Vincent van Gogh, Scarpe, 1886, Amsterdam, Van Gogh Museum
MARTIN HEIDEGGER
Opera d’arte e verità dell’essere
A cura di Claudia Bianco
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Nel saggio L’origine dell’opera d’arte Heidegger riprende la concezione dell’opera come strumento-per, come mezzo, ma con una sostanziale differenza rispetto a Essere e tempo: il chiarimento dell’esser-mezzo del mezzo viene sviluppato non a partire dall’attività progettante dell’uomo, bensì attraverso l’analisi di un’opera d’arte, di una rappresentazione figurativa, un quadro di Van Gogh che raffigura un paio di scarpe da contadino. E’ qui che viene in luce qualcosa che la descrizione di un paio di scarpe effettivamente presenti non avrebbe potuto attingere: l’esser-mezzo del mezzo, la sua essenza, risiede in qualcosa di più profondo della semplice “utilizzabilità” di cui parlava Essere e tempo , risiede nella sua “fidatezza” (Verlassigkeit) ; “In virtù sua la contadina confida, attraverso il mezzo, nel tacito richiamo della terra; in virtù della fidatezza del mezzo essa è certa del suo mondo. Mondo e terra ci sono per lei, e per tutti coloro che sono con lei nel medesimo mondo (…) la fidatezza del mezzo dà al mondo immediato la sua stabilità e garantisce alla terra, la libertà del suo afflusso costante. L’esser-mezzo del mezzo, la fidatezza, tiene unite tutte le cose secondo il loro modo e la loro ampiezza. L’usabilità del mezzo non è che la conseguenza essenziale della fidatezza”.
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MARTIN HEIDEGGER. Opera d’arte e verità dell’essere (a cura di Claudia Bianco)
Poi si è appurato che quelle scarpe erano di un pittore 8dello stesso van gogh) e non di un contadino o contadina...
Venuto a conoscenza dello scritto di Heidegger, ed esaminate le otto paia di scarpe dipinte in carriera da van Gogh - e in particolare il dipinto del Museo Van Gogh segnalatogli [Con una lettera del 6 maggio 1965] dallo stesso filosofo tedesco - lo storico dell'arte americano Schapiro replicò nel 1968 osservando che quelle non erano scarpe da contadino, bensì le «scarpe dell'artista, tipiche di un uomo che allora viveva in città»: « Si può vedere nel dipinto delle scarpe di van Gogh la rappresentazione di un oggetto vissuto dall'artista come una parte importante di se stesso, un oggetto nel quale il pittore si osserva come in uno specchio »
Nel 1978 fu pubblicato lo scritto di Jacques Derrida La verità in pittura, nel quale il filosofo francese valutava le posizioni di Heidegger e Schapiro. In fondo, osserva ironicamente, ciascuno dei contendenti, attribuendo le scarpe a una contadina l'uno e a van Gogh l'altro, intende appropriarsene per se stesso: Schapiro, rivendicando la propria competenenza dei fatti pittorici e Heidegger, sottointendendo la propria capacità di interpretare - in virtù della propria cultura filosofica - fatti che hanno origine in un mondo prossimo a quello, arcaico, della sua Svevia, nel quale egli si sentiva profondamente radicato. Naturalmente, il testo di Heidegger non intendeva essere un saggio di critica artistica, ma il difetto - lo «sproloquio», secondo l'espressione di Derrida - dell'analisi di Heidegger, si rivela proprio quando, volendo negare, per la reale comprensione dell'essere dell'opera, ogni riferimento al creatore del dipinto, egli è costretto ad attribuire comunque un proprietario - in questo caso, una contadina - a quelle scarpe, reintroducendo un soggetto che compromette la comprensione oggettiva di quell'«esser-mezzo»:
« Io mi accontenterei di poter dire alla fine: molto semplicemente, queste scarpe non appartengono a nessuno, non sono né presenti né assenti, ci sono delle scarpe, punto e basta. »
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Punto e basta.




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