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Discussione: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

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    Predefinito Re: Rif: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    Chi era Robert Bork, il giurista della discordia
    Morto ieri il giudice che Reagan non riuscì a nominare alla Corte Suprema. Ecco perché la battaglia – vinta – contro la sua nomina cambiò per sempre la politica Usa
    Alessandro Tapparini
    C’è uno strano verbo nel gergo politichese americano che è pressoché impossibile tradurre senza raccontare una storia. Il verbo è “to be borked” (“venire borkizzato”), e la storia è quella della mancata nomina alla Corte Suprema degli Stati Uniti di Robert Bork, il giurista conservatore scomparso ieri all’età di 85 anni.
    Il primo luglio del 1987, Ronald Reagan - a poco più di un anno dal termine della sua presidenza - annunciò a sorpresa la sua decisione di candidare Bork alla Corte Suprema. Professore di Yale specializzato nel diritto dell’antitrust e poi – sempre su nomina di Reagan – giudice della Corte d’Appello del Distretto di Columbia (cioè della capitale Washington), Bork era un giurista molto brillante e preparato, ma era notorio il suo orientamento estremamente conservatore.
    L’anno prima, Reagan aveva messo a segno i primi due “colpi” che avevano portato nella Corte la cosiddetta “rivoluzione conservatrice”: prima la promozione a Chief Justice (Presidente della Corte) del conservatore duro e puro William Rehnquist (il quale nel 1973 era stato il dissenziente estensore del parere di minoranza nella decisione della famosa causa “Roe contro Wade” che aveva introdotto in tutti gli Stati Uniti il diritto della donna a decidere liberamente di abortire), poi la nomina di Antonin Scalia, il quale in futuro sarebbe a sua volta divenuto il leader della componente conservatrice nella Corte. La nomina di Bork sarebbe stata il terzo tassello che avrebbe completato il disegno, riportando i conservatori in maggioranza e così sancendo la fine della egemonia giurisprudenziale progressista che durava dai tempi di Franklin Delano Roosevelt.
    La scelta di Reagan era stata ufficializzata da appena 45 minuti, quando il senatore Ted Kennedy si presentò in diretta televisiva e pronunciò davanti alla nazione una invettiva spregiudicatamente terroristica, che avrebbe lasciato per sempre il segno nella storia della “polarizzazione” della vita politica statunitense. Eccone il passaggio più famoso:
    “L’America di Robert Bork è una terra in cui le donne sarebbero costrette ad abortire nei vicoli, i neri tornerebbero a essere segregati nei ristoranti, la polizia irromperebbe nelle case dei cittadini con raid notturni, ai bambini a scuola non potrebbe più essere insegnato l’evoluzionismo, gli artisti e gli scrittori sarebbero censurati a piacimento del governo, e le porte dei tribunali faderali verrebbero chiuse sulle dita delle mani di milioni di cittadini. Nessuna giustizia sarebbe meglio di questa ingiustizia”.
    Fu l'inizio di una guerra. Bork venne sottoposto alla più dura lapidazione mediatica dai tempi del Watergate. Finì sui giornali persino la lista delle videocassette che aveva noleggiato negli ultimi anni da Blockbuster (dopo quell’episodio, una legge – non una sentenza della Corte Suprema – vietò di pubblicare simili informazioni su un privato cittadino).
    Durante le audizioni per la conferma della sua nomina al Senato (allora a maggioranza democratica: la Commissione Giustizia era presieduta dal futuro vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden), gli venne infine estorta la “confessione”: ebbene sì, egli riteneva che la Costituzione non prevedesse, in realtà, quel “diritto alla privacy” in forza del quale la Corte Suprema nel 1973 aveva affermato il diritto della donna di scegliere se abortire. Ma la sua demolizione - un classico caso di quello che giornalisticamente si definisce “character assassination” – era avvenuta non solo e non tanto sul merito del suo orientamento giuridico, quanto piuttosto convincendo l’opinione pubblica che egli era una persona piuttosto schifosa, un mezzo pazzoide, un mostro.
    La sua candidatura venne bocciata con 58 voti contro 42: tutti i senatori Democratici tranne due votarono contro.
    Da lì nacque il sarcastico neologismo “to be borked” per definire la trombatura di un candidato a qualche alta carica pubblica, messa a segno facendo “saltar fuori” ed enfatizzando a dovere qualche dato più o meno scabroso del suo curriculum, della sua biografia o della sua mentalità (a volte anche solo del suo aspetto fisico), che consenta di massacrarne l’immagine pubblica.
    Un anno fa apparve sul New York Times un articolo di Joe Nocera nel quale si riconosceva che con quella battaglia vinta i Democratici hanno iniettato nelle vene della politica americana un veleno la cui tossicità ancora oggi non è stata smaltita: “in un certo senso, quello fu l’inizio della fine del confronto civile in politica”.
    Anche nel pezzo pubblicato ieri sera sul sito del NYT in morte di Bork, si ricorda come quella campagna fu l’inizio di una politicizzazione del processo di approvazione delle nomine che rende tendenzialmente impossibile l’approvazione di quelle di persone che abbiano espresso con chiarezza le proprie idee.
    Della stessa idea Tom Goldstein, direttore del seguitissimo sito SCOTUSBLOG, la più cliccata fonte di informazioni sulla Corte Suprema, quella vicenda del 1987 “cambiò tutto, forse per sempre. Quella guerriglia ingaggiata da alcuni settori della sinistra americana legittimò le guerre ideologiche a terra bruciata su tutte le successive nomination alla Corte Suprema, per cui oggi ogni candidato che ambisca a quella nomina sta estremamente attento, ai limiti del ridicolo, a non dire nulla su come la pensa veramente”.



    SINDACALISTI ALL’ITALIANA: L’“ABC” DELLO SPRECO - SCOPPIA IL “CASO CNEL”: LA CORTE DEI CONTI DELEGA LA FINANZA AD INDAGARE SUI CONTI DEL CARROZZONE PRESIEDUTO DA MARZANO - VIEN FUORI DI TUTTO: SPESE FUORI CONTROLLO PER MILIONI DI EURO, CONSULENZE E CONTRATTI IRREGOLARI - TRA I CONSIGLIERI C’E’ LA “TRIMURTI”: ANGELETTI, BONANNI E CAMUSSO - SOSPETTA VIOLAZIONE DI UN ARTICOLO DELLA LEGGE ANTIMAFIA….
    Da L'Espresso.it
    Spese per milioni di euro non controllate, incarichi di consulenze e contratti di ricerca «illegittimamente conferiti» e oneri di missione irregolarmente liquidati. Sono alcuni punti di indagini che il procuratore regionale della Corte dei Conti del Lazio, Angelo Raffaele De Dominicis, ha delegato alla fine di gennaio alla polizia tributaria della Guardia di Finanza di Roma per far luce sull'attività del Cnel, il Consiglio nazionale economia e lavoro presieduto dall'ex ministro Antonio Marzano, che ha fra i consiglieri molti sindacalisti, fra cui Luigi Angeletti (Uil), Raffaele Bonanni (Cisl) e Susanna Camusso (Cgil), esperti nominati dal Quirinale e dalle categorie produttive.
    Il procuratore De Dominicis, sottolineando la «particolare delicatezza» dell'istruttoria «che coinvolge un organo di rilevanza costituzionale», sollecita i finanzieri ad «accelerare al massimo gli accertamenti istruttori», evidenziando anche l'eventuale violazione di un articolo della legge antimafia. Fra le verifiche da svolgere anche quella sul collegio dei revisori dei conti del Cnel, la cui composizione secondo il procuratore sarebbe irregolare.

    LA MIA BELLISSIMA SIENA ALLA RICERCA DELLA SUA ANIMA
    Antonio Socci
    Scivolare sulla finanza derivata. Tragicomico destino quello del Monte dei Paschi, l’unica banca – che io sappia – che sia stata celebrata in un’opera letteraria: i “Cantos” di Ezra Pound. Celebrata dal poeta americano perché nei suoi Statuti seicenteschi scoprì una banca per il popolo che si fondava sulla fertilità della terra e sul lavoro, al contrario del modello della Banca d’Inghilterra. Siena per Pound era il simbolo della lotta allo strapotere della finanza e dell’usura.
    Non so se ora Siena perderà la “sua” banca. Mi addolora molto di più che – da tempo – abbia perso la sua anima. “Che vale all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso?”. Fra l’altro è proprio l’anima cristiana della città (oggi dimenticata) che è storicamente alle origini delle sue fortune (anche economiche) e della sua gloria.
    Lo sanno gli attuali padroni di Siena e i suoi cittadini?
    Sta scritto perfino nel simbolo più antico della sua ricchezza, la moneta della Repubblica di Siena, che riportava la formula: “Sena vetus Civitas Virginis”. Città della Vergine. Non era un’espressione celebrativa, ma giuridica e politica. A tutte le mire dei conquistatori che, nei secoli, si affacciavano all’orizzonte, Siena opponeva la sovranità della sua Regina, la Madonna, garante della libertà e dell’indipendenza della città.
    E’ a lei, l’“Advocata senensium”, che sempre la città si è affidata, perfino con atto notarile, nei momenti di pericolo (dalla battaglia di Montaperti alla “peste nera” del XIV secolo, dai terremoti fino alla Seconda guerra mondiale). Anche il famoso ciclo di affreschi politici, detti del Buongoverno e del cattivo governo, realizzato da Ambrogio Lorenzetti nel palazzo pubblico, in filigrana, celebra proprio la regalità di Maria su Siena. Non a caso a Siena tutto parla di lei e canta la più “umile e alta” delle creature.
    Dal campanone della Torre del Mangia (si chiama “Sunto” in onore della Madonna Assunta) alla Cattedrale che è un poema di marmo, un trattato di teologia della storia incentrato su Maria; dal Palio (sia quello di luglio che quello di agosto sono feste della Vergine) allo stesso simbolo della città, quella Balzana (lo scudo bianco e nero) che rimanda al bianco e nero della Cattedrale. Secondo il Gigli, ripreso dal Vannini, la balzana senese sarebbe la “realizzazione araldica dell’aretologia mariana (castità e umiltà) o addirittura (si potrebbe aggiungere) delle Sue ossimoriche attribuzioni (umile e alta, vergine e madre) o del mistero della Sua maternità (Verbum caro)”. Alla Madonna è dedicato anche l’Ospedale che sorge ai piedi della cattedrale, fondato nel X secolo dai canonici del Duomo per i bambini esposti e i pellegrini. E’ uno dei più antichi e gloriosi ospedali del mondo.
    L’immagine della Madonna a Siena si trova dovunque, da tutti i palii alle antiche biccherne (le tavole dei libri contabili), dalle porte della città all’altar maggiore della Cattedrale (dov’era posta la Maestà di Duccio), dalla sala del palazzo pubblico, dove si trova la Maestà di Simone Martini, ai crocicchi delle strade. La stessa della piazza del Campo ha la forma del mantello della Madonna della misericordia, l’icona dove tutta la città si raccoglie sotto la protezione della Madre di Dio.
    Dicevamo della moneta con la scritta mariana. Perduta la “Civitas Virginis” (cioè la fede che era il vero tesoro della città), oggi si perde anche la “moneta”, ovvero la banca e la prosperità. E’ inevitabile, perché quella prosperità germogliò e fruttificò su un terreno spirituale, di forti valori cristiani. Il Monte dei Paschi – la più antica banca del mondo – nasce infatti come monte di pietà. I monti di pietà sono quelle istituzioni finanziarie senza scopo di lucro pensate dai francescani, e fondate alla fine del XV secolo, per aiutare la crescita economica dei ceti più disagiati e sottrarli da una parte alla miseria, dall’altra all’usura.
    C’è soprattutto un santo francescano di Siena, san Bernardino (sulla scia del francescano Giovanni Olivi), alle origini della teoria dell’utilità soggettiva in economia. Luigino Bruni e Alessandra Smerilli hanno dimostrato nel libro “Benedetta economia” che proprio i francescani (e prima i benedettini) hanno posto le basi del sano pensiero economico e della prosperità dei nostri popoli (Rothbard lamentava che gli economisti si fossero poi allontanati dai pensatori cattolici). E’ quella che Stefano Zamagni ha chiamato “l’invenzione dell’economia di mercato civile”. Ma la Siena di oggi neanche ricorda che san Bernardino – una grande figura – è un santo di questa città. Così come santa Caterina, che è patrona d’Italia, compatrona d’Europa e dottore della Chiesa, ma il cui santuario, a Siena, è pressoché sempre deserto e dimenticato.
    Piccolo emblema di questo smarrimento dell’identità e della memoria è stato – tre anni fa – il palio dove attorno al volto della Madonna sono stati disegnati alcuni versetti del Corano, la sura 19. La banale Sinistra del politically correct lasciava il segno di un superficiale sincretismo. E’ sempre stato problematico per una classe politica non raffinatissima come quella del Pci (poi Pds, Ds e Pd), amministrare una città così carica di storia, di cultura, dove tutto parla della sua antica fede cristiana.
    Agli inizi del Novecento Siena era una città in parte ancora cattolica e laica. Un po’ isolata e asfittica come appare nei romanzi di Federico Tozzi. Dal 1945, con l’urbanizzazione di molti nuclei familiari dalle campagne, il Pci conquista la maggioranza e negli enti locali assume il potere, tenuto pressoché senza interruzione fino ad oggi (sono 67 anni).
    Con i decenni il potere della Sinistra si è allargato sempre più. Vent’anni fa solo il Monte, governato da Dc e socialisti, faceva eccezione. Ma da allora, dalla nascita delle Fondazioni, gli enti locali rossi hanno preso il sopravvento. E la Sinistra a Siena domina senza rivali e senza alcuna opposizione. Esprime però una classe politica che sembra del tutto estranea alla grande storia della città. Ricordo che negli anni Ottanta il Pci tirò fuori un manifesto per le elezioni che raffigurava la Piazza del Campo. Volevano così celebrare il loro buon governo. Come se quella piazza di sogno l’avessero fatta loro. Ahimé il Pci a Siena ha saputo fare solo una quartiere satellite, San Miniato, che, nella sua triste bruttezza, ricorda le grigie periferie dei regimi dell’Est. E’ il perfetto simbolo dell’epoca rossa. Sono rarissimi (uno o al massimo due) i dirigenti comunisti che abbiano saputo sintonizzarsi con la spiritualità e la storia di Siena.
    Siamo un popolo attaccato alle sue antiche tradizioni, ma immemore delle sue origini cristiane. Questa è una città che, grazie al Monte, è vissuta per decenni al di sopra delle sue possibilità e il dorato benessere ha addormentato gli spiriti e annichilito le energie migliori. Oggi un’eredità immensa (e immeritata) sembra sia stata dilapidata. E la città, bella addormentata, si sveglia in un deserto, senza più un tessuto economico, un’identità e un futuro. Si ripresenteranno, per il governo del Comune di Siena (e tutto il resto), i soliti che da anni sono sulla scena politica, oltretutto senza alcuna idea del futuro?
    L’unica speranza per questa bella città è la discontinuità: che facciano tutti un passo indietro, emergano nuove energie, nuove idee e nuovi volti.
    Questo cataclisma potrebbe portare una rinascita. Ma prima che la sua banca, Siena deve ritrovare un’anima.

    Se Bersani vince, il cardinale Caffarra va in galera
    di Vincenzo Sansonetti
    «Nessuna civiltà, nessuna comunità nazionale fiorisce se non viene riconosciuto al matrimonio e alla famiglia la loro incomparabile dignità, necessità e funzione. Incomparabile significa che nel loro genere non hanno uguali. Equipararle a realtà che sono naturalmente diverse, non significa allargare i diritti, ma istituzionalizzare il falso». Per questa frase, contenuta in una riflessione offerta ai fedeli della sua diocesi, l’arcivescovo di Bologna, cardinale Carlo Caffarra, se Bersani vincesse le elezioni rischia il carcere.
    Fantapolitica? Niente affatto. Nelle convulse, isteriche fasi finali della campagna elettorale più caotica e confusa del Dopoguerra, dove sono totalmente mancate la signorilità e la correttezza di un confronto leale tra avversari, è bene avere lo sguardo attento su ogni dichiarazione, su ogni sfumatura nelle parole dei protagonisti, per poter compiere la scelta giusta nell’urna.
    Ebbene, a una convention organizzata a Roma da una variopinta serie di sigle gay, con la partecipazione di esponenti del Pd, Sel, Rivoluzione Civile e Movimento 5 Stelle, il candidato premier del centrosinistra Pier Luigi Bersani ha inviato un messaggio in cui si impegna a varare entro un anno - se vince - una legge sulle unioni civili fra persone dello stesso sesso. E passi, non è una novità.
    Ma nello stesso messaggio Bersani promette anche un’altra legge più preoccupante, da far decollare in tempi ancor più brevi, e cioè sei mesi: una norma che estenderebbe la legge Mancino (approvata 20 anni fa, condanna gesti, azioni e slogan che incitano alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali) anche ai «reati» di omofobia e transfobia: nuova fattispecie criminosa in cui si farà entrare di tutto. Accadrà così che non si potranno più difendere la famiglia tradizionale e il matrimonio inteso solo come unione tra un uomo e una donna, - come ha fatto appunto Caffarra - perché tale difesa sarà considerata come un (grave) atteggiamento di discriminazione verso i gay.
    Come «assaggio» di quale sorte spetterebbe a tutti coloro che osassero avere una posizione critica verso l’omosessualismo e l’ideologia gender, che non ammettono le differenze sessuali come un dato di natura, valga l’immediata, violenta e volgare reazione di Franco Grillini, presidente di Gaynet Italia, che ha invocato il bavaglio e intimato di tacere a monsignor Caffarra, invitandolo alle dimissioni (da vescovo? da cristiano? da uomo libero?).
    L’arcivescovo di Bologna, presagendo quale sarebbe stata la reazione alle sue riflessioni, ha precisato in sede di premessa che esse «non nascono da preoccupazioni politiche», ma vogliono essere dei «criteri di orientamento per il prossimo appuntamento elettorale». E ha aggiunto: «E’ come pastore della Chiesa che vi parlo». Citando anche Platone: «Non parlare come conviene non costituisce solo una mancanza verso ciò che si deve dire, ma anche mettere in pericolo l’essenza stessa dell’uomo».
    Omofobo e meritevole di condanna anche Platone? Nel suo «vademecum per il voto», come è stato definito, l’arcivescovo di Bologna, oltre che la «salvaguardia dell’incomparabilità del matrimonio», indica ai credenti gli altri valori per cui battersi: il «rispetto assoluto di ogni vita umana, dal concepimento alla sua morte naturale», la «costruzione di un rapporto giusto fra Stato, società civile, persona», la «priorità del lavoro in un mercato di mutuo vantaggio», l’«affermazione di una vera libertà di educazione»; che non sono altri che i famosi «principi non negoziabili».
    Precisa Caffarra: «Se con giudizio maturo riteniamo che nessun programma politico rispetti tutti e singoli i suddetti beni umani, diamo la nostra preferenza a chi secondo coscienza riteniamo meno lontano da essi, considerati nel loro insieme e secondo la loro oggettiva gerarchia». A poche ore dal voto (ultimo avviso ai naviganti) è più che mai necessario essere consapevoli dell’importanza di esercitare un «giudizio maturo» e «secondo coscienza».
    Quello che è certo è che Bersani e la sua coalizione sono parecchio lontani dalla sensibilità espressa con tanta chiarezza dal pastore bolognese. E nonostante ciò l’ineffabile professor Monti afferma con candore che Bersani non sarebbe un cattivo capo del governo.



    Bersani: “Riduciamo la circolazione del contante. Senza obiezioni”!
    di MATTEO CORSINI
    Pier Luigi Bersani dà il meglio di sè durante i comizi. In uno ha detto: “Sul fisco o si va a Messa o si sta a casa e noi ci metteremo nella media della fedeltà fiscale europea. Per farlo è necessario ridurre del 25 per cento la circolazione del contante. E io non voglio più sentire obiezioni che riguardano la privacy”.
    Dunque, secondo Bersani è necessario ridurre l’uso del contante, che già in Italia è proibito per pagamenti superiori a 999 euro. A suo parere la riduzione dovrebbe essere nell’ordine del 25 per cento, per facilitare la convergenza degli italiani alla “media della fedeltà fiscale europea”. A tale proposito, il segretario del Pd respinge preventivamente al mittente eventuali obiezioni sulla privacy che potrebbero essere avanzate da coloro che non vedono di buon occhio un ulteriore giro di vite sulla tracciabilità. Il problema è che, privacy o non privacy, se uno Stato sa tutto in merito ai beni di proprietà dei cittadini sui quali pretende di dettar legge, tali beni è come se fossero soggetti a un’opzione call americana senza scadenza e con strike price pari a zero, esercitabile dal ministero dell’Economia e delle finanze in qualsiasi momento. Opzione che vale esattamente quanto i beni sottostanti la stessa, ma che lo Stato ovviamente non ha pagato. In altri termini, la proprietà formale resterebbe ai cittadini, ma quella reale farebbe capo allo Stato, che potrebbe esercitare l’opzione totalmente o parzialmente a seconda del proprio capriccio. Una prospettiva che a me pare tutt’altro che rassicurante, e non occorre essere un evasore fiscale per pensarla in questo modo.
    Ciò detto, non è necessario, ahimè, andare in Francia per trovare un fisco che “ha accesso alle transazioni finanziarie”, dato che gli intermediari finanziari sono anche in Italia obbligati a comunicare all’amministrazione finanziaria non solo i rapporti accesi presso di essi dalla clientela, ma anche i saldi iniziali, finali, le entrate e le uscite. In sostanza una rendicontazione completa di ogni rapporto.
    Ovviamente l’Agenzia delle entrate assicura che i dati saranno utilizzati nel pieno rispetto della privacy. E se lo dice Befera, si possono proprio dormire sonni tranquilli…
    Bersani: ?Riduciamo la circolazione del contante. Senza obiezioni?! | L'Indipendenza


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    Predefinito Re: Rif: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    GLI ORFANELLI ITALIANI DI CHAVEZ - LA MORTE DEL DITTATORE VENEZUELANO ECCITA IL SUBCOMANDANTE BERTINOTTI: “PERDIAMO IL COMPAGNO, L’AMICO CHE ABBIAMO AVUTO LA FORTUNA DI CONOSCERE DIRETTAMENTE” - MINA’ SPERA “CHE IL VICEPRESIDENTE MADURO E TUTTA LA NAZIONE BOLIVARIANA SAPPIANO CONDURRE IL VENEZUELA NEL SOLCO TRACCIATO DA CHAVEZ” - COMUNISTI ITALIANI COMMOSSI - E LA REPRESSIONE DELLA LIBERTA’ DI STAMPA?...
    Orlando Sacchelli per IlGiornale.it
    La scomparsa del dittatore Hugo Chavez è salutata con profonda commozione da Fausto Bertinotti.
    "Rappresenta davvero una perdita molto grave per il suo amato paese, il Venezuela, per l'intero continente sudamericano, e per la causa del socialismo del XXI secolo nel mondo". L'ex presidente della Camera lo scrive in un messaggio all'ambasciatore venezuelano in Italia Juliàn Isaìas Rodrìguez Dìaz, nel quale esprime il proprio cordoglio per la scomparsa del presidente venezuelano.
    "Noi, personalmente, perdiamo il compagno, perdiamo l'amico che abbiamo avuto la fortuna di conoscere direttamente. In questo momento, così drammatico, vogliamo essere vicini, nella memoria del presidente Chavez, al popolo venezuelano e alla sua Repubblica bolivariana. Porgiamo a lei, ambasciatore, le nostre più sentite condoglianze e la nostra profonda solidarietà". E sul sito del partito dei Comunisti italiani (alleato con Ingroia alle ultime elezioni) appare una foto con la scritta che riecheggia i saluti a Che Guevara: "Hasta siempre comandante Chavez".
    Un altro che rimpiange Chavez è il giornalista Gianni Minà. Sulla sua bacheca Facebook scrive questo: "Hugo Chavez ha lasciato questo mondo. Credo che, indipendentemente da qualunque considerazione ideologica, bisogna dare atto a questo uomo di avere preso per mano il Venezuela facendolo diventare uno dei Paesi protagonisti del riscatto e del rinascimento in corso nel continente latinoamericano. E nessuno, se è in buona fede, può negare che ha rispettato la democrazia. Ora speriamo che il vicepresidente Maduro e tutta la nazione bolivariana, sappiano condurre il Venezuela nel solco tracciato da Hugo Chavez".
    I comunisti nostrani rimpiangono l'uomo che ha portato il suo Paese all'ultimo posto nella classifica mondiale sul diritto di proprietà individuale (secondo i dati del Cato Institute), collettivizzato le terre, requisito case e imprese e messo in fuga moltissimi imprenditori stranieri. Che ha imbavagliato la stampa e chiuso d'autorità tre televisioni e più di trenta radio. Possibile che sia questo un modello alto a cui guardare? Il socialismo del XXI secolo può prescindere dalla democrazia (vera) e dalla libertà?

    Morto Chavez, viva Chavez! Destra e sinistra estreme sono in lutto
    di STEFANO MAGNI
    Dopo una lunghissima agonia è morto Hugo Chavez, il presidente del Venezuela. Per l’attore americano Sean Penn è venuto a mancare “Un amico che gli Stati Uniti non sapevano di avere”. Estrema destra ed estrema sinistra sono in lutto.
    Da destra: “Non è retorica ricordare che con la morte di Hugo Chavez non è scomparso un semplice Presidente, ma un condottiero e un soldato politico che ha saputo proiettare e concretizzare le Idee di cui era portatore, negli interessi del proprio popolo, un uomo che ha segnato e che lascerà indubbiamente il segno di un’intera epoca storica per il proprio Paese, il Venezuela”. Lo si legge nel comunicato dei Circoli di Progetto Nazionale.
    Da sinistra: “Quel socialismo del XXI secolo evocato proprio da Hugo Chavez e che costituisce l’unica via d’uscita praticabile ai problemi globali che incalzano: crisi ambientale, diseguaglianze sociali, tendenza alla guerra”. Lo scrive Fabio Marcelli, su Il Fatto Quotidiano, in un articolo il cui titolo parla da sé: “Italia? Ci vorrebbe un Chavez”.
    Ma ci siamo mai domandati che cosa abbia realmente fatto Hugo Chavez in questi 14 anni di potere? Il Venezuela, primo produttore di petrolio nell’America del Sud, oggi risulta uno dei meno competitivi del mondo. Secondo il rapporto annuale del World Economic Forum, nel 2012 risultava 126mo su 144 Paesi presi in esame. Secondo questo stesso rapporto, il Venezuela è agli ultimi posti in tutto il mondo in fatto di funzionamento delle istituzioni pubbliche, fiducia nel sistema giudiziario e competizione fra aziende locali. In compenso è ai primi posti in altri settori: regolamentazioni statali, tariffe doganali e regole che ostacolano gli investimenti stranieri. Oltre al rischio di rimanere vittime del crimine (che negli anni di Chavez ha registrato un’impennata), gli imprenditori stranieri, piccoli o grandi che siano, sono stati oggetto di campagne di odio e di intimidazione da parte dei paramilitari bolivariani.
    Per la prima volta nella storia recente, nel 2010, il Venezuela ha sofferto una sua crisi alimentare. Causata, soprattutto, dal collasso delle infrastrutture. Dall’inefficienza della Pdval, azienda statale monopolista della catena alimentare. E della guerra ideologica lanciata da Chavez contro supermercati e grossisti privati. I prezzi del cibo impennavano, le scorte si esaurivano, mentre le importazioni alimentari marcivano nei porti.
    Ha segnato il passo pure il fiore all’occhiello dell’economia venezuelana, il petrolio, usato come arma economica per favorire gli alleati (soprattutto Cuba, l’Iran e i Paesi dell’America latina che hanno aderito all’Alleanza Bolivariana), ma sempre meno disponibile in patria. La nazionalizzazione di tutta l’industria petrolifera, completata nel 2004, ha fatto sì che, in pochi anni, quello che era il maggior produttore di greggio sudamericano, dovesse ricorrere alle importazioni e al razionamento della benzina. Lo scorso agosto, lo ha dichiarato la stessa azienda statale monopolista del settore, la Pdvsa: a causa del deterioramento del suo sistema di raffinazione e del contrabbando (accusato di aver sottratto grandi quantità di benzina), il governo ha dovuto importare carburante e componenti industriali dagli Stati Uniti per rispettare i suoi impegni contrattuali e garantire un regolare consumo energetico all’interno del Paese. Attualmente il livello di produzione del greggio è di un quarto più basso rispetto a quando Chavez aveva preso il potere. Le infrastrutture sono conciate malissimo, addirittura pericolose, come dimostrano l’incidente del 2010 (una piattaforma è affondata) e quello dello scorso agosto (una raffineria esplosa: 48 morti). Il collasso di una delle principali centrali idroelettriche del Paese, nella prima metà del 2010, ha causato vastissimi blackout. Un esportatore di prodotti energetici che resta al buio è una vera ironia della sorte… o una dimostrazione di assoluta incapacità di gestione?
    Anche le opere pubbliche, ormai, cascano a pezzi, come dimostra il crollo del ponte Cupira (nei pressi di Caracas) lo scorso 15 agosto. A settembre, in compenso, le piogge tropicali hanno fatto collassare anche una vasta parte del sistema di drenaggio: in tutto il Paese 400 famiglie sono rimaste senza tetto. Inutile ricordare che, in mezzo a tutto questo collasso, i venezuelani sono meno sicuri di tutti gli altri popoli dell’America meridionale. Il tasso di criminalità (che è triplicato, da quando è al potere Chavez) è il più alto in assoluto nel sub-continente. Gli omicidi denunciati, in questi 14 anni, sono circa 120mila. Peggio di una guerra. E l’impunità trionfa: appena l’8% dei casi ha portato ad una condanna del colpevole.
    I cittadini di Chavez non sono mai stati liberi di contestare o esprimere apertamente il loro dissenso. Benché sia ancora formalmente una democrazia, il Venezuela è uno dei peggiori luoghi al mondo per i giornalisti. I media non allineati vengono arbitrariamente chiusi. Nel 2007 era stata revocata la licenza persino alla celeberrima Rctv, la Tv che inventò le telenovelas negli anni ’50, uno dei pilastri dell’informazione commerciale dell’America latina. I giornalisti minacciati fisicamente non si contano. Tutte le Tv hanno sempre dovuto trasmettere i discorsi di Chavez, senza limiti di tempo, cambiando i loro palinsesti per ordine del presidente.
    E’ questo il regime che l’Italia dovrebbe adottare? Perché mai è proposto ancora come modello? Prima di tutto perché, in Italia, l’uomo forte, chiunque sia, piace, indipendentemente dai suoi risultati. Sotto una leggera patina democratica, molti italiani vogliono la dittatura. Secondo: perché Chavez è un nemico giurato degli Stati Uniti, ai cui presunti sabotaggi ha attribuito la colpa di tutti i mali del Paese. Anche dopo la morte del suo superiore, il vicepresidente Maduro accusa gli Usa di aver avvelenato il “comandante”. Era malato da quasi due anni, era stato operato quattro volte a Cuba (una nazione alleata), ma la teoria del complotto alligna ovunque, anche in Italia, ripetuta a pappagallo da compagni e camerati. Anche dalle nostre parti, gli Usa sono il nemico numero uno, per settori sempre più ampi della destra e della sinistra. Terzo: Chavez è amato nel nostro Paese proprio per il suo fallimentare sistema economico. Lo dimostrano gli esiti delle ultime elezioni italiane, che hanno segnato il trionfo delle forze politiche anti-capitaliste. Gli italiani sembrano dire quasi all’unisono: pazienza che il modello Chavez sia fallimentare, l’importante è che distrugga il capitalismo. E, in caso di collasso, la colpa può comodamente essere attribuita a capri espiatori esterni, come la Chiesa, la finanza internazionale o la CIA, proprio come ha sempre fatto il presidente venezuelano.
    Morto Chavez, viva Chavez! Destra e sinistra estreme sono in lutto | L'Indipendenza

    Chavez, il mito e la realtà
    di Stefano Magni
    Morto all’età di 58 anni, da quasi due anni malato di tumore, l’ex presidente venezuelano Hugo Chavez lascia un’eredità politica difficile, a dir poco.
    Nel 1992 il giovane tenente colonnello fu a capo di un tentativo di rovesciare il presidente Carlos Andres Perez. Il movimento che guidava allora e con cui tentò il colpo di Stato, l’Mbr200 (Movimento Bolivariano Rivoluzionario 200), era costituito da marxisti dell’America Latina, reduci da una guerra fredda appena finita. Gli slogan dei rivoluzionari erano i soliti: lotta contro la corruzione, il Nord America e le multinazionali. Si trattava di una scena classica della politica sudamericana. Il fallimento del tentativo militare di presa del potere fu visto universalmente come il segno che la democrazia avesse trionfato anche in quell’area del mondo.
    Fu un errore di ottimismo. Chavez, dopo aver trascorso appena 2 anni di galera, ritornò sulla scena in veste di democratico, alla testa di un movimento (Quinta Repubblica) che mirava alla riforma presidenziale della Costituzione. Venne eletto nelle elezioni del 1998. Da subito iniziò, usando i mezzi della democrazia, a ritagliarsi un potere sempre più assoluto. Due furono gli eventi che accelerarono la svolta autoritaria. La prima fu la crisi economica argentina del 2001 diede ulteriore impulso alle sue politiche anti-liberali e lo spinsero ad intensificare il suo programma di nazionalizzazioni. La seconda fu il fallito tentativo militare di rovesciare il suo potere nel 2002, che gli diede l’opportunità di militarizzare la società (con la diffusione delle squadre di paramilitari bolivariani) e di assumere poteri straordinari.
    Il suo potere è risultato molto più pervasivo rispetto ai classici autoritarismi. Lettore di Antonio Gramsci, l’ex golpista ha occupato tutte le cittadelle della società. Prima di tutto: i mezzi di produzione. Ha nazionalizzato il petrolio e tutte le industrie strategiche e, dopo il golpe del 2002 (che era appoggiato anche dai sindacati dell’opposizione), ha preso il controllo delle organizzazioni sindacali. In totale ha espropriato 1168 aziende, nazionali e straniere. Ha occupato le scuole, imponendo un programma di studi ideologicamente orientato e inquadrando il più possibile gli studenti nelle organizzazioni bolivariane.
    Chavez ha occupato i media, imponendo loro palinsesti politicamente controllati, intimidendo i giornalisti vicini all’opposizione, facendo chiudere radio e Tv private (compresa la popolarissima Rctv) che considerava ostili. Ha occupato i quartieri poveri, le favelas di Caracas, dove ha mandato le sue “missioni” di consulenti cubani castristi, a curare la gente, ma anche ad indottrinarla ideologicamente. Ha occupato le campagne, nazionalizzando 2,5 milioni di ettari di terreno. A questo punto non ha più avuto bisogno di conquistare il potere con la forza, come aveva tentato di fare nel 1992. La sua presa sulla società è stata sempre abbastanza stretta da consentirgli delle vittorie elettorali. Almeno fino al 2012, quando, indebolito dalla malattia, rischiava (per la prima volta) di essere battuto dall’opposizione democratica.
    L’eredità del bolivarismo è un mistero anche per gli stessi bolivariani. E’ uno strano miscuglio di ideologie. Hugo Chavez ha rivitalizzato l’indigenismo, l’esaltazione dei popoli indio visti come gli unici veri cittadini del Sud America. Il presidente venezuelano l’ha usato come il grimaldello contro la borghesia produttiva di origine europea e il capitalismo nel suo complesso. Nel suo programma elettorale del 2006, il presidente venezuelano aveva addirittura promesso l’abolizione della moneta e la sua sostituzione con forme tradizionali di scambio fra i villaggi rurali.
    Il bolivarismo, però, prende anche il suo stesso nome da Simon Bolivar, simbolo dell’indipendenza dalla Spagna. Chavez ha usato quell’icona per puntare alla cosiddetta “indipendenza economica” (nazionalizzazioni ed esportazione selettiva del petrolio concedendo prezzi politici agli alleati) ed alla riunificazione del continente sudamericano.
    Benché si sia sempre detto cristiano, Chavez ha strizzato l’occhio all’Islam più radicale. Hezbollah è attualmente un’organizzazione politica ben radicata in Venezuela, rappresentata addirittura da un viceministro agli Interni dopo le elezioni del 2006. Anche in questo caso si è trattato di un’alleanza anti-americana: Iran e Venezuela hanno creato un asse contro gli “imperialisti”, gli Usa soprattutto, ma anche la stessa Israele, oggetto di numerosi discorsi incendiari dello stesso Chavez.
    A proposito del suo vantato cristianesimo, Chavez ha ingaggiato un duro braccio di ferro, lungo 15 anni, con la Conferenza Episcopale del Venezuela e con la stessa Chiesa cattolica. Sempre per motivi di potere. I vescovi venezuelani, denunciando l’eccessiva concentrazione di potere nelle mani del presidente, già nel 2002 non avevano sostenuto il capo dello Stato nel corso del tentativo di golpe militare. Nel 2007, l’allora cardinale di Caracas Rosalio Castillo Lara, aveva avvertito: “Se il popolo venezuelano non riesce a comprendere la serietà della situazione e non riesce ad esprimersi a favore della democrazia e della libertà, ci troveremo soggiogati a un regime di tipo marxista-leninista”. Il suo predecessore, Ignacio Velasco, nel 2002, diceva del rapporto fra Chiesa e Stato in Venezuela: “Ogni giorno porgiamo l’altra guancia, ma finiremo per non avere più guance”. Quando Velasco morì, Chavez gli augurò di andare “all’inferno” e al funerale del cardinale i bolivaristi fecero un’irruzione con lanci di pietre. Nel secondo mandato presidenziale (2006-2012), Chavez ha ulteriormente alzato i toni contro la Chiesa cattolica.
    Nel 2009 era scoppiato un grave conflitto, quando la Conferenza Episcopale si era opposta alla riforma dei governatorati, che avrebbe ridotto i poteri delle amministrazioni locali. Nel 2010 aveva proposto di rivedere il concordato. Da notare che fu solo nel 1964, durante il governo di Romulo Betancourt, mediante la firma e la ratifica del concordato con la Santa Sede, che si pose fine al regime del Patronato Real che subordinava le attività Chiesa al controllo dello Stato. L’accordo confermava il finanziamento pubblico per le missioni cattoliche presso le popolazioni indigene e le misure generali di supporto finanziario. Tutti i settori in cui Chavez voleva avere l’esclusiva assoluta. Il presidente ha sempre considerato quella libertà come un “privilegio” nei confronti delle altre religioni.
    E in quell’occasione, attaccò e disconobbe Papa Benedetto XVI: “E’ il capo di Stato del Vaticano, non l’ambasciatore di Cristo sulla terra: Cristo non ha bisogno di ambasciatori, Cristo è nel popolo e tra quelli che lottano per la giustizia e la libertà degli umili”. Contro l’arcivescovo di Caracas, Jorge Urosa Savino, ne aveva dette di tutte, nel corso del suo show presidenziale a reti unificate. E intanto chiudeva Vale Tv, la televisione di proprietà della Chiesa, per “restituirla al popolo”. Il presidente bolivariano ha sempre tentato di introdurre nel Paese la “sua” versione del cristianesimo, pauperista, anti-capitalista, collettivista, nel solco della Teologia della Liberazione.
    In 15 anni di bolivarismo, tuttavia, non ha neppure tracciato alcun progetto di lungo termine. L’ideologia di Chavez è un insieme di argomenti a contrario: ha usato l’indigenismo contro il capitalismo e la borghesia di origine europea, il bolivarismo contro gli Usa e le multinazionali, l’alleanza con l’Iran ed Hezbollah contro gli Stati Uniti. Ma alla fine, dopo 15 anni di dominio, il bolivarismo ha lasciato un Paese fra i più poveri dell’America del Sud (nonostante sia il maggior produttore di petrolio della regione), il più violento in assoluto (120mila omicidi dal 1999 ad oggi, il più alto tasso di criminalità del mondo) e una società in cui non esiste più il concetto di proprietà individuale, né alcun governo della legge. La sua eredità consiste nell’aver messo i venezuelani gli uni contro gli altri per dominarli meglio. Fino alla sua morte, che probabilmente sarà foriera di nuove violenze: già i suoi discepoli accusano gli Stati Uniti.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Chavez, il mito e la realtà



    UNA BOMBA ESPLODE SU CULATELLO BERSANI: GRAZIE ALLA LEGGE ANTI-CORRUZIONE VOTATA DAL PD DI BERSANI, PRESCRITTI GLI IMPUTATI DEL PROCESSO PENATI! - 2. LA LEGGE VOLUTA DALLA SEVERINO E VOTATA IN CORO DA PD E PDL SALVA I PROTAGONISTI DEL ‘’SISTEMA SESTO’’: ESTINTI I REATI PER GLI UOMINI DELLE COOP - 3. TRA DUE MESI IL MOMENTO PRESCRIZIONE ARRIVERÀ ANCHE PER LO STESSO PENATI, EX BRACCIO DESTRO DI CULATELLO, A GIUDIZIO PER CORRUZIONE E FINANZIAMENTO ILLECITO
    I COIMPUTATI DI PENATI PRESCRITTI GRAZIE ALLA LEGGE ANTI-CORRUZIONE
    Sandro De Riccardis per "La Repubblica"
    Prescrizione per le tangenti per la riqualificazione dell'area Falck, prescrizione per quelle sugli appalti della ex Marelli, prescrizione per le consulenze fittizie alle cooperative rosse. Finiscono in un vicolo cieco alcuni dei filoni più importanti del "Sistema Sesto", l'inchiesta dei pm di Monza Franca Macchia e Walter Mapelli sugli appalti pilotati. Un sistema che, per l'accusa, ruotava intorno a Filippo Penati, ex sindaco PD di Sesto San Giovanni ed ex presidente della provincia di Milano. Il colpo di grazia all'inchiesta è arrivato dalla legge "anticorruzione" del guardasigilli Paola Severino.
    La nuova "concussione per induzione" ha ridotto le pene (da 12 a 8 anni) e rimodulato i termini di prescrizione (da 15 a 10). Così ieri il gup Giovanni Gerosa ha dovuto dichiarare estinto il reato per gli uomini delle coop rosse - il vicepresidente del Consorzio Cooperative Costruttori, Omer Degli Esposti, i due consulenti, Gianpaolo Salami e Francesco Agnello, beneficiari di consulenze per 2,4 milioni per «prestazioni inesistenti» - e per Giordano Vimercati, ex braccio destro di Penati, che però resta nel processo per altri episodi di corruzione.
    Per Penati, ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, il nodo-prescrizione sarà affrontato il prossimo 13 maggio, nell'udienza del giudizio immediato: allora si capirà se il politico si avvarrà o meno dell'estinzione del reato. Per Penati restano in piedi le imputazioni relative alle corruzioni del Sitam, il sistema di trasporti pubblici locali, alla terza corsia della A7, alla finta caparra di una compravendita tra Binasco e Di Caterina, grande accusatore del "Sistema Sesto". Il gup ha dichiarato l'incompetenza di Monza sui circa 368mila euro di presunti finanziamenti illeciti alla fondazione Fare Metropoli.
    Tra i dieci indagati, l'ex banchiere Massimo Ponzellini e gli imprenditore Enrico Intini e Roberto De Santis, vicini al Pd pugliese. Tutte le elargizioni erano nell'ormai famoso file excel sequestrato all'architetto Renato Sarno, in carcere da oltre quattro mesi. In questi giorni, il professionista - per la procura, «collettore di tangenti» per Penati - avrebbe fatto le prime ammissioni ai pm, spiegando di aver avuto un ruolo nella raccolta dei fondi per l'ex politico Pd. Una sua istanza di patteggiamento è stata in questi giorni respinta dalla procura. L'inchiesta dei pm Macchia e Mapelli va intanto avanti sull'ultimo filone d'indagine: la supervalutazione del 15% della Serravalle, venduta nel 2005 dai Gavio alla Provincia, con una plusvalenza da sogno per il gruppo di Tortona, pari a 179 milioni di euro.


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    Predefinito Re: Rif: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    Fanno i comunisti coi soldi dei milanesi
    Redazione
    Si chiamino «compagni» o «rivoluzionari», visto che qualche candidato o supporter di Ingroia ci ha organizzato fino ai giorni scorsi eventi per la campagna elettorale. I Comunisti Italiani non pagano. Il partito che ha una sede nel prestigioso immobile comunale di via De Amicis 17, adiacente all'anfiteatro romano, è moroso. E neanche poco: 70mila euro e qualche spicciolo. Il capogruppo della Lega Alessandro Morelli ha presentato un'interrogazione agli uffici del Demanio, per conoscere la situazione dei partiti che sono inquilini negli stabili pubblici, e la risposta (confermata ieri, con aggiornamento al 31 dicembre) è di pesante morosità a carico dei «compagni».
    L'assessore al Demanio fino al mese scorso era Lucia Castellano, si è dimessa per candidarsi in Regione come capolista di Ambrosoli presidente. E Morelli la accusa di aver «chiuso colpevolmente gli occhi su una grave morosità da parte degli “amici“, mentre è stata veloce a mandare lo sfratto alla Lega».
    Fanno i comunisti coi soldi dei milanesi - IlGiornale.it

    "Chavez ha impoverito il Venezuela e ai poveri ha dato solo le briciole"
    Il professor Michele Castelli vive a Caracas dal 1970. Ci parla della figura controversa del "comandante", dei risultati non proprio esaltanti e dei metodi usati per restare al potere
    Orlando Sacchelli
    Il Venezuela piange ancora la scomparsa del proprio presidente, Hugo Chavez, il cui corpo sarà imbalsamato come quello di Lenin. Dopo aver fallito un colpo di Stato nel 1992, arrivò al potere democraticamente sette anni dopo ed è rimasto in carica come presidente fino alla morte, salvo una breve parentesi di pochi giorni nel 2002 (per un tentativo di golpe). Figura controversa, era molto amato da ampi strati della popolazione, specie quella più povera.
    Ma è difficile non riconoscere, nel suo operato, i tratti di un populismo autoritario, con una profonda compressione della libertà dei cittadini. Abbiamo parlato di Chavez con un italiano che dal 1970 vive e lavora in Venezuela, Michele Castelli. Sessantasette anni, professore emerito dell’Università Centrale di Caracas in linguistica e dialettologia, è nato in Italia, a Santa Croce di Magliano (Campobasso).

    Che clima si vive in questo momento?
    Dopo tre mesi di malattia irreversibile il popolo venezuelano non si faceva più illusioni di un possibile ritorno di Chavez alla presidenza. I suoi delfini al governo hanno saputo amministrare con buon olfatto politico la contingenza sfruttando al massimo il normale stato emotivo della povera gente, quella più vicina al comandante, che da sempre ha creduto alle sue accese prediche rivoluzionarie. Migliaia di persone hanno accompagnato il feretro nella lunga camminata dall’Ospedale fino all’Accademia militare, un piazzale immenso dove si terranno i funerali. Ho notato sincere manifestazioni di dolore e di affetto verso il leader che indiscutibilmente farà storia nel paese e in tutta l’America Latina.

    Come valuta, complessivamente, l'esperienza di governo di Chavez?
    Non si può negare che la povertà critica è scesa in Venezuela grazie alle cosiddette "missioni" attraverso le quali briciole della ricchezza petrolifera sono cadute sui ranchos che punteggiano le falde delle montagne che circondano Caracas ed altre grandi città del paese.

    Perché parla di briciole?
    Perché la maggior parte del miliardo di dollari entrati al paese nei 14 anni anni di governo chavista, che non si riflettono in opere concrete, probabilmente saranno andati ad ingrossare i conti all’estero della nomenklatura, o sono stati donati a paesi come Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Argentina, Uruguay, ecc. per propagandare il “socialismo del secolo XXI”. La mania di volere emulare il grande Simon Bolivar ha spinto Chávez a guardare più verso fuori che a risolvere i problemi economici e sociali del paese, circondandosi all’interno di seguaci acritici anziché di amministratori capaci e preparati.

    Ha deluso quelli che avevano creduto in lui?
    Anche quanti nel passato hanno combattuto i soprusi e la corruzione dei governi della cosiddetta "Quarta Repubblica" sono stati preda del "venditore di illusioni". Specialmente all’inizio, quando non era ancora chiaro il concetto di “socialismo” che predicava, e tutti pensavamo che volesse seguire i passi della Bachelet in Cile o di Lula in Brasile. Quando invece vende l’anima a Fidel e comincia a perseguitare la dissidenza, a incarcerare innocenti che gli facevano ombra, a sequestare i poteri dello Stato, a distruggere le imprese produttive, allora abbiamo capito che la parvenza “democratica” gli serviva solo come un pretesto verso il mondo per giustificare la propria legittimità. Grazie alle ingenti ricchezze provenienti dal petrolio si sostituisce la produzione locale con importazioni di beni e servizi e si sussidiano le persone ai margini della società con una fitta rete di distribuzione alimentare. Ciò significa che il governo smorza la fame della povera gente, ma non risolve i loro problemi sociali. Soprattutto perché non crea posti di lavoro stabile e incentiva l’economia informale.

    Qualcuno in Italia (Bertinotti ma non solo) ha salutato con profondo dispiacere la scomparsa dell'amico Chávez, esempio per il socialismo del XXI secolo. Al di là delle ideologie, quali risultati crede abbia effettivamente raggiuto Chavez per il Venezuela? E quali colpe gli imputa?
    Chi ha conosciuto Chavez non può che avere un ricordo assolutamente positivo. Simpatico, convincente, umile, riusciva subito ad ammaliare qualsiasi interlocutore. Duro solo con gli avversari politici. Non ha mai risparmiato loro epiteti dispettivi e spesso anche volgari. Capisco dunque il sincero dolore di Bertinotti per l’amico che effettivamente ha conosciuto in uno dei suoi ultimi viaggi in Venezuela. Non credo, tuttavia, che avrebbe apprezzato del tutto i risultati come governante se avesse analizzato in profondità la situazione attuale del paese.

    Perché?
    È vero, come ho già detto, che si è preoccupato di quello strato povero della popolazione che storicamente è rimasto abbandonato nel proprio ghetto, e ciò non è poca cosa. Ma è altrettanto vero che durante i 14 anni di governo non sono state costruite grandi opere d’infrastruttura per l’industrializzazione del paese e nemmeno si sono mantenute adeguatamente quelle esistenti. Per esempio, nonostante il privilegio di essere produttori di petrolio e di avere fiumi di grossa portata, il sistema elettrico nazionale è un disastro. L’industria agroalimentare, che è diventata un monopolio dello Stato, produce appena un 40% delle necessità della popolazione, mentre il resto s’importa. In Venezuela da diversi anni abbiamo l’inflazione più alta del mondo (una media di 25% all’anno) e durante i governi di Chávez il bolívar, la moneta locale, è stata svalutata ben sei volte. I giovani talenti emigrano verso gli Stati Uniti e l’Europa per mancanza di opportunità e per la crescente insicurezza. Aumenta invece volutamente la burocrazia, come un “capitale” politico che il governo gestisce alla perfezione. A che serve allora l’amore verso i poveri se saranno destinati a rimanere sempre tali, attaccati al filo della speranza del sussidio governativo? Che futuro potrà sperare se non si creano posti di lavoro dignitosi? Insomma, considerando che il petrolio è l’unica risorsa sulla quale conta il paese e che Chavez ha avuto la sorte di poterlo vendere a prezzi astronomici, io lo giudico responsabile di non aver saputo creare le basi di un’economia diversificata forte e prospera, e di avere perso una grande opportunità storica per incamminare il Venezuela verso uno sviluppo sostenibile alla pari dei paesi del primo mondo.

    Il vice presidente Maduro ha parlato di un complotto contro Chavez, che avrebbe causato la morte del presidente. E' questa l'opinione più diffusa in Venezuela?
    Maduro ha ripetuto tante menzogne durante i tre mesi di assenza del presidente, tanto che nemmeno i più stretti collaboratori gli ripetono simili bazzecole. Sono stati espulsi due diplomatici americani ma il Ministero degli Esteri non ha emesso nessun comunicato ufficiale con accuse precise. Del resto, è la prima volta che si sente dire che il cancro è una malattia infettiva o che si può inoculare.

    Esiste una stampa libera in Venezuela?
    Direi di sí, anche se si fa molto per metterla a tacere. Il governo ha creato una poderosa rete di comunicazione che arriva gratuita negli angoli più reconditi di un paese immenso con una superficie di quasi un milione di chilometri quadrati e una popolazione vicina ai 30 milioni di abitanti. Si tollera la stampa indipendente che, però, non ha vita facile. Non usufruisce delle risorse dello Stato (contributi, pubblicità, ecc.) e persino i privati spesso s’inibiscono di appoggiare per timore di rappresaglie.

    Qualcuno dice che Chavez non era un dittatore perché è stato, più di una volta, eletto dal popolo? Secondo lei si può parlare di vera democrazia?
    Neanche io sono sicuro che Chavez fosse un “dittatore” nel significato classico della parola. Lo definirei piuttosto un “caudillo” con ascendenza assoluta sui suoi collaboratori. È noto a tutti che in Venezuela nessun ministro muoveva un dito senza la sua benedizione. Era sempre lui a dire l’ultima parola, a fare i grandi annunci. Trascorreva ore intere in radio e tv circondato dai suoi più stretti collaboratori ma anche dalla povera gente. Sapeva interpretare le loro necessità e, come un buon frate predicatore, infondeva speranze in un domani migliore. Quando le promesse non si compivano, il che succedeva spesso, le colpe ricadevano sempre sui “funzionari inetti” o sulla “borghesia fascista” che boicottava le iniziative del governo. Lui usciva sempre indenne dalle responsabilità. Con la stessa abilità era riuscito a creare un clientelismo politico che gli garantiva la rieleggibilità eterna.

    Come vi riusciva?
    Intimorendo gli impiegati pubblici, contrattisti e quanti altri avessero interessi diretti con lo Stato, facendo credere che i loro voti erano controllati dall’ente nazionale che gestisce le elezioni, utilizzando tutte le risorse dello stato (radio, televisione, mezzi di trasporto, finanziamenti, ecc.) durante le lunghe campagne elettorali, minacciando di togliere i sussidi delle missioni a coloro che si fossero astenuti di votare, ecc.

    Con tutto ciò si può parlare di vera democrazia?
    Lascio ai lettori le conclusioni.
    "Chavez ha impoverito il Venezuela e ai poveri ha dato solo le briciole" - IlGiornale.it

    Chavez, il dittatore del popolo
    Lo scrittore Cosmo de La Fuente ci racconta l'altra faccia del Venezuela di Hugo Chavez, quella fatto di povertà e soprusi. Un aspetto che i media italiani troppo spesso fanno finta di non vedere
    Cosmo de La Fuente
    Duranti i (quasi) 14 anni ha fatto il bullo attraverso le televisioni di tutto il mondo. Da quando venne eletto presidente, fino alla sua morte, pochi sono riusciti a inquadrare bene chi fosse davvero Chavez.
    Durante gli anni del suo regime lui era sempre il tema delle conversazioni tra venezuelani, ci si lamentava, o lo si elogiava. Lui era tutto e ci teneva a presentarsi come Gesù Cristo. Nelle sue estenuanti cadenas televisive, quattro o cinque ore di diretta eseguite grazie all’uso che faceva di cocaina (lui stesso ammise di farne uso e la consigliò come metodo curativo), amava dire di essere un inviato di Dio; stesso metodo usato dal terrorismo islamico: "Agisco in nome di Dio, perciò quello che dico e faccio è giusto".
    La sua insistenza nel considerarsi una sorta di reincarnazione di Simón Bolivar, poi, ha avuto del ridicolo; soltanto i più ignoranti potevano credere (o fingere di credere) a queste deliranti affermazioni. Bolivar professava, tra l’altro, la libertà dei popoli. Chavez ha messo in atto, invece, una vera e propria sottomissione del popolo. Anch’io, di fronte a certe accuse, sono stato riluttante e incredulo, ma mi è bastato dare un’occhiata alla costituzione bolivariana, quella nuova di Chávez, per rendermi conto che si trattava di un progetto della peggiore specie.
    Le prime due leggi che mi lasciano basito sono quelle che riguardano il tradimento di pensiero; si prevedono, cioè, fino a sei anni di carcere per chi fa propaganda contro il governo. Siete ancora convinti, dopo questo, che il Venezuela sia il risultato della democrazia più grande dell’America latina? Già chiamare una costituzione “bolivariana” non ha molto senso; Bolivar è morto tantissimi anni fa, non ha nemmeno conosciuto la rivoluzione industriale. In questo paradossale connubio Bolivar-Chávez, inventato dal caudillo, si confondono le parole dell'uno con le parole dell’altro. Bolivar, tra l’altro, viveva in povertà, mentre il defunto presidente venezuelano viveva negli sfarzi come un nababbo, spendendo milioni e milioni di dollari per pubblicizzare la sua politica, regalando il petrolio venezuelano a molti paesi dell’America latina e lasciando solo i tozzi di pane alla sua gente.
    Le contraddizioni di Hugo sono state infinite, a cominciare dal colpo di stato che lui stesso tentò nel 1992 contro un altro presidente, eletto democraticamente. Ai microfoni dei giornalisti disse: “Questa volta non siamo riusciti, ma ritorneremo”. Il suo modo di fare, "spacconeggiante", risultò simpatico ai venezuelani e appena uscito di galera vinse le elezioni, era il 1998. Il Venezuela è, ormai da molti anni, un paese soffocato dalla corruzione e dal mal governo, rimasto quasi l’unico ad esportare il petrolio in tutto il mondo. Durante i suoi anni al potere il prezzo del petrolio, che rappresenta il 30% del PIL, è passato dai 9 dollari al barile a 150, oggi si aggira intorno ai 100 dollari al barile. Una grande ricchezza se si considera che il Venezuela consta di circa 30 milioni di abitanti. Il Chavismo ha prodotto una serie di disastri che riguardano le abitazioni, le infrastrutture, l’agricoltura, l’elettricità, la distribuzione di alimenti e sicurezza pubblica, mentre la produzione di greggio si è ridotta a causa di una cattiva gestione. Ridusse in qualche modo la povertà, regalando, come più volte detto, solo le briciole alla gente delle baraccopoli. Ma per i suoi scopi politici e personali teneva almeno il 99% degli introiti. Viveva nell’amore per se stesso e non faceva altro che insultare i suoi oppositori e, soprattutto, gli Stati Uniti.
    I media ci mostrano i pianti di milioni di venezuelani che temono di aver perso non solo un politico, ma un padre, un salvatore. Un popolo ormai succube di un attaccamento infantile, di una sindrome simile a quella di "Stoccolma". Sono molte le famiglie che piangono, però, i loro figli assassinati perché contrari al suo governo. Un buon 50% del popolo, di gente che potrebbe essere la spina dorsale di questo paese, non viene nemmeno considerata dalle televisioni e dai giornali italiani. Ci sono cognomi diventati simbolo del massacro compiuto da Chavez, che fingeva amore per il popolo ma che era un tiranno con chi la pensava diversamente da lui. Morti che restano sulla sua coscienza: basta nominare Franklin Brito, Maria Lourdes Alfiuni, Simonovis, per far venire la pelle d’oca a qualsiasi venezuelano, ma non ne parlerò ora, meritano, insieme a migliaia di altre vittime, un capitolo a parte.
    Sono convinto che coloro che promuovono Hugo Rafael Chávez Frias come padre del nuovo socialismo imponendolo come un santo, lo fanno, sostanzialmente, per due motivi: ignoranza o interesse. Di fatto si utilizzano due metri e due misure, perché se in Italia qualcuno si fosse comportato come lui, sarebbe considerato un dittatore.
    Chavez, il dittatore del popolo - IlGiornale.it

    Bruno Vespa, Chavez e il plastico del capitalismo assassino
    di REDAZIONE
    Hugo Chavez è morto di tumore, di cui soffriva da un paio d’anni. Protagonista del più grande esperimento totalitario contemporaneo? Vorace distruttore e divoratore delle ricchezze della sua nazione? Pura e semplice canaglia? Il più grande indossatore di collezioni di tute in acetato? A queste domande potrà rispondere solo la storia. Oggi siamo chiamati a risolvere un problema diverso: chi lo ha ammazzato e perché? La risposta potranno darcela solo Mara Venier ed il mondo del talk show criminologico italiano. Le voci sul complotto a stelle e strisce impongono che si faccia immediata chiarezza. Nicolas Maduro, vice di Chavez, dichiara immediatamente che il Presidente perpetuo è stato “contaminato dagli USA”. Questa è la linea ufficiale di colui che probabilmente sarà il futuro Presidente del Venezuela. Anche se questo lo decideranno, come sempre molto democraticamente, gli stessi venezuelani. Per assicurarsi la “regolarità” del post-Chavez, infatti, l’esercito è già tutto riversato nelle strade del Paese. Ad asciugare le lacrime della popolazione, è evidente.
    Delle indagini venezuelane per individuare i precisi responsabili dell’assassinio, sicuramente, sapremo qualcosa man mano che le informazioni verranno fuori, vista la sacralità del segreto istruttorio soloquando sono in ballo i kompagni. Infatti, sarebbe un bel guaio se ad essere indagati fossero sempre socialisti: non si stamperebbero più i giornali. Almeno in Italia.
    Lo ricorderemo così, come il Presidente che ha vinto “alcune battaglie decennali contro il cancro dell’imperialismo” (Piergiorgio Odifreddi), come colui che in occasione della giornata mondiale dell’acqua, nel 2011, dichiarava “Non è da escludere che vi sia stata una qualche forma di civiltà su Marte. Ma forse sul pianeta rosso sono arrivati il capitalismo e l’imperialismo ed hanno distrutto tutto”.
    Imprescindibile la sua massima “Un fascista non è un essere umano. Un serpente è più umano di un fascista”, twittata tutta la notte da centinaia e centinaia di suoi accalorati fans. Piegati nel dolore, anche quelli di Forza Nuova Lecce, omaggiavano il già compianto presidente venezuelano. I neo fascisti e gli inguaribili comunisti più si odiano e più si attraggono (e dicono esattamente le stesse cose). Notevoli anche le parole di Bartolomeo Pepe, neo senatore 5 Stelle: “Chavez è un modello, non Bersani”. Così, giusto per ricordarci come mai Grillo non vuol mai togliere la museruola ai suoi boys.
    Finalmente il saluto più atteso, quello di Ahmadinejad. Dall’Iran ci fa sapere che “Chavez presto risolgerà, come Gesù”. Un’intera clinica per la salute mentale non basterebbe per dare onore alle tante problematiche che vengono in evidenza in quest’allegro club. Ma è il nuovo corso italiano, e dobbiamo rispettarlo. Tra poco anche in Italia inizieremo con le campagne di espropri e di crocefissione degli investitori stranieri. Ma non prima di aver risolto il giallo della morte di Chavez. Il primo atto del prossimo governo Grillo-Bersani, appena questo metterà le mani sulla lottizzanda Rai, sarà la messa in onda di una furiosa stagione di puntate de “La Vita in Diretta” interamente dedicate al giallo di Chavez.
    Immagino la scena, da “abbiamo una banca” i kompagni passeranno ad “abbiamo un talk show pomeridiano” perché di banche ne hanno avute fin troppe (con conseguenziali figure di merda). Sono esperienze politiche importanti: non è da tutti sguazzare tra delitti e gossip nella fascia oraria dedicata alla digestione. Gli USA, la culla del male, hanno ammazzato il Presidente. Questo è assodato, lo sanno anche i muri. Ci si chiede come possano averlo ucciso e soprattutto le motivazioni.
    E’ importante accertare tutto e sbattere i mostri sui giornali, in un Paese come il nostro in cui la stampa non critica ed anzi esalta una sentenza “esemplare” in cui si trasforma un chiaro omicidio colposo (ThyssenKrupp) in un omicidio volontario, per via di un dolo eventuale dalla tenuta così instabile che mai avrebbe potuto superare il vaglio dell’appello. L’importante è illudere i parenti delle vittime coi titoloni sui giornali ed immortalare almeno due minuti di urla lancinanti, in fase di delusione, da mandare in onda a reti unificate in ogni tg. Mica i nostri media possono spendere quei due minuti per spiegare che, in casi come questo, mai e poi mai qualcuno finirà condannato per omicidio volontario. Poi i giornalisti si domandano le motivazioni del successo elettorale della politica dell’insulto, degli strilli e delle soluzioni grevi.
    Ebbene, grazie a divanate e divanate di opinionisti, nei pomeriggi dei prossimi mesi, indagheremo sul movente statunitense. Paolo Crepet, il tipo dei Ris, Carmen Russo, l’onnipresente criminologa bionda e Don Mazzi sono già pronti ad indagare sui profili psicologici della vicenda. Probabilmente, dicono gli esperti, gli USA non hanno mai risolto i loro problemi relazionali con la loro mamma. Ospiti fissi, il moralista di turno ed il solito bastian contrario che oserà sostenere che gli Stati Uniti sono innocenti perché non hanno gli occhi di ghiaccio tipici dell’assassino. Peraltro, al funerale hanno pianto tantissimo, non possono essere stati loro.
    Scommetto che Piero Sansonetti interverrà solo per difendere gli USA e rimarcare ancora una volta la sua distanza dalla sinistra plebea ed ancora attaccata al relitto ideologico dell’anti americanismo (e magari non bisognosa di un nuovo editore per un altro nuovissimo giornale di sinistra che dica sempre e solo cose di destra). E’ già pronto il plastico del capitalismo assassino. Made in China, naturalmente.
    C’è chi parla di particolari scabrosi, chi addirittura dice che Chavez fosse incinto. Già rimbalza online l’esistenza di centinaia e centinaia di sms compromettenti tra Chavez ed il belloccio del paese, in cui si discuteva di appostamenti per osservare le coppiette infrattate nell’apposito boschetto dove ormai crescono piantagioni di condom. Con sms del genere, un noto gruppo editoriale italiano potrebbe campare per almeno otto mesi, arricchendo le multinazionali dei fazzolettini di carta e la kasta degli oculisti italiani. E chi se li scorda i tempi grandiosi di Culoflaccido, le Olgettine, Noemi Letizia e Patrizia D’Addario? Adesso non hanno occhi che per Grillo ed i suoi affari nei paradisi fiscali, purtroppo. Hanno creato un mostro ed ora, dopo la scottatura elettorale, provano a sgonfiarlo per riportare voti a sinistra, gettando fango su uno che col Fango Quotidiano si è nutrito per almeno dieci anni. Nessuno, comunque, riesce a capacitarsi di come abbiano potuto uccidere un così bel ragazzo come Chavez. Un fotomodello del genere non lo puoi toccare nemmeno con un garofano rosso. Fosse stato un cesso, magari, avrebbe potuto far carriera come quota rosa nel PD.
    Eppure, i vicini dicono che questi USA sembravano bravaggente, persone normali. Salutavano sempre. Non ci si spiega come possano aver commesso un crimine del genere. Nel frattempo, importanti intellettuali in tutto il mondo chiedono di riflettere sulla facilità con cui è possibile acquistare pistole spara-tumore in America. Presto sarà presentata una proposta di legge per vietare le malattie da lancio e per mettere fuorilegge l’esistenza dell’AIDS. Questa malattia non esiste (chiedete a Grillo!) e comunque non è concatenata all’HIV ma solo ai vaccini, alle scie chimiche, a Marcello Dell’Utri, a Ruby Rubacuori ed alla perdita della sovranità monetaria.
    Dietro questa storia ci sono sicuramente i poteri forti dell’industria farmaceutica, dell’industria delle armi americane ed un mobilificio svedese. E pensare che i morti ammazzati in Venezuela, anno per anno, superano fino a un massimo di quasi quattro volte il numero delle vittime della guerra in Iraq, per un totale di 120.000, da quando Chavez ha preso il potere. Ma cosa può valere il diritto alla vita, i diritti umani, il diritto alla proprietà, quando dall’altra parte c’è il sogno del socialismo?
    Bruno Vespa, Chavez e il plastico del capitalismo assassino | L'Indipendenza



    CRISTINA NON FARE LA CRESTA! - IL FMI MINACCIA DI ESPELLERE L’ARGENTINA, MA NON SUCCEDERA’ NULLA - CRISTINA KIRCHNER IMBROGLIA DA ANNI SULL'INFLAZIONE: SI AGGIRA SUL 25 PER CENTO MA IL GOVERNO DICHIARA IL 7-8 – E LA ‘’PRESIDENTA’’ SE NE FREGA DEGLI AVVERTIMENTI DELLA LAGARDE
    Rocco Cotroneo per il "Corriere della Sera"
    I candidati alle elezioni mentono, e si sa. Dicono bugie anche tanti governanti, durante e dopo l'esercizio delle loro funzioni. Poi c'è il caso dell'Argentina, dove esagerazioni, omissioni e balle assortite sembrano sempre un affare di Stato. Si richiamano a una tradizione che non muore mai, si perpetua nella storia e nei cicli della politica. Come se a mentire fosse una nazione intera, davanti al resto del mondo. Naturalmente non è così, e milioni di argentini seri e onesti lo dimostrano. Anche soffrendo come cani bastonati - e capita in questi giorni - per l'ennesima figuraccia del loro governo.
    Cristina Kirchner, come già faceva suo marito Nestor, imbroglia da anni sull'inflazione. I dati ufficiali la riducono di due terzi, a voler essere buoni: la crescita dei prezzi nella realtà si aggira sul 25 per cento ma il governo dichiara il 7-8. La bugia serve a imbellettare una quantità di altri numeri dell'economia. Da tempo l'Economist si rifiuta di pubblicarli, caso inedito per una democrazia.
    Tre mesi fa infine, la numero uno del Fondo Monetario, Christine Lagarde, avvertì la sua omonima che abita alla Casa Rosada con linguaggio calcistico. Siamo al cartellino giallo, o cambiate registro o tiriamo fuori il rosso. Poiché nulla è successo, eccoci alla vigilia dell'espulsione: è la prima volta che il Fmi minaccia così un suo membro. Probabilmente nulla succederà, ma quanto l'Argentina potrà andare avanti?
    Se lo chiedeva anche un genio come Jorge Luis Borges, coscienza del suo Paese, quando se la prendeva con i peronisti dei suoi tempi, maestri spirituali di Cristina. «Non sono né buoni, né cattivi, ma semplicemente incorreggibili». E quando allo scrittore raccontarono che l'inno del Partito giustizialista era in realtà il plagio di una marcetta scozzese, rispose placido: «Bene, è la conferma che tutto in questo Paese è di paccottiglia».
    Di Evita Peron, mito massimo di Cristina, le rivisitazioni storiche non si contano, la sua iconica biografia è gonfia di frottole, a cominciare dall'età. Si toglieva tre anni. Non era nata nel 1922 come diceva, ma nel 1919. Il musical di Broadway esagerò poi sulle origini miserabili (in realtà proveniva da una solida famiglia di classe media) e la propaganda ufficiale inglobò la fiction, fino ai giorni nostri.


  4. #54
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    Predefinito Re: Rif: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    LA CASTA DEI CHAVEZ: MILIARDI E RIVOLUZIONE
    Madre, fratelli, figlie, cognati: sulla fortuna del Caudillo ha prosperato tutta la famiglia - Che in barba ai poveri del paese, ha accumulato una fortuna di centinaia di milioni di dollari, 45mila ettari di terra, fuoristrada cafoni e gioielli da rapper…
    Maurizio Stefanini per "Il Foglio"
    Adán Chávez, figlio primogenito e professore di Matematica e Fisica, quando il secondogenito Hugo faceva il militare era dirigente di gruppi dell'estrema sinistra. Dal 2008 è governatore di quello stato di Barinas di dove la famiglia è originaria e in cui nei 10 anni precedenti era stato governatore il padre Hugo de los Reyes, ex maestro.
    Jorge Arreaza è invece un raffinato figlio di diplomatici, fluente in inglese e olandese, con master a Cambridge. L'affare della sua vita è stato però frequentare la Scuola di studi internazionali dell'Università Centrale del Venezuela, conoscervi la figlia primogenita di Hugo Chávez Rosa Virginia, sposarla e farci un figlio. Nel 2005 presidente della fondazione che dà le borse di studio agli studenti venezuelani, nel 2010 viceministro di Scienza e Tecnologia, nel 2011 ministro, il 3 gennaio è stato assieme ad Adán uno dei partecipanti a quel vertice dell'Avana in cui il vertice chavista si è messo d'accordo sulla successione. Tre giorni dopo la morte di Chávez, è diventato vicepresidente. Rosa Virginia assieme alla sorella María Gabriela è comparsa nell'ultima foto del padre in vita.
    Al funerale è poi emersa la figura della madre Elena Frías: la maestrina di campagna che ebbe Adán a 16 anni e Hugo a 19 ma dovette lasciarli alla nonna perché non aveva il tempo per occuparsene. Famosa per i cinque anelli d'oro e diamanti e gli occhialoni Dolce & Gabbana che ha iniziato a ostentare dopo il successo del figlio, ha provocato uno scandalo in Iran per i baci che ha scambiato con Ahmadinejad davanti al feretro: una manifestazione di contatto fisico in pubblico tra un uomo e una donna non velata, non coniugati né parenti, che nello stesso Iran manderebbe direttamente in galera, e per cui infatti molti deputati del Majlis hanno protestato.
    Ma a completare la nomenklatura di famiglia bisogna ricordare un terzo fratello: Aníbal José, sindaco di quella cittadina di Sabaneta di dove la famiglia è originaria. Marisabel Rodríguez, seconda moglie di Hugo, fu deputato all'Assemblea costituente, ma è poi passata all'opposizione dopo aver litigato con lui. Arrivò a marciare con al collo la figlia Rosinés che teneva un cartello in cui chiedeva al padre di dimettersi. Tutto questo clan, si dice ora, avrebbe accumulato una fortuna pari a 2 miliardi di dollari.
    La stima è stata fatta da Criminal Justice International Associates, una società di intelligence economica con base a Miami e in Virginia, ma concorda con altri calcoli e denunce fatti dal quotidiano spagnolo Abc e da due deputati dell'opposizione venezuelana: Wílmer Azuaje, che aveva iniziato a occuparsi del tema nel 2008, e Carlos Berrizbeitía.
    Mentre Berrizbeitía in particolare aveva stimato in 350 milioni di dollari i costi dei viaggi internazionali di Chávez, Azuaje aveva parlato di una fortuna da oltre mezzo miliardo di dollari, tra cui 17 tenute di valore compreso tra i 400.000 e i 700.000 dollari; di almeno 200 milioni di conti all'estero (16,3 solo quello di mamma Elena); di 10 camionette Hummer da 70.000 dollari. "Da tre ettari che avevano trent'anni fa sono passati a un dominio di 45.000 ettari".
    Sembra che i Chávez abbiano cercato in particolare di recuperare le terre che erano state confiscate a Pedro Pérez Delgado "Maisanta": l'avo bandolero e guerrigliero che nelle vicissitudini dell'agitata politica venezuelana era diventato un potente caudillo regionale, per poi morire in carcere dopo essersi visto privare dei suoi beni.
    Ovviamente, sono dati che possono venire contestati. Incontestabili sono però ad esempio i dati della legge di bilancio che nel 2009 assegnò al presidente 20 milioni di dollari in quota "spese di rappresentanza": 8,7 milioni per viaggi, 250.000 in vestiti, 28.000 per scarpe, 230.000 per prodotti da toilette, 380.000 per spese di lavanderia e tintoria, 160.000 per libri, 860.000 per veicoli, 1,9 per alimenti e bibite, 3 milioni per "relazioni sociali", 3,2 milioni per mantenere le "residenze presidenziali".

    Infatuarsi di Chavez: una mancanza di realismo cattolico
    di Paolo Maria Filipazzi
    Dopo la morte di Hugo Chavez si sono succeduti diversi giudizi. Interessante è la schizofrenia registratasi in seno alla cosiddetta Destra, dove ai liberali e ai conservatori che hanno brindato alla morte del “nemico del mondo libero” si affiancano i “sociali” (nonchè il popolo di quelli che “Non sono di Destra, sono fascista e il Fascismo è una via al socialismo) che hanno pianto con toni lirici la morte del Caudillo.
    Ora, cerchiamo di fare un po’ di ordine, anche alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa. Dicono a sua discolpa che il suo non era comunismo ma socialismo bolivariano, con una componente cristiana. Dando uno sguardo al Magistero della Chiesa Cattolica, a partire dal Sillabo e dalle encicliche sociali di Leone XIII, è il socialismo senza specificazioni ad essere condannato fra le “pestilenze” da sradicare, fra cui sono annoverati anche il comunismo e il nichilismo, tutti assimilati tra loro e considerati come intrinsecamente legati. E se va detto che, in effetti, Chavez non fu un dittatore nel senso classico, ma fu sostenuto da un forte consenso espresso in numerose tornate elettorali, d’altra parte tale consenso fu prodotto e gestito tramite una meticolosa politica di stampo gramsciano, tramite anche la monopolizzazione dell’istituzione scolastica in violazione di quella libertà educativa che per un cattolico è fra i principi non negoziabili. E nel 2004, tramite la pubblicazione dei firmatari del referendum che chiedeva la sua revoca dalla presidenza, iniziò anche un’odiosa politica di individuazione di coloro che non erano chavisti, i quali si ritrovarono a portarsi dietro una vera e propria lettera scarlatta, finendo in molti per espatriare, con una fuga dal paese di risorse umane ed economiche cui si rispose con un semplice “que se vayan”.
    Anche il cristianesimo di Chavez va visto sotto una luce adeguata: stiamo parlando di un tale che dichiarò tre anni orsono, a proposito del Papa: «È il capo di Stato del Vaticano, non l’ambasciatore di Cristo sulla terra: Cristo non ha bisogno di ambasciatori, Cristo è nel popolo e tra quelli che lottano per la giustizia e la libertà degli umili» e che nello stesso periodo avanzò l’ipotesi di abolire il Concordato con la Chiesa cattolica che, fra le altre cose avrebbe voluto dire la fine dei finanziamenti alle missioni indigene. Avendo Chavez il suo zoccolo duro fra gli indios, era per lui decisivo avere il controllo esclusivo sulle loro coscienze, e in questo la Chiesa cattolica era un pericolosissimo concorrente, a cui contrapporre le sue “misiones”, in una sorta di gara al controllo ed alla manipolazione del consenso dei ceti meno abbienti.
    Due anni prima, avendo vinto le opposizioni in numerose amministrazioni locali, Chavez aveva pensato di ovviare al problema con una riforma che accentrava le competenze. Da qui lo scontro con la Chiesa, rea (pensa che misfatto…) di invocare il rispetto della sussidiarietà. Senza contare il sequestro e le chiusura della rete cattolica Vale Tv. Vero che in Venezuela l’aborto è proibito se non in casi limite e che le timide aperture a riconoscimenti delle coppie di fatto sono stati poi ritirati per via dello scarso favore incontrato nella pubblica opinione. Siamo qui di fronte al classico atteggiamento del leader pragmatico che non urta le convinzioni della gran parte dei suoi sostenitori, ma che al tempo stesso non tollera nel suo Paese un reale esercizio della libertas Ecclesiae. Anche il fatto che le sette protestanti non abbiano avuto vita facile in Venezuela è dovuto più al fatto che, oltre ad essere concorrenti della Chiesa cattolica, lo erano di Chavez stesso. Nessuno nega che non ci fosse un pregiudizio ideologico anti-clericale e che, personalmente, dicesse di credere in Cristo, ma sicuramente il modello politico perseguito da un cattolico è ben altra cosa.
    Stesso discorso con la politica di nazionalizzazioni, con la quale si è perseguito il controllo delle risorse economiche per sottrarle ai privati potenziali oppositori per darle in mano a funzionari statali incapaci e corrotti (in un paese con la più alta corruzione del mondo): la Pdvsa, l’azienda monopolista, lo scorso agosto ha ammesso il collasso del sistema dovuto allo scadere del sistema di raffinazione ed al contrabbando di petrolio. Oggi la produzione venezuelana di petrolio è più basso di un quarto rispetto a quando Chavez fu eletto la prima volta. Contemporaneamente raccoglieva, in politica estera, il testimone della Cuba di Castro, nella creazione di un asse anti-statunitense in America Latina. Promuoveva progetti di sviluppo e integrazione quali l’ALBA, l’UNASAR e il CELAC, il cui perno era la vendita del petrolio, da parte del Venezuela, agli stati amici a prezzi politici, con interessi bassissimi e scadenza di ventiquattro anni. Misure la cui anti economicità ha avuto effetti ovviamente disastrosi sull’economia del Paese. Alla fine una Nazione che galleggia sul petrolio si è trovata a dover importare e razionare benzina, e proprio da quegli Stati Uniti che sono sempre rimasti anche il primo acquirente di petrolio, con buona pace della retorica anti-americana, dei flirt con Russia ed Iran, del supporto ad Hezbollah, rapporti tanto strombazzati a livello di propaganda quanto sterili a livello di risultati concreti.
    Aggiungiamo, per completezza, la combinazione esplosiva fra il già citato tasso di corruzione e il livello di criminalità fra i più alti del mondo e la presenza di formazioni paramilitari di fatto immuni da ogni controllo, con il risultato non secondario che di fatto in Venezuela non esiste più una reale garanzia del diritto di proprietà.
    Insomma, l’infatuazione per Chavez da parte di certo “cattiverio” nostrano è giustificabile con la sua innegabile capacità mitopoietica, che si è incontrata, da questa parte dell’Oceano, con una fame di miti con cui riempire il vuoto lasciato da una realtà assai deludente. Ma alla fine si tratta più di un’evasione in una realtà parallela, affascinante e romantica quanto inesistente. Il sano realismo cattolico dovrebbe servire da antidoto.
    Infatuarsi di Chavez: una mancanza di realismo ~ CampariedeMaistre

    MOORE
    Rino Cammilleri
    Trovo sul numero di dicembre 2012 della rivista «Tradizione, famiglia, proprietà» una dichiarazione, che riporto, di uno dei fondatori (oggi pentito) di Greenpeace, Patrick Moore: «Una ragione del sorgere dell’ambientalismo radicale è il fallimento del comunismo mondiale. Quando il muro è crollato un sacco di pacifisti e di attivisti politici hanno migrato verso il movimento ambientalista, portando con loro il neo-marxismo. Hanno imparato a usare una lingua verde per mascherare programmi che in realtà avevano molto più a che fare con l’anticapitalismo e l’anti-globalizzazione che con l’ecologia e con la scienza». In Italia si chiamano anche No-Tav, oltre che No-Nuke e No-Qualunquecosa. Ma si chiamano anche Progressisti (così da essere sicuri di occupare tutti i tavoli).

    TETTE A PESO D’ORO: MILLE EURO AL GIORNO ALLE “FEMEN”
    Il gruppo di “contestatrici” a seno nudo ha la base in Ucraina e una succursale “chic” a Parigi - Il club femminista più influente d’Europa ha 320 attiviste e paga stipendi e spese alle militanti - Chi le finanzia? Nel mirino un uomo d’affari americano e due ricconi tedeschi…
    Luigi De Biase per "Il Foglio"
    L'ultima azione è stata martedì all'ingresso di San Pietro e c'è voluta la polizia per fermare le ragazze di Femen, il gruppo che protesta ormai da tempo senza vestiti in ogni grande città d'Europa. In Vaticano erano in due, si sono tolte le magliette, hanno mostrato la scritta "No more Pope" stampata sulla pancia e si sono messe a sventolare un fumogeno color porpora: un vigile ha cercato di coprirle con il giaccone e lo sforzo è stato vano, così è servito qualche agente per convincerle a salire su una camionetta con maniere un po' meno galanti.
    Non è la prima volta che le Femen si spogliano a Roma, lo hanno fatto nel 2011 per chiedere la fine del governo Berlusconi e sono tornate adesso che il Conclave si riunisce per eleggere il Papa, insomma, non si può dire che siano a corto di senso della notizia. A Parigi, la città che ospita il loro "centro d'addestramento", le ragazze sono trattate come le celebrità, come una piccola avanguardia del femminismo chic, e forse è per questo che il proprietario di un teatro nel quartiere del Goutte d'Or ha deciso di ospitarle senza chiedere un euro d'affitto (Goutte d'Or non è il posto in cui passare un weekend romantico, ma è sempre meglio di niente). In Ucraina, il paese in cui le Femen sono nate, hanno un'opinione diversa.
    Lo scorso autunno una reporter del canale tv 1+1 s'è arruolata nel gruppetto per un mese e ha trovato notizie interessanti (per farlo s'è dovuta immedesimare, ha anche partecipato a qualche azione senza reggiseno, come ha poi raccontato alle telecamere). Una riguarda gli interessi del gruppo: a quanto sembra l'attività delle Femen è ben retribuita, ogni dimostrante ha uno stipendio di mille euro al mese e chi lavora nella sede di Kiev arriva a 2.500 (il salario medio in Ucraina non supera i 500 euro).
    Le spese a Parigi sarebbero più alte, si parla di mille euro al giorno per ogni ragazza, e la reporter di 1+1 dice di avere le idee chiare anche sull'origine di quella fortuna: Femen avrebbe rapporti solidi con un uomo d'affari americano con molti interessi a Kiev, un certo Jed Sunden, e con due ricconi tedeschi. In effetti il gruppo è ben organizzato, ha punti d'appoggio in tutta Europa e si pensa che presto ne avrà anche in Canada, negli Stati Uniti, in Brasile e in Israele.
    Il problema è che nessuno ha mai capito bene quale sia il punto delle loro azioni (una volta hanno rincorso il patriarca russo sulla pista dell'aeroporto di Kiev).
    A volte i loro annunci somigliano un po' ai messaggi dei ribelli ceceni: cinque anni fa c'erano soltanto tre studentesse ucraine, Anna, Oksana e Inna, nel giro di due anni le attiviste sono diventate 320, "venti in topless e trecento completamente vestite", come diceva una nota del gruppo, ma lo scorso autunno le tre ambasciatrici hanno annunciato di avere un esercito con oltre cento militanti pronte a togliersi i vestiti da Londra a Roma in nome della libertà.
    E' così che Femen è diventato il club femminista più influente d'Europa, almeno sul piano dell'immagine. La loro società ha una pagina Facebook con migliaia di contatti, un account su Twitter, un sito internet in tre lingue diverse: lì si trovano filmati, interviste, magliette (25 euro), colori per il corpo (un kit 70 euro), felpe, tazze e cappelli (dai 20 ai 60 euro).
    Il 7 marzo, alla vigilia della giornata delle donne, un libro con la storia di Femen è arrivato sugli scaffali delle librerie francesi e ci sono state feste e brindisi al teatro di Goutte d'Or. Naturalmente esistono anche i problemi, gli arresti, le denunce e le minacce, soprattutto per le proteste in Ucraina, in Russia e in Bielorussia. Ma quando le cose si mettono male, c'è sempre qualcuno pronto a chiamarle "dissidenti".







    Il "compagno" Godard? Ultra borghese e arrogante
    Nel libro di Anne Wiazemsky, sua moglie per dodici anni, il vero volto del regista francese. Devoto al maoismo, nel '67 presentò La cinese a Pechino. E lo presero a pesci in faccia
    Claudio Siniscalchi
    Tutto comincia con un lettera. Una lettera d'amore. Siamo nel giugno del 1966. Anne Wiazemsky, nipote diciannovenne dello scrittore cattolico e premio Nobel François Mauriac, rimane stregata dalla visione del film Masculin féminin di Jean-Luc Godard.
    Gli scrive una lettera trepidante. Una dichiarazione d'amore. I due si sono incrociati già tre volte. Anne, che vuole fare teatro, ha lavorato con Robert Bresson in Au hasard Balthasar (1966). Jean-Luc si è recato in visita dal venerato maestro. Hanno anche pranzato insieme. Poi la scintilla scoppia, improvvisa e inarrestabile. E offre ad Anne, oggi fortunata scrittrice, l'occasione per ricostruire in forma di diario romanzato la storia di un anno per lei incredibile. Un anno cruciale (edizioni e/o, pagg. 204, euro 17,50) è un romanzo dalla scrittura elegante. Il suo vero pregio è però quello di riportarci a un'epoca oggi lontana, ma determinante per capire come la cultura cinematografica europea si sia suicidata col Sessantotto. Ma andiamo con ordine.
    Anne è ancora una studentessa minorenne, rimandata in filosofia. Dovrà passare l'estate a studiare. Jean-Luc è un uomo di trentasei anni. Un teppista di grande talento. Prima come critico cinematografico. Poi come regista di punta della Nouvelle Vague. Nella vita di Anne entra il ciclone Jean-Luc. Vorrebbe sposarla subito. La ricolma di attenzioni. È disposto a tutto pur di averla. La ragazza si concede, innamorata persa. Jean-Luc è una celebrità debordante della cultura francese. Si sposta su una lussuosa Alfa Romeo, orgoglioso dei sedili di pelle. È pieno di soldi, che scialacqua. Sta girando due film contemporaneamente e ne mette in cantiere un terzo, che avrà Anne come protagonista, nel frattempo diventata sua moglie. Il film è La cinese (1967).
    La ragazza di politica non capisce nulla. Il regista invece è un maoista convinto. «La rivoluzione culturale cinese gli sembrava il giusto antidoto alla vecchia cultura europea» annota Anne. «Mi leggeva brani del Libretto rosso, di cui mi aveva regalato una copia. Mi rimproverava di non condividere il suo entusiasmo per gli scritti di Mao-Tse-tung». «Mentre eravamo in fila - ricorda ancora - davanti a un cinema, Jean-Luc ci aveva parlato degli studenti cinesi espulsi dall'URSS, della rottura delle relazioni culturali tra Mosca e Pechino e aveva concluso: Sta per arrivare un nuovo mondo!».
    La sintonia di Godard con i maoisti francesi è piena. È uno dei tanti «maos» parigini. Un dandy che adora il Grande Timoniere Mao. Il regista ha un pessimo carattere. Iracondo e violento. Anne ricorda che una sera un poliziotto sorprende lei (minorenne) in macchina con Godard. Prega il regista di riaccompagnarla a casa. «La reazione di Jean-Luc era stata immediata e spaventosa. Con inaudita violenza aveva insultato il poliziotto, vantandosi di guadagnare molto bene, di avere la possibilità di uscire con belle ragazze e di guidare un'Alfa Romeo. Sentendosi dare prima del poveraccio, poi del miserabile schiavo di una società marcia, il poliziotto era restato per un attimo zitto, tanto era stupefatto, mentre io, inorridita, supplicavo Jean-Luc di tacere». La ragazza si domanda: «Come poteva essere così tenero e un istante dopo così odioso?». Ecco il commento finale: «quel giorno avevo intravisto in lui una parte nascosta, in cui talvolta mi sarei imbattuta e che avrei sempre detestato».
    Godard è convinto che La cinese piacerà ai maoisti cinesi. Aveva mandato in visibilio il popolo sofisticato, elitario ed intellettuale che lo vide in anteprima, nell'estate 1967, al Festival di Avignone. La proiezione ufficiale con le autorità cinesi, invece, fu un disastro totale. Godard, avvilito, rivela ad Anne: «I cinesi all'ambasciata hanno detestato il film. Mi hanno detto che non capisco niente del loro paese, della loro rivoluzione, niente del Libretto rosso. Mi hanno detto pure che il mio film è l'opera di un cretino reazionario e che se ne avessero facoltà mi impedirebbero di intitolarlo La cinese». Dopo il 1967 arriverà il Sessantotto. Il dandy giocherà ancora un po', per qualche anno, a fare il rivoluzionario da salotto. Poi si stancherà. Come si stancherà di Anne (divorzieranno nel 1979).
    Ce lo rivela nelle ultime parole del romanzo. I due sono a letto. Jean-Luc parla, fa progetti. Anne non lo sente più. Conclude: «Poi, soddisfatto di aver avuto per l'ennesima volta l'ultima parola, si addormentò di colpo».
    Il "compagno" Godard? Ultra borghese e arrogante - IlGiornale.it


  5. #55
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    Predefinito Re: Rif: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    Per anni non ha pagato i contributi all'ex segretaria, condannato Pannella
    Il leader radicale dovrà versare 250mila euro alla signora che ha lavorato per lui dal 1982 al 1994 venendo retribuita come lavoratrice autonoma e spesso in nero. La donna ha chiesto e ottenuto che venisse riconosciuto il suo status di lavoro subordinato. Già partita la procedura di pignoramento
    Patricia Tagliaferri –
    Se si parla ancora di lui, questa volta, non è per l'ennesimo sciopero della fame, anche se i carcerati in un certo modo c'entrano anche in questo caso, ma per una brutta vicenda giudiziaria che vede protagonista proprio il paladino dei diritti civili.
    Marco Pannella dovrà risarcire l'ex segretaria del partito radicale, una tenace signora oggi ottantunenne che da 19 anni chiede il riconoscimento dello status di lavoro subordinato. Una battaglia che ora Giuseppina Torrielli ha vinto: la sezione lavoro e previdenza della Corte d'Appello di Roma, infatti, ha stabilito che Pannella, come presidente del partito, paghi all'anziana signora 71mila euro a titolo di mancanti pagamenti, una somma che con la rivalutazione e gli interessi arriva a superare i 250mila euro (comprensivi del risarcimento per l'omesso versamento dei contributi assicurativi e previdenziali).
    Dal 1982 al 1994 la donna ha lavorato prima al partito Radicale e poi nel gruppo Federalista Europeo. Precisi orari di lavoro, praticamente illimitati, sei giorni alla settimana nei vari uffici del partito, come una vera e propria dipendente, con il compito di occuparsi dei problemi della vita carceraria, anche quello di gestire la corrispondenza dei detenuti e la posta personale di Pannella. Un'occupazione per la quale, ha poi denunciato, veniva retribuita come lavoratrice autonoma e spesso in nero, con denaro contante. Quando nel 1994 è stata licenziata Giuseppina Torrielli si è rivolta subito ad un legale per chiedere al giudice il riconoscimento dei suoi diritti. E ha tenuto duro per tutti questi anni, finché non ha ottenuto quello che chiedeva, mettendo in difficoltà Pannella, che ha proposto alla signora una transazione: il leader radicale avrebbe voluto saldare a rate metà della cifra oggetto del contenzioso, in cambio non avrebbe impugnato la sentenza. Ma l'ex segretaria deve avere la testa dura: non ha accettato e il suo avvocato ha già fatto partire la procedura di pignoramento.
    Per anni non ha pagato i contributi all'ex segretaria, condannato Pannella - IlGiornale.it



    “Basta abusivi e vu' cumprà Raccogliamo foto del racket"
    Le guide esasperate per l'assalto alle comitive degli stranieri al Castello. E la Lega lancia la raccolta delle foto degli abusivi da inviare al sindaco
    Chiara Campo
    Milano
    «Conosco quell'autostrada come il palmo della mia mano, va dal Wisconsin fino alla terra di nessuno».
    Era la «Highway 51», cantata da Bob Dylan. Ma è un ritornello che gira - ironicamente - tra le guide turistiche che ogni giorno accompagnano i visitatori da piazza San Babila al Castello Sforzesco. La loro «terra di nessuno». Se non è un venditore di rose a tormentare le comitive di turisti italiani e stranieri sono i vu' cumpra' con i braccialetti della fortuna, o i venditori di libri.
    «Non se ne può più, l'altro giorno un americano appena stato a Napoli e a Roma ha ammesso che un'esasperazione come a Milano non l'aveva ancora subita». Da piazza Scala ha attraversato la Galleria e si è infilato in Duomo, «non riusciva a scambiare due parole con la moglie, continuava ad essere importunato dai venditori abusivi - racconta una guida turistica abilitata che ogni giorno è costretta ad osservare «la brutta figura che questa giunta Pisapia ci sta facendo fare davanti al mondo, se ci sono vigili girano al largo, fanno finta di non vedere. Non se ne può più».
    E non se ne può più, a sentire tanti cittadini, dei lavavetri che si lanciano sulle auto appena scatta il rosso e non serve a niente suonare il clacson o dire di no. E guarda caso, se l'automobilista è donna preferiscono fiondarsi con detersivo e spazzola sulla sua auto, facendo finta di non sentire il rifiuto e alla fine un euro lo sganciano.
    Nella «terra di nessuno» le guide ci mettono la loggia dei Mercanti («un gabinetto pubblico) e la via dove nel weekend vengono stesi panni e mercanzia, se una volta l'indirizzo per trovare le borse false griffate era Brera adesso si è spostato a cinquecento metri dalla cattedrale. Qualche volta passano i vigili, gli extracomunitari fanno finta di allontanarsi con i sacchi trasparenti pieni di merce, e dopo dieci minuti riconquistano la posizione. Sembra un codice non scritto tra abusivi e polizia locale.
    Il consigliere comunale della Lega Alessandro Morelli ha rivolto un appello ai milanesi: «Fotografate queste situazioni, diciamo basta a lavavetri, vu' cumpra', a chi disturba le passeggiate e non molla il colpo finché per esasperazione non sganciate una monetina». Ha messo a disposizione il indirizzo su Facebook e la sua mail istituzionale, [email protected]. «Vogliamo raccogliere un dossier, poi lo consegneremo al sindaco Pisapia in consiglio comunale perché si renda conto che non è una protesta “dei leghisti”, ma un disagio per tanti cittadini e per i turisti che vengono a visitarci e racconteranno con un senso di disagio queste situazioni». Non sarà una buona pubblicità. Durante lo scorso mandato l'ex sindaco Moratti firmò un'ordinanza contro l'accattonaggio molesto, la multa ammontava a 500 euro ma ne vennero staccate poche e chissà se i vu' cumpra' le abbiano mai pagate. Se la sanzione non è una soluzione, controlli a tappeto e continui possono almeno scoraggiare. E chi è senza documenti girerà al largo.
    "Basta abusivi e vu' cumprà Raccogliamo foto del racket" - IlGiornale.it



    La guerriglia scatenata dai compagni teppisti ci costerà 400mila euro
    Enrico Silvestri
    Milano
    La libertà è un bene prezioso, dal valore incalcolabile. Calcolabile invece la libertà di manifestare, almeno nelle forme deliranti che la città ha vissuto sabato pomeriggio: dalle 350 alle 400mila euro, mettendo in colonna danni materiali, deviazione e interruzione dei mezzi pubblici, costi per le oltre mille persone impiegate tra Amsa, Atm, Mm, ghisa, polizia e carabinieri.
    Solo per poter dire alla fine che è andata bene, ben oltre ogni più rosea aspettativa, visto che ci si aspetta un pomeriggio di scontri di piazza
    Era chiaro fin da subito infatti che il corteo per i 10 anni dalla morte di Davide «Dax» Cesare, avrebbe catalizzato le frange più estreme della sinistra antagonista di mezza Europa. Specialisti della guerriglia urbana, soliti a migrare di città in città per creare disordini e scatenare la guerriglia urbana. Gli stessi che trovi puntualmente ai G8, ai Forum internazionali e ogni altra «vetrina» internazionale. Da settimane poi si sapeva che la mobilitazione sarebbe stata massiccia, valutata sull'ordine delle migliaia di partecipanti. Per questo al ministero degli Interni c'era molta preoccupazione e, quando il questore ha chiesto rinforzi, nessuno ha voluto lesinare sul personale.
    Alla fine lo spiegamento è stato davvero massiccio: una cinquantina di funzionari della questura più 800 uomini dei reparti e dei battaglioni mobili di polizia e carabinieri, arrivati da tutt'Italia. Spostare una simile massa ha però dei costi, considerando mezzi, carburante, pernottamento e pasti a cui va a sommarsi la frazione giornaliera dello stipendio. Nessuno ha mai fatto questi calcoli con precisione, ma si può ragionevolmente stimare sui 150/200 euro a testa, per un totale a circa 150mila euro.
    Altri 100/150 uomini sono stati poi messi in campo da Comune e Municipalizzate: la Polizia Locale per viabilità e la chiusura delle strade, l'Amsa per spostare cassonetti e cestini, l'Atm e Mm per dirottare o sospendere le corse dei mezzi pubblici. Poi ci sono i danni derivanti dal blocco del traffico. Forse 50mila euro è una cifra che si avvicina al reale.
    Ci sono quindi le devastazioni. Lungo il loro percorso i contestatori hanno assaltato la discoteca Lime Ligh e la scuola militare sfondando gli ingressi e lanciando bengala. Inoltre hanno «sanzionato» una dozzina di banche e un ufficio postale, danneggiando almeno cinquanta vetrate antisfondamento da un migliaio di euro l'una: totale altri 50mila euro. Infine gli imbrattamenti: l'ex vice sindaco Riccardo De Corato era solito segnalare di non aver mai speso meno di 100mila euro per ripulire la città. Questa volta però il percorso è stato molto più lungo del normale e la partecipazione molto più numerosa. Forse il conto finale può avvicinarsi ai 150mila euro.
    In totale, consentire ai ragazzi di «giocare» ai rivoluzionari costerà alle diverse casse pubbliche e private una cifra tra i 350 e i 400mila euro.
    La guerriglia scatenata dai compagni teppisti ci costerà 400mila euro - IlGiornale.it

    L'impresentabile Annunziata lanciava sampietrini in piazza
    La giornalista giudica eversivi i parlamentari Pdl che cantano l'Inno fuori da Palazzo di giustizia. Ma rievoca con orgoglio la pietra che tirò a Lama
    Alessandro Gnocchi
    Ieri in Rai è stato il giorno del pentimento per quel «siete impresentabili» indirizzato ad Angelino Alfano da Lucia Annunziata, conduttrice di In 1/2 ora in onda domenica su Raitre.
    Oddio, sfuggito mica tanto, visto che la giornalista, di fronte alla reazione del segretario del Pdl, si è scusata «per il tono» ma ha confermato le sue «opinioni in merito». Mentre sul web impazzava la protesta degli elettori di centrodestra, stufi di essere dileggiati in programmi pagati col canone, il direttore generale della Rai correva (tardivamente) ai ripari: «Nei programmi Rai nessuno deve sentirsi insultato o ospite sgradito. Anche a nome della presidente Tarantola esprimo rammarico per quanto accaduto». Poco più di un buffetto, almeno in pubblico.
    Come è ormai noto, la Annunziata ritiene «impresentabile» il centrodestra per via della manifestazione di dissenso nei confronti della magistratura organizzata dai neoeletti di fronte al Palazzo di giustizia milanese. Alfano ha fatto notare alla giornalista di aver esercitato un diritto garantito «dagli articoli 21 e 49 della Costituzione». Niente da fare, per la Annunziata deputati e senatori che cantano l'inno nazionale sui gradini del tribunale sono «una minaccia».
    «Minaccia»? «Impresentabili»? Beh, è curioso che proprio Lucia Annunziata si scandalizzi per così poco. Nel 2007 la direttrice dell'Huffington Post ha pubblicato 1977 (Einaudi), un libro autobiografico in cui ricorda gli anni della contestazione, «l'ultima volta che la sinistra tutta, dal Pci a quella radicale, si ritrova insieme, come in un ultimo ritratto di famiglia». Ecco il titolo del brano anticipato all'epoca dalla Stampa: Il mio sampietrino contro Lama. L'autrice rimembra con toccante nostalgia quel dì in cui, trovatasi in piazza come reporter del Manifesto, sollevò da terra un soave sampietrino e lo scagliò in direzione del sindacalista Luciano Lama. Il segretario della Cgil fu cacciato dal palco dell'università La Sapienza di Roma, gli estremisti misero a segno un colpo eccezionale dal punto di vista simbolico, l'Italia si preparava a sprofondare nella violenza del terrorismo.
    L'Annunziata, ora turbata dall'Alfano cantante, può dire: io c'ero. Ecco il racconto: «Sulla mano pesava un sampietrino - uno di quei cubi di pietra scura, con una faccia liscia e tre appena sbozzate, usati per pavimentare le strade e lasciati spesso in giro nei lavori in corso. Un possente pezzo di materia inerte, dall'innocente aria di giocattolo, che piega il polso». Il giocattoloso pezzo di materia presto decollò: «Nell'aria volava di tutto, lanciai il mio, che fece un percorso breve e andò ad atterrare chissà dove - svanì, andò su un albero, su un braccio, su una testa?». Un albero, un braccio, una testa: cosa conta? Nulla. «Dove finissero non era importante perché tutto sembrava irreale, salvo quel gesto di appartenenza. Nel momento in cui si staccò dalla mano mi riafferrò una grande calma, il biglietto era stato pagato, avevo fatto anche io omaggio al dio della rivolta». Mentre l'Annunziata si rilassava e tornava al giornale con una «sensazione di leggerezza, il cervello che si muoveva rapido come i piedi», Lama fuggiva «circondato dallo stesso stuolo di tute blu che lo rendeva quasi invisibile, come all'arrivo». Giunta in redazione, la cronista d'assalto rivelava ai colleghi di aver portato con sé un souvenir: «Tirai fuori dalla tracolla un altro sampietrino e lo mostrai con orgoglio in giro. Mani si allungarono a toccarlo, sorrisetti complici lo salutarono». Rossana Rossanda, consapevole del significato di quel giorno, le ingiunse di metterlo via. «Lo rimisi in borsa di scatto, sorpresa della sua contrarietà. Ma nel depositarlo sul fondo della borsa, ne accarezzai il lato liscio. Ero molto orgogliosa di quella pietra». Dall'orgoglio del sampietrino alle bacchettate per chi manifesta pacificamente. È proprio vero il luogo comune: qualcuno nasce incendiario e muore pompiere. Ma a volte resta impresentabile.
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    Predefinito Re: Rif: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    Quei bravi ragazzi che devastano le nostre città
    di Matteo Borghi
    Hanno lo stile degli squatters (vestiti larghi, felpe col cappuccio che nascondono berretti con visiera e miriadi di piercing), amano i cani molossi e la musica elettronica, dai ritmi techno-ossessivi che, unita all’abbondante uso di alcol e stupefacenti (specialmente chimici), conduce a stati alterati di coscienza in cui tutto può succedere.
    È questo l’identikit dei giovani che, da tutta Europa, prendono parte in migliaia ai rave party che colpiscono – è proprio il caso di dirlo – i territori del Nord Italia. L’ultimo episodio risale a sabato scorso quando, secondo i calcoli della Polizia ferroviaria, circa 650 ragazzi hanno letteralmente bloccato il traffico ferroviario sulle linee che, da Milano e Novara, si riversano nella stazione di Torino Porta Nuova, lasciandosi alle spalle chili di rifiuti. Non solo. Probabilmente sotto l’effetto galvanizzante delle droghe i ravers hanno dato libero sfogo ad un teppismo congenito, vandalizzando i treni pendolari della tratta Torino-Milano (finestrini rotti, sedili tagliati, bagni distrutti) per un totale di 75mila euro di danni. A mezzanotte si sono riversati, in 500, su un treno diretto a Chivasso (già teatro di un rave il settembre scorso), tutti rigorosamente senza biglietto. Risultato: treno soppresso e giovani dispersi per la città fino al mattino successivo, quando sono tornati tutti a casa.
    Ricreazione finita, almeno fino alla prossima occasione. L’unica cosa che per parecchio tempo non sparirà sono i danni per cui, puntualmente, nessuno paga. In Italia è sempre così: quando distruggi il patrimonio di tutti, sia per pseudo idee politiche che per “divertimento”, non risarcisci mai di persona. Tocca sempre alla collettività. È successo così, per rimanere in campo rave, l’ottobre scorso a Cusago (nel milanese) dove 40 agenti della Polizia sono rimasti feriti mentre tentavano di sgomberare una festa abusiva in un locale privato occupato illegalmente. Invece di ammettere il torto e levare le tende i giovani li hanno accolti a pugni, calci e bottigliate. Nel 2008 a Guastalla (Reggio Emilia) devastarono la Golena del Po’, lasciando – a detta degli ambientalisti – «sporcizia e distruzione». In quel caso la questura, nonostante le sollecitazioni del sindaco, si rifiutò perfino di intervenire per mancanza di uomini.
    Al di là degli aspetti moralistici ciò che stupisce, alla fine di tali occasioni, è il confronto fra l’umanità che va e quella che resta. La prima, dopo aver consumato il proprio divertimento in un luogo alieno che non le appartiene, si allontana lasciando dietro di sé la propria tangibile, spesso maleodorante traccia. La seconda è quella che vive nei luoghi devastati, che lavora, che ama l’incedere progressivo di una vita lenta e tranquilla a cui toccherà viaggiare su treni rotti e portare i propri figli a passeggiare in mezzo ai rifiuti. Un liberale è convinto che ognuno sia libero di fare ciò che vuole ma a una condizione imprescindibile: il rispetto della libertà, della proprietà e della dignità altrui. «Dove non c’è legge non c’è libertà» diceva John Locke. Facciamo in modo che la legge ci sia e che sia più dura ed efficace contro chi non sa cosa siano educazione e rispetto.
    Quei bravi ragazzi che devastano le nostre città | L'intraprendente

    Verso la beatitudine il seminarista ucciso dai comunisti
    di Andrea Zambrano
    Nell’infornata di beati che ieri il Papa ha autorizzato (ben 63, tra cui i martiri della guerra civile spagnola) ce n’è uno che i lettori della nuova Bussola conoscono molto bene. Si tratta di Rolando Rivi. Il giovane seminarista di Castellarano (RE) ucciso in odium fidei in provincia di Modena da due partigiani comunisti il 13 aprile del 1945 era uno degli osservati speciali della Congregazione per le cause dei Santi.
    Morì a soli 14 anni pregando per suoi aguzzini che lo avevano sequestrato sui monti nel corso della guerra civile, che molte brigate comuniste avevano interpretato come un inizio di rivoluzione comunista in terra emiliana. Per questo morì Rolando Rivi, e come lui morirono le decine di religiosi che nel cosiddetto triangolo della morte vennero barbaramente trucidate, non perché sospettati di essere fascisti come la vulgata resistenziale vuol asserire, ma perché difensori della fede cattolica che la sperata e imminente rivoluzione comunista avrebbe spazzato via per sempre.
    Invece oggi ci troviamo con l’elevazione agli altari di un ragazzo semplice, che desiderava soltanto diventare sacerdote e che accettò di morire per non volersi togliere la veste talare come impostogli dai suoi aguzzini.
    La causa di beatificazione di Rolando Rivi era partita 8 anni fa e aveva visto coinvolte le diocesi di Modena (dove avvenne il martirio) e quella di Reggio Emilia, nella cui giurisdizione si trova San Valentino di Castellarano, dove Rivi abitava con i genitori e dove trascorreva un lungo periodo di inattività dopo la chiusura del seminario minore di Marola che viene occupato dai tedeschi. Due diocesi e un solo comitato, che nasce nel 2005 dopo che la devozione verso il seminarista, cresciuta in modo silenzioso negli anni, divenne di dominio pubblico attraverso grazie, miracoli, prodigi, guarigioni, intercessioni, tutte testimoniate dalla silenziosa processione di fedeli che da tutt’Italia, e in alcuni casi anche dall’Inghilterra, salivano sulle prime colline dell’Appennino alla pieve romanica dove il seminarista è sepolto.
    Con la decisione di ieri la Chiesa ha così riconosciuto che la morte di Rivi è avvenuta in odio alla fede, per mano di partigiani comunisti che in Emilia hanno ucciso per motivi non solo politici, ma anche (anti)religiosi. E non è un caso che tra i primi provvedimenti pubblici del Papa ci sia proprio la beatificazione di cristiani uccisi per mano delle due ideologie del secolo scorso che più di tutte in Europa, attraverso sistemi totalitari, hanno perseguitato la Chiesa. Tra i beatificati infatti compare anche il Servo di Dio Giuseppe Girotti, sacerdote professo dell'Ordine dei Frati Predicatori, ucciso in odio alla Fede a Dachau nel 1945.
    L’Emilia, la terra di Rivi, ieri era ovviamente felice. A farsi portavoce di questa gioia, ottenuta a tempo di record visti i pochi anni che intercorrono dalla decisione di ieri e l’avvio della causa diocesana nel 2006, il presidente del comitato che ha promosso la causa di beatificazione. «Nella mia vita l’incontro con Rolando Rivi ha significato l’incontro con un'esperienza di radicale appartenenza a Cristo e alla Chiesa, che superava di gran lunga l’età e l’anagrafe - ha detto alla nuovabq il vescovo di Ferrara, Luigi Negri -. Una fede granitica, come era quella dei ragazzi della mia età. Una fede semplice e forte che gli consentì di stare di fronte all’esplosione bestiale dell’odio anti cristiano con realismo e umiltà e che parla ai giovani d’oggi».
    Secondo Negri la figura di Rivi può essere accostata a quella di un altro grande santo giovane. «Credo che Rolando possa essere il san Luigi Gonzaga del terzo millennio perché in lui rivivono la stessa freschezza e la stessa grandezza di testimonianza».
    Ora Rivi è di fatto beato, anche se formalmente la beatificazione avverrà quando il prefetto delle congregazione leggerà il decreto del Papa che avverrà con ogni probabilità in Cattedrale a Modena nei prossimi mesi.
    Quel giorno Rolando Rivi porterà in dote due record: sarà il primo beato in Italia tra i seminaristi di un seminario minori diocesano e il primo tra i 130 sacerdoti o seminaristi uccisi dalla violenza comunista negli anni della guerra civile.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Verso la beatitudine il seminarista ucciso dai comunisti



    Il rifugiato di serie B che non piaceva alla Boldrini & Co.
    Carlos Carallero, scrittore cubano riparato a Milano, si è rivolto all'Unhcr, l'organizzazione di cui era portavoce la presidente della Camera, ma la sua pratica è stata insabbiata. Non piaceva che scappasse da Castro...
    di Stefano Magni
    «Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, un luogo della libertà, della fraternità e della pace». Così parlò Laura Boldrini, già rappresentante per l’Italia all’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati.
    Eppure ci sono rifugiati di serie A e di serie B. Dipende dal regime da cui scappano. A Milano ci sono fior di esempi. Carlos Carallero, biologo e scrittore cubano, è uno di questi. Dal 1995 vive a Milano con la sua famiglia, ma ha dovuto passare sotto le forche caudine di una burocrazia quantomeno disattenta e di un Unhcr che, per il suo caso, faceva orecchie da mercante.
    «Sono stato arrestato più di una volta dai servizi segreti. Se non avessi abbandonato il Paese sarei finito in carcere per almeno 10 anni». Fra l’altro, ricorda, «Dopo essere stato licenziato dal mio posto di lavoro, quando dovevo guadagnarmi da vivere facendo la guida turistica, sono stato denunciato per anti-castrismo anche da una cittadina italiana, membro dell’Associazione Italia-Cuba». E, giunto a Milano, per vedersi riconoscere lo status di rifugiato politico ha dovuto attendere 7 mesi «…ed è solo perché il funzionario del Ministero degli Interni, che si stava occupando del mio caso, è morto in un incidente stradale. Altrimenti era già stato deciso che la pratica che mi riguardava fosse rimandata alle “calende greche”. Ci sono cubani che ottengono il permesso di soggiorno pur non avendo documenti. Io avevo portato uno scatolone intero di carte originali, fatte arrivare attraverso Paesi terzi, che attestavano la mia condizione di perseguitato politico. Ma proprio perché ero un vero dissidente, sono finito in un limbo da cui non sarei mai uscito, nonostante l’impegno personale preso da Laura Gonzalez (allora presidente del Comitato per i Diritti Umani a Cuba, ndr). Ero già pronto ad una protesta pubblica, allo sciopero della fame. Non fosse stato per una drammatica fatalità, la morte del funzionario che mi stava bloccando, probabilmente non avrei mai ottenuto l’asilo politico».
    E l’Unhcr si era occupato del suo caso? «Mi sono rivolto all’Alto Commissariato, ma l’unico parere che hanno espresso è stato: “deve avere pazienza”. Le loro risposte erano talmente evasive che alla fine ho smesso anche di chiamare. Tutte le volte mi hanno fatto capire che non si sarebbero mossi per aiutarmi». Ma il peggio è arrivato quando Carlos Carralero ha chiesto il ricongiungimento con la famiglia, nel 1997. «Il Consolato cubano a Milano mi stava bloccando con il pretesto che una firma del funzionario del Ministero degli Esteri “fosse illeggibile”. A questo punto mi sono rivolto ancora all’Unhcr. Ma l’Alto Commissariato, invece di chiedere spiegazioni a Roma, o al Consolato di Milano, ha passato la pratica al suo rappresentante per l’America Latina. In Messico! Che a sua volta ha scaricato il tutto sul rappresentante dell’Unhcr a Cuba. Facendo una piccola indagine personale, ho capito che fosse una trappola, un modo per insabbiare il caso. Perché a Cuba non vi sono funzionari indipendenti. E mi risulta che l’uomo dell’Unhcr all’Avana fosse un ufficiale dei servizi segreti di Castro».
    Alla fine, la famiglia Carallero è riuscita comunque ad arrivare a Milano, «ma solo grazie all’iniziativa di un parlamentare di Forza Italia, Gianni Pilo, che ha rivolto un appello all’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini, per risolvere il mio problema». Dopo questa esperienza «in ogni forum disponibile, ho sempre denunciato la mala fede dell’Unhcr». Per questi rifugiati di serie B, politicamente scorretti, ci spiega Carlos: «C’è un pregiudizio filo-castrista, condiviso da buona parte della sinistra, che tuttora ci fa molto male».
    Il rifugiato di serie B che non piaceva alla Boldrini & Co. | L'intraprendente



    La guerra fredda e l'arte coraggiosa creata dalla paura
    Una mostra sui blocchi rivali dal 1945 in poi. Antistorico il catalogo che salva il comunismo: "Ha patrocinato la libertà"
    Matteo Sacchi
    Di qua e di là della Cortina di Ferro, inebetiti dalla ricca vastità del mercato o schiacciati dalla miseria dei regimi comunisti. A caccia di libertà sempre più raffinate o in fuga da costrizioni inumane.
    Comunque sempre con il terrore della guerra definitiva, quella figlia dell'atomo e venata d'apocalisse. I più coraggiosi intenzionati a cercare comunque un messaggio universale da lanciare al di là del Muro, i più fragili convinti della necessità di rifugiarsi nel gioco, nell'ironia. Potremmo riassumere così le caratteristiche degli artisti rappresentati nella mostra The Desire for Freedom (sottotitolo Arte in Europa dal 1945) che sarà a Palazzo Reale a Milano sino al 2 giugno. In un modo o nell'altro sono tutti artisti figli delle grandi contrapposizioni ideologiche del XX secolo. Hanno portato la guerra nell'arte, perché la Guerra (fredda) era dappertutto, perché era la madre di tutte le cose.
    E in effetti la mostra davvero mette il visitatore di fronte ad opere che sono delle sintesi potenti, che racchiudono lo spirito del tempo, a partire da quella che campeggia nelle locandine: il Bombardiere di rossetti di Wolf Vostell realizzato nel 1968, in piena guerra del Vietnam.
    L'artista tedesco rappresenta un B-52 nell'atto di sganciare rossetti e non bombe. Quasi una premonizione del fatto che l'Occidente avrebbe vinto il conflitto contro l'Urss e i suoi satelliti con i beni di consumo, non con le armi. Potentissimo nella sintesi è anche il quadro del pittore polacco Wojciech Fangor intitolato Figure. Realizzato nello stile dei murales sovietici rappresenta in primo piano due lavoratori nella stentorea posa da «working class hero». E sin qui nulla da dire. Accanto a loro però è ritratta una bella signora molto borghese. Le mani curate, una pochette, degli occhiali da sole molto glamour. Sul vestito della graziosa dama ci sono i nomi di moltissime città, e anche qualche scritta pubblicitaria. La contrapposizione tra due civiltà non potrebbe essere più evidente. È una contrapposizione muta. Fangor mostra ma non giudica. E questo suo mancato giudizio bastò a decretare il bando del suo lavoro. Nel 1950 il dipinto fu rifiutato dalla giuria della prima mostra d'arte nazionale della Polonia. Solo nel 1987 è stato possibile esporlo nel museo nazionale di Varsavia. Che dire poi di Elmo n. 1 di Henry Moore del 1950 o dell'apocalittico La deriva del vaso di Enzo Cucchi (che rappresenta un vascello abbandonato in un mare di fiamme) o di Enrico Baj che in Pittura del 1953 congela l'energia atomica in un infinito vortice monocromo? Le nuove paure di un secolo di autodistruzione diventano arte.
    Insomma difficile non restare colpiti dalle opere. Opere di conflitto e di critica come quelle del praghese Milan Kunc che nei suoi acrilici anni '70 mischia iconografie del comunismo e gli agognati beni di consumo del Blocco atlantico. Si resta però colpiti anche dal catalogo e dalle didascalie della mostra. In questo caso molto meno positivamente. L'impressione infatti è che depotenzino il senso delle opere, l'intensità del conflitto che le ha generate. Spiega la stessa curatrice Monika Flacke. Il tema della mostra avrebbe dovuto essere (e resta) l'arte e la guerra fredda: «Ma tale idea non avrebbe enfatizzato eccessivamente la contrapposizione tra est ed ovest? Perciò è sembrato più interessante porsi la questione dei legami che univano i due blocchi un tempo contrapposti...». Non bastasse, andando alla ricerca di una sintesi inesistente, si arriva a un passo dal delirio: «Entrambi i sistemi hanno proclamato e patrocinato la libertà e l'uguaglianza... per poter offrire ai cittadini il felice perfezionamento del genere umano». Per fortuna le opere continuano a raccontare un'altra cosa. Molto meno riconducibile all'ecumenismo di maniera di certi salotti, o della Commissione europea che ha finanziato il progetto, e molto più simile a quello che si legge nei libri di storia (persino se scritti da storici marxisti). Quindi basta guardare ed evitare il catalogo.







    A Milano c’è una mostra sul comunismo difensore della “libertà”
    A Palazzo Reale c'è una bella esposizione sulla Guerra fredda. Peccato che nel catalogo si dica che anche l'Urss patrocinò la «libertà» e i «diritti dell'uomo». Comune e Museo han qualcosa da dire?
    di Giovanni Sallusti
    Delirio in scena a Palazzo Reale, Milano, tra una tartina e una visita guidata. “The desire of freedom”, è il titolo della mostra visitabile fino al 2 giugno, che raccoglie testimonianze artistiche dell’Europa dal 1945 al 1989, dell’Europa marchiata dalla Guerra Fredda e dalla contrapposizione tra quelli che semplifichiamo come due “blocchi”, ma erano due visioni del mondo, e soprattutto dell’uomo. Esposizione acuta e necessaria, su quel che siamo appena stati, o che a volte siamo ancora (per una ricognizione esaustiva, s’impone il pezzo di Matteo Sacchi su Il Giornale). Il delirio, invece, sta tutto nel catalogo e nel racconto che cuce il viaggio attraverso le opere, partoriti dalla curatrice Monika Flacke. Talmente preoccupata che la mostra avesse «enfatizzato eccessivamente la contrapposizione tra Est e Ovest» (a Washington si stava come a Mosca, egregia signora, nel gulag come a Manhattan?), da scodellare una bestemmia storica e fin esistenziale, visto che in questo caso il gioco effimero dell’opinione danza in bilico su mucchi di cadaveri. Eccola: «Le “sorelle nemiche”, ovvero le democrazie parlamentari del blocco occidentale e le democrazie popolari del blocco socialista, sono entrambe figlie dell’illuminismo… entrambi i sistemi hanno proclamato e patrocinato l’illuminismo, la libertà e l’uguaglianza, i diritti dell’uomo e il progresso tecnico e sociale, per poter offrire ai cittadini il felice perfezionamento del genere umano».
    Lasciamo stare la grande balla filosofica della filiazione condivisa dall’Illuminismo, un vero e proprio tormentone su cui batte da sempre l’intellighenzia abituata ad infierire sull’Occidente godendo di tutti i confort occidentali, a partire da Horkheimer e Adorno, giù giù fino a Massimo Fini. Chi volesse, può trovare la smentita nelle radici cristiane dell’Occidente, e nel filosofo Karl Popper, in particolare nella sua distinzione chiave tra società chiuse, di derivazione hegelo-marxista (e platonica, alla radice) e società aperte, possibili solo là dove si ammetta la priorità ontologica della persona umana.
    Andiamo alle bestialità palesi, e offensive. Nessuna “sorella” né “cugina” né parente di quinto grado: la democrazia liberale e il totalitarismo non hanno un grammo di sangue in comune, negarlo è negare l’intera storia del Novecento, la guerra calda contro i nazisti e quella fredda contro i comunisti, totalitarismi di segno opposto ma edificati su strutture identiche, il Partito-Stato, la morsa pervasiva su ogni spicchio della società civile, la massa collettivizzata da un mito (la Nazione, la Razza, o la Classe) contro l’autonomia personale, la persecuzione militare che si fa sterminio. Il lager e il gulag. “Sorella” di tutto questo sarà la signora Flacke, non certo noi, né i milanesi.
    Avanti, ancora peggio. Entrambi i sistemi avrebbero patrocinato «la libertà e l’uguaglianza». Troppo ovvio dire che uno ha maciullato la libertà in nome di un’uguaglianza impossibile, mentre l’altro ha la libertà come causa prima, e l’uguaglianza sana, cioè quella civile in partenza, non quella economico-sociale all’arrivo, come conseguenza.
    Piuttosto: parli a loro, di libertà. Parli ai massacrati nel gulag, parli agli uomini torturati in nome del Popolo, parli ai denunciati, ai sequestrati, agli spiati, ai fuggitivi verso l’Occidente, a chi scappava dall’uguaglianza coattiva di Stato, verso la libertà. Legga Arcipelago gulag e I racconti della Kolyma, guardi la foto di Solzhenitsyn rattrappito in Siberia, ascolti le urla dalla miniera di Salamov, riguardi Jan Palach che si cosparge di benzina per tutte le Praga del mondo, e provi a nominare ancora la libertà.
    Ha il coraggio di citare anche «i diritti dell’uomo», la signora curatrice. Entrambi i sistemi hanno «patrocinato» i diritti dell’uomo. Non si riesce ad andare oltre, la tastiera s’ingrippa e il cervello anche, vorresti contrastare l’enormità, ma come fai? Come fai a rispondere seriamente a un catalogo dove sta scritto, è vergato, non ritrattabile, che il comunismo reale ha patrocinato i diritti dell’uomo? Come fai a rendere giustizia ai quei milioni, agli sparati, gli impiccati, gli assiderati, all’ammasso di corpi accatastati sopra la chimera perversa, l’idea assassina?
    Che poi era esattamente il «perfezionamento del genere umano», per riprendere le parole del delirio, l’obbrobrio della purezza della razza esteso all’intero genere, che andava raddrizzato, ricostruito, globalmente piallato e parificato. L’Occidente, e la terra in cui ancora esso è rimasto vitale, gli Stati Uniti d’America, non hanno perseguito nessun “perfezionamento del genere umano”, anzi, esattamente all’opposto, hanno presidiato la ricerca libera e varia della felicità personale dall’intromissione di qualunque ideologia, o di qualunque mito marcio di qualunque Perfezione mondana assoluta, inumana, totalitaria. Ed è perfino imbarazzante, ricordarlo a chi in Occidente ci vive e ci costruisce carriere.
    Ma a noi di Monika Flacke importa nulla, a noi importa che Palazzo Reale, il Comune di Milano che ne è proprietario, il suo direttore Domenico Pirania, rimuovano un catalogo che associa il comunismo alla libertà e ai diritti dell’uomo. Non oggi, non nella Milano del 2013.






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    Predefinito Re: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    PARIACOTO
    Rino Cammilleri
    Un libro (“Frati martiri. Una storia francescana nel racconto del terzo compagno”, di Jarek Wysoczanski e Alberto Friso, Edizioni Messaggero Padova) narra la storia di due missionari polacchi, fra Miguel Tomaszek e fra Zbigniew Strzałkowski, frati conventuali polacchi di 31 e 33 anni, uccisi a Pariacoto, sulle Ande peruviane. Il 9 agosto 1991, i guerriglieri maoisti di Sendero Luminoso li sequestrarono, condannandoli a morte perché accusati di «addormentare la coscienza rivoluzionaria del popolo con l’attività caritativa e solidale». E così, lasciatosi alle spalle il comunismo polacco, i due erano andati a morire per mano di quello peruviano. Singolare la motivazione della sentenza, almeno per la sua sincerità: davano al popolo pane (cioè, «oppio», per i marxisti) anziché dargli un mitra.
    Antidoti » Blog Archive » PARIACOTO

    Milano è sotto di 437 milioni di euro. Gli appelli di Pisapia al buon cuore degli assessori non risolvono il problema
    La Giunta Pisapia non sa che pesci prendere. Il “buco” non lo si copre con maggiore sobrietà o continuando a garantire a tutti i soli diritti, ma con maggiore sussidiarietà
    Matteo Forte
    Una Giunta che non sa che pesci prendere. Lo mostrano gli appelli alla sobrietà del Sindaco Pisapia lanciati all’indirizzo degli assessori in materia di spesa. Lo mostra il Presidente Rizzo che dichiara quanto sostengo da tempo in aula, e cioè che le insistenze della maggioranza sui cosiddetti temi eticamente sensibili «siano perseguiti nei momenti di difficoltà su altri piani per fare qualcosa che risponde alle aspettative dei nostri elettori» (cfr. Affaritaliani.it).
    In questo momento, infatti, Giunta e Consiglio dovrebbero essere impegnati insieme a ripensare la funzione del Comune in vista di un Bilancio che stia in piedi. La neo-assessore al Bilancio, Francesca Balzani, proprio oggi ha dichiarato in conferenza stampa che lo “spareggio” tra le entrate e le uscite è di 437 milioni di euro.
    Come uscirne, allora? Non con gli appelli al buon cuore di Pisapia verso i suoi assessori, ma ridisegnando il perimetro d’azione dell’amministrazione stessa, nell’ottica di una sempre minore gestione diretta dei servizi ed un sempre maggiore ruolo di semplice governance del Comune. In particolare nei settori dei servizi sociali, educativi e culturali.
    L’amministrazione non deve “fare”, bensì aiutare la società civile a “fare”, coordinare l’organizzazione delle sterminate iniziative già in essere e le risposte ai vari bisogni che emergono. Ma dubito che questo si possa realizzare con una simile compagine governativa. Se tutta l’azione amministrativa di Pisapia sta in piedi sulla convinzione che il Comune deve garantire a chiunque soli diritti, il risultato è che spesa e tasse continueranno ad aumentare.
    Milano, buco di bilancio di 437 milioni di euro | Tempi.it



    La priorità di Pisapia: fare quaranta moschee a Milano
    “Non poniamo veti all’edificazione di moschee con cupole e minareti”. A parlare è Francesco Cappelli, da due mesi assessore all’Educazione, quindi non avevamo dubbi sul suo essere prono all’islamizzazione della città. Cappelli ha ereditato la delega ai Rapporti con le comunità religiose: stipendio rubato.
    La data entro cui si conta di rendere regolari i centri di culto islamici abusivi, e di individuare aree per ospitarne di nuovi è il 2015. “Arrivare a una soluzione in tempo per Expo sarebbe auspicabile “, dice il nuovo assessore.
    E intanto c’è chi si porta avanti. In via Maderna, la comunità turca Milli Gorus dopo aver richiesto di realizzare opere interne ed esterne di manutenzione su un immobile a destinazione produttiva, lo stava in realtà trasformando in una mega-moschea, il tutto, sotto gli occhi addormentati del Comune. Che solo oggi, dinnanzi ad evidenti abusi edilizi, talmente osceni che nemmeno la giunta pisapiastan poteva fingere di non vedere, ne ha bloccata la costruzione. Ma, si affretta a precisare Capelli “non per motivi religiosi”. Ci mancherebbe.
    Gli abusivi della comunità Milli Gorus però non demordono, consci del clima xenofilo che si respira in Comune annunciano che, tramite il loro presidente Ozamn Duran, nei prossimi giorni incontreranno gli uffici comunali, invece di essere messi in galera.
    Basta ipocrisie: le moschee non devono essere costruite perché sono, nell’ordine: un simbolo di occupazione, fonti di terrorismo e integralismo e scempio del nostro patrimonio culturale e architettonico. Tutto il resto è noia.



    Povera quella sinistra che non capisce i poveri
    Gli agenti del fisco hanno dei bonus in base alle cartelle che emettono. Follia dei sindacati: "Dovrebbero essere più alti". E in Sicilia Ingroia finisce a fare l'esattore per Crocetta
    Vittorio Macioce
    "Maestà il popolo ha fame". "Non c'è pane? Che mangino brioche".
    La manifestazione del Pd contro la povertà ha lo stesso sapore. Bersani come Maria Antonietta. Non si rende conto. Non si rendono conto. Non vedono il ridicolo, la beffa, l'assurdità. Qui c'è un Paese che ha paura di svegliarsi il giorno dopo, perché non sa come tirare avanti. Non si compra, non si vende, non si produce, non si lavora. Il credito di speranza si è esaurito da tempo. Gli indici economici suonano come campane a morto. C'è chi si arrabatta in lavori precari, chi il 20 del mese già conta gli spiccioli nel portafoglio, chi viene licenziato e non sa dove andare a sbattere la testa e chi ha smesso perfino di cercare. E per tanti, troppi, la via d'uscita è la disperazione e la dignità del suicidio.
    E Bersani che ti tira fuori dal cilindro? L'ideona. Si va in piazza a sputare contro la povertà. Magari si spaventa e se ne va.
    Ma che è? Una festa, una lotteria, un funerale, un esorcismo, una danza della pioggia? È la solita storia. È come pensare di fare cultura occupando il Valle. E poi come ci si veste per andare a manifestare contro la povertà? Sobri, austeri, casual, o colorati e con le pezze al sedere come Arlecchino? Qualche "melandrina" se lo starà già chiedendo. È il piove governo ladro. Solo che stavolta non c'è neppure il governo. Piove e basta.
    Sono 44 giorni che Bersani sta lì a guardare la poltrona di Palazzo Chigi. La guarda e intralcia. Tutti hanno capito che fin quando sta lì il governo non si fa. Poi a guardare Bersani sono arrivati i saggi. Altro intralcio. Nel frattempo la povertà se ne frega delle piazze ed entra nelle case. Un Paese "mezzadro" è stato stremato da una cura a colpi di tasse. Non solo il paziente non è guarito, ma sta bestemmiando l'ultimo respiro. L'Europa ci ricorda i nostri debiti (pubblici). Non servono brioche. Volete combattere la povertà? Inventatevi un governo che tagli sprechi e tasse. Lavorare stanca, ma è l'unico modo per uscire dalla crisi. Semmai in piazza ci andiamo dopo.
    Povera quella sinistra che non capisce i poveri - IlGiornale.it

    Quando la priorità di un sindaco è regalare altri soldi pubblici ai profughi
    Incredibile delibera al Comune di Capiago Intimiano (Co)
    Giovanni Polli
    L’emergenza è finita, e dopo due anni i profughi nordafricani presenti sul territorio comunale se ne vanno. Cosa di meglio allora che gratificarli di altri quattromila euro prelevati dalle casse del Comune? È quanto avviene nel comune di Capiago Intimiano, in provincia di Como, con una delibera di giunta varata alla chetichella dal sindaco (lista civica di sinistra) e scoperta dal consigliere leghista, Ivano Bianchi.
    «La prefettura - spiega Bianchi - ha dato loro al termine del progetto di assistenza cinquecento euro a testa, per andarsene dove vogliono. Un paio andranno a Como a fare i panettieri, uno vuole andare in Germania, un altro tornare a casa. Fino a qui è normale. Ma il Comune, con deliberazione della Giunta, ha deciso un altro contributo straordinario per queste persone di circa mille euro per ciascuno. La cosa mi sembra abbastanza grave».
    Con quale motivazione?
    «Perché si è rilevata l’ “opportunità”, così si legge nel documento, di “facilitare i loro spostamenti”. e quindi si è scelto di erogare un “contributo straordinario” che si affianchi a quello dello Stato. Praticamente prendono mille euro dei nostri soldi e glieli regalano».
    E non c’è stata discussione?
    «No, è una delibera di giunta fatta alla svelta il 21 di marzo, e se non l’avessi trovata sarebbe passata in sordina. Questo fatto è molto grave».
    Quindi il Comune, se si può permettere elargizioni di questo tipo, è perché naviga nell’oro.
    «Come no. Abbiamo grandi problemi di bilancio. Il signor sindaco ha tolto lo scuolabus ai bambini, sta facendo economie di gestione incredibili, la scuola media è fatiscente e piena di crepe. Ciononostante regala a questi signori mille euro a testa. A questo punto direi ai nostri pensionati che non arrivano alla fine del mese, ai nostri cassintegrati, ai nostri portatori di handicap, di andare dal sindaco e di farsi dare anche loro mille euro».
    Ma fino ad oggi come hanno vissuto questi profughi?
    «Per due anni, ogni settimana, si sono fatti accompagnare dall’assessore competente a fare la spesa al supermercato. Con i soldi pubblici passati dallo Stato. Inutile dire che vi sono persone anziane che anche qui non arrivano a mettere insieme il pane con il latte».
    Considerazioni finali?
    «Siamo contenti che l’emergenza sia finita, e che questi ospiti tornino a casa o vadano dove vogliono andare. Quello che non riteniamo tollerabile è il fatto che mentre ciascuno di loro adesso si ritrova in tasca un’elargizione totale di millecinquecento euro, alla nostra popolazione bisognosa rimangano gli sberleffi. I mille euro a testa deliberati dal Comune sono un contributo straordinario. Perché non destinarlo, straordinariamente, alle nostre famiglie bisognose?»
    Che iniziative intende prendere la Lega Nord?
    «Domenica allestiremo un gazebo per protestare contro questa decisione. E non è esclusa una raccolta di firme perché il sindaco torni sui suoi passi e non dia attuazione alla delibera di giunta. Già ora la gente mi ferma per strada e mi manifesta tutta la sua indignazione».


    Boldrini l'Adnkronos cancella la parola "clandestini"
    L'Adnkronos annuncia: "I lanci non conterranno più la parola 'clandestino' riferita agli immigrati". Il motivo? "Rispettare la storica battaglia della Boldrini"
    Bianchetto alla mano, il presidente dell’Adnkronos Giuseppe Marra è pronto a correggere tutti i giornalisti che si azzarderanno a usare il termine "clandestino" nei futuri dispacci di agenzia.
    Guai a usare quella "parolina" sgradita alla neo presidente della Camera Laura Boldrini.
    "Raccogliendo la sollecitazione di Carta di Roma e la storica battaglia condotta dalla presidente Laura Boldrini", l'Adnkronos ha annunciato ieri che i lanci non conterranno più la parola "clandestino" riferita agli immigrati in Italia (leggi il comunicato). "Faranno eccezione solo le eventuali dichiarazioni contenute in comunicati stampa e riportate tra virgolette - si legge nel comunicato stampa pubblicato ieri - anche nella trascrizione delle interviste e delle dichiarazioni raccolte, la parola 'clandestino' sarà evitata, a meno che essa non sia ritenuta indispensabile-opportuna per chiarire il pensiero dell'intervistato o per riprodurre fedelmente il linguaggio dello stesso".
    Come ricorda Libero (leggi l'articolo), la Carta di Roma è un documento che prescrive ai giornalisti un linguaggio politicamente corretto. In realtà, la decisione dell'Adnkronos è tesa, per stessa ammissione dell'agenzia, a far felice la Boldrini che, quando ricopriva l'incarico come portavoce al Commissariato Onu per i rifugiati, si è sempre battuta perché il termine "clandestino" venga cancellato dal vocabolario. Insomma, anche quegli immigrati che risiedono illegalmente sul nostro territorio non potranno essere appellati "clandestini". Irregolare, forse. Migrante, sicuramente. Rifugiato, ancora meglio. Richiedente asilo, benissimo.
    Per far piacere alla Boldrini l'Adnkronos cancella la parola "clandestini" - IlGiornale.it



    Nello staff della Boldrini trombati e figli d'arte del Pd
    Da un lato invoca sobrietà, dall'altro la Boldrini aumenta spese e personale del suo staff di comunicazione. Dai non eletti Roberto Natale e Carlo Leoni alle figlie di Loiero e Tana de Zulueta
    Domenico Ferrara
    La sobrietà ha le sembianze di un giano bifronte. Da un lato si riducono gli stipendi e si invocano tagli alle spese superflue del Palazzo, dall'altro si imbarcano trombati della politica e figli d'arte.
    Rigorosamente alla presidenza della Camera. Laura Boldrini ha fatto questo. Ma non solo.
    Il neo presidente di Montecitorio ha infatti quadruplicato lo staff di comunicazione apportando una vera rivoluzione. Non proprio in linea con la spending review. Perché a dispetto della tradizione, che vuole che il presidente della Camera una volta insediato porti con sé un proprio portavoce e si appoggi per il resto delle mansioni ai giornalisti dell'ufficio stampa della Camera, l'ex portavoce dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati ha portato quattro "esterni". Di peso.
    C'è Roberto Natale, già capo del sindacato Usigrai, nonché ex presidente della Fnsi, Federazione della Stampa italiana. Alle ultime elezioni politiche è stato candidato nelle liste di Sel, ma non è riuscito a essere eletto. E così a dare rifugio a Natale ci ha pensato la Boldrini, che lo ha nominato suo portavoce.
    C'è Valentina Loiero, figlia del democratico Agazio già governatore della Calabria, nominata capo della comunicazione. Per anni inviata del Tg5 a Lampedusa, proprio nell'isola la Loiero ha conosciuto Laura Boldrini. Da lì è iniziato un rapporto di stima, tanto che il neo presidente della Camera ha firmato la prefazione al libro "Sale nero" scritto dalla giornalista e insieme hanno collaborato alla stesura della "Carta di Roma" - codice deontologico sui migranti. Coincidenza vuole che nel giorno stesso dell'elezione della Boldrini Agazio Loiero espresse parole di encomio nei confronti del presidente della Camera - ché anche per i padri le figlie so' pezzi 'e core.
    Poi Giovanna Pirrotta (che non risulta né candidata alle ultime elezioni né figlia d'arte) si occuperà dell'immagine sui social network e delle nuove tecnologie. Infine, secondo quanto scritto da Telesio Malaspina, firma de L'espresso, a far da consigliere politico-istituzionale alla Boldrini sarà Carlo Leoni, già vicepresidente della Camera in quota Pd. Anche lui non rieletto. E a ricoprire il ruolo di addetta ai rapporti con gli organismi internazionali c'è Giulia Laganà, nonché figlia dell'ex parlamentare Pd Tana de Zulueta.
    Nello staff della Boldrini trombati e figli d'arte del Pd - IlGiornale.it

    Se la cultura la fa l'istituzione
    di Daniele Ciacci
    Ciò che è successo nel Consiglio della Zona 2 di Milano è esemplificativo della deriva centralistico-totalitaria che sta colpendo l’Italia dalle realtà più piccole fino ai centri di potere più importante. A Milano la Zona 2 è una più attive a livello culturale. Contiene i quartieri della Stazione Centrale, di Gorla, di Turro, di Greco, di Crescenzago e di Precotto, quest’ultima una delle realtà più vive. Il Consiglio di zona, con una delibera del 31 gennaio del 2013 ha approvato con larghissima maggioranza – 22 voti favorevoli, uno contrario e ben diciotto assenti – un atto amministrativo che, pur nella relativa piccolezza della realtà di cui si tratta, è però grave nelle sue derive ultime anti-libertarie.
    Ripercorriamo la vicenda. Il 31 gennaio il Consiglio di Zona due decreta la validità di una delibera voluta dalla Commissione cultura dell’area. La pietra di scandalo dell’atto amministrativo recita: «Vogliamo guidare l’orientamento culturale della Zona 2 […]. Non vogliamo più semplicemente accogliere le richieste di finanziamenti e scegliere fra esse, vogliamo proporre noi i progetti». Fin qui, nessun problema. Se non fosse che i pur pochi fondi destinati alle attività culturali della zona saranno in larghissima parte assorbiti dalle iniziative volute, organizzate e approvate dalla Commissione stessa.
    Nella delibera, poi, si rincara la dose: «Dal primo giorno del nostro mandato è stata questa l’intenzione della Commissione Cultura ed ora, dopo quasi un anno e mezzo, ci adoperiamo a metterla in atto». I tre progetti messi all’atto sono: per l’estate, una stagione di teatro e cinema e un concorso per rock band, per l’autunno una stagione di musica jazz. «Ovviamente, a questi 3 grandi progetti – prosegue la delibera – andrebbe la maggior parte del nostro budget per il 2013. Il resto verrebbe utilizzato per le ricorrenze più importanti e le proposte più importanti decise dalla Commissione, per esempio: la Giornata della Memoria, il 25 Aprile [Festa della Liberazione, ndr.] , l’8 Marzo [Festa della donna, ndr]».
    Pur valutando positivamente le iniziative proposte dalla Commissione cultura, è però inammissibile che, a farci le spese, siano quelle avanzate dalle Associazioni o dai privati cittadini i quali, in definitiva, vedranno le proprie idee – e i conseguenti finanziamenti – rigettati in principio. A fronte della gravità di tale situazione, alcuni cittadini della Zona 2 di Milano hanno inviato una lettere al comitato di quartiere, puntando l’attenzione sulla delibera «che si ispira – queste le loro parole – nelle forme e nel contenuto, ad un dirigismo statalista che credevamo definitivamente condannato dalla storia, e urta la nostra sensibilità di cattolici, perché mortifica quel principio di sussidiarietà, espresso dal Magistero della Chiesa, che, riconoscendo la centralità della persona, valorizza come ricchezza pubblica l’iniziativa di singoli ed associazioni, veri motori di sviluppo di una società autenticamente libera e plurale».
    Che non si tratti di considerazioni astratte, ma di fatti forieri di conseguenze pratiche, lo si può comprendere dalle motivazioni addotte per rigettare la richiesta di finanziamento di un’iniziativa culturale promossa dalla Onlus parrocchiale Talita Kum in occasione della festa della famiglia del 27 gennaio 2013 – quattro giorni prima dell’approvazione della delibera 14. Le ragioni? L’iniziativa «non è prioritaria rispetto agli obiettivi della Commissione Cultura». D’altronde, si parla solo di famiglia, un’istituzione costituzionalmente riconosciuta (art. 29) ma forse, ad oggi, scomoda da trattare.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Se la cultura la fa l'istituzione

    La mostra a Palazzo Reale e il vizio di «contestualizzare» il comunismo
    Nel catalogo dell'esposizione sulla Guerra Fredda si parla dell'Urss che difese la "libertà". Il direttore del Museo: la frase è da riferire «solo alle intenzioni». Eh no, anche quelle erano marce, e nel 2013 va detto
    di Federica Dato
    The desire for freedom è una bella mostra ospitata da Palazzo Reale, a Milano. Una mostra che sembra unire per valore artistico e dividere per miopia di concetto, sulla quale L’Intraprendente ha aperto un dibattito, schierandosi dalla parte di chi non accetta di rileggere le storia lasciando a margine l’inaccettabile che l’ha caratterizzata. Ad aprire il giornale, quel giorno, la firma del nostro direttore Giovanni Sallusti con un pezzo che esplicita la linea di questa testata in modo inequivocabile.
    Ma partiamo dall’inizio. L’esposizione collettiva tocca un tema di per sé complesso: “L’idea di libertà in Europa dal dopoguerra in avanti, attraverso il pensiero e le opere di 94 artisti contemporanei provenienti da 27 paesi europei”, dal 1945 al 1989, racconta la sintesi offerta dal Museo meneghino. «Un motivo di orgoglio». Non lascia spazio a equivoci, Domenico Pirania, direttore del Reale. Il viaggio nella Guerra Fredda Pirania lo affronta con l’entusiasmo di chi crede nel proprio lavoro, nell’allestimento che oggi arricchisce le “sue” sale: «È un percorso difficile ma affascinante. Non è per tutti, occorre un grado di preparazione culturale non indifferente per gustarla appieno. Ma queste sono le sfide della cultura, che può e deve destare curiosità». Il direttore è cortese, disponibile e aperto al dialogo. Profilo raro. Prosegue: «La mostra non farà gli incassi di Picasso né di altre “rassegne”, ma si pone come analisi sia dal punto di vista sociologico che filosofico» di anni che ancora possono essere scandagliati.
    Il direttore Sallusti ha già, come detto, affrontato di petto l’esposizione, o meglio, il catalogo dell’esposizione. Redatto dalla curatrice Monika Flacke, non può non solleticare il dubbio capace di farsi incredulità. La Signora affronta i due “blocchi”, le due visioni del mondo non solo differenti ma agli antipodi, scavalcando la contrapposizione tra Est e Ovest per affermare che «entrambi i sistemi hanno proclamato e patrocinato la libertà e l’uguaglianza, i diritti dell’uomo e il progresso tecnico e sociale». Su questo non possiamo non stuzzicare il diretto Pirania, che: «Il curatore ha sempre massima libertà di espressione. Credo che in merito dovreste parlare con Flacke, comunque penso l’errore stia nell’estrapolare le frasi dal contesto. Sono convinto si riferisse all’aspetto delle intenzioni dei due modelli. Sia il profilo dell’Est che quello dell’Ovest aspiravano a offrire maggiore uguaglianza e benessere. La frase perciò guardava solo alle intenzioni».
    Noi comprendiamo la posizione di Pirania, davvero. Non possiamo però incassarla. Perché pare di sentire ancora e ancora quella ri-lettura del comunismo che tanto piace a sinistra: è stata realizzata male ma l’idea era buona. E no. I sinistrorsi hanno inseguito per tutto il ’900 il “comunismo buono”, quello capace di migliorare la società. Hanno sempre fallito ed è ora di cambiare disco. Perché da Marx in giù, le bibbie comuniste auspicano la dittatura proletaria. Perché l’Urss è sinonimo di totalitarismo e il totalitarismo di montagne di cadaveri che ancora urlano vendetta.
    Il ragionamento del “primo” di Palazzo Reale tentiamo di seguirlo, insieme all’invito alla contestualizzazione. Ma i morti non si contestualizzano e l’Urss non è in nulla sovrapponibile agli Stati Uniti d’America, che questi muovano simpatia o meno. Nessuno si permetterà mai di dire che l’idea alla base del nazismo era corretta, grazie a Dio. Incredibile come alcuni orrori lo siano più di altri, come alcuni totalitarismi sanguinari siano all’origine puri e altri no. Le stragi sistematiche non possono essere partorite da un principio di libertà e uguaglianza. E i comunisti veri, quelli che l’“idea giusta mal applicata” l’hanno partorita, l’eliminazione degli sgraditi, la lotta di classe, l’hanno teorizzata. L’opinione non siamo riusciti a trattenerla, per la seconda volta. La mostra ve la consigliamo caldamente.


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    Predefinito Re: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    Contro Matteo Renzi. Ovvero: Iddio ci scampi dal Kennedy fiorentino
    di Marco Mancini
    Avevo in mente un articolo del genere già da qualche giorno, o settimana, o mese: da quando, insomma, Matteo Renzi è assurto a nuovo “uomo della Provvidenza” per un’ampia fascia di opinione pubblica italiana, anche di centro-destra. “Oh, quanto è bello Renzi!”, “Oh, quanto è bravo Renzi”, “Oh, se Renzi fosse nel centro-destra!” (variante: “Ah, se ci fosse un Renzi di destra!”), “Oh, se il centro-sinistra avesse candidato Renzi”. Un florilegio di elogi dal quale io, che sono bastian contrario per natura, ho inteso subito distinguermi.
    La lettera di oggi, inviata al quotidiano “Repubblica”, è stata – per così dire – la ciliegina sulla torta. Scimmiottando proprio il celebre discorso kennediano sulla separazione tra Stato e Chiesa, il sindaco di Firenze si scaglia contro quei cattolici – esplicito il riferimento a Franco Marini – che utilizzano la propria appartenenza confessionale per accampare pretese su incarichi politici, Quirinale in primis. Renzi, dunque, si vergogna di questa bieca strumentalizzazione. E fin qui potremmo anche essere d’accordo. Lui è orgogliosamente cattolico: ci dice, infatti, che non si vergogna del suo battesimo (ci mancherebbe…). Però è un cattolico che ha orrore di tutti quei “politici che si richiamano alla tradizione cattolica” e si pongono spesso “come custodi di una visione etica molto rigida”, fino a diventare “moralisti”, magari “senza morale”. Il Nostro dubita “di chi riduce il cristianesimo a norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità”. Meglio spalancare le finestre, come Papa Francesco, “che parla anche alle altre confessioni, ai non credenti, agli agnostici: si pone come portatore di entusiasmo e di gioia di vita”. Viene quasi da rimpiangere quell’“integralista” sui generis di La Pira, suo lontano predecessore come sindaco del capoluogo toscano.
    Ora, è giustissimo evitare di ridurre il cristianesimo a moralismo o a ideologia, ma bisogna capire una volta per tutte che Cristo è di più e non di meno rispetto a tutto questo. Non ridurre il cristianesimo a una morale perbenista non può e non deve significare fare finta che Cristo non ci sia e metterlo da parte. Che senso ha essere cattolici, se in tutti gli ambiti della propria attività – da quella professionale a quella politica – non si dà testimonianza della propria fede e non si lotta per i valori in cui si crede? E’ vero, come dice Renzi, che gli amministratori giurano sulla Costituzione e non sul Vangelo, ma è anche vero – per citare la prima lettura di ieri – che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”, qualora le due esigenze entrino in contrasto. Pare che Renzi fatichi a capirlo, o che in proposito faccia un po’ il furbetto (ma su questo avevamo già scritto a suo tempo).
    Ma del resto, in cosa crede Renzi? Come Grillo, ha ormai archiviato la vecchia distinzione tra destra e sinistra, ha chiuso con le ideologie del XX secolo. Quando, durante il confronto TV per le primarie del centro-sinistra, gli fu chiesto di indicare un paio di figure di riferimento per il proprio “pantheon”, Renzi citò Nelson Mandela e una sconosciuta blogger tunisina, eroina delle c.d. primavere arabe. L’apoteosi della melassa buonista e della political correctness, la summa del sistema di valori bimbominkiesco, due nomi al di sopra di ogni possibile contestazione, per piacere a tutti (specie ai ggiovani) e dispiacere a nessuno, mandando al macero decenni di cultura politica della sinistra italiana (non che Bersani e Vendola, indicando rispettivamente Papa Giovanni XXIII e il cardinal Martini, avessero fatto di meglio). Renzi è il leader della post-modernità “liquida”, l’uomo che non dice nulla, ma in compenso riesce a dirlo molto bene. Provate a chiedere in giro: perché vi piace tanto Renzi? Nessuno riuscirà a fornirvi argomentazioni più convincenti del fatto che sia “giovane”, “fresco”. Che tanti elettori di destra, persino di quella con pretese “identitarie”, facciano il tifo per lui, è un chiaro segno della confusione attuale, ma anche l’indizio che di un personaggio simile non c’è da fidarsi, come insegna il caso di Fini, inviso ai suoi e idolatrato dagli avversari.
    Si dirà: ma almeno è carismatico e simpatico, come Berlusconi. La differenza è che Berlusconi è, a suo modo, sincero. Certo, tutti sappiamo che possiede una concezione piuttosto relativa della verità e che spesso tende a raccontarne (anche a se stesso) una a proprio uso e consumo; nessuno, però, dubiterebbe della generosità di Berlusconi, o della sua lealtà nei confronti di un amico, anche se si trattasse di coprire qualche marachella. Tanto il Cavaliere è genuino nella sua innata verve da cabarettista, tanto la simpatia e lo stile di Renzi, così come le sue invettive contro la nomenclatura da rottamare, sono artefatti, costruiti, un po' posticci. E’ l’inautenticità del secchioncello che, come ha scritto Selvaggia Lucarelli, un bel giorno scopre di essere diventato figo a sua insaputa; la doppiezza dell’ambizioso che sarebbe disposto a vendere anche sua madre (o a scaricare i suoi collaboratori più stretti, vedi i casi Gori e Reggi) pur di raggiungere il suo scopo. Se Berlusconi ha incarnato i sogni e le preoccupazioni di una vecchia Italia, individualista ma a suo modo generosa, Renzi ne rappresenta una patetica caricatura: il leader ideale di un Paese che ha smarrito la propria identità e ha trasformato la politica in un reality senza costrutto.
    Il giovane Matteo, insomma, è destinato a distruggere la sinistra e svuotare il serbatoio elettorale della destra, senza per questo avere la forza e la capacità di salvare il Paese. Un buon motivo, insieme alla lettera scritta a “Repubblica”, per pregare che Iddio ci scampi e liberi dal Kennedy fiorentino.
    Contro Matteo Renzi. Ovvero: Iddio ci scampi dal Kennedy fiorentino ~ CampariedeMaistre



    Il nuovo beato Rolando Rivi vittima del comunismo
    Da Corrispondenza Romana
    di Cristina Siccardi
    «Domani un prete di meno», questa la motivazione che venne data dal commissario politico della formazione partigiana garibaldina che uccise nel 1945 il seminarista Rolando Rivi di 14 anni. Ci furono molte vittime fra il clero italiano durante la Seconda guerra mondiale e la guerra civile. Vittime dei nazisti, come don Giuseppe Morosini (1913-1944), accompagnato al supplizio dal Vescovo che lo aveva ordinato sacerdote, il futuro Cardinale Luigi Traglia (1895-1977), oppure come tanti sacerdoti e parroci assassinati dai partigiani e militanti comunisti, anche oltre il 25 aprile, come don Umberto Pessina (1902-1946).
    Scrisse il Vescovo di Reggio Emilia, Beniamino Socche (1890-1965), nel suo diario: «…la salma di don Pessina era ancora per terra; la baciai, mi inginocchiai e domandai aiuto (…). Parlai al funerale (…) presi la Sacra Scrittura e lessi le maledizioni di Dio per coloro che toccano i consacrati del Signore. (…) Il giorno dopo era la festa del Corpus Domini; alla processione in città partecipò una moltitudine e tenni il mio discorso, quello che fece cessare tutti gli assassinii. Io ̶ dissi ̶ farò noto a tutti i Vescovi del mondo il regime di terrore che il comunismo ha creato in Italia». In Emilia Romagna e soprattutto nel «Triangolo della morte» (Bologna, Modena, Reggio Emilia) perirono barbaramente 93 sacerdoti e religiosi; la maggior parte a seguito delle vendette dei «rossi». Fra le vittime anche Rolando Rivi, colpevole di indossare la talare.
    Il Papa, il 27 marzo scorso, ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare i Decreti riguardanti 63 nuovi Beati e 7 nuovi Venerabili: molti sono martiri della guerra civile spagnola, dei regimi comunisti dell’Europa Orientale e del nazismo. Fra di loro c’è anche il giovane seminarista, del quale libri di storia e mass media hanno debitamente taciuto… per non sporcare l’ “eroica” memoria della Resistenza rossa.
    Rolando Maria Rivi nacque il 7 gennaio 1931 a San Valentino, borgo rurale del Comune di Castellarano (Reggio Emilia), in una famiglia profondamente cattolica. Brillante e vivace, di lui si diceva: «o diventerà un mascalzone o un santo! Non può percorrere una via di mezzo». Con la prima Comunione e la Cresima divenne maturo e responsabile. Rolando, ogni mattina, si alzava presto per servire la Santa Messa e ricevere la Comunione. All’inizio di ottobre del 1942, terminate le scuole elementari, entrò nel Seminario di Marola (Carpineti, Reggio Emilia). Si distinse subito per la sua profonda fede. Amante della musica, entrò a far parte della corale e suonava l’armonium e l’organo.
    Quando stava per terminare la seconda media, i tedeschi occuparono il Seminario e i frequentanti furono mandati alle loro dimore. Rolando continuò a sentirsi seminarista: la chiesa e la casa parrocchiale furono i suoi luoghi prediletti. Sue occupazioni quotidiane, oltre allo studio, la Santa Messa, il Tabernacolo, il Santo Rosario. I genitori, spaventati dall’odio partigiano, invitarono il figlio a togliersi la talare; tuttavia egli rispose: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho voglia di togliermela. Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù».
    Questa pubblica appartenenza a Cristo gli fu fatale. Un giorno, mentre i genitori si recavano a lavorare nei campi, il martire Rolando prese i libri e si allontanò, come al solito, per studiare in un boschetto. Arrivarono i partigiani, lo sequestrarono, gli tolsero la talare e lo torturarono. Rimase tre giorni loro prigioniero, subendo offese e violenze; poi lo condannarono a morte. Lo condussero in un bosco, presso Piane di Monchio (Modena); gli fecero scavare la sua fossa, fu fatto inginocchiare sul bordo e gli spararono due colpi di rivoltella, una al cuore e una alla fronte. Poi, della sua nera e immacolata talare, ne fecero un pallone da prendere a calci. Era venerdì 13 aprile 1945.
    MiL - Messainlatino.it: Il nuovo beato Rolando Rivi vittima del comunismo

    I compagni dimenticati del partigiano Primo Levi
    DI PAOLO MIELI
    C'è un'«alba di neve» che è entrata nella storia della letteratura italiana: quella del 13 dicembre 1943. Una «spettrale alba di neve» (così viene definita nella seconda edizione di Se questo è un uomo, pubblicata da Einaudi nel 1958), nel corso della quale Primo Levi fu arrestato in Val d'Aosta assieme a Luciana Nissim, Vanda Maestro e ad alcuni partigiani ai quali si era unito da pochi giorni. Nell'edizione di Se questo è un uomo del '58 (nella prima, del 1947, queste pagine non comparivano), Levi, a sorpresa, lascia cadere che il suo arresto, da cui sarebbe per lui iniziato il viaggio alla volta di Auschwitz, fu «conforme a giustizia». «Conforme a giustizia»? In che senso? È da un tentativo di dare spiegazione a quelle tre parole che prende l'avvio uno straordinario libro di Sergio Luzzatto che sta per essere dato alle stampe da Mondadori: Partigia. Una storia della Resistenza .
    Vediamo come andarono i fatti. Lì tra i partigiani di Col de Joux, raccontava Primo Levi, «mancavano gli uomini capaci, ed eravamo invece sommersi da un diluvio di gente squalificata, in buona fede e in malafede, che arrivava lassù dalla pianura in cerca di una organizzazione inesistente». Così si spiega come mai lui e altri ribelli della prima ora caddero quasi subito in mano ai fascisti. Ma perché definire quella cattura «conforme a giustizia»? «Giustizia», osserva Luzzatto, «non è una parola qualunque, meno che mai nel vocabolario di Primo Levi». E cosa può spiegare poi «una rappresentazione della Resistenza delle origini tanto dissacrante, o comunque tanto dissonante rispetto alla mitologia antifascista sui primi partigiani della montagna»?
    Una traccia utile a chiarire il mistero, si trova in un altro libro di Levi, scritto nel 1975: Il sistema periodico (Einaudi). Qui si resta colpiti dal fatto che, sulle 238 pagine del volume, la Resistenza non ne occupi più di quattro. Nel capitolo intitolato «Oro» pochi capoversi sono dedicati alla salita in montagna, alle settimane «d'attesa più che d'azione», alla caduta della banda del Col de Joux, all'arresto dell'autore e di alcuni suoi compagni. E solo due pagine evocano «il trasporto a valle, gli interrogatori subiti nella prigione di Aosta, la decisione del catturato di ammettersi ebreo piuttosto che partigiano, cioè di votarsi alla deportazione verso chissà dove piuttosto che al deferimento al Tribunale militare speciale della Repubblica di Salò».
    Perché questa «avarizia narrativa riguardo alla Resistenza»? Ed ecco che in altre righe si trova una seconda traccia utile alla sua ricerca. Queste: «Fra noi, in ognuna delle nostre menti pesava un segreto brutto: lo stesso segreto che ci aveva esposti alla cattura, spegnendo in noi, pochi giorni prima, ogni volontà di resistere, anzi di vivere». E ancora: «Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l'avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi; ma desiderosi anche di vederci fra noi, di parlarci, di aiutarci a vicenda ad esorcizzare quella memoria ancora così recente... Adesso eravamo finiti e lo sapevamo: eravamo in trappola, ognuno nella sua trappola, non c'era uscita se non all'in giù». Così il Levi del 1975 indicava in un episodio del suo partigianato l'origine diretta della sua «caduta negli inferi del Lager».
    «Faccio lo storico da trent'anni, ma nessuna ricerca mi ha mai interpellato, appassionato, travagliato come la ricerca su questa storia di resistenza» scrive Luzzato. Travaglio che ha implicato un'indagine «sino in fondo» sul «segreto brutto» della banda del Col de Joux. Il «segreto brutto» di Primo Levi.
    Leggendo tra le righe i libri di Levi, Luzzatto si è imbattuto in una precedente «alba di neve» che, scrive, «non è entrata nella storia della nostra letteratura, o che ci è entrata (più esattamente) in una forma criptata, nel 1975, attraverso le dodici righe del Sistema periodico ». Sono le prime luci del mattino del 9 dicembre 1943, appena sei giorni prima dell'arresto di Levi e degli altri «partigia» (questo era il nome che si davano tra loro uomini e donne della Resistenza in Piemonte e Val d'Aosta, di qui il titolo del libro) della banda di Amay, capitanata da Guido Bachi e da Aldo Piacenza.
    Quel giorno, il diciottenne Fulvio Oppezzo di Cerrina Monferrato (nome di battaglia «Furio») e il diciassettenne Luciano Zabaldano di Torino (nome di battaglia «Mare») vengono fatti uscire da una baita di Frumy e uccisi dai loro compagni con il «metodo sovietico», cioè a freddo, senza annunciar loro la morte imminente. L'imputazione - assai generica per quel che è dato ricostruire - è di essersi comportati male con i valligiani e di aver rubato. «Non c'è un processo istruttorio che li accusi di un reato preciso, non ci sono documenti che rimandino alla condanna, e allora l'accusa che li riguardava poteva essere anche diversa, in ogni caso aveva a che fare con l'indisciplina e con azioni che mettevano a rischio l'incolumità degli altri componenti della banda, intaccando la possibilità di guadagnare fiducia presso gli abitanti del luogo, di cui si aveva un bisogno estremo», ha raccontato recentemente Frediano Sessi in Il lungo viaggio di Primo Levi (Marsilio), dove si parla di quella «storia taciuta» della Resistenza. Si tratta in ogni caso di una «punizione» inflitta ai due giovani che, prosegue Sessi, «le fonti storiche disponibili autorizzano a ritenere smisurata rispetto all'entità delle colpe di cui Oppezzo e Zabaldano potevano essersi macchiati».
    Per Levi quello dell'uccisione a freddo di Oppezzo e Zabaldano è un evento traumatico. «Fra le due albe», scrive Luzzatto, «si consuma l'intero destino della banda del Col de Joux, perché l'esecuzione della sentenza lascia Levi e i compagni distrutti, desiderosi che tutto finisca e di finire essi stessi». Spegne in loro, secondo il Levi di oltre trent'anni dopo, «ogni volontà di resistere, anzi di vivere». Nessuno sa se Primo Levi il 9 dicembre 1943 «fosse salito dall'albergo Ristoro verso il Col de Joux, se avesse contribuito a scavare le due fosse»: «Immagino di sì», afferma Luzzatto, «perché risulta che le due donne di Amay, Luciana Nissim e Vanda Maestro, fossero state fatte allontanare dal luogo dell'esecuzione; il che induce a credere che gli uomini fossero presenti... Immagino di sì anche perché il numero dei componenti della banda era talmente ridotto (Levi ne conterà dodici in totale, donne comprese) da suggerire che tutti gli uomini abbiano dovuto spalare la neve abbondante e scavare la terra ghiacciata dove tumulare senza bara i corpi dei due uccisi». E poi c'è una spiegazione che Luzzatto deriva dall'esegesi di una poesia di Levi, «Epigrafe», scritta nel 1952, e inclusa nella raccolta del 1975 Ad ora incerta , in cui lo scrittore torna ad alludere all'episodio con i toni di chi ne ha avuto esperienza diretta.
    È questo il «cuore di tenebra» della storia: la banda del Col de Joux - che fino al 9 dicembre non aveva compiuto «alcuna azione resistenziale di rilievo» e che di lì a quattro giorni, il 13, sarebbe stata facilmente sgominata dai rastrellatori di Salò - «poté risolversi a far scorrere il sangue di due compagni come un atto dovuto di giustizia», scrive Luzzatto. «La necessità in cui i partigiani si trovarono durante la Resistenza di sopprimere uomini entro le loro stesse file, per le ragioni più diverse e variamente gravi», prosegue, «ha rappresentato a lungo un tabù della storiografia». Tabù violato solo dalla letteratura, con i personaggi, ad esempio, del Vecchio Blister di Beppe Fenoglio o di Morti male di Saverio Tutino. Ma la nostra storia è ancora più complicata.
    Finita la guerra, Oppezzo e Zabaldano furono «risarciti» con la loro trasformazione in «eroi trucidati dai fascisti». Nell'Albo d'oro della Resistenza valdostana, su un totale di 186 caduti durante i venti mesi della guerra civile, solo tre sono i nomi dei partigiani uccisi nel 1943. E due di questi tre sono quelli di Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano, che la pubblicazione presenta pudicamente come «deceduti». A guerra appena conclusa, aveva provveduto il capo partigiano Guido Bachi a far ricadere in qualche modo sulla spia fascista Edilio Cagni la responsabilità della loro morte. Nel suo «Verbale di denunzia» contro Cagni, Bachi sostiene che era stato il traditore a suggerire di far fuori nel modo «più sbrigativo» i refrattari alla disciplina. L'antifascista Bachi ne parlava come se i brutali sistemi suggeriti dal fascista Cagni «non fossero stati diligentemente applicati, almeno quella volta, dai partigiani del Col de Joux». «Da storico dei partigia», denuncia Luzzatto, «leggo e rileggo la denuncia di Bachi e mi dico che il dopoguerra di una guerra civile è pure questo: un redde rationem in cui si può imputare ai vinti anche quanto commesso dai vincitori».
    Quanto ai due partigiani uccisi, la «riparazione» procedette nel dopoguerra per vie separate. Zabaldano già nel maggio del 1946 fu riconosciuto dalla Commissione regionale piemontese per la Resistenza come un «partigiano caduto valorosamente con onore e gloria nella Lotta di Liberazione per l'onore d'Italia, per la Libertà e per una migliore Giustizia sociale nel Mondo» (le maiuscole sono nel documento), senza che si avvertisse l'obbligo di specificare chi l'avesse ucciso. Ma, scrive Luzzatto, «a me che dopo aver tanto studiato gli eventi del Col de Joux guardo oggi la foto del monumento a quei caduti sullo schermo del computer, il silenzio della lapide intorno al segreto brutto non sembra corrispondere - in ultima istanza - a una forma di occultamento, e meno che mai a una bugia... Non va forse considerato anche lui, il diciassettenne che nell'ultima sera della sua vita, all'albergo Ristoro di Amay, aveva manifestato idee comuniste, un martire della Resistenza?». E qui sono particolarmente intense le pagine di Partigia dedicate al racconto di un recente incontro tra l'autore e un nipote di Zabaldano, Davide, il quale spiega perché, pur avendo intuito cosa accadde a Col de Joux in quelle prime ore del 9 dicembre del '43, non ha voluto riaprire il caso: «Vorrei soltanto capire che cosa è successo e perché», gli dice. Per il resto, niente scandali postumi, è sufficiente il risarcimento del 1946.
    Più complicata la storia post mortem di Fulvio Oppezzo, che deve il suo recupero a un prete del suo paese, don Ferrando, e alla madre («una specie di professionista del lutto», scrive Luzzatto, che «insisteva con tutti, batteva a tutte le porte affinché al figlio venisse intitolato un qualche luogo di memoria»). Operazione riuscita. Tant'è che oggi anche a lui sono intitolate - sia pure con un nome sbagliato, «Opezzo» (senza una p) - una piazza e una scuola di Cerrina Monferrato.



    «Così sono sopravvissuto a un lager nordcoreano»
    Redazione
    Lavori forzati dall'età di sei anni, pena di morte per ogni violazione del codice di comportamento, torture, cibo scarso al punto che per integrare la dieta si arrostiscono topi, mangiati senza nemmeno scartare le ossa.
    Difficile pensare a inferni peggiori dei Lager nazisti o dei Gulag sovietici, ma i campi di detenzione del regime comunista della Corea del Nord suggeriscono un esperimento ideologico-biopolitico ancora più radicale e inaudito di quelli che storicamente conosciamo. Proprio in questi giorni l'America sta tentando la carta della diplomazia per fermare lo scontro che Pyongyang potrebbe innescare attaccando la Corea del Sud e respingendo ogni forma di dialogo. Forse il gioco di minacce dichiarate e trattative segrete è l'unica strada: ma l'America e il mondo devono sapere che hanno di fronte un regime capace di orrori uguali a quelli che loro stessi hanno combattuto durante la Seconda guerra mondiale.
    Secondo le organizzazioni umanitarie gli internati nei campi del Nord del paese sarebbero oltre 200mila, e i morti, solo negli ultimi trent'anni, sarebbero oltre 500mila. In Corea del Nord si può essere arrestati anche per aver usato una pagina di giornale con il ritratto di un (più o meno «caro») leader per farne una cartina da sigaretta. Niente processo, fine pena mai. Persino i figli e i nipoti dei deportati, nati nei campi di concentramento, vi restano, assoggettati allo stesso regime dei genitori. Inconsapevoli che esista un mondo al di là della doppia recinzione elettrificata. Persino la prospettiva di un'evasione è inconcepibile. Tanto è vero che nella storia concentrazionaria della Corea del Nord, l'episodio si verificato solo in un caso.
    E il caso è quello di Shin Dong-Hyuk, nato nel 1983 all'interno di Camp 14. Figlio di due internati non precedentemente sposati (nel suo caso la madre era stata concessa «in premio» al padre per meriti di lavoro), è riuscito a evadere nel 2005, ed è diventato un attivista per i diritti umani.
    Un film, girato dal tedesco Marc Wiese, e presentato in questi giorni al festival Le Voci dell'Inchiesta di Pordenone, racconta la storia di Dong-Hyuk; si intitola Camp 14. Total control zone. Oltre a una lunga intervista a Dong-Hyuk, contiene anche le testimonianze di due kapò nordcoreani e dei filmati agghiaccianti di interrogatori. Le parti all'interno del campo sono raccontate a fumetti. Wiese, che ha girato nei posti più duri del mondo, dalla Bosnia alla striscia di Gaza, è venuto a sapere della storia di Dong-Hyuk leggendo un breve articolo sul Washington Post, e subito si è messo a caccia del protagonista. Con grande sorpresa ha notato che Camp 14 era perfettamente visibile su Google Earth: «È ancora lì. Chiunque può vederlo» racconta Wiese al Giornale: «È il carattere della moderna società dell'informazione: vedi le cose, ma oltre la superficie è quasi impossibile sapere e agire». Attraverso una serie di contatti con i servizi segreti sudcoreani è anche riuscito a rintracciare i due kapò: «Fatte le interviste è stato molto difficile inserirle» commenta Wiese. «Non volevo dare l'impressione che fossero dei mostri. Perché la realtà è che costoro non sono dei mostri, ma uomini, esattamente come lei e me. Usati, “formattati” dal sistema. Così li ho ripresi anche a casa, al lavoro, volevo farli vedere come erano: bravi padri di famiglia, con moglie, figli».
    La banalità del male, l'onnipotenza dell'ideologia: il primo ricordo di Dong-Hyuk risale a quattro anni di età, ed è una esecuzione pubblica nel cortile del campo. Quando ha 14 anni i genitori vengono sospettati di attività illecite, e Dong-Hyuk viene interrogato, torturato col fuoco, gettato in una cella: e nel film mostra una per una le deformità e le cicatrici che gli sono rimaste. Quando ritorna alla «normale» vita del campo è costretto ad assistere all'esecuzione della madre e del fratello. L'evasione nel 2005 avviene superando la linea elettrificata, usando come passerella il corpo bruciato del compagno di evasione. «Chiunque, con quello che ha passato sarebbe seduto in un ospedale come una larva, pieno di farmaci» commenta Wiese. «E invece Shin adesso vive la sua vita, lavora. Ha una forza straordinaria» conclude. Ma per una storia con lieto fine centinaia di migliaia sono destinate ad andare diversamente. Per conferma basta un'occhiata a Google Earth.
    «Così sono sopravvissuto a un lager nordcoreano» - IlGiornale.it


    Hobsbawm, ideologia forte e verità breve
    I massacri stalinisti, l'attacco dell'Urss alla Finlandia, la repressione di Budapest: tutto "riletto" in chiave marxista
    Alberto Indelicato
    Stranamente lo storico marxista Eric Hobsbawm (1917-2012) sembra dar ragione a Ernst Nolte quando scrive: «Alcuni apologeti del fascismo hanno probabilmente ragione quando sostengono che Lenin generò Mussolini e Hitler», ma poi si affretta ad aggiungere: «È completamente illegittimo sostenere che la barbarie fascista fu ispirata alle, e imitata dalle, asserite barbarie della Rivoluzione Russa».
    Asserite? Vediamo subito che cosa ordinava Lenin ai comunisti di Penza l'11 agosto 1918: «Impiccate assolutamente e pubblicamente non meno di cento kulak, ricchi e succhiatori del sangue del popolo, e pubblicate i loro nomi; togliete loro tutto il grano e preparate delle liste di ostaggi». È inutile aggiungere che l'operazione andava fatta «in via amministrativa», come si usava dire, senza processi né alcuna garanzia legale. Poche settimane dopo si calcola che le vittime della repressione seguita all'attentato di Fanya Kaplan siano state 20mila. La repressione fu ordinata dallo stesso Lenin convalescente (Memorandum a N. Krestinski del 3 settembre 1918). Ma Hobsbawm non amava i documenti, o almeno certi documenti.
    Un'altra prova ci è fornita da come spiega l'insuccesso dei negoziati del 1939 tra Mosca e gli anglo-francesi per opporsi alla minacciata invasione tedesca della Polonia. Secondo Hobsbawm «i negoziatori di Stalin chiesero vanamente (agli anglo-francesi, ndr) che avanzassero proposte per operazioni congiunte nel Baltico» per combattere i tedeschi. Nel Baltico? No, i sovietici avevano chiesto di disporre di basi di partenza in Polonia, e i polacchi che conoscevano le intenzioni sovietiche avevano ovviamente rifiutato un simile “aiuto” interessato quanto pericoloso. Ma Hobsbawm si guarda bene dal dire che i negoziati per il patto di spartizione con la Germania che si sarebbe concluso a Mosca il 23 agosto erano cominciati molto prima di quelli con la Francia e la Gran Bretagna.
    Egli parla, ovviamente, dell'accordo Ribbentrop-Molotov, spiegato come lo strumento necessario per spingere alla guerra la Germania e la Gran Bretagna, che «si sarebbero dissanguate a vicenda, a vantaggio dell'Urss che intanto, con le clausole segrete, avrebbe ripreso i territori perduti con la rivoluzione; il calcolo si dimostrò sbagliato». Hobsbawm dimenticava che la sua difesa del patto, nel 1939, era stata diversa, allineata cioè alle tesi sovietiche di allora, che coincidevano con quelle tedesche, secondo cui gli aggressori della povera Germania, alleata dell'Urss, erano stati gli anglo-francesi.
    Quanto all'attacco sovietico alla Finlandia (la “guerra d'inverno”, che costò all'Urss l'espulsione dalla Società delle Nazioni), essa era già stata spiegata in un tempestivo pamphlet da Eric Hobsbawm e Raymond Williams, suo compagno di partito, come una misura sovietica per «spingere un po' più lontano da Leningrado la frontiera» allo scopo di difendersi dall'invasione degli imperialisti britannici, allora in guerra con la Germania di Hitler, alleata di Stalin. Anni più tardi Williams ammise che quel libello era stato compilato su ordine del partito comunista britannico, che aveva ricevuto ordini da Mosca. Hobsbawm non ricorse neppure a questa giustificazione per spiegare l'assurda tesi che aveva sostenuto con la sua autorità di storico.
    Con l'attacco tedesco alla Russia, l'Urss all’improvviso si riscoprì antifascista e addirittura «democratica». Ma le pene di Hobsbawm non erano finite. Alcune si limita a ignorarle, per «non dover contraddire la sua militanza», ragione per cui i suoi lettori non sapranno nulla di un certo episodio svoltosi a Katyn e dintorni costato la vita a 20mila polacchi. L'insurrezione di Varsavia nel 1944 fallì - ci spiega - perché «prematura», anche se le truppe sovietiche erano a qualche chilometro e si astennero dall'intervenire, perché gli insorti si consideravano seguaci del governo polacco in esilio a Londra, e non di quello comunista sostenuto o meglio inventato da Mosca.
    Più in generale nel 1945 non vi fu la sovietizzazione dell'Europa orientale ma «la grande avanzata della rivoluzione globale». I sovietici non avevano intenzioni aggressive, anzi Stalin faceva una politica difensiva, tanto è vero che accettò Berlino occidentale come una enclave nella Germania, «sia pure con riluttanza» (delicata allusione al blocco di quella città durato un anno). Il muro di Berlino fu dovuto, sostiene Hobsbawm, alla paura reciproca. Questo spiega perché i cittadini tedesco-orientali correvano il rischio di una fucilata se fossero andati a vedere di che cosa si aveva paura dall'altra parte: insana curiosità punita diverse centinaia di volte con l'immediata pena di morte inflitta dai Vopos. Nel 1950 non vi fu - secondo lo storico marxista - un tentativo nordcoreano di annettere la Corea meridionale: Pyongyang soltanto stava «dilagando» (spreading) nel sud. «Ah, qu'en termes galants, ces choses-là sont mises!».
    È superfluo continuare a elencare le libertà che il defunto “grande” storico si prese con la verità. Egli afferma che Stalin non era totalitario; forse avrebbe voluto esserlo ma, secondo Hobsbawm, non ci riuscì per la resistenza di altri poteri non meglio specificati: chissà che cosa avrebbe fatto se ci fosse riuscito. Qualcuno ha affermato che almeno sulla repressione della rivolta ungherese del 1956 egli avrebbe espresso qualche riserva. È cosi? Ecco quel che scrisse: «Pur approvando con il cuore gonfio ciò che sta accadendo in Ungheria dobbiamo dire francamente che secondo noi l'URSS dovrebbe ritirare appena possibile le sue truppe da quel Paese». È inutile chiedersi in quale conto gli uomini del Cremlino abbiano tenuto l'amichevole consiglio dell'amico storico marxista.
    E sulla Cecoslovacchia? Qui egli fu chiaro: «Per quanto fragili i sistemi comunisti si siano dimostrati, soltanto un uso limitato, addirittura nominale di coercizione armata fu necessario per mantenerli dal 1957 al 1989». Com'è noto, l'uso limitato della coercizione esercitato dall'Urss sulla Cecoslovacchia consistette in un esercito di 27 divisioni per complessivi 400mila soldati e 6.300 carri armati. In definitiva, concludeva il Nostro, il comunismo era in realtà un «Illuminismo».
    Una virtù è tuttavia necessario riconoscere a Hobsbawm: quella della coerenza. Quando nel 1995 gli fu chiesto se l'aver appreso che il massacro di 15 o 20 milioni di uomini, donne e bambini nell'Unione Sovietica negli anni Trenta e Quaranta gli avesse fatto cambiare opinione, rispose orgogliosamente di no. Ciò significa, fu la domanda successiva, che valeva la pena uccidere tante persone? «Certamente», ripeté Hobsbawm.
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    Predefinito Re: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    Dopo aver forzato due porte erano entrati nella stazione di Abbiategrasso
    Redazione
    Li hanno imprigionati, seppur involontariamente, parcheggiando la loro vettura sulla grata che i tre avevano utilizzato per entrare e attraverso la quale se ne sarebbero poi fuggiti via. È così che l'altra notte due vigilantes - portati poi all'ospedale dove sono stati dimessi con 5 giorni di prognosi per contusioni di vario genere - sono riusciti a bloccare tre giovani writer inglesi che avevano appena imbrattato i vagoni della metropolitana alla fermata «Abbiategrasso», sulla linea verde, la due. Sul posto sono poi arrivati i carabinieri, avvertiti appunto dalle guardie giurate, che hanno arrestato i ragazzi con l'accusa di danneggiamento, violenza e resistenza.
    In manette due fratelli, un 18enne e un ventenne, originari di Oldham e un amico diciassettenne di Manchester.
    Secondo la ricostruzione dei militari, intorno alle 2 della notte tra sabato e domenica, dopo essere entrati nella stazione della metropolitana scardinando una grata a livello della strada e una porta dell'impianto di areazione, i writer hanno raggiunto il binario dov'era parcheggiato un treno del metrò. Armati di bombolette, i ragazzi hanno tracciato qualche scritta sui vagoni, ma l'allarme è scattato quasi subito quindi hanno dovuto mettersi in fuga. Immediatamente sono arrivati i vigilantes che hanno bloccato i ragazzi che tentavano, sferrando calci e pugni, di fuggire.
    Erano stranieri anche i quattro writer bloccati dalla polizia e denunciati tre settimane fa mentre si riprendevano a vicenda con la videocamera, intenti a disegnare graffiti sul metrò a «Sesto Primo Maggio», uno dei capolinea della linea rossa, la uno. Protagonisti della vicenda sono tre svedesi di 24, 25 e 28 anni e un 30enne finlandese.
    I poliziotti li avevano notati nel parcheggio della fermata. Alla vista delle pattuglie con i colori d'istituto i ragazzi si erano infilati in un'auto. E, una volta bloccati e controllati, i giovani avevano ancora con loro i guanti sporchi di vernice, diverse bombolette spray e passamontagna, il tutto utilizzato poco prima all'interno del deposito. Gli agenti avevano trovato anche una fotocamera con il filmato dell'imbrattamento di un vagone in sosta.
    «Da quando il sindaco Pisapia ha aperto le porte di Palazzo Marino ai graffitari con il "bomboletta day", il segnale è stato recepito dagli imbrattatori di mezza Europa, che si riversano a frotte nelle metropolitane milanesi per imbrattarle» dichiara critico il vice presidente del consiglio comunale Riccardo De Corato.
    Dopo aver forzato due porte erano entrati nella stazione di Abbiategrasso - IlGiornale.it




    Fabri Fibra escluso dal Primo Maggio: al Concertone c'è posto solo per il buonismo
    I sindacati impongono l'esclusione del rapper Fabri Fibra a causa dei testi misogini. Lui: "È arte". E i compagni si spaccano in due
    Paolo Giordano
    Roba da non crederci. Invece rassegnatevi, è vero: i sindacati hanno espulso Fabri Fibra dal Concertone del Primo Maggio. Motivo: alcuni (vecchi) testi del rapper sarebbero sessisti e misogini.
    Una decisione ridicola pretesa dall'associazione D.i.r.e (Donne in rete contro la violenza) e puntualmente eseguita dalla Cgil che promuove l'evento con Cisl e Uil. Insomma, cartellino rosso dal sindacato più rosso che c'è che naturalmente non vuole «nulla togliere alla libertà di espressione». Ma dai: queste sì sono le comiche finali. Persino Elio e le Storie Tese si sentiranno surclassati da tanta vena surreale. Poveracci, nel nuovo singolo Il complesso del Primo Maggio credevano di aver mandato in frantumi i tic e le ossessioni del concerto più allineato che c'è, e ora fanno la figura dei buonisti. D'altronde, di fronte alla censura di un artista, il loro testo con la musica balcanica che «ci ha rotto i coglioni» o «il complesso che valorizza il territorio impara quattro accordi ci costruisce un repertorio» è un brodino caldo. In fondo quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare: e raramente si sono viste organizzazioni più dure dei sindacati italiani.
    Insomma il «prego si accomodi» al più famoso rapper italiano è uno schiaffo non solo alla libertà di pensiero, che in vent'anni è stata sventolata con (smentibilissimo) orgoglio dal Concertone della Triplice, ma anche al pubblico che sarà in piazza a Roma e che nei testi di Fibra, per quanto diretti, non trova certo una misoginia da espulsione. Lui, molto misurato, ha twittato che «il primo maggio è ancora soggetto a certi schemi che in altri circuiti live non ci sono più». Persino l'organizzatore storico del concerto, Marco Godano, uno senz'altro non berlusconiano, è rimasto senza parole: «Sono profondamente amareggiato, non condivido la scelta dei miei editori». E di certo in privato sarà stato meno diplomatico. Vincenzo Mollica ha scritto: «Chi non vuole far cantare Fibra vive fuori dal mondo». Ironico Luca Bizzarri: «Ecco il problema, per le donne dei sindacati italiani, è Fabri Fibra». E il dj Aniceto, membro della Consulta Antidroga di palazzo Chigi, ha riassunto: «Ha diritto di parola e di canto». Insomma almeno su questo i sindacati hanno messo tutti d'accordo. E comunque la loro strategia, che lascia il povero Godano con il cerino in mano a dieci giorni dall'evento, sembra la stessa del Pd di Bersani così assurdamente in balìa di pregiudizi e vetero ossessioni della base. Non contano la politica, il popolo o il buon senso: contano le regole ferree stabilite dal partito o da chi per esso. E stop.
    Lui, l'organizzatore incolpevole, spera che il concertone «abbia la forza di superare pure questo». Può darsi.
    Ma se sarà così, le prossime edizioni dovranno setacciare molta di quella spocchiosa presunzione di superiorità morale che l'ha accompagnata finora. La «bannatura» di Fibra, come l'hanno già battezzata sul web, è roba da vecchie feste dell'Unità, quelle dove io sono io e voi non siete un cazzo. La cecità spacciata per ideologia. Per di più, qui c'è l'imprimatur dei sindacati, ossia di chi dovrebbe difendere i diritti dei lavoratori. Certo chi ieri applaudiva l'espulsione di Fibra con la stessa intensità del Politburo ai tempi di Breznev, magari non si rende conto che intorno al rapper, come a qualsiasi artista medio grande, ruotano decine, spesso centinaia di tecnici, discografici, manager, impiegati che ieri mattina leggendo il Corriere della Sera (che ha dato in anteprima la notizia) hanno scoperto di dover cambiar programmi e magari perdere un'occasione di lavoro. Perciò, ancor più della censura, questo schiaffo a pubblico e lavoratori trasforma la decisione della Cgil in un autentico manifesto di ciò che non si dovrebbe fare quando si crede (si pretende) di rappresentare una moltitudine di cittadini. E allora, al di là che Fibra piaccia o no, qualsiasi decisione del sindacato d'ora in poi legittimerà la domanda che tanti già si fanno: ma questi hanno capito in quale tempo viviamo? Senza giri di parole, la risposta è no.
    Fabri Fibra escluso dal Primo Maggio: al Concertone c'è posto solo per il buonismo - IlGiornale.it

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Santa Marciana martire che odiernamente giaci nella chiesa marchigiana comprata dalla presidentessa comunista della Camera Laura Boldrini, prega per noi. La tua incredibile storia riesumata da Franco Bechis ha qualche punto di contatto con la nostra storia. A parte che non ho capito come sia possibile comprare una chiesa consacrata, per giunta con il corpo di una santa dentro, pure noi rischiamo il martirio. Tu fosti azzannata alla gola da un leopardo che i persecutori ti scagliarono addosso, noi dobbiamo difendere la giugulare dall’Agenzia dell’entrate che la Boldrini tenterà di scatenarci contro. La signora è, da decenni, una grande amica dei cosiddetti migranti e quindi un’acerrima nemica dei contribuenti. All’Onu, alla Fao e ovunque l’abbia portata il suo lavoro di funzionaria immigrazionista, ha sempre respinto la sola idea dei respingimenti. Adesso fa la paupera, la fraticella, promettendo di ridursi lo stipendio, e temo che molti italiani ci cascheranno e abbasseranno la guardia. Così, santa Marciana, quando con la bella stagione ricominceranno gli sbarchi dall’Africa, alla padrona del tuo corpo (grazie a Dio non della tua anima) verrà più facile chiedere un’accoglienza indiscriminata che ci costerebbe di più, molto di più, dell’eventuale raddoppio di tutti gli stipendi di Montecitorio.




    Attentato Boston, razzismo a rovescio
    di Stefano Magni
    Ormai è chiaro che gli attentatori di Boston, gli uomini che hanno provocato la morte di 3 americani (fra cui un bambino) e il ferimento di altri 176 (di cui 17 in gravi condizioni) non sono nati in America, non sono cristiani e non sono di destra. Sono due giovani immigrati ceceni, Tamerlan e Dzhorakh Tsarnaev. Sono musulmani.
    E, benché sia ancora tutto da accertare sulla motivazione della loro lucida follia omicida, di sicuro non sono dei cristiani anti-abortisti e anti-gay.
    Eppure nei giorni di caccia al terrorista, l’ipotesi più diffusa, accreditata, corroborata da analisi di esperti e da editoriali sui grandi quotidiani, era proprio quella secondo cui l’attentato a Boston sarebbe stato commesso da terroristi bianchi, cristiani e di destra.
    Non c’erano elementi, né tracce, né indizi, né prove. Ma solo ipotesi al negativo: quello di Boston non era un attentato a un grande e simbolico obiettivo, non era mega-terrorismo, non era stato commesso in un giorno significativo per la storia islamica. Il tragico evento si era piuttosto svolto durante il Patriots Day (inizio della Guerra di Indipendenza) che coincide con il “Tax Day” (dichiarazione dei redditi), dunque i sospetti sono subito caduti sul movimento anti-tasse Tea Party. Che non ha mai commesso alcun crimine, ma che per molti giornalisti progressisti resta potenzialmente “pericoloso”.
    L’ipotesi di un terrorista di destra è ben poco sostenuta dalla statistica. Dopo i due attentati di Oklahoma e Olympic Park, a metà degli anni ’90, non c’è stato più nulla. Il terrorismo islamico, al contrario, tenta di colpire l’America tutti gli anni, più di una volta all’anno. Sarebbe stato lecito, se non altro per una questione numerica, sospettare il terrorismo islamico prima di quello fondamentalista cristiano.
    Puntare il dito su un profilo di attentatore bianco, cristiano e di destra, non è discriminazione?
    In Europa abbiamo vissuto un’esperienza analoga un anno fa, con la strage di Tolosa. Si ipotizzò per giorni che l’attentatore, che aveva ucciso un uomo e tre bambini della scuola ebraica Ozar Hatorah, fosse un neonazista. Si seguì la pista (ampiamente pubblicizzata da tutti i media) di tre paracadutisti hitleriani espulsi dall’Arma. Poi si scoprì che era un algerino, islamico e addestrato in Pakistan, chiamato Mohamed Merah.
    Anche in quel caso sarebbe stato molto più logico seguire la pista islamica, considerando il numero di atti di antisemitismo commessi da musulmani in Francia, minacce ricevute a causa della legge sul velo e dell’intervento in Afghanistan. Puntare il dito su un profilo di attentatore francese e di estrema destra, non è discriminazione?
    Significativo è il titolo dell’editoriale della rivista online Salon, all’indomani della strage di Boston: “Speriamo che l’attentatore della Maratona di Boston sia un bianco americano”. Il testo dell’articolo, a firma dell’editorialista David Sirota, mira a smontare pregiudizi e a provocare. Ma finisce per essere un esempio lampante di come ragiona la sinistra statunitense (che include circa l’80% dei media, stando ai dati sul voto dei giornalisti nelle elezioni).
    Secondo Sirota, infatti, esisterebbe un “privilegio del maschio bianco”, in base al quale un attentato commesso da un bianco non è seguito da una discriminazione dei bianchi, mentre un attentato commesso da un immigrato musulmano è seguito da discriminazioni nei confronti di tutta la religione musulmana, “racial profiling” (controlli più intensi su chi è mediorientale) e guerre nel Medio Oriente.
    A prescindere dal fatto che la religione musulmana non è affatto discriminata negli Usa, che il “racial profiling” non è permesso e che persino i manuali di addestramento anti-terrorismo dell’Fbi hanno rimosso ogni riferimento all’Islam per non risultare offensivi, cosa sarebbe il terrorismo “bianco”?
    Sirota cita i recenti casi di sparatorie nelle scuole e nel cinema di Aurora. Lamenta il fatto che quelli sono definiti “atti criminali”, mentre i morti fatti dai musulmani sono “terrorismo”. Forse sfugge, all’autore progressista, che il terrorismo ha finalità politiche. Al Qaeda ha fini politici. Adam Lanza, lo stragista della scuola Sandy Hook, o James Holmes, autore del massacro del cinema di Aurora, non avevano alcun fine politico.
    Il saggista che si definisce “anti-razzista” Tim Wise non si rende conto di sfiorare il ridicolo quando argomenta: “Privilegio bianco è sapere che se questo terrorista risulterà essere bianco, il governo degli Stati Uniti non bombarderà tutti i luoghi (un campo di grano, una città di montagna o un sobborgo) da cui dice che questo terrorista arriva. E se si scopre che è un membro dell’Ira, non bombarderemo Belfast. E se è un italo-americano cattolico, non bombarderemo il Vaticano”. Dimentica che Iraq e Afghanistan, dove sono state combattute le guerre più recenti contro il terrorismo, avevano governi che partecipavano attivamente alle attività terroristiche anti-americane.
    Quando, nella prima metà del ‘900, gli anarchici italiani erano realmente i terroristi numero uno in America, il governo di Roma non era coinvolto (né quello liberale prima, né quello fascista poi). Anzi: gli anarchici erano pericolosi tanto per noi quanto per loro.
    Tim Wise lamenta il fatto che, quando un atto di terrorismo è commesso da un bianco “cristiano, in particolare”, le colpe non ricadono né sull’etnia, né sulla religione. Ma non c’è alcun grande filone terrorista cristiano, o “bianco” che minaccia gli Usa. Mentre ce n’è uno islamico, molto forte, organizzato e determinato, attivo nell’ultimo ventennio. E questo è un dato di fatto.
    Nessuno parla di “terrorismo arabo”, ma di “terrorismo islamico”. Perché l’Islam radicale è un’ideologia politica, con un suo programma di breve, medio e lungo termine per la realizzazione di un Califfato globale. I progressisti americani cercano a tutti i costi lo scontro sul terreno razziale e ignorano l’ideologia e i suoi fini. Ma così facendo finiscono loro per essere loro stessi dei razzisti. Sperano di scoprire che un terrorista sia cristiano e bianco, per poter continuare a dire “tutte le religioni sono uguali” e che “l’uomo bianco è colpevole della povertà nel mondo”, slogan sessantottini che hanno fatto il loro tempo. Ma in questo modo vogliono vedere un colpevole dove il colpevole non c’è. Come a suo tempo si faceva con gli ebrei.
    E questa non è discriminazione?
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    Voto di genere, l'ultima follia
    di Rino Cammilleri
    Da Bologna la Rossa a Bologna la Rosa. Uno pensa: se continua così, prima o poi verrà una Bologna Pallida e, chissà, una Bianca. Invece no, perché dopo sarà la volta della Bologna Arcobaleno. La notizia è questa: alle prossime elezioni comunali e/o di quartiere i bolognesi potranno esprimere due preferenze purché di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda di esse.
    A Palazzo D’Accursio è stato deciso così per incoraggiare le cosiddette Quote Rosa, e i compilatori delle liste dovranno per forza tenerne conto. Naturalmente, ha votato compatta a favore tutta la sinistra, grillini compresi. Che ha potuto contare sul non-voto dei Pdl. Solo la Lega ha avuto il coraggio di votare contro. I pidiellini, come si sa, figurarsi se sono contro le donne: quanto piacciano le donne ai pidiellini lo sanno pure i rotocalchi. Così, hanno ovviato all’imbarazzo di dover votare con la sinistra semplicemente non partecipando al voto. E chissenefrega del principio; in fondo, l’unico principio professato dai pidiellini è quello liberista (ma neanche questo con la dovuta convinzione).
    Insomma, al Comune di Bologna hanno pensato che le donne a disposizione (cioè, al servizio) delle istituzioni locali erano poche e che, anzi, sono poche anche a livello nazionale, così hanno deciso di dare, come si suol dire, un «segnale forte» di «equilibrio di genere» (si chiama così nella langue de bois del neo-progressimo), per far vedere che il Laboratorio Bologna è sempre vivo e lotta con noi. Le linee del Progresso, ahimè, non le detta più Baffone ma la sinistra americana, ed è paradossale quanto grottesco che il Nemico Mortale di ieri sia diventato il Maestro di oggi. Ma i Trinariciuti guareschiani hanno sempre avuto qualcun altro che pensasse al loro posto e al «contr’ordine, compagni» sono abituati.
    Oggi non c’è nemmeno bisogno di viaggi d’aggiornamento sulla «linea» (ieri a Mosca, oggi a Manhattan), perché le nuove parole d’ordine arrivano direttamente via etere. Nelle università americane più liberal fa punteggio per lo studente dimostrare di essere «uscito» almeno una volta nell’anno con un collega dello stesso sesso. Perciò, adelante ma con juicio: per adesso, alle elezioni, due preferenze di sesso diverso.
    La prossima tappa sarà: una preferenza etero e una gay. La terza: tutti gay, perché a quel punto sarà noto a tutti (la propaganda serve a questo) che i gay in politica sono per definizione apportatori di bello & buono, sono più onesti & giusti, ottimi amministratori & statisti. Così come oggi è questo che si dice delle donne, tant’è che anche i consigli d’amministrazione delle aziende hanno dovuto adeguarsi per non pagar dazio «d’immagine». Ovviamente, sia le donne che i gay dovranno essere regolarmente almeno simpatizzanti di una precisa fazione, sennò saranno volgari t...e o squallide checche e finiranno pure in galera per prostituzione. Eh, la propaganda ideologica (non a caso invenzione giacobina) è tutto. Chi vi mette le mani, controlla il pianeta. I figli di questo mondo, come avverte Cristo nel vangelo, sono più accorti degli altri. E non dormono mai.
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    Aspettando il ritorno di Chavez
    di Stefano Magni
    “Risorgerà” è stato il leitmotiv della campagna elettorale televisiva di Nicolas Maduro. Risorgerà, tornerà fra noi mortali, l’immortale Hugo Chavez. E lo spot alterna immagini del defunto Comandante con scene dei suoi devoti cittadini in preghiera. Il culto della personalità, in Venezuela, sta diventando una vera e propria religione. Nonostante l’Alleanza Patriottica al potere stia dando chiari segni di stanchezza democratica: appena il 50,66% dei voti (contestati dall’opposizione) per eleggere Nicolas Maduro, successore designato dal Comandante. E dunque Chavez deve vivere in eterno. Per “dispensare vita dalle sue mani”, come recita un manifesto elettorale.
    Il parallelo fra Chavez e Cristo è sempre più frequente ed esplicito. Un poster elettorale, raffigura il defunto presidente con una croce d’oro lucente nelle sue mani. “Compagno, non essere affranto e non disperare, perché io sarò con te in ogni istante”, recita la scritta sotto la sua immagine, deformando il linguaggio biblico ad uso elettorale. E’ lo stesso Maduro, che si definisce un “discepolo” di Chavez, a voler diffondere questo culto. In occasione dell’elezione di Papa Francesco, il suo commento è stato niente meno che: “Sappiamo che il nostro Comandante è asceso al Cielo, ed è al cospetto di Cristo. Deve averlo influenzato in qualche modo per convincere che era conveniente un Papa sudamericano. Arrivato a Cristo ha detto: ‘Bene, è il momento per il Sud America’”. E ritiene di aver ricevuto una rivelazione, dal defunto presidente, in forma di “una colomba”.
    In più di un’occasione, il nuovo presidente ha definito il suo predecessore, “Il Cristo redentore delle Americhe”. Un non cristiano, il musulmano sciita Mahmoud Ahmadinejad, presidente dell’Iran e alleato di Hugo Chavez, nella sua lettera di condoglianze alla famiglia del presidente ha scritto: “Egli vive, così come sono vive le nazioni e lotta per il consolidamento dell’indipendenza, della giustizia e della fratellanza. Io non ho dubbio che (Chavez, ndr) tornerà al mondo, assieme a Cristo Salvatore, erede di tutti i santi e uomo perfetto. E porterà la pace, la giustizia e la perfezione per tutti”.
    Non c’è neppure bisogno di spiegare che questa beatificazione di un presidente non ha nulla a che vedere con il Cristianesimo. Lo ha ricordato, a chiare lettere, il cardinale Jorge Urosa Salvino, arcivescovo di Caracas, all’indomani della celebrazione pasquale: “Non si può paragonare alcun eroe, alcuna autorità, né alcun capo umano a Gesù Cristo. Non possiamo mettere sullo stesso piano la sfera religiosa e soprannaturale con quella naturale, terrena e socio-politica”.
    Quella per Hugo Chavez è una forma di idolatria. Da lui stesso alimentata, quando era in vita. Come quando, in occasione dell’ultima Pasqua, pregò pubblicamente: “Dammi la tua corona di spine, oh Gesù, dammi la tua croce, così che io possa sanguinare. Ma dammi la vita, perché ho ancora molto da fare per questo Paese e per questa gente”. Non erano solo le parole di una persona malata e prossima alla morte. Nel 2007, quando il presidente godeva ancora della sua piena salute, Chavez giurava: “Patria, socialismo o morte! Io confido in Cristo, il più grande socialista della storia!”. E in occasione del braccio di ferro con i vescovi venezuelani, che si opponevano alla sua completa centralizzazione del potere amministrativo, nel 2010, minacciando di rivedere il Concordato con la Chiesa si scagliò contro il Papa dicendo in televisione: “Cristo non ha bisogno di un ambasciatore. Cristo è nel popolo e in coloro che lottano per la giustizia e la libertà dei poveri”. Il culto di Chavez deve compiere salti mortali teologici per coniugare il suo marxismo (ateo, materialista) di origine con il cristianesimo. Come alcuni Teologi della Liberazione prima di lui, Chavez diceva di sé: “Sono un marxista, ma prima che marxista sono profondamente cristiano”.
    Oltre alla realtà latino-americana, dove comunismo e cristianesimo si sono intersecati molto profondamente, è anche lecito trovare delle analogie con altri leader marxisti-leninisti in Paesi non cristiani. Kim Jong-il, ad esempio, aveva introdotto molti elementi del misticismo orientale nel suo personale culto della personalità. Per i suoi agiografi, la sua persona condizionava la natura. La sua morte, avvenuta nel 2011, è stata un’occasione, per la stampa di regime, di raccogliere e narrare segni soprannaturali: ghiacci che si spezzano all’improvviso con fragore violento, gazze che si posano, tacendo, sui monumenti dedicati al “caro leader”, nevicate abbondanti “come se il cielo piangesse”, surreali bagliori sui monti.
    Un altro leader asiatico, morto nel 2006, Saparmurat Niyazov, ingegnere comunista ed ex segretario generale sovietico del Turkmenistan, una volta divenuto presidente del nuovo Paese indipendente, ha creato una sua personale religione. La sua statua d’oro, che domina la capitale Askhabad, ruota seguendo il sole. I mesi dell’anno sono stati sostituiti con i nomi dei suoi parenti. Nomi di beni di uso comune sono stati pure ribattezzati. Il pane, per esempio, in lingua turkmena veniva chiamato “gurbansoltanedzhe”, il nome della madre di Niyazov. Ribattezzatosi Turkmanbashi, “padre dei turkmeni”, Niyazov obbligava tutti i suoi cittadini a studiare a memoria, come fosse un testo sacro, il suo poema Ruhnama.
    Tutti i partiti totalitari cercano di darsi un proprio culto, di trasformarsi in una setta, se non altro per vincolare i propri seguaci al leader. Questo fenomeno, tuttavia, stupisce maggiormente se applicato dai marxisti, che dovrebbero essere fedeli a una “scienza” sociale ed economica. Lenin stesso fece del marxismo un culto. Nella Russia bolscevica le vecchie icone ortodosse venivano sistematicamente sostituite con nuove icone di Marx e Lenin. Ben prima del “culto della personalità” di Stalin, il marxismo-leninismo era già una religione atea. La salma imbalsamata di Lenin, era la sua reliquia più sacra.
    Chavez, quest’anno, va ad aggiungersi a questa tradizione. Che però è sintomo di un fallimento, della paura di non controllare più la fedeltà del popolo. Predicare la realizzazione del Paradiso in Terra comporta il rischio che non si realizzi. Si può rimandare la promessa, per poi rimandarla ancora, e ancora, e ancora … Finché il leader che ha promesso l’utopia non muore e muoiono i suoi successori. E da qui nasce l’esigenza che il leader diventi “eterno”. Nella speranza che i suoi fedeli continuino a seguirlo. E i suoi nemici ne siano ancora intimiditi.
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    Guerra aperta per la statua di Colombo
    Redazione
    A Buenos Aires è scoppiato il caso Cristoforo Colombo. Un monumento del grande navigatore genovese donato dalla collettività italiana in Argentina potrebbe infatti essere spostato dalla piazza davanti alla Casa Rosada dove si trova ormai da molti anni, e portato nella città portuale di Mar del Plata. L'iniziativa è partita dal governo peronista della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, ma la comunità italiana si dichiara offesa per «l'oltraggioso» trasloco e del disappunto si è fatto interprete l'ambasciatore Guido La Tella. Martedì è in programma una manifestazione organizzata dal Comites di Buenos Aires proprio nella plaza Colon alle spalle della Casa Rosada. L'obiettivo è «salvare il nostro monumento», afferma il quotidiano Tribuna Italiana, ricordando che «il monumento è stato inaugurato nel 1921 ed era stato donato dalla collettività tramite una raccolta di fondi degli emigrati italiani residenti nel Paese». Il monumento è opera dello scultore fiorentino Arnaldo Zocchi. Secondo il progetto, al posto del monumento (alto sei metri, dal peso di 38 tonnellate, in marmo di Carrara), al centro della piazza che si chiamerà «dei popoli originari», verrà collocata una statua in omaggio a Juana Azarduy, donna simbolo dell'indipendenza della Bolivia.
    Guerra aperta per la statua di Colombo - IlGiornale.it



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    Predefinito Re: Comunisti, progressisti, sinistrati & affini…

    Corea nord: turista Usa fotografa bimbi magri, condannato a 15 anni
    (AGI) - Pyongyang, 2 mag. - La Corte Suprema della Corea del Nord ha condannato a 15 anni di lavori forzati un cittadino con doppia cittadinanza, statunitense e sudcoreana per crimini non specificati contro il Paese. Lo ha reso noto l'agenzia nordcoreana Kcna. Le autorita' nordcoreane avevano annunciato lo scorso fine settimana che Pae Jun-ho, identificato anche come Kenneth Bae, doveva affrontare un processo dinanzi alla Corte Suprema perche' aveva ammesso di aver commesso un reato con l'obiettivo di 'disarcionare' il regime comunista. La condanna del cittadino Usa sara' probabilmente usata da Pyongyang come merce di scambio nei prossimi colloqui con Washington. Nato in Corea del Sud, 44 anni fa, ma naturalizzato americano, Bae ha frequentato 'University of Oregon e di recente ha vissuto in un sobborgo di Seattle. Cristiano praticante, Bae sarebbe stato arrestato per aver scattato foto di bambini emaciati e sofferenti la fame in territorio nordcoreano, foto che dovevano servire a raccogliere altri fondi. L'uomo faceva parte di un gruppo di cinque turisti che stavano visitando la citta' di Rajin a novembre. La sua condanna e' pesante, ancora di piu' dei 12 anni inflitti alle due giornaliste statunitensi, Laura Ling ed Euna Lee, nel 2009, per le quali si dovette smuovere e arrivare a Pyongyang l'ex presidente americano Bill Clinton. L'ex governatore del New Mexico, Bill Richardson, che a gennaio ha visitato la Corea del Nord insieme al presidente di Google, Eric Schmidt, non e' riuscito invece neanche a ottenere un colloquio con il detenuto.
    Corea nord: turista Usa fotografa bimbi magri, condannato a 15 anni




    «Mai un voto con il Pdl» e la strada resta un incubo
    Marzio Brusini
    «Non firmeremo mai un documento del Popolo della Libertà nemmeno se contenesse la proposta migliore al mondo». Non è la Camera o il Senato ma più modestamente il consiglio di zona 7 di Milano. Nei blocchi ideologici, la sinistra non distingue tra centro e periferie istituzionali. E l'autore della dichiarazione di guerra non è un esponente di spicco della segreteria nazionale di Pd o Sel, ma Franco Filocamo, consigliere di zona di Sinistra per Pisapia. Ma qual è l'antefatto?
    A seguito di un incidente del 20 aprile scorso nell'incrocio tra via Domenichino e Via Ravizza muore travolto da un camion Marco C., 51 anni padre di 4 figli. Travolto e ucciso sul marciapiede da un camion.
    «Abbiamo fatto un sopralluogo - spiega Marco Bestetti, consigliere di zona 7 per il Pdl - e su sollecitazione di numerosi cittadini, che ci hanno informato di episodi simili accaduti in passato, abbiamo redatto una mozione urgente a nome di tutto il gruppo semplicemente per la messa in sicurezza dell'incrocio, lasciando ai tecnici del Comune l'individuazione della soluzione migliore».
    Ma la mozione non è stata messa ai voti e nemmeno discussa perché la maggioranza di centrosinistra si è rifiutata di firmarla. In questa occasione Franco Filocamo spiega chiaramente il motivo: «mai con il Pdl». A rincarare la dose ci pensa un altro consigliere di zona, Riccardo Rocco del Partito Democratico, che accusa i pidiellini di speculare sui drammi. «Ora la mozione seguirà l'iter ordinario in Commissione - prosegue Bestetti - sperando che intanto non ci scappi un altro morto. La contrapposizione politica ci può stare, ma non su un argomento del genere, non davanti ai morti. E' stata un'autentica vergogna, che i cittadini penso debbano conoscere».
    Il muro ideologico contro il Pdl nel consiglio di zona 7 non è recente, anzi. Già in occasione delle celebrazioni per il 150° dell'Unità nazionale, la maggioranza aveva votato contro una mozione del centrodestra che si era visto costretto a interrompere il consiglio intonando l'inno di Mameli. Peggio era andata nel maggio 2012 a Carlo Armeni, consigliere ora in Fratelli d'Italia, reo di aver partecipato al corteo per Ramelli. Il Pd aveva fatto proiettare durante il consiglio un video in cui il giovane consigliere partecipava alle commemorazioni del giovane iscritto al Fronte della Gioventù assassinato nel 1975. Enea Coscielli, capogruppo del Pd, aveva definito inopportuna la sua presenza ad una manifestazione del genere. La lista dei «no» è sfociata anche nel ridicolo come nel caso dell'illuminazione del Parco delle Cave proposto dal Pdl. «Ci hanno risposto che avrebbe scioccato le piante e le lucciole»”. Quelle con le ali, si intende.
    «Mai un voto con il Pdl» e la strada resta un incubo - IlGiornale.it


    1. LA SCORTA SUL WEB DELLA BOLDRINI. RINUNCIA ALL’AUTO BLU MA PRETENDE 7 POLIZIOTTI PER MONITORARE INTERNET H24 E FAR INCRIMINARE CHIUNQUE IRONIZZI SU DI LEI NELLA RETE - 2. DOPO LA FOTO DELLA FINTA BOLDRINI NUDA IN SPIAGGIA, CACCIATO IL CAPO DEGLI AGENTI ALLA CAMERA, COSTRETTO LE VOLANTI A RINTRACCIARE UN PM AL RISTORANTE PER FARSI FIRMARE IL DECRETO DI SEQUESTRO DEI SITI CHE AVEVANO POSTATO LA FOTO-BURLA - 3. LE INDAGINI PIU’ VELOCI DELLA STORIA, L’IMBARAZZO DELLA CANCELLIERI PER LE PRESSIONI RICEVUTE. ARIDATECI FINI, CASINI, BERTINOTTI E ANCHE VIOLANTE UNO A VIOLANTE DUE… -
    Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per il Giornale
    Non ha voluto la scorta in strada, per andare contro gli abusi della vecchia politica. L'ha pretesa invece sulla rete, per controllare internet e far incriminare chiunque si diverta a ironizzare su di lei.
    Escono inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l'inferno e preteso la presenza di ben 7 poliziotti alla Camera così da monitorare il web e perseguire chiunque osi scherzare sulla terza carica dello Stato.
    I sette poliziotti ad personam sono stati distolti da importanti attività contro il crimine informatico tant'è che le altre indagini della squadra social network del compartimento Polizia postale e telecomunicazioni del Lazio sono praticamente bloccate.
    Formalmente solo la responsabile risulta aggregata a Montecitorio con un ordine di servizio. Gli altri 4 agenti della «squadra», e altri 2 poliziotti in forza alla PolPost del complesso Tuscolano, ufficialmente non risultano distaccati né aggregati in Parlamento: sono «fantasmi», a servizio della presidentessa, con problemi di straordinari, buoni pasto e vestiario (si sono dovuti pagare giacca, cravatta e tailleur per lavorare in presidenza) come denunciato dal sindacato Coisp.
    Ma c'è di più. Incrociando più fonti, e consultando carte, il Giornale ha ricostruito l'iter di quest'incredibile vicenda che ha portato al siluramento di Gaudenzio Truzzi, dirigente dell'ispettorato di polizia della Camera. Domenica 14 quest'ultimo riceve la denuncia «dalla persona offesa» (cioè la Boldrini, ma secondo il suo entourage non vi era stato intervento diretto). Truzzi informa la segreteria del capo della polizia e il vertice della «Postale» (Andrea Rossi). Vengono allertate Digos e Mobile a Latina che fanno visita a un giornalista di Fondi che aveva postato il fake su Fb.
    Respinti i poliziotti per mancanza del mandato di sequestro, la postale si rivolge alla procura di Roma. Salta fuori un pm disponibile, ma non è in ufficio bensì in un ristorante romano vicino piazza Navona. Tra uno stuzzichino e un drink, firma un decreto «d'urgenza» di sequestro preventivo.
    E parte il repulisti sul web, tra perquisizioni e sbianchettamenti. Spariscono molte foto della falsa Boldrini, ma anche articoli che denunciavano la bufala, come quello di Giovanni Pili, blogger della testata web You-ng.it, «oscurato» nonostante per primo avesse difeso l'onore della presidente rivelando il fake.
    Nel decreto diretto a You-ng e al sito cadoinpiedi vicino alla Casaleggio associati, si dispone «il sequestro preventivo mediante oscuramento delle pagine web (...) nonché delle diverse e ulteriori pagine web che verranno individuate sulla rete con loghi, marchi, contenuti, riconducibili alla persona offesa». È la parolina «contenuti» a inquietare. Non si può nemmeno parlare di questa storia? Siamo alla censura? Anziché chiedere ancora più poliziotti, come la Boldrini sembra voler fare per rendere operativa anche di notte la sua squadretta web-buoncostume, la presidente farebbe bene a fermarsi. E a riflettere.




    Laura Boldrini, la talebana del conformismo autoritario
    Antonio Margheriti Mastino
    Non le ho viste le vignette e le satire online che prenderebbero per culo la Boldrini, o che addirittura, a quanto dice lei, che la “minacciano”: ho notato però che alla Boldrini non piace essere presa per culo. Che sia mancante di ironia, e, cosa catastrofica, di autoironia è evidente: è il metodo infallibile per precipitare inerte nel ridicolo, mentre una risata alla fine ti seppellirà. Adesso questa qui s’è messa, polizia ai fianchi, a dare la caccia a chi la sfotte sul web, pretendendo oscuramento, censura, manette in caso, per il libero popolo degli internauti. Se è necessario, si presume, anche il rogo in piazza Montecitorio.
    Non conoscevo affatto questa Laura Boldrini, ho scoperto che esisteva quando è stata eletta presidente della camera, tirata fuori dal cilindro arcobaleno di Vendola. Una presidenza della camera – ennesimo fiasco di quel povero cristo di Bersani – del tutto sprecata per un partitino che, dopotutto, abbiamo scoperto stare d’opposizione. L’ho conosciuta un altro po’ quando ho saputo che era marchigiana, e come dicevano gli antichi romani papalini: “mejo un morto in casa che un marchisciano dietro la porta” e han detto tutto. Poi i giornalieri attacchi di zarinite di questo personaggio mi hanno spiegato il resto: ogni volta che davanti i microfoni apre la bocca, è come si scoperchiasse un rifugio di talebani. Le spara pesantissime contro le solite maggioranze che hanno, ai suoi occhi, l’intollerabile peculiarità di essere composte da maschi, donne-madri e per giunta sposate (una doppia “schiavitù”, intollerabile), eterosessuali, bianchi, italiani non extracomunitari e, magari, cattolici, il che è peggio. Un porcilaio, per come la vede lei. Il guaio è che lo dice anche, e con arroganza.
    Ma il peggio viene quando qualcuno le replica per le rime: s’incazza abbestia, de brutto. Questa campionessa dei “diritti civili” ad personam… anzi, a gruppo, se c’è una cosa che proprio non sopporta, che le tocca il nervoso, è essere pubblicamente contraddetta. Per lei corrisponde a una “minaccia” e a una violenza “contro le donne”, che a quanto pare vanno sempre assecondate altrimenti è “vessazione” maschilista. Alla faccia della realtà di tutti i giorni la quale ci dimostra che, specie negli ambienti lavorativi, la persecuzione delle donne avviene proprio ad opera di altre donne: perché tra loro si detestano, sono in perenne competizione… e se devono votare un responsabile sul lavoro, votano un uomo pur di non vedersi sulla testa una collega donna: preferirebbero impiccare le loro madri piuttosto che dare ragione a un essere umano del proprio sesso, la cellulite piuttosto che dire “obbedisco” a una donna, magari più bella e magra, due cose imperdonabili. È un dato assodato: nelle elezioni le donne, ovunque, Italia compresa, votano in grande maggioranza i candidati uomini… sono gli uomini che votano e spesso fanno vincere le candidate “rosa”. Un uomo guarda una donna candidata sindaco e dice “questa potrebbe essere più capace di me e degli altri uomini, la voto”; una donna guarda la stessa candidata e dice: “una troia!”.
    Ma quello che fa scoppiare il cervello alla presidente della camera è più che l’essere contestata o contraddetta sui temi che reputa dogma civile (ancora una volta: tutto ciò che rientra nella sua ideologia), è l’essere presa per culo, peggio se con battute, vignette, cattivelle magari, o triviali. Questo la rende furiosa: tanto da chiamare a raccolta da tutti i microfoni mediatici, polizia postale, carabinieri, magistratura, pretendendo che tutti si mobilitino per proteggerla dalla “violenza contro le donne”, ossia dalle vignette, esigendo vendetta tremenda vendetta andando a scovare chi le ha disegnate, chi le ha pubblicate, chi le ha postate su facebook, persino chi ha fatto i fotomontaggi: manette per tutti questi “terroristi” e “stupratori” potenziali, “fascisti” come minimo, “maschilisti” naturaliter, punizione esemplare per costoro, braccaggio, perquisizioni, sequestri, intercettazioni. Un’operazione da vera polizia sovietica, e del resto le origini politiche di questo personaggio sono tutto un dire. E tutto a spese di quello stesso Stato, si capisce, che non reputa più, ipso facto, un reato perseguibile la vecchietta che viene scippata… perché “non ne vale la pena, tanto gli scippatori non si trovano e se si trovano non vanno in galera”. Ormai sembra rimasto in piedi in Italia un solo reato: quello di lesa maestà per le donne diventate per caso presidenti della camera.
    Strano il destino dei “democratici” nati, dei campioni dei “diritti civili” per tutti (quelli che servono alla loro ideologia), per i profeti della “libertà di espressione” (finché si dice quel piace e si smerda chi non piace), i professionisti della “tolleranza” (per gli amici, tolleranza zero per i nemici). Strano il destino di tutta questa sinistra al crepuscolo. Di questa sinistra degli ex comici spompati e perciò incattiviti, che non fanno più ridere da un pezzo ma in cambio sgranano feroci i denti bava alla bocca dai palcoscenici e danno i brividi, questa sinistra che ha creduto di poter delegittimare gli avversari coi buffoni di corte (i Benigni, i Guzzanti, i Vauro, i Marcorè, i Crozza… i Grillo, prima che gli si ritorcesse contro centuplicato), e con questi di conquistare il potere, di governare persino, di marciare trionfanti con questo circo mediatico itinerante di piazza in piazza verso le magnifiche sorti e progressive.
    Questa cattiva sinistra che genera comiche macchine da guerra mediatica, che poi si rivelano mostri che mediaticamente la divorano, questa penosa sinistra tutta comici&manette. Questa stessa sinistra qui dei “comici” arrabbiati, della satira politicamente criminale e a senso unico, è la stessa che qualche volta salta addosso inviperita all’unico triviale “comico” non del tutto allineato con il conformismo “alternativista”, tipico dell’intellighenzia militante rossa: successe a D’Alema con la querela contro Forattini, che per giunta pubblicava dozzinali vignette sulla prima del giornale sacro della sinistra radical. Gli portò male. Adesso la Boldrini eccola qui, un decennio dopo, che invoca il braccaggio poliziesco dei suoi sfottitori. Le porterà male: non si dà la caccia ai fantasmi, senza sprofondare in un mare di ridicolo prima e di jella poi. Di ribellione talora. Pulcinella non muore mai! Ma poi: il cittadino deve essere libero di fare le pernacchie a chi vuole lui, personaggi pubblici specialmente. E’ un diritto inalienabile.
    Strano anche il destino di questa magistratura che scalcia per diventare il braccio armato di una determinata forza politica. Quella magistratura che per decenni non si è accorta che il web trabocca di vignette le più volgari, violente, assassine, blasfeme, mostruose, criminali, depravate contro (per citarne solo due) Silvio Berlusconi e contro papa Benedetto XVI, quella stessa magistratura oggi si è mobilitata, ha mobilitato le forze dell’ordine per indire una caccia alle streghe su internet, sventolando manette e oscuramenti di siti, contro coloro che hanno avuto l’ardire di ledere con una risata o uno sputo la maestà della Presidentissima Megalattica dott. Prof. Arch. Ing. Avv. eccellentissimam ac reverendissimam, dominae Laura Boldrini, professionista del conformismo autoritario. E naturalmente, continuano a non notare le cose vergognose online contro Berlusconi: eppure basta cliccare “Silvio” su google per rendersi conto. Questa magistratura “democratica”, che poi vuol dire organica alle frange più radicali della sinistra: ne è il braccio armato.
    L’EMERGENZA ITALIANA? AVERE UN PRESIDENTE NERO COME OBAMA
    Poi, la presidente megagalattica di Montecitorio, parlamentare alla prima esperienza, propone le sue ricette per rispondere alle “urgenze” degli italiani. Tra le leggi necessarie c’é quella sulla cittadinanza, dichiara la presidente della Camera, che chiede al Parlamento di “cominciare a lavorare subito per arrivare in tempi brevi a proposte vere” e giudica “inevitabile” che anche in Italia prima o poi si arriverà ad avere un presidente nero come Obama.
    Quindi i grandi problemi e le emergenze degli italiani sono essenzialmente riassumibili così: non hanno un presidente nero “come Obama” (e gli americani avendocelo da parecchio, hanno, si presume, risolto tutti i guai… cos’è questo se non razzismo rovesciato?). Ulteriori crucci degli italiani: gli extracomunitari, che non vengono privilegiati di soli diritti (case popolari gratis, ad esempio, a loro sì e agli italiani no) e nessun dovere, questi ultimi tutti a carico degli italiani.
    Ancora prosegue nel delirio, che dimostra la totale rimozione della realtà da parte di una classe politica incompetente, delegittimata e senza più potere (perché il potere ha abbandonato la politica, spostandosi altrove, persino fuori dall’Italia, lontanissimo dalle urne, che ormai possono incidere solo formalmente): “La partecipazione alla vita politica non è destinata solo ai ricchi e agli abbienti”.
    Parla lei, la cui arroganza capricciosa, nasce proprio dall’essere una viziata nata con la minestra in tavola e il conto in banca, scrive infatti un giornalista: “La famiglia Boldrini ha avuto, attraverso il nonno Marcello, la presidenza di ENI, AGIP, ISTAT e ha partecipato alla fondazione della DC. La rampolla è stata inviata negli stessi luoghi da cui veniva estratto il petrolio per una funzione diversa, più ‘umanitaria’. Non è un caso che sia una potente e possa dire e fare quello che vuole e pure censurare (a quanto si dice). E’ il compromesso storico vivente”.
    Questa non ha capito ancora che il problema dell’italiano medio e vero non è partecipare a qualche cazzata o essere eletto a qualche cosa, questa è la priorità della Boldrini, non degli italiani, i quali hanno il problema di pagare le bollette e mettere insieme il pranzo con la cena, tirare avanti mese dopo mese la propria famiglia e non morire di fame a causa dello strozzinaggio di Stato. “Normalità” e problemi “comuni” lontanissimi dal mondo della Boldrini e di Vendola, mondo tutto fatto di teoremi preconfezionati e che puzzano di ideologismi anni ’70, un mondo il loro fatto di cose anomale, di “extra”, di amore appassionato verso tutte le formule disgreganti della normalità famigliare e comunitaria. Sono i sacerdoti della cosiddetta società “balcanizzata”. Frantumata in mille pezzi e resa impotente dalla metastasi cancerosa del dispotismo delle minoranze. In nome del divide et impera… a favore di poche ristrette lobby. Estere soprattutto.
    VENDOLA CHE CI DESCRIVE LA DONNA, È UNA COSA CONTRONATURA E DÀ I BRIVIDI
    Poi è intervenuto quella santadonna di Vendola con fidanzato a carico, e ha tromboneggiato alla grande, spiegandoci, proprio lui, omosessuale patentato, che una patonza non l’ha vista mai manco col teleobiettivo, proprio lui s’è messo a spiegarci qual è la “condizione” della donna “sotto marito”, e per dircelo ha usato slogan che erano già vecchi negli anni ’60:
    “Laura Boldrini è una donna coraggiosa e denuncia l’umiliazione perenne delle donne sul web e nella vita quotidiana. Siamo con lei. Sotto gli occhi della politica si consuma una spirale di violenza senza fine. Anche oggi piangiamo delle vittime: la violenza alle donne è il pilastro dell’insicurezza in Italia”. Così Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà, in una serie di messaggi di twitter esprime il sostegno al Presidente della Camera dei Deputati e rilancia l’allarme sull’elenco senza fine dei fenomeni di femminicidio nel nostro Paese. “Serve una reazione culturale, sociale, politica alla continua sopraffazione delle donne – aggiunge Vendola – lasciamoci alle spalle la volgarità, il burlesque, il sopruso”.
    Ora abbiamo scoperto le altre “priorità” di questo Paese, e le ulteriori “emergenze” degli italiani: il “femminicidio”, la “spirale senza fine di violenza sulle donne”, che abbiamo “sotto gli occhi”. In quale telefilm non ha precisato. Clicco queste parole su google e mi rimanda a un porno, una foto di una sorta di lady godiva che voluttuosa e dark, recita nel titolo, “straziami ma di c… saziami”. Deve essere questa la “spirale sotto gli occhi” a cui si riferisce questo specialista… di donne, il notorio militante omosessuale che dice di governare la Puglia… rendendo a pagamento tutte le analisi e i medicinali per tutti i pugliesi, compresi i nullatenenti. Ci voleva il comunista dei “diritti civili”, un presidente “diverso”, per rendere “uguali” ricchi e poveri. Facendo pagare anche i poveri.





    Quest’uomo è «contro l’eccellenza». E fa l’assessore a Milano
    Francesco Cappelli, titolare della Scuola della giunta Pisapia, si accanisce contro l'istituto di San Giusto in nome del mito giacobino di un'eguaglianza assoluta, che mortifica i talenti
    di Carlo Lottieri
    Attorno alla scuola comunale di San Giusto, a Milano, è sorta una controversia che manifesta un tratto assai caratteristico del nostro tempo. L’assessore Francesco Cappelli ha deciso di rinunciare alla gestione di tale istituto – benché di ottima qualità – non già perché esso non soddisfi genitori o studenti, ma al contrario perché si distacca dalla mediocrità e rappresenta in qualche modo un modello. Quella dell’assessore, quindi, è una scelta ideologica e dominata da un egualitarismo pregiudiziale, come egli non ha difficoltà ad ammettere: «Noi siamo contro le eccellenze, soprattutto nel mondo della scuola». D’altra parte già un paio di settimane fa Cappelli aveva dichiarato che è proprio l’unicità della San Giusto «nel panorama delle scuole primarie della zona, come noto statali, e la sua non riproducibilità nel territorio, che propone la problematicità del mantenere in modo operante la scuola nella sua forma organizzativo/strutturale attuale».
    La posizione dell’assessore è rappresentativa della mentalità prevalente. La cultura progressista non si propone tanto di aiutare i più deboli e ancora meno di garantire uno spazio di libertà a tutti, ma invece è ossessionata da una preferenza pregiudiziale per l’eguaglianza. Non è casuale se il più influente filosofo politico di secondo Novecento, l’americano John Rawls, con Una teoria della giustizia del 1971 abbia delineato proprio i principi di una società che ammette le diversità solo se sono favorevoli ai più deboli.
    L’assessore milanese afferma che la San Giusto costerebbe troppo. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione si tratterebbe di oltre 7.500 euro a bambino, ma la cifra è contestata dai genitori, secondo i quali il costo reale sarebbe inferiore di circa mille euro e quindi più basso di quello delle statali. Va senz’altro riconosciuto che la statizzazione della società ci pone dinanzi a quelle che un importante giurista americano, Guido Calabresi, ebbe a definire «scelte tragiche». E se nella sanità statizzata ci si interroga se si debba finanziare maggiormente la ricerca contro l’Aids o quella contro il diabete, qui ci si domanda se sia il caso di favorire un centro che funziona bene oppure quelli che funzionano male.
    Nel caso specifico, se si prendono per buone le parole dell’assessore, è meglio e più opportuno che i soldi delle imposte siano distribuiti tra le scuole in maniera indifferenziata, oppure che vadano favorite le scuole che si dimostrano migliori? Un liberale non vorrebbe mai porsi tali interrogativi, poiché auspica una società libera, e quindi contraddistinta da scuole indipendenti, finanziate dalle famiglie degli studenti e dalla generosità di filantropi. Chi ama la libertà vorrebbe sottrarre ai politici la gestione dell’educazione, lasciando che sia susidiariamente nelle mani di imprese profit e no profit, cattoliche e no.
    Anche non potendo subito realizzare un sistema d’istruzione veramente plurale e sussidiario, si può comunque favorire un’evoluzione in quel senso. In particolare, le scuole comunali sono senz’altro da preferirsi a quelle statali: poiché le prime sono più vicine alle famiglie e direttamente controllabili. E poi si deve far in modo che ogni scuola mantenga la sua specificità, valorizzando anche il ruolo delle famiglie e dei docenti, togliendo spazio all’apparato burocratico e al centralismo statale.
    Il radicalismo giacobino di chi è ossessionato dal mito dell’eguaglianza – che si tratti dell’assessore milanese come di larga parte dei grillini (il cui primo comandamento è “uno vale uno”) – segnala una totale incomprensione del fatto che quel principio tanto elementare non può essere adottato in maniera così grossolana. Trattare allo stesso modo situazioni diverse ha ben poco a che fare con la giustizia. Eguaglianza non è equità. E allora rifiutarsi di avere istituti di eccellenza significa non avere compreso che in un certo senso ogni studente avrebbe bisogno di un proprio percorso: tutto suo e diverso da quello degli altri. Senza dimenticare che solo il pluralismo educativo e la concorrenza tra modelli può favorire perfezionamento e rinnovamento.
    Quello del costo elevato, tra l’altro, sembra davvero un pretesto. Per molta parte della cultura progressista l’Italia è solo una Francia imperfetta, piuttosto malriuscita, che non ha ancora del tutto introiettato le logiche prefettizie e burocratiche di un Paese interamente pianificato dal centro e dall’alto. In questo senso farebbe piacere, a Milano, avere assessori che guardano maggiormente ai Cantoni elvetici e al loro pluralismo: per avere una scuola in cui possano sbocciare mille fiori.
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    Il sosia di Fidel che perseguita l’ “eccellenza”. Cappelli e la (in)cultura di sinistra
    di Emilio Russo
    «Noi siamo contro le eccellenze, soprattutto nel mondo della scuola». Sarebbe interessante sapere a nome di chi parla Francesco Cappelli, l’assessore che vuole “statalizzare” la scuola di via San Giusto. Non certo a nome del civismo milanese. A leggere le dichiarazioni dell’assessore di Pisapia vengono in mente i tanti luoghi comuni del movimento “arancione” che in questi anni ha colonizzato la cultura della sinistra. Un’accozzaglia di luoghi comuni all’insegna del politicamente corretto e di sentimenti rancorosi. Una cultura senza memoria e senza alcuna visione del futuro.
    L’ostilità verso l’esperienza della scuola comunale, a ben vedere, sfiora il paradosso: qui non si nemmeno tratta di combattere “il privato” o di disfarsi di un’esperienza negativa, magari invisa agli utenti. No, in questo caso è un’ istituzione che appartiene al Comune, e che è molto apprezzata dagli utenti, ad essere ripudiata. Con argomenti sommari, ripescati dal bagaglio di una vecchia sinistra antagonista, che è stata più volte sconfitta ma che oggi viene riabilitata da Pisapia.
    Quello che caccia Boeri e promuove Cappelli. Il quale mostra di possedere una strana idea del principio (universale ormai, non più di destra o di sinistra) delle pari opportunità. Che interpreta come livellamento verso il basso, piuttosto che come promozione verso l’alto. E che declina con l’argomento che occorra una maggiore attenzione «ai bimbi con cognomi stranieri». Come se i genitori immigrati avessero a loro volta da compiacersi di scelte che riducono la qualità del contesto educativo e le possibilità per i loro stessi figli. Nelle parole di Cappelli c’è persino una punta di razzismo, in entrambe le direzioni.
    Il tutto per difendere l’idea masochistica che le eccellenze siano un danno per la collettività. Quando è vero esattamente il contrario, e a compiacersi del fatto che la scuola di via San Giusto ne rappresenti un esempio dovrebbe essere proprio il Comune. Se c’è una cosa di cui abbiamo bisogno è la moltiplicazione di esperienze che, per la loro qualità, dimostrino che cosa si può fare, di buone pratiche che si pongano come modelli, che contribuiscano a definire dei benchmark più dignitosi, che suscitino una sana emulazione, anche nel settore pubblico.
    Di che cosa ha paura il vecchio preside? Forse della constatazione dei limiti dello statalismo, in questo come in altri campi. Cioè di uno schema di organizzazione del sistema educativo che punta tutto sull’omologazione formale ma è che è sempre meno in grado di realizzare i propri obbiettivi: non solo rimanendo un corpo autoreferenziale, distante dalla società e incapace di trasmettere un’idea di Paese alle giovani generazioni, ma soprattutto rivelandosi lontano dal garantire le pari opportunità che stanno a cuore a Cappelli.
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    L’irresistibile (e bipartisan) attrazione dei salotti milanesi per i rom
    Pisapia esaspera una linea che era già della Moratti: il finto umanitarismo laccato che si strugge per i nomadi, e si disinteressa snobisticamente della sciura Gina
    di Renato Besana
    Nelle settimane che precedettero le elezioni comunali del 2011, Radio popolare diffuse, fino a trasformarla in tormentone, una canzoncina satirica sull’aria di Nostalgia canaglia, che derideva quali degenerazioni propagandistiche i timori del centrodestra. Il ritornello dice: «Pisapia, Pisapia canaglia / al servizio di rom e di Allah / tu sui ricchi vuoi metter la taglia e diffondi omosessualità», eccetera. Ascoltato ora, il testo si rivela profetico: sui ricchi nessuna taglia, altrimenti Pisapia avrebbe dovuto perseguire se stesso, ma un diluvio di nuove tasse per tutti; quanto al resto quasi ci siamo, in materia di rom, soprattutto. La più recente trovata a loro favore è l’ormai famigerato villaggio che il Comune si appresta a realizzare accanto all’Ortomercato. Gli abitanti della zona sono in allarme: sanno che cosa li attende, come ha imparato a proprie spese chiunque abbia la disgrazia di abitare nei pressi di un insediamento nomade, regolare o abusivo non fa differenza.
    Nell’ansia di confutare le proteste, assessori e consiglieri arancioni non si sono limitati a negare l’evidenza dei rischi connessi all’improvvida iniziativa, ma hanno rimarcato la sostanziale continuità con la precedente amministrazione. Tutti i torti non li hanno. In questo – e in molto altro – Giuliano e Letizia si somigliano: basti ricordare l’infausto patto di legalità sottoscritto con gli occupanti del Triboniano, oggi sgomberato, l’assegnazione di alloggi popolari in barba alle graduatorie e i generosi sussidi per i rimpatri volontari, che si rivelarono una truffa. Senza la pressione costante di PdL e Lega, sarebbe potuta andare ancora peggio: a dettare la linea di Palazzo Marino in tema d’accoglienza e integrazione erano, e sono, don Colmegna e affini.
    Possiamo domandarci come mai due sindaci, espressione di opposti versanti politici, abbiano mostrato una sostanziale convergenza in una materia controversa, decidendo d’ignorare le sacrosante esigenze e rimostranze dei cittadini. Risposta semplice: i due, che personalmente si detestano, sono espressione del medesimo ambiente, i salotti laccati, con il loro birignao di falso umanitarismo, per il quale rom, sinti e camminanti, con la loro povertà pittoresca ed esibita – sempre che sia tale – sono meritevoli di aiuto e redenzione, sempre e comunque.
    Della sciura Gina, però, chissenefrega. Le rubano in casa? Un sacrificio modesto, se paragonato alla nobiltà della causa. Ha paura di uscire la sera? Che impari ad apprezzare le culture “altre”. Nel caso di Pisapia, lo snobismo è aggravato dal pregiudizio ideologico. Chi ha la sfortuna di abitare in un quartiere difficile e non può permettersi di cambiare casa, farebbe bene a ricordarsene, la prossima volta che sarà chiamato alle urne.
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