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Discussione: Il Verbo di Dio si è fatto carne

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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    L'ANNIVERSARIO DELLA STRAGE
    Don Cesare: «Borsellino mi disse: confessami, mi sto preparando»
    Alessandra Turrisi
    Il 19 luglio 1992 un’autobomba uccise in via D’Amelio a Palermo il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. Una strage annunciata, avvenuta in un’afosa domenica, 57 giorni dopo quella di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. È questa l’unica cosa certa, perché vent’anni, undici processi, una sfilza di ergastoli, sette dei quali annullati l’anno scorso, non sono ancora bastati per fare luce su una strage di Stato. Del massacro di via D’Amelio è stata ritenuta responsabile tutta la Cupola di Cosa Nostra. Secondo il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, e i suoi sostituti – che negli ultimi tre anni hanno provato a togliere il velo della mistificazione su una delle pagine più oscure della storia d’Italia – «Borsellino fu ucciso perché si oppose alla trattativa tra Stato e mafia». A dare lo spunto per le nuove indagini, sono state le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Secondo la Procura di Caltanissetta, che ha chiesto e ottenuto la sospensione della pena per sette ergastolani ritenuti estranei al delitto e l’arresto di altri quattro affiliati a Cosa nostra, Borsellino fu ucciso perché Riina lo riteneva un ostacolo alla trattativa con esponenti delle istituzioni.

    «Paolo Borsellino aveva piena consapevolezza di stare per morire, ma continuò a fare il suo dovere fino alla fine. Per questo mi piace dire che rientra tra i beati a causa della giustizia». Don Cesare Rattoballi, 54 anni, parroco dell’Annunciazione del Signore a Medaglie d’Oro, un quartiere della periferia di Palermo, è un testimone privilegiato del travaglio degli ultimi mesi di vita del magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio con cinque agenti di scorta. Il 19 luglio saranno vent’anni da quella esplosione che, assieme a quella del 23 maggio 1992, cambiò la storia della Sicilia e dell’Italia intera, ma le lacrime gli sgorgano ancora al pensiero delle lunghe chiacchierate col giudice Borsellino, delle confidenze raccolte e di ciò che vide in quella strada sventrata.
    Accetta di parlare dopo vent’anni di silenzio don Cesare, che il mondo ricorda al fianco della vedova Rosaria Schifani durante i funerali delle vittime della strage di Capaci, mentre dall’ambone invoca la conversione dei mafiosi. Perché don Cesare era cugino di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta morti assieme al giudice Giovanni Falcone, e – per casi della vita che nessuno conosce – si è trovato a incrociare il suo destino con quello di altre vittime di mafia, da Calogero Zucchetto, un giovane poliziotto ucciso nel 1982 al centro di Palermo proprio mentre don Cesare passava da quella strada, a don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia nel 1993.

    Don Cesare, come nasce il suo rapporto con Borsellino?

    Facevamo parte della stessa parrocchia, Santa Luisa di Marillac, perché anche io abitavo in quella zona, quindi ci salutavamo cordialmente. Ma fu la notte della camera ardente allestita al Palazzo di giustizia dopo la strage di Capaci ad avvicinarci. Io mi trovavo lì, perché mio cugino era tra le vittime. Quella notte io e la moglie di Vito Schifani scrivemmo la lettera che fu letta durante i funerali. Quella sera feci una lunga chiacchierata con Paolo Borsellino, lui volle conoscere la vedova di Vito, e al mattino, prima dei funerali, le mise il braccio sulla spalla per accompagnarla. Era un padre.



    Il giudice rimase colpito dalle parole che Rosaria Schifani disse piangendo: «Rivolgendomi agli uomini della mafia e non, ma certamente non cristiani: sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono, però voi vi dovete mettere in ginocchio…». Cosa le disse?

    A Borsellino piacque moltissimo quell’invito alla conversione. Mi disse di andarlo a trovare a casa con mia cugina. Ci disse che quello che avevamo fatto quel giorno stava già dando i suoi frutti, che alcuni mafiosi in carcere, quando avevano visto in tv lo strazio di quella donna, avevano vomitato, avevano chiesto di parlare coi magistrati. Paolo ci disse di andare avanti. In meno di due mesi ci incontrammo almeno una quindicina di volte. Lo invitai a partecipare alla marcia organizzata dagli scout a fine giugno, perché ero assistente regionale dell’Agesci. Affidò il testimone ai ragazzi e in quel rotolo di carta c’erano scritte le Beatitudini.

    Con che stato d’animo viveva Borsellino quelle settimane?

    Un giorno nel suo studio a casa mi confidò che il Ros aveva scoperto che era arrivato il tritolo anche per lui. Gli chiesi: «Perché non te ne vai?». Mi rispose: «Prega per la mia famiglia». E mi disse anche che da un po’ di tempo guardava i suoi figli da lontano, li contemplava, non gli dava più carezze, «così li farò abituare alla mia assenza. Amava profondamente i suoi figli, era un vero padre.

    Quale fu il vostro ultimo incontro?

    Andai a trovarlo in Procura alla vigilia della sua morte e, dopo un lungo colloquio, mi disse: «Fermati, voglio confessarmi. Vedi, io mi preparo». Aveva un senso profondo di ciò che doveva accadere. Giovanni Paolo II lo definì martire della giustizia e davvero penso che Paolo e tutti i magistrati e gli agenti uccisi dalla mafia sono beati a causa della giustizia.

    Ha mai pensato quello che disse il giudice Caponnetto: «È finito tutto»?

    No, ho sempre sperato. Quello di Caponnetto fu uno sfogo dettato dall’amarezza del momento. Lì non finì nulla, anzi tutto ebbe inizio. Palermo oggi è libera. Se nessuno avesse dato la vita, saremmo ancora schiavi.

    Si riuscirà a capire chi ordinò davvero la strage?

    Paolo direbbe ancora oggi: convertitevi. Chi sa, chi conosce la verità, deve parlare, perché la verità vuole la sua giustizia.
    Don Cesare: «Borsellino mi disse: confessami, mi sto preparando» | Cronaca | www.avvenire.it

    La legge (non) è uguale per tutti
    Autore: Amato, Avv. Gianfranco Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
    «Figliolo, nel nostro Paese le leggi si applicano per i nemici e si interpretano per gli amici»
    Renato Farina è un amico. L’incipit è doveroso e, per onestà intellettuale, dice tutta la difficoltà del sottoscritto nell’esprimere un giudizio obiettivo circa l’ultima vicenda kafkiana che lo ha visto protagonista.
    Cerchiamo di ricapitolare i fatti.
    L’art.67 dell’Ordinamento Penitenziario consente a vari soggetti, tra cui i parlamentari, di visitare detenuti senza autorizzazione. Renato, che da tempo ha ingaggiato una battaglia politica per denunciare la scandalosa condizione delle carceri italiane, ha più volte approfittato di questo “privilegio”. Conoscendolo, non ho il minimo dubbio che egli si sia avvalso di quella disposizione normativa per obbedire, da buon cattolico, ad una delle sette opere di misericordia corporale (visitare i carcerati), e per riconoscer nello sguardo sofferente dei detenuti il Volto di quel Cristo che ai discepoli ha ricordato: «In carcere eram, et venistis ad me».
    L’art.67 si estende anche ai collaboratori che il parlamentare ritiene di portare con sé durante le visite per ragioni del suo ufficio. E qui cominciano i guai per Farina. Esiste, infatti, una circolare del ministero della Giustizia la quale prevede che gli accompagnatori dei parlamentari siano collaboratori con contratto a prestazione continuativa.
    La legge non dice nulla al riguardo, e la circolare, peraltro, non viene applicata in tutti i penitenziari.
    Quando il 12 febbraio scorso, l’onorevole Renato Farina è andato a trovare a San Vittore il detenuto Lele Mora, prostrato e depresso al limite del suicidio, ha deciso di farsi accompagnare da una persona con cui non era legata da un contratto a prestazioni continuative.
    Tanto è bastato perché cinque mesi dopo (con una velocità che non ha davvero precedenti rispetto all’endemica lentezza della giustizia italiana), e per l’esattezza l’11 luglio 2012, il giudice del tribunale di Milano Elisabetta Meyer lo condannasse per il reato di falso ideologico. Strabiliante la pena: due anni e otto mesi, senza, quindi, neppure il beneficio della sospensione condizionale. Per quel giudice, Renato Farina dovrebbe finire dritto in quella galera (le cui condizioni disumane ha più volte denunciato), per lo stesso periodo riservato normalmente ad un rapinatore.
    Sgombriamo subito il campo da ogni considerazione circa il merito del processo. Saranno i giudici d’appello a stabilire se il reato in questo caso sussiste, e quale valore possa avere una circolare applicata a discrezione, rispetto alla legge.
    Ciò che qui preme evidenziare è l’inaudita gravità che emerge da questa ingiusta sentenza, a prescindere dal caso specifico del cittadino-onorevole Renato Farina.
    Per spiegare meglio cosa intendo, è sufficiente riportare le dichiarazioni di alcuni parlamentari radicali, i quali – a onor del vero – da sempre sono i maggiori fruitori della possibilità loro concessa dall’art.67, di cui si avvalgono nell’ambito della battaglia di denuncia delle vergognose condizioni carcerarie italiane.
    La deputata radicale Rita Bernardini ha avuto il coraggio di confessarlo pubblicamente in un’intervista al settimanale Tempi: «Sono quattro anni che agisco come Farina e nessuno mi ha mai detto niente (…). E’ una sentenza che ha dell’incredibile, la definirei lunare».
    Anche il deputato radicale Marco Perduca non ha usato mezzi termini per criticare la decisione del Tribunale di Milano: «Non so se si possa parlare di persecuzione nei confronti di Farina, ma di sicuro non ho mai visto una sentenza del genere». E ancor più onestamente, lo stesso Perduca ha ammesso: «Io sono entrato a San Vittore a maggio e avevo tre persone al seguito, nessuna di queste era un mio collaboratore, eppure non è successo niente, nessuno ha detto niente». «Se Farina ha infranto la legge», ha continuato il deputato radicale, «anch’io infrango sempre la legge perché, pur non avendo collaboratori, ogni volta che entro in carcere lo faccio sempre accompagnato da alcune persone», dato che «chi lavora nella commissione diritti umani e visita i penitenziari che sono sparsi per l’Italia non si porta sempre dietro il portaborse romano». Ancora l’on. Perduca spiega meglio l’opportunità di avvalersi di collaboratori esterni: «Prima di tutto perché queste carceri non sono solo a Roma ma in tutto il paese, e poi perché è più importante avere al seguito una persona del luogo, che conosce il territorio e che quindi ha una sensibilità maggiore e fa più attenzione ai dettagli; noi radicali, poi, non abbiamo collaboratori fissi».
    Ecco, proprio in questo sta la pericolosità sociale della sentenza che ha condannato Farina. Il messaggio che quella decisione giudiziaria trasmette all’uomo della strada è che, ad onta di quanto sancisce l’art.3 della Costituzione, i cittadini non sono tutti uguali di fronte alla legge. Questo messaggio devastante rischia di sovvertire gli stessi fondamenti del concetto di giustizia. Si chiedeva, infatti, il grande Sant’Agostino: «remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?». Senza giustizia lo stato non è altro che una banda di poteri, ove prevale la legge del più forte, e la dignità di ogni singola persona non è più un criterio di giudizio. Piero Calamandrei è riuscito ad esprimere questo concetto mirabilmente: «Il giudice è il diritto fatto uomo; solo da questo uomo io posso attendermi nella vita pratica quella tutela che in astratto la legge mi promette: solo se questo uomo saprà pronunciare a mio favore la parola della giustizia, potrò accorgermi che il diritto non è un’ombra vana. Per questo si indica nella justitia, non semplicemente nello jus, il vero fundamentum regnorum».
    La bilancia della giustizia non può accettare la logica dei due pesi e delle due misura, se non riducendo un Paese civile all’Animal Farm orwelliana, quella in cui «all animals are equal but some animals are more equal than others».
    Questa sentenza di Milano mi ha ricordato un triste episodio risalente agli albori della mia professione, quando, giovane ed inesperto praticante avvocato, mi lamentai con un anziano magistrato per un evidentissimo caso di disparità di trattamento. Quel giudice mi rispose, con aria sorniona, citando Giovani Giolitti: «Figliolo, nel nostro Paese le leggi si applicano per i nemici e si interpretano per gli amici».
    A me piacerebbe, invece, vivere in un Paese ove la regola sia la certezza del diritto, e la commissione di reato non dipenda dall’interpretazione di una circolare ma dal dettato chiaro ed univoco della legge. Un Paese in cui i tutti processi durino cinque mesi, come quello che ha visto imputato Renato Farina. Un Paese in cui tutti i cittadini siano davvero uguali di fronte alla legge, senza l’odioso espediente delle interpretazioni benevole. Un Paese in cui i penitenziari possano garantire condizioni civili ed umane di vita nell’ottica di una vera rieducazione dei condannati, e non ricordino, invece, i putridi canili della Marshalsea, la tetra prigione vittoriana spietatamente descritta da Charles Dickens nei suoi romanzi. Un Paese in cui la regola sia arrivare liberi al processo, e la carcerazione preventiva non venga usata come un improprio strumento di tortura per estorcere confessioni suggerite. Insomma, un Paese diverso dall’Italia.
    La legge (non) è uguale per tutti



    Langone: «Farina condannato per “eccesso di cattolicesimo”»
    Daniele Ciacci
    Intervista a Camillo Langone. «Quella di Farina è una condanna politica verso un perseguitato politico. Lo colpiscono perché lui è un bersaglio, anzi un “bersaglione”».
    Renato Farina è stato condannato dal Tribunale di Milano per «falso in atto pubblico». Due anni e otto mesi di reclusione per aver visitato nel carcere di Opera Lele Mora, accompagnato da un ventenne non figurante tra i suoi collaboratori – ma neppure implicato nell’inchiesta riguardante il detenuto. Una «condanna assurda» secondo Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, e «lunare» secondo Rita Bernardini e Marco Perduca, dei Radicali. Tempi.it ne parla con Camillo Langone, che oggi nella sua rubrica “Preghiera” sul Foglio ha parlato proprio di Farina.
    Langone, ci dia la sua opinione sulla condanna a due anni e otto mesi di reclusione a Renato Farina.
    È una condanna politica verso un perseguitato politico. Non è una cosa nuova. Lo è dal tempo in cui è stato radiato dall’Ordine dei giornalisti. Mentre invece sarebbe da eliminare l’Ordine stesso, che sforna redattori supini che sono i primi a giustificare questa assurda condanna. Per un certo verso, quella contro Renato Farina è quasi una lesione della libertà di espressione. Perché Farina è cattolico, e questo non piace.
    Farina è un cattolico. La sua fede crea scandalo?
    Certamente. Prima come giornalista, e adesso come politico. Ha toccato quei due mondi dove essere cattolici dichiarati e praticanti è sconveniente. Anche Mario Monti è cattolico, tuttavia nessuno, sentendo parlare del Premier, lo connette immediatamente alla sua professione religiosa. Francesco Specchia su Libero ha parlato, per Farina, di «eccesso di cattolicesimo». Ma il cattolicesimo non può che essere eccessivo, e Renato è “chestertonianamente” cattolico. Il resto è “casinismo”, è moderazione. Ma la moderazione non è cristiana.
    Ma, tra i cattolici, non c’è soltanto Renato Farina…
    È vero, ma lui è il perfetto capro espiatorio. Secondo René Girard, il capro espiatorio archetipico era sempre uno straniero, magari zoppo, gobbo, in ogni caso segnato. Attirava l’attenzione per qualche difetto. E Farina ha molti difetti: è grasso e goffo. E soprattutto è cattolico. Renato Farina è il predatore naturale dei politici, dei giornalisti, dei magistrati. È un bersaglio. Anzi, un “bersaglione”.
    E i capri espiatori sono facili da scaricare.
    Già. C’è un vecchio detto che sentenzia: «In Italia le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici». È un nemico, Farina. Ed è percepito come un debole. Se nota, c’è stato uno scaricabarile generale non appena si è saputo della sua condanna – politica –. Inutile dirlo, i cattolici danno fastidio ovunque. Prima da giornalisti, poi da politici. E vorrei ricordare, infine, che Farina in Parlamento è uno spreco. Il Parlamento non serve a nulla, e Farina da giornalista dava tantissimo. L’ho sempre invidiato.
    Langone: Farina condannato per "eccesso di cattolicesimo" | Tempi.it

    ADISTA,agenzia cattocomunista,si sputtana: critica la visita papale. Purtroppo sbaglia data
    Semmai ce ne fosse stato ancora bisogno. Per dimostrare su che “fondamenta” e su quali “approfondimenti” e “rigore” professionale sono basate le polemiche e le “denunce” rituali, i tormentoni moralistici contro qualsiasi attività del papa e dei cattolici in generale da parte di certi giornalisti laicisti e giacobini e, ancora peggio, da parte di certo sedicente cattolicesimo “progressista” e invertito, di stampo prodiano, dossettiano… i giurassici cattocomunisti, insomma.
    Hanno montanto l’inesorabile tormentone giornalistico, recitato le solite litanie a memoria da moralisti senza morale, ossia da materialisti ormai in stadio terminale. Contro la visita pastorale del papa in una diocesi, Frascati, che persino rientra nella diocesi personale del papa, quella di Roma: ossia stava muovendosi in casa sua. Le motivazioni della polemica, i misteri “dolorosi” di questo rosario dei fancazzisti? Naturaliter i soliti articoli fondamentali del manuale radical-chic dei poveri, del bignamino dell’anticlericale medio, con lo stra-solito corollario “costi del viaggio”, “soldi spesi che è meglio dare in beneficenza”, “quanto costa il papa?”, “traffico che viene bloccato a Frascati”.
    Chi fa queste polemiche non è Marco Pannella. No: è l’agenzia stampa “cattolica” Adista, covo del più vieto vetero-progressismo di sinistra, comunistizzati e radicalizzati sino al midollo. Ambiente di Prodi, Melloni, Bindi, di cattocomunisti insomma. Ecco dove sono arrivati facendosela coi comunisti: sono passati dalla destra del papa alla sinistra della Bonino!
    Ma non è questo il punto.
    Il punto è che questa Adista che si millanta cattolica, con tanto di articoli e agenzie stampa, persino con tanto di “inviati” in loco, ha montato tutta questa volgare e schifosa polemica contro il papa che visita la sua diocesi. Ma ancora non è questo il punto. Seguitemi con attenzione…
    Hanno raccontato dell’ “indignazione della gente” per i “costi”, per il traffico bloccato e deviato, per i disagi alla città causati dal papa in pellegrinaggio, hanno insomma fatto la cronaca di questa visita, una diretta in pratica. E raccolto tutte le “obiezioni” della “gggenteee” dei “poveriii” dei “terremotati” (ok, a Frascati non c’è stato il terremoto ma se bisogna denigrare la chiesa, specie questo papa, tutto fa brodo… e comunque c’è stata una lievissima scossa pure lì giorni fa… ergo!…).
    Più che una “diretta” giornalistica una divinazione da rabdomanti. Sì, perché si sono sbagliati di data. E la visita del papa, spiegata “in diretta” con appositi “inviati”, non era ancora avvenuta, era di là da venire. Praticamente, si sono inventati tutto, senza, in un certo senso, saperlo. Cioè: questi sedicenti cattolici prodiani e di sinistra, vendoliani e dossettiani, questi progressisti insomma, sapendo che il papa avrebbe visitato Frascati, si sono scritti prima del viaggio i calunniosi e infamanti articoli, che poi avrebbero pubblicato a visita avvenuta per denigrare a prescindere il Santo Padre. Ma siccome il demonio, loro dottore, fa le pentole ma non i coperchi, hanno sbagliato data e li hanno pubblicati prima della visita credendola già avvenuta. Sputtanandosi loro.
    Vedete? Il 90% delle notizie sulla chiesa che i giornali lanciano (a ndo cojo cojo) hanno quasi sempre la stessa “dignità professionale” e vantano lo stesso “approfondimento”. Perché partono dal fatto… che sì, insomma di preti, di chiesa si tratta, di cose popolaresche, minchione… a che serve approfondire, andare a vedere direttamente… che possiamo trovarci di diverso da quello che già noi ne pensiamo?!.. e poi a chi interessa… oltretutto se sbagliamo e sputtaniamo qualche prete o papa… sia!… tanto non querelano mai i preti…
    Così così così ragionano!!
    E così così così, con lo stesso “rigore”, lo stesso “approfondimento”, con le stesse facilonerie “ricostruiscono” – ossia demoliscono nel senso di gettar merda su – la storia cattolica, riducendola a una leggenda nera metropolitana, a una ininterrotta barzelletta con protagonisti sadici alternati a psicopatici, cioè a un castello demenziale cementato di menzogne e superficialità da brivido, senza un solo documento consultato, non una verifica, nulla… tutto per sentito dire! Così così così!!! Così fanno parlando di storia o di cronaca cattolica. Così! Tanto, parlando di cattolici, il pressappochismo… non comporta alcun prezzo da pagare, semmai, anzi, più grossa la spari più ci guadagni bei soldi su.
    E circa la “geenteee” che questi poveracci di Adista avrebbero “sentito durante” la fantasmagorica visita del papa (che, ora sappiamo, non ancora avvenuta), ebbene, questa “geenteee” che poi sarebbero i fedeli, quando andiamo a vedere, stando alla testimonianza del loro vescovo, ben diversamente la pensa (come sempre) dai giornali, giornalisti, specie quelli cattolici sedicenti e di sinistra veramente… e anzi… ma sentiamo loro direttamente in un articolo di giornalisti veri e con intervistati veri e non fantasma come quelli di ADISTA:
    “14 luglio 2012
    Alcune testate del dissenso cattolico sono incorse in un infortunio giornalistico pubblicando in anticipo una nota, scritta per essere invece diffusa successivamente, che critica i costi della visita che Benedetto XVI compirà domani a Frascati. L’episodio non è sfuggito a Il Blog degli Amici di Papa Ratzinger che ha ironizzato sottolineando che si tratta di “polemiche preconfezionate”. La nota lamentava in particolare che c’erano state richieste pressanti di offerte in vista dell’evento di domani. “Varie persone, istituzioni e imprese – chiarisce da parte sua il vescovo Raffaello Martinelli in un’intervista ad Avvenire – si sono fatte avanti esprimendo il desiderio di poter fare un dono al Papa. A tutti ho suggerito di portare in busta rigorosamente chiusa un assegno intestato direttamente a ‘Sua Santità Benedetto XVI’ con insieme una breve letterina di presentazione in cui si specifica che il contributo donato è destinato alle attività caritative internazionali del Santo Padre”. “Devo dire – confida il presule nell’intervista – che a questa indicazione c’è stata una buona risposta. La gente, nonostante il bombardamento mediatico cui è sottoposta tendente a mettere in cattiva luce la Chiesa e la Santa Sede in particolare, ha aderito con fede e fiducia, comprendendo che in questa maniera possono rendersi presenti col Papa tra i meno fortunati della terra”.
    Commenta così la nostra Tea Lancellotti: “Adista, che seguo (purtroppo) da molti anni, perchè (purtroppo) bisogna anche leggere gli stolti per dire che sono stolti, non si smentisce mai. Questa volta ha proprio aiutato il detto il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, così che tutto il liquame che gli bolliva da tempo, e per il successo ottenuto da questo Papa nelle sue visite Apostoliche (appena eletto scrissero che avrebbe svuotato le piazze ), è finito per tracimare… Insomma, se la son fatta proprio addosso. Gli ha roduto l’aver saputo che il vescovo, invece di regalare al Papa le solite casule e quadri o altro di in più e di cui è ben già accessoriato, ha chiesto a tutte le comunità e parrocchie di fare una COLLETTA SPONTANEA… e che al Papa sarebbe stato fatto dono di un cesto contenente questa spontaneità… BUSTE ANONIME, mettendo quel che ognuno poteva, anche 2 euro… o 5, tanto per dire… L’iniziativa ha avuto un enorme successo perchè il cesto è stato riempito tutto, ma non si conosce ovviamente la somma raggiunta, e meno male!, perchè qualunque somma sia, è davvero benedetta e Dio stesso potrà raddoppiare come e quando vuole… Adista non ha potuto sopportare una così spontanea partecipazione di popolo e stavolta L’INVIDIA l’ha fatta trasudare!”
    Signori – se così posso definirvi – di Adista, se avete dei figli a casa da poter guardare negli occhi senza vergognarvi quando ci tornate… cercatevi un lavoro … serio! Andate a lavorare veramente. Non a cazzeggiare. Vi risparmierete ulteriori figure miserabili.



    Chi ci salverà dalla barbarie?
    Luisella Saro
    … Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
    (E. Montale, Non chiederci la parola)
    C’è bisogno di una nuova educazione della ragione e del cuore, ed è una sfida che interpella tutti.
    E’ in rete un nuovo video shock sulla morte di Gheddafi. Il colonnello, torso nudo, volto sfigurato e lunga ferita sull’addome, giace, morto, su un furgone, circondato da miliziani. Fra urla, risate e foto ricordo scattate col cellulare, i ribelli gli tirano le braccia, gli sollevano le gambe, gli mettono una mano sui genitali, gli scuotono la testa. Come fosse un manichino.
    Il video, postato da Sami al-Hamwi, attivista siriano, ha la didascalia, minacciosa, «Mostratelo ad Assad». Macabro promemoria.
    Facendomi violenza, mi costringo a guardarlo, quel video. Voglio arrivare fino in fondo.
    Sono pochi minuti, ma so che non è un film: è realtà, e ad ogni secondo è come precipitare giù, sempre più giù, al fondo nero del pozzo nero che siamo. Ci arrivo, al fondo, e con questo video, con queste immagini lo tocco. Vedo solo buio. Sento solo la voce del ventriloquo, e urla sguaiate, bestiali. Ho paura.
    E allora ho bisogno di risalire, di ritrovare un puntino di luce. E seguirlo.
    La mente mi porta a sabato 30 settembre 1944. Giovannino Guareschi è in lager, malato e, dal lager, così scrive: «Già da ventitré giorni i ventitré della cameretta di Novello mi vettovagliano. Viene ogni mattina un barbuto capitano, il capitano Aloisi, con una ciotola di patate e la porge con piglio fiero al tenente Giovannino. Patate che ogni giorno essi sottraggono alla loro magra razione. Debbo a questi compagni se non sono morto di fame quando il mio sciagurato stomaco delle porcherie che ci elargisce il Grande Reich tollerava soltanto le patate: Corti, Novello, Rebora, Negri, Aldeghi, Malavasi, Buzzetti, Rizzolati, Andres, Angelini, Pucci, i vecchi di Beniaminowo e Vialli della Baracca 93 mi hanno pure regalato latte, panbiscotto, farina lattea, bicarbonato. E questa non è beneficenza e non è neanche amicizia, è qualcosa di più. E io sono lieto che il comando tedesco mi neghi quel goccio di latte e quel pezzetto di pane bianco che l’infermeria mi passava da un mese al posto del pane nero perché questo ha permesso a degli italiani di dare anche qui, dove vige la legge della giungla, una dimostrazione di civiltà».
    C’è, allora, la luce che cercavo. La vedo, dal fondo del pozzo in cui sono precipitata. C’è!
    E ho capito perché, per reazione, dal video disumano girato il 20 ottobre 2011 e usato ora come una minaccia per Assad, una minaccia per tutti i “nemici”, la memoria è andata alle pagine de Il grande Diario di Guareschi, scritte il 30 settembre del 1944. Per nostalgia.
    Nostalgia di volti, di nomi, di gesti buoni compiuti da esseri umani che Guareschi ha ricordato ad uno ad uno. Nostalgia di ritrovare, dentro l’uomo, ciò che lo eleva dal suo stato di ferinità, anche nelle circostanze estreme. Nostalgia di ritrovare l’uomo come era al principio. Segnato dal peccato originale, ma destinato al Bene.
    Sì, mi dico. Oggi più di sempre, c’è bisogno di una nuova educazione della ragione e del cuore, ed è una sfida che interpella tutti. Occorre ritornare a ciò che eravamo quali Dio ci ha fatti. E da lì ripartire.
    Chi ci salverà dalla barbarie?


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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Madonna… che coraggio!
    Madonna. Nel famigerato tour del 2006, dove si fece “crocifiggere” su una croce di svarosky. Io c’ero… (più volte) e rividi la scena almeno 6 volte.
    Alcuni di voi sanno della mia antica passione (sì, sono… ero fan) per la decana delle popstar Madonna: negli anni ho fatto pellegrinaggi nel paese originario dei suoi, Pacentro, vicino Sulmona, l’ho seguita in tutti i tour internazionali presenziando anche più volte allo stesso concerto nello stesso luogo, in Italia e all’estero.
    Madonna, dunque. Tour di quest’anno. Scenografia: una grande chiesa (cattolica, è chiaro) di cartapesta, lei cala da un confessionale, giganteschi turiboli la incensano, gioco di croci cristiane, appaiono Gesù e Maria e li prende per culo. Vecchia baldracca: potevi metterci una sinagoga, Mosè, giacché giochi a fare la cabalista senza sapere se è un cosmetico o meno, da quella grande ignorante che sei; potevi metterci una sala di protestanti indiavolati americani; potevi metterci, se proprio volevi fare il botto, una moschea, una donna col burqua, e se volevi strafare Maometto… Ma no!… ha avuto il terribile solitario coraggio di metterci cose DISTINTAMENTE solo cattoliche. Che così non ci sono conseguenze, penali, fisiche ed economiche. Un’eroina!
    Vedo popstar, tv, giornali, intere librerie che ormai si occupano solo di chiesa cattolica. Per dirne male, certo… ma purché’ se ne parli sia! Anche perché spesso sono piccinerie le accuse rivolte alla chiesa: quasi sempre perché non benedice piselletti e culetti di pederasti indiavolati.
    Tutta questa universale seppur malevola attenzione verso la Catholica… C’è da riflettere.
    Se fosse una “organizzazione” non solo “moribonda” ma fuori tempo e ormai fuori luogo, “superata” da qualsiasi cosa, come mille volte da secoli è stato declamato (e poi smentito, sempre!), godrebbe davvero di tutta questa ringhiosa o (finta) irridente attenzione universale? Davvero editori fra i più grandi e cineasti fra i più grossi a getto continuo metterebbero sul mercato roba e robaccia contro la Cattolica, se non ci fosse una gigantesca richiesta (con conseguenti giganteschi fatturati) di “saperne di più” anche se a senso unico, su questa Chiesa? Se c’è fumo c’è foco: fosse una cosa decrepita, moribonda, fuori tempo e fuori luogo, davvero la gente se ne interesserebbe tanto, davvero degli editori e Hollywood investirebbero tanto su un “cadavere ambulante” senza speranza? A cosa servirebbero allora tutte quelle leggende nere che sfornano e alimentano contro di essa ogni giorno che Cristo manda, se veramente la reputassero un vecchio leone sdentato? Da quando in quando il mondo spende per cose anacronistiche e in fase di dismissione?
    Siamo più al centro dell’attenzione di quanto ci aspettassimo. Impariamo a guardare gli aspetti positivi: tutto il mondo fa l’indifferente ma poi solo di chiesa cattolica dice e disdice (epperò che se la sarebbero sempre presa con noi, lo aveva predetto Gesù…). Peccato che sono in pochi a saper sfruttare questa situazione, da parte cattolica.
    Però quello che dà fastidio è la vigliaccheria: fanno la voce grossa con la Cattolica, non perché è quella che di più fra le chiese li indigna (anche, guai se non fosse così), ma proprio per viltà, certi che non avranno conseguenze penali e fisiche e solo vantaggi economici. Ma del resto, il denaro non era lo sterco del Demonio? E non era Lui lo spirito di questo mondo? Alla fine tutti quelli che si son allontanati dalla chiesa hanno dovuto ritornarci, con la coda fra le gambe, le mani vuote, le ossa rotte, le pezze al culo. Avrà sempre ragione fino alla fine. E fino alla fine avrà l’ultima parola. Fino alla fine avremo il centro della scena. Anche se molto spesso, come sempre, la scenografia sarà il Golgota. Luogo di desolazione e morte, ma anche di trionfo e resurrezione.
    “Hanno perseguitato me: perseguiteranno anche voi. Quando a causa mia diranno di voi, mentendo, ogni sorta di male… beati voi, vi dico!”
    La cuccia del Mastino | Il mondo visto da un "cane"… fedele. Appunti di Antonio Margheriti Mastino



    Dall’anticlericalismo femminista alla fede: il percorso dell’attrice Villoresi
    In seguito a “Divinamente, festival internazionale della spiritualità”, svoltosi a Roma e giunto alla quinta edizione, l’attrice Pamela Villoresi racconta con un’intervista su Acqua&Sapone il suo percorso di fede, dall’anticlericalismo femminista fino al ritorno al Cattolicesimo, tutto attraverso l’arte.
    Il festival, di cui la Villoresi cura la direzione artistica, nacque, seppur ancora in forma germinale, 15 anni fa come il risultato dei «percorsi personali» dell’attrice che la influenzarono fino «radicalmente» cambiarne l’esistenza. L’incontro con il Signore, frutto della «meditazione del Vangelo e la figura di Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce)» e «dell’arte e la poesia» cristiana ha cambiato profondamente la vita dell’artista ora più «forte ed equilibrata». «Ora – ha dichiarato la Villoresi – vivo meglio e mi sento più libera».
    Il viaggio spiriturale dell’attrice inizia da giovanissima. La Villoresi «soprattutto in coincidenza con il periodo del femminismo», sviluppò «un forte rifiuto dell’apparato ecclesiale». Rigetto nato dall’ignoranza e superato «leggendo molto, alla scoperta di testimoni della Chiesa» e che ha portato ad un percorso che «continua sempre, sostenuto dal desiderio del divino e dalla preghiera». Infine, la Villoresi conclude commentando: «Nella nostra società la sacralità è assente. [...] Purtroppo, per inganni secolari, spesso si crede che avvicinandosi alla spiritualità si entri in un percorso di costrizione invece che di libertà. Eppure, io ho l’esperienza che intorno a noi ci sono continuamente delle persone che, anche inconsapevolmente, fungono da messaggeri, da strumenti di Dio per la nostra anima».






    Divertirsi a Catholand
    Marco Berchi
    Tre giovani sbucano dal nulla e, con grossi bastoni, tracciano sulla sabbia dello stadio il simbolo cristiano del pesce. Fulminei i soldati romani li inseguono e li catturano. È il caos: la folla rumoreggia, gli ufficiali della Legione lanciano secchi comandi, il governatore, dalla sua tribuna, esige che si riporti l’ordine dopo l’inaudito sacrilegio. I tre, legati, vengono in pochi istanti condotti di fronte all’uomo forte del potere di Roma: vanno messi a morte. Un brivido percorre gli spalti gremiti dello stadio. Ma ecco il colpo di scena. Il centurione romano comandante della legione alza la spada e, guardando verso il governatore, grida il suo basta.
    Basta con la violenza, basta con questi giochi sanguinari, basta con i sacrifici ai falsi dei. «Sì, sono diventato cristiano e l’alba di un nuovo mondo sta sorgendo».
    Non è un film, non è un videogioco. È l’inizio, drammatico, sorprendente, emozionante di uno spettacolo che ogni giorno d’estate si replica per tre volte in una località della Francia a due passi dai castelli della Loira; un luogo in cui è stata ricostruita un’arena romana da seimila posti (con il primo velarium dai tempi del Colosseo); un luogo in cui potete anche rivivere la razzia dei pirati vichinghi sventata dal miracolo delle reliquie di un santo, seguire le gesta dei cavalieri, entusiasmarvi di fronte alle evoluzioni di centinaia di rapaci addestrati dai falconieri.
    Segnatevi questo nome: Grand Parc du Puy du Fou. È in Vandea, a 80 km da Nantes e da La Rochelle. È un parco a tema dai grandi numeri: un milione e mezzo di visitatori ogni anno tra aprile e settembre (quarto in Francia dopo Disney, Asterix e Futuroscope), fresco vincitore dell’Oscar mondiale dei parchi tematici, cinque spettacoli permanenti visibili con l’unico biglietto d’ingresso. Ma i numeri non dicono la cosa più importante: il Puy du Fou è un luogo in cui la gente scopre che si gode molto di più ammirando lo spettacolo della bellezza e dell’armonia e lasciandosi coinvolgere nell’avventura umana, piuttosto che di-vertendosi (nel senso etimologico) con lo stordimento ubriacante delle montagne russe. Non è un luogo di evasione, ma un luogo in cui "andare dentro".
    Dentro la storia di Francia, anzitutto, e quindi dentro la storia dell’Europa. Per vedere – dai tempi della fine dell’Impero romano – il ruolo civilizzatore del cristianesimo. E che un parco a tema riesca a far "passare" in modo così nitido, non ideologico, legato all’oggettività del dato storico, assolutamente non pedante e barboso (12mila ingressi in un sabato estivo medio non si fanno con le prediche…) questo elemento culturale e popolare ignorato dalle costituzioni e snobbato dal dibattito intellettuale – non solo in Francia – è, per dirla alla francese, formidable.
    Ci deve essere sotto qualcosa. E infatti sotto, anzi, all’origine del Puy du Fou c’è una cosa ancora più grossa, culturalmente e fisicamente: si chiama Cinéscénie e di fronte alla sua storia, unica al mondo, anche il Grand Parc impallidisce. È il 1977, un giovane laureando dell’Ena, Philippe de Villiers, ha un’idea fissa e un talento nascosto. L’idea è quella di portare alla luce l’identità della Vandea, forgiata suo malgrado dal ferro e dal fuoco delle colonne infernali e del genocidio dei rivoluzionari giacobini, e denegata dagli storici ufficiali. Il talento è quello di autore e sceneggiatore. Il «sogno di bambino» – come lo chiama oggi de Villiers – inizia con un testo buttato giù in pochi giorni (il protagonista è un giovane contadino, la storia della cui famiglia attraverserà le vicende europee sino all’ultima guerra mondiale) e con un castello diroccato tra vipere e sterpaglie; continua con il pellegrinare tra sindaci di paesini e presidenti di Pro Loco; balbetta tra incompetenze tecniche, colpi di scena tragicomici, incontri miracolosi.
    Fatto sta che il 16 giugno 1978 la Cinéscénie (inedito mix tra spazio e movimento) va in scena con 600 attori. Il primo anno la vedranno 80mila persone, sedute sull’erba attorno al castello. Oggi, 35 anni dopo, Cinéscénie significa il più grande spettacolo notturno del mondo su un’area di 23 ettari, una tribuna fissa da 14mila spettatori, 3200 persone in azione (2500 attori di cui 1200 in scena per ogni rappresentazione e 700 addetti ai servizi), 120 cavalieri, 150 getti d’acqua, 800 fuochi d’artificio. Quasi due ore di spettacolo con tecnologia e professionalità non solo di avanguardia ma di ricerca. Non è tutto, perché il più bello lo abbiamo lasciato alla fine: tutti (tutti) i 3200 coinvolti sono volontari, anzi bénévoles, secondo la bella espressione francese.
    Si sono autobattezzati «puyfolais», hanno tra i tre mesi e gli 86 anni, sono entrati nell’associazione che realizza la Cinéscénie e che è al vertice di tutta l’impresa solo se presentati da due padrini che garantiscono del loro impegno morale. Impegno che si concretizza anche nell’essere disponibili per almeno 15 delle 28 rappresentazioni annuali. E anche i dipendenti stipendiati del Grand Parc – dall’89 "figlio" della Cinéscénie per offrire attività diurne al pubblico crescente degli spettacoli serali – alla sera sono attori bénévoles.
    Bisogna vederli, come è capitato a noi, nei villages in cui indossano i costumi e si preparano a entrare in scena con una regia delicata e complessa. Gente del popolo, e proprio per questo non qualsiasi. Amici, anzitutto, trascinati da de Villiers e dai primi suoi compagni di avventura (sono ancora tutti là, con ruoli diversi). Gente che nel ’98 ha dato vita all’Accademia Junior, che forma artisti e tecnici specializzati nelle attività dei parchi a tema. Che ha aperto tre alberghi interni al Parco. Che genera un indotto di 3500 posti di lavoro nella regione.
    Che – attenzione! – non ha mai ricevuto né richiesto «un solo centesimo di denaro pubblico» e che quindi ha totalmente autofinanziato i 260 milioni di euro investiti dal 1977, di cui 9 solo quest’anno. L’associazione, inoltre, da sempre sostiene iniziative umanitarie e ambientali: oggi progetti contro l’esclusione sociale in Madagascar. Un monumento vivente alla sussidiarietà. De Villiers infatti è convinto che «la cultura ha bisogno di libertà più che di sovvenzioni statali» e non ha dubbi: «Lo stupefacente della nostra avventura consiste nel fatto che non sappiamo fin dove ci condurrà». E, in fondo, è questo il vero spettacolo.
    Divertirsi a Catholand | Cultura | www.avvenire.it


    La posizione giusta
    Pubblicato da Berlicche
    Quando stavo per sposarmi indagai per scoprire se la Chiesa dicesse qualcosa sulle - uhu – posizioni lecite tra i coniugi nell’intimità.
    La risposta che ottenni fu più o meno questa: non è la meccanica dell’atto che importa, ma lo spirito con cui lo fai. Fate in maniera da guardarvi sempre negli occhi, perché è nel tuo riflesso nei suoi occhi che lo si capisce.
    In altre parole: fa l’amore con tua moglie, non con una persona immaginaria o te stesso. Abbi presente chi sei tu, chi è lei, perché siete lì. Che non è la foia di un momento, uno sfogo, una reciproca masturbazione per ottenere piacere. Se è solo il piacere che si cerca tanto varrebbe farlo con sconosciuti.
    Invece, se siete insieme, è per accompagnarvi in un destino. Due persone che sono l’una per l’altra guida, e compagnia, e incontro.
    La posizione che devono tenere i cattolici quando fanno l’amore? Una posizione ragionevole.
    Berlicche



    Il legno storto
    Costanza Miriano
    Di rientro a Roma, sotto la canicola della via Pontina, intercetto con la coda dell’occhio l’indicazione per l’Abbazia di Fossanova. Nonostante la lista della spesa, inverto la marcia, incurante della linea continua, alla maniera di Thelma, alla maniera di Louise, e prendo il volo, libero come un’allodola, per trovare riposo sopra l’Albero della Vita.
    Ditemi, non è forse una chiesa, ogni singola chiesa, una scala verso il cielo? Quel grande tronco conficcato una volta sul Monte del Teschio non è forse diventato foresta di tabernacoli sparsi nel mondo? E ogni spiga di pietra coi riflessi del sole non è anche centro, rifugio, argine, fortezza, che rompe l’assedio dei leoni nell’arena? Mi guardo attorno, con il naso appeso all’insù, ammirato dalla statura regale della pietra nuda … Perché una schiera di monaci bianchi ha eretto quest’abbazia sopra una palude?
    La risposta è nelle parole del Papa nel giorno di Pietro e Paolo: “la Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di uomini e donne bisognosi dell’amore di Dio, bisognosi di essere purificati attraverso la Croce del Cristo”.
    Cosa volevano dirci, allora, i fratelli di San Bernardo? Che c’è speranza, che non c’è luogo malsano che non possa essere bonificato, che il legno storto forse non può diventare dritto, ma può diventare tempio …
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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Un requiem per Martini
    Antonio Righi
    “Sui morti niente, se non bene”. Si diceva così, e vorrei essere fedele a questo detto. Non dire niente. Ma poichè tutti dentro e fuori la Chiesa si sbracciano per incensare un uomo che ha combattuto di continuo la Chiesa, la sua dottrina, e la sua morale (Humanae vitae), mi limito a ricordare la proficua collaborazione tra Martini e Ignazio Marino, alfiere “cattolico” di aborto, ricerca occisiva sulle embrionali, liberalizzazione delle droghe, eccetera.
    E penso tra me e me che qualcuno avrebbe dovuto farlo firmare a Martini, un preambolo sulla sua adesione alla fede cattolica; che, per lui, un cattolico dovrebbe solo pregare “con timore e tremore”. Gli elogi post mortem, tanto più a chi non li merita, non servono a nulla per la salvezza dell’anima…
    Un requiem per Martini « Libertà e Persona

    L'ipocrisia di chi lo osanna perché faceva il laico in tonaca
    Il cardinale è stato celebrato come il Papa dei non credenti, ma un conto è dialogare con tutti e un altro è omologarsi a chi ti combatte.
    Marcello Veneziani -
    Il papa dei non credenti. Così è stato celebrato il Cardinal Martini dai giornali, dai telegiornali e dagli intellettuali. Salutandolo come capofila del cattolicesimo progressista, sono stati elencati i suoi principali meriti: istituì la cattedra dei non credenti, preferì rivolgersi ai pensanti piuttosto che ai credenti, si distinse dalla Chiesa aprendo all'eutanasia, al preservativo, alle coppie gay, agli atei, rifiutò la messa in latino e sostenne la necessità di «superare le tradizioni religiose». Un curriculum notevole per un intellettuale, con i suoi dubbi e le sue aperture; ma per un sacerdote, per un cardinale, per un uomo della Chiesa, può dirsi altrettanto?
    Certo, il Cardinal Martini non fu solo questo, fu anche un biblista insigne, una figura carismatica, si ritirò a Gerusalemme; ma la ragione per cui è stato osannato dai media è questa e l'ha ben riassunta un intervistato: «Non ragionava come un uomo della Chiesa, non sembrava un Cardinale». Ma è davvero un elogio non sembrare quel che si è, mimetizzare la propria missione, confondersi con il proprio tempo e tingersi dei suoi colori? E allora torno a domandare: ma è questo che chiediamo a un pastore, a un uomo di fede e di Chiesa, di parlare come tutti gli altri, di assecondare lo spirito del tempo anziché invocare il tempo dello spirito? Non ci bastano e ci avanzano le tante cattedre di ateismo, di laicismo e di progressismo che ci sono in giro per chiedere che anche dentro la religione vi siano spazi e argomenti in favore dei non credenti e delle loro tesi? Siamo bombardati dai precetti laici della modernità miscredente e dai canoni del progresso; non avremmo piuttosto bisogno di qualcuno che ci rappresenti l'amore per il sacro, per la trascendenza e per la tradizione? E chi dovrebbe farlo se non un uomo della Chiesa, un Arcivescovo, un Sacerdote? É demolita ovunque l'Autorità e l'autorevolezza delle istituzioni, anche se poi al loro posto ci sono nuovi canoni obbligati, nuovi poteri dominanti a volte più dispotici e intolleranti degli altri: non si chiede oggi a chi rappresenta la religione di assumersi sulle spalle la croce di contravvenire a questi nuovi dispotismi nel nome perenne della Tradizione e della fede in Dio? Un conto è dialogare con i «gentili», come fa anche Ratzinger, un altro è sposare il loro punto di vista o scendere sul loro stesso terreno, fino a omologarsi, e rappresentare soltanto la versione religiosa all'interno dell'ateismo dominante.
    Non si tratta di barricarsi nella Chiesa degli anatemi e dell'integralismo e di ignorare il mondo e il nichilismo che avanza; si tratta di affrontare il mondo a viso aperto, testimoniando la passione della verità e non la priorità del dubbio, testimoniando l'amore per l'eterno e non solo per il proprio tempo. Una scelta spirituale che si incarna, e non una scelta intellettuale, o peggio ideologica, che si storicizza. Giunge a proposito la questione sollevata da Papa Ratzinger su Giuda. Secondo Benedetto XVI, Giuda tradì Gesù perché voleva spingere Cristo non a fondare una nuovo religione, ma un movimento politico ribelle contro l'impero romano. La lettura di Ratzinger lancia un forte messaggio al nostro tempo: chi riduce Gesù a un rivoluzionario e il cristianesimo a messaggio di redenzione politica e di riscatto sociale, tradisce Cristo come Giuda. Il ribelle zelota Giuda nega il valore religioso del cristianesimo e lo riduce a rivolta politica, attaccando l'impero romano ma non intaccando la religione ebraica. Viceversa, Cristo secondo Ratzinger non è avversario di Roma e non è un rivoluzionario, ma fonda una nuova religione, e dunque dissente dal sinedrio, che lo condanna al patibolo.
    Su la Repubblica Gustavo Zagrebelsky ha scritto un dotto excursus tra le interpretazioni di Giuda per sposare alla fine la tesi di don Primo Mazzolari di un Cristo ribelle, distruttore, liberatore e nemico del potere. Un Gesù giacobino, da popolo viola, «uno come noi», scrive il professore giustizialista. Uno come noi, è anche la parola d'ordine per elogiare il cardinal Martini dal punto di vista dei non credenti. Il Cristo di Mazzolari-Zagrebelsky è una versione opposta a quella di Ratzinger. E si sposa assai bene con l'elogio progressista di Martini. Ma la promessa cristiana è la resurrezione, non la rivoluzione; è l'eternità, non il falso progresso.
    Post scriptum. A proposito di Crocifisso, avrete letto la profanazione di Ulrich Seidl alla Mostra del Cinema di Venezia. Una trovata miserabile, non solo perché offende i credenti e coloro che, pur non credenti, sono nati e cresciuti in una civiltà cristiana. Ma per due altre ragioni: la sua profanazione non ha nemmeno l'alibi di sfidare coraggiosamente un regime teocratico, ma infierisce contro una fede debole, soccombente, e su questo piano, inoffensiva. E poi non ha nemmeno il crisma dell'originalità, perché arriva dopo decenni di profanazioni spettacolari, dai film di Pasolini, che però erano almeno tormentati vangeli, alle esibizioni di Madonna, Lady Gaga e dei Soliti Idioti. Quel film rientra nello squallido conformismo della profanazione contro una fede inerme, come Colui che fu inchiodato sulla croce.
    L'ipocrisia di chi lo osanna perché faceva il laico in tonaca - IlGiornale.it

    Martini, spesso ambiguo, come i modernisti
    Francesco Agnoli
    Così il cardinal Giacomo Biffi ebbe a scrivere di Martini: «Con lui la Chiesa ambrosiana è arrivata alla sua conclusione, dopo quasi novant´anni. L'epoca della Chiesa ambrosiana era iniziata nel 1891 con la venuta del beato cardinale Andrea Carlo Ferrari. Un'epoca tra le più luminose e feconde per il calore e la certezza della fede, per la concretezza della iniziative e delle opere, per la capacità di rispondere alle interpellanze dei tempi non con cedimenti e mimetismi ma attingendo al patrimonio inalienabile della verità...".
    Cosa intendeva con mimetismo? L'ambiguità con cui Martini più volte ha aperto ad eutanasia, matrimoni gay, e persino aborto. In questo modo: "Ritengo che vada rispettata ogni persona che, magari dopo molta riflessione e sofferenza, in questi casi estremi segue la sua coscienza, anche se si decide per qualcosa [l'aborto] che io non mi sento di approvare" (Martini, le battaglie degli ultimi anni - micromega-online - micromega).
    La confusione è evidente e voluta: mai la Chiesa ha insegnato a giudicare la persona, ma il gesto sì. Dire quello che ha detto Martini significa aprire, in modo subdolo, ad una falsa libertà di coscienza che si spinge sino alla libertà di aborto (si noti l'ambiguità nell'ambiguità : "..io non mi sento", come se fosse una sensazione personale, e come tale opinabile....).

    Dialogare?
    Certo, ok. Ma con chi e come?
    di Gianfranco Morra
    La morte ha colto il cardinal Martini nella vasta casa dei Gesuiti a Gallarate. Che ogni anno ospitava il raduno dei filosofi cristiani (allora ce n'erano) e dove, nel 1961, lo conobbi (eravamo relatori sul tema dell'ateismo). Da allora, ho sempre apprezzato lo studioso della Bibbia e ne ho seguito le attività, anche sui mass-media, gli studi e i trionfi, dovuti ad una intelligenza insolita e ad una programmata e accorta moderazione. Era una sirena del laicismo, i suoi interlocutori erano per lo più i non cristiani.
    I giornali hanno intitolato con le banalità di occasione: «Amava i milanesi», «Ruppe le barriere», «Il vescovo liberal», «Il gigante di Milano». È prevalso il titolo: «Cardinale del dialogo». Che è giustissimo. E preoccupante. Che un cristiano debba dialogare, è sin troppo ovvio. Ma dialogare con chi? e, soprattutto, come?
    Il dialogo è un mezzo, non un fine, non è la verità, ma un suo strumento. Martini ha realizzato, nel modo più efficace, il dialogo sbagliato del cristiano. Ha fondato la «Cattedra dei non credenti» (titolo opportunistico, ma non solo). E ciò nella piena tradizione del suo ordine, (quello dei gesuiti, ndr) la cui strategia, che gli storici collegano al machiavellismo, è stata sempre quella di accettare al massimo tutte le tendenze vincenti nella società e di cercare di aggiungervi poi un «supplemento di anima». Con la conseguenza di spogliare il cristianesimo della sua scandalosa originalità, per farne un optional di un mondo scristianizzato. In ciò, la rubrica da lui tenuta sul giornale della borghesia laica, con le sue risposte, patetiche e tranquillizzanti, alle lettere di lettori, è stata davvero esemplare.
    In curia il «mite» Martini era inflessibile e coerente. Era nato per essere un leader. Il suo disegno di accantonamento della tradizione era perseguito con un pugno di ferro, attraverso la scelta di uomini formatisi nella dissoluzione postconciliare e disposti ad adattare la fede a buonismo, la morale a intenzione, la teologia a relativismo. Le tendenze tradizionaliste gli erano indigeste, ad esempio quella di «Comunione e liberazione», nei cui confronti non fu mai tenero. Anche sul piano politico la tecnica era collaudata: mostrarsi apparentemente distaccato dalle scelte dei partiti, ma anche combattere quelle tendenze che si opponevano all'establishment postconciliare, cioè cattocomunista.
    Così, nel rapporto col Papa: è noto che i gesuiti hanno un quarto voto, l'obbedienza al Pontefice. Con nonchalance, Martini lo ha sempre dimenticato: di Giovanni Paolo II, che pur nel 1979 lo aveva chiamato alla cattedra di Milano, fu considerato il contraltare; con Benedetto XVI non guerreggiò in Conclave (nonostante la favola inventata dai progressisti che si sarebbe generosamente ritirato; in realtà ebbe, sin dall'inizio, pochissimi voti), ma si oppose più volte alle sue decisioni: quando ha liberalizzato (non imposto) la messa latina, Martini lo ha decisamente criticato sul «Sole-24 ore».
    I due papi erano troppo lontani dalle sue aperture dialogiche e dai suoi opportunismi dialettici. Con i quali egli ha sempre aperto alle esigenze attuali del mondo. Da ciò le aperture ai gay, alle adozioni da parte dei single, alle coppie di fatto, al profilattico, alla bioetica, al matrimonio dei preti, ai divorziati, per i quali in una intervista su «Repubblica» aveva chiesto un apposito Concilio: in totale sincronia con ciò che i papi affermavano in senso opposto, ma sempre rivendicando a parole la sua fedeltà alla Cattedra di Pietro. Con la nota acutezza Giuliano Ferrara, nel necrologio sul «Foglio», ha riassunto la novità del suo episcopato con le parole «indifferenza e relativismo». Il cardinal Martini ha ricevuto da molti un omaggio entusiasta, in Duomo, a Milano. Anche da parte di chi condivide quelle scelte del mondo, che papa Ratzinger chiama relativismo, nichilismo, anarchismo morale, ben difficilmente accordabili con la fede cristiana.
    Il mondo ha sempre combattuto la Chiesa, quando contava; e l'ha assorbita quando aveva perso ogni identità. Ratzinger ci insegna che dobbiamo dubitare di quei cristiani che sono esaltati da tutti. Come ci aveva detto Gesù: «Beati voi quando vi insulteranno, vi metteranno al bando e vi perseguiteranno per causa mia» (Discorso della Montagna).

    L'anti Papa che voleva snaturare la Chiesa
    In morte del cardinale Martini, che combatté una vita intera per snaturare la sua chiesa
    Francesco Agnoli
    da IL FOGLIO 06-09-2012
    Tanto del successo, in vita e in morte, del cardinale Martini, è dovuto al fatto che molti hanno sempre percepito chiaramente, in lui, un anti Papa. Solo così si spiegano gli encomi sperticati di uno Scalfari o di un De Bortoli, come pure le dichiarazioni di stima di Vendola o di Pannella. Ma cosa significa anti Papa (definizione che lui, pur scherzando, in certo qual modo accettò)? Penso che sull'argomento ci sia confusione.
    Martini non è stato un uomo di chiesa pronto a riprendere i suoi confratelli, persino il Pontefice, in nome di un'autorità a tutti superiore: la Rivelazione, il Dogma, la Tradizione. Avesse fatto questo, sarebbe stato uno dei tanti, nella storia, a lottare per giuste riforme o giusti principi. Anche san Paolo osò resistere in faccia al Pontefice di allora, non uno qualsiasi, ma san Pietro. All'epoca dell'eresia ariana -ricorda il beato Newman nella sua Lettera al duca di Norfolk - la chiesa docente e il Papa non furono "lo strumento più attivo dell'infallibilità" e dell'ortodossia, difesa invece dal vescovo Atanasio e da tanti semplici laici. Ciò è accaduto altre volte nella storia: si pensi a santa Caterina da Siena che riprende, incalza, sgrida il suo pavido Pontefice, cui pure mostra amore e devozione. No, Martini non è stato Paolo, Atanasio, Caterina... né Francesco o Domenico, chiamati da Dio a restaurare la chiesa diroccata. E' stato un anti Papa nel senso di nemico della Verità immutabile, eterna, di cui, come scrivevano il Bellarmino o il Newman, neppure il Papa è il "padrone assoluto". Martini non ha lottato per una vita perché i Pontefici fossero più fedeli al loro mandato; non ha combattuto perché i preti fossero più fedeli. Ha combattuto per cambiare radicalmente la chiesa, perché voleva che rinnegasse se stessa, si separasse dalla sua storia passata e presente, per divenire altro.
    Chi non ricorda le sue battaglie contro il celibato sacerdotale, per il sacerdozio femminile, per una nuova visione della contraccezione, per riconoscere le coppie omosessuali? La sua apertura al testamento biologico e all'eutanasia (ma anche, almeno in un'occasione, all'aborto) e la sua messa in discussione dell'indissolubilità matrimoniale? Chi non ricorda i suoi interventi pubblici, chiarissimi, inequivocabili, critici verso il Papa e il papato, istituito da Cristo? O i suoi scritti in coppia con Ignazio Marino, noto esponente politico e sostenitore di aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale, fecondazione in vitro, sperimentazione occisiva sugli embrioni, liberalizzazione delle droghe? O i suoi attacchi, più o meno diretti o ambigui, all'Humanae vitae e ai principi non negoziabili?
    Il suo lungo episcopato, ricordava don Carrón, si è distaccato dalla Tradizione e da Roma anche nelle "scienze bibliche e nella teologia sistematica", mentre il cardinal Biffi affermò giustamente che Martini ha risposto "alle interpellanze dei tempi" non "attingendo al patrimonio inalienabile della verità", ma "con cedimenti e mimetismi", che hanno confuso il gregge portando divisione e incomprensione nella stessa chiesa.
    Uomo del dialogo, il defunto cardinale? Sì, un dialogo di parte, soprattutto con la sinistra politica, sfociato nell'elezione di Pisapia; un dialogo con i vari Scalfari, De Bortoli eccetera, condotto non personalmente, con l'amabilità che un cristiano prova ad avere con tutti, ma pubblicamente, sulle colonne dei grandi giornali. Un dialogo che mentre gettava scompiglio tra i cattolici, essendo un controcanto all'autorità, ha lasciato esattamente dove erano i dialoganti, perché fondato sull'idea che non è la Verità che costruisce l'uomo, ma l'uomo, i tempi, le circostanze, che mutano, piegano, scardinano la Verità. Un'eresia, questa, che san Pio X considerava letale per la fede. Martini è stato, sul Corriere e altrove, un ospite lieve con gli ospitanti e greve, aspro, duro, con la chiesa: pronto a rilanciare le critiche al dogma, mai o quasi ad appoggiarlo, a spiegarlo, su quegli stessi giornali. Sovente incline alla critica alla chiesa, di rado a difenderla, a ringraziarla e a rendere ragione della speranza e del paradosso cristiano. Sempre pronto a confermare, laici e credenti, nel dubbio, quando il mandato di Cristo ai suoi vescovi è ben altro: "Va' e conferma i tuoi fratelli" nella fede.
    Anche alla fine della vita, Martini, che agli onori che la sua carica gli conferiva non ha mai rinunciato, ha sparato a zero: la chiesa, che "è rimasta indietro di 200 anni", "deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi". Non c'è parola, in questo breve stralcio, che suoni cattolica: non la critica generale e senza appello, in toto, alla chiesa (di cui è stato un principe e di cui ha guidato - lasciandola "stanca" come tutte le altre - la diocesi più grande nel mondo); non l'ambiguità sul matrimonio, in patente contrasto non solo con il Magistero di secoli, ma con il Vangelo e con la realtà dei fatti (l'allontanamento dalla morale della chiesa sta portando all'aumento dei divorzi, della disgregazione e della solitudine).
    Di fronte alla morte di Martini, ho recitato qualche requiem, a fatica. Ma per l'anima di un cardinale, come per quella di ogni uomo, una preghiera vale più di tutti gli elogi sperticati, fasulli ed effimeri, del mondo.








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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Martini, l’aborto e la vera carità
    Antonio Righi
    “Ritengo che vada rispettata ogni persona che, magari dopo molta riflessione e sofferenza, in questi casi estremi segue la sua coscienza, anche se si decide per qualcosa che io non mi sento di approvare“.
    Questo il pronunciamento sibillino del defunto cardinal Martini sull’aborto citato nei giorni della sua dipartita, a prova della sua “apertura” e della sua “bontà” (insieme ai tanti silenzi e ai tanti gesti per prendere le distanze dai principi non negoziabili). Non ritornerei su questo argomento, per rispetto ad un defunto, se questa frase come tante altre in cui apriva ad eutanasia ecc. non fosse ormai il manifesto non solo dei nemici della Chiesa ma anche di tanti che si dicono cattolici.
    Cosa si può notare in questa visione dell’aborto proposta da Martini, prendendo le distanze dalla posizione ufficiale della Chiesa? Anzitutto un fatto: Martini si è sempre voluto presentare come l’uomo del dialogo, l’uomo che non condanna, l’uomo di Chiesa buono… a differenza degli altri. Gli altri, dal papa a Ruini…, condannano, stigmatizzano, fulminano… perché sono personaggi cattivi, reazionari, oscurantisti… Io, Martini, sono diverso, voglio una Chiesa diversa….io non condanno, io capisco, io comprendo…
    Vediamo prima allora, quale è la posizione della Chiesa. La Chiesa condanna, da sempre, l’aborto. Lo condanna perché è l’uccisione di una creatura umana, già formata, innocente, e perciò titolare del diritto assoluto alla vita. La Chiesa, condannando l’aborto, dimostra anche cosa sia la vera pietà: perché l’uccisione di un figlio è, anche per chi la realizza, la rinuncia al grande dono della vita; perché la donna che abortisce, come ormai è sempre più chiaro dagli studi medici, vivrà sempre come un dolore immenso questo suo gesto. L’aborto è contro il figlio, contro la madre ed il padre, contro la società.
    La condanna dell’aborto, va di pari passo con la necessità, proclamata dalla Chiesa, di aiutare le famiglie: la Chiesa ha creato gli orfanatrofi e i Centri Aiuto alla vita. Non si limita a predicare, ma va incontro ai bisogni. I teorici dell’aborto libero, dell’aborto come diritto, non hanno mai fatto nulla per aiutare le ragazze madri in difficoltà. Anzi, con la loro visione (“tanto c’è l’aborto”), hanno legittimato anche il disinteresse dello Stato dinnanzi alle maternità difficili!
    Per questo ogni cattolico direbbe: “L’aborto è un abominevole delitto (Concilio Vaticano II, in accordo con secoli di Tradizione); uccide il figlio e la madre; danneggia la famiglia e la società; è sangue innocente versato; ogni coscienza retta lo rinnega; lo Stato dovrebbe impedirlo, e, nello stesso tempo, venire incontro a chi si trova in condizioni di difficoltà, per prevenire questa tragedia. La persona che abortisce va aiutata, dopo ciò che ha fatto, a pentirsi, a riscattarsi e a rinascere”. Potrebbe poi dire: “non è questione di quello che ‘io mi sento o non mi sento’, come per Martini. E’ questione di fatti: abortire è uccidere. Non è questione di ‘rispetto’, perché il rispetto è sempre dovuto, anche agli assassini di persone adulte. Lo Stato che mette in galera un criminale non significa che non lo rispetti: fa solo osservare la legge, senza la quale la società precipiterebbe nel caos”. E concluderebbe: “condannare l’aborto non è mancanza di carità, ma al contrario, è carità, perché la carità è legata alla verità. Un padre che sgrida il figlio perché si droga, non manca di carità, ma al contrario, lo ama. Così la Chiesa indica a tutti che il figlio è un dono, che la vita va rispettata, e così facendo insegna agli uomini l’amore (e a rifuggire l’odio e la tristezza della morte)”.
    Martini, l’aborto e la vera carità « Libertà e Persona

    Martini, “grande elettore” immaginario
    Sandro Magister
    Negli “obituaries” pubblicati in morte del cardinale Carlo Maria Martini non è mancata la riproposizione insistita di quella leggenda metropolitana che lo dipinge come grande elettore di Benedetto XVI nel conclave del 2005. In realtà, in quel conclave le cose pare siano andate molto diversamente. Ha suscitato una certa ilarità nei Sacri Palazzi la ricostruzione del conclave che nel 2005 elesse papa Benedetto XVI fatta domenica scorsa su “La Stampa”. Secondo il quotidiano torinese, alla prima votazione di lunedì 18 aprile 2005 i cardinali elettori avrebbero attribuito 56 voti al cardinale Carlo Maria Martini, 51 al cardinale Joseph Ratzinger e 18 al cardinale Angelo Sodano. Alla seconda i voti sarebbero stati più o meno gli stessi, alla terza i presunti suffragi sodaniani sarebbero confluiti sul porporato tedesco e alla quarta, quella decisiva, anche Martini avrebbe fatto votare per l’allora decano del sacro Collegio.
    L’ilarità non è dovuta solo al fatto che alla prima votazione i voti validi sarebbero stati in totale ben 125, mentre è noto che gli elettori erano 115 , ma principalmente al fatto che voti e dinamiche non furono affatto queste.
    Il 20 aprile il “Corriere della Sera” titolò “E il rivale Martini dà il via libera”. “Il Riformista” del 21 aprile titolò “Martini e Re i grandi elettori”. “La Repubblica” del 26 maggio poi definì Martini come “il grande elettore di Joseph Ratzinger”. Scese in campo persino Eugenio Scalfari che sul “Venerdì di Repubblica” del 5 maggio 2005 confermò queste voci scrivendo che “alcuni cardinali anziani, esclusi per ragioni di età dal conclave, hanno confermato che effettivamente, fin dalla terza votazione, i voti ‘martiniani’ hanno cominciato a confluire su Ratzinger”. Poco dopo, Giancarlo Zizola e Alberto Melloni su “il Mulino” del maggio-giugno 2005 fecero sostanzialmente proprie queste conclusioni.
    Il primo a confutare seriamente queste voci è stato un giornalista americano, John L. Allen jr, vaticanista del settimanale progressista statunitense “National Catholic Reporter” e autore di una biografia critica del cardinale Ratzinger.
    Allen nel suo libro “The rise of Benedict XVI” (Doubleday, 2005), in base a colloqui avuti con otto cardinali elettori, esclude che Martini abbia avuto un ruolo centrale nel conclave, che abbia avuto un numero significativo di suffragi e che abbia esternato sue adesioni finali alla candidatura di Ratzinger.
    “Per la maggior parte dei cardinali – scrive Allen – la teoria che Martini si sia formalmente ritirato dalla corsa sembra essere stata un esercizio “ex post” fatto tra i progressisti storditi, alla ricerca di qualche spiegazione per come l’elezione di Ratzinger possa essere accaduta così velocemente”.
    Ma la ricostruzione più dettagliata e più attendibile del conclave del 2005 rimane quella fornita dal vaticanista Lucio Brunelli su “Limes” (10/2005) e basata sulle rivelazioni di un cardinale elettore.
    In base a questa ricostruzione Ratzinger avrebbe avuto da subito un cospicuo numero di voti (47 su 115), e avrebbe sempre aumentato i suffragi fino a raggiungere e superare la fatidica quota dei due terzi alla quarta votazione.
    Sempre secondo questa ricostruzione, il cardinale Carlo Maria Martini, considerato il candidato di bandiera anti-Ratzinger, non sarebbe stato mai in partita, avendo ottenuto solo 9 voti al primo scrutinio. Il candidato che avrebbe ottenuto più voti dopo Ratzinger sarebbe stato il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, sul quale, a parte un gruzzolo di 10 voti raccolti in prima battuta, si sarebbero riversati i consensi dei “martiniani” e degli altri che non volevano che Ratzinger diventasse papa. In pratica, Ratzinger sarebbe stato l’unico vero candidato in corsa (Camillo Ruini avrebbe preso non più di sei voti e lo stesso Sodano non più di quattro).
    Nei Sacri Palazzi si fa notare che questa ricostruzione è sostanzialmente veritiera. E a maggior ragione ci si chiede chi possa aver interesse a far circolare altre versioni perlomeno strampalate.
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    Martini, il cardinale preferito da atei e nemici della chiesa
    di Camillo Langone su Libero del 01-09-2012
    Io non so chi è morto. So che si chiamava Carlo Maria Martini ma non so chi era. Va bene, d’accordo, lo sanno tutti e perciò lo so anch’io che fu arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, lunghissimo arco di tempo, quindi emerito e cardinale di Santa Romana Chiesa. Ma non so chi era veramente. Forse in questo momento sono un po’ frastornato ma riaprendo i suoi libri, rivedendo le sue dichiarazioni, rileggendo l’ultima puntata della sua rubrica sul Corriere della Sera, davvero non capisco.
    Martini credeva o non credeva nella “unicità e universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo”, nella “sussistenza nella Chiesa cattolica dell’unica Chiesa di Cristo”? Insomma, a dirla tutta, non so se egli era cattolico. Le frasi virgolettate appartengono alla “Dominus Jesus” e le ho usate perché quel documento dottrinale, firmato nel 2000 dall’allora cardinale Ratzinger, intendeva fare chiarezza su ciò che poteva definirsi cattolico e ciò che invece era da considerarsi nient’altro che sincretismo religioso, se non eresia. Obiettivo non del tutto raggiunto, visto che, rileggendo Martini, i dubbi continuano ad assalirmi.
    Ho di fronte un uomo che non può più rispondermi, pertanto anziché a Martini mi piacerebbe rivolgermi ai martiniani. Loro so benissimo chi sono: sono degli atei oppure sono dei nemici della Chiesa. In entrambi i casi spesso sono dei preti. Non parlo per sentito dire, ne conosco vari. Quando osai criticare il suo Cardinale, un sacerdote lecchese mi scrisse queste testuali parole: “Sono discepolo di Martini, la invito nella mia chiesetta dove sentirà vibrare una parola che va diritta alla coscienza per combattere le istituzioni, compresa quella cattolica apostolica romana”. Una mail davvero curiosa.
    Innanzitutto perché un prete dovrebbe conoscere il Vangelo e sapere che “uno solo è il vostro Maestro, il Cristo”. Non si può essere discepoli religiosi di un mortale. E poi perché la pratica di sparare sul proprio quartier generale è un insegnamento del Libretto rosso di Mao, non della Bibbia. Fra i martiniani non mancano ovviamente gli atei classici, i miscredenti tradizionali sul tipo di Eugenio Scalfari. Appena ricevuta la notizia, sul sito di Repubblica è apparso il Fondatore con la seguente dichiarazione: “Parlava al cuore”. Visto la persistente incredulità scalfariana, delle due l’una: o Martini parlava in modo incomprensibile o i cuori a cui si rivolgeva erano completamente sordi. E’ il problema della cosiddetta Chiesa del dialogo: parla parla ma non viene mai a capo di nulla. Nessuna evangelizzazione, molta frustrazione: è questo, che io sappia, lo sterile risultato della più elogiata iniziativa milanese del Cardinale ovvero la Cattedra dei non credenti.
    Per quindici anni venne offerto un pulpito a personaggi quali Cacciari, Zagrebelsky, Boncinelli che atei arrivavano e atei partivano e magari, concionando oggi e concionando domani, convertivano all’ateismo qualche credente incerto. Sant’Ambrogio si sarà rivoltato per quindici anni nella tomba, lui che da vescovo ubbidì con zelo all’ultima esortazione di Cristo: “Predicate il Vangelo a ogni creatura”. L’esatto contrario dell’affermazione ultrarelativista che leggo a pagina 33 di “Conversazioni notturne a Gerusalemme”: “Sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano”.
    Se non ho le traveggole, per Martini una religione valeva l’altra. Ma i martiniani più pericolosi non sono gli atei dichiarati, a loro modo onesti. Sono i preti spretati, i teologi senza Dio, i falsi mistici. Scrivendo queste definizioni mi accorgo di aver disegnato l’identikit di Vito Mancuso. Il filosofo negatore del peccato originale, perciò del tutto estraneo al cristianesimo, ha subito approfittato della morte di Martini dichiarandolo addirittura “profeta”. Come mai? Perché ha rifiutato l’accanimento terapeutico. Mancuso sa benissimo che anche Giovanni Paolo II chiese la sospensione delle cure, ma finge di non ricordarselo: perché a un nemico della Chiesa non serve elogiare un Papa, serve beatificare un cardinale eterodosso. Io non so chi era Martini ma spero, per il bene della sua anima, che fosse meglio dei martiniani.



    IO NON SONO MARTINIANO, SONO CATTOLICO. COSA POSSIAMO FARE PER L’ANIMA DI CARLO MARIA MARTINI
    Antonio Socci
    Vedendo il mare di sperticati elogi ed esaltazioni sbracate del cardinale Martini sui giornali, mi è venuto in mente il discorso della Montagna dove Gesù ammonì i suoi così: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Luca 6, 24-26). I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 16, 18-20). Poi Gesù indicò ai suoi discepoli questa beatitudine: “Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli” (Luca 6,20-23).
    Una cosa è certa, Martini è sempre stato portato in trionfo sui mass media di tutto il mondo, da decenni, e incensato specialmente su quelli più anticattolici e più ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa. Che vorrà dire? Obiettate che non dipendeva dalla sua volontà? Ma i fatti dicono che Martini ha sempre cercato l’applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi. E’ stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni. O vi risulta che abbia rifiutato l’esaltazione strumentale dei media che per anni lo hanno acclamato come l’Antipapa, come il contraltare di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI?
    A me non risulta. Eppure avrebbe potuto farlo con parole ferme e chiare come fece persino don Lorenzo Milani, quando la stampa progressista e la sinistra intellettuale e politica diceva: “è dei nostri”. Lui rispondeva indignato: “Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta!”. Quando cercavano di usarlo contro la Chiesa, lui ribatteva a brutto muso: “In che cosa la penso come voi? Ma in che cosa?”, “questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica L’Espresso. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi”. E ancora: “Io ci ho messo 22 anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge L’Espresso e Il Mondo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono”, “L’unica cosa che importa è Dio, l’unico compito dell’uomo è stare ad adorare Dio, tutto il resto è sudiciume”.
    Queste meravigliose parole di don Milani, avremmo voluto ascoltare dal cardinale, ma non le abbiamo mai sentite. Mai. Invece ne abbiamo sentite altre che hanno sconcertato e confuso noi semplici cattolici. Parole in cui egli faceva il controcanto puntuale all’insegnamento dei Papi e della Chiesa. Tanto che “Repubblica” si è potuta permettere di osannarlo così: “non aveva mai condannato l’eutanasia”, “dal dialogo con l’Islam al sì al preservativo”. Tutto quello che le mode ideologiche imponevano trovava Martini dialogante e possibilista: “non è male che due persone, anche omosessuali, abbiano una stabilità e che lo Stato li favorisca”, aveva detto. E’ del tutto legittimo – per una persona qualunque – professare queste idee. Ma per un cardinale di Santa Romana Chiesa? Non c’è una contraddizione clamorosa? Cosa imporrebbe la lealtà?
    Quando un cardinale afferma: “sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano” non proclama l’equivalenza di tutte le religioni? Chi ricorda qualche vibrante pronunciamento di Martini che contraddiceva le idee “politically correct”? O chi ricorda un’ardente denuncia in difesa dei cristiani perseguitati? Io non li ricordo. Preferiva chiacchierare con Scalfari e – sottolinea costui – “non ha mai fatto nulla per convertirmi”. Lo credo. Infatti Scalfari era entusiasta di sentirsi così assecondato nelle sue fisime filosofiche.
    Nella seconda lettera a Timoteo, san Paolo – ingiungendo al discepolo di predicare la sana dottrina – profetizza: “Verranno giorni, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole” (Tm 4, 3-4). Nella sua ultima intervista, critica con la Chiesa, Martini si è chiesto dove sono “uomini che ardono”, persone “che hanno fede come il centurione, entusiaste come Giovanni Battista, che osano il nuovo come Paolo, che sono fedeli come Maria di Magdala?”. Evidentemente non ne vede fra i suoi adepti, ma nella Chiesa ce ne sono tantissimi. Peccato che lui li abbia tanto combattuti, in qualche caso perfino portandoli davanti al suo Tribunale ecclesiastico. Sì, questa è la tolleranza dei tolleranti.
    Martini ha incredibilmente firmato la prefazione a un libro di Vito Mancuso che – scrive “Civiltà cattolica” – arriva “a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica”. Ma il cardinale incurante definì questo libro una “penetrazione coraggiosa” e si augurò che venisse “letto e meditato da tante persone” (del resto Mancuso definisce Martini “il mio padre spirituale”).
    Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura. Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista. “Il cardinale del dialogo”, come lo hanno chiamato Corriere e Repubblica.
    I giornali sono ammirati per le sue massime. Devo confessare che io le trovo terribilmente banali . Per esempio: “emerge il bisogno di impegno, senza lasciarci prendere dal disfattismo”. Sembra Napolitano. Grazie al cielo nella Chiesa ci sono tanti veri maestri di spiritualità e amore a Cristo.
    L’altro ritornello dei media è sull’erudizione biblica di Martini. Senz’altro vera. Ma a volte il buon Dio mostra un certo umorismo. E proprio venerdì, il giorno del trapasso di Martini, la liturgia proponeva una Parola di Dio che sembra la demolizione dell’erudizione e della “Cattedra dei non credenti” voluta da Martini, dove pontificavano Cacciari e altri geni simili.
    Scriveva dunque san Paolo che Cristo lo aveva mandato “ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: ‘Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti’. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? ” (1Cor 1, 17-25).
    E il Vangelo era quello delle dieci vergini, dove Gesù – ribaltando i criteri mondani – proclama “sagge” quelle che hanno conservato la fede fino alla fine e “stolte” quelle che l’hanno perduta.
    Spero che il cardinale abbia conservato la fede fino alla fine. Le esaltazioni di Scalfari, Dario Fo, “Il Manifesto”, Cacciari gli sono inutili davanti al Giudice dell’universo (se non saranno aggravanti). Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l’indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. E’ la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. E’ il vero amore. Tutto il resto è vanità.


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Cristianesimo "essenziale" o fede integrale?
    Domanda: Leggendo ogni tanto un po’ di teologia, sono venuto a sapere che nella teologia cattolica del XX secolo si è fatta strada, per motivi ecumenici, l’idea di un cristianesimo “essenziale” distinguibile da un cristianesimo da accettare nella sua interezza. A me sembra un’idea errata. Voi cosa ne pensate? (Filippo, Roma)

    Risponde Corrado Gnerre
    Caro lettore, inizio a risponderle con un esempio. Quando due persone non vanno d’accordo è da saggi proporre di pensare a ciò che è importante e di trascurare il superfluo. Le discussioni umane riguardano l’umano e, nell’ambito dell’umano, si può tendere alla verità ben sapendo che è difficilissimo raggiungere la verità tutt’intera. Questo però vale per le discussioni umane, ma non può e non deve valere per le questioni religiose, perché, in tal caso, non siamo più nell’ambito della verità umana, ma della Verità rivelata; quindi non più del tendere verso la verità, ma della conoscenza della Verità tutt’intera.
    Come lei dice bene, almeno dall’inizio del secolo XX nell’ambito di una certa teologia cattolica (dico “certa” perché non sempre coincide con la vera Teologia cattolica) si è fatta strada la cosiddetta teoria dell’“essenza del Cristianesimo”. Ovvero quella teoria secondo la quale il Cristianesimo sarebbe costituito da un’essenza e da elementi puramente accidentali, cioè meno importanti. Un po’ come la differenza tra la bistecca e l’insalata: la bistecca è la sostanza; l’insalata, il contorno. Insomma, questa teoria afferma che il Cristianesimo avrebbe un “cuore” che lo renderebbe tale e la semplice adesione a questa “essenza” basterebbe per definirsi cristiano.
    Ma per quale scopo questa certa teologia cattolica ha tenuto a lanciare una simile teoria? Per motivi ecumenici. È evidente che il dialogo con gli ortodossi e i protestanti, in tal modo, sarebbe molto più facile. Ma si tratterebbe di pura svendita e rinnegamento del patrimonio di verità del Cattolicesimo; il dialogo si deve fare nella verità non a discapito della verità.
    Ora, per capire quanto questa posizione sia sbagliata basterebbe ricordare il noto adagio “Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu”. Il bene, infatti, è nell’accettare la verità tutt’intera, perché nell’ambito della verità assoluta solo l’interezza conta.
    Ma adesso, caro Filippo, le offro qualche autorevole citazione con cui si può meglio capire quanto sbagliata sia questa teoria dell’“essenza del Cristianesimo”.
    Sant’Agostino, nel Commento al salmo 54 (precisamente al numero 19), afferma: «In molte cose (di fede) concordano con me; in alcune con me non concordano; ma per quelle poche cose in cui non convengono con me a nulla serve loro essere con me d’accordo in molte».
    Scrive Leone XIII nella sua Satis Cognitum: «Ripugna infatti alla ragione che anche in una sola cosa non si creda a Dio che parla. (…) Gli Ariani, i Montanisti, i Novaziani, i Quartodecimani, gli Eutichiani non avevano abbandonato in tutto la dottrina cattolica, ma solo questa o quella parte; e tuttavia è cosa nota che essi sono stati dichiarati eretici ed espulsi dal seno della Chiesa (…). Tale è infatti la natura della fede che essa non può sussistere se si ammette un dogma e se ne ripudia un altro. (…) Colui che anche in un sol punto non assente alle verità da Dio rivelate, ha perduto tutta la fede, perché ricusa di sottomettersi a Dio, somma Verità e motivo proprio della fede. (…) Perciò la Chiesa, memore del suo ufficio [di custodire il deposito della fede] non si è mai con ogni zelo e sforzo tanto affaticata come nel tutelare in ogni sua parte l’integrità della fede».
    Anche Benedetto XIV allude a questo errore, precisamente nella sua Ad Beatissimi Apostolorum Principis: «La Fede o si professa intera o punto non si professa, perché la natura della Fede è tale che essa non può sussistere se si ammette un dogma o se ne ripudia un altro, perché colui che anche su di un solo punto non assente alle verità da Dio rivelate, ha perduto tutta la Fede, poiché ricusa di sottomettersi a Dio, somma verità e motivo proprio della Fede».
    E anche il Magistero attuale lo ribadisce. Nell’udienza generale del 20 agosto del 1997, Giovanni Paolo II pronunciò delle parole che richiamano chiaramente la condanna di questo errore. Il Papa disse in quell’occasione: «Il Concilio esorta i fedeli a guardare a Maria, perché ne imitino la fede “verginalmente integra”, la speranza e la carità. Custodire l’integrità della fede rappresenta un compito impegnativo per la Chiesa chiamata ad una vigilanza costante, anche a costo di sacrifici e di lotte. Infatti, la fede della Chiesa è minacciata, non solo da coloro che respingono il messaggio del Vangelo, ma soprattutto da quanti, accogliendo soltanto una parte della verità rivelata, rifiutano di condividere in modo pieno l’intero patrimonio di fede della Sposa di Cristo. Tale tentazione, che troviamo sin dalle origini della Chiesa, continua purtroppo ad essere presente nella sua vita, spingendola ad accettare solo in parte la Rivelazione o a dare alla Parola di Dio un’interpretazione ristretta e personale, conforme alla mentalità dominante e ai desideri individuali.
    Avendo pienamente aderito alla Parola del Signore, Maria costituisce per la Chiesa un insuperabile modello di fede “verginalmente integra”, che accoglie con docilità e perseveranza tutta intera la Verità rivelata. E con la sua costante intercessione, ottiene alla Chiesa la luce della speranza e la fiamma della carità, virtù delle quali, nella sua vita terrena, è stata per tutti esempio ineguagliabile.”
    Penso, caro Filippo, che possa bastare…


    Martini, quello del dialogo
    di Paolo Maria Filipazzi
    Ha terminato il suo pellegrinaggio su questa terra Sua Eminenza Carlo Maria, cardinale di Santa Romana Chiesa Martini, arcivescovo emerito di Milano. Réquiem aetérnam, dona ei, Domine, et lux perpétua lùceat ei. Requiescat in pace. Amen.
    E’ quindi il momento di cercare di trarre un bilancio di un’epoca che si chiude. E non si può non partire da un fatto quantomeno curioso: in tempi calamitosi di relativismo ed anticlericalismo, i peana più squillanti in celebrazione del defunto Principe della Chiesa vengono da personalità atee, se non laiciste.
    A cosa deve questa popolarità presso i nemici della Chiesa e di Cristo (persino il Grande Oriente d’Italia lo ha celebrato!) uno che nella vita faceva il cardinale? Tutto ruota attorno ad una parolina magica: dialogo. Il cardinale Martini, come ben ricordato da Antonio Socci, dialogava con gli atei, collaborava con Ignazio Marino, medico abortista ed eutanasista, scriveva libri col filosofo marxista Massimo Cacciari, portava in palmo di mano Vito Mancuso, sedicente teologo che nega il peccato originale, e con ciò la ragione stessa di esistere del cristianesimo e della Chiesa. Benissimo a prima vista: è proprio del buon pastore di anime cercare le pecorelle smarrite per riportarle all’ovile. Ma non è un buon pastore quello che si perde assieme alle pecore. I risultati del “dialogo” portato avanti da Martini non si vedono da nessuna parte: non si ha notizia di conversioni dovute al suo ministero pastorale, almeno non fra gli intellettuali salottieri che amava frequentare. Del resto il suo grande amico Eugenio Scalfari ha rivelato compiaciuto: “Non ha mai tentato di convertirmi”. Appunto! Non penso sia necessario enumerare tutte le volte che Martini ha dato invece l’impressione di essersi convertito a qualcosa di non ben definito, ma che è ben diverso dal Cattolicesimo Romano: basta entrare in una qualunque libreria e sfogliare uno qualunque dei suoi vendutissimi volumi.
    Queste parole sembreranno dure, tipiche di quella Chiesa di cui Martini, in punto di morte, parlò con disprezzo dicendo che sembrava ferma a 200 anni fa. In realtà la Chiesa è ferma non a 200, ma a 2000 anni fa, è ferma alla Croce, è ferma al Mistero del Sepolcro, è ferma alla Sua Resurrezione. E da lì non si deve smuovere, perché è solo abbracciando quella Croce, genuflettendosi al cospetto del Risorto che ogni singolo uomo può sperare nella Redenzione dal peccato originale di cui è macchiato sin dal momento della sua nascita. Perché è solo Cristo che salva l’umanità dalla schiavitù del peccato, attraverso il Suo Corpo Mistico, la Chiesa da Lui fondata, il cui Capo Visibile è il Suo Vicario, il Vescovo di Roma. E il modo più alto di amare il prossimo è aiutarlo a trovare una piena comunione con Cristo e la Sua Chiesa. A questo serve il dialogo. Oggi però, sembra che il dialogo sia perseguito come fine a se stesso, quasi fosse un nuovo comandamento, un nuovo idolo pagano che cerca di spodestare il Cristo Re dal Suo Trono. Di questo secondo “dialogo” il cardinal Martini fu un campione, dialogando ad oltranza senza interessarsi dei frutti.
    Il “dialogo”, l’“apertura”, l’“accoglienza” di cui si nutre un certo para-cattolicesimo, ispirato e incoraggiato da figure come il Cardinal Martini, è fondato su di un equivoco truffaldino. Infatti, è un concetto elementare che il buon padre e la buona madre, se davvero amano il proprio figlio scellerato, non lo assecondino in ogni sua scelleratezza, ma gli parlino dicendogli la verità sulla sua condizione, anche se questo non è ciò che il figlio si vorrebbe sentir dire, perché solo in tal modo il figlio si redimerà. Il genitore che asseconda il figlio snaturato, lo rovina. Allo stesso modo, l’amore della Chiesa per i peccatori consiste nel testimoniare la Verità sempre e comunque, anche se quella Verità non può che dispiacere, perché è solo che abbracciando quella Verità che l’anima si salva. L’amore di Martini verso il peccatore ci sembra di natura assai diversa: con un vero e proprio “Magistero parallelo”, che portò alcuni osservatori a definirlo l’“Antipapa”, Martini ha per decenni cercato di blandire chi stava fuori dalla Chiesa, ne ha cercato l’approvazione e l’applauso, ha per tutto il suo cammino pastorale portato avanti un’idea che non abbiamo paura a definire folle: che fosse la Chiesa, in qualche modo, a dover prendere insegnamenti dal mondo. Non era il mondo per lui, a dover essere salvato dal Cristo per mezzo della sua Chiesa, ma era il mondo a dover salvare la Chiesa! Considerazioni mondane lo portavano a temere per una certa perdita di consensi, vedeva la Chiesa vilipesa a non se ne dava pace, e si illudeva che bastasse una sorta di “lifting” dottrinario per ristabilirei vecchi numeri.
    Ma Cristo, quando fondò la Chiesa, disse chiaro e tondo che le porte degli Inferi non avrebbero prevalso, disse senza possibilità di equivoci che lui non avrebbe portato ai suoi discepoli la pace, ma la Croce e la spada, e disse che il Regno dei Cieli sarebbe stato di chi sarebbe stato disprezzato, insultato e perseguitato per causa Sua. Ecco, in tutto il percorso del cardinal Martini c’è l’esatto contrario di questo: c’è il tentativo di sfuggire alla persecuzione, c’è il rifiuto di portare la Croce e impugnare la spada, c’è il dubbio che i cancelli degli Inferi potessero prevalere e l’idea che fosse più prudente accreditarsi presso di loro.

    Shots! #32
    di Krancic
    In 150 mila alle esequie di Martini: 100.000 laici agnostici progressisti e non credenti, 30.000 buddisti, animisti, ebrei, induisti e maomettani 10.000 atei, 9.000 massoni, 900 leonkavallini e 100 cattolici capitati in Duomo per caso.
    Shots! #32


    Contra factum non datur argumentum.
    Non ci risulta che la massoneria sia un'associazione amica della Chiesa Cattolica. Non è quindi senza significato il necrologio che pubblichiamo.

    Omaggio del Grand’Oriente al card. Martini
    “Un uomo di dialogo e di profonda cultura, che ha saputo parlare ai giovani ed è stato sempre aperto al confronto e al cambiamento. Una spiritualità forte, grande espressione della Chiesa-Parola, cioè di quel ‘kerigma’ che è oltre ogni struttura e convenzione”. Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, ricorda così il cardinale Carlo Maria Martini, morto oggi all’età di 85 anni.
    “Ha creduto nell’ecumenismo e nel dialogo con la società civile e con le altre religioni a cominciare dall’ebraismo – prosegue Raffi – e mancherà a credenti e non credenti la sua grande umanità e l’esempio di una riflessione che ha affrontato i grandi temi della vita umana. In ogni occasione – conclude il Gran Maestro – ha saputo sempre guardare l’altro negli occhi, cercando insieme la verità”.
    Roma, Villa il Vascello 31 agosto 2012



    Piccoli martiniani crescono….

    Il vescovo di Pavia è “in comunione di fede” con i musulmani
    di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro
    La notizia non è freschissima perché, a cercare bene, la si sarebbe trovata a pagina 3 del numero del 24 agosto del settimanale “Il Ticino”, organo della diocesi di Pavia. Non sarà freschissima, ma siccome nessuno l’ha portata in luce risulta nuova fiammante e, a voler rendere onore a quel mestieraccio che è il giornalismo, è anche enorme e può venire riassunta così: il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, è in comunione di fede con i musulmani. Parola sua.
    Perché non si tratta di una malevola interpretazione di un testo redatto in stile ambiguo che si presta a più letture e a più ermeneutiche. No, qui è tutto chiarissimo e precisissimo e di ermeneutica ce ne può essere una sola. Il messaggio che monsignor Giudici ha inviato alla “Guida della Comunità musulmana di Pavia” in occasione della fine del Ramadan finisce proprio così: «grati della Vostra testimonianza, ci sentiamo in comunione di fede e di preghiera». Purtroppo, questo gran finale, diciamo così iperecumenico, non si può neanche definire un colpo di scena poiché il testo del messaggio lo lascia presagire fin dall’inizio e durante tutto lo svolgimento.
    In poche righe, il pastore che dovrebbe aiutare i fedeli pavesi a conservare la fede cattolica è stato capace di infilare una discreta serie di quelle che, fino a poco tempo fa, si aveva la buona creanza di chiamare eresie. Leggere per credere: «Come Vescovo di questa comunità ecclesiale pavese, voglio esprimere a nome mio e della comunità sentimenti di vicinanza e di presenza alla Comunità musulmana pavese, in occasione della chiusura del mese sacro del Ramadan 2012. Sappiamo che avete celebrato la discesa celeste del Libro sacro del Corano, applicandovi a una lettura più intensa e pia della Parola di Dio e che avete offerto a Dio il sacrificio del vostro digiuno quotidiano. Grati della Vostra testimonianza, ci sentiamo in comunione di preghiera e di fede. Con stima, Giovanni Giudici, Vescovo di Pavia».
    Dal messaggio di Giovanni Giudici, Vescovo di Pavia, si evince che il Corano è un Libro sacro disceso dal Cielo. Dunque, se è di origine celeste deve per forza di cose contenere la Parola di Dio, parrebbe, proprio come il Vecchio e il Nuovo Testamento. Qui si ha il pudore di usare il condizionale “parrebbe”, ma le maiuscole profuse da monsignor Giudici inducono a far piazza pulita di ogni prudenza. Da non sottovalutare neppure l’apprezzamento dell’offerta a Dio del sacrificio quotidiano del digiuno da parte della comunità musulmana. Se monsignor Giudici crede ancora nel valore sacrificale della Messa, come dovrebbe fare qualsiasi cattolico, mette i brividi sentirlo usare lo stesso termine che definisce la rinnovazione del Sacrificio del Calvario e le pratiche di una religione che, non essendo vera, può solo essere falsa.
    Religione con la quale, se le parole e la sintassi hanno ancora un senso, il Vescovo di Pavia si sente in comunione. Rimane da rilevare che gli stessi sentimenti di vicinanza, di presenza, di stima e di comunione di preghiera e fede provati per i musulmani, monsignor Giudici non li prova per quei cattolici che mesi fa avevano intenzione di presentare a Pavia il libro di Roberto de Mattei sul Concilio Vaticano II. In quell’occasione, il Vescovo fu pronto e inflessibile nell’impedire l’associazione del nome e del marchio della sua diocesi all’iniziativa, forse troppo cattolica, tanto da metterlo in imbarazzo.
    Per comprendere giova ricordare che monsignore può essere definito una riuscitissima creatura del cardinale Martini, che nel 1991 lo volle vicario generale della sua diocesi. Insomma, l’albero ha dato i frutti che doveva dare. Non servono commenti. Solo la considerazione che, fino a qualche decennio fa, affermazioni come quelle del Vescovo di Pavia non sarebbero state permesse neppure a un chierichetto durante la gita parrocchiale.





    Gps cattolico


    E' ancara valido l'Extra Ecclesiam nulla salus?
    Domanda: Quando feci il catechismo ricordo che si diceva che al di fuori della Chiesa non vi è possibilità di salvezza. Ora sembra che nessuno più affermi una tal cosa. È cambiata la dottrina? Ma se è davvero cambiata, chi ci dice che ciò che si afferma oggi sia più vero rispetto a ciò che si affermava ai miei tempi? Aiutatemi a capire. (Maria Gabriella, Teramo)
    Risponde Corrado Gnerre
    Gentile Maria Gabriella, stia tranquilla. La dottrina cattolica non è affatto cambiata. Piuttosto si è da tempo diffusa, anche all’interno degli ambienti cattolici, una mentalità di tipo relativista (tutte le religioni sono buone).
    L’Extra Ecclesiam nulla salus è un’incontestabile verità di fede, è lo è perché è stata continuamente ripetuta dai Padri e dal Magistero. Di esempi se ne potrebbero fare tanti. Le cito Pio XII che dice: «Ora tra le cose che la Chiesa ha sempre predicate e che non cesserà mai dall’insegnare, vi è pure questa infallibile dichiarazione che dice che non vi è salvezza fuori della Chiesa» (Lettera al Sant’Officio, dell’8/11/1949). Queste parole sono importanti perché un papa dice chiaramente che la verità dell’Extra Ecclesiam nulla salus non solo sarà sempre insegnata ma è anche una dichiarazione infallibile.
    Il Beato Giovanni XXIII, il Papa del Concilio Vaticano II, dice: «(…) gli uomini possono sicuramente raggiungere la salvezza, solamente quando sono a lui [il Romano Pontefice] congiunti, poiché il Romano Pontefice è il Vicario di Cristo e rappresenta in terra la sua persona» (Omelia nel giorno della sua incoronazione, 4/11/1958). E lo stesso Concilio Vaticano II afferma: «Il santo Concilio (…) basandosi sulla sacra Scrittura e sulla Tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza» (Lumen gentium, 14).
    Poi, cara lettrice – diciamolo francamente – è un problema di logica. Se la Chiesa non fosse necessaria per la salvezza, quale sarebbe il motivo per cui Gesù ha comandato di andare fino agli estremi confini della Terra? (Mt. 16,15-16).
    Rimane però una domanda: ma chi si trova senza colpa personale fuori della Chiesa, può, per questo, essere condannato? La Chiesa Cattolica da sempre (non è una novità degli ultimi tempi) ha affermato che chi si trova fuori della Chiesa senza colpa, non può, per questo, essere condannato.
    S’ipotizzano due possibili “ignoranze”: la cosiddetta “dotta ignoranza” e la cosiddetta “ignoranza invincibile”. Per dotta ignoranza (significativa contraddizione: “dotta”/“ignoranza”) s’intende quella situazione in cui non si è mai ricevuto l’annuncio cristiano, per cui si è in uno stato d’ignoranza incolpevole, ma nello stesso tempo si desidera intimamente (ecco perché si parla d’ignoranza “dotta”) aderire alla Verità che purtroppo non si conosce.
    Per ignoranza invincibile s’intende invece quella situazione in cui si è ricevuto l’annuncio cristiano, ma lo stato d’ignoranza è tale (invincibile appunto) che non si può superare. Il beato Papa Pio IX, un papa non certo del periodo post-conciliare, afferma nell’enciclica Singolari quidam del 17/3/1856: «(…) nella Chiesa Cattolica, per il fatto che essa conserva il vero culto, vi è il santuario inviolabile della fede stessa, e il tempio di Dio, fuori del quale, salvo la scusa di una invincibile ignoranza, non si può sperare né la vita né la salvezza».
    Si presenta adesso una questione: se ci si può salvare perché senza colpa si è fuori della Chiesa Cattolica, allora viene meno il “Fuori della Chiesa non c’è salvezza”…
    E invece non c’è contraddizione. Condizione necessaria per far parte della Chiesa è ricevere il battesimo. Ma non esiste solo il “battesimo-di-acqua” (quello che viene amministrato ordinariamente), esistono anche il “battesimo-di-sangue” e il “battesimo-di-desiderio”. Il battesimo-di-sangue riguarda il martirio subìto senza che ancora si è ricevuto il Battesimo. Il battesimo-di-desiderio invece è quando un adulto in attesa di ricevere il battesimo dovesse morire improvvisamente.
    Prendiamo in considerazione quest’ultimo tipo di battesimo. Colui o colei che si trova nella situazione della dotta ignoranza o dell’ignoranza invincibile ha un desiderio di aderire al vero Dio; è un desiderio implicito e non esplicito, ma è ugualmente un desiderio. Dunque, non è formalmente nella Chiesa, ma lo è sostanzialmente. E lo è sostanzialmente grazie a una sorta di battesimo-di-desiderio.
    In questo modo viene tanto salvaguardato il principio giusto che possano salvarsi coloro che in buona fede non sono cattolici, quanto il principio dell’Extra Ecclesiam nulla salus. A proposito del desiderio implicito, Papa san Pio X, nel suo celebre Catechismo, dice: «Chi, trovandosi senza sua colpa, ossia in buona fede, fuori della Chiesa, avesse ricevuto il Battesimo, o ne avesse il desiderio almeno implicito; cercasse inoltre sinceramente la verità e compisse la volontà di Dio come meglio può; benché separato dal corpo della Chiesa, sarebbe unito all’anima di lei e quindi in via di salute».
    Rimane ancora un’altra questione: qual è il criterio che il Signore utilizza per capire se un’anima desidera davvero aderire a Lui? Vi è da dire che qui c’è molta confusione. Spesso si dice: se qualcuno senza colpa non è cattolico, è bene che pratichi “bene” la propria religione. Ciò è invece sbagliato.
    Se il desiderio implicito di aderire al vero Dio si deve esprimere con lo sforzo di praticare bene la propria (falsa) religione, allora ciò significherebbe che ogni religione è di per sé “via di salvezza”; e se così fosse, verrebbe meno l’esclusivismo salvifico della Redenzione di Cristo.
    Piuttosto il criterio è un altro: lo sforzo riguarda non la pratica della propria religione, ma l’adesione alla legge naturale. Certamente possono salvarsi anche i musulmani, gli induisti, i buddisti…se sono incolpevoli per il loro non essere cristiani, ma non grazie all’essere musulmani, induisti e buddisti, bensì malgrado siano musulmani, induisti, buddisti…o quant’altro.
    E' ancara valido l'Extra Ecclesiam nulla salus? - Radici Cristiane


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Morto Neil Armstrong, grande astronauta cristiano
    Con quella famosa frase, «questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità», Neil Armstrong è entrato nella storia; è stato, infatti, il primo essere umano a camminare su un corpo celeste extra terrestre. Ingegnere aeronautico statunitense, fu assunto alla NASA come aviatore e, nel 1962, fu selezionato come astronauta sempre dalla stessa agenzia spaziale. Il 25 agosto 2012, si è spento all’età di 82 anni a causa di alcune complicazioni cardiache.
    Armstrong divenne astronauta nell’epoca della grande “corsa allo spazio”, che vide fronteggiarsi le due superpotenze mondiali, Unione Sovietica e Stati Uniti, alla conquista dell’universo. La prima grande impresa fu compiuta dai russi nel 1961, quando Yuri Gagarin divenne il primo uomo a volare nello spazio. Al congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, l’allora premier dell’U.R.S.S., Nikita Kruscev, disse : “Gagarin è volato nello spazio, ma non ha trovato nessun Dio”. Kruscev considerava quel volo come una conferma della fondatezza dell’ateismo sovietico e dell’irragionevolezza delle religioni. Dopo il crollo della potenza sovietica, alcuni ex colleghi di Gagarin rivelarono che il cosmonauta era un cristiano ortodosso, e che aveva fatto battezzare una delle due figlie proprio alla vigilia del famoso viaggio. Mentre Kruscev, quindi, “esultava” per quella che, a suo dire, era la vittoria dell’ateismo sulla religione, Gagarin confidava ad alcuni colleghi che «chi non ha mai incontrato Dio sulla Terra, non lo incontrerà neppure nello spazio».
    Gagarin morì nel 1968, e non fece in tempo ad assistere all’impresa degli Stati Uniti che, non solo portarono un uomo nello spazio, ma gli diedero anche la possibilità di “passeggiare” su un corpo extraterrestre. E così, il 20 luglio 1969, la missione “Apollo XI” con la sua storica squadra (Armstrong, Aldrin e Collins), allunò sul suolo del nostro satellite; Armstrong fu il primo a toccare il suolo lunare e, davanti a milioni di telespettatori, pronunciò la storica frase.
    Neil Armstrong era un uomo profondamente religioso. Durante una visita a Gerusalemme, nel 1988, chiese a Thomas Friedman, professore di archeologia biblica, di portarlo in un luogo in cui poteva essere certo che Gesù avesse camminato. Una volta arrivato nei pressi dei resti delle scale del tempio costruito da Erode il Grande, Armstrong si raccolse in preghiera. Al termine della sua meditazione, si rivolse a Friedman : «Per me, aver camminato su queste scale, ha un significato maggiore dell’aver camminato sulla Luna».
    Da Gagarin ad Armostrong, fino ad arrivare a Paolo Nespoli, astronauta italiano che ha recentemente vissuto per sei mesi all’interno della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), a circa 500km dalla superficie del nostro pianeta (con tanto di saluto del Pontefice Benedetto XVI).
    Morto Neil Armstrong, grande astronauta cristiano | UCCR





    DON GIUSSANI E IL CARDINAL MARTINI. IL MONDO E LA CHIESA
    Sul quotidiano della Cei “Avvenire”, Marina Corradi – intervistando il cardinal Ruini – ha notato che su temi come fecondazione artificiale o unioni omosessuali, “Martini sembrava più aperto alle ragioni di certa cultura laica” e “ha espresso pubblicamente posizioni chiaramente lontane da quelle della Cei”.
    Il Cardinal Ruini ha risposto: “Non lo nego, come non nascondo che resto intimamente convinto della fondatezza delle posizioni della Cei, che sono anche quelle del magistero pontificio e hanno una profonda radice antropologica”.
    Una parola chiara da considerare bene, anche perché pronunciata dal cardinale che per decenni è stato – per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – il Vicario del Papa a Roma e la guida dei vescovi italiani (tuttora, pur in pensione, è uno dei più importanti collaboratori del Papa).
    Vorrei dare un piccolo contributo riportando qualche pagina di don Giussani, a cominciare da quella dove (significativamente!) colloca Martini nell’orizzonte teologico rahneriano, molto avversato dalla migliore teologia cattolica, e certamente estraneo alla tradizione ambrosiana all’interno della quale nasce Comunione e liberazione.
    1. DON GIUSSANI E IL CARDINAL MARTINI
    DA LUIGI GIUSSANI, “INTERVISTA SU COMUNIONE E LIBERAZIONE” (A CURA DI ROBI RONZA)
    “Con l’attuale presule, il cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini, le cose sono inevitabilmente cambiate per delle ragioni oggettive (il cardinale Martini ha percorso un itinerario spirituale e intellettuale suo). Con il cardinale Martini, infatti, il governo culturale e dottrinale della diocesi di Milano ha cominciato a muoversi nell’ambito di una scuola di pensiero teologico direi rahneriana. Stando così le cose, noi non possiamo che restare fedeli alla nostra identità ed alla tradizione cui sempre ci siamo riferiti con viva attenzione al nuovo, nella certezza che lo Spirito Santo saprà rendere fertile per la Chiesa la coesistenza a Milano e nella sua diocesi di due posizioni pur tra loro originalmente eterogenee.
    Un elemento di rilievo del nuovo pensiero teologico è anche un’accentuazione del ruolo della Chiesa locale che, mentre sottolinea giustamente l’importanza di un nesso organico tra tutte le esperienze ecclesiali nella vita della diocesi in unità col Vescovo, sembra esigere da esse una generale uniformità, intesa come condizione facilitante della loro convivenza e collaborazione; sembra esigere insomma un’omologazione che, tanto più nel nostro caso, è difficile da concepire”.
    2. DON GIUSSANI, LA MODERNITA’ E IL MODERNISMO
    DA DON LUIGI GIUSSANI: “L’IO, IL POTERE E LE OPERE” pagg. 205-207
    “Il mio parere – dice don Giussani – è che certa teologia cattolica ha assunto accenti protestanti.
    Da dove nasce questo spirito protestante? Dalla riduzione del cristianesimo a parola.
    Ora, anche il Vangelo di Giovanni dice: «In principio era la Parola», ma per dire che la Parola si è poi fatta carne.



    E, in effetti, il cristianesimo sorge con un uomo, con un fatto.
    C’è una bella frase di Dostoevskij: «Il fatto più drammatico è che Dio, il Mistero che fa tutte le cose, sia coinciso con un uomo».



    È diventato uomo – urla quasi don Giussani —, e da quel momento quel punto fisico si è dilatato nella storia. E la fisionomia di questo sviluppo si chiama Chiesa.



    Se il cristianesimo fosse solo Parola di fronte al problema «Qual è l’ultima cattedra per interpretare questa parola?» non si potrebbe che rispondere come ha risposto l’epoca moderna: la coscienza individuale. Questo è il protestantesimo.
    Ma se il cristianesimo è un fatto, l’ultima cattedra è un fatto umano: la Chiesa con la sua Autorità. Con ultimo garante il Papa. E se è così, tutti gli aspetti umani sono investiti, si intrecciano tra loro.
    Il cattolicesimo non si vive «da soli». Lo dico sempre ai ragazzi: io non posso barare con voi, ma neppure voi con me”.
    DA DON LUIGI GIUSSANI, IL SENSO DI DIO E L’UOMO MODERNO, P. 119
    (CAPITOLO PRIMO, LA PROTESTANTIZZAZIONE DEL CRISTIANESIMO)
    Il cristianesimo è entrato nel mondo per contestare quella rovina dell’uomo che si perpetra laddove l’uomo perde il nesso con Dio. Esso è l’annuncio del Dio fatto uomo, e dovrebbe costituire l’opposizione più determinante all’ostracizzazione odierna del rapporto con l’infinito dalle vicende della vita.
    Ricordiamo che Cristo disse prima di morire, pregando il Padre: «Non ti prego per il mondo». E intendeva con quest’espressione riferirsi non certo alla creazione che ci offre le stelle, il mare, la tenerezza e l’amore, ma alla realtà, che tristemente può comprendere anche le stelle, il mare, la tenerezza e l’amore, affrontata senza il rapporto ultimo col divino.
    Questo è il mondo per cui Cristo non prega: la realtà affrontata a prescindere da Dio; di fatto, una realtà così manipolata tenderebbe a distruggere quell’uomo che Cristo è venuto a salvare. Ma oggi il fatto cristiano si presenta nel mondo profondamente ridotto. Parlo di una riduzione del cristianesimo nel modo di vivere la sua natura. Il mio parere è che il cristianesimo del nostro tempo è stato come angustiato, debilitalo e affievolito da un influsso che potremmo definire «protestante».
    Ciò che sto per dire è una critica non tanto al mondo protestante, ma alla realtà cattolica, starei per dire all’intelligenza cattolica, che oggi si presenta gravemente protestantizzata. L’osservazione capitale che motiva tale giudizio sta nella riduzione del cristianesimo a «Parola» («Parola di Dio», «Evangelo», o semplicemente «Parola»). Ciò lascia spazio a conseguenze decisive per una cultura.
    1) Il soggettivismo Quella riduzione apre, dal punto di vista metodologico, ad un soggettivismo inevitabile che, da un punto di vista pratico, favorisce una sentimentalità e un pietismo. In questo modo la parola di Dio avrebbe come ultimo criterio interpretativo solo la coscienza personale: drammatica relativizzazione in cui ogni uomo è sorgente di verità, ultima cattedra e profeta di se stesso, alla mercé della sua sensibilità, del suo risentimento, dell’istante che vive.
    Tot capita, tot sententiae: tante teste, tanti pareri. Potrebbe anche essere uno slogan della libertà razionalista. Se si vuole un correttivo a quell’esasperato soggettivismo ci si affida agli esperti, agli ermeneuti della parola, agli esegeti. Ma non bastano gli intellettuali alla obbiettività necessaria. Così come, per salvare l’oggettività, non è sufficiente la comunità di base con il suo parere, e neanche quello della chiesa locale: Cristo non ha affidato a nessuna di queste entità, come tali, l’inequivocabile ultima oggettività della Sua guida.
    2) Il moralismo Se il cristianesimo è parola di Dio interpretata dalla coscienza individuale sorge un’ulteriore grave domanda. Il cristianesimo reso «parola» interpretabile dalla coscienza nel senso detto, quale comportamento suggerirà di fronte all’urto dei problemi umani personali o all’urgenza della realtà sociale? Come può quel soggettivismo estremo confrontarsi con la congerie di reclami formulati dalle sempre più complesse vicende della vita moderna?
    La risposta è purtroppo una: il comportamento dell’uomo necessariamente verrà guidato e identificato come valore dagli ideali che la cultura dominante approverà. La moralità è allora qualcosa che deriva dalle leggi del mondo, e dalla coerenza con una concezione della vita avallata dal potere e quindi riconosciuta dai più. Se il cristianesimo è ridotto a parola coincide con un’emozione della coscienza che ha il diritto di interpretarla, e tale coscienza non può disarticolarsi dal flusso di quei valori che sono più stimati nel momento storico in cui essa vive. Ecco allora che il comportamento più corretto e più dignitoso per l’uomo sarà immaginato secondo idee e convinzioni ritenute più urgenti dalla mentalità sociale al potere. Questa è la seconda mutilazione che offre al nostro tempo la realtà del cattolicesimo secondo una diffusa interpretazione. Un orizzonte morale reso angusto, per cui i parametri cui riferirsi sono quelli della concezione di vita dominante nella società in cui si è. Una riduzione della moralità a moralismo.
    3) Indebolimento dell’unità organica del fatto cristiano Diretta conseguenza della riduzione del cristianesimo a parola è anche lo sfuocarsi del nesso tra presente e passato, vale a dire lo sfuocarsi della unità comunitaria, organica, strutturale, propria di un fatto come quello cristiano. Si indebolisce il valore della storia, della tradizione e quindi di quella organicità dell’avvenimento cristiano che rende viva la vita della Chiesa. È come se un uomo adulto vivesse solo del presente, delle reazioni istintive o momentanee e obliterasse, per una strana malattia, o per una reazione negativa, il suo passato. Tale illanguidimento dello spessore storico e vitale del fatto cristiano arriva sino al tentativo di svuotare il più possibile di contenuto il nesso con il fattore garante di quella organicità unitaria di cui parlavamo pocanzi, cioè con il Vescovo di Roma, il Papa.
    In un certo allentarsi della sequela al Pontefice noto un altro riverbero di protestantesimo, che potremmo chiamare «congregazionalismo » — con un’espressione tratta dalla storia protestante — o «episcopalismo»: la chiesa locale cioè avrebbe capacità sufficienti e autonome di fondare il rapporto dell’uomo con il Cristo, con il divino.
    Il primato reale del Vescovo di Roma è rarefatto e con esso anche l’unico ancoraggio adeguato del rapporto con Dio, che è il mistero della Chiesa nella sua totalità.
    Già presentì questo pericolo Paolo VI, quando ancora era cardinale a Milano, e così si espresse in una lettera indirizzata al cardinal Cicognani prima dell’apertura del Concilio: «Questo Concilio dovrebbe, sempre al suo inizio, esprimere un atto unanime e felice di omaggio, fedeltà, amore ed obbedienza al Vicario di Cristo. Dopo la definizione del primato e dell’infallibilità del Papa, ci furono alcune defezioni, alcune incertezze e poi docili acquiescenze. Ora la Chiesa gode di riconoscere in Pietro e nel suo successore quella pienezza di poteri che sono il segreto della sua unità, della sua forza, della sua misteriosa capacità di sfidare il tempo e fare degli uomini una sola Chiesa. Perché il Concilio non lo deve dire? Perché il Concilio non esprime questa acquisita certezza? Perché, dovendo poi discutere i poteri episcopali, non allontana da sé ogni tentazione e dagli altri ogni dubbio che si possa momentaneamente rimettere in questione la sovrana grandezza e solidità di quella verità? Anche su questo punto basterebbe un atto semplice e breve, ma solenne e cordiale».
    Occorre fare una nota. Una chiesa «locale» non può stare di fronte e resistere ad una cultura dominante: può solo subirla. Una cultura può diventare dominante solo per valori che si pongano con forza o con pretesa di universalità. Una chiesa locale, proprio in quanto delimitata, non può che essere presa nel gioco mondano: i suoi valori universali sono solo quelli che essa attinge dalla «Catholica», come si espresse Giovanni Paolo II nel discorso alla Chiesa italiana riunita con i vescovi e i suoi rappresentanti a Loreto (1985).
    Ecco allora tre «cadute» che tendono a ridurre dall’interno il fatto cristiano, e in particolare il cattolicesimo, che lo smantellano dal di dentro, ne indeboliscono la lotta contro una mentalità per cui «Dio non c’entra con la vita». Sono, lo abbiamo visto, il soggettivismo di fronte al destino, come concezione e come prassi; una resa di fronte ai valori esaltati dalla cultura dominante; l’indebolimento dell’unità viva del popolo di Dio con la sua tradizione e attorno al capo garante che è il Vescovo di Roma .
    Si presenta così oggi svigorita l’organicità potente della Chiesa, quell’unità in cui sta il segno della presenza salvifica di Cristo. Diceva un teologo belga, Chantraine, scrivendo su un periodico: «Si è svuotata l’ontologia cristiana e sono rimaste solo le parole».


    Riceviamo da un nostro amico questa lettera inviata al Vescovo di Pavia, e la pubblichiamo, nella speranza di un chiaro e costruttivo confronto. Nella consapevolezza che il dialogo si costruisce nella chiarezza delle identità.
    Gent.mo Mons. Giovanni Giudici,
    leggo solo oggi dalla rete il seguente testo attribuito a Lei il 24.08.2012 da “Il Ticino”:
    “Come Vescovo di questa comunità ecclesiale pavese, voglio esprimere a nome mio e della comunità sentimenti di vicinanza e di presenza alla Comunità musulmana pavese, in occasione della chiusura del mese sacro del Ramadan 2012. Sappiamo che avete celebrato la discesa celeste del Libro sacro del Corano, applicandovi a una lettura più intensa e pia della Parola di Dio e che avete offerto a Dio il sacrificio del vostro digiuno quotidiano. Grati della Vostra testimonianza, ci sentiamo in comunione di preghiera e di fede. Con stima, Giovanni Giudici, Vescovo di Pavia”.
    Sono un semplice fedele che studia il catechismo e la Scrittura quando gli impegni di lavoro e di famiglia glielo permettono.
    Credo di comprendere la sua volontà di lavorare per una convivenza pacifica tra tutti, indipendentemente dalle loro radici, dalla loro cultura e dalla loro fede. Ma non riesco proprio a capire che bisogno c’era di creare dubbi, sconcerto e confusione nei credenti che sono a Lei affidati e anche in coloro che, essendo fuori dal cristianesimo, magari attendono che qualcuno sgombri loro i luoghi comuni e i pregiudizi.
    Il mese del Ramadan è sacro per i musulmani, non per noi, perché noi non celebriamo alcuna discesa di libro dal cielo: per noi è disceso Dio stesso, si è incarnato per annunciarci la figliolanza, testimoniarci la fratellanza e condurci alla verità e alla salvezza. Ed è pure morto per questo, come ha professato eroicamente una povera crista (mi passi il termine) detenuta in Pakistan: Asia Bibi.
    È evidente che tutto il creato è sacro e anche tutto il tempo è sacro: li ha creati Dio. Ma quando un vescovo usa il termine sacro dovrebbe essere cosciente del suo ministero e non applicare tale aggettivo in modo indiscriminato. Lei avrebbe dovuto scrivere: “il mese di Ramadan che per voi è sacro”. Nessuno si stupirà infatti se lei, l’anno prossimo, annuncerà ai suoi fedeli la “Quaresima 2013 che per noi è sacra”. Lo sa che questi prossimi giorni sono sacri per gli shintoisti i quali celebrano da ottocento anni i loro dèi nella festa d’Autunno? Si è ricordato alla fine di maggio di esprimere la comunione di fede con i nostri fratelli buddhisti per la loro importante festività di Vesak che celebra la vita del Buddha? Se per lei tutto è sacro allora in realtà niente è sacro.
    L’espressione Libro sacro, con la elle maiuscola, per noi cristiani ha un solo significato: indica la S. Bibbia, che non è un testo intraducibile e ininterpretabile disceso dal cielo ma una storia di salvezza scritta da molti autori ispirati nel corso del tempo, secondo le informazioni e le conoscenze di cui disponevano. Quando un vescovo (ma anche un cristiano qualsiasi) cita “Il Libro” può intendere un solo Libro e nessun altro. Molti fedeli (e non solo) avranno purtroppo creduto che - secondo Lei - un libro sacro vale l’altro e che la rivelazione cristiana è intercambiabile con quella mussulmana. Lei per caso recita come “Salmi” le sure del Corano? legge il Corano in Cattedrale? spero di no (per lei). Allora forse dovrebbe chiarire: il Corano per noi non è per nulla Parola di Dio. Come d’altra parte la Bibbia non è per nulla Parola di Dio secondo i mussulmani.
    Fin qui il testo ha solo peccati veniali. Ma l’espressione “in comunione di fede” significa - in lingua italiana - che la loro fede è anche la nostra fede. E questo mi sembra decisamente troppo. La loro fede è infatti diversissima dalla nostra fede. Il loro Dio nel Corano si presenta in modo molto diverso (e a tratti opposto) da come noi conosciamo il nostro Dio tramite Gesù Cristo. La loro nozione di Dio, di salvezza, di santità, di persona umana, di storia e di missione sono diversissime dalle nostre.
    Ci vuole spiegare su cosa si baserebbe questa comunione di fede di cui Lei parla? Il rispetto per le persone non ci obbliga a prendere per vero tutto quanto le altre persone ci presentano: questa è creduloneria. Io posso voler bene a chiunque senza accettare nulla di quanto l’altra persona fa o dice. Il card. Martini trattava anche con i terroristi. Ne devo dedurre che condivideva la loro fede?
    Lei ha il compito di confermare i fratelli nella fede, non di creare loro dubbi e confusione con affermazioni gratuite e infondate. Lei ha anche il mandato di andare e fare “discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28, 19). Come mai nella sua lettera a questi nostri fratelli non ha messo una qualche frase - bastava una - in cui descrive la propria gratitudine a Dio per averlo fatto cristiano? Non recita il “Ti adoro” la mattina?
    Cordialmente.
    Paolo Melacarne - Lodi.



    Eccellenza, e se parlasse «quando alle galline cresceranno i denti»?
    Autore: Mangiarotti, Don Gabriele
    “Come Vescovo di questa comunità ecclesiale pavese, voglio esprimere a nome mio e della comunità sentimenti di vicinanza e di presenza alla Comunità musulmana pavese, in occasione della chiusura dl mese sacro del Ramadan 2012. Sappiamo che avete celebrato la discesa celeste del Libro sacro del Corano, applicandovi a una lettura più intensa e pia della Parola di Dio e che avete offerto a Dio il sacrificio del vostro digiuno quotidiano. Grati della Vostra testimonianza, ci sentiamo in comunione di preghiera e di fede.
    Con stima, Giovanni Giudici, Vescovo di Pavia”.
    Un caro amico ricordava spesso che, per essere eretici, bisogna essere almeno un po’ intelligenti. Mi frullava in mente questo pensiero quando mi sono imbattuto in questa strabiliante lettera di Mons. Giudici, Vescovo di Pavia. All’inizio, in verità, ho pensato ad una “bufala”: una di quelle affermazioni che vengono inventate per screditare qualcuno (capita piuttosto spesso nel mondo dell’informazione). Poi mi sono reso conto che il testo corrisponde a verità. Infatti, sempre sul sito de “Il Ticino”, giornale della diocesi di Pavia, è riportato uno stralcio della conversazione tra un giornalista e Mons. Giudici.
    «In occasione della recente chiusura del Ramadan, lei ha inviato un messaggio alla comunità musulmana pavese ringraziandola per la lettura più intensa della Parola di Dio ed il sacrificio del digiuno quotidiano svolti in questo mese sacro, e sottolineando anche la "comunione di preghiera e di fede" che la unisce a noi cristiani. “L’ascolto della Parola, la preghiera e il digiuno, cioè il mettersi in discussione nelle proprie giornate per stare di fronte a Dio, sono fatti positivi. E’ importante guardare con attenzione a questi aspetti di una religiosità che costruisce l’uomo, pur dovendo spesso fare i conti con enormi difficoltà. Di fronte ad un mondo in cui c’è ancora tanta violenza, incapacità di collaborare e una continua contrapposizione, noi che siamo persone di fede sappiamo che il progetto di Dio su di noi e sulla società è diverso. Questo ci dà forza e coraggio. Il Dio che ci ha creati vuole fraternità. Ogni passo verso questi atteggiamenti è un gesto positivo”».
    Inoltre un tweet dello stesso Vescovo afferma: «Giovanni Giudici @vescovogiudici. La comunità musulmana conclude il Ramadan; mese sacro di lettura più intensa della Parola e di offerta del digiuno quotidiano. In comunione.»
    Comunione di preghiera e di fede? Forse bisognerebbe ritrovare il senso delle parole e anche la fierezza e il gusto della nostra fede cristiana! Come è possibile che «maestri della fede» sostengano posizioni così in contrasto con l’insegnamento della Chiesa? Come non preoccuparci per questo magistero parallelo, che comunica posizioni francamente eterodosse (oltre che superficiali e scioccamente buoniste), nell’illusione forse di essere ascoltato e di favorire il dialogo con gli altri? Che dialogo può esserci con chi non sa neppure chi è?
    Sempre sul sito de “Il Ticino”, si trova un articolo che rivela preoccupazione per il calo degli studenti delle superiori che scelgono di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. In effetti, che senso ha l’insegnamento di una materia che non ha più identità, per cui le religioni alla fine si equivalgono (tanto che il Corano è definito «Parola di Dio»); un insegnamento che non aiuta a leggere la drammaticità della realtà? Sono di questi giorni le notizie del barbaro assassinio dell’ambasciatore USA: oltre all’orrore del crimine, c’è lo sgomento per la rinuncia a quegli elementi di civiltà per cui ogni ambasciatore è sempre stato considerato “sacro”, nell’esercizio delle sue funzioni.
    Eccellenza, e se parlasse «quando alle galline cresceranno i denti»?



    Il falso e il vero Graal
    Domanda: Chi vi scrive è mamma di un ragazzo di quindici anni. Da tempo mio figlio legge libri sul Graal. Sfogliandoli, pero, mi sono accorta che sono testi impregnati di magia, esoterismo, occultismo e altre cose per nulla “serene”. Ma il Graal è o non è il calice che Gesù utilizzò nell’ultima cena? E, se sì, allora cosa c’entra con la magia? Chiaritemi le idee, così posso anche mettere in guardia mio figlio. (Elisabetta, Vercelli)

    Risponde Corrado Gnerre
    Gent.ma Elisabetta, molti sanno cosa sia il Graal, ma pochi ne conoscono il vero significato. Per Graal s’intende il calice che Gesù utilizzò nell’ultima cena, cioè quando istituì l’Eucaristia e trasformò il vino nel suo Sangue.
    Ma perché questo Graal è stato oggetto di numerose leggende? La risposta è duplice. Primo: perché il Graal è stato visto come l’oggetto “magico” per eccellenza. Secondo: perché è stato visto anche come l’oggetto “religioso” per eccellenza.
    Ovviamente si tratta di due convinzioni totalmente diverse. Quando si parla di “magia” s’intende una sorta di atteggiamento di “potere” con il quale l’uomo pretende mettersi al di sopra del divino; anzi, di divinizzare se stesso. Quando, invece, si parla di “religione” s’intende il contrario, un atteggiamento di “servizio” con il quale l’uomo, riconoscendosi creatura, si sottomette liberamente al divino.
    Nella tradizione tanto esoterica (la verità sarebbe nascosta e solo per pochi) quanto occultistica (la verità sarebbe il frutto del potere della mente) il Graal è stato visto come l’oggetto per eccellenza affinché l’uomo potesse impadronirsi dell’onniscienza e dell’immortalità; insomma, lo strumento per realizzare il desiderio dei desideri: la propria divinizzazione.
    In queste tradizioni (esoterica e occultistica) la figura di Gesù è stata spesso vista in chiave gnostica. Gesù sarebbe il modello da imitare, sì, ma non nel senso del Dio-fatto-uomo quanto dell’uomo-che-diventa-Dio. Il Verbo sarebbe quel divino buono che sarebbe presente a mo’ di scintilla in ogni uomo. Incarnandosi, questo Verbo avrebbe insegnato all’uomo come liberarsi, con le sue sole forze, senza la Grazia di Dio, dalla “prigionia” del corpo e quindi come spogliarsi del peso dell’individualità (l’apparente creaturalità) per riunirsi al divino originario. In tale prospettiva il Graal è una sorta di materializzazione di questa convinzione e di questa aspirazione.
    Ma, cara lettrice, abbiamo detto che il Graal può essere considerato anche in maniera totalmente diversa, come il segno che riconduce al vero senso della vita. Nel Graal il vino fu trasformato nel Sangue di Cristo, quel Sangue che è segno dell’Amore per eccellenza, dell’offerta di Dio all’uomo per la salvezza dell’uomo. Il Graal, quindi, è il segno del bisogno di Dio, di quanto l’uomo abbia avuto e abbia ancora necessità di Dio, e della sua Grazia.
    Cosa sarebbe la vita di ognuno di noi senza il Sangue di Cristo? In questa prospettiva il Graal è la vita; e la sua ricerca è il vero senso della vita. Nelle saghe bretoni per poter occupare l’ambito “Seggio del pericolo” occorre una condizione indispensabile: essere puri di cuore. Cioè per realizzare pienamente la vocazione fondamentale (la ricerca del Graal, che è la ricerca di Dio) non è necessario possedere tanto le capacità intellettuali quanto aprire il proprio cuore alla Grazia di Dio, e praticare l’esercizio della virtù. La vocazione fondamentale è il compito su cui l’uomo si gioca veramente tutto, non a caso il seggio è appunto chiamato il “Seggio del pericolo”.
    Cara Elisabetta, il fatto che suo figlio si sia appassionato a tutto ciò che parla del Graal non è preoccupante, anzi. Piuttosto si tratta di un interesse che va correttamente orientato. Provi a dirgli ciò che adesso le dirò. Il Graal non si sa dove sia ma si sa che è sempre presente. La teologia cattolica afferma che nel Sacrificio eucaristico il sacerdote agisce in persona Christi, il che vuol dire che ogni qualvolta il sacerdote consacra, le sue mani non sono più le sue mani ma le mani stesse di Cristo.
    Ciò vale anche per gli oggetti che sono utilizzati in questo sacrificio: il calice non è più quel calice che fu acquistato in un determinato negozio, ma diventa, in quel preciso momento, veramente, il Graal.



    Ogni uomo dovrebbe porsi dinanzi alla propria esistenza secondo il modello della stupenda figura di Parsifal. Interessa poco sapere della sua esistenza storica; interessa piuttosto tener presente che la sua vita è vera, in quanto vita offerta alla ricerca di ciò che rappresenta veramente il Tutto dell’esistenza umana.
    Parsifal è senz’altro un eroe antimoderno. Lo è perché sa che la vita va spesa non solo nella dimensione orizzontale (aiutare gli altri) che è pure importante, ma soprattutto in quella verticale. Parsifal sa bene che l’uomo, più che del cibo materiale, ha bisogno di ciò che davvero può riempire la sua esistenza: Dio, e la sua Grazia.


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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    La conversione cattolica dell’ex star di “Baywatch”, Donna D’Errico
    Già in altre occasioni abbiamo parlato di conversioni, di stravolgimenti in materia di fede che, però, si manifestano anche in molti altri ambiti della vita. In questo articolo si parlerà di un ennesimo caso, scelto dalla redazione come esempio e testimonianza di un evento non solo possibile, ma anche frequente.
    Donna D’Errico è un’attrice, conosciuta per aver posato, nel 1995, per la rivista Playboy, dunque per la successiva partecipazione alla serie televisiva Baywatch: in questo periodo sta invece partecipando alla produzione di un documentario sull’arca di Noè ed i recenti sospetti riguardo la presenza della stessa sul monte Ararat, in Turchia.
    La scelta è certamente dovuta al fascino su di lei esercitato dal racconto biblico fin da quando era bambina, come ha raccontato. Ma soprattutto ad un cambiamento radicale nella sua vita: la conversione al cattolicesimo, tanto da considerarsi ora “totalmente religiosa” (e sottolinea che si può essere religiosi o non esserlo, ovvero che termini quali “spirituale” non hanno alcun significato), va a messa tutte le domeniche e recita il rosario tutte le sere con i suoi figli prima di andare a dormire.
    Il suo passato nella rivista di Playboy è ora visto dalla donna come un errore, un periodo al quale ha ormai chiuso la porta. «Mi sembra di essere stata un’altra persona. Una persona che non è ciò che sono oggi», ha dichiarato Donna D’Errico.
    La sua storia richiama inevitabilmente alla mente quella di Claudia Koll, nota attrice italiana, inizialmente coinvolta in film erotici diretti da Tinto Brass, e poi convertitasi alla fede cattolica.



    Chi ha paura dell’aldilà?
    di Costanza Miriano
    Vorrei evitare di tesserarmi anche io per lo sport nazionale – il tiro alla Chiesa – e lungi da me l’intento di criticare. Ma mi chiedo perché alcuni sacerdoti, non sta a me dire se siano la maggioranza o la minoranza, evitino di parlare ai fedeli di inferno, purgatorio, paradiso. Cioè della nostra destinazione ultima.
    Ho troppo rispetto per loro per pensare che non ci credano, loro per primi, ai novissimi. Preferisco pensare che lo facciano per non allontanare, scandalizzare, anche un po’ per compensare quella che per lungo tempo è stata la tendenza opposta, cioè spaventare i fedeli con l’immagine di un Dio crudele e vendicativo, pronto a sbatterci all’inferno al primo sgarro.
    Il colore spirituale degli ultimi tempi è invece quello della misericordia, della tenerezza di un Dio che, tra tanti altri, Teresa di Lisieux, fatta da Giovanni Paolo II dottore della Chiesa, ci ha insegnato a conoscere (con santa Faustina, san Massimiliano Kolbe, Margherita Maria Alacoque, madre Speranza e tutti i santi dell’ultimo secolo). Questo è un dono che la Chiesa ci ha fatto, insegnarci a chiamare Dio “babbo”, abbà, come faceva Gesù, toglierci la paura, incitarci ad essere veramente liberi, e non schiavi del terrore delle pene.
    Ma la misericordia ha ragione di esistere solo se qualcosa è stato perdonato. La misericordia non è indifferenza. Io posso apprezzare la misericordia solo se mi rendo davvero, profondamente conto di quello che meriterei. La misericordia non è dire “è tutto uguale, non fa niente quello che hai fatto”. Ha senso solo se ci si confronta onestamente col Vangelo, ci si rende conto di quanto se ne è lontani, e si comincia a temere il giudizio di Dio. Allora la misericordia è dolce come un unguento su una ferita.
    Sono sicura che i sacerdoti che si inventano un’escatologia tutta loro – tipo “l’inferno è vuoto”, o “l’inferno è una metafora” – lo facciano con le migliori intenzioni. Ne sono certa onestamente. Vogliono mostrare il volto amorevole di Dio. Ma mi chiedo se sia questo il modo giusto.
    Me lo chiedo osservando i bambini, che sono molto seri quando si parla loro di morte e di destino ultraterreno. Mia figlia Lavinia se mi sfugge la locuzione “lo giuro” scoppia a piangere, per paura che io vada all’inferno (infatti ho espulso l’espressione dal mio vocabolario). Gesù ha detto che non si fa, e se lo fai sbagli, punto e basta.
    Credo di dover imparare parecchio dalla serietà dei bambini, dai miei e da quelli degli altri. Domenica al battesimo della mia nipotina Teresa il parroco (il mio vecchio parroco, quello che mi ha fatto la dottrina da piccola) ha spiegato cosa stava facendo, stava introducendo Teresa alla vita dello spirito, facendola rinascere dall’alto, per opera dello Spirito Santo. I bambini lo ascoltavano rapiti, a bocca aperta. Percepivano che si stava parlando di cose grosse, percepivano la serietà del momento, e sono rimasti incantati. Fino a quel momento la piccola Teresa era solo una figlia dell’uomo, destinata alla morte. Poi le è stato concesso di diventare figlia di Dio, e le è stata data la possibilità di salvarsi per sempre, e di arrivare alla felicità eterna. La quale non si conquista facendo la raccolta differenziata, comportandosi vagamente bene ed essendo bravi cittadini, ma solo entrando a far parte del corpo mistico di Cristo, colui che ci giustifica.
    “Mi sono spiegazzato?” diceva sempre, a catechismo, il nostro don Ignazio quando le cose si facevano davvero molto serie, e bisognava aguzzare le orecchie. Ecco, questo era uno di quei momenti, e i bambini se ne sono accorti. Credo che anche i grandi potrebbero tornare bambini, in senso evangelico, se qualcuno in più avesse il coraggio di dire le cose come stanno.
    Chi ha paura dell’aldilà? | Il blog di Costanza Miriano

    Intervista di Camillo Langone per il quotidiano LIBERO del 20 settembre 2012
    di Camillo Langone
    I libri di Costanza Miriano non sono un consiglio ma un augurio. Spesso gli amici mi chiedono di consigliare loro quello che definiscono un “buon libro”, mettendomi in imbarazzo perché ognuno ha i suoi gusti e i miei non sono esattamente quelli correnti: non leggo gialli né sfumature né amici di Fabio Fazio. Ma quando ho la ventura di incappare in un “libro buono” (cambiando posizione all’aggettivo cambia tutto, fateci caso) non mi limito a suggerirlo pacatamente e mi spingo fino ad augurarlo di cuore. Auguro a tutti i lettori, uomini e donne, di leggere “Sposala e muori per lei” (Sonzogno).
    E di incontrare persone che lo abbiano letto: sono pagine di una saggezza e di una dolcezza contagiose e chiunque, in un mondo infestato da saccenti-competitivi, vorrebbe avere al proprio fianco qualcuno che sia al contempo saggio e dolce.
    Intervistare l’autrice, manco a dirlo, è un piacere.
    Il titolo del libro lo fa supporre dedicato agli uomini ma non temi che alla fine sarà letto solo dalle donne? A noi maschietti l’esaltazione del matrimonio turba.
    Agli uomini non piace parlare di sentimenti. Sono concreti, parlano per comunicare informazioni, non per discettare, sfogarsi o spaccare il capello come facciamo noi. Io vi amo proprio per questo. Ma che agli uomini non interessi l’amore eterno non lo credo. Se la donna rende lo stare vicino a lei un paradiso l’uomo non se ne stanca mai.
    Anche per questo secondo libro hai scelto come titolista san Paolo, ma perfino le cattoliche più praticanti non ne vogliono sapere della Lettera agli Efesini e del suo invito alla sottomissione femminile.
    San Paolo lo capisce solo chi capisce il battesimo, che è sostanzialmente far morire la nostra umanità per far agire la grazia, farsi piccoli, lasciarsi trasformare da Dio. È il mistero grande di Cristo che muore per la Chiesa. Perché doveva morire anziché venire comodo comodo, su un trono scintillante? Se uno non capisce questo non capisce niente di san Paolo e si offende a sentir parlare di sottomissione.
    Cosa rispondi a chi, ignorante di Antico Testamento, ti accusa di una visione coranica della donna?
    Confesso: non so quasi niente del Corano, e non mi interessa. Se però ti riferisci a una donna priva di libertà dico che la differenza sta proprio nella libertà. La Verità vi farà liberi. La Bibbia ci dice la verità su di noi. La verità della donna è che è bello per lei scegliere di obbedire a qualcuno che stima, quando appunto è una scelta. La pacifica, la rende felice. E l’uomo a cui lei obbedisce, poi, dà la vita per lei. Non c’entra niente con la logica di chi comanda: è un fare a gara nello spendersi.
    Il libro precedente (“Sposati e sii sottomessa”, Vallecchi) più che una questione di copie è stata una questione di coppie. E’ vero che ha salvato matrimoni?
    E’ vero, diverse persone mi hanno scritto che il loro matrimonio ha cambiato marcia. Quando la donna si arrende cade la barriera del sospetto reciproco e si entra in una dinamica tutta nuova. Ci sono donne che avevano portato le carte dall’avvocato e poi leggendo il mio libro hanno fermato tutto.
    E col nuovo libro quali risultati speri di ottenere?
    Mi piacerebbe che le donne convinte dal primo a essere accoglienti riescano a dire ai propri uomini come essere virili. Siccome gli uomini non ascoltano i predicozzi delle donne, c’è solo un modo per far arrivare il messaggio: mostrarsi belle, lasciarsi inseguire con la propria bellezza. Per gli uomini stare vicino a noi dev’essere piacevole e così, senza richieste, prediche, musi, scenate, si compiranno i nostri desideri. Anche se il come e il quando non possiamo deciderlo noi perché non siamo noi gli arbitri della realtà.
    C’è un capitolo intitolato “Cos’è davvero la virilità”. Al lettore maschio, ovviamente interessatissimo all’argomento, puoi sintetizzarlo in due righe?
    La virilità è la capacità che deve avere l’uomo di prendere su di sé i colpi della vita, a difesa di coloro che gli sono affidati. È la capacità di morire a sé stesso per far vivere gli altri. Il massimo della virilità è Gesù.



    Preghiera
    di Camillo Langone
    Ad Alessandro Sallusti che ha pubblicato l’articolo antiabortista valido 14 mesi di carcere, e a Renato Farina che quell’articolo ha scritto, non le mie parole, che contano zero, ma quelle di Dio: “Prima di formarti, nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato”. Dio consacra le creature già nel grembo materno e per questo il codice di diritto canonico scomunica i responsabili di aborto, per questo il Concilio nella “Gaudium et spes” definisce l’aborto “abominevole delitto”. Non importa che quel morto di sonno del cardinale Bagnasco stia tacendo di fronte a qualcosa che insieme alla libertà di espressione aggredisce la libertà di religione (forse non ci ha fatto caso, forse era troppo impegnato a perorare un Monti bis). Non importa che la gerarchia ecclesiastica si renda colpevole di omissione e che il fronte della libertà sia già pieno di crepe (i distinguisti, gli antivittimisti, i cercatori di peli nell’uovo, gli elegantoni che avrebbero usato altri toni…). E chiaramente non importa che i tifosi della morte vi vogliano ingabbiati o ammutoliti. Importa che Dio sia con voi, ovunque voi siate e sarete.

    Quel Dio che ti spezza le ossa. Che atterra e suscita.
    Roma. Mi telefona un mio antico amico. Mi dice che il padre finalmente si è alzato dal letto dopo tre mesi di immobilità assoluta, ed è sulla sedia a rotelle adesso. Era stato investito con la moto o forse no, non si sa che è successo, fatto sta che lo trovarono per strada tutto spezzato e privo di sensi.
    Mi dice l’amico: “Oggi mio padre ha voluto lo lasciassi nella cappella della clinica, a pregare. Io non capisco: mio padre che prega?? E da quando? Mai visto un gesto religioso da lui. Ma che è successo!”.
    Eh amico mio, che è successo dice… è successo che Dio, il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, il padrone della vita e della morte, della salute e della malattia… per farsi accorgere della sua presenza, in un atto d’amore e d’imperio come successe con Paolo prima e con tuo padre ora, lo ha gettato al suolo, spezzandolo e piegandolo. Convertendolo. Tre mesi di immobilità gli guadagneranno l’eternità, venti ossa spezzate avranno la forza di far risorgere la sua carne come corpo glorioso. N’è valsa la pena! Ha amato questo padre sino a tal punto, imponendogli la salvezza, a qualsiasi costo. Sia lode a Dio!
    “Esulteranno le ossa che hai spezzato” (Miserere)
    Quel Dio che ti spezza le ossa. Che atterra e suscita. | La cuccia del Mastino

    Senza aggredire le tenebre… Una lunga chiacchierata con Vittorio Messori.
    Intervista di Antonio Margheriti Mastino &Claudia Cirami
    FRANCESCO NON ERA ANIMALISTA.
    Lei scrive: “C’è una sorta di nascosta (ma non troppo) «storia parallela» in cui a ogni tappa della vicenda umana se ne affianca, discretamente, un’altra. Quella dove la Vergine svolge il compito affidatole dal Figlio sulla croce: essere madre di tutti gli uomini e stare accanto a loro nel momento della prova”(p. 21). E’ la sua risposta a quei “cattolici adulti” che la Madre di Dio, dal delirio del post-concilio in poi, la vorrebbero volentieri liquidare, soprattutto quando il suo culto cozza con le loro convinzioni di “maggiorenni nella fede”?
    La rimando al libro che scrissi a due mani con Rino Camilleri, Gli occhi di Maria, alla seconda parte del volume, che è la mia. Li si trova conferma che a ogni svolta cruciale della storia umana, Maria interviene a svolgere il suo ruolo di Madre: a confortarci, tranquillizzarci, indicarci vie d’uscita. D’altro canto Lourdes è un caso esemplare: nel momento in cui iniziano e trionfano le ideologie che devasteranno il mondo, nell’attimo in cui i profeti della “morte di Dio” vengono allo scoperto, in quel momento lì, appare l’Immacolata Concezione. E appare a chi? All’ultima degli ultimi, a una contadina analfabeta.
    …Ed ecco la risposta a quei “primi della classe” dei sedicenti cattolici adulti (a parafrasare lo slogan illuminista dell’uomo diventato finalmente “maggiorenne”) e perciò affrancati dall’insegnamento della Madre Chiesa: la docile “contadina analfabeta”.
    Che i cattolici adulti studino, ci pensino, e soprattutto recuperino la prospettiva cattolica. Ho sperimentato personalmente la validità di quanto Pascal disse: “Le cose sono vere o false a seconda del punto di vista da cui le si guarda”. Io l’ho constatato nel mio passaggio – non voluto, in qualche modo obbligato da una forza a cui non potevo resistere nonostante la mia opposizione – al cattolicesimo: mi è stato cambiato il punto di vista. Dal punto di vista mio, di discepolo degli azionisti torinesi, Lourdes “è una fogna”, è un posto “repellente”, di kitsch, di pretacci sudati. Però questa stessa realtà cade se cambi angolazione: se la vedi nella prospettiva evangelica, cristiana, tutto muta.
    Lei spiega “Non capiremmo il significato intero di Lourdes se aderissimo solo a quanto è passato nell’immaginario comune: un grande lazzaretto, dove pochissimi sono guariti e gli altri tornano a casa con le loro malattie” (p. 25-26). Lourdes non solo, dunque, come luogo del corpo, ma soprattutto come luogo dell’anima.
    Ma, secondo lei, se la gerarchia ecclesiastica insistesse di più su questo punto non sarebbe meglio? Non si potrebbe così superare quell’apparenza da istituzione filantropica che certa Chiesa si è data negli ultimi tempi?… filantropia pelosa e certe volte sembra pure un po’ a-tea? Certa Chiesa più attenta ai bisogni del corpo che dell’anima, quando le due cose non vengono addirittura contrapposte come alternative; e di poi prendersi il vizio di parlare non più in prospettiva evangelica ma per categorie sociologiche intervenendo su temi sociali, spesso tacendo – con l’eccezione del Papa e di pochi altri – sull’essenziale…
    E’ il cosiddetto cristianesimo secondario, del “fare”. Ma come ho già detto il problema dei problemi è lo svanire della fede. Succede che quando un prete, religioso o cattolico sociologico perde la fede, necessariamente si butta sul sociale; nel senso che cerca in un qualche modo di vivere i valori etici cattolici senza più credere alla verità dei vangeli.
    …Dicevamo anche di Lourdes come “lazzaretto”…
    Mah… io direi questo: è successo a Lourdes quel che è capitato pure al povero san Francesco, che come sapete è stato manipolato in tutti i modi. Lo abbiamo visto diventare, suo malgrado, animalista, verde, ecologista, un apostolo del volemmose bbene e così via. Invece è tutto il contrario…
    E’, come direbbe Ida Magli, “l’uomo della penitenza”…
    … a pensare seriamente la storia capisci come stanno veramente le cose. Questo santo abusivamente ridotto ad animalista e “protettore degli animali”… A proposito di san Francesco presunto zoofilo, ebbene, se io apro il suo Cantico delle creature, il “mii Signore” viene ringraziato per tutto, ma non v’è alcun cenno agli animali, li ignora!
    E qui però le piazzo il “lupo di Gubbio”.
    Ma andiamo a vedere come è andata veramente. Quel lupo a Gubbio c’era davvero, e la gente lo temeva, ne temeva le aggressioni, ma soprattutto le razzie di pollame. Francesco non fa altro – e magari gli tremavano anche le gambe perché conosceva la ferocia di quel lupo – che tentare di avvicinarlo per ammansirlo e miracolosamente ci riesce. Ma questo non è un fatto di zoofilia, semmai ha rubato un po’ il mestiere al domatore del circo.
    E dunque che collegamento c’è con Lourdes e i suoi “lazzaretti”?
    A Lourdes c’è stato un equivoco simile a quello del Cantico dei cantici. La Madonna a Lourdes non parla di malati, tantomeno dice che si lì guariranno dai mali fisici. Parla sempre e solo di “peccatori”. Parla del “male” sì, ma di quello radicale, dal quale veniva poi anche il male fisico. Tuttavia si è sparsa la voce che lì guarivano i malati, onde le turbe di pellegrini, che spesso andavano via con grandi delusioni. E certe volte con nel cuore la domanda sempre in agguato “perché a quello sì e a me no?”…
    IO SONO SEGUACE DELLA TEOLOGIA DEL TORTELLINO, SPIRITUALISTA SARÀ LEI!
    E’ qua il punto. Noi siamo proprio perplessi dinanzi alla sua convinzione che – a quanto scrive – se un giorno la scienza dicesse che i miracoli di Lourdes hanno una spiegazione naturale, non cambierebbe nulla sulla verità delle apparizioni, potrebbe sussistere anche senza i suoi miracoli.
    Certamente!
    Non le sembra un cedimento ingenuo verso un certo spiritualismo, un peccato di ottimismo?
    [e qui un il Nostro un po' si indigna] Ma neanche per sogno!! Io sono un seguace delle teologia del tortellino del mio amico cardinale Biffi: se io mangio i tortellini sapendo che dopo la morte c’è la vita eterna, i tortelli sono più buoni, che non mangiandoli sapendo che dopo la mia morte c’è il nulla. Ragion per cui se lei mi dà dello “spiritualista” prendo e tronco qui la conversazione… [ma stavolta lo dice sorridendo] e “spiritualista” sarà lei!
    Ad ogni modo, lo si diceva prima, Lourdes è inestricabilmente anche la sua “materialità”. Senza la quale, sarebbe molto più vicina, a nostro parere, a una suggestione lontana, poco attraente, una grande delusione.
    Io l’ho sempre ripetuto: che il Vangelo è un sano materialismo. Il cristiano è un materialista, perché non gli interessa di salvare solo l’anima, per questo basta un Platone qualunque: io, cristiano, voglio salvarmi in quell’amalgama indivisibile che è costituita da anima e corpo, spirito e materia; io credo nel Vangelo perché mi promette una resurrezione anche materiale. Quindi non sono sospettabile di “spiritualismo”, come insinuate voi!
    Dice Bernadette: “La Santa Vergine mi ha chiesto di dirvelo, non di convincervi”. E’ questo che troviamo nel suo ultimo lavoro? Lei dice infatti che basta…
    [interrompe] …No no… ma torniamo al discorso di prima sui “miracoli”, non mi si dà impunemente dello “spiritualista”… per poi passare ad altro…
    E allora fiat! Diciamola tutta. La nostra domanda resta: passi la “materialità” del Vangelo, ma qui il problema è che, sentendo le sue parole, comincia a scarseggiare la “materialità” di Lourdes… questa Lourdes che sopravvivrebbe pure “senza miracoli”… Inimmaginabile!
    Lourdes è sì un grande “lazzaretto”, ma è un grande lazzaretto di peccatori. Se non vogliamo avere davvero una mentalità grettamente materialista, nel senso più volgare, dobbiamo renderci conto che “la malattia e la morte sono entrate nel mondo”, dice la Genesi, a causa del peccato. Allora a monte di tutto c’è il peccato, e Lourdes è sì una grande piscina, ma per lavarsi dalle colpe. Per questa ragione io dico sempre che, basta volerlo, “da Lourdes tutti tornano guariti”, perché la guarigione che offre è proprio quella radicale, a monte che dicevamo: dal peccato. Se tu da Lourdes torni non guarito, come avviene per la stragrande maggioranza delle persone, ma hai recuperato quella che è la prospettiva cristiana sul male e sul dolore, in qualche modo sei già guarito. In una prospettiva laica il dolore è qualcosa di abietto, dal quale sfuggire in tutti i modi; in una prospettiva cristiana il dolore è un mistero ma non è uno scandalo.
    Come concludiamo sull’affaire miracoli di Lourdes?
    Che la parola ultima sulla verità di Lourdes la dicono gli storici, non la dicono i medici. Perché la medicina non è affatto una scienza esatta, la quale può dimostrare che ciò che era inspiegabile un tempo in realtà è spiegabilissimo oggi. Per questo non sono affatto i miracoli corporali il nocciolo di Lourdes. Mentre invece è una scienza esatta la storia quando si parla solo sui documenti. Allora io non mi sono occupato di miracoli, ho lavorato da storico, ho cercato di certificare che la sola testimone ha detto il vero. Sono contentissimo se ci sono anche i miracoli, i quali però sono solo il sigillo, la conferma ulteriore, su quello che Bernadette ci ha narrato.
    Gesù guariva i malati, i vangeli sono costellati di suoi prodigi.
    Mica tanto. Gesù stesso dice a chi gli chiede dei “segni”, dei miracoli appunto, “ah voi credete se vedete dei miracoli… ma io questo non ve lo concederò”. E infatti Gesù ha guarito soltanto occasionalmente alcune persone, ma tutti gli altri bisognosi che gli ruotavano intorno lui non li ha guariti. Le rare volte che l’ha fatto è perché era necessario ci fossero dei prodigi che fungessero da sigillo di garanzia sul fatto che la sua predicazione veniva davvero dal cielo.
    L’ACQUA DI LOURDES NON HA GUARITO BERNADETTE
    Ma del resto la descrizione dell’ambiente da cui proviene Bernadette è toccante: genitori con una pessima fama (non del tutto meritata), abitazione fatiscente, scarsità di cibo, impossibilità di frequentare la scuola a causa della povertà. Sembra “La piccola fiammiferaia” : ultima tra gli ultimi. L’interesse della Vergine per lei, però, è di tipo spirituale, non materiale. Le regala se stessa: ed è tutto. E Bernadette, che confida in Dio e si abbandona alla sua volontà, avrà il necessario per tutta la sua vita. Bernadette resta povera, resta ignorante…
    … E resta anche malata! L’acqua di Lourdes non ha guarito Bernadette, la Madonna non ha risolto i suoi problemi economici, non l’ha sfamata, ma ha confermato la sua prospettiva di fede.
    Eppure, proprio qui ci sembra stia il modello di come il mondo ecclesiale potrebbe andare incontro alle antiche e nuove povertà… Ma poi: che significa quel “confermata nella sua prospettiva”?
    Bernadette non sapeva niente di niente, il suo confessore rimase spaventato dal primo incontro, perché constatava che questa ragazzina non aveva neppure sentore della stessa verità fondante del cristianesimo, cioè la Trinità. Bernadette non ne aveva mai sentito parlare. Questo per dirvi a che livelli era la sua ignoranza religiosa. Eppure era naturaliter catholica, aveva una prospettiva di fede che permeava la sua vita. E la Madonna è venuta e gliel’ha confermata questa prospettiva, ma le ha lasciato solo questa, non ci ha aggiunto dei soldi, delle medicine, non l’ha guarita con l’acqua della sorgente.
    Morale?
    C’è un altro dato che non si considera, e che mi riferiva il mio amico direttore dell’Ufficio Medico di Lourdes, il dott. De Francisci, che è un italiano. La gente non va più tanto a denunciare al Bureau le avvenute guarigioni “perché ha paura che poi la facciamo ritornare, per le commissioni mediche, gli esami scientifici, le testimonianze, per una questione burocratica insomma… ed è così che la gente ha smesso di denunciare questi fatti”. E la morale è questa: anche se i miracoli non aumentassero, se diminuissero persino, bastano e avanzano comunque. Perché, ripetiamolo, Lourdes non è sorta per guarire i mali fisici, ma per guarire il Male, dal quale tutti gli altri mali derivano: il peccato. I miracoli che ci son stati sono più che sufficienti come sigillo di garanzia per le verità che Bernadette ci ha raccontato.
    IO, MESSORI, NON HO FATTO CARRIERA USANDO IL NOME DI GESÙ
    Dopo quei 18 incontri con la Madre di Dio, Bernadette dice di essere ora “come tutti gli altri” perché è terminato “il compito” che le era stato affidato. Ricorda Madre Teresa di Calcutta che si definì una “matita nelle mani di Dio”. Ma un apologeta come lei – con tanti libri di successo, riconoscimenti e lo status di scrittore cattolico tra i più noti al mondo – si sente “come tutti gli altri” e solo una “matita” al servizio di Dio? Dopo il grande successo del suo primo libro Ipotesi su Gesù, un vero caso editoriale da primato conteso solo a Il Nome della Rosa, lei tacque per sette anni. A chi gliene chiedeva ragione lei rispondeva: “Non voglio fare carriera usando il nome di Gesù”.
    Ed è vero!
    Poi però… ha riparlato, riscritto anzi, seppure con lentezza, non lasciando più il tema “Gesù”: con grossi riscontri di lettori e, siamo sinceri, seminando anche molte conversioni. E al contempo ha fatto, in certo senso, “carriera”.
    Siete fuori strada: credo che proprio di questo non mi possa accusare. Voi non immaginate! Mi hanno offerto tutte le direzioni: di Avvenire, di Jesus, di Famiglia Cristiana… e tutti quanti li ho rimandati via…
    …Avrebbe fatto bene ad accettare almeno quella di Famiglia Cristiana: ci saremmo risparmiati parecchi peccati d’ira, e troppi improperi… visto come s’è ridotta: una succursale de L’Unità!…
    Una volta è arrivato qui un emissario dell’allora segretario della Dc: voleva assolutamente che io accettassi come sine cura, ma pagatissimo, una candidatura da parlamentare europeo. Anche questo signore è stato accompagnato alla porta. Lei mi sta tirando fuori delle cose delle quali non parlo mai…
    E’ che da adolescente volevo fare il magistrato…
    Se c’è una cosa che in coscienza non posso rimproverarmi è quella di avere fatto “carriera sulle spalle di Gesù”. Le assicuro che le “carriere” sarebbero ben altre… perché, appunto, non immaginate quanti no io abbia detto. Nessuno può smentirlo. Per il resto io passo giorni e giorni senza vedere nessuno, con mia moglie e la mia gatta, tranquillamente.
    Ma proprio noi di questo siamo convintissimi; coloro che hanno in gran dispitto il Messori, invece, forse neppure lo pensano, in fondo, però fatto sta che lo dicono…
    Dicano quel che gli pare. Io giuro che non clicco mai su google “Vittorio Messori”, mai!, perché non me ne frega niente. Guardate, non è per umiltà, in fondo è anche un po’ per disprezzo. Nel senso che, ripeto, non me ne frega niente delle stupidaggini da barsport che possono dire! Per esempio, mi hanno detto che la terza o quarta voce che appare nelle ricerche google cliccando il mio nome, sia quella di un signore mai visto e conosciuto il quale sostiene che io i miei libri li ho copiati… anzi no, che ho proprio sfruttato un povero vecchietto per scriverli. Esattamente il contrario di quel che è successo. Allora, cosa faccio, vado a vedere su google che c’è?… ma chi se ne fotte! In questo sto con Bernadette, la quale afferma “io dico quello che devo dire, in scienza e coscienza”, gli altri ne pensassero che gli pare, nessuno è obbligato a credere niente, è affar loro.
    Va bene, lo ammettiamo: noi lettori affezionati del Messori lo sapevamo con certezza: Messori ha rifiutato di fare “carriera usando il nome di Gesù”. Gliel’abbiamo buttata lì, per farla scaldare e parlare apertis verbis. Obbiettivo raggiunto! Giacché ci siamo, ne buttiamo lì un’altra. Messori non ha voluto fare carriera “usando il nome di Gesù”, ma sta di fatto che i suoi libri hanno avuto come protagonisti sempre Gesù, Maria, la Chiesa. Se non Messori, almeno questi libri (i più almeno) hanno fatto molta “carriera”, certe volte hanno raggiunto proprio i vertici delle classifiche, diventando ever-green. Se non Messori, i suoi libri hanno fatto “carriera”…
    Lei non ha idea, perché non era neppure nato negli anni ‘70, di cosa sia stato il milione e mezzo di copie in due anni di Ipotesi su Gesù, e la sorpresa fu enorme anche per la stessa Chiesa: erano anni in cui nessuno più credeva nell’apologetica. Da allora ho subito per sette anni le pressioni più grandi, venivano gli editori con assegni in bianco, dicendomi “decida lei la cifra” per scrivere un libro, che so, sulla Sindone, su Padre Pio, sul Diavolo, i libri che servono a fare cassetta, insomma.
    E lei ha rimandato indietro un assegno in bianco addirittura? … fa venire quasi i brividi… e quasi lascia incerti se è cosa da ammirare o biasimare.
    La mia risposta è stata questa: ero allora caposervizio a Tuttolibri de La Stampa, mi presi sei mesi di aspettativa senza stipendio…
    Pure!
    … cosa che il contratto dei giornalisti mi permetteva, e con mia moglie ci siamo ritirati in una casa del Monferrato senza telefono. E questa fu tutta la mia risposta dinanzi al boom: non di buttarmi nella mischia, ma di ritirarmi.
    Risorse al 7° anno.
    Con il libro meno commerciale possibile e immaginabile. Tant’è che la rete di vendita dell’editore si era ribellata: ma come facciamo, dicevano, a riuscire a vendere un libro che si chiama Scommessa sulla morte?! Ammetterà che è la cosa meno commerciale possibile…
    Bah… io studio la conservazione dei cadaveri, dei papi specialmente, sono il meno adatto a risponderle… io certamente l’acquistavo. Vabbè, la domanda era retorica, prosegua pure.
    Questo sempre per rispondere alla questione “carriera”, professionale o editoriale che sia, che voi avete ventilato. Dopodiché, ogni tanto, con ritmi estremamente lenti, mooolto lenti – giacché non faccio altro che leggere, studiare, prendere appunti tutto il giorno – , ogni tanto, dunque, molto meno di quanto tanti lettori vorrebbero, pubblico qualche frutto di questa mia diuturna ricerca. Questo mio Bernadette, ad esempio, esce dopo oltre quattro anni di silenzio…
    Dopo Perché Credo, nel 2008.
    Ecco, allora non credo di poter essere accusato neppure di “carrierismo” o arrivismo editoriale.
    NON AVREI SCELTO BERNADETTE COME AMANTE.
    MA BERNADETTE SGOMENTA
    Bernadette: l’umiltà, la sapienza contadina, la mitezza. Che oggi sembra scarseggiare tra uomini e donne di chiesa, specie ai livelli più alti: se non demolisci, chierico teologante o laico impegnato, almeno due dogmi e due pontificati, sei un reperto da museo. Bernadette invece: lo scandalo, inaccettabile per taluni iniziati conoscitori delle secrete cose, di un Dio che nega a loro le delizie di una scienza arcana e le dispiega a una “povera ignorante”. Ma è realistico pensare che questa santa abbia ancora da dire qualcosa agli uomini e alle donne di oggi? Oggi se una suora non si atteggia a “libera pensatrice” si vede e viene descritta non come una “libera donna di Dio”, ma come “serva”, quando non “schiava” di una fantomatica gerontocrazia fallocentrica, misogina e maschilista. Eppure… eppure, mentre scompaiono nel nulla suore “affrancate” e si portano appresso i loro Ordini “aggiornati”, proprio quanto di più esecrabile c’è ai loro occhi iniettati di neofilie e filoneismi, ossia il modello Bernadette, questo esempio qui “arcaico” di “libera donna di Dio”, dopo un secolo e mezzo attrae fedeli di ogni ceto da ogni parte del mondo.
    Per ricollegarmi anche alla domanda di prima, sulla povertà. Bernadette non era solo povera di denaro, ma come diceva il prete fondatore del Santuario, era anche “una persona umanamente insignificante”. Insignificante! Era priva di fascino, non aveva carisma, non aveva alcun intelligenza riflessiva; era una contadinella pragmatica. Sì, sul piano umano era insignificante: se io avessi dovuto scegliere un’amante – per rendere l’idea – certo non sceglievo Bernadette, perché mi sarei molto annoiato. Se avessi dovuto scegliere un’amante in una prospettiva tutta laica. Mentre invece non posso non guardare a lei con ammirazione, rispetto e talora anche sgomento, da una prospettiva cristiana. Allora la sua totale mancanza di complessità diventa una sconvolgente trasparenza che istintivamente e radicalmente aderisce alla ai valori evangelici. In questo, spesso, Bernadette sgomenta. Però, guardate, quello che caratterizza veramente Bernadette è il fatto che ha fortissima la cultura dei doveri, ma non ha neanche il sospetto di una cultura dei diritti. Lei credeva che niente le fosse dovuto: convinta di essere l’ultima e di dover restare tale. Non c’è nulla di demagogico in Lourdes, credetemi. In tempi di giustizia sociale come quelli, mica la Madonna dice di pregare per gli operai, i lavoratori: dice di pregare per i peccatori. Perché gli operai come i capitalisti, possono essere anche loro peccatori. Anche in questo Lourdes va alla radice, non si ferma dietro i fenomeni…
    SENZA AVVENTARSI CONTRO LE TENEBRE.
    UNA LAMPADA ACCESA NELLA NOTTE
    Ma in questi ultimi 50 anni abbiamo visto questo clero “intellettuale” e ideologizzato che proprio alla povertà secondo Marx, e non a quella secondo Maria, che fa riferimento…
    E vabbè, son cavoli loro! Sono quelli che avranno convinto il cardinale Pellegrino, come ho detto, ma non hanno convinto me. Cavoli loro! Sentite, io mi sono sempre ispirato a quel motto – che un tempo mi feci stampare sulla carta intestata, oggi non si usa più la carta intestata, e manco le lettere per la verità… pazienza! –, quel motto bellissimo dei Padri della Chiesa che recitava: “Non avventarti contro le tenebre, provvedi piuttosto a mantenere accesa la tua piccola lampada”.
    Però, visto che è lei, potrebbe tenere acceso, non dico una centrale elettrica, ma almeno un falò… osare più di quanto osa uno scrittore…
    Ma cosa vuole che faccia! Qualcuno mi dice “ah ma tu dovresti metterti alla testa di qualche cosa”… ma figuriamoci! Io tengo acceso il mio lucignolo: mi dovrei avventare contro le tenebre? Cosa dovrei fare, andare a perdere tempo a discutere con un vice-parroco demagogo?
    Leggiamo nel suo libro che Massabielle era, per gli abitanti di Lourdes, luogo di porci veri e di “porci umani, intendendo con questo coloro che lì consumavano un sesso frettoloso e clandestino. Tutti conoscevano il detto ingiurioso per chi era particolarmente maleducato: «Quello lì è stato allevato a Massabielle» (pp.60-61). Sembra riecheggiare il “da Nazareth può venire qualcosa di buono?” (Gv 1, 46a). Dio, ovviamente, poco si cura della fama dei luoghi e l’evento “Lourdes”, anche per la brutta fama di Massabielle, è in perfetta sintonia con la logica evangelica. Che, spesso, però non è immediatamente comprensibile e, dunque, di difficile accettazione. Le è mai capitato, nella sua vita, di cadere in questa incomprensibilità della logica di Dio di fronte a qualcosa che, a viste umane, lei reputava impossibile?
    Ma tutto il Vangelo è permeato di questa logica paradossale. Il figlio di Dio incarnato, di 33 anni di vita 30 li passa nel nascondimento, nel silenzio; parte di quei 3 anni di ministero pubblico li spreca (a viste umane) per parlare a quattro pescatori, in una regione isolata come la Galilea. Perché per vincere la morte deve passare attraverso la morte? Tutto il Vangelo è davvero un paradosso. Ma poi, se ci pensate, perché Dio fa morire Pascal a 39 anni, mentre era già inattivo da quattro anni bloccato dalla malattia, e favorisce Alberto Moravia, che resta attivo e in piena salute sino alla morte d’infarto a 83 anni suonati?
    Eh!… perché Moravia non è morto da piccolo?
    Io Moravia l’ho conosciuto. Era un uomo inutile e dannoso proprio. Era diventato una specie di oracolo onnisciente negli anni ’70-’80. Perché Pascal a 39 anni e Moravia a 83? Perché ad un certo punto Enrico VIII, che era devotissimo tanto da meritarsi il titolo di defensori fidei catholice, per un capriccio, liberarsi dalla moglie Caterina d’Aragona, manda tutto all’aria e strappa l’Inghilterra al cattolicesimo, e con essa porta via la sua meravigliosa teologia (pensiamo a Newman), una grandissima immane perdita per la Chiesa: immaginate che teologia straordinaria avremmo avuto ci fossero stati anche gli inglesi…; e poi pensiamo alle future colonie britanniche: tutta l’America sarebbe nata cattolica. Ma così non è stato: per un capriccio. È un Dio paradossale, le sue vie non sono le nostre.
    Avrei una domanda alla quale so non risponderà. La Madonna di Lourdes, somiglia a quella di Medjugorie? O sono due Signore diverse, e magari solo una di queste è la Madre di Dio?
    (Qui Messori mi parla un po’ dell’idea che si è fatta del caso Medjugorje, del quale si ostina a non scriverne né dirne, essendo che Roma stessa non l’ha voluto ancora fare, per ragioni che non sappiamo ma che sicuramente sono sacrosante. Me ne parla, dunque, ma poi alla fine mi dice anche di fargli il piacere di non pubblicare nulla di quanto m’ha riferito sul caso)


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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Monogenismo e Poligenismo
    Domanda: Ho sentito recentemente parlare di monogenismo e di poligenismo a proposito del fatto se l’umanità sia scaturita o meno da una sola coppia. Gradirei sapere come la dottrina cattolica risolve la questione. D’altronde molti sono convinti che non è possibile che un’umanità fatta da miliardi e miliardi di individui possa essere scaturita da una sola coppia. Voi cosa ne pensate? (Sebastiano, Tivoli)

    Risponde Corrado Gnerre
    Caro Sebastiano, per tanto tempo si è detto ch’era impossibile credere che l’umanità intera si fosse sviluppata da una sola coppia. Da questa convinzione è scaturita la teoria poligenista che si è contrapposta a quella monogenista.
    Per monogenismo si intende la convinzione secondo cui l’intero genere umano sia scaturito da una sola coppia, mentre il poligenismo afferma che il genere umano sia scaturito da più coppie. La dottrina cattolica come si pone di fronte a questa questione?
    Per essa è accettabile solo il monogenismo. Scrive Pio XII nell’Humani generis del 1950: «I fedeli non possono abbracciare [il poligenismo, perché inconciliabile] con quanto le fonti della Rivelazione e gli atti del Magistero della Chiesa ci insegnano circa il peccato originale, che proviene da un peccato veramente commesso da Adamo individualmente e personalmente, e che, trasmesso a tutti per generazione, è inerente in ciascun uomo come suo proprio».
    Questo passaggio dell’Humani generis rimanda al Concilio di Trento, sessione V, decreto sul peccato originale, canone 1: «Se qualcuno non confessa che Adamo, il primo uomo…». Infatti, san Paolo dice in Romani 5, 12: «Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato».
    Quando Pio XII disse quello che disse nella sua Humani generis ci fu una levata di scudi: ma è mai possibile – dicevano in molti – che la Chiesa vada così contro l’evidenza? Come si può credere, in pieno XX secolo, che miliardi e miliardi di uomini possano essere scaturiti da una sola coppia?
    E invece Pio XII fu profetico. L’Humani generis è del 1950 e solo tre anni dopo l’americano Watson e l’inglese Crick scoprirono il DNA. Ebbene, oggi, attraverso l’analisi del nucleo mitocondriale, sappiamo che l’intero genere umano è scaturito da una sola madre.
    D’altronde, caro Sebastiano, non può che essere che così. Come ho ricordato citando l’Humani generis di Pio XII e San Paolo, negare il monogenismo vuol dire negare il peccato originale e, negando quest’ultimo, si nega il Cristianesimo stesso nullificando tutta l’opera redentiva di Cristo.
    Dobbiamo stare molto attenti su questo punto. Il peccato originale è necessario per capire il Cristianesimo e anche per capire e cogliere l’autentica dimensione della libertà umana che smentisce le tante derive deterministiche e utopiche delle ideologie sviluppatesi nella modernità.
    Molti teologi contemporanei, che spesso indulgono in derive “razionaliste” ed “evoluzioniste” del dato rivelato, dovrebbero stare molto attenti. Il Concilio di Trento parla in maniera chiara (Sessione V, decreto sul peccato originale, canone 1): «Se qualcuno non confessa che Adamo, il primo uomo, Adamo, avendo trasgredito il comandamento di Dio nel paradiso, abbia subito perduto la santità e la giustizia in cui era stato costituito, e abbia incorso, per l’offesa di tale prevaricazione, l’ira e l’indignazione di Dio, e perciò la morte, che prima Dio gli aveva minacciato, e con la morte, la schiavitù sotto la potestà di colui che di poi ebbe l’impero della morte, e cioè del diavolo, e che tutto Adamo sia stato mutato in peggio nel corpo e nell’anima per quella offesa di prevaricazione, sia scomunicato».
    Che dire, caro Sebastiano? Viene da ricordare la celebre frase di Pasteur: «Poca scienza può allontanare da Dio, ma molta scienza avvicina a Lui». Parafrasando: più progrediscono le conoscenze scientifiche e più la Rivelazione viene confermata.
    Monogenismo e Poligenismo - Radici Cristiane

    La doppia verità del cardinal Martini
    Sandro Magister
    Punto sul vivo dall’articolo della “Civiltà Cattolica” citato nel precedente post, Vito Mancuso ha pubblicato su “la Repubblica” del 6 ottobre un replica che così esordisce:
    “Caro direttore, in un articolo dell’ultimo numero della ‘Civiltà Cattolica’ a firma Gianpaolo Salvini sul cardinal Martini si legge: ‘Con molta poca correttezza sono state usate come Prefazione [sue] lettere private, non destinate alla pubblicazione, con cenni di incoraggiamento, inviate a qualche autore che gli aveva fatto avere le bozze di un suo libro’.
    E prosegue:
    “Sandro Magister commenta così le parole della ‘Civiltà Cattolica’: ‘Chiara allusione a Vito Mancuso e al suo primo libro al quale la prefazione abusiva spianò il successo”.
    “Penso che Magister in questo caso abbia ragione, la ‘Civiltà Cattolica’ intendeva alludere proprio a me e al mio libro ‘L’anima e il suo destino’ pubblicato nel 2007 presso Raffaello Cortina nella collana ‘Scienza e idee’ diretta dal filosofo della scienza Giulio Giorello. A parte il fatto che non si trattava del mio primo libro ma del sesto, posso attestare che conservo nel mio computer una mail del cardinal Martini in cui testualmente mi si dice: ‘Quanto al tuo libro, ho il rimorso di non aver fatto nulla. Forse mi puoi mandare la bozza del testo e posso scriverti una lettera, che se vuoi puoi pubblicare almeno in parte. Tuo Carlo Maria c. Martini, S. I.’.
    “La mail è datata 2 novembre 2006 e posso esibirla agli interessati che ne facessero richiesta mediante un semplice clic. Martini mi scriveva di avere un rimorso perché in precedenza aveva rifiutato di scrivermi una prefazione a causa degli impegni e della salute declinante. Poi ci ripensò e fu lui a chiedermi le bozze, non io a inviargliele dietro mia iniziativa, come scrive erroneamente la ‘Civiltà Cattolica’, e fu sempre lui a dare il suo assenso alla pubblicazione della lettera che mi avrebbe scritto e che quindi scrisse sapendo che sarebbe stata pubblicata, del tutto al contrario rispetto a quanto afferma ancora una volta erroneamente la ‘Civiltà Cattolica’ parlando di ‘lettere private, non destinate alla pubblicazione’”.
    Mancuso conclude scrivendo che con “falsità” come quella prodotta dalla “Civiltà Cattolica” si vogliono soffocare “le scomode profezie del cardinal Martini”.
    In realtà, la sua replica mette nei guai proprio la memoria del defunto cardinale.
    Che da una parte scriveva a Mancuso di pubblicare la sua lettera in testa a quello che sarebbe divenuto il suo primo libro di successo.
    E dall’altra confidava all’amico e confratello GianPaolo Salvini – della cui sincerità non c’è ragione di dubitare ed è stato fino allo scorso anno direttore della “Civiltà Cattolica” – che quella prefazione gli era stata carpita “con molta poca correttezza”.



    Quando liturgia fa rima con eresia
    Sandro Magister
    Si sa che vari preti hanno un concetto “creativo” della liturgia, nel quale gli attori e gli inventori sono loro. In una parrocchia della Toscana, ad esempio, c’è un prete che fa e parla a modo suo, quando distribuisce la comunione. Evidentemente perché non crede nella presenza reale di Gesù nel pane e nel vino consacrati. La cosa è arrivata all’orecchio del professor Pietro De Marco, che da Firenze ci ha trasmesso questo commento acuminato.
    *
    “IN MEMORIA DI CRISTO”
    di Pietro De Marco
    Mi raccontano, non senza preoccupata ironia, che un parroco di una diocesi toscana, noto per varie eccentricità, amministra l’eucaristia o, come dicono i messali, “presenta l’Ostia” ai comunicandi, con le parole “In memoria di Cristo”, invece che con la vincolante ed essenziale formula: “Il corpo di Cristo”.
    Poiché tale parroco ama dichiararsi un “professionista” ecclesiale, è certo che, da professionista, usa quella formula consapevolmente. Per esibire e trasmettere, senza timore, la sua negazione della presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche.
    Ora, sull’evento “reale” della consacrazione non vi è alcuna incertezza nella “lex orandi”, cioè negli enunciati del canone liturgico. Non per nulla, dopo le parole della consacrazione, il sacerdote “adora subito l’Ostia”. E altrettanto dovrebbero fare i fedeli, invece del disordine dei comportamenti attuali e specialmente dello stare in piedi suggerito da qualche liturgista.
    La dottrina della fede è altrettanto ferma e costante. Rileggiamo “pro memoria” il mai abrogato “Decretum de SS. Eucharistia” del Concilio di Trento, fino ai canoni conclusivi (Denzinger-Hünermann, nn. 1651-1656), e il recente e obbligante Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato pochi anni fa, ai nn. 1373 e seguenti. Il Catechismo della Chiesa Cattolica va considerato la trascrizione di ciò che è dogmaticamente rilevante nel “corpus” dei documenti del Vaticano II.
    L’arrischiato parroco di cui sopra è sicuramente il frutto degli insegnamenti ricevuti in seminario o in qualche facoltà teologica, o dei maestri della letteratura teologica internazionale, letta od orecchiata successivamente. Quale che sia l’estensione delle responsabilità, l’uso della formula “In memoria di Cristo” in luogo di “Il corpo di Cristo” non è solo imprudente o inopportuno. È molto di più: suppone una convinzione che ad essere massimamente prudenti si direbbe che “ha sapore di eresia”.
    Al caso particolare saprà far fronte il vescovo competente, dopo opportuna indagine. Interessa qui sottolineare, ancora una volta, lo scandalo continuato, anche su materie meno gravi, indotto da una spigliata confidenza, accoppiata ad ignoranza o a corruttela teologica, con la dottrina della fede. Preti come questi hanno deliberatamente distrutto in sé stessi e probabilmente nei collaboratori laici e in parte del loro popolo la verità sacramentaria, colpendo l’essenziale dell’esistenza e del fondamento della Chiesa: la retta fede del popolo cristiano.
    E nel valutare questo peccato e “crimen” la Chiesa è sola. L’esercizio ispettivo e correttivo le spetta ed è tenuta ad esercitarlo. Azione doverosa e coraggiosa perché, appunto, il contesto generatore di questi fatti particolari è esteso. Non sarebbe difficile cogliere, in una quantità di libri teologici tradotti da editori cattolici, pagine (mai sottoposte a critica da chi dovrebbe) che istigano, di fatto, ad atti di svalutazione, metaforizzazione, vaga spiritualizzazione della transustanziazione, mascherati con parole equivoche.
    L’eventualità che quanto nel piccolo caso toscano è esplicitato con sicumera sia in altri preti tenuto nascosto, nicodemiticamente, fa tremare. Il compito del Sinodo dei vescovi, col suo esercito di periti sapientemente dosati, sarebbe a mio avviso non quello di confermare un cinquantennio di moderne esortazioni all’annuncio cristiano, ma di ricostruire energicamente nel clero e nel laicato quella comune dottrina della fede senza cui ogni enunciato che venga dalla Chiesa sarà indistinguibile da quelli del nichilismo ordinatore della postmodernità.
    Se i vescovi di tutto il mondo, frenati da prudenze pastorali e di governo e talora da incertezza dottrinale, non avessero la forza di provvedere, toccherebbe ai semplici fedeli – quelli che in virtù di una buona formazione cristiana ancora possono farlo – discernere opinioni e condotte diffuse palesemente erronee, catechismo alla mano, e dire “no”.

    Benedetto XVI ammonisce: "Il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. [...] Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi dobbiamo notare che non è un gesto d’ amore quello che tollera comportamenti indegni della vita sacerdotale. Ma non è amore neanche quello che lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede. Talvolta si ha l’impressione che ciascuno di noi, autonomamente, cerchi di inventarsi la propria, come se essa non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che a nessun costo dobbiamo permettere che ci venga strappata via" (Omelia, 11 giugno 2010).

    Preghiera
    di Camillo Langone
    Che l’anno della fede non abbia troppo successo. Non intendo certo boicottare l’iniziativa indetta dal Santo Padre che comincia oggi: sarei felice se inducesse qualche prete cattolico, qualche politico cattolico, qualche comune persona cattolica a credere in Cristo risorto e presente nell’Eucaristia; sarei ancora più felice se incrementasse la mia fede personale. Ma so che l’uomo contemporaneo dà alla parola “fede” un’accezione erronea, intimistica, e può sfruttare questi mesi per crogiolarsi vieppiù nel soggettivismo. Magari riesumando quel vecchio alibi accidioso e erroneo: “Purtroppo non ho il dono della fede…”.
    Temo che l’anno della fede non aiuti a comprendere, ad esempio, che decalogo e vangelo funzionano perfettamente anche senza fede, e che al mondo serve di più un praticante non credente che un credente non praticante. Naturalmente prego di sbagliarmi.
    Preghiera del 11 ottobre 2012 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]

    Nuova Cattedrale a Karaganda. "Stile" cattolico, e tele sull'Eucarestia di R. Papa nella cripta. Intervista al vescovo ausiliare mons. Schneider.
    Cristallino esempio che concretizza il nostro "carisma": rinnovamento liturgico nel solco della tradizione.
    "Un silenzioso ma anche potente segno e mezzo di evangelizzazione"
    Intervista con monsignor Athanasius Schneider, vescovo ausiliare della diocesi di Karaganda (Kazakistan)
    di Paul De Maeyer
    ROMA, (ZENIT.org).-Domenica 9 settembre 2012, è stata consacrata la Cattedrale della Diocesi di Karaganda in Kazakistan, in una solenne concelebrazione presieduta dal card. Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio e Legato Pontificio per la consacrazione.
    La cattedrale è stata pensata e voluta dall’allora arcivescovo-vescovo di Karagangda, mons. Jan Pawel Lenga, e dal vescovo ausiliare, mons. Athanasius Schneider, il quale ha commissionato all’artista prof. Rodolfo Papa un ciclo pittorico di 14 tele dedicate alla Eucaristia, per la cripta. Mons. Schneider ha dedicato alla Eucaristia il libro Dominus est. Riflessioni di un vescovo dell’Asia centrale sulla Sacra Comunione, Libreria Editrice Vaticana 2008 (con prefazione di mons. Malcolm Ranjith).
    ***
    Nell’intervista che segue, mons. Schneider spiega le ragioni storiche e spirituali sottese alla costruzione della Cattedrale ed alla commissione del ciclo pittorico.

    Quale è il significato storico e spirituale della costruzione di questa cattedrale a Karaganda?
    Mons. Schneider: La prima ragione era questa: avere una cattedrale in un luogo più degno e visibile. Poiché la diocesi di Karaganda usava finora un edificio costruito ancora durante il tempo della persecuzione, e questo edificio si trova nella periferia della città ed è esteriormente non riconoscibile come chiesa.
    Una cattedrale in un posto più centrale, costruita in uno stile di tradizione inconfondibilmente cattolica, cioè nello stile neogotico, sarà un silenzioso ma anche potente segno e mezzo di evangelizzazione in un mondo dove la maggioranza degli abitanti sono musulmani e dove c’è una forte minoranza degli ortodossi. Inoltre, una considerevole parte della popolazione non appartiene a nessuna religione, sono persone che cercano Dio.
    L’architettura della cattedrale e anche gli oggetti nell’interno sono stati fatti con la cura più grande possibile, perché rappresentino una vera bellezza artistica e allo stesso tempo la sacralità e il senso del soprannaturale. Tutto questo è adatto sia per incitare il senso religioso e il senso della fede nei fedeli e nei visitatori, sia per esprimere l’atto di adorazione della Santissima Trinità. Tutto ciò è quindi adatto per facilitare l’esecuzione del primo comandamento e l’ultima finalità di tutta la creazione: l’adorazione e la glorificazione di Dio.
    Il significato storico e spirituale ha anche questa dimensione: la nuova Cattedrale è un luogo sacro per la memoria delle innumerevoli vittime del regime comunista, giacché intorno a Karaganda c’era uno dei più grandi e terribili campi di concentramento -detti Gulag-, nel quale hanno sofferto persone appartenenti a più di 100 diverse etnie. Nello stesso tempo la nuova Cattedrale sarà anche un santuario per la preghiera d’espiazione per i crimini del regime ateista e comunista.
    La bellezza architettonica, le opere d’arte, l’organo nella nuova cattedrale sono anche un mezzo di promozione della cultura.

    Una piccola comunità cattolica è in grado di costruire una cattedrale in terra di missione, potremmo dire che questo sia un modello in grado di spronare la rinascita della fede nella vecchia Europa?
    Mons. Schneider: La piccola comunità cattolica era in grado di dare soprattutto un contributo spirituale per la costruzione. Però, il maggior contributo materiale è provenuto dai nostri fratelli e sorelle dalla vecchia Europa. E questo è bello, poiché manifesta la solidarietà fraterna, manifesta un fraterno scambio di doni, simile ai primi tempi della Chiesa, quando le comunità più ricche aiutavano le comunità più bisognose.
    La fede rinascerà anche nella vecchia Europa quando si darà sempre più il primo posto in tutte le cose a Gesù, quando la vita della fede tornerà sempre più concreta, visibile e più “incarnata”.

    L'arte è sicuramente uno strumento di evangelizzazione efficace, come il Magistero ci ricorda, ed il Santo Padre ci sprona ed incoraggia ad utilizzarla. Può raccontare la sua esperienza di committente, che ha voluto tanta arte e tanta bellezza nella sua diocesi, come segno della testimonianza della fede cattolica?
    Mons. Schneider: La costruzione di una nuova cattedrale con una vera estetica sacrale e opere d’arte è anche una proclamazione del primo dovere della Chiesa: dare a Dio, a Dio Incarnato, il primo posto, un posto visibile, poiché Dio si è fatto visibile nell’Incarnazione e nell’Eucaristia; dare a Dio il primo posto anche nel senso di offrire a Suo onore una bellezza artistica, poiché Dio è l’autore di tutta la bellezza e merita di ricevere in Suo onore dalla parte dei credenti opere veramente belle.
    Inoltre, una tale cattedrale può essere una concreta manifestazione dell’amore tenero della comunità credente, la sposa di Cristo, verso il Corpo di Cristo, offrendo in onore di questo Corpo di Cristo in un certo senso la santa prodigalità della donna peccatrice, la quale ha offerto in onore di Cristo il vaso di profumo prezioso di prezzo straordinariamente grande (“più che trecento denari”, cf. Mc 14, 4). Per ungere il corpo di Cristo, la donna peccatrice aveva speso una somma con la quale si poteva sostenere una famiglia per un anno intero. Le persone presenti, tra le quali Giuda Iscariota, si erano sdegnate per un tale spreco, dicendo che tale denaro poteva essere utilizzata a favore dei poveri. Gesù però aveva lodato questa santo spreco dicendo: “Ha compiuto verso di Me un’opera buona” (Mc 14, 6). Si deve fare ancora il “santo spreco” per Gesù.
    Molte persone già hanno visitato la nuova Cattedrale. La maggioranza sono state persone non cattoliche, e persino non cristiane. Queste sono state attratte dalla bellezza. Hanno espresso visibilmente la loro ammirazione. Alcune donne non cristiane hanno persino pianto di commozione in mia presenza.
    Una volta durante una mezz’ora ho mostrato e spiegato ad una giovane coppia non cristiana la Cattedrale con tutti i dettagli dell’arte e delle cose sacre. Quando ho finito e siamo usciti dalla Cattedrale, la donna non cristiana mi ha detto: “In questa mezz’ora ho purificato la mia anima. Posso venire ancora una volta da sola? poiché voglio nel silenzio ammirare queste belle cose”. Ho risposto: “Certamente, può venire tante volte quante vuole”. In quella mezz’ora ho fatto, per mezzo della spiegazione di una arte sacra e bella, una lezione sulle verità della fede cattolica.
    La reazione di quasi tutte le persone che hanno finora visitato la Cattedrale, specialmente persone non cristiane, è stata così spontanea: ammirazione, silenzio, apertura per il soprannaturale. Ho costatato in questi casi la verità che l’anima umana è naturalmente cristiana, come ha detto Tertulliano, cioè nell’anima umana Dio ha iscritto la capacità di conoscerLo, di venerarLo. Il dovere dei cattolici è di condurre queste anime aperte verso la fede cattolica e l’adorazione soprannaturale, alla fede ed all’adorazione di Cristo, della Santissima Trinità, di condurre le anime al cielo. Nelle grandi porte di bronzo all’entrata della cattedrale ci sono scritte queste parole della Sacra Scrittura: “Qui è la casa di Dio, qui è la porta del cielo” (Domus Dei - porta caeli). Perciò, queste parole sacre sono un motto molto adatto per questa Cattedrale, cioè per questa visibile opera dell’evangelizzazione, come anche per tutta l’opera dell’evangelizzazione.

    Potrebbe indicarci il significato spirituale e teologico dei dipinti che ha fatto realizzare per la Cripta?
    Mons. Schneider: Volevo esprime nella cattedrale in modo più profondo il mistero della Santissima Eucaristia, poiché l’Eucaristia costruisce spiritualmente la Chiesa, l’Eucaristia fa vivere la Chiesa continuamente fino alla fine dei tempi. Il vero fondamento della Chiesa è l’Eucaristia. Perciò ho posto nella cripta, quasi nelle fondamenta della Cattedrale, un ciclo di 14 immagini sull’Eucaristia, in analogia con le 14 stazioni della via Crucis nella navata principale. Tutta la Sacra Scrittura ci annuncia Cristo fatto carne, fatto uomo. Ma Cristo si è fatto Eucaristia, ci ha lasciato Sua carne realmente, veramente e sostanzialmente presente nel mistero eucaristico. In un certo senso possiamo dire: tutta la Sacra Scrittura ci annuncia Cristo nel mistero dell’Eucaristia. Ho scelto le immagini eucaristiche più conosciute della Sacra Scrittura ossia la simbologia eucaristica più conosciuta: il sacrificio di Abele, il sacrificio di Melchisedec, il sacrificio di Abramo, l’agnello pasquale, la manna nel deserto, il cibo del profeta Elia nel cammino verso il monte di Dio, il tempio di Gerusalemme, Betlemme come “casa del pane”, il miracolo delle nozze di Cana, la moltiplicazione dei pani, il discorso eucaristico nel vangelo di Giovanni, l’Ultima Cena, Emmaus, l’Agnello nella Gerusalemme Celeste.

    I rapporti tra un vescovo ed un artista sono forse il segreto della riuscita di una opera così importante. Potrebbe raccontarci della sua esperienza di committente che ha commissionato queste 14 tele all'artista e teorico dell'arte Rodolfo Papa? Come è nata la vostra collaborazione e come si è sviluppato il rapporto di fiducia necessario perché nascano dei capolavori?
    Mons. Schneider: Il “ciclo eucaristico” è stato l’ultimo mio sogno per la cattedrale. Sapevo che qualcosa sarebbe mancato senza il “ciclo eucaristico”. Ho pregato il Signore che mi mandasse un artista anzitutto profondamente credente, un artista che ami l’Eucaristia, un artista che sappia dipingere in modo veramente sacro ed edificante per i fedeli. Tramite un signore conosciuto, ho incontrato il prof. Rodolfo Papa. Quando ho visto alcune delle sue opere religiose, e parlato con lui sulla fede e sull’Eucaristia, ho capito che questo artista è quello che il Signore mi ha mandato. La mia convinzione si è ancora consolidata quando ho letto il suo libro sulla teologia dell’arte sacra Discorsi sull’arte sacra (con introduzione del card. Cañizares, Cantagalli, Siena 2012).









    Alcune opere di Rodolfo Papa














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    Predefinito Re: Rif: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Quando le scuole di teologia “cattolica” producono asini che si credono buddisti
    Andai a un convegno organizzato da Alleanza Cattolica, vicino San Pietro. Sarà stato il maggio scorso. Venne il bravo vescovo di Piazza Armerina ed Enna, mons. Michele Pennisi (che meriterebbe davvero di diventare arcivescovo di Palermo… visto che ne stanno cercando uno di decente da 20 anni e non ci riescono). Il quale raccontava di un ragazzo che si era diplomato nel diocesano istituto di teologia. Ebbene, appena finiti gli studi, che lo abilitavano all’insegnamento della presunta “religione cattolica”, questo va dal vescovo e così sbotta: “Basta col cristianesimo, mi sono scocciato, voglio provare sensazioni nuove, nuove religioni, altro insomma: voglio diventare buddista”.
    Il vescovo Pennisi resta a bocca aperta. Ma non per questa dichiarazione, per quella che segue: “Voglio sbattezzarmi perciò”. E il vescovo allibito dice “e menomale che hai fatto teologia!… e non sai manco che non solo non esiste lo sbattezzamento ma che il battesimo è un marchio incancellabile”. Quattro anni di teologia per non sapere neanche le cose basilari, sul battesimo, il primissimo dei sacramenti, che si riferisce al primissimo dei peccati, l’Originale, incancellabile come il battesimo. Questo per dirvi del degrado, teologico, culturale e purtroppo anche morale dei seminari e degli istituti teologici siciliani, che ormai sono una sentina di imposture, come la media dei suoi episcopati, del resto. Che cazzarola combinano questi negli istituti teologici tutto il giorno?… si fanno le pippe sotto il banco?! Se ignorano queste cose basilari dopo quattro anni teologia, proprio sì, si fanno le pippe, studenti e docenti.
    Aggiunse il vescovo Pennisi: “Domandai a questo ragazzo confuso nonostante l’apparente sicumera: ma poi tu cosa conosci veramente del cristianesimo? Lo hai davvero vissuto? Pregavi? Prendevi i sacramenti? Andavi a messa?”.
    No, naturalmente, e quando ci andava era per suonare la chitarra in compagnia e sventolare la bandiera arcobaleno.
    Concluse il vescovo, rivolgendosi al ragazzo:“Senti qui, ragazzo, se veramente vuoi essere una persona seria, certo, fatti buddista se vuoi, ma almeno abbi il coraggio e la decenza di farlo seriamente, radicalmente: devi farti bonzo!”.
    Molti scambiano l’appartenere a una religione con lo sfogliare l’enciclopedia delle religioni.
    Quando le scuole di teologia “cattolica” producono asini che si credono buddisti | La cuccia del Mastino

    COREA
    La Corea costituisce un caso -unico- di autoevangelizzazione. Verso la fine del XVIII secolo i diplomatici coreani alla corte imperiale cinese conobbero i missionari gesuiti e furono ammirati dalla «nuova dottrina» che, dal secolo precedente, Matteo Ricci aveva fatto diventare quasi di moda negli ambienti chic di Pechino. Quei coreani si fecero battezzare e importarono il cristianesimo in patria. Dal 1779 al 1794 i cristiani coreani erano già quattromila. I primi sacerdoti, francesi, vi arrivarono nel 1836. Ma il Paese era chiuso al mondo esterno, tranne che alla Cina. E il nuovo credo, tanto per cambiare, fu proibito, con persecuzioni annesse. Solo nel 1886 un accordo con la Francia fece cessare, formalmente, la persecuzione. Che però continuò in modo sistematico fino al 1905, quando arrivarono i giapponesi, che cinque anni dopo si annessero la Corea.
    Il decano dei missionari, Piero Gheddo, dà le cifre sulla rivista “Vita e pensiero” (luglio-agosto 2012). Oggi, dopo la guerra del 1950-53, si può parlare solo della Corea del Sud, che registra il più alto numero di conversioni al mondo. I cristiani sono il 30% dei 50milioni di sudcoreani, e i cattolici il 10%. Passano al cristianesimo soprattutto i ceti istruiti delle città (il 30% dei militari è cristiano). Del Nord comunista non si sa niente. I (pochi) profughi cattolici fanno esattamente come i dissidenti dell’impero sovietico: dicono che il “dialogo” peggiora la loro condizione e che gli aiuti della Caritas finiscono per perpetuare il regime. Chi sorvola su un aereo di linea di notte quella parte dell’Asia testimonia di un grande buco nero: è la Corea del Nord comunista, dove manca perfino la luce elettrica.
    Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea



    IL GIARDINO DELLA GIOVINEZZA CHE IL MONDO NON CONOSCE
    Antonio Socci
    Ricordate quel milione di giovani, per l’anno santo del 2000, a Roma, attorno a papa Wojtyla? Cantavano “Jesus Christ, you are my life”. I giornali laici li sbeffeggiarono dicendo che in realtà quella era una fede di facciata, superficiale.
    Era vero? Che ne è di loro?
    Chiara Corbella è la risposta. La sua storia sta commuovendo il mondo. Chiara è una bella ragazza nata a Roma nel 1984. La sua famiglia, credente, frequenta il “Rinnovamento carismatico cattolico” in cui anche lei è cresciuta.
    A 18 anni, nel 2002, durante un pellegrinaggio a Medjugorje, conosce Enrico, si innamora e dopo pochi mesi sono fidanzati.
    E’ un rapporto vivace e turbolento, fatto pure di rotture, stando al suo racconto. La vicinanza dei frati francescani aiuta i due giovani a fare le scelte decisive.
    Si sposano il 21 settembre 2008 ad Assisi. Presto Chiara si trova incinta. Ma qui accade il primo dramma. Maria, la bambina che porta in grembo, ha una grave malformazione per la quale non potrà vivere al di là della nascita.
    Chiara ed Enrico decidono egualmente di accoglierla, anzi con un amore più grande, sebbene molti si stupissero e suggerissero un aborto terapeutico.
    La bambina nasce, ma muore dopo trenta minuti. Quel giorno Chiara disse ai suoi che non importava la durata di una vita: per lei quella mezz’ora con sua figlia era stata uno dei doni più preziosi della sua esistenza.
    “Ho pensato alla Madonna” ricorda Chiara “anche a lei il Signore aveva donato un Figlio che non era per lei, che sarebbe morto e lei avrebbe dovuto vederlo morire sotto la croce. Questa cosa mi ha fatto riflettere sul fatto che forse non potevo pretendere di capire tutto e subito e forse il Signore aveva un progetto che io non riuscivo a comprendere”.
    Presto arriva una seconda gravidanza. Incredibilmente anche stavolta si annunciano malformazioni gravi e i due giovani si preparano egualmente ad accogliere Davide come il loro bimbo amato.
    Poi si scopre che anche lui non avrebbe potuto sopravvivere dopo la nascita.
    Più avanti, nel gennaio 2011, Chiara, in un incontro pubblico dirà: “Il Signore ha voluto donarci dei figli speciali, Maria e Davide, ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita. Ci ha permesso di abbracciarli, battezzarli e consegnarli nelle mani del Padre in una serenità e gioia sconvolgenti”.
    Quel giorno aggiunse una cosa che sconvolse tutti, una nuova gravidanza e una diagnosi di tumore per lei:
    “Ora ci ha affidato questo terzo figlio, Francesco che sta bene e nascerà tra poco, ma ci ha chiesto anche di continuare a fidarci di Lui, nonostante un tumore che ho scoperto poche settimane fa che cerca di metterci paura del futuro. Ma noi continuiamo a credere che Dio farà anche questa volta cose grandi”.
    Il piccolo Francesco è nato sano nel maggio del 2011. Chiara – per non perdere il figlio – ha deciso di non curarsi come il carcinoma richiedeva. Solo dopo il parto ha affrontato l’operazione e le dolorose chemioterapie, nella speranza di essere ancora in tempo.
    Invece il mercoledì santo di quest’anno ha saputo dai medici che il tumore aveva vinto e lei era in pratica una malata terminale. Chiara è morta a 28 anni il 13 giugno di quest’anno. In una lettera al suo piccolo Francesco ha scritto: “Vado in cielo ad occuparmi di Maria e Davide e tu rimani con il papà. Io da lì prego per voi”.
    Poco prima della “nascita al cielo” Chiara ha ringraziato: “Vi voglio bene! A tutti!”.
    Il funerale non è stato un funerale. C’erano più di mille persone. C’era la foto del bel volto di Chiara la quale ha voluto che a ciascuno fosse dato il segno di una vita che comincia: infatti tutti hanno avuto un vasetto con una pianticina.
    Il cardinale Vallini, Vicario del Papa, ha detto: “abbiamo una nuova Gianna Beretta Molla”.
    Si riferiva alla giovane dottoressa morta nel 1962 e canonizzata nel 2004 da Giovanni Paolo II. Anche lei, incinta, avendo scoperto un tumore all’utero, rifiutò le cure che avrebbero fatto male al bambino che portava in grembo e dopo il parto morì.
    Un paragone impressionante. Chiara è proprio una ragazza dei nostri giorni. Su Youtube c’è un filmato di venti minuti dove, col suo simpatico accento romano, racconta l’inizio della sua vicenda.
    A un certo punto dice: “Il Signore mette la verità dentro ognuno di noi, non c’è possibilità di fraintendere”.
    Il marito Enrico, richiesto di spiegare oggi queste parole di Chiara, ha detto:
    “Quella frase si riferisce al fatto che il mondo di oggi, secondo noi, ti propone delle scelte sbagliate di fronte all’aborto, di fronte a un bimbo malato, di fronte a un anziano terminale, magari con l’eutanasia…
    Il Signore risponde con questa nostra storia che un po’ si è scritta da sola: noi siamo stati un po’ spettatori di noi stessi, in questi anni. Risponde a tante domande che sono di una profondità incredibile.
    Il Signore, però, risponde sempre molto chiaramente: siamo noi che amiamo filosofeggiare sulla vita, su chi l’ha creata, e quindi alla fine ci confondiamo da soli volendo diventare un po’ padroni della vita e cercando di sfuggire dalla Croce che il Signore ci dona. In realtà” ha continuato Enrico “questa Croce, se la vivi con Cristo, non è brutta come sembra.
    Se ti fidi di Lui, scopri che in questo fuoco, in questa Croce non bruci e che nel dolore c’è la pace e nella morte c’è la gioia”.
    Poi ha detto:
    “Quando vedevo Chiara che stava per morire, ero ovviamente molto scosso. Quindi ho preso coraggio e poche ore prima gliel’ho chiesto.
    Le ho detto: ‘Chiara, amore mio, ma questa croce è veramente dolce come dice il Signore?’. Lei mi ha guardato, mi ha sorriso e con un filo di voce mi ha detto: ‘Sì, Enrico, è molto dolce’. Così, tutta la famiglia, noi non abbiamo visto morire Chiara serena: l’abbiamo visto morire felice, che è tutta un’altra cosa”.
    Il padre di Chiara, Roberto, imprenditore, che aveva un incarico in Confindustria, quando ha saputo che le chemio per la figlia non avevano dato risultato positivo, ha scritto una lettera con la quale annunciava di ritirarsi da quell’incarico per stare più vicino alla famiglia “ma anche per fare una scelta di vita: aiutare il prossimo”.
    In una toccante testimonianza a TV2000 (anch’essa reperibile su Youtube) ha raccontato che, paradossalmente, quando, a Pasqua, hanno saputo che non c’era più niente da fare è iniziato “un periodo splendido per la nostra famiglia… abbiamo vissuto insieme come mai… tutti uniti per cercare salvezza di Chiara… che stando alle sue parole è avvenuto in maniera diversa”.
    Il signor Roberto ha sussurrato: “ho imparato da mia figlia che non conta la durata di una vita, ma come la viviamo. Ho capito da lei in un anno più di quanto avevo capito nella mia intera esistenza e non posso sprecare questo insegnamento”.
    Poi ha ricordato che Chiara, vivendo “vicissitudini che avrebbero messe al tappeto chiunque, non ha subito, ma ha accettato. Lei si fidava totalmente. Era certa che se il Signore le dava da vivere una cosa voleva dire che era la cosa giusta”.
    Chiara suonava il violino e amava ripetere: “siamo nati e non moriremo mai più”.
    C’è un giardino nel mondo dove fioriscono queste meraviglie. Dove accadono cose stupende, inimmaginabili altrove. E’ la Chiesa di Dio. Nessuno dei potenti e dei sapienti lo conosce.
    Per loro e per i loro giornali la Chiesa è tutt’altro. I giornali strapazzano il Vaticano e Benedetto XVI per Vatileaks. I riflettori dei media sono tutti per i Mancuso, i don Gallo, gli Enzo Bianchi. O per ecclesiastici da loro ritenuti “moderni”.
    Ma nel luminoso giardino di Dio, che Benedetto XVI ama e irriga, fioriscono silenziosamente giovani come Chiara. Non solo nelle terre dove il nome cristiano è bandito come il Pakistan, la Cina, Cuba o l’Arabia Saudita. Ma anche tra noi.
    In quel giardino Gesù passa davvero, affascina e chiama anche questa generazione e noi vediamo i figli diventare gli amici del Salvatore del mondo. Sono invisibili ai media, ma grandi agli occhi di Dio.

    "La festa di Cristo Re e l’epopea dei Cristeros"
    di Cristina Siccardi
    La Solennità di Cristo Re dell’Universo nella Chiesa cattolica, secondo il calendario legato al rito liturgico di sempre, cade nell’ultima domenica di ottobre. Il Salvatore nacque Re e i Re Magi andarono proprio ad adorare non un Re, ma il Re, la cui Regalità sulle nazioni e sugli Stati è oggi messa in discussione in nome del concetto di libertà religiosa, figlio dell’Illuminismo e della visione massonica dell’esistenza umana. La festa non è stata abolita, ma ha subito delle modifiche: nel nuovo calendario essa cade nell’ultima domenica dell’anno liturgico e sottolinea che la figura di Cristo rappresenta per i cattolici il Signore della storia e del tempo, perdendo quella concretezza di identità (non simbolica) della Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo.
    Nel 1923 fu presentata una supplica a Pio XI, firmata da 340 cardinali, arcivescovi, vescovi e superiori generali; in essa si chiedeva: «Per riparare gli oltraggi fatti a Gesù Cristo dall’ateismo ufficiale, la Santa Chiesa si degni stabilire una festa liturgica che, sotto un titolo da essa definito, proclami solennemente i sovrani diritti della persona regale di Gesù Cristo, che vive nell’Eucaristia e regna, col Suo Sacro Cuore, nella società». Da qui nacque l’Enciclica Quas primas dell’11 dicembre 1925. Proprio sotto il Pontificato di Papa Ratti si scatenò una feroce persecuzione legata a Cristo Re, nella quale morirono 70/85.000 persone. Come conseguenza della politica anticlericale il numero di sacerdoti in Messico passò da circa 4.500 prima del 1926 a 334 nel 1934.
    Nel 1917 venne promulgata in Messico una nuova Costituzione, ispirata a principi anticlericali, alla quale si rifece la presidenza di Don Plutarco Elìas Calles (1877-1945). Il «Nerone messicano» scatenò una tale persecuzione ai danni della Chiesa da ricordare le guerre di Vandea. Ebbe inizio la guerra civile (1926-1929), meglio conosciuta come Movimiento cristero. La rivolta dei Cristeros è chiamata anche guerra Cristera o Cristiada. Il nome Cristeros, contrazione di Cristos Reyes, fu dato spregiativamente dalle autorità governative ai ribelli, a motivo del loro grido di battaglia: «¡Viva Cristo Rey!».
    Le logge contro le chiese, le leggi della plutocrazia contro le tradizioni della fede, eppure questa tragica vicenda fa parte degli omissis della storia: tutto si conosce della Shoah, nulla del martirio dei Cristeros. Qualcuno oggi, però, ha osato fare un film, boicottato in Europa. Si tratta di Cristiada: il regista è Dean Wright, gli attori: Peter O’Toole, Andy Garcia, Eva Longoria, Catalina Sandino Moreno, Oscar Isaac.
    La persecuzione contro i messicani cattolici fu una vera ecatombe: fedeli, sacerdoti, parroci di villaggi, seminaristi, monaci barbaramente uccisi. Alcuni sono già stati canonizzati, altri beatificati o attendono di esserlo. Ai sacerdoti che lasciavano in vita venivano tagliate le braccia, per impedire che potessero celebrare la Santa Messa. Padre David Uribe Velasco (1889-1927) fu strappato al suo gregge. Il generale governativo Castrejon propose ai parrocchiani di riscattare il sacerdote consegnando tremila pesos. Furono raccolti, ma invano: si pretendeva un pubblico atto di apostasia e di adesione alla scismatica chiesa patriottica. San David Uribe rifiutò, fu sottoposto a lunghe torture, tra le quali il supplizio della graticola; spirò la domenica delle Palme. Le sue ultime parole furono: «la morte piuttosto che rinnegare il Vicario di Cristo, io amo il Papa! Viva il Papa!». Si badi «io amo il Papa! Viva il Papa!» e non «Pio XI», perché, come sosteneva anche san Giovanni Bosco (1815-1888), i massoni possono tollerare che si inciti ad una figura precisa di Papa, ma non al Papato come istituzione.




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    Predefinito Re: Il Verbo di Dio si è fatto carne

    Lo strano caso della Bbc, che doveva curare se stessa e attaccava il Vaticano
    La star televisiva Jimmy Savile, ex idolo pop britannico ora trasformato – post mortem, con un processo al cadavere – in un mostro pedofilo di proporzioni planetarie, sarà stato certamente un maiale di prima categoria. Certo, va notato che alla Bbc non si erano mai accorti di nulla, in tanti anni di orrori indicibili; strano, vista la spasmodica attenzione alla pedofilia applicata a sedi che non fossero i propri camerini e i propri studi, e a persone che non fossero i propri intrattenitori di punta. Come dimenticare il famoso filmato della Bbc intitolato “Sex Crimes and the Vatican”, 38 minuti e 57 secondi di accuse al Vaticano di aver coperto i preti pedofili, trasmesso nel 2006 e ritrasmesso in Italia da Michele Santoro ad “Anno Zero”?
    Le pur tardive indagini ora ci racconteranno come Jimmy Savile abbia abusato di ragazzine e ragazzini, in alcuni casi addirittura minorati psichici, all’interno degli stessi ospedali che, da filantropo, finanziava, con la benedizione della real casa britannica.
    Nel frattempo, in rete circolano alcuni video che documenterebbero abusi e molestie. In uno, su YouTube, il dj brancica alcune adolescenti un po’ perplesse, di fronte alle telecamere del suo show, mentre in studio appare anche il cantante Gary Glitter: già idolo rock, ora degradato a compagno di merende di Savile, per questo finito in manette qualche giorno fa e liberato su cauzione. Come pure è toccato in sorte a Freddie Starr, un altro amico di Savile, comico e cantante noto negli anni Settanta e Ottanta, pure lui arrestato e libero su cauzione. C’è anche un secondo filmato, in cui Savile allunga una mano a sfiorare una scollatura, ammiccando a favor di telecamera.





    I laicisti e i talebani
    Autore: Mangiarotti, Don Gabriele Curatore: Saro, Luisella
    Fonte: CulturaCattolica.it
    Ho letto con apprensione, dolore, fastidio e rabbia le notizie che ci ricordano che i vari talebani di turno vogliono cancellare e distruggere i segni di una storia millenaria, di una tradizione religiosa che è differente dalla loro. Sono state ora le statue sacre in Afghanistan, ora le piramidi dell’Egitto. Bisogna fare presto a disinnescare tale imbarbarimento, perché abbiamo visto che il fanatismo non ha freni, e ha già seminato molte rovine.
    Abbiamo imparato con disgusto quanto accaduto con la biblioteca di Alessandria, dove al grido di «Ciò che serve è già tutto nel Corano» è stata distrutta irrimediabilmente una gran parte del patrimonio dell’ umanità. Ma abbiamo visto anche lo scempio fatto dalla Rivoluzione francese nei confronti della cultura e della civiltà del passato: basta andare a vedere le rovine di Cluny, tanto per fare uno dei tanti esempi possibili, per rendersene conto.





    Oggi però rifletto su un fatto che ci è molto più vicino: avete provato a entrare in uno dei tanti siti atei della rete nostrana? Avete provato a leggere i commenti (uguali, stantii, nauseabondi e ripetitivi) su ogni fatto che riguarda la Chiesa cattolica? Avete notato il disprezzo, e ancor più l’odio, nei loro comunicati? A volte sul sito ne abbiamo raccolto qualcuno, e non sai se da condannare è più la cattiveria o la stupidità. Fate anche voi la prova, se avete tempo da perdere, e vi accorgerete di come è stata diversa e migliore la Civiltà dei monaci che hanno conservato e ci hanno tramandato i tesori del passato, compresa la paganissima Ars amatoria di Ovidio, o i pensieri di un materialista come Epicuro.
    Oh, è vero, i nostri intelligentissimi ci citeranno Ipazia e ci segnaleranno l’Indice dei libri proibiti e così giustificheranno l’odio per il passato cristiano da cancellare – secondo loro – tout court. Peccato però che mentre la Chiesa insieme ai suoi fedeli si preoccupa di educare, e di superare posizioni del passato oggi improponibili, questi nuovi sedicenti intellettuali (accompagnati da una schiera truce di sgherri) perseverano nelle loro posizioni. E se da noi l’Indice dei libri proibiti ha fatto il suo tempo, essi persistono nell’invitare a campagne di odio di orwelliana memoria.
    E allora? Ritorniamo a quella fede amica della intelligenza che sola potrà ridare agli uomini l’esperienza di un bene capace di valorizzare tutto ciò che di bello e di buono è stato creato dagli uomini. Non è superato l’invito di san Paolo ai cristiani di Tessalonica: «Esaminate ogni cosa, trattenete ciò che vale»!

    Caprioglio: «Grazie al matrimonio ho riscoperto la fede»
    Mimmo Muolo
    Sul tavolino del soggiorno, tra il portafiori e i ninnoli, Debora Caprioglio tiene in bella vista il libro che ha letto in questo periodo. Non è uno dei best seller del momento. E neanche un testo da cui trarre la parte di una delle sue prossime interpretazioni. Anche se ieri sera a Roma l’attrice veneziana ha dato voce ad alcune di quelle pagine, durante la presentazione ufficiale del volume. «Questo libro, che qualcuno ha definito un «fantasy metafisico» – spiega – è in realtà una storia d’amore, scritta da un sacerdote. E viene a ricordarci che l’amore è capace di abbattere tutti i muri e di far ripartire la nostra vita. Un po’ come è successo a me».
    Il libro è Abelis di don Mauro Leonardi (edizioni Lindau)



    e funge da punto di partenza anche per la chiacchierata con la bella attrice, che sembra vivere una seconda giovinezza artistica (fra teatro e fiction), dopo aver ritrovato la fede, proprio grazie alla sua storia d’amore con l’attore e regista Angelo Maresca, culminata nel 2008 nel matrimonio. «Eravamo due single convinti – dice con un sorriso – ma ci siamo sposati in Chiesa. E lì è iniziato tutto».
    Il «tutto» di Debora è il percorso, suo e di Angelo, alla riscoperta della fede, che ha avuto nel corso prematrimoniale il suo momento di inizio. «È stato il parroco di San Salvatore in Lauro, a Roma, a indirizzarci da don Antonio Pinzello, un sacerdote dell’Opus Dei, il quale ci ha preparato alle nozze, attraverso un itinerario non solo spirituale, ma anche culturale. Non è stata una folgorazione, ma un progressivo riavvicinamento alla pratica religiosa dalla quale mi ero allontanata, pur essendo sempre stata cattolica».
    Da allora tante cose sono cambiate, assicura Caprioglio. «Le mie scelte artistiche, ad esempio. Per molti, lo so, io sono ancora quella del film di Tinto Brass. Ma quell’esperienza mi ha insegnato tante cose. E prima di tutto che non si può essere famosi solo per la propria fisicità. Dentro ogni essere umano c’è molto di più. Dobbiamo lavorare sui nostri talenti e accrescerli. Per me questo ha significato studiare recitazione e dizione, impegnarmi fino in fondo nel lavoro, scegliere in qualche caso di stare ferma, piuttosto che accettare cose discutibili. Anche certe scelte, insomma aiutano a crescere».
    Soprattutto però, racconta Debora, «è cambiato il mio modo di rapportarmi a Dio e alle persone. Prima chiedevo soltanto, oggi sono capace di ringraziare per quanto ho ricevuto e di pensare anche alle necessità degli altri. La vita matrimoniale ha completato questo percorso – aggiunge l’interprete – e la particolare spiritualità dell’Opus Dei (cioè la santificazione attraverso il lavoro) mi ha insegnato a coniugare fede e lavoro, che in altre fasi della mia vita consideravo nettamente distinte».
    L’esempio tipico è la scelta dei ruoli. «Mai più certe cose. Ovviamente nessuna parte blasfema, ma personaggi con profili psicologici importanti e soprattutto che trasmettano, loro personalmente o per l’opera in cui sono inseriti, insegnamenti positivi».
    E per il futuro? «Mi piacerebbe interpretare un film in costume – risponde l’attrice –. E intanto farò La donna di garbo di Goldoni al Parioli, insieme con Marco Messeri. Poi, perché no, anche la vita di qualche santa».
    Caprioglio: «Grazie al matrimonio ho riscoperto la fede» | Spettacoli | www.avvenire.it



    “SUL RING TI AMMAZZAVA, FUORI TI AMAVA” - SE NE VA IL GRANDE CARMINE (CARMEN) BASILIO, L'ULTIMO EROE DELLA VERA BOXE – UN IMMIGRATO CHE NON SCESE A PATTI CON LA MAFIA, E LOTTANDO CONTRO TUTTO E TUTTI CONQUISTÒ IL TITOLO MONDIALE - RISCHIÒ DI PERDERE UN OCCHIO CONTRO SUGAR RAY ROBINSON, MA RIUSCÌ A BATTERLO
    Emanuela Audisio per "la Repubblica"
    Quella faccia non c'è più. E nemmeno quella boxe selvaggia. La seppelliscono oggi. Ma quella faccia è la grande boxe. Livida, cruda, gonfia. Però anche spigolosa e resistente. Spaccata in due. Imbarazzata dal dolore, ma fiera. Terribile nella sua bellezza. E resterà per sempre. «Aveva più cuciture di una palla di baseball», disse Angelo Dundee.
    Quando erano re, si picchiavano così, non stop: e non andavano mai giù, nemmeno se li ammazzavi. Sul viso di Carmen Basilio si era scagliata un'epoca da massacri di San Valentino. Pugni al posto dei mitra. Rasoiate, niente dolcezze. Cassius Clay era un bambino, Simon e Garfunkel non avevano ancora composto "The boxer", la mafia vendeva incontri, la boxe era insanguinata e la tv in bianco e nero.
    Basilio è morto a 85 anni, oggi i funerali a Rochester. Carmen era un immigrato italiano, si chiamava Carmine, in famiglia erano in dieci figli, lavoravano la terra a Canastota, sopra New York, raccoglievano cipolle, con qualsiasi tempo. «Con cinque sorelle più grandi devi imparare presto a combattere».
    Carmen va a faticare nei campi a cinque anni, poi si arruola nei Marine, dove impara a boxare, passa professionista nel ‘48, con poca fortuna: si rompe mani e sopracciglia. Per mantenersi lavora in fabbrica, sveglia all'alba e dopo il turno subito in palestra. Scherza con il padrone: un giorno diventerò campione del mondo. E l'altro: tu sei pazzo. Ma Basilio che guadagna 50 dollari a incontro, non molla: quitters never win. Chi rinuncia non vince.
    Nel ‘53 sfiora il titolo mondiale dei welter contro Kid Gavilan, "il falco di Cuba", che per la prima volta finisce a terra. La rivincita non si fa anche perché Basilio non collabora con la mafia, e diventa il primo pugile allenato da Angelo Dundee alla 5th Street Gym a Miami Beach dove non è ancora arrivato Ali. Per le lacerazioni sopra l'occhio Dundee studia una pomata con timo, cloruro e vaselina. Perché Carmen è di quelli che cerca il corpo, non indietreggia mai, anche se le busca. Un vero Rocky. Il secondo tentativo mondiale riesce: nel ‘55 batte per ko Tony DeMarco alla 12esima, s'inginocchia nell'angolo e urla «I did it». Ma rischia: un uppercut dell'avversario lo solleva da terra, in qualche modo però Basilio atterra in piedi. E vince anche il rematch, sempre nella stessa maniera. Quando però DeMarco da vecchio va a trovarlo a casa sua a Irondequoit, Carmen toglie dalla parete la foto di quell'incontro, perché non vuole offendere l'amico-rivale con quel ricordo. E Basilio andrà anche al funerale del figlio di Demarco, morto in un incidente d'auto.
    «Era fatto così: sul ring ti ammazzava, appena sceso ti amava». Umile e modesto, non sopportava il grande Sugar Ray Robinson che in strada a Broadway con il suo clan lo aveva snobbato con arroganza. Sul ring i due si affrontano nel ‘57 per il titolo dei medi allo Yankee Stadium davanti a 38 mila spettatori. Carmen va sempre avanti e gliele suona, Dundee nell'undicesima conta i colpi: Basilio porta 34 diretti e vince ai punti.
    Sei mesi dopo, la rivincita: Robinson mira alla debolezza di Carmen: l'arcata sopraccigliare. Picchia e squarcia sempre lì: al sesto round l'occhio sinistro non c'è più. Chiuso. Al suo posto un pallone. Carmen non vede, ma non rinuncia. Perde ai punti, Robinson conquista per la quinta volta il mondiale, e la folla fischia il verdetto.
    La crisi arriva alle tre di notte. Dopo ore di ghiaccio Dundee si accorge che dall'occhio di Basilio esce sangue, corrono all'ospedale, dove lo salvano. La foto di Carmen a letto, con l'occhio bendato fa il giro del mondo. Dundee, che se ne intendeva: «Per essere un campione devi arrivare fino alla fine e oltrepassare quella linea, Carmen lo ha fatto molte volte». Il terzo incontro non si fa, Robinson rifiuta di affrontarlo.
    Basilio si ritira nel ‘61, dopo 79 match, 56 vinti, di cui 27 per ko, per cinque anni consecutivi è stato "fighter of the year". È l'uomo che ha battuto Sugar Robinson, il dio del ring: 202 incontri, 175 successi, 109 per ko.
    Quando la boxe contava, era la forza del mondo, le famiglie portavano ai campioni i figli da benedire e Carmen, che andava a messa ogni domenica, non si faceva il segno della croce prima di combattere, ma solo dopo. Gli chiesero perché. Era seduto sui gradini marci della vecchia palestra, rispose con la più bella didascalia alla sua faccia devastata: «Dio non ti aiuta se non sai boxare».







    VIERZON
    Rino Cammilleri
    Nel cuore della Francia, tra la Loira e la Borgogna, sta Vierzon, 27mila abitanti che, come nel resto del Paese scristianizzato, non frequentano granché le chiese cittadine. Il vescovo ha deciso di vendere la più deserta e si sono fatti avanti, soldi alla mano, i musulmani, che ormai sono metà della popolazione. Ma a quel punto i vierzonesi, con uno scatto di orgoglio, pur di non vederla trasformata in moschea hanno deciso di alzarsi presto per andarci alla messa. Morale: evangelizza di più l’invasione islamica che i piani pastorali dei vescovi (non solo) francesi…
    Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea

    Il popolo della vita c’è!
    Sora, 3 novembre, ore 18,30. Corso Volsci è immerso nell’atmosfera crepuscolare del sabato: è da poco terminata la messa prefestiva ma i fedeli si guardano bene dall’andare via. Lentamente, si accalcano dinanzi all’ingresso dell’antica chiesa di San Bartolomeo Apostolo. Attendono. Molti passanti si fermano a curiosare, hanno notato che c’è uno strano movimento oggi. La folla aumenta mentre, pian piano, guidati dalle catechiste, arrivano gioiosi i bambini e si dispongono in corteo. Quelli in prima linea mostrano striscioni con la scritta: “LA VITA È UN’AVVENTURA: VIVILA!” e con tanti altri pensieri di Madre Teresa di Calcutta. Nelle loro mani stringono lunghi fili con palloncini colorati e fiaccole accese, ma ciò che brilla ancor più sono i loro occhi illuminati dall’ansia della festa. Una festa rinviata di tre giorni a causa della pioggia incessante, ma i bambini, si sa, non desistono ed hanno fortemente desiderato partecipare a questa decennale “Festa della Luce”.
    Don Donato, al microfono, comincia a scandire le note del celebre ritornello “Ti ringrazio, o Signore, per le cose che il tuo amore ogni giorno ci dà” ed invita tutti i presenti ad unirsi al coro... La sua voce, forte e decisa, ha il potere di coinvolgere tutti: così, adulti, bambini, giovani e anziani si uniscono al coro che inneggia alla vita. E’ uno spettacolo formidabile, più di trecento persone! Il lungo e colorato corteo si snoda per le vie della città dirigendosi verso il borgo antico di Sora, un luogo che richiama alla memoria nostalgie e storie di tempi passati. E’ una manifestazione coinvolgente, è emozionante vedere questa folla composta e gioiosa che canta mentre, ordinatamente, percorre il tratto di strada che costeggia il fiume Liri, silenzioso e magnifico testimone di questa bella avventura.
    “Chi è la Vita?” grida don Donato… “La Vita siamo noi!!!!” rispondono in coro… “Chi è la Luce???...” “La Luce siamo noi!!!” rispondono i bambini alzando le fiaccole. E don Donato: “Gridiamolo più forte!!!”… E’ un’immagine stupenda, un inno alla vita e alla gioia, un momento che ti riempie il cuore… sei felice di esserci anche tu!
    La festa si conclude in piazza san Rocco, con caldarroste e bibite per tutti i bambini, mentre centinaia di palloncini vengono lasciati liberi e, come preghiere, volano in alto nel cielo. Grande, il nostro arciprete parroco: perfettamente controcorrente con la moda e con le macabre sfilate di Halloween, dotato di grande carisma con i bambini e i giovani, instancabile sostenitore della cultura della vita, in prima linea per la difesa della famiglia.
    “Vi prego di non allontanare i vostri figli, i vostri nipoti dalla strada di Dio” ha ammonito oggi, durante l’omelia, in una chiesa gremita di fedeli… “Ve lo chiedo con il cuore perché tengo molto alla vita di questi ragazzi… e tutti avete potuto notare in questi giorni le nefaste conseguenze delle feste di Halloween!”. E, come ogni anno, il 31 ottobre Mons. Donato Piacentini ha predisposto una veglia di Adorazione al Santissimo Sacramento in riparazione dei tanti oltraggi che si compiono nella notte delle tenebre. Dalle ore 22,00 la veglia si è protratta per tutta la notte fino alle sette del mattino: c’è stata una partecipazione intensa e commovente, con tanti giovani e gruppi di preghiera. E’ stato un voler essere accanto a Gesù, con canti, silenzi e preghiere, mossi da quell’invito a vegliare almeno un’ora sola con Lui. La gente ha risposto con generosità a questo invito… Sì, è bello ammetterlo: il popolo di Sora preferisce la Luce!
    Il popolo della vita c?è!

    Aspettando tiara, chiroteche e sedia gestatoria
    di Paolo Maria Filipazzi
    Domenica 21 ottobre Sua Santità Benedetto XVI ha canonizzato sette nuovi santi, nel corso di una solenne celebrazione in piazza San Pietro. Per molti, però, l’attenzione è stata catalizzata da un particolare apparentemente piccolo, ma in realtà di grande importanza: per la prima volta dopo 28 anni il Papa ha officiato indossando il fanone. E subito ecco i soliti peana di giubilo da parte dei “puristi” della liturgia e il controcanto di tutti coloro che si sentono aperti e moderni, sedicenti cattolici e non, intenti a stracciarsi le vesti per questa che considerano l’ennesima manifestazione di bieco oscurantismo. Tutto per un indumento di stoffa? Ovviamente, non si tratta solo di questo.
    Il fanone papale è una doppia mozzetta circolare di seta sottilissima. Le due mozzette erano anticamente cucite per il girocollo, poi Pio X lo fece dividere in due mozzette da indossarsi separatamente ed unire tramite un’abbottonatura. E’ tessuto in strisce parallele verticali di colore bianco, oro ed amaranto e sulla parte anteriore è ricamata una Croce in oro. La mozzetta inferiore si indossa sotto la stola e quella superiore sopra la pianeta o la casula. Il suo uso è attestato fin dall’VIII secolo ma dal XII secolo, per volontà di Innocenzo III, indossarlo è esclusiva prerogativa papale. Fu quest’ultimo Pontefice a specificare che esso corrisponde all’efod, il paramento che caratterizzava il Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusalemme. Esso rappresenta lo “scudo della Fede” di cui parla San Paolo in Efesini 6,16, che protegge la Chiesa Cattolica rappresentata dal Vicario di Cristo. Le strisce bianche ed oro unite dall’amaranto simboleggiano l’unità della Chiese d’Oriente ed Occidente nell’unica Chiesa universale (cattolica) di cui il Papa, successore di Pietro, è la guida. Esso viene indossato nelle celebrazioni più solenni, in cui il Papa parla ex cathedra, ovvero in maniera infallibile, come quando, appunto, proclama nuove canonizzazioni.
    Insomma, nel fatto che il Papa indossi un vetusto paramento in cui si sono simboleggiate alcune delle Verità fondamentali della Fede non dovrebbe esserci alcunché di particolarmente dirompente. E allora perché tanta attenzione e perfino tanto baccano? Ebbene, tale paramento fu indossato la penultima volta nel 1964 da Paolo VI e fece un’episodica ricomparsa nel 1984 addosso a Giovanni Paolo II. Nessuno in realtà lo ha mai “abolito”, né tantomeno alcun Papa, nel non indossarlo più, ha mai inteso rinnegare le Verità che esso simboleggia. Eppure l’ignoranza e la malafede pare avessero attribuito un chissà quale significato di rottura al cadere in disuso di questo paramento, quasi che il successore di Pietro, senza quel pezzo di stoffa addosso, non fosse più la pietra su cui Cristo ha fondato la propria Chiesa. Insomma, nei confronti di anticlericali e “cattolici adulti” assortiti anche questa volta non si può che provare tanta, ma tanta tenerezza…
    Eppure un certo compiacimento per questo “ritorno” non possiamo nasconderlo. Il Papa ha ancora una volta riaffermato l’ermeneutica della continuità e lo ha fatto in un ambito centrale come quello della Liturgia, in un aspetto, quello dei paramenti sacri, che è fra i più vilipesi (ma quale aspetto non lo è stato nell’ultimo mezzo secolo?). Non mi sembra necessario dilungarmi su tutti i danni che l’assassinio del sacro in seno alla Chiesa ha prodotto, con preti che celebrano in costume da bagno o truccati da clown, o semplicemente abbigliati con sciatteria desolante.
    Un segno questo, di come si sia smarrita la consapevolezza che il sacerdote non celebra in nome proprio, ma in persona Christi capitis (nella persona di Cristo Capo) e a nome della Chiesa, nell’esercizio della speciale potestà sacra di cui è investito in virtù del Sacramento dell’Ordine. Proprio perché celebrante in nome di un Altro, del Sommo ed eterno Sacerdote, nel compimento di una missione distinta da quella degli altri fedeli, il sacerdote non può disporre a proprio piacimento della liturgia, un bene non suo, in cui ogni gesto, ogni parola, ogni oggetto, ogni indumento, è lì per uno scopo preciso. Il ministro di Dio, cioè il suo servo, deve presentarsi al Suo cospetto con la massima dignità. Proprio di questa dignità è segno la ricchezza dei paramenti, una ricchezza del resto mai adeguata se si pensa a Colui di fronte alla Cui Maestà si deve presentare il sacerdote che serve Messa. E proprio nel Papa la qualità dei paramenti deve essere particolarmente curata, a maggior Gloria di Dio, e non certo di un uomo. E prima di accantonare ogni singolo paramento tramandato dalla Tradizione e sostituirlo con qualche propria “creazione” bisogna riflettere molto bene sul fatto che nulla nella Liturgia è fine a se stesso. Lo smarrimento di questa consapevolezza ha portato ad una ferita ancora sanguinante nel costato del Corpo Mistico, dove ormai preti e vescovi celebrano conciati secondo moda, stravaganza e capriccio, segni non dell’umiltà dei servi di Dio ma dell’arroganza e del narcisismo di chi ha scambiato il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo per uno show in cui esibire la propria discutibile creatività.
    P.S. Coraggio, Santità! Adesso ci aspettiamo il ritorno della tiara, della sedia gestatoria, delle chiroteche e pure del bacio della sacra pantofola!
    Aspettando tiara, chiroteche e sedia gestatoria ~ CampariedeMaistre


 

 
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