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Discussione: Il Verbo di Dio si è fatto carne

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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    La mia resa davanti all'occidente scristianizzato
    Costanza Miriano si dice pronta a combattere come un soldato. Io voglio nascondermi
    Se Costanza Miriano si sente un soldato semplice, come dice nel titolo del suo ultimo libro (“Diario di un soldato semplice. Il Signore ama vincere con un piccolo esercito”, Sonzogno), io mi sento un disertore. O meglio, mi sento prossimo allo stato d’animo di quei militari italiani che l’8 settembre 1943, col re e lo stato maggiore in fuga verso Pescara, rimasero senza ordini e abbandonarono uniformi e caserme. Dunque leggo Costanza per capire dove ripiegare, dove ritirarmi con ordine (qualora sia possibile un ordine nella ritirata che sta vivendo il cristianesimo occidentale) o magari dove nascondermi, dove scappare. In fondo a questa antologia di testi del suo seguitissimo blog c’è un indice tematico dove trovo la battaglia che più meriterebbe di essere combattuta, quella contro l’abominevole utero in affitto, “l’uso più spietato e crudele che si possa fare del corpo di una donna: usarne una, massicciamente bombardata di ormoni, per produrre ovuli; poi un’altra per crescere un essere umano grande quanto una punta di spillo fino a che diventi in grado di farcela da solo; poi, infine, metterla da parte, impedendole perfino di toccarlo, quel bambino strappato alle sue viscere”. Resta che io vorrei gettare la spugna perché non vedo, Dio mi perdoni, come sia possibile farcela in un’Italia dove perfino i cattolici tifano Cristiano Ronaldo e ascoltano Elton John, e in una Chiesa dove chierici e laici non trovano di meglio che accapigliarsi sulla traduzione del Padre Nostro, ossia sul sesso degli angeli.
    https://www.ilfoglio.it/preghiera/20...izzato-226384/

    Cronaca di un incontro fra “Apoti”
    Aldo Maria Valli
    È un uomo giovane, dal fisico robusto. Occhi sinceri, che ti guardano senza incertezze. È un religioso, e indossa l’abito dell’ordine del quale fa parte. Racconta che un tempo ebbe una certa simpatia per la Chiesa del “rinnovamento” e dell’“aggiornamento”. Non era proprio un modernista, ma di certo guardava con sospetto a coloro che parlavano di difesa della tradizione e mettevano in guardia da certe derive del Vaticano II. Poi tutto è cambiato. Nel corso del pontificato di Francesco ha aperto gli occhi. Non è diventato lefebvriano, ma ha incominciato a capire le preoccupazioni espresse da quella parte della Chiesa e ora si riconosce in quell’impegno per la custodia della dottrina e il rispetto della tradizione.
    Ci vediamo per la prima volta, non possiamo dire di conoscerci. Tuttavia si stabilisce una sintonia. Mi racconta che all’interno del suo ordine è stato completamente emarginato. Quando ha iniziato a esprimere apertamente i suoi dubbi e le sue perplessità circa l’indirizzo dato alla Chiesa dall’attuale pontificato, quando ha detto di non riconoscersi nel misericordismo e nella visione marcatamente orizzontale e sociale dell’evangelizzazione, quando ha fatto capire di non essere entusiasta della Chiesa che cerca a ogni costo l’applauso del mondo, i superiori lo hanno rimosso da tutti gli incarichi che ricopriva. Nessuno spazio di dialogo: la critica, sia pure garbata, non è stata ammessa. Cose succedono nella Chiesa che predica di costruire ponti e non muri…
    Gli dico che lo capisco bene e che non è certamente il primo a raccontarmi una vicenda simile e lui sorride. Non nutre il minimo rancore verso chi lo ha messo ai margini. Anzi, è molto sereno e ringrazia il buon Dio: tutto ciò che sta vivendo, sottolinea, gli permette di fare ordine nella vita, di assegnare la priorità a ciò che conta davvero, di recuperare spazi di preghiera.
    Parliamo di liturgia e mi dice che ormai ha scelto il vetus ordo. Strano, sottolinea, per uno come lui, mai stato in precedenza dalla parte dei tradizionalisti. Eppure la progressiva presa di consapevolezza della deriva della Chiesa cattolica in senso protestante lo ha spinto naturalmente verso la Santa Messa in rito antico, che ora gli appare come qualcosa non di esotico, ma di assolutamente naturale: l’unica Messa davvero cattolica.
    Camminiamo in silenzio e ci ritroviamo a sospirare insieme. Ci viene da ridere perché da un po’ di tempo i discorsi fra i “cattolici perplessi” finiscono sempre con un gran sospiro.
    Ci chiediamo: ma dove vuole arrivare questa Chiesa che insegue il mondo? Quale l’obiettivo finale di questa Chiesa che vuole essere amica e non parla più del peccato e del giudizio divino e si compiace di ottenere l’applauso del pensiero dominante? Dove si vuole arrivare lasciando intendere che tutte le religioni sono uguali? Che cosa si pensa di ottenere sostenendo che la Chiesa è al servizio del mondo e dimenticando che può essere al servizio del mondo solo se è al servizio di Dio?
    Di nuovo ci guardiamo e di nuovo sospiriamo. È il momento di stringerci la mano. Il tempo è passato in fretta. Ci ringraziamo a vicenda per la compagnia. Mi dice: “Sa, a volte uno pensa di essere impazzito. Vedi che tutti vanno in una certa direzione e pensi: ma allora in me c’è qualcosa che non funziona! Poi incontri un altro che la pensa come te e capisci di non essere pazzo”.
    Vorrei citargli Giuseppe Prezzolini e la sua celebre “Società degli Apoti”, ovvero di “quelli che non se la bevono”, gente che, anche a costo di pagare di persona, ama ragionare con la propria testa, senza accontentarsi degli slogan che suonano bene e sono di gran moda ma non dicono nulla. Vorrei ricordare che quando Prezzolini parlò della “Società degli Apoti” si innescò un appassionato dibattito che coinvolse gente come Piero Gobettti e don Luigi Sturzo. Ma ora con chi potremmo mai dibattere noi poveri “Apoti” sperduti nel mare del conformismo, dell’ignoranza e della superficialità?
    Intanto il religioso se n’è andato. Ci siamo promessi che ci rivedremo. Per farci coraggio e sospirare insieme. Che è già qualcosa.
    https://www.aldomariavalli.it/2018/1..._r7BHhXSmkvyuk

    IL SEGRETO DI BENEDETTO XVI. IL NUOVO LIBRO DI ANTONIO SOCCI PONE DOMANDE INQUIETANTI. IN ATTESA DI RISPOSTE
    Marco Tosatti
    Oggi esce l’ultimo libro di Antonio Socci: Il segreto di Benedetto XVI, per i tipi di Rizzoli. È un’opera avvincente; diremmo di più, sostanzialmente inquietante, nel senso letterale della parola, e cioè che annulla lo “stato di quiete” con cui tutti noi che abbiamo vissuto e seguito le drammatiche dimissioni di Benedetto XVI abbiamo accolto – si può dire, con naturalezza – un evento tanto drammatico. E soprattutto, se non ci sbagliamo nell’interpretazione, questo libro vuole infrangere lo “stato di quiete” dell’attuale gestione della Chiesa, del Pontefice regnante e della sua corte.
    Si parte da una constatazione evidente a molti: e cioè che la Chiesa cattolica la “Santa Madre Chiesa è dinanzi a una crisi senza precedenti in tutta la sua storia” come ha scritto padre Serafino M. Lanzetta. Anche R. Emmett Tyrrell Jr., sul Washington Times, usa la stessa immagine: “È arrivata l’ora che papa Francesco riconosca che è stato a capo della Chiesa Cattolica in un momento di crisi senza precedenti”.
    Giustamente rimarca l’autore che “La dolorosa serie di scandali per abusi che la travolge – con un vertice vaticano che non l’affronta – è solo la punta dell’iceberg di un grande smarrimento spirituale”, il segno di una perdita di fede, e di fiducia in quella che è stata, ed è ancora per molti, la dottrina cattolica. E sottolinea: “Il dramma, più vasto e profondo, ha come nodi la crisi di credibilità del papato di Jorge Mario Bergoglio, fonte di immensa confusione tra i fedeli, e il rischio incombente di deviazioni dalla dottrina cattolica che potrebbero portare la cristianità all’apostasia e allo scisma”.
    Socci pone le dimissioni di Benedetto XVI nel loro contesto storico. Fino al momento della rinuncia la Chiesa non aveva ceduto allo spirito del mondo e alle tempeste partite da lontano, dai tempi della rivoluzione francese, e da due secoli di attacchi iper laicisti e anti cattolici. Era stata l’unico bastione a opporsi allo globalizzazione delle coscienze. Benedetto compreso.
    Con la presidenza di Barack Obama/Hillary Clinton – in continuità con le presidenze di Bill Clinton degli anni Novanta – si è imposta su scala planetaria un’ideologia laicista, mascherata da ideologia politically correct, a supporto dell’egemonia planetaria degli Usa e della globalizzazione finanziaria. Dunque il pontificato di Benedetto XVI è diventato un ostacolo. E la chiesa cattolica si è trovata totalmente indifesa, senza alleanze…
    “Con la presidenza di Barack Obama ci si scontra intorno ai matrimoni omosessuali, all’aborto, alla ricerca sulle cellule staminali. La stessa Conferenza episcopale nazionale non si ritrova con l’Amministrazione di Washington intorno alla riforma sanitaria o alla cosiddetta agenda «liberal»”.
    “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”. Tutti ricordiamo quella frase, così misteriosa e inquietante di papa Benedetto. Ricorda Socci che “Il papa indicava così una serie di elementi da tenere presente: apostasia nella Chiesa, odio della fede da parte del mondo, l’anticristo e «la fine (perversa) di tutte le cose”. E ricorda anche ciò che Benedetto ha voluto dire del suo incontro con l’altro grande avversario dei Poteri che cercano di impadronirsi del mondo, corpo e anima:
    “[Con Putin] abbiamo parlato in tedesco, lo conosce perfettamente. Non abbiamo fatto discorsi profondi, ma credo che egli – un uomo di potere – sia toccato dalla necessità della fede. È un realista. Vede che la Russia soffre per la distruzione della morale. Anche come patriota, come persona che vuole riportarla al ruolo di grande potenza, capisce che la distruzione del cristianesimo minaccia di distruggerla. Si rende conto che l’uomo ha bisogno di Dio e ne è di certo intimamente toccato. Anche adesso, quando ha consegnato a papa Francesco l’icona, ha fatto prima il segno della croce e l’ha baciata”.
    Le dimissioni di Benedetto restano ancora per molti un grande punto interrogativo, un quesito dalle molteplici concomitanti risposte. Socci offre qui una sua ipotesi: “Pur non avendo alcuna prova, ho sempre pensato che Benedetto XVI sia stato indotto all’abdicazione da una macchinazione complessa, ordita da chi aveva interesse a bloccare la riconciliazione con l’ortodossia russa, pilastro religioso di un progetto di progressiva convergenza tra l’Europa continentale e Mosca. Per ragioni simili, credo sia stata fermata anche la corsa alla successione del cardinal Scola, che da patriarca di Venezia aveva condotto le trattative con Mosca”.
    Siamo comunque di fronte a un progetto di un mondo unipolare a egemonia americana – che quindi deve piegare una Russia tornata indipendente e autonoma – è l’ultima follia ideologica partorita dal Novecento dei totalitarismi…È un progetto imperialistico suicida per gli Stati Uniti e pericolosissimo per il mondo, ma impregna così in profondità l’establishment americano (sia nella fazione neocon sia in quella liberal) che perfino Donald Trump – il quale ha vinto contro di loro e contro questa ideologia – deve oggi venire a patti e si trova pesantemente condizionato da questo blocco di potere, che sembra più forte del presidente eletto perché ha in pugno il Deep State.
    Sono importanti da ricordare, e fa bene Socci a farlo, le manovre dell’amministrazione Obama-Clinton per organizzare una “rivoluzione” nella Chiesa. Una rivoluzione, in effetti, c’è stata, come abbiamo visto, e come vediamo. E non sono pochi quelli che la collegano ai poteri forti finanziari e ideologici a cui dava fastidio la Chiesa di Benedetto, e a cui davano fastidio i vescovi americani, schierati in una battaglia culturale, che li fa definire “cultural warriors” in tono dispregiativo dalla stampa prezzolata – e non è un modo di dire – dell’attuale Regime.
    Anche per questo “Benedetto XVI, durante gli anni del suo pontificato, è stato sottoposto ad attacchi sistematici e continui e si è trovato in una condizione di isolamento palese, sempre più pesante, fino a non avere più neanche il potere reale all’interno della Curia”. Dimissioni, e poi il Conclave; e una delle riunioni chiave per organizzare l’elezione di Bergoglio si svolge – come se non ci fossero aule e conventi e istituti religiosi a Roma! – nell’Ambasciata britannica.
    Nota Socci: “È alquanto singolare questo ruolo diretto giocato da una potenza che è storicamente anticattolica (peraltro è pure la culla della massoneria). Chiunque conosca un po’ la formidabile e «imperiale» politica estera britannica può facilmente essere indotto a ritenere che ci sia stato un forte interesse politico, di quell’importante Paese, a far eleggere Jorge Mario Bergoglio”.
    Accenniamo solo di passaggio, per motivi di spazio, alle analisi molto interessanti relative a quanto sta accadendo in Europa e nel mondo, al progetto di rendere inesistenti confini e identità, per gestire più facilmente le nuove masse finalizzate a servire un capitale senza volto. E veniamo al nodo dell’opera: le dimissioni di Benedetto, ma soprattutto che cosa hanno significato, e in che misura, e da che cosa si è dimesso.
    “Così, per Benedetto XVI dobbiamo chiederci: ha davvero rinunciato del tutto al ministero petrino? Non è più papa?”. Risponde Socci: “Dal punto di vista soggettivo possiamo dunque affermare che la sua intenzione – che è decisiva per definire l’atto che ha compiuto – non era quella di non essere più papa…È evidente che – pur avendo fatto una rinuncia relativa al papato (ma di che tipo?) egli ha inteso rimanere ancora papa, sia pure in un modo enigmatico e in una forma inedita, che non è stata spiegata (almeno fino a una certa data)”.
    E in effetti bisogna ricordare che Benedetto disse, parlando del pontefice romano: “Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero non revoca questo”. Ha ragione l’autore a sottolineare che questa distinzione, “Giusta o sbagliata”, non è stata presa sufficientemente da conto da parte degli osservatori, e – lasciando da parte noi giornalisti, per definizione faciloni e un po’ somari, brillanti magari ma somarii – soprattutto da parte di studiosi e canonisti.
    Si pone a questo punto un altro problema, enorme. “E a questo punto c’è chi si chiede – attenzione – se per il diritto canonico… una rinuncia dubbia non sia di fatto una rinuncia nulla, con le conseguenze colossali che intuiamo”. Non è il solo problema legato a quella decisione di papa Benedetto. Nota l’autore: “D’altra parte fu anche una fretta contraddittoria perché la rinuncia, quell’11 febbraio, non fu immediata come avrebbe dovuto, ma decorse a partire dalle ore 20.00 del 28 febbraio successivo, senza alcun motivo, cioè senza che vi fosse nessuna ragione tecnica o pastorale (né evidente, né dichiarata) in quella validità posticipata di diciassette giorni”.
    Si apre proprio per questo l’ipotesi della possibile nullità dell’atto: “La ragione per cui gli actus legitimi, come l’accettazione o la rinuncia non tollerano l’apposizione di condizioni o termini” afferma un esperto “risiede nel fatto che si tratta di atti che si compiono mediante la pronuncia di certa verba, come dicevano i giuristi romani, tali da risultare logicamente incompatibili con un rinvio – quale la condizione o il termine comportano – degli effetti dello stesso che con quei certa verba si compie. Dunque, l’incasellamento dell’accettazione e della rinuncia in questa categoria giuridica comporta la nullità radicale dell’atto (vitiatur et vitiat)”.
    La conclusione del canonista è chiara: “Oggetto della rinuncia irrevocabile infatti è l’execution muneris mediante l’azione e la parola (agendo et loquendo) non il munus affidatogli una volta per sempre». E “la rinuncia limitata all’esercizio attivo del munus costituisce la novità assoluta della rinuncia di Benedetto XVI”.
    Elementi confermati dal prefetto della casa Pontificia, mons. Georg Gänswein secondo cui la «rinuncia» di Benedetto XVI – il quale “decise di non rinunciare al nome che aveva scelto» – è diversa da quella di papa Celestino V il quale – dopo il suo abbandono del papato – «era ridiventato Pietro dal Morrone”.
    E continuava con una delle affermazioni più sorprendenti e clamorose: “Perciò, dall’11 febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat)”. È il nodo del doppio ministero, cioè il punto in cui si prospetta la “dimensione collegiale” del ministero petrino, “quasi un ministero in comune”.
    Un concetto che è necessario che prima o poi venga dipanato. Ma chi avversa e volesse impugnare questa concezione dei fatti – si ritroverebbe a fare i conti con la domanda sulla validità di una rinuncia dubbia o parziale. È questo il pacchetto esplosivo che Antonio Socci getta, con questo suo libro, sul tavolo della discussione sulla e nella Chiesa di oggi. Una serie di questioni e domande che attendono risposte precise.
    maglie e tosatti sul libro di socci,'il segreto di benedetto xvi',la domanda-bomba sulle dimissioni - Cronache

    LA PAPATA BOLLENTE - 'NEL NUOVO LIBRO SOCCI SI CHIEDE QUALE RICATTO INTERNAZIONALE SI CELI DIETRO LE DIMISSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI: LA CHIESA DEL DISCORSO DI RATISBONA ERA UN OSTACOLO ALLA GLOBALIZZAZIONE SFRENATA
    Il segreto c'è, e sara’ svelato, anche se farlo inquieta e mette a rischio. Dello straordinario libro di Antonio Socci sulle dimissioni di Benedetto XVI e l'attuale condizione della Chiesa Cattolica, mi interessa, e soprattutto sono competente solo a, mettere in risalto il contesto storico mondiale che accompagna il papato, Le incredibili dimissioni, le circostanze ambigue dell'elezione del successore, la persistenza di una presenza discreta ma non rinunciataria del papa emerito col papa in carica.
    Per il resto volentieri vi lascio alla lettura della recensione colta, completa e necessariamente non rassicurante, di Marco Tosatti, vaticanista straordinario che recentemente ha aiutato Monsignor Viganò a far sentire la sua voce di denuncia degli scandali coperti dalla Chiesa di Bergoglio.
    Siete liberi di crederci o no, ma l'argomentazione è impeccabile e serrata. Il contesto storico mette i brividi a un osservatore anche impavido perché spiega bene come la globalizzazione intesa come redistribuzione iniqua del potere e delle ricchezze, non come forma evoluta di scambio, abbia invaso anche la sfera delle coscienze, abbia individuato nella Chiesa del discorso di Ratisbona un nemico da privare di baluardi.
    Quale ricatto internazionale si cela dietro le dimissioni di Papa Benedetto XVI, o per dirla in modo più prudente, a quale isolamento internazionale si è trovata esposta la Chiesa in quel periodo, spogliata di alleanze, identificata come scudo dell'Occidente da invadere e contaminare?
    E’ Il politically correct, bellezza, e tu non puoi farci niente. È la presidenza di Barack Obama, Premio Nobel alle intenzioni, l'allegria preventiva e senza costrutto ne’ preparazione politica delle cosiddette primavere arabe; infine con la missione in Libia del segretario di stato Hillary Clinton in preparazione, che farà fuori un dittatore spietato ma pensionato ormai, e divenuto, sia pur a caro prezzo di denaro, un collaboratore nell'opera meritoria di fermare sbarchi indiscriminati verso le nostre coste.
    Probabilmente l'operazione e’ cominciata prima, l'età dell'oro in economia di Bill Clinton che preparava le truffe della finanza, e l'accettazione della sua disinvolta vita privata da parte degli americani e dell'opinione pubblica.
    Ma l’agenda liberal si manifesta in tutta la sua aggressività con Obama: matrimoni omosessuali, aborto, ricerca sulle staminali, transgender. E, quel che è grave, non intende fare il proprio percorso accettando di avere un avversario nella cristianità, e nel Papa romano; intende isolare la fede, chi la prova, chi la pratica. In questa avversione sarebbe miope attribuire tutta la responsabilità a Washington, perché l'attacco è concentrico, si sviluppa facilmente in Europa e nell'Unione Europea a trazione tedesca e francese intenta alla pratica dell'accoglienza.
    Basta ricordare non solo le furibonde polemiche dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, ma le continue ostilità e boicottaggi aperti, uno per tutti la mancata visita all'università La Sapienza di Roma all'inizio del 2008. Uno scandalo, digerito con grande disinvoltura da chi comandava in Italia: governo Prodi, ben 67 firme di docenti contro la visita del Papa per l'inaugurazione dell'anno accademico dove lo aveva invitato il rettore. Tra le dichiarazioni quella immancabile di Emma Bonino: "Nessuno vuole imbavagliare il Papa o togliergli la parola. L'unico che ha la parola, mattina e sera, è appunto il Papa, con i suoi seguaci, e la morale cattolica”. Già piena Open Society, non era ancora l'epoca dell'abbraccio con Bergoglio.
    In quel periodo difficile di contrasto con i lupi, come lui stesso li definisce, Papa Ratzinger intreccio’ un rapporto stretto con Vladimir Putin, la Russia bianca cristiana. Segue questi incontri il cardinale Scola, al quale poi sarà tagliata la strada della successione al papato. Quella successione, ricorda Antonio Socci, viene discussa e organizzata anche all'interno dell'ambasciata britannica a Roma, sede a dir poco stravagante, certamente collegabile ad ambienti della massoneria.
    Il successore, Bergoglio, per citare un solo episodio, farà propria la battaglia culturale dell'amministrazione Obama contro i vescovi che si oppongono ad altri vescovi, per esempio a pedofili e protettore di pedofili, uno scandalo dimostrato ma rimasto senza risposte ufficiali anche di recente. Il successore farà propria la battaglia del multiculturalismo e perfino del politically correct.
    Nel frattempo certamente il sistema americano ha trovato il modo di difendersi e proteggersi eleggendo a sorpresa un fiero avversario di globalizzazione e correttezza politica nella persona di Donald Trump. ma il Deep State lo avversa in tutti i modi possibili, leciti ed illeciti.
    Nel frattempo il Papa del segreto, che in segreto ha lasciato, perché isolato e schiacciato dalla macchinazione che aveva invaso la Curia, secondo la tesi di Antonio Socci, alle prerogative del Papa non ha mai rinunciato, nemmeno nei vestimenti. C'è, e, quando deve, parla.
    maglie e tosatti sul libro di socci,'il segreto di benedetto xvi',la domanda-bomba sulle dimissioni - Cronache

    LA “RISPOSTA” DEL VATICANO ALLA NOSTRA ESTINZIONE
    Maurizio Blondet
    “Davvero simbolico il video proiettato sulla chiesa di Santa Maria della Minerva per concludere il Sinodo della Gioventù: la chiesa (o piuttosto la Chiesa?) viene scoperchiata, poi demolita, infine dissolta..”, mi scrive il lettore Alberto Piccoli. E’ accaduto a fine ottobre ma m’era sfuggito, perché ormai distolgo il pensiero e lo sguardo dal Vaticano occupato dalla junta sudamericana, come si deve fare per non guardare la madre fattasi, a tarda età, prostituta del “Mondo”.
    Tuttavia è stato commentato, negli ambienti cattolici americani ed inglesi – evidentemente meno assuefatti di noi dì questo Vaticano mai sazio di profanare – come satanico, demonico, inquietante, una forma di orribile scherno. Il significato è effettivamente inequivocabile: e poiché è stato autorizzato dal Vicariato di Roma, lo leggiamo come la pulsione di morte, lo spasimo di questa chiesa di Bergoglio per l’annichilimento di sé, di ogni soprannaturale e di ogni sacramentale – e di tutto il passato, duemila anni di arte e di bellezza che ormai odia.
    Insaziabile sete di profanazione
    L’architettura unica – facciata classica ed interno gotico unico in Roma, epitome integrale della Tradizione eropea – viene mostrata mentre si liquefa bavosamente, sventrata, scomposta, per una attimo non è che un teschio, e infine polverizzata : ma questa smaterializzazione, lo si dice chiaro, è solo “un trucco di fumo e di specchi”, a trick of smoke and mirrors come Shakespeare chiamava le magie del grande Illusionista, che sostituisce ciò che è stato solido con il vuoto dell’aria di cui è Principe, maceria – e tunnel delle tenebre finali.
    Nella chiesa così profanata sono conservati i resti mortali di Santa Caterina da Siena, ed è la chiesa titolare dei cardinale Antonio Dos Santos Marto di Fatima, il cui nome evoca i cari pastorelli Giacinta e Francisco Marto, cui a Fatima le Vergine Madre avvertì della crisi finale della Chiesa.
    “Mi ha chiesto se volevo restare per convertire altri peccatori. Le ho detto di sì”.
    Insomma si è sputato sui cari eroici fratellini che tutto han sofferto “per i peccatori” , e la Patrona d’Italia e d’Europa, la sapiente, la dottore della Chiesa per divina grazia evidente, essendo lei illetterata . Questa insaziabile voglia di oltraggiare e disonorare ciò che ci è caro, sacro e necessario, è davvero il più evidente indizio di ossessione satanica della Junta chiesastica.
    Ancor più significativo che questo abbia offerto la Junta al Sinodo dei Giovani. Nient’altro che l’immagine della propria volontà di autodistruzione. Come dirlo? Abbiamo la certezza che – con la popolazione femminile fra i 15 e i 49 anni diminuita di 900 mila unità – ormai l’estinzione degli italiani è “un processo innescato” e già di fatto irreversibile; i “giovani” a cui la chiesa rivolge il suo “messaggio” di “accoglienza” secondo le direttive dell’ONU non sono sempre più rari, ma al ritmo di 250 mila l’anno devono andare all’estero per trovare da vivere con dignità: il che significa, vivere in un’altra lingua, ossia in un altro universo culturale, spirituale. Alla lunga, assorbiti e integrati in una non-Italia.
    “Ciò significa”, cito Gianluca Marletta,”che l’Occidente così come lo conosciamo – da un punto di vista culturale, sociale, etnico, spirituale, sicuramente anche economico col suo corollario di “sicurezze” – è al suo termine. Non è apocalittica o escatologia, sono dati tecnici: pochi giovani significa pochi figli futuri, in ogni caso la FINE di una CIVILTA’. Possiamo far studiare i nostri figli, sperare per loro, ma una cosa è sicura: l’Italia, l’Europa, l’Occidente, sono clinicamente morti; e la presente è l’ultima generazione che ha la possibilità di vivere il tipo di mondo che noi stiamo ancora vivendo”.
    Il “messaggio” ai “Giovani”
    Così possiamo a vedere come sia totale il tradimento della chiesa vaticana a questi giovani su cui finge di puntare. Non ha altra risposta che quella di Soros e del Palazzo di Vetro, sostituire il sangue vecchio col sangue nuovo di immigrati africani e medioorientali dalla democrazia tumultuosa, che feroci sbarcano. Come se si trattasse di “sangue”, di materialità meccanica, come se la salvezza fosse nello stupro dei negri o dei musulmani sulle restanti giovani donne per”fare figli”.
    S’intende, non è questione di razza. Se non si hanno più figli naturali, si possono avere figli spirituali o culturali. Dovremmo avere l’ambizione di rendere “italiani” i nigeriani, eritrei o bangla, afghani e turchi, ossia: che sentano “propri” Dante Alighieri e Rossini e Verdi, che si sentano figli , nel proprio sangue, delle chiese romaniche, del barocco romano, il tema centrale dell’architettura per duemila anni. Noi, sterili geneticamente, abbiamo ancora una eredità da trasmettere, da donare ai nuovi venuti, perché ne siano orgogliosi.
    Ma noi, come massa, siamo forse coscienti e orgoglio di questa eredita? Non so chi conosca ormai Dante Alighieri, o si sente figlio della basilica tardo-romana di San Lorenzo. Noi stesso siamo già “stranieri” accampati fra le splendide rovine che ci ha lasciato – chi? Se non la Chiesa? Il Cristo diventato civiltà?
    “Chiamo Europa ogni terra che è stata romanizzata, cristianizzata e si è sottomessa allo spirito di disciplina dei Greci”, diceva Paul Valéry. Ora El Papa ci predica ogni giorno – come Soros, come Mattarella, come la Kommisione – che questo è “cristianesimo” da farisei, da “mummie da museo”, da “facce da funerale”, da “cristiani senza speranza” nel loro moralismo retrivo (traggo dal ricco florilegio di insulti bergogliani contro i credenti), formalisti, un ostacolo alla “carità” cristiana. La quale è pura solo se è senza cultura, senza passato.
    Vien da replicare con Barbey D’Aurevilly: “Il cattolicesimo ristretto, triste e pieno di scrupoli che si inventano contro di noi, non è quello – quello che fu sempre la civilizzazione del mondo. Il cattolicesimo è la scienza del Bene e del Male. Sonda le reni ed il cuore, due cloache traboccanti di un fosforo incendiario”.
    Ebbene: nell’ora tragica della nostra estinzione, El Papa ci toglie, la sua Chiesa ci fa mancare, proprio il tesoro che possiamo, anzi dobbiamo trasmettere ancora ai nuovi venuti; insulta, sputa e profana l’ultima speranza nostra di essere ancora padri – che trasmettono la cultura e la civiltà ricevuta ai figli che sono stati generati da altre madri. Generatori in loro della cultura. Esigente, perché è esigente la civiltà, bisogna apprenderla con disciplina ed amore.
    A questo, la neochiesa ci sostituisce ciò che Kolakovski ha chiamato “l’universalismo culturale che si nega” – ossia “che nega se stesso se è generoso fino al punto da disconoscere la differenza tra la tolleranza e l’intolleranza in se stesso e nella barbarie; si nega, se per non cadere nella tentazione della barbarie, dà agli altri il diritto di essere barbari”.
    E’ lo scacco finale della cristianità. E non a caso è una contraddizione in termini: perché quel che El Papa nega, è il Logos stesso. Il solo Pane di Vita che è anche Intelligenza – e lo sostituisce con l’assurdo surrogato demente della grande sostituzione, il surrogato con cui si è fatta pagare dall’Onu prostituendosi, antica madre, davanti al Palazzo di Vetro. Che in fondo è il nichilismo supremo, il luciferino “tutto ciò che esiste merita di morire” dell’Omicida fin da Principio.
    Perché in fondo è di questo che ci estinguiamo, come popolo o popoli, per la denutrizione di questo alimento che la neochiesa vuol privarci. Perché (e giuro, sarà l’ultima citazione) un non credente lucidissimo e disperato come Houellebecq, ha riconosciuto il bisogno radicale, e radicalmente insoddisfatto: “Qualcosa che superi e contenga l’esistenza. Noi non possiamo più vivere lontani dall’eternità”.
    Ma appunto per questo, cesso di scandalizzarmi e di temere. Noi abbiamo fallito e peccato al punto – tutti responsabili – che solo un intervento di Cristo può ormai salvarci. E ci è stato promesso. La crisi demografica irreversibile? Dio può creare figli di Abramo “da queste pietre”.
    https://www.maurizioblondet.it/la-ri...ra-estinzione/

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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Amanti e abusi, la dolce vita della "spalla" di Maradiaga
    Ci sono guai grossi nella diocesi del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga legati sia agli abusi sessuali, sia ai comportamenti omosessuali del suo braccio destro, il vescovo Pineda. Che è stato dimesso, ma sul quale non è stata avviata nessuna indagine. La pubblicazione di un dossier svelta uno scenario inquietante sul "protetto" di uno dei principali collaboratori del Papa.
    Ci sono guai grossi nella diocesi del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, e guai altrettanto grossi nella Chiesa dell’Honduras: legati sia agli abusi sessuali, sia ai comportamenti omosessuali del braccio destro di Maradiaga, il vescovo Pineda, di cui si sono accettate le dimissioni, ma verso il quale a quanto si sa non sono state prese disposizioni canoniche, e non sembra essere neanche in corso un’inchiesta. Un articolo dell’8 novembre su ConfidencialHN.com, un sito attendibile di notizie dell'Honduras, riporta il racconto di un testimone chiave e di altra documentazione; non solo corrobora molte delle accuse contro il vescovo ausiliario di Tegucigalpa caduto in disgrazia, Juan Jose Pineda Fasquelle, ma fornisce anche maggiori dettagli sul caso.
    A luglio papa Francesco ha accettato le dimissioni del vescovo Pineda, che è stato accusato di aver abusato sessualmente di seminaristi. Molti dei quali hanno scritto una lettera per denunciare la situazione nel seminario. È stato anche accusato di avere una serie di amanti omosessuali e di una gestione allegra delle finanze dell’arcidiocesi, che è quella del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, di cui era il braccio destro. Maradiaga è uno dei principali consiglieri del Pontefice regnante, è un personaggio chiave sia del C9, il consiglio di cardinali a cui è affidata la riforma della Curia e della Chiesa, e ha giocato un ruolo in nomine importanti, come quella del cardinale Blase Cupich (insieme con McCarrick) a Chicago e del nuovo Sostituto alla Segreteria di Stato, l’arcivescovo Pena Parra.
    Mons. Pineda, 57 anni, ha spesso gestito la diocesi in nome del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, che è spesso in viaggio all’estero. E in particolare, nella primavera scorsa, il vescovo ha guidato l'arcidiocesi mentre il cardinale era assente per ragioni di salute.
    Prima delle dimissioni del vescovo Pineda, le accuse di corruzione morale e finanziaria avevano portato a una visita apostolica nel maggio 2017. I risultati dell’inchiesta, consegnata nelle mani del Pontefice, non sono mai stati resi pubblici. Così come non è stata resa di pubblico dominio alcuna sanzione contro il vescovo, o la notizia di alcun atto di riparazione da parte del vescovo stesso.
    Le accuse di cattiva condotta finanziaria riguardano la presunta appropriazione indebita di 1,3 milioni di dollari elargiti da parte del governo honduregno, e destinati a progetti caritatevoli; e che sarebbero “completamente scomparsi", secondo le fonti.
    Basandosi sulle dichiarazioni di un testimone chiave che faceva parte dell'inchiesta vaticana, il sito ConfidencialHN offre nuovi dettagli. Fra questi si afferma che al fine di ottenere la sovvenzione governativa, il vescovo Pineda visitò varie parrocchie, chiedendo ai sacerdoti di fornirgli i dettagli dei progetti presunti, a cui sarebbero dovuti andare i fondi governativi. Alcuni preti obbedirono, altri no. Nessuno dei progetti è stato eseguito. L'articolo afferma inoltre che un organismo di mediazione, accusato di riciclare il denaro del governo, è stato anche utilizzato allo scopo di acquisire i fondi.
    L'autore dell'articolo, David Ellner Romero, spiega come uno dei presunti amanti di Bishop Pineda, Erick Cravioto Fajardo, un laico messicano che il vescovo ausiliare ha travestito da prete per ottenere un'esenzione fiscale su un'auto Toyota Yaris che ha comprato per lui, abbia redatto un documento "ben scritto" per garantire la concessione.
    Era "così ben scritto", dice Ellner, che il cardinale Maradiaga ha firmato, "ignorando il vero scopo del suo assistente" e della "organizzazione criminale creata per saccheggiare questi fondi statali". Ellner riporta anche come la Chiesa non abbia mai controllato i fondi, ma invece siano stati "gestiti personalmente dal vescovo Pineda". Il cardinale "non ha avuto altro da fare che firmare il documento", riferisce Ellner, aggiungendo che il testimone ha detto: "Egli [ il cardinale] è stato giocato, ingannato e ha firmato".
    L'articolo di ConfidencialHN corrobora altre accuse: che il vescovo Pineda ha usato i soldi "per pagare favori sessuali, mantenere una rete di amanti, per i quali ha comprato diversi immobili, automobili, motociclette, e fare viaggi all'estero con un amante pagato, tra gli altri". Questi sono poi elencati in dettaglio, così come le presunte pratiche omosessuali.
    Notando la grande disparità tra le azioni del vescovo ausiliario e le sue omelie, Ellner afferma che il "testimone protetto" ha testimoniato le relazioni omosessuali tra il vescovo Pineda, Cravioto e altri. Questi atti sessuali erano praticati in modo "nascosto", ma sempre con finestre lasciate "aperte alla curiosità e al sospetto", e presumibilmente si svolgevano spesso a Villa Iris, residenza del cardinale.
    Il National Catholic Register ha scritto, nel marzo scorso che, per anni Cravioto ha vissuto in una spaziosa stanza adiacente all’appartamento del cardinale nella residenza dell’arcidiocesi. Anche il vescovo Pineda viveva nella villa..
    L'articolo racconta come il vescovo Pineda "era abituato a visitare i diversi comuni" dell'arcidiocesi, chiedendo sempre "due stanze", sebbene la comitiva comprendesse tre persone. "È sempre rimasto in una stanza singola con il suo assistente, Oscarito", ha detto il testimone.
    Ma più seria é l'accusa del testimone che il vescovo Pineda era solito portare dei chierichetti, che all'epoca erano anche seminaristi, per aiutarlo a celebrare la messa in un luogo chiamato Valle de Angeles.
    "Nella casa c'era solo una stanza con un letto e un divano, e lui [il vescovo Pineda] è rimasto con due bambini", ha affermato il testimone nella testimonianza che ha fornito all'inchiesta del Vaticano. "E la cosa strana è che il giorno dopo stavamo facendo colazione e il divano era chiuso, non utilizzato. Ciò significa che aveva dormito con loro due a letto".
    Ellner ritorna poi a Cravioto e spiega come, dopo essersi separati, presumibilmente si unirono ad altri amanti: il vescovo Pineda con Oscarito e Cravioto con un certo Denis, che ricevette una borsa di studio a tempo pieno all'Università cattolica dell'Honduras.
    Secondo quanto riferito, Cravioto e Denis si sono poi lasciati dopo un litigio, in cui il vescovo Pineda ha dovuto intervenire per fermarli, e Cravioto ha poi incontrato un altro amante chiamato Darwin che, secondo quanto riferito, ha una borsa di studio a tempo pieno all'università.
    Ellner, sostiene che è stata la sovvenzione di 1,3 milioni di dollari il catalizzatore che portato alla luce tutta la presunta pessima gestione, e, riferisce delle minacce che seguirono quando il vescovo Pineda fu sopraffatto dalle lamentele, specialmente dai seminaristi del seminario di Nostra Signora di Suyapa.
    Riferisce che il vescovo Pineda avrebbe scarabocchiato i nomi, in rosso, su uno specchio, nelle "grandi sale di Villa Iris", di una mezza dozzina di preti e laici che credeva lo avessero tradito, un'azione che il testimone ha detto denotava "il suo stato di follia”.
    In un editoriale del 16 novembre, ConfidencialHN mette in luce altri presunti casi di abuso in Honduras. Indica il caso di padre German Flores, accusato di aver violentato diverse ragazze, ma dice anche: "ci sono altri nomi" che, per "professionalità", scelgono di non menzionare. Nessuno di questi casi, dice, "è stato riferito alle autorità civili e giudiziarie".
    L'editoriale sostiene che il vescovo Pineda abbia trasferito padre Flores in un'altra parrocchia, poi ha cercato di mettere a tacere la situazione, ma non ha emesso "misure precauzionali o penitenziali contro l'autore del reato o qualsiasi azione che riflettesse desiderio di riparazione o preoccupazione per le vittime”.
    "Al comportamento recidivo dell'abusante si è risposoto con i trasferimenti", afferma l'editoriale. "Non c'è mai stato un gesto che parla di empatia o di simpatia cristiana con le vittime".
    Continua dicendo che la “l’ultima goccia" c’è stata quando la sorella di Maryorie Almendares, una delle presunte vittime di Padre Flores, è andata dalle autorità della Chiesa per sporgere denuncia. Il loro vescovo, il vescovo José Canales Motino della diocesi di Danli, avrebbe "impedito il processo canonico" e tenuto nascosto Padre Flores in una parrocchia di Tegucigalpa. Fino ad oggi, secondo l'editoriale, solo il vescovo Canales conosce l'ubicazione attuale di padre Flores e continua a provvedere a lui.
    ConfidencialHN afferma che il caso mostra "una gestione sbagliata e carente" da parte del vescovo Canales, e l'editoriale cita le parole di Papa Francesco sugli abusi sessuali del clero a Philadelphia nel 2015: "Prometto che i responsabili saranno tenuti a rendere conto".
    "I bambini dell'Honduras valgono quanto quelli del Cile, della Pennsylvania o dell'Irlanda", continua l'editoriale, riferendosi ai recenti casi di abusi sessuali nel clero, aggiungendo che tali crimini sono reati "mescolati al disprezzo per i poveri".
    "Il fatto è che i casi dell'Honduras non sono noti in Vaticano e nessuno parla di riparare il danno, di confortare le vittime, di sanzionare o canonicamente sanzionare i malfattori o i loro accessori, i vescovi.
    "Un'indagine approfondita farebbe luce su tali crimini nella Chiesa dell'Honduras", conclude l'editoriale.
    Amanti e abusi, la dolce vita della "spalla" di Maradiaga - La Nuova Bussola Quotidiana

    Se la Chiesa diventa un ricovero
    Fa una certa impressione sentir dire dal Papa: “Molte chiese, fino a pochi anni fa necessarie, ora non lo sono più, per mancanza di fedeli e di clero”. È un segno dei tempi, ha aggiunto, la Chiesa deve adattarsi alla situazione. Fa una certa impressione sentire pure il Cardinal Ravasi che i cattolici sono ormai una minoranza in occidente. Nell’occidente cristiano; figuriamoci nel mondo.
    Tutto questo non è accaduto con Papa Bergoglio. È una storia lunga, secolare, viene da lontano. Col suo papato il processo si è però molto accelerato.
    Papa Francesco ha auspicato di dismettere le chiese per aiutare i poveri, aggiungendo che “non ha valore assoluto il dovere di tutelare e conservare i beni culturali della Chiesa, perché in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri”. Dunque, dismettiamo le Chiese e usiamole per ospitare poveri, in particolare migranti.
    Cosa vuol dire in pratica? Che le Chiese diventano ricovero per i bisognosi o patrimonio immobiliare da vendere, affittare e il ricavato da destinare all’accoglienza dei migranti? Le ipotesi in campo sono di quattro tipi: a) che diventino luoghi di culto di altre religioni, per esempio islamica, come stava accadendo per la Chiesa dei Cappuccini di Bergamo. b) che diventino musei o luoghi di cultura, come auspica Ravasi. c) che vengano cedute o locate per le più svariate attività: ristorazione, alberghi, beauty farm. d) che vengano trasformate in ostelli e ricoveri per i migranti e i barboni.
    Nel primo caso c’è un vago sapore di nemesi storico-religiosa. Molte chiese sorsero in luoghi sacri di religioni precristiane, nella convinzione che l’aura del sacro perdurasse. Ma suscita preoccupazione religiosa e civile pensare che oggi potrebbero diventare moschee e centri di raccolta islamica.
    Nel secondo caso, sicuramente la destinazione è più sobria e neutrale, da luogo di culto a cultura, ma riduce la religione a museo. E poi se la fede cristiana lascia la sua eredità alla cultura, ha vinto l’illuminismo? E il cinema, ad esempio, è compatibile oppure no, e la musica fino a che punto? Insomma un grappolo di perplessità per un uso comunque secondario.
    La terza ipotesi è la vendita o locazione commerciale per usare poi i ricavati in opere di carità. Già succede di vedere chiese sconsacrate diventate alberghi, trattorie, beauty farm. Dal Risorto al Resort. Soluzione più redditizia, ma simbolicamente la più sconfortante in assoluto.
    Infine la trasformazione delle chiese in ricoveri per i poveri ha una motivazione umanitaria nobile. Ma si può liquidare un luogo di culto, un patrimonio di generazioni per soccorrere una quota di poveri del nostro presente? Se i papi avessero distribuito i soldi ai poveri del loro tempo, oggi non avremmo magnifiche cattedrali, capolavori d’arte, luoghi di preghiera per le generazioni in cui viene consacrata e affidata la vita, il matrimonio, la morte. In ogni chiesa c’è il respiro e l’affanno di generazioni, il sacrificio e la fede di chi l’ha edificata, frequentata, vissuta; c’è il ricordo dei santi e dei martiri, il legame sacro di una comunità, la sua anima, la sua storia, la sua identità. Capisco la desolazione di chiese vuote ma si può liquidare una fede cambiandole la destinazione d’uso, riducendola a pura assistenza sociale?
    Per aiutare i poveri si potrebbe cominciare a cedere o usare il vasto patrimonio immobiliare della Chiesa, di cui l’Unione europea ha sollevato la questione dell’Ici non pagata. Non i luoghi di culto, ma le proprietà, i palazzi, le case. Non sarebbe più francescana una Chiesa povera, piuttosto che una Chiesa dei poveri? Cominciate dalle proprietà e dagli affitti, piuttosto che dalle Chiese e i luoghi sacri. E poi confidate nella Divina Provvidenza…
    Se la Chiesa diventa un ricovero - Marcello Veneziani

    Benedetto XVI è ancora Pontefice e si oppone alle rivoluzioni di Francesco
    Antonio Socci
    Si dice che sia la stessa presenza silenziosa di Benedetto XVI ad aver scongiurato finora i più gravi strappi dottrinali, perché finché è in vita potrebbero essere da lui delegittimati con una sola parola agli occhi del popolo cristiano.
    Naturalmente è una possibilità estrema a cui il papa emerito presumibilmente ricorrerebbe solo per uno strappo dottrinale gravissimo e irreparabile (per esempio sull'Eucarestia) che sancirebbe di fatto uno scisma, quindi oggi è la semplice possibilità, è la semplice «presenza» di Benedetto XVI che ferma i rivoluzionari. Chi avrebbe mai pensato che il silenzio eremitico di un vecchio papa avesse un tale potere di interdizione?
    Tuttavia nonostante si sia imposto il silenzio e non contraddica pubblicamente Bergoglio ha voluto far arrivare a chi ha il potere in Vaticano dei segnali chiari a difesa dell'essenziale, di ciò che è d'istituzione divina e che non è a disposizione di nessuno, nemmeno dei papi: in particolare l'eucaristia e la Santa Messa.
    In maniera discreta Benedetto XVI fece sentire la sua voce nel maggio 2017 firmando la prefazione al libro del cardinale Robert Sarah, La forza del silenzio.
    Il prelato, particolarmente legato a Benedetto XVI e a Giovanni Paolo II, come prefetto della Congregazione per il culto divino rappresenta il principale ostacolo per quanti vogliono rivoluzionare la liturgia cattolica.
    Così Benedetto XVI scrisse nella prefazione al suo libro: «Dobbiamo essere grati a papa Francesco di avere posto un tale maestro dello spirito alla testa della Congregazione che è responsabile della celebrazione della liturgia nella Chiesa.... Con il cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani».
    In realtà ha scritto Sandro Magister «non è un mistero che Jorge Mario Bergoglio abbia confinato il cardinale Sarah in tale carica per neutralizzarlo, non certo per promuoverlo. Di fatto l'ha privato di ogni autorità effettiva, l'ha circondato di uomini che gli remano contro e addirittura ha sconfessato in pubblico i suoi propositi in campo liturgico».
    Tuttavia, un tale sostegno di Benedetto XVI al cardinale Sarah lo ha reso praticamente intoccabile e, con lui in quella posizione, ha reso molto più difficili i progetti dei riformatori che infatti hanno reagito molto stizziti.
    Va detto che da nessuna parte sta scritto che un papa emerito debba eclissarsi e starsene zitto. Fu Benedetto XVI a scegliere, di sua spontanea volontà, il silenzioso eremitaggio. Forse anche per evitare di essere «tirato per la tonaca» e strumentalizzato.
    Poi papa Bergoglio, nell'intervista al «Corriere della Sera» del 5 marzo 2014, affermò che «Benedetto XVI non è una statua in un museo», e aggiunse: «Lui è discreto, umile, abbiamo deciso insieme che sarebbe stato meglio che vedesse gente, uscisse e partecipasse alla vita della Chiesa».
    Può essere che la pensi così, ma può essere pure che il papa argentino sperasse di trovare in lui una legittimazione e un'autorevole copertura per le sue riforme rivoluzionarie.
    Speranza però destinata a restare delusa.
    Benedetto XVI è ancora Pontefice e si oppone alle rivoluzioni di Francesco

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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Il Segreto di Benedetto XVI… rimane un suo segreto??
    E’ evidente che stiamo parlando dell’ultimo libro appena uscito di Antonio Socci, vedi qui, che volentieri abbiamo acquistato e letto, tanto è gradevole la lettura, quanto una crescente passione cattura l’attenzione, man mano che si arriva alla fine. Non sveliamo certamente “chi è l’assassino“, ognuno dovrà leggerlo per capire e per farsi una idea dei fatti narrati.
    Antonio Socci apre questa “inchiesta” come tale possiamo definirla, portando questa riflessione che vogliamo fare nostra: “La crisi attuale ha una causa che – come la «lettera rubata» di Edgar Allan Poe – si cerca per ogni dove, mentre sta da sempre sotto gli occhi di tutti, in bella evidenza. Solo che nessuno ha pensato – o ha voluto – cercarla lì dove, in effetti, doveva stare e dove si trova: si tratta del venir meno della fede, del modernismo e dell’apostasia che dilagano anche nel ceto ecclesiastico. Tutto questo si è coniugato con la nuova situazione geopolitica, venutasi a creare dopo il crollo del comunismo nell’Est europeo: potremmo definirla una globalizzazione neocapitalista che è ideologicamente anticattolica….“
    Da qui parte un breve ma anche intenso, quanto modesto, excursus storico (riepilogato anche da Marco Tosatti qui) atto a spiegare come la Chiesa abbia sempre lottato non per mantenere in vita se stessa, della cui potenzialità divina non ha mai dubitato, ma proprio per venire incontro a quei legami con i vari Cesare di turno, troni ed imperi, spesso anche ingrati e che, della Chiesa, hanno quasi sempre cercato di sfruttare l’amicizia e i rapporti per ottenere privilegi e poteri…. sottolineando, per l’appunto come:
    “…si è trattato di costruire continuamente su un equilibrio drammatico e instabile, basti pensare alla lotta per le investiture fra papato e impero (fra XI e XII secolo) o al periodo avignonese (XIV secolo) o alla fine dello Stato pontificio (seconda metà del XIX secolo). Le grandi e medie potenze che, di volta in volta, le hanno dato protezione hanno cercato, in tutti i modi, di influenzare o addirittura condizionare la più grande autorità spirituale del mondo: il papato.”
    Non faremo male ad inserire noi stessi, in tutti i vari contesti storici in cui la Chiesa ha dovuto operare, gli scritti dei Santi… come santa Caterina da Siena, per fare un esempio e le sue Lettere ai Pontefici, quando riuscì a convincere papa Gregorio a fare ritorno a Roma, dopo la lunga “cattività avignonese“…. o per frenare la nuova frattura interna alla Chiesa con la questione dello scisma d’occidente… Naturalmente Antonio Socci affronta una strada distinta, quella della geopolitica che, durante la questione francese vide, altro esempio, persino il rapimento di un Pontefice, Pio VII….
    L’excursus è breve ma intenso: “E il Vaticano? – si chiede Socci – Per il Vaticano c’è voluto più tempo. Infatti, negli anni Novanta ha potuto continuare nella sua missione, senza essere travolto dal nuovo ordine mondiale, perché il carisma di Giovanni Paolo II, vincitore morale e non violento del comunismo, era tale agli occhi dei popoli da garantire una piena libertà alla Chiesa…”
    E qui, giustamente, ci fermiamo. Primo perché è giusto, se volete, dover leggere voi il libro; secondo perché dobbiamo arrivare all’appunto che più ci interessa: questo “segreto” di Benedetto XVI che ha incuriosito un poco tutti, noi certamente sì. La cover e il titolo non vogliono svelare alcun ché e neppure trasmettere una delusione… piuttosto è evidente che un certo “segreto” resterà e forse è anche giusto che sia così, dal momento che – chi dovrebbe di-svelare… – ha deciso di non farlo, come quando decise (l’allora Ratzinger) in accordo con Giovanni Paolo II di non di-svelare completamente il famoso Terzo Segreto di Fatima. E’ forse disegno divino che certi “segreti” rimangano avvolti nelle trame fitte della storia della Chiesa giacché, tutto sommato, non è una istituzione umana ma divina…. sulla quale “le porte degli inferi non prevarranno, mai!”.
    Vogliamo, comunque sia, sottolineare alcuni aspetti che scaturiscono dalla lettura del libro di Antonio Socci:
    1) Chi ha seguito il tristissimo evento di quell’11 febbraio 2013, si è reso subito conto dello sfrenato ed insano giubilo dei “nemici della Chiesa“, nemici di Benedetto XVI, nemici del papato… Qualunque anima sinceramente cattolica, non poteva (e non può) “gioire” della “Rinuncia” di un Papa, chiunque egli fosse stato, perché una dimissione del genere non è mai foriera di “buone nuove”, ma è solo presagio di qualcosa più grave che sta per accadere. Antonio Socci lo racconta con l’inedito delle parole di santa Giacinta di Fatima… Noi ricordiamo come l’anno dopo ci fu chi addirittura stava per “festeggiare” l’anniversario della Rinuncia… come fosse stato qualcosa da ricordare con torta e champagne… Quella “Rinuncia” è stata un trauma per la Chiesa, di cui Benedetto XVI sembra voglia rispondere personalmente – e da solo – a Dio, essendosene assunto la completa responsabilità.
    2) C’è un problema di fondo: quanto è stata (ed è) valida la forma attraverso la quale Benedetto XVI ha fatto questa Rinuncia? Il fatto che teologi e canonisti si astengono dal dare definizioni, atte a colmare quelle lacune e quei “vuoti” del Diritto Canonico che MAI si era occupato di un caso simile, lasciano legittimo sospetto che – per ora – una risposta non l’avremo, semplicemente perché una risposta… non ce l’hanno neppure loro. Una risposta non ce l’ha nessuno, ma resta chiaro – e ai posteri che dovranno sbrogliare la matassa – che al momento il “segreto” c’è e resta integro. Queste “dimissioni”, questa “Rinuncia” ad una parte del ministero petrino, mantiene tutto il suo rigore di incomprensione e di sospetta invalidità. Nel 2016 avevamo affrontato l’argomento, vedi qui; così come quando Benedetto XVI affermando che si ritirava anche perché fisicamente non ce la faceva a seguire le GmG, scrivemmo subito le assurdità di tali affermazioni spiegando che si rinuncia semmai alla GmG e non al papato, vedi qui; così come quando uscì che Benedetto XVI, nel novembre 2017, benediceva con “benedizione apostolica” in un saluto privato al cardinale Brandmuller, un gesto davvero insolito per un “non più papa”, vedi qui, quando abbiamo il “papa attivo” che si rifiuta di benedire in termini “apostolici“….
    3) Comunque la pensiate è evidente che non possiamo avere “due papi”, e neppure uno “emerito” in meditazione, e l’altro attivo-regnante… a meno che – e Dio non voglia, come abbiamo spiegato qui – non siano tutti ed entrambi i due papi d’accordo su una modifica alla radice del papato stesso…. Tuttavia anche volendo pensare a ciò, è palese che di fatto, Benedetto XVI, non è affatto d’accordo su come stia procedendo la Chiesa…. qui troverete un riassunto dei fatti. Farebbe però anche pensare che – forse – la preghiera del “papa ritirato sul monte” a Dio non debba piacere molto, dal momento che la Chiesa – col suo “papa attivo e regnante“, sta andando verso un precipizio senza precedenti nella storia! Antonio Socci ha il merito di aver raccolto nel suo libro tutta una serie di “indizi, esami e riesami” che in questi sei anni hanno tentato di dare risposte mentre, è davvero palese ed inquietante, il silenzio tombale, persino spettrale, assunto dal Vaticano e da tutta la Santa Sede.
    Resta altrettanto palese, come riporta lo stesso Socci nel libro, quanto sia anomalo che fin dal suo inizio, Bergoglio, abbia avuto “bisogno” di una certa presenza fisica di Benedetto XVI, atta quasi a volersi far confermare nella sua “legittima” elezione. E questo non una volta, ma più di una volta, fino alla famosa rottura con quel “maldestro pastrocchio” creato da Dario Edoardo Viganò (da non confondere con l’arcivescovo Carlo Maria Viganò)… leggete qui. Da questo “incidente“, abbiamo notato come Benedetto XVI sia davvero “scomparso” dalle stesse richieste di Bergoglio, anche se gli vengono portati i nuovi cardinali per essere “ulteriormente benedetti”… benedizioni extra che però sembrano non sortire alcun effetto e nessun beneficio, visti i risultati che stiamo vivendo.
    4) E veniamo ad una conclusione che, naturalmente, non pone la parola fine al “Segreto di Benedetto XVI” che “resta Papa“…. con Socci sottolineiamo tutta una serie di “campanelli d’allarme” che Benedetto XVI ha suonato in questi sei anni e raccolti, in ultima analisi, attraverso l’ultimo incontro di mons. Gänswein nel settembre scorso, con parole inquietanti che riportiamo dal libro:
    “Il generale abbandono della fede dà una sensazione quasi da «ultimi tempi» e a questo punto monsignor Gänswein ha detto:
    In questa sensazione evidentemente non sono solo. In maggio, infatti, anche Willem Jacobus Eijk, cardinale arcivescovo di Utrecht, ha ammesso che, guardando all’attuale crisi, pensa alla «prova finale che dovrà attraversare la Chiesa» prima della venuta di Cristo – descritta dal paragrafo 675 del Catechismo della Chiesa cattolica – e che «scuoterà la fede di molti credenti». La persecuzione – continua il Catechismo – che accompagna il pellegrinaggio della Chiesa sulla terra svelerà il «mistero di iniquità».
    Questo passaggio di monsignor Gänswein ha colpito molto. Perché l’intervento del cardinale Eijck che egli cita e rilancia è stato un vigorosissimo altolà pubblicato il 7 maggio 2018 dall’arcivescovo di Utrecht contro l’apertura all’intercomunione con i protestanti votata dai vescovi tedeschi e avallata da Roma…”
    Nel mentre lasciamo ai posteri la sentenza, non disdegniamo di riflettere sulla gravità della situazione… ringraziando Antonio Socci per averne ulteriormente parlato.
    https://cronicasdepapafrancisco.com/...n-suo-segreto/

    IL “CRISTO MIGRANTE”, TEORIZZATO DALLA CHIESA BERGOGLIANA, NON C’ENTRA NIENTE COL VERO GESU’ DEI VANGELI. ECCO LA VERA STORIA.
    Antonio Socci
    Dal 2013, anno di arrivo di papa Bergoglio, ad ogni Natale, immancabilmente, si rilancia l’idea della Sacra Famiglia come una famiglia di migranti.Con un evidente sottinteso politico.
    Quest’anno papa Bergoglio ha perfino fatto inviare una lettera, della “sezione migranti” del Vaticano, a don Biancalani, che si conclude con la formula: “In Cristo Migrante”.
    In diversi luoghi si allestiscono presepi bergogliani sul tema migratorio. Ad Acquaviva delle fonti, in provincia di Bari, hanno realizzato un presepio (vedi foto) dove Giuseppe e Maria sono due migranti che stanno affogando in un mare di bottiglie e Gesù bambino (di colore) sta dentro un salvagente.
    Ma è fondata questa idea del “Cristo Migrante”? La risposta è semplice: no. Il Vangelo racconta una storia del tutto diversa.
    LA VERA STORIA
    Intanto va detto che il popolo d’Israele, duemila anni fa, soffriva la dominazione romana ed era così forte l’anelito alla libertà e all’indipendenza che immaginava il Messia come liberatore politico del suo popolo dall’oppressione dello straniero.
    I Romani imposero un censimento dei loro sudditi. Così anche Giuseppe e Maria partono da Nazaret(dove abitava Maria e dove, probabilmente, viveva anche Giuseppe) versoBetlemme, non come migranti verso una terra straniera, ma, cometutti gli ebrei del tempo, per espletare le pratiche del censimento.
    Siccome Giuseppe – che era il capofamiglia e quindi il “rappresentante legale” – apparteneva alla tribù di Giuda, per la precisione al casato di re Davide – dovettero andare a Betlemme che era la città d’origine della sua famiglia.
    Ciò significa che andando a Betlemme non emigrarono in una terra straniera, anzi, il contrario: Giuseppe tornò nella sua patria, nella quale egli era addirittura conosciuto come uomo di stirpe regale.
    Anche se la discendenza davidica, nel corso dei secoli, era decaduta e Giuseppe faceva l’artigiano (diciamo che apparteneva al ceto medio di allora), formalmente poteva essere considerato un principe nella sua terra.
    Probabilmente, a Betlemme, Giuseppe aveva ancora delle proprietà, un po’ di terra, perché in seguito Egesippo, al tempo di Domiziano, testimonia che i parenti di Gesù sono ancora vivi e conosciuti e hanno dei campi che lavorano personalmente e che, secondo gli storici, dovevano trovarsi proprio nell’“ager Bethlemiticus”.
    L’ALBERGO
    Il viaggio verso Betlemme, in carovana con altri, durò qualche giorno e fu molto faticoso perché Maria era al nono mese di gravidanza e all’arrivo a Betlemme già stavano cominciando i segni del parto imminente.
    Il Vangelo di Luca ci dice che “non c’era posto per loro nell’albergo” (2,7). Ma cosa significa in questo caso la parola “albergo”? E perché “per loro”?
    Non si tratta degli alberghi di oggi. Siccome Betlemme era un punto di passaggio delle carovane che scendevano in Egitto, lì si trovava, da tanto tempo, un luogo di sosta per tali carovane (appunto un caravanserraglio, in ebraico “geruth”, foresteria) che era stato costruito da Chamaan, forse figlio di un amico di Davide.
    Giuseppe Ricciotti, nella sua “Vita di Gesù Cristo” spiega che, all’arrivo di Maria e Giuseppe, “il piccolo villagio rigurgitava di gente, che si era alloggiata un po’ dappertutto a cominciare dal caravanserraglio”.
    Il quale era “un mediocre spazio a cielo scoperto, recinto da un muro piuttosto alto” con “un portico di riparo” e con “le bestie che erano radunate in mezzo al cortile”.
    In quel frastuono di gente ammassata “si questionava d’affari e si pregava Dio, si cantava e si dormiva, si mangiava e si defecava”.
    Perciò quando l’evangelista dice che “non c’era posto per loro”, bisogna intendere – spiega Ricciotti – che per le particolari condizioni di Maria, in procinto di partorire, non era un luogo adatto. Non c’era la riservatezza che era necessaria a una giovane partoriente.
    Non si sa se Giuseppe poté cercare nelle case di amici e parenti (anch’esse piene di gente) o se – vista l’assoluta urgenza – decise velocemente di riparare nella solitudine di quel ricovero per animali che forse poteva trovarsi proprio nella terra di sua proprietà.
    Anche quello era ovviamente un luogo sporco, ma se non altro era solitario, tranquillo e garantiva la riservatezza.
    STABILITI A BETLEMME
    Dopo il parto, fatto in condizioni di emergenza, Giuseppe poté trovare subito un alloggio e infatti la famiglia di Gesù si stabilì col bambino a Betlemme, che era appunto la città di Giuseppe e di Gesù, il quale, non a caso, da adulto verrà definito dalla gente “figlio di David”, discendente di Re David (come le profezie dicevano del Messia). Gesù in effetti era anche lui di stirpe regale, era un principe del suo popolo.
    Proprio questo scatenò Erode. Avendo saputo, nei mesi successivi alla sua nascita, dai Magi, che era venuto alla luce un potenziale pretendente al regno d’Israele e che era nato a Betlemme, Erode (idumeo per parte di padre e arabo per parte di madre) cercò di eliminarlo.
    I Magi, che arrivarono a rintracciare Gesù alcuni mesi dopo la sua nascita (quindi in una abitazione di Betlemme, non più nella grotta), avevano lasciato al bambino oro incenso e mirra.
    Quell’oro fu molto importante per la Sacra Famiglia che dovette sfuggire a Erode. Perché permise loro di andare in Egitto (che era sempre sotto i Romani) e lì stabilirsi finché non fosse morto Erode.
    FUGA E RITORNO A CASA
    Dunque: la fuga della Sacra Famiglia non era dovuta a volontà di emigrazione, ma alla prima persecuzione anticristiana.
    Quindi, se proprio vogliamo ricordarli come profughi, bisognerebbe parlare degli odierni cristiani perseguitati più che degli attuali migranti, i quali, come si sa, sono mossi perlopiù da ragioni economiche e di lavoro. Eppure nessuno parla delle vicende della Sacra Famiglia rammentando i cristiani perseguitati di oggi come invece si dovrebbe.
    In secondo luogo non era in corso una migrazione di massa verso una terra straniera. Né in Egitto c’erano campi profughi sovvenzionati e pagati dalle casse pubbliche dove si poteva stare a lungo.
    In Egitto Giuseppe mantenne la famiglia svolgendo il proprio lavoro per alcuni mesi. Ma già l’anno successivo seppero della morte di Erode e così la famiglia di Gesù ritornò a casa, scegliendo stavolta Nazaret, il villaggio di Maria (dove probabilmente aveva abitato anche Giuseppe).
    Lì vissero stabilmente e Gesù stesso esercitò il mestiere del padre fino all’inizio della sua vita pubblica. Dunque non si vede come si possa accostare la loro vicenda agli odierni flussi migratori di massa.
    ULTIMO EQUIVOCO
    C’è un ultimo equivoco da chiarire. Il prologo del Vangelo di san Giovanni dice: “il mondo fu fatto per mezzo di lui,/ eppure il mondo non lo riconobbe./ Venne fra la sua gente/ ma i suoi non l’hanno accolto”.
    Queste parole non si riferiscono a una mancata accoglienza di un inesistente “Gesù Migrante”, ma alla mancata accoglienza del suo annuncio. Infatti Gesù morì crocifisso. Si riferisce cioè alla fede cristiana.
    Gesù non venne nel mondo per sponsorizzare la caotica politica migratoria oggi auspicata dai globalisti, ma venne per annunciare che Dio si è fatto uomo per la nostra salvezza.
    https://sadefenza.wordpress.com/2018...a-vera-storia/

  4. #364
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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Il vescovo con l'amante "protetto" da Schönborn
    Il capitolo della diocesi pubblica il rapporto sul dissesto economico e morale in cui è sprofondato la diocesi di Gurk-Klagenfurt sotto il vescovo Schwarz: scandali finanziari e perfino sessuali con la presenza accertata di un'amante del prelato molto attiva nell'amministrazione. Una situazione conosciuta dal 2008 e che non era estranea neppure al cardinal Schönborn.
    Il Vaticano per misteriosi motivi – c’è chi ha visto in questo lo zampino del card. Schönborn per motivi che vedremo più avanti – aveva proibito la pubblicazione di un rapporto sulla corruzione e i disastri finanziari della diocesi di Gurk-Klagenfurt. Ma il Capitolo della cattedrale, sotto la guida di mons. Guggemberger ha deciso di disattendere il veto, e ha pubblicato il rapporto, che getta una luce pessima su 17 anni di gestione da parte del vescovo Alois Schwarz, da qualche mese traferito alla diocesi di St. Pölten.
    Secondo quanto affermano persone che conoscono la realtà della Chiesa austriaca, mons. Schwarz è persona vicina al cardinale di Vienna Christoph Schönborn. Mons. Guggenberger afferma ora che sia Schönborn che la Conferenza episcopale austriaca hanno saputo della situazione a Gurk dal 2008. Guggenberger ha anche rivelato pubblicamente che il vescovo Schwarz ha permesso a una certa donna di "danneggiare la reputazione dell'ufficio episcopale e della Chiesa in Carinzia. "Era così ricattabile dai suoi sacerdoti nel contesto dell'obbligo di vivere nel celibato".
    Come riferisce il sito di notizie cattolico austriaco Kath.net il 18 dicembre, mons. Engelbert Guggenberger, l'amministratore provvisorio della diocesi di Gurk-Klagenfurt, ha pubblicato il rapporto sullo stato finanziario e morale della diocesi dopo la partenza del vescovo Schwarz. Rendendo noto il rapporto ha messo in chiaro che agiva nel suo ruolo di membro del capitolo della cattedrale di Gurk, e non come amministratore diocesano. Guggenberger, in questo modo, potrebbe aver tentato di eludere un recente ordine proveniente dalla Congregazione per i vescovi, guidata dal cardinale Marc Ouellet che aveva chiesto alla diocesi di non pubblicare il rapporto, ma, piuttosto, di inviarlo a Roma. Si dice che il cardinale Christoph Schönborn abbia esercitato pressioni perché il documento non fosse reso pubblico, come invece è accaduto.
    Il rapporto descrive un "Sistema del vescovo Schwarz", a cui a una persona di fiducia del vescovo – una donna - è stato assegnato un ruolo di leadership di cui avrebbe abusato, causando gravi danni morali e finanziari alla diocesi. Il vescovo Schwarz ha ora ricevuto dalla diocesi una richiesta di rimborso dei debiti precedenti. E il cardinale Schönborn, insieme ad altri, sapeva tutto di questo dal 2008, come Guggenberger rivela.
    "Le accuse sollevate erano troppo serie e troppo conosciute” ha detto Guggenberger, e a causa della recente decisione del Vaticano di ordinare alla diocesi di non pubblicare i risultati della commissione, molte persone "non solo i cattolici in Carinzia, ma in tutto il paese" si sono indignate. "Abbiamo ricevuto quotidianamente innumerevoli chiamate, SMS, e-mail e lettere." La maggior parte delle persone ha espresso il proprio sostegno ai tentativi diocesani di chiarire le cose”, ha detto "ma molti hanno anche minacciato di lasciare la Chiesa, qualora i risultati della relazione finale non fossero presto pubblicati". Molte persone hanno anche contattato il cardinale Schönborn e il Vaticano "per chiedere trasparenza".
    Guggenberger chiarisce che i risultati del rapporto diocesano sono il risultato del lavoro di un gruppo di lavoro diocesano e di esperti indipendenti. Dichiara inoltre che le richieste di rimborso sono state inviate al vescovo Schwarz, per danni finanziari alla diocesi.
    Il rapporto finale afferma che la diocesi ha subito gravi perdite finanziarie negli ultimi anni, in particolare sotto la guida della signora Andrea Enzinger, con la quale si dice che il vescovo Schwarz abbia avuto una relazione impropriamente stretta. L'aveva nominata a capo del St. Georgen Educational Center che ha un hotel e un centro conferenze. Secondo il rapporto, sotto la sua guida le finanze hanno avuto un tracollo, sono stati avviati progetti di costruzione eccessivamente costosi, i costi del personale sono aumentati e i dipendenti hanno lasciato il lavoro o sono stati espulsi dalle loro posizioni.
    La chiave di questo "sistema del vescovo Schwarz", secondo il rapporto - che si basa anche su molte interviste personali ai dipendenti diocesani - è il rapporto del vescovo Schwarz con la signora Enzinger: "con la conoscenza e il sostegno del vescovo Dr. Alois Schwarz, Andrea Enzinger ha abusato della Diocesi di Gurk facendone un palcoscenico per i propri interessi personali, e ha danneggiato, con le sue azioni, la reputazione dell'ufficio episcopale e della Chiesa in Carinzia”. Enzinger è stata licenziata non appena il vescovo Schwarz ha lasciato la diocesi.
    Il rapporto afferma anche che il vescovo Schwarz aveva violato la legge della Chiesa sciogliendo una commissione finanziaria - come è prescritto e richiesto dalla legge della Chiesa - che era stata progettata per sorvegliare certe decisioni finanziarie da parte del vescovo. "La diocesi di Gurk non aveva un corpo di controllo", afferma il testo.
    Mons. Guggenberger, nel suo comunicato stampa sopra menzionato, ha aggiunto che il "rapporto del vescovo con l'ex capo del Centro educativo St. Georgen è causa, fino ad oggi, di molte chiacchiere, pettegolezzi e speculazioni". Una fonte che vive a Klagenfurt dice che l'auto di Schwarz, per esempio, era spesso parcheggiata la sera davanti all’abitazione della signora Enzingers, ed entrambi andavano spesso a fare shopping in città, apertamente e tutti li potevano vedere. Si dice anche che andassero insieme in viaggio a Vienna, alloggiando in un appartamento di proprietà della diocesi di Gurk.
    "Il vescovo Schwarz", continua Guggenberger, "è stato, attraverso questo rapporto di dipendenza, guidato e diretto dagli umori della sua confidente," con "grave danno" all'ufficio episcopale e alla Chiesa. Molti sacerdoti e dipendenti diocesani, spiega, erano "molto preoccupati" per questa situazione. L'amministratore diocesano chiarisce anche che molte persone hanno provato a parlare di ciò con il vescovo Schwarz per anni.
    "Le autorità responsabili della Chiesa", afferma, "cioè la nunziatura a Vienna e, con essa, le autorità romane - anche il cardinale Schönborn, così come i diversi arcivescovi metropolitani di Salisburgo [prima Alois Kothgasser, poi Franz Lackner ], sono stati informati per anni degli effetti del "Sistema del vescovo Schwarz". La Conferenza episcopale austriaca [guidata da Schönborn] conosceva le condizioni della Chiesa della Carinzia al più tardi dal 2008".
    In particolare, Guggenberger menziona l'arcivescovo Kothgasser di Salisburgo che, su commissione della Conferenza episcopale austriaca, ha discusso della questione a Corinthia. "Tuttavia," conclude Guggenberger, "dal 2008, le circostanze descritte non sono affatto cambiate, al contrario. A causa del suo stile di vita, il vescovo è stato sempre più ostacolato nell'esercizio del suo ufficio, perché era ricattabile dai sacerdoti nel contesto dell'obbligo di vivere nel celibato”. A un certo punto Schwarz assunse addirittura un ex agente del servizio segreto austriaco per indagare su alcune lettere anonime scritte da alcuni dei suoi impiegati.
    Schwarz si è rifiutato di fare dichiarazioni, dopo la pubblicazione del rapporto. Il cardinale Schönborn, ha elogiato ancora Schwarz quando si è insediatoo nella sua nuova diocesi di St. Pölten, nel luglio 2018. "Credo che sia un'ottima scelta per St. Pölten", ha concluso il cardinale Schönborn.
    Ci sembra di poter fare un’annotazione finale. Interessante e meritorio il comportamento del Capitolo della cattedrale, che ha rifiutato la richiesta di Roma di mettere a tacere quello che evidentemente è uno scandalo dannoso per la Chiesa. E interessante osservare – in questi tempi in cui gran parte degli scandali del clero hanno risvolti e origine omosessuali – che la persona coinvolta nel caso del vescovo Schwarz era una donna. Resta da capire perché il Vaticano volesse silenziare uno scandalo che era sotto gli occhi di tutti. Amicizie altolocate?
    Il vescovo con l'amante "protetto" da Schönborn - La Nuova Bussola Quotidiana

    PERCHÈ LA NOMINA DI TORNIELLI “AD NUTUM” DEL PONTEFICE È COSA BUONA
    MARCO TOSATTI
    Ieri, come sapete, il Papa ha fatto due nomine importanti: il nuovo direttore dell’Osservatore Romano, Andra Monda, e un incarico nuovo, non previsto finora dallo statuto della Segreteria per la Comunicazione, quelle di Direttore Editoriale, affidata ad Andrea Tornielli, fino ad oggi coordinatore di Vatican Insider, una creatura giornalistica nata anni fa a fianco de La Stampa, per volontà del direttore, Mario Calabresi, e per ispirazione dell’attuale Capo Ufficio Stampa dell’ENI, Marco Bardazzi, che ne fu anche il coordinatore fino a quando non fu chiamato al nuovo incarico.
    Grazie a questa nomina straordinaria, che si potrebbe quasi definire “ad nutum” del pontefice, dal momento che – come spesso accade nel regime vigente in Vaticano – si tratta di ruoli personali, non previsti dalla struttura, Tornielli potrà compiere un lavoro che negli ultimi anni molti hanno sospettato che svolgesse con la “copertura” di una testata “indipendente”, rivendicando un’imparzialità rispetto alla materia di cui si occupava di cui questa nomina svela adesso la fragilità.
    La partenza di Tornielli verso il suo nuovo incarico mi libera dallo scrupolo che ho avuto finora – lealtà verso una testata in cui ho lavorato – nel raccontare un paio di episodi interessanti.
    Il primo ha avuto luogo nell’autunno del 2014. All’epoca ero titolare di un blog, nato molti anni prima, San Pietro e Dintorni, quando era direttore de La Stampa Giulio Anselmi. E collaboravo sia con La Stampa che con Vatican Insider. Il blog era collegato alla home page di Vatican Insider; come accadeva anche per altri colleghi. Un giorno mi accorsi che il collegamento non esisteva più, e ne chiesi spiegazione.
    Eravamo durante il primo Sinodo sulla Famiglia. Turbolento; e grazie ad alcuni contatti che avevo all’interno dell’aula, su San Pietro e dintorni usciva un resoconto dei lavori e delle dinamiche ben diverso dalla patina di glassa ufficiale. Tornielli venne a Roma, e mi disse in buona sostanza che quello che stavo scrivendo creava difficoltà con la Segreteria di Stato; che quando andava a parlare con loro dell’opportunità che gli dessero una mano a trovare finanziamenti gli rispondevano: ma vede che cosa scrive la Stampa…e che non era facile spiegare ai suoi interlocutori che non era La Stampa, ma Marco Tosatti. Aggiunse che comunque non aveva nessuna intenzione di censurarmi e che il collegamento con San Pietro e Dintorni sarebbe stato ripristinato più avanti. Il che, naturalmente, non accadde. Quando poi ho letto la notizia data dal collega Magister – e che io sappia mai smentita – del finanziamento fornito a Vatican Insider dai Cavalieri di Colombo, una grande organizzazione finanziario-religiosa americana, le cose mi divennero più chiare.
    Decisi infine di non proporre più articoli a Vatican Insider quando qualche anno fa suggerii a Vatican Insider di scrivere un articolo sui rapporti Cina-Vaticano, perché erano emerse notizie interessanti. Mi fu risposto che era meglio di no, perché “il tema era delicato”. Delicato per chi? Non certo per un giornale che dovrbbe essere indipendente, come La Stampa. Io sono un po’ tonto, ma non così tonto da non capire, quando le cose mi vengono ripetute…E da allora non ho più avanzato proposte.
    Ecco perché penso che questa nomina sia un fatto positivo. Anche se mentre scrivevo queste poche righe mi è venuta in mente un’osservazione. Chissà che cosa penseranno adesso tutte quelle persone che hanno letto in questi anni Tornielli, e hanno creduto che fosse distaccato e obiettivo rispetto alla materia trattata.
    PERCHÈ LA NOMINA DI TORNIELLI ?AD NUTUM? DEL PONTEFICE È COSA BUONA : STILUM CURIAE

    Trump in difesa dei cristiani perseguitati, Bergoglio contro.
    I cristiani del Medio Oriente, finora martirizzati, perseguitati, dispersi e ignorati da tutti, hanno finalmente un difensore. Non si trova in Vaticano, ma a Washington, precisamente alla Casa Bianca.
    Il presidente Donald Trump ha infatti firmato l' Iraq and Syria Genocide Relief and Accountability Act (HR390), cioè una legge che riconosce il «genocidio» in corso, perpetrato dai gruppi Jihadisti ai danni di cristiani e yazidi.
    È una legge che obbliga formalmente il governo americano ad andare in soccorso di queste popolazioni anche con progetti umanitari che difendano le minoranze religiose e stabilizzino quelle aree. Inoltre tale legge permette all' amministrazione Usa di intervenire contro i persecutori, per dare la caccia ai terroristi che si macchiano dei crimini più efferati.
    Per la firma di Trump, a questo atto solenne, hanno esultato i cristiani del Medio Oriente e quelli americani, insieme con i loro vescovi. Gelida invece la reazione negli ambienti vaticani: è il Vaticano di papa Bergoglio, dove si detesta Trump, dove non si muove un dito per i cristiani perseguitati e dove invece si preferisce caldeggiare - quotidianamente e ossessivamente - le migrazioni di massa (specie musulmane) in Italia e in Europa. Il cinismo del Vaticano bergogliano nei confronti dei cristiani perseguitati si è reso evidente in una recente dichiarazione del Segretario di Stato di Bergoglio, il cardinale Parolin, una dichiarazione che ha dell' incredibile.
    Come riporta l'agenzia dei vescovi italiani, Sir, Parolin è stato interpellato sulla tragedia di Asia Bibi, la donna pakistana, madre di cinque figli, che, per la sua fede cattolica, era stata accusata falsamente di blasfemia. Asia ha sopportato quasi dieci anni di carcere durissimo, rifiutando di convertirsi all' Islam, è stata condannata a morte in due gradi di giudizio e infine è stata assolta dalla Corte Suprema del Pakistan.
    Com' è noto la donna e la sua famiglia ora vivono braccati dai fanatici e suo marito ha chiesto asilo politico in diversi Paesi. La famiglia è poverissima ed è ad altissimo rischio in Pakistan.
    I SILENZI DI PAROLIN - Ebbene Parolin, il numero 2 della Chiesa di Bergoglio, interrogato su questo caso, che ha commosso e indignato il mondo intero, ha dichiarato che attualmente non c' è nessuna attività diplomatica della Santa Sede per Asia Bibi e la sua famiglia. Poi ha testualmente aggiunto: «È una questione interna al Pakistan, spero possa risolversi nel migliore dei modi».
    Come dire: chi se ne frega, la cosa non ci riguarda. La sconcertante dichiarazione dell'uomo di punta del Vaticano ha scandalizzato molti, pur essendo passata in sordina sui media. Infatti le gravi violazioni dei diritti umani non sono mai un affare interno di un regime, ma chiamano in causa tutti gli uomini e tutti i popoli. Lo proclama quella «Dichiarazione universale dei diritti dell' uomo» di cui proprio in questi giorni il mondo ha celebrato i 70 anni (dall' approvazione all' Onu).
    Ma soprattutto è sconcertante che sia il vertice della Chiesa a lavarsi le mani così platealmente della sorte di una donna condannata a morte per la sua fede cattolica e oggi minacciata con tutta la sua famiglia. Sono parole inaudite che cestinano pure il Vangelo, oltre al semplice senso di umanità.
    NON DISTURBARE - Purtroppo però la scelta di questo pontificato sembra proprio quella di non disturbare i regimi che perseguitano i cristiani, "sacrificando", all' abbraccio con i dittatori, i diritti fondamentali dei perseguitati per la fede: lo dimostra anche il recente accordo del Vaticano con il regime comunista cinese che ha scandalizzato sia i cattolici perseguitati della Cina, sia i cattolici del mondo libero.
    Peraltro lo stesso cardinale Parolin - contraddicendosi platealmente - ha poi rilasciato un' altra dichiarazione sconcertante. Intervistato da Rai News il 13 dicembre scorso sul Global Compact sull' immigrazione, ha sostenuto, a nome del Vaticano, che «poter migrare è un diritto», mentre, per gli Stati come l' Italia, «il diritto a non accogliere non c' è».
    Un' idea del genere, grottesca fino al ridicolo (oltreché inquietante), di per sé distrugge la sovranità di qualunque Stato, perché se uno Stato non può controllare le sue frontiere ed è costretto a subire qualsiasi emigrazione di massa, non esiste più come Stato. Basti pensare all' Italia che dovrebbe rassegnarsi, senza poter fare nulla, alla potenziale emigrazione sul suo territorio di centinaia di milioni di persone dall' Africa. Sarebbe davvero un' invasione e con effetti apocalittici.
    L' aspetto surreale delle posizioni espresse dal numero 2 di Bergoglio è questo: mentre il Vaticano non intende disturbare i regimi dove sono violati i diritti umani fondamentali (perché sono questioni interne), lo stesso Vaticano nega a paesi liberi e democratici di esercitare una loro fondamentale prerogativa, quella di controllare le proprie frontiere, e decidere se e quale politiche migratorie praticare.
    Tutto questo, peraltro, mentre il Vaticano, circondato da alte mura, è l'unico Stato che non ha accolto e non accoglie nessun migrante e nessun profugo. Tanto meno accolgono la famiglia di Asia Bibi che, per la fede cattolica, è gravemente a rischio. Eppure Oltretevere vi sono grandi palazzi e lussuosi appartamenti, occupati da prelati che poi fanno prediche agli altri sul dovere dell' accoglienza. Gesù così tuonava contro alcuni esponenti del potere religioso del suo tempo: «Dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23, 3-4).
    Si ha la netta sensazione che a questo Vaticano importi assai poco pure dei migranti, ma li usa ideologicamente secondo l'Agenda Obama che poi è l' Agenda Onu. Nella stessa direzione del Global compact for migration"che produrrebbe una destabilizzazione globale, colpendo le identità dei popoli.
    Per l'Italia, per l' Occidente e per la Chiesa le posizioni di Bergoglio sono devastanti. Anche sul Global Compact - come sui cristiani perseguitati - meno male che c' è Trump.
    https://gloria.tv/article/BbvaUEqjvynE3DYBcHGUJEZja

    "Nuovi “nemici”, nuovi traditori
    SUPER EX. LA GUERRA CIVILE DI BERGOGLIO/LENIN
    Per capire l’ennesimo atto d’accusa di Bergoglio, erga omnes, senza alcuna traccia di autocritica, nel discorso alla curia romana, bisogna fare un parallelo storico.
    Bergoglio è come Lenin, il padre della dittatura comunista.
    Perchè? Presto detto. Nel 1917 Lenin capisce che la Russia deve uscire dalla guerra mondiale per rafforzare la rivoluzione. Lo fa, appena può, nel marzo 1918, siglando la pace con la Germania; nel contempo ha chiara un’altra idea: si esce dalla guerra con i nemici esterni, per iniziare con la massima dedizione la guerra civile, la guerra con i nemici interni, i menscevichi, i socialisti rivoluzionari, i borghesi, i credenti…
    Così fa Lenin.
    Ebbene, cosa è successo, invece, nel 2013?
    Bergoglio ha siglato subito la pace mondiale con i nemici della Chiesa. Ha chiuso con le battaglie culturali di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Ruini ecc. Lo ha fatto firmando la resa pubblica con Scalfari, sul quotidiano più anticlericale e anticristiano del paese.
    Poi, subito dopo, come Lenin, chiuso un fronte, ne ha aperto un altro, ha ri-acceso la guerra civile, la guerra dentro la chiesa, quella che dura in un certo senso da sempre, ma soprattutto da cinquant’anni. La guerra portata avanti, per intenderci, dai teologi progressisti al Concilio, dai cattolici per il comunismo, per il divorzio e l’aborto, negli anni Sessanta e Settanta, dai cardinali Martini, Danneels e altri, durante gli ultimi due pontificati.
    Questa guerra Bergoglio la ha condotta a suon di nomine (Galantino, Paglia, Martin, Cupich…) di emarginazioni (Bagnasco, Caffarra, Mueller, Burke, Sarah…), di forzature (i sinodi), di scomuniche (Francescani dell’Immacolata ecc.), di continui proclami eterodossi, di santificazioni inopportune (Lutero, don Milani…), di anatemi contro farisei, dottrinari ecc…
    Dalla guerra contro il nichilismo anti-cristiano esterno alla Chiesa, abolita, condannata, alla guerra civile contro l’ortodossia interna. Stessa strategia di Lenin; stesso stile dogmatico e testardo.
    Ma l’analogia non è finita: oggi Bergoglio lamenta il caos e la confusione nella chiesa, scrive che essa è “investita da tempeste e uragani” e ciò significa che sta perdendo, che la normalizzazione non è avvenuta. Anche in questo caso Bergoglio imita Lenin: nessuna autocritica, neppure minima, ma l’accusa verso predecessori e contemporanei non in linea con lui, inventando ed additando sempre nuovi “nemici”, nuovi traditori. Le rivoluzioni hanno sempre bisogno di nemici, di Giuda, di eterodossi da additare…perchè se tutto non va bene, come promesso, qualcuno deve essere colpevole! Se la nuova Chiesa non decolla, se l’effetto Bergoglio è ormai un ricordo lontano, va cercato il capro espiatorio, a costo di apparire ridicoli identificando un monsignore onesto che ha parlato, con il diavolo in persona!
    Lenin sembrò vincitore, ma finì senza l’uso della parola, afasico. Ne aveva dette troppe.
    Bergoglio parla ancora, e molto; soprattutto si difende ed accusa, senza sosta; ma come ho avuto già modo di notare, le sue parole cadono ormai nel vuoto, le sue liste di proscrizione sono sempre più segnale di una rabbia impotente, dell’ammissione di un fallimento.
    Gli avversari, infatti, non mollano, pur pochi e umiliati; gli amici più di tanto non si espongono (quanti dei numerosi cardinali che ha nominato, lo difendono pubblicamente?); i processi travolgono il G9; lo scandalo pedofilia sommerge i suoi principali alleati…
    La pace con il mondo è fatta, ma la guerra civile non è vinta. Soprattutto grazie all’opposizione dei laici, decisiva, determinante. Quei laici che hanno visto chiaramente, dietro il presunto rinnovamento, il tradimento; dietro le professioni pubbliche continue di anticlericalismo, il clericalismo più insidioso.
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  5. #365
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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Il linguaggio di Francesco, volutamente impreciso
    Nel giro di pochi giorni papa Francesco ha fatto tre affermazioni dal contenuto molto problematico. Dapprima ha detto che Maria non è nata santa. Poi ha detto che il cristianesimo è rivoluzionario.Infine che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male. Un linguaggio volutamente impreciso.
    Papa Francesco
    Nel giro di pochi giorni papa Francesco ha fatto tre affermazioni dal contenuto molto problematico. Dapprima ha detto che Maria non è nata santa ma lo è diventata perché santi non si nasce ma si diventa. Poi ha detto che il cristianesimo è rivoluzionario. Quindi ha affermato che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male: “C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio, e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come se fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza”.
    La prima affermazione chiama in causa la corretta interpretazione del dogma dell’immacolata concezione. La seconda si oppone agli insegnamenti di moltissimi pontefici che hanno insegnato l’incompatibilità tra il concetto di rivoluzione e la fede cristiana. La terza è un intrico di gravi questioni teologiche e pastorali che richiedono di essere decrittate tramite un fine lavoro di esegesi che però nessun fedele è in grado di fare. Da qui il “conflitto delle interpretazioni” e lo smarrimento di tanti che si attendono invece dal papa poche e chiare parole. A far confusione, dicono, ci pensiamo già noi.
    La terza affermazione sugli atei e gli incoerenti frequentatori della messa è tra l’altro in contraddizione con altri insegnamenti dello stesso Francesco. E’ nota la discussa affermazione della Evangelii gaudium ripresa nella famosa nota 351 di Amoris laetitia secondo cui “l’Eucarestia non è un premio per i perfetti ma un aiuto per i deboli”. Ammesso che sia così, non si capisce perché sia meglio essere atei che andare in chiesa pur essendo cristiani incoerenti. La coerenza qui viene richiesta in modo assoluto, mentre in nome di una superiore misericordia ai divorziati risposati non si chiede più la coerenza di vivere come fratello e sorella secondo le indicazioni di Familiaris consortio 84.
    In ogni caso, anche se esaminata in se stessa, la frase presenta delle oscurità teologiche. L’ateismo, quando è colpevole, un tempo era considerato un peccato. Oggi, di fatto, non è più così, perché si pensa che Dio si riveli in tutti gli uomini e quindi anche negli atei. E’ per questo che si concedono le chiese alle cattedre dei non credenti e si permette loro di insegnare (in chiesa) che Dio non esiste. L’ateismo è la situazione dell’uomo che consapevolmente rifiuta Dio. Come è possibile che tale situazione di vita sia preferibile a chi va in chiesa pur non riuscendo poi ad essere cristiano fino in fondo nella vita pratica? In questo modo la coerenza diventa il criterio di valutazione al posto del contenuto di verità. Un ateo coerente sarebbe preferibile ad un cristiano incoerente. Può essere corretto criticare l’ipocrisia, anche se oggi (siamo seri …) quanti vanno in chiesa tutti i giorni “per essere ammirati dagli uomini”?, ma è problematico indicare la coerenza dell’ateo come alternativa.
    La frequenza con cui papa Francesco pronuncia frasi problematiche come queste conferma un significativo cambiamento del linguaggio pontificio su cui da tempo si concentrano studiosi e osservatori. L’esempio massimo di questo nuovo codice comunicativo è stata Amoris laetitia. Si tratta di un linguaggio volutamente impreciso, allusivo, evocativo, sfumato, volatile ed ondeggiante. Un linguaggio che propone domande senza risposta, contrapposizioni dialettiche senza sintesi, polarità senza combinazione e spesso usa frasi del tipo “sì...ma” dove il “ma” introduce non solo attenuanti ma eccezioni. E’ un linguaggio per immagini dalla problematica interpretazione teologica più che per concetti: la dottrina come pietre scagliate, la tradizione che non è un museo, il peccato chiamato fragilità, il confessionale che non deve essere sala di tortura … E’ un linguaggio che non chiude ma apre, non precisa ma pone domande, non conferma ma fa nascere dubbi. Un linguaggio “in tensione”, storico, biografico, esistenziale, dinamico, che procede per contrapposizioni e contraddizioni e che inquieta.
    La questione principale davanti a questi evidenti cambiamenti su cui, come ripeto, sono stati già scritti libri e libri, è se dietro questo mutamento di linguaggio ci sia anche un mutamento nella concezione del papato stesso. Il linguaggio non è mai solo linguaggio. Quando si usano parole nuove per indicare le cose di prima vuol dire che è nata una nuova dottrina che le vede in modo diverso. Specularmente, se si vuole far nascere un nuovo modo di pensare bisogna parlare in modo diverso. In questo senso il linguaggio di papa Francesco è l’estremizzazione coerente del passaggio iniziato col Vaticano II dalla dottrina alla pastorale, dalla natura alla storia, dalla metafisica all’ermeneutica. E ciò non poteva finire per riguardare anche il ruolo del papa nella Chiesa.
    Il linguaggio di Francesco, volutamente impreciso - La Nuova Bussola Quotidiana

    Piccolo elogio dei bacchettoni ipocriti
    di Giorgio Enrico Cavallo
    Ogni tanto, ascoltando le parole di Bergoglio, sorge spontanea una domanda: ma in quale Chiesa vive? Questa domanda scatta automaticamente quando si ascoltano le sue parole in merito ai «cristiani pappagallo», come lui li chiama. Gli ipocriti. I bacchettoni. È tornato ad occuparsene nel corso della prima udienza generale dell’anno: «è uno scandalo vedere persone che vanno in Chiesa, stanno tutta la giornata lì o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri, parlando male della gente. Questo è uno scandalo. Meglio non andare in chiesa. Meglio vivere come un ateo».
    Meglio vivere come un ateo? L’affermazione di Bergoglio lascia quantomeno dubbiosi: davvero, alla poca fede è preferibile l’assenza totale di fede? Mai si è visto nella storia un papa che fa lo “sponsor” dell’ateismo, prediligendolo ad una fede infiacchita o ormai abitudinaria; in ogni caso, siamo ormai discretamente immunizzati di fronte alle infelici affermazioni del pontefice, per cui sorvoleremo e punteremo dritti alla domanda più importante: in quale chiesa si vede gente che sta lì tutto il giorno per pregare e farsi vedere?
    Sarebbe un toccasana trovare gente così. Invece, entrando nelle nostre belle chiese, se va bene possiamo trovare l’addetto delle pulizie che lava per terra. Sul serio: preferiremmo di gran lunga trovare schiere di ipocriti bacchettoni che danno aria alla bocca sgranando rosari per mettersi in mostra, piuttosto che ammirare il desolante deserto delle nostre chiese.
    Ci fossero davvero, questi benedetti bacchettoni ipocriti! Gente che sta in chiesa tutto il giorno per farsi ammirare. Pensate un po’: significherebbe che, per la nostra società, andare in chiesa, salmodiare e compiere opere pie significa ancora qualcosa. Immaginate un po’, ragazze che perdono la testa per il mansueto universitario occhialuto che, non avendo muscoli da mostrare, sgrana infiniti rosari per far colpo! Immaginate: i chierichetti esisterebbero ancora, perché i genitori (ovviamente, bacchettoni doc) manderebbero tutti i pargoli, ogni domenica, ad assistere la Messa. Naturalmente, la Messa sarebbe in latino, perché i bigotti doc si valutano in base a quante preghiere in latino conoscono. Se ne conosci di più, vinci un santino benedetto.
    Tornando seri, questa Chiesa non esiste. Purtroppo, la Chiesa che esiste è moribonda ed esisterà ancora per poco: i fedeli disertano Messa e le chiese sono vuote. Sempre. Altro che “meglio essere ateo”. Atei siamo già, e per tanto così meglio essere bacchettoni. Sarebbe il primo passo per approfondire la propria fede. Sarebbe la base di partenza per la propria vita spirituale, che necessita di essere continuamente esercitata e raffinata, perché «pregare si fa dal cuore, da dentro», come osserva Francesco, e mettere le tende in chiesa serve ma poi te la devi vedere a tu per tu con il Padrone di casa.
    Forse, un po’ di moralisti “old style” in più rimetterebbero in riga questa società sbandata. Ben venga, dunque, l’esercito dei bigotti. Magari un giorno arriverà davvero a liberarci dall’oppressione del politicamente corretto e dalla dittatura dell’ateismo. Sperare non costa niente e, per quel che ci riguarda, noi già ripassiamo le preghiere in latino. Il santino benedetto lo vogliamo davvero.
    https://campariedemaistre.blogspot.c...-ipocriti.html

    “AO’ …CHE ME SERVE DIO SE POSSO ESSE ‘NA ‘BRAVA PERSONA’ PURE DA ATEO?”.
    di Gianluca Marletta
    Questa espressione – che sento proferire spesso – nasce da una totale incomprensione.
    Premessa necessaria: purtroppo è vero che un certo ‘moralismo’ religioso ha veicolato da decenni l’idea che la Religione serva essenzialmente “ad assolvere una certa morale”, ergo ad essere “brave persone”, quasi assimilando la Religione all’educazione civica; ma qui c’è un enorme errore di fondo.
    Ricapitoliamo.
    La RELIGIONE ha come primo scopo quello di condurre alla Santità, non al “buon comportamento”. Santità significa partecipazione Reale allo Spirito, possibilità di Salvezza, al limite trasformazione dell’essere (é una realtà Ontologica e Oggettiva, niente di “vacuo”, di “soggettivo” o di “sentimentale”). Certamente, la Santità si manifesta “anche” come adesione ad una morale (peraltro non necessariamente sovrapponibile alla laica “educazione civica”), ma NON é quello il suo scopo e il suo fine più importante.
    Di contro, sinceramente non capisco cosa si intenda per “BRAVA PERSONA”, visto che – nel concreto – non esiste categoria umana al giorno d’oggi che non si consideri “buona” o che non tenda ad auto-giustficare i suoi atti (ho conosciuto da ragazzo spacciatori di eroina che si consideravano “brave persone”, perché ‘infondo non erano mica loro a costringere i tossici a comprarsi la roba…).
    Tra le persone “religiose” vi sono molti che sbagliano, che compiono atti iniqui? Certamente si. Dirò di più: se tutti i “credenti” fossero perfetti, irreprensibili, camminassero sulle acque e resuscitassero i morti, non avrebbero nemmeno bisogno di alcun tipo di Religione …sarebbero già dei Realizzati.
    Di contro, è abbastanza ridicolo immaginare che “fuori dalla religione” le persone siano “più brave” (anche solo da un punto di vista “civico”). E del resto, non si capisce proprio per quale ragione, lì dove vige semplicemente la “spietata legge dell’ego”, dei suoi bisogni e dei suoi capricci, il comportamento umano dovrebbe essere migliore o “più equilibrato”.
    Molti Cristiani vanno a Messa e poi sparlano e odiano il prossimo? Forse si. Ma tra quelli che “a Messa non ci vanno” mi sembra che la mormorazione e l’odio per il prossimo (anche per futilissimi motivi) sia la norma accettata.
    Ci sono Cristiani che tradiscono la moglie? Certo che si. Ma magari “sanno” pure che è sbagliato e si dispiacciono di quello che fanno. Tra quelli “di fuori”, al contrario, certi atteggiamenti sono incoraggiati, esaltati e portati “ad esempio”.
    In conclusione: gli amici Atei o non credenti sono convinti di essere “brave persone”? Buon per loro.
    Per quanto mi riguarda personalmente, e a scanso d’equivoci, dev’essere chiaro che quello che cerco é ALTRO.
    https://www.maurizioblondet.it/ao-ch...-pure-da-ateo/

    Ma il Pontefice sbaglia: non c'è uomo perfetto
    Sul recente «Meglio atei che cristiani ipocriti» di Bergoglio, il commento di un lettore: "Se bisogna attendere di essere santi prima di diventare cristiani... allora solo la Madonna può definirsi cristiana. Invece, è vero che sia molto meglio essere cristiani che essere atei. E, ancora, è molto meglio essere cristiani e parlare male degli altri che essere atei. Non perché parlare male sia giusto o giustificabile, ma perché la misericordia di Dio - la misericordia VERA - implica il sapere e comprendere che siamo peccatori. Per questo nostro Signore ha creato la S. Confessione: non come una autorizzazione a peccare, ma come un salvagente che - qualora si cada nel peccato e ci si renda conto del male commesso con il proposito serio di non volerlo più commettere - possa tirare fuori ciascuno di noi dall'inferno cui sarebbe destinato se non arrivasse nostro Signore Gesù Cristo con la Sua Grazia (che passa dai Sacramenti e dalla preghiera) a tirarci in salvo".
    ---------------------------------------------
    «Meglio atei che cristiani ipocriti» è il titolo corrente per il primo discorso di Papa Francesco nel 2019, forse pronunciato per non darci tregua nemmeno durante le vacanze di Natale.
    Si potrebbe come al solito dare la colpa ai giornalisti, grossolani e frettolosi, e dire che la catechesi del Santo Padre, stavolta centrata sul Padre Nostro, è stata molto più articolata. Vero: nell'Aula Paolo VI non sono mancate espressioni più sfumate. Ma anche falso: sono andato a leggermi il discorso completo, sull'ufficialissimo sito del Vaticano, ed effettivamente contiene un passaggio così sintetizzabile. Eccolo: «Quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo».
    Si capisce che il Papa sta parlando a braccio, e pure questo fa parte del suo non darci mai tregua: come tutti vivo in una valle di lacrime e in più, come cattolico, mi tocca il pontificato di chi è solito parlare a braccio. Che può far rima con casaccio.
    «Meglio non andare in chiesa» è un'affermazione pericolosa, le chiese sono già disertate abbastanza, speriamo non lo prendano in parola. Chesterton, un maestro di realismo cristiano, scrive che «se vale la pena fare una cosa, vale la pena di farla male». Bergoglio, che almeno nell'estrapolazione risulta un maestro di cristiano utopismo, prefigura chiese frequentate esclusivamente da persone che non odiano e non sparlano, e dunque chiese deserte. Siamo tutti più o meno ipocriti e se non ci rassegnassimo a fare male le cose buone (ad esempio andare a messa la domenica) faremmo soltanto quelle cattive. Meglio ipocrita che ateo: se non fossi credente non crederei nemmeno nell'esistenza del peccato, non avrei più nemmeno il freno del rimorso.
    Secondo me esiste anche un problema lessicale: non ci sono più gli ipocriti di una volta, l'ipocrisia non è più quella dei tempi del Vangelo. Duemila anni fa Cristo identificava gli ipocriti con chi ostentava devozione per ottenere vantaggi sociali.
    Oggi il Vicario di Cristo insiste con questa definizione senza tenere conto che, in una società secolarizzata come la nostra, ostentare devozione garantisce semmai compatimento, risolini. Anziché «ipocrita» bisognerebbe dire «incoerente»: ebbene sì, sono incoerente, le mie azioni spesso non coincidono con le mie dichiarazioni, faccio quello che posso e posso abbastanza poco. Un po' come (si parva licet) San Pietro che promise a Gesù fedeltà fino morte e poi, quando buttava male, fece finta di non conoscerlo nemmeno. O come San Paolo che scrisse: «In me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo». Fossero vivi, anche Pietro e Paolo rischierebbero gli strali di Jorge Mario.
    Chiesa e post concilio: Ma il Pontefice sbaglia: non c'è uomo perfetto - Camillo Langone

    Eugenio Scalfari: "Il Papa sta facendo comprendere alla sua comunità la cultura moderna"
    di Diego Fusaro
    "Il Papa sta facendo comprendere alla sua comunità la cultura moderna". Così nella sua immancabile omelia domenicale il demofobo Eugenio Scalfari, instancabile elaboratore di preci in nome dei mercati globali.
    Mi permetto di correggerlo: a me pare che ultimamente si stiano abbandonando le radici della spiritualità cristiana in nome di un traghettamento della christianitas verso l'abisso del nichilismo globalcapitalistico del Vangelo secondo Soros.
    Resta da capire il perché. Ricatto? Tradimento?
    Scalfari e il Vangelo secondo Soros di Papa Francesco - Affaritaliani.it

    Il destino delle nostre Chiese vuote
    Il Papa annuncia che i luoghi sacri, senza fedeli, vanno riconvertiti per l'accoglienza. Il segno di una crisi profonda
    Marcello Veneziani
    La Chiesa annuncia che chiuderà per mancanza di preti e di fedeli. Non era mai capitato di sentire una cosa del genere, e non da gente qualunque o da un sacerdote irriverente ma dal Vicario di Cristo in terra, il Papa in persona. Molte chiese, ha detto Bergoglio, «fino a pochi anni fa necessarie, ora non lo sono più, per mancanza di fedeli e di clero». La Chiesa deve adattarsi ai tempi cambiati, ha proseguito Francesco, deve dismettere le chiese e aiutare i poveri, giacché «non ha valore assoluto il dovere di tutelare e conservare i beni culturali della Chiesa, perché in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri». Un annuncio storico, per giunta sotto Natale, ma è passato quasi inosservato. Siamo alla liquidazione dell’esercizio? In passato avevamo sentito i papi denunciare la scristianizzazione della società ma nessuno si era mai spinto a parlare di chiese senza devoti e senza sacerdoti da riadattare come ospizi per barboni e migranti. Che regalo di Natale...
    Un patrimonio religioso diventa patrimonio immobiliare, la religione della fede diventa «religione dell’umanità», avrebbero esultato i positivisti e i socialisti. Un luogo sacro e santo che si trasforma in ostello è lo specchio di una Chiesa che diventa Organizzazione umanitaria. Come una qualsiasi ditta, la Chiesa con Papa Francesco sta cambiando la sua «ragione sociale»? E noi qui a discutere del presepe, del crocifisso nelle aule pubbliche, o delle moschee. E la gente applaude a Matteo Salvini e ai ministri Lorenzo Fontana e Marco Bussetti che sollevano il tema della difesa della civiltà cristiana e dei suoi simboli millenari, la croce, il presepe.
    A proposito, non bastava l’annuncio papale ma a cancellare il Natale ora ci sono anche i preti d’assalto: il genovese don Paolo Farinella non celebra il Natale in odio a Salvini e alla politica sui migranti. E il prete padovano don Luca Favarin si rifiuta di fare il presepe perché gli dà fastidio il suddetto fronte presepista di Diopatriaefamiglia. Su una cosa però hanno ragione: non si può diventare cattolici solo a Natale, e andare a messa e farsi i selfie col presepe. Nell’Occidente cristiano, e non solo nel mondo, c’è ormai apatia religiosa e le chiese vuote, se non vogliamo che finiscano come pizzerie, diventino almeno musei o luoghi di dibattito. Come dire, non più luoghi di culto ma di cultura; la fede lascia la chiesa in eredità agli intellettuali. Soluzione illuminista.
    Intanto, in giro, le chiese sconsacrate diventano resort, trattorie, teatri, luoghi polifunzionali. O peggio, come si stava facendo a Bergamo con la chiesa dei Cappuccini, rischiano di essere comprate dagli islamici per farne una moschea; una specie di nemesi religiosa, se si considera che molte chiese cristiane sorgono su luoghi di culti precristiani.
    Se i papi nei secoli avessero distribuito i soldi ai poveri del loro tempo anziché edificare altari, conventi e cattedrali, oggi non avremmo capolavori d’arte né luoghi di preghiera in cui viene consacrata e affidata la nascita, la morte, il matrimonio. In ogni chiesa è riflesso il travaglio di popoli e di generazioni, il sacrificio e la fede di chi l’ha edificata, amata, vissuta; c’è il ricordo dei santi e dei martiri, il legame sacro di una comunità, la sua anima, la sua storia, la sua identità.
    È desolante vedere le chiese vuote ma si può liquidare una fede cambiandole la destinazione d’uso, riducendola a pura assistenza sociale? Magari per aiutare i poveri si potrebbe usare il vasto patrimonio immobiliare della Chiesa. Meglio cedere un edificio per usi profani piuttosto che una chiesa. Ed è meglio che le chiese celebrino il Natale e allestiscano il presepe, piuttosto che ridursi a sedi per assemblee di migranti.
    Qualche anno fa ebbi la fortuna di visitare le parti del Vaticano non aperte al pubblico: in 200 metri vidi la più alta concentrazione di capolavori che ci sia al mondo: la Cappella paolina di Michelangelo, le sale del Bernini per ricevere i sovrani, le logge dipinte dalla scuola di Raffaello, la prima carta geografica con l’America collocata a Oriente, vidi perfino un minuscolo e magnifico bagno del segretario di Stato dipinto dallo stesso Raffaello. Non c’è al mondo tanta densità di grazia e di bellezza in uno spazio così intensamente popolato d’arte, contiguo alla Cappella Sistina: in quegli affreschi era descritta la condizione umana, il viaggio di anime e corpi tra cielo e terra, luce e tenebra. Là c’era tutto l’uomo, nella sua massima grandezza e nel nudo confronto con la sua miseria di mortale. Se al posto di tutta quella bellezza, la Chiesa avesse soccorso i poveri, sfamato un po’ di gente, cosa avrebbe lasciato alle generazioni seguenti, quali risposte avrebbe dato alla vita, alla morte, alla speranza?
    Certo, sconforta vedere sotto Natale le chiese vuote. Ma ancor più sconforta l’annuncio dei saldi di fine cristianità.
    https://www.panorama.it/news/cronaca...-chiese-vuote/

  6. #366
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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Piccolo elogio dei bacchettoni ipocriti
    di Giorgio Enrico Cavallo
    Ogni tanto, ascoltando le parole di Bergoglio, sorge spontanea una domanda: ma in quale Chiesa vive? Questa domanda scatta automaticamente quando si ascoltano le sue parole in merito ai «cristiani pappagallo», come lui li chiama. Gli ipocriti. I bacchettoni. È tornato ad occuparsene nel corso della prima udienza generale dell’anno (ascoltabile qui): «è uno scandalo vedere persone che vanno in Chiesa, stanno tutta la giornata lì o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri, parlando male della gente. Questo è uno scandalo. Meglio non andare in chiesa. Meglio vivere come un ateo».
    Meglio vivere come un ateo? L’affermazione di Bergoglio lascia quantomeno dubbiosi: davvero, alla poca fede è preferibile l’assenza totale di fede? Mai si è visto nella storia un papa che fa lo “sponsor” dell’ateismo, prediligendolo ad una fede infiacchita o ormai abitudinaria; in ogni caso, siamo ormai discretamente immunizzati di fronte alle infelici affermazioni del pontefice, per cui sorvoleremo e punteremo dritti alla domanda più importante: in quale chiesa si vede gente che sta lì tutto il giorno per pregare e farsi vedere?
    Sarebbe un toccasana trovare gente così. Invece, entrando nelle nostre belle chiese, se va bene possiamo trovare l’addetto delle pulizie che lava per terra. Sul serio: preferiremmo di gran lunga trovare schiere di ipocriti bacchettoni che danno aria alla bocca sgranando rosari per mettersi in mostra, piuttosto che ammirare il desolante deserto delle nostre chiese.
    Ci fossero davvero, questi benedetti bacchettoni ipocriti! Gente che sta in chiesa tutto il giorno per farsi ammirare. Pensate un po’: significherebbe che, per la nostra società, andare in chiesa, salmodiare e compiere opere pie significa ancora qualcosa. Immaginate un po’, ragazze che perdono la testa per il mansueto universitario occhialuto che, non avendo muscoli da mostrare, sgrana infiniti rosari per far colpo! Immaginate: i chierichetti esisterebbero ancora, perché i genitori (ovviamente, bacchettoni doc) manderebbero tutti i pargoli, ogni domenica, ad assistere la Messa. Naturalmente, la Messa sarebbe in latino, perché i bigotti doc si valutano in base a quante preghiere in latino conoscono. Se ne conosci di più, vinci un santino benedetto.
    Tornando seri, questa Chiesa non esiste. Purtroppo, la Chiesa che esiste è moribonda ed esisterà ancora per poco: i fedeli disertano Messa e le chiese sono vuote. Sempre. Altro che “meglio essere ateo”. Atei siamo già, e per tanto così meglio essere bacchettoni. Sarebbe il primo passo per approfondire la propria fede. Sarebbe la base di partenza per la propria vita spirituale, che necessita di essere continuamente esercitata e raffinata, perché «pregare si fa dal cuore, da dentro», come osserva Francesco, e mettere le tende in chiesa serve ma poi te la devi vedere a tu per tu con il Padrone di casa.
    Forse, un po’ di moralisti “old style” in più rimetterebbero in riga questa società sbandata. Ben venga, dunque, l’esercito dei bigotti. Magari un giorno arriverà davvero a liberarci dall’oppressione del politicamente corretto e dalla dittatura dell’ateismo. Sperare non costa niente e, per quel che ci riguarda, noi già ripassiamo le preghiere in latino. Il santino benedetto lo vogliamo davvero.
    https://campariedemaistre.blogspot.c...-ipocriti.html

    “Grazie Francesco”. Da “todos los masones del mundo”
    «Todos los masones del mundo se unen a la petición del Papa por “la fraternidad entre personas de diversas religiones”».
    È davvero pieno di entusiasmo e riconoscenza il messaggio che i massoni spagnoli hanno inviato a Francesco: «Tutti i massoni del mondo si uniscono alla richiesta del papa per “la fraternità tra persone di diverse religioni”».
    Il testo è stato rilanciato in un tweet della Gran Logia de España, nel quale si sottolinea l’identità di vedute rispetto a quanto sostenuto da Francesco nel messaggio di Natale.
    «Nel suo messaggio natalizio dalla loggia centrale del Vaticano – scrivono infatti i massoni del Grande Oriente Español – Papa Francesco ha chiesto il trionfo della fratellanza universale tra tutti gli esseri umani: “Il mio augurio di buon Natale è un augurio di fraternità. Fraternità tra persone di ogni nazione e cultura. Fraternità tra persone di idee diverse, ma capaci di rispettarsi e di ascoltare l’altro. Fraternità tra persone di diverse religioni. Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio a tutti coloro che lo cercano. E il volto di Dio si è manifestato in un volto umano concreto. Non è apparso in un angelo, ma in un uomo, nato in un tempo e in un luogo. E così, con la sua incarnazione, il Figlio di Dio ci indica che la salvezza passa attraverso l’amore, l’accoglienza, il rispetto per questa nostra povera umanità che tutti condividiamo in una grande varietà di etnie, di lingue, di culture…, ma tutti fratelli in umanità! Allora le nostre differenze non sono un danno o un pericolo, sono una ricchezza. Come per un artista che vuole fare un mosaico: è meglio avere a disposizione tessere di molti colori, piuttosto che di pochi!”».
    Nel mettere in evidenza con enfasi l’importanza dei concetti espressi da Francesco, la Gran Loggia di Spagna rileva: «Le parole del Papa mostrano la lontananza attuale della Chiesa dal contenuto di Humanum genus (1884), l’ultima grande condanna cattolica della massoneria».
    Nell’enciclica Humanus genus in effetti il papa Leone XIII condannò senza mezzi termini la massoneria, stigmatizzando «il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti», un atteggiamento che il pontefice dell’epoca definì «via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre».
    Secondo i massoni spagnoli, il modo in cui il papa attuale condanna il fondamentalismo religioso e chiede fraternità e tolleranza avvicina la Chiesa alla massoneria accomunandole nell’impegno per la fratellanza universale, al di là delle differenze in campo politico, culturale, nazionale e religioso.
    L’attestato di stima nei confronti del papa da parte della massoneria fa notizia, ma non stupisce. Dopo Paolo VI, Jorge Mario Bergoglio (che dal 1999 è socio onorario del Rotary Club) è decisamente il papa più apprezzato dalla massoneria internazionale.
    Mentre Giovanni Paolo II e Benedetto XVI furono duramente osteggiati dai massoni, il pontefice argentino ha ricevuto ripetuti elogi (https://www.marcotosatti.com/2017/04...a-prima-volta/) dalla massoneria, sia in Europa sia nelle Americhe. E certamente nuovi elogi arriveranno, dato che il papa si appresta a partecipare ad Abu Dahbi, all’inizio del prossimo febbraio, su invito dello sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, all’Incontro interreligioso internazionale sulla fratellanza umana, tema da sempre caro alla massoneria.
    Pure dai massoni italiani nel corso del tempo sono arrivate espressioni di stima e simpatia nei confronti di Francesco. Anni fa, per esempio, Gustavo Raffi, all’epoca gran maestro del Grande Oriente d’Italia, disse a migliaia di fratelli riuniti a convegno: «Basterà volgere lo sguardo dentro quelle mura che separano l’Italia dal Vaticano per capire che qualcosa sta cambiando. Osserviamo con attenzione e rispetto come questo papa stia accelerando i tempi di un cambiamento epocale entro l’orizzonte di strutture tradizionalmente restie ad accogliere i fermenti di innovazione. E di riflesso il suo influsso si riverbera ben oltre i confini delle sagrestie».
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    Abusivi..sciò!
    Il Vaticano allontana i barboni. Ma il Papa chiede di far sbarcare i migranti
    La gendarmeria Vaticana allontana sistematicamente barboni, clochard e senza tetto italiani che bivaccano in Piazza San Pietro e in un sottopasso attraversato ogni giorno da migliaia di pellegrini. La prassi è talmente consolidata che non fa neppure notizia. Eppure, nonostante gli sgombri quotidiani, Bergoglio s'immischia negli affari di stato altrui, chiedendo ai capi "stranieri" di far sbarcare i clandestini africani delle Ong. Poi la Chiesa si lamenta per il precipitare delle offerte, il crollo delle udienze, lo svuotamente delle chiese e il calo di popolarità del papa più amato dai non credenti.
    https://apostatisidiventa.blogspot.c...scio.html#more

    Francesco da innocente a colpevole. Cattive notizie dalla sua Argentina
    Zanchetta
    Tempi difficili per la nuova squadra degli addetti stampa del papa. La prima dichiarazione pubblica che Alessandro Gisotti, neodirettore della sala stampa della Santa Sede, ha diramato dopo la sua entrata in ruolo ha riguardato il caso di un vescovo argentino (nella foto) che rischia di mandare in frantumi la strategia adottata da Francesco per affrontare la questione degli abusi sessuali commessi da sacri ministri.
    È la strategia che ispira la lettera inviata a Capodanno dal papa ai vescovi degli Stati Uniti riuniti per gli esercizi spirituali, in vista del summit che dal 21 al 24 febbraio riunirà a Roma i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo.
    Anche in questa lettera, infatti, come già aveva fatto in precedenza con i vescovi del Cile, Francesco si colloca dalla parte dei senza potere e delle vittime del potere, cioè dell’innocente “popolo di Dio”, contro la casta clericale che abusa sì del sesso, ma a suo giudizio abusa più di tutto e prima di tutto proprio del “potere”.
    Non importa che nel caso del Cile Francesco avesse lui stesso, fino all’ultimo e contro ogni evidenza, difeso l’innocenza di vescovi di cui ha dovuto infine riconoscere la colpevolezza. Né importa che nel caso degli Stati Uniti pesi su di lui l’accusa di aver dato copertura e onori a un cardinale, Theodore McCarrick, di cui pur conosceva le riprovevoli pratiche omosessuali. Nell’uno e nell’altro caso, Francesco si è autoassolto o incolpando chi l’aveva mal consigliato o rifiutando di rispondere a chi – come l’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò – l’ha chiamato in causa personalmente. E anche nel summit di fine febbraio egli si apprestava a riprodurre tale dinamica tipicamente populista, con lui nella veste di purificatore di una casta clericale ebbra di potere.
    Ma ora che è esploso il caso del vescovo argentino Gustavo Óscar Zanchetta, per il papa tutto ciò diventa più difficile.
    A sollevare il caso, il giorno di Natale, è stato il quotidiano argentino “El Tribuno”, dando notizia che tre sacerdoti della diocesi di Orán avevano denunciato al nunzio apostolico il loro vescovo Zanchetta per abusi sessuali su una decina di seminaristi, e che anche per questo, il 1 agosto 2017, il papa aveva rimosso il vescovo dalla diocesi.
    Nel replicare il 4 gennaio a queste notizie e alle conseguenti domande dei giornalisti, il direttore della sala stampa vaticana Gisotti ha affermato che Zanchetta “non è stato rimosso” ma “fu lui a dimettersi”; che le accuse di abuso sessuale “risalgono a questo autunno” e non prima; che le indagini in corso in Argentina “devono ancora arrivare alla congregazione per i vescovi”; e che comunque “durante l’investigazione previa mons. Zanchetta si asterrà dal lavoro” che gli compete attualmente in Vaticano, come assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
    Intanto, già questa sospensione dal lavoro imposta a Zanchetta fa pensare che in Vaticano le accuse di abusi sessuali siano ritenute serie. Ma anche a prescindere dalla data in cui tali accuse sarebbero state inoltrate alle autorità ecclesiastiche competenti – nell’autunno del 2018 secondo la sala stampa vaticana, nel 2015 secondo quanto riconfermato da “El Tribuno” – è l’intera vicenda di questo vescovo a mettere in cattiva luce il comportamento di papa Francesco.
    Quando Jorge Mario Bergoglio fu eletto a successore di Pietro, Zanchetta era un semplice sacerdote. Che però era da lui ben conosciuto, in quanto da anni sottosegretario esecutivo della conferenza episcopale argentina presieduta dallo stesso Bergoglio. Conosciuto e anche apprezzato, al punto che Zanchetta fu uno dei primissimi argentini che il nuovo papa promosse vescovo, di sua iniziativa, saltando ogni trafila canonica, il 23 luglio 2013, alla testa della diocesi di Orán, nel nord del paese.
    Ma come vescovo di Orán Zanchetta durò poco. A motivo dei “rapporti molto tesi con i sacerdoti della diocesi”, che gli procurarono “accuse di autoritarismo” e resero manifesta la sua “incapacità di governare”, riconosce oggi la Santa Sede, stando a quanto dichiarato da Gisotti.
    Sta di fatto che il 29 luglio 2017 all’improvviso Zanchetta sparì. Senza alcuna messa d’addio e senza alcun saluto ai suoi sacerdoti e fedeli. Fece solo sapere, da località imprecisata, che aveva problemi di salute da curare urgentemente altrove e che era appena tornato da Roma, dove aveva rimesso il suo mandato nelle mani di papa Francesco. Il quale prontissimamente, il 1 agosto, accettò le sue dimissioni.
    Zanchetta fu ospite per breve tempo del vescovo della diocesi di Corrientes, 900 chilometri più a sud, Andrés Stanovnik, lo stesso che l’aveva ordinato. Per poi ricomparire in Spagna, a Madrid, in apparente buona salute.
    Curiosamente, la capitale della Spagna è la meta a cui Francesco aveva indirizzato due anni prima, nel 2015, il vescovo cileno Juan de la Cruz Barros Madrid – prima di promuoverlo a vescovo di Osorno contro il parere dei vertici della Chiesa cilena e della nunziatura – per un mese di esercizi spirituali predicati dal celebre gesuita spagnolo Germán Arana, tra i consiglieri più ascoltati dal papa in tante nomine episcopali e in questo caso difensore accanito dell’innocenza di Barros, già colpito da accuse pesantissime di abusi sessuali.
    Sta di fatto che anche a Zanchetta la trasferta madrilena fece da preludio a una sua nuova promozione da parte di Bergoglio, che il 19 dicembre 2017 lo chiamò in Vaticano nientemeno che a gestire l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, in sigla APSA, nel ruolo nuovo e creato apposta per lui di “assessore”.
    L’APSA è il vero asse portante dell’amministrazione vaticana. Oltre a possedere cospicui beni mobili e immobili, svolge un ruolo paragonabile a quello di una banca centrale, tant’è vero che il riordino finanziario della Santa Sede che Francesco affidò all’inizio del pontificato al cardinale australiano George Pell aveva proprio l’APSA nel cuore della riforma. Ma poi Pell fu costretto ad abbandonare l’impresa, la sua riforma non andò in porto e l’APSA è divenuta l’approdo di personaggi privi di competenza amministrativa, falliti nei loro precedenti ruoli, ma che Bergoglio vuole tenere vicini a sé, suoi amici e protetti. Ultimo caso quello dell’arcivescovo Nunzio Galantino, già discusso segretario generale della conferenza episcopale italiana, lì imposto dal papa, e ora presidente dell’APSA.
    Quando Zanchetta lasciò Orán, i media argentini descrissero il disordine finanziario in cui aveva lasciato la diocesi. Ma ciò non disturbò minimamente la sua promozione all’APSA “in considerazione della sua capacità gestionale amministrativa”, come ha tenuto a dire il portavoce pontificio Gisotti nella sua dichiarazione del 4 gennaio scorso, prima di asserire che comunque “nessuna accusa di abuso sessuale era emersa al momento della [sua] nomina ad assessore”.
    Vero o no che le accuse risalissero invece al 2015, come ribadito dalla stampa argentina che riporta le parole degli autori della denuncia, resta il fatto che il trattamento di riguardo riservato da papa Francesco a Zanchetta lascia attoniti, per l’incredibile assenza di “discernimento” nel valutare la persona, ripetutamente promossa a cariche di rilievo nonostante la sua palese inadeguatezza e inaffidabilità.
    Caso non isolato. Ma che basta da solo a contraddire il postulato dell’estraneità e dell’innocenza di papa Francesco di fronte agli abusi di potere – prima che di sesso, come lui ama dire – della casta clericale.
    Il rischio è che il summit convocato in Vaticano dal 21 al 24 febbraio – per come si riverbererà sulla pubblica opinione – trovi Bergoglio non nel ruolo di giudice senza macchia, ma anche lui sul banco dei colpevoli di aver tollerato e coperto gli abusi.
    Francesco da innocente a colpevole. Cattive notizie dalla sua Argentina - Settimo Cielo - Blog - L?Espresso

    Francesco e gli abusi sessuali. Il papa che sapeva troppo
    L’ultimo fatto di cui Settimo Cielo ha dato notizia pochi giorni fa è il caso del vescovo argentino Gustavo Óscar Zanchetta e della sua stupefacente carriera fino a un’elevata carica nella curia vaticana, nonostante le sue manifeste prove di inadeguatezza e di inaffidabilità e le denunce di suoi abusi sessuali su una decina di seminaristi.
    Il caso Zanchetta è un esempio lampante di quegli “abusi di potere, di coscienza e sessuali” tanto stigmatizzati da Francesco. Peccato però che tutta la carriera di tale personaggio sia frutto dell’amicizia e della protezione del papa.
    Un secondo caso è quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick. La congregazione per la dottrina della fede – come rivelato il 7 gennaio da Catholic News Agency – ha quasi ultimato un processo penale “amministrativo”, più rapido e stringente di quello canonico regolare, sulle sue malefatte, raccogliendo le testimonianze di altre due vittime da lui abusate, anche durante il sacramento della confessione, quando avevano l’età di 11 e 13 anni, e di altri dodici seminaristi fatti oggetto di pratiche omosessuali quando egli era vescovo a Metuchen e a Newark.
    È quindi probabile che prima dell’incontro del 21-24 febbraio papa Francesco adotti nei confronti di McCarrick un’ulteriore ed estrema sanzione: la riduzione allo stato laicale.
    Anche qui, però, continua a pesare su Francesco la responsabilità di aver dato per anni copertura e onori a McCarrick pur essendo a conoscenza – al pari di altri alti esponenti della gerarchia, in questo e nei due precedenti pontificati – dei suoi riprovevoli comportamenti omosessuali, decidendosi a sanzionarlo soltanto dopo che erano usciti allo scoperto, pochi mesi fa, anche suoi abusi su minori.
    Un terzo caso riguarda il cardinale Donald Wuerl, fino allo scorso ottobre arcivescovo di Washington e tuttora amministratore apostolico della diocesi in attesa della nomina del successore, ringraziato da Francesco con parole commosse di orgoglio e di stima per la “nobiltà” d’animo mostrata – a detta del papa – nel respingere le accuse di aver coperto abusatori sessuali a lui noti, tra i quali McCarrick.
    In effetti, lo scorso giugno Wuerl aveva dichiarato di non aver mai saputo nulla degli abusi imputati a McCarrick prima che uno di essi, a danno di un minore, fosse divenuto noto nella primavera del 2018.
    Ma il 10 gennaio di quest’anno sia la diocesi di Pittsburgh, sia l’arcidiocesi di Washington hanno confermato che già nel 2004 Wuerl, all’epoca vescovo di Pittsburgh, aveva saputo della cattiva condotta di McCarrick da un ex sacerdote di quella diocesi, anche lui vittima di atti omosessuali da parte dello stesso McCarrick, e aveva inoltrato l’esposto all’allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, Gabriel Montalvo.
    Nell’estate del 2018 anche il rapporto del “grand jury” della Pennsylvania sugli abusi sessuali del clero si è abbattuto contro Wuerl, accusato di aver lasciato impuniti vari casi di abusi, quando era vescovo di Pittsburgh.
    E poi è entrato in campo, sempre contro di lui, l’autorevole ex vaticanista di “Newsweek” Kenneth Woodward, che in un memoriale sulla rivista cattolica progressista “Commonweal” ha scritto che la diocesi di Pittsburgh era nota da tempo come una delle più pervase da preti omosessuali, a partire da chi ne fu vescovo tra il 1959 e il 1969, John J. Wright, poi cardinale e prefetto della congregazione vaticana per il clero, lui stesso con tanti giovani amanti e con suo segretario personale proprio quel Wuerl che gli fu successore.
    Eppure, incredibilmente, la parola “omosessualità” non ricorre mai né nella lettera di Francesco al “popolo di Dio” del 20 agosto 2018, né nella sua lettera ai vescovi degli Stati Uniti del 1 gennaio 2019, né nella sua conversazione con i gesuiti irlandesi. Come se questo problema non esistesse.
    Quando invece è proprio la pratica omosessuale il fattore statisticamente dominante tra il clero che abusa, negli ultimi decenni. Esattamente come è la pratica omosessuale con giovani e giovanissimi a caratterizzare il comportamento di McCarrick, di cui si conoscono solo pochissimi casi di abusi su minori, anch’essi comunque maschi. Ed è questa deliberata rimozione del fattore omosessualità il tallone d’Achille della strategia anti-abusi di Francesco.
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