impilate ‘alte come case”.
    Nelle foto di uno dei 19 campi di concentramento americani sul Reno, l’A2 di Remagen in Renania-Palatinato, a fine aprile 1945. Si nota bene l’assenza di baracche o altri ricoveri (che la democrazia non ne conosca l’uso?). Ciò che ci dice MacDonogh sul trattamento dei prigionieri di guerra da parte degli inglesi appare discordante. In Gran Bretagna c’erano 391.880 prigionieri al lavoro nel 1946 ed un totale di 600 campi nel 1948. Egli scrive che “il regime non era così duro e in termini percentuali il numero di uomini che morirono mentre erano in prigionia britannica è sorprendentemente basso rispetto a quello degli altri alleati”. Tuttavia altrove racconta come “gli inglesi riuscirono ad eludere [le clausole della Convenzione di Ginevra] che prevedeva di fornire da 2.000 a 3.000 calorie al giorno”, così che “per la maggior parte del tempo il livello scese sotto le 1.500 calorie”. Gli inglesi avevano un campo di prigionia in Belgio che “era noto per essere particolarmente massacrante”. Laggiù “si riferisce che le condizioni dei 130.000 prigionieri non fossero molto meglio di quelle di Belsen. Quando il campo fu ispezionato nell’aprile del 1947 si trovarono appena quattro lampadine funzionanti; non c’era combustibile, né pagliericci e neppure cibo, a parte la minestra d’acqua”. Un servizio della Reuters del dicembre 2005 aggiunge una significativa dimensione: “Secondo il Guardian, gli inglesi gestirono un carcere segreto in Germania per due anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale dove i reclusi, compresi membri del Partito Nazionalsocialista, furono torturati e fatti morire di fame.
    Citando dei dossier del Foreign Office, resi pubblici in seguito ad una richiesta ai sensi del Freedom of Information Act, il quotidiano scrive che la Gran Bretagna ha detenuto uomini e donne [sic] in una prigione di Bad Nenndorf fino al luglio del 1947. Il giornale riferisce di “minacce di giustiziare i prigionieri, oppure di arrestare, torturare e uccidere le loro mogli e i loro figli erano considerate del tutto appropriate in quanto mai furono attuate”. I francesi pretesero lavoratori tedeschi per ricostruire il paese, ed a questo scopo inglesi ed americani cedettero loro circa un milione di soldati tedeschi. MacDonogh dice che “il loro trattamento fu particolarmente brutale”. Non molto tempo dopo la fine della guerra, secondo la Croce Rossa, 200.000 prigionieri morivano di fame. Siamo informati di un campo “nella Sarthe [dove] i prigionieri dovevano sopravvivere con 900 calorie al giorno”.

    Il saccheggio totale dell’economia tedesca:
    I capi alleati non erano d’accordo fra loro sul Piano Morghentau per spogliare la Germania del suo patrimonio industriale e trasformarla in un paese agricolo. L’opposizione di alcuni e l’esitazione di altri, tuttavia, non impedì che de facto il piano venisse attuato. Quando la confisca fu conclusa, la Germania era in larga misura priva di mezzi produttivi. MacDonogh afferma che sotto i russi “Berlino perdette circa l’85% della propria capacità industriale”. Da Vienna venne portata via ogni macchina. Dal Danubio fu sottratto il naviglio e “una delle priorità sovietiche fu la confisca di qualsiasi importante opera d’arte trovata nella capitale [Vienna]. Questa fu un’operazione totalmente pianificata”. Però “peggiore del completo trasferimento della base industriale fu il rapimento di uomini e donne per sviluppare l’industria in Unione Sovietica”. Sotto gli americani, lo smantellamento dei siti industriali proseguì finché il generale Lucius Clay non lo fermò un anno dopo la fine della guerra. Fino all’azione di Clay, il Piano Morghentau era incarnato dalla Disposizione n. 6 dell’Ordine 1067 (529 del Joint Chiefs of Staff. MacDonogh dice che dove “il furto degli ufficiali americani fu perpetrato su scala massiccia” fu nel “sequestrare scienziati ed impadronirsi di attrezzature scientifiche”. Gli inglesi presero molto per sé e passarono altro patrimonio industriale agli “stati clienti” come la Grecia e la Jugoslavia. La famiglia reale britannica ricevette lo yacht di Goering e la zona britannica della Germania fu spogliata degli “stabilimenti che potevano in seguito entrare in competizione con le industrie britanniche”. MacDonogh scrive che “gli inglesi ebbero la propria tipologia di furto organizzato con la [cosiddetta] T-Force, che cercava di racimolare qualsiasi ingegno industriale”. Da parte loro i francesi sostennero “il diritto alla razzia”. “La Francia non esitò ad appropriarsi di un’azienda di clorati a Rheinfelden, una di viscosa a Rottweil, delle miniere Preussag e dei gruppi chimici Rhodia”, e di molto altro ancora. Se il Piano fosse stato realizzato del tutto per un lungo periodo di tempo, gli effetti sarebbero equivalsi ad una calamità. (Il piano Morgenthau può infatti essere rapportato alle deportazioni di massa e alla trasformazione totale del lavoratori in contadini e braccianti agricoli attuata decenni dopo in Cambogia da Pol Pot, ndR) Keeling, in “Gruesome Harvest”, scrive che tentare “la distruzione permanente del cuore industriale tedesco” avrebbe avuto come “conseguenza ineluttabile la morte per fame e malattia di milioni, decine di milioni di tedeschi”.

    La giustizia dei vincitori:
    Quando la guerra terminò c’era unanimità fra i capi alleati sul fatto che i capi Nazionalsocialisti fossero messi a morte. Alcuni volevano una esecuzione immediata, altri “una corte marziale straordinaria”. Ci fu un inaspettato vantaggio nell’insistenza degli inglesi a seguire le “formalità legali”, come fu poi deciso. Il risultato fu una serie di processi coi trabocchetti dei normali procedimenti giudiziari, che però furono di fatto una parodia dal punto di vista del “principio della legalità”, mancando sia dello spirito che dei particolari del “giusto processo”. In due capitoli, MacDonogh fornisce un resoconto del principale processo di Norimberga e della serie di processi che si ebbero in seguito, per anni. Fra questi, gli americani celebrarono vari processi a Norimberga, dopo il principale; davanti ai “tribunali per la denazificazione” furono giudicate migliaia di cause; dopo la loro entrata in funzione i tribunali tedeschi continuarono i processi e, naturalmente, sappiamo del processo in Israele e dell’esecuzione di Eichmann. Vi sono molti motivi per chiamarla “giustizia dei vincitori”. Perché se fosse stato altrimenti, un tribunale veramente imparziale avrebbe dovuto essere convocato in qualche parte del mondo (ammesso che una cosa simile fosse stata possibile subito dopo una guerra mondiale) ed avrebbe dovuto procedere contro i crimini di guerra commessi da tutte le parti combattenti. Ma ovviamente sappiamo che una forma di giustizia tanto imparziale non era neppure contemplata. Nell’atto d’incriminazione di Norimberga i Nazionalsocialisti erano accusati del massacro del corpo ufficiali polacchi della foresta di Katyn, imputazione che fu discretamente (e con grande disonestà intellettuale e “giudiziaria”) tralasciata nel giudizio finale, dopo che era divenuto chiaro a tutti che erano i sovietici ad aver commesso la strage. Un altro dei molti altri esempi possibili sarebbe quello relativo alle deportazioni Nazionalsocialiste addebitate a Norimberga sia come crimine di guerra che come crimine contro l’umanità. Per converso, nessuno fu mai “assicurato alla giustizia” per l’espulsione alleata dei milioni di tedeschi dalle loro terre ancestrali dell’Europa centrale.

    Traduzione a cura di Fabrizio Rinaldini – recensione di Dwight D. Murphey, docente alla Wichita State University fino al 2003 e tratta dal “The Journal of Social, Political and Economic Studies”, 2009 – Il libro After the Reich: The Brutal History of the Allied Occupation di Giles MacDonogh, è stato edito da Basic Books nel 2007, ristampato nel 2009, pagine 656
    Generale del Regio Esercito e responsabile di crimini di guerra sul fronte jugoslavo al comando della 2a Armata

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    Predefinito Rif: Guai ai vinti: le umiliazioni alleate verso la Germania sconfitta

    Dorothea e le altre

    Memorie delle violenze sovietiche in Germania 1944-1945

    Tra il gennaio e il marzo del 1945 circa 5 milioni di tedeschi orientali cercarono di sfuggire all'avanzata dell'Armata Rossa. La fuga fu una esperienza prevalentemente femminile e lasciò un segno indelebile nelle memorie delle protagoniste. Le violenze sessuali perpetrate dai soldati sovietici, la fuga, la prigionia e l'occupazione rappresentarono momenti centrali e drammatici della fase conclusiva della "guerra totale" combattuta sul fronte orientale2. Le testimonianze delle profughe, raccolte dal governo federale tedesco nei primi anni Cinquanta per documentare le atrocità sovietiche, oggi appaiono come imprescindibili strumenti di analisi per la ricostruzione del vissuto della popolazione tedesca orientale tra guerra e dopoguerra.

    Le memorie scritte di Dorothea M., Frau C., Charlotte P. e Waltraud S.3, tratte dal vasto fondo documentario della "Ost Dokumentation" conservato presso l'archivio federale di Bayreuth, che qui presentiamo in forma integrale, ben esemplificano la dimensione della violenza, dello sradicamento e della prigionia sperimentato nel contesto bellico. Si tratta di testimonianze - scritte nel corso del 1951 - che si configurano già come una rielaborazione degli eventi: non a caso nei memoriali è possibile riscontrare riflessioni, considerazioni sulla propria esperienza, volontà di ricordare o, viceversa, di rimuovere gli episodi più raccapriccianti e dolorosi. Così pure la violenza sessuale viene riferita in maniera diversa: lucida, dettagliata quando si tratta di raccontare vicende altrui, reticente, attenuata quando le donne riferiscono le proprie esperienze. In posizione centrale o marginale rispetto all'economia generale dei racconti, gli stupri sovietici devono essere inquadrati in un periodo pervaso dalla violenza, dall'angoscia, dalla perdurante condizione di sradicamento; accanto alla violenza subita e sofferta c'è la paura della violenza stessa, il terrore, la preoccupazione per i propri familiari, la tensione prolungata. In molte occasioni il desiderio di sopravvivere e di salvarsi deve confrontarsi con le esigenze dei propri figli, dei genitori anziani. In queste condizioni, l'istintiva propensione all'individualismo, all'indifferenza verso gli altri, si trasforma in una tensione positiva, in una sensibilità accentuata che, partendo dalla cerchia ristretta dei familiari si estende alle altre donne, esprimendosi attraverso sentimenti di condivisione e gesti di solidarietà. Sono proprio i legami familiari, la presenza dei bambini e di altre donne a permettere di superare i momenti più difficili, ma anche il coraggio, la prontezza, la capacità di resistenza e di reazione.

    Se la violenza sessuale accomuna le vicende delle quattro donne, diversi sono i contesti. I racconti di Dorothea, di Frau C. e Charlotte, riferiscono della condizione dei civili tedeschi nelle città di Danzica, Elbing e Zappot, gremite di decine di migliaia di profughi, assediate e conquistate dai sovietici. Proprio perchè difese in maniera ostinata dai gerarchi nazisti, la reazione delle truppe sovietiche contro la popolazione e i profughi fu particolarmente violenta. La testimonianza della giovane Waltraud, all'epoca ventiquattrenne, invece, riferisce della fuga fallita dalla Prussia Orientale, della cattura e del periodo dell'occupazione. La fuga - costellata dalle violenze - si tramuta in prigionia, lavoro coatto e continue peregrinazioni che la conducono in Lituania.

    Dalle memorie scritte dalle donne emerge un quadro drammatico, arricchito dai racconti, dalle voci e dalle tensioni che attraversavano la componente femminile, una comunità che si sentiva braccata, ferocemente colpita nella femminilità e nella maternità, attraverso le violenze, le finte esecuzioni, la prigionia e il lavoro coatto. Separazioni, lutti, continuo contatto con la morte e la violenza sono tratti comuni di queste testimonianze; benché possano sembrare esagerazioni e frutto delle voci incontrollate tra i profughi in fuga, la mortificazione della femminilità e gli atti di sadismo non furono casi isolati: a Elbing le donne furono colpite con l'acido sui genitali, in altre località della Prussia orientale o nella stessa Danzica, oltre ad essere violentate furono uccise e mutilate, a riprova di una ondata di ferocia e di odio che pervadeva le truppe dell'Armata Rossa, desiderose di vendicarsi e di terrorizzare la popolazione civile inerme.


    Memoria di Dorothea M., Ost Dok 2/68, WestPreussen, Reichskreise, Kreis Elbing, pp. 380-383.

    Oggi non mi è più possibile riferire tutte le esperienze spaventose e riesco appena a rappresentare con le parole tutte le impressioni, tutte le dure prove vissute allora, la miseria e la paura di morire. Diventerebbero tantissime pagine, volumi interi, se si volesse trattare singolarmente tutti gli eventi vissuti in questo periodo. Tuttavia, voglio riferirne alcuni fedelmente. Soltanto questo resoconto di morte [Todesanzeige] che in sè cela una massa di dolore e di sofferenza quasi insopportabile, dice già abbastanza. E questo è soltanto un destino fra i molti, quello della nostra famiglia, perchè chissà quante famiglie ci sono nei territori orientali in cui sono verificati casi simili e perfino perdite peggiori.

    Il 9 febbraio 1945 i russi raggiunsero il nostro quartiere di Elbing, la mia città natale, all'incrocio tra Königsbergerstrasse e Hochstrasse. Dopo che i combattimenti più spaventosi furono terminati (è noto che Elbing è una delle città più distrutte dei territori orientali), credemmo di poter respirare e non immaginavamo ancora che da quel momento sarebbero iniziati per noi dolori molto più grandi. I russi ci avevano appena scoperti nel nostro piccolo bunker che avevamo costruito nel giardino, che subito cominciarono a saccheggiarci. Ci furono portati via orologi, valori, gioielli. Questo però non ci turbava, perchè noi tutti - eravamo circa 18 inquilini - eravamo completamente sfiniti e affamati e non avevamo potuto lasciare il bunker durante i bombardamenti che erano durati diversi giorni nel nostro quartiere. La nostra casa fu bruciata. Arrivò un russo ubriaco e pretese grappa, che naturalmente noi non avevamo. Pieno di rabbia, prese una bomba a mano e la gettò nel bunker che sarebbe inevitabilmente saltato in aria seppellendoci, se all'ingresso del bunker - che miracolo - non ci fosse stato un secchio d'acqua. La granata cadde infatti proprio in questo secchio d'acqua, fischiò, riempì il bunker di fumo e ferì solo quelli che erano più vicini all'ingresso, due dei quali in modo grave; questi ultimi furono uccisi dai russi con la pistola, fra cui mio zio Bernhard H. di 56 anni. Furono uccisi perchè non avevano più la forza di andare avanti; subito dopo fummo trascinati fuori dal bunker peggio degli animali. Così cominciò la via del dolore per molte migliaia di vecchi e giovani. Le persone furono concentrate e rinchiuse - proveniendo da tutte le strade e da tutte le case -, in prigione o in altri edifici pubblici. Noi, per esempio, fummo condotti nella Bergschule e dovemmo trascorrere là la notte. Fu orribile [Grauenvoll]. Eravamo tutti stipati, uno accanto all'altro, tutti sfiniti, affamati. Alcuni mangiarono ancora qualcosa, la maggior parte però non aveva niente perchè non c'era stata alcuna possibilità di procurarsi da mangiare. Ancora credevamo, o meglio speravamo, che tutto ciò sarebbe finito presto e che saremmo stati di nuovo rimandati alle nostre case. Ci era stato promesso "cibo caldo"! Quale beffa, quanto a lungo la gran parte di noi non lo vide più, molti proprio mai più. La propria fame e i lamenti dei piccoli e degli adulti, che avevano fame e sete, erano insopportabili. Quando penso ai molti bambini che piangevano, ai miei piccoli di 2 e 3 anni (non c'è niente di più atroce che vedere i bambini piangere per fame), quando penso ad una partoriente senza alcun mezzo di sostegno, allora ancora oggi mi prende lo sconforto e l'orrore [grauen]. E allora cominciò veramente il peggio, il peggio che a noi donne potesse capitare. Fu sconvolgente quando riconoscemmo l'inimmaginabile: queste bestie [i sovietici, bestien] venivano senza sosta, illuminavano la stanza con le loro torce, prendevano le donne una dopo l'altra, non c'era nessun aiuto e non c'era neanche quasi alcuna donna alla quale fu risparmiato questo destino [Schicksal] di brutali violenze. [fine pag. 380] Anch'io non sono stata risparmiata, così pure non furono risparmiate le mie povere sorelle, giovani ed inesperte e le molte donne e fanciulle che dovettero piegarsi se non volevano venire uccise. Se qualcuna si rifiutava di andare con loro, le veniva mostrata la pistola. Così trascorse la prima notte della "liberazione" da parte dei russi.

    La mattina l'intera massa umana fu condotta in città, donne e bambini in grandi gruppi separati dagli uomini. Era la mattina del 10 febbraio 1945, un giorno che rimarrà scolpito nella memoria per sempre. Io vedo tutto di fronte a me oggi come allora. Le scene strazianti che si svolsero allora non si possono riferire adeguatamente. Le mie due sorelle di 16 e 26 anni che avevano condotto con sé nostra madre, allora malata, furono separate da lei. Come potevamo solo immaginare che non ci saremmo più viste e lo stesso vale per mio padre che stava molto indietro nella fila degli uomini. Solo molto più tardi, quando avevamo lasciato Elbing, siamo venuti a sapere da amici e conoscenti tornati in patria, del calvario dei nostri poveri morti. Alcuni di loro, che erano con loro in Siberia, poterono soltanto comunicarci, che loro erano morti tutti, meglio detto, consumati [verendet]. Come risulta da quanto riferito, erano cadaveri ridotti a scheletri, ammassati in fosse comuni. Nessuno può comprendere quello che queste povere persone hanno dovuto soffrire.

    Io stessa sono sfuggita alla deportazione perchè tenni i miei due figli stretti in braccio quando i russi mi strattonarono. Fu un caso fortunato, perché anche il fatto di avere bambini non era un motivo di impedimento alla deportazione. Quante madri furono strappate via ai loro figli. Una giovane madre, dopo che aveva lasciato sul margine della strada il suo neonato morto di fame sul cuscino, mi cedette la sua carrozzina affinché io potessi riporvi mia figlia di un anno e mezzo, gravemente ammalata e mezza morta di fame (morì un anno più tardi per scorbuto hungerscorbut); ebbene, quella giovane madre fu immediatamente portata via dai russi. Lei chiamò, urlò chiamò - come tutte - sua madre, la quale si affrettava a soccorrerla, ma anche lei fu respinta e ricacciata via con colpi di calcio di fucile. Non potrò mai dimenticare per tutta la mia vita queste persone, giovani e forti, che allora appena si reggevano in piedi, alcune piangenti e lamentanti, altre completamente apatiche.

    Dopo che tutte le giovani ragazze e le donne furono separate con forza dal nostro gruppo, noi, quelle poche che rimanevamo, fummo condotte indietro nella città in fiamme. Riuscimmo ad arrivare sino al centro della città, dove io trovai rifugio presso una mia amica Edith K. I ripetuti stupri li voglio menzionare soltanto di sfuggita: queste molestie sembravano non avere fine. Eravamo allora un bel po' di persone in questa casa e nelle settimane successive vivemmo nelle cantine in condizioni primitive, senza protezione, senza legge e senza diritti, esposti giorno e notte alla brutalità e all'arbitrio dei russi. I continui saccheggi non ci turbavano più, ma la paura costante di nuovi stupri ci paralizzava completamente (oggi ci si chiede come si sia potuto sopportare tutto questo). Le deportazioni proseguivano: quotidianamente si udivano le grida delle donne che imploravano aiuto, le quali venivano portate via dalle case, mentre si trovavano in cerca di cibo (si cercava infatti qualcosa da mangiare nelle cantine vuote o nelle abitazioni), oppure mentre si trovavano al pozzo a prendere l'acqua (le condutture di luce ed acqua erano ancora completamente distrutte). Io stessa vivevo sempre con la paura della morte perchè il pensiero di venire separata dai bambini era davvero il peggio che mi potesse capitare. E si era sempre e ovunque esposte al pericolo di essere rapite e deportate. Da qui in seguito voglio riferire come i russi eseguivano queste azioni di deportazione. Si era al Venerdì santo - i sovietici avevano una particolare preferenza nello scegliere questi giorni, o simili feste, o domeniche - quando la nostra strada fu improvvisamente bloccata. Si sentì fischiare e gridare da tutte e le parti e nel giro di pochi minuti tutte le case e i giardini furono accerchiati. Non si poteva perciò pensare di fuggire. Tutte le case furono perquisite da cima a fondo (soltanto chi ha vissuto qualcosa di simile può comprendere ciò che significa). Io riuscii all'ultimo istante a strisciare in un nascondiglio che avevo già predisposto per questo scopo (perchè questa non era la prima volta che avvenivano le retate). Là io aspettavo tremante e quasi priva di sensi, chiedendomi se stavolta [fine p. 382] sarei stata presa. Ma anche questa volta la passai liscia. Soltanto dalla nostra casa furono prese quattro donne (fra cui anche una madre di bambini piccoli; due di queste in seguito ritornarono a causa dell'età e delle malattie). Io riuscii appena a vedere - quando i russi lasciavano la casa, veloci così come vi erano arrivati, perchè una strada seguiva ad una altra e subito dopo questa veniva bloccata - una lunga fila di donne e ragazze, proprio in mezzo alla strada, piangenti; alcune di esse portavano con sè fagotti, altre con coperte e altre ancora persino senza un cappotto. Ed era freddo. Non dimenticherò anche questa triste corteo. Con i calci dei fucili, furono spinte avanti (e tremando io mi chiedevo quando sarebbe capitato a me).

    Poi venne il 20 aprile, anche quello un giorno di paura. Già da prima fummo raggiunte da voci. Ma il giorno trascorse tranquillo e noi eravamo fiduciose e ci mettemmo a dormire, tuttavia con i vestiti, perchè altrimenti non potevamo più stare tranquille. Nei casi di necessità si doveva per lo meno essere vestite, poi però venne una brutta notte. In questa notte ho visto appiccati sette grandi incendi. Di nuovo la casa era piena di russi. Sebbene noi avessimo messo delle assi per bloccare le porte della casa, loro erano improvvisamente là e stavolta non mi riuscì nemmeno di nascondermi. Stanca morta e piena di fame, come già si era, mancavano le forze anche per difendersi e ribellarsi. Pioveva a dirotto quando noi donne - lasciando indietro i bambini - fummo tutte portate fuori, tranne alcune persone anziane tra cui anche mia madre. Così mi rimase soltanto questa consolazione, cioè che entrambi i miei bambini piccoli per lo meno rimanevano al riparo con mia madre. Con il chiasso i bambini si erano svegliati e gridavano verso di me, mentre i russi già mi portavano via. Allora credevo che non sarei mai ritornata. Fu terribile e questo momento non è possibile riferirlo con le parole. Ma questo comportamento era abituale, quella notte fu un esempio di come i russi ci tormentavano [quälen] solamente per il selvaggio e il semplice desiderio di divertirsi. Ci portarono via facendoci passare presso numerosi focolai d'incendio, lasciando in ogni luogo un gruppo. Eravamo una lunga fila di donne, prese da un intero quartiere. E ci si stupiva che ci fossero ancora così tante le donne nel quartiere. Io stessa mi ritrovai all'interno di un gruppo che doveva rimanere nella Petristrasse. Lì bruciava una grande casa e noi dovemmo fermarci lì davanti. Da una parte la pioggia battente, dall'altra le fiamme alte, il crepitio, il calore insopportabile, la gran paura che la casa avrebbe potuto crollarci addosso. E improvvisamente i russi gridarono, fummo contate: una ogni dieci "avanzare" per essere uccise perchè i tedeschi avevano appiccato tutti questi incendi! Che folli, se un tedesco avesse osato mettere piede in strada durante la notte sarebbe stato ucciso dai soldati russi senza pietà. (E'impossibile trovare parole per questo, che cosa abbiamo provato in termini di tormento per quello che è successo). Mentre queste bestie contavano, altre sparavano sopra le nostre teste, si sentiva fischiare e esplosioni dappertutto e si creò una situazione di confusione generalizzata. Noi cercammo di fuggire ma senza speranza, perchè i russi ci avrebbero presto inseguite e accerchiate. Ancora oggi vedo davanti a me questo loro ghignare, queste smorfie demoniache; godevano della nostra paura folle, sapevano che eravamo indifese, poi ci colpirono improvvisamente con i calci dei loro fucili e ci urlarono che noi tutte dovevamo correre (sempre soltanto con parole spezzate, con tedesco stentato), altrimenti saremmo state uccise. Poi noi, stanche come eravamo allora, abbiamo corso pur di sopravvivere, finché non ci siamo sentite un po' più sicure nell'oscurità. Erano le tre del mattino. Ci avevano portate fuori a mezzanotte. Alcuni di loro ci riportarono indietro, nella nostra strada, e non ci fecero più niente. Ogni volta, dopo una tale o simile esperienza, si crollava esauste [fine pag. 382].

    Nel corso di questo periodo eravamo diventate insensibili a queste e simili esperienze. Poi venne qualcosa che ci scosse di nuovo. Per lo meno per me fu così. Sotto la "guida" di una comunista tedesca e di suo marito, i quali dovevano aver ben fraternizzato con molti russi, fummo obbligate a seppellire i molti soldati tedeschi morti che giacevano sparsi in tutte le strade, case e cantine. Ancora oggi sarei in grado di andare là dove li abbiamo sepolti (all'inizio fra le lacrime, ma anche con quelle dovevamo andare prudenti, perchè non volevamo far arrabbiare le sentinelle). Ci era stato severamente vietato di prendere qualsiasi documento da questi cadaveri. Nemmeno quest'ultimo servizio potemmo prestare per questi poveri morti. A quanti che ancora oggi aspettano, si sarebbe potuto dare la notizia della loro morte. Io possiedo ancora un piccolo libro di preghiere di un soldato - purtroppo senza nome - che io presi quando noi seppellivamo i soldati; ci fu ordinato di seppellire un cadavere di cavallo con i soldati, un fatto così disumano. Si era talvolta quasi senza forze, provavamo compassione per questi morti e per i loro parenti che mai potemmo conoscere. In particolare è necessario citare un caso: nel cortile della Pestalozzischule (Logenstrasse) abbiamo seppellito circa 25 soldati. Questi poveri soldati erano stati gravemente feriti e giacevano nella cantina della scuola che doveva essere stata adibita a infermeria, in parte irrigiditi e contorti come in lotta contro la morte, in parte uno vicino o sopra l'altro. Era una visione sconvolgente. Alcuni portavano insopportabili segni di sfracellamento e ferite da arma da fuoco. Ancora oggi mi prende l'orrore se io rivedo davanti a me questo lago di sangue raggrumato. Tutti erano stati assassinati dai russi in modo bestiale. Nei cadaveri di due donne, che noi abbiamo seppellito, era chiaramente riconoscibile che erano state precedentemente stuprate e poi uccise con arma da fuoco, erano seminude, un'immagine straziante [ein Bild des Jammers]. Devono essersi difese e per questo devono essere state uccise.

    Ancora una cosa vorrei segnalare prima di arrivare alla conclusione. Ė vera e mi fu raccontata da una mia precedente vicina di casa (Frau P.) ancora nell'estate del 1945 ad Elbing. Nella Hochstrasse, di fronte alla piccola casa dei miei genitori (che era stata bruciata durante i bombardamenti), c'era la casa a due piani della famiglia A. In questa casa si erano radunati un certo numero di vicini per aspettare la fine dei combattimenti nella città. Dopo la conquista della nostra città i russi trovarono un soldato russo morto che giaceva di fronte alla casa. Di lì a poco tutti gli uomini, che si trovavano nella cantina, furono rapidamente portati fuori e uccisi. Vorrei ricordare i nomi di alcuni che sono ancora nella mia memoria; li conoscevo sin dalla mia infanzia: 1) Sig. T., di circa 76 anni, 2) W., di circa 55, 3) P., di circa 56 (sua moglie è quella che mi raccontò questa vicenda), 4) A., di circa 62, 5) S., di circa 65, 6) S. (età sconosciuta). Inoltre, fra i morti, c'erano altri due uomini, i cui nomi non mi sono noti perchè non appartenevano alla cerchia dei nostri vicini. La casa poi fu subito dopo fatta saltare in aria dai russi (io stessa l'ho vista diroccata), senza riguardo per le donne e ragazze che ancora attendevano nella cantina. Quante di loro in quell'occasione ancora sono morte non lo so più. Due tombe - una giovane ragazza e una anziana donna - furono erette nel nostro giardino, nel campo di patate. Ho visto le tombe e la madre della ragazza che io vidi là mi raccontò piangendo del suo destino. Loro erano per strada, erano state sorprese dagli spari ed avevano cercato rifugio. Ogni singolo cittadino di Elbing può enumerare questi e altri infami crimini, e questa operazione non ha fine.


    Memoria di Frau C., Ost Dok 2/53 West Preussen, Korridorkreise, kreis Graudenz, pp. 61-64.

    Nella fuga dai Bolscevichi [die Bolschewisten], i miei bambini si ammalarono, il mio unico figlio maschio morì e così rimasi sola con mia suocera. Per non mettere in ulteriore pericolo la vita delle mie tre figlie, rimasi a Gletkau presso Danzica da mia sorella. Qui sono sopravvissuta all'ingresso dei russi. Solo pochi soldati tedeschi avevano difeso Zoppot. Fra Zoppot e Danzica si trovava un'unica mitragliatrice. Durante la notte improvvisamente udimmo dall'altoparlante queste parole: "qui parla Radio Mosca, siamo appena entrati a Zoppot e marciamo verso Danzica e Gotenhafen, deponete le armi e pensate alla vita delle vostre donne e bambini. Vi assicuriamo la vita e la libertà!". Allora noi guardammo fuori dalle finestre e ci accorgemmo che i bolscevichi in tutta tranquillità, senza incontrare resistenza, avevano occupato Zoppot. La mattina seguente i bolscevichi bombardarono Gletkau, sebbene da parte tedesca non fosse partito alcun colpo. Noi risiedevamo tutti nella cantina della casa di mia sorella. Diverse granate colpirono la nostra casa e la distrussero completamente. Io strisciai fuori dalla finestra della cantina e vidi circa 100 carri armati proprio davanti a me; gridai ai Bolscevichi che lì si trovavano soltanto donne e bambini. Diversi Bolscevichi saltarono fuori dai panzer e si gettarono, armati di asce, verso la nostra casa. Io strisciai indietro attraverso la finestra e urlai: "Arrivano i russi". I russi sfasciarono le porte con le asce ed entrarono urlando continuamente "Vodka"; noi stavamo sedute come impietrite, in un angolo, mentre i russi distruggevano le nostre casse e valige. Presero tutto quello che c'era di valore, e ciò che non gli piaceva lo calpestarono. La sera prima una vicina ci aveva pregato di prendersi cura di lei, noi ci recammo in casa della signora, una certa signora F. Quando arrivammo, proprio in quel momento i russi aprirono il garage della villa; qui si era nascosto un mitragliere tedesco e uscì fuori con le mani alzate: il russo che stava più avanti girò la sua carabina e lo colpi con il calcio di fucile sulla testa, cosicché lo sventurato cadde a terra svenuto. Gli altri russi lo liquidarono con alcuni colpi.

    Nella cantina della villa trovammo la signora F., un vecchio medico e la sua domestica trentenne; sul pavimento della cantina giaceva il cadavere in una pozza di sangue di una giovane a cui i russi avevano tagliato la pancia. Si era difesa quando i russi volevano violentarla. Atterrita da questo orribile gesto di violenza, la domestica del medico aveva dovuto subire le violenze dei soldati; circa 25 uomini avevano abusato di lei [sich an ihr vergangen, fine pag. 61]. Quando noi, ancora attoniti, fummo consapevoli di tutto questo orrore, comparvero di nuovo dei russi nella cantina e mi ordinarono di seguirli. Io presi il mio bambino più piccolo di 10 mesi e andai con i soldati. Giunta in un'altra stanza della cantina, vidi un ufficiale su una sedia che si faceva dare della grappa da un soldato con un cucchiaio. Il soldato che mi aveva preso mi ordinò di sedermi in braccio all'ufficiale mentre un altro cercava di strapparmi via il bambino. Ci fu una lotta violenta, ma io non lasciai andare il mio bambino che piangeva; in polacco dissi all'ufficiale che era un miserabile e di vergognarsi dei suoi gradi perchè davanti ai suoi occhi i suoi soldati facevano quello che volevano. Queste parole sembrarono ferire il suo orgoglio e ordinò di rilasciarmi. Barcollando, ritornai indietro nella cantina, quando comparvero nuovamente i russi. Nella mano avevano delle mostrine di ufficiale tedesco e affermarono di aver trovato queste mostrine: "Tuo marito è ufficiale" mi urlarono. Io riconobbi per mia fortuna che sotto alle mostrine non c'era il giallo della cavalleria che portava mio marito bensì il giallo chiaro dei reparti di trasmissione. Ciò mi diede coraggio. Compresi che i soldati volevano solamente vendicarsi di me perchè in precedenza li avevo umiliati e così mi ordinarono di seguirli. Io presi i miei tre bambini per mano e andai fuori con i soldati così come loro richiedevano. Fuori mi spiegarono che avrei dovuto essere uccisa. I miei due figli più grandi lo capirono e implorarono di accelerare la fucilazione affinché lo strazio avesse fine; io gridai ai russi che erano degli straccioni e che non erano soldati e che mia avevano messo di soppiatto le mostrine nella carrozzina. Avevo già capito che solo questo genere di tono e di accuse avevano effetto sui russi. Arrivarono altri russi e dissero ai loro commilitoni che ero proprio una polacca perché gli abitanti di Danzica non parlano il polacco. "Lasciatela quindi andare", aggiunsero, ed effettivamente i miei aguzzini [peiniger] mi lasciarono bestemmiando. Nonostante questo, non poteva esserci ancora pace. Il già citato ufficiale entrò, vide che mia suocera aveva addosso una giacca di pelle e pretese subito che se la togliesse; a me ordinò di cucire sopra questa giacca i suoi gradi. Io gli risposi che non avevo niente per cucire. Quindi lui si portò presso di sé un soldato il quale dovette attaccargli i gradi.

    Poco dopo i russi marciarono oltre e noi utilizzammo questa quiete temporanea per lasciare questo luogo, perchè temevamo la vendetta dei russi. Credevamo anche che saremmo stati più sicuri nella più popolosa Zoppot. Nel breve tragitto tra Gletkau e Zoppot giacevano diverse donne uccise con le gonne sollevate. Mia suocera si avvicinò ad una delle donne e le mise in ordine i vestiti: presto fischiarono alcune pallottole verso di noi. Sembrava che gli assassini [Mörder] non potessero sopportare che ci si accostasse alle loro vittime. Così proseguimmo rapidamente verso Zoppot, dovemmo però riconoscere [fine pag. 62] di essere cadute dalla padella nella brace. Alcune volte singoli soldati dell'Armata Rossa [rotarmisten] cercarono di spingerci nelle case ma poiché noi eravamo un insieme piuttosto numeroso di persone ci lasciarono, intimoriti dalle luce del sole e dalle grida dei bambini. Ci recammo nella casa dove abitava mia sorella sposata, che era già piena di donne; la gioia per il nostro arrivo fu grande poiché ciò rafforzò in loro un certo senso di sicurezza.

    Eravamo appena arrivate quando arrivò un impiegato del Nkvd, arrestò un vecchio medico così come tutti gli altri uomini che incontrarono. La notte successiva entrò un ufficiale e pretese una donna. Poiché naturalmente nessuna di noi si muoveva, minacciò di mandare i suoi soldati e poi effettivamente concretizzò la sua minaccia. E poco dopo sette soldati entrarono dentro con le braghe calate nella nostra abitazione, agitarono le armi per spingerci ad alzarci; in questo momento critico entrò un uomo che parlava perfettamente tedesco, un russo biondo, di bell'aspetto, e mandò fuori i soldati immediatamente. La banda [die Bande] si recò poi in una stanza accanto, dove abitava un ex soldato tedesco cui erano stati amputati entrambi i piedi con sua moglie e i suoi sei figli. Lo sfortunato fu colpito fino a perdere la conoscenza poiché non voleva lasciare sua moglie. L'orda disumana [entmenschte Horde] prese la donna e la portò fuori tirandola per i piedi, cosicché la sventurata batteva sempre con la nuca sul terreno. Semi-incosciente, fu violentata da tutti e sette gli uomini dopo che per primo, l'ufficiale del gruppo, l'aveva violentata. Ora ringraziamo il nostro salvatore che non pretese niente per il suo gesto. Vedevamo con favore che si sviluppasse una relazione tra lui e una giovane vedova che era nel nostro gruppo. Così il giovane russo rimase tra di noi anche nel periodo successivo e ci difese da tutti gli intrusi. Non abbiamo mai capito per quale motivo i soldati russi si facessero condizionare da un singolo. Io credo che non fosse nient'altro che la soggezione degli slavi di fronte ad una presenza forte, energica.

    Il giorno successivo venne una donna conoscente nella nostra casa e ci raccontò in preda al panico che la sua figlia maggiore era stata uccisa. Circa 70 russi l'avevano violentata uno dietro l'altro, quando poi alla fine se ne andarono si era rifugiata in chiesa, dove sperava di trovare pace ma un russo l'aveva vista era corso dietro di lei e l'aveva massacrata per la rabbia pensando che lei volesse sfuggirgli. Poi, gli insaziabili russi avevano voluto buttarsi sulla sua figlioletta di 10 anni: avevano già strappato alla bambina i vestiti dal corpo; in questo momento cruciale la madre si era offerta a loro; i dissoluti avevano alla fine accettato questo scambio. Lo stesso giorno mi si offrì un quadro spaventoso: in una angolo della casa stava una giovane donna che sanguinava dalle mani e dai piedi; dopo diverse domande, venni a sapere dalla sventurata le più raccapriccianti atrocità [die schaurigsten Greueltaten] che io a mia volta avevo vissuto. La giovane aveva voluto difendersi con tutte le forze dalla violenza; allora per questo era stata gettata sul pavimento di legno e inchiodata a questo mani e piedi. Ridendo e cantando i demoni bestiali [die vertierten Unholde] si erano poi disposti amichevolmente verso la crocifissa e l'avevano lasciata lì [fine pag. 63]. Solo dopo alcune ore una vecchia l'aveva liberata dalla terribile situazione. Da ogni parte, quasi ad ogni ora, arrivavano donne che portavano simili annunci funesti. (Quando io allora arrivai a Danzica, un certo dottor S., un noto pediatra, protesse la mia seconda figlia da un destino simile, così come mio figlio, ora morto. Lo avevo incontrato ancora alcuni giorni prima dell'arrivo dei russi nella città; si era trovato in un grande conflitto di coscienza; doveva fuggire con la sua famiglia oppure doveva rimanere - qui, dove sarebbe stato utile, necessario? Lui era rimasto per compiere il suo dovere. Ancor più mi scosse la notizia che lui si era avvelenato assieme alla sua famiglia. Questo mi spinse verso la sua abitazione, e vidi l'intero quadro spaventoso; uno sopra l'altro incrociati, sul pavimento, c'erano i cadaveri dei due genitori e dei quattro bambini che ancor pochi giorni prima avevo visto giocare in strada. Una donna mi raccontò come si era svolto questo dramma. I soldati russi erano entrati e avevano voluto violentare la moglie del medico; quando suo marito si oppose, lo bloccarono e violentarono sua moglie senza nessun pudore, davanti ai suoi occhi. Nella più profonda disperazione ed abbattimento si erano poi avvelenati). Parallelamente agli stupri sistematici si verificava il sistematico incendio di intere strade; l'incantevole Seestrasse di Zoppot venne quasi completamente incendiata. Mi doleva il cuore quando io dovetti assistere ad una spedizione incendiaria: un gruppo di soldati andava di casa in casa e dietro alla squadra in movimento ogni volta si vedeva salire una colonna di fuoco verso il cielo. Da ultimo andò in fiamme il stabilimento di cura. Progressivamente i rapporti si normalizzarono un po', ma accadde ancora che i soldati russi apparissero come un orda selvaggia [wilde Horde]. Sembravano avere una gioia infantile nel travestirsi e andavano in giro con cappelli da signora, in uniforme del partito nazista o anche in pigiama. Un giorno noi, sorprese, aprimmo le finestre quando udimmo il passo delle colonne di soldati in marcia. Si offrì un quadro impressionante. In ordine impeccabile, allineati, camminavano infinite colonne della Wehrmacht prigionieri dei russi. Erano 70 mila uomini che avrebbero dovuto essere imbarcati ad Hela e che invece dovettero arrendersi perché non c'erano navi. In questo periodo noi soffrimmo una fame atroce, e dovevamo sicuramente essere sembrati agli occhi di questi soldati affamate ed emaciate perché in modo compassionevole i soldati sovietici ci gettarono del cibo che noi, riconoscenti, accettammo. I russi avevano fatto ai soldati tedeschi grandi promesse nel caso in cui si fossero consegnati volontariamente: un buon trattamento, il rispetto della proprietà privata, la liberazione a breve termine. Tuttavia noi ormai conoscevamo i russi: la gran parte di loro non avrebbe mai più rivisto la patria. Purtroppo non sbagliammo; già nel campo di Narvik, in cui i prigionieri furono condotti, essi furono saccheggiati pesantemente e ridotti in mutande; dopo pochi giorni, quando rividi alcuni soldati, erano quasi irriconoscibili: erano soltanto delle figure ridotte agli stracci, piegate, curve, con guance incavate, trasandati, senza alcuna fiducia di riuscire a sopravvivere a questa vita di stenti. Dopo pochi mesi più del 75% di essi deve essere morto. Questo sembra essere il metodo per uccidere gli uomini.


    Memoria di Charlotte P., Ost Dok 2/71, West Preussen, Kreis Rosemberg, pp.174-177.

    Fino al momento del crollo del fronte abitavo a Riesenburg, in Prussia Occidentale (Kreis Rosenberg). Non avevamo figli. Nel gennaio 1945, quando fu dato l'ordine di evacuazione generale, sono fuggita insieme con mia sorella verso Danzica (mio marito era in guerra). Da là siamo state dirette verso Putzig, dove nel marzo 1945 ho vissuto l'ingresso dei russi. In questo giorno cominciò il calvario e il dramma delle donne tedesche che caddero nelle mani di questi esseri disumani [Unmenschen]. Come fossero animali, i soldati russi si gettarono sulle donne tedesche di ogni età. Giorno e notte eravamo esposte agli stupri. Non ci deve essere stata quasi nessuna donna che sfuggì a questi tormenti, se non nel caso in cui si fosse tolta la vita. Non voglio andare oltre nella descrizione delle mie esperienze vissute a Putzig, preferirei invece descrivere ciò che ho vissuto durante la fuga da Putzig verso Stolp, attraverso Neustadt/Westpreussen. Per sfuggire agli stupri disumani di ufficiali e soldati russi, mi apprestai con altre 70 donne e alcuni anziani e bambini ad andare a piedi verso Neustadt e oltre verso ovest. Quando noi all'inizio del marzo del 1945, uscimmo da Putzig, il clima era ancora invernale, il clima rigido si alternava con forti scrosci di pioggia. Nel primo giorno di marcia verso sera arrivammo poco lontano da Rheda, in un piccolo villaggio poco distante da questa località. Sostavamo poco lontano dalla strada principale. Un anziano uomo del nostro gruppo andò avanti per vedere se potevamo rifugiarci da qualche parte. Questo luogo, come tutti i villaggi e i borghi di questo territorio, era pieno di soldati russi. Un ufficiale russo ci venne incontro improvvisamente e, dopo un breve interrogatorio, ci fece rifugiare in una vecchia scuola. Qui noi trovammo perlomeno protezione dalla pioggia che cadde forte nel pomeriggio. In piena emergenza cercammo di coprire le finestre rotte e ci sistemammo tutti insieme in una grande stanza. Ma non durò a lungo, si era già fatto buio, quando iniziarono le solite visite dei soldati russi, ben note fin dai tempi di Putzig. Illuminarono con le torce la stanza, presero e portarono fuori con la forza le loro vittime, cercando col calcio del fucile e con le minacce di far cessare le loro resistenze. Nonostante forti resistenze da parte nostra, fummo tutte violentate in riga. Anche una dodicenne che si trovava con noi non fu risparmiata, così perfino alcune donne anziane (fino a 70 anni). L'età media dei soldati russi deve essere stata circa di 18 anni. Il suono gutturale di "Frau komm" mi risuona ancora nelle orecchie. La stessa notte (gli stupri durarono tutta la notte, diverse donne furono violentate fino a 40 volte), verso l'una e un quarto fu portata fuori anche la moglie di un farmacista che si trovava lì. Il marito farmacista, un mutilato di guerra cui era stata amputata la gamba destra fino al femore e che aveva affrontato la marcia con due stampelle, cercò di opporsi allo stupro di sua moglie. Ricevette un colpo alla schiena col calcio del fucile, cosa che lo fece cadere al suolo. Poi fu portato via dall'ufficiale russo, che era già comparso con altri due nella caccia alle donne. Mentre il terzo soldato portò via la donna, l'ufficiale costrinse l'uomo a mettersi contro una quercia di fronte alla scuola e gli sparò brutalmente. Sebbene fosse ancora notte fonda, [fine p. 174] riuscimmo a riconoscere dalla nostra stanza i dettagli di questo orribile assassinio. Il giorno dopo trovammo il farmacista ancora ai piedi dell'albero. Era morto. Sua moglie quella mattina vide sconvolta quell'orribile scena. Aveva dovuto passare tutta la notte in compagnia dell'ufficiale. Questo aveva messo una guardia di fronte alla porta, per impedire che potesse scappare. Non potemmo seppellire l'uomo, ma fummo cacciate indietro a botte e a colpi di calcio di fucile. Il nome della vittima non mi è purtroppo noto. So soltanto che veniva chiamato "Paul" da sua moglie e che probabilmente veniva dalla Prussia occidentale. Ripartimmo nuovamente per giungere a Neustadt/Westpreussen attraverso neve e poltiglia, con una scarsa alimentazione e vestiario inadeguato. Le difficoltà furono terribili. Per strada soldati russi a cavallo ci molestarono continuamente, prendevano questa o quella fra noi donne, ci gettavano sul bordo della strada e ci violentavano. In queste occasioni fummo anche private delle ultime cose che avevamo con noi. Quando noi dovemmo passare per un villaggio distante circa 6-8 chilometri che era stato fortificato, furono prese due giovani ragazze che facevano parte della carovana, di età tra i 18 e 21 anni. Anche qui purtroppo non ricordo più i nomi. Provenivano tuttavia dai dintorni di Marieburger. I genitori che si trovavano nel nostro gruppo non volevano lasciare le loro figlie in questa situazione. Ogni preghiera e supplica, per lo meno di poter rimanere in questo luogo, fu inutile. Con colpi di arma da fuoco per intimidirli, furono obbligati a rimettersi in marcia, mentre le ragazze venivano trattenute. A Neustadt fummo catturati dagli occupanti russi. I primi 8 giorni li passammo in una grande casa in pietra. Qui, (come già prima), servimmo da selvaggina per ufficiali e soldati. Con mezzi assai brutali ci obbligarono a esaudire i loro desideri sessuali. Dopo circa 14 giorni fummo consegnati ai polacchi. Fummo consegnate con circa 200 donne alla prigione di quel luogo che era sotto amministrazione polacca; qui dovemmo subire una periodo di sofferenza di tre settimane; con circa 34 donne fummo obbligate a rimanere in una cella di circa 15 metri quadrati. Con un alimentazione scarsa (due sottili fette di pane e un bicchiere d'acqua al giorno), così come in impossibili condizioni sanitarie (potevamo uscire soltanto in momenti determinati ecc.) eravamo più vicini alla morte che alla vita. Al posto del pranzo ricevevamo regolarmente venti colpi di manganello. Il guardiano che era responsabile della nostra cella sembrava essere un tedesco, parlava però fluentemente anche il polacco. Ci disse di nascosto che lui si era prestato a ciò soltanto per poter sopravvivere; così ci picchiava soltanto quando arrivava il controllo polacco (cosa che avveniva ogni tre giorni). Questo era del resto il compito di un polacco disumano il quale fu sempre chiamato dal nostro guardiano il "signor J.". Correva voce fra noi prigionieri che numerosi compagni di prigionia, donne e uomini (questi ultimi del resto sono stati sempre maltrattati separatamente nella cantina della prigione), venivano regolarmente colpiti a morte da diversi guardiani. Alcuni membri delle SS arrestati, che si trovavano in prigione, ricevevano 50 colpi di manganello: le grida dei maltrattati si udivano ogni giorno nell'intero edificio. Nel momento in cui avvenivano scene di violenza, noi dovevamo sempre metterci su uno sgabello. Un giorno, può essere stato metà o fine aprile, sono stata rilasciata dalla prigione insieme ad altre 300 donne. Prima tuttavia ci era stata dipinta sui vestiti una grande croce uncinata con i colori ad olio. Davanti alla prigione fummo subito prese in consegna da un gruppo di russi (28 soldati e due ufficiali) [fine p. 175]. Si marciò a piedi fino a Stolp/Pommern e, come ci fu detto, da lì dovevamo essere trasportati in Siberia; la marcia era molto faticosa, tuttavia fummo rifocillati dai russi in modo relativamente abbondante. Una volta al giorno una cucina da campo mobile preparava un pasto caldo e caffé. Eravamo anche in qualche modo sicure per quanto riguarda le abituali molestie. Dopo circa otto giorni giungemmo a Stolp, e da quella località era già partito un trasporto di civili per la Siberia; pertanto noi donne per prima cosa fummo messe al lavoro presso i presidi russi; nel frattempo un abitante di Stolp, che era riuscito a fuggire da quel trasporto diretto in Siberia, ci riferì che alle numerose donne di questo convoglio erano stati tagliati i capelli. All'inizio del mese di maggio del 1945 un ufficiale ebreo mi disse (ero impiegata come cuoca) che non sarebbero partiti ulteriori convogli per la Siberia, perché a quanto pareva l'America non li autorizzava più. Pochi giorni più tardi sono stata ufficialmente lasciata andare via da questo presidio russo. Poiché circolavano delle voci secondo le quali i profughi avrebbero dovuto ritornare nei loro luoghi d'origine, decisi di mettermi a mia volta in marcia verso casa. Arrivai sino a Zezenow-Kreis Stolp/Pommern. Qui la popolazione tedesca era ancora relativamente numerosa. A causa della forte presenza in questa zona da parte delle truppe russe, cercai invano di uscire da Zezenow, ma era troppo rischioso per le donne muoversi sulla Landstrasse. Dappertutto c'erano soldati sovietici che ammassavano il bestiame e requisivano beni dei tedeschi; in queste situazioni i russi caricavano tutte le persone che potevano servire come forza lavoro da utilizzare in Russia. Volevo evitare ciò ad ogni costo, per questo tornai sui miei passi verso Zezenow. Quando ero lì ormai da tre giorni, io ero alloggiata presso il contadino H., una sera vennero nel villaggio nuove truppe. I soldati si sparpagliarono presto come d'abitudine, andando a caccia delle donne presenti in ogni angolo, in ogni stalla o granaio. Nel caseggiato dove vivevo c'erano ancora alcune profughe, fra cui una ventisettenne con la figlia di 2 anni di nome Ingrid. Appena vedemmo i soldati entrare nel caseggiato, ci precipitammo fuori dalla finestra verso il bosco lì appresso, solo questa giovane donna, che era impegnata a preparare qualcosa da mangiare alla propria figlioletta, non riuscì a fuggire in tempo. Rimase in casa anche un'anziana signora, una certa signora N. Quando il giorno dopo la situazione sembrò più tranquilla, osammo uscire dal bosco ed entrammo con grande cautela nel caseggiato. L'anziana signora N. ci disse che i russi avevano portata via la giovane donna la sera precedente e che non era ancora tornata. La piccola bambina piangeva forte e chiamava la madre. Spinta da brutti presentimenti, mi misi alla ricerca della donna. Per prima cosa andai d'istinto in un fienile, le cui porte erano del tutto aperte. Con mio grande orrore trovai la donna nel fienile con la schiena su un tavolo, nuda, con i piedi e le mani legati. La chiamai, dovetti poi constatare che era morta. Era stata atrocemente violentata. La biancheria era coperta completamente dal sangue. Dietro di me arrivo subito dopo la anziana signora N., che fu così testimone di questo orribile crimine. Prese una pala e una coperta e noi seppellimmo la giovane uccisa proprio subito dietro il fienile. La piccola figlia fu presa con sé dalla signora N. Più tardi lei proseguì a piedi in direzione di Stolp. Due giorni dopo arrivavano continuamente nuove truppe nel villaggio [fine p. 176]; durante una perquisizione dei caseggiati, 15 uomini di Stolp, i quali avevano fatto parte della Volkssturm, erano stati trovati fuori da un granaio. Gli uomini della Volkssturm furono obbligati a scavare una fossa dietro al granaio dai sei soldati russi che li avevano scovati. Gli uomini, fra cui vi erano delle persone piuttosto anziane, dovettero mettersi sul bordo della fossa e furono poi uccisi da due soldati con i mitra. Gli uomini della Volkssturm caddero dentro la fossa. I sovietici sputarono ancora sui cadaveri e si divisero fra di loro i valori che avevano sottratto ai fucilati (orologi, anelli, ecc.). Saltarono sui loro carretti, cantarono inni al loro atto di eroismo e se ne andarono via in fretta. La guardia forestale di Zezenow deve aver preso e portato via i documenti delle persone uccise per poi consegnarli ai parenti dei defunti. Alla sera, un ufficiale sovietico prese dal fienile del contadino R. un altro tedesco, doveva essere un SS di circa 18 anni. Io mi trovavo proprio nel cortile a fianco e sentii come il giovane supplicava i russi di risparmiarlo; io vidi inoltre come l'ufficiale russo tenesse il giovane uomo per il bavero della giacca, lo schiacciava contro la parete del fienile e, da distanza ravvicinata, lo uccideva con un colpo di pistola. Il giovane cadde a terra. Il giorno successivo fu seppellito. Nei giorni seguenti le donne del villaggio furono prese e portate al lavoro. Io dovetti lavorare in una distilleria di Zezenow insieme ad una giovane ragazza di nome Frida K., originaria di Rastenburg. Il direttore lituano della distilleria, Oskar W., ci disse che nessun russo, in base ad un ordine del comando, era autorizzato ad entrare nella distilleria. Un giorno mi trovavo con la mia compagna in cantina (era l'aprile del 1946) per vuotare i contenitori pieni di alcol; due ufficiali russi entrarono nella distilleria attraverso la porta che accidentalmente era rimasta aperta. Si precipitarono subito in cantina, si gettarono sopra di noi, ci misero un fazzoletto in bocca per impedirci di gridare e ci stuprarono. Io riuscii tuttavia a liberarmi del fazzoletto e a gridare. Fu allora che uno degli ufficiali afferrò una damigiana di 60 litri piena di alcol e rovesciò l'alcol su di noi; l'altro ufficiale, rapidamente, accese un fiammifero e lo gettò nell'alcol fuoriuscito. In pochi secondi l'alcol si infiammò e noi subimmo pesanti ustioni alle gambe. Con fatica e grandi difficoltà riuscimmo a uscire fuori. Il lituano che ci aveva sentito gridare, corse in cantina per cercarci e a sua volta subì grandi ustioni. Noi due donne andammo subito all'ospedaletto di Poblotsk. Passarono sette mesi prima di essere guarite completamente. In questi mesi constatai anche che in seguito alle continue violenze sessuali ero incinta. Nel gennaio 1947 lasciai Zezenow e fui caricata su un treno di profughi diretto verso la zona orientale della Germania. Da lì mi recai a Brema-Lilienthal dai miei genitori.
    Generale del Regio Esercito e responsabile di crimini di guerra sul fronte jugoslavo al comando della 2a Armata

  3. #3
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    Predefinito Rif: Guai ai vinti: le umiliazioni alleate verso la Germania sconfitta

    Memoria di Waltraud Strauch, Ost-Dok 2/11, Gerdauen, Kreis Gerdauen/Ostpreussen, pp. 490-493

    Il 22 gennaio 1945 sono fuggita da Mauenfelde con i miei due bambini, i miei genitori e due sorelle. Siamo arrivati sino a Dixen presso Landsberg/Ostpreussen, qui ci presero i russi il 3 febbraio del 1945. Per prima cosa fummo completamente depredati e mia sorella 17enne fu subito stuprata da un russo. Il russo era molto ubriaco e le squarciò i vestiti e la biancheria da capo a piedi con un coltello. Nella notte seguente tornò per due volte da mia sorella. Il giorno dopo due uomini furono uccisi da noi. Erano russi, che erano rimasti in Germania dalla guerra del 1914-18 e avevano sposato donne tedesche. Il 6 febbraio del 1945 i soldati tedeschi riconquistarono Dixen e costrinsero i sovietici ad arretrare di qualche chilometro. Poiché però le truppe tedesche non avevano più munizioni per poter continuare a difendersi, la sera dello stesso giorno furono nuovamente respinti. Dixen rimase tutto il giorno sotto un pesante bombardamento, nel corso del quale molti soldati e civili tedeschi persero la vita. Non potevamo più essere evacuati. La sera i russi presero nuovamente Dixen, ci saccheggiarono senza tregua. Ci fecero scendere dai carri e ci misero in colonna. Alcuni poterono mantenere i loro mezzi di trasporto, tuttavia davanti a questi carri furono attaccati soltanto i cavalli vecchi o ammalati. Si doveva andare verso Henriettenhof nel kreis Rastenburg/Ostpreussen. Per strada dovemmo registrarci presso i presidi russi. Gli uomini che erano ancora con noi furono perquisiti per trovare orologi e armi. Noi donne fummo prese e violentate. A Bartenstein (Prussia orientale) fui stuprata da diversi russi presso il comando russo (antico municipio). Mia sorella di 13 anni e mezzo fu anch'essa presa e molestata da cinque russi. Poiché piangeva e urlava, un russo le puntò la pistola al petto. In seguito noi proseguimmo oltre. Poco prima di Henriettenhof dovemmo rimanere ancora otto giorni nel bosco perchè i soldati russi erano ancora nel villaggio e ci volevano dirigere verso un'altra località.

    Dopo la partenza dei militari russi noi fummo mandate nei campi al lavoro. Qui dovemmo svolgere lavori di sistemazione e sepoltura di innumerevoli cadaveri. Il primo giorno dovemmo occuparci di 17 persone (donne e bambini) che si erano impiccate e stavano ancora tutte appese in una casa; prima dovemmo sfilare le corde dal collo e poi seppellirli. Poi trovammo 28 uomini che erano stati uccisi dai russi in modo atroce [Grausam]. Fra i cadaveri si trovava un anziano signore privo di gambe, il cui intero corpo presentava ferite da coltello. Gli altri 27 uomini erano anch'essi assassinati a pugnalate. Quando noi avevamo seppellito in una fossa comune questi cadaveri, dovemmo estrarre i cadaveri dal laghetto lì vicino. Questi cadaveri erano irriconoscibili. Spesso noi estraevamo soltanto singoli arti del corpo. Non posso purtroppo indicare quanti cadaveri ci fossero in questo laghetto. In seguito, a circa due chilometri da Henriettenhof abbiamo trovato altri 28 soldati delle SS che molto probabilmente si erano suicidati. Accanto ad ogni uomo c'era ancora la pistola. Non erano mutilati, bensì avevano un colpo alla testa. Trovammo e seppellimmo ancora alcuni membri della Volkssturm, soldati e civili. Scavammo fosse comuni e li ricoprimmo subito con la terra. Alcuni giorni dopo diverse donne furono convocate per un lavoro di sepoltura poco lontano, a Schönfliess, anch'io avrei dovuto andarci. Il lavoro dei giorni precedenti mi aveva segnato e dissi di essere malata. Le donne che fecero ritorno mi raccontarono queste cose [fine p. 490]: a Schönfliess i russi avevano concentrato tutte le donne incinte dei dintorni e violentate fino all'ultimo respiro. Molte donne erano state legate ad un albero. Erano stati loro tagliati i seni ed erano state sventrate. Molte donne giacevano a terra con le pance sfregiate. Erano in tutto 300 donne tedesche incinte che qui furono uccise in modo orribile. Queste donne furono sepolte in due fosse comuni in un bosco presso Schönfliess.

    Quando poi nel villaggio terminammo i lavori di sgombero, a Henriettenhof fu radunato un gran numero di bovini e noi dovemmo nutrirli e mungerli. I russi vennero in paese con i camion e cercarono tutte le donne più giovani; queste vennero poi rapite e portate in Russia. Fra queste c'era anche mia sorella diciassettenne. Poco dopo tutti gli uomini vennero radunati e deportati. Mio padre che aveva già 56 anni, dovette anch'egli salire sul convoglio. Mia madre si ammalò gravemente e morì a Henriettenhof.

    Poco tempo dopo fui presa anch'io e separata dai miei due bambini. Mia sorella di 13 anni e mezzo rimase indietro con i miei due figli, da sola. Io fui portata in prigione a Rastenburg. In celle minuscole furono sistemate innumerevoli donne. Io ero in un piccolo ufficio insieme a 120 donne. Noi potevamo solamente stare sedute strette una accanto all'altra sul pavimento di cemento. Le finestre e le porte erano sbarrate e perciò l'aria nella stanza era viziata e soffocante. Due volte al giorno, sotto sorveglianza, potevamo uscire per i bisogni. Questo doveva sempre avvenire a passo veloce. Molte donne che non potevano più camminare velocemente ricevevano dei colpi sulla schiena con grossi bastoni. Gran parte delle donne, a causa della cattiva alimentazione, soffrivano di tifo e di dissenteria. Per queste fu posto un secchio nella stanza e loro dovevano fare lì i propri bisogni. Quelle che erano gravemente ammalate andarono in un'altra stanza e rimasero lì distese fino a che non morirono. Non c'erano né medici né infermieri. Due volte al giorno ricevevamo una zuppa acquosa, più raramente pane. Quando entrava una sentinella russa, dovevamo subito alzarci e rimanere in piedi fino a quando non aveva lasciato la stanza. Quelle che non si alzavano in fretta venivano picchiate. Dopo tre settimane io fui interrogata e arrivai in un campo di lavoro a Rawlack, a nove chilometri da Rastenburg. Qui, ogni giorno, anche la domenica, dovetti lavorare molto duramente dalla mattina alla sera. Ricevevamo soltanto una zuppa di patate acquosa. Dopo sei settimane sono fuggita da lì per tornare indietro a Henriettenhof nella speranza di ritrovarvi i miei figli e mia sorella; vi trovai invece soltanto la tomba di mia madre. Allora passai per il nostro villaggio natale di Mauenfelde. Durante il trasferimento fui assalita due volte dai russi e stuprata. Quando arrivai a Mauenfelde nemmeno lì trovai i miei parenti. Volevo tornare di nuovo indietro a Gerdauen e registrarmi presso il comando locale. Per strada trovai una anziana signora che mi raccontò che mio padre, mia sorella e i due bambini vivevano a Wilhelmshof, che distava quattro chilometri. Io andai dunque a Wilhelmshof. Qui tutti noi dovemmo lavorare duramente in un kolchoz militare. Io dovevo mungere le vacche. In questo modo stavamo di nuovo un po' meglio. Noi ricevevamo cibo migliore e perfino un po' di pane. Qui abbiamo lavorato sino al novembre 1945. Poi i militari russi furono rimandati in Unione Sovietica. Portarono con sé il bestiame e il raccolto. I campi erano privi di tutto e da quel momento noi non ricevemmo più niente da mangiare. Un giorno un russo apparve nel nostro villaggio e, quando ci vide, ci diede subito due cavalli e un carro e ci fece andare a Grunheim, kreis Gerdauen in un kolchoz civile. Qui noi dovemmo di nuovo lavorare duramente; le donne svolgevano il pesante lavoro maschile: io dovevo arare il campo per tutto il giorno con quattro cavalli. I cavalli erano tutti molto deboli e ricevevano poco da mangiare. Col passare del tempo sono tutti crepati. Per il nostro lavoro [fine p. 491] ricevevamo mezzo chilo di farina di segale al giorno; i bambini e gli anziani che non potevano più lavorare non ricevevano niente. Quindi di notte dovevamo andare nei campi e negli orti a rubare qualcosa. Poi abbiamo disseppellito i cavalli morti e mangiato la carne ancora commestibile. I nostri bambini cercavano ortiche, bietole e bucce di patate fra i mucchi di rifiuti. Nel febbraio del 1947 mio padre morì di fame; mia sorella, poiché aveva portato via dal kolchoz alcune patate, fu picchiata dai russi e imprigionata per tre giorni all'interno del comando e poi trattenuta altri due giorni al comando principale, quindi rimase per cinque giorni senza mangiare né bere. Al comando venne violentata da un russo. Quando lo denunciò ai superiori, mia sorella venne derisa. Questo accadde il 6 giugno del 1947. Mia sorella andò dal giudice e poi a Friedland/Ostpreussen, dove fu condannata a due anni di Siberia a causa del furto. Fu poi però rilasciata. Poiché la fame in Prussia Orientale si faceva sempre più seria, e noi riuscivamo malapena a muoverci a causa dello sfinimento, ci decidemmo ad andare in Lituania. Fino a Insterburg andammo con un treno merci, da Insterburg sino a Tilsit proseguimmo a piedi su strade di campagna. Marciammo per alcuni giorni. Frutta non matura e bacche erano il nostro sostentamento. Da Tilsit noi abbiamo proseguito verso la Lituania sul predellino di un treno passeggeri. Durante il tragitto alcune volte siamo finiti giù ma siamo stati rapidi ad arrampicarci di nuovo. Giungemmo in Lituania. Girammo attraverso questo paese a chiedere l'elemosina. I lituani ci hanno quasi sempre dato qualcosa. Col passare del tempo riuscimmo a riprenderci un po'. Singolarmente potemmo lavorare presso i contadini e in questo modo ricevemmo in cambio un po' di cibo. Così tirammo avanti fino al 1949, quando fummo registrati. Da questo momento in poi potemmo muoverci in Lituania in modo un po' più libero; potevamo rimanere presso i contadini e non dovevamo più nasconderci dalla milizia. Nell'autunno del 1949 fu introdotto in Lituania il sistema economico dei kolchoz, i lituani furono sottomessi perché i contadini dovevano lavorare come servi nei loro stessi appezzamenti se ancora non erano stati deportati in Siberia. In quell'anno ci fu in Lituania un grande crisi alimentare; anno dopo anno la situazione peggiorava sempre di più: il popolo non chiedeva più niente di ciò che poteva essere di sua proprietà. I pochi contadini ancora rimasti vennero un poco alla volta espropriati e deportati in Siberia. Essi dovettero sottoscrivere con la forza che loro consegnavano volontariamente le loro proprietà allo stato russo.

    Durante il viaggio di ritorno attraverso la Prussia Orientale ho dovuto constatare che là dalla fine della guerra non era ancora cambiato nulla. Nei campi crescono soltanto erbacce e le case distrutte non sono ancora state ricostruite; per quanto abbia potuto vedere con i miei occhi dal treno, non ho visto alcun terreno che fosse coltivato; a Gerdauen soltanto gli insediamenti della periferia non sono stati distrutti nel corso degli ultimi combattimenti; in queste case oggi abitano i russi. Sul campanile della chiesa di Gerdauen sventola la bandiera rossa. Nei campi e nelle strade si vedono raramente della persone. Là ci sono moltissimi soldati che spesso fanno esercitazioni. Nei territori della Prussia Orientale occupati dai polacchi, invece, la campagna, per quanto potei vedere, è coltivata con cura. Le fattorie contadine distrutte sono state ricostruite e appaiono ordinate. Nei campi si vedono begli esemplari di vacche e cavalli. Tutto ciò che è stato occupato dai polacchi fa una impressione decisamente migliore rispetto al territorio occupato dai russi. Noi siamo arrivati nel campo di quarantena di Wolfen nella zona orientale. Noi, poiché non avevamo alcuna autorizzazione al passaggio, fummo subito spediti a Borstel presso Stendal a casa di un contadino [fine p. 492]. Presso questo contadino siamo rimasti per otto settimane. In questo periodo, era la fine del giugno 1951, una donna di Stendal, che cercava nel bosco pigne di abete e legname, fu aggredita e violentata da un soldato russo, il quale stazionava all'aeroporto di Borstel. Il soldato russo era ubriaco. La donna denunciò l'aggressione al comandante dell'aeroporto e quest'ultimo le chiese se era in grado di affermare al 100% che si trattava di un russo, visto che casi del genere da loro non accadevano. La donna confermò che l'uomo aveva un'uniforme russa, al che il comandante rispose che si trattava senza dubbio di un tedesco in divisa russa. La donna comprese che non doveva dire più nulla e se ne tornò a casa. A Borstel nell'allora aeroporto ci sono moltissimi militari russi. L'aeroporto stesso, per quanto noi potemmo vedere dalla strada, era tutto pieno di armi. Atterravano moltissimi aerei di tutti i tipi. Il bosco dell'aeroporto fu interdetto ai civili. Ciò che si svolge là dentro non sono in grado di riferirlo. Nel frattempo nella zona orientale eravamo venuti a sapere attraverso il servizio di ricerca di persone della Croce Rossa di Amburgo, che la sorella diciassettenne, che era stata deportata in Russia, aveva già fatto ritorno in Germania nel 1949 e si trovava nella zona occidentale. Io ricevetti di lì a poco dal Lager di Friedland un'autorizzazione al passaggio ad ovest. Dopo quattro settimane ho ricevuto il visto per passare da una zona all'altra. Ho detto la sola verità e sono sempre pronta a prestare giuramento sulle dichiarazioni rese.
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Guai ai vinti: le umiliazioni alleate verso la Germania sconfitta

    Recensione del libro di Hans Deichelmann - "Ho visto morire Königsberg"

    Il destino toccato alla città tedesca di Königsberg, antica capitale della Prussia Orientale, è il simbolo del tramonto del germanesimo ad Est ed anche di una certa idea di Europa. L’Europa delle nazioni, dei popoli, della cultura, della civiltà. La storiografia recente sta lentamente disseppellendo la verità che per più di cinquant’anni era stata segregata. Lentamente viene allo scoperto l’enorme crimine consumato sulla Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando, in un’orgia di vendette primitive, venne fatta pagare alla povera gente, in gran parte donne, vecchi e bambini, la dura politica di occupazione tedesca dell’Unione Sovietica. La scelta tedesca del pugno di ferro ad Est, forzata dalla presenza di un movimento partigiano fortissimo e fortemente ideologizzato, e come noto tenuto in mano dai commissari politici del partito comunista, venne fatta scontare con gli interessi all’inerme popolo tedesco, che non aveva più le forze per ribellarsi e che era allo stremo delle forze.

    Königsberg, il grande porto sul Baltico, la gloriosa città germanica capitale dell’Ordine Teutonico, famosa università, patria di alcuni tra i massimi geni tedeschi come Kant, Herder, Hoffmann, storico avamposto del germanesimo verso il mondo slavo, venne fatta a pezzi una prima volta da un selvaggio raid aereo britannico nell’agosto del 1944. Fu solo l’antipasto. Una piccola anticipazione della pratica degli angloamericani di impressionare i loro amici russi con spettacolari massacri, come con maggiore scientificità accadde mesi più tardi a Dresda. Königsberg, abitata per lo più da civili, ebbe così un primo assaggio del concetto democratico di “liberazione”. Ma con l’avvicinarsi del fronte orientale, che nell’autunno 1944 raggiunse le frontiere prussiane, la tragedia vera ebbe inizio.

    Da Hitler dichiarata fortezza, come d’uso per tutte le maggiori città orientali, al fine di creare estremi frangiflutti militari in grado di arrestare la marea sovietica, non si ebbe il tempo di far sfollare che una minima parte della popolazione civile, ammassandola nei porti con le scene di panico, di morte, di disperazione che furono comuni a tutto l’Oriente tedesco. Alla fine del 1944 Königsberg venne accerchiata e, come tutta la Curlandia e la zona baltica, rimase tagliata fuori dal Reich.

    Sola e abbandonata, con le poche unità della Wehrmacht e della milizia civile (il Volksturm) che ancora si trovavano al suo interno, la disgraziata città si preparò a un lungo assedio. La stessa storia di Breslavia, di Budapest, di Dresda, di Berlino. L’epopea sanguinosa della resistenza di Königsberg viene oggi alla ribalta grazie alla pubblicazione della memoria di un medico tedesco che visse tutte le fasi della lotta, e poi quelle dell’occupazione barbarica da parte della soldataglia russa, lasciata a se stessa, libera di infierire alla maniera mongola sugli inermi, con il lugubre seguito di eccidi di massa, stupri, violenze senza nome cui la popolazione venne sottoposta in una nuova edizione dell’inferno in terra.

    Si tratta del libro Ho visto morire Königsberg:1945-1948: memorie di un medico tedesco di Hans Deichelmann (Mursia), praticamente un diario che va dal 4 aprile 1945 al 14 marzo del 1948, quando gli ultimi tedeschi rimasti vennero stipati sui treni merci ed espulsi a Ovest. Da allora la città natale di Kant si chiama Kaliningrad, in onore del presidente dell’Unione Sovietica che rimase in carica dal 1919 al 1946. Enclave russa sul Baltico dopo il 1991, questa “Fiume tedesca” è una delle tante cicatrici indelebili sul volto dell’Europa. Deichelmann stese il suo diario solo dopo che si trovò al sicuro nella Germania occidentale, a Gottinga, dove prima dell’assedio era riuscito a far sfollare la propria famiglia. Dopo l’occupazione di Königsberg, che iniziò verso il 9, 10 aprile 1945 – anche se alcuni settori continuarono a resistere ancora per giorni, e certi piccoli nuclei di armati riuscirono a sfilarsi verso Nord, dove si continuò a combattere anche dopo la morte di Hitler e, in alcuni casi, anche dopo la resa ufficiale dell’8 maggio – Deichelmann, godendo della sua condizione privilegiata di medico, fu dai russi lasciato lavorare nell’ospedale locale, ma nella situazione più catastrofica. Mancando di tutto, con una dose giornaliera di zuppa acquosa e un pezzetto di pane marcio, mentre infuriavano la fame, i pidocchi, il tifo, la scabbia, dormendo per terra o su panconi, senza riscaldamento, continuamente vessati dalle rapine dei soldati russi che privavano i tedeschi di tutto – ma specialmente degli orologi, una vera mania per gli orologi – dai maltrattamenti, dalle retate, dai violenti interrrogatori, dalle deportazioni ai lavori forzati, dalle semplici esecuzioni per i motivi più futili, dall’internamento in numerosi Lager allestiti nei dintorni…fino a quella bestiale sequela che erano gli stupri di massa delle donne, bambine di dieci anni e vecchie ottantenni comprese. Queste ricorrenti ondate di stupri, durante i quali trenta, quaranta asiatici si accanivano uno dietro l’altro sulla stessa donna, ubriachi, fetidi, resi ebbri dagli incitamenti omicidi di Ilija Ehrenburg di umiliare la femmina tedesca, di solito finivano o con lo sgozzamento della poveretta oppure con l’impazzimento di moltissime donne, non poche delle quali, a centinaia, si liberarono del trauma e dell’onta col suicidio.

    Deichelmann descrive il comportamento di quei “liberatori”, visto coi suoi occhi: «In molti punti della città sono in azione efficientissime truppe speciali incendiarie che avanzano casa per casa dando sistematicamente fuoco con benzina, bombe incendiarie e lanciafiamme agli edifici e al loro contenuto, distruggendo così intere strade e interi isolati». Sotto la data del 9 aprile, vede e riporta: «Ovunque russi carichi di bottino. Nel corridoio, di nuovo colpi d’arma da fuoco. Le donne urlano, i bambini piangono, i russi imprecano. Un medico ausiliario francese presta senza sosta aiuto nell’occultare ai russi le nostre donne…A poco a poco la nostra gente si riunisce da noi. Ci mettiamo coricati per terra fittamente pressati. La schiavitù è iniziata». Dopo i consueti saccheggi, in un solo giorno i russi violentano le suore dell’ordine cattolico, appiccano il fuoco sotto i letti dei civili ricoverati, al reparto di ostetricia dell’ospedale stuprano chiunque trovino, dalla puerpera alla gestante. Mentre il professor Unterberger stava eseguendo un difficile parto col forcipe, irruppe una masnada di soldati, «ma non appena concluso i russi sbatterono giù la donna dalla poltrona operatoria e ne abusarono in maniera raccapricciante. Il professor Unterberger si ritirò quindi nel suo studio e si tolse la vita». Di questo tenore era l’alba della “liberazione”. Il bilancio di questa immane tragedia è presto fatto: dodici milioni di profughi tedeschi brutalmente espulsi a Ovest, due milioni – ma lo storico americano Giles MacDonogh ne conta due milioni e mezzo – di civili tedeschi massacrati dai sovietici, col consenso di illustri liberali come Churchill, Roosevelt e Truman, e con la benedizione delle “grandi democrazie” occidentali.
    Generale del Regio Esercito e responsabile di crimini di guerra sul fronte jugoslavo al comando della 2a Armata

  5. #5
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  6. #6
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    complimenti per la banalità. potevi fare pure a meno di commentare.
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  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Roatta Mario Visualizza Messaggio
    complimenti per la banalità. potevi fare pure a meno di commentare.
    ma dimmi allora quale sarebbe il punto: sono stati troppo duri con la Germania? Nella WWI forse sì, nella WWII, non direi.
    La Guerra l'hanno iniziata loro, hanno commesso atrocità indicibili,invaso paesi neutrali etc.
    Poi so che la Russia ha commesso crimini altrettanto orribili, ha invaso bla bla, e la bomba atomica di Hiroshima e quella di Nagasaki, ma cosa vuoi farci?
    La storia la scrivono i vincitori e lo sai pure te.
    Come pensavi dovesse essere punita?
    Con baci e cioccolatini?
    Se la Russia avesse perso, sarebbe stata annientata, costretta oltre gli Urali e la sua popolazione schiavizzata ed annientata, non era duro questo?
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Guai ai vinti: le umiliazioni alleate verso la Germania sconfitta

    Citazione Originariamente Scritto da Xander.XVII Visualizza Messaggio
    ma dimmi allora quale sarebbe il punto: sono stati troppo duri con la Germania? Nella WWI forse sì, nella WWII, non direi.
    La Guerra l'hanno iniziata loro, hanno commesso atrocità indicibili,invaso paesi neutrali etc.
    Poi so che la Russia ha commesso crimini altrettanto orribili, ha invaso bla bla, e la bomba atomica di Hiroshima e quella di Nagasaki, ma cosa vuoi farci?
    La storia la scrivono i vincitori e lo sai pure te.
    Come pensavi dovesse essere punita?
    Con baci e cioccolatini?
    Se la Russia avesse perso, sarebbe stata annientata, costretta oltre gli Urali e la sua popolazione schiavizzata ed annientata, non era duro questo?
    Io ho riportato dei fatti e non ho chiesto giudizi. A seconda dei pensieri politici ognuno la pensa come vuole...ma vorrei evitare la banalità. Mi inorridisce pensare che ci sia ancora gente in Italia che esibisce certi stemmi sotto i quali sono state commesse queste nefandezze in nome di libertà e democrazia.
    "SE la Russia avesse".... vabbe'... qui mi fermo.
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Guai ai vinti: le umiliazioni alleate verso la Germania sconfitta

    Citazione Originariamente Scritto da Xander.XVII Visualizza Messaggio
    Chi semina vento, raccoglie tempesta.
    Sarebbe interessante quale vento avevano seminato le bambine di 13 anni violentate.
    Interessantissimo
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  10. #10
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    Predefinito Rif: Guai ai vinti: le umiliazioni alleate verso la Germania sconfitta

    sto leggendo un bellissimo libro, il diario di una signora tedesca di una trentina d'anni rimasta anonima che dal 20 aprile al 22 giugno 1945 a Berlino subisce stupri ripetuti, al punto che siccome parla un po' di russo, si va a cercare un ufficile russo per cacciare le decine di soldati che la molestano, meglio un solo stupratore che decine o centinaia

    Un libro impressionante

 

 
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