Cominciamo dal ministro Fornero. Commette un grave errore politico, mettendo, sul tavolo dell'attività del Governo, una questione di estrema storica diatriba fra sindacati e chiunque abbia solo accennato ad una ridiscussione sull'articolo 18. Ne fa, ne fa fatto, il sindacato, una questione di principio, un orgoglio quasi sacrale delle proprie conquiste, perciò non assoggettabile a discussioni che solo, evidentemente, tendano a ridimensionare quella storica conquista. L'errore politico è, primariamente, nella scelta sbagliata del tempo, con una urgenza che, oggettivamente, non ha motivo di essere richiamata. Il sindacato vive pessime condizioni, sforzandosi di attutire l'impatto tragico di una manovra economica che, specialmente, colpisce i meno abbienti, i loro rappresentati, e constatando, facendo constatare, la loro deprimente assenza di capacità contrattuale. In sostanza, una dovuta accortezza non suggerirebbe l'inflizione di una pesante ulteriore mortificazione. Ciò, a prescindere da ogni altra valutazione di merito, o pressioni "estere". Sbaglia il sindacato a persistere in questa caparbia assoluta resistenza, non accettando, più per sentimento che per logica di convenienza, il minimo invito a valutare pià modernamente, adeguatamente, la questione. Il licenziamento è un atto triste che interviene a risolvere rapporti di lavoro che, spesso, provoca conseguenze gravi. Bisogna riconoscere che, non di rado, è un'iniziativa dovuta, obbligata, per interessi aziendali che, non considerati, metterebbero a rischio l'intera struttura produttiva. L'attuale formulazione, per la quale la risoluzione del rapporto di lavoro dovrebbe avvenire solo per "giustia causa", si propone come troppo rigida e, peggio, soggetta a differenti opposte interpretzioni, con troppa frequenza. La soluzione è nel contrattare ed ottenere diritti che tutelino economicamente il licenziato nella fase di vacanza lavorativa, e, anche, l'accompagnamento a nuova occupazione. Senza contare i danni che l'art.18 provoca a tantissimi lavoratori. Anzitutto, è da calcolare un negativo impatto sulle assunzioni, troppo spesso evitate, da molte aziende, aggirantisi sul fatidico n. 15 di dipendenti, per non ricadere nella disciplina di cui all'articolo discusso. Accade, inoltre, e non raramente, che molte grosse aziende, appena possibile tecnicamente, si organizzino perchè, suddivise in più unità operative, mai superiori in occupati al detto numero 15, si ritrovino nella condizione di essere qualificate come "artigiane". Questo consente loro di applicare il CCNL relativo, molto meno conveniente, sotto ogni aspetto, per i lavoratori, di quello previsto per l'"Industra". Come si può constatare, la questione andrebbe affrontata, con freddezza, raziocinio, con impegno forte a ricavare massimo vantaggio per i lavoratori, evitando, assolutamente, di trincerarsi dietro il "no" che qualifica "capricciosi", e pure "fuori dal tempo".




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