L’Europa dei due Mario
lunedì 12 dicembre 2011 | Alfonso Gianni | 11 commenti
Riesce davvero difficile condividere l’entusiasmo con il quale Eugenio Scalfari ha commentato sul suo giornale le conclusioni del recente vertice europeo. A meno di non pensare male – come si sa, spesso ci si prende – ovvero che il padre nobile dell’operazione insediamento dei due Mario (Draghi e Monti) abbia fretta di andare all’incasso e quindi di magnificare i risultati fin qui ottenuti da entrambi nei rispettivi ruoli. Ma, se non si è in questa condizione, per quanto si rileggano i documenti finali del 9 dicembre non si intravedono motivi di gioia. Ha ragione invece Jean Paul Fitoussi che ha ricordato in uno sferzante commento che l’unica cosa che andava fatta per cercare di spegnere l’incendio è stata volutamente mancata. Mi riferisco ovviamente al ruolo di prestatore in ultima istanza da parte della Bce, l’unica misura che, dichiarando la semplice disponibilità della banca centrale ad acquistare sul mercato finanziario i titoli di stato dei paesi in difficoltà, potrebbe bloccare sul nascere le mire speculative.
Non sono affatto sufficienti invece le misure assunte da Draghi. E’ una buona cosa che si proceda ancora alla riduzione dei tassi di interesse, di un quarto di punto in questo caso, portandoli all’1%. Ma una simile decisione di per sé è ben al di sotto della gravità della situazione. Non si può affidarsi soltanto alla mera speranza che le istituzioni finanziarie prendano denaro all’1% dalla banca centrale per acquistare titoli di stato che viaggiano a un tasso di interesse del 6%, se le garanzie sulla solvibilità di quei non cambiano, anzi addirittura peggiorano. Né ci si può complimentare sull’incremento della dotazione finanziaria del Fondo salva stati, poiché questa rimane sempre inferiore alle necessità che potrebbero derivare dal default di uno dei paesi Piigs, che trascinerebbe con sé rapidamente tutti gli altri. D’altro canto la disponibilità della Bce a immettere liquidità nel sistema bancario non garantisce affatto che il credito affluisca verso il mondo produttivo, in assenza di politiche espansive anticicliche.
In realtà il vertice del 9 dicembre più che affrontare l’emergenza ha posto nuovi mattoni nella costruzione di un sistema di governance europea ispirato al più rigido principio dell’austerità e della parità di bilancio. Con il conseguente sfondamento di ogni residuo di potestà nazionale sulle politiche economiche e fiscali. La dichiarazione conclusiva dei capi di stato e di governo prevede che ogni singolo stato inserisca nel proprio ordinamento, anche a livello costituzionale, il principio della parità di bilancio. “I bilanci delle amministrazioni pubbliche – si legge nella dichiarazione – devono essere in pareggio o in avanzo” e comunque il disavanzo non deve essere superiore allo 0,5%. In caso di scostamento scatterebbero sanzioni automatiche, a meno che queste non siano respinte dalla maggioranza qualificata dei paesi dell’eurozona. Circostanza che potrebbe forse salvare i paesi più forti, Germania in testa, ben difficilmente gli altri.
In sostanza ha vinto ancora una volta la signora Merkel che, fintanto che rimarrà in sella, tiene fortemente nelle proprie mani le chiavi della borsa. Il no agli eurobonds è confermato. La sua principale preoccupazione, che gli elettori tedeschi potessero sentirsi caricati del debito altrui, è stata per ora soddisfatta. Un disegno di corto respiro, certamente, ma intanto vincente. La Gran Bretagna ha preso il largo, e questo certamente non giova all’immagine e alla concretezza del ruolo della Ue. Cameron ha giocato fino in fondo il suo ruolo di difensore dell’industria dei servizi finanziari, la principale risorsa della perfida Albione che accentua così il suo tradizionale e aristocratico isolazionismo. La Tobin tax, che pareva alla portata dopo le dichiarazioni di Barroso, si allontana nuovamente, perché senza la City, una delle poche piazze finanziarie globali nel mondo, poco si può fare.
Ma i due Mario sono contenti. Di Draghi si è già detto, mentre Monti porta a casa l’esplicito gradimento, nero su bianco, sulla sua manovra economica. Non importa che persino Ignazio Visco abbia rilevato che questa aggraverà la recessione in atto. E che il suo risultato più eclatante sia stato quello di ricongiungere Cgil, Cisl e Uil in una comune manifestazione di protesta. Ciò che conta è essere benvoluti in questa Europa. Anche se tutti insieme e in allegria si sta correndo verso il baratro.
Alfonso Gianni (Sinistra Ecologia e Libertà)
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