Catania: «Gli allevatori paghino le multe sulle quote latte. Ritorsione? È la legge»
«La distribuzione delle risorse europee non può essere basata solo sul criterio della superficie agricola »
ROMA - «Non sarò un ministro del Sud, né del Nord. Sono nato a Roma: sarò il più neutro possibile. Ma le quote latte non possono essere considerate un oggetto di ritorsione politica. Ci sono delle regole, vanno rispettate». Da tecnico, Mario Catania, neoministro del dicastero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, dove è entrato 33 anni fa, non si è mai lasciato invischiare in faccende politiche. Da ministro, mentre si accinge alla battaglia finale sulla Pac (la Politica agricola comune europea), tenta di evitarlo ancora. E rassicura la Lega: «Credo che sulle politiche sbilanciate territorialmente ci siano un po' di leggende».
Sbaglia chi nella Lega teme che le quote latte diventino oggetto di ritorsione per il mancato appoggio al governo?
«Mi sembra singolare pensarlo. Come potrebbero? Le disposizioni sono un fatto oggettivo».
Quindi le multe si devono pagare?
«Sono prelievi previsti dalle norme che bisogna applicare. Facendo la massima attenzione però. Sarebbe criminale far pagare sforamenti in presenza di dubbi o errori nelle sequenze applicative».
Il ministro dell'Ambiente Corrado Clini ha aperto agli Ogm. Lei le ha definite «opinioni personali». Non concorda?
«Non c'è nessuna riflessione collegiale. Siamo fermi alla posizione del governo precedente che era molto prudente».
Dopo tre decenni sale alla guida del suo dicastero. E ora?
«Lo choc non è ancora del tutto assorbito. Intanto osservo che prevale un clima positivo».
In Parlamento sì, ma fuori non sembra esserci questo clima positivo.
«Non sta a me rincorrere le frasi dette fuori delle istituzioni. Io sto nel mio recinto».
E cosa farà?
«Mi batterò per un buon esito del negoziato sulla Politica agricola comune. C'è molto da correggere, ma non voglio una rottura. Ne abbiamo discusso stamane (ieri, ndr ) con il commissario Dacian Ciolos, che conosco da 10 anni: anche lui, come me, era un tecnico. E siamo convinti di riuscire. Lui ha detto: "Non si può fare una Politica agricola comune senza l'Italia a bordo"».
Cosa non va per l'Italia?
«La distribuzione delle risorse non può essere basata solo sul criterio della superficie agricola. Noi siamo penalizzati perché in poca superficie produciamo tanto. E poi serve una maggiore attenzione per le aziende».
Ovvero?
«Bisogna limitare i vincoli e gli oneri aggiuntivi. Per evitare le monoculture, ad esempio, l'Europa ci chiede di rendere obbligatorie tre culture diverse in contemporanea. Può andare bene per aziende grandissime, o per chi vuole smettere di coltivare. Ma per chi ha 10 ettari, metterne 7 a grano duro e il resto a sementi diversi è molto costoso e discutibile: è più virtuosa la rotazione annuale».
Che si può fare per evitare di trovare nei supermarket più pomodori del Belgio che nostrani?
«Nella libera circolazione chi ha gambe cammina. Ma certo serve mantenere un sostegno all'agricoltura. Perché se la lasciassimo totalmente alle regole di mercato ne causeremmo il tracollo con l'abbandono del territorio».
Molti hanno già lasciato.
«Lo farebbero molti di più. Con danni incalcolabili per l'ambiente. Dall'alto, dopo l'alluvione, si vedeva la zona con i terrazzamenti agricoli intatta. Il resto era venuto giù. La prima politica ambientale è assicurarsi che l'agricoltore non vada via».
Gli agricoltori lamentano di non avere redditi certi. Anche perché non è più certo il prezzo dei prodotti. Che si può fare per dare una risposta positiva alla questione?
«In effetti negli ultimi 5 anni c'è stata una grande volatilità, con effetti speculativi sulle borse delle derrate alimentari. Se ne è parlato al G20. E, anche se c'è tendenza a evitare interventi della mano pubblica, si è stabilito che qualche paletto andrà messo».
Potrebbe essere un'idea anche per fermare altre speculazioni?
«Non mi avventuro. Io sto al mio».
Virginia Piccolillo
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