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Discussione: Il Verbo di Dio si è fatto carne

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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Reggio Emilia: 3 Giugno la processione in riparazione al Gay Pride si farà.
    Riportiamo con piacere la pia e doverosa iniziativa del neocostituito Comitato reggiano "Beata Giovanna Scopelli", ossia la Processione di preghiera e di riparazione che si terràa Reggio Emilia il 3 giugno in contemporanea al gay pride emiliano.
    Nonostante le accesissime polemiche su tutta la stampa nazionale
    https://www.radiospada.org/2017/05/d...amenti-stampa/
    e nonostante le mistificazioni dei nemici, l'iniziativa è CONFERMATA.
    ***
    16 maggio 2017
    Alla Cortese Attenzione delle Redazioni interessate,
    Dato il susseguirsi di indiscrezioni, alcuni chiarimenti si rendono necessari:
    1. Il Comitato «Beata Giovanna Scopelli» è un comitato cattolico (senza ulteriori aggettivi) e conferma in modo chiaro che il 3 giugno darà luogo alla Processione di riparazione al gay pride. Nel fare questo è animato non dalle opinioni o dall’emotività dei suoi membri ma dalla inequivocabile Dottrina della Chiesa.
    2. Il Comitato è supportato da diverse realtà cattoliche (tra cui: Radio Spada, Riscossa Cristiana, Notizie Pro Vita, Chiesa e post-concilio, UnaVox, ecc); non ha una gerarchia formale e i suoi oltre 1100 membri (in crescita) sono raccolti nell’omonimo gruppo Facebook.
    3. Questo è il suo primo comunicato stampa ufficiale: la pressione mediatica verificatasi nei giorni scorsi non è derivata da nostri comunicati alla stampa ma dalla semplice presentazione della Processione, proposta su siti cattolici (si veda elenco precedente). Le comunicazioni del Comitato con la stampa, anche per un semplice principio di sobrietà, avverranno principalmente attraverso testi simili a questo.
    4. I passi necessari alla realizzazione della Processione sono stati svolti presso le autorità competenti: semplicemente ci sarà una piccola modifica del percorso, che indicheremo nella nuova locandina.
    5. L’iniziativa che si svolgerà il 3 giugno è senza “cappelli” politici e senza “sigle” di riferimento.
    Ringraziando per l’Attenzione, porgiamo
    Cordiali Saluti.
    Il Comitato «Beata Giovanna Scopelli»
    Non facciamo mancare il sostegno a questa iniziativa. Chi è interessato a partecipare o a spargere la voce si iscriva al gruppo Facebook del Comitato, e inviti i propri amici.

    https://www.facebook.com/groups/314714742282355/

    [PROCESSIONE 3 GIUGNO]
    La Tradizione scende per le strade
    di Nicolò Volpe
    Il 3 giugno i cattolici, legati alla Tradizione, e proprio per questo cattolici, faranno sentire la loro voce, nel modo più tradizionale possibile, con una processione di riparazione, come hanno fatto intere popolazioni per secoli.
    Se un tempo erano le autorità ecclesiastiche e civili ad indire e organizzare questi gesti, oggigiorno la realtà è ben diversa ed è per questo che è particolarmente significativo che il Comitato Beata Giovanna Scopelli, senza leader e portavoce, abbia raccolto in pochi giorni più di 1000 persone, pronte a partecipare alla processione, mettendo da parte sigle e differenze di vedute.
    La riparazione è tanto più necessaria, quanto è più grave l’offesa, in questo caso un corteo sodomitico e omosessualista, in concomitanza con la grave profanazione di chiese con veglie antiomofobia avallata dal vescovo stesso.
    E se processioni di riparazione per questo tipo di scempi, si sono svolte anche in passato, in altre città, meno rosse rispetto a Reggio Emilia, il cosiddetto Remilia Pride, rappresenta un evento particolarmente importante per le forze della dissoluzione, vista anche la fama di Reggio Emilia come bastione inespugnabile della sinistra più violenta e becera.
    Politicanti locali del PD, con spilla dell’ANPI che vanno chiacchierando di amore contro l’odio e altre sciocchezze, sono il perfetto esempio di una sinistra erede della triste stagione di sangue del triangolo rosso, in cui sacerdoti e seminaristi come il Beato Rolando Rivi vennero barbaramente trucidati, aggiornata a tutte le nefandezze dell’attuale mondialismo.
    E malgrado le “dichiarazioni universali d’amore” i cattolici sanno bene che le bestemmie, le provocazioni, gli insulti di questi giorni, testimoniano come i pensieri, le parole e le azioni di certi individui sono intrise nel fango più putrido.
    Del resto uno dei guru di questo movimento, tale Mario Mieli, morto suicida, era un individuo avvezzo a pratiche talmente ributtanti, da essere di chiara ispirazione diabolica e tali da non poter essere citate senza scandalizzare chi legge[mangiava la merda, con gusto.....].
    Colpisce anche lo sconcerto del fronte “arcobaleno” che definisce la processione “comica e anacronistica” tanto che alcuni hanno pensato ad una messinscena tanto per rendere la situazione più movimentata. Questo significa anche che i personaggi in questione si sentono talmente potenti, sdoganati e sicuri di sè da non aspettarsi alcuna voce contraria. Mostra inoltre che hanno la coda di paglia, non sono assolutamente perseguitati, anzi sono talmente tronfi da restare a bocca aperta, increduli, di fronte al gesto dei cattolici.
    Penoso o peggio è stato l’atteggiamento della diocesi, che vieta l’accesso al sagrato della cattedrale e condanna la processione, ma pietoso è stato anche vedere, sulla rete, dei “cattolici”, quelli si' sedicenti, fare ammenda sulle pagine facebook dei summenzionati individui, chiedendo scusa per il fatto che un’iniziativa realmente cattolica abbia luogo a Reggio Emilia.
    Il linguaggio stesso utilizzato dal Comitato è stato irriso ed è diventato motivo di lazzi da parte della canea omosessualista e comunista.
    Molto bene, il linguaggio e i pensieri dei cattolici non devono essere quelli del mondo, nella consapevolezza che “Sub Christi Regis vexillis militare gloriamur”.
    https://www.radiospada.org/2017/05/p...per-le-strade/

    Ancora sui fatti di Reggio Emilia: l'intervento del CNSP
    Riprendiamo dal sito del CNSP:
    Il CNSP sul preannunciato scandalo di Reggio Emilia
    Il 3 giugno prossimo si terrà a Reggio Emilia un gay pride promosso dall’Arcigay reggiana in collaborazione con i comitati Arcigay di Bologna, Parma, Piacenza, Modena e Mantova, destinato, come informano gli organizzatori, a sostenere i cosiddetti matrimoni egualitari, invocandone l’introduzione nel nostro ordinamento.
    Eventi simili, diventati ormai quasi abituali, non cessano di suscitare la ferma e accorata indignazione dei fedeli cattolici, che non possono e non devono rassegnarsi a considerare normale un così grave pubblico scandalo: cioè un’occasione in cui il peccato di sodomia – che grida verso il Cielo (CCC 1867) – viene proposto come modello di vita addirittura virtuoso e meritevole di pubblica tutela.
    Il CNSP, condividendo lo sdegno espresso da tante parti e da numerose organizzazioni dopo l’annuncio della manifestazione, esorta tutti i fedeli del Populus Summorum Pontificum, e tutti i buoni cattolici, ad elevare da oggi sino al 3 giugno fervide preghiere, in particolare recitando il santo Rosario, affinché la programmata manifestazione non abbia luogo, e alla città ed alla Diocesi di Reggio Emilia, che proprio lo scorso 13 maggio si è consacrata al Cuore Immacolato di Maria, venga risparmiato questo sfregio doloroso; invocando, soprattutto, la conversione dei promotori della manifestazione e dei sostenitori della falsa cultura che essa esprime.
    In unione di preghiera con quanti hanno promosso e promuoveranno, in varie forme, pubbliche riparazioni per i preannunciati fatti di Reggio Emilia, invochiamo la Beata Sempre Vergine Maria, cui ricorriamo fiduciosi nel mese a Lei dedicato e nel centenario delle Apparizioni di Fatima, affinché ispiri ai nostri Pastori lo zelo e il coraggio oggi indispensabili per opporsi alla dilagante cultura anticristica, e per sfuggire alla tentazione di restare in silenzio, e di privare, così, il gregge loro affidato della guida paterna e sicura che gli è sempre più necessaria.
    Sappia tutta la Chiesa, in particolare quella reggiana, seguire l’esempio di San Giovanni Paolo II, che, in occasione del gay pride tenutosi a Roma nel 2000, non mancò di far sentire la sua voce: «un accenno ritengo, poi, doveroso fare alle ben note manifestazioni che a Roma si sono svolte nei giorni scorsi. A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l’affronto recato al Grande Giubileo dell’Anno Duemila e per l’offesa ai valori cristiani di una Città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo. La Chiesa non può tacere la verità, perché verrebbe meno alla fedeltà verso Dio Creatore e non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male» (Angelus del 9.7.2000).
    MiL - Messainlatino.it: Ancora sui fatti di Reggio Emilia: l'intervento del CNSP

    La curia di Reggio Emilia e la processione in riparazione del gay-pride: la fantasia al potere
    di Paolo Deotto
    Scrisse Metastasio: “Un bel tacer talvolta / Ogni dotto parlar vince d’assai”. Massima di saggezza, enunciata anche nel proverbio “Un bel tacer non fu mai scritto”. Insomma, per dirla in parole povere, “Se non hai niente di buono da dire, sta zitto”.
    Purtroppo nella società liquida, anzi ormai gassosa, la saggezza popolare è una delle molte merci introvabili e di sicuro il reverendo Giordano Goccini, responsabile della Pastorale giovanile della diocesi di Reggio Emilia, non conosce le antiche massime. Tant’è che ha rilasciato alla Gazzetta di Reggio un’intervista che sembra una tardiva celebrazione di una delle tante fesserie del “mitico” sessantotto, precisamente dello slogan “Immaginazione (o fantasia) al potere”.
    Riassumendo: la città di Reggio Emilia il prossimo 3 giugno ospiterà la solita squallida esibizione di invertiti. Fin qui, ahimè, nulla di nuovo. Per motivi imperscrutabili (anzi, purtroppo chiarissimi) periodicamente i cittadini italiani, e non solo italiani, devono assistere a queste porcheriole. Un tempo, quando c’era la Chiesa cattolica, e c’erano anche dei fedeli cattolici, queste cose erano impensabili e giustamente ogni esibizione di perversioni era severamente riprovata, né si nascondevano ai pervertiti i rischi di dannazione eterna che correvano persistendo nel loro peccato.
    Capita però che, mentre è più che mai attuale la domanda “Dov’è finita la Chiesa cattolica?”, ci siano ancora, qua e là, liberi cittadini che conservano la Fede e non hanno dimenticato la dottrina, sicché, di fronte alle più ripugnanti esibizioni di un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio, organizzano una processione per pregare in riparazione.
    Naturalmente, essendoci il rischio che la consorteria degli invertiti si risenta, e, si sa, il “dialogo” viene prima della dottrina, della morale, della fede, viene prima di tutto, la curia reggiana non trova niente di meglio che dichiararsi del tutto estranea a questa iniziativa.
    Sarebbe stato sufficiente. Ma forse la curia vuole strafare, oppure, per motivi che non ci interessa approfondire, deve mostrare e ribadire chiaramente tutta la sua fraterna benevolenza verso gli omosessuali. E così leggiamo appunto la brillante intervista al responsabile della Pastorale giovanile. È un’ intervista senza dubbio molto utile, perché almeno le famiglie di Reggio Emilia sanno con precisione a chi NON affidare i giovani.
    La fantasia al potere, si diceva. Appunto. Abbiamo evidenziato alcuni passaggi dell’intervista.
    Lo “stile” della Chiesa. Giordano Goccini ne fa una questione di fair play: “… non è nello stile della Chiesa rispondere con una provocazione a una provocazione”. Cosa ci sia di “provocatorio” in una processione, non è dato sapere…
    Neodottrina della neochiesa: “Pregare in riparazione dei peccati altrui è un atto di presunzione”. Formidabile. Ma sì, in fondo, cosa ce ne frega delle offese a Cristo? Suvvia, siamo moderni…
    “Perplessità”, ripeto “Perplessità”, di fronte agli invertiti che sono contenti di esserlo. Peccato, pentimento? Ma va! Lasciamo perdere la solita frase senza senso sulla neochiesa che “accoglie e accompagna” (ma prima o poi ci diranno dove diavolo “accompagnano”?) e arriviamo al trionfo: “Il patrimonio della fede non è qualcosa di statico e immutabile”.
    Chicca finale: la sodomia e altre porcherie affini, non sono poi roba così grave. Infatti, dice il Goccini, “....i peccati di cui Dio ci chiederà conto sono altri, vale a dire quelli compiuti per brama di ricchezza”.
    Chiaro, no? Quindi, se domani uccido Tizio ma lo faccio non a scopo di rapina (brama di ricchezza) ma, che so, per gelosia, per ira, o semplicemente perché avevo voglia di accoppare qualcuno, in fondo non avrò fatto un peccato così grave.
    Che altro aggiungere? La nostra vicinanza e il nostro appoggio incondizionato ai fedeli di Reggio Emilia. Per chiudere vogliamo aggiungere solo una cosa, peraltro già tante volte detta, ma, si sa, repetita iuvant: teniamoci lontani da questi falsi pastori. Abbiamo forse bisogno di altre esibizioni strane per capire che questi personaggi, da Roma in giù, non hanno più alcuna remora nell’esibire la loro volontà di distruggere la Fede? Teniamoci lontani, siamo poveri peccatori e proprio per questo abbiamo bisogno degli strumenti di salvezza che la Chiesa, l’unica con la “C” maiuscola, ha sempre offerto ai fedeli. Non abbiamo bisogno delle svenevolezze dialogiche di questi signori. Qui è in ballo la salvezza o la dannazione. La salvezza non viene certo dai lupi travestiti da agnelli, che comprendono, accolgono e “accompagnano”. Dove? Con queste belle premesse, accompagnano all’inferno.
    https://www.riscossacristiana.it/la-...-paolo-deotto/

    Il Card. Burke benedice il Comitato «Beata Giovanna Scopelli», la Processione reggiana diventa un fatto internazionale
    Il fronte “cattolico” anti-Processione è in rotta completa. Dopo le tre correzioni pubbliche degli errori di don Goccini (che aveva definito “presuntuosa” l’iniziativa) e dopo le innumerevoli adesioni al comitato, è la volta del Card. Burke che, in occasione della Marcia per la Vita, ha manifestato la sua benedizione al Comitato «Beata Giovanna Scopelli».
    Chiesa e post concilio: Il Card. Burke benedice il Comitato «Beata Giovanna Scopelli», la Processione reggiana diventa un fatto internazionale

    Rassegna Stampa sulla "banalizzazione" di Fatima da parte di Papa Francesco che censura la visione dell'Inferno e la necessaria conversione per la salvezza
    Tanto avremmo da dire sullo scempio che Papa Francesco ha fatto di Fatima e dei messaggi della "Bella Signora", ridotti se così si può dire, ad un insulso buonismo "misericordioso". La Madonna che cent'anni fece vedere l'Inferno a tre bambini e che chiese conversione, sacrifici e penitenza, è stata ora zittita, in nome del "politicamente corretto".
    E molto avremmo anche da dire su quello che il Papa non ha detto (la visione dell'inferno, la necessità della conversione e del sacrificio, l'esortazione dei pastorelli alla penitenza, ecc).
    Ma dal canto nostro già ha detto molto e bene il nostro don Morselli nella sua "lettera ai tre pastorelli", su come il "vescovo di Roma" abbia liquidato il grido "PENITENZA! PENITENZA! PENITENZA" in una logoro e banale "messaggio di pace".
    Lasciamo quindi la parola a persone più competenti e autorevoli di noi.
    Roberto
    - Aldo Maria Valli, Il mistero di Fatima, dal suo blog, del 12.05.2017 (scrive prima della visita del Papa... forse presagiva? forse se lo sentiva...? comunque sia: ottimo come sempre!)
    "...L’inferno, il timor di Dio, il rosario, la preghiera di riparazione, le anime del purgatorio, i sacrifici: i più anziani tra noi sanno che la Chiesa una volta parlava così, sanno che queste cose una volta erano dette e qualcuno ci credeva. Ma per un ventenne o un trentenne, ammesso che si ponga il problema, si tratta veramente di qualcosa di incomprensibile. Possibile che il nostro buon Dio possa trattarci così?
    Fatima è un groviglio di questioni e di misteri, ma il mistero più grande, a ben guardare, è come possa stare assieme la Chiesa targata 1917, con l’inferno, le fiamme, il purgatorio, i sacrifici, il castigo e via dicendo, e la Chiesa targata 2017, che è tutto un perdonare, un incontrare, un misericordiare, un accogliere.
    Badate bene: non sto dicendo che quella Chiesa là era migliore di questa qua. Il problema è molto complicato e non sarebbe serio pensare di affrontarlo in poche battute. Sto dicendo che provoca una sensazione un po’ strana vedere una Chiesa che va a celebrare Fatima ma nello stesso tempo è diversissima da tutto ciò che Fatima rappresenta..."
    - Antonio Socci, Ha distrutto anche Fatima, dal suo blog, 13.05.2017. Ottimo e duro - e ne ha ben donde - anche Socci:
    "...E’ il discorso alla veglia di venerdì sera (la benedizione delle candele) quello decisivo. Non solo non ha mai menzionato né l’inferno né il comunismo ateo, ma ha contestato esplicitamente le parole della Madonna e la sua profezia fino a ridicolizzare il Messaggio riferito da Suor Lucia.
    Infatti il contenuto centrale dell’apparizione di Fatima è stata la visione dell’orrore dell’Inferno mostrato ai pastorelli. Per questo la Madonna è apparsa: ha espresso il suo accorato dolore perché tantissime anime si perdono, sprofondano laggiù; ha messo in guardia dall’avvento del comunismo ateo (che infatti pochi mesi dopo prese il potere in Russia) ha chieso conversione e penitenza per scongiurare la perdizione eterna e le catastrofi che la scelta del male attira sull’umanità e sul mondo.
    Ebbene: Bergoglio è andato a Fatima a ribaltare tutto.
    Ha sostenuto che si commette una “grande ingiustizia contro Dio e la sua grazie quando si afferma in primo luogo che i peccati sono puniti dal suo giudizio” perché bisogna “anteporre che sono perdonati dalla sua misericordia. Ripete: dobbiamo anteporre la misericordia al Giudizio. ...”
    - Lorenzo Bertocchi, Il Papa a Fatima, rilegge la Madonna, da La Nuova Bussola Quotidiana, 13.05.2017
    - Radio Spada, La reinvenzione di Fatima e dei suoi contenuti escatologici" del 14.05.2017
    - Roberto de Mattei, 13 Maggio, papa Francesco reinterpreta Fatima, da il Foglio del 14.05.2017 via Corrispondenza Romana
    - Riccardo Cascioli, Quale Madonna di Fatima?, da La Nuova Bussola Quotidiana, 14.05.2017.
    "...«Quale Maria?», chiedeva venerdì sera il Papa nel suo discorso pronunciato a Fatima prima della benedizione delle candele, nella cappella delle apparizioni. «Quale Maria?», si è chiesto per dare una risposta che – come spesso accade – divide i cattolici in buoni (pochi) e cattivi (la stragrande maggioranza). Ma «quale Maria?» e soprattutto «quale Madonna di Fatima?», si sono chiesti anche tantissimi cattolici, dopo aver ascoltato la personale interpretazione di papa Francesco a proposito degli eventi accaduti a Cova da Iria giusto cento anni fa. Nel discorso del Papa infatti non c’è traccia di invito alla conversione, di penitenza, di sacrificio per la riparazione dei peccati, della visione dell’inferno, di conseguenze storiche del peccato (eh sì che le guerre continuano e il comunismo non smette di propagare le sue nefaste conseguenze, anche all’interno della Chiesa).
    E qui il problema non è l’interpretazione, è il fatto. Può piacere o meno, ma i pastorelli hanno avuto la visione orribile dell’Inferno, Francesco e Giacinta – ieri canonizzati – su richiesta della Madonna hanno liberamente offerto la loro vita e le loro sofferenze per i peccatori.."
    MiL - Messainlatino.it: Rassegna Stampa sulla "banalizzazione" di Fatima da parte di Papa Francesco che censura la visione dell'Inferno e la necessaria conversione per la salvezza

    Benedetto XVI a Fatima: il contrario di Bergoglio
    Libertà e Persona
    A Fatima Bergoglio ha cercato ancora una volta di riscrivere la fede cattolica. Sminuendo la giustizia divina e la necessità della riparazione (la Madonna fece vedere ai pastorelli l’inferno!); dichiarando conclusa la funzione di Fatima; tacendo sulla crisi della Chiesa… Basti, per ristabilire la vera lettura di Fatima, quanto detto 7 anni fa, sempre a Fatima, da Benedetto XVI:
    “…Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive quel disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi: «Dov’è Abele, tuo fratello? […] La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Gen 4, 9). L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo… Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?» (Memorie di Suor Lucia, I, 162)…”
    Nelle apparizioni di Fatima ci sono la misericordia di Dio, ma anche i castighi; c’è spazio per la preghiera di riparazione e per un richiamo accorato alla conversione dei peccatori.
    Inoltre c’è il tradimento nella Chiesa:
    “… Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano. Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo. L’importante è che il messaggio, la risposta di Fatima, sostanzialmente non va a devozioni particolari, ma proprio alla risposta fondamentale, cioè conversione permanente, penitenza, preghiera, e le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Così vediamo qui la vera e fondamentale risposta che la Chiesa deve dare, che noi, ogni singolo, dobbiamo dare in questa situazione. Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia. Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima parola nella storia….”
    Benedetto XVI a Fatima: il contrario di Bergoglio | Libertà e Persona





    Clamoroso: Benedetto XVI in campo per frenare la deriva liturgica e sostenere il cardinale Sarah
    di Riccardo Cascioli
    «Con il cardinal Sarah la liturgia è in buone mani». Firmato: Benedetto XVI. Quello che a prima vista può sembrare un semplice atto di stima, è in realtà una vera e propria bomba. Significa infatti che il Papa emerito – pur con il suo stile discreto - scende direttamente in campo a difesa del cardinale Robert Sarah che, come prefetto della Congregazione per il Culto divino, è stato ormai isolato ed emarginato dalle nuove nomine di papa Francesco, e pubblicamente smentito nel suo indirizzo dallo stesso Papa.
    Il clamoroso gesto di Benedetto XVI è arrivato sotto forma di post-fazione per un libro del cardinale Sarah, “La force du silence” (Il potere del silenzio), non ancora tradotto in italiano. Il testo di Benedetto XVI dovrebbe essere pubblicato sulle prossime edizioni del libro, ma è stato reso pubblico ieri sera dal sito americano First Things.
    In esso Benedetto XVI elogia grandemente il libro del cardinale Sarah e Sarah stesso, definito «maestro spirituale, che parla dal profondo del silenzio con il Signore, espressione della sua unione interiore con Lui, e per questo ha da dire qualcosa a ciascuno di noi».
    E alla fine della lettera si dice grato a papa Francesco per «aver nominato un tale maestro spirituale a capo della congregazione per la celebrazione della liturgia nella Chiesa». È una nota che sa più di blindatura che di vera gratitudine. Non è un mistero infatti che nel corso dell’ultimo anno il cardinal Sarah è stato via via esautorato di fatto, prima con la nomina dei membri della Congregazione che ha avuto l’esito di circondare Sarah di personaggi progressisti apertamente ostili alla “riforma della riforma” invocata da Benedetto XVI e che il cardinale tentava di realizzare. Poi l’aperta sconfessione da parte di Bergoglio a proposito della posizione degli altari; quindi la nuova traduzione dei testi liturgici che sarebbe allo studio di una commissione creata a insaputa e contro il cardinale Sarah; infine le mosse di Bergoglio per studiare una messa "ecumenica" bypassando la Congregazione stessa.
    Si tratta di una deriva che colpisce al cuore lo stesso pontificato di Benedetto XVI che poneva la liturgia al centro della vita della Chiesa. E nel documento ora pubblicato, il Papa emerito rilancia un monito: «Così come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, anche per la liturgia è vero che è necessaria una conoscenza specifica. Ma è anche vero della liturgia che la specializzazione può mancare l’essenziale a meno che non sia radicata in una profonda, interiore unione con la Chiesa orante, che sempre di nuovo impara dal Signore stesso cosa sia l’adorazione». Da qui l’affermazione finale che suona come un avvertimento: «Con il cardinale Sarah, maestro del silenzio e della preghiera interiore, la liturgia è in buone mani».
    Questo intervento di Benedetto XVI, che cerca di blindare il cardinale Sarah e rimetterlo effettivamente a capo della Congregazione per la liturgia, è senza precedenti. E seppure la forma è quella di un commento a un libro, a nessuno può sfuggire il significato ecclesiale di tale mossa, che indica la preoccupazione del Papa emerito per quanto sta avvenendo nel cuore della Chiesa.
    Benedetto XVI interviene ora sulla cosa che forse maggiormente ha caratterizzato il suo pontificato: «La crisi della Chiesa è una crisi della liturgia», ebbe modo di dire, e tale giudizio è stato rilanciato dal cardinale Sarah.
    E non bisogna dimenticare ciò che monsignor Georg Geinswein ha affermato in una recente intervista, in modo solo apparentemente innocente: rispondendo a una domanda sulla confusione che c’è nella Chiesa e alle divisioni che si sono create, disse che Benedetto XVI segue con attenzione tutto ciò che avviene nella Chiesa. E ora vediamo che comincia discretamente a muovere qualche passo.
    Clamoroso: Benedetto XVI in campo per sostenere il cardinale Sarah





    GrilloShock. "Esiliare Ratzinger per sempre".
    di Francesco Filipazzi
    Generalmente quando parliamo di certa gente non facciamo nomi, ma questa volta l'entità delle affermazioni urlate da Andrea Grillo in un'intervista è tale, che è obbligatorio citarlo. Il "teologo" di fama ha infatti rilasciato dichiarazioni sconcertanti riguardo Benedetto XVI, reo di aver semplicemente scritto una postfazione al prossimo libro del card. Sarah.
    Grillo auspica la "morte istituzionale" di Ratzinger
    E' chiaro che l'intervista è stata rilasciata in modo concitato, perché il limite della decenza è ampiamente superato. Secondo Grillo l'uscita pubblica di Benedetto è uno sconfinamento inaccettabile, una scelta di campo ben precisa per disconoscere il successore Francesco.
    Opinione legittima? Forse, però condita con una selva di insulti vomitata contro il nostro novantenne preferito, che fanno presagire solo una grande isteria. "Come è evidente che la veste bianca e la loquacità, oltre alla residenza, debbono essere dettagliatamente normate. Il Vescovo emerito deve allontanarsi dal Vaticano e tacere per sempre."
    Inoltre "si dovranno prevedere, in futuro, norme che regolamentino in modo più netto e sicuro la “morte istituzionale” del predecessore e la piena autorità del successore, in caso di dimissioni".
    Dunque la libertà personale del Papa Emerito dovrà essere limitata in qualche modo? Lo mandiamo a Sant'Elena?
    GrilloShock. "Esiliare Ratzinger per sempre". E vuole chiudere i conti con il Summorum Pontificum ~ CampariedeMaistre

    Il Grillo "sparlante" ammette il complotto anti-Sarah
    di Riccardo Cascioli
    Se qualcuno poteva avere dei dubbi riguardo al significato della post-fazione di Benedetto XVI al libro sul silenzio del cardinale Robert Sarah, ci ha pensato uno dei “golpisti” a fugarli. Il liturgista Andrea Grillo, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e considerato molto apprezzato a Santa Marta, si è infatti scagliato con inaudita violenza contro il cardinale Sarah («incompetente» e «inadeguato») e Benedetto XVI, sempre definito Ratzinger o vescovo emerito, nonché causa del “fallimento”.
    Grillo è uno dei personaggi chiave che stanno lavorando alle spalle del prefetto della Congregazione per il Culto divino, il cardinale Sarah, con il beneplacito del Papa, per procedere in cambiamenti che contraddicono la “riforma della riforma” liturgica, tanto cara a Benedetto XVI e perseguita dallo stesso cardinale Sarah. Grillo è anche tra i protagonisti del lavoro della commissione – che esclude il cardinale Sarah – incaricata di procedere alla discussa e discutibile revisione della traduzione dei testi liturgici, in aperta contrapposizione alle disposizioni dell’istruzione Liturgia Authenticam. Si tratta di una questione cruciale che – come abbiamo spiegato – rischia di cambiare gli stessi contenuti della fede. Ma questo non è il solo file aperto: in ballo ci sono anche una marcia indietro sul motu proprio Summorum Pontificum con cui Benedetto XVI ha liberalizzato dieci anni fa il rito antico, e lo studio di una “messa ecumenica” per rendere possibile la comune celebrazione eucaristica con i luterani.
    Si tratta di una vera e propria rivoluzione in atto che ha nel cardinale Sarah l’ultimo ostacolo, e in questa prospettiva si comprende meglio il passo di Benedetto XVI che, pur nel suo stile discreto, ha voluto chiarire il significato autentico della liturgia e sostenere il cardinale Sarah.
    È una sorta di testamento spirituale che evidentemente ha fatto saltare i nervi a quanti hanno fretta di consolidare i princìpi fondanti della “nuova Chiesa” ed è chiaro che Grillo non parla solo a titolo personale. Così esce impunemente allo scoperto e parla della nomina del cardinale Sarah al Culto divino come di «un fallimento», una scelta fatta nel 2014 da Papa Francesco che al proposito ha avuto il torto di ascoltare «il parere del suo predecessore». Ma per Grillo «Sarah ha mostrato, da anni, una sostanziale inadeguatezza e incompetenza in ambito liturgico. Le sue rigidità impediscono all’ufficio della Congregazione di svolgere il suo lavoro ordinario».
    Quanto a Benedetto XVI, la sua mossa – secondo Grillo - si configura come «una rinuncia della rinuncia», «una interferenza grave e una alterazione degli equilibri ecclesiali». E qui anche l’ammissione di ciò che abbiamo scritto da tempo e che fin qui era stato sempre negato ufficialmente: la mossa di Benedetto XVI infatti «appare tanto più grave se, nel frattempo, si sta preparando un inevitabile e salutare avvicendamento all’incarico di Prefetto. Una sorta di “difesa in extremis” di un Prefetto ormai esautorato».
    L’uscita di Grillo sorprende fino a un certo punto chi segue con attenzione quanto sta accadendo in Vaticano, ma gli obiettivi dell’attacco e la violenza del linguaggio usato – che certamente non gli faranno perdere prestigio nelle stanze che contano – indicano il livello ormai raggiunto da questa eletta schiera di avanguardisti e aspiranti rivoluzionari. E non si tratta certo di un caso isolato.
    Proprio in questi giorni esce un libro intervista al cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, in cui il coordinatore del Consiglio dei 9 cardinali che aiuta papa Francesco nella riforma della Curia attacca senza mezzi termini il cardinale Raymond Leo Burke (uno dei quattro firmatari dei Dubia sulla Amoris Laetitia), definendolo «un uomo deluso», che «voleva il potere e lo ha perso». Un’accusa che chiaramente si estende ai confratelli che hanno espresso riserve su alcuni passi della Amoris Laetitia. Ma riferendosi a Burke, Maradiaga afferma che «il suo pensiero non merita ulteriori commenti. Sono le parole di un povero uomo».
    Pur se ormai ci stiamo abituando a uscite del cardinale Maradiaga e non solo, tese a screditare i cardinali che esprimono preoccupazione per una certa deriva “protestantizzante”, certi toni sarcastici e sprezzanti sono inauditi. Ma, a quanto è dato vedere, questo è solo l’inizio.
    Il Grillo "sparlante" ammette il complotto anti-Sarah


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    REGGIO EMILIA, GAY PRIDE. CENTINAIA ALLA PREGHIERA DI RIPARAZIONE, NONOSTANTE LA CURIA. INTANTO SI PREPARA QUELLA DI VARESE DEL 17 GIUGNO.
    MARCO TOSATTI
    Oggi a Reggio Emilia si è svolta la processione di riparazione per il Gay Pride previsto nella città. Diverse centinaia di fedeli sono sfilati da piazza Duca d’Aosta fino a via Garibaldi, per inginocchiarsi poi davanti alla Basilica della Ghiara. La processione era guidata da don Luigi Moncalero di Treviso, affiancato da altri quattro sacerdoti e sei ministranti del culto, che indossavano cotta e talare. “La nostra è una manifestazione contro il Gay Pride, – ha detto il sacerdote – e una preghiera che vuole riparare il peccato pubblico: dal punto di vista morale l’omosessualità è un disordine fortemente fustigato dalle sacre scritture. Esaltare l’omosessualità significa non soltanto contraddire la Bibbia che dice ‘maschio e femmina Dio li creò’, ma invertire l’ordine naturale della natura”.
    “La processione è andata bene, a prescindere dal numero, perché abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, ovvero quello di riparare allo scandalo del Gay Pride” dice Gabriele Colosimo di Radio Spada, associazione che ha appoggiato il comitato riparatore.
    Alleghiamo all’articolo il commento di un lettore del blog, che ha partecipato all’evento.
    “Preghiera fatta! Purtroppo lontano dalla Cattedrale di Reggio Emilia. Non è stato annunciato ma mi pare che l’ingresso alle chiese locali sia stato vietato alla processione, nei fatti non gradita al clero locale (vescovo o suo vicario di sicuro assente e mi sembra che nemmeno ci fosse qualche semplice prete della diocesi di Reggio Emilia). Pochi sacerdoti ‘di fuori’ presenti, ma più fedeli di quanto mi aspettassi e con un’età media gradevolmente bassa (direi sui 35-40 anni): diversi giovani genitori erano con loro bambini.
    Personalmente non ho mai frequentato quei gruppi cristiani molto affezionati alle tradizioni pre-Vaticano II (“tradizioni” intenzionalmente in minuscolo non per sminuirle, anzi!, ma giusto per distinguerle dalla Tradizione dottrinale che deve essere necessariamente comune a tutti i cristiani cattolici che cerchino di vivere coerentemente al loro nome) entro i quali è nata la lodevole iniziativa della processione e temevo che la maggioranza dei partecipanti fosse in età da pensione. Invece fra i 600 ed oltre (mia stima in base alla lunghezza di circa 200 metri della processione) partecipanti, oltre a qualche bambino e giovanotto, c’erano parecchi nella fascia di età 30-50 anni. Azzardo una previsione: se ci fosse stata non l’organizzazione a cura della diocesi di Reggio Emilia, ma almeno una “non-ostilità”, con l’informazione sulla processione lasciata circolare con reale “neutralità” nelle parrocchie della zona, i partecipanti sarebbero stati alcune migliaia in più. La mia opinione è che molti cristiani che comunque erano venuti a sapere della processione e che sentivano giusto chiedere pubblicamente perdono al Signore, alla fine non hanno partecipato per non andare contro al vescovo”.
    Ma l’esempio di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Infatti per il 17 giugno è prevista a Varese, sempre in occasione di un Gay Pride, un’analoga seduta di preghiera. (È stato creato per l’occasione un gruppo Facebook, qui https://www.facebook.com/groups/440373799651654/).
    La proposta è quella della recita di un rosario pubblico di riparazione. Il luogo richiesto è il sagrato della Basilica di San Vittore.
    REGGIO EMILIA, GAY PRIDE. CENTINAIA ALLA PREGHIERA DI RIPARAZIONE, NONOSTANTE LA CURIA. INTANTO SI PREPARA QUELLA DI VARESE DEL 17 GIUGNO. ? STILUM CURIAE

    Scandalo Paglia, “l'assassino” torna sul luogo del delitto
    Caro Direttore,
    porto alla sua attenzione un evento che ci sarà nella nostra città, Terni, il giorno 31 maggio p.v., quando monsignor Vincenzo Paglia (vescovo di Terni, Narni e Amelia dall’aprile 2000 al febbraio 2013, ndr) presenterà presso il Museo Diocesano il suo nuovo libro "Sorella morte".
    Bisogna dire che la sfacciataggine di monsignor Paglia non ha limiti. Non gli è stato sufficiente portare la nostra città sulle prime pagine dei giornali per il clamoroso crac della Curia a seguito di spregiudicate manovre economiche. Non gli è bastato che la nostra città diventasse "famosa" per ospitare nella Cattedrale un osceno e sgradevole dipinto da lui commissionato e personalmente condiviso. Non gli è bastato nemmeno aver lasciato la nostra città già laica di suo, in un totale vuoto spirituale, dal quale solo un intervento divino potrà risollevarci.
    Ora viene pure a presentare un libro a mio avviso "inutile". La Chiesa infatti, cosa ha da dire sull'eutanasia se non che è sbagliata? Che non si deve perseguire, che non si deve fare?
    Dunque, cosa mai avrà da aggiungere a tutto ciò un personaggio così discusso come monsignor Paglia? Il bello è che verrà accolto con gli onori di casa dall'attuale vescovo, monsignor Giuseppe Piemontese. Che Chiesa è mai questa che premia con onori e riconoscimenti chi non si comporta secondo i minimi criteri di correttezza, onestà oltreché secondo l'irrinunciabile insegnamento evangelico, nostro fondamento?
    Cordiali saluti
    L. S.
    Gentile L.S.,
    la ringrazio della segnalazione di questo ennesimo scandalo che riguarda i rapporti tra la Diocesi di Terni e monsignor Vincenzo Paglia, di cui ci siamo già occupati in passato). In effetti, quello che riguarda monsignor Paglia è un vero e proprio mistero. Di vescovi coinvolti in dissesti finanziari delle diocesi ce ne sono stati, anche in Italia, ma sono stati tutti rimossi, e sono scomparsi dalla scena pubblica.
    Monsignor Paglia invece, che ha lasciato dietro di sé una voragine al cui confronto il dissesto di altre diocesi sono spiccioli, non solo non è stato mandato in qualche lontano monastero a pregare e meditare, ma passa addirittura di promozione in promozione. E ora, sfacciatamente e impunemente, torna a Terni accolto con tutti gli onori mentre ci sono parroci che non sanno più come tirare avanti le loro parrocchie. La bancarotta, dal punto di vista giudiziario, è stata evitata grazie ad abbondanti favori da parte del Vaticano e della Cei (parliamo di prestiti immediati per 25 milioni di euro), ma alla Chiesa ternana serviranno decenni per ripagare il debito. Nel frattempo al Pontificio Consiglio per la Famiglia ha tentato di ripetere le stesse operazioni economiche fatte a Terni. Eppure nessuna conseguenza.
    Ma come lei giustamente sottolinea i disastri provocati da monsignor Paglia non riguardano soltanto i dati economici: dell’affresco osceno con cui ha voluto sfregiare il Duomo di Terni abbiamo già parlato, e della terribile situazione in cui ha lasciato la diocesi dal punto di vista pastorale e spirituale lo possono testimoniare preti e laici della diocesi. A questo si devono aggiungere le zone grigie in merito alla sua sponsorizzazione del centro di ricerca sulle cellule staminali del professori Vescovi, fondato presso l’Ospedale di Terni: zone grigie sia dal punto di vista economico che dal punto di vista etico. Malgrado ciò, dal Pontificio Consiglio per la Famiglia è stato promosso alla guida della Pontificia Accademia per la Vita e dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, dove sta lavorando alacremente per cancellare tutto quanto voluto da Giovanni Paolo II.
    Sarebbe interessante se chi di dovere in Vaticano spiegasse il senso di questo mistero, e come questo si concilia con tutti i discorsi di riforma e trasparenza.
    Scandalo Paglia, ?l'assassino? torna sul luogo del delitto

    Lo scivolone gnostico di Avvenire
    di Stefano Fontana
    Avvenire ha parlato della “pari dignità di fronte a Dio di ogni orientamento sessuale”. Come segnalato da la NBQ, lo ha fatto con un editoriale di Luciano Moia nell’inserto “Noi genitori e figli”. Forse l’autore dell’editoriale non ha tenuto presente che l’indistinzione tra gli orientamenti sessuali è di origini gnostica. Qualcuno infatti parla di “neocatarismo” a proposito dell’attuale promozione ideologica omosessualista e del gender.
    Proprio dello gnosticismo è il rifiuto della realtà naturale e il desiderio di ri-plasmarla. L’ordine naturale ci limita in quanto esprime un senso e ogni senso delimita e limita. Esso va quindi eliminato per poter accedere ad una conoscenza che sia veramente salvifica e non limitante. La “prima volta” dello gnosticismo è stato nel Giardino dell’Eden. Da allora, la pretesa di accedere ad una conoscenza salvifica eliminando l’ordine della realtà ha conosciuto varie formule e tentativi di realizzazione. Tutti piuttosto dolorosi per l’umanità.
    Per lo gnosticismo cataro la creazione, la materia, il corpo, la procreazione, il matrimonio, la famiglia … sono un male. Esso promuove la sessualità sterile, proprio come accade oggi. Il corpo è considerato solo uno strumento da potersi adoperare indifferentemente in molti modi diversi, proprio come accade oggi. Per lo gnostico è possibile vivere con il corpo nella libidine più sfrenata e, nello spirito, che dal corpo è dualisticamente diviso, rimanere puri. C’è una profonda vena gnostica nell’idea luterana che si possa essere contemporaneamente giusti e peccatori, come nell’altra idea oggi diffusa tra i cattolici: che si possa vivere una relazione omosessuale ed essere contemporaneamente in grazia di Dio.
    Parlare allora di “pari dignità di ogni orientamento sessuale agli occhi di Dio”, siccome tra i vari orientamenti sessuali ce ne sono di sterili in cui il corpo è adoperato come strumento diversamente fungibile, significa accettare una posizione gnostica di sostanziale disprezzo del corpo e di sostanziale dualismo.
    Quando, nella Humanae vitae e nella Familiaris consortio, i Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II ribadivano l’inscindibilità tra atto sessuale e procreazione, sapevano bene di combattere una eresia insidiosa – lo Gnosticismo – che da sempre ha cercato di intaccare la fede cattolica. Per lo stesso motivo separare oggi sessualità da procreazione comporta aprire le porte allo Gnosticismo nella fede cattolica.
    Anche gli editorialisti di Avvenire questo devono saperlo. Del resto, dalla pillola contraccettiva al gender – passando per tutte le altre note tappe intermedie – si sta realizzando il progetto gnostico di non accettare la realtà naturale e di volerla ri-plasmare. L’arroganza demoniaca di voler ri-creare il creato – “sarete come dei” – passa attraverso la sua negazione mediante l’indifferentismo relativistico: tutti gli orientamenti sessuali hanno pari dignità.
    Ma c’è anche di più. La Humanae vitae, come ha ben chiarito la Caritas in veritate riconsiderando in modo globale l’apporto di Paolo VI alla Dottrina sociale della Chiesa, può essere considerata anche una enciclica sociale. E’ vero che essa parla di morale sessuale e di vita cristiana matrimoniale, ma parla anche del significato “pubblico” della sessualità umana. Nella coniugalità nasce la società, tramite la procreazione, e nasce la socialità, ossia la reciproca complementarietà non secondo dei desideri ma secondo un ordine. Se si dovesse manomettere la Humanae vitae, le ripercussioni andrebbero ben oltre la morale sessuale personale e riguarderebbero l’origine stessa della società e, quindi, la sua organizzazione vitale. Se tutti gli orientamenti sessuali hanno uguale dignità davanti a Dio, anche quelli non secondo un ordine ma secondo il desiderio, anche tutte le altre relazioni sociali, che da quella relazione primordiale promanano, sarebbero ugualmente indifferenti e diversamente fungibili davanti a Dio.
    C’è però ancora di più. Se l’ordine naturale del creato non viene rispettato nella relazione sessuale coniugale, ossia nel momento originario della società e della socialità, allora non ci si stupirà se tutto l’ordinamento sociale verrà costruito non secondo un ordine sociale ma secondo una pluralità di regole dotate tutte di uguale dignità di fronte a Dio. Diventerà impossibile fare riferimento ad un diritto naturale e ad una legge morale naturale. Cosa che sta già avvenendo, secondo il progetto gnostico della ri-creazione della natura.
    Ipotizzo che Luciano Moia non abbia pensato a tutte queste conseguenze della affermazione sull’uguale dignità degli orientamenti sessuali di fronte a Dio. Però un testo, una volta congedato, porta con sé un messaggio oggettivo, indipendente dalle intenzioni del suo autore. Ora, le conseguenze di quella affermazione comportano coerentemente queste conseguenze. E perfino un’altra, se vogliamo proprio andare fino in fondo.
    Se la parola di Dio su sessualità e matrimonio insegnata dalla Chiesa non si appoggia su un ordine naturale del creato a cominciare dall’atto coniugale ma si deve rapportare ad una pluralità di orientamenti sessuali di uguale dignità di fronte a Dio … beh, allora si provoca una drammatica frattura tra ordine della grazia e ordine della natura, tra Chiesa e mondo, tra fede e ragione.
    Lo scivolone gnostico di Avvenire

    Le schegge impazzite ora sono a capo della Chiesa
    di Antonio Socci
    Il nuovo presidente della Cei voluto da papa Bergoglio, il card. Gualtiero Bassetti, come ha notato ieri Vittorio Feltri, di fronte all'eccidio dei 35 cristiani egiziani compiuto dai terroristi, se n'è uscito dicendo: «Non sono le religioni che provocano violenze e terrorismo». Eppure proprio l'editoriale dell' Avvenire (quotidiano della Cei) ieri spiegava che quei poveretti sono stati uccisi perché «hanno chiesto loro di rinunciare a Cristo e di diventare musulmani. Se avessero accettato li avrebbero risparmiati, ma hanno rifiutato».
    Dunque perché Bassetti parla di «religioni» (al plurale)? Non sono tutte la stessa cosa. C'è la religione dei carnefici e c'è quella delle vittime. Non si possono confondere vittime e carnefici. La causa della strage è stata proprio religiosa: l'odio per la fede cristiana. Con buona pace di Bassetti.
    Del resto dopo aver affermato che non sono «le religioni» a compiere questi orrori, il cardinale ha aggiunto: «sono loro schegge impazzite». Ma «loro» e «schegge» sono al plurale. Quindi ci sarebbero «schegge impazzite» di tutte le religioni che fanno massacri? A Bassetti risulta che vi siano organizzazioni di terroristi cattolici che uccidono quei musulmani che non si fanno battezzare in Chiesa? Nessuno può sostenere una tale assurdità.
    Bassetti - che già si arrampicava sugli specchi - ha aggiunto: «Vediamo creature pazze di furore e impazzite di odio, ma anche per noi in passato è stato così visto che i terroristi rossi venivano anche dalle nostre università cattoliche». La superficialità di queste parole lascia di stucco. Il prelato ha dimenticato di spiegare che stava alludendo a pochissimi ex cattolici diventati comunisti rivoluzionari, che sparavano in quanto militanti marxisti, non certo in nome di Cristo. I brigatisti rossi non uccidevano chi rifiutava di convertirsi al cattolicesimo, ma chi ritenevano «nemico del proletariato» (spesso sparavano proprio contro dei cattolici).
    La lotta armata delle Br non nasce da san Tommaso d' Aquino, ma da un filone ideologico e politico della Sinistra marxista rivoluzionaria. Nasce dunque da un' ideologia totalmente nemica della fede cattolica.
    Soprattutto Bassetti ha dimenticato di spiegare cosa accadde davvero in quegli anni Sessanta. Che ci sia stato qualche raro terrorista delle Br che, in gioventù, era stato in parrocchia, è cosa nota. Ma anche questo è da inquadrare in un fenomeno che fu di massa in quegli anni Sessanta: l'abbandono della Chiesa da parte dei giovani (e dei meno giovani) per aderire all'onda montante del conformismo marxista che stava dilagando in scuole, fabbriche, università, giornali, salotti e accademie. Fu una svolta politica e culturale che cambiò il volto del Paese dopo il '68. E fu anche un fenomeno di scristianizzazione generalizzato: il più colossale disastro pastorale della storia della Chiesa. Accadde perché nel clima del post-concilio la gran parte del ceto ecclesiastico teorizzò (o subì senza opporsi) la «svolta progressista» e la resa alle ideologie mondane come necessaria modernizzazione della fede. Le ideologie (soprattutto marxiste) inondarono la Chiesa stessa: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero» diceva il cardinal Ratzinger in una memorabile omelia.
    Come ha spiegato Gianni Baget Bozzo nel libro L'intreccio, quello comunista è stato il più formidabile attacco «teologico» al cristianesimo in tutto il mondo e le élite cattoliche non lo hanno mai capito. Secondo Baget dagli anni Sessanta il ceto clericale si arrese all' egemonia marxista e snaturò il cristianesimo stesso. Così l'ideologia sessantottarda non ebbe più chi la contenesse e la combattesse, i giovani disertarono le chiese e si riempirono di ex cattolici i movimenti extraparlamentari, sessantottini e i partiti comunisti e della sinistra.
    Da quel disastro - che sembrò preludere alla fine della Chiesa, negli ultimi anni di Paolo VI - i cattolici uscirono grazie alla guida potente di Giovanni Paolo II (che riconquistò i giovani) e del cardinale Joseph Ratzinger (che, fra l'altro, rimediando anche alla mancata condanna del comunismo da parte del Concilio, stroncarono quantomeno la teologia della liberazione dilagante in Sudamerica).
    Ma a un certo punto è accaduto qualcosa, come un ritorno al passato. Per una serie di circostanze ancora inspiegabili, Benedetto XVI si è dovuto dimettere e al suo posto è stato eletto proprio un rappresentante di quella Chiesa sudamericana intrisa di teologia della liberazione e di populismo. Bergoglio ha celebrato la riabilitazione e l'apoteosi del cattoprogressismo. È il ritorno dei disastrosi anni Settanta nella Chiesa.
    Il 22 aprile scorso a Roma si è tenuto un convegno internazionale indetto da un giornale cattolico, sulla linea dei quattro cardinali dei «Dubia». Uno dei relatori, la professoressa Anna Silvas, che è Senior Research Fellow of the Australian Academy of the Humanities Univerity of New England (Australia), ha descritto gli avvenimenti in termini durissimi: «Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II ci sembrava che le cose fossero tornate in qualche modo "a posto" per un certo tempo, per lo meno in alcuni ambiti Questa situazione è continuata sotto Benedetto XVI. Ora, nei pochi anni del pontificato di Papa Francesco, lo spirito ammuffito e stantio degli anni Settanta è risorto, portando con sé sette altri demoni.... Il fatto che quello spirito estraneo sembri aver alla fine ingoiato il Soglio di Pietro, trascinando coorti sempre più estese di una compiacente gerarchia ecclesiastica all'interno della sua rete, è l'aspetto più inquietante e veramente scioccante per molti di noi fedeli cattolici laici.
    Osservo un gran numero di alti prelati, vescovi e teologi e non riesco a riscontrare in loro, ve lo giuro, la benché minima presenza del sensus fidelium: e questi sarebbero i latori dell'officio dell'insegnamento della Chiesa?». In effetti c' è il rischio che il disastro che la Teologia della liberazione e il «cattoprogressismo» hanno provocato in Sudamerica - un continente in caduta libera per la fede cattolica - venga adesso replicato su scala planetaria.
    Anche i segnali simbolici sono chiari.
    Il papa Bergoglio che si è mostrato tanto accigliato nella foto con Donald Trump è lo stesso che appariva sorridente e cordiale nella foto col dittatore comunista Fidel Castro. Quel Bergoglio che lancia messaggi amichevoli ai tiranni del regime comunista cinese è lo stesso che fulmina l'occidente come luogo di orrori.
    All'abbaglio preso dalla Chiesa negli anni Sessanta col comunismo - e che oggi ritorna in forma sudamericana - si aggiunge un identico atteggiamento erroneo nei confronti dell'Islam, che è anch'esso - anzitutto - un'ideologia totalizzante, che ingloba la società, lo stato e la vita privata. Infatti anche con l'islam la Chiesa di Bergoglio sembra alla resa culturale. E come negli anni Settanta la resa della Cristianità favorì il dilagare dell' ideologia comunista, oggi favorisce l'islam.
    Lo si può già vedere nel nord Europa.
    Ieri sul Foglio Giulio Meotti ha reso noto che la moschea dove si recava a pregare Salman Abedi, l'attentatore di Manchester, è una ex chiesa protestante, sconsacrata proprio durante gli anni Sessanta della grande scristianizzazione e poi acquistata dalla comunità musulmana. «La storia della chiesa di Didsbury convertita in moschea» ha detto a Meotti il filosofo inglese Roger Scruton «è la storia del mio paese, l'Inghilterra. Stiamo perdendo la nostra fede cristiana, la nostra cultura, e una nuova fede la sta soppiantando, l'Islam». Ancora Meotti riferisce che Lord Carey, ex arcivescovo di Canterbury, ha spiegato che la Church of England è «a una generazione» dalla sua fine. La stessa sensazione si respira in tutta Europa e in Italia (oltreché in Sudamerica). Ma tutto questo per Bergoglio (e i Bassetti al seguito) non pare sia un problema.
    Socci, le schegge impazzite ora sono a capo della Chiesa - Libero Quotidiano

    Quel "colpo basso" a Ratzinger nell'omelia di papa Francesco
    Le parole di papa Francesco all'omelia lette come un messaggio al predecessore, Joseph Ratzinger. È scontro tra Bergoglio e Benedetto XVI?
    Luca Romano
    Papa Francesco contro Joseph Ratzinger? In questi giorni sta diventando sempre più forte la voce di chi vuol vedere uno scontro tra i due papi in Vaticano.
    Bergoglio, attivo e impregnato. E Benedetto XVI, silente ma non silenzioso nel suo ritiro nelle sacre mura di San Pietro.
    A rinvigorire la tesi dello scontro è Antonio Socci su Libero, che dopo aver letto l'omelia di Bergoglio a Santa Marta, ha visto nelle parole del papa una sfida lanciata direttente al suo predecessore. Come sottolinea il giornalista, Francesco per l'omelia "ha preso spunto da una lettura della messa, che parlava del congedo di san Paolo dalla comunità Efeso, per scagliarsi contro 'il pastore che non sa congedarsi e si crede il centro della storia'". Esatto: ha parlato proprio di un pastore che deve farsi da parte e non sentirsi sempre al centro dell'attenzione.
    In molti hanno ricordato le parole di Benedetto XVI nella sua prefazione al libro del cardinale Sarah, messo all'angolo dal nuovo corso bergogliano e considerato invece dal papa emirito un ottimo elemento come prefetto per la Congregazone per il culto. Ed è vero che il Santo Padre tedesco si è ritirato in preghiera ed ha rinunciato al soglio pontificio, ma rimane comunque - come da lui stesso sottolineato - erede di Pietro. Perché ha rinunciato solo al ministero attivo del Papato, non al Papato stesso.
    Quel "colpo basso" a Ratzinger nell'omelia di papa Francesco - IlGiornale.it

    Papa Francesco attacca Ratzinger, il colpo basso
    Antonio Socci
    Il «vescovo vestito di bianco» (come Bergoglio si è definito a Fatima), ieri ha attaccato frontalmente il papa, Benedetto XVI che - per restare alla visione del «Terzo segreto» - somiglia molto all' altro protagonista di quella profezia: «mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena». Durante l' omelia di Santa Marta - quella in cui lancia messaggi, fulmini e avvertimenti - Bergoglio ha preso spunto da una lettura della messa, che parlava del congedo di san Paolo dalla comunità Efeso, per scagliarsi contro «il pastore che non sa congedarsi e si crede il centro della storia».
    Così ha sintetizzato la Radio Vaticana. E Vatican Insider - sito ultrabergogliano - ha titolato allo stesso modo: «Il vescovo deve sapersi congedare, non è il centro della storia». Sottotitolo: «Il Papa a Santa Marta: il pastore deve lasciare bene, non "a metà" e "senza appropriarsi del gregge"». Vatican insider ha provveduto a illustrare l' articolo con una foto dove si vede Bergoglio in elicottero: è un richiamo esplicito al volo in elicottero con cui il 28 febbraio 2013, dopo la «rinuncia», Benedetto XVI lasciò il Vaticano per Castelgandolfo. I due titoli sintetizzano bene la durissima omelia dove in effetti il papa argentino se l' è presa (senza nominarlo) con Ratzinger, «il pastore che non impara a congedarsi». Bergoglio indica l' esempio di san Paolo che «non ha fatto del suo gregge un' appropriazione indebita». Come l'apostolo - dice Bergoglio - non bisogna credersi «il centro della storia, della storia grande o della storia piccola», ma solo «un servitore».
    Perché ha rivolto questo duro attacco contro Benedetto XVI? In altre occasioni aveva citato proprio il silenzio del papa emerito come esempio di distacco e di discrezione. Ma in questi giorni Benedetto XVI ha parlato. Perciò è diventato il bersaglio da colpire. Infatti la conclusione dell'omelia bergogliana è eloquente: «preghiamo per i pastori, per i nostri pastori, per i parroci, per i vescovi, per il Papa, perché loro non si credano che sono al centro della storia e così imparino a congedarsi». Questa omelia è un colossale autogol. Perché Bergoglio ha sempre conquistato poltrone ecclesiastiche senza mai lasciarle e addirittura contravvenendo al voto fatto (come gesuita) di non accettare cariche. Del resto se c' è un papa che si crede «al centro della storia» (perfino con l' ambizione di cambiare in modo «irreversibile» la Chiesa) è proprio lui, non certo il mite e umile Benedetto. Così pure fa pensare allo stesso Bergoglio l'immagine del pastore che «si appropria» del gregge, focalizzandolo su se stesso.
    Peraltro l'episodio di san Paolo da cui egli ha tratto spunto - a leggerlo bene - ci dice qualcosa di opposto rispetto al messaggio bergogliano. Infatti l'Apostolo chiama a sé gli anziani della Chiesa di Efeso e li saluta dopo che è dovuto fuggire da quella città a causa di una sommossa orchestrata contro di lui dagli orafi che lucravano sulla fabbricazione di idoli pagani. È stato dunque cacciato via, non si congeda di sua volontà. E dunque il raffronto con Benedetto XVI fa riflettere. Del resto san Paolo, in quel saluto agli anziani della comunità, ricorda loro come si è comportato fin dal primo giorno del suo arrivo e usa parole che si adattano perfettamente al pontificato di papa Ratzinger: «ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove», cioè tra molte ostilità e «non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, scongiurando Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù Cristo». Paolo dice poi di sapere che «mi attendono catene e tribolazione». Infine l' Apostolo dichiara: «io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi».
    Di tutto questo non c' è traccia nell' omelia di Bergoglio, a cui interessava solo affermare che un pastore deve «congedarsi bene, non congedarsi a metà». È chiaro che pretende l' oscuramento totale di Benedetto XVI invece di mettere a tema la sua misteriosa e inspiegabile «rinuncia» e il suo «papato emerito». Se lo facesse dovrebbe riconoscere che effettivamente è ancora papa, come qui andiamo scrivendo da tre anni, prendendoci gli anatemi dei fan bergogliani.
    Tantissimi sono gli indizi. Ne riassumo tre: la decisione (del tutto inedita) di restare «papa emerito», dentro il recinto di san Pietro, con la veste, i simboli e il titolo pontificio.
    Poi le parole esplicite con cui egli ha spiegato la sua scelta: «La mia decisione di rinunciare all' esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata». Infine basta rileggere l' esplosiva conferenza fatta dal segretario di Benedetto XVI, alla Gregoriana, il 22 maggio 2016.
    Già il canonista Stefano Violi, studiando la «declaratio» di papa Benedetto, concluse: «(Benedetto XVI) dichiara di rinunciare al "ministerium".
    Non al Papato, secondo il dettato della norma di Bonifacio VIII; non al "munus" secondo il dettato del can. 332 2, ma al "ministerium", o, come specificherà nella sua ultima udienza, all'"esercizio attivo del ministero"».
    Mons. Georg Gaenswein, nella conferenza di un anno fa, approfondì questa lettura, evocò uno «stato d' accezione»« che aveva provocato questa situazione unica, e, fra molte altre clamorose affermazioni, disse: «non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato - con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l' appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è "Santità"; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all' interno del Vaticano - come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato».
    Lo stesso card. Gerhard Müller, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha fatto suo questo clamoroso affresco dichiarando: «Per la prima volta nella storia della Chiesa abbiamo il caso di due legittimi papi viventi (). Questa situazione inedita deve essere affrontata teologicamente e spiritualmente. Su come farlo, ci sono diverse opinioni. Io ho mostrato che pur con tutte le diversità che riguardano la persona e il carattere, tuttavia anche il legame interno deve essere reso visibile». Quale legame? Il cardinale risponde: «Si tratta del confessare \ Gesù Cristo, che è la "ratio essendi", il vero fondamento del Papato, che tiene insieme la Chiesa nell' unità in Cristo».
    Proprio per questo, perché è in pericolo la fede stessa della Chiesa, Benedetto XVI, nei giorni scorsi, è uscito dal suo silenzio con la formidabile post-fazione al libro del card. Sarah. In essa, difendendo il cardinale africano, prefetto della Congregazione per il culto («con il card. Sarah la liturgia è in buone mani»), ha messo un macigno sulla strada di quell' establishment bergogliano che sta progettando la «rivoluzione» della liturgia e dell' Eucaristia, che sarebbe un colpo mortale alla sopravvivenza della Chiesa cattolica.
    La decisione di uscire così allo scoperto è dovuta dunque alla gravità della situazione e per questo (come ho scritto nei giorni scorsi) ha provocato furibondi attacchi dei bergogliani contro Benedetto XVI. Il teologo Andrea Grillo è arrivato a parlare di «rinuncia alla rinuncia» e di interferenza nelle «decisioni del suo successore». Ma più pesante è stato l'anatema di ieri di Bergoglio. Segnale di guerra. Secondo qualcuno potrebbe perfino essere letto come un guanto di sfida, in previsione di una «rinuncia» dello stesso Bergoglio. Ma lui non è uomo da mollare il potere.
    Antonio Socci: Papa Francesco attacca Ratzinger, il colpo basso - Libero Quotidiano


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    La processione del 3 giugno a Reggio Emilia. Lo scandalo della devozione
    di Elisabetta Frezza
    In città per il 3 giugno era in cartellone la solita grottesca parata dell’esibizionismo contronaturale, uno dei mille e mille raduni che invadono e lordano gli spazi pubblici per abituare il mondo intero all’idea che il sesso pervertito sia cosa gaia e giusta e quindi meritevole di promozione sociale come modello virtuoso: un modo come un altro per esorcizzare un evidente disagio esistenziale e psichico di una esigua minoranza tramite lo stordimento e l’ostentazione compulsiva del vizio, e per tentare di placarlo, quel disagio, nell’alveo rassicurante del gruppo conforme; sempre più conforme e sempre più nutrito grazie ai lavaggi di cervelli garantiti a ciclo continuo dal sistema mediatico, politico, “educativo”. Uno spettacolo desolante cui l’uomo della strada si è assuefatto suo malgrado perché gli è stato fatto intendere che il mondo è cambiato e che tutti dobbiamo adeguarci alle sue nuove fattezze sintetiche, per quanto raccapriccianti.
    Fin qui, dunque, tutto paradossalmente “normale” per la società evoluta in cui non c’è più religione. Letteralmente.
    Ma in quello stesso 3 giugno si è materializzata nella pubblica piazza anche e proprio la religione dimenticata (perché smantellata da chi avrebbe dovuto esserne custode, se non per vocazione almeno per mestiere).
    Si è manifestata nell’atto liturgico di una processione in riparazione del peccato dell’uomo che mette se stesso al posto del Padre, suo Creatore e suo Dio: dell’uomo che, in preda all’atavico delirio di onnipotenza, crede di poter sovvertire impunemente l’ordine della natura e, accecato dal mito della falsa libertà – col conforto delle istituzioni (laiche ed ecclesiali) – si vota all’abbruttimento e all’autodistruzione.
    Si è svolto, nelle strade di Reggio, il rito perenne capace in ogni tempo di pescare nel fondo dell’animo rispondendo al bisogno insopprimibile di ogni essere umano (e anche post-umano) di levare gli occhi al cielo, rendere gloria a Dio, implorare la Sua protezione; e così ritrovare un equilibrio sulla terra che gira forsennata su se stessa.
    La processione avanzava in preghiera come fosse protetta da una corazza invisibile, attraverso una città stupefatta e impietrita dalla “aliena” potenza della vera fede cristiana. La gente guardava dagli usci e dalle finestre, si fermava, si segnava, univa la propria voce alle avemaria, incuriosita e incredula dinanzi a una epifania del sacro cui è sì totalmente disabituata, ma che le è estranea solo in superficie perché di fatto questo rito essenziale non può non evocare in chiunque un retaggio profondo di verità e di ordine, e di pace interiore.
    Nessuno dei detrattori – non solo i sodomiti, ma anche e soprattutto i diversamente credenti e il clero costituzionale – possiede argomenti con cui ribattere a un fenomeno impermeabile al linguaggio del mondo cui tutti si sono allegramente uniformati disimparando il linguaggio dell’eterno. Non possono che prendere atto, in religioso silenzio, di qualcosa che, nella sua carica trascendente, è irriducibile per definizione alle categorie asfittiche del secolo cui la stessa chiesa in disarmo vorrebbe asservire il patrimonio che le è affidato, allo scopo ultimo di neutralizzarlo.
    Il rosario, le litanie, i canti della tradizione, il latino, l’incenso, le talari e le cotte. Un modo tanto nuovo quanto antico di rispondere pubblicamente alle bestemmie e alle provocazioni blasfeme, riparando l’ordine violato dal peccato: un modo che fa bene ai volenti e ai nolenti, perché invoca sull’intera umanità caduta lo sguardo pietoso del Padreterno.
    E il chiasso sguaiato delle varie manifestazioni di piazza, componenti irrinunciabili del gioco delle parti nell’agone politico, come per incanto lascia il posto, in una mattina fuori dal tempo, al ritmo musicale della preghiera, formula essenziale di verità, capace di illuminare la strada del bene e quella del male con la luce che viene dall’alto nel segno glorioso della Croce di Cristo.
    Grazie ai pochi sacerdoti che conservano la fede nel tempo dell’apostasia, e avendola la professano, il legame tra terra e cielo si può ancora vedere, vivere e toccare.
    https://www.riscossacristiana.it/la-...abetta-frezza/

    Amoris laetitia I polacchi al contro-strappo
    di Marco Tosatti
    Il 7 giugno la Conferenza episcopale polacca ha chiuso i lavori della sua assemblea generale a Zakopane, sui monti Tatra. E secondo quanto ha dichiarato a Katholish.de il portavoce dei vescovi polacchi, Pawel Rytel-Andrianik, i presuli hanno constatato che l’insegnamento della Chiesa per ciò che riguarda le persone che vivono in situazioni di coppie non sacramentali “non è cambiato” dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia.
    Una dichiarazione pubblica spiega che i cattolici che si trovano in quel tipo di situazioni dovrebbero essere guidati “Verso una vera conversione e a una riconciliazione con il loro coniuge e i figli di quell’unione”. I vescovi si riferivano esplicitamente all’esortazione post-sinodale di Giovanni Paolo II “Familiaris Consortio”, che permette di avvicinarsi ai sacramenti solo se i divorziati-risposati civilmente vivono una relazione come fratello e sorella.
    I vescovi polacchi hanno inoltre annunciato che discuteranno in autunno, durante la prossima assemblea generale, le linee guida realtive alla cura pastorale delle persone che vivono in situazioni di coppia “non sacramentali”, e la loro integrazione nella vita della Chiesa. Le nuove linee guida spiegheranno in concreto come dovrà essere svolto l’accompagnamento dei divorziati-risposati.
    Questa presa di posizione ufficiale, dopo quelle di segno contrario delle conferenze episcopali della Germania e del Belgio, rende sempre più evidente lo stato di confusione provocato dall’ambiguità delle norme – e soprattutto delle note a piè di pagina – dell’esortazione post-sinodale “Amoris Laetitia”. Dalla sua pubblicazione si assiste a interpretazioni opposte di cardinali, vescovi,e conferenze episcopali, mentre la richiesta di chiarimenti rivolta al Pontefice non solo dai cardinali con i “Dubia”, ma da laici, vescovi e studiosi con lettere aperte e petizioni rimane ancora inevasa.
    Era prevedibile per altro che la Conferenza episcopale polacca si esprimesse in questa direzione. Già nel novembre scorso mons. Jan Watroba, Presidente del Consiglio per la Famiglia dei vescovi polacchi, aveva dichiarato: “E’ un vero peccato che non esista un’interpretazione unica e un messaggio chiaro del documento, e che si debbano aggiungere interpretazioni a un documento apostolico. Personalmente preferivo documenti come quelli che Giovanni Paolo II scriveva, dove commenti aggiuntivi o interpretazioni relative all’insegnamento di Pietro non erano necessari”. In precedenza il vescovo ausiliario di Lublino Józef Wróbel aveva espresso il suo appoggio ai Dubia. I cardinali “Hanno fatto bene e hanno esercitato correttamente quello che prevede la legge canonica. Credo che sia non solo un diritto, ma anche un dovere. Sarebbe stato giusto rispondere alle loro osservazioni”.
    E aveva aggiunto: “Non potevi dare la comunione prima, e non è possibile ora. La dottrina della Chiesa non è soggetta a cambiamenti, altrimenti non si tratta più della Chiesa di Cristo fondata sul Vangelo e sulla Tradizione. Nessuno ha il diritto di modificare la dottrina, perché nessuno è padrone della Chiesa”.
    Anche il presidente della conferenza episcopale polacca, mons. Gadecki, nel luglio del 2016 secondo il Tablet aveva negato la possibilità di dare l’Eucarestia ai divorziati risposati. La conferenza episcopale polacca è la prima conferenza episcopale a dichiarare unitariamente che continuerà a seguire l’insegnamento tradizionale della Chiesa sul matrimonio e i sacramenti. In precedenza si erano avute conferenze episcopali regionali, a prendere posizione in merito, e un appello dei vescovi del Kazakhstan al Papa affinché confermasse la prassi immodificabile della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. Altri vescovi in tutto il mondo hanno preso posizione in difesa della dottrina del matrimonio della Chiesa così come è stata enunciata e praticata fino ad “Amoris Laetitia”.
    Amoris laetitia I polacchi al contro-strappo

    Avvenire e la pari dignità degli orientamenti sessuali
    di Lorenzo Bertocchi
    Un editoriale di Luciano Moia, Responsabile di Noi famiglia&vita, inserto mensile di Avvenire uscito domenica scorsa, ricorda a tutti che il fiume di bene di Amoris laetitia non si ferma. Inarrestabile. «Un'aria fresca che profuma di rinnovamento» e «un orizzonte luminoso che sollecita progetti», questo è il documento post sinodale secondo la penna poetica di Moia. C'è nell'aria un clima di svolta teologico morale che ha in Amoris laetitia «i punti fermi» di una scelta verso «nuove strade di felicità».
    «La ricerca del bene possibile, la logica dei piccoli passi, la nuova valorizzazione della coscienza informata, la pari dignità di fronte a Dio di ogni orientamento sessuale». Eccoli i punti fermi citati da Moia, gli orizzonti luminosi che ora possiamo rimirare sono miriadi, anche perché gli orientamenti sessuali possono essere davvero tanti: dobbiamo forse considerarvi anche la pedofilia, o la necrofilia? Certamente no, altrimenti gli orizzonti più che luminosi diventano tetri.
    L’inserto è realizzato in collaborazione «sistematica» con il Movimento per la vita, così l’opuscolo può ritenersi la voce ufficiale della Chiesa italiana sulle materie bioetiche. Dopo la pubblicazione di Amoris laetitia, Noi famiglia&vita si è dedicato con ammirabile zelo alla promozione e allo sviluppo della ricezione del documento che raccoglie il lungo e controverso cammino sinodale.
    Sono sempre ricchi di indicazioni innovative gli editoriali di Luciano Moia. Quello di domenica scorsa ci aiuta a comprendere la svolta. L’esortazione sinodale viene interpretata come un testo che, finalmente, attua uno «sguardo buono e non giudicante sulla sessualità umana» che risalirebbe alla costituzione pastorale del Vaticano II Gaudium et spes.
    «I motivi», scrive Moia, «per cui il magistero successivo [a Gaudium et spes] abbia messo un po’ da parte questo paradigma ecclesiologico per privilegiare un contesto più legato al diritto naturale, da cui deriverebbe come insuperabile l’inscindibilità tra amore e procreazione, è tema di grandissimo interesse su cui avremo modo di ritornare».
    In attesa che l'inserto di Avvenire possa ritornare sul tema, ci chiediamo se a proposito di sessualità umana si possa prescindere dal contesto legato al diritto naturale. Il punto, evidentemente, è nel nuovo paradigma fondato su di una certa articolazione del piano oggettivo (la situazione oggettiva di peccato) e quello soggettivo (la responsabilità personale), tra norma oggettiva e situazione concreta. Da anni il dibattito su questo tema attraversa la Chiesa e non erano mancate risposte dal magistero (su tutte l’enciclica Veritatis splendor).
    Ma l’esempio fatto tra le righe da Moia, cioè quello sulla possibilità di superare l’inscindibilità tra amore e procreazione, attacca direttamente il cuore dell’enciclica Humanae vitae (1968) del Beato Paolo VI. Dopo l’accesso all’Eucaristia nel caso dei divorziati risposati conviventi more uxorio, la svolta della teologia morale può forse prevedere qualche forma di eccezione sull’unità inscindibile tra significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale? Quali prospettive si aprono in materia di contraccezione? Sono forse vere le indiscrezioni di una commissione vaticana che si dovrebbe impegnare sul caso Humanae vitae per introdurre il nuovo approccio “pastorale”?
    Avvenire e la pari dignità degli orientamenti sessuali

    Sua Santità la coerenza: il Papa predica bene ma razzola male
    da Antonio Socci
    Sabato scorso il Papa, recatosi in visita pastorale a Genova, si è fatto bello schierandosi, con argomentazioni populistiche, a favore degli operai, invocando una avveduta gestione aziendale da parte degli imprenditori a cui rimprovera l'attitudine al licenziamento facile, motivato dal solo fine di "sanare" le aziende. Però notiamo subito un'incongruenza del Papa stesso nella gestione propria di "azienda".
    Di recente il Card. Mueller in un'intervista televisione cattolica americana EWTN aveva confermato il licenziamento senza giusta causa - voluto dal Papa in persona - contro ogni parere del Prefetto, di tre officiali della Congregazione della Dottrina per la Fede. E qui qualcosa non ci torna...
    MiL - Messainlatino.it: Sua Santità la coerenza: il Papa predica bene ma razzola male



    IL PAPA E IL RICHIAMO AI CATTOLICI “TIFOSI”. LE SUE PAROLE, E I FATTI. SONO IN SINTONIA? NON SEMBRA.
    MARCO TOSATTI
    Mi sono sembrate molto interessanti le parole che il Pontefice regnante ha pronunciato il 4 giugno in San Pietro, domenica di Pentecoste. Si rivolgeva ai cattolici tutti e diceva:
    “Per fare questo è bene aiutarci a evitare due tentazioni ricorrenti. La prima è quella di cercare la diversità senza l’unità. Succede quando ci si vuole distinguere, quando si formano schieramenti e partiti, quando ci si irrigidisce su posizioni escludenti, quando ci si chiude nei propri particolarismi, magari ritenendosi i migliori o quelli che hanno sempre ragione. Sono i cosiddetti “custodi della verità”. Allora si sceglie la parte, non il tutto, l’appartenere a questo o a quello prima che alla Chiesa; si diventa “tifosi” di parte anziché fratelli e sorelle nello stesso Spirito; cristiani “di destra o di sinistra” prima che di Gesù; custodi inflessibili del passato o avanguardisti del futuro prima che figli umili e grati della Chiesa. Così c’è la diversità senza l’unità. La tentazione opposta è invece quella di cercare l’unità senza la diversità. In questo modo, però, l’unità diventa uniformità, obbligo di fare tutto insieme e tutto uguale, di pensare tutti sempre allo stesso modo. Così l’unità finisce per essere omologazione e non c’è più libertà”.
    Ho riflettuto che sarebbe più facile apprezzare queste parole se non si sapessero alcune cose, che per avventura si sanno. Alcune pubbliche, altre no.
    Quelle pubbliche: la scelta del papa di non rispondere in un dialogo aperto e fattuale alle richieste di chiarimenti, per esempio, come quelle presentate da quattro cardinali, i Dubia, e appoggiate da molti altri, cardinali, vescovi, semplici preti, studiosi e laici, anche con petizioni e lettere aperte. E invece bollarli come rigidi, e tutte le altre contumelie che abbiamo sentito in questi anni. Ancora: il premiare con la nomina a vescovo, o addirittura la berretta cardinalizia, solo e sempre sacerdoti orientati in un certo senso, anche se discutibili; trascurandone altri, pur meritevoli per santità di vita e correttezza di gestione, e fervore di opere; o penalizzando intere conferenza episcopali, giudicate troppo legati alla tradizione della Chiesa.
    Altre informazioni ottenute sono riservate, ma mi sento di riportarle. Come il suggerimento a livello mondiale di evitare di inserire nelle terne delle candidature vescovili sacerdoti provenienti da alcune realtà ecclesiali, giudicate conservatrici. O addirittura nel caso di alcune grandi conferenze episcopali la creazione di una specie di lista di proscrizione, ovviamente da non pubblicizzare, per escludere da consultazioni, riunioni e così via una serie di cardinali e vescovi; e cassare rigorosamente gli eventuali candidati all’episcopato da loro proposti.
    Ecco, alla luce di tutto ciò l’esortazione bellissima della domenica di Pentecoste mi suona un po’ strana.
    IL PAPA E IL RICHIAMO AI CATTOLICI ?TIFOSI?. LE SUE PAROLE, E I FATTI. SONO IN SINTONIA? NON SEMBRA. ? STILUM CURIAE

    Due giorni fa Marco Tosatti su Stilum Curiae ha postato un singolare post dove si parla di riservate liste di proscrizione per conservatori e tradizionalisti e per chiunque non si pieghi alla new wave ecclesiale:
    "Altre informazioni ottenute sono riservate, ma mi sento di riportarle. Come il suggerimento a livello mondiale di evitare di inserire nelle terne delle candidature vescovili sacerdoti provenienti da alcune realtà ecclesiali, giudicate conservatrici. O addirittura nel caso di alcune grandi conferenze episcopali la creazione di una specie di lista di proscrizione, ovviamente da non pubblicizzare, per escludere da consultazioni, riunioni e così via una serie di cardinali e vescovi; e cassare rigorosamente gli eventuali candidati all’episcopato da loro proposti."
    Le fonti di MIL riferiscono di cose molto peggiori: ci parlano addirittura di una specie di rete organizzativa che si sta sviluppando in ogni Diocesi per "catalogare" buoni (modernisti...) e cattivi (ortodossi...), sia per le nomine episcopali sia per le nomine della curia diocesana che per quelle parrocchiali.
    Inoltre in questo modo si controllerebbero Ordini e Gruppi religiosi. Una specie di ufficioso Sodalitium Pianum di segno contrario. L'organizzazione però fondata da mons. Umberto Benigni nel 1907 regnante S. Pio X era - soprattutto all'inizio - al servizio della verità e dell'ortodossia; questa nuova rete sarebbe un'imitazione modernista della prima (il Diavolo è la scimmia di Dio) per colpire chi non è d'accordo con il nuovo corso in materia liturgica, dottrinale, pastorale e\o disciplinare.
    Sembra infine che questa organizzazione totalmente ufficiosa porti le sue proposte e denunce segrete all'inner circle di S. Marta e dintorni.
    Mala tempora currunt.
    MiL - Messainlatino.it: Piano vaticano nelle Conferenze Episcopali e nelle Diocesi per bandire i conservatori e i tradizionalisti?

    Anche Aldo Maria Valli ha pensato che Francesco abbia voluto attaccare Benedetto XVI. E usa parole di fuoco
    Ieri avevamo riportato il contenuto dell'omelia che il Papa ha pronunciato durante la Messa in S. Marta in cui auspicava la capacità dei vescovi ("dei pastori") a sapersi ritirare dal proprio gregge senza mezze vie, a congedarsi in maniera definitiva.
    Ovviamente tali riflessioni erano scaturite dalla lettera di S. Paolo della Liturgia del giorno ma avevamo trovato delle evidenti allusioni e degli inequivocabili riferimenti a Benedetto XVI.
    Lo stesso pensiero lo ha avuto il Vaticanista RAI Aldo Maria Valli, di cui riportiamo il preoccupato articolo, dal titolo eloquente.
    Peppone, don Camillo e le legnate dei misericordiosi
    di A. M. Valli
    È sempre interessante e istruttivo vedere come i paladini della misericordia e del dialogo applicano questa linea di condotta quando si esce dalla sfera dei princìpi e si entra in quella dei casi concreti.
    Caso numero uno. Un cardinale di Santa Romana Chiesa, noto per il suo appoggio alla linea misericordiosa e grande sostenitore dell’«Amoris laetitia», intervistato in un libro intitolato «Solo il Vangelo è rivoluzionario», a proposito del confratello cardinale Raymond Burke, che invece sull’esortazione apostolica, come si sa, ha qualche «dubia» e l’ha pure manifestato, dichiara, tutt’altro che misericordiosamente: «Lui non è il magistero: il Santo Padre è il magistero, ed è lui che insegna a tutta la Chiesa. L’altro dice solo il suo pensiero, non merita ulteriori commenti. Sono le parole di un povero uomo».
    Caso numero due. Un professore di teologia di un pontificio ateneo di Roma, anch’egli filo-misericordioso, intervistato a proposito della prefazione scritta dal papa emerito Benedetto XVI per il libro del cardinale Robert Sarah «La forza del silenzio» (nella quale il papa emerito esprime gratitudine e stima per il porporato responsabile della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti), sostiene, anche qui mica tanto misericordiosamente, che per il papa emerito bisognerebbe arrivare alla «morte istituzionale», che fra i due papi «non può esserci coabitazione» e che «la veste bianca e la loquacità, oltre alla residenza [del papa emerito], debbono essere dettagliatamente normate».
    Ohibò! Sono affermazioni forti. Stroncature belle e buone. Non succede tutti i giorni che un cardinale attacchi un altro cardinale arrivando a dargli del «povero uomo». E non è neanche tanto normale che un docente di un ateneo pontificio sostenga che per il papa emerito si debba arrivare alla «morte istituzionale», ovvero che per lui non ci sia più alcuna libertà di parola.
    Queste prese di posizione, da parte di coloro che normalmente grondano misericordia da tutti gli artigli e si presentano come i portabandiera della Chiesa dialogante e antidogmatica, non risultano, forse, un tantino contraddittorie?
    E allora il confronto, il rispetto? E la parresìa? E la libertà di parola? E la collegialità? E la sinodalità? Queste qui non sono forse cose che stanno tanto a cuore ai paladini di cui sopra?
    E allora com’è che se un cardinale Burke si permette di dire che nel magistero del papa c’è qualcosa che non torna c’è subito un altro cardinale che salta su e gli ricorda che «quello è solo il suo pensiero» (cosa palesemente non vera) e lo insulta sul piano personale?
    E com’è che se il papa emerito ha parole di stima e ammirazione per un cardinale di Santa Romana Chiesa non allineato al modernismo e sollecito nel chiedere che il sacro sia riconosciuto e rispettato, può succedere che un teologo di una pontificia università salti su e dica che al papa emerito va messa la museruola e, anzi, di più, occorre esiliarlo in qualche luogo remoto, così da renderlo inoffensivo?
    Come dite? Che sono un ingenuo? Che quelle cose lì, tipo il dialogo, la sinodalità e tutto l’armamentario politically correct, lo sanno anche i bambini, vanno bene finché si parla in generale e in via teorica, ma quando invece si scende nel concreto bisogna picchiare duro? Come dite? Che i paladini della misericordia e del dialogo, per instaurare la Nuova Chiesa, non possono mica stare ad aspettare, o fare sconti? Che non è possibile (come sosteneva un certo Stalin) fare la rivoluzione in guanti di seta?
    Ho capito: devo essere davvero ingenuo. Pensate un po’: ero convinto che, almeno nella Chiesa, fosse valida la regola del rispetto nella libertà delle idee.
    Noto che i paladini della misericordia e del dialogo, quando diventano nervosi e perdono le staffe, spostano la discussione: dal piano delle idee si passa all’attacco personale. Non si entra nel merito. C’è solo un avversario da squalificare. La distinzione non è più tra vero e falso, tra giusto e sbagliato. No, l’unica distinzione che conta è tra utile e dannoso.
    Così non si sta a guardare se, per caso, il cardinale Burke, nel fare le pulci ad «Amoris laetitia», sostiene tesi assurde o plausibili. No, gli si dà del «povero uomo».
    Allo stesso modo, se il papa emerito elogia un cardinale come Sarah, che dimostra di avere a cuore le sorti della liturgia e quindi della fede, non ci si prende la briga di analizzare ciò che Sarah dice nel merito. No: si chiede semplicemente che il papa emerito sia neutralizzato perché non possa più interferire.
    Stavo proprio pensando al papa emerito e all’idea, sostenuta dai paladini della misericordia, secondo cui dovrebbe starsene zitto e buono, quand’ecco che martedì 30 maggio, durante la messa del mattino a Santa Marta, il papa regnante se ne esce con questa riflessione: «Preghiamo per i pastori, per i nostri pastori: perché la loro sia una vita senza compromessi, una vita in cammino, e una vita dove loro non si credano al centro della storia e così imparino a congedarsi».
    Imparino a congedarsi? Perché questa annotazione? Chi, nello specifico, avrebbe bisogno di imparare a congedarsi?
    Papa Francesco sta pensando alla rinuncia al pontificato, ha detto qualche commentatore. Il sottoscritto ha invece l’impressione che il messaggio partito da Santa Marta fosse diretto al vicino ex monastero Mater Ecclesiae, casa del papa emerito.
    Impressione che si fa ancora più netta quando il papa regnante, di punto in bianco, dopo aver detto che «tutti [noi] i pastori dobbiamo congedarci», spiega: «Arriva un momento dove il Signore ci dice: vai da un’altra parte, vai di là, va di qua, vieni da me. E uno dei passi che deve fare un pastore è anche prepararsi per congedarsi bene, non congedarsi a metà».
    Non congedarsi a metà? Chi dovrebbe imparare a farlo?
    Non so perché, ma di fronte alle allusioni del papa regnante, così come alle esternazioni del cardinale che dà dal «povero uomo» al suo confratello Burke e alle tesi del teologo secondo cui il papa emerito dovrebbe essere ridotto a una condizione di «morte istituzionale», mi è venuto alla mente Peppone quando se la prende con i polli di don Camillo: «Eliminazione, ho detto! Eliminazione fisica!».
    MiL - Messainlatino.it: Anche Aldo Maria Valli, come MiL, ha pensato che Francesco abbia voluto "tirare le orecchie" a Benedetto XVI. E usa parole di fuoco


  4. #294
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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    QUESTA SI’ E’ UNA NOVITA’ IN VATICANO. C’E’ UN ABORTISTA ALLA PONTIFICIA ACCADEMA PER LA VITA.
    MARCO TOSATTI
    La Pontificia Accademia per la Vita ha da ieri quarantacinque nuovi membri ordinari. La cosa straordinaria è che uno di questi, il professore Nigel Biggar, è abortista. Secondo quanto riporta il Catholic Heraldinsegna ad Oxford, dove è Regius Professor of Moral and Pastoral Theology. In dialogo con il filosofo Peter Singer, nel 2011, secondo quanto ha scritto la rivista Standpoint, Biggar ha detto: “Sono propenso a tracciare una linea per l’aborto a diciotto settimane dopo il concepimento, che è più o meno il primo periodo in cui c’è qualche evidenza di attività cerebrale, e quindi di coscienza. In termini di mantenere un forte impegno sociale a conservare la vita umana in forme limitate, e in termini di non diventare troppo casual per ciò che riguarda la vita umana, abbiamo bisogno di tracciare una linea in maniera molto conservative”.
    Per giustificare quella che comunque sembra una palese contraddizione, fra difendere la vita umana, e decidere di eliminarla, Biggar ha detto: “Non è chiaro che un feto umano sia dello stesso tipo di cosa come un adulto o un essere umano maturo, e quindi meriti lo stesso trattamento. Allora diventa un problema di dove tracciare la linea, e non c’è nessuna ragione assolutamente cogente di tracciarla in un posto piuttosto che in un altro”.
    Personalmente trovo che per essere qualcuno che insegna ad Oxford questa dichiarazione non sia uno sfoggio eccezionale né di semplice logica, né di scienza. Ma ciascuno è libero di non essere consequenziale in quello che dice e fa.
    Non si capisce però che cosa ci faccia nella Pontificia Accademia per la Vita una persona che propone l’aborto alla diciottesima settimana, che corrisponde al quinto mese; potete trovare alcuni dettagli sulla situazione dell’essere umano al quinto mese su questo sito, che non è un sito pro-life, ma uno dei soliti di informazione generale frequentato da chi sta per avere un bambino.
    Quella di Biggar è certamente una scelta che pone dei problemi, e soprattutto, ancora una volta, come spesso accade in questo regno, questioni importanti. Chi ha consigliato la sua nomina? Perché il responsabile della Pontificia Accademia, mons. Paglia, l’ha scelto, se era al corrente della sua posizione?
    QUESTA SI' E' UNA NOVITA' IN VATICANO. C'E' UN ABORTISTA ALLA PONTIFICIA ACCADEMA PER LA VITA. - Blondet & Friends



    Non c'è più vita all'Accademia Pontificia
    di Riccardo Cascioli
    La gravità delle nomine alla Pontificia Accademia per la Vita è tale che merita sicuramente una puntualizzazione oltre all’analisi già pubblicata ieri. Sono almeno due i punti di svolta che meritano una riflessione.
    Anzitutto appare sempre più chiaro l’intento di rimettere in discussione l’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae (1968) e, di conseguenza, l'istruzione Donum Vitae (1987) Di quest’ultima si è già detto tempo fa dando notizia dell’annullamento di una conferenza internazionale a 30 anni dalla sua promulgazione che la Pontificia Accademia per la Vita aveva già programmato (con tanto di relatori e temi assegnati), ovviamente prima dell’arrivo di monsignor Vincenzo Paglia alla guida dell’Accademia. Paglia ha quindi provveduto a cassarla.
    Sulla Humanae Vitae girano già da tempo voci di una possibile commissione “segreta” incaricata di rivedere l’enciclica che, quando fu pubblicata nel 1968, provocò la reazione del laicisti. Ieri queste voci hanno trovato consistenza: il professor Roberto De Mattei ha rivelato i nomi di questa commissione, tra cui spiccano don Pierangelo Sequeri, da poco nominato preside dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su Matrimonio e Famiglia, e monsignor Gilfredo Marengo, docente dello stesso istituto, che sarà anche il coordinatore della commissione. Le nuove nomine alla Pontificia Accademia per la Vita di teologi, filosofi e bioeticisti vanno esattamente in questa direzione di “reinterpretazione” della Humanae Vitae. Un nome su tutti è quello di don Maurizio Chiodi, teologo moralista della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale che nelle sue lezioni non lesina critiche all’enciclica di Paolo VI, e che monsignor Paglia aveva già introdotto nel Pontificio Consiglio per la Famiglia nel tentativo di far cambiare indirizzo ai membri del dicastero.
    Lo schema attraverso cui dovrà avvenire il cambiamento è quello già sperimentato con successo con la Amoris Laetitia: si dirà che sulla contraccezione non cambia la dottrina ma che si farà discernimento caso per caso. Del resto, lo stesso Marengo – ricorda De Mattei citando un articolo apparso su Vatican Insider - ha recentemente invitato a superare il dualismo “pillola sì, pillola no”, così come si deve fare per “comunione ai divorziati risposati sì, comunione ai divorziati risposati no”. Per essere precisi e a futura memoria è proprio questo modo di aggirare la legge di Dio a proprio uso e consumo che si definisce “farisaico”.
    Ma qui il problema va ben oltre l’ipocrisia. Si intende scardinare il principio chiave che è alla base della Humanae Vitae, coerente con ciò che la Chiesa ha sempre insegnato: l’inscindibilità della finalità unitiva e procreativa dell’atto coniugale. Ammettere la contraccezione significa introdurre una separazione che già è all’origine del disastro demografico e sociale dei nostri paesi occidentali.
    Non solo, proprio seguendo il filo del pensiero dei moralisti Paglia-style si vuole ridurre l’insegnamento della Chiesa – in questo caso su matrimonio e atto coniugale - a ideale astratto e raggiungibile solo da pochi, così da essere necessario abbassare l’asticella in modo da tenere conto della realtà. È una visione che svuota di significato i sacramenti e condanna l’uomo al suo limite, e ovviamente è una visione che si estende necessariamente a ogni aspetto della vita della Chiesa (nessuna sorpresa dunque se già vediamo all’orizzonte un nuovo dibattito sul celibato sacerdotale). Una reinterpretazione della Humanae Vitae in senso liberal, dunque, avrebbe conseguenze gravissime per la Chiesa.
    La seconda questione si lega in qualche modo alla prima. È infatti evidente che monsignor Paglia – su indicazione dall’alto - persegue l’obiettivo di cancellare ogni traccia dell’insegnamento di san Giovanni Paolo II. La Pontificia Accademia per la Vita è stata fortemente voluta da papa Wojtyla - contro molte resistenze – proprio per promuovere la cultura della vita, a difesa del diritto alla vita e della dignità della persona. Per questo per tutti i membri dell’Accademia era previsto un giuramento in cui si impegnavano a difendere la vita.
    Con monsignor Paglia, invece, abbiamo visto prima cancellare il giuramento dagli Statuti dell’Accademia, e ora nominare filosofi e scienziati in contrasto con la visione a favore della vita. Particolare scandalo ha suscitato la nomina a membro ordinario dell’Accademia del filosofo britannico Nigel Biggar, pubblicamente a favore dell’aborto entro le 18 settimane. Cosa c’entra Biggar con lo scopo per cui è nata la Pontificia Accademia per la Vita? Nulla, rappresenta il contrario, ma proprio per questo è stato nominato.
    Non c'è più vita all'Accademia Pontificia



    Segnalazioni dei lettori. La Sacra Bibbia e la Vulgata in Latino eliminate dal sito del Vaticano
    Apprendo dalla segnalazione di un lettore:
    Avete notato che dal sito del Vaticano è stata rimossa la Bibbia e la versione latina della neo-Vulgata?
    Questo nel silenzio generale. Ovviamente.
    Vi si trova quest'avviso: La Sacra Bibbia è disponibile in quasi tutte le lingue del mondo: le Conferenze Episcopali provvedono al continuo perfezionamento delle traduzioni. Si invita pertanto a consultare il sito web della propria Conferenza Episcopale per accedere alla versione più aggiornata.
    La versione ufficiale della neo-Vulgata in latino, invece, è scomparsa del tutto.
    Non possiamo non leggere in questi cambiamenti che passano sulle nostre teste ma ci ostiniamo a non permetterlo perché non restano senza conseguenze: essi dicono e provocano ulteriori picconate all'unità ed universalità de La Catholica, che quindi più tale non appare. E contestualmente anche il Latino - lingua sacra ed ufficiale della Chiesa e vincolo di unità tra popoli e culture - è sempre più accantonato e rischia di essere definitivamente consegnato all'oblìo.
    Ciò nonostante molti sacerdoti e fedeli, soprattutto coloro che ancora celebrano il Rito Romano Antiquior, ancora custodiscono e amano la Liturgia autentica, le traduzioni non creative ed arbitrarie della Sacra Scrittura e il Latino. Ma insidie ormai così preponderanti sono molto vicine ad infliggere un colpo mortale... Momento di passaggio epocale doloroso, insidioso e difficile da vivere e da gestire.
    Chiesa e post concilio: Segnalazioni dei lettori. La Sacra Bibbia e la Vulgata in Latino eliminate dal sito del Vaticano



    Card. Sarah: «Diabolico chi ha attaccato BXVI: demolisce la Chiesa. Giovanni Paolo II non si è mai seduto al cospetto del Ss.mo Sacramento»
    A chi si riferisce il card. Sarah quando si scandalizza di chi sta seduto davanti al SS. Sacramento?
    «Prego devotamente», ha detto Sarah nell'avvio del suo discorso, «per coloro che hanno il tempo e la pazienza di leggere attentamente questo volume [La forza del silenzio, nda]: che Dio li aiuti a dimenticare la volgarità e la bassezza usate da alcune persone quando si riferiscono alla "Prefazione" e al suo autore, Papa Benedetto XVI. L'arroganza, la violenza del linguaggio, la mancanza di rispetto e il disprezzo inumano per Benedetto XVI sono diabolici e coprono la Chiesa con un manto di tristezza e di vergogna. Queste persone demoliscono la Chiesa e la Sua profonda natura».
    [...]
    «Oggi vorrei espressamente proporre di riflettere e promuovere la bellezza, appropriatezza e il valore pastorale di una pratica sviluppata durante la lunga vita e tradizione della Chiesa, cioè l’atto di ricevere la Santa Comunione sulla lingua mentre inginocchiati. Se San Paolo ci insegna che, “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fili 2:10), quanto più dobbiamo piegare le nostre ginocchia quando riceviamo il Signore nel sublime e intimo atto della Santa Comunione!».
    Per riflettere su questo delicatissimo tema il cardinale ha proposto ai presenti l'esempio di due santi: Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta. «L’intera vita di Karol Wojtyla è stata segnata da un profondo rispetto per la Santa Eucarestia. (…) Oggi vi chiedo semplicemente di ripensare agli ultimi anni del suo ministero, un uomo segnato nel corpo dalla malattia, ma Giovanni Paolo II non si è mai seduto al cospetto dell’Eucarestia. Si è sempre imposto di inginocchiarsi. Aveva bisogno dell’aiuto di altri per piegare le ginocchia e poi alzarsi. Fino ai suoi ultimi giorni ha voluto darci una grande testimonianza di riverenza al Santissimo Sacramento».
    Madre Teresa «sicuramente toccava quotidianamente il “corpo” di Cristo presente nei corpi rovinati dei più poveri. Tuttavia, con stupore e rispettosa venerazione, decise di non toccare il Corpo di Cristo transustanziato. Invece, lo adorava. Lo contemplava silenziosamente. Si inginocchiava e si prostrava di fronte a Gesù nell’Eucaristia”».
    MiL - Messainlatino.it: Card. Sarah: «Diabolico chi ha attaccato BXVI: demolisce la Chiesa. Giovanni Paolo II non si è mai seduto al cospetto del Ss.mo Sacramento»



    Francesco e l'eredità dello scontro Kasper-Woijtyla
    di Matthew Schmitz
    Questo articolo sui rapporti di forza tra Benedetto XVI e Papa Francesco è apparso sulla rivista statunitense First thing. Ne pubblichiamo ampi stralci.
    ***
    Sebbene Benedetto sia ancora in vita, Francesco sta tentando di seppellirlo. Da quando è stato eletto nel 2013, Francesco ha iniziato a perseguire un’agenda che Joseph Ratzinger aveva osteggiato in tutta la sua carriera. La sottolineatura sulla pastorale in opposizione all’aspetto dottrinale, la promozione di differenti discipline e approcci dottrinali nelle chiese locali, l’apertura della comunione ai divorziati-risposati - tutti questi progetti erano stati soppesati e rigettati da Ratzinger più di 10 anni prima, in un acceso dibattito con Walter Kasper. Nel bene o nel male, ora Francesco cerca di annullare Ratzinger.
    Il conflitto iniziò con una lettera del 1992 che riguardava “gli elementi fondamentali che devono essere ritenuti fermi” quando i teologi cattolici compiono il loro lavoro. Alcuni teologi avevano suggerito che, mentre la dottrina può essere universale e immutabile, essa però potrebbe essere piegata per venire incontro alle differenti realtà pastorali […]
    Per mettere in guardia da quest’idea, Papa Giovanni Paolo II e Ratzinger … avevano insistito sul fatto che la Chiesa universale è “una realtà ontologicamente e temporalmente precedente ad ogni Chiesa particolare” […].
    Dietro questo dibattito apparentemente accademico circa la Chiesa locale e universale, sorse un disaccordo sulla comunione ai divorziati-risposati. Nel 1993 Kasper sfidò Giovanni Paolo, affermando che ciascun vescovo dovrebbe poter decidere se dare o meno la comunione ai divorziati-risposati. Frenando la possibilità di intenderlo come un cambiamento di dottrina, il cardinale disse che ci sarebbe dovuto essere “uno spazio per una pastorale flessibile nei casi individuali complessi”.
    Nel 1994, il Vaticano rigettò la proposta di Kasper con una lettera firmata da Ratzinger. “Se i divorziati sono civilmente risposati, si trovano in una situazione che oggettivamente contraddice la legge di Dio. Di conseguenza, essi non possono ricevere la santa comunione fino a quando questa situazione persiste”. Kasper non era disposto ad arrendersi. In un Festschrift (volume pubblicato in onore di qualcuno, n.d.t.), criticò la lettera del Vaticano del 1992 e ribadì la legittima indipendenza delle chiese locali.
    Ratzinger rispose l’anno seguente a titolo personale […]. Egli descrive la Chiesa come “una storia d’amore tra Dio e l’umanità”, che tende verso l’unità. Egli percepisce il Vangelo come una specie di nona sinfonia teologica, in cui tutta l’umanità è raccolta insieme nell’unità:
    L’idea basilare della storia sacra è quella di raccogliere insieme, di riunire gli esseri umani nell’unico corpo di Cristo, di realizzare l’unione degli uomini e attraverso gli uomini di tutta la creazione con Dio. C’è una sola sposa, un solo corpo di Cristo, non molte spose e neppure molti corpi.
    La Chiesa non è “semplicemente una struttura che può essere cambiata o distrutta a piacere, che potrebbe non avere nulla a che fare con la realtà della fede in quanto tale”. Una “forma di corporeità appartiene alla Chiesa stessa”. Questa forma, questo corpo, deve essere amato e rispettato e non torturato.
    Qui si inizia a vedere come la questione dell’universalità della Chiesa riguarda altre questioni apparentemente non collegate, come la comunione e i divorziati-risposati. Ratzinger cita la prima lettera ai Corinti, dove Paolo descrive l’unità della Chiesa nei termini dei due sacramenti - comunione e matrimonio. Come due diventano una carne nel matrimonio, così nell’Eucaristia i molti diventano un solo corpo […]
    I collegamenti che Paolo delinea tra matrimonio, Eucaristia e unità della Chiesa dovrebbero servire come un avvertimento per chiunque volesse alterare uno dei tre […]
    La replica di Kasper giunse con un saggio pubblicato in inglese da America. Si tratta della prima e più sintetica espressione di ciò che sarebbe divenuto il programma di Papa Francesco. Inizia con una distinzione capitale: “Sono arrivato alla mia posizione non partendo da ragionamenti astratti ma dall’esperienza pastorale”. Kasper quindi denuncia “l’ostinato rifiuto della comunione a tutte le persone divorziate e risposate, e le regole altamente restrittive circa l’ospitalità eucaristica”. Qui troviamo tutte le controversie dell’era Francesco, più di 10 anni prima della sua elezione […].
    Sospeso sullo sfondo di questa disputa, come di molte dispute cattoliche, si trova la questione della liturgia. Ratzinger era già conosciuto come un avvocato della “riforma della riforma” - un programma che intende evitare la rottura liturgica, riconducendo lentamente la liturgia nella continuità con la sua forma storica. Kasper, al contrario, utilizza la rottura che ha seguito il Vaticano II per giustificare ulteriori cambiamenti nella vita cattolica: “La nostra gente è ben consapevole della flessibilità delle leggi e delle regole; ne ha fatto notevolmente l’esperienza nei decenni trascorsi. Ha vissuto attraverso cambiamenti che nessuno prevedeva e neppure si ritenevano possibili” […]
    Il cardinale si lamenta che Ratzinger non la veda così: “purtroppo, il cardinale Ratzinger ha affrontato il problema della relazione tra Chiesa universale e chiese locali da un punto di vista meramente astratto e teoretico, senza tener conto delle concrete situazioni ed esperienze pastorali” […]
    Gli editori di America invitarono Ratzinger a rispondere ed egli accettò, anche se a malincuore. La sua replica fa notare che il battesimo è un evento veramente trinitario; noi siamo battezzati non solamente nel ma dentro il nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Non siamo resi membri di una delle varie associazioni cristiane locali, ma veniamo uniti a Dio. Per questa ragione, “chiunque viene battezzato nella chiesa in Berlino è sempre a casa nella Chiesa presente a Roma o a New York, a Kinshasa o a Bangalore o in qualunque altro posto, come se lui o lei fossero stati battezzati lì. Lui o lei non hanno bisogno di cambiare l’indirizzo; si tratta dell’unica e medesima Chiesa”.
    Kasper chiuse il dibattito nel 2001 con una lettera all’editore, nella quale sosteneva che “non si può essere assolutamente in errore nel chiedere azioni concrete, non nella vita politica, ma in quella pastorale”. La controversia sembrò finire. Ratzinger divenne Papa e la linea di Kasper fu dimenticata.
    Dodici anni più tardi, il neo-papa eletto Francesco diede nuova vita alla proposta di Kasper. Nel suo primo Angelus, Francesco elogiò Kasper, reintroducendolo nella Chiesa universale come “un buon teologo, un teologo di talento”, il cui ultimo libro venne considerato dal Papa “molto buono”. Noi ora sappiamo che Francesco aveva letto attentamente Kasper per molti anni. Sebbene egli sia solitamente raffigurato come spontaneo e non ideologico, Francesco ha costantemente portato avanti l’agenda che Kasper aveva delineato dieci anni prima.
    Di fronte a questo cambiamento, Benedetto ha mantenuto un pressoché perfetto silenzio. Difficilmente c’è bisogno di aggiungere qualcosa a parole nelle quali aveva sonoramente rigettato il programma di Kasper e Francesco. Eppure la difficoltà resta. A memoria d’uomo, nessun Papa si è così direttamente opposto al suo predecessore - che, in questo caso, abita appena in cima al colle. Questo il motivo per cui i sostenitori dell’agenda di Francesco si innervosiscono ogni volta che Benedetto parla, come ha fatto di recente in elogio del cardinal Sarah […].
    E così i due papi, quello attivo e l’emerito, quello che parla e quello silenzioso, restano in disaccordo. Alla fine non è importante chi è l’ultimo o chi parla di più; ciò che importa è chi pensa con la mente della Chiesa, che ha visto eresie senza numero andare e venire. Quando le affascinanti parole di Benedetto vengono paragonate alle banalità del suo successore, è difficile non notare una differenza: un Papa riecheggia gli Apostoli, e l’altro ripete a pappagallo Walter Kasper. Poiché questa differenza nel parlare riflette una differenza nel credere, si può fare una previsione. Indipendentemente da chi morirà per primo, Benedetto sopravviverà a Francesco.
    Francesco e l'eredità dello scontro Kasper-Woijtyla




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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Lo scandalo della Pontificia Accademia per la Vita Paglia "copre" i nuovi membri. Ecco le prove
    di Renzo Puccetti
    Lo scandalo internazionale suscitato dalla nomina a membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) del professor Nigel Biggar, ha costretto il presidente della PAV, monsignor Vincenzo Paglia, a rilasciare un’intervista chiarificatrice a Vatican Insider, a un mitissimo Andrea Tornielli. C’era una remota speranza di potere cogliere almeno un barlume di ravvedimento e autocritica, ma purtroppo bisogna concludere che la toppa è peggio del buco.
    È incoraggiante apprendere che la posizione del professor Biggar espressa nel dialogo con Peter Singer e denunciata dal Catholic Herald (liceità dell’aborto fino alla 18esima settimana) non sia la posizione del presidente della PAV e dell’Accademia per la Vita, ma si tratta del minimo sindacale. Il sollievo però finisce qui. Monsignor Paglia dice di avere ricevuto rassicurazione dal teologo anglicano che questi non ha mai pubblicato nulla sul tema dell'aborto.
    Bugia. Nel marzo 2015 sulla rivista Journal of Medical Ethics compare un articolo dal titolo "Perché la religione merita un posto nella medicina secolare". In quell'articolo, dove l'autore, il professor Biggar, difende il ruolo della religione nel dibattito bioetico, un paragrafo è intitolato "Religione persuasiva e la controversia dell'aborto". Giunti ad un certo punto egli scrive: «Come monoteista biblico cristiano sono sensibile alla difficile situazione dei "poveri", cioè dei deboli e vulnerabili. Storicamente, ovviamente, questa categoria include le donne e in molte parti del mondo continua a includerle. Ma comprende anche gli esseri umani immaturi, certamente i bambini e in maniera discutibile i feti, almeno al di là di un certo punto del loro sviluppo».
    Dunque Biggar ha scritto, ed ha detto che mentre il diritto alla vita dei bambini è certo, lo stesso diritto è discutibile per gli esseri umani non nati. E che la 18ª settimana di gestazione sia il punto di sviluppo prima del quale l'aborto sia secondo il professor Biggar moralmente lecito, emerge non solo dal dialogo a cui hanno fatto riferimento il Catholic Herald e monsignor Paglia, ma anche dalla voce diretta dell'interessato in un'intervista rilasciata al giornalista David Edmunds per la BBC riportata integralmente dal Journal of Medical Ethics.
    Monsignor Paglia pensa di tranquillizzare gli animi dicendo che il professor Biggar gli ha «assicurato che non intende entrare in futuro nel dibattito su questo tema». Sarebbe interessante capire se il presidente intende dire che quando alla PAV si parlerà di aborto, si seguirà la stessa procedura per i conflitti d'interesse nel consiglio dei ministri: uscire dalla stanza.
    Monsignor Paglia afferma che però sul fine vita il professor Biggar «ha una posizione assolutamente coincidente con quella cattolica». Tuttavia neanche qui è possibile convenire. In effetti Biggar è contrario alla legalizzazione dell'eutanasia, ma tale opposizione non è legata, come nella dottrina cattolica, alla dignità e al diritto alla vita di ogni essere umano. Nel 2004 il professor Biggar ha pubblicato il libro "Aiming to kill. The ethics of suicide and euthanasia". Come osservato dal professor Richard Harries, medico, per 19 anni vescovo anglicano di Oxford e professore emerito di teologia al King's College di Londra, non certo sospettabile di simpatie pro-life, in quel testo Biggar «accetta la distinzione tra vita biologica e biografica e pensa che vi sia prima facie (a prima vista n.d.r.) la possibilità morale di effettuare l'eutanasia non volontaria alle persone che abbiano una vita biologica, ma non biografica, magari come risultato di un grave ictus. Tuttavia egli aggiunge l'importante restrizione che ciò dovrebbe essere consentito «soltanto se al contempo non minasse il senso di preziosità di ogni vita umana da parte della società». Nessuna sorpresa; se è moralmente lecito uccidere con l'aborto un essere umano non ancora cosciente, come sostenuto più volte da Biggar, perché per il professore inglese non dovrebbe essere moralmente lecito porre fine ai giorni di un essere umano irrimediabilmente incosciente?
    Biggar dunque in quel libro è contrario all'eutanasia non perché la ritenga ingiusta in sé in ogni caso, ma perché teme che essa avvierebbe una china scivolosa e possibili abusi. È lecito dunque domandarsi se per monsignor Paglia questa sia la posizione della Chiesa Cattolica.
    È comprensibile l'ansia di abbracci ecumenici e accettabile che i membri della PAV possano in teoria appartenere ad altre religioni, o essere persino atei; in fin dei conti la difesa della vita umana innocente e la prospettiva antropologica fino ad ora sostenuta dal magistero sono comprensibili attraverso il diritto naturale (anche se in via prudenziale per incarichi di tale delicatezza sarebbe sempre bene preferire persone competenti la cui ragione fosse illuminata e sorretta dalla fede).
    Però monsignor Paglia dice di avere accolto il professor Biggar dietro indicazione del primate anglicano Justin Welby. E al consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio dovrebbe essere noto che gli anglicani hanno posizioni etiche piuttosto distanti dal magistero cattolico, soprattutto in materia di sessualità e vita.
    Non osiamo quindi immaginare chi abbia segnalato a monsignor Paglia la professoressa Katarina Le Blanc, docente al Karolinska Institut dove conduce le proprie ricerche non disdegnando l'impiego di cellule staminali umane derivanti da soppressione di embrioni sovranumerari ottenuti durante fecondazione in vitro. Purtroppo Andrea Tornielli non domanda niente sulla nuova accademica svedese.
    Questi sono fatti, non fumisterie, ed un presidente minimamente rispettoso del proprio ruolo saprebbe dare risposte pertinenti; oppure, se incapace a farlo, saprebbe dimostrare almeno il proprio amore alla causa della vita liberando la carica per chi è in grado di ricoprire in modo degno il ruolo che fu del professor Jerome Lejeune e del cardinale Elio Sgreccia, fondatore del primo centro di bioetica in Italia.
    Lo scandalo della Pontificia Accademia per la Vita

    Sinodo dei giovani 2018: in cantiere stravolgimenti anche della dottrina sull'aborto?
    Stilum Curiae è il blog del buon Marco Tosatti. Oggi riporta una notizia che, c'è da immaginarlo, avrà fatto fare un salto sulla sedia anche al giornalista, ovvero la segnalazione fatta da un loro lettore di un interessante dettaglio del Questionario rivolto ai giovani per il Sinodo dei vescovi che si svolgerà nel 2018, e che si intitola appunto “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
    Un'altra conferma della volontà del Papa (e dei suoi attendenti) di modificare la Humanae Vitae.
    Ecco di seguito il testo di Tosatti a proposito del questionario rivolto ai giovani in cui si legge che la "vita va difesa sin dalla nascita".
    Roberto
    Fra le tante domande ce n’è una in cui si chiede ai giovani di mettere in ordine quelle che dovrebbero essere le priorità della Chiesa. E fra queste appare la difesa della vita. Ma attenzione: la domanda è formulata in questo modo:
    “Una maggiore promozione e difesa della vita fin dalla nascita”.
    Sarà una dimenticanza, certamente, anche se ci stupisce da parte del cardinale Baldisseri, gran maestro delle cerimonie sinodali, come abbiamo visto nel 2014 e nel 2015, e da a parte del sottosegretario Fabene. Ma dalla formulazione sembra che un grave problema sociale e antropologico siano gli infanticidi, cioè la soppressione dei bambini dopo che sono nati. E non l’aborto generalizzato e propagandato anche come metodo per risolvere gli eventuali problemi di sovrappopolazione del pianeta. E che faceva parte fino a qualche anno va delle battaglie della Chiesa cattolica.
    Sembra incredibile, no? Però ormai forse bisogna abituarsi a non stupirsi più di tanto; se l’Accademia per la Vita ospita degli abortisti fra i suoi membri.
    MiL - Messainlatino.it: Sinodo dei giovani 2018: in cantiere stravolgimenti anche della dottrina sull'aborto?

    Anche a Milano si terrà una processione in riparazione del “gay-pride”
    di Paolo Deotto
    Lo scrivevamo di recente: come il male genera male, anche il bene, sia ringraziato il Signore, genera bene. In questa torrida estate si moltiplicano i “gay-pride”, né dobbiamo spiegare cosa sono queste tristi parate in cui tristi personaggi sono indotti ad esprimere orgoglio (?) per un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio.
    Ma il bene genera bene e abbiamo la consolazione di vedere che continuano a sorgere gruppi di cattolici che rispondono nel modo più adeguato: con la preghiera di riparazione.
    Sabato 24, Milano vedrà lo sfilare della disperazione e del peccato travestiti da sguaiata allegria. Giovedì 29 alle ore 19.15, a Milano, un gruppo di cattolici organizza una processione di riparazione al “gay-pride”.
    Abbiamo appena ricevuto la comunicazione di questa iniziativa e ci affrettiamo a rilanciarla all’attenzione degli amici che seguono Riscossa Cristiana.
    Questa è la pagina Facebook: https://www.facebook.com/Corteo-di-r...3859518678249/ .
    Sarà nostra cura pubblicare con tempestività gli ulteriori dettagli.
    Per ora invitiamo tutti ad annotare data e orario. Se il caldo non ferma gli esaltatori pubblici di un peccato contro natura, non può certo fermare chi ancora desidera restare cattolico e pregherà in riparazione dell’offesa che si consumerà domani nella città di Sant’Ambrogio.
    Agli organizzatori va tutta la nostra gratitudine e solidarietà. Affidiamo alla Madonnina, che dall’alto protegge Milano, questa pubblica manifestazione di fede.
    https://www.riscossacristiana.it/anc...-paolo-deotto/

    Se Bergoglio omaggia i preti divisivi
    Rino Cammilleri
    Che cosa vuol dirci Papa Francesco con i due (brevi) viaggi apostolici a Mantova e a Firenze? Quale significato leggere nell'omaggio alle tombe di due preti «discussi» come don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani? Durante il congresso con cui il Pd cercava di eleggere il suo leader (tenzone poi vinta, com'è noto, da Matteo Renzi) lo sboccatissimo foglio livornese Il Vernacoliere, da sempre schieratissimo a sinistra, titolava sulla locandine di strada: «Perché non eleggete Bergoglio? Almeno è di sinistra» (la citazione non è precisa, vado a memoria, ma il senso è quello).
    Che il cuore di Papa Francesco batta dal quel lato è ormai assodato per molti commentatori. Agli altri, quelli che avevano sperato nella restaurazione iniziata da Benedetto XVI, non resta che stringersi nella spalle e rassegnarsi: «Boh, il papa è lui». In effetti la Chiesa a stretto giro di tempo era stata sottoposta alla doccia scozzese: prima un papa conservatore e poi uno progressista. Prima un Ratzinger che ripristinava la croce astile e perfino il camauro, e concedeva la celebrazione del vecchio rito latino su richiesta. Poi un Bergoglio che non ha mai nascosto le sue simpatie per i leader e i movimenti di sinistra sudamericani, nonché per tutti i temi politicamente corretti del momento, dall'«accoglienza» oves et boves di ogni immigrato, all'ecologia, compresi i luoghi comuni correnti (sui quali la scienza non è affatto unanime, anzi) sul riscaldamento globale.
    Questo pellegrinaggio alle tombe di due preti che ai loro tempi divisero gli animi è, dunque, perfettamente in stile. Per quanto riguarda don Milani, anzi, alla pubblica presentazione del Meridiano che la Mondadori ha dedicato alle sue opere, papa Francesco non volle mancare, inviando un suo video di plauso. Ma è anche vero che don Milani col suo Esperienze pastorali fece sobbalzare persino papa Roncalli (il «Papa buono» gli diede del «pazzo scappato dal manicomio»). L'alta borghesia fiorentina gli portava sovvenzioni per la sua scuola e ne riceveva in cambio insulti. Le bozze della famosa Lettera a una professoressa pare contenessero un sacco di espressioni estreme che l'editore si vide costretto a cassare. Quando i vertici della Chiesa cominciarono a innervosirsi, «gli unici a difendermi finora» furono i comunisti.
    Ai cappellani militari toscani che, nel 1965, cristianamente avevano auspicato la fine delle divisioni ideologiche almeno per i morti, rispose con pepati volantini e poi su Rinascita (la rivista del partito comunista): «Io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi». E si potrebbe continuare con le citazioni di un prete indocile che qualcuno, anche ai giorni nostri, non ha esitato a definire «cattivo maestro» (Marcello Veneziani, 23 aprile 2017).
    Perciò, rimane sospesa la domanda: che ci va a fare, Francesco, sulla tomba di una figura che ancora divide gli animi? Quale segnale vuole dare? La mossa rischia di beatificare l'«obbedienza non è più una virtù», cosa che potrebbe anche - perché no - ritorcerglisi contro. E Papa Francesco, da quel che si sa, non è uno che sopporti il dissenso alla sua linea.
    Se Bergoglio omaggia i preti divisivi - IlGiornale.it

    Don Milani: veramente una "traccia luminosa" per i parroci di oggi o educatore con gravi... ambiguità?
    Oggi il S. Padre si è recato in visita a Bozzolo (Mn) e Barbiana (Fi) sulle tombe di don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967).
    Voci insistenti raccontano che il vero scopo del viaggio sia stato la proposizione della nuova figura di esempio sacerdotale che deve superare i vecchi stereotipi old wave (il nuovo parroco 2.0?). Sembra inoltre che il vero obiettivo del viaggio sia don Milani: don Mazzolari potrebbe essere stato scelto in maniera quasi ancillare: il soggiorno a Barbiana infatti ha avuto un incontro con i discepoli di don Milani e vi è stato un discorso pubblico più ufficiale a sacerdoti e discepoli.
    E' da circa un mese che Mondadori, nella sua prestigiosa collana I Meridiani ha pubblicato in due volumi le opere complete del parroco di Barbiana. Un'opera mastodontica di quasi tremila pagine e del costo di € 140 curata dall'esponente della Scuola di Bologna Alberto Melloni. L'opera e stata presentata addirittura dal Papa Francesco stesso, con un filmato molto favorevole, alla prestigiosa fiera del libro di Milano "Tempo di Libri".
    Negli stessi giorni è uscito però un romanzo - Bruciare tutto - di un noto scrittore progressista, Walter Sitti (vincitore del Premio Strega), su un sacerdote con tentazioni di pedofilia che l'autore stesso ha, in qualche modo, identificato in don Milani stesso. Sitti in un'intervista molto prudente a Repubblica - a caso scoppiato - afferma (sottolineati e neretti sono nostri):
    "Che cosa vuol dire la dedica a don Milani?
    "Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall'aver letto in un vecchio e quasi introvabile libro di Santoni Rugiu (Il buio della libertà, De Donato-Lerici 2002) alcune frasi dell'epistolario di don Milani, che ora dovrebbero figurare nel Meridiano di prossima uscita: "E so che se un rischio corro per l'anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)" - e poco più avanti, in una lettera a un giornalista poi suo biografo: "E chi potrà amare i ragazzi fino all'osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l'Inferno ?" - già anni prima in una lettera a un amico, aveva scritto: "Vita spirituale? Ma sai in che consiste oggi per me? Nel tenere le mani a posto". Forse forzando l'interpretazione, mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno".
    Immediatamente sono nate enormi polemiche sulla vicenda (una delle lettere era addirittura ad un giornalista amico). La risposta di alcuni studiosi è stata che, in particolare in due lettere sicuramente autentiche, don Milani fa in un certo qual senso outing riguardo ai suoi ragazzi.
    I difensori del parroco di Barbiana parlano solo di un linguaggio molto crudo, e null'altro. Anche se la stessa agiografa Silvia Ronchey accenna ad una sua "non celata omosessualità nella Firenze di fine anni Trenta".
    Anche per altri motivi - per la sua volontà di scandalo, per le liti continue con tutti, per i suoi attacchi alla proprietà e alla vita militare, per il suo pacifismo assoluto e tanti altri - riteniamo don Milani certamente NON un modello sacerdotale e ci pare - come minimo - una rara mancanza di prudenza proporcelo.
    Ci permettiamo infine di dubitare, visto tutte le tare caratteriali e dottrinali di don Lorenzo Milani, che egli sia una "traccia luminosa", e "il prete trasparente e duro come un diamante che continua a tramettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa" (come ha detto oggi il S. Padre) per i parroci di oggi.
    MiL - Messainlatino.it: Don Milani: veramente una "traccia luminosa" per i parroci di oggi o educatore con gravi... ambiguità?

    Amoris laetitia: il silenzio, un atteggiamento incomprensibile
    Riccardo Cascioli
    È con grande amarezza che pubblichiamo oggi la lettera inviata due mesi fa dal cardinale Caffarra con la richiesta di udienza per i quattro cardinali che lo scorso 16 settembre hanno firmato i Dubia. Nessuna risposta ai Dubia, nessuna risposta neanche ora.
    Il Papa che non degna di un cenno dei cardinali, che non risponde alle lettere e alle richieste di udienza: credo non ci siano precedenti, almeno nella storia della Chiesa degli ultimi secoli. Tanto più pesante è questo silenzio quanto più si pensi alle telefonate, alle lettere, alle udienze che in gran quantità papa Francesco concede a tantissime persone, di ogni tipo. È difficile non leggere questo atteggiamento come una volontà di mortificare, di umiliare dei cardinali che vengono percepiti come un ostacolo a un disegno di riforma.
    Però il motivo di questo atteggiamento è incomprensibile: il Papa può essere sicuramente in disaccordo con i quattro cardinali, può anche mal digerire la loro insistenza nel far notare le incongruenze della Amoris Laetitia e di tante sue interpretazioni; ma perché evitare di dirglielo apertamente, perché ignorare totalmente la loro esistenza? Forse che un cardinale, qualsiasi cardinale, non può nutrire perplessità su alcuni atti del Papa? E per questo non ha neanche diritto ad avere una risposta alla richiesta di incontrare il Papa?
    Sappiamo che ci sono i soliti “cantori della rivoluzione”, dal cardinale Marradiaga ad Alberto Melloni e altri, che non perdono occasione per irridere i quattro cardinali e descrivere la loro come una posizione totalmente isolata, rappresentanti solo di se stessi. Ma anche fosse così – e non lo è – in quanto cardinali non hanno diritto di incontrare il Papa?
    Oltretutto non è così, dicevamo: la posizione dei quattro cardinali è tutt’altro che isolata. Lo stesso cardinale Caffarra, nella lettera che pubblichiamo, citando alcuni fatti precisi si fa portavoce di tanti che nella Chiesa in questi mesi hanno espresso disagio e smarrimento per quanto sta avvenendo, per quello che viene percepito come un attacco ai sacramenti e ai pilastri della Chiesa cattolica.
    E il fatto che non si tratti di pochi, isolati cardinali lo dimostra anche il fatto che in occasione della nomina dei nuovi cardinali la prossima settimana, papa Francesco non abbia convocato per la seconda volta consecutiva il “Concistoro segreto”, ovvero quell’incontro consuetudinario in cui il Papa incontra i soli cardinali a porte chiuse per un franco scambio di idee sulla situazione della Chiesa e anche su temi precisi. Anche questo è un atteggiamento senza precedenti nella storia recente della Chiesa. L’impressione è che voglia evitare qualsiasi confronto con i cardinali, tutti i cardinali.
    Oltretutto, ad aumentare il senso di disagio è il fatto che questo atteggiamento sprezzante del Papa nei confronti di chi ha firmato i Dubia è in contrasto con tutta la sua predicazione. Prendiamo ad esempio la sua recente udienza alla Congregazione per il clero, quando ha raccomandato la vicinanza dei vescovi ai propri sacerdoti: «Quante volte io ho sentito le lamentele di sacerdoti… (...): ho chiamato il vescovo; non c’era, e la segretaria mi ha detto che non c’era; ho chiesto un appuntamento; “È tutto pieno per tre mesi…”. E quel prete rimane staccato dal vescovo. Ma se tu, vescovo, sai che nella lista delle chiamate che ti lascia il tuo segretario o la tua segretaria ha chiamato un prete e tu hai l’agenda piena, quello stesso giorno, alla sera o il giorno dopo – non di più – richiamalo al telefono e digli come sono le cose, valutate insieme, se è urgente, non urgente… Ma l’importante è che quel prete sentirà che ha un padre, un padre vicino. Vicinanza. Vicinanza ai preti. Non si può governare una diocesi senza vicinanza, non si può far crescere e santificare un sacerdote senza la vicinanza paterna del vescovo».
    Ma se la vicinanza è un dovere dei vescovi con i sacerdoti, non dovrebbe valere anche per il Papa con cardinali e vescovi?
    MiL - Messainlatino.it: Amoris laetitia: il silenzio, un atteggiamento incomprensibile

    Se non si difende la dottrina, non si imponga disciplina
    di Marco Tosatti
    Il National Catholic Register pubblica un’interessante intervista di Eward Pentin a don Nicola Bux, noto teologo italiano, scrittore (l’ultima sua opera è “Con i sacramenti non si scherza”) docente di teologia e consultore alla Congregazione per le cause dei Santi e per la Dottrina della Fede.
    In essa si afferma che per risolvere la crisi in corso nella Chiesa relativa all’insegnamento e all’autorità del papa, il modo migliore sarebbe una dichiarazione di fede del Pontefice per correggere le sue parole e i suoi gesti “ambigui ed erronei”. Secondo Bux la Chiesa è “in una piena crisi di fede”, e le tempeste che la attraversano sono causate dall’apostasia, “l’abbandono della fede cattolica”.
    Solo pochi giorni orsono è stata resa pubblica la lettera in cui il cardinale Caffarra, a nome anche di altri tre porporati, chiedeva (il 25 aprile) udienza al Pontefice per parlare dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia e delle sue interpretazioni opposte. La lettera non ha mai ricevuto risposta.
    Mons. Bux commenta che “per molti cattolici è incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con chi la pensa in maniera differente (per esempio i cristiani non cattolici) ma non voglia lui per primo affrontare i cardinali che sono i suoi consiglieri principali”.
    “Se il Papa non difende la dottrina non può imporre la disciplina”.
    Se non si difende la dottrina, non si imponga disciplina

    Una nuova Chiesa. Non cristiana.
    Ormai gli episodi aumentano, sono quasi quotidiani. Il lento, progressivo disfacimento di duemila anni di Fede e di Storia ha subito un’accelerata. Sanno che, avendo il Capo superato gli 80 anni, hanno poco tempo, ormai. Sia che sorella morte visiti il Vaticano, sia che ci sia una seconda abdicazione, i componenti vecchi e nuovi del conciliabolo sanno che sono alle battute finali. E stanno passando all’azione.
    Francesco II sempre più vicino.
    Con la creazione di 5 nuovi porporati, le creature di Bergoglio diventano 61 in seno al Collegio cardinalizio. Non abbastanza per eleggere da soli il prossimo Papa, ma sufficienti per ostacolare l’ascesa di un esponente dell’ala benedettina e quindi un ritorno al passato pre- Bergoglio. Allo stato attuale delle cose, l’emergenza elettorale prossima ventura si concluderà con l’elezione di un candidato di compromesso: in tal senso, in pole position ci sono Tagle, arcivescovo di Manila, e Montenegro, prelato ad Agrigento. Il primo è esponente della famigerata “Scuola di Bologna”, il gruppo di studiosi con a capo Alberto Melloni, che propugna una visione discontinua del Concilio vaticano II (la stessa che nei fatti vediamo ogni giorno); il secondo è uno dei cardinali più in vista riguardo le massicce ondate di clandestini, eufemisticamente chiamati “migranti” dai mass media, e quindi è “in tono” con ciò che i Palazzi propugnano per i popoli europei. In entrambi i casi, non si prospettano buone notizie per il futuro della Chiesa.
    Un quadro fosco.
    Ma possiamo ancora definirla così? Possiamo ancora definire “sposa di Cristo” quell’insieme di preti presenzialisti in tv, suore cantanti, frati gaudenti col mondo, vescovi che parlano di clandestini e non conoscono neppure la Bibbia? Chiese vuote, ateismo e agnosticismo galoppanti (anche se nella gran parte dei casi chi ci definisce ateo o agnostico non sa neppure di cosa stia parlando, sopratutto fra gli under 35 con lauree e master e tanta ignoranza) cristiani perseguitati nell’Africa sahariana, in Indonesia, in Pakistan, perfino alle Maldive, gerarchia ecclesiastica scollegata dalla realtà. Un Papa che non risponde a chi gli chiede chiarimenti sull’Amoris Laetitia (ne parleremo nei prossimi giorni), che martella gli italiani e gli europei ogni mercoledì e ogni domenica blaterando di accoglienza indiscriminata, che preferisce accogliere in Vaticano 9 famiglie di musulmani lasciando alla frontiera macedone altri profughi di fede cristiana – e non si urli alla discriminazione, perché se Bergoglio avesse voluto essere davvero superpartes avrebbe accolto sull’aereo papale famiglie di entrambe le fedi.
    Vicario di Cristo che di Cristo non parla, perché il centro dell’attenzione deve essere lui, il vescovo venuto dalla fine del mondo per insegnarci come interpretare il Vangelo, con l’aiuto dei manuali di don Milani e del cardinal Martini, insegnarlo a noi che l’abbiamo diffuso da tempo immemore su tutta la Terra.
    E la Curia ai tempi di Bergoglio non è da meno. Divisa fra ultrà franceschisti e conservatori benedettiani, è unita soltanto nel terrore che il Capo suscita, i primi per il timore di perdere posizioni, i secondi per i nuovi attacchi al Depositum Fidei che il custode dovrebbe, di norma, conservare integro per i secoli a venire.
    Galantino e il cardinal Bertello
    Abbiamo vescovi affetti da protagonismo mediatico che si slanciano davanti a ogni microfono e telecamera che i compiacenti giornalisti di Rai e Mediaset pongono davanti alle loro labbra, uscendosene con affermazioni surreali. E’ il caso di Nunzio Galantino, un tempo professore di Teologia Dogmatica, secondo il quale Sodoma non fu distrutta da Dio in grazia ad Abramo lì presente. E lo dice davanti a una platea di giovani, facendo passare nelle loro menti il messaggio per il quale basta una raccomandazione divina per salvarli dai peccati più odiosi.
    Abbiamo preti che si spiano fra di loro, che denunciano chi esprime opinioni diverse da quelle del Capo, che gridano al mondo “C’è stato un Concilio!” e non sanno neppure che in nessun rigo delle costituzioni del CVII c’è scritto di dare l’Eucarestia in mano, far portare il Santissimo a ragazzine, abbattere antichi altari, affidare le chiavi del ciborio a donne laiche. Un’umiliazione prima come sacerdoti, quindi depositari dello Spirito, e poi come uomini, costretti a mendicare da una donna la chiave per aprire il Tabernacolo.
    Fine del cattolicesimo. O forse no.
    La pietra tombale per il cattolicesimo è già pronta, con la messa unificata per cattolici e protestanti. Prove tecniche di tale abominio si sono avute 10 giorni fa circa in Spagna, e non dubitiamo che surrettiziamente le nuove norme siano introdotte in tutto l’Orbe cattolico.
    Intanto le voci dissidenti vengono tacitate: Sandro Magister cacciato dalla Sala stampa vaticana, Antonio Socci fatto oggetto di sberleffi dai commentatori di “Vatican Insider”, la Pravda bergogliana. Altri si sono volutamente silenziati in questi tempi in cui esporsi genera polemiche infinite, e si conservano per tempi futuri: Antonio Margheriti il Mastino, da un anno assente da Facebook, ha chiuso il suo “Papalepapale”, Francesco Colafemmina ha lasciato attivo il suo “Fides et Forma” ma non vi scrive da mesi, e i padri dell’ “Isola di Patmos” oscillano fra una difesa di Bergoglio e una sua critica, in contrasto a loro volta con altri difensori della normalità nel caos in cui è caduta la Chiesa.
    L’onda sta per abbattersi inesorabile sul cattolicesimo, che ciò accada in questo scorcio di pontificato o nel successivo poco importa. I mass media, controllati da poteri politici e finanziari, sono riusciti a costruire un’immagine popolarissima, con l’aiuto anche del diretto interessato, per cui attaccarlo frontalmente è infruttuoso ed espone sacerdoti e vescovi a ritorsioni, come in ogni regime che si rispetti. Altro non resta, a noi fedeli della prima ora, consacrati e laici, di conservare la Tradizione che ci è stata tramandata, ricordandoci che essa non verrà mai meno anche se fosse rimasta una sola chiesa in tutta la Terra e celebrare la Cena secondo la volontà divina e non secondo quella umana.
    Vetus et Novus : Una nuova Chiesa. Non cristiana.

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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Lʼiniziativa di don Gianfranco Formenton ha riscosso successo tra gli abitanti del posto, ma anche critiche da parte di Confcommercio
    "Locali climatizzati... e, per i possessori della 'Messa Card', aperitivo: prosecco di Conegliano Veneto per i grandi e... 'ritagli di ostie & chips' per i più piccoli". Questo l'invito pubblicato su Facebook da don Gianfranco Formenton, parroco di San Martino in Trignano, Spoleto, per attirare i fedeli alla messa domenicale. Il sacerdote non è nuovo a questo tipo di iniziative, vista l'attivazione negli anni scorsi della "Messa Card" (una sorta di tessera punti per premiare i più presenti alle celebrazioni), che questa volta ha inserito anche la possibilità di rinfresco al termine della mattinata.
    Confcommercio critica - Il post ha ottenuto oltre un centinaio di "like" su Facebook, ma anche le critiche della Confcommercio locale, che sostiene: "Così toglie lavoro ai bar del luogo". Come riporta Il Messaggero, don Gianfranco però prosegue con la sua iniziativa, anche sottolineando la possibilità di gustare l'aperitivo in locali climatizzati e pubblicizzando l'auditorium "San Martino" per convegni, conferenze e feste di compleanno. Tutto per portare nuovi fedeli in chiesa e tra i banchi durante le messe.
    Colori della pace e don Gallo - Un vulcano d'idee don Gianfranco, che da tempo si reca in chiesa indossando una stola con i colori della pace e che sui social non nasconde la sua ammirazione per don Andrea Gallo. Dopo la "Messa Card", un punto ogni domenica, ecco quindi l'aperitivo prosecco di Conegliano Veneto.
    Spoleto, l'offerta del parroco per attirare i fedeli: "A messa con ostie e aperitivo" - Tgcom24

    È DOMENICA E RITORNA ROMANA VULNERATUS CURIA. RVC PER GLI AMICI. CON NUOVE INDISCREZIONI SUI GESUITI.
    MARCO TOSATTI
    Cari amici, è tornato a scrivermi il misterioso informatore delle cose vaticane più segrete, Romana Vulneratus Curia. Il buon RVC ha mantenuto la sua promessa. Come ricorderete aveva scritto domenica scorsa:
    “Mi è stato confidato da un ‘insider’ che un gruppetto di teologi gesuiti sta studiando i grandi cambiamenti necessari al nuovo Catechismo. Per ora mi ha solo fatto sapere quelli riferiti ai Precetti generali della Chiesa, ma si è impegnato a anticiparmi le proposte che verranno sottoposte al Vertice nei prossimi tempi”.
    Ieri abbiamo ricevuto altre indiscrezioni sul futuro dei credenti cattolici. Eccole.
    “Fino a poco tempo fa il Catechismo della dottrina cristiana spiegava che i quattro peccati che ”gridano vendetta a Dio“ erano: 1°-Omicidio volontario. 2°-Peccato impuro contro natura- 3°-Oppressione dei poveri. 4°-Frode nella mercede agli operai.
    Ora, le nuove direttive della chiesa bergogliana imperante vedono nella dottrina una astrattezza, se non persino un abuso. Ciò perché la chiesa non deve più sentire il diritto/dovere di influenzare moralmente come costruire la società, essendo stato eliminato il diritto naturale e la legge morale. In più, poiché la chiesa sembra aver deciso di prescindere dalla dottrina (che l’aveva allontanata dal mondo) ed occuparsi solo di prassi (che la riconcilia con il mondo) , si deve interrompere l’attitudine a giudicare e condannare, si deve solo comprendere, scusare, accogliere. Soprattutto si deve smettere di occuparsi di peccati contro natura e di purezza. Perciò il nostro team di studiosi evoluzionisti sta proponendo al Santo Padre la seguente revisione dei peccati che “gridano vendetta a Dio” :
    1°- omicidio volontario di insetti, anche se infastidenti (incluse le zanzare con lo zampirone) e inquinamento delle fognature con troppo frequenti abluzioni.
    2°-peccato impuro contro natura è avere un rapporto sessuale con la propria moglie orientato a generare figli, se la coppia ne ha già due.
    3°-temere gli immigrati e non contribuire con le proprie risorse personali alla loro accoglienza.
    4°-frode alla CEI negandole l’8per mille indispensabile per sostenere l’accoglienza immigrati e ripulire le fognature.
    Nella prossima puntata vi racconterò quelli che mi dicono essere i cambiamenti previsti per i sei peccati contro lo Spirito Santo. “
    È DOMENICA E RITORNA ROMANA VULNERATUS CURIA. RVC PER GLI AMICI. CON NUOVE INDISCREZIONI SUI GESUITI. ? STILUM CURIAE

    Il vero volto di don Lorenzo Milani
    Cristina Siccardi
    «Mi piacerebbe», ha dichiarato Papa Francesco ai partecipanti alla presentazione dell’Opera omnia di don Lorenzo Milani alla Fiera dell’Editoria italiana di Milano lo scorso aprile, «che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani».
    Le lodi di Bergoglio a questo sacerdote («Servo esemplare del Vangelo, lo dico da Papa» e «Ringrazio il Signore per averci dato sacerdoti come don Milani»), sulla cui tomba di Barbiana è andato in preghiera il 20 giugno scorso, hanno creato malumori non certo infondati. Chi era don Milani?
    Come spesso accade ai rivoluzionari di impronta marxista, anche l’intellettuale e politicante impegnato don Lorenzo Milani Comparetti (27 maggio 1923-26 giugno 1967) nacque e crebbe in una ricca famiglia ebrea. Il padre Albano era un chimico con forti interessi letterari, che si occupò dei suoi molti poderi intorno a Montespertoli, egli era figlio di Luigi Adriano Milani, archeologo e numismatico, coniugato a Laura Comparetti, figlia del filologo Domenico e della pedagogista Elena Raffalovich, ebrea ucraino-francese, fondatrice in Italia dei giardini d’infanzia. Perno della Raffalovich era l’aconfessionalità e laicità delle scuole.
    Ella, che lasciò il marito, il senatore Domenico Comparetti, importante filologo, era convinta che le donne del popolo avrebbero condotto una lotta di progresso per il bisogno pratico e dinamico dell’educazione dei propri figli, a differenza delle donne borghesi, che lei considerava legate a «false ideologie preconcette» (Cfr. carteggio con Adolfo Pick).
    Dopo la morte nel 1927 del senatore, la famiglia Milani ne acquisì il cognome. Il nonno materno, Emilio Weiss, discendeva da una famiglia ebrea boema trasferitasi a Trieste, dove lavorò come commerciante, coltivando le sue passioni letterarie e l’amicizia con Italo Svevo. Proprio a Trieste nacque Alice, che qui fu affascinata dalle nuove teorie dell’ebreo Sigmund Freud. Agnostici e anticlericali, i genitori di Lorenzo si sposarono nel 1919 con il solo rito civile.
    La famiglia viveva tra Firenze, le sue tenute e la residenza di Castiglioncello, luogo di amene e intellettuali vacanze; fra le loro frequentazioni: le famiglie Olschki, Valori, Pavolini, Spadolini.
    A causa delle posizioni areligiose della famiglia, le scuole frequentate a Milano dal secondogenito Lorenzo, dal fratello Adriano e dalla sorella Elena creavano loro disagio e per tale ragione i genitori decisero di sposarsi con rito religioso il 29 giugno 1933. Lorenzo, dopo le scuole dei Barnabiti, frequentò il liceo classico milanese Berchet. Studente di scarsa resa, intrecciò rapporti di amicizia con i compagni di classe Oreste Del Buono, Saverio Tutino, Enrico Baj.
    In disaccordo con il padre, non si iscrisse all’Università e frequentò a Firenze, invece, lo studio del pittore Hans Joachim Staude, sensibile al buddismo. Fu in questo periodo che Lorenzo fece delle ricerche sul senso dei riti liturgici, studiandoli con l’occhio del pittore e del filologo: egli stesso distruggerà i cartoni dei disegni e i manoscritti inerenti a tali interessi.
    Fu nel 1943 che decise di convertirsi al cattolicesimo[guarda caso, proprio nel periodo delle persecuzioni antiebraiche....]. Il 12 giugno di quell’anno ricevette la cresima dall’Arcivescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa, il quale aprì alle istanze del cattolicesimo sociale di Giorgio La Pira. Il 9 novembre entrò quindi nel Seminario arcivescovile fiorentino di Cestello. Tuttavia il ribelle Milani visse male in Seminario, che definirà «una immensa frode» (lettera a Bruno Brandani, in N. Fallaci, La vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, Milano 2005, p. 86): da subito manifestò la sua indisponibilità ad accogliere insegnamenti e ritualità della Chiesa: «si ha sempre l’impressione di essere in un manicomio […] non c’è più nessun indizio che possa far pensare in che secolo siamo, né in che paese». (Lettere alla mamma, a cura di A. Milani Comparetti, Milano 1973, n. 2).
    La soggettività imperava nella sua religiosità sociale: gli atti rituali esteriori gli erano nemici; era l’interiorità soggettiva che doveva prevalere sulla forma cattolica, scriveva infatti a sua madre, che fu sempre sua fedele confidente: «che ognuno pensi da sé a rettificare la sua intenzione e che se anche per caso si siede senza essersi fatto il segno della croce, può darsi che la croce che ha dentro sia più austera e più grande e più umiliante che quella che s’è dimenticato di tracciare per l’aria» (ibidem).
    In occasione del referendum istituzionale del 1946, nonostante la posizione filomonarchica del cardinale Dalla Costa, don Milani espresse il suo favore per la Repubblica insieme a don Raffaele Bensi (1896- 1985), sacerdote che fu guida sua, dalla conversione alla morte. Ma Bensi fu confessore e consigliere anche di Giorgio La Pira, David Maria Turoldo, Ernesto Balducci, Nicola Pistelli. Questo formatore di più generazioni di liberali e comunisti ammantati di religiosità cattolica, distruggerà, dopo la morte di Milani, tutto il carteggio intercorso con lui.
    Ordinato sacerdote il 13 luglio 1947, fu inviato l’8 ottobre come cappellano nella parrocchia di San Donato a Calenzano (Prato), abitata da circa 1200 persone, gente prevalentemente povera. Fin dal principio non condivise la religiosità dei parrocchiani, la considerava azione passiva, artefatta, consuetudine necessaria per essere riconosciuti nella comunità. Questa è la classica tracotanza dei progressisti: considerare gli altri degli imbecilli nelle mani del potere.
    Il pensiero comunista era parte integrante delle sue fibra e il credo era per lui confessione politica: teologia della liberazione. Le sue non erano mai catechesi, ma presa di coscienza sociale. Su tutto doveva imperare la dignità umana, quella che sarà esaltata dal Concilio Vaticano II in poi. Strumento di dignità era la capacità di espressione linguistica, presupposto di libertà.
    La cultura letteraria avrebbe restituito dignità al povero. Fondò la sua scuola come alternativa a quello che considerava il proselitismo delle parrocchie. Per Milani la scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione era invece la sua rovina. «Smisi di far la corte ai giovani che non venivano. Non perdevo anzi occasione di umiliarli e offenderli» (Esperienze pastorali, pp. 128 s.).
    Il buonista don Lorenzo Milani non era buono, né come uomo, né tantomeno come sacerdote. Abbandonò con disprezzo il catechismo tradizionale: lui, il rivoluzionario, indottrinava con autorità il cristianesimo attraverso lo storicismo e il Vangelo personalmente interpretato. La dottrina della Chiesa e i suoi riti erano favole per ingenui e sciocchi. Vedeva la scuola come la palestra del riscatto dei poveri e non come luogo confessionale (alla stregua della sua parente Elena Raffalovich), perciò i simboli cristiani e le immagini sacre dovevano essere tolte ed anche il crocifisso poteva legittimamente scomparire dalle aule, al modo dell’Abate Ferrante Aporti cento anni prima, smascherato dal pedagogo per eccellenza, san Giovanni Bosco.
    Gli studenti non erano da Milani considerati degli scolari, bensì dei pari agli altri e, dunque, dovevano confrontarsi con gli intellettuali. Non a caso la concezione milaniana verrà presa a modello dal pensiero sessantottino: ogni settimana il prete classista invitava a tenere conferenze oratori come i magistrati Gian Paolo Meucci e Marco Ramat, il direttore del Giornale del Mattino Ettore Bernabei, lo storico Gaetano Arfé.
    Don Milani venne poi trasferito a Barbiana, una parrocchia nei pressi di Vicchio nel Mugello, alle pendici del Monte Giovi, dove giunse il 6 dicembre 1954. Con il suo linguaggio diretto e di strada, il parroco scrisse di aver accolto il nuovo incarico «nonostante fosse palese a chiunque che vi ero confinato come finocchio e demagogo ereticheggiante» (Lettere alla mamma 1973, n. 84). Nei suoi carteggi i riferimenti all’omosessualità e addirittura alla pedofila non sono rari. Don Lorenzo Milani non può essere portato a modello non solo nell’educazione cristiana, ma neppure in quella laica, a meno che quella laica sposi, come sta accadendo grazie alle politiche omosessualiste attuali, le teorie LGBT.
    Alberto Melloni, direttore dell’opera omnia del priore di Barbiana (conservata, nel Fondo Lorenzo Milani, custodito dalla madre e poi affidato nel 1974 all’Istituto per le scienze religiose Giovanni XXIII a Bologna),cerca di difendere don Milani dalle accuse di pedofilia (d’altro canto è lo stesso autore che parla della sua attrazione fisica per i suoi ragazzi, per esempio in quella terribile lettera del 10 novembre 1959 che egli indirizzò a Giorgio Pecorini, giornalista de «L’Europeo» e che circola da tempo anche sul web) ma non di omosessualità.
    Giunse il tempo del libro dirompente che egli volle redigere pensando soprattutto ai preti. Voleva fare colpo e ci riuscì. Predispose con cura la pubblicazione a partire dal 1955, cercando sostegni fuori dalla diocesi dell’Arcivescovo Florit, che lo contrastava, e si appoggiò a Dalla Costa, dal quale ottenne il nihil obstat.
    Per l’introduzione al testo fu in primo luogo coinvolto, tramite don Bensi, l’Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che declinò l’invito; la richiesta fu invece accolta dall’Arcivescovo di Camerino["refugium peccatorum"] Giuseppe D’Avack. Uscì così, dopo le elezioni politiche del 25 maggio 1958, Esperienze pastorali, per i tipi della Libreria Editrice Fiorentina. Si tratta della sua opera principale, in cui emergono in compiutezza pensiero e azione. Polemico e critico nei confronti della predicazione, «il frutto della stupidità del sei e settecento» (p. 84), Milani esamina il rapporto, sia dei fedeli sia dei non credenti, con la liturgia, deformandone e profanandone il significato.
    Era necessaria per Milani un’educazione finalizzata a trasmettere gli strumenti per decidere se sovvertire il modello di valori della civiltà in via di sviluppo e non di progresso, idea alla quale si rifarà più tardi il depravato intellettuale Pier Paolo Pasolini. Con Esperienze pastorali il priore di Barbianasi trovò al centro di un acceso dibattito nazionale, spalleggiato da La Pira e da Primo Mazzolari, ma contrastato da La Civiltà cattolica (20 sett. 1958), dove Angelo Perego commentò in termini negativi l’opera, ritenuta carica di ossessioni e di contraddizioni.
    La Congregazione del Santo Uffizio il 10 dicembre 1958 ordinò il ritiro del testo, proibendone ristampe e traduzioni. David Maria Turoldo, che aveva discusso con l’amico del libro in corso d’opera, fece in seguito riferimento alle eretiche questioni teologiche poste da Esperienze pastorali, sostenendo che l’autore: «era di origine ebrea […], sebbene fosse illuminato grazie alla grande cultura sua personale e della famiglia da cui proveniva […] ma al fondo era un convertito con radici ancestrali ebraiche. Quel poco di Nuovo Testamento che compare nel libro è venuto fuori dalle nostre discussioni» (D.M. Turoldo, Il mio amico don Milani, Bergamo 1997, p. 53). Interessante notare come dapprima il cardinale Roncalli fu critico nei confronti di Esperienze pastorali, ma una volta eletto Papa molte di quelle riflessioni divennero traccia dello spirito del Concilio Vaticano II, contribuendo al successo mediatico della scuola di Barbiana e del «prete rosso» (Lo Specchio, 21 marzo 1965).
    Accolta da Avvenire d’Italia come un’opera «più simile a una fucilata che ad un saggio» (11 giugno 1967), la famosa Lettera a una professoressa ebbe ampia eco negli anni della rivoluzione culturale, tanto da divenire manifesto della contestazione studentesca.
    Di sé scriveva: «io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto […] avrò seminato zizzania, ma insegno anche a chi mi darebbe fuoco» (Esperienze pastorali, p. 146). Uomo tribolato e sacerdote non realizzato, questo maestro eversivo, nei suoi 44 anni di vita, non ebbe mai pace, e mai ne trasmise.
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    IL LAMENTO DELL’ABATE FARIA SULLA SCALA SANTA OSCURATA DAL MEGA CARTELLONE PUBBLICITARIO. NULLA È PIÙ SACRO?
    MARCO TOSATTI
    Ci ha scritto l’abate Faria, turbato da ciò che ha visto in una sua recente visita alla Scala Santa, a Roma. Ma lasciamo a lui la parola, per esprimere tutta il suo sconcerto…
    Mi recavo spesso nella zona del Laterano. Da buon peccatore ero consapevole di aver bisogno di tanta penitenza e quale modo migliore che implorare misericordia sulla scalinata della Scala Santa, uno dei luoghi più sacri di Roma? Un tempo, già alla vista di questo santo edificio, mi sentivo il cuore tormentarsi nella consapevolezza delle sue mancanze. Ma questa volta ho avuto una sorpresa.
    Dopo aver guadagnato gli ultimi metri di via Merulana e svoltato verso la piazza, mi sembrò che la Scala Santa fosse come svanita. Il suo posto era stato occupato totalmente da un cartellone pubblicitario gigante che ne copriva interamente la facciata. Lo slogan pubblicitario di una nota compagnia energetica mi diceva: ora l’energia è tua.
    Ma non mi sembrava si riferisse all’energia spirituale che andavo cercando e per cui luoghi come la Scala Santa dovrebbero essere deputati. Allora mi chiedevo: perché usare uno degli edifici religiosi più sacri di Roma per veicolare un brand pubblicitario?
    Esiste un limite a ciò che può essere venduto? Pur se la causa di quei soldi fosse la più nobile, svendendo la sacralità di quel luogo non si perde più di quello che si guadagna?
    Papa Francesco nel 2013 disse che “il denaro deve servire, non governare”. Allora quale sarà il limite? Durante la benedizione urbi et orbi un Monsignore potrà annunciare dal balcone papale: questa benedizione è offerta da…? Il Papa indosserà abiti liturgici con lo sponsor? Certo che il Papa non accetterebbe mai questo, pur se i soldi servissero per una causa nobilissima.
    Questo perché egli sa che se riduciamo quanto è sacro a servo del capitale, se comunichiamo alla gente che tutto, ma proprio tutto, può essere ridotto ad una merce di scambio, allora il messaggio è che nulla è sacro. E questo, come vediamo intorno a noi, creerà una fame nell’animo così profonda, che nessuna energia profana potrà mai saziare.
    IL LAMENTO DELL?ABATE FARIA SULLA SCALA SANTA OSCURATA DAL MEGA CARTELLONE PUBBLICITARIO. NULLA È PIÙ SACRO? ? STILUM CURIAE



    Fuori uno, dentro tutti!
    Contesta il progressismo di Bergoglio, parroco rimosso a Palermo
    Che la strada tracciata da papa Francesco non piaccia a tutti, anche all’interno stesso della Chiesa, è cosa nota. Che fra diversi sacerdoti il dissenso sia forte e palese, anche. Ora però inizia anche la reazione a questa opposizione. Con mano ferma e decisione: l’arcidiocesi di Palermo ha rimosso il parroco della chiesa San Giovanni Bosco a Romagnolo, don Alessandro Minutella, che voleva difendere fino alle estreme conseguenze il «magistero autentico» contro quella che lui ritiene una pericolosa deriva progressista impressa da Papa Francesco, che don Minutella chiama sempre Bergoglio, senza riconoscerne il ruolo.
    Già, perché chi si oppone alle aperture di Francesco vede ancora un punto di riferimento in Benedetto XVI, il papa emerito.
    «Dopo un attento esame e la prudente valutazione di tutta la documentazione - si legge in una nota dell’Arcidiocesi - su sollecitazione dei preposti organismi della Santa Sede, l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, ha emanato il decreto di rimozione dall’ufficio di parroco della parrocchia San Giovanni Bosco in Palermo, del sacerdote».
    È stato nominato don Pippo Russo come amministratore della parrocchia.
    Nel corso di una messa don Minutella aveva affermato: «La vera Chiesa vive il martirio, chi non obbedisce viene imbavagliato e buttato fuori». Aveva invitato tutti coloro che vogliono «difendere la dottrina della Santa Chiesa Cattolica a venire fuori e salvare Roma». Aveva parlato anche di «grande apostasia, martirio ed emarginazione».
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    Festini gay in Vaticano e il cardinal Coccopalmerio
    Antonio Righi
    Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto.
    Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce…
    Fa discutere quanto è accaduto in questi giorni: un alto prelato è stato colto in flagrante nel corso di un’animata orgia a base di sesso e droga all’interno del Palazzo del Sant’Uffizio.
    Il Fatto quotidiano ne ha parlato per primo, 3 giorni fa, in questi termini: “..L’inquilino dell’appartamento, stando a quanto raccontano in Vaticano, è un monsignore che svolge le mansioni di segretario di un importante porporato a capo di un dicastero della Curia romana…In Vaticano bocche cucite o quasi sull’operazione delicatissima svolta dagli uomini comandati da Domenico Giani. Qualcuno si lascia scappare di essersi lamentato più volte per un continuo via vai dal portone di ingresso, la sera, di persone che erano abituali frequentatori del monsignore fermato.
    All’interno dei sacri palazzi spiegano che l’appartamento dove si consumavano i festini a luci rosse a base di droga non doveva essere assegnato al segretario di un capo dicastero. Si tratta, infatti, di un’abitazione riservata ai superiori: prefetti, presidenti o segretari della Curia romana e non semplici monsignori. Così come aveva destato diversi malumori che il presule in questione avesse una macchina lussuosa con la targa della Santa Sede. Anche questo è un privilegio riservato ad alti prelati. Evidentemente, come emerso anche da alcune ricostruzioni fatte in Vaticano, era proprio questo veicolo che consentiva al suo proprietario di trasportare la droga senza essere mai fermato dalla polizia italiana”.
    Poi l’articolista aggiunge: “Risolta, per usare un eufemismo, la vicenda a dir poco incresciosa del monsignore, resta da chiarire la posizione del cardinale di cui era segretario. “Possibile che non si sia mai accorto di nulla? Eppure diceva che lavoravano insieme fino a tardi”, si lascia scappare ancora un alto prelato. Si vocifera che, considerando anche l’età del porporato che ha ampiamente superato i 75 anni, ovvero l’età canonica delle dimissioni, Francesco abbia deciso di accelerarne il pensionamento anche a causa degli ultimi avvenimenti. “Aveva proposto il suo segretario per l’episcopato. Fortuna che non lo hanno nominato vescovo. Ora che cosa sarebbe successo?”, è la considerazione di un presule condivisa anche da altri confratelli. Ma qualcuno ha fermato questa nomina prima che fosse troppo tardi”.
    Oggi molte fonti sostengono che il prelato in questione sia il segretario del cardinale Francesco Coccopalmerio, balzato agli onori di tutte le cronache per essere stato incaricato non molto tempo fa di spiegare ai cardinali dei Dubia i punti oscuri di Amoris laetitia (vedi qui: http://www.libertaepersona.org/wordp...-di-pannella/; Alcuni particolari sul caso pietoso citato ad arte dal cardinal Coccopalmerio per giustificare divorzio cattolico | Libertà e Persona ).
    Una cosa sembra certa: come denunciano da tempo riviste cattoliche come il Timone, La Bussola ecc, le clamorose aperture verso le unioni civili, i silenzi su utero in affitto, gli affettuosi saluti ai gay pride da parte di neo cardinali o neo promossi come padre Martin… dopo l’abdicazione di Benedetto XVI, hanno una motivazione non dottrinale, ma pratica: la presenza di una forte lobby gay all’interno delle Sacre mura.
    Festini gay in Vaticano e il cardinal Coccopalmerio | Libertà e Persona



    È lo Spirito Santo che elegge il Papa? Ecco come rispose (con una certa ironia) l’allora cardinale Ratzinger
    Redazione
    Oggi Avvenire riporta un’interessante risposta che Joseph Ratzinger diede nel 1997 alla domanda sull’azione dello Spirito Santo in Conclave.
    È lo Spirito Santo il responsabile dell’elezione del Papa?, gli fu domandato.
    Ratzinger, non rinunciando nel finale a una certa ironia, rispose così: «Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo. Direi che lo Spirito Santo non prende il controllo della questione, ma, piuttosto, da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto».
    Conclave. Il ruolo dello Spirito Santo spiegato da Ratzinger | Tempi.it


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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    La missione postuma di Don Milani
    di Elisabetta Frezza
    Che la pedofilia debba diventare, nella percezione diffusa, una mera forma del comportamento sessuale, sta scritto nero su bianco nella lunga scia di atti, scritti e provvedimenti che, a partire dai famigerati rapporti Kinsey dei primi anni 50, percorre carsicamente l’ultima manciata di decenni; fino all’invito esplicito alla legalizzazione degli atti sessuali senza discriminazioni in base all’età del consenso, che il dispotico tutore europeo ha diramato agli Stati membri dell’Unione con la Risoluzione del Comitato dei ministri CM/Rec(2010)5.
    Non ce ne eravamo accorti sinora perché il processo di normalizzazione avanzava nella penombra, mentre sotto i riflettori era esibito lo sdegno dei benpensanti per le voglie malate di pochi. Ma l’ingresso in Roma del conducator venuto dalla fine del mondo ha modificato il teatro esteriore di una lotta che si combatte altrove e ha portato alla luce del sole, senza più veli né vergogna, il tacito sodalizio stretto tra il laicismo massonico mondialista e la chiesa apostata che professa la nuova religione universale. Il katechon si è tramutato in volano di ogni perversione dell’ordine naturale. E, come per incanto, l’attacco concentrico alla pedofilia ecclesiastica è improvvisamente cessato. Guardacaso.
    Dopo lo sdoganamento dell’omosessualità diventata modello di relazioni umane in nome della laetitia dell’amore (su investitura sinodale simulata, tanto per rendere formale omaggio al totem della democrazia), i tempi erano maturi per avviare lo sdoganamento della pederastia nel nome dei diritti dei bambini, oltre che del solito amore senza confini.
    La sessualizzazione e la genderizzazione precoci garantite dallo Stato (e sottoscritte dalla succursale vaticana) grazie ad apposita catechesi scolastica preparano il terreno alla diffusione “fisiologica” – cioè pacifista e nonviolenta – della pedofilia, perché assicurano l’addestramento di torme di cuccioli a pratiche erotiche variamente declinate e, quindi, la loro predisposizione a subire – consensualmente, si intende – ogni trattamento connesso. Per chi le avesse scordate, si consiglia il ripasso delle fonti più significative della nuova paideia trasversale: da un lato il ddl Fedeli (“Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università”), ora confluito e assorbito nel comma 16 della “buona scuola”; dall’altro l’esortazione apostolica Amoris Laetitia in particolare nel suo capitolo intitolato «Sì all’educazione sessuale», il cui numero 286, se avesse a sua volta un titolo, sarebbe «Sì al gender».
    Dunque, si è finalmente realizzata la collaborazione piena e manifesta tra super-stato e neo-chiesa nel promuovere anche questo punto estremo dell’agenda sovranazionale partorita dalle élite mondialiste. Dopo l’adesione ad ambientalismo, immigrazionismo, salutismo sessuale e riproduttivo, femminismo e omosessualismo, l’ambíto traguardo dell’abolizione della cristianità richiede che sia derubricato l’abominio pedofilia anche presso i sacri palazzi e a beneficio dei residenti. Del resto, la permanenza indisturbata di mons. Giambattista Ricca tanto alla direzione di Santa Marta quanto alla prelatura dello IOR dimostra per facta concludentia l’irrilevanza di certi costumi “eccentrici” ai fini di una brillante e onorata carriera ecclesiastica: proprio al caso Ricca si riferiva la domanda ad alta quota della giornalista Ilze Scamparini con la celeberrima contro-domanda bergogliana «chi sono io per giudicare?». Anche questo dettaglio va ricordato agli smemorati adulatori delle straordinarie pampas vaticane, perché è indicativo dell’aria che vi tira.
    Ora, a veicolo di questa poderosa quanto sconvolgente manovra comunicativa è stata riesumata un’icona della pedagogia nostrana. Quel don Milani che già era oggetto di culto diffuso presso i maestri di fede giacobina più o meno fervente, il teorico della “scuola egualitaria” (votata cioè all’uniformità dell’ignoranza), è la figura dotata delle migliori referenze per diventare strumento della inedita missione “educativa”, coerente con la strategia di demolizione culturale in opera da quel dì in sua memoria. La persona e la storia del prete di Barbiana sono il biscotto ideale da inzuppare nella brodaglia di idee e di parole del mondialismo d’avanguardia per diventare funzionali al compimento del piano di conquista di Soros e sodali.
    Ecco quindi che don Lorenzo Milani riappare all’improvviso nelle pagine di tutta la grande stampa nazionale, dove rimbalza nella veste di intellettuale inquieto, utopista e intemperante, divenuto prete rivoluzionario e pedagogo riformatore. Spericolato e disinibito quanto basta per incarnare l’educatore perfetto del mondo nuovo.
    È l’uomo giusto al momento giusto – ricorrono i cinquant’anni dalla morte – per trasportare ovunque i principi del modello educativo voluto dai poteri forti, fattisi abbracciare post mortem per nemesi storica da uno che, a parole, il potere costituito lo voleva combattere.
    Silvia Ronchey su Repubblica ci ha informati che «Milani è il rampollo di un’alta borghesia ebraica di antico lignaggio, radicate posizioni liberali, sofisticate conoscenze culturali…che si fa traditore sia del proprio ceto, sia degli schieramenti autoritari della propria chiesa, nonché, in seguito, di quelli dei partiti…un ebreo non praticante che fa “indigestione di Cristo”». E ancora: «Calamitato dalla letteratura, dalla poesia, dalla pittura fin da adolescente, artista bohémien dalla non celata omosessualità nella Firenze di fine anni Trenta, è quasi dandistico il suo primo incontro con il messale romano: “Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?”, scrive diciottenne all’amico Oreste del Buono».
    La Ronchey – si noti – parla con scioltezza della conclamata omosessualità di Milani, tendenza peraltro in linea con il suo organigramma familiare: attaccamento viscerale e morboso alla madre, Alice Weiss; distacco dal padre.
    Ma, per relationem, la giornalista dà fiato anche al tema connesso della cripto-pederastia del nostro, giocata abilmente dalla stampa di regime sul filo della semi-accettazione cavalcando all’uopo una “provvidenziale” novità editoriale. Grande impatto mediatico è stato tributato, infatti – che combinazione.. – al romanzo di un certo Walter Siti, «Bruciare tutto», dalla trama davvero edificante: un prete pedofilo si trattiene dal possedere un bambino desiderato, il quale però si uccide per la delusione del rifiuto. Morale: meglio pedofili o assassini? Meglio l’amore, ovviamente, si risponde da sé il bravo lettore ben educato da buone letture ai dogmi equosolidali dell’etica vigente.
    «Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo» titola sempre Repubblica con le parole di Siti. Il quale cerca di spiegarle così come il sistema (di cui fa parte) gli richiede.
    «Mi è parso – dice – che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi» (e come dargli torto? Difficile distinguerlo da Mario Mieli).
    «Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto…alcune frasi dell’epistolario di don Milani, che ora dovrebbero figurare nel Meridiano di prossima uscita: “E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)” – e poco più avanti, in una lettera a un giornalista poi suo biografo: “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo?” – già anni prima in una lettera a un amico, aveva scritto: “Vita spirituale? Ma sai in che consiste oggi per me? Nel tenere le mani a posto”».
    Bello comunque che nessuno abbia nulla da obiettare sul linguaggio da suburra sfoggiato disinvoltamente dal prete. Anzi, la trivialità diventa per tutti una nota di merito quale indice di veracità. Il che la dice lunga sulla percezione del decoro richiesto a chicchessia, ma in particolare a chi indossa vesti sacre.
    L’abbinamento espresso da Siti nella sua dedica, tra don Leo e don Lorenzo, è suffragato peraltro dalla riconosciuta contiguità tra il metodo pedagogico di Barbiana e quello del gulag del Forteto. Il Forteto è – nelle parole di Sandro Magister – «quella catastrofe che si è consumata in quel di Firenze, tra i circoli cattolici che fanno riferimento a don Lorenzo Milani e alla sua scuola di Barbiana. Una catastrofe che opinionisti e media hanno a lungo negato o passato sotto silenzio, per ragioni che si intuiscono dalla semplice ricostruzione dei fatti». Questa ricostruzione si può ritrovare nella rivista fiorentina “Il Covile”, richiamata nel suo pezzo dallo stesso Magister, dove sono narrate le vicende della comunità a cui erano affidati dal tribunale minorile toscano i bambini in condizioni di disagio, ivi sottoposti a stupri, incesti, violenze fisiche e psicologiche di ogni genere.
    Per dire, che i frutti del donmilanismo sono quantomeno variegati....
    Ma l’accidente del romanzo di Siti con la sua dedica disinibita serviva solo da messaggio promozionale al ben più roboante lancio coevo dell’opera omnia di don Milani, confezionata in veste paludatissima nel doppio volume dei Meridiani Mondadori curati nientemeno che da Alberto Melloni, l’astioso esponente del covo modernista della scuola di Bologna tornata in auge nella pampa di cui sopra. All’evento dedicato, il 5 giugno, erano presenti sia l’inquilina del ministero dell’Istruzione, sia – tramite videomessaggio – l’inquilino di Santa Marta. Non mancava il buon Tarquinio, direttore del giornale dei vescovi, notoriamente innamorato di entrambi.
    Bergoglio, utilizzando per pura coincidenza lo stesso registro degli apologeti laici, così celebra il sacerdote fiorentino: «Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani».
    Dove le evidenti turbe esistenziali dell’uomo, le altrettanto evidenti carenze strutturali del prete, la mancanza di inibizioni e di controllo su parole e pulsioni, la volgarità imbarazzante, tutto è convertito graziosamente in vivacità intellettuale e inquietudine spirituale degne di solenne encomio. Del resto, chi è lui (Bergoglio) per giudicare?
    La Fedeli, a ruota, raccoglie con soddisfazione «l’invito di Papa Bergoglio: ricorderemo don Milani e lo renderemo protagonista di una memoria attiva», prendendolo a modello del «vero educatore appassionato di una scuola aperta ed inclusiva».
    “Aperta e inclusiva”, registriamo i termini, ricordando il contesto nel quale sono usati, che illumina il significato ad essi assegnato nella neolingua ad uso scolastico.
    A questo punto, con questi elementi, è comprensibile quale cerniera ermetica si stia chiudendo, sotto l’egida del donmilanismo (interpretato ora magisterialmente), sul sistema educativo italiano. La fucina dell’istruzione totalitaria si salda con quella della falsa religione e all’unisono, dai due laboratori, parte la benedizione per i programmi devastanti con cui si vogliono addomesticare le nuove generazioni al sesso precoce e variegato. Così da rendere i piccoli docili vittime di voglie malate.
    È annunciato il “pellegrinaggio” di Bergoglio a Barbiana, per rendere omaggio a don Milani in attesa di futura beatificazione. Chissà se sulla tomba del sacerdote inquieto si piegheranno le ginocchia che mai si piegano davanti al Santissimo.
    https://www.riscossacristiana.it/la-...abetta-frezza/

    Müller fuori. Ma il vero attacco è contro "Veritatis splendor"
    Muller
    Domenica 2 luglio, proprio nel giorno in cui papa Francesco ha rimosso il cardinale Gerhard L. Müller da prefetto della congregazione per la dottrina della fede, da tutte le chiese cattoliche di rito romano, all'inizio della messa, è salita a Dio la seguente preghiera, chiamata "colletta" nel messale:
    "Deus, qui, per adoptionem gratiæ, lucis nos esse filios voluisti, præsta, quæsumus, ut errorum non involvamur tenebris, sed in splendore veritatis semper maneamus conspicui. Per Dominum nostrum…".
    In italiano, nella traduzione ufficiale:
    "O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa' che non ricadiamo nelle tenebre dell'errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità. Per il nostro Signore…".
    La sorte – o la divina provvidenza? – ha quindi voluto che la cacciata del cardinale Müller sia stata accompagnata dalla corale invocazione liturgica che lo "splendore della verità" continui a illuminare la Chiesa.
    "Splendore della verità" è esattamente il titolo della più importante enciclica dottrinale di Giovanni Paolo II, pubblicata nel 1993.
    È un'enciclica "circa alcune questioni fondamentali dell'insegnamento morale della Chiesa": proprio le questioni che oggi sono tornate di nuovo ad essere materia di contrasto, con ampi e influenti settori della Chiesa che ritengono ormai superati – specie dopo la pubblicazione di "Amoris laetitia" – alcuni principi capitali della "Veritatis splendor".
    Basti osservare che ben quattro dei cinque "dubia" sottoposti nel settembre dello scorso anno a papa Francesco dai cardinali Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner vertono proprio sulla coerenza o meno di "Amoris laetitia" con "Veritatis splendor". E tali "dubia" continuano ad essere tuttora apertissimi, anche per il rifiuto di papa Francesco di prenderli in considerazione e di incontrare i quattro cardinali.
    Ma quali sono stati la genesi e l'obiettivo di "Veritatis splendor"? Per rispondere a questa domanda c'è un testimone d'eccezione: Joseph Ratzinger.
    Da predecessore di Müller alla testa della congregazione per la dottrina della fede egli contribuì in modo sostanziale alla scrittura di quell'enciclica.
    Ma anche dopo le sue dimissioni da papa continua a giudicare la "Veritatis splendor" di "immutata attualità", da "studiare e assimilare" anche oggi.
    Nel 2014, in un suo meditato capitolo per un libro in onore di Giovanni Paolo II, Ratzinger ha indicato proprio nella "Veritatis splendor" la più importante e attuale delle quattordici encicliche di quel papa.
    Uno capitolo che è tutto da rileggere, con un occhio a ciò che sta accadendo oggi nella Chiesa, regnante il suo successore Francesco.
    Ecco il passaggio dedicato dal "papa emerito" a quell'enciclica.
    SULLA "VERITATIS SPLENDOR"
    L'enciclica sui problemi morali "Veritatis splendor" ha avuto bisogno di lunghi anni di maturazione e rimane di immutata attualità.
    La costituzione del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, di contro all'orientamento all'epoca prevalentemente giusnaturalistico della teologia morale, voleva che la dottrina morale cattolica sulla figura di Gesù e il suo messaggio avesse un fondamento biblico.
    Questo fu tentato attraverso degli accenni solo per un breve periodo. Poi andò affermandosi l'opinione che la Bibbia non avesse alcuna morale propria da annunciare, ma che rimandasse ai modelli morali di volta in volta validi. La morale è questione di ragione, si diceva, non di fede.
    Scomparve così, da una parte, la morale intesa in senso giusnaturalistico, ma al suo posto non venne affermata alcuna concezione cristiana. E siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: a una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell'efficacia, è meglio o peggio.
    Il grande compito che Giovanni Paolo II si diede in quell'enciclica fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell'antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra Scrittura.
    Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere.
    *
    Vedendo ciò che accade oggi nella Chiesa cattolica, anche ai suoi vertici, le ragioni che motivarono l'enciclica "Veritatis splendor" sono tutte di nuovo presenti, con pari se non maggiore drammaticità.
    E rendono più che mai attuale anche la preghiera per restare "nello spìendore della verità" che si è levata domenica scorsa da tutte le chiese.
    Müller fuori. Ma il vero attacco è contro "Veritatis splendor" - Settimo Cielo - Blog - L?Espresso

    Gay Pride. San Paolo censurato nel lezionario ambrosiano
    di Diego de Acebes
    I cattolici hanno idee, belle chiare e distinte, direbbe un Descartes, perché non sono del singolo ma della Comunità dei Santi, dove la Chiesa le attinge direttamente dal suo unico Signore. Il battezzato scopre così, a poco a poco, come sia bella la Verità una volta che con fiducia si sia fatto conquistare. Ma c’è anche il giudizio. «E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie», parola di Gesù.
    Ed è una parola, rivolta a Nicodemo, che fa riflettere però tutti: forse non è la difficoltà del messaggio del Vangelo a fare problema, ma più probabilmente è il fatto che questo messaggio non piace. Siccome, però, se ne vede un’intrinseca bontà, il pio cattolico e il mondano coscienzioso non lo accantonano del tutto, piegandolo al loro gusto. Siamo di fronte a un bel guaio in tali casi, ma per fortuna abbiamo la Chiesa, mater et magistra. Anche qualora ci fosse un Vescovo eretico o addirittura un Papa di siffatta specie, si può ricorrere a comprendere i vari problemi studiando il bimillenario insegnamento della Chiesa, la quale – miracolo! – non è mai in contraddizione e che riporta sempre alla Verità.
    Nella nuova riforma liturgica del Lezionario della Liturgia ambrosiana (riforma molto discutibile e discussa) ci si imbatte in un caso particolare. Una Lettura domenicale ha richiamato la nostra attenzione, non perché questa colpisca in sé, ma per la sparizione di versetti incomprensibilmente tagliati. Nella II Domenica dopo Pentecoste è riportata come seconda Lettura un passo della Lettera ai Romani (1,22-25.28-32) e mancano incredibilmente due versetti. I seguenti: «[26] Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti, le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. [27] Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento».
    Di là dal fatto che dopo questi versetti il proseguo della Lettura si fa più chiaro, rimane un mistero questo omissis. Qualcuno penserà che sono parole troppo forti, ma allora si può ribattere che non si doveva proporre neppure il resto del brano. Dall’altro, permane un criterio non pienamente condivisibile: è come se ci trovassimo dinnanzi a versetti da non citare, anzi da evitare con cura, passi biblici – come ha detto qualcuno – “pornografici”. In realtà, in quei versetti è detto in modo chiaro come gli atti omosessuali non siano giustificabili da chi si professa cristiano. Neppure l’esegesi più avanzata può edulcorare questo passo, se non facendosi giudice di cosa ha valore nelle parole di san Paolo e cosa invece non lo ha. Che sia uno studioso o un metodo a stabilire questo è semplicemente ridicolo e teologicamente pericoloso.
    In questi tempi di gay pride milanese e non solo, la parola di san Paolo risuona forte e liberatrice, di una libertà certo non piena di mille colori né arcobaleno, ma una libertà vera. Del resto, con suggestiva immagine, l’Apostolo delle Genti ci ha rivelato che noi siamo liberi, perché liberti di Cristo, ossia da Lui liberati.
    Pertanto, nonostante tutte le aberrazioni della nuova riforma ambrosiana, che sono riusciti a scalfire la bellezza di un rito antichissimo con invenzioni e archeologismi opinabili, tra cui questo incomprensibile omissis, rimane intatta la regola della lex orandi, lex credendi. Si deve solo, dinnanzi ai taglia e cuci dei liturgomani, fare lo sforzo di prendere una Bibbia e leggersi le parti tralasciate.
    Gay Pride. San Paolo censurato nel lezionario ambrosiano ~ CampariedeMaistre

    VATICANO: COMPLIMENTI PER LA SELEZIONE DELLE ELITES.
    Maurizio Blondet
    Il monsignore delle orge sodomitiche con cocaina in Vaticano, monsignor Luigi Capozzi è un “ardente sostenitore di Papa Francesco”. E’ il segretario del cardinal Coccopalmerio, il difensore di “Amoris Laetitia” dai “Dubia”, ardente sostenitore anche lui di El Papa, in passato ha fatto dichiarazioni sugli “aspetti positivi” delle coppie omosessuali. E aveva proposto un segretario kulattone e drogato per la carriera vescovile.
    Mi resta il dubbio se Capozzi sia lo stesso “prelato appartenente ad un importante ordine religioso” il quale da mesi, hanno scritto i giornali, “nel tardo pomeriggio si mette a passeggiare avanti e indietro nei pressi di Sant’Anna, l’ingresso principale del Vaticano, ad adescare turisti e molestare militari, “come se una forza improvvisa, trascinante, irrefrenabile si impossessasse di lui fino ad indurlo a perdere ogni freno” . Penso sia un altro pervertito impunito. Anche lui sicuramente sostenitore ardente di Papa Francesco.
    Come tutti voi ho letto l’articolo Amoris Immunditiae, che per errore è stato postato sul sito come fosse mio – invece l’autore è Antonio Righi, e a pubblicarlo per primo è stata Libertà e Persona
    Festini gay in Vaticano e il cardinal Coccopalmerio | Libertà e Persona
    Come sarà diventato cardinale?
    Come tutti voi, mi viene anzitutto il desiderio di congratularmi con “papa Francesco”. Complimenti, lei davvero ha successo nel “mettere i moto processi, gettare semi, aprire spiragli”, come preconizzava in Evangeli Gaudium, per esplicare uno dei suoi “quattro principi” o pseudo-concetti, di per sé alquanto mattoidi: “Il tempo è superiore allo spazio”.
    I culattoni clericali non aspettavano che lei per scatenarsi, molestare militari, abbandonarsi senza vergogna né remore a quel che i culattoni fanno: il loro stile di vita “patologico, amorale, narcisistico” (nota). Prima si trattenevano un po’. Giustamente hanno interpretato la sua promozione alla testa dello IOR di monsignor Ricca, quello che conviveva con l’amante, un capitano svizzero, nella nunziatura apostolica di Uruguay in una “intimità così scoperta da scandalizzare numerosi vescovi, preti e laici, non ultime le suore che accudivano alla nunziatura.
    Quel Ricca che “nel 2001 recatosi come già altre volte – nonostante gli avvertimenti ricevuti – in Bulevar Artigas, in un locale di incontri tra omosessuali, fu picchiato e dovette chiamare in aiuto dei sacerdoti per essere riportato in nunziatura, con il volto tumefatto”. Quello nei cui bauli dell’amante “ furono trovate una pistola, consegnata alle autorità uruguayane, e, oltre agli effetti personali, una quantità ingente di preservativi e di materiale pornografico”
    Lei ha premiato il Ricca, “papa Bergoglio”, e cosa ne dovevano dedurre i culattoni brulicanti nei sacri palazzi? Lei ha scritto la Amoris Laetitia per consentire, senza dirlo, da furbo qual è, che si potrà dare la Comunione ai divorziati? E già i preti si son portati avanti: benedicono “nozze” di lesbiche, già padre Martin da lei scelto a dirigere le Comunicazioni in Vaticano augura ogni bene alle sfilate dei Gay Pride ed esorta la Chiesa a far propri i “doni speciali” di cui sono favoriti i sodomiti, già premono per il passo ulteriore: il matrimonio sacramentale delle coppie sodomitiche in Chiesa. Lei ha messo in moto processi, il resto viene da sé. Del resto, in quella Amoris Laetitia tanto amata dai laici illuminati e prelati progressisti e culattoni, non c’è il minimo consiglio alla castità, nessuna esortazione alla purezza, o almeno alla continenza – se non la si consiglia ai laici, volete che se ne sentano legati i cardinali? Quindi liberi tutti. Perché si sa, il tempo è superiore allo spazio.
    Dice che lei, Bergoglio non sapeva del passato scandaloso di Ricca, probabilmente notorio in tutto il Sudamerica. Ma quando l’ha saputo, mica lo ha allontanato dalla carica di vertice della banca vaticana (posizione in cui, fra l’altro, si può essere soggetti a ricatti). Forse per debolezza di cuore, bontà, benevolenza e abitudine al perdono? Chiedete ai Francescani dell’Immacolata, se il Papa non è capace di stroncare, imprigionare, punire, sciogliere.
    Bisogna tuttavia riconoscere che non è tutto e solo merito suo, “papa” Francesco: lei li ha promossi, esaltati e scatenati, ma in fondo se li è già trovati lì. Qualcuno prima di lei ha favorito la carriera di quei Coccopalmerio, di quei Kasper, di quei Ladaria, di quei Marx e Maradiaga; nessuno ha cercato di bloccarne l’ascesa … Complimenti gerarchia cattolica per la “selezione delle elites”. Eppure, bastava guardarli. Avete visto che facce? Nessuna di queste facce appartiene a qualcuno che si sia mai non dico macerato in digiuni e penitenze, ma nemmeno mai impegnato al primo gradino della vita cristiana. Facce di viziosi, di gaudenti, di tombeurs del femmes (o di hommes), facce lombrosiane da degenerati o da segnaletiche di polizia, da incalliti capibanda.
    Non si sa come, ma tutti i cardinali illuminati e grandi sostenitori di Bergoglio hanno queste facce. Sarà un caso? Quelli con facce non diciamo aduste ed ascetiche, ma normali, il Papa li caccia e li liquida selettivamente ad uno ad uno, con la mira precisa di un cecchino. Vuol circondarsi di quelle facce.
    Siccome dopo i settant’anni ognuno ha la faccia che si merita, quelle facce dicono qualcosa. Che la rivoluzione teologica e misericordiosa della Chiesa sia in mano a sporcaccioni?
    Che sia in fondo questa la chiave de grandi cambiamenti, della “accoglienza senza limiti”, della Chiesa ospedale da campo, della chiesa povera per i poveri?
    Non credo di dire una novità se faccio risalire questo tipo nuovo di selezione delle “elites vaticane” al Concilio. Più precisamente alla frase con cui papa Giovanni annunciava il Concilio tutto-misericordia:
    “Oggi la sposa di Cristo [la chiesa] preferisce ricorrere al rimedio della misericordia piuttosto che brandire le armi della severità”.
    Non fu subito chiaro che la medicina salutare della manica larga i prelati l’avrebbero adottata prima di tutto per sé, e le loro vite. A loro, anzitutto a se stessi, avrebbero cessato di usare severità. Eppure poco dopo Paolo VI lo disse proprio chiaro:
    “..incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù…”
    “Avremo nella vita della chiesa … un periodo di maggiore libertà, cioè di minori obbligazioni legali e di minori inibizioni interiori. Sarà ridotta la disciplina formale, abolita ogni arbitraria intolleranza, ogni assolutismo… Sarà promosso il senso di quella libertà cristiana, che tanto interessò la prima generazione cristiana, quando essa si seppe esonerata dall’osservanza della legge mosaica e delle sue complicate prescrizioni rituali”.
    Finita la disciplina formale, ecco i prelati che si portano i drudi in ambasciata, i vescovi di curia che molestano i militari davanti al Portone di Bronzo alla vista di tutti; ecco i monsignorini in carriera che si fanno di coca con gli amichetti delle loro notti. Ecco i più alti prelati che sparano le più mirabolanti eresie, eccitati del resto dall’esempio di El Papa che non sa aprir bocca senza spararne almeno due, ogni volta è un nuovo Vangelo personale (“La Chiesa non crede più all’inferno dove la gente soffre”, “Dio sta cambiando ed evolvendo come noi stessi”, eccetera).
    La conclusione di Scalfari, l’interlocutore preferito da El Furbo, è logica: “Francesco ha abolito il peccato”. La smentita della sala stampa vaticana (perché non da Bergoglio stesso? ) vuol dire poco.. Sono i prelati culattoni che hanno tratto la stessa conclusione, e si vede. “Minori obbligazioni legali, minori inibizioni interiori”, ecco il risultato.
    L’altra sentenza di Paolo VI, l’auspicio di quella “libertà cristiana, che tanto interessò la prima generazione cristiana, quando essa si seppe esonerata dall’osservanza della legge mosaica e delle sue complicate prescrizioni rituali”, mi evoca nella mente qualcosa.
    Come sapete (o forse no), mi sono a lungo occupato delle sette ebraiche aberranti, quelle dei “credenti” nel falso messia Sabbatai Zevi, e nel falso messia polacco Jacob Frank. L’essenziale delle loro credenze era: l’arrivo del Messia abolisce la Legge; siccome il Messia è arrivato, non siamo più tenuti ai comandamenti. Dunque possiamo celebrare scambi delle donne, e fornicazioni rituali – cosa che infatti in queste sette si praticava e si pratica probabilmente ancora. Questa suggestione percorre tutto l’ebraismo, anche ai tempi di Gesù, se Egli ha avvertito che “non sono venuto a cambiare un solo iota” della Legge. Sabbatai Zevi, per scampare alla morte, finse di convertirsi all’Islam, Frank al cattolicesimo. Per i seguaci, Zevi compiva così la sua vera missione messianica, “scendere oltre le porte dell’impurità”, ipostatizzare era la vera salvazione. Violare la Torah era diventato da allora il vero suo adempimento. Di lì, la conclusione che “la salvazione si ottiene attraverso il peccato”. Del resto, il kabbalistico Tikkunei ha-Zohar (tikkun 69) sentenzia: “In alto non vigono più leggi d’incesto”, e loro, i veri credenti, sono ormai stati esentati perché vivono “in alto”.
    Ebbene: un altro testo kabbalistico scritto in Spagna nel tredicesimo secolo, Sefer ha-Temmunah, dà una spiegazione (chiamiamola così) molto d’attualità: i precetti della Torah, positivi e negativi, i dieci comandamenti, vanno applicati alla lettera in questo eone, perché questa epoca è sotto il segno del “rigore”. Ma YHVH ci darà la prossima epoca: in cui la stessa Torah sarà letta in modo diverso: “Ciò che è al presente proibito sarà permesso”. Ciò perché questo nuovo eone, questa nuova epoca, sarà sotto il segno della misericordia (rahamim).
    (Gershom Scholem, Le Messianisme Juif, 1974, pagine 177-178)
    VATICANO: COMPLIMENTI PER LA SELEZIONE DELLE ELITES. - Blondet & Friends




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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    La Repubblica Sociale Italiana e la sua Fatima
    Nuova edizione dello studio di Pietro Cappellari su un evento straordinario del 1944
    La Repubblica Sociale Italiana e la sua Fatima
    Nel pomeriggio del 13 Maggio 1944, nel XXVII anniversario dell’apparizione della Madonna di Fatima, la Sacra Famiglia si mostrò ad una bambina di Ghiaie di Bonate (Bergamo), tale Adelaide Roncalli, di 7 anni. Questo episodio fu l’inizio di una serie di eventi eccezionali, distinti in due cicli di apparizioni: il primo dal 13 al 21 Maggio e il secondo dal 28 al 31 Maggio, per un totale di tredici fenomeni. La notizia della manifestazione ad Adelaide si sparse in un baleno e decine di migliaia di persone si riversarono su Ghiaie, chi per curiosità, chi per fede, chi in cerca di un miracolo. All’ultima apparizione, si stima, parteciparono circa 90.000 persone. Per alcuni furono molte di più. Si trattò dunque di un evento eccezionale, che interessò tutta l’Italia settentrionale, in quei mesi amministrata dalla Repubblica Sociale Italiana. Eppure, nei numerosi testi che parlano della storia della RSI, questo evento è del tutto ignorato.
    Il fenomeno provocò problemi alle Autorità locali della Repubblica di Mussolini, che però riuscirono sempre a far fronte alla situazione di emergenza anche grazie all’ausilio di decine di Agenti della Polizia Repubblicana e Militi della GNR, impegnati durante queste manifestazioni nel garantire l’ordine pubblico e nell’assistenza ai pellegrini. Tant’è vero che, nonostante l’enorme afflusso di persone che raggiunsero le località in questione, incredibilmente, mai si verificarono incidenti.
    Recenti studi hanno ripreso la storia di quanto avvenuto, proponendo ulteriori riflessioni su un fenomeno che, comunque, ebbe dello straordinario. Tuttavia, molte di queste ricostruzioni risultano viziate da un malcelato antifascismo militante, che è arrivato a sfruttare anche questa storia per i suoi fini politici. Si è infatti addirittura scritto che la bambina-veggente sarebbe stata perseguitata dai “nazifascisti”, con tanto – addirittura – di intervento sul caso di Hitler. Tutte ricostruzioni prive fondamento che hanno solo contribuito, allontanandosi dalla realtà dei fatti, a screditare l’evento misterioso.
    Già nel 2011, Pietro Cappellari aveva smontato questo castello di menzogne con un breve saggio subito esaurito ed immediatamente ristampato. Il ritrovamento di nuovi documenti storici sulla RSI in provincia di Bergamo, l’uscita del diario del Vescovo di allora e l’esaurimento anche della seconda edizione, hanno portato lo studioso a scrivere una nuova edizione (la terza), riveduta ed ampliata, del suo saggio intitolato “La Fatima della Rsi” (Ed. Fondazione della RSI - Istituto Storico Delegazione di Mantova, giugno 2017), con il quale ha inteso riportare l'attenzione su un evento importante avvenuto durante gli anni della Repubblica Sociale Italiana.
    La Repubblica Sociale Italiana e la sua Fatima - giornaleditalia

    500 anni della riforma protestante "il numero di visitatori è di gran lunga al di sotto delle previsioni"
    Le cifre danno ragione anche alle nostre previsioni: il flop dei partecipanti ai festeggiamenti per i 500 anni della riforma protestante è un dato di fatto recentemente sottolineato dagli organi di stampa tedeschi.
    Da prendere nota che diverse organizzazioni cattoliche si sono date molto da fare per portare turisti nei "luoghi luterani" scrivendo pure, a sproposito, che trattasi di: "un Giubileo particolare dato che ci aiuterà a comprendere il significato delle scelte fatte dal grande riformatore protestante, il quale, in un periodo particolare della Chiesa ha voluto riscoprire l’essenziale del messaggio del Cristianesimo".
    Confusione, confusione, colpevole confusione e inganno !
    AC
    Germania, flop del Giubileo per i 500 anni della Riforma.
    Ad appassionarsi a Lutero sono ormai solo i cattolici
    Il Giubileo per i 500 anni della Riforma protestante rischia di diventare il flop dell’anno.
    A scriverlo è stata la Frankfurter Allgemeine Zeitung nella sua edizione domenicale. Le celebrazioni stanno avendo molta meno risonanza di quando le Chiese luterane si aspettassero. In quasi tutte le grandi esposizioni dedicate all’anniversario, il numero di visitatori è di gran lunga al di sotto delle previsioni.
    Alla mostra centrale allestita nella città di Lutero, Wittenberg, aperta per la durata di quattro mesi e per la quale si punta ai 500mila visitatori, dopo un mese si sono viste solo 40mila persone.
    Al Kirchentag della Chiesa evangelica, a fine maggio a Berlino, erano in 106mila contro i previsti 140mila.
    Alla cerimonia di chiusura a Wittenberg, secondo gli organizzatori erano presenti in 120mila: tutto era stato preparato per ospitarne 200mila.
    La maggior discrepanza tra attese e dati reali si è registrata proprio nelle terre storicamente luterane della Germania centrale.
    A Lipsia, per esempio, si sono contati 7.500 visitatori paganti: ne erano attesi almeno 50mila.
    MiL - Messainlatino.it: 500 anni della riforma protestante "il numero di visitatori è di gran lunga al di sotto delle previsioni"

    Famiglia Cristiana, lo sciopero del giornale: altro colpo per il "sindacalista" Papa Francesco
    Ora possiamo dire che il Papa meno carismatico della storia umana - questo - abbia fallito anche sul fronte sindacale, inteso come quel fronte da lui misteriosamente aperto alcuni anni fa a tutela di singole aziende e soprattutto di singoli gruppi di lavoratori. L’ultima notizia è che, dopo infinite prediche del Pontefice sui doveri virtuosi degli imprenditori, l’editore di Famiglia Cristiana ha azzerato gli accordi integrativi con i giornalisti: che hanno proclamato tre giorni di sciopero. Una cosa, banalmente, mai accaduta prima.
    Si parla di 34 giornalisti (4 sono sacerdoti) che appunto rivendicano come le parole di Papa Francesco sul lavoro siano state ignorate proprio dalle parti di casa sua, cioè in quelle Edizioni San Paolo dove le cose - neppure lì - vanno bene come una volta: Famiglia Cristiana un tempo superava il milione di copie e adesso è sulle 200mila. Così l’amministratore dei Paolini Rosario Uccellatore (si chiama così) ha fatto capire che o si tagliano i salari o si tagliano i giornalisti, non si scappa. E il Papa? Tutti si richiamano a lui e alle sue parole.
    Morale: tre giorni di sciopero contro la decisione dell’editore di azzerare i premi di produzione, i premi per gli articoli online, gli straordinari forfettizzati, i possibili pensionamenti e prepensionamenti: roba da lavoratori normali, insomma. Ed ecco tutti i giornalisti a tirare in ballo il Papa per un problema mica di soldi, ma di «credibilità». In effetti, per il Papa, c’era da guardarsi in casa già da tempo: nella Santa Sede per esempio sono alle prese con la fusione tra Radio Vaticana e il Centro Televisivo Vaticano, ergo con problemi di mobilità e ancora prepensionamenti. C’era da guardarsi in casa anche quando intervenne, il Papa, per scongiurare licenziamenti e il trasferimento di SkyTg24 da Roma a Milano: nel marzo scorso parlò di «manovre economiche e negoziati poco chiari» e disse che colui che toglie lavoro all’uomo «fa un peccato gravissimo». Dalle parabole evangeliche a quelle di Sky montate sui balconi: ma, anche se i più magari faticano a ricordarlo, l’interventismo sindacale del Papa ha una storia ben più dettagliata.
    In passato gli capitò di menzionare l’Ilva di Taranto, anche se la vicenda riassumeva il rapporto tra uomo e ambiente e toccava temi di salute pubblica: non era proprio un appoggio sindacale. Ma lo fu, quello ai dipendenti di Almaviva e a tutti lavoratori dei call center (aprile 2016) proprio il giorno prima che le parti si incontrassero. Ma c’era stato anche il discorso rivolto ai lavoratori dell’Ast di Terni nel settembre 2014. E l’intervento nella Vertenza Indesit coi lavoratori accolti in udienza: «Auspico una rapida ed equa soluzione». E il discorso fatto ai lavoratori della Sardegna (a Cagliari, settembre 2013) e ancora, nello stesso periodo, l’incontro programmato a Roma tra la delegazione dei lavoratori della Eon di Fiumesanto: saltò solo per un ritardo del volo Alitalia in partenza da Alghero. Ma la rassegna stampa sugli interventi del Papa sul mondo del lavoro è molto, molto più estesa. Sui modelli aziendali che producono scarti umani. Sul lavoro nero. Sulla precarietà. Sul diritto alla pensione. Tutte uscite anomale, per un Papa: parole che tuttavia, in ogni occasione, denotavano uno scollamento dalla realtà e un certo qualunquismo lapalissiano. Devono averlo pensato anche dalle parti di Famiglia Cristiana.
    Famiglia Cristiana, lo sciopero del giornale: altro colpo per il "sindacalista" Papa Francesco - Libero Quotidiano

    Il cardinale cacciato dal Papa: "Non può trattarci così"
    Gerhard Ludwig Müller accusa il Papa: "Anche l'insegnamento sociale della Chiesa dev'essere applicato al modo in cui i lavoratori vengono trattati qui in Vaticano"
    Luca Romano
    Tira un clima di tempesta in Vaticano, dopo la cacciata del cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller dalla Congregazione della dottrina per la Fede.
    Molti, soprattutto tra coloro che si oppongono alle aperture di papa Francesco, hanno letto la rimozione del porporato tedesco come una vera e propria epurazione ai danni della frangia conservatrice della Chiesa. E ora lo stesso cardinale, in un'intervista al quotidiano tedesco Passauer Neue Presse, rilancia questa accusa.
    L'ex prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede ha infatti parlato di un trattamento "inacettabile": "Non posso accettare questo modo di fare le cose". E ancora: "Il Papa non può trattare le persone in questo modo".
    È dall'elezione di papa Francesco che si registrano tensioni con Müller. Nel 2015 il cardinale firmò una lettera in cui venivano espresse preoccupazioni sulle procedure del Sinodo dei vescovi sulla famiglia e, soprattutto, sul testo che era stato elaborato "configurato per facilitare risultati predeterminati su importanti questioni controverse".
    E Müller striglia il Papa anche su uno dei temi più cari al pontefice, quello della giustizia sociale: "Anche l'insegnamento sociale della Chiesa dev'essere applicato al modo in cui i lavoratori vengono trattati qui in Vaticano".
    Il cardinale cacciato dal Papa: "Non può trattarci così" - IlGiornale.it

    Avanti cattogay, a colpi di menzogne
    di Riccardo Cascioli
    Non ci sono soltanto i gay praticanti a far parte di quella lobby che – come dicevamo pochi giorni fa citando l’allora cardinale Ratzinger – ha l’obiettivo di sovvertire l’insegnamento della Chiesa in materia di sessualità. Ci sono anche tanti vescovi e laici che in nome del discernimento e del “non giudicare” favoriscono e favoreggiano i rapporti omosessuali, facendo finta di non approvarli. Di esempi ce ne sono molti anche in Italia, ma in questi giorni - oltre al caso di Sant'Arcangelo di Romagna che presentiamo oggi in un altro articolo - ce ne è stato offerto uno dall’arcivescovo di Gorizia, Carlo Alberto Maria Redaelli, spalleggiato dal quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, Avvenire, nella persona dell’ormai irrefrenabile Luciano Moia.
    Tutto nasce da quanto accaduto a Staranzano, paesone di 7mila abitanti nella diocesi di Gorizia, dove un educatore scout (Agesci) convola in unione civile con il suo convivente; il parroco lo invita opportunamente a lasciare il suo ruolo di educatore in parrocchia, ma il vice parroco – che è anche l’assistente scout – non è d’accordo e partecipa anche all’unione civile del suddetto. Dopo averci pensato ben 20 giorni, interviene finalmente il vescovo che, dice compiaciuto Avvenire, «spiazza tutti».
    E ci credo che spiazza tutti, il vescovo dice il contrario di quanto la Chiesa ha sempre insegnato; al magistero della Chiesa ci aveva già pensato il parroco che, sul bollettino parrocchiale, aveva scritto che ognuno può scegliere di fare quel che vuole secondo le leggi dello Stato, ma «come cristiano devo tener conto di quale sia la volontà di Dio». E siccome sulla famiglia, seguendo Cristo, «la Chiesa annuncia la grandezza e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna», va da sé che il capo scout che celebra nozze omosessuale non testimonia ciò che è vero. Tutti sono accolti nella Chiesa, dice il parroco, ma le responsabilità educative richiedono almeno condividere e credere ciò che la Chiesa crede. Per la cronaca – questo Avvenire ovviamente non ve lo dirà mai – il parroco già da tempo aveva cercato (invano) di coinvolgere il vescovo, visto che le tendenze omosessuali e la convivenza dell’educatore scout erano ben note a tutti.
    Fin qui il parroco, ma il vescovo no: lui fa parte della nuova Chiesa del Discernimento, per cui va «alla ricerca della grazia» anche in questa situazione; il che «vuol dire anche individuare la volontà di Dio per la propria vita nella concretezza della situazione in cui si trova». E guai a pretendere «sempre e comunque princìpi chiari, astratti e immodificabili».
    Insomma, ci dice la Genesi che Dio creò l’uomo maschio e femmina, ma non si deve usare questo criterio per giudicare le singole situazioni – secondo il vescovo Redaelli e Avvenire – perché pare di capire che sia possibile che Dio si è pentito di aver ispirato quel principio astratto e magari nella situazione concreta vuole che il capo scout si unisca civilmente a un altro uomo. Perciò il diretto interessato, la direzione dell’Agesci, i parrocchiani tutti si devono mettere «in ascolto dello Spirito senza pretendere di trovare ricette preconfezionate nelle Scritture o nella tradizione canonica» (il cardinal Martini docet). «È il grande principio del massimo bene possibile qui ed ora – ci annuncia trionfante Moia - richiamato più volte in Amoris Laetitia».
    Evito di dilungarmi ulteriormente sulle varie amenità che costellano articolo e dichiarazioni del vescovo. Tiriamo invece alcune brevi conclusioni che si possono trarre da questa vicenda, conclusioni esemplari che fanno capire su cosa poggi questa neo-Chiesa:
    1.
    Il bene e il male, in quanto tali, non esistono più. Tutto dipende dalla singola situazione e dalla persona. Ciò che è male per uno, diventa il “massimo bene possibile” per un altro. La legge naturale, le azioni intrinsecamente malvagie, la certezza di ciò che è il bene a cui tendere, tutto spazzato via. È il trionfo del relativismo, la negazione di ciò che la Chiesa insegna da Duemila anni;
    2.
    Il discernimento è la maschera per coprire le reali intenzioni delle guide della nuova Chiesa. Mai si dice quali siano i criteri del discernimento, né quale sia la meta di un cammino del genere. Non a caso: perché il discernimento è una forma ipocrita per far passare cambiamenti dottrinali senza avere il coraggio di dirlo apertamente. C’è un Catechismo che a proposito degli atti omosessuali parla di disordine intrinseco? E chi se ne frega, noi ignoriamo il Catechismo, parliamo di discernimento ed ecco che gli atti omosessuali – senza aver mai esplicitamente negato la dottrina – diventano accettabili, in alcuni casi addirittura provvidenziali;
    3.
    Ingrediente fondamentale è la manipolazione delle Scritture, a mo’ di confessione protestante. Ne prendo un pezzo, lo tiro fuori dal contesto, evito di citare passi che possono contraddire quel che voglio affermare e così via. Il vescovo Redaelli, ad esempio, per giustificare la presenza della grazia in una unione omosessuale cita san Paolo nella Lettera ai Romani, dove dice che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio». Ma non solo nel capitolo 8 della Lettera ai Romani San Paolo fa questa affermazione a proposito delle sofferenze del tempo presente – cosa che non c’entra proprio nulla con la vicenda delle unioni gay -; nella stessa Lettera ai Romani, alla fine del primo capitolo san Paolo si era già scagliato contro gli omosessuali. Vale la pena riportare il brano:
    «Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa» (nota per quelli che vedono omofobi dappertutto: San Paolo non parla di morte corporale ma di morte spirituale).
    4.
    E questo risponde anche all’altro artificio retorico: affermare che si tratta di confrontarsi con «tematiche inedite che prima non esistevano o finivano sotto silenzio», ci dice Avvenire. Tematiche inedite? San Paolo sembra conoscerle molto bene, ma anche nell’Antico Testamento sono tematiche ben note (Moia, ricordi Sodoma?).
    La realtà è che solo un cumulo di menzogne può sostenere certi atteggiamenti e la complicità con l’agenda omosessualista. Ma questo è oggi un pensiero che domina nella Chiesa. Che si sappia.
    Avanti cattogay, a colpi di menzogne

    LA BOMBA
    Joseph Ratzinger, l'attacco a Papa Francesco nel messaggio al funerale del cardinale?
    Bufera per le parole scritte da Joseph Ratzinger, il Papa emerito, in occasione del ricordo del cardinale Joachim Meisner, cardinale dei dubia da poco scomparso. Il testo del messaggio è stato diffuso da Marco Tosatti, vaticanista de La Stampa. Di seguito, le parole che hanno creato stupore: "Ma la cosa che più mi ha commosso è che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita (...) sempre di più la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi". Frasi che sembrano un duro attacco rivolto a Papa Francesco.
    Joseph Ratzinger, l'attacco a Papa Francesco nel messaggio al funerale del cardinale? - Libero Quotidiano

    "La barca di Pietro a volte ricoperta fino a capovolgersi". Polemica sulle parole di Ratzinger
    In un messaggio per la morte del cardinale Meisner, l'ex pontefice scrive: "Ma la cosa che più mi ha commosso è che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita…sempre di più la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi…"
    Luca
    Hanno provocato una vera e propria bufera tra i vaticanisti le parole scritte da Jospeh Ratzinger in occasione del ricordo del cardinale Joachim Meisner, uno dei cardinali dei dubia sottoposti al Papa, da poco scomparso.
    Il testo del messaggio è stato diffuso da Marco Tosatti, vaticanista della Stampa: "Sappiamo che era un pastore appassionato, e l’ufficio di pastore è difficile, proprio in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di pastori che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo".
    "Ma la cosa che più mi ha commosso è che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita…sempre di più la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si riempie fino quasi a capovolgersi…".
    Le parole sui pastori sottomessi allo spirito del tempo, e sulla barca di Pietro in pericolo, hanno provocato la reazione di due vaticanisti: Massimo Faggioli e Alberto Melloni. Il primo ha scritto su Twitter: "Sarebbe bello sapere chi ha scritto il messaggio di Joseph Ratzinger al funerale del cardinale Meisner".
    Mentre il secondo, ritwittando il messaggio, ha detto: "Esiste un proto-Ratzinger, un deutero-Ratzinger e ora anche uno pseudo-Ratzinger che allude negativamente al papa...".
    "La barca di Pietro a volte ricoperta fino a capovolgersi". Polemica sulle parole di Ratzinger - IlGiornale.it

    Ratzinger, Meisner, Müller
    Andrea Mainardi
    Torna a parlare il Papa emerito Joseph Ratzinger. Lo fa in un omaggio, letto per lui dall’arcivescovo Georg Gänswein, sabato mattina ai funerali dell’amico Joachim Meisner. Con parole che in molti passaggi richiamano all’attualità del dibattito nella Chiesa. E non solamente perché Meisner era uno dei quattro cardinali che hanno manifestato a Papa Francesco i loro dubia a proposito di Amoris Laetitia.
    “SERVONO VESCOVI CHE SAPPIANO RESISTERE ALLO SPIRITO DEL TEMPO”
    Scrive Ratzinger di Meisner: “Sappiamo che per lui, pastore appassionato, fu difficile lasciare l’ufficio, proprio in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di pastori convincenti, che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo e sappiano vivere con fede e ragione”. Spirito del tempo – Zeitgeist nell’originale tedesco – è lo spirito mondano (per dirla con un aggettivo tanto utilizzato da Benedetto). Spirito che trionfa nella “dittatura del relativismo”, denunciava Ratzinger nel 2005.
    “LA BARCA DELLA CHIESA PIENA FIN QUASI A CAPOVOLGERSI”
    C’è un paragone ancora più diretto: l’immagine della barca. Riferendosi a Meisner, sotto le volte del duomo di Colonia è risuonata la frase: “Ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita sempre di più la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi”. Dodici anni fa descriveva la “piccola barca del pensiero di molti cristiani… non di rado agitata” dalle onde delle mode ideologiche. Per il Ratzinger 2005 la barca era agitata. Oggi dipinge un quadro molto più drammatico. La mareggiata si è trasformata in bufera che quasi “capovolge” la barca.
    RIFERIMENTI AI DUBIA E ALLA CURA DELLA LITURGIA?
    Ricordando Meisner, Ratzinger sceglie di evidenziare due caratteristiche in particolare del suo sacerdozio: la gioia di vivere il sacramento della Penitenza e la centralità dell’adorazione eucaristica. Si potrebbe sottolineare che Confessione ed Eucarestia sono i due sacramenti al cuore dei dubia sottoposti dai quattro cardinali a Bergoglio. O ricordare quanto il prefetto del Culto divino, il cardinale Robert Sarah, tanto insiste proprio sul silenzio e l’atteggiamento di adorazione nella liturgia.
    Il Papa emerito ricorda quanto fosse stato importante, per l’allora arcivescovo di Colonia, che alla Giornata mondiale della gioventù nella sua città fosse prevista un’adorazione eucaristica al centro della veglia notturna con oltre un milione di ragazzi. Rivela Benedetto: “Alcuni esperti di pastorale e di liturgia ritenevano che il silenzio non potesse essere raggiunto con un così gran numero di persone. Alcuni poi erano del parere che l’adorazione eucaristica fosse superata in quanto tale, perché il Signore dovrebbe essere ricevuto nel Pane eucaristico e non guardato. Ma è diventato chiaro che non si può mangiare questo Pane come un qualsiasi altro cibo”. Il sacramento va adorato perché richiede, esige tutte le dimensioni dell’esistenza. Per questo “la ricezione deve essere adorazione”.
    SEGUIRÀ DIBATTITO?
    Dopo la rinuncia diventata effettiva il 28 febbraio 2013, raramente Benedetto XVI ha preso la parola. Ogni volta che l’ha fatto, ha scontentato e scatenato reazioni stizzite di alcuni “bergogliani”.
    “È un libro che non dovrebbe esistere”, disse, delle Ultime Conversazioni uscite lo scorso anno, il direttore della rivista dei gesuiti tedeschi Stimmen der Zeit.
    Per avere firmato la prefazione all’edizione tedesca e italiana del volume del cardinal Robert Sarah, La forza del silenzio, l’Emerito è stato tacciato di interferenza nel governo della Chiesa. E solo per avere definito il prefetto del Culto divino (scelto da Bergoglio) l’uomo giusto al posto giusto. Per quelle righe c’è chi ha invocato una sorta di esilio definitivo: “L’emerito deve allontanarsi dal Vaticano e tacere per sempre”. L’intervento inviato da Benedetto XVI a Colonia in memoria dell’amico cardinale ha tutta l’aria di procurare più di un’uggia.
    Ratzinger, Meisner, Müller e il tweet bergogliano di Melloni - Formiche.net




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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    LA DOTTRINA DELLA NUOVA CHIESA ... DI PAGLIA!
    “NON C'È BISOGNO DI DIFENDERE I VALORI CRISTIANI, SI DIFENDONO DA SOLI” (V. PAGLIA)
    Un arcivescovo vaticano di alto rango, colui che è stato chiamato dal papa Francesco a guidare l'Accademia Vaticana Pro Vita e l'Istituto Teologico per il Matrimonio e la Famiglia, istituzioni cardine su cui si poggia tutto il Magistero dogmatico, la Sacralità e l'autorevolezza della Chiesa, ha affermato in una recente intervista che "i valori cristiani non hanno bisogno di essere difesi perché si difendono da soli". OHIMÈ ... SIAMO ALLA FRUTTA! a dirla con il "predicatore" Cantalamessa.
    Liberamente tratto da un'articolo di Pete Baklinski
    Non C'è Più Vita Nell' Accademia Di Wojtyla!
    L'arcivescovo Vincenzo Paglia ha respinto le preoccupazioni che le riforme controverse di Papa Francesco della Pontificia Accademia per la Vita e l'Istituto per il Matrimonio e la Famiglia Papa Giovanni Paolo II, che l'Arcivescovo guida, trova un po' di riluttanza a lottare per i valori cristiani. "Sono così sicuro del potere dei valori cristiani che non mi sembra necessario difenderli, si difendono da soli", ha detto in un'intervista al settimanale cattolico Alfa y Omega pubblicata oggi in lingua inglese.
    Maria Madise della Voce della Famiglia ha definito "scandaloso" ascoltare un prelato vaticano di così alto-rango e con pesanti responsabilità che trascura la necessità di difendere i valori cristiani.
    “L'opinione dell'arcivescovo Paglia che i valori cristiani nella società odierna non hanno bisogno di essere difesi, perché si difendono da soli, sarebbe una dichiarazione scioccante se esposta da un qualsiasi cattolico. Ma arrivando dalla "testa" della Pontificia Accademia per la Vita di fronte a un degrado senza precedenti della vita umana, è scandaloso".
    Mons. Paglia ha affermato che chi mette in discussione il suo impegno a difendere la vita è "malato di mente" e ha rincarato che essi stessi non difendano la vita perché non sono "contrari alla pena di morte" o non parlano di "omicidi legati alle armi negli Stati Uniti".
    Paglia ha suggerito nell'intervista che l'insegnamento della Chiesa sulla vita, il matrimonio e la famiglia prima di Papa Francesco era inadeguato nel trattare "la vita umana in tutta la sua complessità". Ha detto che l'Accademia per la Vita deve "ampliare il proprio orizzonte" e avviare una "riforma", quella che egli ha definito "allargamento delle prospettive".
    “L'Accademia, che si è concentrata sulle questioni bioetiche, deve ampliare i suoi orizzonti. Deve comprendere sia la vita stessa che le fasi della vita. La riforma significa prendere le misure alla vita umana in tutta la sua complessità, in tutti i suoi aspetti e condizioni, nel contesto del rapporto tra l'uomo e la creazione.... Tutto ciò richiede una ridefinizione, un'ampia prospettiva, più aree di Studio, un rinnovamento"
    Paglia è l'arcivescovo che è stato raffigurato in una pittura omo-erotica commissionata nella sua cattedrale e che ha supervisionato il rilascio di un controverso programma di educazione sessuale nel 2016, durante la Giornata Mondiale della Gioventù in Polonia.
    Judie Brown, presidente della Lega americana pro vita, ha definito la "nuova strategia" di Paglia "un insulto a Cristo e alla sua sposa, la Chiesa". “La cultura di oggi manca soltanto di una cosa: e cioè l'accettazione della verità che Dio e le sue leggi sono un faro di luce che salva le anime", ha detto a LifeSiteNews. "L'insegnamento cattolico non è adesso, né è mai stato, né sarà mai, carente"
    La Brown ha affermato che il suggerimento dell'arcivescovo, che l'insegnamento della Chiesa sulla vita, il matrimonio e la famiglia è in qualche modo inadeguato nel rispondere alle complessità di oggi, costituisce un tradimento della Chiesa e di quel Dio che afferma di servire.
    “Quello che Paglia dice tradisce non solo l'insegnamento della Chiesa ma è un esempio del quadro mentale che ho di lui, che sputa in faccia a Cristo stesso. Le sue parole sono un insulto alla verità"
    Michael Hichborn, presidente dell'Istituto Lepanto statunitense, ha criticato la "nuova strategia" di Paglia.
    “I santi in tutta la storia non hanno mai progettato, pianificato o fatto strategie sul loro modo di fare proseliti, ma semplicemente hanno sempre e dovunque predicato la verità - ha detto a LifeSiteNews - Se l'arcivescovo Paglia vuole provare qualcosa di nuovo, forse dovrebbe suggerire ai sacerdoti di predicare da tutti i pulpiti in tutto il mondo senza nessuna incertezza che l'aborto, la contraccezione e la sodomia sono tutti peccati da condannare e quelli che sono impegnati in queste pratiche corrono il pericolo dell'Inferno"
    Hichborn ha inoltre affermato che: “Il modo più veloce per distruggere una Verità semplice è quello di scrivere di tutto su di essa. La Chiesa è stata costantemente chiara nei suoi insegnamenti sulla vita umana, sulla sessualità e sulla famiglia e chiunque pensi altrimenti o non ha prestato attenzione o ha un programma diverso e contrario.
    Da parte sua, tuttavia, l'arcivescovo Paglia afferma: “La vita nel suo pieno senso richiede un approccio più articolato che il semplice ripetersi di un principio che viene descritto come non negoziabile". Ma la Chiesa cattolica ha sempre insegnato che ci sono cose che non sono negoziabili, che i fedeli cattolici non potranno mai mettere in discussione.
    In un'esortazione del 2011 su come i cattolici dovrebbero votare, Papa Benedetto XVI° ha dichiarato che i temi della vita, della famiglia e dei diritti genitoriali nell'istruzione sono "non negoziabili".
    Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l'obiettivo principale dei suoi interventi nell'arena pubblica è la protezione e la promozione della dignità della persona, e quindi sta consciamente attirando un'attenzione particolare su principi che non sono negoziabili. Benedetto specificamente ha detto che "la protezione della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento della concezione fino alla morte naturale" è la prima non negoziabile nell'elenco.
    https://ultimo-papa.blogspot.it/2017...di-paglia.html



    Generale Sosa, problemi col I comandamento? La preghiera buddista e il vizietto del sincretismo
    di Lorenzo Bertocchi
    Sbuca dalla Cambogia la foto del padre generale della Compagnia di Gesù impegnato nella preghiera interreligiosa con un gruppo di buddisti. Insieme a un confratello, Padre Arturo Sosa Abascal, eletto lo scorso ottobre nuovo “papa nero”, viene ritratto quando nei primi giorni di luglio ha partecipato a un incontro per la pace e la riconciliazione che ha previsto anche questo momento nel tempio.
    L'episodio si va ad aggiungere ad altri dal sapore sincretistico che hanno visto coinvolti vari prelati, come ad esempio quello abbastanza folkloristico che qualche che tempo fa ha coinvolto il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, impegnato in una danza del culto alla “Pacha mama”, la Madre Terra, in Argentina. Un altro episodio abbastanza recente risale al 2015, e ha coinvolto i vescovi del Cile impegnati in una ordinazione episcopale; per propiziare la nuova consacrazione di monsignor Moises Contreras Athisa si è pensato bene di coinvolgere un “sacerdote” delle divinità inca, che ha svolto la sua invocazione con tanto di rito al dio sole. Il tutto prima della messa e con la piena compartecipazione dei vescovi, tra cui il cardinale Ricardo Ezzati, e il neo consacrato.
    Che avvenimenti di questo tipo, eventi di preghiera in comune, debbano restare delle assolute “eccezioni” lo aveva già spiegato in più occasioni il cardinale Ratzinger, indicando anche quegli elementi essenziali per evitare che si creasse confusione. Perché il relativismo religioso è un dato di fatto, molti ritengono che ogni via a Dio valga l'altra, senza alcuna possibilità di critica razionale al fenomeno religioso in merito alla sua veridicità e bontà per l'uomo in quanto uomo. Inoltre, si può consumare una vera e propria idolatria, visto che il primo comandamento rimane come orizzonte molto chiaro.
    Tra l'altro il cardinale Ratzinger nel celebre saggio Fede Verità e Tolleranza si preoccupava anche della contro-testimonianza che un cristiano dà quando partecipa ad eventi di questo tipo che non sono ben impostati. «Se chi non è cristiano», scriveva, «potesse o dovesse trarre, dalla partecipazione di un cristiano, una relativizzazione della fede in Gesù Cristo, l'unico Redentore di tutti, allora tale partecipazione non dovrebbe avere luogo. Infatti essa, in questo caso, indicherebbe la direzione errata, orienterebbe all'indietro invece che in avanti nella storia delle vie a Dio». Insomma, se la fede si espande per attrattività, qui si corre il rischio di allontanare più che di avvicinare.
    Generale Sosa, problemi col I comandamento? La preghiera buddista e il vizietto del sincretismo



    L'irresistibile ascesa della lobby gay
    di Riccardo Cascioli
    C’è una questione omosessualità nella Chiesa, e si sta ponendo in maniera sempre più diretta. Ne è un esempio padre James Martin, gesuita molto noto, firma di punta della rivista dei gesuiti “America”, le cui uscite omosessualiste si stanno moltiplicando da quando nell’aprile scorso è stato nominato consultore del Segretariato per le Comunicazioni.
    A garantirgli passaggi tv e recensioni sui giornali è il suo libro recentemente uscito: Building the bridge – How the Catholic Church and the LGBT Community can enter in a relationship of respect, compassion and sensitivity (Costruire il ponte – Come la Chiesa cattolica e la comunità LGBT possono relazionarsi con rispetto, compassione e sensibilità).
    Non passa settimana che non si debba registrare un qualche suo appello o provocazione. L’ultima è un’intervista nei giorni scorsi alla CNN, in cui padre Martin invita i sacerdoti gay a fare coming out «per mostrare come è una persona gay». Non solo, padre Martin afferma che c’è un cambiamento nel modo in cui la Chiesa affronta il tema dell’omosessualità, e i motivi – dice il gesuita americano – sono essenzialmente due.
    Il primo è Papa Francesco, ovvero la sua “apertura” sull’argomento: padre Martin ricorda il «Chi sono io per giudicare?»; l’incontro pubblico con Yayo Grassi, il suo ex studente gay, durante la visita negli Stati Uniti; le aperture contenute nell’Amoris Laetitia; la nomina di vescovi negli Stati Uniti più gay friendly. A questo proposito si noti che il libro di Martin gode della prefazione e post-fazione proprio di due cardinali americani: James Tobin, arcivescovo di Newark, e Kevin Farrell, neo-prefetto del Dicastero per Laici, Famiglia e Vita.
    Il secondo fattore, dice ancora padre Martin nell’intervista alla CNN, è il crescente numero di cattolici LGBT che fa coming out e impone alla Chiesa di prendere in considerazione questa realtà. Da qui l’invito alle migliaia (numeri offerti da Martin) di parroci con tendenze omosessuali a venire allo scoperto. Sarebbe la svolta decisiva nella Chiesa.
    Svolta verso cosa? Lo aveva spiegato perfettamente l’allora cardinale Ratzinger nella lettera scritta da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1986 sulla “cura pastorale delle persone con tendenza omosessuale”: sovvertire l’insegnamento della Chiesa, vale a dire lo stesso progetto di Dio che creò l’uomo maschio e femmina.
    L’obiettivo vero è la legittimazione degli atti omosessuali e la normalizzazione di certi stili di vita “oggettivamente disordinati”, come dice il Catechismo.
    Ciò che non può lasciare indifferenti e costringe a farsi delle domande è questa ascesa di personaggi come padre James Martin, il cui attivismo pro-gay era ben noto prima della nomina in Vaticano. Lo stesso era successo due anni fa con il domenicano padre Timothy Radcliffe, chiamato da papa Francesco a consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, malgrado sia un altro noto sostenitore dell’agenda gay nella Chiesa. Per padre Radcliffe l’omosessualità è «espressione dell’auto-donazione di Cristo e simbolo della fedeltà reciproca», per cui figurarsi se può essere un ostacolo al sacerdozio.
    A questi esempi se ne potrebbero aggiungere molti altri, e la NBQ in questi ultimi anni ha registrato e indicato la crescita di una lobby gay nella Chiesa, ma ciò che non può passare inosservato è il fatto che, mentre a sacerdoti e prelati vari basta esprimere dubbi su alcune affermazioni contenute in Amoris Laetitia per ritrovarsi puniti in vari modi, questi personaggi che apertamente si oppongono al Catechismo della Chiesa e alle Scritture si ritrovano a fare carriere ecclesiastiche sorprendenti. Ovviamente aiutati dalla stampa “di regime”.
    Per fare un esempio di queste ultime settimane basta rilevare la sordina messa allo squallido caso di monsignor Luigi Capozzi, segretario personale del cardinale Francesco Coccopalmerio, beccato nel mezzo di un’orgia gay alimentata dalla cocaina nel suo appartamento a due passi da San Pietro.
    Del resto, malgrado le continue affermazioni eterodosse, nessuno a Roma si è mosso anche solo per correggere le posizioni di padre Martin e chiarire quanto insegna la Chiesa in materia; così come nessun intervento si è ancora sentito per riportare nel giusto binario il crescente numero di preti e vescovi che assumono posizioni da gay pride. È allora azzardato ritenere che quelle lobby gay che vogliono sovvertire l’insegnamento della Chiesa, denunciate dal cardinale Ratzinger, siano arrivate in alto e godano della compiacenza di chi comanda in Vaticano?
    L'irresistibile ascesa della lobby gay

    Dimissioni dall''Ordine di Malta "Il Papa non è fedele alle Scritture e alla Tradizione". - Gotti Tedeschi: "Sul coro di Ratisbona: scandalo come "avvertimento"
    Due notizie di questi giorni sono di particolare rilievo, anche se non trovano degno spazio sui media.
    Ma noi teniamo a diffonderle.
    1) Sulle dimissioni di un membro del Sovrano Ordine di Malta, un cavaliere scrive questa lettera, che noi riprendiamo da Radio Spada di ieri 18.07.2017:
    Oggetto: dimissioni dal Sovrano Militare Ordine di Malta
    A: - Delegazione di Piemonte e Valle d’Aosta del Sovrano Militare Ordine di Malta
    e, p.c.:
    – Gran Priorato di Lombardia e Venezia del Sovrano Militare Ordine di Malta
    – Luogotenente di Gran Maestro Fra’ Giacomo Dalla Torre
    – Segreteria di Stato della Santa Sede
    Io sottoscritto Alberto Di Janni [omissis] considerati:
    1) l’ingerenza di Francesco I nelle questioni interne dell’Ordine, ingerenza da me reputata inaccettabile tanto nella forma quanto nella sostanza;
    2) la supina sottomissione dei vertici e dei membri dell’Ordine alla suddetta ingerenza, con particolare riguardo dapprima all’accettazione delle dimissioni del Gran Maestro Matthew Festing e in seguito alla sua mancata rielezione;
    3) l’essersi l’Ordine trasformato da glorioso baluardo a difesa della fede e a protezione dall’invasione degli infedeli in strumento che tale invasione favorisce e agevola, trasformazione evidenziata anche dall’elisione dell’appellativo “Militare” dai comunicati dell’Ordine;
    4) il non poter promettere ubbidienza e fedeltà a un Papa che non ritengo fedele alle Scritture e alla Tradizione della Chiesa;
    presento le mie dimissioni da membro dell’Ordine.
    È un passo che mi costa rincrescimento e dolore, specie nel ricordo della nobile figura di molti appartenenti all’Ordine, ma se un tempo era per me un onore l’appartenenza all’Ordine di Malta, ora la mia coscienza e il mio onore mi impongono di uscirne.
    Mi riservo di rendere pubblica questa mia lettera.
    Firmato: Alberto Di Janni
    2) Sullo scandalo ad hoc che ha investito in queste ore la Chiesa (vicenda di 547 bambini che, tra il 1945 e l'inizio degli anni '90, avrebbero subito violenze corporali (schiaffi, starttoni, ecc) -e 67 di questi abusi sessuali- nel coro del Duomo di Ratisbona, il più antico coro di voci bianche del mondo e che fu anche diretto per trent'anni dal fratello del papa emerito Benedetto XVI, Georg Ratzinger). [...]
    Molti ritengono questo scandalo costruito ad arte per colpire il Papa emerito Benedetto XVI, una figura scomoda e combattuta. Intelligonews ha sentito il parere autorevole dell'economista cattolico, già presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi.
    Caso Ratisbona. Si parla di più di 500 vittime di violenza. E' una fase di indagine, ma già gridano al silenzio complice della Chiesa. Lei come valuta quanto emerso finora?
    "Distinguerei le ragioni di questo supposto avvertimento dalle modalità. Per quanto riguarda le ragioni, devo dire che era scontato venisse fuori per due motivi in particolare. Il primo è da legare alle non gradite considerazioni fatte dal Papa emerito sull’introduzione al libro del cardinal Sarah e quelle dedicate al cardinal Meisner, durante l’elogio funebre. Il secondo motivo risiede nella “caduta in disgrazia”, con seguito di polemiche inevitabili, del Prefetto della dottrina della Fede, cardinale Muller (vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012). Per quanto riguarda invece le modalità, come sorprenderci dell’utilizzo di notizie di scandali per avvertire? Siamo freschi di identiche esperienze riferite al cardinal Pell poche settimane fa. Essendo questa una esperienza che ho provato personalmente, che
    devo dirle? Un numero infinito di personalità non allineate in Vaticano staranno ora provvedendo a preparare difese per quello che accadde quando, all’asilo, avevano dato un calcio alla insegnante o rubato la merendina al compagno di banco. Ma è evidente che questo rapporto di correlazione perfetta di causa-effetto, sarà spiegato correttamente dai soliti zelanti leccacalzini in carriera".
    Per 30 anni ha diretto il coro di Ratisbona proprio il fratello di papa Ratzinger. Georg Ratzinger fa sapere: "Anche io ho dato ceffoni ma non sapevo delle violenze". Secondo lei stanno gettando fango su di lui e su Muller che era Vescovo di Ratisbona e che viene accusato per i modi in cui ha gestito la vicenda subito dopo le denunce?
    "Mi passi una battuta "politico-educativa": chissà quanto bene ha fatto a taluni allievi Monsignor Georg Ratzinger, con un paio di buffetti o sculacciate paterne, come certamente avrà avuto intenzione di fare, soprattutto nei tempi e con i modelli educativi di allora, ossia di cinquant'anni fa. Se andassimo un po’ più indietro nel tempo ci si riferirebbe anche magari a punizioni corporali con vergate o di forzatura sadica a inginocchiarsi sul sale".
    Ratzinger in occasione del funerale di Meisner ha parlato di una crisi della Chiesa. Secondo lei non è una strana coincidenza che proprio adesso colpiscano suo fratello Georg?
    "Ho avuto il privilegio di lavorare al servizio di Benedetto XVI, uno dei più grandi Papi della storia della Chiesa, destinato a esser considerato “magno” anche se non riconosciuto tale ufficialmente. Le vorrei anticipare una chiave di interpretazione d’insieme un po’ criptica: per comprendere le ragioni della rinuncia di Benedetto XVI si deve comprendere la nomina del successore. Per comprendere la nomina del successore, si deve aver capito la ragione della rinuncia. Prenda pure una aspirina …"
    Ah, prepariamoci dunque ad approfondire. I giornali titolano tutti sulla trasparenza di Papa Francesco, ma quella di Ratzinger (anche ai tempi in cui lei era presidente dello Ior) è sottovalutata?
    "Meglio che io non dica per la seconda volta quello che penso. Le do una risposta indiretta. A dicembre del 2014, il cardinal Pell rilasciò un' intervista a uno dei più prestigiosi magazine cattolici europei, il Catholic Herald Tribune, in cui spiegava che finalmente con Papa Francesco si stava facendo vera trasparenza. Su richiesta del direttore del Catholic Herald risposi con un successivo articolo, l’8 gennaio 2015 (What Cardinal Pell needs to know). In questo articolo sottoposi a Sua Eminenza almeno 5 domande, al fine di permettergli di testare personalmente se sapesse veramente di cosa stesse parlando e quanto conoscesse delle azioni di trasparenza intraprese sotto il pontificato di Benedetto XVI. Il cardinale non rispose, ma poco tempo dopo in una intervista su un quotidiano italiano Repubblica, se ricordo bene, riconobbe che il processo di trasparenza era già stato avviato con Benedetto XVI (riconoscendo persino il mio personale ruolo). Sarà anche per questa ammissione che anche il cardinal Pell è stato diciamo “sacrificato”?"
    MiL - Messainlatino.it: Dimissioni dall''Ordine di Malta "Il Papa non è fedele alle Scritture e alla Tradizione". - Gotti Tedeschi: "Sul coro di Ratisbona: scandalo come "avvertimento"

    La guerra tra mondialismo e identità deflagra in Vaticano: sui migranti si sceglie l’ordine o il caos
    Di Mauro Bottarelli
    Alle 12.45 di un caldo martedì di metà agosto, mentre l’Italia brucia tra roghi e polemiche, ecco che l’ANSA spara una notizia flash: “BERLINO, 18 LUG – Sono almeno 547 i bambini che, nel corso di decenni, hanno subito violenze nel coro del Duomo di Ratisbona. E’ il risultato emerso dal rapporto finale presentato dall’avvocato Ulrich Weber, e divulgato dai media tedeschi. Stando al documento, 500 bambini hanno subito violenze corporali, e 67 anche violenze sessuali. Secondo Weber 49 colpevoli sono stati identificati”.
    L’ennesima scandalo pedofilia, sembrerebbe a prima vista. Ma anche un non credente come me, sa che la Chiesa, finita la Guerra Fredda, rappresenta il nuovo Muro di Berlino, l’architrave che sta reggendo un equilibrio in divenire che ancora non ha un capo, né un ordine: è il ruolo di pontiere sommo e riconosciuto della Santa Sede. Cerco di spiegarmi, prima di tornare all’attualità. Sul finire di giugno, “La Stampa”, quotidiano molto vicino ai potenti corpi intermedi dell’amministrazione USA, pubblicava un cable dell’ambasciata USA in Vaticano, nel quale erano contenuti riferimenti alla Santa Sede molto ecumenici e rituali: “Nonostante la disparità delle dimensioni, le forme di governo, e le storie, noi siamo entrambe potenze globali, con interessi e influenza mondiale. Sotto molti punti di vista, la Santa Sede è unica al mondo nella sua capacità di perseguire la propria agenda. Ha relazioni diplomatiche con 180 paesi, seconda solo agli Usa”, si leggeva nella nota inviata al vice presidente Joe Biden, in vista della sua partecipazione all’insediamento di Papa Francesco.
    Di fatto, si presentavano il più piccolo Stato e la più antica democrazia del mondo come potenze paritarie. I cables, spediti subito dopo l’elezione, avevano citato “funzionari della Curia molto sorpresi e nervosi” per la scelta di Bergoglio. L’amministrazione Obama aveva avuto problemi con Benedetto, soprattutto sui temi della vita e sperava ora in una nuova relazione.
    Dunque, gli USA guardavano con occhio particolarmente attento e interessato all’avvento di Papa Francesco, sottolineando i problemi di relazione vissuti durante gli anni di pontificato di Benedetto XVI, finito come tutti noi sappiamo. E rieccoci a Ratisbona, all’ultimo scandalo. “Le vittime – si legge nel nuovo rapporto sulla vicenda – hanno descritto i loro anni di scuola come una prigione, come l’inferno e come un campo di concentramento. Molti si ricordano di quegli anni come il periodo peggiore della sua vita, caratterizzato da paura e violenza”. Dopo le denunce degli anni scorsi, la diocesi ha iniziato a cooperare con l’inchiesta sugli abusi lo scorso anno e dovrà pagare un indennizzo di 20mila euro a ciascuna vittima, in maggioranza, alunni della terza e quarta elementare.
    Il fratello del Papa emerito Benedetto XVI, Georg Ratzinger, è stato direttore del coro per trenta anni, tra il 1964 e il 1994. “Se fossi stato a conoscenza dell’eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa (…) Mi scuso con le vittime”, disse Georg Ratzinger in un’intervista del 2010 alla stampa tedesca, ammettendo comunque di aver anche lui dato qualche schiaffo durante i primi anni da direttore. Nella conferenza stampa, l’avvocato Weber ha attribuito a Georg Ratzinger la responsabilità di “aver chiuso gli occhi e non aver preso misure a riguardo”. Scrivi Georg, leggi Joseph. Perché, ovviamente, pur non avendo il Papa emerito alcuna responsabilità al riguardo, è ovvio che per il meccanismo dei media il suo nome viene accomunato a questa brutta vicenda, di cui – comunque – sappiamo per ora, tutto e niente.
    Ma il richiamo al Papa è dato anche da un simbolismo molto netto: colpendo Ratisbona, si è colpita la lectio magistralis che proprio lì tenne l’allora Papa Benedetto XVI il 12 settembre del 2006 e dedicata al rapporto tra fede e ragione. All’epoca suscitò molto scandalo perché venne letta non solo come una difesa dell’Occidente quasi con toni da crociata ma, soprattutto, come un vero e proprio attacco all’islam e all’impossibilità di convivenza di quest’ultimo con la società europea, stante proprio l’assenza di aderenza ai principi di ragione della fede musulmana. La lectio si basava sul dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Due i passi particolarmente osteggiati.
    Il primo, quando l’imperatore si rivolgeva al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. Secondo, quando si constata che “Dio non si compiace del sangue – dice l’imperatore -, non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia. Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire‚ di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte”. In soldoni, non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.
    E chi non sta agendo secondo ragione, oggigiorno? Forse l’Islam nei confronti del mondo occidentale? O, forse, una parte dell’Occidente stessa, palesemente in modalità di faustiano suicidio attraverso le tentazioni mondialiste e, per quanto riguarda la Chiesa, millenaristiche e interreligiose? E’ forse agire contro ragione aprire aprioristicamente e totalmente le porte a migliaia di clandestini, destinati a diventare fulcro della società che sarà?
    Per capire meglio, basta andare indietro di pochi giorni. Lo scorso fine settimana, Joseph Ratzinger ha infatti scritto un messaggio per la morte del cardinale Joachim Meisner, suscitando polemiche e dubbi interpretativi fra i vaticanisti. Ecco la parte incriminata: “Ma la cosa che più mi ha commosso è che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita.. sempre di più la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi…”. Ecco come due dei principali vaticanisti italiani hanno reagito a queste parole:
    Massimo Faggioli @massimoFaggioli
    Sarebbe bello sapere chi ha scritto il messaggio di Joseph Ratzinger al funerale del cardinale Meisner
    00:28 - 16 Jul 2017 · Sydney, New South Wales
    Alberto Melloni @albertomelloni
    Esiste un proto-Ratzinger, in deutero-Ratzinger e ora anche uno pseudo-Ratzinger che allude negativamente al papa... http://fb.me/AvGQOlZX
    00: 39 - 16 Jul 2017
    L’accusa è chiara, qualcuno sta utilizzando il Papa emerito e la sua autorità morale contro Papa Francesco e il suo modo di guidare la Santa Sede. “La barca riempita fino quasi a capovolgersi”: ovvero, il Vaticano sta facendo suo più di quanto rientri realmente nell’essere Chiesa, sta aprendo troppe porte e troppi viandanti. A troppi fuori linea. A troppi miscredenti. E a troppi migranti, forse, in analisi magari semplicistica ma schietta.
    Che l’esplosione così ad orologeria e repentina della scandalo Ratisbona sia la feroce e immediata replica a questo tweet? Ricordate, poi, come sempre in quei giorni, durante i quali si svolgeva il G20 di Amburgo, “La Repubblica” aprisse la propria prima pagina così, ovvero una mega-intervista di Eugenio Scalfari, globalista doc con Papa Francesco, indirizzata proprio come appello-monito ai grandi della terra riuniti, nella quale uno era il punto: evitare la nascità di una alleanza contro i migranti. Oltre ad “alleanze sbagliate”, come quella fra Bashar al-Assad e Vladimir Putin in Siria. Agenda globalista all’ennesima potenza.
    E come scordare la polemica fra monsignor Nunzio Galantino, capo della Cei e il cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano sul concetto di “aiutarli a casa loro”, stroncato dal primo e promosso dal secondo, proprio mentre la polemica in merito investiva Matteo Renzi e mezzo mondo politico italiano?
    Ieri, poi, altro durissimo attacco della CEI contro il governo per la decisione di far slittare all’autunno la legge sullo ius soli, definito dai vescovi “un salto di qualità benedetto”, mentre l’esecutivo veniva accusato per un “ritardo che dimostra come si preferiscono i giochi di partito e gli interessi di breve durata alle vere esigenze del Paese”.
    Ora, al netto che quest’ultima definizione ci dimostri plasticamente quanto la CEI abbia il polso della nazione, ecco che oggi salta fuori questo:
    laura boldrini ✔ @Lauraboldrini
    #Cittadinanza strumento principe per integrazione. Non approvare legge #IusSoli entro fine legislatura sarebbe un torto #Ventaglio
    12: 00 - 18 Jul 2017
    di fatto, solo un sunto in 140 caratteri del duro attacco della presidente della Camera, Laura Boldrini, nel corso della cerimonia del Ventaglio alla Camera: “mi auguro che il provvedimento sullo ius soli sia approvato entro la fine di questa legislatura. Perché è giusto e necessario. E rimandarlo sarebbe un torto, che come tutti i torti, non porta bene”. La Boldrini lancia anatemi? O, magari, sottili istigazioni a delinquere? Insomma, la terza carica dello Stato, in maniera decisamente irrituale, forza la mano e chiede che una legge per ora accantonata dal governo, venga ripriorizzata e ricalendarizzata in fretta, in modo da vedere la luce prima del voto dell’anno prossimo. CEI e Boldrini, fianco a fianco: l’ala modernista, sincretista e secolarizzata della Chiesa e il globalismo più laicista e sorosiano vanno a braccetto.
    Mentre uno scandalo ad orologeria lancia un avvertimento di enorme impatto a Joseph Ratzinger e a suoi eventuali “atti di disturbo” in divenire, tanto che le voci di molti ex appartenenti al coro di Ratisbona parlano di “esagerazioni nelle denunce” ma vengono relegate nelle righe finali dei resoconti.
    I titoli sparano forte e chiaro in direzione Benedetto XVI. Il guanto di sfida pare lanciato e in maniera plateale, quasi un unicum per il Vaticano, solitamente regno del silenzio e del dietro le quinte (oltre che dell’impossibilità di compiere autopsie sul cadavere del Papa, il povero Albino Luciani docet, morto stranamente dopo 33 giorni di pontificato – 33, simbolismo chiaro – e qualche domanda di troppo sullo IOR). Questa volta, a quanto pare, la posta in palio vale anche un cambio di toni, al netto del pauperismo e del terzomondismo da concerto degli U2.
    E' una dichiarazione di guerra. Pensate ciò che volete ma nella Santa Sede sta consumandosi un scontro senza esclusione di colpi. Tutto politico.
    https://www.rischiocalcolato.it/2017...dine-caos.html

    Scalfari e Bergoglio, ovvero Psycho Pope.
    Maurizio Blondet
    Non ti perdere il nuovo colloquio fra Eugenio Scalfari e Bergoglio, mi avverte un amico. Che dire: ormai domina un senso di disagio e di pena. L’immagine complessiva: due decrepiti ricoverati, che si credono papi (o forse Dio) e straparlano di una religione di loro invenzione; che celebrano i loro sintomi adulandosi a vicenda, compiacendosi della loro alta “cultura” e “spiritualità”.
    Scalfari ovviamente, avendo fatto il classico a Reggio Calabria 75 anni fa (ai suoi tempi dovevano essere buoni anche là) vuol far sapere che lui sa di filosofia ed è anche teologo. “Santità, se me lo consente ora vorrei io porle due domande. Le ho già prospettate un paio di volte nei miei recenti articoli, ma non so come Lei la pensa in proposito”.
    «Ho capito, lei parla di Spinoza e di Pascal. Vuole riproporre questi suoi due temi?».
    Bergoglio indovina addirittura i pensieri di Scalfaro, li anticipa. I due si intendono senza parlarsi. Il motivo per cui si son visti è infatti questo: papa Scalfari è tormentato da Spinoza, 1632-1677. Da come la Chiesa lo ha trattato. Non si da pace: “Spinoza sosteneva che Dio è in tutte le creature viventi: vegetali, animali, umani. Una scintilla di divino è dovunque. Dunque Dio è immanente, non trascendente. Per questo fu scomunicato…”
    “E a lei non sembra giusto – ancora una volta Francesco indovina i pensieri dell’amico, li previene – “Perché? Il nostro Dio unico è trascendente. Anche noi diciamo che una scintilla divina è dovunque, ma resta immune la trascendenza, ecco il perché della scomunica che gli fu impartita». Ma benignamente, El Papa chiede a Il Papa del Giornalismo perché secondo lui la scomunica deve essere tolta all’immanentista e panteista. Eugenio si lancia: “La ragione è questa: Lei mi ha detto in un nostro precedente colloquio che tra qualche millennio la nostra specie si estinguerà. In quel caso le anime che ora godono della beatitudine di contemplare Dio ma restano distinte da Lui, si fonderanno con Lui. A questo punto la distanza tra trascendente e immanente non esisterà più. E quindi, prevedendo questo evento, la scomunica si può già da ora dichiarare esaurita. Non le sembra, Santità?”.
    Provate a rileggere la frase di cui sopra, “alta” e “filosofica” di Scalfari: egli s’immagina – glielo ha detto El Papa – che “tra qualche millennio” la specie umana si estinguerà. Allora le anime si fonderanno in Dio. Non chiedete: perché mai le “anime” dovrebbero “fondersi con Dio” solo dopo l’estinzione della specie, e non anche prima? Non chiedete, perché questo è “pensiero”, anzi pensiero alto, che a voi profani sfugge – e se non vi trovate nella fortunata condizione dell’esaltato Pensatore, sarete tentati di ritenere che il Fondatore abbia interrotto la sua quotidiana assunzione di aloperidolo e sulpiride, e sia quindi ricaduto nello stato a lui abituale di grandiosità delirante.
    Invece tutto è chiarissimo: se Dio fosse lui, Eugenio,avrebbe da tempo non solo salvato Spinoza, ma risolto la questione della identificazione di Immanenza e Trascendenza, che tanto intensamente preoccupa le masse di ultranovantenni vicini all’estinzione, e quindi desiderosi di portare un po’ della loro immanenza nella trascendenza.
    Il fatto allarmante è la risposta di Francesco: «Diciamo che c’è una logica in ciò che lei propone…”. Insomma se vede qualcosa di logico, siamo di fronte a un caso – ben noto alla letteratura psichiatrica – di folie à deux. Va detto che El Papa resta inconcusso su Spinoza. Non posso, dice, togliere “una scomunica emessa per censurare l’immanenza e confermare la trascendenza». Il semidio Eugenio sorride sagace: “Se Lei lo facesse, Santità, avrebbe contro di sé la maggioranza della Chiesa?”. Ha capito tutto: Francesco vorrebbe, ma i tradizionalisti non glielo lasciano fare.
    A Scalfari preme di superare in altezza il livello spirituale già eccelso raggiunto. “Santità ha mai pensato di mettere per iscritto un’immagine della Chiesa sinodale?
    «No perché dovrei?».
    Perché ne verrebbe un risultato abbastanza sconvolgente, vuole che glielo dica?
    «Ma certo mi fa piacere anzi lo disegni».
    Il Papa fa portare carta e penna e io disegno.
    Si assapori nei minimi particolari la profondità del pensiero filosofico del Grande, che solo dei malintenzionati possono equivocare per demnenza:
    “Faccio una riga orizzontale e dico questi sono tutti i vescovi che Lei raccoglie al Sinodo, hanno tutti un titolo eguale e una funzione eguale che è quella di curare le anime affidate alla loro Diocesi. Traccio questa linea orizzontale poi dico: ma Lei, Santità, è vescovo di Roma e come tale ha la primazia nel Sinodo perché spetta a Lei trarne le conclusioni e delineare la linea generale del vescovato.
    “Quindi il vescovo di Roma sta sopra la linea orizzontale, c’è una linea verticale che sale fino al suo nome e alla sua carica. D’altra parte i presuli che stanno sulla linea orizzontale amministrano, educano, aiutano il popolo dei fedeli e quindi c’è una linea che dall’orizzontale scende fino a quello che rappresenta il popolo. Vede la grafica? Rappresenta una Croce“.
    Tutto ciò è pieno di significato. Un significato abissale e profondo – Scalfari ha capito la Croce – sorto nella sua mente grandiosa e originalissima durante l’intervallo della somministrazione di aloperidolo. Un significato che a voi profani ovviamente sfugge, e nella vostra pochezza sareste tentati di invocare un TSO per il Grande Vecchio. Sempre difficile convincere tali personalità a sottoporsi a un TSO volontariamente (“i matti siete voi, io sono sanissimo”): può aiutare a volte informarli che saranno ospitati in uno speciale stabilimento, dove incontreranno personalità all’altezza della loro irraggiungibile grandiosità: quasi sempre c’è fra gli ospiti un Napoleone, o un Giulio Cesare.
    Ovviamente, invece, El Papa – tale è il suo livello di spiritualità – capisce subito il profondissimo significato: «È bellissima questa idea, a me non era mai venuto di fare un disegno della Chiesa sinodale, lei l’ha fatto, mi piace moltissimo».
    La loro intesa è perfetta, sono fatti l’uno per l’altro, i loro pensieri coincidono senza il minimo scarto. Poco prima avevano risolto da statisti le grandi linee della politica mondiale. El Papa non è tranquillo sul G20: «Temo che ci siano alleanze assai pericolose tra potenze che hanno una visione distorta del mondo: America e Russia, Cina e Corea del Nord, Putin e Assad nella guerra di Siria».
    Qual è il pericolo di queste alleanze, Santità?
    «Il pericolo riguarda l’immigrazione”. Francesco ha intuito il formarsi una alleanza occulta fra Trump e Putin, fra Assad e Kim e Xi – insomma un’alleanza mondiale – contro gli immigranti, insomma a fianco di Salvini.
    “Ecco perché il G20 mi preoccupa: colpisce soprattutto gli immigrati di Paesi di mezzo mondo e li colpisce ancora di più col passare del tempo».
    Scalfari è d’accordo. Anzi, ci ha pensato prima de Il Papa: “Anch’io ho pensato più volte a questo problema e sono arrivato alla conclusione che, non soltanto ma anche per questa ragione, l’Europa deve assumere al più presto una struttura federale. Lei del resto questo tema l’ha più volte sollevato, perfino quando ha parlato al Parlamento europeo”.
    “È vero, l’ho più volte sollevato». E ha ricevuto molti applausi e addirittura ovazioni. «Ma ora voglio farle una domanda: quali sono pregi e difetti dei giornalisti?». Qui Scalfari dà un contributo vermente originale, tratto dalla sua propria esperienza. Indica come difetto principale dei giornalisti “fare proprie le idee di una persona più saggia e più esperta attribuendole a se stesso”. El Papa apprezza, stupefatto di tanta acutezza: «Quest’ultima cosa non l’avevo mai notata. Che il giornalista abbia le proprie idee e le applichi alla realtà non è un difetto, ma che si attribuisca idee altrui per ottenere maggior prestigio, questo è certamente un difetto grave».
    Ma questo è niente, piccole briciole di due intelligenze sovrumane. C’è ben altro nel colloquio: in poche righe, Scalfari e Francesco hanno inventato una nuova religione, che mette d’accordo credenti ed atei. Eccola: “Il Papa naturalmente sa che io sono non credente, ma sa anche che apprezzo moltissimo la predicazione di Gesù di Nazareth che considero un uomo e non un Dio. Proprio su questo punto è nata la nostra amicizia. Il Papa del resto sa che Gesù si è incarnato realmente, è diventato un uomo fino a quando fu crocifisso. La “ Resurrectio” è infatti la prova che un Dio diventato uomo solo dopo la sua morte ridiventa Dio.
    Bellissima intuizione, sarebbe bene che Francesco la mettesse per iscritto in un’enciclica dogmatica: Gesù era solo uomo, ma dopo la morte è ri-diventato Dio. Perché Francesco condivide la stessa idea nuovissima, rivoluzionaria, lo asserisce infatti Eugenio, il suo interprete fedelissimo: “Queste cose ce le siamo dette molte volte ed è il motivo che ha reso così perfetta e insolita l’amicizia tra il Capo della Chiesa e un non credente”.
    E’ questo che li rapisce e lascia infinitamente grati l’uno all’altro: questa amicizia così perfetta e insolita. Guardi che bella ruota di pavone faccio, Santità; certo anche la sua è meravigliosa. “Sì è vero, mi fa piacere che l’abbia notata. In Vaticano dove dominano gli invidiosi e i faresieri tradizionalisti, fanno finta di non vedere la mia ruota. Mandano a monte le mie rivoluzionarie riforme, le lasciano a metà, disobbediscono…sono insopportabili. Sa che ho dovuto licenziare in tronco il cardinal Muller perché non obbediva avanzava obiezioni.
    C’è chi dice che le riforma di Bergoglio falliscono perché sono squinternati prodotti di una mente sconnessa, bisognosa forse di cure. Non sarà certamente Eugenio, l’amico perfetto, il suo alter ego ed alter-papa, a diglielo. Per questo El Papa ha bisogno di parlare spesso con lui: ne riceve quella che nel DSM è chiamata “la fornitura narcisistica” (narcisistic supply) di cui, dato il suo disturbo, non puo’ fare a meno, altrimenti diventa cattivo e ancor più sconnesso, aggredisce e incolpa dei suoi fallimenti i suoi sicofanti più leccapiedi, li umilia e li ferisce.
    Qualcosa infatti è già visibile ”nel ristorante a Casa Santa Marta, la residenza del Papa dentro alle mura del Vaticano. Il tavolo di Francesco, infatti, non si trova più al centro del locale. Ora è in un angolo: Bergoglio mangia con pochi, selezionatissimi, commensali. E dà le spalle al resto della sala”.
    Scalfari e Bergoglio, ovvero Psycho Pope. - Blondet & Friends


 

 
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