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Discussione: L'altra storia

  1. #1
    Mitteleuropea di Trieste
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    Predefinito L'altra storia

    200 anni fa... le provincie illiriche (ovvero quando ierimo francesi)

    (1809 - 1813)


    Le Province illiriche (in francese: Provinces illyriennes) furono un'unità amministrativa francese dell'epoca napoleonica, creata con l'unione dei territori ceduti dall'Impero Austriaco e dal Regno Italico napoleonico alla Francia per effetto del trattato di Schönbrunn (1809).

    Le Province illiriche, istituite con capitale Lubiana, comprendevano tutta la Dalmazia, l'Istria, il litorale croato (coi territori del "confine militare" detto Krajina), la Carniola, la contea di Gorizia e Gradisca, Trieste e parte della Carinzia. Vennero sciolte nel 1813, quando furono rioccupate dall'Austria.

    Storia
    Il territorio delle Province Illiriche venne creato per effetto del decreto del 14 ottobre 1809, quando l'Impero d'Austria fu costretto a cedere la Carinzia, la Carniola, la Croazia a sud-est del fiume Sava, Gorizia e Trieste all'Impero Francese, a seguito della battaglia di Wagram e del conseguente trattato di pace di Schönbrunn.

    Tutti questi territori strappati all'Austria, unitamente a quelli dell'ex Repubblica di Ragusa (occupata dalla Francia dal 1808) e della Dalmazia ed Istria già venete (incorporate nel Regno d'Italia napoleonico dal 1805), andarono a confluire nella nuova unità amministrativa delle Province Illiriche, che nel nome riprendeva l'antica Illiria o provincia romana dell'Illyricum.

    Il governatorato fu amministrato dal generale francese Auguste Marmont, e per la parte civile da Vincenzo Dandolo, già provveditore generale di Dalmazia.

    Nell'agosto 1813, l'Austria dichiarò guerra alla Francia e le truppe austriache, comandate dal generale Franz Tomassich, invasero le Province illiriche; al contempo si registrarono defezioni da parte delle truppe croate, slovene, giuliane e dalmate arruolate nell'esercito francese. A Ragusa un'insurrezione cacciò i francesi dalla città nella speranza di ricostituire l'antica repubblica, ma la città fu occupata dalle truppe austriache il 20 settembre 1813. Zara si arrese il 6 dicembre, dopo un assedio di 34 giorni, mentre Cattaro fu occupata da forze montenegrine che resistettero fino all'11 giugno 1814, data in cui il principe del Montenegro cedette il territorio agli austriaci. Le navi britanniche si ritirarono dalle isole della costa dalmata solo nel luglio 1815, dopo la battaglia di Waterloo.

    Il Congresso di Vienna del 1815 confermò la sovranità austriaca sulle Province Illiriche, che non furono più ricostituite. Il nome fu però ripreso nel Regno d'Illiria, un'unità amministrativa dell'Impero d'Austria che sopravvisse sino al 1849.

    (fonte wikipedia)
    -------------------------------------------
    Da queste parti non credo ci siano avvenimenti a ricordo.
    Invece a Lubiana:


    Napoleon rezhe Iliria vstan – mostra in occasione dei 200 anni della fondazione delle Province illiriche

    Tra l’altro viene presentato il documento principale della fondazione delle Province illiriche – il trattato di pace di Schönbrunn, custodito negli archivi del ministero degli esteri della Francia. È esposto anche il famoso ritratto di Napoleone, in bronzo, opera di Bartolini, custodito nel Museo di Louvre a Parigi.

    Dopo la vittoria di Wagram, nel luglio del 1809, l'imperatore austriaco, con il trattato di pace di Schönbrunn, dovette lasciare una grande parte delle regioni slovene a Napoleone che le incluse con le parti della Carinzia, del Tirolo, del Goriziano, dell'Istria e della Dalmazia, nelle Province illiriche, il cui nome deriva dalla famosa storia della tribù degli Illiri che nell'antichità popolarono la penisola balcanica. Lubiana geopoliticamente corrispose alle aspirazioni politiche, militari ed economiche francesi e divenne così la capitale del nuovo Stato.

    Il periodo delle Province illiriche, anche se breve, è un periodo importante per la storia degli sloveni: i francesi introdussero la lingua slovena nelle scuole elementari, venne fondata la prima università, ripristinata un'amministrazione moderna e introdotto il codice civile, una grande acquisizione di civiltà. Lubiana cambiò anche la propria piantina topografica: ai margini cittadini, i francesi crearono o pianificarono i primi parchi e viali, la città ebbe il primo giardino botanico. Tutto ciò ebbe un grande influsso sulla coscienza nazionale e stimolò il progresso della civiltà.
    La mostra, dedicata ai tempi di Napoleone Bonaparte, presenta l'epoca del dominio francese nel territorio sloveno, tra gli anni 1809 e 1813, noto come il tempo delle Province illiriche. Sono esposti vari oggetti e documenti che testimoniano gli eventi politici e storici.

    Mestni muzej Ljubljana / Museo Civico Lubiana
    Gosposka ulica 15

    12 mag 2009 - 31 ott 2009

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  2. #2
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    Predefinito Riferimento: L'altra storia

    Mah, io a certi ricordi ci tengo poco, e penso di non essere il solo. Capisco gli Sloveni che devono ringraziare i Francesi per le scuole nella loro lingua, ma qui, che cos'hanno fatto di buono, remitùr a parte? Almeno avessero lasciato eredità linguistiche e/o culinarie.

  3. #3
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    Predefinito Re: Riferimento: L'altra storia

    Citazione Originariamente Scritto da Mitteleuropeo Visualizza Messaggio
    Mah, io a certi ricordi ci tengo poco, e penso di non essere il solo. Capisco gli Sloveni che devono ringraziare i Francesi per le scuole nella loro lingua, ma qui, che cos'hanno fatto di buono, remitùr a parte? Almeno avessero lasciato eredità linguistiche e/o culinarie.
    E' comunque la ns storia.

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Re: Riferimento: L'altra storia

    Citazione Originariamente Scritto da Cenerentola82 Visualizza Messaggio
    E' comunque la ns storia.
    Certo, ma anche Oberdank e Menia sono la nostra storia. Secondo me la storia, magistra vitae, serve ad aiutare riconoscere quanto di buono e quanto di cattivo ci hanno lasciato determinati personaggi e/o situazioni. Io rispolvero volentieri la storia di Maria Theresia, ma ho forti dubbi sulla validità dell'insegnamento napoleonico.
    Chi era Napoleone? Uno che si proclamava seguace di un Comitato si Salute Pubblica che faceva ghigliottinare i suoi nemici, fino a celebrare l'apoteosi della ghigliottina uccidendoci anche i suoi iniziatori (Robespierre). Mi ricorda solo Goli Otok.
    Poi, Napoleone fu il re del nepotismo: mise suoi fratelli e parenti (in genere scemi) su vari troni-fantoccio d'Europa. Mi ricorda i Camber.
    Napoleone fece della Francia il paradiso dell'ateismo, facendo ballare prostitute sotto i falò delle città occupate, al fine di distruggere le famiglie. Una volta distrutte le cellule-base della morale tradizionale, non sarebbe stato difficile minare alla fondamente una società che si opponeva alla conquista. Mi ricorda Zapatero.
    Se pratichiamo la damnatio memorie nei confronti di Hitler, perchè Napoleone se ne esce integro? onf:

  5. #5
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    Predefinito Re: L'altra storia

    TRIESTE-VIENNA: REVIVAL DOMENICA DELLE CARROZZE POSTALI

    (AGI) - Trieste, 29 lug. - Domenica 2 agosto, da Piazza Unita' d'Italia a Trieste, partiranno cinque carrozze, di cui una giardiniera postale trainata da quattro cavalli, che ripercorrano la via dell'antico Postale - quella aperta nel 1832 - che collegava il capoluogo giuliano con Vienna, recapitando anche la corrispondenza delle autorita' regionali a quelle delle piu' importanti citta' e capitali - Lubiana, Maribor, Graz - toccate dal singolare postiglione. Una iniziativa davvero interessante, di cui essere orgogliosi per il suo significato storico e culturale ma anche folcloristico e di amicizia fra i popoli - ha detto il presidente del Consiglio del Fvg Edouard Ballaman ricevendo nella sede dell'Assemblea Paolo Petiziol, presidente della Associazione culturale Mitteleuropea che ne e' stata promotrice. L'evento - illustrato nei dettagli da Petiziol - infatti non si ripete dal 27 luglio 1857, giorno in cui a Trieste arrivo' il primo treno da Vienna, salutato con solenne cerimonia alla presenza dell'imperatore Francesco Giuseppe. E il Postale ora trasportera', oltre ai messaggi di saluto, fratellanza e collaborazione, anche simboli istituzionali e prodotti regionali. Un modo per ricordare che nella storia della nostra terra ci sono molte tracce e molte eredita', da Roma alla Serenissima, all'Impero asburgico - ha aggiunto Ballaman che sia al presidente del Consiglio della Stiria che a quello della Bassa Austria ha inviato per la circostanza due lettere con la medaglia che raffigura Roma che tende la mano in segno di protezione ad Aquileia. Nella missiva al collega stiriano Siegfried Schrittwieser, Ballaman ricorda e riafferma i vincoli di amicizia che da tempo legano le due regioni e formula l'invito a una visita per rinnovare e consolidare i rapporti istituzionali che gia' in passato hanno visto le due assemblee protagoniste di iniziative comuni. In quella indirizzata al presidente dell'Assemblea del Land della Bassa Austria, Hans Penz, rivolge l'auspicio che la rievocazione dello storico corriere postale sia l'occasione per avviare un rapporto di collaborazione e amicizia tra le due istituzioni e comunita', e per il quale gettare le basi in un incontro nei prossimi mesi. Un modo - ha sottolineato Ballaman - per riaffermare l'importanza dell'Europa delle regioni e che - gli ha fatto eco Petiziol - si inserisce pienamente nello spirito che ha animato la nascita e il lavoro della comunita' di Alpe Adria.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Riferimento: L'altra storia

    Citazione Originariamente Scritto da Mitteleuropeo Visualizza Messaggio
    Mah, io a certi ricordi ci tengo poco, e penso di non essere il solo. Capisco gli Sloveni che devono ringraziare i Francesi per le scuole nella loro lingua, ma qui, che cos'hanno fatto di buono, remitùr a parte? Almeno avessero lasciato eredità linguistiche e/o culinarie.
    be a kostanjevica sono sepolti i borboni La tomba dei Borboni

    poi in friuli sono sepolti anche dei francesi famosi,::: VILLAVICENTINA ::: il TERRITORIO del comune di VillaVicentina (UD) - Friuli Venezia Giulia

  7. #7
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    Predefinito Rif: L'altra storia

    Ti faccio un esempio per le rivincite della Storia:

    Una volta a Trieste sotto Palazzo Brigido c'era il ristorante "Napoleone", dove andavano gli studenti con le loro ragazze per far colpo e mangiare bene per una cifra onesta.
    Ora in quel locale c'è il "Kapuzinerkeller", il locale più bavarese che sista al mondo.

    Austerlitz è vendicata!

  8. #8
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    Predefinito La balla della beffa di Buccari

    I ricordi di un vecchio lupo di mare, Bepi Forempoher e fonti croate
    da: http://www.edit.hr/lavoce/2005/inpiu/storia050507.pdf

    Nella sua Canzone del Quarnaro, un tempo celeberrima, Gabriele D’Annunzio ci rimanda sin dalla data posta sotto il titolo (11 febbraio
    1918) alla cosiddetta “Beffa di Buccari”. Rievocando l’impresa, il poeta soldato l’affi dò alla storia con un vivace resoconto: “Via un siluro contro l’albero maestro, via l’altro al centro sotto la prua della terza! Ancora un siluro verso il camino della quarta unità!(...) I siluri trovano gli sbarramenti antisommergibili, ma uno riesce a sfondare la rete in un punto, e l’altro che
    lo segue trova via libera. Ma ecco che l’aria è lacerata da una potente esplosione. Colonne d’acqua immani si innalzano dalla tranquilla superficie del mare e gli equipaggi dei Mas sono schiaffeggiati dall‘onda di ritorno. I motoscafi iniziano una frenetica danza, mentre girano le prue e ripartono con i motori al massimo per guadagnare l’uscita della baia e passano sotto le batterie di Fortore prima che sia dato l’allarme e si scateni il finimondo”.
    Avvenne nella notte fra il 10 e l’11 febbraio 1918 - al comando di
    Costanzo Ciano, parteciparono i Mas 96 (con Luigi Rizzo e Gabriele D’Annunzio), 95 e 94, rimorchiati ciascuno da una torpediniera e con la protezione di unità leggere una notte di nebbia, un mese prima che gli equipaggi della flotta da guerra austro-ungarica innalzassero sui pennoni le bandiere rosse della rivolta dei marinai nelle Bocche di Cattaro e a Pola, chiedendo la fine della guerra, la pace.
    Fu veramente una beffa quella di Buccari? Lo fu, ma ai danni dell’opinione pubblica italiana e della storia. Perché nella baia di Buccari non erano presenti navi da guerra e nemmeno navi mercantili efficienti. Il porto in fondo alla baia, ai piedi della cittadina raggruppata sulla collina, ospitava, insieme a una flottiglia di barche da pesca, vecchi piroscafi da trasporto in disarmo, destinati ai ferrivecchi. E nessuno di essi venne affondato.
    Nessuno saltò in aria. Nessuna potente esplosione lacerò l’aria quella notte a Buccari.
    O nessuno se ne accorse. Non esistevano reti di sbarramento contro i sommergibili. Nel primo dei volumi della Pomorska Enciklopedija, l’enciclopedia marittima dell’Istituto lessicografico di Zagabria (1954), lo storico Petar Mardešic ha scritto (traduciamo): “Nel corso della prima guerra mondiale, gli italiani, mediante ricognizioni aeree, accertarono che a Buccari avevano trovato rifugio alcuni piroscafi , e
    decisero di affondarli. Nella notte fra il 10 e l’11 febbraio 1918 due cacciatorpediniere rimorchiarono tre Mas (...) lasciandoli a sudovest di Punta Promontore (al largo dell’estremo promontorio meridionale dell’Istria, ndt). I caccia si trattennero nel mare aperto per
    riagganciare i Mas a missione conclusa, mentre i tre battelli siluranti,
    sotto il comando di Costanzo Ciano, proseguirono la navigazione attraverso il Canale della Faresina (fra la costa istriana e l’isola di Cherso, ndt) in direzione del Golfo di Fiume. Ben presto penetrarono nella baia di Buccari che, fatta eccezione per una batteria a Portoré, non disponeva di alcuna difesa...”.
    La verità sulla “beffa di Buccari” è contenuta in un comunicato ufficiale delle autorità militari austriache dell’epoca, mai fatto conoscere all’opinione pubblica italiana dai nostri mass-media e nemmeno dagli storici, finora. Un comunicato nel quale si cita fra i testimoni il marittimo Josip Forempoher che in quella notte era di guardia a bordo della carcassa del piroscafo “affondato”.
    Bepi Forempoher era ancora vivo e vegeto nella sua Buccari quando lo conobbi nel 1974; era un pensionato che si avvicinava alla bella età di 83 anni. Quegli anni Bepi se li portava benissimo sulle spalle; aveva ancora una memoria di ferro, disse di ricordare limpidamente quell’episodio della
    sua gioventù.
    Figlio di marittimi, era stato compagno del mare per
    tutta la vita, aveva un figlio capitano marittimo e un nipote che, terminato il Nautico, ha continuato la tradizione di una famiglia di navigatori. Il vecchio, quando lo incontrai, aveva già letto più volte il“resoconto” di D’Annunzio. E, ancora una volta, sbottò in un vivace dialetto veneto: “Bale, le xe tute bale!”. Da vecchio lupo di mare quale era, tuttavia, riconosceva
    un grande coraggio agli uomini dei tre Mas comandati da Costanze Ciano e Luigi Rizzo, e anche a D’Annunzio che era con loro.
    All’inizio di febbraio, pochi giorni prima della “beffa”, un aereo italiano da ricognizione aveva creduto di avvistare, sorvolando la baia a sud-est di Fiume, una grossa nave da guerra austriaca ormeggiata accanto ad altre unità minori. D’Annunzio e compagni, dunque, erano convinti di andare nella tana del leone. Inoltre, non era facile passare inosservati al largo di Pola, una delle più munite basi navali del nemico, penetrare poi nel Canale della Faresina dominato dalle alture istriane, e infi ne nel Golfo del Quarnero, costeggiare fino a Portoré sotto l’occhio delle batterie, e inoltrarsi in una baia a forma ellittica larga alla bocca appena 300 metri, all’interno da 600 a 700 metri e lunga 4,6 chilometri, profondità massima 8 metri. Ci voleva del fegato per rimanere lunghissime ore in acque nemiche.
    Buccari, in mano austriaca dal 1692, porto franco dal 1778 al 1880, nel primo conflitto mondiale servì da rifugio per piroscafi in disarmo. Il 10 febbraio 1918 erano quattro i piroscafi in disarmo ormeggiati alle rive: il “Bellona” e il “Chlumetzky” nel Mandracchio, al molo di un vecchio cementificio abbandonato; il “Burma” e il “Višegrad” al molo dirimpettaio.
    Nella baia c’era pure la bella navescuola “Villa Velebit”, vanto del Nautico di Buccari
    , quella sì una possibile preda preziosa. I tre Mas italiani, dopo avere superato ilCapo Promotore sull’estrema punta meridionale dell’Istria, si avvicinarono all’isola di Unìe nell’arcipelago dei Lussini, doppiarono Punta Sottile, entrarono nel Canale della Faresina tra l’isola di Cherso e la costa istriana, raggiunsero infine il Golfo di Fiume in formazione
    a cuneo. A quel punto D’Annunzio scrisse: “Scorgo illuminata tutta la
    costa da Volosca a Žurkovo”. Ed era la verità. La flottiglia dei Mas navigava ormai da quattordici ore; da cinque ore sì trovava nelle acque territoriali austriache.
    Buccari non era difesa da alcun cannone, nemmeno da un fucile; ma Ciano, Rizzo e compagni lo ignoravano. C’era però una batteria a occidente del Castello dei Frangipani a Portoré, e i soldati addetti a quei pezzi scorsero le tre piccole unità mentre passavano a poche centinaia di metri. Ritennero però che fossero dei pescherecci locali e non diedero l’allarme.
    All’una e venti minuti dell’11 febbraio i Mas si trovarono nella baia di Buccari e lanciarono sei siluri in rapida successione. D’Annunzio, che aveva portato delle bottiglie contenenti bandiere tricolori italiane, lanciò in mare quei biglietti da visita che non saranno mai ritrovati. Quindi lasciò la baia
    indisturbata.
    Qualcuno nell’abitato di Buccari aveva visto o sentito qualcosa? Nel Narodni Dom, la Casa del popolo, la gente festeggiava il Carnevale. Nel porto erano di guardia soltanto due marittimi, uno sul “Chlumetsky” e l’altro sul “Višegrad”. Su quest’ultimo faceva la guardia Forempoher. Racconterà di avere sentito un forte urto, un colpo sordo sotto la nave, e il ribollire dell’acqua; non era riuscito però a spiegarsene la ragione. L’unica guardia civica del paese, in servizio davanti al Narodni Dom, credette di sentire un rombo di aeroplano. Avvertì perciò la gente e alcuni dei danzatori in maschera uscirono dalla sala da ballo per scrutare curiosi il cielo. Non si vide né si sentì nulla, la gente rientrò nella sala, riprese a ballare fino al mattino. Alle prime luci dell’alba, sceso dalla nave per fare due passi sul molo, Forempoher scrutò a lungo l’acqua che lo lambiva e scorse la sagoma di un siluro inesploso; era adagiato sul fondo alla profondità di due metri, accanto alla nave. Corse ad avvertire le autorità e, qualche ora dopo, arrivò da Fiume il rimorchiatore “Elore” con alcuni sommozzatori. I palombari ispezionarono per alcuni giorni l’intera baia e il fondo marino, rinvenendo altri tre siluri. Ad uno degli ordigni, recuperato a pochi metri dal “Chlumetzky”, mancava la spoletta che fu ritrovata in fondo al mare presso la banchina; la banchina risultava leggermente danneggiata dall’urto. Un terzo siluro era fi nito a pochi metri di distanza dal piroscafo “Burma” ed aveva la spoletta difettosa. Un quarto venne trovato vicino al “Bellona”, non gli era stata tolta neppure la sicura prima del lancio, forse per la fretta. Di altri due siluri, nessuna traccia. Praticamente, nessuno dei siluri colpì gli obiettivi a eccezione di uno, ed
    anche quello esplose soltanto nella fantasia del poeta-soldato, il quale si inventò pure le reti di sbarramento inesistenti sia all’imboccatura che dentro la baia.

  9. #9
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    Ultima modifica di Cenerentola82; 05-10-10 alle 13:31

  10. #10
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    Predefinito 96 anni fa... il tradimento (taglian resta taglian)

    dal “Wiener Zeitung” 23/05/1915

    Ai miei popoli ! Il re d’Italia mi ha dichiarato la guerra. Un tradimento, di cui la storia non conosce uguale, è stato commesso dal regno d’Italia contro i suoi due alleati. Dopo un’alleanza durata oltre trenta anni, durante la quale essa potè aumentare il proprio possesso territoriale e svilupparsi a una prosperità inopinata, l’Italia ci ha abbandonati nell’ora del pericolo per passare a bandiera spiegata nel campo nemico. Noi non abbiamo minacciato l’Italia, non ne abbiamo sminuito la considerazione, né menomato l’onore e gli interessi; noi ci siamo sempre fedelmente attenuti al nostro dovere di alleati e l’abbiamo protetta allorché scese in campo. Noi abbiamo fatto di più; allorché l’Italia spinse i suoi avidi sguardi oltre il nostro confine, noi, per mantenere l’alleanza e la pace, eravamo decisi a grandi, dolorosi sacrifici, che colpivano in ispecial modo il nostro cuore paterno. Ma l’avidità dell’Italia, che credeva di poter profittare del momento, era insaziabile. E così deve compiersi il destino. Al potente nemico nordico i miei eserciti hanno vittoriosamente resistito in dieci mesi di lotte gigantesche e in fedele fratellanza d’armi con l’esercito del mio nobile alleato. L’ipocrita nemico al sud non è un avversario nuovo. I grandi ricordi di Novara, Mantova, Custoza e Lissa, che costituiscono l’orgoglio della mia gioventù, e lo spirito di Radetzky, dell’arciduca Alberto e di Tegethoff che sopravvive nella mia potenza di terra e di mare, mi è garanzia che noi potremo difendere efficacemente i confini della monarchia anche verso mezzogiorno. Saluto le mie truppe, provate alla lotta e alla vittoria. Confido in esse e nei loro capi. Confido nei miei popoli, la cui abnegazione senza esempio merita la mia più profonda paterna riconoscenza. Prego l’Onnipossente che benedica le nostre bandiere e prenda la nostra giusta causa sotto la sua clemente tutela.

 

 
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