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    Predefinito L'abbraccio mortale. Monoteismo ed Europa

    L'abbraccio mortale. Monoteismo ed Europa
    Di Silvano Lorenzoni -
    http://www.uomo-libero.com/


    Numero 59
    del 01/03/2005


    Messa a punto semantica – Il feticismo: Mircea Eliade – Anormalità monoteista: Raffaele Pettazzoni – Sviluppi storici e teologici nel Medio Oriente – La storia del pensiero monoteista da Mosè a Esdra alla luce delle ricerche: Stewart Ross e Morton Smith – Caratteristiche psicopatologiche degli autori del Vecchio Testamento e del dio in esso descritto: Erich Glagau – Specificità strutturali veterotestamentarie – Fasi iniziali del cristianesimo e sue specificità strutturali – Componenti strutturali del cristianesimo; sua collocazione e diffusione nel mondo ellenistico e mediterraneo – Sviluppi ed effetti teratologici del cristianesimo in Europa: Louis Rougier – Impreparazione psicologica pagana a fronteggiare il fanatismo monoteista – Il cristianesimo nell'Europa settentrionale e orientale – Natura dilacerata della Chiesa medioevale: Carl Atzenbeck – La riforma protestante e sue conseguenze storiche

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    Cool Riferimento: L'abbraccio mortale. Monoteismo ed Europa

    1) CONSIDERAZIONI GENERALI

    1.1 Messa a punto semantica

    Prima di affrontare un argomento articolato come il fenomeno monoteista, e per non perderci in meandri lessicali, è bene dare definizioni quanto più precise. Ognuno sa, o crede di sapere, che cosa sia il monoteismo: si tratterebbe della fede nel "dio unico" Ma questo è un concetto che richiede una vera e propria messa a punto. In primo luogo, occorre intendersi su cosa sia un "dio"; e per consolidare il concetto è indispensabile risalire al mondo arcaico e al suo modo di percepire la natura.

    Fino a tempi storicamente molto recenti (in Europa fino alla fine del Medioevo, in altre parti del mondo fino ad un secolo fa), la Natura - ciò che l'io osserva e con cui esso interagisce - non era percepita come inerte materia soggetta a leggi automatiche, ma quale sede obiettiva di molteplici forze animiche con le quali l'uomo poteva porsi in fattuale contatto con un determinato comportamento rituale o, in taluni casi, per comunicazione diretta usando vie parapsicologiche o stregoniche.

    Per necessità semantiche - si ricordi che il linguaggio umano è strutturato in modo da esprimere gli oggetti e le causalità dell'ordinaria esperienza sensoriale di veglia (1) - a queste forze si dovevano assegnare nomi che le identificassero, mentre il tipo di comportamento che esse estrinsecavano veniva reso comprensibile e prevedibile attribuendo loro, in guisa antropomorfica, una "personalità", una "psicologia".

    In questo modo si venivano a definire degli "dèi", quali rappresentazioni o modelli lessicali di forze extraumane e più che umane, le quali venivano però percepite come qualcosa di obiettivo. L'uomo della tradizione ebbe un'esperienza esistenziale (e non solo intellettuale) del sacro, esperienza che si poneva a fondamento della religione arcaica (2). Qui sta la differenza fra il concetto di dio e quello di ipostasi: un'ipostasi è un'idea, inizialmente di tipo esclusivamente intellettuale e godente di una "realtà" soltanto lessicale, la quale viene proiettata - arbitrariamente e come puro atto di volontà - al di là dell'esperienza sensoriale di veglia per attribuirle una fantasmatica esistenza quale forza pensante extraumana - esistenza che si limita poi a un puro atto di fede da parte di chi l'ipostasi ha proiettato (ad esempio, il diavolo è l'ipostasi dell'idea di Male).

    Il monoteismo viene a essere uno strano, teratologico sviluppo concettuale che non può essere se non conseguenza di una cesura fra l'uomo e il sacro, il quale, a un certo momento e presso una qualche gruppo umano, viene a cessare di essere un'esperienza esistenziale. Inizialmente, persiste ancora l'idea del "dio" quale forza, la quale però viene ora a confondersi e ad essere identificata con la sua decrizione semantica che, inizialmente, non era stata se non un fatto di convenienza. Tale visione antropomorfa viene ora ipostatizzata e, attraverso un perverso processo psicologico, unicizzata: ora, il "dio" è unico.

    Questo significa che la molteplicità delle forze dell'universo - delle quali non si ha più esperienza esistenziale - vengono ridotte ad una sola ipostasi antropomorfa che, come tale, viene dotata di un suo carattere, di una sua "personalità" di una psicologia che non potrà non riflettere quella dell'individuo o degli individui che tale apparato concettuale abbiano originato. Secondo questa visione, ogni altra forza/essere diviene una sua emanazione o "creatura".
    Nel contempo, avendo osservato che il monoteismo non può essere insorto se non presso un tipo umano completamente desacralizzato - cioè un tipo per il quale l'esperienza esistenziale del sacro non è più possibile - risulta che con tale cesura subentra la fede quale valore religioso: si crede per forza (per imposizione, esercitata volontariamente su se stessi, oppure per obbligo) in qualcosa che sta davanti esclusivamente come proposta intellettuale ma di cui non si può avere alcuna esperienza: non a caso - lo documenta Mircea Eliade (3) - la fede, quale valore religioso, ha la sua scaturigine nell'ebraismo, punto di partenza di ogni altro monoteismo. Sostituire la fede alla percezione esistenziale del sacro è come sostituire con una protesi un arto vivente; e c'è una contraddizione di fondo fra le due prime virtù teologali cristiane, perché aver fede è di per sé un atto di disperazione.

    Il paleocristiano Tertulliano osservava, seriamente, di credere che il figlio di dio si era incarnato perché ciò era assurdo; e che il medesimo era risuscitato dalla morte perché ciò era impossibile.
    In sede storica l'unico monoteismo conosciuto è lo jahwismo - o abramismo, messo a punto nella sua forma finale da quella parte del popolo ebraico - un'etnìa essenzialmente semitica - che nel VI secolo a.C. si trovava in esilio a Babilonia. Questo è il monoteismo che poi, nelle sue molteplici varianti (ebraismo, cristianesimo nelle sue diverse forme, islam e varianti laiche come il marxismo e il liberalismo), imperversa oggi nell’universo mondo. Il corrispondente "dio unico", Jahweh, risente pertanto della problematica psicologia dell'ecumene semitico (4), nonché di quella particolarmente contorta dei suoi inventori specifici (contrariamente all'opinione di alcuni storici, né lo zoroastrismo iraniano né l'akhnatonismo egizio furono manifestazioni monoteiste).

    Tanto meno si può vedere una forma di "progresso verso il monoteismo" nel pensiero dei filosofi europei da Platone in poi, attraverso la scuola di Atene (soprattutto Plotino, ma anche Porfirio, Giamblico, Proclo). La confusione al riguardo non poté e non può essere dovuta se non a secoli di abitudine ad incasellare tutto in un paradigma concettuale monoteista. Platone e i neoplatonici si riallacciano a quella visione arcaica, comune a tutti i popoli civili, secondo la quale esiste un "retroscena" (Urgrund, "fondamento primevo") ontologico dell'universo che non è certo un "dio" - né nel senso esistenziale né tanto meno in quello lessicale - ma che è qualcosa che trascende sia gli uomini che gli dèi; e che sta al di fuori e al di sopra del tempo e dell'essere manifestato. Questo è il Brahma vedico, il Tao paleocinese e anche il Numero pitagorico (5). Anche il platonico Demiurgo, visto come forza plasmante e formate degli esseri materiali, è un'accomodamento lessicale, come lo sono tutti i miti cosmogonici che fanno riferimento a un "dio" creatore (poi, almeno in Europa, tutti inseriti in un paradigma più o meno cristiano) (6).

    1.2 Il feticismo: Mircea Eliade

    Abbiamo detto che l'unico monoteismo storicamente conosciuto è di origine semitica. Il monoteismo è un fenomeno semitico: non a caso, sulla scia di papa Pio XI, un importante teologo cattolico ebbe a dichiarare che ogni buon cristiano è nell'animo suo, semita (7). Questo dà adito ad affrontare la casistica del feticismo, che è quel fenomeno religioso secondo il quale il "dio" - forza obiettiva, della quale normalmente si dovrebbe avere un'esperienza esistenziale - viene confuso con l'oggetto, materiale o lessicale, utilizzato per raffigurarlo o per descriverlo (generalmente, si parla di feticismo con riferimento alle immagini materiali). Ebbene, sta di fatto che nessuna popolazione al mondo - con una sola eccezione - ha mai confuso l'oggetto materiale usato per raffigurare il dio - o la dea, l'anima, la psiche, il fantasma, la forza - col dio raffigurato. Quando diciamo nessuna, intendiamo dire che questo errore non lo commisero neppure i bantù, i cannibali papuasi, i pigmei dell'Africa equatoriale, gli estinti coprofagi della Tasmania o i fueghini del bordo dell'Antartide. L'eccezione a cui ci si riferisce - questo è documentato da Mircea Eliade (8) - furono i semiti (e ancora adesso il tempio di Gerusalemme e la kaaba della Mecca sono cose estremamente sospette). Non sorprende, a ben vedere, che il monoteismo sia insorto proprio fra le uniche genti che siano mai state realmente feticiste.
    A questo si ricollega il fatto che i monoteisti più fanatici e più ottusi, tipo gli ebrei, i protestanti, i musulmani, accusano cattolici e ortodossi di feticismo perché essi sarebbero "adoratori di immagini". Si tratta di un fenomeno psicologico di ipercompensazione, per cui si attribuiscono agli altri i propri difetti. Essi praticano l'iconoclastia poiché in tal modo evitano quello che per loro è un "pericolo". L'estetologo Richard Eichler (9) osservava che l'ebraismo, l'islam e il calvinismo sono le tre religioni nemiche del bello, mettendo poi questo fatto in relazione con la loro radice semitica. Il paleocristiano Paolino da Nola rifiutava di farsi ritrarre perché il cosiddetto homo coelestis non può essere riprodotto, mentre l'homo terrenus non deve essere raffigurato (10).

    1.3 Anormalità monoteista: Raffaele Pettazzoni

    Prima di entrare nel vivo dell’argomento, vale la pena di commentare un pensiero di colui che, forse, fu il più grande studioso italiano di storia comparata delle religioni: Raffaele Pettazzoni (11). Secondo il Pettazzoni, la condizione normale di un'umanità psicologicamente sana è il politeismo. Il monoteismo viene a essere un'intrusione catastrofica prodotta invariabilmente da una singola personalità, strana e possente - e, aggiungiamo noi, dalle caratteristiche distruttive: quale fondatore di un monoteismo (e solo sotto questo punto di vista), anche in Gesù Cristo ha da ravvisarsi una figura annientatrice della normale condizione vitale e religiosa degli uomini. In particolare, prosegue il Pettazzoni, per potersi affermare, ogni monoteismo abbisogna di un politeismo contro cui scagliarsi con rabbia assassina: questa, in sede storica, è stata sempre una caratteristica delle affermazioni monoteiste (12).

    Le idee del Pettazzoni possono essere ulteriormente sviluppate.
    (a) Se la normalità è politeista, ci si può attendere che col tempo ci sia una tendenza a che i monoteismi si ridisciolgano nella normalità politeista. Al riguardo (13) ci sono degli incoraggianti sviluppi, sia in area cristiana che in area islamica, che sembrano indicare che la "normalizzazione" sta incominciando ad avere luogo.
    (b) A voler figgere lo sguardo nella notte dei millenni - fino alla semileggendaria Atlantide e oltre - viene da pensare che chissà quante volte la deformazione monoteista può avere imperversato sui popoli, per poi inevitabilmente scomparire in ragione del semplice fatto di essere qualcosa di contro natura - forse travolgendo ogni volta, nella sua caduta, imperi, popoli e razze.

    2) SVILUPPI STORICI E TEOLOGICI NEL MEDIO ORIENTE

    2.1 Note introduttive

    Stando alle conoscenze correnti, l'origine dello jahwismo (che non fu subito un monoteismo in senso stretto) ha da porsi verso la fine del II millennio a.C. e fu opera di un certo Mosè. A quanto sembra, Jahweh, un dio preesistente e che era stato adorato assieme a svariati altri da determinati clan semitici (non ancora ebrei in senso stretto), fu originalmente un mostriciattolo lunare non dissimile dal (o forse identico al) paleosemitico Sin (14).

    Mosè impose ai suoi sudditi - in origine un coacervo plurimo di svariate etnie e razze, non esclusi ceppi negroidi di estrazione africana (15) - il culto unico di Jahweh, col quale affermò di avere fatto un patto particolare e che avrebbe promesso a loro ogni sorta di privilegi a cambio del culto esclusivo. Degli altri dèi non si negava esplicitamente l'esistenza, ma si rifiutava loro il culto.

    Le pretese mosaiche furono imposte alla popolazione, non senza trovare un'importante resistenza (16). C'è da credere che già allora Jahweh venisse ad assumere certe sinistre e teratologiche caratteristiche che vennero a galla in modo del tutto esplicito quando il cosiddetto Vecchio Testamento, quale noi adesso lo conosciamo, venne messo per iscritto nel V secolo a.C.

    Fra i tempi del mitico Mosè (XII secolo a.C.) e quelli di Esdra (V secolo a.C.), il mosaismo subì una serie di sviluppi che lo portarono a essere il babilonismo o esdrismo; che adesso viene a essere lo jahwismo ufficiale quale esso è preso per valido sia dagli ebrei che dalle chiese neojahwiste cristiane. Da parte jahwista, questo processo è stato presentato come ammantato da improbabili leggende e da ugualmente improbabili "miracoli". Esso fu analizzato criticamente per la prima volta, in notevole dettaglio, da un ex-prete protestante inglese, William Stewart Ross, che pubblicò i suoi risultati sotto lo pseudonimo di "Saladin" verso la fine del XIX secolo (17). Un eccellente studio scientifico del processo di conversione del monoteismo latente a monoteismo esplicito è stato fatto da un altro studioso inglese, Morton Smith (18). Nella sezione che segue si darà un esposto dei risultati di questi due studiosi.

    2.2 La storia del pensiero monoteista da Mosè a Esdra alla luce delle ricerche: Stewart Ross e Morton Smith

    Già il Ross aveva fatto notare che gli stessi autori che avevano scritto la cosiddetta Bibbia nel V secolo a.C., vi avevano incluso certe storie che rendevano del tutto probabile che il testo fosse, se non interamente almeno in massima parte, un'invenzione. Mosè avrebbe messo i suoi scritti dentro alla cosiddetta "arca dell'alleanza", con proibizione assoluta di guardarvi dentro. Sotto Salomone (X secolo a.C.) qualcuno comunque vi avrebbe guardato dentro, senza trovarvi niente. Circa tre secoli e mezzo dopo, un certo sacerdote Ilchia affermò di averli visti, ma dopo di lui non sembra che ci siano stati altri a dire di averli visti. E nel V secolo a.C., Esdra, con l'aiuto di uno stuolo di scribi, avrebbe proceduto a riscrivere i testi antichi, in mezzo a uno straordinario contorno di fatti miracolosi. Questa storia è accettata anche dai i Padri della Chiesa; e il testo di Esdra (peraltro scritto in modo pochissimo chiaro e aperto a ogni tipo di interpretazione) divenne il Vecchio Testamento ufficiale - sia per gli ebrei che per i neojahwisti cristiani.

    Le ricerche condotte nel XX secolo permettono di compiere una storia abbastanza dettagliata di quale fu il vero sviluppo storico dello jahwismo fra il suo abbozzo mosaico e la sua concretizzazione a Babilonia nel V secolo a.C.; al riguardo, ci riferiamo in primo luogo al testo di Morton Smith. Fra il XII e il V secolo a.C. le genti ebraiche, stanziate in Palestina, sono da vedersi, almeno in prima approssimazione, come normali: era politeiste e il mostro lunare Jahweh occupava nel pantheon un posto non superiore a quello di Baal, Astarte e altri dèi paleosemitici. Ma in tutto quel periodo serpeggiò fra gli ebrei un "movimento d'opinione" che favoriva il ritorno al mosaismo puro, cioè al culto esclusivo di Jahweh. Questo movimento faceva presa soprattutto fra la borghesia commerciale e finanziaria più o meno agiata e aveva scarsa risonanza fra il popolo in generale. I suoi rappresentanti di spicco furono i profeti, individui fanatici e gretti che uno psichiatra ebreo, già nel 1910, non esitò a definire degli psicopatici. Aggiungendo che fu una maledizione per l'umanità che le loro vedute contorte fossero arrivate e essere prese non solo sul serio, ma come canoni di condotta (19) - qui sia soltanto aggiunto che la scomposta e sconvolta "spiritualità" dei profeti non trova riscontro se non in determinate manifestazioni bantù (non si dimentichi che la popolazione ebraica aveva una componente africana). Ma fino al V secolo anche i profeti ebbero scarsa influenza sulla generalità della popolazione.

    Questa situazione venne a cambiare con l'occupazione babilonese. I babilonesi deportarono a Babilonia quei gruppi sociali che nelle terre a loro sottomesse - una delle quali era la Palestina - erano a loro ostili. Fra gli ebrei, a loro ostili erano gli adepti del movimento "solo Jahweh"; i quali, deportati a Babilonia e avulsi dal resto della popolazione, svilupparono quella strana e perversa idea - il babilonismo - secondo la quale Jahweh era "unico" e il resto degli dèi "inesistenti". Verso la metà del V secolo Babilonia cadde sotto la Persia, e gli esuli furono rispediti alle loro terre di origine. In Palestina ritornarono i mosaisti (adesso babilonisti) capeggiati da un certo Esdra, i quali - forti adesso dell'appoggio politico persiano - imposero il monoteismo jahwista sulla popolazione ebraica della Palestina, non senza trovare una notevole resistenza: i samaritani - pure essi ebrei - non si lasciarono mai piegare.

    Fu sotto Esdra - e dopo sotto Neemia - che il Vecchio Testamento fu scritto nella forma in cui esso è ancora tenuto per valido da tutti gli jahwisti. La sua stesura fu strutturata con lo scopo specifico di assicurare il potere a una determinata classe sociale e politica. In massima parte esso fu inventato di sana pianta; in minor misura esso fu basato su testi più antichi, alcuni di origine ebraica e altri mutuati in giro e poi raffazzonati a seconda che sembrò conveniente. In particolare, i Salmi sono una collezione di inni a Baal (dio paleosemitico) di cui gli originali sono stati scoperti a Ugarit (Libano) e poi decifrati dai semitologi (20): questi inni furono scopiazzati e dedicati a Jahweh.

    2.3 Caratteristiche psicopatologiche degli autori del Vecchio Testamento e del dio in esso descritto: Erich Glagau

    Se il Vecchio Testamento non ha quasi valore come documento storico - essendo esso un prodotto fatto su misura con fini specifici, e nella stesura del quale non ci si peritò di falsificare di tutto, quando ciò sembrò giovare allo scopo - esso dà un'idea molto chiara della mentalità paranoica di chi lo scrisse e, di riflesso, del tipo di "dio"che ne risulta, dotato di una psicologia alquanto contorta.

    La descrizione più calzante del medesimo ci sembra quella data dallo scrittore francese conte di Lautréamont, nato Isidore Ducasse: " ... vidi un trono, fatto di escrementi umani e d'oro, sul quale troneggiava, con orgoglio idiota e col corpo ricoperto da un drappo fatto di biancheria di ospedale male lavata, colui che dice di essere il ‘creatore'" (21). Nell'insieme, da quanto risulta dal Vecchio Testamento, Jahweh si presenta come un despota semitico lubrico, osceno ed abbietto, che ha creato l'uomo per poter pavoneggiare davanti a lui la sua scellerata potenza e per avere uno schiavo da torturare e umiliare, sul quale far cadere un’ira del tutto irrazionale, becera e imprevedibile.

    Per incominciare - e questo risulta in modo chiaro dalle analisi di Morton Smith - il Jahweh esdrico presenta aperte caratteristiche omosessuali. La sua qualità di "dio geloso" è quella dell'amante omosessuale per il suo "amico del cuore", il popolo ebraico; col quale la relazione è quella che ci può essere fra l'omosessuale attivo e quello passivo. Il "popolo di dio" è il suo prosseneto.
    Erich Glagau (22) ha compiuto un'insuperata analisi del Vecchio Testamento, sviscerandone sia le assurdità che la qualità scostante. Ed effettivamente, come florilegio di aneddoti raccapriccianti, pornografici, sordidi e contrari a ogni buon costume (dal punto di vista di un'umanità normale), non esiste alcun altro testo che si spacci per "religioso" il quale gli possa reggere confronto - e che inoltre abbia pretese moraleggianti.

    Qui si indicheranno tre dettagli, particolarmente significativi:
    (a) Nel libro delle Cronache sta scritto che mentire "a maggior gloria di dio" è lecito - cosa poi ripetuta da Paolo da Tarso, il "già ebreo" Shaul, nella Lettera ai Romani. Ora, la liceità della menzogna - anzi, della menzogna sistematica - oltre che dal Vecchio Testamento, è ammessa solo dalle popolazioni legate a uno stile di vita totalmente selvaggio e privo di aspressioni etiche di normale significanza.
    (b) Nel libro dei Giudici - e questo è enfatizzato anche da Mircea Eliade (23) - viene lodato il tradimento dell'ospite. Questa è un'azione esecranda presso tutti i popoli conosciuti, non esclusi i più incivili - ma non per gli esdristi.
    (c) Il rotolo di Ester: si tratta di una sordida storia (inventata) di prostituzione minorile nella quale a far da lenone fu uno zio della detta Ester, la quale, una volta riuscita a conquistare l'amore del re di Persia, avrebbe fatto da infiltrata nella corte. Obbediente agli ordini dello zio/lenone, ella sarebbe stata usata per estorcere al re, mentre era ubriaco, l'autorizzazione per commettere soprusi contro coloro che erano invisi allo zio/lenone. Questo, ancora adesso, viene celebrato nella festa ebraica del purim (nel mese di ottobre). In certi circoli sionisti, la Barbara Lewinsky (che eseguì quella pubblicizzata fellatio sul presidente USA Bill Clinton) viene inneggiata come "novella Ester"(24).

    Senza dare altri esempi specifici, vediamo quali sono le caratteristiche psicopatolgiche di tipo generale che animano l'esdrismo e che si riferiscono in modo diretto a coloro che lo inventarono e poi adottarono. Nella sezione seguente si daranno alcune caratteristiche di tipo strutturale del medesimo che poi furono trasmesse ai neogeovismi e che, in forma esplicita o latente - o qualche volte modificate o stravolte a seconda della diversa psicologia dei popoli - hanno sempre informato la condotta delle diverse gerarchie ecclesiastiche.

    In tutto il Vecchio Testamento c'è una smodata preoccupazione e un gusto tremebondo per i massacri (ai danni degli altri). È probabile che le storie disgustose e raccapriccianti raccontate con riferimento alla conquista della cosiddetta Terra Promessa siano in massima parte delle invenzioni, ma illustrano bene quello che ai relatori e ai loro epigoni sarebbe piaciuto che fosse successo e che, al momento opportuno, sarebbero contentissimi di ripetere - e che, effettivamente, hanno sempre fatto quando le circostanze li hanno messi nelle condizioni di infierire sui non-ebrei, meglio ancora se per interposta persona.

    Come fenomeno psicologico speculare si ha forse da vedere l'ossessione di sentirsi perseguitati e, nei tempi contemporanei, l'"olocaustismo"(25): un determinato tipo umano, ossessionato dal desiderio inappagato di perseguitare e sterminare gli altri, finisce col pensare che anche tutti gli altri nutrano le stesse idee nei suoi riguardi. Il modo in cui i cristiani presentarono i primi della loro religione come dei perpetui perseguitati - molto spesso falsificando i fatti - è un'altra forma della medesima psicologia.

    L'attitudine ipocrita del "giusto" - poi divenuta comune agli jahwisti delle più varie confessioni - fu presto abbinata alla paranoia del "popolo eletto". Ha da vedersi come naturale che, sia pure per vie subliminali, chi "sappia" di essere fra coloro che hanno la fortuna di trovarsi nel novero degli "eletti" dal "dio vero e unico" adottino un'attitudine di disprezzo e di sufficienza verso coloro che invece, obnubilati dall'ignoranza o dalla testardaggine, si attaccano a culti o a idee "false" (secondo loro, "irreali").

    Nel contempo, siccome tutto dipende dalla volontà arbitraria di quel fantomatico Dio Unico dalla psicologia semitica, non ci si può sentire se non dei privilegiati perché egli ci ha fatto la "grazia" di includerci fra i suoi adoratori - e cioè di far parte del suo "popolo eletto". Adesso come adesso, nei circoli sionisti, la spiegazione ufficiale del perché dell'antisemitismo nei tempi storici è che siccome gli ebrei sono il popolo eletto, gli altri sentono invidia per quella straordinaria posizione e quell'invidia si traduce in odio e in persecuzioni (26).

    Invece è vero che l'attitudine strafottente del 'giusto' non poteva non suscitare l'irritazione di chi con lui aveva la disgrazia di essere a contatto: a ciò si dovettero le persecuzioni contro ebrei, cristiani e anche musulmani (al giorno d'oggi, ad esempio, in India sta montando un crescente astio contro quella parte della popolazione che è di religione musulmana, forse la quinta parte del totale). Obiettivamente, comunque, è da notarsi che il concetto di "popolo eletto", in origine esclusivamente ebraico (né allora poteva essere altrimenti) è stato mutuato da cristiani, musulmani, marxisti e megacapitalisti. La differenza dagli ebrei è che se questi ultimi sono (oggi) "eletti" solo per nascita, nelle religioni neoebraiche lo si può divenire per cooptazione, per "conversione" - più o meno volontaria (questo fatto si sarebbe rivelato gravido di conseguenze per la modernità).

    Questo porta necessariamente alla considerazione del fenomeno del missionarismo - fenomeno spesso diverso dal proselitismo. Come missionarismo si intende la prassi dell'imporre ad altri il proprio paradigma religioso (e non necessariamente la propria religione - vedi gli ebrei). Il cristianesimo e il marxismo usano preferibilmente i metodi incruenti, ma se necessario si valgono di quelli cruenti. L'islam preferisce la cosiddetta "guerra santa", ma chi si sottomette con le buone è comunque accettato.

    Nel caso degli ebrei, la cosa va in modo diverso. Jahweh ha promesso loro il dominio su di tutti i non-ebrei (nel Vecchio Testamento e ancora di più nel Talmud). Perciò il fatto che ci siano ancora delle genti che si incaponiscono a non vedere in loro l'immagine di "dio" è qualcosa di incomprensibile e di insopportabile e che grida vendetta. Ne segue che la loro forma di missionarismo (un missionarismo che non è proselitismo) consiste nel voler sottomettere tutti, facendone degli schiavi, togliendo loro i loro beni e umiliandoli al massimo, fino a farli obiettivo di sevizie sessuali.

    Fino a poco più di mille anni fa, gli ebrei esercitarono anche il missionarismo proselitistico: nell'Arabia meridionale e in Etiopia, dove c'erano i "falascià" o "ebrei negri" (V-VI secolo d.C.) e nel Caucaso - VII secolo d.C. - dove si ebbe la conversione dei chazari, che adesso vengono a essere la maggioranza degli ebrei. Col calvinismo, in tempi più recenti, essi reclutarono anche un notevole numero di europidi. Se i moderni calvinisti non sono diventati ebrei non è perché non vogliano, ma perché essi non vengono da questi accettati, in quanto, presentandosi come 'cristiani', possono rendere all'establishment sionista dei servizi molto maggiori che presentandosi apertamente per quello che realmente sono: degli ebrei. A titolo di curiosità, è un fatto che un tempo i falascià erano molto più numerosi di oggi, fino a costituire una percentuale considerevole della popolazione etiopica totale. Ma il loro insopportabile atteggiarsi a "giusti" finì per infastidire tutti gli altri negri, che un giorno ne fecero una carneficina: fu il pogrom panetiopico del 1609 (27).

    Alla casistica del missionarismo (proselitistico o meno) è legata quella delle guerre religiose. Prima dell'avvento dei monoteismi, le guerre religiose erano assolutamente sconosciute. Guerre, naturalmente, ce n'erano state anche allora e per mille motivi, però mai per cause religiose. Lo stesso Tommaso d'Aquino proponeva fra le possibili guerre giuste, dopo la legittima difesa, quelle che si fanno contro i "principi pagani" che si oppongono a che i missionari cristiani vadano a indottrinare i loro sudditi.

    Qui salta agli occhi la situazione paradossale e illogica di un Dio onnipotente e creatore del mondo, che fa appello alle sue "creature" per imporre la Sua volontà nel mondo. Questo assurdo probabilmente non fu mai percepito dai semiti, per i quali la logica non è mai stata una preoccupazione. Quando invece questa problematica - e altre affini - fu trasferita in Europa, tramite il cristianesimo, essa diede origine a controversie senza fine, avendo anche conseguenze pratiche spesso tragiche.

    2.4 Specificità strutturali veterotestamentarie

    Jahweh ha pretese "morali". In ciò egli si dimostra profondamente diverso dagli dèi veri, quelli che un'umanità normale percepiva come nude forze cosmiche e che come tali erano al di là del bene e del male. Siccome la morale non è e non può essere se non un fatto associativo, che si riferisce all'interazione del singolo con gli altri (l'"unico" di Max Stirner non ha una morale né ha bisogno di averla), Jahweh non può se non riflettere la morale di coloro che lo inventarono - da Mosè a Esdra, passando per la serqua psicopatica dei profeti. Ne risulta la morale del parassita, di colui che vive all'interno di società di delinquenti e che ha un certo comportamento verso il resto dei ladri ("lupo non mangia lupo", per ragioni di necessità) e uno diverso verso l'umanità normale, per "volontà di dio" statuita a essere sua vittima.

    Nel Vecchio Testamento si dà già un'importanza impressionante al fatto usura - il prestito di denaro a interesse - cosa che nessun altro popolo si era mai sognato di includere in testi di tipo religioso. Quanto al Decalogo, improntato dall'omosessuale gelosia del "dio" che lo avrebbe trasmesso, esso è per uso interno del "popolo eletto". La morale decaloghista, come ha osservato August Vogl (28), in fondo non contiene se non precetti che erano generalmente accettati da tutti i popoli civili (e anche da tanti non classificati come tali): la pretesa jahwista di originalità e di superiorità morale rispetto ai codici etici degli altri è un'altra tipica arroganza.

    C'è anche il masochismo del "peccato originale", cioè della maledizione ereditaria che il despota semitico Jahweh impone sulle sue "creature"/prosseneti, e alla loro progenie, per tutta l'eternità. Questo viene accettato da esse con masochistica voluttà e in modo del tutto naturale solo fino a tanto che si tratti di un insieme di elementi particolarmente abbietti. A popolazioni che, in fondo, avrebbero avuto una natura migliore, questa autentica depravazione è stata fatta accettare attraverso secoli di lavaggio del cervello. Quando si è convinto qualcuno che è "colpevole" e che quella sua colpa egli deve "espiare", si può fare con lui quasi tutto ciò che si voglia (e l'assuefazione alla condizione di "colpevole" è istillata con l'istruzione religiosa a tutti i monoteisti).

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: L'abbraccio mortale. Monoteismo ed Europa

    Poi Trascrivero' anche il seguito.
    Vi prego di scusarmi ma ho poco tempo.
    Cordiali saluti

  4. #4
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  5. #5
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