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Discussione: Una poesia che "sento" mia

  1. #1321
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    Predefinito Re: Una poesia che "sento" mia

    La morte non è
    una luce che si spegne.
    È mettere fuori la lampada
    perché è arrivata l’alba.

    Rabindranath Tagore
    Maria Vittoria and Blake like this.
    La verità è che non sai cosa succederà domani.
    La vita è una corsa folle, e niente è garantito.
    Eminem

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  2. #1322
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    Predefinito Re: Una poesia che "sento" mia

    Plenilunio d'autunno

    Dopo la vendemmia,
    dopo i festeggiamenti e le celebrazioni,
    dopo il rimessaggio delle nostre imbarcazioni

    con addosso la stanchezza di un intero anno
    contemplativi nel mondo riposeremo, testimoni del nostro tempo,

    agnelli divenuti leoni.

    Maria Vittoria Cavina, ottobre 2019
    di necessità virtù

  3. #1323
    Super Troll
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    Predefinito Re: Una poesia che "sento" mia

    CHARLES BAUDELAIRE, Le voyage (Il viaggio), poesia che chiude Les fleurs du mal.

    I

    Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
    l'universo è pari al suo smisurato appetito.
    Com'è grande il mondo al lume delle lampade!
    Com'è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

    Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
    il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
    e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
    il nostro infinito sull'infinito dei mari:



    c'è chi è lieto di fuggire una patria infame;
    altri, l'orrore dei propri natali, e alcuni,
    astrologhi annegati negli occhi d'una donna,
    la Circe tirannica dai subdoli profumi.

    Per non esser mutati in bestie, s'inebriano
    di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
    il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
    cancellano lentamente la traccia dei baci.



    Ma i veri viaggiatori partono per partire;
    cuori leggeri, s'allontanano come palloni,
    al loro destino mai cercano di sfuggire,
    e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!

    I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
    e, come un coscritto sogna il cannone,
    sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
    di cui lo spirito umano non conosce il nome!

    II

    Imitiamo, orrore! nei salti e nella danza
    la palla e la trottola; la Curiosità, Angelo
    crudele che fa ruotare gli astri con la sferza,
    anche nel sonno ci ossessiona e ci voltola.

    Destino singolare in cui la meta si sposta;
    se non è in alcun luogo, può essere dappertutto;
    l'Uomo, la cui speranza non è mai esausta,
    per potersi riposare corre come un matto!



    L'anima è un veliero che cerca la sua Icaria;
    una voce sul ponte: «Occhio! Fa' attenzione!»
    Dalla coffa un'altra voce, ardente e visionaria:
    «Amore... gioia... gloria!» É uno scoglio, maledizione!

    Ogni isolotto avvistato dall'uomo di vedetta
    è un Eldorado promesso dal Destino;
    ma la Fantasia, che un'orgia subito s'aspetta,
    non trova che un frangente alla luce del mattino.

    Povero innamorato di terre chimeriche!
    Bisognerà incatenarti e buttarti a mare,
    marinaio ubriaco, scopritore d'Americhe
    il cui miraggio fa l'abisso più amaro?

    Così il vecchio vagabondo cammina nel fango
    sognando paradisi sfavillanti col naso in aria;
    il suo sguardo stregato scopre una Capua
    ovunque una candela illumini una topaia.

    III

    Strabilianti viaggiatori! Quali nobili storie
    leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare!
    Mostrateci gli scrigni delle vostre ricche memorie,
    quei magnifici gioielli fatti di stelle e di etere.

    Vogliamo navigare senza vapore e senza vele!
    Per distrarci dal tedio delle nostre prigioni,
    fate scorrere sui nostri spiriti, tesi come tele,
    i vostri ricordi incorniciati d'orizzonti.

    Diteci, che avete visto?

    IV

    «Abbiamo visto astri
    e flutti; abbiamo visto anche distese di sabbia;
    e malgrado sorprese e improvvisi disastri,
    molte volte ci siamo annoiati, come qui.

    La gloria del sole sopra il violaceo mare,
    la gloria delle città nel sole morente,
    accendevano nei nostri cuori un inquieto ardore
    di tuffarci in un cielo dal riflesso seducente.



    Le più ricche città, i più vasti paesaggi,
    non possedevano mai gl'incanti misteriosi
    di quelli che il caso creava con le nuvole.
    E sempre il desiderio ci rendeva pensosi!

    - Il godimento dà al desiderio più forza.
    Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,
    mentre s'ingrossa e s'indurisce la tua scorza,
    verso il sole si tendono i rami della tua cima!

    Crescerai sempre, grande albero più vivace
    del cipresso? - Eppure con scrupolo abbiamo
    raccolto qualche schizzo per l'album vorace
    di chi adora tutto ciò che vien da lontano!

    Abbiamo salutato idoli dal volto proboscidato;
    troni tempestati di gemme luminose;
    palazzi cesellati il cui splendore fatato
    sarebbe per i vostri cresi un sogno rovinoso;



    costumi che per gli occhi son un'ebbrezza;
    donne che hanno dipinte le unghie e i denti,
    e giocolieri esperti che il serpente accarezza.»

    V

    E poi, e poi ancora?

    VI

    «O infantili menti!

    Per non dimenticare la cosa principale,
    abbiam visto ovunque, senza averlo cercato,
    dall'alto fino al basso della scala fatale,
    il noioso spettacolo dell'eterno peccato;

    la donna, schiava vile, superba e stupida,
    s'ama senza disgusto e s'adora senza vergogna;
    l'uomo, tiranno ingordo, duro, lascivo e cupido,
    si fa schiavo della schiava, rigagnolo di fogna;

    il martire che geme, il carnefice contento;
    il popolo innamorato della brutale frusta;
    il sangue che dà alla festa aroma e condimento,
    il veleno del potere che snerva il despota;

    tante religioni che alla nostra somigliano,
    tutte che scalano il Cielo; la Santità,
    come un uomo fine su un letto di piume,
    fra i chiodi e il crine cerca la voluttà;



    l'Umanità ciarlona, ebbra del suo genio,
    e delirante, adesso come in passato,
    nella sua furibonda agonia urla a Dio:
    «Mio simile, mio padrone, io ti maledico!»

    E i meno stolti, della Demenza arditi accoliti,
    in fuga dal grande gregge recinto dal Destino,
    per trovare rifugio nell'oppio senza limiti!
    - Questo del globo intero l'eterno bollettino.»

    VII

    Dai viaggi che amara conoscenza si ricava!
    Il mondo monotono e meschino ci mostra,
    ieri e oggi, domani e sempre, l'immagine nostra:
    un'oasi d'orrore in un deserto di noia!

    Partire? restare? Se puoi restare, resta;
    parti, se devi. C'è chi corre, e chi si rintana
    per ingannare quel nemico che vigila funesto,
    il Tempo! Qualcuno, ahimè! corre senza sosta,

    come l'Ebreo errante e come l'apostolo,
    al quale non basta treno o naviglio,
    per fuggire l'infame reziario; e chi invece
    sa ucciderlo senza uscire dal nascondiglio.

    Infine quando ci metterà il piede sulla schiena,
    potremo sperare e urlare: Avanti!
    E come quando partivamo per la Cina,
    gli occhi fissi al largo e i capelli al vento,

    così c'imbarcheremo sul mare delle Tenebre
    col cuore del giovane che è felice di viaggiare.
    Di quelle voci ascoltate il canto funebre
    e seducente: «Di qui! Voi che volete assaporare

    il Loto profumato! è qui che si vendemmiano
    i frutti prodigiosi che il vostro cuore brama;
    venite a inebriarvi della dolcezza strana
    di questo pomeriggio che non avrà mai fine!»

    Dal tono familiare riconosciamo lo spettro;
    laggiù i nostri Piladi ci tendon le braccia.
    «Per rinfrescarti il cuore naviga verso la tua Elettra!»
    dice quella cui un tempo baciavamo le ginocchia.

    VIII

    "O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l'ancora!
    Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l'alto, a piene vele!
    Se nero come inchiostro è il mare e il cielo
    sono colmi di raggi i nostri cuori, e tu lo sai!

    Su, versaci il veleno perchè ci riconforti!
    E tanto brucia nel cervello il suo fuoco,
    che vogliamo tuffarci nell'abisso, Inferno o Cielo, cosa importa?
    discendere l'Ignoto nel trovarvi nel fondo, infine, il nuovo.
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  4. #1324
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    Predefinito Re: Una poesia che "sento" mia

    Cesare Pavese

    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
    questa morte che ci accompagna
    dal mattino alla sera, insonne,
    sorda, come un vecchio rimorso
    o un vizio assurdo. I tuoi occhi
    saranno una vana parola,
    un grido taciuto, un silenzio.

    Cosí li vedi ogni mattina
    quando su te sola ti pieghi
    nello specchio. O cara speranza,
    quel giorno sapremo anche noi
    che sei la vita e sei il nulla.
    Per tutti la morte ha uno sguardo.

    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
    Sarà come smettere un vizio,
    come vedere nello specchio
    riemergere un viso morto,
    come ascoltare un labbro chiuso.
    Scenderemo nel gorgo muti.
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  5. #1325
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    Predefinito Re: Una poesia che "sento" mia

    A un cuore in pezzi
    Nessuno s’avvicini
    Senza l’alto privilegio
    Di aver sofferto altrettanto

    Emily Dickinson
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  6. #1326
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    Predefinito Re: Una poesia che "sento" mia

    Canto

    Io dimorai solitario
    In un mondo di lamento,
    E la mia anima fu un'acqua stagnante,
    Finché la bella e gentile Eulalia
    divenne la mia pudica sposa
    Finché la giovine Eulalia dalla bionda chioma
    divenne la mia sorridente sposa.

    Ah, meno — meno lucenti
    Le stelle della notte
    Degli occhi della raggiante fanciulla!
    E mai un fiocco
    Che il vapore può fare
    Colle tinte di porpora e di perla della luna,
    Può gareggiare col piú negletto
    ricciolo della modesta Eulalia
    Può paragonarsi al piú umile
    e negletto ricciolo di Eulalia dagli occhi lucenti.

    Ora il Dubbio — ora il Dolore
    non ritornano mai piú,
    Poiché la sua anima mi dona sospiro per sospiro,
    E durante tutto il giorno
    Splende, brillante e vivida,
    Astarte nel cielo,
    Mentre sempre a lei la cara Eulalia
    leva il suo occhio di matrona
    Mentre sempre a lei la giovine Eulalia
    leva il suo occhio di viola.

    Annabel Lee

    Or son molti e molti anni
    che in un regno in riva al mare
    viveva una fanciulla che col nome
    chiamerete di ANNABEL LEE:
    e viveva questa fanciulla con non altro pensiero
    che d’amarmi e d’essere amata da me.

    Io ero un bimbo e lei una bimba,
    in questo regno in riva al mare;
    ma ci amavamo d’un amore ch’era più che amore
    io e la mia ANNABEL LEE
    d’un amore che gli alati serafini in cielo
    invidiavano a lei ed a me.

    E fu per questo che -oh, molto tempo fa-
    in questo regno in riva al mare
    un vento soffiò da una nube, raggelando
    la mia bella ANNABEL LEE;
    così che vennero i suoi nobili parenti
    e la portarono da me lontano
    per rinchiuderla in un sepolcro
    in questo regno in riva al mare.

    Gli angeli, non così felici in cielo come noi,
    a lei e a me portarono invidia –
    oh sì! E fu per questo (e tutti ben lo sanno
    in questo regno in riva al mare)
    che quel vento irruppe una notte dalla nube
    raggelando e uccidendo la mia bella ANNABEL LEE.

    Ma molto era più forte il nostro amore
    che l’amor d’altri di noi più grandi-
    che l’amor d’altri di noi più savi-
    e né gli angeli lassù nel cielo
    né i demoni dentro il profondo mare
    mai potran separare la mia anima dall’anima
    della bella ANNABEL LEE:

    giacché mai raggia la luna che non mi porti sogni
    della bella ANNABEL LEE;
    e mai stella si leva ch’io non senta i fulgenti occhi della bella ANNABEL LEE:
    e così, nelle notti, al fianco io giaccio
    del mio amore – mio amore – mia vita e mia sposa,
    nel suo sepolcro lì in riva al mare,
    nella sua tomba in riva al risonante mare.

    Edgar Allan Poe


    Nb non per forza trattasi di morte fisica
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  7. #1327
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    Predefinito Re: Una poesia che "sento" mia

    "Non ami qualcuno per il suo aspetto, i suoi vestiti o la sua macchina elegante, ma perché cantano una canzone che solo tu puoi ascoltare."

    Oscar Wilde
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  8. #1328
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    Predefinito Re: Una poesia che "sento" mia

    Segni dell'immortalità di W. Wordsworth

    C’era un tempo in cui prato, bosco e ruscello,
    la terra e ogni essere comune
    a me sembravano
    ornati da una luce celestiale,
    la gloria e la freschezza di un sogno.
    Non è più com’era prima;
    mi giro ovunque posso,
    di giorno o di notte,
    le cose che ho visto ora non posso più vederle.

    L’arcobaleno viene e va,
    e amabile è la rosa;
    la luna con diletto
    si guarda intorno quando i cieli erano spogli;
    le acque nelle notti stellate
    sono belle e serene;
    l’alba è una nascita gloriosa;
    ma eppure so, dove vado,
    dove è passata una gloria dalla terra.

    Ora, mentre gli uccelli cantano una tal canzone gioiosa,
    e mentre i giovani agnelli saltellano
    come al suono del tamburello,
    solo per me venne un pensiero di dolore:
    un’espressione tempestiva diede sollievo a quel pensiero,
    e sono di nuovo forte:
    le cataratte soffiano nelle loro trombe dalle ripide;
    non più la mia pena offenderà la stagione;
    sento gli echi accalcarsi attraverso le montagne,
    i venti vengono verso di me dai campi di sonno,
    e tutta la terra è felice;
    terra e mare
    si danno alla gioia,
    e con il cuore di maggio
    ogni bestia fa vacanza;
    tu, bambino di gioia,
    urla intorno a me, fammi sentire le tue urla, tu felice
    pastorello!

    Creature benedette, ho sentito la chiamata
    fatta per ognuno di voi; vedo
    i cieli ridere con voi del vostro giubilo;
    il mio cuore partecipa alla tua festa,
    la mia testa ha la sua corona,
    la pienezza della vostra beatitudine, io sento–la sento tutta.
    o giorno maledetto! se fossi arcigno
    mentre la terra sta adornando,
    questa dolce mattina di maggio,
    e i bambini stanno scartando
    su ogni lato,
    in migliaia di valli lontane e vaste,
    fiori freschi; mentre il sole sorge caldo,
    e il bambino salta tra le braccia di sua madre
    sento, sento, con gioia sento!
    –ma c’è un albero, di molti, uno,
    un singolo campo che osserva dall’alto,
    entrambi parlano di qualcosa che è passato:
    la viola del pensiero ai miei piedi
    ripete lo stesso racconto:
    dov’è scappato il barlume visionario?
    dove sono ora, la gloria e il sogno?

    La nostra nascita è un sonno ed è stato dimenticato:
    l’anima che si alza con noi, la stella della nostra vita,
    ha avuto ovunque la sua collocazione,
    e viene da lontano:
    né nell’intera dimenticanza,
    e né nella completa nudità,
    ma nelle nuvole trascinanti di gloria noi veniamo
    da Dio, che è la nostra casa:
    il cielo è sopra di noi nella nostra infanzia!
    le ombre della casa-prigione iniziano a chiudersi
    sopra il bambino che cresce,
    ma guarda la luce, e da dove fluisce,
    in esso vede la gioia;
    la giovinezza, che giornalmente oltre l’est
    deve viaggiare, è ancora il prete della natura,
    e dalla visione splendida
    è intervenuta sulla sua strada;
    lentamente l’uomo lo percepisce morto,
    e sparisce nella luce del giorno comune.

    La terra riempie le sue labbra con i suoi piaceri;
    lei ha la smania nella sua naturale indole,
    e, anche con le cose della mente materna,
    e nessuno scopo indegno,
    la domestica infermiera fa tutto ciò che può
    per rendere il suo figlio adottivo, un uomo detenuto,
    dimentica le glorie che ha conosciuto,
    e quel palazzo imperiale da dove lui viene.

    Il bambino guarda tra le sue nuove beatitudini,
    un caro ragazzo di sei anni di un’altezza pigmea!
    vedi, dove il mezzo lavoro nella sua stessa mano giace,
    logorato dai baci di sua madre,
    con la luce sopra di lui dagli occhi del padre!
    vedi, ai suoi piedi, alcuni piccoli progetti o piani,
    alcuni frammenti dal suo sogno di vita umana,
    formata da lui stesso con arte appena conosciuta;
    un matrimonio o una festa,
    un lutto o un funerale;
    e questo ha ora il suo cuore,
    e tra questo lui monta la sua canzone:
    allora lui adatterà la sua lingua
    ai dialoghi di affari, amore, lite;
    ma non sarà a lungo
    questo sarà gettato via,
    e con nuova gioia e con orgoglio
    il piccolo attore ha un’altra parte;
    riempendo con il tempo la sua “parte umoristica”
    con tutte le persone, in un’età paralizzata,
    che la vita porta con sé nel suo equipaggiamento;
    come se la sua intera vocazione
    fosse una limitazione senza fine.

    Tu, la quale sembianza esterna crede
    nell’immensità della sua anima;
    tu miglior filosofo, che conservi
    la tua eredità, tu occhio tra i ciechi,
    che, sordo e silenzioso, leggi l’eterna profondità,
    cacciata per sempre dalla mente eterna,—
    potente profeta! veggente benedetto!
    sul quale queste verità riposano,
    verità che affaticano le nostre vite per trovare,
    nell’oscurità perduta, l’oscurità della tomba;
    tu, su tutti la tua immortalità
    covi come il giorno, un padrone su uno schiavo,
    una presenza che non è stata posta;
    la quale tomba
    non è altro che un letto solitario senza il senso o la vista
    del giorno o la luce calda,
    un posto di pensieri dove noi aspettiamo giacenti;
    tu, piccolo bambino, ancora glorioso nella potenza
    della libertà nata dal cielo sui tuoi esseri viventi,
    perché con tali oneste pene provochi
    gli anni da portare in un evitabile giogo,
    questa cecità litiga con la tua beatitudine?
    presto la tua anima avrà il suo carico terrestre,
    e il cliente su di te con un peso,
    pesante come il gelo, profondo quasi come la vita!

    O gioia! che nelle tue braci
    c’è qualcosa che vive,
    che la natura ancora ricorda
    com’era così fuggitiva!
    il pensiero del nostro passato in me incrocia
    la perpetua benedizione: né infatti
    per quello che è peggiore per essere benedetto—
    delizia e libertà, il semplice credo
    dell’infanzia, se occupata o a riposo,
    con nuova speranza ancora svolazza nel suo petto:—
    né per questo io innalzo
    il canto di ringraziamenti e preghiera;
    ma per queste domande ostinate
    di seno e cose esteriori,
    che cadono da noi, svanendo;
    bianchi dubbi di una creatura
    muovendosi in mondi non realizzati,
    alti istinti prima che la nostra natura mortale
    tremano come una cosa colpevole e sorprendente:
    ma per queste prime affezioni,
    questi ricordi ombrosi,
    che, siano ciò che devono,
    sono ancora fontane di luce di tutti i nostri giorni,
    sono ancora luce maestra di tutte le nostre visioni;
    ci sollevano, ci curano, e hanno il potere di rendere
    i nostri giorni rumorosi momenti nell’essere
    dell’eterno silenzio:verità che si svegliano,
    per morire sempre:
    che né la disattenzione, né pazzia indigena,
    né uomo o ragazzo,
    né tutto ciò che è nemico della gioia,
    può improvvisamente abolire o distruggere!
    da adesso in una stagione di tempo calmo
    attraverso l’interno del paese noi siamo lontani,
    le nostre animo hanno visto quell’immortale mare
    che ci porta di qua,
    può in un momento viaggiare di là,
    e vedi i bambini giocano sulla riva,
    e senti le potenti acque rotolare sempre.

    Allora cantate, uccelli, cantate, cantate una gioiosa canzone!
    e fate saltellare i giovani agnelli
    come al suono del tamburello!
    noi nei pensieri ci uniamo alla folla,
    quel piffero e quel suono,
    quelli attraverso i vostri cuori oggi
    senti la felicità di maggio!
    ciò che attraverso il radiante era una volta così luminosa
    sei preso per sempre ora dal mio sguardo,
    niente può riportare l’ora
    di splendore nell’erba, di gloria nel fiore;
    non non siamo più addolorati, piuttosto troviamo
    forza in ciò che rimane indietro;
    nella primaria simpatia
    che è dovuta essere;
    nei pensieri calmanti che fioriscono
    dalle sofferenze umane;
    nella fede che guarda oltre la morte,
    negli anni che portano la mente filosofica.

    E le fontane, i prati, le colline e i boschi,
    presagiscono nessuna dei tanti nostri amori!
    ancora nel mio cuore sento dei cuori la tua potenza;
    ho solo rinunciato a un diletto
    per vivere sotto il tuo costante oscillare.
    amo i ponti sotto i quali scorrono i loro canali,
    sempre più di quando viaggiavo leggero come loro;
    l’innocente luminosità di un nuovo giorno
    è ancora amabile;
    le nuvole che si muovono intorno al sole che tramonta
    prendono un colore sobrio da un occhio
    che ha messo lo sguardo sulla mortalità dell’uomo;
    un’altra razza è stata, e altri palmi hanno vinto.
    grazie al cuore umano con il quale viviamo,
    grazie alla sua tenerezza, alla sua gioia, e paure,
    per me il più significativo dei fiori che sboccia può dare
    pensieri che spesso giacciono anche pieni di lacrime.
    La verità è che non sai cosa succederà domani.
    La vita è una corsa folle, e niente è garantito.
    Eminem

 

 
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