Allora, un'agenzia norvegese mi chiede di rivedere e correggere una traduzione fatta da qualcun altro di un depliant turistico che parla di viaggi nella Norvegia settentrionale. In realtà c'è poco da correggere, ma c'è un termine ricorrente che secondo me è da cambiare: "sami". Nelle lingue scandinave è la parola che indica i lapponi, il traduttore per qualche motivo l'ha lasciata così com'è. La cambio con "lappone" ogni volta che la incontro nel testo e rimando tutto indietro.
Oggi mi chiamano dall'agenzia: il cliente (cioè il produttore del depliant) vuole che io cambi nuovamente "lappone" in "sami".
- "Ma perchè?", rispondo io, "c'è una parola italiana per indicare quel popolo, perchè dovrei usare quella scandinava? Chi leggerà il depliant in Italia non capirà neanche di cosa si sta parlando".
- "Lo so", è la risposta del signore all'altro capo del telefono, "ma si tratta di una 'political issue'. In Norvegia il termine 'lap' è un termine dispregiativo per indicare quel popolo, quindi il cliente vuole che si usi la parola 'sami'".
- "Ma non ha senso!", gli faccio, "è un testo in italiano per italiani, qui la parola 'lappone' non ha nessuna notazione dispregiativa, anche perchè non ce n'è un'altra per indicare la stessa cosa, se mettiamo 'sami' nessuno capirà di che si parla!"
- "Me ne rendo conto", mi risponde il signore, " e lo stesso appunto ce l'ha fatto il traduttore. Ma il cliente vuole che si faccia così, e così dobbiamo fare".
Insomma, domani mi tocca ri-correggere tutto il testo in versione politically correct. Ma si può essere così ottusi?




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