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Discussione: Il Verbo di Dio si è fatto carne

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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Le “super-cazzole” di mons. Nunzio Galantino
    “Pensiamo alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro” (mons. Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all’Jonio e attuale segretario generale della CEI-Quotidiano Nazionale, 12 maggio 2014).
    Eccellenza, se ad una persona viene negato il diritto di nascere, come si può difendere il loro diritto alla salute e al lavoro?
    Che cosa vuol dire “qualità delle persone”? La dignità di ogni persona non viene forse dell’essere stati creati ad immagine e somiglianza di Dio? Oppure solo una persona in salute e che lavora è perfettamente, diciamo, qualitativa?
    Le “sentinelle in piedi”, forse saranno inespressive, ma, a differenze di molti “cattolici adulti”, stanno lottando per la difesa della sacralità molto più che di certi “attivisti da sacrestia” che riducono tutto a futile lotta politica. O forse Lei crede che pregare non possa risolvere la piaga dell’aborto? E pensare che un certo qualcuno, circa 2000 anni fa, ha detto che un granello di fede può smuovere le montagne…
    “Vogliamo chiedere scusa ai poveri per averli lasciati tante volte soli per strada. C’è allora l’impegno della Caritas nel vedere cosa significhi oggi chiedere scusa ai poveri. [...]. Poi, chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono” (Radio Vaticana, 11 giugno 2014).
    A chiedere scusa ai poveri fate bene, perché vengono aiutate solamente le categorie “protette”, in particolare quella degli immigrati clandestini e dei rom. Parlo per esperienza personale diretta. Per questo, da qualche anno, ho smesso di dare l’8×1000 alla CEI, pur non mancando mai di destinare quello che posso all’obolo di San Pietro.
    Domanda: cosa vuol dire “esperienza religiosa”? Non si tratta semplicemente di una questione terminologica. Il Vangelo non è un’esperienza religiosa, ma la vera fede nel Dio vivente che i cristiani devono addirittura “incarnare”, altrimenti si tratta di sentimentalismo soggettivista che lascia il tempo che trova.
    E io non chiederò mai scusa ai non credenti per averli “infastiditi”. Anzi, per ogni cattolico dovrebbe essere un motivo di vanto, perché vuol dire che non è diventato irrilevante e che sta veramente annunciando il messaggio evangelico. Nostro Signore stesso ci ha avvisati che il mondo ci avrebbe odiato, perseguitato e calunniato. Infatti, nei vangeli, non c’è scritto da nessuno parte: “Andate, fate partecipi tutti della vostra esperienza religiosa e non infastidite nessuno”.
    Non chiederò mai scusa a nessuno di essere cattolica, ma ogni giorno chiedo perdono a Dio di non esserlo abbastanza.
    Le ?super-cazzole? di mons. Nunzio Galantino



    Sua Eccellenza chiede scusa. “Scusateci, siamo cattolici… ma non vogliamo infastidirvi”
    Nuove sconcertanti dichiarazioni di Mons. Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Ionio e segretario della CEI: “… chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono…”
    di Andrea Mondinelli
    Oggi ho sentito a Radio Maria il notiziario delle 13.30 e ad un certo punto il conduttore del radio giornale, parlando della futura visita del Papa a Cassano sullo Ionio, ha accennato alla preparazione che la diocesi di mons. Nunzio Galantino, neo segretario della Conferenza Episcopale Italiana, sta intraprendendo in attesa dell’incontro: “all’interno della “missione scusa” dobbiamo imparare a chiedere scusa ai poveri, ai giovani, ai ragazzi ed ai non credenti”. Scusa ai non credenti, forse per il fatto di essere credenti? È proprio così: sono andato a fondo ed ho trovato l’intervista a Galantino che spiega:
    “Poi, chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono. Quindi, anche noi sul piano pastorale dobbiamo rivedere certi comportamenti, rivedere il modo con cui esprimere la nostra esperienza religiosa”.
    Come contemporaneamente si riescano a fare e dire cose che non raggiungono i non credenti, ma, comunque, l’infastidiscono è un vero mistero! Cosa significa “rivedere il modo con cui esprimere la nostra esperienza religiosa”? Non pregare pubblicamente il Santo Rosario con l’inespressività dipinta sul volto? Evitare la processione del Corpus Domini? Boh!
    Mi viene in mente una fulminante frase del teologo francese Louis Bouyer, che così tracciava la sintesi di mezzo secolo di prassi pastorale nel suo Paese:
    “Il cattolico ‘militante’ degli anni 30 e 40 si proponeva la conquista. Dopo la guerra ha ripiegato sulla testimonianza. Con i preti operai ha tentato la presenza. Dopo il Concilio ha scoperto il dialogo. Poi ha cominciato a dire che voleva limitarsi a far compagnia. E adesso teorizza la necessità dell’assenza. Così il cerchio si è chiuso, finendo nel nulla”.
    Sua Eccellenza chiede scusa. ?Scusateci, siamo cattolici? ma non vogliamo infastidirvi?* -* di Andrea Mondinelli | Riscossa Cristiana



    Francesco 'uomo dell'anno' per Vanity Fair
    Papa Francesco eletto "uomo dell'anno" da Vanity Fair, che dedica al Pontefice la copertina con il titolo "Francesco papa coraggio". "I suoi primi cento giorni lo hanno già messo in testa alla classifica dei leader mondiali che fanno la storia. Ma la rivoluzione continua", sottolinea il periodico, che ha raccolto alcune testimonianze sul papa arrivato dalla "fine del mondo".
    Per Erri De Luca, "Francesco va col suo panno bianco che svolazza al vento come un fazzoletto di saluto. Va dove le vite dei naufraghi hanno ricevuto l'accoglienza del filo spinato".



    Elton John, dice che "Francesco è un miracolo di umiltà nell'era della vanità. Spero che sappia far arrivare il suo messaggio anche oltre, fino ai più emarginati della società... Penso, per esempio, agli omosessuali".



    La scrittrice Dacia Maraini racconta a Vanity Fair che "anche le donne si aspettano molto da lui. E il mondo delle donne della Chiesa è vastissimo. Ma direi che anche le donne fuori della Chiesa si aspettano maggiore rispetto per i loro diritti, e comprensione per le loro richieste. Dio è anche donna, no?".





    Incontro interreligioso in Vaticano
    di Patrizia Stella
    Durante l’incontro interreligioso svoltosi il mese scorso a Gerusalemme si è notato che il crocifisso che Papa Francesco tiene appeso al collo con una catenella era opportunamente infilato dentro la fascia bianca perché non si notasse, e così pure quello di altri Prelati era ben nascosto dentro la camicia. Inoltre si è visto Papa Francesco prostrarsi riverente ai piedi del Rabbino al quale ha baciato la mano quasi in segno di sottomissione, ben oltre le esigenze della normale prassi, fatto che ha suscitato domande e preoccupazioni tra i fedeli, almeno tra quelli che vanno oltre alle apparenze puramente superficiali di un incontro tra i popoli e le religioni.
    Domenica 8 giugno, inoltre, nello scambio delle visite qui in Italia, nei giardini del Vaticano, in un clima davvero glaciale, formale, senz’anima, le autorità del Vaticano hanno provveduto in tempo, come hanno riferito i reporter, alla rimozione di tutti i segni sacri dai luoghi di passaggio, soprattutto dei crocifissi, compresi dipinti e statue delle varie Madonne per non suscitare reazioni spiacevoli da parte dei rappresentanti delle altre religioni.
    Eppure Gesù nel Vangelo parla chiaro: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” e vedersi rifiutati da Dio nel giudizio finale è l’unica vera disgrazia che possa capitare all’uomo.
    Infatti Gesù non ha detto agli Apostoli: “andate e dialogate”, bensì: “Andate ed evangelizzate tutte le genti battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” nella certezza che la vera pace, l’unità e la concordia sono conseguenza diretta del compimento fedele della Parola di Dio rivelatasi in Gesù Cristo e non in un Dio vago e generico che possa accontentare un po’ tutti!
    La grande menzogna consiste nel credere che per avere la pace, (che al massimo significa avere salva la vita perché per tutto il resto saremmo sempre schiavi dei nemici di Cristo), sia necessario abiurare la nostra fede cattolica, detronizzando Cristo e la vera Chiesa!
    A che serve la pace se per ottenerla dobbiamo seppellire, assieme alle armi, anche il nostro onore, la nostra fede, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri affetti compresa la nostra famiglia?
    Ma il colmo dello sconcerto sta proprio nella scelta del giorno per tali incontri, che è la Pentecoste, giorno solenne per il cristiano perché ricorda l’effusione per eccellenza dello Spirito Santo con la nascita della Chiesa, dopo l’Ascensione di Gesù al cielo.
    Organizzare tale incontro di pace a livello mondiale proprio in una delle feste più solenni per la Chiesa cattolica significa eliminare o per lo meno emarginare la Liturgia della Chiesa come “Azione di Cristo” per ridurla ad “azione degli uomini”.
    Infatti si è iniziato col trasformare il Giovedì Santo, giorno dell’istituzione dell’Eucarestia e del Sacerdozio nel giorno “della lavanda dei piedi ai poveri”, dove tutto il resto diventa secondario, e adesso la festa di Pentecoste rischia di passare alla storia, non più come il giorno dello Spirito Santo sulla Chiesa nascente, bensì come il giorno “dell’incontro interreligioso per la pace”. E infatti come risultato abbiamo le bombe atomiche russe e americane che minacciano l’umanità, in barba a tutti gli incontri interreligiosi del mondo!
    Quale pace crediamo di raggiungere, quale prospettiva di benessere economico e sociale pensiamo di realizzare senza il nostro Gesù, Via, Verità e Vita, vero Dio e vero uomo? Quel Gesù che è l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine dell’universo intero, davanti al quale si inginocchiano gli Angeli e i potenti della terra, quel Gesù che ci rende liberi e ci ama personalmente fino a dare la sua vita in croce, che ci perdona e accoglie sempre, che ci ha donato, assieme al Padre e allo Spirito Santo, un mondo stupendo da godere qui in terra assieme alla partecipazione alla sua vita divina, preludio della Vita Eterna!
    Cosa crediamo di realizzare senza Maria, la sua Santissima Madre, l’unica che ha il potere di calpestare Satana e le sue insidie?
    Il nostro silenzio su fatti così gravi potrebbe essere colpevole, perché rischiamo di diventare “complici del maligno” in quanto convalidiamo, anche se inconsapevolmente, le strategie proposte dal “Nuovo Ordine Mondiale” che ha deciso di intronizzare il principe delle tenebre, Lucifero, il quale ci porterà dritti all’inferno dove “sarà pianto e stridore di denti”. E con la vita eterna non si scherza!
    Ma allora che fare, viene da chiedersi con seria preoccupazione, vista la realtà di totale rifiuto di Cristo e di progressiva persecuzione che è sotto i nostri occhi! Quando nei vari periodi della storia dell’umanità si prospettano tempi bui dove si tocca con mano la nostra impotenza, noi cristiani dobbiamo vivere le virtù eroiche nella consapevolezza di avere sempre “un asso vincente nella manica” che è la fiducia nel Signore Gesù, al quale dobbiamo ripetere molte volte durante il giorno “Gesù, confido in te, vieni presto a liberarci, noi vogliamo essere fedeli alla tua Chiesa, quella di sempre, quella dei martiri, quella che non tradisce. Gesù, Giuseppe e Maria salvate la Chiesa, così sia!”
    INCONTRO INTERRELIGIOSO IN VATICANO - di Patrizia Stella

    Preghiera neutra a un dio “multiforme” in un Vaticano sincretista
    di Xavier Celtillon
    I presidenti palestinese, Mahmoud Abbas, e israeliano, Shimon Peres, hanno risposto favorevolmente all’invito di papa Francesco a ritrovarsi in Vaticano per pregare per la pace.
    L’avvenimento ha avuto luogo questa Domenica 8 giugno, festa della Pentecoste.
    Dopo la morte di Cristo, gli Apostoli si nascondevano, paralizzati dall’idea di dover sacrificare la loro vita per Colui che tuttavia avevano riconosciuto come loro Dio e che avevano seguito per anni. Pietro, loro capo, lo aveva rinnegato tre volte. Tommaso non vi credeva più. Così, quelli stessi che avevano assistito a tutti i miracoli di Cristo si trovavano rinchiusi nel Cenacolo per la paura: gli Ebrei li cercavano per metterli a morte.
    Ora, in questo giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo discende sugli Apostoli e riempie le loro anime dei sette doni: Saggezza, Intelligenza, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà e Timore di Dio. A partire da allora, gli Apostoli, fortificati, escono e predicano il Vangelo della Vita, parlano diverse lingue, sfidano le folle, compiono i miracoli. E quasi tutti finiranno martiri e verseranno il loro sangue per la fedeltà a Cristo.
    Ed eccoci a quest’8 giugno 2014: il Vaticano II, “il gran Concilio dell’apertura della Chiesa al mondo”, si è già svolto sul posto… Non si predica più, si dialoga. Cristo non è più «la Via, la Verità, la Vita» (Gv. 14, 6), perché d’ora in poi ognuno è chiamato a nulla rigettare “di quanto è vero e santo in queste religioni” e a considerare “con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine” (Vaticano II, Nostra aetate, 2).
    È dunque in questo giorno di Pentecoste che hanno avuto luogo “le invocazioni per la Pace” proposte da papa Francesco. E nel 2014, “essere insieme per pregare” – una sottigliezza che vedremo più avanti – si rivela cosa molto complicata: né un venerdì, giorno di preghiera per i musulmani, né un sabato, Shabbat per gli Ebrei. Caspita! Naturalmente qualunque luogo con venature cristiane sarebbe stato offensivo. Evidentemente! E per di più non si tratta neanche di pregare volti a Est, perché a Est vi è la Mecca!
    Ogni preghiera non deve ferire il vicino, non si dimentichi che si è qui per la pace!
    E uno degli organizzatori, il francescano Pierbattista Pizzaballa, ci rassicura: “non si prega insieme, si è insieme per pregare”. Come se questo genere di precauzione parolaia, tanto ridicola quanto ipocrita, potesse impedire in un qualche modo l’affermarsi dello spirito relativista e sincretista.
    Come se la preghiera dell’Islam, religione falsa e persecutoria dei cristiani, potesse essere gradita a Dio!
    Come se la preghiera di un giudaismo che ha rigettato e messo a morte il Messia, potesse trovare una qualche eco favorevole nell’eternità!
    Certuni troveranno critiche queste righe: è facile denunciare quello che fa Bergoglio, ma che fare in una situazione così complessa in cui due popoli si affrontano da decenni? Non è normale che la Chiesa tenti di far valere tutto il suo peso per far progredire verso una soluzione pacifica?
    Certo! Ma perché la Chiesa conti qualcosa, occorre che sia se stessa, che faccia il suo lavoro, che è quello di proclamare il Vangelo, di inviare degli apostoli per convertire a Cristo i popoli della Terra. La Chiesa è stata forte e potente solo quando ha inviato nel mondo migliaia di missionarii, non per discutere o dialogare, ma per convertire, con l’aiuto dei doni dello Spirito Santo.
    E soprattutto, che gli uomini di Chiesa non dimentichino che la Chiesa è uno strumento nelle mani di Dio.
    La sua vera forza risiede nell’intercessione presso il Principe della Pace e non nell’organizzazione di una “invocazione per la pace” a un dio che non si sa se è giudeo, musulmano o marziano.
    Non è con una preghiera neutra ad un dio “multiforme” in un Vaticano sincretista che si otterrà la pace.
    Preghiera neutra a un dio “multiforme” in un Vaticano sincretista - di Xavier Celtillon

    LA “PREGHIERA PER LA PACE” PRESSO I GIARDINI VATICANI
    by ricciotti
    Bergoglio, domenica di Pentecoste 2014, ha “pregato” in Vaticano “per la pace”, durante un incontro aconfessionale, dai media spudoratamente definito interreligioso, i cui partecipanti sono stati: 1) Bergoglio in rappresentanza di se medesimo e del modernismo; 2) il patriarca scismatico Bartolomeo I (ibid.); 3) il presidente israeliano Shimon Peres (in rappresentanza dei talmudisti); 4) il presidente palestinese Mahmoud Abbas (in rappresentanza della setta dei maomettani).
    Il sito web del Vaticano ha reso disponibile il testo integrale delle “preghiere” offerte ed ha sostenuto che si è pregato per lo stesso vero Dio, ciò naturalmente è una menzogna colossale condannata da Dio (Rivelazione) e dalla Chiesa (Definizione).
    Su tre sedie identiche, questo per simboleggiare la presunta uguaglianza della nostra vera religione con le altre false, nonché la presunta uguaglianza dell'Istituzione divina (che secondo i media e gli "una cum" Bergoglio rappresenta "in atto") e di quelle umane, si è letto qualche opuscolo probabilmente cosmopolita ed antropocentrico.
    L’Ansa riferisce: “i quattro protagonisti di questo evento senza precedenti si sono trasferiti su un pulmino bianco nell’area scelta per l’invocazione di pace, neutra, senza simboli religiosi che potessero urtare le diverse fedi”.
    Tutti i simboli religiosi durante il tragitto sono stati rimossi. Nel contempo, il giorno prima, a san Pietro si festeggiava con sobrietà Bergoglio e la sua religione.
    Secondo il sito del Vaticano: “Un momento storico, un’immagine indelebile: l’incontro di preghiera in Vaticano con Francesco e i presidenti israeliano e palestinese, Shimon Peres e Mahmoud Abbas, alla presenza del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e del custode di Terra Santa padre Pizzaballa. Le invocazioni sono risuonate in lingue diverse, ma tutte rivolte alla richiesta di pace in Medio Oriente. Dopo i discorsi di Francesco e dei due presidenti, è seguito l’incontro privato”. Ancora: “Bergoglio ha quindi chiuso con una preghiera per chiedere l’intercessione della Madonna e che la parola ‘pace, shalom, salam’, diventi stile della nostra vita”. Va ricordato che i leader coinvolti sono perfettamente a conoscenza della falsità dei loro rispettivi credi, e ciò fa capire chiaramente che pregano divinità differenti, poiché Dio è Uno e Trino, ben si Rivela e la Chiesa ugualmente bene definisce la Verità da credersi ed anatematizza l'opinione contraria.
    La ?Preghiera per la Pace? presso i Giardini Vaticani | Radio Spada

    La “nuova Pentecoste” di Bergoglio
    Pensieri in libertà di un fedele cattolico
    La Pentecoste di quest’anno 2014, molto probabilmente, rimarrà nella storia della Chiesa come una data memorabile: 8 giugno 2014, il giorno in cui la casa di Pietro a Roma è stata violata dalla volontà di ridurre a niente la festività che ricorda la nascita della Chiesa di Cristo per espresso intervento dello Spirito Santo.
    Sarebbero così passati 1981 anni dalla data di fondazione della Chiesa e la cosa curiosa è che questo numero 1981, ridotto in ragione di 9, dà 1, ad indicare, - ironia della sorte! - il primo anno della “nuova Pentecoste” in cui la Chiesa subisce “umanamente” una riduzione a niente, con la trasformazione della festa della Pentecoste nel giorno dell’incontro in Vaticano del capo dello Stato vaticano con il capo dello Stato ebraico e il capo dello Stato palestinese.
    Tutto sembra legarsi, la Pentecoste avvenne in Palestina e 1981 anni dopo si incontrano in Vaticano, la Palestina d’elezione, i tre capi di Stato che a loro modo rappresentano ancora la Palestina; e si incontrano per sancire la fine della Pentecoste originaria e l’inizio della “nuova Pentecoste”; e si riuniscono proprio in nome di una Palestina che ha perduto le connotazioni soprannaturali per essere stata immersa nella naturalità umana. E questi tre capi di Stato si incontrano per pregare ognuno a suo modo per la pace in Palestina. Quale Dio? Per quale pace?
    La pace di una novella Palestina che non sa più niente della Pentecoste ed è diventa il simbolo della fine di un ciclo e dell’inizio di un altro: la Chiesa conciliare nata dal Vaticano II, dopo 49 anni di gestazione, ha finalmente partorito la “nuova Pentecoste” come incontro di preghiera ebraica-cristiana-musulmana per la pace nella nuova Palestina sconquassata dalla furia devastatrice degli uomini che prevaricano gli uni sugli altri: la pace dei vivi che sono morti.
    La Pentecoste originaria rappresentò il punto di partenza della pace di Cristo che permetteva agli uomini di condursi alla beatitudine del Cielo, la “nuova Pentecoste” di Bergoglio rappresenta il punto di partenza della pace umana che dovrebbe permettere agli uomini di raggiungere l’appagamento sulla terra: all’originario “nuovo mondo” soprannaturale viene sostituito l’attuale “nuovo ordine mondiale” voluto in terra per la terra: alla Pace di Cristo si sostituisce la pace dell’uomo.
    Ed è curioso che questa “nuova Pentecoste” nasca oggi come dato di fatto a fronte della “nuova Pentecoste” ideale immaginata dai fautori e dai realizzatori del Vaticano II. Se il Vaticano II diede l’avvio alla “nuova Pentecoste” della nuova Chiesa conciliare, oggi Bergoglio ha portato a compimento questo progetto: la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli oggi è stata sostituita dalla messa a dimora di tre piante d’ulivo in Vaticano, a simboleggiare la sostituzione dell’opera dello Spirito Santo col lavoro dell’uomo.
    Il capovolgimento è totale e l’affermazione della nuova religione dell’uomo che pretende di soppiantare la religione di Dio ha oggi la sua data e il suo luogo di nascita formali: Roma, Città del Vaticano, 8 giugno 2014.
    Leggendo qua e là, difficilmente si nota l’attenzione per la scelta del giorno liturgico di Pentecoste per lo volgimento di questo evento profano sacrilego e demagogico, eppure la cosa riveste un’importanza capitale. Se Bergoglio non ha fatto caso alla coincidenza del giorno, vuol dire che non sa neanche cos’è la Pentecoste. Se Bergoglio invece lo sa e l’ha fatto apposta, vuol dire che ha volutamente inteso suggellare la fine del valore soprannaturale della Pentecoste e l’inizio di una sua mera portata naturale.
    La “nuova Pentecoste” di papa Bergoglio - Pensieri in libertà di un fedele cattolico


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  2. #142
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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    IL PIACERE
    Antonio Socci
    Anche Leopardi nello Zibaldone nota che l’uomo è tutto teso al “piacere, ossia alla felicità”, ma è evidente a tutti l’ “insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo” da qui “la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo” perché “quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente ‘il’ piacere e non un tal piacere”.
    Infatti – come notava sant’Agostino (che aveva ampiamente esperito tutti i piaceri del mondo) – il Creatore ha fatto il nostro cuore così inquieto e insoddisfatto da potersi appagare solo in Lui.
    Non è proprio “sommo piacere” il nome che Dante dà a Dio nel Paradiso?
    Gli uomini, senza rendersene conto cercano Dio nei modi più disparati e più disperati.
    Alla banalità diffusa che considera la religione come un surrogato dell’istinto sessuale, il grande Bruce Marshall rispondeva rovesciando i termini della questione.
    E faceva dire, acutamente, a un personaggio di un suo romanzo: “Io preferisco pensare che l’istinto sessuale sia un surrogato della religione e che il giovanotto che suona il campanello per cercare un postribolo, stia cercando Dio senza saperlo”.
    La provocazione è molto più profonda di quanto si creda. Basterebbe confrontare la convulsa e opprimente ripetitività della letteratura erotica che replica un piacere sempre insoddisfacente e fugace nelle cose morenti, con le folgoranti pagine dei mistici che raccontano una felicità infinita e indescrivibile, un godimento senza limiti nell’estasi che fa desiderare di lasciare subito questa terra di dolore.
    Parlava spesso di questa ricerca spasmodica di Dio il grande convertito Olivier Clément. E ne parlava proprio a proposito della moderna maniacale erotomania e a proposito della droga come fenomeno di massa.
    Infatti la droga stessa – spiegava lo stesso Ratzinger in una conferenza – non è la ricerca, sia pure folle e autolesionista, dell’estasi?
    Non è una fuga dalla prigione grigia del quotidiano verso un’illusione di piacere senza limiti? Non è la promessa, falsa, di un viaggio verso la libertà assoluta?
    Anche il mito del viaggio contiene questa nostalgia della Meta assoluta. L’autore di “On the road”, ispiratore della Beat generation, Jack Kerouac scriveva: “La vita non è abbastanza. Allora cosa voglio? Voglio una decisione per l’eternità, qualcosa da scegliere e da cui non mi allontanerò mai […]. Qui sulla terra non c’è abbastanza da desiderare”.
    E’ per questo che alla fine Kerouac ha riscoperto il cattolicesimo della giovinezza. La vera avventura. Roba per uomini liberi e per uomini veri. Che amano godersi e vincere la grande partita della Vita.

    USA – I presbiteriani “aprono” alle nozze omosessuali, crollo nel numero dei fedeli
    By Redazione
    “Svolta” storica nella confessione presbiteriana statunitense: l’Assemblea Generale, conclusasi a Detroit, ha approvato a larga maggioranza di consentire ai propri pastori la celebrazione di matrimoni tra persone dello stesso sesso, almeno negli Stati ove ciò sia consentito per legge.
    La decisione choc fa dunque seguito all’altra, già assunta nel 2010, con cui venne rimossa la “clausola”, che imponeva ai pastori di praticare la fedeltà nel matrimonio o la castità se celibi: ciò provocò all’epoca un esodo di massa da parte dei tanti rimasti fedeli alle “origini”. Ed ora un fenomeno analogo pare concretamente profilarsi all’orizzonte, dopo questo ennesimo colpo inferto alla “tradizione”.
    “Novità” che non sembrano dunque far bene al mondo protestante: i presbiteriani si uniscono anzi alla sorte infausta e fragile capitata ai seguaci della Riforma. Non a caso, le ultime statistiche rivelano un crollo verticale nel numero dei fedeli: meno 89.296 nel 2013, da sommarsi peraltro ai 102.791 persi nel 2012. Oggi alla comunità presbiteriana statunitense aderiscono 1.760.200 adepti, ma, se il ritmo attuale dovesse proseguire, potrebbero letteralmente sparire nel giro di vent’anni.
    Secondo il Presidente dell’IRD, Istituto sulla Religione e la Democrazia, Mark Tooley, consentendo anche le nozze omosessuali, i presbiteriani avrebbero firmato la propria condanna ed accelerato la propria scomparsa: «Chi rispetta una chiesa, che riecheggia i rumori del mondo laicista?», si è chiesto. Parole, su cui anche il mondo cattolico dovrebbe riflettere… (M.F.)
    USA ? I presbiteriani ?aprono? alle nozze omosessuali, crollo nel numero dei fedeli | Riscossa Cristiana

    CONCILIO
    Rino Cammilleri
    Il cardinale bavarese Walter Brandmüller, già presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, ha raccolto in un libro (“Eventi eloquenti. L’agire della Chiesa nella storia”, LEV-Libreria Editrice Vaticana) gli scritti da lui pubblicati su «L’Osservatore Romano».
    Intervistato al proposito da Salvatore Cernuzio per Zenit.org il 4 giugno 2014, ha lamentato che «il Concilio Vaticano II è ancora lontano dall’essere realizzato nella vita della Chiesa».
    Sono passati cinquant’anni: c’è da chiedersi quanto tempo serva ancora, visto che, a differenza dei Concili precedenti, questo ha avuto a disposizione la radio, la televisione, la stampa e l’informatica.
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    "Abbiamo sostituito l'altare con i letti. Penso sia la piu' bella messa che la comunita' poteva celebrare"!
    Nel film “Don Camillo Monsignore ma non troppo”, ispirato ai personaggi creati da Giovannino Guareschi, Don Camillo ottenne da Peppone, dopo varie peripezie non senza un “piccolo” intervento divino, la metá degli appartamenti di una palazzina per i poveri della Parrocchia .
    Nell'ala toccata a Don Camillo c’era un appartamento di meno per i parrocchiani poveri poiché un appartamento era “ giá occupato da una persona di nostro gradimento” : la Madonna ! ( QUI il famoso episodio della mancata demolizione della nicchia della Madonnina del Borghetto)
    Sappiamo che negli anni ‘60 il popolo italiano , ancora autenticamente cattolico, riusciva a condizionare anche quelle forze politiche più ostili al Magistero della Chiesa.
    Ora è l’esatto contrario : il mondo laico condiziona e si impone su quello cattolico.
    Abbiamo purtroppo dovuto leggere le parole che un Parroco palermitano ha demagogicamente esclamato per giustificare la sua scelta di ospitare gli Immigrati nella chiesa parrocchiale : "Abbiamo sostituito l'altare con i letti. Penso sia la piu' bella messa che la comunita' poteva celebrare"! (il presbiterio senza Altare sostituito da quattro letti... terribile presagio ...)
    Ormai la demagogia laica prevale sugli insegnamenti del Magistero della Chiesa !
    Sorge spontanea la domanda che " si tratta, fatalmente, di uno dei tanti e più che consequenziali svolgimenti di una " nuova "concezione di " chiesa", i quali non mancano mai di prodursi, allorquando, necessariamente negandone il prevalente aspetto trascendente, si voglia ridurre l'essenza del Cristianesimo a quella di una fra le tante dottrine sociali secolarizzate di questo mondo ...
    Di risposta, per risollevarci l'anima, pubblichiamo l’intervento di un Sacerdote (pure della nobilissima Sicilia) generosamente impegnato, nel più totale ed umile ascondimento, nell'apostolato nelle “periferie esistenziali” della sua amata terra.
    Il Sacerdote, in nome del Magistero immutabile della Chiesa e del buon senso umano, esprime la sofferta meraviglia per lo “spettacolo indecoroso al quale assistiamo, con alcune chiese ridotti a dormitori” : edifici di culto, frutto della devota generosità dei nostri padri, affidati solo in prestito a noi ed ora concessi come alloggi "sine die" agli Immigrati/profughi che ogni ora sbarcano sulle coste siciliane.
    Non erano possibili altre soluzioni per accogliere quei poveretti ?
    Le Soprintendenze ai monumenti preposte alla salvaguardia delle opere d’arte (vanto primario della Sicilia di cui è strapiena) cosa dicono delle chiese artistiche trasformate in dormitori?
    A.C.
    "In questi giorni scorrono immagini diverse, sicuramente scaturite da un desiderio sincero di soccorrere i poveri. (Speriamo che non si tratti invece del solito business : soldi statali ed europei spacciati per carità cristiana ... - N.d.R. )
    A me è tornata in mente l'immagine di mio padre, che entrava in una chiesa come se entrasse in in palazzo regale.
    Anche quando era anziano e malato, voleva che lo si accompagnasse prima al tabernacolo, perché là c'era il Padrone di casa, il Signore.
    L'ho visto inginocchiarsi finché ha potuto, anche se con sofferenza.
    Non molto tempo fa, in occasione di alcuni incontri pastorali, ho visto entrare in chiesa venti, trenta o più operatori, che dovevano percorrere necessariamente la navata per raggiungere il locale destinato alla riunione.
    Ebbene, per tre sere nessuno ha pensato al tabernacolo, ad un segno di riverenza, ad una sosta.
    Si attraversa una chiesa come si attraversa una pubblica via.
    Poi penso che in quella stessa chiesa, una sera, ho visto tanta gente sculettare (perdonate il verbo, ma bisogna rendere plasticamente l'immagine) attorno all'altare, ed in mezzo un ostensorio che "ballava" seguendo il ritmo di quelle invocazioni.
    E penso che ormai nelle chiese si fa di tutto, dai balli alle feste.
    Si chiama fraternità, ma è sempre un momento di convivialità.
    Le sagre non sono meno conviviali solo perché sono laiche.
    Non mancano sale e ambienti in cui si può manifestare la propria gioia.
    Non mi meraviglio, pertanto, dello spettacolo indecoroso al quale assistiamo, con alcune chiese ridotti a dormitori.
    Non mancano sicuramente locali idonei ad accogliere chi è nel bisogno.
    Il problema non è quello del gesto di carità, ma la percezione che ormai si ha del culto da rendere a Dio.
    I luoghi destinati a questo culto finiscono per risentire della nuova sensibilità religiosa.
    Eppure il Catechismo della Chiesa cattolica ragiona in termini totalmente diversi.
    Ai nn. 1160 - 1186 richiama il senso dell'edificio destinato al culto, la sua sacralità, la sua funzione.
    Il problema - ribadiamo - non è il fratello da soccorrere.
    Il problema è l'idea che ci siamo fatta del culto.
    Cosa ancora più paradossale se consideriamo che siamo a pochi mesi dalla conclusione di un pontificato altamente illuminante e fecondo (per le generazioni che lo rileggeranno tra qualche secolo).
    Non mi serve la demagogia.
    Non mi servono i balletti e i letti predisposti nelle chiese.
    Potete soltanto ridarmi la fede di mio padre? "
    ( Un Sacerdote )
    MiL - Messainlatino.it: "Abbiamo sostituito l'altare con i letti. Penso sia la piu' bella messa che la comunita' poteva celebrare"!



    Cattedrale di Mantova: Veglia di Pentecoste a ritmo di rap.
    Non riusciamo a pubblicare il video in questione, ma vi indichiamo il link alla Gazzetta di Mantova, sul quale e caricato (finchè la Curia non ordinerà di rimuoverlo...).
    Ne vedrete di tutti i colori: belletti, canzoni rap, ecc. Il tutto durante la Veglia di Pentecoste, nella cattedrale di Sant'Andrea, alla presenza dell'Antistite, Mons. Busti

    Veglia di Pentecoste con rap e balli in cattedrale - Video Gazzetta di Mantova

    Di seguito l'articolo uscito sul quotidiano della Città che riporta la notizia, con un che di enfasi e compiacimento. Ma i commenti dei fedeli non sono per niente entusiastici.
    La veglia di Pentecoste in Sant’Andrea tra balli e rap
    Alla presenza del vescovo Busti, è stata celebrata in Sant’Andrea la Pentecoste:
    canzoni rap, balletti di danza classica e momenti di riflessione
    da Gazzetta di Mantova del 08.06.2014
    MANTOVA.
    E poi dicono che le chiese sono luoghi abitati da silenzio e dalla desolazione. Niente affatto. Ieri sera chi è entrato dentro la Basilica di Sant'Andrea non ha trovato niente di tutto ciò, ma colori, luci, danze, una comunità di persone unite in occasione della veglia diocesana di Pentecoste dal titolo “Chiamateci Nuovi”. «Io faccio nuove tutte le cose, anche il tuo cuore: bisogna lasciare che Cristo prenda possesso della nostra vita e ci trasformi nello spirito» spiega don Giampaolo Ferri, direttore del centro diocesano, riportando il versetto 21 dell'Apocalisse.
    Per entrare nel clima di preghiera i giovani si sono radunati alle 17 davanti al molo delle motonavi Andes sul lago Superiore per un momento di catechesi compiuto durante la navigazione.
    A seguire, dopo una cena, la celebrazione presieduta dal vescovo Roberto Busti è stata animata da una serie di momenti successivi. Pier Paolo Triani, docente di Pedagogia, ha parlato ai giovani di come la Pentecoste sia occasione di rinnovo perché il Signore guida le nostre scelte, ristora i nostri cuori, abbraccia chi ha fede incerta.
    «Non farti schiacciare dal senso di colpa e dalle cose negative, ma cerca sempre il bene»: non di solo fede ha parlato Triani, ma di libertà e servizio. Sulle note di "Look at the world" i ballerini della scuola di danza classica di Marina Genovesi sono entrati dal fondo della chiesa diffondendosi nelle navate della basilica. E a tempo del battito di mani Gianluca Cosentino ha cantato il pezzo rap "Adesso" che ha coinvolto anche monsignor Busti.
    Il momento di massima intensità si è raggiunto con il gesto della distribuzione del nardo, l’unguento utilizzato già dalle popolazioni israelitiche al tempo di Mosè, che si è profuso in tutta la chiesa in poco tempo. Come ultimo segno di condivisione comunitaria il vescovo Busti ha consegnato il mandato al responsabile dei rover e delle scolte per la Route Nazionale, campo fisso-mobile per ragazzi dei Clan scoutistico a livello nazionale.



    Ma riti e simbologie propriamente cattolici no? Un bel "Vieni Santo Spirito", anche in italiano? No, no! Troppo "vecchio".
    Non ci sono più parole.
    Riportiamo solo un commento di due lettori del quotidiano mantovano che riassumono il pensiero ormai diffuso, di gran parte dei fedeli.
    Roberto
    "Le parole della signora Delfina sono forti, [se aprite la pagine, le troverete; n.d.r.] ma il pietoso spettacolo messo in scena nella cattedrale di Mantova è non si sa se più scandaloso o semplicemente più stupido. Dopo 50 anni di esperimenti di questo genere non hanno ancora capito, i vertici ecclesiali, che queste pagliacciate non li rendono più credibili, ma meno credibili?"
    MiL - Messainlatino.it: Cattedrale di Mantova: Veglia di Pentecoste a ritmo di rap.



    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Il tempio è sacro perché non è in vendita, spiega Ezra Pound. Il cardinale Betori ha dissacrato nientedimeno che il Battistero di Firenze, il “mio bel San Giovanni”, scacciandone lo Spirito Santo e Dante Alighieri affinché la multinazionale LVMH potesse impacchettarlo, in occasione di Pitti Uomo, con un megafoulard Pucci (fra l’altro Emilio Pucci, che non era Bernard Arnault ma un uomo elegante davvero, per questa profanazione pacchiana, ingiustamente addebitatagli, si starà rivoltando nella tomba). Prego che un giorno un uomo di Dio riconsacri il tempio consegnato dal cattivo pastore agli idoli. Prego che al cardinale Betori, che ha chiuso ai cristiani la Porta del Paradiso, si spalanchi la Porta dell’Inferno.
    PREGHIERA - 20 Giugno 2014

    INFERNO
    Rino Cammilleri
    Il 20 ottobre 1936 santa Faustina Kowalska ebbe, a Cracovia, un’esperienza mistica nella quale visitò l’Inferno. Nella relazione che scrisse dietro ordine del suo confessore dice, tra l’altro: «Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno».
    Antidoti » Blog Archive INFERNO » Antidoti



    Bergoglio defeziona anche la processione del Corpus Domini
    Città del Vaticano, 19 Giugno 2014, Corpus Domini: «Cambio di programma alla celebrazione di questa sera per il Corpus Domini sul sagrato di San Giovanni in Laterano. Al termine della Messa da lui presieduta davanti la Basilica, [Bergoglio] non prenderà parte alla tradizionale processione con il Santissimo Sacramento, ma si recherà direttamente, in auto coperta, alla Piazza di Santa Maria Maggiore ad attendere i fedeli, guidati dal cardinale Vicario Agostino Vallini. Concluderà quindi la processione con la Benedizione solenne. Lo rende noto padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, riferendo che Bergoglio “ha ritenuto opportuno rinunciare al lungo itinerario a piedi sulla Via Merulana, fra le due Basiliche, anche in vista dei prossimi impegni”, in particolare il viaggio a Cassano all'Jonio, in Calabria, fra soli due giorni. Allo stesso tempo - prosegue il portavoce vaticano - Bergoglio “preferisce evitare di fare il tragitto sulla autovettura scoperta, affinché, secondo lo spirito della celebrazione odierna, l’attenzione dei fedeli rimanga invece concentrata sul Santissimo Sacramento esposto e portato in processione”».
    Riferisce Messa in Latino: «Una mamma, fra le lacrime, ha così commentato (in diretta): " Il Papa ha disertato la processione del Corpus Domini, non si è inginocchiato MAI e dopo la Messa, sul sagrato di san Giovanni, con la macchina si è defilato riapparendo a santa Maria Maggiore per la benedizione..... per la prima volta un Papa lascia il suo gregge alla Processione del Corpus Domini, lui è troppo umile.....più di Gesù Cristo."».
    Secondo la signora intervistata, dunque, la Chiesa dalla sua fondazione e fino al 1958, ovvero fino alla morte di Papa Pio XII, ultimo Papa "in atto" secondo il mio punto di vista, la Chiesa non sarebbe mai stata umile, eppure i frutti di quel lunghissimo periodo (quasi 2.000 anni) sono sovrabbondanti di grazie e di conversioni (civilizzazione del mondo) … oggi le cose sono un tantino differenti!
    Se ciò che "ci sazia è soltanto quello che ci dà il Signore", per quale motivo non onorarlo in processione al Corpus Domini? Il periodo dal Concilio Vaticano II (1965) e post concilio ad oggi è durato più di 40 anni, credo che sarebbe opportuno porvi rimedio e ritornare ad insegnare la fede cattolica.
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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Chiesa. Aperta la caccia ai conservatori.
    MARCO TOSATTI
    Speriamo di sbagliarci, come spesso ci accade, per fortuna; ma l’impressione che abbiamo da tutta una serie di piccoli segnali è che in realtà nella Chiesa di papa Francesco si sia aperta la caccia ai “conservatori”; un termine che come sempre in questi casi è abbastanza generico da poter essere utilizzato contro un’ampia gamma di persone. Il caso più eclatante resta quello dei Francescani dell’Immacolata, un ordine commissariato d’autorità con modalità di estrema durezza e senza che siano mai stati fornite ragioni chiare, se non una generica accusa di deriva tradizionalistica.
    Ammetto che prima della decapitazione i Francescani dell’Immacolata non avevano un posto di qualche genere nella mia vita; buoni cattolici, persone – certamente non tradizionaliste – legate alla Chiesa ora me ne parlano bene; altri sottolineano alcune eccentricità, o personalismi eccessivi del fondatore (ma quanti fondatori di ordini, antichi e recenti, non hanno di questi eccessi?).
    Insomma, in assenza di motivi seri e pesanti devo pensare che si sia trattato di una guerra interna, combattuta in nome del Papa, con la crudeltà tipica e degli ambienti chiusi e di tutto ciò che attiene alla liturgia. Alla faccia della misericordia. Ma oltre al caso esemplare dei Francescani dell’Immacolata, c’è un proliferare di casi singoli, cose piccole e meno piccole, che fanno pensare a chi è pratico del mondo ecclesiastico, che si sia messo in moto un processo non dichiarato, ma non per questo meno efficace. Si pensa che il Papa non ami tutto ciò che è tradizionalismo, in particolare in liturgia; che anche se sembra difendere ufficialmente le decisioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI in questo campo, in fondo in fondo ha sensibilità diverse.
    Il vescovo ceco Jan Graubner parlando dell’udienza del 14 febbraio scorso ha dichiarato alla Radio Vaticana: "Quando stavamo discutendo che coloro che amano l’antica liturgia desiderano tornare ad essa, era evidente che il Papa parlava con attenzione per non fare del male a nessuno. Tuttavia, ha fatto una dichiarazione molto forte quando ha detto che comprende quando la vecchia generazione brama tornare a ciò che ha vissuto, ma che non riesce a capire le generazioni più giovani che desiderano volgersi da quella parte." "Quando cerco più a fondo - ha detto il Papa - trovo che è piuttosto una sorta di moda (in lingua ceca: 'Mòda ' , italiana ' moda ' ). E se si tratta di una moda, non conviene darvi molto peso. E’ solo necessario mostrare un po' di pazienza e gentilezza alle persone che sono dipendenti da un certo modo di fare, ma ritengo molto importante andare in profondità nelle cose, perché se non approfondiamo queste tematiche, nessuna forma liturgica, questa o quella che sia, ci può salvare".
    Ci sarebbe forse da obiettare, su questo punto. Anche osservando quali ordini religiosi godono di più favore presso i giovani, dal punto di vista delle vocazioni. Ma ci interessa solo osservare che forse non sbaglia chi attribuisce al Papa poca simpatia per quel mondo. E in Curia, che è pur sempre una corte, anche se il Sovrano invece di abitare nell’Appartamento vive nella caserma dei Moschettieri del Re, si è molto abili ad annusare queste atmosfere. E ad agire di conseguenza.
    Così ci sono notizie di sacerdoti giudicati troppo conservatori dai propri ordini a cui non verrebbe concesso di professare quei voti particolari tipici del proprio ordine; promozioni – e regressioni – nei dicasteri di Curia, giudicate in base al “progressismo” o al “conservatorismo” degli interessati. Fino a possibili decisioni a livello molto più alto, relative allo spostamento di cardinali giudicati “conservatori” in diocesi di medio livello, invece che ad maiora.
    Una delle ultime notizie viene da New York, dove un sacerdote sudafricano, attaché alla rappresentanza della Santa Sede presso le Nazioni Unite, appassionato della messa secondo il Rito antico (la Messa in forma straordinaria) ha pronunciato un sermone in cui sottolineava il bisogno di avere sacerdoti che avessero amore e sensibilità per il Rito antico. L’omelia è apparsa su internet. Dopo di che il sacerdote ha disdetto tutti i suoi impegni a celebrare la messa, e sembra che tornerà presto in Sud Africa.
    Piccole cose, ma cucite insieme formano un tessuto. L’impressione è che il lavoro compiuto da Benedetto XVI per ridare cittadinanza a varie sensibilità all’interno della Chiesa stia per essere cancellato. Peccato.
    Giustamente Vittorio Messori molto tempo fa ci insegnava che la Chiesa cattolica si basa sull’ et-et, sulla convivenza di cattolici diversi ma uniti, mentre le sette praticano l’aut-aut. Forse papa Bergoglio non vuole una Chiesa dell’aut-aut; ma c’è un problema di “bergoglisti” per convinzione o per opportunità, che pensano di incontrare il suo favore.
    Chiesa. Aperta la caccia ai conservatori.

    Se il vescovo consegna un prete alla pubblica gogna
    di Riccardo Cascioli
    Fare il parroco non è mai stato facile, tanto più di questi tempi in Italia dove i cattolici da maggioranza assoluta si sono trasformati in una minoranza che, oltretutto, è affetta in gran parte da analfabetismo religioso. Però se a questo si aggiunge che oggi un parroco – colpevole solo di spiegare il catechismo - può anche aspettarsi che il vescovo, per mantenere buoni rapporti con i “nuovi pagani”, lo esponga al pubblico ludibrio, bè, allora la faccenda si fa davvero difficile.
    L’ultimo caso è di questi giorni e riguarda un anziano parroco del paesino di Cameri, nella diocesi di Novara. Anche lui deve fare i conti con tante situazioni familiari irregolari: un bel problema quando ci sono battesimi, comunioni e cresime e bisogna spiegare agli aspiranti padrini e madrine che certe situazioni sono incompatibili con l’impegno che dovrebbero assumersi. Alcuni parroci non ci provano neanche, ammettono tutto e tutti e chi s’è visto s’è visto. Altri, che hanno a cuore il bene dei ragazzi e delle persone che hanno di fronte, provano a spiegare: magari è un’occasione perché qualcuno almeno intuisca che il cristianesimo è una cosa seria, qualcosa che riguarda ciò che conta nella vita. Don Tarcisio Vicario, di stanza a Cameri, è uno di questi. Addirittura è così preoccupato di spiegare bene come la pensa Dio – così lontano dal modo in cui pensano gli uomini – che lo scrive anche nel bollettino parrocchiale, con una Lettera alle Famiglie. Non inventa nulla, è il catechismo della Chiesa, solo che prova a spiegarlo anche con degli esempi perché si capisca meglio. E invece è qui che scoppia il pandemonio.
    Don Tarcisio spiega infatti che il matrimonio è un sacramento e quindi chi convive senza sposarsi in chiesa continua a peccare senza neanche porsi il problema. Si può anche fare un peccato molto più grave, ma se è occasionale, se ci si pente e si cambia vita, si è perdonati. Succede anche di commettere lo stesso peccato diverse volte, quasi per abitudine, ma se c’è reale pentimento e desiderio di conversione questo non è un ostacolo. Il problema è quando nel peccato ci si sguazza come un pesce nell’acqua, lo si giustifica e si pretende che sia una cosa giusta. Allora questa è corruzione e questo non si può accettare.
    Ed ecco le parole usate da don Tarcisio: «Per la Chiesa, che agisce in nome del Figlio di Dio, il matrimonio tra battezzati è solo e sempre un sacramento. Il matrimonio civile e la convivenza non sono un sacramento. Pertanto chi si pone al di fuori del sacramento contraendo il matrimonio civile, vive una infedeltà continuativa. Non si tratta di un peccato occasionale (per esempio un omicidio), di una infedeltà per leggerezza o per abitudine che la coscienza richiama comunque al dovere di emendarsi attraverso un pentimento sincero e il proposito vero e fermo di allontanarsi dal peccato e dalle occasioni che conducono ad esso».
    Cosa ha detto di sbagliato don Tarcisio? Nulla. Ma quel riferimento all’omicidio ha subito provocato reazioni scomposte: «Ha detto che convivere è peggio dell’omicidio», è cominciata a girare la voce, e ovviamente le sue parole sono state subito strumentalizzate e sono diventate titoli choc di giornale.
    Il caso diventa subito nazionale. E il vescovo, monsignor Franco Giulio Brambilla, cosa fa? Essendo il pastore della diocesi, il padre dei suoi preti, ci si aspetta che protegga il suo sacerdote, che denunci l’evidente strumentalizzazione e – se proprio non è d’accordo con le modalità con cui don Tarcisio si è espresso – che lo corregga a quattr’occhi. Così farebbe un padre.
    E invece monsignor Brambilla decide di unirsi al coro della vergogna e consegna un suo prete alla pubblica gogna. «Il clamore suscitato» dalla lettera alle famiglie di don Tarcisio – scrive monsignor Brambilla in una lunga nota – «richiede una netta presa di distanza sia dai toni che dai contenuti del testo per una inaccettabile equiparazione, pur introdotta come esempio, tra convivenze/situazioni irregolari e omicidio. L'esemplificazione, anche se scritta tra parentesi, risulta inopportuna e fuorviante e quindi errata».
    «Inaccettabile equiparazione tra convivenze e omicidio», dice il vescovo di Novara, ma don Tarcisio non ha fatto alcuna equiparazione, solo una differenza tra peccato grave ma occasionale (seguito da pentimento) e peccato magari meno grave ma continuato nel tempo e senza pentimento.
    E poi prosegue monsignor Brambilla: la lettera di don Tarcisio è «inopportuna e errata nei contenuti, perché dalle parole di quello scritto, non emerge il volto di una Chiesa che è madre, anche quando vuole essere maestra di vita». Ma ci si chiede, visto che si condanna l’eventuale equiparazione: la Chiesa è madre solo per chi vive situazioni familiari irregolari o anche per gli altri peccatori? Forse che l’omicida non ha diritto alla misericordia come il concubino?
    Certo, si può capire che l’improvvisa pressione dei media abbia magari condizionato il vescovo, qualcuno dice che si è messo paura del can can sollevato dalla stampa; possibile, anche se ricordiamo che in passato a monsignor Brambilla non è mancato il "coraggio"; ad esempio quando nel 1989, giovane teologo ambrosiano in carriera, fu tra i 63 firmatari del documento dei teologi italiani che contestavano il Magistero di Giovanni Paolo II e chiamavano i cattolici italiani alla riscossa. "Coraggio" che fu ben ripagato, perché non solo la sua carriera di teologo non ne ha risentito, ma è stato addirittura nominato vescovo. In privato, con qualche suo collaboratore pare che abbia espresso il suo rincrescimento per quanto accaduto e per le parole che ha dovuto dire contro un suo prete, ma con tutto quel clamore «ero obbligato a dire qualcosa». D’accordo, però oltre a dire qualcosa sarebbe meglio dirla anche giusta.
    Ma aldilà dei contenuti, a lasciare male è proprio questo spettacolo di pastori che non ci pensano un attimo a mollare i propri preti, se questo aiuta nell’immagine pubblica. E purtroppo non è la prima volta che accade.
    Se il vescovo consegna un prete alla pubblica gogna



    “Convivere è peggio che uccidere”. Avviso per i parroci: non parlate di peccati, non sta bene, ferisce tante anime belle sensibili
    Il parroco di Cameri (diocesi di Novara) ricorda, con un paragone “forte”, che la convivenza more uxorio genera una situazione di peccato permanente. Ha ricordato anche che il matrimonio civile non è lecito per un cattolico. Apriti Cielo! Intervento del Vescovo e, immancabili, le “scuse”. A chi? A chi vive nel peccato?
    di Paolo Deotto
    Come sempre tengo a specificare che scrivo ogni tanto qualche nota sulla, diciamo così, singolare situazione della Chiesa non perché mi voglia atteggiare a teologo. Scrivo solo in base al buon senso e a ciò che ho sempre imparato, avendo fatto in tempo ancora, per ragioni anagrafiche, a studiare sul serio il Catechismo e a vivere in anni in cui la Chiesa cattolica non aveva paura ad annunciare la Verità e non era ancora stata presa dalla frenesia delle “scuse”.
    Il fatto è accaduto a Cameri, provincia e diocesi di Novara. Il parroco, don Tarcisio Vicario, nel bollettino parrocchiale, avrebbe scritto, stando alle cronache (vedi ANSA) che “convivere è peggio che uccidere”, perché l’omicidio è un “peccato occasionale”, che può essere cancellato con “un pentimento sincero”; diverso invece il caso di chi convive come anche chi “si pone al di fuori del sacramento contraendo il matrimonio civile”, perché “vive in una infedeltà continuativa”.
    Sappiamo per certo che tutti i peccati mortali portano alla più terribile conseguenza, ossia alla dannazione eterna e senza dubbio di alcuni di questi peccati, come la convivenza more uxorio, in assenza del Sacramento del matrimonio, che oltretutto genera un pubblico scandalo (e un pessimo esempio) permanente si è quasi del tutto persa la nozione. Come se una cosa sbagliata, dal momento che viene fatta da molti, iniziasse a divenir “non del tutto sbagliata”, poi “da comprendere”, poi da “affrontare con misericordia”, eccetera. Molto bello. Peccato che ci si scordi facilmente che il peccato sarà sempre peccato e che con tanta “misericordia” mal posta, senza anteporre la Verità immutabile, si ottiene il terribile effetto di togliere al peccatore la coscienza del suo peccato e quindi di togliergli anche la possibilità di salvezza eterna.
    Visto il dilagare delle convivenze, non mi stupisce che il parroco Don Tarcisio Vicario abbia cercato un paragone “forte”, tale da suscitare attenzione, perché, ripeto, è in ballo nientemeno che la salvezza delle anime, che, se non erro, dovrebbe essere la cosa che più sta a cuore a un sacerdote che ami il gregge a lui affidato.
    Già, ma oggi viviamo in una curiosa contingenza e la Chiesa sembra vergognarsi di annunciare la Verità e di ricordare ai fedeli che esistono i peccati, ma esiste il sacramento della Confessione, che il Signore ci ha donato proprio per essere perdonati (dopo, ovviamente, il nostro sincero pentimento). Parlare di peccato può turbare i delicatissimi uomini contemporanei, che pretendono di fare i loro comodi, ma in più pretendono anche che questi loro comodi vengano avallati se non esplicitamente, con uno strano abbraccio di una “madre” che mi rifiuto di considerare “amorevole” se, prima di abbracciare il figlio peccatore, non gli dice, con tutta la chiarezza – e anche la durezza, ove necessario – che lui, il figlio peccatore, si è messo sulla strada della perdizione e che quindi deve pentirsi e mutar vita.
    No, non sta bene ricordare queste cose. Il Vescovo di Novara è intervenuto subito e sul sito della Diocesi dichiara «Convivenza come omicidio? Inaccettabile equiparazione». Segue poi una breve nota in cui il parroco è sconfessato in nome del fatto che “La Chiesa dev’essere sempre più attenta a tutte le situazioni umane alle quali deve essere annunciato il Vangelo”.
    E poi, dulcis in fundo, poteva mancare il tormentone permanente? Le “scuse”? La Chiesa è travolta dalla libidine delle “scuse”. “Chiediamo sinceramente scusa a tutti coloro che si sono sentiti offesi dalle fuorvianti affermazioni del testo pubblicato sul bollettino parrocchiale di Cameri”.
    Da povero peccatore non del tutto immemore del Catechismo mi limito a chiedere al Vescovo di Novara: perché l’equiparazione tra convivenza e omicidio è inaccettabile? Non configurano entrambe le condotte una violazione del Decalogo (“non fornicare” – “non uccidere”). La convivenza non genera anche scandalo? E lo scandalo, inevitabile per i bimbi, laddove la coppia convivente ne generi o comunque ne allevi, non ci fa venire in mente ciò che disse Nostro Signore circa chi dà scandalo ai bimbi?
    E allora a chi si deve chiedere scusa? A quanti vivono nel peccato e generano anche pubblico scandalo? Lungi da me il voler insegnare a un Vescovo come fare il vescovo, ma mi parrebbe più opportuno ricordare ai conviventi – per il bene delle loro anime – che finché la loro unione non sarà santificata dal Sacramento del Matrimonio, vivranno in permanente peccato mortale.
    Sarebbe bello vedere Vescovi che pubblicamente rimproverino preti che straziano la liturgia con le loro improvvisazioni, che scandalizzano con affermazioni, se non a favore esplicito, molto possibiliste verso aborto, omosessualismo e simili nefandezze, che mettono tranquillamente in dubbio la presenza di Nostro Signore nell’Ostia consacrata, o la verginità della Madonna… e devo andare avanti?
    In tal senso, penso che l’esempio “migliore” (migliore tra i peggiori) resti il fatto che un Don Gallo abbia potuto agire per una vita in modo scandaloso, e che il suo Vescovo, che è anche presidente della CEI, abbia accettato di celebrare delle esequie che si sono tradotte in una indegna gazzarra che tutti ben conosciamo.
    Questa purtroppo è la Chiesa di oggi, e per essa dobbiamo pregare incessantemente, perché sembra che l’ansia di essere gradita al mondo –il cui principe, giova ricordarlo, è il diavolo – abbia ormai offuscato le menti di troppi Pastori.
    Accade così che un parroco salga agli onori delle cronache perché ha ricordato quella che dovrebbe essere una nozione conosciuta da tutti i cattolici: la convivenza è lecita solo dopo la celebrazione del Sacramento del Matrimonio. Tutto il resto è peccato – che permane finché permane l’illecita convivenza e non intervenga il pentimento e il cambio di rotta – e come tale porta alla dannazione eterna. Esattamente come alla dannazione eterna porta l’omicidio, se l’omicida non si pente e non si confessa e non riceve l’assoluzione.
    In tanta ansia ecclesiale di chiedere “scusa”, mi sembra che anzitutto bisognerebbe chiedere “scusa” ai tanti, troppi, fedeli che non ricevono più parole di Verità. A che mi serve un prete o un Vescovo, se non mi indica anzitutto la strada per la vita eterna?
    ?Convivere è peggio che uccidere?. Avviso per i parroci: non parlate di peccati, non sta bene, ferisce tante anime belle sensibili* -* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    I VESCOVI PAUPERISTI (COME GALANTINO CHE SPADRONEGGIA NELLA CEI) RINUNCINO PER COERENZA ALL’OTTO PER MILLE
    Antonio Socci
    La Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”.
    Ce lo ripete in ogni modo e anche ieri lo ha ridetto monsignor Galantino, “inventato” da Bergoglio come nuovo Segretario generale della Cei per commissariare e punire il cardinal Bagnasco (“reo” di non aver appoggiato il prelato argentino in Conclave).[Toh, persino il buon Socci adesso trova il coraggio di tirare una stoccata a Bergoglio....]
    Dunque – se le parole hanno un senso – la Chiesa non gradisce più i fondi dell’otto per mille.
    In un’altra circostanza Galantino aveva tuonato: “ma cosa volete che se ne faccia oggi il nostro mondo di una Chiesa impegnata a difendere le proprie posizioni (qualche volta dei veri e propri privilegi)”. Si sa che era il mondo laico di sinistra a definire “privilegi” della Chiesa l’otto per mille, l’esenzione dall’Ici e la scuola libera (che fra l’altro fa risparmiare un sacco di soldi allo Stato). Ora, a nome della Cei, lo fa anche Galantino, che brama di essere applaudito da quell’opinione pubblica “scalfariana”. A questo punto perché dargli il dispiacere di inondare la Chiesa italiana di milioni di euro? Bisognerà accontentarlo, sia pure a malincuore per i problemi che ne verranno a tanti bravi sacerdoti i quali svolgono, eroicamente, una missione bella e grande (e per tante opere di carità che potranno chiudere lasciando allo Stato l’incombenza di dover soccorrere chi ha bisogno). E’ giusto esaudire l’ardente desiderio di povertà di Galantino e compagni che detestano i “privilegi” e i soldi alla Chiesa.
    Anche se certi proclami sarebbero più credibili se – oltre alle parole – il Segretario della Cei fosse coerente e proponesse proprio la cancellazione dell’otto per mille. Se non devolveremo l’otto per mille quei fondi se li terrà lo Stato e magari si eviterà qualche tassa (come diceva Ezio Greggio: “L’otto per mille? No, no. Lotto per me stesso ed è già molto dura”).
    TV ANTICATTOLICA
    La Cei una volta diventata povera dovrà tagliare. Anche la sua Tv2000 (struttura che ha i suoi costi), il quotidiano “Avvenire” e l’agenzia Sir (427 fra giornalisti, tecnici e amministrativi). Però questo Galantino non deve averlo capito, perché, a proposito dei media, nei giorni scorsi ha convocato i diversi direttori informandoli che lui stesso farà “un piano editoriale” per rendere tutti questi media come un sol uomo, sotto la sua guida sapiente. Vuole comandare lui. Su tutti.
    Del resto Galantino ha appena chiamato alla direzione di Tv2000 quel Paolo Ruffini che è stato direttore delle reti televisive che più hanno fatto soffrire i cattolici. Era lui, per fare un solo esempio, il direttore di Rai 3 che realizzò con Fazio e Saviano “Vieni via con me”, programma contro cui – per la sua unilateralità – polemizzarono a lungo “Avvenire” e i cattolici. Con la scelta di Ruffini, Galantino chiama l’applauso del mondo laico e del pensiero dominante. Cosa che va di pari passo con la sua ricerca smaniosa di microfoni e telecamere.
    E’ voluto andare perfino a Ballarò dove la sua loquace vanità faceva venire in mente la battuta di Sacha Guitry: “Ci sono persone che parlano, parlano…finché non trovano qualcosa da dire”. Il suo problema è la ricerca dell’applauso ad ogni costo. Siccome l’applauso del mondo arriva solo quando si dicono cose conformi alla cultura egemone, ecco che si rende necessario il “riportino” ideologico. Galantino lo fa spesso. Anche ieri.
    LA GALANTINATA
    Nella smania di attaccare quei cattolici militanti che invece lui dovrebbe difendere e rappresentare, con l’intervista al “Regno”, anticipata da alcuni giornali, ha messo ancora una volta in soffitta la battaglia sui “principi non negoziabili” che pure sono magistero ufficiale della Chiesa. E ha bocciato “certe adunate” del tempo di Wojtyla, Ruini e Ratzinger. Poi ha rincarato la dose mettendo in guardia dai valori che “diventano ideologia” (senza spiegare che significa). Ha evocato a sproposito l’episodio di Pietro che sguaina la spada in difesa del Maestro e ha aggiunto una considerazione sconcertante: “Devo confessare che mi lasciano perplesso gli atteggiamenti di violenza anche verbale con i quali si difendono i valori”.
    Violenza? Dalla sintesi che ne ha fatto “Avvenire” non si capisce a cosa si riferisca e a occhio e croce pare l’ennesima “galantinata”. Pur essendo nel contesto della sua polemica contro i principi non negoziabili, sembra inverosimile che possa riferirsi ai cattolici, perché non esistono gruppi cattolici che pratichino la violenza. Anzi, in genere subiscono l’intolleranza altrui e Galantino si guarda bene dal protestare per questo.
    Del resto non dice nemmeno una parola sui tentativi in corso da sinistra di proibire la libertà di espressione sulle nozze gay con una legge liberticida. Di recente Galantino ha proclamato che nella Chiesa si deve voltare pagina e si deve parlare “senza tabù di preti sposati, eucaristia ai divorziati e di omosessualità”.
    Poi ha voluto strafare e se n’è uscito con questa desolante dichiarazione: “In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza”. A parte la spensierata liquidazione di anni di magistero della Chiesa, ha profondamente ferito quella sprezzante considerazione sui “visi inespressivi” di coloro che recitano il rosario per le donne e i bambini (Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?). Con quelle parole il Segretario della Cei ha immotivatamente ferito il grande “popolo della vita” suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II e dall’esempio di santi come Madre Teresa di Calcutta.
    C’è stata un’ondata di indignazione. Non solo perché non si è mai visto un vescovo che sbeffeggia dei cattolici che pregano, non solo perché a quelle preghiere – in Italia iniziate da una personalità come don Oreste Benzi – talora partecipano gli stessi vescovi. Ma anche perché a volte a organizzare questi momenti di preghiera sono donne che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’aborto. Qualcuna di loro ha risposto a Galantino con parole commoventi.
    Ma il vescovo di Cassano Jonico – ormai abbonato alle gaffe – non ha ritenuto di scusarsi. Anzi, la settimana scorsa ha lanciato nella sua diocesi un’altra sua pensata: “Vogliamo chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono”.
    VUOL ESSERE MEGLIO DI GESU’ ?
    Con ciò Galantino intendeva mostrarsi più bravo di Gesù stesso che non risulta si sia scusato con il mondo per essere venuto a svegliarlo, per essere venuto a “disturbare” i peccatori. Anzi lo ha rivendicato: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!” (Matteo 10,34). In effetti Gesù di disturbo ne deve aver creato parecchio ai non credenti se quelli si sono così infuriati da farlo fuori in modo bestiale. Poi nei secoli altri hanno continuato a uccidere martiri, fino ad oggi.
    Ma al “combattimento” cristiano Galantino non è interessato, né ai martiri cristiani. Con tutto il gran parlare del nostro mondo clericale, mai una volta che – in queste settimane – si sia sentito citare pubblicamente il caso di Meriam, la giovane madre incinta che è detenuta in catene in Sudan ed è stata condannata a 100 frustate e all’impiccagione perché è cristiana e perché ha sposato un cristiano. Per queste cose Galantino non s’indigna. Però testimonianze immense come quelle di Meriam o di Asia Bibi resteranno nell’eternità. Mentre le sue “galantinate” alle dodici del mattino hanno già incartato l’insalata ai mercati generali.
    Come diceva Chesterton, “non abbiamo bisogno di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno d una Chiesa che muova il mondo”.
    I VESCOVI PAUPERISTI (COME GALANTINO CHE SPADRONEGGIA NELLA CEI) RINUNCINO PER COERENZA ALL?OTTO PER MILLE ? lo Straniero



    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    San Giovanni Battista, il tuo continuatore si chiama Antonio Socci, il tuo boicottatore Nunzio Galantino. Non che Socci sia solito battezzare (non è sacerdote), ma il suo “Tornati dall’Aldilà” (Rizzoli) mette voglia di convertirsi, di accostarsi o riaccostarsi ai sacramenti. Mentre le interviste del segretario della Cei (l’ultima ieri su Repubblica) mettono voglia di lasciar perdere tutto.
    Socci racconta delle resurrezioni successive a quella di Cristo (ben 33 quelle di san Patrizio, chiaro che gli irlandesi si convertirono in massa) e di innumerevoli esperienze di pre-morte che spesso sono anticipazioni di paradiso, di purgatorio o di inferno. Galantino confonde il codice penale con il decalogo e sembra un prete costituzionale della rivoluzione francese, un vescovo dell’associazione patriottica cinese: religione di Stato, la sua, religione funzionale al potere. San Giovanni, io dopo aver letto Socci temo ancor più il giudizio di Dio, e vorrei confessarmi. Ma temo anche di trovarmi Galantino nel confessionale, o uno dei suoi preti ligi e grigi.
    PREGHIERA - 24 Giugno 2014

    AFFONDO AGNOSTICO DI GALANTINO A MARGINE DEL VIAGGIO CALABRESE DI BERGOGLIO
    by ricciotti
    Leggo sul Sole 24 Ore: l'arrivo di Bergoglio in Calabria è il segno di una svolta nella presenza del Vescovo di Roma in Italia, e del "Primate" verso la sua chiesa, a cui sta chiedendo uno sforzo di cambiamento superiore alle altre. Come se da san Pietro a Pio XII non vi furono "sforzi nella presenza del Vescovo di Roma di Italia", verrebbe da ricordare che molti Pontefici sono anche morti martiri, barbaramente torturati ed uccisi proprio per presiedere il Trono, insegnare e governare. Ma questi soggetti moderni in che mondo vivono?
    Il Sole 24 Ore prosegue con un'affondo modernista e catto-socialista (quindi agnostico) di Galantino, questo contro i movimenti politici volgarmente detti "di destra" che, è notorio, generalmente sono propensi alla salvaguardia pubblica dei valori non negoziabili. Si legge: Galantino, in una lunga intervista alla rivista Il Regno ha tracciato l'agenda della Cei, dove prima di tutto si afferma con chiarezza la distanza della Chiesa dal potere politico italiano, contrariamente a quanto avvenuto da sempre. Dunque, contro il Magistero della Chiesa, la Chiesa non dovrebbe indirizzare più la politica degli stati, pertanto il pastore, secondo questi sconsiderati ed eretici punti di vista, dovrebbe egli stesso seguire le pecore, non più il contrario. Basta guardarsi intorno per capire che il bello ed il giusto, in un mondo dove il falso pastore segue le pecore, sono quasi totalmente scomparsi, ma evidentemente ciò fa comodo pure alle testate sponsorizzate dalle lobby cosmopolite.
    Chiude l'editorialista: Le battaglie ideologiche devono cedere il posto ad una condivisione dal basso, che crei l'atmosfera giusta per dialogare senza complessi di inferiorità. Il clericalismo è un cattivo comportamento e un errore tecnico, ha detto il presule, prendendo le distante dalla storica linea della Cei sulle questioni relative alla famiglia, all'aborto e alla procreazione, temi che hanno tenuto banco per molti anni e hanno per un periodo lungo saldato la Conferenza episcopale e parti della Curia romana con lo schieramento di destra. Con l'avvento di Bergoglio (e in Cei di Galantino) questo scenario, complice anche un quadro politico italiano totalmente diverso con Matteo Renzi, è del tutto scomparso.
    Si capisce, quindi, che secondo Galantino e secondo Il sole 24 Ore, i 10 comandamenti spiegati correttamente, oggi sarebbero demodè, quindi bisognerebbe innovare, e senza più alcuna ingerenza. Io, invece, seguendo la Chiesa, sono per un ritorno totale al vintage.
    Parafrasando un'amica facebook (E. Ledda) viene da dire: In Calabria uccide più l'aborto che la ‛ndràngheta. Ed ancora: Vi chiamerà pelagiani, autoreferenziali, cattolici da pasticceria, eticisti senza bontà, rigoristi, imbalsamatori e "cristiani pipistrelli": siatene fieri.
    Nel frattempo il papa (che, secondo il gelataio, sarebbe Bergoglio) diventa anche un gelato (foto segnalata da M. L. Rizzini):


    LA GUERRA DI RELIGIONE, LA GUERRA GIUSTA: CHESTERTON SFIDA BERGOGLIO
    by guelfonero
    Nel celebre romanzo di G. K. Chesterton, “Il Napoleone di Notting Hill”, il protagonista, il diciannovenne Adam Wayne, si trova costretto a impugnare le armi per difendere Pump Street, una via che rischia di essere completamente abbattuta, minacciata dagli interessi economici di speculatori edili senza scrupoli.
    Prima di ingaggiare battaglia - consapevole che del sangue verrà versato - sente il bisogno di spiegare in quale caso la guerra può considerarsi giusta e legittima, e propone argomenti attinti a piene mani dalla dottrina di sempre della Chiesa Cattolica:
    “Qui io dichiaro, e so bene di cosa parlo, che non ci sono mai state guerre necessarie se non le guerre di religione. Non ci sono mai state guerre giuste se non le guerre di religione. Non ci sono mai state guerre umane se non le guerre di religione. Perché quegli uomini hanno lottato per qualcosa che pretendeva, almeno, di essere la felicità di un uomo, la sua virtù. Un crociato pensava almeno che l’Islam ferisse l’anima di ogni uomo, re o stagnino, che riusciva davvero a catturare”.
    (tratto da G. K. CHESTERTON, Il Napoleone di Notting Hill, Torino, Lindau, 2010, p. 87)
    Chissà cosa penserebbe Chesterton, se oggi fosse ancora vivo, delle preghiere interreligiose per la pace…
    La guerra di religione, la guerra giusta: Chesterton sfida Bergoglio | Radio Spada

    Bergoglio “benedetto”
    Nella fotografia, scattata il 16 giugno 2014, sono rappresentati Jorge Mario Bergoglio, che si dichiara vescovo di Roma, e Justin Welby, il quale pretende essere arcivescovo di Canterbury, ed è primate della comunione anglicana.
    Con la Bolla “Apostolicae curae” del 18 settembre 1896, Papa Leone XIII – confermando le sentenze dei suoi predecessori – ha solennemente dichiarato che le ordinazioni anglicane sono assolutamente invalide.
    Ne segue che Justin Welby non solo è – in quanto anglicano – eretico e scismatico notorio, ma non è – in alcun modo – validamente ordinato: non è sacerdote e non è vescovo.
    Eppure, nella fotografia che tutti possono vedere, Justin Welby benedice – come solo un sacerdote o un vescovo possono fare – Jorge Mario Bergoglio, che ha chiesto detta benedizione e la accetta facendo il segno della croce.
    Jorge Mario Bergoglio non ha dichiarato esplicitamente che non crede nella bolla di Leone XIII sull’invalidità delle ordinazioni anglicane. Ma nello stesso tempo, con i suoi gesti e il suo modo di agire, ha manifestato esteriormente tale convinzione.
    Egli non è nuovo a questi gesti simbolici (quando celebra, ad esempio, non si inginocchia alla consacrazione) coi quali esprime – è lecito supporlo – ciò che pensa e ciò che desidera che gli altri pensino.
    Per di più, se è vera – com’è vera – la parola della Sacra Scrittura (“Ora, senza contraddizione, è l’inferiore che è benedetto dal superiore”, Ebrei 7, 7) Bergoglio vuol far credere – coi fatti – che il Successore di Pietro è non solo eguale ma persino inferiore ad un vescovo, abbassando ed umiliando ancora una volta non la sua persona, ma la funzione che – agli occhi del mondo ma non certo di Dio – egli dovrebbe rappresentare.
    Un ennesimo scandalo – nel senso letterale del termine – di fronte al quale, come cattolici che vogliono conservare la Fede, non possiamo tacere.
    Bergoglio “benedetto”


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    LA SUORA PIÙ VELOCE DEL WEST - FONDÒ SCUOLE E OSPEDALI E CONVINSE IL BANDITO ‘BILLY THE KID’ A NON FARE UNA STRAGE: SUOR BLANDINA VERSO LA SANTITÀ
    Nata in Italia, Blandina Segale era stata inviata come missionaria negli Usa - Con Billy the Kid si incontrò anche in occasione di una rapina ma quando vide Suor Blandina si tolse il cappello e filò via - Ora l’arcivescovo di santa Fe ha annunciato di aver ricevuto dal Vaticano il permesso di aprire la causa per la santità della suora del West…
    Paolo Mastrolilli per ‘La Stampa’
    L’avevano soprannominata «la suora più veloce del West», capace di tenere a bada tanto i capi indiani, quanto i fuorilegge come Billy the Kid. Ora però Blandina Segale potrebbe diventare la prima santa di quelle regioni selvagge.
    Rosa Maria, come si chiamava da ragazza, era nata nel 1850 a Cicagna, in Italia. Quando aveva quattro anni la sua famiglia si era trasferita a Cincinnati, e lì era entrata nel convento delle suore della carità, prendendo i voti col nome di Blandina.
    Insegnava nelle scuole locali, ma nel 1872 era stata inviata come missionaria a Trinidad, in Colorado. Quello era stato l’inizio di una straordinaria avventura nel West. Dal Colorado, infatti, si era poi trasferita a Santa Fe e Albuquerque, nel New Mexico, dove aveva fondato scuole e ospedali.
    Il primo incontro con Billy the Kid lo aveva avuto proprio a Trinidad. Un compagno del famoso bandito era stato ferito, ma quattro medici avevano rifiutato di curarlo. Quindi Billy aveva promesso di venirli a trovare, per fare loro lo scalpo. Suor Blandina però si era messa di mezzo.
    Aveva curato lei l’amico di Billy, e quando il fuorilegge si era presentato per fare strage, lo aveva convinto a rinunciare alla vendetta. I due poi si erano rincontrati in occasione di una rapina. Billy aveva deciso di assaltare una carrozza, ma aprendola aveva trovato dentro proprio Suor Blandina: si era tolto il cappello, aveva educatamente salutato ed era corso via senza toccare nulla.
    Ora l’arcivescovo di Santa Fe, Michael Sheehan, ha annunciato di aver ricevuto dal Vaticano il permesso di aprire la causa per la santità di Blandina, dalla gloria della leggenda a quella degli altari.





    I marziani? Sono tra noi da un pezzo!
    Martini, Verzè, Galantino, Bergoglio e la Chiesa che (forse) verrà
    Poco tempo prima di congedarsi da questo mondo, Carlo Maria Martini e Luigi Verzè, due note personalità ecclesiastiche di cui non serve, qui, ripercorrere le biografie, scrissero a quattro mani il libro Siamo tutti sulla stessa barca; un dialogo fra vegliardi notoriamente eterodossi quanto a Dottrina della Fede (e molto altro) che, riletto adesso, pare divenuto un programma in via di realizzazione.
    Recensendolo al momento dell’uscita in libreria, la coppia Gnocchi&Palmaro (1) ne sintetizzò così i contenuti:
    «La pillola anticoncezionale? Spesso è giocoforza che vada consigliata e fornita. L’etica cristiana? Imposta, incongruente, da rifare. I divorziati risposati? Basta fisime clericali. Il celibato ecclesiastico? Una finzione, buttiamolo a mare. I vescovi? Li elegga il popolo di Dio».
    Correva l’anno 2009 ed a parte qualche opportuna recensione critica, la cosa sembrava destinata a finire lì. L'ennesima boutade del cardinale che coltivava il dubbio e amava definirsi ante Papa e del prete manager che aveva costruito un gigante della sanità privata che, di lì a poco, avrebbe mostrato ben altro che i piedi d'argilla.
    La diga dottrinale, per quanto effimera, dava, infatti, l’impressione di tenere ed i cosiddetti “principi non negoziabili” (tutela della vita in tutte le sue fasi, famiglia naturale basata sul matrimonio e libertà di educazione) sembravano ormai scolpiti nel marmo della pastorale ecclesiale. Benedetto XVI, felicemente regnante, credeva di essere sul punto di riunire la Chiesa alla sua Tradizione, riuscendo perfino a rendere cattolico il Concilio Vaticano II. Sappiamo com'è andata a finire… ma non è questo il tema.
    Anno Domini 2014, lunedì 12 maggio, sul quotidiano “Il Resto del Carlino” appare questa dichiarazione:
    «Il mio augurio per la Chiesa italiana è che si possa parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucarestia ai divorziati, di omosessualità, senza tabù, partendo dal Vangelo e dando ragioni delle proprie posizioni».
    A parlare così non è il leader radicale, Marco Pannella - recentemente raggiunto da una telefonata accorata del Santo Padre - né Vito Mancuso, l'ex prete ambrosiano (leggasi: martiniano) che ora vive scrivendo libri e si spaccia (2) per Teologo. Non è Dario Fo e neppure Eugenio Scalfari. Trattasi, purtroppo, di Nunzio Galantino, Vescovo di Cassano allo Jonio (CS) e quel che più conta, Segretario Generale della Cei; ruolo, quest'ultimo in cui il Papa l'ha nominato per rimodellare a sua immagine l'assemblea episcopale italiana e commissariarne (3) il Cardinale Presidente, reo di avergli votato contro in Conclave.
    Il luogo in cui, secondo Galantino, si dovrebbe poter discutere di questi temi è il Sinodo per la Famiglia che si celebrerà in Vaticano il prossimo ottobre e che avrà il suo momento culminante nella cerimonia di beatificazione di Paolo VI.
    È proprio sul Sinodo che egli ha rilasciato l'intervista in cui afferma di vedere in Papa Francesco: «un'occasione straordinaria per la Chiesa italiana di riposizionarsi rispetto alle attese spirituali, morali e culturali (della società - n.d.r.)».
    «In passato – ci ha informato il segretario/commissario della Cei – ci siamo concentrati esclusivamente sul no all'aborto e all'eutanasia. Non può essere così, in mezzo c'è l'esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l'interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro» (4).
    Tralasciamo di commentare queste gravissime parole e domandiamoci: la sua è una voce solitaria? Crediamo di no. Piuttosto egli è un portavoce. Parlano, infatti, con lui cinquant’anni di storia ecclesiale animata dall'ansia di rinnovamento. Parlano con lui intere conferenze episcopali, intra ed extra europee, cresciute con la smania di “cogliere i segni dei tempi”, di “recuperare la freschezza originale del Vangelo”, di trovare “nuove strade” e “metodi creativi” per “non imprigionare Gesù nei nostri schemi noiosi”. Smaniose di promuovere, per davvero, “una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” (5).
    Come ottenere tutto ciò? Forse con un terzo concilio ecumenico? Lo chiesero a Martini, giusto dieci anni fa (6) e lui con astuzia proverbialmente gesuitica rispose: «Io non ho mai parlato di Vaticano III perché l’espressione può essere fraintesa e può confondere. Vaticano III significa rimettere in questione tutti i problemi, così come ha fatto il Vaticano II. La mia proposta andava in una direzione diversa. Convocare, di tanto in tanto, delle assemblee sinodali veramente rappresentative di tutto l’episcopato e – perché no – universali (Sinodi e Concilio sono la stessa parola) per affrontare questioni in agenda nella vita della Chiesa. Un’esperienza che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino della Chiesa».
    Il 13 marzo 2013 la profezia si è compiuta. Un nuovo papa “preso dalla fine del mondo”, per giunta gesuita, si è affacciato dalla loggia di S. Pietro ed è bastata una croce di latta ed il bianco totale della sua sottana a far capire che l'ora, da tanti agognata, era finalmente giunta. L’ora di portare alle estreme conseguenze il lungo lavoro di ‘autodemolizione’ inaugurato dal Superconcilio.
    La ‘regola’ martiniana è stata ben presto applicata. Dopo aver fatto diffondere un inedito questionario all’intera Chiesa Cattolica, Francesco ha convocato, guarda caso due Sinodi e chiamato i vescovi ad esprimersi sul problema dell’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati e a pensare ad un diverso approccio pastorale alle coppie di fatto.
    L’ora di cogliere i ‘segni dei tempi’ è perciò giunta e pazienza se ad essere dimenticata fosse solo la massima di G. K. Chesterton: “Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo!"; si ha, infatti, l’impressione che qui si voglia prescindere da Colui che disse: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc, 12 49-53).
    Incredibile è stato constatare l’abilità comunicativa del vescovo di Roma che sembra aver preparato il decisivo ‘attacco alla diligenza della Dottrina’ con quotidiani gesti ‘di rottura’, tante e ben studiate frasi, riflessioni estemporanee, espressioni fulminanti e sapientemente poste sul filo del rasoio di un’interpretazione ambivalente, perché capace di fornire il titolone a ‘La Repubblica’ e permettere la difesa ortodossa a Radio Maria.
    «Quando il Signore ci fa vedere la strada, chi siamo noi per dire: ‘No Signore, non è prudente! No, facciamo così!» ha detto, ad esempio, in un’omelia mattutina nella Cappella-acquario di S. Marta: «Pietro in quella prima diocesi prende questa decisione: ‘Chi sono io per porre impedimenti?’(..) chi siamo noi per chiudere porte?».
    Non sarebbe servito ricordargli l’ammonimento del suo, davvero santo predecessore, Pio X: «Quando si aprono le porte delle Chiese per far entrare chi sta fuori, bisogna preoccuparsi che non escano coloro che sono dentro».
    Infatti, pochi giorni fa ci ha donato un’altra perla omiletica che, sicut erat in votis, ha fatto immediatamente il giro del mondo:
    «Se domani venisse una spedizione di marziani, per esempio, e alcuni di loro venissero da noi, ecco... marziani, no? Verdi, con quel naso lungo e le orecchie grandi, come vengono dipinti dai bambini ... E uno dicesse: ‘Ma, io voglio il Battesimo!’. Cosa accadrebbe?».
    Chissà cosa accadrà, allora, ad ottobre, al Sinodo e poi a quello successivo?
    Non siamo oracoli e non azzardiamo previsioni. Facciamo però tutti attenzione: la rivoluzione è cominciata da un bel pezzo e potrà forse riuscire ad ottenere il sigillo di un’Esortazione Apostolica post sinodale (che diverrà ‘conciliarmente dogmatica’ anche se dogmatica non è per sua natura), ma il peso dottrinale di tutte queste papali ‘parole in libertà’ è già in atto: condiziona già il modo di pensare dei credenti, l’orientamento pastorale nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti.
    Come in un film di fantascienza pare davvero che ‘i marziani’, siano arrivati sulla terra da un bel pezzo e da un pezzo lavorino alla conquista della Chiesa. E quel che è peggio, delle anime.
    Che fare? Cosa possono fare quei “cristiani tristi”, “pelagiani”, “quelli che contano le preghiere”; si, quei “cristiani pipistrelli” - per citare un’altra delle sapide definizioni bergogliane - che paiono i veri ed unici nemici della “chiesa della Misericordina”?
    Continuare ad aver fiducia in Colui che ha detto: “Coraggio! Io ho vinto il mondo” ed intensificare la preghiera verso Colei che ha promesso: “Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà!”.
    NOTE
    1 - Gnocchi e Palmaro, In un libro, il Cardinale Martini e don Verzè fanno a pezzi la dottrina cattolica, in Basta Bugie, 29 maggio 2009
    2 - Gianpaolo Salvini, S. I. - Un ricordo personale di Carlo Maria Marini, in La Civiltà Cattolica
    3 - La guerra fredda tra il Cardinale Bagnasco e Papa Francesco - Intervista a Francesco Antonio Grana, in Confini, 2 aprile 2014
    4 - I vescovi italiani verso il nuovo corso. Il segretario generale Galantino: gay e preti sposati, basta tabù - Intervista di Giovanni Panettieri per il Quotidiano Nazionale, 13 maggio 2014
    5 - Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 2013, nn. 25. 27
    6 - Il cardinal Martini: un Concilio Vaticano III? - Intervista pubblicata su Carmilla, 11 aprile 2005
    I marziani? Sono tra noi da un pezzo! - Articolo di Daniele Casi

    FACTA NIGRO SIGNANDA LAPILLO
    ovvero: i nefasti del pontificato bergogliano
    di L. P.
    1 - Il corvo, la colomba, la Chiesa e l’ONU.
    Vogliamo tornare all’episodio del corvo e del gabbiano che, come i lettori ricorderanno, domenica 26 gennaio 2014, nel cielo di piazza san Pietro, dopo l’Angelus, sbranarono una delle bianche e pacifiste colombe lanciate dalla finestra dell’appartamento papale. Vi torniamo perché vogliamo corredare quel fatto con un riferimento di particolare rilevanza, di recente nostra conoscenza, che conferisce alla spiegazione che demmo dello scontro “celeste” di quella domenica un’aggiunta di cronaca e un’ulteriore tinta di forte indizio in termini di profetismo o quanto meno di particolare significato. Ecco la notizia.
    Figura, presso l’aula del Consiglio di Sicurezza ONU, sulla parete cha fa da scenario, un dipinto, o meglio, un polittico di sei tavole, con una mandorla centrale, opera del pittore norvegese Per Krog il quale, in una di queste ha rappresentato “una scena che vede tre grossi corvi inseguire una minuscola colomba; alla base di detto quadro, oltre alla firma dell’artista, si dice vi si legga una scritta in caratteri minuti con le seguenti parole: <L’uomo trionferà su Dio>” (Epiphanius: Massoneria e sette segrete – ed. Controcorrente, Napoli 2002, pag. 717). Intanto, tale auspicio ce ne rammenta un altro che, sulle note di una marcetta proletaria diceva con sicurezza “bandiera rossa la trionferà”. E abbiamo visto come è finita.
    Siffatta rappresentazione e, soprattutto, la didascalia apposta in calce, più che il trionfo dell’uomo su Dio si augura il trionfo di Satana, intenzione niente affatto peregrina se si consideri che l’ONU è l’espressione onnicomprensiva e riassuntiva del massonico progetto mondialista di ridurre tutto, compreso Dio ma soprattutto la Chiesa cattolica, a un’umanità che ritiene se stessa origine e fine del tutto, al servizio e al culto del principe di questo mondo. Tèsi per nulla peregrina e calunniosa stando alla credibile testimonianza di R. Guénon il quale ebbe a scrivere che il luciferismo è l’essenza della massoneria “eterna”.
    Che cosa avrà voluto dire, allora, l’episodio cruento verificatosi in piazza San Pietro? V’è qualcuno che ritenga di attribuire al fatto la categoria della casualità o non, invece, quella di un segnale ben preciso?
    Forse che, anche nella stessa Chiesa cattolica, alcuni suoi ministri lavorino nel senso indicato dalla didascalia del dipinto, a preparare il trionfo dell’uomo su Dio, così come il corvo e il gabbiano hanno fatto intendere? Non sarebbe azzardato convenire in tal senso, anzi non lo è per niente, se è vero che proprio il prossimo beato, papa Montini, ebbe a dichiarare essere impegno della Chiesa quello di elevare l’uomo ad oggetto di culto. Già, proprio nella sede ONU - dove, il 4 ottobre 1965, effettuò una visita, la prima di un papa in quella istituzione, due mesi avanti la chiusura del Concilio - si produsse in un panegirico della stessa con l’affermare: “Signori, voi avete compiuto un’opera grande: voi insegnate agli uomini la pace. L’ONU è la grande scuola dove si riceve questa educazione… voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi. Essa si costruisce con lo spirito, con le idee, con le opere della pace. Voi lavorate a questa grande opera” (Ench. Vat. Vol. I n. 386 - O. R. 6/10/1965 pag. 4).
    Non pago di aver attribuito a questa istituzione sinarchica - con l’espressione “grande opera” (opus magnum), riferimento tecnico che connota l’esito d’ogni azione alchemico/massonica - che predica e favorisce l’aborto, il controllo maltusiano delle nascite, l’eutanasìa, il riconoscimento legale delle unioni omosessuali, la diffusione della gnosi, che stabilisce come, dove e quando provocare conflitti ed ivi intervenire per “portare la pace”, aver attribuito, dicevamo, a questa istituzione la missione di “affratellare tutti i popoli”, conclude il suo discorso affermando che “mai come oggi, in un’epoca di tanto progresso umano si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo”.
    Ecco l’antropolatrìa: l’uomo, e la sua coscienza, come perno di tutta la storia e misura delle cose, come se Dio e i suoi comandamenti non contassero. Cosa da non destare meraviglia perché in tutto il suo intervento ricorrono soltanto una volta il termine “Dio” e “Cristo”, messi in contesti di latitante e timida espressività.
    A coronamento di questo inno all’istituzione umana ONU, Paolo VI, quasi per conferire un legame che ne ribadisse la sua convinzione, concluse il Concilio Vaticano II con queste parole: “Una simpatia immensa lo ha investito [il concilio] tutto intero. La scoperta dei bisogni umani… ha assorbito l’attenzione di questo Sinodo. Riconoscetegli almeno questo merito, voi umanisti moderni, che rinunciate alla trascendenza delle cose supreme, e sappiate riconoscere il nostro “nuovo” umanesimo: Noi, pure, Noi più di chiunque altro, NOI ABBIAMO IL CULTO DELL’UOMO” (Discorso di chiusura del Concilio, 7 dicembre 1965).
    Da quello che da allora ne è seguito, non ci è difficile, ancorchè doloroso, constatare che l’augurio del pittore norvegese è stato pienamente esaudito.
    Ne daremo prova nel successivo brano che vi presenteremo.
    2 - Peccato mortale? Non più.
    “L’omicidio è un peccato occasionale, che può essere cancellato con un pentimento sincero, mentre chi contrae un matrimonio civile vive in una infedeltà continuativa… Non puoi insegnare al figlioccio la corretta via cristiana se tu, per primo, ti sei smarrito vivendo pubblicamente in peccato grave”.
    Questi, i passi più eminenti e forti del messaggio che don Tarcisio Vicario, parroco di Cameri, provincia di Novara, ha riportato nel bollettino parrocchiale della domenica. E su queste riflessioni s’è scatenata la canèa dei mezzi di informazione che hanno indotto – non forzosamente, diciamo, ma con pieno consenso – il vescovo Mons. Franco Giulio Brambilla a “chiedere scusa” e, nello stesso tempo, obbligando il parroco stesso a indirizzare ai “fedeli” una lettera di rammarico con completa smentita ed autocritica, in pretto stile sovietico. Questa la cronaca.
    Noi conveniamo che, alla sensibilità attutita dei cristiani d’oggidì, pervasa ed intossicata di relativismo e di tenerezza, le parole del parroco possano aver dato uno scossone non proprio leggero anche perché la convivenza civile, peccato mortale per definizione, potrebbe essere, come l’omicidio, stato di peccato occasionale sempre che uno o tutti e due i soggetti decidano o d’interromperla o di regolarizzarla col rito religioso. Noi avremmo, più che contrapposto, equiparato i due peccati mortali.
    Tuttavia, così come don Tarcisio ha posto il problema, non ci sembra che il vescovo abbia agito secondo lo spirito del Vangelo e della ortodossìa.
    Posta la convivenza civile - così come lo stesso canonico matrimonio, lo stato di coppia di fatto o l’unione omosessuale - quale atto che, con promessa, si compie come impegno duraturo di vita, protendendosi nel corso degli anni quale condizione di vissuto quotidiano, essa confligge frontalmente con la legge di Dio in quanto persistente e continuativo peccato mortale. E secondo la parola di Cristo tale circostanza è più grave dell’omicidio tanto che i martiri preferiscono rinunciare alla vita del corpo piuttosto che a quella dell’anima.
    Il vescovo Mons. Brambilla ha tenuto a precisare che l’uscita di don Vicario “è un’esemplificazione inopportuna e fuorviante. La Chiesa di Novara è in profonda sintonìa con il cammino di Papa Francesco”.
    La cosa, però, non ci convince affatto. Intanto è da dire che non esiste “una chiesa di Novara” o una chiesa di Voghera, caso mai “una comunità” di fedeli perché la Chiesa è di Cristo della quale è Fondatore e Capo secondo l’autorevole e netta affermazione dell’apostolo: “Et ipse est caput corporis ecclesiae, qui est principium” (Col. 1, 18) - Egli [Cristo] è il Capo del corpo, che è la Chiesa, il principio di tutto.
    E, poi: per quali ragioni si considera offensiva la catechesi del parroco? In fondo egli si è limitato, e fortemente senz’altro, a rammentare le parole tremende di Gesù, e il suo monito, che la comunità di Novara e il suo vescovo hanno del tutto dimenticato: “Nolite timere eos qui occidunt corpus, animam autem non possunt occidere; sed potius timete eum qui potest et animam et corpus perdere in Gehennam” (Mt. 10, 28) – Non temete coloro che possono uccidere il corpo ma non l’anima; temete piuttosto chi [Satana] può far perdere l’anima e il corpo nell’Inferno -.
    La convivenza civile, ossia il concubinato che, spesso, è adulterio nel caso del divorziato risposato, comunque la si voglia vedere sotto la lente della litote, della misericordia, della tenerezza, della comprensione è uno stato di “peccato mortale”, quel peccato che, secondo la assoluta giustizia di Dio, fa perdere, per l’eternità, non solo l’anima ma anche il corpo “post resurrectionem mortuorum”.
    Ma il moderno, conciliare magistero non osa più parlare, predicare e spiegare questo lato della dottrina, tanto meno il peccato mortale, per non correre il rischio d’essere tacciato di passatismo e di terrorismo psicologico. Sicché, scartavetrato il concetto di peccato e, con esso il senso di colpa, ma soprattutto ignorata la Parola di Cristo, si pratica il metodo del dialogo che, diciamolo senza remore, è assai comodo e per nulla rischioso. Si cammina insieme, si chiacchiera, ci si dà di gomito, ci si complimenta a vicenda e, alla fine, spenti i lumi e pagate le spese, ognuno come prima, tutti pari, tutti salvi e nessun convertito. E così, in ottemperanza al nuovo corso bergogliano, il vescovo di Novara ha preferito umiliare don Tarcisio invece di dare alla cagnara dei tumultuanti peccatori, “cristiani adulti”, una lezione di vera e tosta catechesi. Ha preferito, cioè, schierarsi con il mondo e con la sua degenerazione morale, vergognandosi di Gesù e tradendo il Suo insegnamento.
    Ma si rammenti, il vescovo di Novara e rifletta: “Qui negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo qui in caelis est” (Mt. 10, 33) – Chi mi rinnegherà davanti agli uomini Io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. - E questo tono non è affatto tenero e misericordioso, buonista, alla carlona, o finta minaccia. Qui le parole pesano come macigni e i suoi effetti sono irrevocabili.
    Da questo episodio, uno dei tantissimi che costellano la vita della moderna pastorale, si nota come i don Abbondio siano ancora tra noi, sacerdoti e pastori a cui difetta il coraggio ma abbonda la viltà, a cui difetta la virtù della fede, rottamata a favore di un atteggiamento defilato o , come si dice in politichese, bipartisan, un po’ con Cristo e un po’ col mondo di cui non si disdegnano gli applausi, le lodi e i riconoscimenti patinati e pettegolieri, quelli che il vescovo di Roma, Francesco I riscuote e sollecita in giornaliera quantità industriale.
    Don Vicario ha lucrato, davanti a Dio, grandi meriti per aver predicato il Vangelo e la Verità nella sua integrità ed interezza, a viso aperto, e la sua deprimente ritrattazione è elemento di ulteriore merito in quanto si configura come altrui violenza a lui imposta, e da lui subìta in termini di umiltà e di dolorosa obbedienza. Ma il Mons. Brambilla dovrà rispondere davanti a Dio, e alla comunione dei Santi, di codardìa e di rispetto umano. Cerchi, finché è in tempo, di pentirsi e di vergognarsi per aver obbedito al mondo piuttosto che a Dio, diversamente da come gli apostoli dettero l’esempio sostenendo il carcere piuttosto che venir meno alla testimonianza del Vangelo (Act. Ap. 5, 29).
    3 - Tempo di liquidazione: Mons. Nunzio Galantino e il santo Rosario.
    Dal quindicinale cattolico “antimodernista” SI SI NO NO (15 maggio 2014, pag. 8).
    “La Vergine Santissima, in questi ultimi tempi che viviamo, ha dato una nuova efficacia alla recita del Rosario, in modo tale che non c’è alcun problema, difficile che sia, materiale e soprattutto spirituale, che riguardi la vita personale di ciascuno di noi, delle nostre famiglie, delle famiglie del mondo o delle comunità religiose, o anche la vita dei popoli e delle nazioni, non c’è alcun problema, dicevo, difficile che sia, che non possiamo risolverlo con la recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario noi ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo Nostro Signore e otterremo la salvezza di tante anime” (Suor Lucia). Il grande papa Pio XII ebbe a definire il Santo Rosario “il compendio di tutto il Vangelo”.
    Ora, a fronte del meraviglioso e potente affresco della devozione mariana, a fronte delle splendide parole di suor Lucia, a fronte di uno stuolo di santi “rosarianti”, a fronte della stessa autorità della Vergine, sta una recente dichiarazione di straordinaria violenza e di orrenda blasfemìa uscita dalla bocca del neo Segretario CEI, il vescovo mons. Nunzio Galantino il quale, sulla scia di un pensiero sociologico/gnostico robustamente incistato quale cancro in piena espansione nelle sacre stanze vaticane, ha espressamente fatto carne di porco del Rosario indicandolo, in un’intervista al giornale on line QN, come pratica debilitante ed inespressiva.
    Ecco le sue parole: “Penso alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasìa. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contro questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro”.
    Parole aberranti e vergognose che meritano un’analisi puntuale e una condanna esemplare e senza sconti che, non dubitiamo, presto o tardi, verrà, se non dagli uomini, senz’altro da Chi giudica dall’alto.
    “Penso alla sacralità della vita”. E meno male che la vita per lui è sacra perché il seguito del discorso confuta del tutto questa sua apertura. Infatti, con un salto mortale, costui plana sul territorio di un modernismo, di marca erodiana, affermando che il concentrasi “esclusivamente” sull’aborto e sull’eutanasìa quali peccati contro lo Spirito Santo, è stato un errore in quanto, secondo il pensiero galantino, “majora praemunt”, ci sono cose più importanti – e lo dirà in appresso – che non la difesa della vita nel suo nascere e nel suo finire.
    Ma non aveva detto “penso alla sacralità della vita”? E quale ambito di difesa e di impegno cristiano è più consentaneo a questo suo “pensare” se non proprio quello dell’aborto e dell’eutanasìa con cui la società laicista programma ed esegue i suoi nefandi progetti negando proprio la sacralità della vita col ridurla a mero fenomeno fisico?
    Capriole disinvolte, le sue, che dovrebbero far arrossire almeno in senso logico se non morale. Ma continuiamo.
    “Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa”. Parole in piena libertà degne di quel farfugliare, portato in auge da un attore comico, e denominato “supercazzola”, con cui si tende stupire l’ascoltatore con l’emanare vuoti e compositi suoni e concetti sghembi. Ci dica, il mons., quale esistenza possa darsi “in mezzo” a chi gli è stata tolta già dal suo primo formarsi o a chi gli vien troncata artificialmente in dirittura di arrivo.
    Che vuol dire “c’è l’esistenza che si sviluppa”? L’esistenza di chi? Del bambino che è stato aspirato dal grembo materno e triturato da una tramoggia? O dell’anziano a cui si nega l’alimentazione e il diritto a morire secondo la volontà di Dio?
    O forse, il vescovo, intende che, prescindendo dagli aborti e dalle eutanasìe, c’è la vita degli altri e alla quale si deve rivolgere l’’attenzione?
    Ma non è la cura dei più deboli, degli emarginati, il nuovo verbo bergogliano, la nuova pastorale, la nuova accoglienza? Ed allora, rev. mons., a che questo ciurlar nel manico?
    Ed ecco l’ignominia dissacrante, l’espressione del disprezzo che il vescovo, nel solco di una mistificante mariologìa, nutre nei confronti del Rosario. “Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza”.
    E’ chiaro che per il segretario CEI – Consiglio Eretico Italiano – i giovani che, affrontando e soffrendo lazzi e disprezzo del mondo oltre che arresti e cariche della polizia, pregano davanti alle cliniche abortiste, novelli lager di smaltimento umano, sono, intanto, inespressivi perché non urlano, non lanciano molotov, non spaccano vetrine o incendiano automobili, ma soprattutto sono inespressivi perché immobili, come statue di cera, a recitar il Santo Rosario, una devozione notoriamente intesa quale noioso mantra che rende inerti e fiacca le energie vitali. Giovani e adulti a perder tempo biascicando Ave Maria mentre intorno, nel mondo circostante, ferve la vita e fervono le problematiche a cui dànno tempo ed impegno altri giovani impegnati, cioè sindacalizzati, che lottano, sì, contro l’aborto ma lo fanno lavorando (?) per assicurare la salute – ma la vita del nascituro non rientra, monsignore, in questa preoccupazione? – per garantire il diritto al lavoro, per pulire gli arenili, per sovvenire alle necessità delle colonie feline, o sveltire il servizio di mensa della benemerita Comunità di S. Egidio nella chiesa di Santa Maria In Trastevere ma, soprattutto udite udite! per assicurare la “qualità delle persone”. Parole di tipo snob politichese perché ci vien facile obiettargli che la qualità della persona è data, prima di tutto, dal garantirle la vita, cosa per la quale lottano sul serio, pregando, quei giovani “inespressivi”.
    Un ragionamento, il suo, contorto e ridicolo e blasfemo fatto di affermazioni e di immediate contro-affermazioni, di funambolismi verbali e di vuoti concettuali. Come un perfetto modernista che non crede all’efficacia e alla forza della preghiera.
    Brilla, per l’ipocrisìa culturale, quel denominare l’aborto con una più elegante e meno traumatica “interruzione di gravidanza”. Espressione inespressiva e concettualità supponente quanto idiota perché il verbo “interrompere” - lat. inter/rumpere, arrestare a metà – ha il suo prevalente significato nell’area semantica della sospensione di un alcunché a cui succede una ripresa. Ora, ad aborto effettuato, ci dica il monsignore, in qual modo sarebbe possibile riprendere la gestazione. Perciò, prima di parlare e sprecare fiato, conti fino a mille. Il suo, oltre ad essere un ragionare eterodosso e aberrante, è il tentativo subdolo di indicare aspetti gravi e delittuosi con termini edulcorati, con litoti, con attenuazioni. Un segno, questo, di un intelletto corrotto e pavido che, di fronte alla solare verità evangelica tenta di dare autorevolezza ai suoi propositi di virtù della propria funzione episcopale.
    A dar seguito al suo sillogismo: Rosario = mantra, ergo, chi lo recita = ebete, dobbiamo concludere che i santi di cui abbiamo dato sommario e brevissimo elenco, santi che praticarono la devozione del Rosario lucrando, quindi, la santità, sono degli inespressivi e dei falliti, pallide larve che avrebbero meritato se si fossero dedicati alle “cose di quaggiù”, al pasto quotidiano del povero e alla salvaguardia del posto di lavoro dell’operaio.
    Ma più grave è l’offesa che mons. Galantino arreca alla Vergine Maria additandola quale responsabile diretta di simile perversione culturale per aver, Ella, suggerito la recita del Suo Rosario, notoriamente inefficace, ed aver causato, perciò, l’imbecillità di tanti uomini, donne, giovani e vecchi che ne hanno praticata la devozione.
    E questo sarebbe un vescovo per la rimozione momentanea del quale il vescovo di Roma, Francesco, ha chiesto scusa ai diocesani di Cassano all’Jonio?
    Fortunati costoro che, per qualche tempo saranno al sicuro da siffatto lupo travestito da pastore, ma sventurata l’intera comunità cattolica italiana per averlo a reggente della CEI!!
    FACTA NIGRO SIGNANDA LAPILLO - ovvero: i nefasti del pontificato bergogliano - di L. P.

    Shots! #62
    Sondaggio Ixè-Agora: l'82% degli italiani ha fiducia nel Papa.
    L'altro 18% sono i cattolici.
    Shots! #62 ~ CampariedeMaistre


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Rompere le scatole
    Pubblicato da Berlicche
    Recentemente mi è stato detto che non ci sarebbe niente di male nell’ideologia, dato che tutti ne abbiamo una. Sarebbe, anzi, da anormali cercare di allontanarsi dall’ideologia. Qualcosa da sfigati.
    Ma cos’è esattamente l’ideologia? E’ prendere una certa idea, e costruirle attorno un discorso. Per cui, invece di considerare la realtà in sé, si prende del reale solo quanto è conforme all’idea che ci si è fatta. Si ficca dentro la scatola solo quanto ci sta. Tutto il resto che deborda (la realtà è molto ingombrante, è larga quanto tutto l’Universo) viene tagliato via.
    Questo taglio può essere anche molto violento. Perché occorre distruggerlo, ciò che non rientra, altrimenti dà fastidio. Se si può, negare la sua esistenza. Se non fosse possibile, negare il suo diritto ad esistere.
    La radice comune a tutte le ideologie è esattamente questa: pretendere di redifinire la realtà. Pretendere che la realtà non sia un dato di fatto, ma qualcosa che può essere rivisto a proprio piacere. Il potere di un dio, insomma.
    Questa è l’ideologia: pretendere di essere dio. Poi, dato che non tutti ne hanno la stoffa, si finisce per prendere per dio quello che qualcun altro definisce. Razza, nazione, classe sociale, filosofia, politica, scienza. Una certa idea di religione. Il dio che si pretende di essere si rinchiude nella scatola che lui stesso ha fabbricato. Giustificando tramite l’ideologia la propria miopia, il proprio errore, la propria rinuncia a capire quanto sta fuori.
    C’è solo un modo di evitare di credere di essere dio.
    Credere in un Dio vero. In un Dio che contenga, faccia esistere tutta quanta la realtà. Riconoscerla, la realtà, invece di tentare di possederla.
    Senza di questo – che, signori miei, mica è facile – noi uomini finiti incaselliamo tutto. Ma c’è una bella differenza tra essere orgogliosi difensori della propria scatoletta e tentare di rompere quelle scatole che pretenderebbero di contenerci. Uscire da esse, e riprenderci quanto ci spetta.
    Perché noi siamo fatti per le stelle.
    Rompere le scatole | Berlicche



    DIGIUNO
    Rino Cammilleri
    La Conferenza Episcopale francese aderisce al “digiuno climatico”, l’iniziativa lanciata da numerose organizzazioni religiose per ricordare l’importanza del Creato e la necessità di salvaguardarlo. L’evento si terrà in vista della Conferenza sul clima che avrà luogo a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre 2015, sotto l’egida dell’Onu.
    Certo, uno potrebbe chiedersi se, nel Paese più scristianizzato d’Europa, non ci sia altro di più urgente per i vescovi. Ma è ormai arcinoto che i cambiamenti climatici sono il problema mondiale più grave, superiore a tutti gli altri. Chissà come mai Gesù non li aveva previsti…
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    I generali hanno tradito. Tocca a noi soldati essere fedeli.
    di Federico Catani
    Matteo Renzi ha detto chiaro e tondo che le unioni omosessuali s'hanno da fare e pure bene. Non si chiameranno matrimonio, perché lui - cattolico e scout - alla famiglia ci tiene, ma di fatto tali orribili pastrocchi saranno unioni sponsali vere e proprie.
    E di fronte a questo diabolico progetto, sovvertitore dell'ordine naturale e antropologico, cosa fa il centrodestra? Nulla. Berlusconi addirittura s’è detto d’accordo e Toti non ha trovato niente di meglio da dire che la posizione del Cavaliere si ispira direttamente alle aperture in materia di Papa Francesco. Il Nuovo Centrodestra, nonostante tante chiacchiere e la buona volontà di singoli esponenti, con Renzi ci governa assieme e sembra più interessato alle poltrone che non ai princìpi. E la destra-destra? Come agiscono quelli che dovrebbero rappresentare il "Partito della Nazione" e che mantengono la Fiamma tricolore del Movimento Sociale Italiano sul proprio simbolo? Come si comportano quelli che commemorano Almirante e vogliono costruire l’alternativa a Forza Italia? Beh, essendo davvero di destra, non vogliono chiamare matrimonio le unioni gay e sono contrari alle adozioni, ma per il resto, La Russa si è pronunciato: diritti per tutti, viva le coppie di fatto, etero od omo che siano! Giorgia Meloni dovrebbe darsi una svegliata, togliere di mezzo le vecchie carcasse e non aver paura di fare un partito nazional-cattolico e conservatore. Altrimenti subirà la sorte di Fini.
    Attualmente, sembra che l'unico baluardo contro la deriva morale resti la Lega Nord, che grazie a Salvini e a diversi suoi esponenti, più coraggiosi e con più attributi rispetto a quelli di Fratelli d’Italia, si batte per il buonsenso e la ragione. La Lega ha presentato infatti una mozione in Lombardia per difendere la famiglia naturale, ha chiesto di interrompere i rapporti istituzionali, economici e diplomatici con quei Paesi che perseguitano i cristiani, ha promosso quesiti referendari seri e condivisibili di chiara impronta conservatrice e così via. Insomma, se qualcuno oggi cercasse una destra seria e responsabile, la troverebbe solo nella Lega. Che rimane accettabilmente cattolica proprio in quanto va contro le direttive di una certa Chiesa.
    Infatti il mondo cattolico, malato di mondanità, appoggia Renzi. Non apriamo qui la parentesi di Avvenire e Sir, testate - entrambe renziane - che se fossero definitivamente chiuse eviterebbero a chi ancora cattolico lo è rimasto di vergognarsi. Prendiamo piuttosto i vescovi. Vogliamo parlare del segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, scelto direttamente da Papa Francesco? Quello che ha definito inespressivi i pro-life che, a differenza sua, affrontano la gogna per pregare davanti alle cliniche abortiste; quello che ha criticato la “violenza” (sic!) con cui certuni difenderebbero i valori non negoziabili; quello che vuole ascoltare gli omosessuali militanti e vorrebbe discutere di tutto nella Chiesa; quello, insomma, che fa il piacione sui giornali di tutta Italia, blaterando qua e là per aumentare le sue quotazioni nel mondo che conta. Davanti a un simile losco figuro, la tristezza mi assale, ma ancor di più la rabbia e benedico Dio che non mi mette nelle condizioni di vedere faccia a faccia questo degnissimo successore di Giuda Iscariota, pronto a vendere Cristo per una prima pagina di giornale o un applauso di Scalfari.
    Così come ringrazio l’Onnipotente (che non è Renzi, tranquilli!) per non mettere sulla mia stessa strada mons. Adriano Tessarollo, vescovo di Chioggia. Il signore in questione, che di professione fa il pastore d’anime - perché, signora mia, si deve pur campare -, ha avuto la faccia tosta di scagliarsi contro il sindaco leghista di Padova, Massimo Bitonci. La colpa del primo cittadino? Rispettare una sacrosanta normativa italiana, confermata pure dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo cui nei locali pubblici deve essere affisso il Crocifisso. Mi risulta che la Cei in passato abbia sempre difeso questa legge. Certo, non in nome della regalità sociale di Cristo, come dovrebbe essere (non sia mai: i vescovi non vogliono che Gesù regni nella società!), ma della sana laicità e della cultura. Però almeno avevano osato spendere mezza parola buona sul tema. Adesso, invece, un indegnissimo successore degli apostoli preferisce attaccare la Lega Nord perché, a suo dire, fomenterebbe l’odio e la divisione. Ovviamente Famiglia Cristiana (ma c’è ancora chi la compra?) ha appoggiato il vescovone. Effettivamente, come si può poi pretendere da tali prelati e tali presunti cattolici una parola forte per difendere e sostenere i tantissimi fedeli minacciati dall'Islam o dal fanatico laicismo occidentale? E non tiriamo fuori il caso del vescovo di Novara, che ha ripreso un suo sacerdote pubblicamente solo perché ha ricordato la verità, ovvero che la convivenza è un peccato grave.
    Quanta vigliaccheria, quanta pavidità, quanta bassezza negli atteggiamenti e nelle parole di certi pastori d’anime! Quanta meschinità, quanta pusillanimità, quanta miseria umana! Questa è gente che non crede più in Gesù e che non sarebbe disposta nemmeno a dare un’unghia per Lui. Non riescono a sostenere una Marcia per la Vita o una manifestazione a difesa della famiglia, figuriamoci se sarebbero disposti a dare la vita per le proprie pecorelle o per il Signore! Altro che martirio! Altro che missione profetica! Altro che testimonianza! La Chiesa preconciliare era collusa col potere? A volte, ma solo con quel potere che difendeva la Fede. Oggi invece sta col Potere a prescindere, anche e soprattutto se minaccia la Fede e distrugge la legge naturale. Perché quel che conta è dialogare, farsi applaudire, stare sui giornali, mostrarsi politicamente corretti, presentare una religiosità accettabile e dunque annacquata e falsata.
    Signori vescovi, avete trasformato la Chiesa in un baraccone ridicolo, fatto di vetero e neo comunisti, terzomondisti, checche isteriche, pacifisti e sfigati. Come possiamo pensare che la politica si rigeneri, se è la Chiesa la prima a dover essere purificata? Signori vescovi e signori preti, avete sfasciato tutto. Restano soltanto ruderi.
    Noi cattolici "integrali" non abbiamo paura di andare avanti per la nostra strada, quella di Gesù, del Magistero autentico e della Tradizione. Questa è l’ora dei laici: teniamo duro. Scriveva Guareschi: “Quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati”.
    I generali hanno tradito. Tocca a noi soldati essere fedeli. ~ CampariedeMaistre

    Articolo ripreso dal sito Chiesa e post concilio, che lo ha pubblicato il 2 luglio 2014, riprendendolo dal sito EFFEDIEFFE


    La teologia papale.
    Tentativo di ricostruzione congetturale
    di Maurizio Blondet
    Da un sito cattolico, leggo che «La rivista internazionale di teologia Concilium ha dedicato il suo ultimo numero al tema: Dall’“anathema sit” al “Chi sono io per giudicare?”», a partire dalla famosa frase di Papa Francesco sull’omosessualità: «chi sono io per giudicare», pronunciata di ritorno dal Brasile, nel luglio 2013.
    Gli autori «ritengono che le formule e i dogmi non possono comprendere l’evoluzione storica, ma ogni problema vada collocato nel suo contesto storico e sociopolitico. Il concetto di ortodossia va superato, o quanto meno ridimensionato, perché, viene utilizzato come “punto di riferimento per soffocare la libertà di pensiero e come arma per sorvegliare e punire”... Essi definiscono l’ortodossia come “una violenza metafisica”. Al primato della dottrina va sostituito quello della prassi pastorale…» (Concilium, 2/2014, p. 11).
    Concilium è la rivista fondata da Karl Rahner, Hans Küng e Yves Congar, «a cui collaborano più di 500 teologi di tutto il mondo»: ci affrettiamo ad esprimere tutta la nostra gratitudine a sì prestigiosa e frequentata rivista, perché finalmente fa chiarezza sulla dottrina cattolica che dobbiamo seguire da quando è papa Francesco. Perché è indubbio che quanto scritto da Concilium riflette il pensiero del pontefice; per esempio egli ha detto tempo fa alla La Civiltà Cattolica: «Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa un’ideologia tra le tante».
    È più o meno chiaro che Bergoglio trova la dogmatica e la teologia di duemila anni un peso e un ostacolo all’azione pastorale. Ma il merito di Concilium è di sviluppare i pensieri che il Papa affida qua e là ad omelie estemporanee, interviste occasionali, a frasi colloquiali spesso e volentieri lasciate in sospeso a metà (tipo: «Se domani giungesse qui una spedizione di marziani, e uno dicesse: “Voglio il Battesimo!”. Cosa accadrebbe?...»). Cosa accadrebbe, non ce l’ha detto. Ma per fortuna Concilium completa queste frasi a metà, riempie i puntini di sospensione, fornisce loro contenuto; esplicita ciò che nella teologia implicita del Papa non viene detto, vien lasciato in sospeso. E così, ci consente di rispondere alla domanda che spesso ci siamo fatti: qual è la teologia di Bergoglio?
    Come gli archeologi epigrafisti sono capaci di ricostruire iscrizioni latine in antiche lapidi spaccate, dove mancano lettere e parole — anche noi possiamo oggi ricostruire in modo congetturale la teologia papale cui siamo obbligati ad obbedire oggi. Grazie alla rivista Concilium, una luce di chiarezza abbagliante illumina certe azioni del Papa che sembrano in contrasto con le parole.
    Qualcuno, errando, non riusciva a capire come si accorda il «chi sono io per giudicare?..» con il commissariamento senza alcuna spiegazione dei Francescani dell’Immacolata, la punizione e riduzione a domicilio coatto del Fondatore padre Manelli. Sembrava una contraddizione. Più in generale, come ha notato il vaticanista Sandro Magister, il papa continuamente «esorta a non emettere giudizi... chi giudica “sbaglia sempre”, ha detto nell’omelia del 23 giugno a Santa Marta. E sbaglia, ha proseguito, “perché prende il posto di Dio, che è l’unico giudice”. Si arroga “la potestà di giudicare tutto: le persone, la vita, tutto”. E “con la capacità di giudicare” ritiene di avere “anche la capacità di condannare”». Eppure «Francesco è papa che giudica, sentenzia, assolve, condanna, promuove, rimuove. Ma nello stesso tempo predica in continuazione che non si deve mai giudicare, né accusare, né condannare».
    Ha compiuto una purga sistematica di prelati e teologi sgraditi a lui e alla sua scuola, da don Antonio Livi a padre Cavalcoli; ha brutalmente rimosso ministri vaticani come monsignor Piacenza; ha rimosso vescovi che in Argentina detestava. Non c’è contrasto? Noi non dobbiamo giudicare, e sta bene; ma lui giudica e trincia giudizi....
    Nelle omelie di Santa Marta non perde mai occasione di condannare – senza mai nominarli – i cristiani, figli devoti della Chiesa che (come il povero Mario Palmaro) hanno protestato per quelle sue lettere e interviste corrive con Eugenio Scalfari, dove sanciva frasi come «la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza»; ma questo è relativismo, hanno detto i buoni cristiani, questo è un errore non solo teologale ma anche psicologico: la coscienza degli Scalfari è callosa, la coscienza non rimprovera mai niente al Ricco Epulone né al Fariseo — che sono però condannati da Dio...
    Ebbene, che cosa ha fatto papa Francesco? Mica risponde, mica spiega e corregge. Un’omelia dopo l’altra, chiama i fedeli laici che lo criticano variamente come «pelagiani», «untuosi», «tristi», «spaventati dalla gioia», «cristiani pipistrelli», li insulta e condanna... ma senza dire precisamente a chi allude.
    Ora, magari, voi prendevate questo modo di fare come sleale e poco cristiano, soprattutto in contrasto plateale con la frase più citata dai plaudenti laicisti: «Chi sono io per giudicare...» (un omosessuale)? Invece adesso sappiamo, grazie a Concilium, che non c’è alcuna contraddizione. Che le frasi «io non giudico» e la brutale repressione dei Francescani dell’Immacolata senza spiegazione, derivano dalla stessa teologia.
    Cercate però di capire bene qual sia questa teologia. Potreste infatti equivocare. Concludere che il fondatore dei Francescani dell'Immacolata è stato punito, e il suo ordine messo sotto tutela prefettizia, per il fatto di essere ortodosso, e come esplica Concilium ha quindi commesso «violenza metafisica». Potreste credere che i teologi o i laici che si rifanno all’ortodossia vengono rimossi, purgati, espulsi dalle cattedre pontificie e chiamati «pipistrelli», perché li si accusa di usare la dogmatica di duemila anni «come punto di riferimento per soffocare la libertà di pensiero e come arma per sorvegliare e punire»...
    Ma se pensaste così, sbagliereste, non avreste ancora compreso la sottigliezza e profondità della teologia bergogliana. Il punto qualificante di tale teologia è il «non dare spiegazioni». Colpire, epurare, insultare, rimuovere, senza dire il perché. Ciò è la conseguenza necessaria del fatto che la Chiesa bergogliana si vuole a-dogmatica. Avendo «superato» i dogmi, non deve più giustificare le punizioni che commina accusando la vittima di qualche violazione dogmatica o dottrinale; altrimenti si torna nel vecchio sistema, dove l’ortodossia veniva usata come arma per sorvegliare e punire. Oggi, si punisce senza esprimere il motivo — la conseguenza necessaria del superamento della dottrina è che le punizioni continuano a fioccare, ma nel mutismo. Non si può, non si deve motivare il perché.
    E nella nuova teologia a-dogmatica, tutta pastorale e caritativa, la bastonatura e la punizione si accordano splendidamente, armonicamente, con la frase «chi sono io per giudicare..?». Si rallegri il bastonato: nessuno lo sta giudicando. Non si istruisce più un processo canonico, non si eleva un’accusa formale e formulata in parole (da cui l’accusato potrebbe persino cercar di difendersi, questo pipistrello untuoso e triste) – non siamo più ai tempi dell’Inquisizione, li abbiamo superati! – ora si danno botte da orbi nel buio, si bastona e basta. Il bastonato non chieda perché. Il perché non si può esprimere, non si deve esprimere. È la a-teologia a-dogmatica che lo richiede.
    Ciò ricorda un pochino le procedure staliniane, dove a comminare 25 anni di lager («un quartino» di secolo) o la morte era non un tribunale, ma una commissione di tre funzionari del Partito, la cosiddetta Troika Amministrativa. Al tremebondo cittadino che gli avevano trascinato davanti, la Troika chiariva allegramente: noi non ti accusiamo di aver fatto nulla; ti sbattiamo al Gulag per il fatto che sei un borghese. Per questo, non abbiamo bisogno di trovarti una colpa; ci basta di accertare la tua identità: sei un borghese, dunque un nemico del proletariato. In Siberia! Un quartino! Ed era fatta.
    Sicché il cristiano di base, oggi, deve stare costantemente «all’ascolto di papa Francesco» , perché è chiaro che non metterà mai nero su bianco quello che intende lui per «verità» che siamo obbligati a seguire, e falsità che dobbiamo sfuggire; dobbiamo ricavare la sua dottrina – che diventa dottrina della Chiesa – dalle sue esternazioni. Occasionali. Qualche volta a margine di interventi ufficiali.
    «Punire severamente»
    Per esempio, dopo l’Assemblea Generale dei vescovi italiani, a fine maggio scorso, nella parte della seduta meno pubblica. Alla fine della prolusione, «il papa ha dato spazio alle domande». Molto contenti i vescovi italiani hanno gareggiato a far domande che compiacessero Francesco – in altri tempi si sarebbe detta una gara di adulazione – in realtà onde fargli esplicitare la sua teologia implicita, che i vescovi ardono di applicare nelle loro diocesi, per instaurare la nuova chiesa secondo i suoi desiderata. Ed ecco cosa scrisse il 23 maggio il vaticanista de La Stampa Marco Tosatti; egli registra la «questione posta in toni “disperati” da un vescovo di una piccola diocesi (quarantamila abitanti) che si lamentava perché una parte del clero è “conservatrice” e non vuole dare la comunione sulla mano. Il Papa gli ha consigliato di prendere provvedimenti severi, perché “non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo”».
    Apprezzate frase per frase, parola per parola. Anzitutto c’è un vescovo che sparla del suo clero col Papa. È disperato, dice, perché ha sotto un clero «conservatore»; tanto conservatore che – udite udite – vuol dare la comunione in bocca, come si è fatto nei secoli passati. Potrebbe sembrarvi una questione dappoco, coi tempi che corrono. Invece no, e infatti il Papa ne coglie l’estrema gravità. E prescrive di:
    • punire quei preti (alla faccia del «chi sono io per giudicare?»)
    • severamente (come? Attendiamo con ansia: basterà la sospensione a divinis? O si rimetteranno in auge «i ferri»? Le segrete del Vaticano?).
    • Ma soprattutto si apprezzi ogni lettera della motivazione, perché qui siamo ai vertici della dottrina a-teologica, del «superamento dei dogmi»:
    • «Perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo».
    Esistono dunque – come adesso ci è chiaro – due corpi di Cristo: la Presenza Reale, il Cristo stesso, e i fedeli, «Corpo sociale di Cristo». Questo Secondo, se riceve il Primo in bocca anziché in mano, viene offeso. O si sente offeso. E non bisogna assolutamente «offenderlo»; meglio offendere la Presenza Reale, mettendola nelle mani di sconosciuti, magari satanisti. È abbagliante la conclusione che ne deriva: il Corpo Reale di Cristo ha meno diritti del «corpo sociale», insomma dei fedeli. Loro, non Lui, sono il vero e supremo Cristo.
    D’accordo, questa abbagliante ermeneutica lascia sospesa più di una questione. Per esempio: non ci pare di vedere torme di fedeli che esigono, pretendono l’ostia nella mano, altrimenti si sentono offesi come Messia sociale. Dove sono? Altro interrogativo: quei cristiani che, contenti di ricevere la Comunione in bocca, non si sentono offesi da tale imboccamento, non fanno parte del Corpo Sociale di Cristo? Sono «tristi» e «spaventati dalla gioia»? Ne vanno espulsi? Il Corpo Sociale di Cristo è fatto solo di quelli che pretendono l’Ostia in mano, la Comunione ai divorziati conviventi more uxorio, il non giudicare gli invertiti? Siamo sicuri che il Santo Padre chiarirà questi punti oscuri che frasi buttate là, in qualche omelia o udienza, — e che sarà prontamente esplicitata, svolta e completata da Concilium. E dagli altri esegeti autorizzati.
    Ascoltate i ventriloqui
    Per nostra fortuna, infatti, sono molti i ventriloqui di Papa Francesco: cioè di prelati che lo imitano, lo copiano nella voce e nei discorsi, ma – come gli imitatori di varietà – caricando ed esagerando un po’: il che – a parte gli effetti comici che producono – è un grande merito, perché così formulano in modo completo la teologia di Bergoglio, che il suo titolare esprime solo a metà, lasciando in sospeso le frasi.
    Uno dei più dotti è il cardinal Ravasi. Il quale, siccome papa Francesco twitta e ha 11 milioni di followers, ha detto che questo è il solo nuovo modo per evangelizzare: «la lingua italiana conta 150mila vocaboli mentre i giovani oggi ne usano dagli ottocento ai mille. È mutato il modello antropologico dei nativi digitali, quindi un vescovo che non sa muoversi in questa nuova atmosfera (il tweet) si mette fuori dalla sua missione». Non contento, ha finito per asseverare che Cristo, proprio come Eugenio Scalfari, aveva cessato di credere in Dio quando urlò “perché mi hai abbandonato?”». Ravasi: «Una frase che introduce un elemento che non può essere divino ma che è solamente umano. Dio, quando Gesù è sulla croce, è assente. È in pratica l’“ateismo” salvifico di Cristo».
    Ma naturalmente il più notorio ventriloquo e più facondo imitatore è il segretario generale imposto da papa Francesco alla CEI, il vescovo Nunzio Galantino: «Vogliamo chiedere scusa ai non credenti – ha detto a Radio Vaticana l’11 giugno (si noti il plurale majestatis, pontificale) – perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono». In una riuscitissima imitazione del pauperismo bergogliano, Galantino ha annunciato una «Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”» (rinunci all’8 per mille, gli ha consigliato Socci). Galantino alla domanda: «Qual è il suo augurio per la Chiesa italiana?», ha risposto fra gli applausi della platea laicista: «Che si possa parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucarestia ai divorziati, di omosessualità, senza tabù, partendo dal Vangelo e dando ragioni delle proprie posizioni».
    Il punto da spiegare è come mai, chi prova a «dar ragione delle proprie posizioni», se queste non piacciono al Papa e alla sua giunta sudamericana che comanda in Vaticano, viene espulso dalla cattedra, commissariato, messo a riposo senza incarico. Si attende un indizio che ci consenta di dedurre congetturalmente questo dalla a-teologia implicita in vigore.
    Galantino ha criticato Papi precedenti (Wojtyła) che favorivano «certe adunate» come le marce per la vita: «In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro». Questa frase sui «visi inespressivi di chi recita il Rosario» l’ha ricavata sicuramente da qualcosa che il Papa (che anche in Buenos Aires scoraggiò le suddette marce) gli ha detto, oppure anche fatto: magari gli ha mostrato con la mimica, facendo il verso a quei cristiani “spaventati dalla gioia” che pregano davanti alle cliniche abortiste con quelle facce tristi, untuose. Sai che risate si sono fatti, a Santa Marta!
    Non è che lo dico per sospetto e pregiudizio. C’è almeno una prova del rapporto altamente confidenziale che unisce il Papa al suo imitatore e ventriloquo. Ed è il licenziamento in tronco di Dino Boffo dalla tv della CEI TV2000, avvenuta in febbraio. Un siluramento sgarbato e, come al solito, senza alcuna spiegazione. Ora, i lettori sanno se io ho particolare stima di Boffo, che fu mio direttore ad Avvenire: ma che modo è? La normale cortesia prevede che un direttore che è a quel posto da decenni venga congedato dagli editori con una gentile letterina: ringraziamento per i servizi resi, auguri di buona fortuna, riconoscenza e saluti. Invece, un calcio nel sedere, senza una parola. Tanto che il povero Boffo, «in mancanza di una spiegazione plausibile del suo licenziamento, si è rifiutato di sottoscrivere il comunicato ufficiale» messo sul tavolo per la controfirma.
    Solo in aprile, sulla cacciata di Boffo qualcosa fa trapelare il segretario della CEI – sempre lui, Nunzio Galantino – quando dichiara in un’intervista alla Radio Vaticana: «Abbiamo fior di professionisti che per un malinteso senso di ecclesialità e di fedeltà alla Chiesa diventano più bigotti dei bigotti». Sandro Magister spiega che qui si allude a Boffo (come al solito senza nominarlo): «Si racconta che a papa Francesco non sia piaciuto il fervore con cui la TV della CEI e il suo stesso direttore davano lustro alle sue parole e ai suoi gesti, non solo presentandoli ma anche interpretandoli». Effettivamente, nei giorni e settimane seguenti la elezione di Bergoglio, Boffo è apparso un po’ troppo spesso nelle trasmissioni di TV2000: chiaramente voleva farsi notare da lui, forse ingraziarselo. Ha tenuto l’effetto contrario. Mi par di sentirlo, Bergoglio, davanti alla tv: «Ma chi è questo baciapile?». «Si chiama Boffo, Santità...». «Sbattetelo fuori. Come si permette di parlar di me, di interpretare i miei pensieri? Con quell’aria da bigotto, poi... Via, licenziatelo». Perché è chiaro che Galantino, queste espressioni («bigotto dei bigotti») le ha sentite dalla viva voce del pontefice.
    Sappiamo anche che le punizioni mute, le bastonate senza una parola, sono coerenti con il «chi sono io per giudicare?» che è il pilastro della riforma bergogliesca: beccati “sto calcio in culo, ma tranquillo, mica ti sto giudicando”. È la base della teologia di papa Francesco, l’uomo che non deve chiedere mai; l’afasia punitiva, la randellata taciturna sono la conseguenza naturale del superamento dei dogmi, della dottrina; e persino della logica e buona educazione, evidentemente troppo «mondana».
    Volevano la «collegialità»? Eccoli serviti
    La collegialità è stata il cavallo di battaglia dei novatori al Concilio: volevano ridurre il magistero monocratico del Papa (il primato petrino, troppo autoritario) diluendolo nella «collegialità», obbligandolo a decidere insieme ai vescovi, quasi un primus inter pares. Appena eletto Francesco, i gesuiti americani si dicevano sicuri che il loro confratello divenuto Papa avrebbe posto la «rinnovata enfasi sulla collegialità, la collaborazione e la leadership condivisa con l’episcopato nel governo della Chiesa». Per questo sono state volute le Conferenze Episcopali nazionali, strumento che – per strana eterogenesi dei fini – doveva dare uno status di parità ai vescovi verso il Papa, e invece è riuscito a rendere i vescovi – ciascuno dei quali è discendente degli apostoli – un anonimo in un gruppo burocratico... ma questo è un altro discorso. Torniamo alla «collegialità» come l’ha applicata Francesco, anzitutto, verso la Conferenza Episcopale italiana, la CEI. Ricordando che per anni è stato il presidente della CEI a tenere il discorso inaugurale («prolusione») all’inizio della assemblea annuale dei vescovi.
    Ma adesso diamo la parola a Sandro Magister: quest’anno, «il cardinale Angelo Bagnasco, che ancora figura come presidente della conferenza episcopale italiana [benché Francesco l’abbia esautorato mettendogli alle costole un segretario generale, il comico Galantino], ha domandato a Francesco che sia lui, il papa, a tenere il discorso inaugurale all’assemblea plenaria dei vescovi convocata a maggio, cosa che nessun pontefice ha mai fatto. La richiesta del cardinale, si è letto nel comunicato ufficiale, “ha incontrato la pronta disponibilità del Santo Padre, che ha confidato di aver avuto in animo la medesima intenzione”. Infatti. Si sapeva da almeno un mese che Francesco aveva deciso così».
    Che ve ne pare? A me, che sono vecchio e so di storia, ciò ricorda un pochino le sedute del Soviet Supremo sotto Stalin: quando tutti i delegati del Soviet (che sarebbe stato il potere legislativo), freneticamente, spontaneamente, all’unanimità, si alzavano per chiedere, implorare, pregare «il compagno Stalin» di suggerire loro le decisioni da prendere. Il compagno Stalin dapprima si sorprendeva; sùbito dopo, grato, riconoscendo che la richiesta del Soviet Supremo veniva proprio dal cuore, «ben volentieri» si degnava di prendere la guida anche dell’assemblea. Allora improvvisava un discorso che aveva preparato da qualche settimana: lanciava magari una campagna di repressione contro «i sabotatori annidati nel Partito»? Ecco le centinaia di membri del Soviet Supremo alzarsi ad applaudire freneticamente, in piedi per il sincero entusiasmo, a lungo, a lunghissimo. Nell’URSS di Stalin il Soviet poteva applaudire anche per ore, senza smettere; perché il compagno Stalin, lì presente, osservava e prendeva nota del primo che – dandosi l’aria indaffarata de membro che ha dei documenti da leggere – si sedeva e smetteva di battere le mani. Il giorno dopo, quello era scomparso.
    Dite che sto esagerando? Che l’accolta dei vescovi italiani non può essere terrorizzata dal bonario, non-giudicante, simpatico e mite papa Francesco come fosse Josip Vissarionovic Stalin? Leggete il seguito di Magister:
    «Da quando lui è papa la CEI è come annichilita. Francesco ha chiesto ai vescovi italiani di dirgli come preferirebbero che avvenga la nomina del loro presidente e del segretario, se ad opera del papa, come è sempre stato in Italia, o con libere votazioni come avviene in tutti gli altri Paesi. Capita l’antifona, l’intenzione di quasi tutti i vescovi è di lasciare la nomina al papa. E se proprio egli vorrà che vi sia prima una votazione consultiva, la si farà, ma in segreto e senza spoglio delle schede. Le si consegneranno al papa ancora chiuse e lui ne farà quello che vuole. La CEI è la smentita vivente dei propositi di decentramento e “democratizzazione” della Chiesa attribuiti a Jorge Mario Bergoglio: l’unico che oggi vi è dotato di autorità effettiva è il segretario generale Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all’Jonio. Ma la sua autorità è puro riflesso di quella del papa, che l’ha insediato».
    Teologia della maleducazione
    Qualche giornale s’è interrogato sulla condizioni di salute dell’amato Santo Padre. Ciò perché ripetutamente è mancato ad appuntamenti ed incontri anche importanti senza preavviso e senza spiegazioni. Come forse ricorderete, il 22 giugno 2013 è stato atteso inutilmente al concerto in suo onore organizzato in occasione dell’Anno della Fede. Il 4 dicembre poi Francesco ha cancellato bruscamente l’udienza al cardinale Angelo Scola e ai rappresentanti di Expo-Milano che volevano invitarlo all’evento. E ancora: il 28 febbraio, a pochi minuti dall’evento, Francesco rimanda la visita al Seminario romano; una settimana prima di partire per la Terra Santa, annulla il pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore previsto per il 18 maggio; 9 giugno: annulla improvvisamente alcune udienze, tra cui quella al Consiglio superiore della magistratura. L’ultima è stata quando ha dato buca ad una numerosa folla di fedeli che lo aspettavano al Policlinico Gemelli. Dai giornali si ricava che ha lasciato con un palmo di naso fedeli, medici ed anche i suoi collaboratori: «Grande il disappunto dei presenti che erano in attesa del Pontefice al momento dell’annuncio sul piazzale. Lo staff del Papa era già sul luogo della visita: il cerimoniere pontificio monsignor Guido Marini, alla domanda sui motivi del forfait ha risposto: «Se non lo sapete voi...». L'annuncio è stato dato dal vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico dell’Università cattolica, spiegando che la visita è stata rinviata. Giuliodori non ha aggiunto altro sui motivi dell’annullamento». Perché non lo sapeva nessuno, come si capisce, nemmeno il suo staff. A celebrare la Messa e leggere l’omelia che doveva pronunciar Francesco, è stato lasciato il cardinal Angelo Scola...
    Ora, tutti questi appuntamenti bruciati, incontri stabiliti e mandati a monte senza preavviso e senza uno straccio di chiarimenti, ha indotto alcuni media a prendere per buona la scusa goffamente avanzata a posteriori dallo staff papalino («lieve indisposizione») e a chiedersi se il pontefice sia gravemente malato. Sono in grado di tranquillizzare sulla salute dell’amato papa: quando si assenta e la dà buca, è perché gli gira così. Alla curia di Buenos Aires mi hanno detto che faceva lo stesso anche quando era là come cardinale: una parrocchia lo invitava, preti e fedeli preparavano l’evento per mesi, pie donne allestivano un pranzo di festa — e lui arrivava di corsa, di corsa diceva la Messa, e scappava via di corsa, praticamente senza salutare, senza dire una parola, lasciando tutti attorno alla tavola tristemente imbandita. In curia a Buenos Aires si stupivano sinceramente di rivedere in tv Bergoglio che, nelle vesti papali, «sorride! E abbraccia i bambini!?». Molti me l’hanno descritto come uno scontroso scorbutico e sgarbato, un autoritario arbitrario che faceva più paura che simpatia; specie nella Curia, dove poteva stroncare carriere, aveva instaurato un clima di terrore. Me l’hanno descritto come un rozzo, maleducato; uno che «se la lega al dito»; uno che – fatto più grave – soggiace a innamoramenti e detestazioni fortissimi, e parimenti immotivati, per persone. Quelle che ama, le difende contro ogni evidenza e le promuove contro ogni merito; verso i suoi preferiti assume perfino atteggiamenti servili («gli fa da chierichetto alla Messa»); di quelli che odia, si vendica anche a distanza di anni.
    Fin dai primi atti di pontificato, il Santo Padre ha mostrato di farsi trascinare da queste simpatie ed antipatie arbitrarie. Ognuno ricorderà come si sia innamorato del direttore dell’albergo Santa Marta dove abita, monsignor Battista Ricca, fino a nominarlo sui due piedi ai vertici dello IOR, la banca vaticana. Rievoca Magister: «Quando lo scorso giugno lo promosse a questo ruolo, papa Francesco era all'oscuro dei trascorsi scandalosi di Ricca, negli anni in cui costui era consigliere di nunziatura ad Algeri, a Berna e poi soprattutto a Montevideo», dove conviveva con il suo amante, nella sede stessa della Nunziatura. L’intimità di rapporti tra Ricca e Haari era così scoperta da scandalizzare numerosi vescovi, preti e laici di quel piccolo paese sudamericano, non ultime le suore che accudivano alla nunziatura». Informato da persone di sua fiducia dei trascorsi di Ricca e del suo ancor più scandaloso ritorno in carriera, Francesco ringraziò, si documentò e promise che avrebbe deciso di conseguenza. Ma dopo dieci mesi Ricca è ancora prelato dello IOR.
    Antipatico, per contro, gli è il nunzio apostolico per l’Italia, Adriano Bernardini: «È gelo. Jorge Mario Bergoglio lo conosce bene e non gliel’ha perdonata. Quando Bernardini era nunzio in Argentina, tra il 2003 e il 2011, tirava le fila dell’opposizione all’allora arcivescovo di Buenos Aires». Bernardini contrastava Bergoglio sui «valori non negoziabili» (“Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili”, ha detto il papa in una delle sue ultime interviste).
    Antipaticissimo gli è il cardinale di Milano Angelo Scola, suo serio concorrente al conclave: non a caso gli moltiplica le sgarberie, non si fa vedere agli appuntamenti, cancella gli incontri ufficiali con lui in Vaticano. Anche il presidente della CEI, monsignor Bagnasco, non gli piace proprio; e l’ha di fatto commissariato con Galantino, vescovo di una diocesi secondaria, parolaio e presenzialista ventriloquo del papa. L’errore imperdonabile di Bagnasco è stato di aver voluto essere il primo, all’uscita del Conclave, a congratularsi con Scola — che lui credeva eletto pontefice.
    Simpatia pubblica, invece per il cardinal Kasper, che ha lodato nel suo primo Angelus da San Pietro, urbi et orbi: “un teologo in gamba, un buon teologo”. Chi conosceva le idee di Kasper già ebbe così un annuncio di quel che era, implicita e non ancora pienamente espressa, la teologia bergogliana; inutilmente sperammo di no. Il proposito di dare l’eucarestia ai divorziati risposati viene da lì. Ed è da lì che, di fronte alle resistenze ed argomentazioni dei molti e seri oppositori, è venuta fuori la nota battuta: «Se domani venisse una spedizione di marziani, per esempio, e alcuni di loro venissero da noi, ecco… marziani, no? Verdi, con quel naso lungo e le orecchie grandi, come vengono dipinti dai bambini… E uno dicesse: “Ma, io voglio il Battesimo!”. Cosa accadrebbe?».
    La risposta è più semplice di quella che pare. Da millenni la Chiesa battezza «marziani», aztechi, cinesi, cannibali, ex cacciatori di teste... lo fa però, dopo averli istruiti sul senso del Sacramento, insomma aver trasmesso la dottrina cattolica. Ma con la battuta dei marziani, è proprio la dottrina cattolica che si voleva dichiarare inutile — alludendo non ai marziani, ma ai divorziati che esigono la Comunione perché soffrono ad essere discriminati. Infatti, sùbito dopo, ecco il papa esplicare: «Lo Spirito soffia dove vuole, ma una della tentazioni più ricorrenti di chi ha fede è di sbarrargli la strada e di pilotarlo in una direzione piuttosto che un’altra». Capito l’antifona? Capìta: certamente la Comunione ai divorziati passerà, e il Cristo reale sarà dato a peccatori abituali non pentiti, che si suppone oggi essere il Corpo sociale di Cristo, fra gli applausi dei vescovi.
    Difatti già il vescovo di Novara s’è scagliato contro un suo sacerdote (sta diventando un’abitudine, questa) che aveva spiegato che non può aver la Comunione chi convive, perché «vive in una infedeltà continuativa. Non si tratta di un peccato occasionale (per esempio un omicidio)», manca in questo caso «il dovere di emendarsi attraverso un pentimento sincero e il proposito vero e fermo di allontanarsi dal peccato e dalle occasioni che conducono ad esso». Come prevedibile, Repubblica (del caro Scalfari) fraintende: «Per il parroco di Cameri convivere è peggio che uccidere» e strilla allo scandalo. Immediatamente il vescovo del povero parroco, monsignor Giulio Brambilla, si precipita a dettare alle agenzie «una netta presa di distanza sia dai toni che dai contenuti del testo per una inaccettabile equiparazione tra convivenze/situazioni irregolari e omicidio». Ma che dico? Interviene persino un cardinal Baldisseri, nientemeno che Segretario del Sinodo per la Famiglia. Il quale per esprimere tutto il suo disprezzo per il povero parroco di Novara, detta alle agenzie: «È una pazzia. Si tratta di un’opinione strettamente personale di un parroco che non rappresenta nessuno, neanche sé stesso».
    Come si permette, il cardinalone? Ma non si può dubitarne: quando vescovi e persino cardinali si mettono ad insultare, con la bava alla bocca, un povero parroco colpevole di aver detto una cosa vera, lo fanno perché sentono che ciò è gradito al Papa, che è coerente con il sistema a-dogmatico ed a-teologico implicito e in fieri con cui intende rinnovare il vecchiume della Chiesa. Sentono che possono fare questa cosa abbietta perché il povero parroco è uno di quelli che Bergoglio accusa di «tendere in maniera esagerata alla “sicurezza dottrinale”, in una visione statica e involutiva». Anche loro si fanno ventriloqui del Papa, sapendo che attaccare un debole può persino giovare alla carriera, nel nuovo clima.
    Certo che questa gran passione e benevolenza per i lontani, il rifiuto di giudicare e di punire, tutta la bonomia e la comprensione per gli Eugenio Scalfari, tutta la calda misericordia per gay e divorziati, la bella e santa disposizione a mettere tra parentesi l’ortodossia per non irritare o non credenti (Galantino ha chiesto scusa ai "non credenti" perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono"), insomma tutta questa delicatezza, ha poi delle conseguenze violente, vilmente repressive e ripugnanti: che i vescovi si sentono in diritto di insultare e vilipendere i loro preti fedeli, che interi ordini religiosi vengono soffocati e con loro il loro carisma, e in generale il risultato è che tutta una formidabile volontà di odio, persecuzione, censura e stroncatura, si esercitano all’interno della Chiesa e contro una parte del popolo fedele.
    Strani risultati della teologia progressista e che non si vuole «statica e involutiva», sganciata dalla «eccessiva sicurezza dottrinale», ma aperta e dinamica, pastorale e caritatevole senza limiti. E pazienza, se a questo prezzo, si attraessero folle e frotte di nuovi cristiani venuti da fuori, dalla miscredenza e dalle periferie esistenziali, attratti dalla riforma a-dogmatica, dal «chi sono io per giudicare» (i finocchi).
    Invece accade per esempio questo: chiude Ad Gentes, storica rivista missionaria, perché non vende più, e perché, come scrive il caro padre Gheddo nell’ultimo numero, «la missione alle genti sta perdendo la sua identità e interessa sempre meno, almeno in Italia: parrocchie, diocesi, seminari e il popolo di Dio. È difficile trovare un seminario che accolga volentieri un missionario e lo faccia parlare ai seminaristi. I seminaristi sono pochi, molto impegnati e le missioni interessano sempre meno. Fino al Concilio Vaticano II c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani, dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’amore e del perdono. C’era l’entusiasmo della vocazione missionaria gioiosamente manifestato e quindi si parlava spesso di catechesi, catecumenato, conversioni a Cristo, preghiere e sofferenze per le missioni, del perché i popoli hanno bisogno di Cristo, ecc. Soprattutto si parlava di vocazioni missionarie, perché il missionario è un privilegiato che va fino agli estremi confini della terra per realizzare il testamento di Gesù quando sale al cielo».
    Tutto questo è sparito dopo il Concilio. Oggi, istruiti dalla a-teologia ed a-dogmatica, dai ventriloqui e dagli esegeti di Bergoglio, possiamo capire meglio perché. Da una parte, se già l’affermazione dell’ortodossia è una «violenza metafisica» contro il prossimo non-credente, figurarsi cos’è la pretesa di convertire un pagano. E poi: convertirlo a che cosa, precisamente? A quali contenuti?
    La teologia papale. Tentativo di ricostruzione congetturale - di Maurizio Blondet



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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Il trucco più abile del diavolo è far credere che non esiste. Ci cascano in tanti. Grazie a Dio ogni tanto si sbaglia, gli sfugge fuori la coda e allora chi continua a non riconoscerlo non ha più scuse. Intervistato dal Corriere, a Elio Fiorucci gli è scappato di mostrare anche lo zoccolo caprino. Animalista e vegetarianista, scagliandosi contro il consumo di carne non è riuscito a trattenersi e ha puntato il dito contro Cristo: “La colpa principale c’è l’ha la religione, che ci ha insegnato che siamo superiori e diversi dagli animali”.
    Ha una sua coerenza, Fiorucci: è antispecista da sempre, nelle sue antiche pubblicità le donne erano rappresentate come quarti di manzo, culi e tette come costate e filetti sul bancone del macellaio. Ha perfino una sua utilità, il povero diavolo: basta sostituire, nella sua frase, colpa con merito, ed ecco un’ottima formula catechistica.
    PREGHIERA - 12 Luglio 2014

    Ci siamo accorti di essere in pieno Vaticano III ?
    di Alessandro Gnocchi
    Grazie a Dio, c’è ancora qualche buon cristiano a tenere sott’occhio il temerario che prima o poi tenterà di cambiargli la fede sotto il naso. Armato di spingarda, dottrina e Vangelo, si acquatta dietro il muretto del prossimo sinodo sulla famiglia per scoprire se comportamenti omosessuali, convivenze, divorziati risposati e via mondanizzando diventeranno moneta corrente nei documenti di santa romana chiesa. Oppure, si mimetizza nelle desolate periferie esistenziali in attesa di sezionare qualche pagina magisteriale in cui sia messo nero su bianco che tutto è definitivamente cambiato. Ma, oltre a essersi munito di armi desuete e incomprese, si apposta nel posto sbagliato.
    Ormai, i luoghi in cui ci si batte per salvare la fede e la dottrina non sono più quelli tradizionalmente deputati a tale ufficio. I cattolici novatori e mondanizzanti sanno bene che il segreto del potere si cela in quella riga del “Gattopardo” in cui Tancredi Falconeri sentenzia che “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Ma loro, beffardamente clericali, l’hanno capovolta nell’inafferrabile “se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è”. Laddove non può la dogmatica arriva la pastorale, cosicché la prassi si mangia la teoria senza che nessuno abbia da eccepire: tutto cambia mentre tutto sembra immutato.
    Negli Anni Quaranta del secolo scorso, lo aveva teorizzato Ernesto Buonaiuti, il principe dei modernisti. “Fino ad oggi” spiegava “si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma, fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero e infallibile metodo; ma è difficile. (…) Il culto esteriore durerà sempre, come la gerarchia, ma la Chiesa, in quanto maestra dei sacramenti e dei suoi ordini, modificherà la gerarchia e il culto secondo i tempi: essa renderà quella più semplice e liberale; e per quella via essa diventerà un protestantesimo; ma un protestantesimo graduale, e non uno violento, aggressivo, rivoluzionario, insubordinato”.
    E ora, a operazione avvenuta in maniera quasi irreversibile, i buoni cristiani armati di spingarda, dottrina e Vangelo si trovano disorientati e vanno a caccia dell’avversario là dove non si farà mai trovare. Sono convinti che, come ai tempi delle care vecchie eresie, la dottrina si combatta a colpi di dottrina, i principi a colpi di principio, i dogmi a colpi di dogma perché continuano ad applicare categorie e metodi gettati silenziosamente a mare a partire dal Concilio Vaticano II.
    Ma questo è ancora nulla, perché ormai anche il mitico Concilio ha fatto il suo tempo. Non c’è papa che lo abbia citato così poco come Francesco, a cui importa quasi nulla dell’ermeneutica della rottura e ancor meno di quella della riforma nella continuità. Ormai il mondo cattolico vive in pieno Vaticano III convocato e celebrato per via mediatica. La location romana è stata sostituita dall’aula globale, che avrebbe inquietato non poco un Marshall McLuhan, capace di definire il principe di questo mondo come grande ingegnere elettronico. Gli schemi preparatori sono stati redatti e divulgati a mezzo massmedia e la discussione è volentieri aperta anche al più flebile spiffero mondano. E, man mano, saranno redatti quei canoni dai quali il Vaticano II si era ritratto per timore della modernità. Ma, secondo i dettami del gattopardismo clerical-novatore, il cambiamento sarà mascherato dalla grande illusione che tutto rimarrà sempre uguale. Per questo sarà il mondo a comunicare il cambiamento in atto dentro la chiesa, che invece si asterrà dal ratificarlo formalmente.
    Cinquant’anni or sono, nell’era geologica del Vaticano II, si pensava ancora che l’anathema sit dovesse concretizzare in poche, brevi e chiarissime righe il fulmine contro l’errore e l’eresia lanciato dalla cittadella in nome e per conto di Dio. Per questo i padri conciliari rimasero un passo al di qua: la tregua con il mondo esigeva l’incertezza, il dubbio, l’ambiguità opportunamente interpretabili in guisa di dialogo e di arrendevolezza, non certo la dichiarazione esplicita.
    Ora che l’abbraccio con la modernità incarnato dal pontificato di papa Francesco è conclamato e acclamato dentro e fuori la Chiesa non vi sono più remore. L’anathema sit torna in auge, ma in nome e per conto del mondo e, in ossequio alla natura mediatica in cui si sostanzia dell’evento, non si trova più in calce a costituzioni e decreti bensì sulle prime pagine dei giornali. Dal “Chi sono io per giudicare?” pronunciato sulla questione omosessuale che, in 0,21 secondi, su Google porta a 360.000 risultati, alla scomunica lanciata contro i mafiosi nella spianata di Sibari, anatema da 412.000 risultati in 0,35 secondi, è facile farsi un’idea di quali canoni distillerà il mondo dalla narrazione papale.
    Ma è facile prevedere che presto il tiro si sposterà intra muros e i primi a cadere, come tanti zuavi a Porta Pia, saranno i buoni cristiani armati di spingarda, dottrina e Vangelo posti a guardia della fede. Così, ogni santo giorno, per sapere se si è ancora cattolici, bisognerà leggere la prima pagina di Repubblica.
    Ci siamo accorti di essere in pieno Vaticano III ? ? di Alessandro Gnocchi | Riscossa Cristiana

    «In un momento come quello di oggi sarebbe veramente una grazia che la Chiesa si sentisse chiamata da Dio a esplicitare tutta la verità che già porta nel seno della sua vita quotidiana.
    È quello che è accaduto alla fine dell'Ottocento con il Sillabo. Per questo è odiato il Sillabo: perché ha chiarito le parti (insieme all'enciclica Pascendi contro il modernismo).
    Adesso, invece, il modernismo domina ovunque.
    Bisogna pregare la Madonna che dia alla Chiesa guide e documenti chiari. Come la Redemptor Hominis, di cui ricorre l'anniversario in questi giorni»
    (L. Giussani, L'attrattiva Gesù, Tischreden del 1994)

    ERBA DEL DIAVOLO, ERBA SANTA . . .
    di L. P.
    Non ci è possibile silenziare il nostro sgomento, lo scoramento e, soprattutto, un sacrosanto e motivato sdegno che, quotidianamente, ci ferve e ci agita per via dei sempre più numerosi, incomprensibili, inopportuni ed aberranti interventi del Papa che, già al suo primo apparire quale neoeletto – ricordate quel nefasto e mondano ‘buonasera’ – hanno eroso e sottratto sacralità, autorità e reverenza alla sua funzione primaria di Vicario di Cristo ridottosi, così, a mero, seppur potente, presidente di una multinazionale religiosa.
    Si legge, su varî documenti, che la Chiesa cattolica, ritenendosi – a ragione – l’unica religione salvifica per elezione divina e per deposito di Verità, non ritiene di farne parte organica e che, pertanto, vi figura, come abbiamo scritto, quale osservatrice. Il che, anche al più sprovveduto fedele, suona abbastanza ipocrito ché, se il Magistero ritiene veramente quanto riferito, non dovrebbe nemmeno metterci la punta del becco. Ma tant’è: questo è lo stile del linguaggio conciliare fatto di no/ma, sì/però, mai/tuttavia, quel linguaggio di legno che Romano Amerio definì ‘circiteristico’ (Iota unum – ed. Lindau 2009 pag. 104).
    Per quale caso ci siamo, oggi, impegnati a scrivere? Vediamo.
    Vogliamo parlare di un altro evento, uno dei tanti che caratterizzano ancor più negativamente la vicenda terrena e la personalità di papa Francesco e che i massmedia mondiali, in ispecie quelli a caratura laicista che giornalmente consumano e bruciano tonnellate di incenso sull’altare dell’adulazione, hanno tenuto sotto coperchio a chiusura ermetica avendone, anche loro, avvertito – ah, quando si dice la percezione dell’indecenza! – l’effetto di rimbalzo negativo nei confronti dell’elogiato.
    Fatti ed episodî che, una volta svelati perché sfuggiti alla ferrea censura del ‘politicamente corretto’, ci si dà da fare per rivestirli di positive connotazioni e ragioni pedagogiche, in nome della ‘trasparenza’ ma, soprattutto, all’insegna della ‘normalità umana’ nel cui nome, nell’intervento tenuto all’assise dei Superiori Generali (27/29 novembre 2013 – Salesianum, Roma – Ed. La Civiltà Cattolica, 4 gennaio 2014) egli definisce la vita come ‘realtà complessa’, fatta di grazia e di peccato, per la quale “se uno non pecca non è uomo”. Sicché, anche i vizî privati o le pregresse mancanze personali diventano, per compiaciuta o smascherata esternazione, segnavia modellari assimilati a pubbliche virtù, a necessarie mende collegate alla precarietà complessa della vita, mercé quella sincerità, quella bonomìa che sembrano tipizzare l’intero comportamento dell’attuale pontefice.
    Il 9 giugno 2014 –
    - Papa Bergoglio ha ricevuto, nel salone del Palazzo Apostolico, e non nella Casa di santa Marta, una delegazione di Indiani Quechuas argentini, una delegazione di cui in appresso diremo cifra culturale e caratura dottrinaria e sociale.
    Fra i tanti doni presentati ed offerti, figuravano due bustone, due sacche contenenti foglie di coca su cui papa Bergoglio – horresco referens! – ha steso le mani in segno di palese consacrazione, mimando scandalosamente il rito divino del Santo Sacrificio!!!
    Perché ‘scandalosamente’?
    Primo, perché da queste foglie si estrae la ‘coca’ – la morte bianca – il cui monopolio, come riferiscono le cronache giornaliere, scatena vere e proprie guerre tra i gruppi e i cartelli della droga. Secondo, perché i Quechuas argentini, e in genere tutti gli abitanti della cordigliera andina che da sempre la masticano come stimolante psicotropo, per gli effetti esilaranti che essa produce stoltamente credono – come i loro antenati precolombiani – che tali foglie siano di origine divina e, per conseguenza, adorano la pianta della coca come una divinità. Stiamo, cioè, nel territorio del paganesimo e dell’animismo tribale.
    A questa scena corre parallela un’antica corrispondenza storica, così come la racconta Elemire Zolla (L’androgino, Como 1989) – citato da Piero Vassallo in: Ritratto di una cultura di morte. I pensatori neognostici, Ed. D’Auria, Napoli 1994 pag. 52 – secondo il quale “nelle cerchie naassene di Samaria, l’illuminazione veniva cercata mediante il culto rituale di un serpente e mangiando un pane eucaristico allucinogeno contenente mandragora”.
    Contro questi riti si scagliarono i Santi Padri della Chiesa: Ireneo, Epifanio, Clemente i quali compresero i danni fisici ma, soprattutto, quello teologico/morale che ne derivava, come il dissolvimento della fede e la corruzione della ragione. “E’ infatti illusorio sperare che la fede cada sopra il perfetto capovolgimento dell’intelletto. Molto saggiamente Gregorio XVI, un papa infamato a causa della strenua lotta che sostenne contro il dilagare delle tossicodipendenze (dilagare causato scientemente dai mercanti illuminati del progressismo), impose al clero cinese che fosse negato il battesimo agli oppiomani. È una lezione dura, ma è da essa che occorre ricominciare. La fede è totalmente incompatibile con la follìa. L’umanità moderna non potrà incontrare il Salvatore se non avrà prima riconosciuto il Padre.” (Piero Vassallo: Ritratto di una cultura di morte, cit. pag. 38).
    In direzione totalmente opposta si è, invece, mosso il Presidente della Multinazionale Cattolica WCC, alias il Papa della Cristianità, il quale, col suo gesto, ha direttamente legittimato l’uso immediato che di quelle foglie si fa e, indirettamente ma non meno gravemente, il suo più nocivo derivato, la polvere di coca cioè.
    Ma è così difficile avvertire dove comincia e termina il confine del lecito e dell’opportuno? Anche l’antica saggezza pagana sapeva che esistono dei limiti oltre e al di qua dei quali non può esistere il bene. Recita Orazio “Est modus in rebus, sunt certi denique fines/quos ultra citraque nequit consistere rectum” (Sat. 1, 1, 106).
    Ma chi e che cosa rappresentava quella delegazione?
    Quella delegazione rappresentava un’associazione socio/politica, la TUPAC AMARU – Argentina, il cui presidente e capo riconosciuto è tale Milagro Sala. Lo statuto sociale del gruppo ha per fine la costruzione di case per gli emarginati, per coloro il cui reddito non consente di possedere un tetto. Nobile scopo che sottoscriviamo con entusiasmo specie se perseguito nel nome di Gesù, come ordina San Paolo.
    Senonché . . . sullo stemma dell’associazione spiccava – e spicca tutt’ora, crediamo – la funesta, oleografica figura del mai troppo esecrato Ernesto ‘Che’ Guevara, terrorista e guerrigliero ‘longa manus’ di Fidel Castro, responsabile dell’assassinio di centinaia di campesinos, secondo per ferocia soltanto all’indiano Tupac Amaru, ultimo inca a cui si richiamò il MLN (Movimiento de Liberaciòn Nacional) di indirizzo e prassi marxista/leninista che terrorizzò l’Uruguay dal 1973 al 1985. Capite? Che Guevara!!
    Senonchè . . . questa associazione si è schierata, con forte accento e netta partecipazione, a favore dell’omosessualità, deliberando la destinazione di 100 e più abitazioni alla LGBT e promovendo il ‘Gay Pride Parade’ svoltosi in San Salvador de Jujuy dove Tupac Amar ha il suo quartier generale.
    Senonchè . . . la sciarpa che Milagro indossava – un manufatto arcobaleno – lungi dal rappresentare un tipico prodotto quechua, era, ed è, il simbolo della comunità omosessuale, lo stesso che in formato bandiera l’indegno prete don Gallo di losca memoria, stendeva sull’altare del Sacrificio di Cristo.
    Ora, noi non possiamo pensare che papa Bergoglio non si sia informato dell’identità di questa associazione, né dei suoi scopi sociali né del significato di quanto era stato donato ed esposto. La sua consenziente disponibilità a benedire quelle ‘offerte’ ci dice che fosse, eccome, consapevole dell’inopportunità di concedere, nell’augusto salone del palazzo Apostolico, siffatta udienza alla predetta delegazione cui pertanto riconosceva la cifra e la discendenza dalla ‘teologìa della liberazione’.
    Ancora una volta un gesto di rottura con il bimillenario magistero della Chiesa; ancora una volta la prevaricazione della prassi antropologica sulla dogmaticità; ancora una volta l’accettazione e lo sdoganamento di ideologìe e dottrine nemiche di Dio ed amiche del mondo; ancora una volta un volontario, illegittimo riconoscimento di patente evangelicità attribuita a gruppi e movimenti eversori che sono, perciò, in guerra con la Parola di Dio.
    In un nostro precedente servizio esaminammo l’arbitraria connotazione di una carità cristiana e di un sano e santo pauperismo che, a detta del papa, il marxismo, rubandola al Cristianesimo, avrebbe espresso nel suo contesto politico/sociale, e stampandola nella sua bandiera. Un deprecabile errore ed un’altrettanto deprecabile ignoranza storica, così come deprecabile è quello testè descritto. Aver benedetto le foglie di coca, aver fatto entrare nei Palazzi Apostolici la trista e dannata figura del simbolo del terrorismo marxista, aver abbracciato e baciato l’esponente della campagna pro/omosessuali e il suo straccio arcobaleno, ci dice che papa Bergoglio non incappa in errori di prospettiva per troppa bontà, accoglienza e misericordia ma che, con calcolata programmazione prepara, per il prossimo Sinodo di ottobre, la rivoluzione nella Chiesa.
    Sempre che QUALCUNO glielo permetta fino in fondo. Ma: Non praevalebit!
    Exsurge Domine!
    ERBA DEL DIAVOLO, ERBA SANTA . . . - di L. P.

    Un parallelo interessante
    Stralcio del più recente articolo di M. Blondet, la parte che riguarda il commissariamento delle Francescane dell'Immacolata, inserito in una lettura metafisica, dall'orizzonte allargato, della storia recente.
    [...]
    Se il wahabismo pare «duro», il cattolicesimo pare avviato ad una religione molle anzi liquida, dove «l’incontro soggettivo con Cristo» (tipico dei born again christians non-denominazionali, telepredicatori e loro seguaci) sostituisce tutto e basta a sé stesso. Ma questa liquefazione rivela poi straordinarie durezze, come dimostra la repressione interna dei supposti «tradizionalisti» scatenata nella nuova Chiesa «aperta». Come si è visto nel caso dei Francescani azzurri.
    Ho già accennato altrove alle idee di suor Fernanda Barbiero, la dorotea che è stata messa a commissariare («visitatrice») le suore francescane dell’Immacolata. Essa è una teologa, insegna alla Pontificia Università Urbaniana; come ha scoperto Corrispondenza Romana, ha scritto un testo rivelatore, La vita religiosa abita ancora la storia? sulla rivista delle medesima università, nel settembre e nell’ottobre 2005. A leggerlo, si capisce che cosa suor Barbiero è stata mandata a raddrizzare nelle povere francescane: la spiritualità. L’intimo rapporto con lo Sposo crocifisso.
    Qualche passo:
    «La vita spirituale noi l’abbiamo messa dentro una storia individuale di salvezza, di redenzione, di purificazione, in cui il risultato dipende in gran parte dalla grazia, dall’aiuto che viene dall’alto. Così i religiosi hanno fatto della vita una occasione e una preparazione per il cielo. C’è da augurarsi un cambio rivoluzionario nelle nostre comunità. La grazia della libertà che Cristo ci ha donato non è la libertà dalla materia, dal sensibile, come ci insegnava una filosofia spiritualista, ma è una libertà dentro le cose, dentro la storia. Lo Spirito non ci libera separandoci dal materiale, come ci insegna il platonismo, ma ci libera assumendo la sua realtà che implica un essere con gli altri e un essere con le cose».
    ... «Non possiamo accettare santi/e che abbiano collezionato tutte le virtù meno la responsabilità verso gli altri e verso il mondo».
    ... «Noi religiose siamo state formate a un tipo di fede e di spiritualità (...) congelata nella filosofia dell’essere, non più attuale per l’urgenza di costruire un’etica. Ed etica vuol dire relazione di vita, non ragione. (…) Noi dovremmo semplificare la religiosità e renderla più vicina ai bisogni reali dei poveri. C’è troppo “invisibile”, troppo arcano. La direzione della vita religiosa pare dimostrare che la santità ha il suo epicentro nell’al di là, nell’invisibile, o in una carità molto più vicina all’elemosina che alla responsabilità e all’impegno per un mondo più giusto. “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia”, ha detto Gesù. Dove?».
    Dentro retoriche e i birignao modernista, questo testo è un’epitome di wahhabismo cattolico. «C’è troppo arcano, troppo invisibile», nella vita dei religiosi, e — vien da inferire, nella vita dei santi che ci hanno preceduto in Cielo, e tutti in contatto privilegiato con «l’arcano e l’invisibile» da cui ricevevano, e cercavano, comunicazioni. C’è il disprezzo della grazia, di aspettarsi la redenzione «dall’aiuto che viene dall’alto». C’è il rigetto della tradizione e dell’autorità, a cominciare da San Paolo e dai padri, anzi da Cristo stesso («Vi dò la mia pace... non come la dà il mondo»), tutti gettati alla rinfusa nella discarica di «una filosofia spiritualista» e di «platonismo», si assume come unica autorità definitiva «il Concilio», che è «stato tradito». Alla stessa stregua, bin Laden e Al-Zawahiti ritengono che l’Islam sia stato tradito dall’università Al-Azar del Cairo, da una «tradizione» che ha finito per allontanare l’Islam dalla «storia».
    C’è l’ingiunzione ad una religiosità più semplificata, wahabita, ridotta al minimo per gli scopi politico-sociali («la storia») che ci si propone: «Noi dovremmo semplificare la religiosità e renderla più vicina ai bisogni reali dei poveri».
    C’è la conseguenze intolleranza, la decisione di purgare l’Islam (pardon, il cristianesimo) dai suoi spregiati credenti devianti: per fortuna non tagliando loro le gole, per ora, ma: «Non possiamo accettare santi/e che abbiano collezionato tutte le virtù, meno la responsabilità verso gli altri e verso il mondo».
    C’è (e poteva mancare?) l’iconoclastia: suor Fernanda vuol liberare Dio «dalle immagini» che ce ne siamo fatte. «Dio, ci insegna, abita la storia: “la storia” è “l’unico tempio dove Dio ha preso volto e casa». Ad esclusione di tutti gli altri, di tutte le altre icone, che devono essere spazzate via: Gesù Bambino, il Crocifisso, il Sacro Cuore non devono avere posto, nella sua ideologia.
    Fatto impressionante, la suora wahabita ignora che il Cristianesimo ha sì cambiato enormemente la società pagana in cui è apparso, ma cambiando anzitutto gli uomini nel loro intimo, facendo che essi cerchino «Chi ha parole di vita eterna», mica chi promette pace e pane per tutti «i poveri». Questa conversione da «dentro a fuori», suor Fernanda – come i wahabiti – la vuole rovesciata: «Da fuori a dentro», la religiosità ha da essere tutta esterna. Da wahabita, spregia quelli che si dedicano a «collezionare virtù» interiori.
    C’è infine l’anti-intellettualismo, che si esplicita fra l’altro nel ritenere di non dover conoscere gli argomenti, gli scritti e i pensieri degli altri cristiani, specie di quelli che «scrivono troppo» invece di gettarsi nelle periferie esistenziali... nonché con l’ignoranza volontaria (o forse acquisita) dei testi, dei contenuti, affermazioni canoniche bimillenarie, delle encicliche precedenti, della storia e della cultura della Chiesa: ormai tutto inutile e dannoso, il mondo cristiano è cominciato col Concilio, si ricomincia da zero.
    I salafiti e wahabiti, sappiamo, nel mondo islamico si applicano con furia minuziosa a distruggere i santuari sufi: sono tombe di antichi santi, che con la loro vita, secondo la credenza hanno aperto una via di grazia per i partecipanti alla confraternita che a quel santo si richiamano. Come ben vede il lettore che ho citato all’inizio, è all’opera una volontà evidente, preternaturale, di occludere quei canali di grazia, obliterare «l’arcano, l’invisibile», privare la grazia dei suoi segni e dei metodi accertati, della salvazione personale, della mistica che quelle confraternite hanno conservato – e lanciarle nella politica, nell'attivismo pauperistico. Contemporaneamente, con lo sterminio e il terrore, riducono a nulla le Chiese orientali: residui apparentemente fossili ma, essendo spesso Chiese apostoliche, fondate cioè dagli apostoli, ancora dotate dall’alto della capacità di consacrare. È probabilmente questo il vero scopo cui mira il Regista di questo caos, il Princeps Huius Mondi. Ciò può sembrare superstizione a chi ritiene che il mondo intero vada ripulito dal «troppo arcano e invisibile».
    Ma mi viene in mente che una delle preghiere che l’Angelo insegnò ai bambini di Fatima consiste nell’offerta alla Trinità del «preziosissimo» Sangue «presente in tutti i tabernacoli della Terra». Il numero dei tabernacoli non è dunque indifferente per quel Regno invisibile, la sua diminuzione sulla superficie terrestre ha un senso. Dovunque la Presenza Reale dell'Eucarestia arretra, sono le fiammelle della Luce del Mondo che sono spente. Forse per far cadere sull’umanità i «giorni di buio» profetizzati, che la lasceranno senza difesa di fronte all’assalto finale demoniaco?
    Per adesso, mi pare impossibile che la Chiesa cattolica apostolica e romana cessi il Sacrificio, che venga da noi abolita la Presenza Reale. Ma il numero delle mani consacrate cala tragicamente; le vocazioni si fanno rarissime; l’ideologia del rigetto del «troppo arcano e troppo invisibile» non le procura certo, anzi le sopprime quando si manifestano in un fiorire di vocazioni come tra i Francescani dell’Immacolata. In tutta Europa, le consacrazioni sono ormai pochissime, e circondate di indifferenza. In Italia, sono più frequenti. Ma fino a quando?
    Protestantizzare la Chiesa non significherà cancellarne come «superstizione» la Presenza Reale? Dopo il Concilio, il Tabernacolo, da sempre centrale nelle chiese, è stato sempre più messo a lato, sottratto allo sguardo, più precisamente messo «da parte»; al centro s’è messo invece il prete. Il Verbo è stato subordinato alle parole, o chiacchiera... è anche questo un «segno dei tempi» dei più sinistri, oppure no?
    È difficile – occorre cultura – per scorgere dietro così apparenti inimicizie «religiose» la preternaturale somiglianza, la mano unica che guida gli opposti. Bisogna saper vedere, dietro la «religione», l’odio allo spirituale, soprattutto, dietro certa proclamazione attivistica della religione, dietro alla asserita lotta per la «purezza» della fede, la volontà di spegnere la Luce del Mondo. Dovunque si manifesti, esso provoca lacrime e sangue, distruzioni, macerie: è un segno dell’Anticristo avanzante.


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Da un anno in adorazione eucaristica non stop: martedì la messa di ringraziamento
    Per un anno, Vitali ha garantito la sua presenza nella cappellina dell'Aep, dedicata a Santa Maria Goretti, in un orario veramente difficile e singolare: dalle 3 alle 4 di notte fra il venerdì e il sabato.
    Piero Ghetti
    Da un anno, la parrocchia forlivese di Villanova è teatro dello straordinario fenomeno dell’adorazione eucaristica non stop. Merito dei 330 fedeli che si sono presi l’impegno di un'ora fissa la settimana e dei 20 adoratori “jolly” disponibili a coprire le ore rimaste libere. Ma c’è anche un numero indefinito di persone che passa e si ferma, anche solo per pochi minuti. A Forlì, l’Aep, acronimo di Adorazione Eucaristica Perpetua, è iniziata il 22 luglio 2013, alle 22, nella chiesa di Villanova, al termine della messa di intronizzazione presieduta dal vescovo monsignor Lino Pizzi. Da allora non si è più interrotta.
    Perché mettersi in contemplazione di un’ostia consacrata? L'adorazione eucaristica è una forma di preghiera della Chiesa cattolica, durante la quale il pane consacrato nella messa viene esposto ai fedeli, solitamente mediante un ostensorio. Nel volantino informativo diffuso per l’occasione, è contenuta una frase inequivocabile: “Tutto troverai in Gesù Cristo, in lui che è la vita, la verità, la via, la luce, il Buon Pastore”.
    L’idea di fare adorazione perpetua anche a Forlì è del giovane parroco di Villanova don Davide Brighi. “L’invito a tutti i fedeli del territorio a dedicare un'ora alla settimana al Signore – scrisse don Brighi sul sito diocesano - è stata molto sopra le attese: tante persone si sono dimostrate sensibili a questa iniziativa, ben oltre il nucleo minimale di adoratori”.
    “L'adorazione eucaristica – continua don Brighi - appartiene alla tradizione della Chiesa ed è sollecitata in modo chiaro da tutti i pontefici. Non si tratta di un movimento nuovo, ma di un impulso all’evangelizzazione che attinge da ciò che di più prezioso ha ricevuto la Chiesa, il dono di sé che Gesù ha inaugurato la sera dell'ultima cena”. “Contemplare il Santissimo esposto – dichiara il coordinatore dell’Aep forlivese, Loris Vitali – per me significa lasciarmi abbracciare da Dio, mettermi nelle sue mani, cercare di accoglierlo dentro al Cuore. Ma è anche fare silenzio e dargli la possibilità di entrare dentro la mia vita per trasformarla”. Lui ci chiama in continuazione, ma è nell'adesione libera e fedele che si può instaurare una relazione profonda e fruttuosa.
    Per un anno, Vitali ha garantito la sua presenza nella cappellina dell’Aep, dedicata a Santa Maria Goretti, in un orario veramente difficile e singolare: dalle 3 alle 4 di notte fra il venerdì e il sabato.
    Da un anno in adorazione eucaristica non stop: martedì la messa di ringraziamento



    L’outing (tosto) di Luiz: voler arrivare vergine alle nozze
    Giuliano Guzzo
    E’ possibile essere calciatori famosi e rimanere fedeli ai valori di una volta? David Luiz, classe 1987, il Telespalla Bob brasiliano che non ha trattenuto le lacrime dopo la batostissima rifilata dalla Germania alla Seleção, è convinto di sì. Al punto da essersi reso protagonista, nei giorni scorsi, di un outing coi fiocchi, di livello ben diverso dall’oramai scontatissima dichiarazione di nuova sessualità, vale a dire la volontà d’arrivare vergine al matrimonio. Scelta che la sua fidanzata, la bella Sara Madeira, pare proprio condivida e che impone a tutti noi una riflessione; non tanto e non solo su David Luiz – il quale, essendo molto religioso (ringrazia sempre l’Onnipotente prima, dopo e pure durante ogni partita incurante, da ganzo quale è, di chi lo piglia per i fondelli), in fondo non stupisce la pensi così – ma sul fatto in sé.
    Perché adesso che l’equilibrio d’un tempo è destabilizzato da più elementi – dai mai abbastanza diritti gay, chiodo fisso progressista, alle istanze delle sedicenti “fidanzate” dei preti, giunte ad implorare Papa Francesco di cestinare il celibato sacerdotale – che un ragazzone di uno e novanta, 27 anni e conto in banca astrale scelga di vivere la castità prematrimoniale, beh, non può lasciare indifferenti. Forse Luiz e Sara – e quelli che come loro scelgono il fidanzamento in prospettiva, un gradino alla volta – ci prendono in giro e, al di là di belle parole, fanno come tutti; o forse, nella loro scelta, qualcosa di vero c’è sul serio. Quel qualcosa che non viene apprezzato nel mondo odierno, un mondo che se la ride della purezza rimasta salvo poi lamentarsi per quella perduta. Qualcosa che profuma di eternità, di voglia di prendersi il futuro tutto intero.
    In pochi avranno il coraggio di ammetterlo, anzi magari i più, per risparmiarsi ulteriori riflessioni, riterranno Luiz in vena di scherzi troppo lunghi o in balia di religiosità troppo fervente. Eppure è difficile, quando si sente che vi son ancora – sia pure non celebrati da media appiattiti su ben altri (dis)valori – giovani così, che imboccano la strada più ripida pur potendo spassarsela altrimenti, non farsi visitare dal dubbio che forse sia così. Che forse abbiano ragione loro. Che forse il segreto della felicità stia nella pazienza fiduciosa, nel saperla costruire, la felicità, con una persona sola ed in vista di qualcosa di splendidamente folle come solo un matrimonio preparato giorno per giorno è. Chi lo sa: quanto meno un dubbio, quel bizzarro difensore del Paris Saint-Germain e della nazionale brasiliana, lo fa venire. E per chi cerca sempre lo stesso sguardo ed attende sempre lo stesso abbraccio, è un dubbio meraviglioso.
    L?outing (tosto) di Luiz: voler arrivare vergine alle nozze | Libertà e Persona



    Galantino, buchi e toppe (peggiori…)
    di Marco Tosatti
    Il vecchio gioco “è sempre colpa dei giornalisti” certe volte non funziona. E alcune toppe sono peggiori dei buchi…
    di Marco Tosatti
    Galantino, buchi e toppe. Sono in un luogo in cui i collegamenti internettanti sono labili e discontinui, e vedo solo ora la notizia che Zenit riporta di un’intervista del Segretario generale della CEI, mons. Nunzio Galantino, al mensile “Sempre”.
    Mons. Galantino risponde alle critiche che gli sono state rivolte. “Un’aggressione che in realtà mi ha fatto un po’ male”. Il riferimento, scrive Zenit, è alle polemiche seguite alle sue dichiarazioni in cui sosteneva di non identificarsi “con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche”. Il Segretario della Cei ritiene si sia trattato di un equivoco dovuto a strumentalizzazioni mediatiche. “L’intervista in questione – spiega – è nata in un contesto specifico: l’influenza che hanno i mezzi della comunicazione sociale. In quell’occasione dichiaravo che dobbiamo stare attenti soprattutto alla televisione nella quale si utilizzano solo le immagini che aiutano a sostenere la propria tesi personale. Citavo l’esempio di chi inquadra i volti più inespressivi di coloro che recitano il rosario davanti alle cliniche contro l’aborto”.
    Un metodo mediatico che “intende depotenziare non solo il rosario recitato davanti alla clinica, ma anche il movimento, grande e straordinario, che c’è dietro”, afferma mons. Galantino. Per cui, il suo era piuttosto un monito a stare in guardia da simili strumentalizzazioni. La dichiarazione decontestualizzata dall’intervista è stata dunque la fonte dell’equivoco. “A volte – riflette il presule – gli esponenti di certi nostri movimenti non leggono l’intervista per intero, ma solo il titolo del giornale, che evidentemente ha tutto l’interesse a scegliere unicamente l’espressione che fa scandalo e crea problemi. Così partono 10.000 tweet o 15.000 post su Facebook contro il vescovo Galantino… “. In questo contesto di critiche che gli sono state rivolte contro, il segretario della Cei afferma di essere rimasto “impressionato” dalla “cattiveria sommaria di certe persone che dicono di recitare il rosario. È preoccupante sapere che chi recita il rosario poi è capace di esprimersi con questi toni, con questa violenza verbale”.
    Ecco il brano dell’intervista del 12 maggio, riportata dal Quotidiano Nazionale. Domanda: Negli anni scorsi la Cei ha investito molto sui valori non negoziabili (vita, famiglia, educazione). Il Papa non ha a cuore questa espressione, anche lei? Risposta: “Pensiamo alla sacralità della vita. In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro”.
    Rileggetevi adesso la correzione di mons. Galantino, e vedete se nell’intervista e nella risposta si è parlato di televisione, e di strumentalizzazione mediatica. Mi sembra che il collega Giovanni Panettiere abbia riportato con esattezza le parole del vescovo (che infatti non lo ha smentito). Il vecchio gioco “è sempre colpa dei giornalisti” certe volte non funziona. E alcune toppe sono peggiori dei buchi….
    Galantino, buchi e toppe (peggiori?) ? di Marco Tosatti | Riscossa Cristiana

    Punito dal suo vescovo per essere un sacerdote Cattolico
    By Redazione
    La stampa internazionale – anche quella italiana – ha ripreso con una certa evidenza la notizia relativa a don Thomas Ladner, il sacerdote austriaco sospeso dall’insegnamento per aver parlato ai suoi alunni di inferno e Purgatorio. Nessuno però si è chiesto cosa ci fosse dietro il duro provvedimento assunto dal Vescovo di Innsbruck, mons. Manfred Scheuer, nei confronti di questo suo giovane prete, a soli 36 anni già molto apprezzato come docente di religione dai genitori dei bimbi iscritti presso la scuola elementare di Stans, in Tirolo, un paese di 1.500 anime in tutto.
    La decisione della Diocesi li ha sorpresi. Ed amareggiati. Al punto da spingerli ad organizzare in fretta e furia una raccolta-firme, per riavere, col prossimo anno scolastico, don Thomas in aula. Lo stesso Sindaco, Michael Huber, ha inviato una forte lettera di protesta in Curia, definendo la decisione di revoca dell’insegnamento «inaccettabile», unilaterale e causa di scompiglio presso la comunità locale, che, secondo quanto riportato dal quotidiano Tiroler Tageszeitung, non sarebbe stata minimamente consultata in una scelta pur gravida di conseguenze. Sugli scolari e sulle famiglie.
    La “colpa” del reverendo non sarebbe solo quella d’aver parlato in classe dei Novissimi e della famiglia con un linguaggio giudicato dalla Diocesi «retorico» e «non più attuale», «inadatto ai bambini ed al loro stato di vita». No, l’altra “grave” colpa di don Thomas, cooperatore peraltro presso la locale parrocchia, sarebbe quella di voler vivere sul serio la propria vocazione, al punto da portare abitualmente la talare. Comportamenti evidentemente sgraditi in Diocesi. Ma perché?
    Il Vescovo, mons. Scheuer, nella Conferenza Episcopale austriaca, è responsabile dei settori Caritas e Pax Christi. Di quest’ultima è addirittura Presidente nazionale. E Pax Christi, in Austria, predica l’ambientalismo, il pacifismo, l’antimilitarismo, l’antinuclearismo, l’egualitarismo, l’ecumenismo, il conciliarismo – con annessi «segni dei tempi» -. Tutti gli “ismi” ideologicamente possibili, insomma. Ma non solo. Basta uno sguardo al sito di Pax Christi Österreich, per cogliere come e quanto punti sullo spirito di Assisi, sull’emancipazione delle donne e sulla teologia femminista. Il Vescovo di Innsbruck è a capo di tutto questo.
    Quanto a morale sessuale ed accesso ai Sacramenti per i divorziati risposati, in un’intervista rilasciata lo scorso 30 gennaio a Die Presse, mons. Scheuer ha dichiarato di aspettarsi un «processo dinamico» da parte della Chiesa e di aver letto, in questo senso, come un segno di speranza il fatto che il Papa avesse incaricato il Card. Kasper della relazione d’apertura al Concistoro.
    Ha salutato con gioia l’invito del Pontefice ad «avvicinarsi alle persone ferite con maggiore apertura», anche ammettendo «il diritto alla vita degli altri». Purché questi altri non siano il Vescovo di Limburg, mons. Franz-Peter Tebartz-van Elst, accusato – a detta di molti ingiustamente – di spese eccessive nella realizzazione della nuova sede episcopale e perciò sospeso dal mandato. Secondo mons. Scheuer, il comportamento del suo confratello non sarebbe stato «saggio»…
    Se la guida della Diocesi è questa, come aspettarsi in tutta onestà un trattamento diverso per un sacerdote, la cui unica colpa è quella d’esser prete sul serio e quella d’insegnare coerentemente la vera e sana Dottrina cattolica? Avergli tolto l’insegnamento assume sempre più il sapore dell’imboscata.
    Don Ladner è andato in vacanza, rendendosi irreperibile ed evitando così la tempesta mediatica abbattutasi su di lui, suo malgrado. Ma non stupisce che dall’Ufficio per la Pastorale Scolastica e dallo stesso Vescovo non sia giunta alcuna risposta alle tante voci di protesta giunte dopo l’“epurazione” consumata: la loro speranza è che, opponendo la congiura del silenzio, prima o poi gli animi si fiacchino e le critiche cessino.
    Punito dal suo vescovo per essere un sacerdote Cattolico | Riscossa Cristiana

    Celestino V papa modello? La leggenda e la realtà
    Assieme a san Francesco, Jorge Mario Bergoglio ha eletto a sua guida san Pietro del Morrone, papa per pochi mesi a 85 anni di età. Ma a detta degli storici quel pontificato fu disastroso
    di Sandro Magister
    ROMA, 12 luglio 2014 – "Questi due santi hanno dato l’esempio. Loro sapevano che come chierici – uno era diacono l’altro vescovo, vescovo di Roma – come chierici tutti e due dovevano dare l’esempio di povertà, di misericordia e di spogliamento totale di sé stessi".
    È così che Jorge Mario Bergoglio ha indicato come suoi modelli due santi: non solo il prevedibile Francesco, dal quale ha preso il nome, ma anche l'inatteso Pietro del Morrone, papa per pochi mesi nel 1294 con il nome di Celestino V.
    L'ha fatto il 5 luglio a Isernia, città che rivendica i natali di Celestino V, nel giorno anniversario dell'elezione di questo santo a papa.
    Ed è proprio qui la novità. Come papa, Celestino V non è mai stato particolarmente apprezzato dai suoi successori antichi e recenti. Piuttosto, lo hanno ricordato e ammirato per la sua "umile" rinuncia al pontificato e più ancora per la sua precedente santa vita di eremita.
    Francesco ha invece celebrato e indicato come suo modello Celestino V proprio in quanto "vescovo di Roma" e pontefice. Per aver compiuto – ha detto – con la sua spoliazione di sé e col primato dato alla misericordia di Dio, una scelta "controcorrente, non solo come ascesi personale ma come testimonianza profetica di un mondo nuovo".
    In effetti attorno a Celestino V fiorì prestissimo la leggenda, prima ancora che fosse fatto santo nel 1313.
    Scrive il suo più accreditato biografo, lo storico della Chiesa Peter Herde, tedesco, nel documentatissimo profilo di Pietro del Morrone-Celestino V da lui pubblicato nell'autorevole "Enciclopedia dei papi" edita in Italia dall'Istituto Treccani, sintesi di una sua biografia più ampia apprezzata anche dai più accesi "celestiniani":
    "Si cominciò ben presto a individuare in Pietro-Celestino, sulla scia delle speculazioni escatologiche di Gioacchino da Fiore, quel papa angelico il quale, secondo le profezie diffusesi a partire dalla metà del secolo XIII, avrebbe inaugurato l'epoca dei monaci, purificato la Chiesa, riconquistato Gerusalemme e preparato il ritorno di Cristo".
    Ma questa è la leggenda. Perché se si va a guardare il capitolo della biografia di Herde sul brevissimo pontificato di Celestino V, la realtà appare molto diversa. Molto diversa anche dall'idealizzazione che papa Francesco ha fatto del pontificato di questo suo predecessore.
    Pietro del Morrone fu eletto papa da una dozzina di cardinali il 5 luglio 1294, dopo un travagliato conclave durato più di due anni. Al momento dell'elezione aveva 85 anni. Datosi alla vita eremitica, aveva fondato una congregazione di monaci, detti poi celestini, incorporata nell'ordine benedettino.
    Scrive Herde: "In lui i cardinali intendevano eleggere un candidato di compromesso come soluzione di transizione, scegliendo un eremita, molto avanti negli anni, che prometteva di diventare un papa non troppo severo. Era certamente una decisione insensata, perché a Pietro mancavano tutti i presupposti per reggere la Chiesa con successo: la conoscenza del complicato apparato curiale, del diritto canonico, dei problemi spirituali e politici. Inoltre era troppo vecchio per potersi adeguare ai nuovi compiti".
    Informato dell'elezione nel suo eremo presso Sulmona, Pietro del Morrone fu preso dal panico, ma accettò quando gli fu detto che, rifiutando, avrebbe commesso peccato mortale. A sostenerlo e a rassicurarlo nel nuovo compito fu soprattutto il monarca in cui egli riponeva grande fiducia: Carlo II d'Angiò, re di Napoli e nipote del santo re di Francia Luigi IX, che da lì in avanti esercitò sul vegliardo un'influenza pesantissima.
    Carlo II organizzò la cerimonia d'incoronazione del nuovo papa non a Roma – dove Celestino V non si recò mai – ma all'Aquila, città che rientrava nei suoi domini. Pietro fece il suo ingresso a dorso di un asino, sull'esempio di Cristo, ingenerando nel popolo l'idea che il papa angelico delle profezie fosse finalmente arrivato. Poi si stabilì a Napoli, la capitale, dove il re angioino lo circondò di propri uomini, oltre a colmare di privilegi regi i monasteri fondati da Pietro, che non li rifiutò, pur continuando personalmente a condurre una vita austera.
    Il 18 settembre Celestino V creò nuovi cardinali. E scrive in proposito Herde: "Il lungo conclave ne aveva dimostrato il bisogno, ma anche Carlo II doveva aver spinto il papa a questo passo. Era molto importante per il re introdurre nel collegio cardinalizio persone di sua fiducia, anche in previsione del prossimo conclave. Le fazioni nobiliari romane non videro rafforzate le proprie file; anzi, tra i nuovi cardinali neanche uno proveniva dallo Stato della Chiesa. Dei dodici cardinali elevati da Celestino (il numero dodici si riferiva, in senso escatologico, al numero degli apostoli) solo cinque erano italiani: Tommaso di Ocre e Francesco da Atri, tutti e due frati della congregazione del papa, il benedettino Pietro dell'Aquila, vescovo di Valva e Sulmona, il napoletano Landolfo Brancaccio, uomo di fiducia del re angioino, e Guglielmo Longo da Bergamo. Tra i sette francesi c'erano due monaci che Celestino non aveva mai visto".
    Scrive ancora lo storico tedesco: "Era sempre più evidente che l'ingenuo vegliardo non era in grado di governare la Chiesa. Nella 'pienezza della sua semplicità', come sottolineavano i suoi avversari, distribuì benefici, dignità, prebende personali. La sua dabbenaggine fu sfruttata cinicamente da cardinali come Iacopo Colonna e Hugues Aycelin e dai funzionari della curia. In questa situazione anche quelli che fino ad allora lo avevano sostenuto, cominciarono a criticarlo. Iacopone da Todi, in una delle sue laudi, lo avvertì dei pericoli inerenti al suo ufficio".
    Così Celestino V cominciò a pensare egli stesso alle sue dimissioni. I suoi progetti di abdicazione furono esaminati scrupolosamente dal punto di vista giuridico. E il 13 dicembre, nel Castelnuovo di Napoli, egli lesse davanti ai cardinali riuniti la dichiarazione di rinuncia. Si spogliò dei paramenti pontifici e indossò di nuovo la tonaca grigia della sua congregazione: il papa era ridiventato Pietro del Morrone. Il suo pontificato era durato cinque mesi e nove giorni. Morì il 19 maggio 1296 a 87 anni di età.
    Celestino V papa modello? La leggenda e la realtà

    L’incontro col pastore val bene una messa! Papa a Caserta
    Di Antonio Margheriti Mastino
    Un lungo tira e molla, estenuante e anche umiliante per il vescovo di Caserta, mons. Giovanni D’Alise. Per mendicare un gesto di considerazione o anche solo un «fugace saluto» da parte di papa Francesco ai fedeli della sua città. Che il papa, motu proprio, aveva annunciato di voler visitare per il 26 luglio. Ma non da capo della Chiesa, non per incontrare i cattolici del luogo, non per una visita pastorale. Bensì in “visita privata”, come un qualunque signor Rossi, al suo amico Giovanni Traettino, pastore di una denominazione protestante che sta costruendo alle porte di Caserta la sua chiesa, cosiddetta della Riconciliazione. Ma neppure un saluto ai cattolici, neppure un minuto di sosta in Duomo.
    L’AGENDA E MIA E LA GESTISCO IO
    I fedeli di Caserta non l’hanno mandata giù, tempestando di centinaia di proteste e richieste sia il loro vescovo sia il Vaticano. Si domandava almeno una «brevissima deroga» al capo della Chiesa. Il papa è stato inflessibile: visita “privata” era e tale doveva restare, e non desiderava contaminare di elementi troppo confessionali quell’appuntamento tutto teso all’ecumenismo per così come egli l’intende.
    In ogni caso, il Papa la sua agenda se la compila da solo e non vuole interferenze, men che meno curiali. In Vaticano lo sanno, e hanno cercato di temporeggiare: insistere troppo avrebbe potuto scatenare i temuti malumori di Bergoglio. Sapevano anche che “costringerlo” a recarsi a un appuntamento controvoglia è ancora più rischioso: per i soliti improvvisi «mal di testa» che spesso lo colgono qualora è costretto a fare qualcosa che non vuole. Dando forfait all’ultimo minuto, come tante volte è successo, sebbene mai in occasione di incontri “ecumenici”: sono il centro del suo immaginario ecclesiologico, tutto in salsa latinoamericana.
    Ecco, queste «improvvise indisposizioni» all’ultimo minuto temevano – almeno in un primo momento – in Curia, per eventuali figuracce clamorose anche a Caserta, il 26. Dove è stato costretto a recarsi anche da Papa e non solo da privato cittadino.
    Costretto sì, in modo davvero paradossale. Basta leggere il comunicato ufficiale della Sala Stampa Vaticana del 17 luglio, per rendersi conto che siamo dinanzi a un caso unico nella storia del «papato itinerante»: «Il Santo Padre Francesco si recherà a Caserta nel pomeriggio del 26 luglio, incontrerà il clero e alle 18 celebrerà una Santa Messa per la popolazione nel giorno della Festa della patrona Sant’Anna».
    Poche ore dopo viene aggiunta una postilla: «Ritornerà a Caserta in forma strettamente privata il lunedì seguente per incontrare il pastore evangelico amico Giovanni Traettino». Due viaggi di un Papa nella stessa città nell’arco di tre giorni non s’erano mai visti. Ma che è successo?
    IL CORAGGIO DI UN VESCOVO. CHE LA PAGHERÀ CARA
    Il carattere autonomo di Francesco, ancora una volta. Il rifiuto di “interferenze”, specie nell’agenda. Che magari va a discapito del buonsenso, e anche delle coronarie di padre Lombardi, direttore di una Sala Stampa Vaticana che ormai è diventata una trincea di guerra mediatica, sovente scatenata dalle autoreferenzialità di Bergoglio. Il quale proprio non voleva saperne di visitare anche la diocesi di Caserta, dopo l’appuntamento con l’amico pentecostale Traettino.
    Si sono vissuti momenti imbarazzanti in Vaticano e nell’episcopio di Caserta. A quel punto il vescovo D’Alise, sempre più pressato dai suoi fedeli, ha tentato il tutto per tutto, e per schiavare ogni ulteriore rifiuto papale ha compiuto un atto al contempo audace e intelligente: ha preso carta e penna e ha scritto a nome di tutti i casertani e diocesani al segretario di Stato, Pietro Parolin, avendo premura di rendere pubblica la quasi straziante lettera, rivolta al papa: «Santità, incontri anche i miei concittadini», cioè i cattolici, che si accontenterebbero «di avere anche solo un abbraccio fugace». Gesto che al nuovo vescovo di Caserta, nominato pochi mesi fa proprio da Francesco, potrebbe costar caro: si dice che il Papa era irritato per essere stato così “incastrato”. Voci di corridoio mormorano che Francesco se l’è legata al dito e, tempo un annetto, rimuoverà da Caserta il buon mons. D’Alife.
    Ma l’aspetto più imbarazzante di tutti, e anche piuttosto scandaloso, era un altro, ma è anche la carta che il vescovo ha saputo giocarsi meglio, per ottenere «il forzato cambio di programma» e in certo senso incastrare sia il Vaticano sia il Papa. Il giorno che il papa aveva scelto per rendere omaggio al leader evangelico casertano e alla sua chiesa in costruzione, il 26 luglio, era proprio il giorno di Sant’Anna, festa patronale a Caserta. Veramente incredibile che il Papa abbia scelto un giorno tanto improvvido, e che i suoi collaboratori non l’abbiano dissuaso, o almeno convinto a rendere omaggio, oltre che a Traettino, anche alla Santa.
    Questo ci riporta al fatto che Bergoglio agisce ancora come vescovo di Buenos Aires: faceva così anche lì, qualora c’erano in ballo i da lui tanto amati incontri sincretistici, fatti passare per ecumenici, dove ogni volta si assisteva alla resa incondizionata di ogni pur residuale cattolicesimo: Bergoglio stesso nascondeva la sua croce pettorale, come del resto ha fatto da papa, in Israele. E se qualche prete più ortodosso se ne lamentava (narra il clero di Buenos Aires) si vedeva trasferito senza troppi complimenti in qualche parrocchia periferica.
    A questo punto, però, l’ennesimo pasticcio vaticano era fatto. Senza contare che l’evangelico Traettino non solo è un rivale agguerrito nel sottrarre l’8xmille alla Chiesa Cattolica di Caserta, è anche un ferocissimo contestatore del culto dei santi e della Madonna, contro i quali ha scritto parole durissime. Davvero un pasticciaccio brutto. Che è andato complicandosi dinanzi all’ulteriore niet del Papa; l’insistenza dei collaboratori, che ormai era disperazione, lo ha ulteriormente irritato. Ma non ha ceduto. O meglio, ha preferito infine complicare oltre le cose piuttosto che arrendersi alla soluzione più semplice e di buonsenso: prendere due piccioni con una fava e visitare la chiesa di Traettino e subito dopo quella cattolica. Niet del Papa, ancora: l’agenda è mia e la gestisco io.
    Infatti, dopo mille trattative tremebonde della Segreteria di Stato, il Papa, con un vero “mi piego ma non mi spezzo”, ha optato per la soluzione più complicata, dispendiosa e anche stravagante: accettava di fare una veloce visita per il 26 luglio a Caserta, in occasione della festa patronale, celebrare una messa in fretta e furia e di corsa tornare a Roma. Ma per poi ritornando a Caserta un giorno dopo, il 28, in «visita strettamente privata»: solo e solamente per il suo amico pentecostale Traettino. Senza “contaminazioni” cattoliche, che possano disturbare i protestanti.
    MAFIOSI, PEDOFILI, RAZZISTI E NAZIFASCISTI
    Intanto però, l’ha fatta pesare pure ai cattolici di Caserta. Anzitutto ha dichiarato che ritorna a Caserta lunedì per “chiedere perdono” a Traettino per i fastidi che gli produce la comunità cattolica – ossia tutta Caserta, in questo caso – e dunque per le difficoltà che la capillare presenza dei cattolici, con le loro chiese, crea alla diffusione e proliferazione della denominazione pentecostale di Traettino, sempre a Caserta: si sa – come ha dichiarato a Scalfari – che Bergoglio è assolutamente contrario alla «sciocchezza del proselitismo» cattolico, ma tutt’altro che sfavorevole al proselitismo pentecostale, anche se, come è dimostrato, va ovunque a tutto discapito della Chiesa Cattolica.
    E non si è limitato a questo: ha dichiarato che domandava perdono agli evengelici (come ha scritto sabato Il Messaggero) per le presunte persecuzioni fasciste, per le «responsabilità», altrettanto presunte, di italiani, casertani e cattolici nell’emanazione delle leggi razziali che, a quanto dice il vescovo di Roma, hanno danneggiato principalmente la comunità evangelica. Cose che probabilmente, supponiamo, gli avrà suggerito per telefono lo stesso Traettino, su precisa domanda del Papa. Cosa c’entrino davvero in tutto questo i cattolici e i casertani, è difficile dire.
    Dopo che ha insinuato verso i cattolici meridionali rapporti con la mafia, dopo aver conteggiato al 2% (con dati poi dimostrati fasulli) la “pedofilia” nel clero e persino tra il Sacro Collegio, adesso siamo all’accusa di razzismo e nazifascismo e, va da sé, di intolleranza religiosa. E come non bastasse, è sembrato che la visita alla comunità cattolica di Caserta fosse trasmutata da pubblica che era a “visita privata”, e certamente insipida e improvvisata è apparsa la messa; mentre alla fine lo stesso Papa ha fatto in modo di rendere, da “privatissima” che era, di fatto pubblica e solenne la visita agli evangelici di Traettino. E così, ancora una volta, ha avuto l’ultima parola.
    L’incontro col pastore val bene una messa!
    L?incontro col pastore val bene una messa! Papa a Caserta | Qelsi

    Fratelli, siamo tutti imbecilli!
    di Belvecchio
    Non si tratta di un’offesa gratuita, né di una presa in giro, ma del grido di dolore che da più parti sorge spontaneo dopo le ultime vicende occorse il Vaticano.
    Potremmo incominciare da un aspetto qualsiasi, tante sono le facce della spudoratezza che si presentano beffarde al cospetto dei fedeli. Partiamo allora da una delle tante dichiarazioni ufficiali del portavoce vaticano, il noto Lombardi Federico, che per l’ennesima volta ci spiega che il Papa che ha parlato con Eugenio Scalfari, non è il Papa.
    Secondo Lombardi, voce ufficiale del Vaticano, le cose che scrive Scalfari su La Repubblica non sono da attribuire a papa Bergoglio, ma a Scalfari stesso.
    «Nell’articolo pubblicato su Repubblica queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma – curiosamente - le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura…Dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?» (Radio Vaticana, 14.7.2014).
    Ne avevamo sentite tante, ma questa delle “virgolette” è davvero nuova e sinceramente offensiva per ogni persona di buon senso. Qui si spiega che se il compositore o chi per lui avesse aggiunto “le virgolette di chiusura”, ecco che le parole che non sarebbero di papa Bergoglio, diverrebbero di colpo di papa Bergoglio.
    La prima domanda che sorge spontanea è se Lombardi Federico sia davvero convinto che i fedeli cattolici siano tutti così imbecilli da seguirlo su questa arrampicata sulla fune del fachiro: il Papa dice una castroneria, ma per poter dire che effettivamente l’ha detta sono necessarie le “virgolette di chiusura”.
    E subito viene alla mente l’immagine dello sprovveduto che si dà una martellata sulle parti basse.
    Vediamo allora di capirci qualcosa.
    Un tale, noto mangiapreti, si incontra con un altro, noto prete, anzi capo-prete; si mettono a parlare di questo e di quello, soprattutto di quello che riguarda il capo-prete e tutti gli altri preti e i fedeli che credono ancora nei preti; nel discutere, il mangiapreti cerca di far dire al capo-prete tutto quello che gli può far comodo per vendere qualche copia in più del giornaletto col quale sopravvive; il capo-prete, sapendo bene dove vuole andare a parare il mangiapreti, si diverte a imbastire delle castronerie che sa che i fedeli che le verranno a sapere le prenderanno per roba buona, proprio perché lui è il capo-prete; i due fanno a gara a chi le spara più grosse, ben sapendo che la cosa più importante è il rumore che queste castronerie produrranno: il mangiapreti gongolante per le nuove copie vendute, il capo-prete raggiante per la pubblicità che farà il mangiapreti, a lui e alle castronerie che racconta ad arte; entrambi consapevoli che stanno facendo opera di convincimento nella precisa direzione del ridimensionamento delle cose serie come le cose di Chiesa.
    Finito l’esercizio, ognuno se ne ritorna al suo posto: il mangiapreti confeziona un articolo dove infila un po’ di tutto, tra precisazioni e insinuazioni; il capo-prete chiama un suo dipendente e lo istruisce su come sollevare la maggiore attenzione possibile, affermando che le cose che ha detto e che ha detto al mangiapreti di pubblicare non sarebbero proprio quelle che ha detto, non importa cos’abbia veramente detto, questo non deve interessare a nessuno, quello che importa è che la gente le capisca a modo suo seguendo la falsa riga tracciata da lui, e soprattutto che su quelle cose si crei il maggiore trambusto possibile.
    Conclusione, il mangiapreti vende più copie e dà una mano a se stesso facendo credere quello che più gli fa comodo; il capo-prete è al centro dell’attenzione e riesce a far diffondere concetti e suggestioni che gli fanno comodo per condurre i preti e i fedeli dove vuole lui.
    È il giuoco delle parti, dove ognuno recita il suo copione nella nota tragedia scritta, sceneggiata e diretta da quel furbastro di Belzebù, che non è altro che il maggiore suggeritore dei mangiapreti e dei moderni capi-preti.
    Capita l’antifona?
    Presupposto per la messa in scena della tragedia è il convincimento che gli spettatori siano tutti imbecilli e quindi si berranno ogni cosa come oro colato: gli arzigogoli del mangiapreti e le castronerie del capo-prete.
    Quanto ai cattolici, perché poi è di loro che si tratta, hanno solo da svegliarsi dal sonno ipnotico, e prendere atto che il cattolicesimo sta vivendo quella fase di abbrutimento che è necessaria perché i nemici di Dio possano tentare di distruggere completamente la Chiesa.
    E devono prendere atto, i cattolici, che il vero obiettivo di questa manovra non sta nella distruzione della Chiesa, che i nemici di Dio sanno essere impossibile, quanto meno in maniera totale, ma sta nel far precipitare all’Inferno il maggior numero di anime possibile.
    Per far questo, non è necessario che i fedeli rinneghino Cristo o rifiutino le Sue leggi, basta che abbiano dei dubbi, che diventino possibilisti, che finiscano col concepire un cattolicesimo che assomigli sempre più al mondo circostante, questo basta per trasformare i fedeli di Cristo in servi del demonio, tanto più riusciti per quanto mossi a tanto dall’incoscienza.
    Ecco a cosa servono le conversazioni di papa Bergoglio con Scalfari; ecco a cosa servono le continue esternazioni di questo nuovo papa, tutte seguite dalle precisazioni del suo portavoce; ecco a cosa è servita l’elezione di Bergoglio, voluta dai cardinali che hanno ben chiaro il progetto di abbrutimento del cattolicesimo, e che Bergoglio era ed è l’uomo giusto per la bisogna; ecco a cosa serve uno come Scalfari, che si crede un dio e che è invece un povero scribacchino al servizio delle mire di papa Bergoglio.
    E tutto questo va fatto con tenacia, con costanza e col maggior rumore possibile, perché è necessario abbattere prima possibile le resistenze che ancora esistono in seno al corpo ecclesiale, siano esse clericali o laicali; fiaccare e abbattere le resistenze interne di chierici e laici che non intendono seguire questo processo demolitorio e intendono rimanere saldi nella vera fede.
    E i primi effetti di questo sottile lavoro demolitorio li si riscontra in molti bravi cattolici che cadano nella trappola di difendere papa Bergoglio dalle supposte manovre di Scalfari, senza rendersi conto che è proprio quello che vuole Bergoglio, essere difeso perché le sue castronerie passino meglio tra i fedeli come cose buone.
    E se qualcuno pensasse che, messa così, è come se si parlasse di un’opera diabolica, e che il diavolo non può averla vinta sul Papa, rispondiamo che il diavolo non l’avrà vinta sulla Chiesa, non sui preti, papa compreso, anzi è proprio dei papi che si serve per cercare di averla vinta, come è accaduto più volte sporadicamente un tempo e come sta accadendo in maniera continuativa da cinquant’anni. E il diavolo sa bene che non riuscirà ad averla vinta sulla Chiesa, perché lui è più avveduto di molti cattolici, ma il suo vero scopo non è abbattere la Chiesa, ma condurre a casa sua quante più anime è possibile, e il modo più sbrigativo per farlo è quello di servirsi dei preti, dei vescovi, dei cardinali e dei papi.
    Fratelli, siamo tutti imbecilli! - Articolo di Belvecchio


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Bergoglio: “Seguo quello che i cardinali hanno chiesto”
    I vincoli del preconclave sul governo di Francesco. Gli accordi legati all’elezione di un papa sono illeciti e invalidi. Ma in pratica ci si va molto vicino.
    CITTÀ DEL VATICANO – “Parimenti, vieto ai cardinali di fare, prima dell’elezione, capitolazioni, ossia di prendere impegni di comune accordo, obbligandosi ad attuarli nel caso che uno di loro sia elevato al pontificato. Anche queste promesse, qualora in realtà fossero fatte, sia pure sotto giuramento, le dichiaro nulle e invalide”.
    Questo stabilisce la costituzione apostolica “Universi dominici gregis” che regola l’elezione del papa, emanata da san Giovanni Paolo II nel 1996 e tuttora in vigore.
    Storicamente vengono definiti “capitolazioni” o “capitolati elettorali” gli accordi tra i cardinali riuniti in conclave mirati a vincolare il futuro pontefice ad alcuni atti che potrebbero risultare restrittivi della sua libertà d’azione.
    Il primo capitolato entrato nella storia sembra essere stato quello del 1352 nel conclave avignonese che vide l’elezione di Innocenzo VI, il quale però, una volta eletto, lo dichiarò invalido.
    E in effetti più volte i papi, dopo l’elezione, rinnegarono i patti stipulati con gli ex colleghi cardinali.
    Patti che a volte impegnavano l’eletto a prendere provvedimenti per l’effettivo bene della Chiesa, ma in altri casi rispondevano invece a interessi personali o di gruppo. Tanto che alla fine si decise che dovessero essere formalmente proibiti.
    La proibizione entrò in opera con le regole per i conclavi promulgate da un altro papa santo, Pio X, nella costituzione apostolica “Vacante Sede Apostolica” del 1904 che così recitava:
    “Ugualmente proibiamo che i cardinali, prima che procedano all’elezione, stipulino capitolazioni ovvero stabiliscano qualche cosa di comune consenso, all’osservanza dei quali s’impegnano se sono assunti al pontificato. Tali cose, se ‘de facto’ succedessero, pure con annesso giuramento, le dichiariamo nulle e irrite”.
    Questa disposizione – che non prevede però nessuna pena per chi la trasgredisca, ferma restando la piena libertà del nuovo papa rispetto a questi accordi – è stata ribadita da tutti i successivi documenti sul conclave, fino a quello, come abbiamo visto, emanato da papa Karol Wojtyla.
    Gli eventuali capitolati pattuiti prima o durante un conclave sono quindi non solo formalmente proibiti in quanto illeciti, ma anche praticamente inefficaci, perché comunque l’eletto non è tenuto a rispettarli, quand’anche li abbia concordati.
    Nelle cronache di questi ultimi decenni si ricorda però che nel conclave dell’ottobre del 1958 alcuni porporati della curia romana si sarebbero assicurati che, in caso di elezione, il patriarca di Venezia Angelo Roncalli avrebbe scelto quale segretario di Stato monsignor Domenico Tardini. Ed effettivamente così avvenne la sera stessa dell’elezione di Giovanni XXIII.
    Nel successivo conclave del 1963 i cardinali centroeuropei si sarebbero decisi a candidare il cardinale di Milano Giovanni Battista Montini con un “capitolato elettorale” che includeva la continuazione del Concilio Vaticano II.
    Nel 1978 si raccontò invece che il cardinale Giuseppe Siri, se eletto papa, avrebbe dovuto comunque prendere in considerazione la proposta di garantire la carica di segretario di Stato al concorrente cardinal Giovanni Benelli. Mentre – sempre si raccontò – il patriarca di Venezia Albino Luciani sarebbe stato eletto papa, come effettivamente avvenne, con la concomitante certezza che non avrebbe nominato segretario di Stato il temuto Benelli.
    Nel conclave che ha eletto Jorge Mario Bergoglio non risulta vi siano stati patti formali o giurati tra i cardinali. Cionondimeno più volte papa Francesco si è professato vincolato da alcune indicazioni fornite dai cardinali nel corso delle riunioni di preconclave.
    Lo ha ribadito di recente, in modo più articolato del solito, nell’intervista data a Franca Giansoldati su “Il Messaggero” del 29 giugno.
    In essa ha detto:
    “Sul programma [di governo ecclesiastico] seguo quello che i cardinali hanno chiesto durante le congregazioni generali prima del conclave. Vado in quella direzione. Il consiglio degli otto cardinali, un organismo esterno, nasce da lì. Era stato chiesto perché aiutasse a riformare la curia. Cosa peraltro non facile perché si fa un passo, ma poi emerge che bisogna fare questo o quello, e se prima c’era un dicastero poi diventano quattro. Le mie decisioni sono il frutto delle riunioni preconclave. Nessuna cosa l’ho fatta da solo”.
    Alla domanda se in questo avesse seguito un “approccio democratico”, il papa ha inoltre risposto:
    “Sono state decisioni dei cardinali. Non so se un approccio democratico, direi più sinodale, anche se la parola per i cardinali non è appropriata”.
    Questo quanto detto da papa Bergoglio. Stando alle forme, non vi sarà stato un capitolato o una capitolazione che dir si voglia. Ma nella sostanza vi si è andati vicini.
    Bergoglio: "Seguo quello che i cardinali hanno chiesto"

    La Gerarchia e la strategia del fil di ferro
    di Alessandro Gnocchi
    Articolo pubblicato sul sito Riscossa Cristiana
    nella rubrica del martedì “Fuori moda” - La posta di Alessandro Gnocchi
    Ogni martedì Alessandro Gnocchi risponde alle lettere degli amici lettori. Tutti potranno partecipare indirizzando le loro lettere a info@riscossacristiana.it, con oggetto: “la posta di Alessandro Gnocchi”. Chiediamo ai nostri amici lettere brevi, su argomenti che naturalmente siano di comune interesse. Ogni martedì sarà scelta una lettera per una risposta per esteso ed eventualmente si daranno ad altre lettere risposte brevi. Si cercherà, nei limiti del possibile, di dare risposte a tutti.
    martedì 22 luglio 2014
    è pervenuta in Redazione:
    Caro signor Gnocchi,
    ho appena letto le dichiarazioni fatte da Mons. Galantino, quello che parlava dei “volti inespressivi” di chi recita il Rosario fuori dagli ospedali dove si fanno gli aborti. “Sono stato frainteso” dice il monsignore, e dà spiegazioni che non stanno in piedi, mentre le sue dichiarazioni di allora erano ben chiare, eccome. E poi la famosa intervista di Scalfari al Papa, che compare e scompare dal sito del Vaticano. Ma il problema non è solo della Chiesa, guardiamo anche ai nostri politici. Renzi che va in giro parlando di “ripresa” che peraltro vede solo lui (ha mai provato a fare la spesa con un normale stipendio medio?), che fa promesse a ruota libera.
    Insomma, voglio dirle questo: ho sempre di più la sensazione che da parte dei nostri politici (ma a questo abbiamo fatto una certa abitudine), ma purtroppo anche da parte degli uomini di Chiesa si sia persa la capacità di riflettere prima di parlare, mentre chi ricopre incarichi così importanti dovrebbe, almeno io la penso così, misurare ogni parola col bilancino. E invece no. Ci tocca sentire enormi fesserie e dopo magari le smentite che non smentiscono. Ma questi signori ci considerano tutti dei cretini? Non hanno rispetto per gli incarichi che ricoprono e per la gente a cui si rivolgono? Cosa si può fare per correggere questo andazzo?
    Grazie, e tanti saluti
    Ignazio Summa
    Caro Summa,
    parto dal fondo e alla sua ultima domanda posso rispondere con una sola parola: nulla.
    Non si può fare nulla perché non ci troviamo al cospetto di superficialità, di cialtroneria, di disprezzo per l’intelligenza altrui o di scarsità di intelligenza propria. O meglio, c’è anche un po’ di tutto questo perché la qualità degli attori sul palcoscenico è davvero scarsina. Ma ciò è secondario, in quanto l’altalena di affermazioni e smentite risponde a una precisa strategia che cerco di spiegare con un’immagine solo in apparenza banale: è la strategia del filo di ferro.
    Per rompere il filo di ferro, caro Summa, bisogna torcerlo nei due sensi opposti. Questo è lo scopo di tutti coloro che, in politica applicano questo metodo, sia da soli, affermando e smentendo, sia con la complicità di finti avversari che sostengono il contrario. Lo scopo, in ogni caso, è sempre lo stesso: rompere l’organismo, l’istituzione, il legame sul quale si sta operando.
    Se questo è grave in politica, possiamo immaginare quanto lo sia in materia di fede. Il balletto di monsignor Galantino può sembrare solo ridicolo e indurre alla risata o alla commiserazione. Ma, in realtà, a che cosa porta se non al discredito del ruolo che copre? Allo spezzarsi di quel poco che ormai rimane del prestigio di un’istituzione ecclesiale? Perché deve essere chiaro che da questa miserevole vicenda non esce spezzato il suddetto monsignore, ma il ruolo che riveste.
    Stesso discorso vale per la tragicomica vicenda dell’intervista di Scalfari a papa Francesco. E qui bisogna partire da quanto ha detto in proposito Giuliano Ferrara, che errare è umano, ma perseverare è bergogliano.
    Ammesso, ma solo per estrema gentilezza e per nulla concesso, che nel primo caso si trattasse di inesperienza e ingenuità, come pensarlo dopo la reiterazione del cedimento alle astuzie del nemico? Non sarà che si vuole dimostrare senza tema di smentite che l’ufficio di Sommo Pontefice, di Vicario di Cristo, alla luce del nuovo sentire cum Ecclesia, è ridotto alle funzioni di un Berlusconi qualsiasi che redigeva insieme intervista e smentita?
    Caro Summa, quanto può reggere agli occhi dei fedeli un’immagine che viene torta continuamente nei due sensi come il filo di ferro a cui accennavamo?
    In attesa che prima o poi la rottura si produca, si è già verificata nella ragione di quei cattolici normalisti che tentano di dimostrare, per così dire da destra, che tutto è normale, che tutto funziona come un orologio, che tutto è sotto controllo. E quindi sono costretti a dire che le interviste a Scalfari sono perfette e devono fare salti mortali scimmieschi per riuscire nell’intento, poi quando le interviste scompaiono dal sito Vaticano devono dire che non erano così perfette perché c’erano alcuni passaggi problematici e forse apocrifi, poi quando le interviste ricompaiono eccoli a spiegare che comunque c’era tanta cattolicità in quelle pagine, e poi a interviste nuovamente scomparse li si vede intenti a spiegare che però c’erano dei problemi. Ma è tutta di colpa di Scalfari e, va da sé, di quell’incompetente di padre Lombardi.
    Cosicché, grazie ai custodi posti a guardia del fianco destro della chiesa nata dalla Nuova Pentecoste, la dottrina diventa una pelle di daino da trascinare ovunque e in qualsiasi forma. E così, a forza di mostrare che è cattolico anche ciò che cattolico non è, un bel giorno non sapranno dimostrare che è cattolico ciò che è veramente cattolico.
    Mi dica lei, caro Summa, se è possibile mettere rimedio a questo abilissimo montaggio… Ma chi siamo noi per giudicare?
    La Gerarchia e la strategia del fil di ferro – di Alessandro Gnocchi

    La lucidità di papa Bergoglio
    di Giovanni Servodio
    Sembra essere diventato un esercizio quotidiano, forse per permettere a tanti cattolici di tenersi in allenamento circa la vigilanza (cfr. Mt. 24,42; Mt. 25, 13; Mc. 13, 33). Fatto è che dispiace veramente doversi fermare a chiosare il profluvio di inesattezze e di errori che sgorga dal parlare e dall’agire di questo nuovo Papa, venuto dalla fine del mondo.
    Ma dal momento che Bergoglio usa ad arte i mezzi di comunicazione, perché diffondano, amplificandoli, i suoi convincimenti, non ci resta che assecondarlo, procurandogli così il piacere dell’essere corrisposto.
    L’Osservatore Romano ha pubblicato integralmente l’intervista concessa il 13 giugno da papa Bergoglio a Henrique Cymerman per conto del quotidiano di Barcellona La Vanguardia.
    All’osservazione del giornalista (La violenza in nome di Dio regna in Medio oriente.), Bergoglio risponde:
    «È una contraddizione. La violenza in nome di Dio non si confà al nostro tempo. È qualcosa di antico. Con prospettiva storica va detto che noi cristiani, a volte, l’abbiamo praticata. Quando penso alla guerra dei Trent’anni, quella era violenza in nome di Dio. Oggi è inimmaginabile, vero? Giungiamo a volte, attraverso la religione, a contraddizioni molto serie, molto gravi. Il fondamentalismo per esempio. Nelle tre religioni abbiamo i nostri gruppi fondamentalisti, piccoli rispetto a tutto il resto.»
    E precisa:
    «Un gruppo fondamentalista, anche se non uccide nessuno, anche se non picchia nessuno, è violento. La struttura mentale del fondamentalismo è violenza in nome di Dio.»
    Quindi è chiaro che per papa Bergoglio il “fondamentalismo” ha una sola accezione: quella di pratica della “violenza in nome di Dio”, che, dice lui, è cosa grave e per di più “qualcosa di antico”.
    Convincimento, il suo, che rivela una “struttura mentale” che separa nettamente l’“antico”, appartenente alla categoria del “cattivo”, dall’“oggi”, dal moderno, appartenente logicamente alla categoria del “buono”. E sembra essere ritornati a secoli fa, quando improvvisamente, dal Medio Evo all’indietro, tutto divenne inspiegabilmente “buio”, “tetro”, “triste”, a fronte dell’esplosa, nuova e dilagante rinascenza “luminosa”, “ridente”, “gaia”. Inganno mortale che, nato quasi di soppiatto, arrivò a presentarsi come suprema legge dell’esistenza con l’illuminato, appunto, “illuminismo”, fino a radicarsi nella “struttura mentale” degli uomini moderni e perfino dei preti moderni. In questi ultimi, però, produsse inevitabilmente un corto circuito che danneggiò irreparabilmente il normale funzionamento della loro materia grigia: non potevano impunemente catalogare l’“antico” tra il “cattivo”, senza entrare in conflitto con il fondamento del loro stesso credo, costituito da un “antico” che aveva ed ha la pretesa di essere perenne attualità.
    Eppure, papa Bergoglio, a ben vedere, parte da un dato oggettivo, che non possiamo non condividere: «Nelle tre religioni abbiamo i nostri gruppi fondamentalisti, piccoli rispetto a tutto il resto.»
    È vero, almeno per quanto riguarda il Cristianesimo, i fondamentalisti rappresentano un piccolo gruppo rispetto a tutti gli altri! Ma questo non è un merito del Cristianesimo attuale, ma la prova che i cristiani hanno perso la fede, compreso il loro capo, che lo si chiami “papa” o “vescovo di Roma”.
    E hanno perso la fede perché hanno già perso il bene dell’intelletto, arrivando a credere e ad affermare le cose più strampalate: «Un gruppo fondamentalista, anche se non uccide nessuno, anche se non picchia nessuno, è violento. La struttura mentale del fondamentalismo è violenza in nome di Dio.» Violenza contro nessuno e contro niente… ma violenza in nome di Dio!
    Cos’è questo discorrere pseudo intelligente, se non il risultato di un corto circuito mentale? Se non la prova che si è rinunciato ad usare il cervello per affidarsi alla mera ripetizione a pappagallo dei più stolti luoghi comuni antireligiosi e anticattolici messi in circolo dai nemici di Dio?
    Essere fondamentalmente cattolici, essere fedeli alla radice dell’insegnamento di Cristo, essere totalmente fedeli agli insegnamenti di Cristo, sarebbe una “violenza in nome di Dio”!
    Violenza a che? Solo alle tentazioni che ci vogliono distogliere da Cristo e ci vorrebbero convincere che seguire Cristo sarebbe un errore, un fondamentalismo. E dovevamo aspettare 2014 anni per sentire dalla bocca di un papa che l’essere fondamentalmente cattolici è cosa da evitare.
    E sono questo corto circuito della mente e questa rinuncia all’intelligenza, che hanno generato le cause e gli effetti della profonda crisi che affligge la Chiesa cattolica a partire dal Vaticano II; senza queste premesse non potevano nascere la messa avvelenata, l’ecumenismo, la libertà religiosa, la dignità umana, il dialogo, l’indifferentismo e, infine, un papa che nega il richiamo alle fondamenta della vera religione di Dio.
    Alla domanda: “Cosa pensa della rinuncia di Benedetto XVI?» Papa Bergoglio risponde: «Papa Benedetto ha compiuto un gesto molto grande. Ha aperto una porta, ha creato un’istituzione, quella degli eventuali Papi emeriti. Ebbene, dato che viviamo più a lungo, giungiamo a un’età in cui non possiamo continuare a occuparci delle cose. Io farò lo stesso, chiederò al Signore di illuminarmi quando giungerà il momento e che mi dica quello che devo fare, e me lo dirà sicuramente.»
    Fra non molto avremo così tre papi, sancendo in modo definitivo che il Vaticano II è stato davvero l’89 della Chiesa: la distruzione del regime tradizionale, di derivazione divina, e l’affermazione del regime democratico, di derivazione umana… un bel passo in avanti verso lo sprofondamento della Chiesa nella palude dello Stige, anticamera della città di Dite.
    La lucidità di papa Bergoglio - di Giovanni Servodio



    Un Papato soggiogato
    Maurizio Blondet
    Siccome non sono addentro alle cose clericali, mi fido di quel che scrivono i vaticanisti. Ora, non so se sia vero quel che Margheriti Mastino e Sandro Magister scrivono sulla visita del Papa a Caserta. Ma se lo è, bisogna trarne conclusioni sullo stato psichico del successore di Pietro.
    Comincio da Mastino: «Il papa, motu proprio, aveva annunciato di voler visitare Caserta per il 26 luglio. Ma non da capo della Chiesa, non per incontrare i cattolici del luogo, non per una visita pastorale. Bensì in visita privata, come un qualunque signor Rossi, al suo amico Giovanni Traettino, pastore di una denominazione protestante che sta costruendo alle porte di Caserta la sua chiesa, cosiddetta della Riconciliazione. Ma neppure un saluto ai cattolici, neppure un minuto di sosta in Duomo. I fedeli di Caserta non l’hanno mandata giù (...)», come era prevedibile. Ci sono stati vari tentativi di far ragionare Bergoglio sul fatto che «il giorno che il papa aveva scelto per rendere omaggio al leader protestante Traettino e alla sua chiesa in costruzione, il 26 luglio, era proprio il giorno di Sant’Anna, festa patronale a Caserta. Veramente incredibile che il Papa abbia scelto un giorno tanto improvvido».
    Un’offesa ai fedeli cattolici casertani, di cui è padre. La spiegazione data è che il Papa «non desiderava contaminare di elementi troppo confessionali (sic) quell’appuntamento tutto teso all’ecumenismo per così come egli l’intende». Bergoglio ha pestato i piedi, ostinato. «Proprio non voleva saperne di visitare anche la diocesi di Caserta, dopo l’appuntamento con l’amico pentecostale Traettino». E «l’insistenza dei collaboratori, che ormai era disperazione, lo ha ulteriormente irritato».
    Il Papa si irrita, il Papa non ascolta consigli, non accetta ragione; (come dicono a Roma) si intigna; l’abbiamo già visto – per esempio, rispondere alle critiche suscitate dalla sua seconda intervista a Scalfari facendo pubblicare come «magistero» vaticano la prima intervista, che aveva accettato di togliere: un rigurgito di rabbia cieca, che è benevolo definire puerile. Continuiamo il racconto secondo Margheriti Mastino:
    «Il vescovo (di Caserta) D’Alise, sempre più pressato dai suoi fedeli, ha tentato il tutto per tutto, e per schivare ogni ulteriore rifiuto papale (...) ha preso carta e penna e ha scritto a nome di tutti i casertani e diocesani al segretario di Stato, Pietro Parolin, avendo premura di rendere pubblica la quasi straziante lettera, rivolta al papa: «Santità, incontri anche i miei concittadini», cioè i cattolici, che si accontenterebbero «di avere anche solo un abbraccio fugace». Gesto che al nuovo vescovo di Caserta, nominato pochi mesi fa proprio da Francesco, potrebbe costar caro: si dice che il Papa era irritato per essere stato così «incastrato». Voci di corridoio mormorano che Francesco se l’è legata al dito e, tempo un annetto, rimuoverà da Caserta il buon mons. D’Alife».
    Il Papa se la lega al dito, il Papa si vendica, il Papa non perdona.
    «Dopo mille trattative tremebonde della Segreteria di Stato, il Papa ha optato per la soluzione più complicata, dispendiosa e anche stravagante: accettava di fare una veloce visita per il 26 luglio a Caserta, in occasione della festa patronale, celebrare una messa in fretta e furia e di corsa tornare a Roma. Ma per poi ritornando a Caserta un giorno dopo, il 28, in «visita strettamente privata»: solo e solamente per il suo amico pentecostale Traettino. Senza «contaminazioni» cattoliche, che possano disturbare i protestanti.
    Il motivo per questa ostinata volontà di Bergoglio di incontrare il predicatore protestante «Giovanni Traettino, conosciuto nel 2006 a Buenos Aires in occasione di un dibattito con l’allora arcivescovo della capitale argentina» senza contaminazioni cattoliche, secondo Sandro Magister, «fa parte di uno sforzo a più largo raggio che papa Francesco sta compiendo per catturare le simpatie dei leader mondiali di quei movimenti evangelical e pentecostali che soprattutto nell’America latina sono i più temibili concorrenti della Chiesa cattolica, alla quale strappano masse ingenti di fedeli.. I cristiani evangelical e pentecostali, sorti un secolo fa in ambito protestante, hanno avuto una espansione spettacolare. Si calcola che siano oggi quasi un terzo dei circa due miliardi di cristiani presenti nel mondo, e tre quarti dei protestanti».
    È il successo di questi cristianisti ad affascinare il Papa. Il criterio del successo a cui Cristo non si mantenne fedele: morì da fallito e delinquente, i suoi dodici discepoli si squagliarono anziché difenderlo, e uno lo tradì.
    Come racconta Magister, i cordiali incontri di Bergoglio coi telepredicatori si sono molto infittiti da quando è Papa: «Il 4 giugno, il papa ha incontrato a lungo nel residence di Santa Marta alcuni leader evangelical degli Stati Uniti, tra i quali il celebre televangelista Joel Osteen, il pastore californiano Tim Timmons e il presidente dell’Evangelical Westmont College Gayle D. Beebe. Il 24 giugno altro incontro. Questa volta con i televangelisti del Texas James Robinson e Kenneth Copeland, col vescovo Anthony Palmer della Communion of Evangelical Episcopal Churches, con i coniugi John e Carol Arnott di Toronto e altri leader religiosi di spicco. C’erano anche Geoff Tunnicliffe e Brian C. Stiller, rispettivamente segretario generale e “ambasciatore” della World Evangelical Alliance. L’incontro è durato tre ore ed è continuato a pranzo, nel refettorio di Santa Marta, dove il papa, tra grandi risate, ha battuto un cinque a palme aperte con il pastore Robinson.



    Magister ci informa che due dei suddetti tele-pentecostali, «Copeland e Osteen sono sostenitori della teologia della prosperità, secondo cui più in ciascuno la fede cresce più cresce la ricchezza. Sono essi stessi molto ricchi e conducono uno stile di vita dispendioso. Ma Francesco ha loro risparmiato una predica sulla povertà».
    Uno dei suddetti invitati, Brian C. Stiller, il cosiddetto ambasciatore della World Evangelical Alliance, ci ha lasciato un resoconto del ridanciano incontro, Lunch with the Pope.
    «Stando a quanto riferito dall’ambasciatore Stiller, il papa ha loro assicurato: “Non sono interessato a convertire gli evangelical al cattolicesimo. Su molti punti di dottrina non ci troviamo d’accordo. Ci basta mostrare l’amore di Gesù».
    Già avevamo appreso che il Papa considera la «dottrina» cattolica un mero ostacolo, una soma di cui i cattolici devono liberarci, sennò non riescono a «mostrare l’amore di Gesù». Agli amiconi pentecostali, inoltre, il Papa ««Ha anche detto d’aver imparato dalla sua amicizia con il pastore Traettino che la Chiesa cattolica, con la sua imponente presenza, fa troppo da ostacolo alla crescita e alla testimonianza di queste comunità. E anche per questo motivo aveva pensato di visitare la comunità pentecostale di Caserta: “per chiedere scusa per le difficoltà date alla comunità”».
    Ancora a chiedere perdono
    Allora, vediamo di capire: Bergoglio è stato eletto Papa dal Conclave per favorire l’espansione della comunità pentecostale (protestante) di Caserta? Si duole che la Chiesa cattolica, «con la sua imponente presenza» impedisce la crescita e testimonianza dei protestanti. Abbiamo capito bene? Sì.
    E infatti, ha dichiarato apertamente ai cattolici di Caserta – da punire, visto che avevano avuto l’odiosa, inqualificabile pretesa dei ricevere anche loro la visita del loro Pontefice – «che lui ritorna (il giorno dopo) a Caserta lunedì per «chiedere perdono» a Traettino per i fastidi che gli produce la comunità cattolica – ossia tutta Caserta, in questo caso – e dunque per le difficoltà che la capillare presenza dei cattolici, con le loro chiese, crea alla diffusione e proliferazione della denominazione pentecostale di Traettino, sempre a Caserta. Mastino ricorda che, a Scalfari, Bergoglio ha detto di essere «assolutamente contrario alla “sciocchezza delle proselitismo” cattolico»; ma invece e palesemente, ma è «tutt’altro che sfavorevole al proselitismo pentecostale, anche se, come è dimostrato, va a tutto discapito della Chiesa Cattolica».
    E non si è limitato a questo: ha dichiarato che domandava perdono agli evangelici (come ha scritto sabato Il Messaggero) per le presunte persecuzioni fasciste, per le «responsabilità», altrettanto presunte, di italiani, casertani e cattolici nell’emanazione delle leggi razziali che, a quanto dice il vescovo di Roma, hanno danneggiato principalmente la comunità evangelica. Cose che probabilmente, supponiamo, gli avrà suggerito per telefono lo stesso Traettino.
    Perfetto: il Papa non ascolta i cattolici, rifiuta di prestare orecchio alle ragioni dei fedeli che perseguita (Francescani dell’Immacolata). Ma invece si beve le narrative di questo Treattino, che sragiona e gli racconta di responsabilità dei cattolici (e dei casertani in particolare) nelle persecuzioni fasciste e nelle leggi razziali che hanno colpito «soprattutto i protestanti»... Ed è andato a chiedere perdono a nome di tutta la Chiesa e di noi credenti, oltre che dei suddetti delitti immaginari, anche di questo: aver ostacolato, per il fatto di esistere, il fiorire dei protestanti a Caserta.
    Il pastore Traettino
    Occorre sùbito vedere chi è questo Giovanni Treattino, che racconta le palle che il Bergoglio si beve, questo amico da cui ardeva di andare «in visita privata» ma pubblicizzatissima. Da dove viene? Dal PCI. È vero che poi ha incontrato lo Spirito Santo, come tutti i cristianisti-rinati americani. E come loro, è diventato un antipapista anti-cattolico fanatico: inveisce contro il culto della Madonna e dei santi, odia la Presenza Reale che vede solo come superstizione. «Nel 2003 uscì l’enciclica Ecclesia de Eucharistia di Wojtyla, Traettino disse la sua e in una predica criticò il Papa accusandolo di “riportare la Chiesa al Tridentino”».
    Però l’incontro con alcuni carismatici cattolici invasati dallo spirito (ecumenico), ha mutato le cose. Treattino infatti riceve disposizioni direttamente da Dio, come ha rivelato nel suo blog.
    Scrive: «Allora il Signore mi disse: “Alzati! Va’ con loro, senza fartene scrupolo, perché li ho mandati io”». La vigilia di Pentecoste, a Bari, Dio lo incontrò ancora, e gli parlò: «”Domani laverai i piedi a uno dei responsabili del Rinnovamento carismatico». «Signore – risposi – non è possibile! Tu lo sai che non è lecito a un evangelico conservatore nel nostro paese associarsi ai cattolici”». (...) Alla fine cede Traettino: «Cercai di resistere al Signore… ma Egli mi espugnò».
    Su ordine di Dio, Traettino si dà alla missione: la «Riconciliazione» con i cattolici. Certi gruppi protestanti ostili, denunciano – cosa di cui siamo grati – che la comunicazione di Dio ricevuta dal pastore «è frutto della sua immaginazione e non un comando divino. Vediamo in quell’atto un gesto astuto per accaparrarsi le simpatie dei Cattolici. Gesto che gli è stato contraccambiato dai Cattolici alla XIX Convocazione Nazionale del RnS, col bacio dei piedi».
    Si allude al fatto che a Bari nel 1992, davanti a centinaia di cattolici carismatici (Rinnovameno ì nello Spirito, RnS), durante un tipico raduno sincretista, Traettino lavò i piedi a un francescano pentecostalista, commosso fino alle lacrime. «Con quel gesto ci è sembrato cogliere come se il mondo evangelico perdonasse i propri persecutori». (I persecutori saremmo noi cattolici). Ai gruppuscoli protestanti che gli rimproverano questo ecumenismo coi papisti, Traettino «spiega che han capito male: semmai era il Papa a doversi «riconciliare con il vero Gesù Cristo». Abbandonando la dottrina della Chiesa, fonte di divisione.
    Sic.
    Il furbo pastore resta fermo nella sua missione: «La riconciliazione è possibile, purché la Chiesa di Roma metta via le sue dottrine umane». Cioè il Magistero... E beninteso la sorpassata, pagana credenza nella Presenza Reale eucaristica. Tolta questa superstizione dai cuori cattolici, essi potranno confluire da subalterni nella «chiesa» inventata da Traettino, onde sciogliersi nel protestantesimo da telepredicatori. Naturalmente dopo aver ricevuto da lui un secondo battesimo, non essendo quello cattolico valido.
    È proprio lo Spirito Santo?
    Questa prospettiva di fusione non manca di entusiasmare svaporati ancorché prestigiosi esponenti dei cattolico-carismatici. «Lo Spirito Santo è all’opera, per abbattere ogni settarismo e ogni barriera umana ed ecclesiale. Con l’unità godibile e osservabile di cui gode la Trinità. La Trinità è la chiesa prima della chiesa», s’è rallegrato frate Raniero Cantalamessa, predicatore apostolico del papa, su Rai1, rinnovando la richiesta di perdono dei cattolici (per cosa e a nome di cui non si sa).
    Ora, è impossbile non notare che il Papa che sta dirottando la Chiesa bimillenaria a questa fusione irenistica, rivela un carattere gravemente manchevole e uno stato mentale perturbato, preoccupante, per uno chiamato dal Cielo a tanto alta opera.
    Come abbiamo visto, Bergoglio è uno che pesta i piedi, che fa le bizze; uno che i suoi collaboratori più vicini faticano a trattenere dal fare gesti offensivi o follemente impulsivi – come quello di andare a trovare l’amico di Caserta che lo ha infatuato, infischiandosene dei cattolici e del loro vescovo. È uno soggetto ad arrabbiature e a dar punizioni sotto l’impulso della rabbia; che agisce o perché gli salta il ticchio oppure per ripicca, per far dispetto; che se la lega al dito, che si vendica; uno soggetto a simpatie ed antipatie irrazionali, ma imperiose; è uno che finge malattie improvvise per mancare ad appuntamenti importanti con gruppi di credenti; un maleducato che mortifica il prossimo (se gli è antipatico) e che si assoggetta in modo umiliante a chi gli va a genio... in una parola, è uno, a dir poco, con gravi difetti di carattere. Che dà segni di squilibrio mentale, privo di senso delle proporzioni e di attenzione al prossimo, che non si vergogna di mostrare i suoi gravi difetti di carattere, o non sa né vuole moderarli. Uno che sovverte alla leggera l’insegnamento dei suoi predecessori, che mette tra parentesi come un fastidio la dottrina bimillenaria della Chiesa....
    E sarebbe questo l’uomo in cui «lo Spirito Santo è all’opera, per abbattere ogni settarismo e ogni barriera umana ed ecclesiale»? Non pare proprio che mostri le virtù di chi lo Spirito Santo favorisce, sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio. Anzi mostra tutti i caratteri di una personalità sbilanciata e turbata, senza equilibrio, bisognosa di cure psichiatriche. O forse addirittura di cure più decisive.
    Dico davvero e con dolore: quale tipo di «spirito» abita oggi Bergoglio, e lo rende smanioso di visitare l’amico protestante offendendo i figli suoi fedeli, anelante di fondere la Chiesa nelle sette dei telepredicatori? Circola sul web la famosa foto che mostra l’allora cardinal Bergoglio «mentre, in ginocchio, si fa imporre le mani da alcuni pastori pentecostali carismatici, con accanto un sorridente e soddisfatto Cantalamessa».



    Questa immagine «fa sensazione sul web», è perché suggerisce un’inversione satanica: il Papa che non s’inginocchia davanti al Santissimo, si inginocchia davanti a dei pastori del protestantesimo più losco; un vescovo cattolico, a testa china, si fa imporre le mani da un tizio, un laico che non ha nemmeno la pretesa di avere mani sacerdotali. Ora, o quella è una parodia blasfema dell’imposizione delle mani con cui gli Apostoli invocavano lo Spirito sui fedeli, senza alcun effetto reale e sacramentale sull’anima di Bergoglio; oppure è l’efficace trasmissione di uno «spirito», che ora abita il Pontefice.
    Questi leader protestanti carismatici sono celebri per tenere affollate sedute in cui ottengono «guarigioni» dei loro fedeli precedentemente invasati e suggestionati, fusi nel collettivo con canti e cori; posseduti dallo spirito, essi «parlano le lingue» e sono pronti a vedere «prodigi e miracoli» compiuti dai loro capi. Naturalmente, prendono per buona qualunque manifestazione paranormale come proveniente dall’alto... un tempo, la Chiesa raccomandava la «discriminazione degli spiriti», e i sacerdoti erano istruiti ad operare il «discernimento degli spiriti», sapevano cioè giudicare se un determinato atto o serie di atti siano originati dallo Spirito Santo, dallo spirito diabolico o dallo spirito umano.
    Non sembra che questa sapienza sia più insegnata, né che Bergoglio la coltivi, se si fa imporre le mani da un tizio nel mezzo di una di queste sedute che lorsignori chiamano «invocare lo Spirito», senza nemmeno sospettare che esse possano produrre invasameno e possessione.
    Mi limito a ricordare in breve da quali segni la Chiesa riconosce(va) se a suggerire le azioni di un uomo è non uno spirito diabolico, ma quello Santo:
    Verità
    Se una persona continua a sostenere opinioni dichiaratamente contrarie alla verità rivelata, all’insegnamento infallibile della Chiesa o alla teologia comprovata, alla filosofia o alla scienza, bisogna dedurne che essa è ingannata dal diavolo o vittima di un’immaginazione eccessiva o di un ragionamento fallace.
    Docilità
    Chi è guidato dallo Spirito Santo accetta con pace profonda il consiglio e il parere dei fratelli che esercitano un’autorità su di lui, manifestando sentimenti di umiltà e di nascondimento.
    Discrezione
    Lo Spirito Santo rende la persona discreta, prudente e attenta in tutto ciò che intraprende. Nulla è precipitoso, frivolo, esagerato o impetuoso; tutto è ben equilibrato, edificante, calmo e pacifico.
    Pace
    La persona sperimenta una serenità profonda e stabile nella profondità del proprio spirito.
    Semplicità
    Assieme alla veridicità e alla sincerità, la semplicità non manca mai in chi è mosso dallo Spirito. Non vi è in lui alcuna duplicità, arroganza, ipocrisia o vanità, atteggiamenti questi suscitati dal diavolo.
    Libertà di spirito
    La persona non è attaccata a nessuna cosa creata, neanche ai doni di Dio, e riceve tutto dalle mani di Dio come dono, con gratitudine e umiltà, nella consolazione come nella prova. Chi invece dimostra una ostinata inflessibilità è animato solo dall’amor proprio e assume un atteggiamento contrario a quello appena esposto.
    Ciascuno faccia il confronto con i comportamenti del Papa e provi a darsi una risposta: è lo Spirito Santo che Bergoglio ha ricevuto e che lo abita e ispira, guidandolo a fonder la Chiesa coi carismatici? Penso che dovrebbero chiederselo i cardinali che l’hanno eletto, e che ora – mi si dice – non sanno come tenerlo a freno. Io non sono un esperto, sono un semplice peccatore, che ha bisogno dell’Eucarestia e teme vicino il tempo in cui gli (ci) verrà tolta, come sta facendo Satana nel mondo, spegnendo chiese apostoliche in Medio Oriente e martirizzando credenti nelle periferie esistenziali, e come vogliono appunto gli «spirituali» alla Traettino, che lo Spirito dicono di poterlo infondere a comando... Mi addolora vedere avvicinarsi l’apocalittica epoca del caos e del carnaio anticristico, che esigerebbe lucidità e fermezza, ed avere al posto di Pietro la Roccia, uno così.
    Ricordo anzitutto a me stesso, e poi a chi – credente – mi legge: rafforziamo la nostra fede. Preghiamo continuamente il Signore di mantenere questa fede anche nelle tenebre attuali, le tenebre finali che assalgono anche la Gerarchia, sapendo quel che ci è stato insegnato: che «sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti», e che «verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole».
    L’aspetto parodistico
    Mantenuta e rafforzata questa fede, possiamo persino essere grati a Papa Bergoglio: con la sua precipitazione carismatica esagerata e la sua furia ad abbracciare il più discutibile pentecostalismo protestante e a portarvi la chiesa tutta, egli sta mostrando con piena chiarezza quali sono gli esiti del modernismo compiuto, ormai trionfante. Con la sua caricatura, egli porta all’estremo sviluppo le pulsioni, umori e paturnie sentimentaliste e «profetiche» del Concilio Vaticano II; la sua è una reductio ad abdsurdum, che ne svela la stravagante irragionevolezza – quella precisamente che i modernisti hanno voluto dissimulare, infiltrando la Chiesa fin da Pio IX. I modernisti vollero espungere dai Vangeli i racconti di miracoli e guarigioni, in nome della «razionalità» dell’uomo d’oggi che non può credere a certe cose; ed eccoli finire a cantare e ballare nelle sedute dei telepredicatori anglo; dove costoro operano «guarigioni» sulla folla di creduloni che invasano, e che crede, in uno stato di coscienza sminuita, di «parlare le lingue» (emettendo borbottii insensati con gli occhi al cielo), e di aver ricevuto lo Spirito per imposizione delle mani dei marpioni.
    Il rigetto dei «profeti di sventura» e l’adesione ottimistica al mondo così com’è, è finito nei comici colloqui mediatizzati, pieni di banalità e luoghi comuni laicisti, in cui è Eugenio Scalfari a dettare l’agenda. L’abbandono della dogmatica e della dottrina sbocca in un sentimentalismo fumoso ed equivoco verso chi piace; l’anti-autoritarismo proclamato dai conciliaristi, e il rifiuto papale di applicare agli erranti qualunque disciplina ecclesiastica, si è rovesciato nella brutalità verso i fedeli credenti, miti, i soli che sono tenuti santamente all’obbedienza. L’ecumenismo entusiasticamente abbracciato porta a fare il diavolo a quattro per stare col suo amicone di Caserta, e la Chiesa verso la fusione nemmeno con la setta evangelica luterana (che s’è sgretolata), ma con i ridicoli telepredicatori, i born-again christians all’americana, che attendono la «rapture» e sganciano fior di quattrini ai loro caporioni, di cui sono succubi. Anche Bergoglio ha mostrato la sua subalternità al pastore casertano che parla con Dio.
    Il gennaio scorso, Papa Francesco ha inviato dallo smartphone un video-messaggio amoroso alla «Charismatic Evangelical Leadership Conference» capeggiata dal telepredicatore Kenneth Copeland per mezzo di un giovane «vescovo» anglicano suo amico, Tony Palmer, che ha chiamato «mio fratello vescovo». Nel messaggio, il Pontefice ha dichiarato che cattolici e carismatici devono unirsi, perché tanto basta «amare Dio e il prossimo perché è tuo fratello e sorella», e questo ci unisce semplicemente... L’incredibile tragi-comicità della faccenda non si può cogliere, se non guardando il video di quella adunata, con la grinta e lo «stile» di Campbell e l’avvenenza di Palmer (subito dopo morto in un incidente di moto).



    Grazie a Pope Francis, possiamo vedere lo sbocco finale e caricaturale del «caritativismo» ecumenista, la convinzione che «la dottrina divide, il bene che facciamo ci unisce».
    Il Papa «anteponendo e sostituendo a tutto la carità, come autosufficiente strumento salvifico», finisce a negare la carità e la verità e la giustizia ai Francescani dell’Immacolata, e ai fedeli di Caserta, mentre appare come sottomesso al Treattino, e precisamente alla sua cervellotica «dottrina»; che poi costui faccia «il bene», e quale, non si sa. Vediamo anche, per esagerazione, l’esito terminale del «pastoralismo» clericale nella sua vera natura: il «primato della prassi» rivoluzionario, che va da Marx («Non basta contemplare il mondo, bisogna cambialo») per finire nella tecnocrazia e nella sua connessa «etica del successo», di cui la «teologia della prosperità» dei protestanti non è che una propaggine estrema — o estremista. Tutti gli aspetti del modernismo appaiono oggi, in questa sciagurata storia, nella forma di parodia e grottesco.
    Nel suo tele-messaggio ai telepredicatori, Bergoglio ha confessato di avere «nostalgia» di loro e delle loro adunate. Speriamo. Il passaporto argentino l’ha conservato, e adesso i Papi han cominciato a dimettersi.
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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Quando si scherza bisogna essere seri: Enzo Bianchi consultore al Pontificio consiglio per l’Unità dei Cristiani –
    di padre Ariel S. Levi di Gualdo
    Il Marchese del Grillo diceva: «Quando si scherza bisogna essere seri». E con questa serietà, oserei dire impeccabile, mi sono domandato: a quando Vito Mancuso consultore alla Congregazione per la Dottrina della Fede e Obi-WanKenobi al Culto Divino e alla Disciplina dei Sacramenti? E perché non incaricare il Clan dei Casalesi al Pontificio Consiglio per gli Affari Economici della Santa Sede e Marco Pannella per la cura dei giardini vaticani, affinché nel giro di tre mesi possano straripare delle splendide foglie di marijuana al punto da scendere come verde edera decorativa lungo le pietre delle mura leonine? Il tutto sempre parlando scherzosamente sul serio, che ciò sia ben chiaro.
    Un posto a Dario Fo al Pontificio Consiglio per la cultura, glielo vogliamo negare? E perché non coinvolgere anche Lady Gaga, si pensi al bene che potrebbe fare alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Ci sarebbero poi Elthon John e Gianna Nannini che non starebbero male al Pontificio Consiglio per la Famiglia. Né si dimentichi il contributo prezioso che la Signora Barbara Eleonora Ciccone, in arte Madonna, potrebbe dare presso la commissione di studi sul fenomeno di Medjugorie.
    Quale salto di qualità farebbe la Sala Stampa della Santa Sede se fosse pensionato padre Federico Lombardi in un monastero di certosini e incaricato al suo posto Roberto Benigni? Ed i ragazzi dello Zoo di 105 messi a dirigere la Radio Vaticana, non farebbero forse furore? E siccome un tocco di sanguigna follia iberica non guasta mai, perché non nominare Pedro Almodovar consultore al Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali?
    Infine ci sarebbe il comandante Francesco Schettino, che dopo l’affondamento della nave Concordia è rimasto senza impiego: perché non nominarlo responsabile dei viaggi apostolici del Santo Padre, oggi che la barca di Pietro sfiora, più che gli scogli dell’Isola del Giglio, l’iceberg del Titanic?
    Insomma, ce ne sarebbe di gente da sistemare, ma da qualcuno bisognava cominciare, si è scelto così di cominciare da un’anteprima d’avanspettacolo di tutto rispetto: Enzo Bianchi.
    Il mio confratello Antonio Livi, insigne teologo e filosofo metafisico, nel corso degli ultimi anni ha avuto modo di occuparsi più volte del fenomeno Enzo Bianchi. In miei scritti e commenti ho avuto modo anch’io di sollevare perplessità sulla “teologia” e sulla “ecclesiologia” del Bianchi e sul suo “ecumenismo” spinto spesso oltre i limiti della cattolica ortodossia, ed entrambi abbiamo pagato a caro prezzo le nostre legittime critiche, in questa Chiesa sempre più collegiale, libera, democratica e, soprattutto: aperta al dialogo … con tutto ciò che non è cattolico!
    Ho disapprovato più volte l’agire di certi vescovi che di fronte alla immane desolazione di molti seminari semivuoti e di non pochi loro seminaristi che giungono alla sacra ordinazione senza conoscere bene, non dico la teologia di base, ma il Catechismo della Chiesa Cattolica, si ostinano a chiamare il Bianchi a pontificare nelle case di formazione per futuri sacerdoti, od a mandarli a fare esperienze esotiche nella sua comunità catto-protestante di Bose, mentre farebbero meglio a mandarli ad Amsterdam, perché sarebbe molto più istruttivo sul piano della sfida pastorale.
    In nessuno dei miei scritti mi sono mai permesso di attaccare l’uomo Enzo Bianchi, né mai oserei giudicare la sua coscienza, che solo Dio può conoscere nel profondo e quindi giudicare. Ritengo però di beneficiare di quella libertà dei figli di Dio che mi consente di poter dire in coscienza – ed attendo ancora di essere smentito – che Enzo Bianchi è un cattivo maestro e un falso profeta, perché questo è ciò che emerge da suoi scritti, articoli e conferenze, rendendolo parecchio nocivo se diffuso e presentato come modello di pensiero “cattolico” ed “ecclesiale” in studi teologici e in case di formazione per sacerdoti e religiosi.
    Quando si scherza bisogna essere seri: Enzo Bianchi consultore al Pontificio consiglio per l?Unità dei Cristiani ? di padre Ariel S. Levi di Gualdo | Riscossa Cristiana



    Denunciare Colafemmina (senza “perfetta letizia”)
    Valerio Pece
    Il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata si arricchisce di un nuovo tassello. Padre Alfonso Maria Bruno, uno dei nuovi superiori dell’Ordine, nonché braccio operativo del Commissario p. Fidenzio Volpi, ha sporto denuncia per diffamazione contro Francesco Colafemmina, saggista, esperto d’arte sacra e curatore del blog Fides et Forma. La notizia è stata data da Marco Tosatti, che ha pubblicato una lettera privata inviata da Colafemmina ad alcuni amici statunitensi, da questi ultimi poi inoltrata al vaticanista della Stampa. Abbiamo sentito Francesco Colafemmina.
    Cosa è successo precisamente?
    Il 21 luglio i Carabinieri si presentano a casa mia e consegnano a mia moglie un biglietto con cui la si convocava - solo lei – al Comando della locale stazione per il giorno 24 dello stesso mese. Sul biglietto c’era questa dicitura: “questioni di giustizia”. Mia moglie, che è al settimo mese di gravidanza, pur comprensibilmente turbata dall’accaduto ha avuto la prontezza di chiamare il Comando chiedendo di anticipare l’interrogatorio all’indomani mattina. Non sapendo minimamente quale potesse essere il motivo della visita dei Carabinieri, era meglio passare in bianco una sola notte: aspettare il 24 luglio con quel peso psicologico e in quelle condizioni non era consigliabile.
    Quindi?
    Dopo averla rassicurata e dopo aver cercato di minimizzare il passaggio dei Carabinieri in casa, la mattina seguente l’ho accompagnata al Comando. L’hanno sentita per mezz’ora da sola e poi hanno chiamato anche me. Solo lì ho scoperto che mia moglie era stata sentita solo perché era lei l’intestataria dell’utenza telefonica e dell’adsl, e che il vero motivo della convocazione era la denuncia per querela di p. Alfonso Bruno. Resta per me ancora un mistero la procedura adottata, ossia l’identificazione dell’autore di articoli firmati attraverso l’utenza telefonica di casa.
    Cosa le viene addebitato?
    Per legge non ho potuto leggere il testo della querela. Il carabiniere, che è stato infinitamente cortese, dopo aver compreso la questione mi ha solo anticipato che si trattava di un “papiro di 4 pagine” in cui si faceva riferimento a due miei vecchi post del mio blog, in uno dei quali pubblico un documento. Per quegli articoli il padre si è sentito diffamato “come uomo e come religioso”.
    Ci spiega quale documento ha pubblicato?
    Quello in cui i Francescani dell’Immacolata fanno delle osservazioni sul modo con cui si sta svolgendo la Visita apostolica da parte di Mons. Vito Todisco, presentando de facto un ricorso alla Congregazione vaticana che si stava occupando del caso. Osservazioni critiche sottoscritte anche dal querelante, p. Alfonso Bruno.
    In un’intervista del 18 settembre 2013 rilasciata ad Andrea Tornielli Padre Bruno dice invece testualmente: “Non sono stato tra i firmatari del ricorso alla Santa Sede”. Come mai?
    Sul documento pubblicato





    c’è la sua firma, è visibilissima. Non so come faccia a dire che non abbia anche lui sottoscritto quelle osservazioni critiche per come si stesse svolgendo la visita. Immagino che la pubblicazione di quel documento lo abbia innervosito e messo in difficoltà. Da lì, probabilmente, la sua denuncia penale, che mi fa rischiare una reclusione da 6 mesi a 3 anni. Da parte di un francescano non proprio un’azione corrispondente a quella che San Francesco chiamava “perfetta letizia”..
    Lei parla di 4 lettere inviate a Roma subito dopo i fatti. A chi le ha scritte e perché?
    Ho voluto semplicemente informare chi di dovere su quello che mi era capitato, in nome di quella trasparenza che in questa vicenda purtroppo è sempre mancata. L’ho inviata al Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica; al Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Oltre che, ovviamente, direttamente al Palazzo Apostolico.
    E cosa ha scritto al Papa ?
    Quello che ho scritto agli altri Cardinali, Braz de Aviz, Burke e Müller. Oltre alla ricostruzione dei fatti ho aggiunto che trovo assurdo che un padre di famiglia debba rischiare la galera per aver ferito il narcisismo di un frate francescano. Ovviamente ho espresso anche il desiderio che la querela venga ritirata. Naturalmente non pretendo nulla. Spero soltanto che le autorità riescano a rendersi conto del parossismo raggiunto in questa vicenda, fra padre Manelli confinato in ospedale, abolizione del Seminario Teologico, obblighi di sottoscrizione del Novus Ordo, francescani della vecchia guardia spediti qua e là per il mondo, suore commissariate e laici querelati…
    Per molti il non “sentire cum ecclesia” – l’accusa che viene fatta ai frati e alle suore dell’Ordine fondato da Padre Manelli – ricorda per certi versi il reato di omofobia: tutti ne parlano ma nessuno sa realmente cos’è. In che senso questi frati e queste suore non avrebbero lo stesso sentire della Chiesa?
    E’ stato scritto tantissimo sul caso che ha colpito questo splendido Ordine. Ricostruzioni, approfondimenti, finanche un libro. Gli elementi, se si vuole approfondire, ci sono tutti. Magari anche la denuncia che ho subito può essere un piccolo tassello per ristabilire la verità, almeno sarà servita a qualcosa. In ogni caso – visto che non c’è più niente da fare e considerato che non ho alcuna voglia di spendere soldi in avvocati – evito ulteriori commenti.
    Sono ormai in molti a pensare che il commissariamento dei FFII si sia svolto in modo quantomeno irrituale, senza dire di quanti hanno apertamente parlato di abuso di potere. Anche diversi giornalisti hanno sollevato dubbi sul trattamento riservato ai frati, alle suore e al loro anziano fondatore: da Francesco Agnoli a Pucci Cipriani, da Antonio Socci a Sandro Magister, allo stesso Marco Tosatti. Come mai padre Alfonso Bruno ha colpito solo lei?
    Si tratta di un “monito”, come ha affermato un mio caro amico liturgista. Un monito rivolto a tutti coloro che rappresentano la Chiesa “dal basso”, ossia senza la protezione di una testata giornalistica e senza essere inseriti in cordate clericali. Essere dei cattolici freelance che riescono a catalizzare l’attenzione di decine di migliaia di lettori al mese con un semplice blog realizzato gratuitamente e senza guadagnarci una lira, evidentemente costituisce per alcuni un’anomalia da sanare. Perché il paradosso è che proprio quando si parla di collegialità e democrazia nella Chiesa, lo spettro dell’autoritarismo, del clericalismo autoreferenziale, riappare, e la fa da padrone. Ecco perché è molto più proficuo colpire un libero analista di fatti ecclesiali che un giornalista noto o un docente universitario o un autorevole vaticanista. Si spera di ottenerne un minor clamore e una maggiore arrendevolezza.
    Denunciare Colafemmina (senza ?perfetta letizia?) | Libertà e Persona



    Enzo Bianchi vuole ridurci al silenzio
    di Riccardo Cascioli
    «Scrivo in nome e per conto di Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose…». Comincia così una lettera inviata nei giorni scorsi al sottoscritto dall’avvocato Andrea Castelnuovo di Torino. Come avrete già capito non si tratta di una lettera di saluti o di auguri di buone vacanze, ma di una diffida, tendenza querela: l’avvocato infatti rileva che nel sito de La Nuova Bussola Quotidiana ci sarebbero «numerosi articoli diffamatori nei confronti del priore, della comunità e del monastero di Bose». In più ci viene rimproverato l’uso di fotografie di Enzo Bianchi «senza autorizzazione» e «con l’aggravante dell’uso in senso dispregiativo».
    Conclusione: «Vi invito e formalmente diffido a voler immediatamente cessare ogni utilizzo dell’immagine del priore Enzo Bianchi ed in generale delle immagini attinenti al monastero di Bose, nonché a voler eliminare dal sito Internet tutti gli articoli di contenuto diffamatorio, con espressa diffida dall’inserirne di ulteriori. Qualora non provvediate entro il termine di otto giorni dal ricevimento della presente, adirò le competenti autorità giudiziarie a tutela degli interessi dei diritti del mio assistito per ottenere l’inibitoria delle condotte illecite ed il risarcimento dei danni».
    Come prima cosa è bene chiarire che dal nostro sito non verrà tolto un bel nulla, perché non c’è niente di diffamatorio né nei confronti di Enzo Bianchi né di chiunque altro.
    Detto questo però occorre rilevare alcune stranezze nella lettera dell’avvocato per poi cercare di capire il senso di questa azione legale.
    Intanto, sembra di trovarsi di fronte a una lettera standard che poi di volta in volta viene aggiustata per il destinatario di turno. Ad esempio, si parla genericamente di «numerosi articoli diffamatori», ma poi si fa riferimento preciso soltanto a tre articoli: quello recente di monsignor Antonio Livi (clicca qui) che prendeva le mosse dall’intervista concessa da Enzo Bianchi a Vatican Insider, dopo la sua nomina a consultore del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani; e due risalenti addirittura al 2012 (uno dei quali pubblicato dalla “vecchia” Bussola): il primo, ancora di monsignor Livi, che si riferiva a un articolo sulla Stampa in cui Bianchi sosteneva la correttezza delle tesi di Hans Kung (non proprio un personaggio ortodosso); l’altro, del sottoscritto, che invece criticava un altro articolo – sempre pubblicato dalla Stampa – in cui Bianchi esaltava il gesto del suicidio dei monaci tibetani.
    Tutti questi articoli criticano il contenuto e le modalità degli interventi di Bianchi, ma sempre in modo rigoroso, attenendosi precisamente alle tesi sostenute dal priore di Bose. Per questo fa specie che l’avvocato faccia riferimento alla «non veridicità di molti dei fatti riportati». Tutto ciò che è riportato sono le parole del priore stesso, quindi di quali fatti si parla? Casomai sono proprio queste accuse generiche e infondate dell’avvocato a poter essere oggetto di azioni legali da parte nostra.
    Ma procediamo con le stranezze: la lettera di diffida parla di articoli diffamatori non solo nei confronti del priore ma anche della comunità e del monastero di Bose: in realtà solo in un articolo si fa un fugace riferimento alla comunità di Bose, ma soltanto per precisare che – contrariamente a quanto generalmente creduto – non si tratta di un nuovo ordine monastico, dal punto di vista canonico. È ciò peraltro che si deduce anche dalla presentazione che si può leggere sul sito della stessa comunità di Bose. Quindi, dove sarebbero questi articoli diffamatori sul monastero di Bose?
    E ancora: la contestazione dell’uso delle fotografie di Enzo Bianchi, come se le avessimo rubate a chissà chi per usarle in modo distorto. Ma Internet è piena di foto di Enzo Bianchi, che non hanno alcun copyright, e che si possono trovare su tantissimi siti. Foto normalissime, in genere primi piani, senza espressioni particolari, come quelle usate da noi. Nulla di sconveniente o di oltraggioso. E poi, di grazia: scrivendo un articolo su Bianchi, la foto di chi o di cosa dovremmo pubblicare?
    E sempre a proposito di foto, l’avvocato ci diffida dal continuare a usare le «immagini attinenti al monastero di Bose». Ma quando mai abbiamo pubblicato foto del monastero?
    Di fronte a queste incongruenze e generiche quanto gratuite accuse, sorge dunque la domanda sul perché di questa offensiva legale. La risposta appare abbastanza semplice: un atto di intimidazione, un tentativo di chiudere la bocca a chi osa criticare o anche solo porre domande sulla reale ortodossia delle tesi del priore di Bose. Evidentemente, la fama di “profeta” con cui viene accolto in decine di diocesi italiane, non deve essere neanche minimamente sfiorata dalla critica o dal dubbio. Tutto si può mettere in discussione nella Chiesa – compreso il Catechismo – ma non il “magistero” di Enzo Bianchi. È una ulteriore conferma che questi “maestri del dialogo”, così accoglienti e disponibili verso chi quotidianamente copre di fango la Chiesa, in modo direttamente proporzionale sono intolleranti nei confronti di coloro che all'interno della Chiesa chiedono conto di certe prese di posizione.
    In fondo nulla di nuovo, ma è bene che tutti sappiano di che pasta sono fatti certi personaggi che cercano di schiacciare ogni piccolo segno di dissenso proprio nello stesso giorno in cui ad Assisi fanno una lezione sul perdono.
    Enzo Bianchi vuole ridurci al silenzio



    Dai profeti del dialogo e della misericordia, una nuova brillante iniziativa: Enzo Bianchi minaccia azioni giudiziarie contro Riscossa Cristiana -
    Sulla scia di più illustri amici, ora è il nostro turno come bersagli della nuova offensiva progressista: la minaccia di azioni giudiziarie. Al di là dell’inconsistenza delle accuse, è interessante notare come chi manca di argomenti ricorra alle intimidazioni. E il diritto di cronaca, di critica, di libera discussione? Già, la legge è uguale per tutti, ma “alcuni sono più uguali degli altri”…
    di Paolo Deotto
    Questa lettera è arrivata poco fa (inizio a scrivere queste note alle 19.50) sulla casella di posta di Riscossa Cristiana:
    Scrivo in nome e per conto di Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose.
    Il sito riscossacristiana.it da Voi gestito contiene numerosi articoli diffamatori nei confronti del priore, della comunità e del monastero di Bose tanto per il contenuto, quanto per le modalià espressive ed i toni.
    Anche in considerazione della non veridicità di molti dei fatti riportati, gli articoli in questione si caratterizzano come lesivi dell’onore e dell’immagine dei miei clienti.
    Oltre all’aspetto della diffamazione, il sito Internet da voi amministrato – che, a partire dalla home page, contiene numerose immagini del priore Enzo Bianchi utilizzate senza alcuna autorizzazione, con l’aggravante dell’uso in senso dispregiativo – si connota quale illecito in quanto lesivo del diritto all’immagine tutelato dall’articolo 10 del codice civile e dall’articolo 96 della legge n. 633/1941.
    In particolare, gli articoli ai quali facciamo riferimento sono contenuti e linkati nella pagina Risultati della ricerca per bianchi | Riscossa Cristiana
    Sulla scorta di queste premesse, Vi invito e formalmente diffido a voler immediatamente cessare ogni utilizzo dell’immagine del priore Enzo Bianchi ed in generale delle immagini attinenti al monastero di Bose, nonché a voler eliminare dal sito Internet tutti gli articoli di contenuto diffamatorio, con espressa diffida dall’inserirne di ulteriori.
    Qualora non provvediate entro il termine di otto giorni dal ricevimento della presente, adirò le competenti autorità giudiziarie a tutela degli interessi dei diritti del mio assistito per ottenere l’inibitoria delle condotte illecite ed il risarcimento dei danni.
    Distinti saluti.
    Avv. Andrea Castelnuovo

    E’ così adesso è il nostro turno. Dopo la querela per diffamazione contro il direttore di Corrispondenza Romana per un articolo sul Collegio Capranica, dopo la minaccia di querela da parte di p. Bruno contro Colafemmina, ora tocca a noi, che, criticando legittimamente le opinioni espresse dal sig. Enzo Bianchi e avendo utilizzato immagini che chiunque può reperire su Google, ora siamo minacciati di azioni giudiziarie.
    Perfetto. Come in ogni buon romanzo giallo, vedremo chi sarà la prossima vittima.
    Intanto urge chiarire un particolare, diciamo così, “tecnico”. La lettera sopra riportata è indirizzata anche all’amministratore della società Lepanto srl, titolare del dominio internet riscossacristiana.it. Specifico allora che:
    - Tutto ciò che viene pubblicato sul sito Riscossa Cristiana, è deciso dal sottoscritto direttore, Paolo Deotto. Naturalmente sarà mia cura scrivere allo studio legale Castelnuovo per fornire il mio indirizzo, telefono, eccetera. Ripeto: ogni riga pubblicata è decisa dal direttore, Paolo Deotto.
    Chiarito ciò, nella sostanza c’è ben poco da dire. Pur non essendo avvocato, mi risulta difficile capire dove possa configurarsi una diffamazione quando si esprime una critica alle opinioni di una persona, nonché delle critiche a scelte religiose, o ideologiche, o come vogliamo chiamarle, operate e pubblicizzate da una comunità ben nota, e le cui regole sono note a tutti. Mi sfugge del tutto come un’immagine possa essere usata “in senso dispregiativo”, immagini peraltro che chiunque può trovare su Google o su altri motori di ricerca.
    Il sig. Enzo Bianchi è una persona a tutti nota e quindi la sua immagine è mille volte riportata su organi di stampa, siti, blog. Se è intenzione del sig. Enzo Bianchi intraprendere azioni giudiziarie contro tutti coloro che hanno pubblicato l’immagine del suo volto, gli facciamo tanti auguri perché lo aspetta un lavoro titanico.
    Ciò che non sfugge invece in questa vicenda è il tristissimo clima in cui sta finendo la nostra Italia, un tempo Nazione libera. Alla libera discussione, al confronto, anche duro ove necessario, delle idee, si sostituisce il ricorso all’autorità giudiziaria. Si minacciano le querele e le richieste di danni. Certo, nessuno finisce in gattabuia per il reato di diffamazione (che peraltro va provato davanti a un giudice…), ma intanto si minaccia anche la bella stangata economica. “Ti chiederò il risarcimento dei danni!”. E poi, francamente, quanto alla galera, vedremo. La legge è uguale per tutti, mai alcuni, è ben noto, “sono più uguali degli altri”…
    È molto interessante notare che queste iniziative partono proprio da quella parte che ci tiene a definirsi progressista, e nella fattispecie anche “misericordiosa” e che invece sfugge al confronto delle idee e preferisce rifugiarsi nella minaccia giudiziaria. Legittimisti fino in fondo, niente da dire…
    Provate a immaginare cosa succederebbe se uno di noi biechi conservatori o criptolefebvristi o che altro intentasse un’azione giudiziaria contro gli innumerevoli organi di stampa o siti internet che ci additano quotidianamente al pubblico disprezzo. Ricordo, tanto per fare un esempio, che alla Marcia per la Vita del 2012 ci furono giornalisti che dalla loro fervida fantasia partorirono la presenza alla Marcia di “gruppi neonazisti” e accusarono gli organizzatori della Marcia di “criminalizzare le donne”.
    Un po’ di tempo fa (non ricordo con precisione) su un sito dell’Anpi venni definito come “un pericolo per la democrazia” perché avevo criticato la pubblicazione del famoso libretto di propaganda omosessualista “Piccolo Uovo”. E di altri esempi se ne potrebbero fare tanti. In tutti i casi, abbiamo sempre risposto con la penna, o con la tastiera, se preferite; non certo col tintinnio delle manette…
    Insomma, viva l’Italia libera e viva la nuova chiesa della misericordia.
    Naturalmente vi terremo informati sugli sviluppi di questa vicenda.
    A tutti un cordiale saluto dal vostro direttore, per ora ancora uomo libero.
    Paolo Deotto, direttore del sito Riscossa Cristiana
    Dai profeti del dialogo e della misericordia, una nuova brillante iniziativa: Enzo Bianchi minaccia azioni giudiziarie contro Riscossa Cristiana* -* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana



    Diego scrive:
    1 agosto 2014 alle 21:48
    Se denuncia vuol dire che non ha argomenti validi per opporsi a questo sito, che questo sito infastidisce veramente tanto i modernisti e che ha messo più volte il dito nella piaga: continuiamo così (a meno che i gestori del blog non rischino qualcosa, in quel caso spetta solo a loro decidere se e quali rischi correre)!
    Non credendo più alla Giustizia e alla Misericordia divine, i progressisti credono solo nella misericordina (solo verso gli immorali e i nemici del Cattolicesimo) e nella giustizia giudiziaria!
    Piena solidarietà al Direttore!!

    ulysse scrive:
    1 agosto 2014 alle 211
    Mi sento addolorato da quanto scrive, Direttore, e non posso che esprimere la mia umile ma ferma solidarieta’. Perche’ Bianchi non interviene di persona ed esprime le sue ragioni invece di inveire tramite interposta persona? Il sito e’ aperto a tutti. Ho l’ impressione che questi attacchi, forse mi sbaglio, nascano da una situazione politica in cui piu che il confronto leale, magari aspro, si preferisca arrivare comunque a patti, si prediligano le larghe intese,e si faccia a gara a formulare idee su cui tutti sentano di condividere, all’unisono, senza spirito critico. Chi non si prostituisce al comune sentire e’ oggetto di critica, talvolta feroce, perche’ nel coro le voci singole non hanno asilo.

    Francesco Colafemmina scrive:
    3 agosto 2014 alle 0:24
    Caro padre, caro direttore del sito,
    vi offro la mia solidarietà, per quello che può valere. E una brevissima riflessione: la cosiddetta Chiesa “dal basso” non è appannaggio solo di chi vuol smontare la Chiesa, il magistero, il celibato sacerdotale, l’etica cattolica, la liturgia. La Chiesa “dal basso” siamo anche noi. Può darsi che papa Giovanni Paolo II e papa Benedetto abbiano fatto male a non querelare chi li criticava e che altrettanto male abbian fatto i loro più stretti collaboratori. Forse all’epoca non si poteva far affidamento sui blog e sui siti internet. E’ questa una realtà tecnologica alla quale il mondo “vaticano” non è abituato.
    Bisognerebbe approfondire tuttavia il senso di queste piccate reazioni, cercare di comprendere come esse siano legate all’acquisizione di titoli, nomine, onorificenze, ruoli nella gerarchia. Se c’è lo “scatto” ecco partire più facile la querela. Come se non si potesse tollerare una critica, pur serrata, fondata sulle idee. Come se la critica finisse per inficiare l’autorità conseguita e ancora instabile.
    E nonostante l’autorità abbia in campo ecclesiastico un pomerium ben definito, la si intende in un senso più ampio e trabordante, tanto da ritenere più facile e doveroso l’accesso ai servigi della giustizia civile, manco fossimo nell’alto medioevo. E questo nonostante sia palese il sovraccarico di tribunali e procure dovuto ad innumerevoli cause spesso inutili o inconsistenti. Si deve dunque avere una così alta stima di sé e dell’auctoritas ottenuta da renderla efficace per tutti. Solo che così l’auctoritas diventa imperium, non è più riconosciuta dagli altri, bensì imposta da sé. Dubito che tale sottigliezza sia percepibile oggi, tuttavia richiede anch’essa una riflessione. Perché se l’autorità ecclesiastica si è ridotta ad imperio, se proprio nell’epoca della “democrazia” e della “collegialità” nella Chiesa si agisce con cipiglio autoritario, viene spontaneo domandarsi se l’autorità suddetta non miri esclusivamente alla conservazione di una vacua struttura, di una architettura di potere, piuttosto che all’adempimento del Vangelo. E se è così diviene poi logico comprendere che laddove questa architettura di potere per conservarsi deve andare a braccetto col mondo, il suo imperium sarà imposto solo su coloro che freneranno un tale connubio. Ecco perché non si condannano e non si querelano tutti coloro che per anni hanno versato letame su papa Benedetto, tutti coloro che hanno offeso o ingiuriato Vescovi o Cardinali “resistenti” sui temi etici e sul magistero, ma solo quelli che oggi cercano di porre un freno alle derive mondane. Costoro rappresentano un inciampo e oltretutto sono antiestetici per chi del maquillage pare aver fatto uno stile di vita. Così vanno rimossi o schiacciati come si suol fare con le zanzare nelle sere estive. Un po’ di piretro e via…

    Dante Pastorelli scrive:
    1 agosto 2014 alle 226
    Penso che i tromboni modernisti sentano sfuggir la terra sotto i piedi e paventino una voragine.
    Purtroppo si fan forti del sostegno pontificio.
    Finirà tutto in una bolla di sapone.
    E poi, caro Deotto, se proprio devi risarcir qualcuno per l’uso dell’immagine del guru di Bose, almeno moralmente dovresti risarcir noi che siam costretti a veder quell’immagine da incubo, visto che sembra uscir da qualche pagina del noto Dan
    La verità non va taciuta ma gridata dai tetti. E dai tetti va gridato un sonoro collettivo “no” alla sinistra normalizzazione.
    Tutta la mia solidarietà.

    natale del grande scrive:2 agosto 2014 alle 67
    Perché ci dobbiamo risentire per il ricorso di Bianchi alle vie legali? In fin dei conti anche Gesù lo ha fatto e lui, che vuole imitarLo in tutto, fa proprio così; infatti è noto come Nostro Signore, accusato dai farisei, e non solo, si inquietó, prese pergamena e penna d’oca e si fece difenfere dai togati principi del foro di allora nel Suo comparire davanti al sinedrio nonché davanti a Pilato. Infatti vinse la causa e liberarono Lui e non Barabba. Ma forse qualcosa mi sfugge!

    Marco Gori scrive:
    2 agosto 2014 alle 9:05
    Questa vicenda, come quella di Colafemmina, dimostra solo che quei signori non sono cristiani, ma farisei. Il cristiano non va per vie legali, perché segue le parole di Gesù in Matteo, 5, 22-25 e 38-48.
    La falsa misericordia, falsa perché scevra dalla Giustizia, da’ solo questi frutti, ancora Matteo, 5,20.
    Tutta la mia solidarietà, caro Direttore

    Antonio Livi scrive:
    2 agosto 2014 alle 17:08
    Giustissimo! Inoltre, non mi pare che una discussione teologica tra cattolici posa essere portata davanti a un tribunale civile. Altrimenti lo Stato italiano dovrebbe giudicare e condannare tutti i modernisti che hanno accusato san Pio X, Pio XII e persino san Giovanni Paolo II di dispotismo ecclesiastico e di repressione del dissenso… Ricordo che negli anni Cinquanta il vescovo di Prato fu prima condannato dal Tribunale di Firenze per aver qualificato come “publici concubini” due cattolici della sua diocesi che si erano sposati in Comune. Poi però in Appello fu assolto perché aveva parlato in esercizio delle sue funzioni di vescovo a tutela della morale cattolica. Cadde così l’ipotesi di reato della
    “diffamazione”. Analogamente, adesso, per dimostrare che io e altri hanno diffamato Bianchi bisognerebbe che un tribunale civile (non ecclesiastico) decidesse sull’ortodossia mia o di Bianchi, e poi entrasse nel merito delle reciproche idee circa l’ecclesiologia. Roba da ridere…

    Carla D'Agostino Ungaretti scrive:
    2 agosto 2014 alle 9:17
    Tra cristiani non ci dovrebbero mai essere querele giudiziarie, ma pacato scambio di idee soprattutto quando non ci si trova d’accordo. Oggi ci riempiono la testa col dialogo e allora perché Bianchi non è intervenuto su RISCOSSA CRISTIANA per chiarire dove e perché non è d’accordo? Mi meraviglio di lui che è un uomo consacrato, ci vuole tanto a capire queste cose?
    Coraggio, caro Paolo, come vedi siamo tutti con te!.

    franco scrive:2 agosto 2014 alle 119
    Il problema secondo me è che Enzo Bianchi per “difendersi”, invece di confidar in Nostro Signore Gesù Cristo, confida nell’uomo (“competenti autorità giudiziarie”)!
    «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
    che pone nella carne il suo sostegno
    e dal Signore si allontana il suo cuore.
    Egli sarà come un tamerisco nella steppa,
    quando viene il bene non lo vede;
    dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
    in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
    Benedetto l’uomo che confida nel Signore
    e il Signore è sua fiducia.
    Egli è come un albero piantato lungo l’acqua,
    verso la corrente stende le radici;
    non teme quando viene il caldo,
    le sue foglie rimangono verdi;
    nell’anno della siccità non intristisce,
    non smette di produrre i suoi frutti.
    Geremia 17 5-8.

    Valerio scrive:2 agosto 2014 alle 131
    Quello del Signor Bianchi é il tipico comportamento di un uomo che ha paura, che si sente minacciato e non avendo argomenti validi per rispondere alle sue riflessioni, dottor Deotto, e non potendo negare in alcun modo la loro veridicità, utilizza infondate accuse giuridiche cercando di intimidirla. Lui, però, non sa con chi ha a che fare, cioé con gente come lei che non si smuoverebbe dinanzi ad un cannone pronto a sparare, gente che sarebbe ben disposta al martirio per difendere la Verità e la giustizia secondo quanto ci insegna Nostro Signore Gesù Gesù Cristo. Caro direttore, potrà sempre contare sul mio sostegno, su quello di miriadi di sinceri cattolici, ma soprattutto, sul sostegno di Dio, che vivifica ed accompagna quanti si impegnano nel mettere in pratica la sua volontà ed insegnare ai fratelli a fare altrettanto.

    Lotario scrive:
    2 agosto 2014 alle 14:05
    Caro – e mai ho scritto così convintamente questa parola come in questo momento – Direttore,
    l’ho scritto da un’altra parte fra le pagine di Riscossa Cristiana: viviamo in un clima di caccia alle streghe … – a rovescio però,! … ché ora son le streghe che dan la caccia ai difensori della retta dottrina della Fede! – ed ora siam giunti così alla consegna al braccio secolare!
    Le esprimo tutta la mia solidarità e l’assicuro della mia pur povera preghiera: oggi – 2 agosto, festa del perdono d’Assisi – dirò il mio Rosario e ascolterò la Messa per Lei e per quanti – dal Rev. P. Mannelli e dal Rev. P. Lanzetta agli altri Francescani dell’Immacolata che stan subendo una vera e propria persecuzione, dal Dott. Colafemmina a quant’altri, autentici cattolici, i modernisti voglion murare la bocca.
    E pregherò anche per quell’anime morte che s’illudon d’esser vive affinchè il Dio della Misericordia di cui parlano ma che mostrano di non conoscere, tocchi il loro cuore, convertendoli a Lui e impedendogli di fare altro male oltre che a quello che, a piene mani, han già fatto!

    mara scrive:
    2 agosto 2014 alle 15:05
    E’ esilarante sapere che che il sig. Enzo Bianchi minaccia qualcuno perchè utilizza una sua immagine senza previa autorizzazione dello stesso, quando lui si fregia abusandone da decenni di titoli e denominazioni proprie della Chiesa Cattolica che in quanto tali discendono dal riconoscimento con atti ufficiali della Santa Sede attraverso i quali si istituzionalizzano determinate realtà che nel caso del presunto ‘monastero’ di Bose, e di conseguenza del suo ‘superiore’, non è mai avvenuto. Nonostante ciò, il sig. Bianchi -così rigoroso nei confronti di Riscossa Cristiana- non ha mai rinunciato al titolo di ‘priore’ e a denominare ‘monastero’ il centro di Bose. Come mai, una svista ? No, nessuna svista, ma la necessità dell’equivoco per farsi accreditare, perchè senza l’equivoco sarebbe stato difficile trarsi dal nulla. In sintesi, sono decenni che il sig. Bianchi utilizza titoli e denominazioni della Chiesa Cattolica senza averne diritto approfittando della misericordia della Santa Sede, e tutto quel tesoro di misericordia accumulato in questi decenni lo tiene stretto per sè senza cederne neppure un granello al suo prossimo che invece minaccia di querela. Mi viene in mente quella parabola del padrone che condona il debito al suo servitore, il quale a sua volta va da un suo debitore -che gli doveva molto meno denaro di quanto a lui era stato appena condonato- e con prepotenza e senza pietà esige subito il pagamento del debito. Se non ricordo male nella parabola viene definito “servo malvagio”.
    Il legale del sig. Bianchi è certo che una legge del 1941 "articolo 10 del codice civile e dall’articolo 96 della legge n. 633/1941″ possa tutelare le immagini reperite in rete ?

    Andrea scrive:
    2 agosto 2014 alle 159
    Questa denuncia è come ricevere una medaglia d’oro al valore militare! W Riscossa Cristiana che è sulla buona strada!

    AICI scrive:
    2 agosto 2014 alle 204
    A proposito di immagini usate senza diritto…parliamo del logo de le Edizioni Qiqajon

    Giacomo scrive:
    2 agosto 2014 alle 23:18
    Bianchi … sì, come i famosi sepolcri…

    luciano pranzetti scrive:
    3 agosto 2014 alle 68
    Il sig. Enzo Bianchi, fantomatico ed abusivo priore di un fantomatico ed abusivo monastero “comunità”, cerca, qui in terra, un giudice contro RISCOSSA CRISTIANA. Si premuri di trovarsi un avvocato che lo difenda in cielo davanti a un altro GIUDICE a cui nulla è nascosto, nemmeno questa biasimevole sua azione. In quanto al diritto d’immagine, pare che sia diventato un novello Allah, o uno dei tanti divetti, di cui è vietato rappresentare le fattezze.



    Enzo Bianchi minaccia azioni giudiziarie contro Riscossa Cristiana. Ecco cosa abbiamo scritto al suo legale
    di Paolo Deotto
    Nel precedente articolo in materia ho preso l’impegno di tenere aggiornati i lettori sulla vicenda della minaccia di querela da parte di Enzo Bianchi.
    Vi riporto qui di seguito il testo della mail inviata oggi allo studio dell’avv. Castelnuovo. Come potete vedere, invitiamo Enzo Bianchi a confrontarsi: di certo egli, uomo del dialogo, non si rifiuterà.
    Con l’occasione desidero anche ringraziare i tanti amici lettori che non solo attraverso i commenti, ma anche con mail dirette alla redazione, hanno manifestato la loro vicinanza e solidarietà. A tutti un grazie di cuore.
    Ecco il testo della mail inviata al legale che ci ha scritto per conto di Enzo Bianchi:
    Caro Avv. Castelnuovo,
    in qualità di direttore e unico responsabile di quanto viene pubblicato sul sito”Riscossa Cristiana”, Riscossa Cristiana , riscontro la sua mail, pervenuta sulla casella di posta di Riscossa Cristiana alle ore 18.41 di venerdì 1 agosto.
    In linea generale, e senza che ciò comporti alcun riconoscimento di quanto da lei esposto, tengo a precisare che l’unico responsabile di quanto pubblicato sul sito Riscossa Cristiana è il sottoscritto, direttore del sito stesso, mentre la società Lepanto srl altro non è che la titolare del dominio internet riscossacristiana.it.
    Anzitutto le chiedo la cortesia di chiarire quali siano gli articoli che vengono definiti “diffamatori” nei confronti del sig. Bianchi e/o della comunità da lui diretta. Non può di sicuro esserci alcuna diffamazione nei confronti del “monastero”, non esistendo detto monastero, per mancanza di un ordine religioso e dei monaci.
    Poiché lei sostiene che da parte di Riscossa Cristiana si sia operata questa presunta diffamazione, sia dunque così gentile da indicarmi dove e come ciò sia, a suo avviso o ad avviso dei suoi assistiti, accaduto. Le chiedo ciò sia perché formulando delle accuse bisogna entrare nello specifico, sia perché lei mi ha indicato un link che rimanda ad alcuni articoli, ne tralascia altri, e rimanda anche ad articoli in cui semplicemente compare la parola “bianchi”. Un esempio: un articolo intitolato “La favola dei telefoni bianchi”, oppure un articolo scritto da un collaboratore che si chiama “Alessandro Bianchi” difficilmente, mi pare, possono avere attinenza con la vicenda di cui stiamo parlando.
    Attendo quindi da lei gentilmente queste specifiche: gli articoli a cui lei si riferisce e naturalmente i singoli passaggi, frasi, parole da lei o dai suoi assistiti considerati come diffamatori.
    Di ciò la ringrazio fin d’ora e approfitto della gradita occasione per fare una proposta al sig. Bianchi, proposta che la pregherei gentilmente di inoltrargli:
    - Poiché gli scritti di diversi Autori altro non fanno che confutare posizioni e/o opinioni teologiche o dottrinali espresse dal sig. Bianchi;
    - Poiché mi pare molto difficile che questa sia materia in cui possa essere competente il giudice, che applica ovviamente le norme previste dall’ordinamento giuridico, ma non può certo entrare nel merito di discussioni teologiche e dottrinali;
    - Poiché il sig. Bianchi aveva il diritto, leggendo articoli in cui veniva criticato, di esporre le sue ragioni, che noi ci saremmo affrettati, come nostro dovere, a pubblicare.
    Per i motivi sopra esposti, invito il sig. Bianchi a volerci inviare un suo scritto, che ci affretteremo a pubblicare, nel quale vorrà esporre dove e come, a suo avviso, abbiamo sbagliato nel criticarlo; fatto salvo naturalmente il nostro diritto di replica.
    oppure,
    invito il sig. Bianchi a partecipare a un pubblico dibattito, che sarà nostra cura organizzare, in cui confrontarsi apertamente.
    Poiché il sig. Bianchi è, se non erro, sostenitore del dialogo con tante componenti della società e della cultura, non ultime anche quelle non cattoliche, auspico davvero che voglia accettare questo confronto con studiosi cattolici. Potrebbe essere un’interessante occasione di approfondimento per tutti.
    Non entro nel merito del problema sollevato circa l’utilizzo dell’immagine del sig. Bianchi, poiché, essendo lo stesso uomo di pubblica notorietà, la pubblicazione della sua immagine, non carpita in situazioni che possano lederne il diritto alla riservatezza, è cosa assolutamente normale. Le stesse immagini pubblicate da noi sono visibili dai milioni e milioni di utenti di internet che vadano su un qualsiasi motore di ricerca e compongano “ricerca: Enzo Bianchi – immagini”.
    La ringrazio per l’attenzione e resto in attesa di un suo cortese riscontro.
    Coi migliori saluti
    Paolo Deotto
    Direttore del sito Riscossa Cristiana.
    Enzo Bianchi minaccia azioni giudiziarie contro Riscossa Cristiana. Ecco cosa abbiamo scritto al suo legale* -* di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana



    “FUORI MODA”. La posta di Alessandro Gnocchi – rubrica del martedì
    By Redazione
    Ogni martedì Alessandro Gnocchi risponde alle lettere degli amici lettori. Tutti potranno partecipare indirizzando le loro lettere a info@riscossacristiana.it , con oggetto: “la posta di Alessandro Gnocchi”. Chiediamo ai nostri amici lettere brevi, su argomenti che naturalmente siano di comune interesse. Ogni martedì sarà scelta una lettera per una risposta per esteso ed eventualmente si daranno ad altre lettere risposte brevi. Si cercherà, nei limiti del possibile, di dare risposte a tutti.
    martedì 5 agosto 2014
    è pervenuta in Redazione:
    Caro dott. Gnocchi,
    ho appena letto della querela che Enzo Bianchi, priore di Bose, minaccia contro Riscossa Cristiana.
    Io sono sbalordito e pieno di tristezza. Tra l’altro mi pare che esistesse il divieto per preti o religiosi in genere di agire in giudizio contro fratelli della stessa Chiesa (o mi sbaglio?).
    Ho molti anni e purtroppo non ho avuto la fortuna di poter studiare. Ho avuto però la fortuna di imparare il catechismo come si faceva una volta e mi ricordo anche della “vecchia” chiesa cattolica, dove almeno si sentivano dire dai preti le stesse cose, dove i preti che facevano scandalo (ce ne sono sempre stati) venivano puniti e dove non si sentiva mai dire di religiosi che dicessero o facessero cose strane e poi ricorressero ai carabinieri se qualcuno aveva da obiettare. Già non capisco più cosa sia questa chiesa in cui sento tante “novità”, poi mi viene detto che sono pastorali e non dottrinali e già qui inizia a girarmi la testa, perché non so nemmeno la differenza cosa sia. So che il risultato è che quando vado a messa sento dire cose stranissime. Poco tempo fa ho sentito parlare di speciale attenzione per il dolore delle coppie separate e divorziate, ma ai miei tempi si sapeva benissimo che due cristiani sanno che il loro matrimonio è per sempre. Ora questa faccenda dei religiosi che si mettono a fare querele a destra e a sinistra mi dà un’altra mazzata in testa. Ma se ci sono discussioni tra loro non dovrebbero rivolgersi al vescovo?
    La ringrazio tanto e le faccio tanti auguri
    Enea Maltoni
    Caro Maltoni,
    lei pone questioni che richiederebbero una discreto scaffale di una libreria per rispondere con cura. Ma, a rigore, si può anche risolvere la questione in modo molto semplice con una domanda che io rivolgo a lei: se rilegge con attenzione la sua lettera, non le pare di aver descritto una nuova religione che poco o nulla ha a che fare con quella cattolica?
    Se la risposta, magari dettata da un mal riposto ottimismo della volontà, è “No”, allora non potrà mai comprendere ciò che sta accadendo, sia negli eventi sia nelle cause. Se, invece, risponde con un doloroso “Sì”, vedrà che, come d’incanto, tutti i tasselli andranno al loro posto senza neppure uno scricchiolio.
    Mi rendo conto che, per un cattolico, non possa esserci nulla di più doloroso che constatare come la sua Chiesa sia impunemente invasa da chi propaga un’altra religione. Ma, le pongo un’ulteriore domanda: dopo millenovecentosessanta anni di onorata vita cristiana, ora abbiamo sotto gli occhi un nuovo rito, una nuova teologia, una nuova filosofia, una nuova morale, una serie di eccetera, eccetera tutti nuovi fiammanti… Non sarebbe più salutare per la nostra povera ragione riassumere tutto sotto il concetto di nuova religione?
    Lasci perdere i normalisti che tentano di spiegare che va tutto bene. E lasci perdere coloro che, spesso spinti l’ottimismo della buona volontà, vogliono illudersi di poter dire che Enzo Bianchi sfrutta papa Francesco per i suoi scopi, e poi vengono minacciati di querela (o querelati) esattamente come “Riscossa cristiana” e il suo direttore. Questi signori non hanno capito, o non vogliono capire, che attaccare Enzo Bianchi è come attaccare Bergoglio, il quale non a caso una decina di giorni fa, ha nominato il “priore” di Bose come consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il dicastero vaticano guidato dall’ecumen-kardinal Kurt Koch. Chi dei due sta sfruttando l’altro? Come si suol dire tra persone ancora agganciate alla realtà: contra facta non valent argumenta.
    No caro, Maltoni, non c’è proprio nulla di strano in quanto sta accadendo. Procede tutto secondo il ruolino di marcia. Tutto limpido, ma anche grottesco. Pensi che il direttore di “Riscossa Cristiana” ha ricevuto la lettera dell’avvocato di Enzo Bianchi nel giorno del Perdono di Assisi. E pensi che, proprio quel giorno, Enzo Bianchi, intervistato sul significato della giornata a proposito della guerra in Medio Oriente pontificava spiegando che, fino a quando ci si ferma a una giustizia retributiva e non si accede alla logica del perdono non si potranno mai superare i conflitti. Forse se ne è dimenticato nel momento di dare mandato al suo legale per agire contro chi lo critica.
    Lei mi chiede anche se vale sempre il divieto per preti o religiosi in genere di agire in giudizio contro fratelli della stessa Chiesa. Ma si è dato la risposta da solo: Enzo Bianchi non è prete e neppure religioso in genere.
    Eppure questo non è ancora il punto. L’azione legale di Enzo Bianchi contro Riscossa Cristiana e altri siti che lo hanno criticato, così come quella di Alfonso Bruno, francescano dell’Immacolata che cavalca la ribellione contro padre Manelli, ai danni dell’ineccepibile Francesco Colafemmina, è solo l’inizio di ciò che toccherà a chi si oppone al nuovo corso ecclesiale: il braccio secolare dello stato laico si occuperà di reprimere i cattolici refrattari alla nuova religione. E così siamo giunti al capovolgimento dell’ordine che vigeva nella Cristianità. Un tempo lo stato confessionale era al servizio della Chiesa nella repressione delle eresie per la salvezza delle anime, ora lo stato laico e ateo si fa complice di chi dentro la Chiesa intende reprimere l’ortodossia per la dannazione delle anime.
    È semplicemente cambiato il padrone.
    La persecuzione per chi vorrà rimanere cattolico verrà condotta all’interno della Chiesa utilizzando le leggi dello stato, da quelle sull’omofobia in giù, o in su.
    Ma su questo torneremo con calma.
    Non entro in altri dettagli perché quanto ha scritto Paolo Deotto in questi giorni è più che esaustivo. Mi associo alla proposta di un confronto pubblico.
    Facciamolo questo confronto. Magari è la volta buona che, con Enzo Bianchi, si trovi persino qualche parrocchia disposta a far entrare nel suo auditorium persino i tradizionalisti.
    Facciamolo questo confronto. All’ultimo sangue, al primo sangue, a mezza cottura, come preferisce il dottor Bianchi, ma facciamolo.
    Sarebbe bello che il dottore mostrasse di avere gli attributi e convocasse tutti quei cani rognosi di tradizionalisti che osano attaccarlo. Ci si potrebbe persino a vedere a Bose e sedersi sul banco degli imputati. Ma che il processo sia pubblico. Così l’inquisitore Bianchi potrà spiegare come si concilia tutta quella sua amorevole attenzione per tutto ciò che è diverso, straniero e indifeso con la frequentazione degli studi legali.
    Ora che è consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo ecumenico, il prior dei priori Bianchi dovrebbe parlare anche con i tradizionalisti, a meno che pensi che non siano cristiani.
    Ma, in fondo, caro Maltoni, chi siamo noi per giudicare?
    Alessandro Gnocchi


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Luca Beatrice sul Giornale mi informa dell’esistenza di un nuovo libro forse finalmente esaustivo sui tatuaggi (“Storia sociale dei tatuaggi” di Alessandra Castellani) e confessa la colpa di due tatuaggi (uno dedicato alla squadra di calcio Juventus!) e sintetizza la spinta a tatuarsi in una sola parola: identità. E’ vero, non ci avevo pensato, il tatuaggio è un surrogato dell’identità. Quindi tutti questi corpi sporchi li dobbiamo ai preti (avete presente i cattoramadanisti?) secondo i quali una religione vale l’altra, e ai politici (avete presente gli onusiani, gli europeisti, i marenostristi?) secondo i quali una nazione vale l’altra. Io pensavo che i tatuati fossero solo scadenti soggetti invisi a Dio (Levitico 19,28). Non è così semplice. I tatuati non sanno nemmeno che Dio esiste, i tatuati sono degli abbandonati a loro stessi.
    PREGHIERA - 01 Agosto 2014

    Da oggi parlerò di Enzo Bianchi usando l’immagine della bellissima Monica Bellucci
    di padre Ariel S. Levi di Gualdo
    Sono le due della notte ed a quest’ora un prete dorme, anche perché la mattina lo attendono le lodi, l’ufficio delle letture, la celebrazione della Santa Messa insomma, uffici divini cattolici, non i riti ecumenici-sincretistici della comunità multi-confessionale di Bose. E mentre dormivo circondato da un esercito di angeli custodi – posto che un soggetto come me, se tutt’oggi è indenne, s’è fatto sicuramente amici l’Arcangelo Gabriele e il Metatron in persona – ecco giungere il molesto squillo del telefono.
    Con un occhio aperto e uno chiuso salto dal letto pensando che qualcuno aveva bisogno dei Sacramenti, come accadde quando alcune volte fui chiamato nel cuore della notte presso un morente. Era invece un amico nottambulo che mi comunicava esagitato:
    «Vi hanno querelati tutti, siete proprio nei guai!»
    Replico:
    «Mi avevi promesso che l’avresti smessa con l’alcol, ci sei nuovamente cascato?»
    Ribatte l’amico:
    «Non sono ubriaco, non bevo più. Gli è che quel certo priore di Bose vi vuol querelare tutti. Tu che scrivi su Riscossa Cristiana, non leggi neppure gli articoli?
    Rispondo:
    «Certo che li leggo, però sai com’è, faccio il prete; e non lo faccio per caso od a tempo perso, ed oggi ero impegnato nella predicazione e nelle confessioni».
    E dato che mi aveva svegliato, vado a leggere Riscossa Cristiana, prendendomela anzitutto con qualcuno, per l’esattezza col direttore di Riscossa Cristiana, eletto seduta stante capro espiatorio per quella telefonata giunta repentina nel cuore della notte; e borbottando — in suo danno s’intende — l’intero Libro delle Lamentazioni, come novello Isaia apro il computer e mi collego a internet.
    Bisogna anche chiarire che a un uomo sano — incluso soprattutto un prete — sono ben altre le cose o le tentazioni che dovrebbero togliere il sonno, per tenerlo sempre sano e vigile nella lotta e nella fedeltà, ma non certo Enzo Bianchi, che con tutto il dovuto rispetto alla sua sacra e inviolabile persona è entrato ormai in età da geriatria. Oltre al fatto che bello non era neppure da giovane e che, in ogni caso, avesse posseduto pure il fascino di Sean Connery, resta un uomo, quindi impossibile oggetto di turbamenti notturni e diurni, almeno per me.
    Sempre lamentando ogni peggior cosa sul povero Paolo Deotto — ormai in fila verso l’ara del tempio come vitello sacrificale sul quale riversare e poi lavare col sangue il peccato di quella sveglia notturna — ho letto l’articolo in questione dove era riportata la lettera di un avvocato che si esprimeva in termini giuridici che, non lo nascondo, mi hanno lasciato alquanto stupito
    A una a una ho letto tutte le contestazioni giuridiche mosse dal sunnominato avvocato circa la sua idea sulla disciplina del reato di diffamazione a mezzo stampa [cf. art. 595 C.P.], probabilmente incurante del dettato costituzionale riguardante le libertà di pensiero, parola ed espressione [cf. Costituzione Repubblicana, art. 21], ed ho preso infine atto che una persona pubblica — Enzo Bianchi — non gradisce l’uso di sue immagini, che sono a disposizione di chiunque sulla rete telematica e sui giornali. Il tutto basato su cosa? Non sono riuscito a capirlo.
    Per questo ho preso una decisione molto seria: ho confermato a me stesso che falsi profeti e cattivi maestri non vanno presi sul serio, ma solo presi in giro. E se per le mie satire, mai lesive alle persone e alle altrui onorabilità, dovessi essere oggetto di procedimenti giudiziari, agli arresti ci dovrò finire in compagnia di Roberto Benigni e di Maurizio Crozza. Ovviamente chiederei di essere messo in cella con loro, perché tutti e tre assieme faremmo furore: già mi vedo recitare Dante col Benigni per i carcerati, od a chiedere al Crozza durante il tempo d’aria nel cortile del carcere da dove tirò fuori quello sketch televisivo nel quale faceva portare sulle spalle al Santo Padre un frigorifero in dono ad una povera vedova romana …. Peraltro senza mai essere querelato da nessuno per reato di vilipendio alla persone del Sommo Pontefice, anzi facendo sorridere con le sue scenette l’intera curia romana [sui reati contro la persona del Sommo Pontefice vedere: art. 277 C.P, art. 8 Tratt. Santa Sede e Italia 11.02.1929, art. 297 C.P].
    È presto detto: il prestigio e l’onore di Sua Beatitudine il Patriarca di Bose, è forse superiore a quello del Romano Pontefice? Credo che la verità sia altra: la Santa Sede, navigata attraverso i secoli come nessun’altra istituzione al mondo, è molto meno seriosa della cupa congrega catto-protestante di Bose e di alcuni suoi affiliati, perché pochi come gli eterodossi sono permalosi, poiché di fondo sempre arrabbiati per il fatto che il Padre e il Figlio non hanno chiesto il loro consulto prima di far procedere a Pentecoste lo Spirito Santo sugli Apostoli e sulla Chiesa nascente [cf. At 2, 1-13]. Se però esiste davvero questa nuova giurisprudenza da applicare con rigore alle immagini pubbliche del leader bosiano, in tal caso cambierò registro: ogni volta che mi verrà voglia di dire l’ovvio, vale a dire che quello di Enzo Bianchi non è un pensiero, una ecclesiologia e una teologia cattolica bensì un vero e proprio contro-catechismo, accompagnerò i miei articolo con una foto della splendida Monica Bellucci.
    Nella prefazione al libro di una mia pungente autrice, Ester Maria Ledda — che vi invito a leggere — pubblicato sulla collana teologia da me diretta presso le Edizioni Bonanno, scrissi testuali parole:
    «… Per questo credo che la strada da percorrere sia quella dall’Autrice di questo libro: l’elegante sberleffo, quello che poc’anzi ho definito come ironia alla San Filippo Neri. Dobbiamo cessare di prendere sul serio certi piccoli o grandi eresiarchi e trattarli invece col metodo a essi più consono: togliere loro serietà e affidarli al meritato dileggio, con tutte le loro vanità e le loro grandi aspirazioni di carriera ecclesiastica; perché giunti al punto in cui siamo l’eterodossia, che di per se stessa si prende sempre e arrogantemente molto sul serio, va ormai smontata con la presa in giro».
    Quando scrivevo queste parole pensavo anche al falso profeta di Bose. Detto questo: se il suo avvocato intende querelarmi, sarà mio piacere replicare in tutte le appropriate sedi che gli eterodossi hanno tutto il diritto a essere tali, ma se i devoti fedeli all’autentico deposito della fede cattolica e al magistero della Chiesa giudicano a ragion veduta il loro agire, scrivere e predicare come eterodosso, non sono passibili di alcunché se, come nel mio caso o come nel caso del mio illustre confratello teologo Antonio Livi, non offendono la persona e non mettono in discussione le intenzioni della sua coscienza, che nessuno di noi può leggere né giudicare nel profondo, a volte neppure in superficie, come peraltro ho sempre ribadito nei miei pubblici scritti e nei miei libri.
    Al contrario dei seriosi signori laici elettisi priori di surreali comunità multi-religiose, che si presentano in udienza dai Sommi Pontefici in abito monastico e croce pettorale al collo senza mai avere ricevuto alcun ordine sacro e senza mai avere professato alcun voto religioso, specie quello di obbedienza alla Autorità Ecclesiastica, in quanto obbedienti solo alla propria auto-referenzialità, la Signora Monica Bellucci se ne guarderà bene dal minacciare di querela un prete per l’uso della sua pubblica, ma soprattutto bellissima immagine di donna.
    Possa Dio aver pietà del falso profeta di Bose e di certi suoi tristi e aggressivi seguaci che pure parlano di più apertura, più collegialità, più dialogo e più democrazia nella Chiesa, salvo minacciare querele a chi non la pensa come loro, sprezzanti fino in fondo l’elemento teologico ed escatologico della libertà dei figli di Dio; e possa ricolmare d’ogni grazia la Signora Monica Bellucci, emblema della femminilità e della bellezza made in Italy, dinanzi alla quale persino gli atei più incalliti finiscono col dire: Dio esiste! Perché solo Lui poteva dare vita ad una simile creatura nel mistero della creazione. Il tutto con buona pace di Enzo Bianchi, che per la sua discutibile dottrina potrebbe prendere vita dall’antico anti-dio, lo lascia sospettare la sua brutta faccia pubblica, coperta oggi da copyright. E se quest’ultima affermazione sulla sua brutta faccia — che è un dato oggettivo per nulla insultante — fosse invece considerata diffamante, spetterà al suo avvocato dimostrare in sede di giudizio che dinanzi alla bellezza del suo assistito impallidisce persino Rodolfo Valentino. Insomma: come se Tina Pica avesse intentata causa per diffamazione contro un opinionista che col dovuto rispetto l’avesse indicata come una delle più brutte attrici nella storia del cinema!
    Il Venerabile Pontefice Paolo VI lamentò:
    «Ciò che mi colpisce quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del Cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del Cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa» [Jean Guitton: Paolo VI segreto].
    Parole drammatiche che contengono tutta la logica della nostra tragica modernità ecclesiale e soprattutto la risposta al perché un maestro del contro-catechismo di tal fatta sia stato nominato consultore del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, attraverso un ennesimo schiaffo inferto alla sana dottrina che produrrà come tale tutti i suoi frutti peggiori. Sarebbe pertanto meglio seguire e mettere in pratica certi insegnamenti del Sommo Pontefice Paolo VI, anziché farlo beato e ignorare del tutto i saggi ammonimenti da lui dati dinanzi alle metastasi tumorali che si stavano diffondendo nel corpo della Chiesa, grazie anche ai vari Bianchi che hanno splendidamente concorso a ridurlo giacente in fase terminale dentro un reparto di oncologia.
    Da oggi parlerò di Enzo Bianchi usando l?immagine della bellissima Monica Bellucci* ?* di padre Ariel S. Levi di Gualdo | Riscossa Cristiana



    MASSACRO IN CORSO DI CRISTIANI (COMPRESI DONNE E BAMBINI). QUALCUNO IN VATICANO DEVE VERGOGNARSI DAVANTI A DIO E AGLI UOMINI. VERGOGNA!!!!!!!
    Antonio Socci
    Il dramma in corso dei cristiani perseguitati vede i laici (perfino governi anticlericali come quello francese) quasi più sensibili del mondo cattolico ed ecclesiastico. Dove si trattano con poca sensibilità e qualche fastidio le vittime, mentre si usa una reticente cautela – cioè i guanti bianchi – verso i carnefici.
    Duecentomila cristiani (ma anche altre minoranze) sono in fuga, cacciati dai miliziani islamisti che crocifiggono, decapitano e lapidano i nemici. In queste ore mi giungono pure notizie ufficiose di efferatezze indicibili su donne e bambini (speriamo non siano vere).
    Considerando questo martirio dei cristiani che sono marchiati come “nazareni” senza diritti, braccati, uccisi, con le chiese bruciate e la distruzione di tutto ciò che è cristiano, la voce del Vaticano e del Papa – di solito molto interventista e vigoroso – è stata appena un flebile vagito.
    Neanche paragonabile rispetto al suo tuonare cinque o sei volte “vergogna! Vergogna! Vergogna!” per gli immigrati di Lampedusa, quando peraltro gli italiani non avevano proprio nulla di cui vergognarsi perché erano corsi a salvare quei poveretti la cui barca si era incendiata e rovesciata mentre erano in mare.
    LA NOTA (STONATA)
    Ha ragione Giuliano Ferrara. Che di fronte all’orrore che si sta consumando nella pianura di Ninive, il Vaticano abbia partorito, giovedì (in grave ritardo oltretutto), una semplice “nota” di padre Federico Lombardi dove, a nome del Papa, si chiede alla “comunità internazionale” di porre fine al “dramma umanitario in atto” in Iraq, è quel minimo sindacale che ha l’unico obiettivo di salvare la faccia.
    Anche perché è ben più di un “dramma umanitario” e nulla si dice su cosa bisognerebbe fare. Inoltre – osserva Ferrara – “nulla, nella dichiarazione freddina, viene detto su chi siano i responsabili di questi ‘angosciosi eventi’. Non un accenno alle cause che hanno costretto le ‘comunità tribolate’ a fuggire dai propri villaggi”.
    Ormai la forza con cui Giovanni Paolo II difendeva i cristiani perseguitati è cosa passata e dimenticata. E anche la limpidezza del grande discorso di Ratisbona di Benedetto XVI – che era una mano tesa all’Islam perché riflettesse criticamente su se stesso – è cosa rimossa.
    Quella dell’attuale pontificato è una reticenza sconcertante di fronte a dei criminali sanguinari con i quali – dicono i vescovi del posto – non c’è nessuna possibilità di dialogo perché nei confronti dei cristiani loro stessi han detto “non c’è che la spada”.
    Una reticenza che è ormai diventata consueta nell’atteggiamento di papa Bergoglio, che non pronuncia una sola parola in difesa di madri cristiane condannate a morte per la loro fede in Pakistan o in Sudan (penso ad Asia Bibi o a Meriam), che si rifiuta perfino di invitare pubblicamente a pregare per loro, che quando c’è costretto parla sempre genericamente dei cristiani perseguitati e arriva ad affermare, come nell’intervista a “La Vanguardia” del 13 giugno: “i cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulla persecuzione che non mi sembra prudente raccontare qui per non offendere nessuno”.
    Per non offendere chi? I criminali sanguinari che crocifiggono i “nemici dell’Islam”? Non è sconcertante?
    Ci sono migliaia di innocenti inermi in pericolo di vita, braccati e laceri, in fuga dagli assassini e Bergoglio si preoccupa di “non offendere” i carnefici?
    Perché tutti questi riguardi quando si tratta del fanatismo islamista? Perché nemmeno si osa nominarlo? E perché si chiede alla comunità internazionale di mettere fine al “dramma umanitario” senza dire come?
    L’ESEMPIO DI WOJTYLA
    Oltretutto il papa poteva seguire l’esempio di Giovanni Paolo II. Ci aveva già pensato questo grande pontefice infatti a elaborare la nozione di “ingerenza umanitaria”, venti anni fa: quando si deve impedire un crimine contro l’umanità e non vi sono più altri mezzi diplomatici è doveroso, da parte della comunità internazionale, un intervento militare mirato e proporzionato che scongiuri il perpetrarsi di orrori incombenti.
    Bastava a Bergoglio ripetere questo principio che è stato già recepito a livello internazionale.
    D’altra parte che di questo ci sia bisogno lo dicono i vescovi di quelle terre: “Temo che non ci siano alternative in questo momento a un’azione militare, la situazione è ormai fuori controllo, e da parte della comunità internazionale c’è la responsabilità di non aver fatto nulla per prevenire o fermare tutto questo”.
    Lo ha dichiarato Bashar Matti Warda, l’arcivescovo di Erbil che si trova in prima linea, immerso nel dramma.
    E’ troppo comodo – da parte di certi cattolici – lanciare generiche denunce contro l’Occidente, contro il “silenzio colpevole” (di chi?), quando da anni fra i notabili cattolici si evita accuratamente di denunciare i fanatici islamisti con nome e cognome, quando si ha cura solo di sottolineare che il loro non è il vero Islam (che com’è noto è rose e fiori), quando non si richiama mai energicamente il mondo islamico al dovere di rispettare le minoranze cristiane e si evita di chiedere un intervento concreto della comunità internazionale per mettere fine al massacro.
    L’INAUDITO
    Del resto Bergoglio non solo non ha chiesto ingerenze umanitarie, ma nemmeno ha lanciato operazioni di soccorso umanitario o iniziative di solidarietà a livello internazionale che coinvolgessero il vasto mondo cattolico. Tardiva è stata anche l’attivazione della diplomazia.
    Domenica scorsa, all’Angelus, non ha detto una sola parola sulla tragedia in corso e ha perfino taciuto sull’iniziativa della Chiesa italiana che ha indetto una giornata di preghiera per il 15 agosto a favore dei cristiani perseguitati.
    Anche pregare per i cristiani perseguitati è “offensivo” verso i musulmani?
    Quantomeno quella dei vescovi italiani sarà una vera e seria preghiera cristiana. E non capiterà di rivedere l’imam che, invitato in Vaticano per l’iniziativa di pace dell’8 giugno scorso con Abu Mazen e Peres, ha scandito un versetto del Corano dove si invoca Allah dicendo “dacci la vittoria sui miscredenti”.
    Quasi un inno alla “guerra santa” islamica nei giardini vaticani. Un incidente inaudito.
    Alla preghiera indetta dalla Cei non accadrà. Ora ci si aspetta almeno che il Papa, prima o poi, si associ all’iniziativa dei vescovi, magari replicando la preghiera in piazza San Pietro per la pace in Siria che, come ricordiamo, combinata con la diplomazia, qualche buon effetto lo ebbe.
    Auspicabile sarebbe anche un’attivazione di tutta la cristianità per iniziative di aiuto e di solidarietà ai perseguitati.
    Ma pare proprio che non sia questa l’aria. Sembra di essere tornati indietro allo smarrimento dei cupi anni Settanta, alla subalternità ideologica dei cristiani, a quel buio che fu dissolto solo dall’irrompere del grande pontificato di Giovanni Paolo II.
    MASSACRO IN CORSO DI CRISTIANI (COMPRESI DONNE E BAMBINI). QUALCUNO IN VATICANO DEVE VERGOGNARSI DAVANTI A DIO E AGLI UOMINI. VERGOGNA!!!!!!! ? lo Straniero

    Le lettere fra Introvigne e Socci
    Un botta e risposta su "Libero" tra il sociologo Massimo Introvigne, che scrive una lettera per contestare un pezzo dello scrittore cattolico Antonio Socci sul silenzio del Papa circa il martirio dei cristiani ad opera degli islamici, e quest’ultimo che risponde.
    Caro Antonio,
    Leggo sempre i tuoi articoli con interesse, e non di rado ne traggo alimento spirituale e utili informazioni. So che sei mosso da una passione per la Chiesa, per la verità e per l’umano che condividiamo, e proprio per questo mi permetto di dirti quanto a disagio mi trovi nel leggere alcuni dei tuoi ultimi articoli, specialmente quello del 10 agosto sulla «vergogna» che il Papa dovrebbe provare per quella che in gergo giuridico si chiamerebbe omessa denuncia dei crimini dell’islam.
    Consentimi anzitutto di dirti che non condivido una certa deriva generale di ostilità nei confronti di Papa Francesco e di «nostalgia» nei confronti dei Pontefici che lo hanno preceduto. Nell’enciclica «Caritas in veritate» Benedetto XVI ci ha insegnato ad applicare l’ermeneutica della «riforma nella continuità» non solo ai documenti del Vaticano II, ma a tutto il Magistero della Chiesa. La formula è stata talora capita male, ma tu sai come lo so io che invita ad accettare lealmente le riforme – anche quando non ci piacciono – interpretandole però non «contro» il Magistero precedente ma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa. La preziosa regola vale anche per le novità di Papa Francesco. Qualche volta sono accusato di essere un «normalista», cioè uno che non vede la novità radicale delle riforme. Ma penso di vederla benissimo, e di accettarla applicando la regola aurea di Benedetto XVI.
    Vengo all’islam. Un certo mondo cattolico, e molto di più «ateo devoto» alla Giuliano Ferrara, si fa un’immagine mitica degli atteggiamenti di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ora questi pontefici, con grande precisione, hanno condannato il fondamentalismo come perversione della fede e hanno ripetuto l’insegnamento del «Catechismo della Chiesa Cattolica» – da cui anche Papa Francesco ci invita spesso a farci guidare – secondo cui, quando gli innocenti sono attaccati e massacrati la legittima difesa, anche con il ricorso alle armi e da parte della comunità internazionale e non solo dei singoli Stati, è – più che un diritto – un dovere. Benedetto XVI – oltre le interpretazioni caricaturali del discorso di Ratisbona, che farebbero sorridere se non alimentassero precisamente il fondamentalismo islamico – ha messo bene in luce come la tentazione della violenza non sia accidentale ma intrinseca all’islam a causa del rapporto non corretto che propone tra fede e ragione.
    Nello stesso tempo, Benedetto XVI ha, con altri, scritto, e San Giovanni Paolo II ha promulgato, il «Catechismo della Chiesa Cattolica» dove si legge al numero 841, a proposito delle «relazioni della Chiesa con i Musulmani», che «il disegno della salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in primo luogo i Musulmani, i quali, professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale».
    Tu citi giustamente San Giovanni Paolo II e la sua fermezza. Ma è lo stesso Papa che ad Ankara nel 1979 disse: «Mi domando se non sia urgente, proprio oggi in cui i cristiani e i musulmani sono entrati in un nuovo periodo della storia, riconoscere e sviluppare i vincoli spirituali che ci uniscono». Tu pensi che questi «vincoli spirituali» non esistano?
    Sempre ad Ankara, Benedetto XVI affermò nel 2006 che il dialogo con i musulmani «non può essere ridotto ad un extra opzionale: al contrario, esso è una necessità vitale, dalla quale dipende in larga misura il nostro futuro». Per quanto ovviamente divisi su tante cose, spiegava allora Papa Ratzinger, «i cristiani e i musulmani, seguendo le loro rispettive religioni, richiamano l’attenzione sulla verità del carattere sacro e della dignità della persona. È questa la base del nostro reciproco rispetto e stima».
    Lo so io, e lo sai tu: «rispetto e stima» non risolvono da soli i problemi di un dialogo difficilissimo. Ma segnano il perimetro di una dottrina del dialogo e di uno stile al di fuori del quale ci si può sentire più o meno bellicosi, ma non si è più cattolici.
    Con stima
    Massimo Introvigne
    Caro Introvigne,
    io mi accontento di essere un semplice cattolico che fa il giornalista, cioè che serve la verità. Tu vedo che ti dai un gran da fare nel metterti in mostra come ultrapapalino, molto zelante nel voler dimostrare quotidianamente, con spericolate operazioni linguistiche, che le cose che dice Francesco sono le stesse che hanno insegnato Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e Paolo VI,
    Auguri, ma dovrebbe essere Bergoglio – e non tu – a mostrare la continuità del Magistero. Forse ti sei allargato troppo, come nel finale della tua lettera in cui decidi addirittura chi può dirsi cattolico e chi no.
    Nel merito ti faccio sommessamente notare che sei totalmente fuori tema, perché nel mio articolo che tu contesti non mi sono minimamente occupato del dialogo fra Chiesa cattolica e Islam.
    Casomai del rapporto dei cristiani con la violenza islamista, con i regimi o le forze islamiste che perseguitano e massacrano i cristiani. E’ cosa diversa.
    Mi sono occupato di persone crocifisse e lapidate, di donne violentate e vendute come schiave e bambini massacrati. Mi spiace che tu non ne faccia menzione perché è questo l’oggetto dell’articolo.
    E la mia critica a Bergoglio riguarda la sua evidente reticenza: nei suoi pochi interventi su questa tragedia in corso evita accuratamente di dire chi sono i responsabili di questo dramma umanitario e quali le cause. Così come evita accuratamente di chiedere – seguendo Giovanni Paolo II – quell’ “ingerenza umanitaria” che potrebbe scongiurare un massacro totale e definitivo.
    Eppure ti faccio notare che è esattamente quello che stanno chiedendo i vescovi di quella chiesa (cito per tutti Louis Raphael I Sako, patriarca caldeo di Baghdad e presidente della conferenza episcopale irachena). Ed è anche la soluzione che ha prospettato in una intervista di due giorni fa alla Radio Vaticana mons. Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.
    Perché il Papa non si decide a far sua questa proposta alla comunità internazionale? Più passano le ore più il massacro va avanti. Aspettiamo che siano totalmente distrutte quelle comunità cristiane?
    E perché pure tu non spendi una sola parola su questo? Tutto questo a me appare vergognoso.
    MiL - Messainlatino.it: Le lettere fra Introvigne e Socci

    ANCHE SU IRAQ E CRISTIANI PERSEGUITATI BERGOGLIO ROMPE CON LA TRADIZIONE (LO DICE ANCHE CACCIARI)
    Antonio Socci
    Qua sotto troverete un articolo che ho pubblicato stamani e che approfondisce le frasi sull’Iraq pronunciate in aereo da papa Bergoglio.
    A chi però continua a dire o pensare che sia un mio puntiglio, quasi frutto di un pregiudizio, segnalo anche l’intervista che oggi il filosofo Massimo Cacciari ha dato alla Repubblica.
    Le persone che riflettono colgono la realtà.
    Riporto qualche passaggio di Cacciari:
    “Si tratta di una svolta radicale nella teologia politica della Chiesa… ma questo è un bel problema… Francesco considera legittimo un intervento nella misura in cui viene deciso dall’Onu – siamo in presenza di una laicizzazione dell’idea cattolica di ‘guerra giusta’… La posizione di Francesco è fragilissima. La sua è una posizione che potrebbe sostenere un Renzi o una Merkel. Se mi permette, io dal Papa mi aspetto qualcosa di più, ossia che mi dica che bisogna intervenire sulla base di valori considerati assoluti”.
    Fin qui la riflessione di Cacciari. Ora ecco il mio articolo.

    “Ahimé, basta tacere! Gridate con centomila lingue. Vedo che, per lo tacere, lo mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita”. Con queste parole tuonava santa Caterina da Siena scrivendo a un alto prelato.
    Si sente il bisogno anche oggi nella Chiesa di donne e uomini di fede ardente e di cuore libero che – come Caterina – si rivolgano così a un papa (Gregorio XI) pieno di timori, che non faceva quello che avrebbe dovuto: “Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me”.
    Ma i nostri sono tempi di clericalismo, di bigottismo e di adulatori. E le voci dei grandi santi (o degli uomini liberi) non ci sono o non si sentono.
    Eppure è difficile e – per un cattolico – molto doloroso capire e accettare l’atteggiamento del Vaticano di papa Bergoglio di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq, braccati e massacrati dai sanguinari islamisti del califfato anche in queste ore.
    Prima, per settimane, un’evidente reticenza, quasi imbarazzo a parlarne. Perfino l’iniziativa di preghiera della Cei del 15 agosto scorso è stata passata sotto silenzio dal Papa che evidentemente ha in antipatia la Chiesa italiana.
    Ora, finalmente, dopo una ventina di giorni di massacri di uomini, donne e bambini, e dopo mille pressioni (anzitutto da parte dei vescovi di quella terra e dei diplomatici vaticani), papa Bergoglio si è deciso a pronunciare le fatidiche parole, sia pure in modo assai felpato: “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”.
    Sai che sforzo… Ci mancava pure che dicesse che è lecito lasciare che l’aggressore massacri la gente inerme e innocente, che crocifigga i “nemici dell’Islam”, che seppellisca vivi i bambini, che stupri e venda le donne come schiave.
    Con ben altra tempestività ed energia Giovanni Paolo II nel 1993 tuonava sul dovere di difendere gli inermi dai massacri: “Se vedo il mio vicino perseguitato, io devo difenderlo: è un atto di carità. Questa per me è l’ ingerenza umanitaria”.
    Ma non c’è più Giovanni Paolo II e purtroppo nemmeno Benedetto XVI. Dunque dopo aver detto, con incredibile ritardo, che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”, Bergoglio si è affrettato ad aggiungere che però va fatto senza “bombardare” o “fare la guerra”.
    Cosicché viene amaramente da chiedersi se egli vuole salvare la faccia (propria) o la vita di quegli innocenti. Qual è infatti il modo per “fermare” una banda di assassini crudeli senza usare le armi? Cosa propone papa Bergoglio per “fermare” quei carnefici? Un tressette col morto? Un thè con monsignor Galantino?
    Si dirà che il Papa non può esortare a usare la forza, sia pure per salvare vite innocenti. Sbagliato. Da secoli la dottrina cattolica ha sancito il diritto alla legittima difesa e il principio di “uso della forza” per la legittima difesa.
    Proprio i teologi della Scuola di Salamanca come il domenicano Francisco de Vitoria, nel XVI secolo, fondarono sulle basi della legge naturale il diritto internazionale,
    Benedetto XVI lo ricordò alle Nazioni Unite evocando “il principio della ‘responsabilità di proteggere’ (che) era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati”.
    E aggiunse che “il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli”.
    In questo quadro Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae del 1995 affermava: “la legittima difesa può essere non soltanto un diritto ma un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l’esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione”.
    Parole significative perché Giovanni Paolo II si è sempre caratterizzato per la difesa energica della pace (per esempio opponendosi alla guerra americana in Iraq), ma con altrettanta energia ha incitato la comunità internazionale a fermare, anche con l’uso della forza, i carnefici in azione (e si noti bene che a quel tempo la popolazione minacciata era di religione islamica).
    Quello che semmai papa Francesco dovrebbe chiedere – sulle orme di Giovanni Paolo II – è che tale “uso della forza” da parte della comunità internazionale sia proporzionato e mirato a disarmare gli aggressori e a salvare la vita dei braccati.
    Ma purtroppo non si è sentita nessuna riflessione approfondita. Si nota solo la preoccupazione di Francesco di non uscire dallo stereotipo del papa “politically correct”. Infatti ha sentito il bisogno di ripetere che fra le minoranze minacciate dall’Isis ci sono anche non cristiani “e sono tutti uguali davanti a Dio”. Un’ovvietà che è parsa una “excusatio non petita…”.
    Del resto se rileggiamo insieme i vari interventi di papa Bergoglio su questa carneficina non si troverà mai la parola islam, islamisti o musulmani. Se uno disponesse solo delle parole del Papa non capirebbe minimamente a chi si deve questa “tragedia umanitaria” e per quale motivo viene perpetrata.
    Una reticenza grave, figlia dell’ideologia cattoprogressista che interpreta erroneamente il dialogo con i musulmani come una resa, anche psicologica. Tanto è vero che ci sono commentatori cattoprogressisti che arrivano perfino a ripetere che i carnefici del Califfato non hanno niente a che vedere con l’Islam.
    Peccato che tali carnefici impongano alle minoranze conquistate la conversione immediata all’Islam in alternativa alla morte, come è accaduto nei giorni scorsi a Kocho, un piccolo villaggio del Nord Iraq abitato da yazidi dove i jihadisti hanno massacrato circa 80 uomini che si rifiutavano di convertirsi e incatenato e deportato un centinaio di donne e bambini.
    Naturalmente è comprensibile che le autorità della Chiesa non cerchino lo scontro, la polemica o il conflitto religioso. Giusto. Ma è anche un dovere dire la verità e dare ai fedeli un serio “giudizio culturale” su quello che il mondo oggi sta facendo ai cristiani. Soprattutto considerando la subalternità culturale di tanti cattolici: c’è chi ritiene deprecabile perfino parlare di “cristiani perseguitati” (eppure sono il gruppo umano più perseguitato, nel maggior numero di paesi del mondo).
    Detto questo voglio sottolineare che le dichiarazioni di papa Francesco dell’altroieri sono comunque un passo avanti, sperando che – senza dover aspettare troppo, perché la situazione è drammatica – arrivino presto parole ancora più chiare e decise. Sono un passo avanti che dovrebbe chiarire le idee ai tanti che nei giorni scorsi, contro chi domandava una parola chiara, ribattevano stizziti che chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate.
    L’intervento del Papa chiarisce le idee anche a quelli che affermavano: “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, oppure “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”. Erano balle. In realtà in Vaticano si sono illusi per settimane che vi fosse ancora una via diplomatica, mentre i carnefici del califfato – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare. Non sanno nemmeno cosa siano il “dialogo” o la diplomazia.
    Un’ultima nota. Negli interventi fatti durante il viaggio in Corea, papa Bergoglio ha anche giustamente invitato tutta la Chiesa alla riflessione sui martiri di ieri e di oggi e alla preghiera. Sacrosanto. Ma è un invito molto blando, senza la mobilitazione di tutta la Chiesa per soccorrere queste vittime e senza quella profonda consapevolezza culturale che sapeva darci Benedetto XVI. Oggi domina lo smarrimento.
    ANCHE SU IRAQ E CRISTIANI PERSEGUITATI BERGOGLIO ROMPE CON LA TRADIZIONE (LO DICE ANCHE CACCIARI) ? lo Straniero


 

 
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