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Discussione: Il Verbo di Dio si è fatto carne

  1. #341
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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Parole chiare sulla famiglia? Purtroppo no
    Aldo Maria Valli
    Un amico mi dice: «Sarai contento ora che Francesco ha parlato a favore della famiglia formata da un uomo e una donna. Non è quello che voi “tradizionalisti” gli chiedete?».
    La mia risposta è molto semplice: non sono contento. E per diversi motivi.
    Il primo motivo è che se si è arrivati al punto da segnalare come novità e motivo di soddisfazione il fatto che il papa abbia detto qualcosa di cattolico significa che qualcosa non funziona.
    Il secondo motivo è che quelle parole pronunciate a braccio contengono errori e alimentano equivoci.
    Risentiamole.
    «Poi oggi – fa male dirlo – si parla di famiglie “diversificate”: diversi tipi di famiglia. Sì, è vero che la parola “famiglia” è una parola analogica, perché si parla della “famiglia” delle stelle, delle “famiglie” degli alberi, delle “famiglie” degli animali… è una parola analogica. Ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola. È una sola. Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano. È un mistero: San Paolo lo chiama “mistero grande”, “sacramento grande” (cfr Ef 5,32). Un vero mistero».
    Concentriamoci su quella frase del papa: «Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano».
    Domanda: è davvero così? Davvero è sufficiente che un uomo e una donna, sebbene non credenti, si amino e siano uniti in matrimonio (quale? civile? cattolico?) perché siano immagine e somiglianza di Dio? E davvero si può chiamare Paolo a supporto della tesi?
    Vediamo.
    Prima di tutto occorre leggere Efesini 5 integralmente.
    «1 Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, 2 e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. 3 Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; 4 lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! 5 Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolàtri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio. 6 Nessuno vi inganni con vani ragionamenti: per queste cose infatti piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono. 7 Non abbiate quindi niente in comune con loro. 8 Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; 9 il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. 10 Cercate ciò che è gradito al Signore, 11 e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, 12 poiché di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare. 13 Tutte queste cose che vengono apertamente condannate sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce. 14 Per questo sta scritto: “Svègliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà”. 15 Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; 16 profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. 17 Non siate perciò inconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di Dio. 18 E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, 19 intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, 20 rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. 21 Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. 22 Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; 23 il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. 24 E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. 25 E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, 26 per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, 27 al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 28 Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. 29 Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, 30 poiché siamo membra del suo corpo. 31 Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. 32 Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! 33 Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito».
    Ecco qua. Come si può ben vedere, Paolo dice sì che i due che vanno a formare una carne sola diventano un «mistero grande», ma soltanto se lo fanno alla luce di Cristo, secondo la legge divina e nella Chiesa. Sostenere che qualsiasi coppia, anche non credente, è per ciò stesso «mistero grande» è una distorsione. Grave.
    Non basta amarsi e unirsi in matrimonio (anche civile?) per essere immagine e somiglianza di Dio. Non è l’amore umano che santifica il matrimonio. Ciò che santifica l’unione e la rende immagine di Dio è la presenza di Dio. Se io non invito Dio al mio matrimonio, se non mi unisco in matrimonio alla luce di Cristo e in obbedienza alla legge divina, se non chiedo la benedizione divina, se non vivo il matrimonio nella dimensione sacramentale, io posso amare quanto voglio ma non posso ritenere che la mia unione mi porti a essere immagine e somiglianza di Dio. Né posso utilizzare Paolo per tirare l’acqua al mio mulino. Anche perché le parole di Paolo (unite a quelle di Gesù in Matteo, 19,3-6) hanno una conseguenza decisiva, che è l’indissolubilità del vincolo matrimoniale.
    Ecco il motivo per cui non posso essere contento della frase del papa. Perché, una volta ancora, è fonte di confusione.
    Mi si dirà: ma tu sei incontentabile! No, cerco solo di essere cattolico.
    Ma c’è un terzo motivo per cui non sono contento.
    Il papa che davanti al Forum delle famiglie difende la famiglia tra uomo e donna e condanna l’aborto è lo stesso che poi invita padre James Martin, paladino della causa LGBT, all’Incontro mondiale delle famiglie di Dublino. È lo stesso che (di ritorno da Rio de Janeiro) dice che su questioni come aborto e matrimoni tra persone dello stesso sesso non è necessario ritornare, è lo stesso che lascia invitare in Vaticano esponenti della cultura abortista, lo stesso che sostiene di non aver mai capito l’espressione «valori non negoziabili», lo stesso che in Amoris laetitia sostiene la morale del caso per caso, e via dicendo.
    Allora? Qual è l’insegnamento del papa?
    La risposta è che l’insegnamento del papa, con Francesco, non vuole più ribadire la verità ma, come lui ama dire, «avviare processi». Lo ha spiegato molto bene il professor Roberto Pertici nel suo saggio Fine del cattolicesimo romano. Siamo di fronte a un pontificato che intende destrutturare il papa e il pontificato stesso, rendere più elastico e adattabile il magistero, depotenziare alcuni sacramenti, sminuire l’importanza della ricerca di principi stabili, sostenere il primato della (presunta) concretezza della realtà sulla (presunta) astrattezza della legge.
    Di questo si dovrebbe parlare quando ci si confronta sull’attuale pontificato. Senza mai stancarsi di segnalare, in ogni caso, le contraddizioni interne e i veri e propri errori dottrinali, voluti o non voluti che siano.
    Parole chiare sulla famiglia? Purtroppo no ? Aldo Maria Valli

    Menzogna, non imprecisione.
    "L'ho saputo dai giornali". Anche la memoria del papa solleva dei "dubia"
    Nel suo colloquio del 17 giugno con Philip Pullella della Reuters, papa Francesco ha detto qualcosa anche a proposito dei "dubia" sottopostigli nel 2016 da quattro cardinali.
    Riferisce Pullella:
    "Francesco ha detto di aver udito della lettera dei cardinali che lo criticavano 'dai giornali… un modo di fare che è, mi si lasci dire, non ecclesiale, ma tutti facciamo degli errori'".
    Nient'altro. Ma abbastanza per indurre a una replica il cardinale americano Raymond Leo Burke, uno dei quattro dei "dubia", che ha così risposto a una domanda di John-Henry Westen di LifeSiteNews:
    "La proposta dei 'dubia' al Santo Padre è stata fatta secondo la procedura da tempo in uso nella Chiesa, cioè, sono stati proposti al Santo Padre senza dare ad essi alcuna pubblicità, in modo che egli potesse rispondere per il bene di tutta la Chiesa. Il defunto cardinale Carlo Caffarra consegnò di persona la lettera contenente i 'dubia' alla residenza del papa e, allo stesso tempo, alla congregazione per la dottrina della fede, il 19 settembre 2016, così come consegnò anche la successiva corrispondenza dei quattro cardinali riguardante i 'dubia'. Solo quando, dopo diverse settimane, non ci fu alcun segno di presa in considerazione dei 'dubia' né di risposta ad essi e a noi cardinali fu fatto capire che non ci sarebbe stata nessuna risposta a queste domande riguardo ai sacramenti del santo matrimonio e della santa comunione e riguardo ai fondamenti dell'insegnamento morale della Chiesa, i quattro cardinali, me incluso, furono obbligati, in coscienza, in quanto cardinali, a rendere pubblici i 'dubia', il 14 novembre 2016, in modo che i fedeli fossero consapevoli di queste gravi domande che toccano la salvezza delle anime".
    Si può aggiungere che fu www.chiesa – con il benestare dei quattro cardinali – a pubblicare in sei lingue, il 14 novembre 2016, non solo il testo dei "dubia", ma anche una premessa a firma dei quattro, la lettera con cui essi proponevano i "dubia" al papa e l'ampia nota esplicativa che li corredava.
    Nella premessa, i quattro cardinali – che oltre a Burke erano l'italiano Carlo Caffarra e i tedeschi Walter Brandmüller e Joachim Meisner – motivavano così la loro decisione di rendere pubblici i "dubia", dopo quasi due mesi di silenzio da parte del papa:
    "Il Santo Padre ha deciso di non rispondere. Abbiamo interpretato questa sua sovrana decisione come un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa. E pertanto informiamo della nostra iniziativa l’intero popolo di Dio, offrendo tutta la documentazione".
    Che è esattamente ciò che suggerisce Gesù in Matteo 18, 16-17: "Se il tuo fratello non ti ascolterà, prendi con te due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea".
    "Testimone" era stato in questo caso il cardinale Gerhard L. Müller, all'epoca prefetto della congregazione per la dottrina della fede, al quale, oltre che al papa, erano stati consegnati i "dubia".
    https://apostatisidiventa.blogspot.c...recisione.html

    La falsa catechesi
    di Giovanni Servodio
    L’ultimo giorno di primavera, “una calda primavera” dice Papa Bergoglio, ha coinciso con il mercoledì delle udienze, il 20 giugno 2018, e qui il Papa si è lanciato in una disquisizione che di primo acchito appare alquanto confusa e controversa; tuttavia, se si legge attentamente quanto ha detto, ecco che la confusione svanisce e prende corpo un tutto organico col quale il Papa non apre una controversia, ma avanza proposizioni equivoche atte a stravolgere il vero significato della Scrittura.
    Non è la prima volta, anzi in cinque anni padre Bergoglio ci ha abituati alle sue personali ed eterodosse “riletture” della Scrittura.
    Con chi se l’è presa questa volta?
    Se l’è presa con quegli sprovveduti che per duemila anni si sono permessi di ingannare i fedeli cattolici insegnando che il Signore ci ha dato “Dieci Comandamenti” da rispettare, pena il castigo di Dio.
    Non è così, dice padre Bergoglio, non sono dieci comandamenti, ma dieci parole, cioè non sono dieci comandi di Dio da servire come guida per la vita dell’uomo, ma dieci parole pronunciate da Dio per dialogare con l’uomo. Il che, come si vede, cambia tutta la prospettiva della Scrittura: Dio non sarebbe il Creatore di tutte le cose e di tutti gli esseri, ma solo uno che dialogherebbe con le cose e gli esseri come se questi fossero delle entità a se stanti.
    Come catechesi papale non c’è male… siamo al peggio!
    Padre Bergoglio esordisce con una precisazione che può sembrare superficiale e frutto di una sorta di leggerezza di linguaggio, ma che ha una valenza distruttiva:
    «niente nella Bibbia è banale. Il testo non dice: “Dio pronunciò questi comandamenti”, ma “queste parole”. La tradizione ebraica chiamerà sempre il Decalogo “le dieci Parole”. E il termine “decalogo” vuol dire proprio questo».
    Quindi, secondo padre Bergoglio, Dio non avrebbe dato dei “comandamenti”, ma si sarebbe limitato a pronunciare delle “parole”; tanto è vero – precisa - che la tradizione ebraica parlerebbe solo di “parole”.
    Ora, questa “dotta” precisazione esige alcune puntualizzazioni, perché questo incredibile “giuoco di parole” con il quale si trastulla padre Bergoglio non può restare senza le corrispettive smentite.
    La prima smentita è data dall’etimologia del termine “decalogo”, il quale deriva dal latino decalŏgus, che a sua volta deriva dal greco δεκάλογος, che si compone di δέκα (deca) - “dieci” - e λόγος (logos) – “parola” – ma anche “discorso”, “comando”. Tanto che l’italiano conosce l’accezione più ampia di “decalogo” indicante “prescrizione vincolante”, “ordine indiscutibile”, “legge obbligante”. Ma evidentemente i Gesuiti presso cui ha studiato padre Bergoglio queste cose non gliele hanno insegnate o quando loro insegnavano Bergoglio era distratto dalle loro parole.
    La seconda smentita viene dallo stesso Esodo, dove si trova (24, 12):
    «Il Signore disse a Mosè: “Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli»;
    e ancora (31, 18):
    «Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio»;
    e ancora (32, 15-16): «Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole»;
    e ancora (34, 1):
    «Poi il Signore disse a Mosè: “Taglia due tavole di pietra come le prime. Io scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai spezzate»;
    e ancora (34, 10 e 11):
    «Il Signore disse: “Ecco io stabilisco un’alleanza” … “osserva dunque ciò che io oggi ticomando”.
    Da cui si evince, se uno si prende la briga di leggere ciò che dice la Scrittura senza ricamarci sopra a piacimento, che Dio consegna a Mosè dei comandi, delle prescrizioni che sono “parole” scolpite sulla pietra dallo stesso dito di Dio, che Mosè, e quindi gli Israeliti e quindi i cristiani e quindi i cattolici, Papa in testa, devono “osservare”… dice il Signore.
    La terza smentita viene dalla Genesi, laddove è descritta la Creazione (1, 3): «Dio disse: “sia la luce”, e la luce fu». Dio pronuncia una “parola” e questa si realizza, prende vita, esiste mentre prima non esisteva; e questo perché la “parola” di Dio è potenza creatrice, è comando efficiente, è ordine obbligante, al punto che dal nulla sorge ciò che non c’è.
    Non è un caso che mentre la Genesi incomincia con l’azione della “Parola” di Dio, del Logos (In principio… Dio disse), questo stesso Logos è quello di cui San Giovanni dirà in parallelo con la Genesi: «In principio era il Verbo, il Logos, …e il Verbo era Dio … e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv. 1, 1 e 3).
    La Parola di Dio non è minimamente paragonabile alla “parola” dell’uomo, né tampoco alla “parola” di padre Bergoglio.
    A questo bisogna aggiungere che il Vecchio Testamento, a più riprese, ricorda un’altra accezione della “parola”, quando questa equivale ad un nome e contiene allora il senso di potenza che ha chi proferisce il nome, o nomina, nei confronti della cosa o dell’essere nominato.
    E’ quello che nella Genesi viene ricordato a proposito della creazione della donna (2, 23):
    «Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta essa
    è carne dalla mia carne
    e osso dalle mie ossa.
    La si chiamerà donna
    perché dall’uomo è stata tolta»;
    la stessa cosa che si era verificata prima a riguardo degli esseri viventi creati da Dio (2, 19-20): «Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche».
    Il nominare – con una “parola” – o il pronunciare il nome comporta una sorta di potere di chi nomina sulla cosa o l’essere nominato. E’ per questo che il Vecchio Testamento imponeva di divieto di pronunciare il “nome di Dio”, perché l’uomo non potrebbe avere e non ha alcun potere su Dio. Cosa che viene ricordata nel secondo Comandamento: «Non nominare il Nome di Dio invano».
    A questo punto, vediamo cosa dice padre Bergoglio:
    «Eppure hanno forma di leggi, sono oggettivamente dei comandamenti. Perché, dunque, l’Autore sacro usa, proprio qui, il termine “dieci parole”? Perché? E non dice “dieci comandamenti”?». .
    Già, perché?
    E padre Bergoglio si risponde:
    «Che differenza c’è fra un comando e una parola? Il comando è una comunicazione che non richiede il dialogo. La parola, invece, è il mezzo essenziale della relazione come dialogo. … e i comandamenti sono parole di Dio: Dio si comunica in queste dieci Parole, e aspetta la nostra risposta» «Altro è ricevere un ordine, altro è percepire che qualcuno cerca di parlare con noi. Un dialogo è molto di più che la comunicazione di una verità. … I comandamenti sono un dialogo. La comunicazione si realizza per il piacere di parlare e per il bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole.»
    Ora, dopo quello che abbiamo premesso, la domanda è: dove diavolo ha scovato, padre Bergoglio, questa solenne sciocchezza del “dialogo” che sarebbe “molto di più che la comunicazione di una verità”, da cui deriverebbe che “i comandamenti sono un dialogo” che si realizzerebbe “per il piacere di parlare … tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole”?
    Con tutta la buona volontà, non possiamo esimerci dal far notare che, forse, non c’era modo migliore per ridurre ad una barzelletta la volontà di Dio e le sue leggi, che non sono delle mere imposizioni, ma il modo in cui Dio manifesta la sua misericordia nei confronti delle sue creature, per il cui bene stabilisce il loro essere e il loro comportamento attuando una giustizia a loro corrispondente, a partire dal libero arbitrio.
    Ma questo non può significare che Dio “dialoga” con le sue creature quasi per discutere con esse quale sarebbe la regola migliore perché conducano una vita sana e corrispondente al loro miglior bene, materiale e spirituale. Sarebbe come dire che Dio “dialogherebbe” con l’uomo perché insieme decidano come dovrebbe essere l'uomo, come dovrebbe nascere e come dovrebbe morire, quale dovrebbe essere il suo destino terreno e celeste.
    Non è un’iperbole la nostra, ma la logica considerazione che scaturisce inevitabilmente dalle supposte “catechesi“ di padre Bergoglio, dalle “parole” di padre Bergoglio, il quale, così sproloquiando, non fa altro che insinuare nelle menti dei fedeli l’idea che quelle di Dio, non sarebbero altro che “parole”, mere “parole”, e non dei comandamenti, così che gli uomini le potrebbero benissimo tenere in nessun conto.
    E questo non equivale forse alla istigazione a trasgredire i comandi di Dio? Questo non equivale a istigare l’uomo a fare a modo suo, magari con la presunzione di marca bergogliana di aprire un “dialogo” con Dio?
    Siamo alla demolizione di qualunque forma di religione, alla demolizione di ogni realtà a beneficio di chiacchiere devastanti che pretendono di insegnare all’uomo che non è un uomo, che non è una creatura dipendente dal suo Creatore, che non è un essere voluto da Dio per manifestare la Sua gloria, ma sarebbe una creatura indipendente – il che è assurdo e falso -, un essere voluto da Dio per la gloria di questo stesso essere – il che è ridicolo e senza senso.
    E quando padre Bergoglio pretende di ricordare che «il serpente ha mentito… ha fatto credere che una parola d’amore fosse un comando», non fa altro che mettere in risalto che anche lui usa la stessa menzogna diabolica: far credere che i comandamenti non sarebbero comandamenti, ma parole di dialogo; al punto che credere nei Comandamenti equivarrebbe a considerare Dio come un padrone e non come un Padre, equivarrebbe ad avere una «mentalità da schiavi» e non da figli, perché
    «il comandamento è dal padrone, la parola è dal Padre». … «Uno spirito da schiavi non può che accogliere la Legge in modo oppressivo, e può produrre due risultati opposti: o una vita fatta di doveri e di obblighi, oppure una reazione violenta di rifiuto».
    E anche qui, c’era modo migliore per istigare alla disobbedienza a Dio, per istigare i figli a disobbedire ai genitori, per demolire ogni ordine e ogni naturale gerarchia, per demolire la famiglia e la società?
    Ed è ridicolo che padre Bergoglio cerchi di confondere la realtà affermando:
    «Gesù è la Parola del Padre, non è la condanna del Padre. Gesù è venuto a salvare, con la sua Parola, non a condannarci».
    Ridicolo! Perché anche i bambini del catechismo sanno che Gesù è venuto a salvarci non con la Sua Parola, ma con l’espiare al posto nostro i nostri peccati; mentre con la Sua Parola è venuto a ribadirci i Comandamenti di Dio e ad aggiungerne di nuovi: i Vangeli sono pieni di ingiunzioni come questa: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.» (Mt. 5, 27.28); e questo Gesù lo dice nel contesto di questo insegnamento: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli» (Mt. 5, 17-19).
    Ma evidentemente a padre Bergoglio non importa un fico secco degli insegnamenti di Gesù, che in cuor suo – e per bocca sua – considera delle imposizioni da “padrone” a cui lui, da uomo libero e non da schiavo può solo opporre un rifiuto.
    Per concludere, diciamo che i lettori potranno valutare da soli se padre Bergoglio sarà considerato “grande” o “minimo” nel regno dei cieli.
    E’ scontato che il giudizio spetta solo al Signore, giusto giudice, ma pensiamo che ci sia permesso azzardare la timida previsione che sarà considerato “minimo” perché trasgredisce i precetti e per di più insegna a farlo agli altri.
    La domanda retorica è: ma questo è un papa?
    La falsa catechesi - Articolo di Giovanni Servodio

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  2. #342
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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Il cardinale: "I vescovi ​non conoscono più la fede"
    "Fedeli che si sentono abbandonati e traditi dai pastori" e "Vescovi che non conoscono più la fede". Il cardinale tedesco Mueller ne ha per tutti
    Francesco Boezi
    "Fedeli traditi e abbandonati dai pastori" e "vescovi che non conoscono più la fede". Il cardinale Gerhard Müller non si sta risparmiando.
    Nonostante non sia più il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, le sue disamine sono sempre molto richieste. Specie quando riguardano la dottrina cattolica. Il porporato tedesco, che una semplicistica catalogazione giornalistica inserisce spesso nell'elenco dei "ratzingeriani", continua a rilasciare interviste. L'ultima, in ordine di tempo, è stata quella al Catholic World Report.
    Affermazioni a tutto campo, che hanno spaziato dall'intercomunione per le coppie miste, cioè dalla proposta fatta in materia dal cardinale Rehinard Marx e dalla maggioranza della Conferenza episcopale tedesca, al più generico "stato di salute" della Chiesa cattolica. Il prefetto emerito, già in tempi non sospetti, si era dichiarato contrario all'accesso alla comunione per coniugi protestanti dei cattolici. Un punto ribadito anche al Catholic World, quando Mueller ha detto che: "Nessun vescovo ha l’autorità di amministrare la Santa Comunione a cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica. Solo in una situazione di pericolo di morte - ha sottolineato il cardinale - il protestante può chiedere l’assoluzione sacramentale e la Santa Comunione come viatico, se condivide tutta la fede cattolica ed entra così in piena comunione con la Chiesa cattolica, anche se non ha ancora dichiarato ufficialmente la sua conversione". La traduzione integrale dell'intervista a Mueller è riportata su questo blog. Le parole più forti, però, sono state pronunciate dal teutonico in difesa dei cosiddetti "fedeli conservatori", che sarebbero osteggiati, in quanto schieratisi contro il "processo di protestantizzazione", tanto da essere "esposti alla campagna diffamatoria dei media liberali e anticattolici". Fedeli posti in secondo piano, insomma.
    "Considerano la secolarizzazione e la scristianizzazione dell’Europa come uno sviluppo irreversibile - ha detto Mueller riferendosi al "gruppo di vescovi tedeschi" che sta tentando di traghettare la Chiesa nel "futuro" tramite una "marcia verso la modernità" - . "Per questo motivo - ha specificato l'ex prefetto - la Nuova Evangelizzazione – programma di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – è a loro avviso una battaglia contro il corso oggettivo della storia, simile a quella di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Essi cercano per la Chiesa una nicchia dove si possa sopravvivere in pace".
    Mueller non lo dice, ma sembrerebbe "accusare" di modernismo una parte dell'episcopato tedesco. Ecco, quindi, che "stiamo vivendo una conversione al mondo invece che a Dio". "Ci sono molte persone - ha argomentato il cardinale rispondendo a una domanda sullo "stato di salute" del cattolicesimo in Europa - che vivono la loro fede, amano Cristo e la sua Chiesa, e pongono tutta la loro speranza su Dio nella vita e nella morte. Ma tra loro ce ne sono parecchi che si sentono abbandonati e traditi dai loro pastori". "Purtroppo - ha chiosato il prefetto emerito soffermandosi sull'intercomunione - persino i vescovi oggi non conoscono più la fede cattolica nell’unità della comunione sacramentale ed ecclesiale, e giustificano la loro infedeltà alla fede cattolica con presunte preoccupazioni pastorali o con spiegazioni teologiche, che però contraddicono i principi della fede cattolica".
    Il cardinale: "I vescovi ?non conoscono più la fede"

    Caro amico… come va?
    Ovvero
    Quando il papato diventa una farsa
    di Belvecchio
    Il 26 giugno scorso, padre Bergoglio ha ricevuto in Vaticano, in udienza speciale, la coppia francese dei Macron: Presidente della Francia, lui, e attempata consorte, lei.
    L’incontro si è protratto per un’intera ora, certo a causa dei molti interessi in comune e delle molte consonanze di pensiero.
    I due Macron si sono presentati in Vaticano secondo il cerimoniale, entrambi in abito scuro, e c’è stato l’immancabile scambio di doni.
    Ma il dono più sorprendente è stato quello offerto da Bergoglio e da Macron ai giornalisti e ai fotoreporter: uno scambio di affettuose effusioni da vecchi compagni di scuola.
    Per quanto possa sembrare un accadimento occasionale, magari dovuto all’inesperienza di Macron e alla demagogia mediatica di Bergoglio, non si può evitare di pensare che si sia trattato di un vero proprio scambio di amorosi sensi: tra colloquio segreto e prolungato e abbracci, baci e pacche sulla spalla; il tutto volutamente ostentato di fronte agli occhi mediatici del mondo.
    Che ne è del Papato?
    Domanda capziosa e irriverente che forse denota da parte nostra una prevenzione malevola; e tuttavia Bergoglio era in abito bianco, come quello dei papi, e Macron era in abito scuro, come quello di chi viene ricevuto in udienza dai papi.
    Trascuriamo l’inesistenza di una foto in cui Macron ossequia padre Bergoglio, ma perché sbaciucchiarsi e scambiarsi paroline all’orecchio?
    Che ne è del Papato?
    Bergoglio, more solito, ne ha fatto strame, e lo ha fatto a ragion veduta come per lanciare un messaggio. Quale?
    Il Papato non esiste più, è roba da Chiesa mummificata… ora esiste un vecchio gesuita che si concede alle effusioni del giovane studente dei Gesuiti.
    Tutta un’altra cosa rispetto al Papato.
    Infatti, Macron, classe 1977, nonostante sia nato in una famiglia irreligiosa, tipica della Francia laica, è stato a scuola dai Gesuiti, ad Amiens; non solo, ma proprio in questa scuola, a 16 anni, ha iniziato una tresca amorosa con la sua professoressa di lettere e latino, sposata, con figli e con 24 anni più di lui. Un amore profondo e travolgente che ha portato la professoressa a divorziare e poi a sposare il suo giovane allievo.
    Da allora, l’assistenza educativa della professoressa non ha smesso di esercitarsi, fino a portare il suo giovane Emmanuel al conseguimento di alcune lauree e perfino a diventare “associato” nella banca d’affari Rothschild & Co, la nota banca di origine ebreo-tedesca che a partire da Londra, nel 1811, è diventata la consulente finanziaria delle più importanti aziende, dei governi e della famiglie più ricche del mondo; è infatti a questo titolo che Macron è diventato ministro dell’economia francese col socialista Holland.
    Superfluo ricordare che i potenti Rothschild, i principali proprietari del tesoro americano e non solo, sono da sempre i promotori e i finanziatori delle più deleterie iniziative in campo politico, sociale e morale, sempre contrassegnate dalla lotta alla civiltà europea e alla religione cattolica: dalla rivoluzione comunista, all’aborto, al riconoscimento dei “diritti” degli omosessuali.
    E’ in questo quadro che Macron è diventato Presidente della Francia e Bergoglio abbraccia e bacia Macron, sotto lo sguardo amoroso e vigile della sua moglie-professoressa.
    Ovviamente, da quello che raccontano i giornali, i due vecchi e cari amici hanno parlato anche di immigrazione, sulla quale si sono trovati d’accordo per l’accoglienza umanitaria e solidale, anche se entrambi non accolgono poi chissà quanti migranti: Bergoglio li porta in aereo fino a Roma e poi li affida alle cure del governo italiano, con i soldi degli Italiani; Macron li invita a sbarcare nei porti sicuri – italiani – per poi respingerli malamente quando si presentano alle frontiere francesi.
    E giù abbracci e baci!
    Oh, caro Emmanuel, come va? Oh, caro Mario, come va?
    Roba da avanspettacolo!
    Caro amico… come va? Ovvero, quando il Papato diventa una farsa - Articolo di Belvecchio



    Nuovo libro della TFP. "Il 'cambio di paradigma' di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato"
    Il “cambio di paradigma” di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato. Questo il titolo del libro scritto dallo studioso José Antonio Ureta ed edito dall’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira, che è stato presentato il 23 giugno a Roma, presso l’Hotel Massimo D’Azeglio, in occasione del congresso “Vecchio e nuovo modernismo: radici della crisi nella Chiesa”.
    A cinque anni dall’elezione di Papa Francesco, l’autore traccia un bilancio di questo lustro alla luce del “cambiamento di paradigma”, concetto più volte utilizzato dallo stesso Pontefice e da alte autorità ecclesiastiche per indicare la volontà e la necessità di adattare radicalmente la dottrina, la disciplina e la struttura stessa della Chiesa ai bisogni e al sentire del mondo contemporaneo.
    Lo studio offre una panoramica generale dei temi su cui si è concentrato finora il pontificato di Francesco e che più hanno suscitato scalpore tra i fedeli per la loro carica di innovazione rispetto ai papati precedenti. Non sembra esagerato supporre che probabilmente ad oggi non esiste un esame di questi cinque anni di Papa Bergoglio in una visione d’insieme così vasta.
    Il libro spazia dalla marginalizzazione riservata da Francesco ai valori non negoziabili (vita, famiglia, educazione) ai rapporti intrattenuti con regimi, movimenti ed esponenti di sinistra di tutto il mondo, dalla promozione dell’agenda ecologista e di quella immigrazionista sino alla predicazione di una morale soggettivista non più vincolata alle regole universali delle leggi divina e naturale.
    L’autore individua come denominatore comune di tutte le scelte in cui l’attuale pontificato ha optato per il “cambiamento di paradigma” la volontà di un abbraccio totale e definitivo della Chiesa con la Modernità, intesa come secolare processo rivoluzionario anticristiano.
    Di fronte ad una tale situazione di crisi, Ureta cerca di rispondere a domande sempre più pressanti nella coscienza di innumerevoli cattolici: è legittimo per i fedeli resistere in determinate circostanze all’autorità ecclesiastica, incluso a quella del Sommo Pontefice? È possibile che oggi ci troviamo in una situazione analoga a quella che portò l’Apostolo San Paolo a resistere al primo Papa (Gal 2,11)?
    Evitando gli opposti estremismi del sedevacantismo e di una adesione cieca e assoluta che prescinde dall’uso della ragione, l’autore propone una via intermedia di resistenza a questo “cambiamento di paradigma”: mantenere integri i legami di fedeltà che uniscono i fedeli ai legittimi Pastori, ma allo stesso tempo prendere le misure prudenziali necessarie alla preservazione dell’integrità della propria fede evitando ad esempio la convivenza abituale con i prelati autodemolitori e portatori di questa nuova visione della Chiesa.
    MiL - Messainlatino.it: Nuovo libro della TFP. "Il 'cambio di paradigma' di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato"

    Il complotto che costrinse Benedetto a dimettersi
    Francesco Lamendola
    Il nome di John Podesta, probabilmente, non dice niente al grande pubblico italiano ed europeo. Eppure questo oscuro (per noi) personaggio, consigliere di Hillary Clinton quando costei pareva lanciata alla conquista della presidenza degli USA nel 2016, ci darà forse, un giorno, la chiave per illuminare uno dei più tenebrosi misteri del XXI secolo: le dimissioni improvvise, traumatiche, di papa Benedetto XVI nel febbraio del 20013, le prima da oltre sette secoli, cioè da quelle di papa Celestino V, nel 1294. Perché in uno scambio di messaggi fra lui e Sandy Newman, direttore di una rivista progressista, si fa cenno alla volontà della signora Clinton di provocare una “primavera vaticana”, sul modello delle “primavere arabe”, con l’intenzione di attuare una vera e propria rivoluzione nella Chiesa e sostituire un pontificato “conservatore” con uno più in linea con la filosofia e la pratica dei democratici statunitensi, sui temi-chiave, a livello mondiale, della vita (e quindi dell’aborto e il controllo delle nascite), della famiglia (e quindi l’ideologia di genere e il riconoscimento delle “famiglie arcobaleno”) e dell’immigrazione.
    Ecco cosa scriveva il giornalista Claudio Cartaldo su Il Giornale il 02/02/2017:
    Il 20 gennaio scorso la rivista cattolica tradizionalista “The Remnant” ha scritto una lettera aperta al nuovo Presidente americano [cioè Trump] per chiedergli di fare chiarezza sulle mosse Oltretevere di Barack Obama e il suo ruolo nel’abdicazione del papa emerito, Benedetto XVI. A firmare la missiva sono stati David Sonnier, ex tenente colonnello dell’esercito USA, Christopher Ferrara, presidente dell’associazione avvocati cattolici americani, e Michael Matt, direttore di The Remnant. Il fulcro della missiva, che prende spunto da alcune rivelazioni documenti pubblicati da Wikileaks, è il sospetto che “il cambio di regime [in Vaticano] sia stato progettato dall’amministrazione Obama”. Niente di più e niente di meno. Si tratterebbe di uno scandalo.
    Durante il terzo anno del primo mandato dell’amministrazione Obama – si legge nella lettera aperta – il segretario di Stato Hillary Clinton, e altri funzionari del governo, hanno proposto una “rivoluzione cattolica il cui obiettivo era la scomparsa definitiva di ciò che restava della Chiesa cattolica in America”. […]
    Secondo i firmatari della missiva, l’elezione di papa Francesco sarebbe servita a “dare un appoggio spirituale al programma ideologico radicale della sinistra internazionale”, tanto che oggi il pontefice sarebbe ormai diventato “il leader della sinistra mondiale”. La rovista The Remnant quindi chiede a Trump di aprire una inchiesta che spieghi “per quale motivo la NSA ha monitorato il conclave che ha eletto papa Francesco”, “quali operazioni segrete sono state effettuate dal governo USA sulle dimissioni di benedetto XVI” e renda conto delle “transazioni monetarie con il Vaticano sospese pochi giorni prima delle dimissioni di Ratzinger”. In effetti nel dicembre 2013 [una svista per “gennaio”] Deutsche Bank chiuse i bancomat all’interno della Santa Sede con la scusa delle indagini sulle norme anti-riciclaggio sullo Ior, ma poi il giorno successivo alle dimissioni del’ex pontefice il Vaticano e la banca trovarono subito un accordo. Riaprendo i bancomat. […]
    Infine, i firmatari chiedono al presidente di chiarire il ruolo di Podesta in quella che lui stesso avrebbe definito “primavera cattolica”, quale influenza abbia avuto il finanziere George Soros e se l’amministrazione Obama sia entrata in qualche modo in contatto con quella che è stata chiamata la “mafia di San Gallo”, ovvero il consesso di cardinali e vescovi (Carlo Maria Martini, Adriaan Va Luyn, Walter Kasper e Krl Lehman, Achille Silvestrini e Basil Hume) che già nel 2005 avrebbe individuato in Bertgoglio il papa perfetto per la riforma della Chiesa in senso progressista.
    La presenza di George Soros nel dossier “primavera vaticana”, acquista una luce tutta particolare se la si confronta con la perfetta sintonia oggi esistente fra la linea di Soros e quella di Bergoglio
    Dietro le dimissioni di Benedetto XVI non ci sarebbe, dunque, la “stanchezza” del pontefice, ma, assai più prosaicamente, un odioso ricatto finanziario: la minaccia di far “saltare” le finanze vaticane, bloccando tutti i pagamenti sul circuito bancario internazionale; qualcosa di non molto diverso dalla manovra che, nel 2011, a colpi di spread e con altre forme di pressione finanziaria, costrinse Berlusconi a dimettersi (e forse per delle ragioni analoghe: una eccessiva sintonia con la Russia, con Putin e con la Chiesa ortodossa, cosa che non piaceva all’amministrazione democratica USA).
    Non sappiamo se Donald Trump, a sua volta messo sotto pressione, e perfino sotto ricatto, fin dal giorno della sua elezione, sia dai media che dalla magistratura USA di marca progressista, potrà mai dare corso all’inchiesta e pubblicarne i risultati, cosa che sarebbe devastante per il prestigio e il buon nome degli Stati Uniti nel mondo (almeno dal punto di vista delle anime belle che vedono ancora in quel Paese il bastione più fulgido della libertà e della democrazia mondiale). Probabilmente no, e per vari motivi. Intanto, però, il dubbio c’è, e vi sono anche parecchi indizi; così come si nota la presenza di George Soros nel dossier di questa “primavera vaticana”, cosa che acquista una luce tutta particolare se la si confronta con la perfetta sintonia oggi esistente fra la linea di Soros e quella di Bergoglio sul tema delle migrazioni, dei diritti umani e delle organizzazioni non governative, così come la loro comune avversione per Matteo Salvini, il nuovo ministro degli Interni italiano, il quale, sul tema dei cosiddetti profughi, ha assunto una posizione, da essi bollata come populista e disumana, che è agli antipodi della loro.
    Ma già il 28/08/2016 Riccardo Cascioli, il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, aveva pubblicato un coraggioso articolo per denunciare le trame di Soros, Obama e Clinton per imprimere una svolta in senso progressista (e quindi, almeno potenzialmente, pro migrazioni e gay friendly) alla politica vaticana, attraverso le dimissioni di Benedetto XVI, articolo al quale gli ambienti politicamente corretti non vollero dare il peso che avrebbe meritato:
    Il finanziere George Soros ha dato consistenti contributi ad organizzazioni cattoliche per “spostare le priorità della chiesa cattolica americana” dai temi vita e famiglia a quelli della giustizia sociale: occasione particolare la visita di papa Francesco negli USA nel settembre 2015. È quanto emerso nei giorni scorsi, in aggiunta alle precedenti rivelazioni, dai numerosi documenti riservati hackerati alla sua Open Society Foundation. La notizia è circolata soprattutto negli Stati Uniti, ficus dell’azione di Soros, ma merita di essere ripresa e conosciuta ovunque perché le sue implicazioni riguardano la Chiesa universale.
    Partiamo dai fatti contenuti nei documenti pubblicati da DC Leaks: nell’aprile 2015 la Open Society ha versato 650 mila dollari nelle casse di due organizzazioni legate ad ambienti cattolici progressisti,il PICO e il Faith in Public Life (FPL), con lo scopo di “influenzare singoli vescovi con lo scopo di avere voci pubbliche a sostegno di messaggi di giustizia economica e razziale allo scopo di iniziare a creare una massa critica di vescovi allineati con il Papa”. Le due organizzazioni destinatarie dei versamenti sono state scelte, spiegano i documenti, perché impegnate in progetti a lungo termine che hanno lo scopo di cambiare “le priorità della Chiesa cattolica statunitense”. La grande occasione è data dalla visita del papa negli Stai Uniti e la fondazione Soros punta esplicitamente ad usare i buoni rapporti di PICO con il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, tra i principali consiglieri di papa Francesco, per “impegnare” il Pontefice sui temi giustizia sociale e anche avere la possibilità di inviare una delegazione in Vaticano prima della visita di settembre in modo da far ascoltare direttamente al papa la voce dei cattolici più poveri in America.
    Cosa che l’ottimo cardinale Maradiaga ha fatto, dall’alto dei suoi 35.000 euro di stipendio personale mensile per rappresentare “la Chiesa dei poveri”: niente male come coerenza, anche se i soldi vengono da un noto filantropo come Geogre Soros e da altri banchieri che, come tutti sanno, sono il non plus ultra della filantropia internazionale. Non sarà del resto un caso che la fondazione Soros si chiami Open Society, società aperta: più aperta di così: via le frontiere, avanti tutti i “poveri” del mondo, e libera circolazione dei capitali, cioè dei meccanismi finanziari coi quali le banche stanno mettendo il giogo sulle spalle del mondo intero, un Paese dopo l’altro, un popolo dopo l’altro. In molti avevano notato, da tempo, la strana convergenza fra i discorsi “umanitari” di Soros e quelli del signor Bergoglio, ad esempio il filosofo Diego Fusaro; ma le rivelazioni di Witileaks ci offrono una chiave di lettura più concreta, e, se si vuole, più brutalmente semplice, di questa inopinata sintonia: il denaro. Che cosa c’entra il papa di Roma con uno squalo della finanza, una persona che si è smisuratamente arricchita attraverso le manovre speculative più ciniche e amorali, oltre al fatto, invero un po’ generico, che entrambi dichiarano di voler andare incontro all’umanità sofferente, ad esempio aiutando milioni di “poveri” (che però pagano fino a 4.000 dollari ciascuno) a trasferirsi in Paesi dove ci sono migliori opportunità di vita? È semplice: i soldi. Soldi che Soros versa alla Chiesa progressista, in cambio di una modifica nell’agenda delle priorità: basta coi discorsi su aborto, moralità, valori, difesa della vita dal concepimento alla morte naturale; e sì ai discorsi su diritti umani e civili, centralità della persona umana, autodeterminazione e unioni gay: perché no, poverini? Chi siamo noi per giudicarli, se vogliono “sposarsi” e avere dei bambini? In fondo, che male fanno? Dopotutto, quel che conta non è sempre l’amore?
    Ed ecco che si apre uno scenario ben diverso da quello ufficiale, supinamente avallato da tutti i maggiori mezzi d’informazione, sulle dimissioni di papa Benedetto e sulla successiva, fulminea elezione di Francesco (che la “mafia di San Gallo”, non dimentichiamolo, aveva già provato a piazzare al timone della Chiesa fin dal 2005, nel conclave che poi elesse Ratzinger); uno scenario che dà le vertigini perché ci proietta dall’atmosfera rarefatta delle dispute teologiche e delle divergenze pastorali, alla dimensione del vilissimo denaro, dei banchieri dai moventi inconfessabili, dei servizi segreti statunitensi e, quasi certamente, israeliani. Molto probabilmente si sono incrociati diversi tentacoli di origine diversa, convergenti sull’obiettivo finale: rimuovere il papa scomodo, intronizzare quello “comodo” e rovesciare così, in un colpo solo, l’orientamento della Chiesa sui principali temi d’interesse mondiale. Ciascuno aveva il suo particolar fine: Soros, la mafia di San Gallo, l’amministrazione Obama, ma erano fini che andavano nella stessa direzione, e hanno trovato un accordo.
    La mossa risolutiva, lo scacco matto al Vaticano, è venuta dallo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), che unisce oltre 10.000 banche sparse in più di 200 Paesi, lo strumento principe su cui si regge la supremazia mondiale del dollaro e, quindi, il più potente mezzo di ricatto finanziario. Per dare un’idea della sua potenza, nel 2015 una banca francese è stata condannata a pagare quasi 9 miliardi di dollari di multa per aver aggirato il sistema che esclude l’Iran dallo SWIFT (che si rivela, perciò stesso, una pedina della lobby ebraica mondiale). Nel febbraio 2013, lo I.O.R. si venne a trovare nelle stesse condizioni dell’Iran e degli altri “Stati canaglia”, con i suoi pagamenti bloccati per l’improvviso congelamento del sistema SWIFT a suo riguardo. Non appena si seppe che Benedetto XVI aveva annunciato le sue dimissioni, l’increscioso episodio fu chiuso e il Vaticano fu riammesso nello SWIFT.
    Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma il nocciolo della questione sta qui: l’élite finanziaria mondiale aveva deciso che Ratzinger doveva andarsene a causa delle sue posizioni troppo intransigenti sulla vita e la famiglia, per essere sostituito da un papa conforme ai suoi desideri, che mettesse all’ordine del giorno l’ambiente, l’ecologia, i diritti civili, i migranti, e una qualche forma di riconoscimento per le coppie gay. Che è poi, guarda caso, il programma del Partito Democratico americano, notoriamente dominato dalla massoneria (non che essa sia estranea al Partito Repubblicano: la massoneria gioca sempre su due tavoli, in modo da vincere comunque).
    All’interno della Chiesa, poi, c’era un altro ramo della massoneria, quello che si serve dei progressisti, il quale non aspettava altro per puntare al medesimo risultato, e portare a compimento la “svolta” postconciliare. Provate a ricordare: quale fu la prima cosa che disse, in quella famosa intervista a Eugenio Scalfari, il neoeletto Bergoglio? Disse: ecco in che modo cambierò la Chiesa cattolica. Un po’ strano, vero? Un papa di settantasette anni, che inizia il suo pontificato dicendo di voler cambiare la Chiesa: è come un Giovanni XXIII senza maschera, e che va di fretta. Anche Roncalli volle fare una rivoluzione, però con un certo rispetto delle forme e con una certa cautela: l’argentino non si cura più nemmeno di salvare le apparenze. È stato eletto per fare un certo lavoro, e le sue prime mosse sono state dirette a liquidare ogni possibile opposizione Non ha tempo da perdere, e lo dice; come non ne hanno i suoi sponsor...
    IL COMPLOTTO "PRIMAVERA"

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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    L’ecclesialmente corretto
    Giuliano Guzzo
    Se il politicamente corretto è una questione sotto gli occhi di tutti, l’ecclesialmente corretto dovrebbe preoccupare anzitutto i cattolici che, sempre più, ne sono interessati. Si tratta di una tendenza al radicale (nel senso pannelliano del termine) ridimensionamento del Cristianesimo. Così, Gesù Cristo viene ridotto ad «amico invisibile»; l’Eucaristia a bocconcino dell’amicizia; la barca di Pietro – la Chiesa – ad imbarcazione Ong; il paradiso a gioia interiore, l’inferno a malessere, il purgatorio a coda alle Poste; la Messa ad assemblea; il Natale al richiamo all’essenziale contro i regali, maledetti Magi; il Presepe a meeting interculturale ante litteram.
    Il messaggio cristiano in questo modo va a trascolorare, lasciando a tutti noi parecchi motivi per volerci bene – e per voler salvare il prossimo – ma ben pochi, in realtà, per voler salvare noi stessi. L’ecclesialmente corretto sconsiglia poi caldamente il ricorso al Rosario da sgranarsi, se proprio si deve, sottovoce e previo accertamento di non essere visti da alcuno. E a chi oserà tirare in ballo quel testo con tutte quelle espressioni cruente e vendicative – «non sono venuto a portare pace, ma una spada», «là sarà pianto e stridore di denti», «sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina e fosse gettato negli abissi del mare» -, si segnalerà che è opportuno andarci piano, con le letture preconciliari.
    L?ecclesialmente corretto | Libertà e Persona

    Chiesa povera e Certosa ricca
    di Daniele Casi
    Don Luigi Ciotti lo conoscono tutti e dunque non servono troppe presentazioni. Era nella mia città alcune sere fa, perché invitato da un Parroco a tenere, in chiesa, una delle centinaia di conferenze fiume che svolge da quarant’anni in tutta Italia.
    La cronaca della stampa locale ha scritto che questo singolare presbitero in maglioncino blu: “Ha scosso le coscienze dei presenti sul tema “Una chiesa povera per i poveri” (n.d.r. originale!): «Vorrei partire da me – ha esordito l’umile levita – sacerdote della chiesa (minuscolo) di Cristo e cittadino italiano, un povero prete che cerca di vivere il Vangelo saldandolo alla Costituzione». Dopo aver reso omaggio al card. Michele Pellegrino, absit injuria verbis, che lo ordinò prete nel 1972 e “gli affidò come parrocchia la strada”, il nostro ha dato la stura al suo tradizionale repertorio sul dovere di credenti e non, di “abitare il tempo presente assumendosi la responsabilità del cambiamento”, di “occuparsi del bene comune e intraprendere insieme la lotta contro l’ingiustizia sociale”, la povertà, l’emarginazione, la discriminazione e chi più ne ha, più ne metta.
    Dopo un’ora e più, dulcis in fundo, la sua testimonianza è stata chiusa dal racconto della “straordinaria esperienza della Certosa 1515”. Si tratta di un antico monastero sulla strada che porta alla Sacra di San Michele, in Val di Susa, che, dopo essere stato per secoli luogo di riflessione, di silenzio, di preghiera viene adesso presentato come “luogo del “noi”, del “bene comune e condiviso”. Andando a cercare su internet notizie di questo vetusto edificio me l’immaginavo nascosto e dimenticato fra i rovi, triste e decadente come, troppo spesso, finiscono col diventare i nostri conventi, vuoti di vocazioni ma pieni di umidità.
    Ho trovato, invece, il sito Certosa1515 - Luogo di sosta e di pensieroCertosa 1515 | Luogo di sosta e di pensiero, ed il milionario restauro finanziato dall’Unione Europea (ma guarda un pò!) con il patrocinio della Regione Piemonte. Consultando le sue pagine si può scoprire ….un Resort! Altro che periferie esistenziali e marginalità; altro che ospitalità ai profughi lampedusani! Là dentro potrete degustare gli ottimi piatti di “Ristoro 1515”, soggiornare in una delle 38 camere (le ex celle delle monache) dotate di ogni servizio, partecipare a corsi di ‘Formazione e Comunicazione d’impresa’, ‘Risparmio Energetico e Green Economy’ e, se avanza tempo, entrare nella chiesa interna.
    Vi accoglierà un’aula completamente rivestita di legno dove, essendo stato rimosso ogni elemento tipico dell’architettura sacra, la vostra attenzione non potrà che volgersi ad un altare molto particolare. Si tratta, infatti, di un tavolo da cucina utilizzato dalla prima comunità italiana per malati di Aids, creata da don Ciotti all’inizio degli anni Ottanta. «Noi pranzavamo e cenavamo a quella mensa – ha spiegato il Fondatore – in venti anni abbiamo accolto un centinaio di sieropositivi, tutti morti».
    Niente chiese ai “pelagiani” fissati col S. Sacrificio; una plurisecolare Certosa al paladino del Diritti dell’Uomo e pazienza se, poco o nulla, di quelli di Dio. Ah, già, dimenticavo di dirlo: del tavolo ha fatto l’altare e, di quello che era il cassetto per le posate, il Tabernacolo.
    https://www.radiospada.org/2018/07/c...certosa-ricca/

    BAVIERA
    Dall’1 giugno in tutti gli uffici pubblici della Baviera è obbligatorio esporre il crocifisso: «Un chiaro impegno per la nostra identità bavarese e per i valori cristiani». Indovinate chi ha storto il naso. I soliti laicisti? Sbagliato. La Chiesa. L’arcivescovo di Monaco (di Baviera), cardinale Reinhard Marx, che è pure capo della conferenza episcopale tedesca, «ha detto no all’uso politico del crocifisso». Con lui si sono schierate le associazioni dei giovani cattolici (Bdjk) e dei giovani protestanti (Ebj) bavaresi, «che al governatore hanno ricordato che per loro la croce è simbolo di tolleranza e non di identità» (Il Giornale, 1.6.18).
    BAVIERA - Antidoti

    “Nella Chiesa tutti sanno e tutti tacciono, e così sono tutti complici. Bergoglio era al corrente della denuncia. Questo è l’impegno di Bergoglio: solo a parole”
    Il giornale spagnolo "Publico" ha pubblicato la testimonianza di una donna argentina, Beatriz Varela, che dopo quasi undici anni ha ottenuto dalla magistratura argentina una sentenza senza precedenti, che ritiene responsabile la Chiesa argentina negli abusi commessi da un sacerdote nei confronti di suo figlio, Gabriel, che all'epoca aveva quindici anni. Beatriz Varela nella sua testimonianza chiama direttamente in causa Jorge Mario Bergoglio, all'epoca arcivescovo della capitale.
    La Camera di Appello del municipio di Quilmes, in provincia di Buenos Aires, ha confermato la sentenza di un tribunale che nel dicembre scorso condannò la diocesi al pagamento di 155.600 pesetas (più di 23mila euro) per le spese in trattamento psicoterapeutico e per danni morali provocati al ragazzo e a sua madre.
    I fatti si riferiscono al 15 agosto 2002. Beatriz Varela invitò a casa sua il sacerdote Ruben Pardo, di 50 anni, affinché istruisse i suoi due figli maschi sui precetti religiosi. Secondo quando racconta il giornale argentino Pagina 12 il sacerdote chiese poi alla madre il permesso di far passare la notte a Gabriel nella Casa di Formazione in cui risiedeva per continuare nel dialogo e fargli servire messa il giorno seguente.
    Gabriel ha poi raccontato ai giudici che il prete lo invitò a dormire con sé, un gesto che il ragazzo ha interpretato come un'attitudine paterna. Il prete ne ha approfittato per abusare sessualmente di lui. "Sapevo che mi stava violentando, però non riuscivo a pensare che cosa potessi fare per evitarlo, perché avevo molta paura ed ero choccato". Il prete si addormentò, e Gabriel corse a casa e confessò l'accaduto a sua madre.
    Beatriz Varela andò immediatamente a parlare con il vescovo di Quilmes, che dopo la costernazione iniziale diede l'impressione di voler fare nulla; cercò di minimizzare il fatto, parlando di comprensione e di momenti di debolezza. Varela che lavorava in una scuola della diocesi, fu sottoposta a pressioni, ma continuò. "Bergoglio era al corrente della denuncia. Il suo è un impegno solo a parole".
    Varela si rivolse al tribunale ecclesiastico, "Il cui presidente non voleva accogliere la denuncia", e dove in seguito fu sottoposta da parte di quattro sacerdoti a a "Un interrogatorio umiliante, con domande lascive e tendenziose", e questo nonostante che il responsabile avesse confessato al vescovo.
    Beatriz Varela andò poi alla curia metropolitana, residenza dell'arcivescovo, che era Bergoglio, da dove però fu espulsa dal personale della sicurezza. Nella cattedrale, adiacente alla curia, scoprì che il prete abusatore era stato alloggiato in una casa della Vicarìa del bario di Flores, dipendente dall'arcivescovado di Buenos Aires.
    Varela è molto amara: "Nella Chiesa tutti sanno e tutti tacciono, e così sono tutti complici. Bergoglio era al corrente della denuncia. Nessuno si installa in un vicarìa senza l'autorizzazione dell'arcivescovo. Questo è l'impegno di Bergoglio: solo a parole", attacca Betariz, che accusa in generale la Chiesa argentina di fare poco o nulla per impedire gli abusi, e cita altri casi, attuali, in cui sacerdoti accusati di abusi sono ancora al loro posto a contatto con i giovani. Il sacerdote che abusò di suo figlio morì di AIDS nel 2005.
    https://letturine.blogspot.com/2018/...o-e-tutti.html

    Dalla P2 alla B3?
    PEZZO GROSSO: LE TRE “B” – BERGOGLIO, BOERI E BONINO – FAVORISCONO LA TRATTA DEI NUOVI SCHIAVI.
    Quando si tratta di economia, Pezzo Grosso sa di che cosa parla, non è uno sprovveduto. Ieri ci ha mandato un messaggio in cui, in buona sostanza, sostiene che non sarebbe una cattiva idea se Tito Boeri, attuale presidente dell’Istituto di Previdenza nazionale, l’INPS, tornasse a fare il professore universitario. Cioè al suo vero mestiere…piuttosto che essere inserito di autorità e di default nel gruppo delle tre “B” immigrazioniste: Bonino, Bergoglio, e appunto Boeri. Ma godetevi questo Pezzo Grosso al vetriolo….
    “Caro Tosatti, leggo sui quotidiani che il presidente dell’INPS (Tito Boeri), non sapendo che fare ….(il rimpianto del predecessore Mastrapasqua, pur con i tanti errori fatti, è sempre più sconfinato), ha cominciato a teorizzare che i conti del sistema pensionistico italiano possano reggere (solo) grazie ai contributi degli immigrati. Leggo sul Corriere di oggi (mercoledi 4 luglio, pag. 5) che Boeri avrebbe dichiarato, in polemica con l’attuale Governo in carica, che gli immigrati: “pagano le pensioni del futuro, sono una risorsa. Un azzeramento dei flussi migratori regolari è un problema serissimo per il sistema pensionistico italiano…”. Esattamente come dice la Emma Bonino e, in modo lievemente diverso, anche il nostro Papa Bergoglio. Deduco che Boeri appartenga alla categoria degli accademici che propongono soluzioni ai problemi senza averne analizzato o capito le cause.
    Ma non voglio regalargli idee per risanare i conti dell’Inps, voglio solo far notare il cinismo e l’assurdità della proposta di soluzione fatta da Boeri: importare immigrati per pagare le nostre pensioni. Mi ricorda ciò che avvenne dopo la scoperta dell’America. Dopo lo sbarco di Cristoforo Colombo nel nuovo mondo (1492), Lisbona divenne un centro del traffico di schiavi importati dall’Africa (soprattutto Nuova Guinea), venduti dagli stessi sovrani africani agli intermediari americani che li rivendevano o affittavano ai latifondisti per raccogliere cotone o canna da zucchero. Allora la motivazione per trafficare esseri umani era preparare il decollo economico degli stati del nord e del sud America. Oggi si spiega che sono necessari per pagare le nostre pensioni. Allora gli schiavi venivano venduti, oggi, chissà come, pagano per emigrare. Ieri gli intermediari erano trafficanti, oggi sono “santi benefattori“. Ieri erano solo giovani e forti, oggi sono solo giovani e forti.
    Quando incontro un giovane e forte immigrato mendicante gli domando (gentilmente) come pensa di contribuire a pagare la mia pensione. Lui risponde che lui con la mia pensione ci sta vivendo ora, come promessogli quando ha pagato il biglietto. In questa ottica BBB, cioè Boeri, Bonino e Bergoglio, pensano allo stesso modo: illuminato, corretto, giusto e misericordioso”.
    https://apostatisidiventa.blogspot.c...2-alla-b3.html

  4. #344
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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    VIA ALL'ITER DI CANONIZZAZIONE
    L'altro Moro santo, una proposta preoccupante
    Un domenicano annuncia l'apertura di un iter di canonizzazione di Aldo Moro come patrono dei politici. Ma la politica ha già un protettore, che guarda caso di chiama Moro, ma Tommaso. Le esperienze tra i due sono agli antipodi. Il santo inglese morì martire per non sottostare al divorzio, l'altro Moro, Aldo, ebbe un ruolo decisivo nell'introduzione della Fortuna-Baslini in Italia. Non fu un personaggio fuori delle parti. E la sua corrente politica, ispirandosi al suo pensiero, produsse molti danni alla società italiana oltre che alla religione cattolica.
    In una intervista a TV 2000, il domenicano Padre Gianni Festa ha annunciato l’inizio dell’iter per la canonizzazione di Aldo Moro. Siamo solo agli inizi, ha precisato, e stiamo lavorando per la partenza della causa a livello diocesano. Ha poi aggiunto che Aldo Moro potrebbe diventare il Santo della Politica. “Non dimentichiamo – ha aggiunto infine – che Aldo Moro e altri noti personaggi del dopoguerra, La Pira, Lazzati, Dossetti, Giordani, sono stati discepoli e figli spirituali di Paolo VI”. Non si è capito cosa c’entri con la causa di beatificazione l’essere figli spirituali di Paolo VI, né se l’accostamento debba necessariamente preludere anche all’avvio di una eguale causa per Dossetti o altri. Il caso della beatificazione di Aldo Moro come precedente per altri casi? Ci sarebbe da impensierirsi.
    Del resto, un Santo della politica già c’è, si tratta di Tommaso Moro. Questa notizia della possibile beatificazione e canonizzazione di Aldo Moro, l’uomo politico democristiano ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978, lascia molto perplessi. E in automatico il pensiero va appunto all’altro Moro, l'inglese Thomas More, martire per aver seguito la propria coscienza cristiana e la legge di Dio piuttosto che quella degli uomini, opponendosi al secondo matrimonio del re d’Inghilterra Enrico VIII con Anna Bolena. Ogni santità è un caso a sé ed è quindi sciocco fare paragoni. Però in questo caso, oltre all’assonanza del nome che stimola all’accostamento, c’è anche il fatto che proprio Tommaso Moro è stato proclamato da Giovanni Paolo II protettore dei politici, e Aldo Moro un politico fu. L’accostamento non è quindi forzato: da Moro a Moro, da Tommaso ad Aldo?
    La santità di Tommaso Moro è spiegata dal suo eroismo cristiano. L’amore per Cristo gli fece anteporre le esigenze naturali e soprannaturali della propria coscienza alle esigenze politiche. In altri termini, egli non scese a compromessi, consapevole che si trovava davanti ad un “principio non negoziabile”. Non negoziabile prima di tutto secondo l’etica naturale che insegna a tutte le coscienze di tutti i popoli che l’indissolubilità del coniugio è intoccabile. Nessuno, però, viene proclamato santo solo per la sua adesione all’etica naturale. Il fatto è che in quel principio non negoziabile, Tommaso Moro vi vedeva il segno del Creatore ed egli sapeva che non si poteva amare Cristo disattendendo un principio che da Lui, come Logos di Dio e Sapienza divina, proveniva. Moro è santo per la sua coscienza cristiana, che assume il dato della coscienza naturale e lo perfeziona, fino al martirio. Egli divenne martire in odium fidei, ossia perché nella sua testimonianza cristiana il potere mondano di allora vi vedeva la fedeltà a Gesù Cristo. San Tommaso Moro è stato ucciso per escludere Cristo dalla scena pubblica. Per questo Giovanni Paolo II lo proclamò patrono dei politici. Con ciò egli voleva dire che il politico cattolico è veramente tale quando è pronto al martirio pur di non tradire la signoria sociale e politica di Cristo.
    Di solito le cause di beatificazione iniziano per la “fama di santità” del personaggio in questione professata dal popolo cristiano. In secondo luogo per l’esercizio eroico delle virtù teologali da parte del candidato. In terzo luogo per l’oggettiva esemplarità cristiana dalle cose da lui insegnate e testimoniate, che devono confermare la dottrina della Chiesa. Infine dalla certezza della sua vita in Paradiso, attestata dal miracolo. Il testimone di Cristo è tale non solo dal punto di vista soggettivo, ossia per le virtù da lui incarnate, ma anche dal punto di vista oggettivo, per le cose da lui insegnate e testimoniate in conformità al deposito della fede. Sappiamo poi che per il martire in odium fidei, colui che ha dato la vita per Cristo, non c’è bisogno né di processo canonico né di miracolo, dato che la Chiesa lo può proclamare subito santo, così come egli è.
    Nel caso di Aldo Moro non si è a conoscenza di fama di santità, la sua testimonianza e i suoi insegnamenti politici non possono essere considerati tali da confermare la dottrina della Chiesa, la sua morte non può essere considerata un martirio in odium fidei. Sul secondo di questi punti, ossia i suoi insegnamenti di uomo politico, il contrasto con Tommaso Moro, patrono dei politici, si fa molto evidente, ponendo i due ai rispettivi antipodi. Il primo Moro accettò il martirio pur di non avvalorare l’adulterio del Re d’Inghilterra, il secondo ebbe un ruolo di grande importanza culturale e politica per l’approvazione della legge Fortuna-Baslini che introdusse in Italia il divorzio. Sul piano dei contenuti le virtù vennero esercitate in modo molto diverso, e l’esercizio delle virtù cristiane non possono essere valutate solo dal punto di vista soggettivo ma anche in quello oggettivo.
    Bisogna poi ricordare che Aldo Moro fu a capo di una corrente di pensiero politico. Non fu un personaggio fuori delle parti. E la sua corrente politica, ispirandosi al suo pensiero, produsse molti danni alla società italiana oltre che alla religione cattolica. Nei casi di Moro, Lazzati o Dossetti non è sufficiente basarsi sulla loro “buona fede”, ossia sulla sincerità soggettiva della loro spiritualità cristiana, ma bisogna tenere presente anche l’aspetto oggettivamente cristiano o meno della loro testimonianza sul piano dei contenuti.
    L'altro Moro santo, una proposta preoccupante - La Nuova Bussola Quotidiana

    Immigrazione, rivolta dei cattolici contro i preti “comunisti”: “Noi invece stiamo con Salvini e Toninelli”
    Porti chiusi e lotta all’immigrazione clandestina, la rivolta dei cattolici contro il Pax Christi di sacerdoti, vescovi e cardinali comunisti che vogliono l’invasione dell’Italia e dell’Europa: “Noi invece stiamo con il ministro Salvini e il ministro Toninelli”
    Cari amici e nemici di Stilum Curiae, abbiamo ricevuto, e volentieri pubblichiamo un documento di cattolici in risposta alla presa di posizione di Pax Christi, relativo alle decisioni di blocco del traffico di esseri umani dall’Africa e da altri Paesi verso l’Europa e l’Italia in particolare. Ci sembra un documento molto interessante e dalle motivazioni condivisibili.
    NOI INVECE CI STIAMO
    Indirizzandomi a voi, signore e signori che vi riunite in questo luogo da oltre trent’anni, ora, in nome del primato delle realtà culturali del luogo, delle comunità umane, dei popoli e delle nazioni, vi dico: vigilate, con tutti i mezzi a vostra disposizione, su questa sovranità fondamentale che possiede ogni nazione in virtù della sua propria cultura. Proteggetela come la pupilla dei vostri occhi per l’avvenire della grande famiglia umana. Proteggetela! (Giovanni Paolo II, discorso all’ONU, giugno 1980)
    Riferendoci alle parole di Giovanni Paolo II che ci invitano a favorire il radicamento geografico e culturale dei popoli come antidoto alle politiche di stampo laicista funzionali a taluni interessi economici e finanziari, desideriamo prospettare qui un punto di vista diverso e integrativo rispetto a quella espresso da alcuni vescovi cattolici firmatari dell’appello di Pax Christi: tale appello è avverso le decisioni del governo italiano sulla questione immigratoria.
    Una quota significativa di cattolici, che qui idealmente rappresentiamo, tuttavia la pensa diversamente.
    Non vorremmo infatti che la posizione di Pax Christi, certamente rispettabile, sia percepita come esaustiva dell’intero mondo cattolico il quale invece sul tema presenta posizione ben diverse, se non decisamente divergenti.
    A differenza di quanto sostenuto nella lettera pubblicata da Pax Christi dal titolo “Noi non ci stiamo” altri laici cattolici riguardo la questione immigratoria, invece ci stanno nel senso che condividono le decisioni prese a questo proposito da taluni ministri di cui non temiamo di fare nomi e cognomi: il ministro Salvini e il ministro Toninelli in particolare.
    Dunque noi invece ci stiamo perché non possiamo restare inattivi ad osservare come scriteriate politiche immigratorie non aliene peraltro da probabilissime connotazioni affaristiche, rischino di provocare una serie di conseguenze negative sia sul piano dell’allarme sociale, sia sul livello dei salari, sia sulla qualità dei servizi erogati dallo stato, sia ovviamente sul benessere psicofisico degli immigrati che quasi sempre transitano da una condizione di povertà all’altra senza nulla risolvere dei problemi che li hanno indotti ad emigrare.
    Inoltre:
    noi ci stiamo perché vogliamo porre fine alle deportazioni da una sponda all’altra del Mediterraneo come hanno numerose volte invitato a fare anche vescovi africani. I quali tuttavia quando si dibatte di problemi legati all’emigrazione trovano scarsa udienza in Vaticano, forse perché sono già disponibili altri esperti in materia di orientamento laicista come dimostra la loro abituale frequentazione con alcuni esponenti della chiesa cattolica;
    noi ci stiamo perché il diritto a non emigrare deve prevalere sul diritto ad emigrare per due motivi: primo perché il diritto a non emigrare è una indicazione posta da Benedetto XVI, personalità da noi altamente stimata; secondo perché il presunto diritto a emigrare in realtà non è un diritto, ma è un obbligo di cui gli emigranti farebbero volentieri a meno se solo qualcuno li aiutasse a restare nello loro terre come peraltro la chiesa si è impegnata a fare per secoli tramite le sue missioni;
    noi ci stiamo perché vogliamo evitare clamorosi fraintendimenti sul significato della parola “aiutare”: “aiutare” infatti non significa sostituire ai desideri dell’aiutato le categorie mentali dell’aiutante, ma al contrario considerare le soluzioni che l’aiutato stesso ha elaborato come soluzione ai suoi problemi. Nel caso specifico alla domanda se preferirebbero vivere dignitosamente nella loro terra o essere costretti a emigrare la stragrande maggioranza degli immigrati non avrebbe dubbi a preferire la prima soluzione. Ed è a vantaggio di essa che noi tutti ci dobbiamo adoperare senza pretendere di imporre razzisticamente le nostre soluzioni sovrapponendole a quelle ideate da chi di aiuto è bisognoso;
    noi ci stiamo perché preferiamo affrontare il problema migratorio in termini di cooperazione e collaborazione cioè in una prospettiva strutturale molto più che in termini di assistenzialismo cioè in un’ottica emergenziale;
    noi ci stiamo perché, come correttamente dichiara il catechismo della chiesa cattolica al numero2241:
    Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinarel’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.
    Siamo peraltro convinti che proprio dei vescovi cattolici non vogliano venir meno ai precetti del catechismo che, come sappiamo, altro non è se non il compendio degli insegnamenti del magistero cattolico che, in quanto tale, deve prevalere su qualsiasi opinione personale di qualsivoglia vescovo o prelato;
    noi ci stiamo semplicemente perché occorre conservare l’esame di realtà il quale ci obbliga a considerare che un processo immigratorio massiccio e fuori controllo anziché favorire la pace fomenta il conflitto specialmente se le sue conseguenze negative ricadono su fasce della popolazioni autoctone già in condizioni di grave precariato materiale e psicologico;
    noi ci stiamo perché non è chiaro per quale oscuro motivo l’Italia debba sobbarcarsi un problema così enorme nell’indifferenza della quasi totalità dei paesi UE che solo recentemente e solo grazie alla prese di posizione del vigente governo, hanno cominciato ad agire;
    noi ci stiamo ed oltre a starci domandiamo come mai alcune realtà cattoliche accusino di scarsa sensibilità il governo italiano mentre non si sentono in dovere di dire una sola parola sul disimpegno di altre nazioni europee che fino a ieri rifiutavano sistematicamente qualsiasi ingresso sul loro territorio sia da confini marittimi che terrestri. Non vorremmo che tali disparità di trattamento dipendano da posizioni ideologiche preconcette;
    noi ci stiamo perché vogliamo che il nostro massimo impegno dedicato al dramma emigratorio sia affrontato in termini di razionalità giacché è noto come solo da una considerazione razionale dei problemi scaturisce anche la sensibilità necessaria per risolverli; viceversa un approccio solo emotivo rende opaca la capacità di trovare soluzioni efficaci.
    Sensibilità ed emotività sono due aspetti psicologici che per quanto siano apparentemente analoghi, differiscono profondamente.
    Sarebbe infine auspicabile denunciare con forza anche e soprattutto la cause endogene che determinano la fuga dai luoghi natii di masse sempre più sterminate di persone fra cui, oltre alla fame e alla guerra, dobbiamo annoverare l’inettitudine e corruzione di alcuni governi dei paesi di provenienza di cui si parla molto meno di quanto si parli della presunta insensibilità di quelli di arrivo.
    Concludiamo questa nostra nella speranza che lo stesso vigore, lo stesso impegno, la stessa volizione investita a proposito della questione immigratoria possa essere impiegata da tutto il mondo cattolico anche su altri fronti che molti credenti laici ritengono di pressante urgenza quali, ad esempio, la tutela della famiglia naturale, l’aborto, le nuove povertà che affliggono gli italiani bianchi o neri che siano, l’invadenza di istanze laiciste militanti nel determinare gli orientamenti etici del paese ormai da vari anni, la vigilanza sulla correttezza dottrinale di certi pastori.
    Immigrazione, rivolta dei cattolici contro i preti "comunisti": "Noi invece stiamo con Salvini e Toninelli" - Riscatto Nazionale

    La Chiesa è sparita
    di Marcello Veneziani
    Ma in questo frangente, la Chiesa dove si è finita, perché tace? No, non mi sto riferendo alla questione dei migranti e degli sbarchi, del governo gialloverde e del plenipotenziario Salvini. E non sto certo dicendo dopo cinque anni di protagonismo mediatico di Papa Bergoglio, che la Chiesa sia troppo taciturna. Altro che. Mi sto riferendo a una questione più importante, cruciale per il mondo, per l’occidente, per l’Europa e soprattutto per l’Italia.
    La Chiesa è praticamente assente da tempo su alcuni temi vitali e cristiani a cui è stata sempre sensibile, in particolare nei 35 anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: la famiglia, la vita, la nascita, l’educazione, la civiltà cristiana e il loro opposto, la scristianizzazione, il radicalismo ateo, l’edonismo e il materialismo bioetico, l’invasione islamica e la persecuzione dei cristiani. Ogni volta che accade un fatto, che emerge un dato statistico, che un movimento, un anniversario, una manifestazione di piazza pongono l’accento su uno di questi temi, è puntuale il silenzio del Papa, della sua Chiesa e degli organismi più qualificati.
    La Chiesa del silenzio. Ma può tacere sull’attacco formidabile che subisce da anni la famiglia? Può tacere sulla sostituzione del diritto naturale col desiderio individuale, della procreazione tramite un padre e una madre con la fecondazione artificiale, uteri in affitto, adozioni gay, ideologia transgender, più l’esaltazione e l’esibizione dell’orgoglio lgbt in ogni spazio pubblico? Può tacere del calo senza precedenti delle nascite, dei morti che superano i nati, dell’assenza di sostegno alle famiglie, alle nascite, alla vita rispetto agli aborti e alle morti agevolate, alla criminalizzazione nei luoghi pubblici di parole promettenti come fertilità?
    Si può assistere al malcelato fastidio e imbarazzato silenzio delle autorità religiose davanti a ogni polemica sul Natale e sul presepe, sui Crocifissi nelle scuole, sull’educazione religiosa? E si può tacere dell’imponente, radicale, a volte violento, processo di scristianizzazione in atto, che espianta la civiltà cristiana e le sue radici, i suoi valori religiosi e i suoi principi morali, i suoi costumi e i suoi simboli e riti; e fuori d’occidente tramite la persecuzione dei cristiani e l’intimidazione?
    Si può tacere del fatto che la popolazione italiana ed europea marci a passi da gigante verso la sostituzione dei cristiani con gli atei da una parte e gli islamici dall’altra?
    Ma è possibile che la Chiesa, che il Papa, che la Curia, che la Conferenza Episcopale, fino alle parrocchie, siano presi solo dai temi dell’accoglienza e del pauperismo e dai temi che annacquano la fede cristiana e la appiattiscono sul politically correct?
    Peraltro il tema della carità e dell’accoglienza predicato in Chiesa viene poco praticato: non si conoscono donazioni cospicue ai poveri del patrimonio ecclesiale, adozioni significative di migranti nelle chiese, si predica di abbattere i muri, ma le Mura Vaticane sorgono arcigne nel cuore di Roma, presidiate dalle guardie svizzere o dai loro succedanei in borghese…
    Insomma la Chiesa dei poveri è tutt’altro che povera o francescana sul serio. Senza dire delle Chiese vuote, le vocazioni in calo, le messe deserte… Ammirevoli ma sparuti i missionari che vanno nei luoghi della fame e della miseria, troppi invece i sindacalisti dell’accoglienza in casa nostra…
    È sparita la presenza e l’incidenza dei cattolici, del Papa, della Chiesa, dei principi cristiani nella vita quotidiana; restano solo vaghe tracce di cattocomunismo, di cristianità proletaria (ma proletariato ideologico, assente nelle periferie proletarie del paese), più qualche spruzzata pauperista e progressista, genere comunità sant’Egidio o cristiani dem (non è abbreviativo di demonio…).
    L’irrilevanza politica dei cattolici al tempo di Bergoglio, che già sottolineammo, ha raggiunto un punto estremo: mai come oggi conta così poco il ruolo della Chiesa nell’orientare le coscienze, le famiglie e i cittadini. Insomma la Chiesa si è ritirata dal nostro mondo, è naufragata in mare coi barconi, vive con la testa altrove. E l’altrove non è il paradiso, ma l’Africa nera.
    La Chiesa è sparita ? Rassegna Stampa Cattolica

 

 
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