Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 12
  1. #1
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito L'euro, strumento di egemonia tedesca

    La crisi, la svendita, e mi’ cuggino: riflessione sull'art. 18
    (Un lettore mi ha appena rimproverato una scemenza detta per non aver controllato una fonte. Visto che la storia dell’euro è una storia di perseveranza nell’errore, mi adeguo alla linea del partito, e faccio un altro breve intervento basato su una fonte secondaria, che non posso controllare.)


    I saldi di fine stagione
    Un lettore molto attento di questo blog (sono molto orgoglioso dei miei lettori!) mi indica che secondo Emiliano Brancaccio l’uscita dall’euro aprirebbe la strada alla svendita di imprese italiane a imprenditori esteri. L’Italia, uscendo, svaluterebbe la “nuova lira” di circa il 20% rispetto al “nuovo marco” o al “neuro” (Nord-euro). Per gli imprenditori tedeschi le imprese italiane da un giorno all’altro verrebbero a costare il 20% in meno (a spanna). Lieti di questo sconto, gli imprenditori del “centro” europeo ne approfitterebbero per comprare le migliori imprese della “periferia”.

    Notate bene: stiamo dicendo che in effetti l’uscita dall’euro favorirebbe l’afflusso di capitali esteri (che entrerebbero in Italia per comprarsi imprese). Altro che “saremo isolati dai mercati dei capitali, i capitali fuggiranno da noi, saremmo reietti, verremo gettati nelle tenebre dell’autarchia finanziaria, ubi erit fletus et stridor dentium...”! Esattamente il contrario. Saremmo inondati di capitali esteri, in particolare sotto forma di quelli che il manuale della bilancia dei pagamenti chiama “foreign direct investments (FDI) in reporting country” e che noi chiamiamo “investimenti diretti esteri (IDE) in entrata”.


    Lezioncina: cosa sono gli IDE
    Gli IDE sono definiti dall’ottava edizione del manuale della bilancia dei pagamenti come:


    “a category of cross-border investment associated with a resident in one economy having control or a significant degree of influence on the management of an enterprise that is resident in another economy” (una categoria di investimento internazionale legata al fatto che un operatore residente in una economia – es.: la Germania – acquisisce il controllo o comunque un significativo livello di influenza nell’amministrazione di un’impresa che risiede in un’altra economia – es.: l’Italia). Bop manual, par. 6.8.


    Se le imprese sono quotate, lo shopping avviene attraverso l’acquisto di azioni. Il Bop manual (par. 6.12) ci dice che si ritiene “significativo livello di influenza” l’acquisto di un pacchetto di almeno il 10% del capitale, e “controllo” l’acquisto di un pacchetto di maggioranza (più del 50%). Insomma, si ha un IDE quando le azioni non vengono acquistate per motivi speculativi (cioè perché ti aspetti che il loro prezzo salga), ma per aver voce in capitolo nell’azienda. Risparmio le ulteriori complicazioni (scatole cinesi, imprese non quotate, ecc.). Il senso è comunque che se le nostre imprese costassero da un giorno all’altro il 20% in meno, ciò attirerebbe capitali esteri, sotto forma di IDE in entrata (in Italia).

    Quindi tutto bene? I capitali arrivano! I giornalisti, i nostri “informatori”, che tanto deploravano la scarsa attrattività dell’Italia, dovuta (secondo loro) all’assenza di politica industriale del Satiro, tireranno un sospiro di sollievo. I sindacalisti anche, e soprattutto la Camusso, per la quale, par di capire, lo scopo della “politica industriale” è quello di vendere aziende alle multinazionali straniere. E gli economisti, che in tante occasioni hanno studiato la relazione fra IDE e crescita, e hanno cantato le lodi degli IDE, a causa della loro natura “produttiva” e non “speculativa”, e quindi della loro maggiore stabilità (perché chi acquisisce il controllo di un’azienda lo fa perché questa faccia profitti, e non – almeno in teoria – per rivendere il pacchetto azionario il giorno dopo), si aggiungeranno al coretto degli informatori: “Alleluia! In exitu Israel de Egipto...”. Se i capitali arrivano, vuol dire che siamo attraenti (alla nostra età è sempre una soddisfazione), quindi ne siamo quasi fuori. Un po’ di Purgatorio, ed è fatta.

    Invece no, assolutissimamente no.

    E la svalutazione dell’ipotetica “nuova lira” non c’entra nulla. Sono convinto che la segnalazione del lettore derivi da una lettura affrettata (un po’ di confusione è scusabile quando si leggono troppe cose, soprattutto se si legge solo di economia, stante la lecita, ma un po’ fuorviante, abitudine dei colleghi di dire tutto e il contrario di tutto). Brancaccio, non va dimenticato, è stato fra i primi economisti italiani a denunciare la reale natura degli squilibri determinati dall’euro. E l’aritmetica, ne sono certo, la sa. Quindi è difficile che abbia messo la cosa in questi termini. Vediamo perché.


    Cosa ci dice l’aritmetica.
    Il 20% sembra un bello sconto, finché non si aprono gli occhi. Quando lo si fa, e ci si guarda in giro, si vede un campo di macerie. Gli attacchi speculativi iniziati questa estate, tradottisi in vendite coordinate di titoli di stato italiani da parte di chi ne deteneva quantità sufficienti a influenzare il mercato, hanno determinato ondate successive di panico e sbriciolato le quotazioni delle imprese italiane. Fornisco a caso alcune performance a un anno:

    Geox – 40%
    Fiat –48%
    Mediobanca -39%
    Mps –68%
    Safilo -63%
    Unicredit -75%

    (I dati vengono dal sito Finanza-Quotazioni-Azioni-Etf-Obbligazioni-Fondi-Notizie - Borsa Italiana e sono riferiti alla data di pubblicazione di questo post. Ringrazio il prof. Santarelli, PhD ai Bagni 93 Luigi di Cattolica, emerito di Goofynomics all’università di Topolinia, nonché mio private banker - disoccupato, visto che col mio stipendio non riesco a risparmiare).

    A chi volesse acquistare un’impresa italiana, la crisi finanziaria ha già fatto uno sconto che va dal 40% al 75%. Certo, la svalutazione farebbe un ulteriore sconto del 20%. Questo, però, non andrebbe applicato ai valori di un anno fa, ma a quelli odierni, e sarebbe quindi sostanzialmente trascurabile. Esempio: supponiamo che una banca tedesca sia interessata ad acquistare Unicredit. Poniamo costasse 100 un anno fa. Oggi costerebbe 25. Se svalutassimo, costerebbe 20 (perché il 20% di 25 è 5). Quindi con la svalutazione del 20% il nostro fratello teutone non risparmierebbe 20, rispetto ai 100 iniziali, ma solo 5. Certo, questi 5 in pratica non sono bruscolini. Ma non mi sembra siano determinanti, rispetto ai 75 già risparmiati a causa della crisi finanziaria, e degli attacchi speculativi scatenati, guarda caso, dai grossi investitori istituzionali del centro (perché i titoli li vende chi li ha, e la casalinga di Voghera, per quanto sia sfiduciata, difficilmente influenza il mercato).

    Siamo seri, per favore! Agli investitori del “centro” lo sconto glielo ha fatto l’euro, ponendo (come abbiamo più volte chiarito) le condizioni per la fragilità finanziaria della periferia. Questa fragilità e il conseguente tonfo sono stati il vero saldo di fine stagione. La svalutazione aggiungerebbe poco. Quindi non credo che Brancaccio abbia detto questa cosa (sbagliata), tanto più che gli ho visto spesso dire la cosa giusta, cioè che una qualche forma di controllo dei movimenti di capitale sarà un ingrediente necessario per ristabilire ordine in Europa.

    Purtroppo, però, non sono in grado di controllare la fonte perché, guarda caso, l’articolo citato dal mio lettore, ambiziosamente intitolato “L’unica cosa da fare”, è anche l’unico articolo che non riesco a scaricare dal sito di Brancaccio. Chi ci riesce e me lo manda vince... una svalutazione del 20%!


    Il vero sconto

    Naturalmente il tonfo in borsa riguarda solo le imprese quotate in borsa. E per le altre (posto che interessino)? Mettiamola così: nello scenario attuale, dopo il crollo delle quotazioni, il vero sconto, il maggiore regalo agli investitori esteri, arriva dalle politiche di austerità e di svalutazione “interna”. Il motivo è semplice: deprimendo la domanda sul mercato interno, quello più immediatamente accessibile, queste politiche intaccano pesantemente la redditività delle imprese italiane, mettendo alle corde (come diceva Dornbusch) i pochi imprenditori italiani rimasti. I quali, a questo punto, hanno un ovvio incentivo a svendere a imprenditori esteri e ritirarsi a vita privata. Che bello, arrivano i capitali...

    Anche le politiche di “svalutazione interna”, cioè di taglio dei salari, concorrono a questo quadro. Queste politiche ci vengono richieste dalla Germania sulla base del fatto che da loro sono state attuate, e che noi dovremmo seguire il loro virtuoso esempio. Mi chiede però con affettuosa insistenza Marino Badiale: “che senso ha da parte della Germania, con la quale siamo sostanzialmente in una guerra commerciale, indicarci la strada da seguire per sconfiggerla? (cioè invitarci a recuperare competitività con politiche dei redditi aggressive in senso commerciale: pago meno gli operai, faccio un miglior prezzo all’estero)”. La risposta è che se lo scopo fosse quello dichiarato (indicarci la strada per essere più competitivi verso di loro) la cosa non avrebbe senso. Ma lo scopo è un altro, ed è duplice. Primo, mettere le imprese italiane in ginocchio mettendo in ginocchio i loro lavoratori. Una strada che, come ho detto più volte e come sta sui libri, le imprese italiane hanno imboccato da sole, ma sulle quali ora viene loro chiesto di proseguire. Tagliare i salari significa, in definitiva, compromettere il fatturato delle aziende (chi compra, se tutti hanno meno soldi?), ottenendo lo stesso risultato delle politiche di austerità: intaccare la redditività per indurre a cedere le aziende. Secondo... ve lo dico dopo una breve parentesi.



    M’ha detto mi cuggino...
    Devo occuparmi dell’argomento “mi’ cuggino”. Eh sì, perché quando si arriva a questo punto, quando si fa notare che la Germania ha praticato fin dal secondo dopoguerra una politica di deflazione competitiva, salta sempre fuori qualcuno che, come nella canzone di Elio, se ne esce con: “m’ha detto mi’ cuggino che alla Volkswagen stanno meglio che alla Fiat”. Se non l’ha detto “mi’ cuggino” l’ha detto “un amico che lavora lì”, se non è un amico è un giornale, uno di quei giornali che vi hanno informati così bene finora, e continuano a farlo, con professionalità e indipendenza (da voi) seconde solo a quelle delle banche centrali.

    L’argomento “del cuggino” è che il “netto in busta” sarebbe più alto in Germania, il che rende assurdo sostenere che la Germania faccia competizione sui salari, cioè tramite una “svalutazione interna” competitiva. Argomento sposato da un’altra mia affezionata lettrice, Dana74. Cara, carissima, adorabile Dana74:


    Mi piaci. Penso che leggendo questi
    miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
    ed a me piace chi non mi comprende.

    (Gozzano, La signorina Felicita)


    Vediamo insieme cosa non comprende (in my humble opinion) Dana, e in che cosa l’argumentum ad cugginum è fallace.



    I dati che mi’ cuggino non conosce... (ma basta chiedere)

    Una cosa credo di aver capito studiando l’economia: se si è disposti a saltabeccare dal livello dell’analisi economica a quello dell’aneddoto, dal ritaglio di giornale ai database dell’OCSE, dalla sociologia alla statistica economica, si può dimostrare tutto, e il suo contrario. A me qui interessa il livello macroeconomico (gli aneddoti ben vengano nei commenti) e mi interessano i dati provenienti dalle fonti ufficiali, che come al solito vi fornirò.

    Con questa premessa, faccio alcune ovvie considerazioni.

    1. La Germania non è la Volkswagen, come l’Italia non è la Fiat. Tutti gli aneddoti sono utili, ma alla fine il risultato complessivo va valutato in termini complessivi. Ad esempio: saranno tutti così felici i lavoratori dell’indotto? Ma non voglio indurvi a raccontare altri aneddoti. Voglio guardare all'aggregato.

    2. Nell’aggregato i salari reali tedeschi, dal changeover in poi, sono diminuiti, mentre quelli italiani sono rimasti stazionari. Il dato è ampiamente noto (tranne che in Italia), e ampiamente ammesso dall’establishment tedesco, che, per bocca di Roland Berger, consulente della Merkel, ammette che la ricetta del successo tedesco sta nella "liberalizzazione" del mercato del lavoro e in aumenti dei salari reali inferiori a quelli della produttività. Che poi significa aumenti dei profitti superiori a quelli della produttività (a meno che lo scarto non venga dato in beneficenza). E i risultati si vedono, sono nei dati. Guardate la Fig. 1:





    Si vede benissimo che dal 2003 al 2009 i salari reali tedeschi (cioè i salari corretti per la variazione del costo della vita) sono diminuiti del 6%. Quelli italiani dello 0%. Siccome c’è sempre qualche ingenuo che arrivato a questo punto mi accusa di complottismo e vuole vedere la “smoking gun”, faccio notare che è proprio il consulente della Merkel a dire che questa è una delle due cause del successo tedesco (l’altra essendo la “liberalizzazione” del mercato del lavoro). Quindi non è complottismo: è una precisa, univoca, dichiarata, esplicita intenzione politica che si riflette nei dati.

    Ora io mi chiedo, e soprattutto lo chiedo a Dana74: lo dicono i dati, lo dicono i responsabili della politica tedesca: occorre altro per capire che la Germania fa competizione sui salari (cioè pratica una “svalutazione interna” o deflazione competitiva)? Evidentemente a te sì. E allora mi arrendo. Hai vinto.

    3: "Ma io sto meglio in Germania che in Italia, dice un altro mio carissimo lettore. Nel senso che hai più soldi in busta paga. Giusto. Solo che all’imprenditore non interessa quanto dà a te, ma quanto gli costi, e le due cose sono diverse. In mezzo c’è il cuneo fiscale. Il costo del lavoro non è il netto in busta, e questo voi, che a differenza di me siete uomini pratici, lo capite meglio di me: ci sono di mezzo contributi e tasse. Quindi c’è ovviamente anche un problema di sistema fiscale, e ovviamente un enorme freno alla competitività italiana è posto dall’iniquità italiana, cioè dal fatto, talmente macroscopico che lo vedo anch’io, che sul lavoro dipendente cade il maggiore onere fiscale. E poi: sei sicuro di comprare a Brema lo stesso paniere di beni che compri a Viterbo? Perché tu ci hai detto che guadagni di più, ma... non ci hai detto quanto costa un chilo di pane, quanto spendi per il biglietto dell’autobus, ecc. Siamo sicuri che in Germania la vita costi di meno? L’OCSE tanto sicura non lo è. Se convertiamo i redditi unitari da lavoro dipendente (diciamo, il salario medio al lordo delle tasse) in una comune unità di misura, vediamo che a parità di potere d’acquisto i salari nominale tedeschi e italiani sono perfettamente allineati. Anzi: prima del changeover, cioè prima dell’operazione 1000 lire = 1 euro, la vita in Italia costava sensibilmente di meno, tant’è che a parità di potere d’acquisto i nostri salari erano superiori. Lo si vede bene nella Fig. 2:





    Vedete che bel "tuffo" fra 2002 e 2003? Ma naturalmente è solo un problema di percezione. Lo abbiamo percepito noi, e l'OCSE. Il governo (Berlusconi) e i suoi apparati (Istat ecc.) un po' di meno. "Noi veggiam come quei c'ha mala luce...". Anche gli uffici statistici, forse, vedono meglio a distanza. E il tempo, comunque, è galantuomo.


    4: il mio lettore dichiara di essere rimasto allibito quando il suo capo (Führer) ha licenziato una sua collega dall’oggi al domani. Caro lettore, hai capito come stanno le cose? Lo sai come si chiama questo? Si chiama liberalizzazione del mercato del lavoro. Che poi sarebbe un eufemismo per disoccupazione. Perché la diminuzione del salari reali vista in Fig. 1 non è stata ottenuta con la moral suasion: è stata ottenuta con la minaccia dei licenziamenti e delle delocalizzazioni, e imponendo un tasso di disoccupazione in alcuni anni fino a 3 punti più alto che in Italia (per citare un esempio). Non credi a me? Hai, come ognuno di noi, me compreso, un lato Dana? E allora guardati i dati della Banca Mondiale:





    Vedi come decolla la disoccupazione nel 2003, l'anno che Berger indica come anno della "riscossa", delle "riforme" tedesche? Ma io so che tu lo sai...

    La morale della favola (ma non ditela a mi’ cuggino...)
    Chiedo scusa per la lunga parentesi. Vorrei non fosse necessaria, e soprattutto vorrei non fosse inutile. Temo sarà l’uno e l’altro. Continuo quindi lasciando Dana74 al suo sbigottimento (“e lo mperché non sanno”) e rivolgendomi agli happy few.

    Riassumo: la Germania pratica una svalutazione interna competitiva che realizza comprimendo i diritti dei lavoratori, e pretende che noi adottiamo questo modello. Lo fa perché così possiamo competere con lei? No. Lo fa perché i suoi imprenditori vogliono trovare da noi, una volta acquistate le nostre aziende, le stesse condizioni di “liberalizzazione” (leggi: licenziamenti facili e compressione dei salari reali) che gli hanno garantito elevati profitti a casa loro. L’invito alla “virtù alamanna” è ovviamente “pro domo sua” (cioè loro): “buono fantolino, a tu piace voli vola...” dalla finestra, se chiedi l’aumento all’imprenditore alamanno.

    Fateci caso: in questa ottica (e solo in questa ottica) l’insistenza del governo sull’art. 18 acquista una logica che altrimenti non avrebbe. Sappiamo che esso non interessa alle aziende italiane. E allora perché interessa tanto al governo degli italiani? Semplice: perché sopprimere l’art. 18 interessa alle aziende tedesche (che ce lo hanno chiesto per interposta Bce). E infatti Berlusconi è stato “sostituito” non appena si è capito che non ce l’avrebbe fatta a imporsi su questo punto. Tu mi intendi, vero, Marino?


    Obiezioni inutili
    Qualcuno potrebbe obiettare: ma se le politiche di austerità compromettono la redditività, gli imprenditori esteri che affare ci fanno? E la risposta è abbastanza ovvia: intanto, quello che si perde in traino della domanda sul nostro mercati, lo si guadagna in compressione dei salari. Ma il punto è un altro: chi ha detto che gli imprenditori esteri siano interessati al nostro mercato? Sono interessati alla nostra eccellenza manifatturiera, che ha mercato nel mondo. Il nostro destino è quello di diventare una gigantesca “fabbrica cacciavite”, una specie di “Cina” europea, dove gli imprenditori del Nord vengono a produrre per riesportare, approfittando dei bassi salari e dei bassi diritti. Direte allora: ma la Cina ci ha guadagnato! Certo: ma il processo lo ha gestito lei, con regole sulla corporate governance, sul trasferimento di tecnologia, sui requisiti occupazionali, sui contenuti nazionali minimi, ecc. Noi invece lo stiamo subendo. Direte ancora: ma comunque gli investitori esteri porteranno crescita, che alla fine è quello che ci serve. Rispondo: certo! Come in Irlanda. Porteranno crescita, e riporteranno all’estero i profitti realizzati, dando un’ulteriore spinta in discesa all’indebitamento estero (secondo quanto ho spiegato qui).

    Lasciate perdere... o anche no: non lasciate perdere: parliamone: decenni e decenni di disinformazione non possono non aver lasciato scorie. Depuriamoci insieme. L'acqua della salute è meglio di quella del Letè, che mi sembra tutti stiano bevendo a garganella!


    Concludendo
    In Italia, a sinistra, va per la maggiore una certa esterofilia un po’ provinciale e un po’ autolesionista, alla Tafazzi. Anche chi intuisce che l’ideologia del vincolo esterno ha creato più problemi economici di quanti ne abbia risolti, anche chi non si nasconde la gravità del furto di democrazia che essa ha determinato, insiste ad autoflagellarsi: ce lo meritiamo, perché non siamo bravi come i tedeschi! I tedeschi ci confessano che in realtà la loro bravura consiste solo nel comprimere salari e diritti, ma i nostri Tafazzi non possono crederci. Confessio regina probationum, ma non per loro. Questi ingenui, che vivono nel “mito della razza ariana”, sono poi quelli che appena arrivano all’estero cercano, come Totò e Peppino, un ristorante italiano, preferendo un pessimo piatto di spaghetti a un’ottima Flammkuchen (salvo poi lamentarsi che gli spaghetti erano scotti... e grazie!).

    Ma come non capirli? Trovare all’estero le cose di casa è indubbiamente rassicurante, soprattutto per personalità non sufficientemente strutturate. Flaiano, che era di Pescara (terra di spaghetti alla chitarra), definiva non a caso l’Italia una Matria (chi per la Matria muor vissuto è assai). E quando penso ai miei studenti di Pescara, che adoro e rispetto (e loro lo sanno), capisco benissimo quanto la chitarrina della mamma (in senso gastronomico ed edipico) abbia parte nella loro feroce determinazione di non studiare le lingue (ma una cosa la sanno dire: mannàggement – management). E io a dirgli: “non ascoltate me, studiate l’inglese, andatevene”. Ma il campo gravitazionale della chitarrina, anche di quella ai frutti di mare, è invincibile (amor omnia vincit).

    Ma questo non è solo un vizio (se è un vizio) italiano: lo condividono anche i nostri “cuggini” tedeschi. I quali in fondo vorrebbero solo trovare qui, da noi, dopo che ci avranno comprato, le cose di casa. Un desiderio innocente: quasi modo geniti infantes. E non mi riferisco tanto alla fragrante Flammkuchen della mamma... quanto alla rassicurante e familiarmente alamanna possibilità di licenziare in tronco i lavoratori che eventualmente desiderassero appropriarsi in busta paga di una parte degli incrementi di produttività.

    Del resto, ci mancherebbe altro che fosse difficile licenziare in Italia quegli italiani che è così facile licenziare in Germania! Non per questo abbiamo (chi?) fatto l'Europa!





    (Dedicato a Dana74. Carissima, non posso volertene per l’arroganza con la quale, senza disporti all’ascolto, senza verificare le fonti dei dati, senza avere strumenti culturali e linguistici adeguati, pretendi di dare lezioni a chi sta solo cercando di capire - nonostante, suo malissimo grado, ne sappia già molto più di te. E non posso volertene non perché io non sia permaloso e suscettibile: sono permaloso come un aspide e suscettibile come un piddino! Ma non posso volertene perché intuisco, da come scrivi, che in questo gioco che non vuoi capire, e che mi accusi di non aver capito, e che sicuramente non ho capito nemmeno io, tu hai molto, ma molto più da perdere di me. Perché io ho molte, ma molte cose più di te che nessun Monti può togliermi, e ce le ho perché sono stato ad ascoltare gli altri, tutti gli altri - nonostante le apparenze! Beccate 'sto vagone di paternalismo, e la prossima volta, magari, se qualcosa non è chiaro, fai una domanda. Petite et dabitur vobis).


    Fonte: Goofynomics: La crisi, la svendita, e mi’ cuggino: riflessione sull'art. 18
    Ultima modifica di x_alfo_x; 11-03-12 alle 17:24

  2. #2
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    Ah, perché voi credevate che in Grecia...
    (post corto: così corto che ho deciso di allungarlo, et pour cause...)


    Raccolgo lo stimolo di ecodellarete e vi propongo i dati sul rapporto fra occupati pubblici e popolazione attiva totale. Non sono dati esoterici: non c’è nulla di più disponibile al pubblico e noto agli economisti (quindi chi non li conosce non è un economista). La popolazione attiva viene dal sito dell’OCSE, sezione Labour – Labour force statistics – Annual labour force statistics. I dati sugli occupati pubblici non vengono dal sito dell’OCSE, che ritiene di non dover fornire questo trascurabile dettaglio. Del resto, si sa, lo Stato è una cosa brutta, una cosa di cui vergognarsi, per cui capisco che al Bois de Boulogne (sede dell’OCSE a Parigi), confinando col XVI (il quartiere dei ricchi), siano restii dal menzionare questa turpe parola. Però c’è il sito dell’ILO, dove cercando nelle Statistics by topic (in alto a sinistra) vi viene fornito accesso anche allo spettacolo esecrando di questa torma di cavallette, di parassiti, di nemici del genere umano che sono (che siamo) i dipendenti pubblici.

    I grafici riportano i dati medi sul campione 2000-2009, il periodo di gestazione della crisi, e si commentano da sé.

    Il primo grafico rappresenta l’incidenza sulla popolazione attiva dei dipendenti pubblici in senso stretto (general government employment):






    mentre il secondo considera quello che una volta si chiamava (e forse ancora si chiama) il settore pubblico allargato (public sector), cioè comprende anche i dipendenti delle imprese di proprietà pubblica (il dato manca per Austria e Portogallo):






    Ah, perché voi credevate che in Grecia il problema fosse la spesa pubblica assistenziale fatta per mantenere una torma di dipendenti pubblici fannulloni, che in più quando escono dall’ufficio trovano il sole e a casa hanno tutti (tutti?) la piscina? (mentre noi tedeschi produttivi troviamo solo nebbia e ghiaccio).

    Ah, voi credevate... Be’, certo, ve l’avrà detto l’uccellino, il solito uccellino liberista, magari ve l’avrà detto il presidente della società Adam Smith. Chi è? Non lo so. Anzi, credo che non lo sappia nessuno.


    Ma le cose stanno in un modo un po' diverso. Se consideriamo il settore pubblico in senso stretto (amministrazioni centrali, amministrazioni locali e enti previdenziali) la Grecia ha di gran lunga l’incidenza più bassa. E se invece consideriamo il settore pubblico allargato, il quadro cambia, ma la situazione greca, sulla media del decennio, rimane sempre migliore di quella di Belgio, Finlandia, Francia e Olanda. Che sono tutti fra i primi della classe.

    E qual è la differenza più grande fra i due grafici? Bravi, esatto, la posizione della Grecia. Vedete? Quando consideriamo anche le imprese pubbliche, il dato cresce molto in Grecia e poco altrove. Diciamo che in termini di occupazione le imprese di proprietà pubblica contano per un 12% della popolazione attiva in Grecia, contro una media del 4% negli altri paesi. Ma... se ci sono tante imprese pubbliche... daje a privatizza’, no? Chiaro il concetto? Dice: ma perché stanno spaccando le ossa alla Grecia? Ma è chiaro! Perché gli stati periferici sono come i granchi: per arrivare alla polpa devi rompere il guscio.


    E guardate un po’ dov’è più alto il rapporto? Sorpresa sorpresina... Ma è chiaro: il modello scandinavo prevede uno stato sociale forte, diciamo pure pletorico, quindi qualcuno ci dovrà lavorare. Guardando il grafico credo capiate perché questi nostri fratelli nell’euro stanno diventando così critici verso la moneta unica, e perché dall’alto del suo 24% di dipendenti pubblici questo popolo che tanto ha dato alla cultura europea, questo esportatore netto di zanzare, telefonini e forza lavoro specializzata (vedi sotto), voleva imporre alla Grecia il pignoramento del Partenone (suscitando lo sdegno del prof. Santarelli).

    E credo infine capiate perché la protagonista femminile delle Memorie del sottosuolo è finlandese (sono lontano dai miei libri, non posso verificare, ma mi pare fosse proprio così). Una brava ragazza, ricorderete, che stava solo facendo il suo lavoro. Quello di finlandese.

    Fonte: http://goofynomics.blogspot.com/2012...grecia_20.html
    Ultima modifica di x_alfo_x; 11-03-12 alle 15:17

  3. #3
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    Chi si è arricchito con la Grecia e come
    (un post telegrafico della serie “pe’ malati c’è la china...”, o, forse, speriamo, della serie “forse non tutti sanno che”. Rimango debitore di risposte a marco e marco, la darò, ma qui si segue il principio “facit indignatio”, e quello che sto per dire serve anche a voi)




    Sul blog Voci dall'estero dell’ottima Carmen trovo, a commento di un intervento di Ambrose Evans Pritchard sul ritorno alla dracma (tema sul quale vi segnalo le parole di buon senso dell'Economist) questa sparata di un lettore:



    Non saranno certo i dipendenti pubblici ad aver rovinato la Grecia (i numeri presentati da Bagnai parlano chiaro). Sono dati altrettanto incontrovertibili, comunque, il Debito Pubblico che è esploso e la bilancia corrente che è crollata dal 2000 in poi: molti greci hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità!

    Io vengo da una famiglia che mi ha insegnato 2 cose:

    1° i debiti si fanno se si ha la (quasi) certezza di ripagarli con il risparmio futuro.

    2° per rispamiare devi avere un reddito adeguato che ti assicura solo se sei in gardo di assicurarti un lavoro (superandi, ma questa è una mia aggiunta data dall'esperienza, la voglia di spendere il tempo in modo differente). Forse molti in Grecia, negli anni scorsi, hanno pensato che qualcuno avrebbe pagato per loro?




    “Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt” (Luca, 23-34).

    Perché questa sequenza di ovvietà moralistiche, che ci sentiamo ripetere da giornali, “economisti” e, naturalmente, dai nostri lettori, si basa sull’ignoranza più bieca della realtà dei fatti. Ignoranza che, ovviamente, nel caso degli “economisti” è colposa o dolosa.

    La visione che si tende a diffondere è questa: i greci (come gli italiani) avrebbero dilapidato i benefici conseguiti con l’entrata nell’euro, benefici rappresentati dal calo dei tassi di interesse. A sostegno di questa tesi si mostrano normalmente i grafici riferiti al costo medio del debito pubblico, che manifestano una convergenza impressionante:





    Nel caso della Grecia, questa convergenza si è riflessa, ovviamente, in un calo della spesa per interessi sul debito pubblico:






    Fra il 1995 e il 2002 la spesa per interessi (spezzata celeste) è scesa di ben 6 punti, e il governo greco ha mantenuto un surplus primario (cioè al netto degli interessi). Lo si vede dalla spezzata violetta, che è sotto lo zero (un disavanzo negativo, ovviamente, è un surplus). Certo, dal 2000 il surplus primario si riduce, poi ridiventa un (moderato) disavanzo a partire dal 2003. Il grafico mostra bene che se il governo greco avesse mantenuto un surplus primario intorno fra i 3 e i 5 punti, sarebbe riuscito abbastanza rapidamente ad azzerare il fabbisogno complessivo (linea rossa). Può aver fatto male a non farlo, e ci possono essere tanti motivi per i quali non lo ha fatto (inclusa la necessità di effettuare politiche anticicliche in seguito alla recessione del 2000-2001, e la “necessità” di acquistare da Francia e Germania ingenti quantitativi di armi), ma di questo parliamo un’altra volta. Quello che vorrei ribadire è che lo scoppio della crisi, qui come in Italia, ha poco a che fare con il debito pubblico, perché questo era sì alto, ma lo era da sempre, e, se pur non in calo come in Italia, se pure non sotto al 40% del Pil come in Irlanda e Spagna, era però stabile.

    Quello che ha fragilizzato la situazione della Grecia (e della Spagna, e del Portogallo, e in modo analogo dell'Italia) è l’esposizione verso i creditori esteri, esposizione che ha riguardato soprattutto il settore privato. Lo illustrano bene le tendenze riportate in questo grafico:






    La Grecia era riuscita a stabilizzare il proprio rapporto debito pubblico/Pil, fino allo shock recessivo determinato dalla crisi dei subprime (2007) e dalla crisi Lehmann (2008). Certo che uno dovrebbe agire prudentemente in tempi tranquilli, riducendo la propria esposizione, e certo che lo Stato greco non lo ha fatto. Ma è anche evidente dalla Fig. 3 che il dato più impressionante è l’esplosione del debito delle famiglie, fortemente correlata all’aumento delle passività lorde verso l’estero. In altre parole, il debito greco era ed è soprattutto debito del settore privato (famiglie e imprese) con creditori esteri. Debito privato del quale nessuno parla, perché ovviamente fa comodo attribuire tutta la responsabilità allo Stato e ignorare il comportamento del settore privato, che deve essere mantenuto immune da qualsiasi biasimo.

    Nel caso della Grecia un po’ di biasimo credo invece lo meriti. Chi non è così ingenuo da non rendersene conto aggiunge però, come il lettore sopra, che la responsabilità sarebbe stata dei privati cittadini e imprenditori greci, che avrebbero “vissuto al di sopra dei propri mezzi” (una frase così bella e rassicurante da pronunciare). Nell’attribuire tutte le colpe ai consumatori greci, si dimenticano due cose:

    1) che l’informazione, fra debitore e creditore, è asimmetrica, e che il creditore ha la responsabilità di effettuare un minimo di screening dei prestiti che eroga;

    2) che le grandi banche tedesche avevano un notevole incentivo a prestare alle famiglie e alle imprese greche.


    La responsabilità delle banche
    Il primo punto è sufficientemente ovvio. Chiunque di voi abbia chiesto un mutuo in Italia sa quanto esigenti e scrupolose siano le banche italiane nel concederlo. Di fatto, quelle tedesche lo sono state molto meno. Abbiamo visto in un post precedente che tutti gli indicatori macroeconomici accettati e validati dalla letteratura scientifica internazionale mostravano fin dal 2000 che la Grecia era sull’orlo del collasso. La vera domanda rimane quindi non perché i greci abbiano chiesto prestiti, ma perché i tedeschi li abbiano erogati.


    Gli incentivi delle banche

    La riposta è semplice: perché gli conveniva.

    Voi mi direte: “Ma come? Scusa, brutto fesso, i tassi di interesse erano perfettamente equalizzati fin dal 2000! Perché mai un creditore tedesco avrebbe dovuto prestare soldi al governo greco, a parità di tasso di interesse, sapendo in più che correva un rischio?”

    E io vi risponderò: “Ma caro, ti ho appena fatto vedere che non è il debito pubblico a essere cresciuto, ma quello privato...”

    E tu: “ Sì, va bene, peggio ancora: un privato offre meno garanzie. E comunque i rendimenti erano gli stessi.”

    E io: “Ecco, caro, no, qui c’è qualcosa che ti hanno tenuto nascosto. Non ci vuole molto a tenerti nascoste le cose, sai, caro. Vediamo però come reagisci se uno te le mostra.”

    Quello che non sapete, e forse non dovete sapere, è che nel mercato finanziario dell’età dell’euro, perfettamente integrato, non tutti i tassi di interesse erano livellati. A una banca tedesca conveniva molto più prestare a un cittadino greco che a un cittadino tedesco. Non ci credete? Ecco i grafici dei tassi di interesse sui prestiti alle famiglie (IMF, serie 60PHSZF... delle International Financial Statistics, edizione dicembre 2010. La fonte non fornisce dati confrontabili prima del 2003, ma ci interessano anche poco, perché a me interessa farvi capire perché è esploso il debito privato nel primo decennio di questo secolo):






    Nell’età dell’euro una banca tedesca guadagnava in media 4 punti in più di interesse prestando a un cittadino greco. Perché? Ma per tanti motivi, incluso il fatto che siccome in Grecia l’inflazione era più alta (e nessuno se ne preoccupava) rimanevano più alti i tassi nominali (intorno al 13% anziché al 9%). Direte: “be’, ma allora il guadagno della banca tedesca viene eroso dall’inflazione, non è mica così conveniente!”. Siete proprio di coccio... Intanto, anche correggendolo per l’inflazione, il differenziale rimane alto (2.4 punti in media). Ma, soprattutto, i prestiti erano in euro, gli interessi pagati in euro, e la banca poi se li riportava, se voleva, in Germania, no? Dove i prezzi non crescono... Chiaro?

    Guardatevi gli spread sui prestiti a famiglie, imprese e Stato (sempre International Financial Statistics, per le imprese la serie è la 60PCSZF...):






    Chiaro, no? Lo spread sui titoli di Stato, quello in verde, quello del quale tutti vi parlano, effettivamente era esiguo. Per lo Stato le cose si mettono male dal 2007 in poi, per i noti motivi. Ma per i creditori tedeschi le cose si erano messe piuttosto bene fin dall’inizio, direi, soprattutto se decidevano di prestare alle famiglie.


    La contraddizione degli omodossi
    Gli economisti omodossi o prekeynesiani che dir si voglia vengono a raccontarci che il problema è la produttività, che bisogna produrre, lavorare di più, svegliarsi all’alba, tirare notte a produrre, produrre, produrre. Se qualcuno chiede: ma a chi vendiamo? La risposta è: l’offerta crea la propria domanda.

    Sarà... Prendiamola per buona...

    Ma allora vale anche nel caso dei prestiti, giusto? Non sarà un po' vero anche qui che è l'offerta di prestiti (da parte delle banche) a creare la domanda (da parte dei cittadini)? E allora perché ci dite che qui la colpa è solo della domanda? Cioè: perché ci dite che la colpa è delle cicale greche che non sapevano che sarebbe arrivato l’inverno. Vogliamo prendere almeno in considerazione quella che a me sembra l’ipotesi più plausibile, cioè che l’offerta di prestiti da parte di banche desiderose di collocare ingenti eccedenze finanziarie (risultato di surplus commerciali drogati dall’euro), abbia in qualche modo (attraverso strategie di marketing, attraverso il naturale desiderio di “recuperare posizioni” da parte di cittadini di un paese relativamente meno avanzato, attraverso la percezione del costo reale del debito distorta da un tasso di inflazione elevato, ecc.), abbia, dicevo, favorito la “domanda”? Che siano cioè state le banche, che sapevano che esisteva un rischio, a indurre i cittadini e le imprese greche a indebitarsi, perché ci guadagnavano, e perché sapevano che tanto alla fine i loro Stati (Germania, Olanda, Belgio, Francia) ci avrebbero messo una toppa, o avrebbero costretto il governo greco a farlo. E questo è il solito meccanismo della crisi fotocopia, descritto così bene da Roberto Frenkel: imposizione (dal Fmi o dall’“Europa”) di un tasso di cambio sopravvalutato, innalzamento degli spread, arrivano i capitali, fanno profitti, li rimpatriano, e poi se ne vanno lasciando le macerie, o comprandosele a prezzo stracciato. Salvo il caso che qualcuno non ci stia, come in Argentina. Leggetelo Frenkel, cari, leggetelo. Se avete problemi con l’inglese ditelo, che ve lo traduco.

    In altre parole, amico caro, so che è più difficile e meno rassicurante da dire, ma... non sono stati i cittadini greci a vivere al di sopra dei propri mezzi. Sono state le banche tedesche a farlo, sapendo di poterlo fare, perché alle brutte i loro mezzi sarebbero stati i nostri, come i fatti stanno dimostrando. Non sono stati i cittadini greci a pensare che qualcuno avrebbe pagato per loro: sono state la banche tedesche a sapere che qualcuno avrebbe pagato per loro. Tu (caso mai non te ne fossi accorto). I cittadini greci, loro, potevano anche illudersi di farcela, perché possiamo anche concedergli, visto che anche tu tante cose non le sai, che loro non capissero che la crescita che stavano sperimentando era drogata dal capitale estero. Ma le banche, i pusher, che stavano vendendo droga lo sapevano.

    Se hai capito, chiedi scusa ai greci. Se non hai capito, capirai quando toccherà a te. Perché ti toccherà, nonostante quello che ti hanno insegnato il tu’ babbo e la tu’ mamma (semper certa).

    Cordialmente (ma solo perché so, come diceva Lui, che non è colpa tua).


    Fonte: Goofynomics: Chi si è arricchito con la Grecia e come
    Ultima modifica di x_alfo_x; 11-03-12 alle 15:38

  4. #4
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    La locomotiva d'Europa e le locomotive della Germania
    (scusate, faccio un passo indietro per rispondere a una domanda sulla crescita della Germania. Sapete, noi fiorentini siamo così. Vi ricordate Dante: “io ch’era d’ubbidir desideroso non gliel celai, ma tutto glielo apersi”. Ecco, uno mi ha fatto una domandina, e io ora glielo apro. Enjoy responsibly!).




    Quando si parla di contributi alla crescita tedesca, forse, prima di chiedersi “contributi da parte di chi”, bisognerebbe chiedersi: “quale crescita tedesca”? Perché il primo dato, da non dimenticare, è che la crescita della Germania è stata piuttosto deludente, soprattutto negli ultimi anni. Negli ultimi 30 anni la Germania è cresciuta in media 0.3 punti in meno della media degli altri paesi dell’eurozona, e 1.2 punti in meno della media mondiale. La situazione si è aggravata nell’ultimo ventennio, cioè, in pratica, dall’ultimo “riallineamento” importante dei cambi all’interno del Sistema Monetario Europeo (SME): in questo periodo la Germania è cresciuta mezzo punto in meno degli altri paesi euro, e 1.5 punti in meno della media mondiale.






    Questi i numeri del “miracolo” tedesco.

    La domanda da porsi sarebbe: ma perché un paese che, come sappiamo, esporta così tanto, quindi rastrella così tante risorse finanziarie in giro per il mondo, cresce così poco? Non è difficile capire che questo è il risultato di una scelta deliberata: la scelta, da parte del capitalismo tedesco, di non distribuire agli operai tedeschi il risultato degli aumenti di produttività conseguiti dopo e soprattutto prima delle riforme Hartz (perché dopo le riforme la produttività tedesca ha cominciato a crescere di meno, come molti studiosi tedeschi sanno e documentano benissimo).

    Se il capitale avesse più equamente remunerato il lavoro, la Germania si sarebbe avviata su un processo di crescita sostenuto dalla domanda interna, diventando la locomotiva d’Europa. Avrebbe cioè seguito un percorso naturale e virtuoso, quello che sta seguendo oggi la Cina. Questo non è successo, per una scelta di politica economica deliberata (quella di aggredire commercialmente le economie periferiche per poi appropriarsene, come tutti possono vedere nel caso della Grecia), ma non voglio parlarvi di questo oggi. Voglio parlarvi dell’antispam di Google.



    Anche le macchine hanno un’anima
    Mi sono accorto che l’antispam di Google, pietoso, magnanimo, mi filtra tutti e soli i messaggi di quei pochi, pochissimi lettori che fanno domande delle quali non possono capire la risposta. Questi lettori hanno alcune caratteristiche: sono tutti rigorosamente anonimi, sono tutti sterilmente polemici, mi accusano tutti di truccare i dati, e nessuno sa nulla l’economia. A dire il vero, credo di averne uno solo di lettori così: il solito. E cosa mi trovo infatti nella cartella dell’antispam?



    "Qualcuno ora dice (si legga interventi e commenti precedenti) che la Germania è stata brava perché facendo moderazione salariale è stata in grado di competere con la Cina". Come rigirarsi quanto detto - nonostante sia sotto gli occhi di tutti - per arrampicarsi sul solito specchio.

    Le esportazioni nette dell'eurozona sono diminuite, quelle della Germania no, nemmeno verso il "resto del mondo", che non è solo la Cina. Ma lei conferma di vedere solo la Cina. Caro Bagnai, se non le piacciono i miei grafici, cerchi almeno di essere coerente con i suoi! E non nasconda la verità sotto un fiume di parole. Risponda a due semplici domande: E' VERO O NO CHE LA GERMANIA E' IN SURPLUS ANCHE VERSO IL RESTO DEL MONDO? E' VERO O NO CHE SENZA LA GERMANIA L'EUROZONA NEL SUO COMPLESSO SAREBBE IN DISAVANZO VERSO IL RESTO DEL MONDO? Lucrezia (si fa per dire) PS: Per il Sig. Istwine. Il mio ragionamento è molto semplice. Se si vedono solo l'eurozona e la Cina, sembra che la Germania sarebbe in deficit se non vantasse un surplus in Europa. I dati raccontano una storia diversa: la Germania è in surplus verso il resto dell'eurozona ma anche verso il resto del mondo. La Germania è riuscita in quello in cui altri hanno fallito. È meglio piagnucolare perché l'orso tedesco è cattivo, oppure ragionare sui propri errori? È meglio tramare vendette contro il perfido crucco (moderno sostituto della perfida Albione) o rendersi finalmente conto che la competizione è globale?




    Google perdona, io no.

    Mi sono fatto un sacco di risate pensando a questo perdente che si macerava nel suo ottuso livore: “hai visto, però, gliele ho cantate a quel Bagnai, vedi, lui trucca i dati, ma quando arriva uno preparato come me, l’unica cosa che sa fare è censurarlo! Tutti uguali questi comunisti! E poi prendersela con una collega per un errore di distrazione, che meschinità...”.

    Povero fesso!



    Ellissoidi di rotazione

    Questo giovanotto deve essere quello che nel commento a un post precedente sosteneva di voler preservare l’anonimato perché altrimenti avrei potuto insultarlo! Ma amico, è esattamente il contrario! È proprio perché tu (non senza ragione, devo dire) ti vergogni di dirci chi sei che posso francamente dirti che sei un povero ellissoide. Nel permettermi questa franchezza infatti non ledo la tua onorabilità, che è comunque, indipendentemente dalla tua scelta, l’onorabilità di nessuno. Eventualmente ledo l’onorabilità degli ellissoidi, che però, qualcosa mi lascia supporre, non verranno a lamentarsene. Sono, si sa, una maggioranza silenziosa. Che talora preferisce tacere, per non togliere il dubbio all’interlocutore. Tu, certo, sei una fulgida eccezione.

    Vedi, tu termini accusandomi di essere un nostalgico dell’autarchia, e quindi un fascista (la perfida Albione...). Ma il vero fascista qui (e mi dispiace per i miei amici) sei tu. Perché tu continui a commettere, come è costume dei tuoi pari, quello squallido atto di teppismo, di squadrismo verbale che consiste nel mettere in bocca all’avversario cose che non ha detto. Con l’aggravante, nel tuo insulso caso, che lo fai concentrandoti su dettagli che non hanno nulla a che fare con il nocciolo del problema, dimostrando così un totale analfabetismo economico. E con l’ulteriore aggravante che i fascisti hanno tanti noti difetti, ma almeno amano e non calunniano la propria patria, cosa che tu sistematicamente e goffamente ti ostini a fare.

    (Perdonami, Massimo. Tu mi trovi inasprito. Hai ragione. Ma vedi, se l’amico mi avesse detto che la mia mamma lavorava con la sua, sinceramente non me ne sarebbe fregato niente, e non perché so che non è vero, ma perché è irrilevante per il dibattito. Ma insinuare che sto truccando le carte è una cosa che mi infastidisce parecchio. Credo sia la cosa più offensiva che si possa dire a un uomo di scienza. Comunque... ora mi attacco sullo schermo la tua fotina con sotto scritto: “non correre, pensa a me...”).



    La prima risposta

    Rispondo quindi alla prima domanda: “E' VERO O NO CHE LA GERMANIA E' IN SURPLUS ANCHE VERSO IL RESTO DEL MONDO?” (rinuncio, per carità di patria, a spiegarti che e’ in italiano è un pronome, non un verbo). La risposta è ovviamente sì, ma vorrei proprio capire in quale parte del mio intervento lo negavo! Ho fatto un grafico e una tabella apposta per mostrare che la Germania è in surplus sia con l’eurozona sia con il resto del mondo! Lo vedi? Eccolo qui:







    Solo che, aggiungevo, non è vero, come dice la professoressa Reichlin per motivi che a me restano incomprensibili, che il surplus più grande sia verso il resto del mondo. Il surplus più grande è verso l’eurozona. E non c’entra nulla che il volume delle esportazioni extra-zona sia più grande di quelle verso la zona. Perché il surplus è un saldo: il saldo fra esportazioni (che aggiungono reddito) e importazioni (che sottraggono reddito). E le importazioni della Germania dall’extra-zona sono enormi. Stavamo parlando di questo. Non sono io che altero i dati. Mi dispiace, hai perso. Del resto, sei un perdente.



    La seconda risposta
    Veniamo ora alla seconda domanda. Una domanda che non mi ero mai posto, per il semplice motivo che non è pertinente, come poi spiegherò a chi può capirlo. Vediamo: “E' VERO O NO CHE SENZA LA GERMANIA L'EUROZONA NEL SUO COMPLESSO SAREBBE IN DISAVANZO VERSO IL RESTO DEL MONDO?” Non lo so, aspetta che guardo. Dunque: prendo i paesi dell’eurozona, calcolo il loro commercio extra-zona, aggrego, poi tolgo la Germania dal mucchio, riaggrego. To’, guarda! Hai ragione tu! In effetti se prendiamo il periodo 1995-2010 mi risulta che in media il saldo commerciale consolidato dell’eurozona (cioè escludendo il commercio intra-zona) sia stato 0.1% del Pil, mentre senza la Germania sarebbe stato -0.6% del Pil. Bravo, che occhio! Solo che... ho due domande:

    1) ho forse detto il contrario nel mio articolo? e, soprattutto:

    2) la solita domanda.

    Perché vedi, caro, tu proprio non ci arrivi, io non so come spiegartelo. Chissà, forse tu ricordi quando l’eurozona era a undici paesi, come una squadra di calcio, e per analogia ti sei abituato a tifare “eurozona”. Certo, la psicologia di molti “eurofili” è un po’ quella del tifoso d’ a ‘a maggica o d’a ‘a Lazzzzio: “avemo vinto noi!” (eventualmente, ha vinto chi ha giocato, ma questo rinuncio a spiegartelo).

    La verità, amico caro, è che del risultato aggregato dell’eurozona a noi non ce ne torna, e quindi non ce ne frega, niente. La verità è che mentre tu ti fai le tue belle pugnette mentali su uno zero virgola (0.1, -0.6), i paesi che sono competitivi sulle proprie gambe hanno surplus di 4, 5, 10 punti di Pil. L’eurozona invece ha un surplus statisticamente indistinguibile da zero perché la Germania è competitiva sulle gambe nostre, e quindi tanto guadagna lei, tanto perde la periferia.

    Tu ragioni (anzi, “ragioni”) come uno che rientra a casa dalla moglie e le dice: “che bello, cara, siamo più ricchi, perché il nostro vicino ha vinto 1000 euro al gratta e vinci!”. Credo che lei ti porrebbe la domanda numero 2 (riclicca sopra), e non senza ragione. Ma il tuo caso è ancora più disperato: perché il tuo vicino i 1000 euro te li ha sfilati dal portafogli sotto i tuoi occhi, e tu non te ne sei nemmeno accorto! Ma ciononostante torni a casa e racconti: “il vicino ha 1000 euro in più! Il nostro caseggiato è più ricco! Se lui non ci fosse, il caseggiato avrebbe 1000 euro in meno”. E invece, se lui non ci fosse, saresti tu ad avere 1000 euro in più.

    E già questo fa capire che vacuo e patetico dilettante tu sia. Ma il vero problema (che tu non puoi capire) è che tutta questa discussione è comunque fondata sul nulla, per il semplice motivo che il dato nominale, sull’effettivo stimolo alla crescita, ci dice poco. Guarda, fai una cosa, smetti di leggere. Quello che segue non lo capiresti, non perdere tempo, mettiti davanti alla televisione, a cuccia, giù, c’è l’Infedele. Questa cosa la spiego a chi, oltre a un nome, ha almeno un neurone. Cioè tutti gli altri. Come vedi, sono di poche pretese.



    Cos’è ‘sta storia del nominale?
    Adesso ve la spiego.
    Supponiamo che per produrre un tappeto un tedesco impieghi un giorno di lavoro (mi piace immaginare il tedesco levantino che tesse il suo tappeto, basta parlare di BMW, è pubblicità occulta!). Poi lo vende a 10 euro. Esportazioni tedesche: 1 tappeto per 10 euro, totale 10 euro. Supponiamo che i prezzi raddoppino. Esportazioni tedesche: 1 tappeto per 20 euro, totale 20 euro. Caspita, direbbe il nostro ellissoide di rotazione, le esportazioni tedesche sono raddoppiate, è per quello che in Germania non c’è disoccupazione! Ma veramente quello che il nostro uovo di quaglia non sa è che... è raddoppiato solo il valore delle esportazioni, non il volume! Non è stato prodotto il doppio dei tappeti, quindi l’occupazione è rimasta quella di prima. E non è stato nemmeno guadagnato un gran che di più, perché è vero che ora guadagno il doppio... ma siccome i prezzi sono raddoppiati, col doppio dei soldi compro gli stessi beni. Chiaro, no?

    In generale, quando si parla di crescita si ragiona in termini reali, depurando le variabili dall’inflazione, e quindi per ragionare sui contributi alla crescita bisogna considerare i dati in termini reali, cioè depurati dall’effetto dei prezzi, cioè divisi per un opportuno indice di prezzo, cosa che mi accingo a fare. Ma prima vi spiego un’altra cosa.



    Scomponiamo la crescita
    Abbiamo visto in un post precedente che:

    Y+M = C + G + I + X


    cioè: le risorse che un paese ha a disposizione per i propri consumi privati (C), consumi pubblici (G), investimenti (I) e esportazioni possono essere prodotte nel paese (Y) o importate (M). Siccome le importazioni si pagano (il problema è tutto lì), esse corrispondono a un reddito non per noi, ma per chi ce le vende. Quindi, quando definiamo il reddito nazionale, le sottraiamo:

    Y = C + G + I + X – M

    Ora: già da qui si capisce che se le esportazioni aggiungono qualcosa alla crescita del reddito, Y, le importazioni in effetti sottraggono. Bisogna ragionare sul netto.

    Come si fa?

    Uno dei modi, il più semplice, è quello di calcolare il contributo alla somma Y di ogni suo addendo (C, G, I, X), sottraendo (ovviamente) quello di M (perché ha un meno davanti). Ci siamo?

    Ma come si fa a calcolare il contributo delle parti alla crescita del tutto?

    Il principio è semplice, mi capiranno soprattutto le donne giovani e gli uomini di mezza età. Secondo voi, prendete più peso se il vostro giro vita aumenta del 5%, o se la circonferenza del vostro pollice aumenta del 10%? La risposta è ovvia: dato che il pollice conta per molto meno dello 0.1% del peso corporeo, mentre l’addome pesa parecchio, è chiaro che un aumento del 5% del girovita vi fa crescere molto (di peso), mentre un aumento del 10% del “giropollice” non riuscite nemmeno a misurarlo con la vostra bilancia. La morale della favola è che per calcolare il contributo delle parti alla crescita del tutto bisogna ponderare i tassi di crescita delle parti con le rispettive quote del totale. In altre parole: il tasso di crescita di una somma è uguale alla somma dei tassi di crescita degli addendi, ponderati con le rispettive quote del totale. Dio che mal di testa... Mi rendo conto. Guardate: è una rottura di palle. Ma mai quanto sentirsi dire da dei patetici incompetenti che la Germania è la nostra locomotiva, giusto? Per facilitare chi questa cosa non la sa (è un semplicissimo fatto matematico) ho messo un esempio in fondo: chi vuole può guardarselo subito, chi non vuole può non guardarselo mai. Ma il principio è semplice e intuitivo, e ve lo ripeto: un addendo contribuisce tanto di più alla crescita di una somma quanto più:

    1) cresce in fretta (grande tasso di crescita), o:

    2) rappresenta una parte importante del totale (grande quota del totale).



    Le locomotive della Germania
    Applicando questa logica è possibile calcolare il contributo del commercio intra ed extra-eurozona alla crescita tedesca. Come si fa? Semplice. Si prendono i dati in termini reali di prodotto, consumi, investimenti e commercio (questi ultimi divisi per zona). Avremo quindi:

    Y = C + G + I + Xeuro + Xnoneuro – Meuro – Mnoneuro


    e si applica il procedimento di cui sopra.

    Io l’ho fatto per il periodo 1980-2010, cioè dall’anno dopo la creazione dello SME, all’ultimo anno per il quale avevo dati. I risultati? Eccoli qui:





    Tassi e quote sono le medie su tutto il campione (1980-2010). Tutte le variabili sono espresse in punti percentuali (insomma: sono moltiplicate per 100, altrimenti le virgole impicciano). I contributi sono il prodotto dei tassi per le quote (es.: il contributo del consumo è 0.009=0.016´0.574). L’ultima riga, evidenziata e in grassetto, esprime gli stessi contributi come percentuale del totale, cioè della crescita del Pil, che è pari a 1.7 (come abbiamo visto anche sopra, e come risulta dalla colonna Totale).

    Notate, ad esempio, che le esportazioni verso la zona euro, Xeuro, sono cresciute tre volte più velocemente dei consumi privati, C, rispettivamente al 5% e all’1.6% (nella prima riga della tabella). Tuttavia, siccome i consumi rappresentano una quota molto più importante della spesa rispetto alle esportazioni di zona (57.4% invece di 10.7%), il contributo dei consumi alla crescita è stato più alto di quello delle esportazioni: i consumi hanno contribuito per 0.016´0.574=0.009=0.9% (terza riga), e le esportazioni hanno contribuito per 0.05´0.10=0.005=0.5% (sempre nella terza riga). Il primo contributo, quello di C, rappresenta il 54.9% della crescita totale (ultima riga), mentre quello di Xeuro rappresenta solo il 31.8%. Vi ricordate l’esempio? In questo caso i consumi sono la pancia e le esportazioni il pollice.

    Che ci dice l’ultima riga? Che nel periodo considerato hanno contribuito alla crescita tedesca, come già detto, i consumi delle famiglie per il 54.9% (0.9 su un totale di 1.7), quelli collettivi per il 16.1% (0.3 su un totale di 1.7), gli investimenti per il 16.8%, le esportazioni verso l’eurozona per il 31.8%, quelle all’esterno dell’eurozona per il 46.5% ECCOVEDICHESEIDISONESTOLOAVEVODETTOIOCHELAGERMANIA CRESCEVADIPIÙPERMERITODELMERCATOEXTRAEURO... (cuccia, guardati Ballarò, ellissoide!), dicevo: mentre le importazioni dalla zona euro hanno sottratto il 23.4% e quelle extra-zona il 43.8%. Risultato: il contributo netto dell’eurozona è stato dell’8.44%, mentre quello dell’extra-zona di meno della metà: 3.69%. Perché? Ma perché, come vi ho detto, è vero che la Germania esporta di più verso l’extra-zona, ma siccome importa dall’extra-zona in misura quasi paritetica, i due effetti si compensano.



    Eurea prima sata est aetas...
    E nell’età dell’euro? Cambiano le cose? Eccome! Ecco qua:






    Vedete? La Germania ora campa molto di più sul commercio che sui consumi privati (il che mi fa pensare – con buona pace di Savonarola – che i tedeschi potrebbero star meglio, se i loro governanti volessero). E campa molto di più sul commercio che sugli investimenti (che poi è la cosa che preoccupava l’amico tedesco linkato sopra, perché lui pensa che nel lungo periodo investire poco non sia una buona idea: chi vivrà vedrà). Ma il contributo dei consumi pubblici, guarda un po’, è aumentato (il che mi fa pensare che a differenza della virtù femminile, la virtù di bilancio sia qualcosa che i politici preferiscono trovare a casa altrui, piuttosto che a casa propria. Del resto sappiamo che prima di imporre agli altri il Fiscal Compact, la Germania aveva violato per prima il Patto di Stabilità...).

    Sintesi: nell’età dell’euro il contributo dei consumi privati alla crescita in Germania è crollato di 23 punti arrivando al 31.1% (0.4 punti su un totale di 1.4), il contributo di quelli pubblici è leggermente aumentato (16.8%), quello degli investimenti si è più che dimezzato (7.5%). E il commercio, la locomotiva? Il contributo del commercio intra-zona, del commercio con i fratelli nell’euro, è triplicato dall’8.44% al 26.03%. E quello del commercio extra-zona? Sempre indietro, al 18.6%.

    Direte: sta indietro ma ha avuto una progressione più importante (da 4 a 19, arrotondando, cioè quasi cinque volte di più, anziché da 8 a 26, cioè quasi tre volte di più). Risponderò: amici cari, ma l’eurozona ha una crescita mediamente asfittica (chissà perché) mentre gli emergenti corrono a tassi fra il 5% e il 10%! Quindi non è per nulla strano che il loro contributo alla crescita tedesca cresca. Eventualmente, è strano che continui a crescere quello dell’eurozona. O meglio: sarebbe strano... se non sapessimo a cosa è servito l’euro! Chiaro, no?


    E naturalmente, avrete capito: se noi facciamo crescere la Germania, in effetti è difficile che lei faccia crescere noi: visto che le sue esportazioni (nette) sono le nostre importazioni (nette), a casa nostra quel contributo netto (Nxeuro) cambia segno. Ma questi numeri ce li vediamo un’altra volta.





    P.s.: scomposizione della crescita di una somma (per i tecnici)



    Supponiamo che z sia la somma di x e y. Il primo anno x = 4, y = 6, quindi z = 6+4=10. Poi x aumenta del 25%, da 4 a 5, e y aumenta del 100%, da 6 a 12. Di quanto aumenta z? Spero non diciate del 125%! No: il nuovo z è z = 5 + 12 = 17, quindi è aumentato solo del 70%.

    Come si calcola il contributo di x e y alla crescita di z?

    Nel primo periodo x è il 40% di z (4/10=0.4), mentre y è il 60% (6/10=0.6). I contributi di x e y alla crescita di z sono il prodotto dei rispettivi tassi di crescita per queste quote. Il contributo di x quindi è 0.25´0.4 = 0.1, e quello di y è 1´0.6=0.6. E infatti il tasso di crescita della somma (cioè di z) è la somma di questi contributi: 0.1+0.6=0.7.

    Se poi vogliamo, possiamo standardizzare il tutto notando che 0.1 è il 14% di 0.7, mentre 0.6 è l’86%. Quindi fatta 100 la crescita del totale, x contribuisce per 14 e y per 86.


    Fonte: Goofynomics: La locomotiva d'Europa e le locomotive della Germania
    Ultima modifica di x_alfo_x; 11-03-12 alle 16:28

  5. #5
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    La Germania e la crisi dell'eurozona
    Ah, gli studenti... Che creature meravigliose! Dopo tanti anni non cessano di sorprendermi. Sorprese buone e cattive, naturalmente...

    Mi ricorderò sempre di quella volta che a Roma uno studente alto due metri e largo quasi altrettanto, un ottimo pilone della mischia, scoppiò in lacrime esclamando: “Professore, questa domanda è troppo semplice, non riesco a rispondere!”. E naturalmente da allora le mie domande furono sempre più semplici, perché io, che sono uomo di fede, desideravo tanto ripetere il miracolo: quello di far sgorgare l’acqua dal granito. Ma nella loro varietà sterminata, nel groviglio inestricabile delle loro affascinanti personalità in divenire, dei loro percorsi di vita, queste meravigliose creature obbediscono ad alcune leggi fondamentali, leggi ferree, al cui determinismo nessuno riesce a sottrarsi, se non, forse, qualche autentico genio, che credo di non aver mai incontrato, o che magari ho incontrato senza riconoscerlo (ammetto i miei limiti). E la prima di queste leggi ferree è questa: uno studente non ti farà mai una domanda della quale non creda di sapere la risposta. Questo perché lo scopo della domanda, naturalmente, non è cercare di capire, ma mostrare di aver capito. Alcuni, una eletta minoranza, spingono il proprio zelo fino all’estremo limite, che è quello di farti una domanda per dimostrarti a te (a te insegnante) che tu non hai capito.

    Studenti di questo genere non erano infrequenti a Roma. Nel dipartimento che fu di Federico Caffè insegnavo econometria, una materia piuttosto tecnica. Nel tentativo (vano) di combattere l’Alzheimer, invece di proiettare tante belle slides di PowerPoint, con santa pazienza mi facevo tutte le dimostrazioni alla lavagna, passo passo. E naturalmente c’era sempre qualcuno che a un certo punto diceva: “ma professore, il segno di sigma non dovrebbe essere negativo (o positivo)?”.

    C’è un’altra legge ferrea cui soggiacciono gli studenti: la legge di Murphy. E quindi la domanda maliziosetta, ahimè, risulta sempre infondata. Aggiungevo il passaggio che speravo di poter omettere (contando sulle capacità di astrazione del mio pubblico), per dimostrare, con eleganza, al fesso di turno che aveva torto, e si andava avanti. Il problema è sempre quello: se una cosa passa dall’altra parte dell’uguale, cambia segno. Che poi significa che se tu dai dei soldi a me, io divento più ricco e tu più povero. Passando dall’altra parte, i soldi hanno cambiato segno: meno per te, più per me...

    Perché vi racconto questi insulsi aneddoti? Perché voi, per vostra e mia fortuna, non siete studenti. Tutti (tranne uno) fate domande profonde, animate da un reale desiderio di conoscenza. E io non posso sottrarmi al piacere di rispondervi. Perché a me insegnare piace, ed è molto più bello insegnare a dei “non studenti” (nel senso sopra definito).

    Nel post precedente affermavo ciò che è, ovvero che (mi cito): “è successo l’esatto contrario di quello che dice Sinn: da quando c’è l’euro i differenziali si sono ridotti (non sono aumentati) e lo hanno fatto perché nei paesi periferici l’inflazione è diminuita (non è aumentata), mentre è aumentata in Germania e Austria”. Al termine di questo post aggiungevo un commento: “il ragionamento svolto qui si presta a una delle tipiche obiezioni del piddino... Attendo fiducioso!”.

    E nonostante Antonino, per carità di patria, si fosse “piddinizzato” (immagino una scena del genere) per fare lui la domanda, nel tentativo generoso di evitare al piddino di manifestarsi, ponendo la questione in questi termini: “ma non avevi detto che il differenziale dei prezzi era l'origine del problema? e vedi che con l'adozione dell'euro i differenziali sono diminuiti? lo vedi che l'euro è cosa buona e giusta?”, ecco che l’amico piddino, che chiameremo S&P (per la sua sagacia e la sua propensione a elargire rating errati), non rinuncia... gli prudono le dita... deve fare la domandina maliziosa... deve dimostrare la sua indipendenza di pensiero... che poi, visto che non pensa, è data per definizione... “professore, ma sigma ha segno meno!”... ed ecco il suo capolavoro di malizia studentesca, riportato come commento sotto il post precedente:



    16 novembre 2011: "L’indebitamento privato estero ha una causa strutturale nota: i tassi di inflazione dell’eurozona non stanno convergendo. Dal 2000 al 2007 la Germania ha avuto l’inflazione media più bassa (1.6%). All’estremo opposto Irlanda (3.4%), Grecia (3.2%), Spagna (3.1%) e Portogallo (2.9%) hanno avuto l’inflazione più alta [...] La Fig. 2 mostra come nei PIGS l’indebitamento estero si sia mosso in simmetria con lo scarto fra prezzi interni e prezzi tedeschi: a maggior inflazione cumulata corrisponde maggior indebitamento estero".

    26 febbraio 2012: "fino alla crisi del 2007 il differenziale di inflazione è sceso (non salito), raggiungendo il minimo storico di 1.4 nel 2007 (parte ombreggiata della Fig. 2). E attenzione! Se i tassi di inflazione si sono venuti incontro, vuol dire che, generalmente, sono calati dove erano più alti, e cresciuti dove erano più bassi".

    A novembre i tassi di inflazione dal 2000 al 2007 non convergono, a febbraio invece si vengono incontro.

    Secondo me Sinn preferisce l'autunno all'inverno ;-)




    Bravo, S&P. Resta in linea: ieri ho pubblicato solo metà dell’articolo: non lo sapevi, ma la risposta era già pronta. Scusami se arriva in ritardo, sai, ogni tanto anche noi docenti universitari dobbiamo lavorare (che ingiustizia!). Non ti invito a leggerla, per due motivi: primo, perché non puoi capirla (tu, ma gli altri lettori sì, e anzi l’hanno già capita); secondo, perché è inutile: tu leggi tutto, ma non capisci niente.




    (segue dal post precedente)

    Un attimo... sto aspettando il fesso di turno... eccolo: arriva subito, non c’è molto da aspettare... Il piddino dirà: “sei in contraddizione: se l’euro ha contribuito a ridurre i differenziali di inflazione, come può aver avuto effetti così disastrosi sulla competitività? Allineando la crescita dei prezzi l’euro ci ha salvati! Quindi quello che ci hai detto finora non è vero, hai sparato un sacco di balle perché sei devastato dalla tua livida invidia verso i tedeschi, perché non sei bravo come loro, e per convincerci a seguirti su questa china scivolosa hai falsificato la realtà!” Questo dirà il piddino. Questo dice da quindici anni. Con questi “argomenti” mi ha frantumato gli ellissoidi. Quindi io con lui non parlo più, ma parlo con te, caro lettore, affrontando il terzo punto, che ci aiuta a capire che Sinn mente non per incompetenza, ma per furbizia (quella che Cesaratto chiama vittimismo).

    Vedete, questa cosa che l’euro sarebbe stato benefico perché ha ridotto l’inflazione e in particolare lo scarto fra i tassi di inflazione dei paesi europei è uno dei cavalli di battaglia degli euroti. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere, ad esempio da Romano Prodi, o, in forma più tecnica, da Paperoga Jonung, quello che nel 2010 ha scritto il panegirico dell’euro, sbagliando genere letterario: una oraison funèbre sarebbe stata più appropriata, come Krugman gli hafatto notare.

    Ecco, se vi leggete il working paper di Paperoga, a pag. 28 trovate l’epitome della saggezza piddina: “The euro is well established. The euro has not created political turmoil in Europe. It has fostered integration of financial, labour and commodity markets within the euro area... Inflation differentials within the euro area are presently of the same order of magnitude in the euro area as in the United States.”

    Vedete? Anche Paperoga ve lo dice: i differenziali di inflazione si sono ridotti. Quindi Sinn ha torto... e quindi ho torto anch’io?

    No, purtroppo, purtroppissimo, io ho ragione. La mancata convergenza dell’inflazione rimane un fatto, e un fatto dirompente per l’eurozona. Del resto, nel post precedente lo dicevo: “anche gli euroti hanno torto (perché la riduzione dei differenziali c’è stata ma non è stata un successo, come se vuoi ti spiegherò)”. Come si spiega questo paradosso? Come è possibile che se gli scarti fra i tassi di inflazione si sono ridotti, non ci sia stata convergenza?

    Ma cari, è semplicissimo: la convergenza si compie quando gli scarti diventano in media nulli, il che significa, in buona sostanza, che un paese x ogni tanto ha un po’ più di inflazione del paese di riferimento (la Germania), e ogni tanto un po’ di meno. Scarti positivi e scarti negativi si compensano. La media di +1 e -1 è zero. Questa è convergenza. La media di 0.5 e 0.5 è 0.5. Questa non è convergenza, anche se prima lo scarto era, poniamo, 20. Questo è il motivo per il quale sbagliano sia Sinn (perché i differenziali non si sono allargati con l’euro), sia gli euroti (perché la convergenza non c’è stata, e non c’è stata per il motivo che non faceva comodo al capitalismo dei paesi del nucleo).

    Avrete anche notato un’altra perla dell’amico S&P: nel suo intervento mi rimprovera di aver detto a novembre che l’inflazione greca è alta, il che gli sembra in contraddizione con il fatto che ieri ho detto che l’inflazione greca è scesa.

    Ma amico caro! Se nel 1993 l’inflazione greca era al 14% e nel 2005 al 3% cosa devo dire, per farti felice? Che è salita? Mi dispiace, non posso. E se nel 2005 l’inflazione tedesca era al 2%, cosa devo dire, che era più alta di quella greca? Mi dispiace, non posso. Il problema è che tu, da buon dilettante, confondi statica (quello che succede in un dato anno) e dinamica (come si sono mosse le variabili nel tempo). Che perla! Anzi, che pirla!

    Comunque, per quelli che amano la tecnica, e se la possono permettere (quindi, caro S&P, lascia perdere: non fa per te), la spiegazione della mancata convergenza fra i tassi di inflazione europei, anzi, della convergenza in tre club distinti (ricchi, poveri, e italiani) è nel più volte citato working paper della Bce.

    Ma non c’è bisogno di tanta tecnica. Basta un po’ di buon senso, di umiltà (ecco, quella S&P non ce l’ha, ma peggio per lui), e uno sguardo ai dati, che passiamo a dare.



    Punto terzo: i differenziali di inflazione, che preesistevano all’euro, sono da sempre a vantaggio della Germania.
    Lo si vede abbastanza bene nella Fig. 1 della prima parte del post, ma può essere utile formulare la figura in modo un leggermente diverso, sottraendo alle varie inflazioni nazionali quella tedesca






    (vi ricordo che la fonte è sempre il Fondo Monetario Internazionale).

    La Fig. 3 quindi non mostra i tassi di inflazione dei paesi europei, ma quanta inflazione in più (o, raramente, in meno) essi hanno avuto rispetto alla Germania, cioè i “differenziali” di inflazione dei partner dell’eurozona rispetto alla Germania. Apro e chiudo una parentesi per dire che il termine giornalistico “differenziale” è quanto mai inappropriato: serve a far sembrare complicata una cosa che in realtà è semplice. La parola corretta, in italiano, sarebbe “scarto”, ovvero la misura di quanto il tasso di inflazione di un paese si scosta da quello di un altro.

    Ma torniamo alla Fig. 3. Si vede bene che, a parte una breve parentesi attorno allo sconquasso del 1992-93, solo l’Olanda (più o meno fra 1986 e 1990, spezzata celeste) e la Finlandia (fra 2004 e 2006, spezzata verde) sono riuscite a scostarsi per brevi periodi verso il basso, cioè ad avere inflazione inferiore a quella tedesca. Per chi non ama i grafici (o non si fida: poverini, li capisco: la televisione dice il contrario, non sia mai questo qui, che nessuno sa chi è – in Italia – mi voglia fregare...), ecco i numeri (se vuoi te li do anche tutti, qui ti metto le medie):




    In tutti i paesi dell’eurozona l’inflazione è stata in media più alta che in Germania, prima dell’euro, e dopo l’euro. Unica eccezione, evidente nel grafico, l’Olanda nel periodo pre-euro: del resto, si vede bene che i paesi della cosiddetta area del marco (Austria, Olanda, Belgio) hanno differenziali irrisori rispetto alla Germania (ed è appunto per questo che questi paesi costituivano – e costituiscono – l’area del marco). Dal 1999 gli scarti si sono ridotti, lo si vede bene. Quello della Grecia è passato da 13.5 punti a 1.7 punti, quello del Portogallo da quasi 9 a 1, ecc. Ma guarda un po’, sono tutti positivi!

    Rimaniamo al dato, per favore, senza moralistiche fughe in avanti di tipo piddino: “ecco, vedi, i tedeschi sono più bravi...”. Questo argomento è ingenuo, come ho detto più volte. Tornerò a dirlo dopo, ma ora vediamo cosa comporta questa persistenza degli scarti.



    Le conseguenze della non convergenza per gli squilibri esterni
    Naturalmente, visto che l’inflazione è stata sistematicamente più alta nella “periferia”, i prezzi sono cresciuti di meno in Germania che in tutti gli altri paesi, come si vede dalla Fig. 4, che riporta gli indici di prezzo dell’eurozona con base 1999=100.






    (i relativi dati sono in questa tabella:






    Diciamo che dal 1999 al 2011 i prezzi sono cresciuti, complessivamente, del 21.7% in Germania, del 26.4% in Austria, del 48% in Grecia, e via dicendo.

    Cosa c’entra con gli squilibri esterni? C’entra, c’entra...

    Come ho spiegato dettagliatamente in questo post, quello che conta ai fini della competitività di prezzo di esportazioni e importazioni non è il livello dei prezzi in un determinato paese, ma l’evoluzione del rapporto fra i prezzi di un paese e quelli del suo partner. Questo rapporto si chiama tasso di cambio reale. Vedete bene che se partendo dai dati della Tabella 1 costruiamo i tassi di cambio reali bilaterali fra Germania e “partner” dell’eurozona, cioè se facciamo i rapporti (prezzi tedeschi)/(prezzi partner), il risultato è quello riportato in Fig. 5:






    Cosa dice la Fig. 5? Dice che nonostante i differenziali di inflazione fossero tutto sommato esigui (nell’età dell’euro il più alto era quello della Grecia a 1.7, come abbiamo visto sopra), la loro persistenza (cioè la mancata convergenza) ha consentito alla Germania una svalutazione reale rispetto a tutti i partner dell’eurozona (solo la Finlandia ha tentato di resistere), svalutazione in alcuni casi notevole, attorno al 15% a fine periodo (per Irlanda, Grecia e Spagna). Cosa significa “svalutazione reale”? Significa che in rapporto ai beni dei partner, quelli tedeschi hanno progressivamente ridotto il loro prezzo.

    Ovviamente (Goofynomics) se ti poni dal punto di vista dei partner, e quindi calcoli i loro cambi bilaterali rispetto alla Germania, cioè i rapporti (prezzo partner)/(prezzo Germania), assisterai a una rivalutazione (è strano come una svalutazione reale vista dall’estero somigli a una rivalutazione reale):






    Cosa significa “rivalutazione reale”? Significa che i beni dei partner sono diventati sempre più cari rispetto a quelli dei beni tedeschi. E le conseguenze sul commercio le abbiamo viste fin dal primo post: un saldo delle transazioni correnti negativo e sempre più ampio, il che indica, come abbiamo chiarito in quest’altro post, che i paesi periferici si stavano indebitando con il centro per pagare i beni del centro.

    I dati della Fig. 6 sono quelli che figurano nel primo post di questo blog. E finalmente Marco Palermo smetterà di assillarmi chiedendomi come sono costruiti. E come devono essere costruiti? Sono dei tassi di cambio bilaterali! Marco, ego te absolvo, naturalmente, ma se l’economia ti interessa tanto, prima di Kalecki leggiti questo o il Mankiw, così quando parlaimmo ce capaimmo: un tasso di cambio reale è un tasso di cambio reale. Tautologico, ma pratico. Non mi diventare anche te uno S&P.


    Squilibri esterni e vittimismo
    Facciamo il punto:

    1) a partire dalla metà degli anni ’80 i differenziali di inflazione fra paesi partner dell’eurozona e Germania si sono ridotti;

    2) questo processo è continuato anche dopo l’entrata nell’euro, che quindi non ha né causato né amplificato i differenziali di inflazione;

    3) al contempo, questi differenziali sono sempre rimasti in media positivi, cioè gli altri paesi hanno continuato ad avere più inflazione della Germania, e quindi non cè stata convergenza fra tutti i partner dell'eurozona;

    4) questo ha determinato una svalutazione reale della Germania rispetto a tutti i partner, se pure in misura variabile (e simmetricamente una rivalutazione reale dei partner rispetto alla Germania);

    5) questa svalutazione reale ha contribuito al grande successo delle esportazioni tedesche, successo che, come abbiamo visto, è molto più marcato rispetto ai partner dell’eurozona che rispetto al resto del mondo. Il che è ovvio, visto che il resto del mondo, per difendersi, ha a disposizione lo strumento della flessibilità del cambio.

    Bene.

    Ora possiamo capire perché Cesaratto definisce Sinn “vittimista”. Il motivo è semplice: da questi sviluppi dell’inflazione nell’eurozona (sviluppi che Sinn riporta scorrettamente), la Germania ha tratto un enorme beneficio in termini commerciali. Vale forse la pena di riportare il noto grafico sui saldi esteri (transazioni correnti) tedesco e dei partner. Questi saldi, vi ricordo, esprimono l’accreditamento (se positivi) o indebitamento netto dell’intero paese (settore pubblico e privato) nei riguardi dell’estero. Ve li riporto in miliardi di dollari, ricordandovi che i dati riferiti a 2011 e 2012 sono previsioni, cioè pii desideri, del Fondo Monetario Internazionale:





    Vedete? Caso mai ci fosse un dubbio su quanto sono importanti i prezzi nel determinare le dinamiche commerciali (altro che innovazione, altro che ricerca e sviluppo!...). La Fig. 7 riflette esattamente la situazione dei differenziali vista sopra. In Europa ci sono due grandi creditori: la Germania e l’Olanda (l’unica che storicamente ha “tenuto botta” rispetto alle deflazioni competitive tedesche). C’è poi un pugno di paesi più o meno in equilibrio esterno (Austria, Belgio, Finlandia, più creditori che debitori, ma per importi netti relativamente contenuti, almeno in assoluto), e poi ci sono i debitori: Spagna, Grecia, Italia, Francia, Portogallo ecc. Attenzione: i dati della Fig. 7 sono assoluti (miliardi di dollari), e quindi l’indebitamento greco (in arancione) sembra più piccolo di quello italiano. Ma ovviamente, se li rapportiamo al Pil dei vari paesi, il quadro apparentemente cambia:





    Certo, siccome il Pil di Olanda, Austria, ecc. è molto piccolo, i loro accreditamenti, se espressi in punti di Pil, sono ovviamente più grandi. E siccome il Pil della Grecia è più piccolo di quello dell’Italia, si vede bene che il suo indebitamento estero è molto più grande, in rapporto ai mezzi di cui il paese dispone, del nostro (sappiamo già che era oltre la soglia di guardia fin dal 2000). Ma il quadro, tenuto conto di queste ovvie differenze, non cambia poi così tanto: la Germania entra nell’euro con un indebitamento netto di un paio di punti di Pil all’anno, e ne esce con un accreditamento netto superiore ai 5 punti di Pil. E questi sviluppi sono perfettamente coerenti con la dinamica dei prezzi. Quella della quale Sinn... si lamenta (riportandola in modo scorretto)!



    L’origine degli squilibri: il mercantilismo monetario
    C’è una cosa che va capita. L’inflazione non è come gli uragani, gli tsunami, non è una forza della natura cieca, incontrollata, al cui percorso ineluttabile gli uomini devono soggiacere. Direi proprio di no. L’inflazione può essere gestita, ad esempio ostacolando il normale funzionamento delle forze di mercato. Mi spiego.

    I dati visti finora hanno una lettura molto semplice, quella che abbiamo dato più volte, e che Sergio Cesaratto fornisce in modo molto limpido. Fin dagli anni ’50, e in modo assolutamente esplicito e dichiarato, la Germania ha praticato una strategia di “mercantilismo monetario”. Ricordo che il mercantilismo è l’atteggiamento di politica economica secondo il quale uno stato deve tendere ad arricchirsi sviluppando le proprie esportazioni e proteggendosi dalle importazioni. Questo atteggiamento:

    1) è intrinsecamente non cooperativo e quindi non confacente a un progetto di Unione Economica, perché se io devo esportare, occorre che qualcuno importi, ma se i miei partner vogliono esportare anche loro, evidentemente si va allo scontro

    2) ed è anche, come tutti ormai sanno, globalmente incoerente, perché se tutti i paesi del mondo contassero sulle esportazioni per crescere, anziché, poniamo, sulla domanda interna, dovremmo esportare le nostre merci su un altro pianeta, come Krugman ci ricorda.

    Ma questo è, da sempre, l’atteggiamento tedesco. Un atteggiamento imperialistico che ha radici storiche profonde: non a caso, la ricerca di mercati di sbocco ha provocato due guerre mondiali (e vi risparmio la storia del Drang nach Osten, o quella del conflitto in Jugoslavia). Una costante storica, che può essere ignorata solo da chi vuole ignorarla.

    In un sistema di cambi fissi, come quello di Bretton Woods prima, come lo Sme “credibile” poi, e come l’euro adesso, c’è un modo molto semplice per promuovere le proprie esportazioni: basta imporre ai lavoratori una estrema moderazione salariale. Se lo si fa, si pratica di fatto una svalutazione reale competitiva (quella che abbiamo visto sopra): i prezzi dei beni nazionali crescono meno di quelli esteri, e quindi l’export cresce sempre di più. E attenzione (lo dico agli eventuali piddini): perché questo accada non occorre che i differenziali di inflazione siano grandi. Basta che siano persistenti, cioè che in media non cambino segno. Che è esattamente quello che è successo nell’eurozona, come abbiamo visto sopra.

    Quindi Sinn non è solo vittimista, nel suo resoconto distorto dell’inflazione. È anche ipocrita, perché la persistenza dei differenziali di inflazione a vantaggio della Germania è qualcosa che il capitalismo tedesco ha provocato, gestendo come sappiamo il mercato del lavoro, e vantandosene anche: “fate come itedeschi, più produttività e stipendi contenuti”, diceva Berger nel 2011. Solo che la maggiore produttività dai dati non si vede: anche qui, attenzione: la produttività tedesca è più alta di quella italiana (oggi), ma come vedete da questo grafico:




    tratto dal sito di Ulrich Fritsche (Università di Amburgo), il suo tasso di crescita è in calo dal 2003, e non è statisticamente distinguibile da zero dal 2007. Quindi, come ci ricorda il collega tedesco, e come è chiarissimo ai tedeschi stessi (vocidallagermania ce lo ricorda sempre): “the fact, that the German economy has a extraordinary export performance and competitiveness was mainly driven by massive wage restraints but is not due to productivity gains”: la competitività tedesca è dovuta a massicci tagli di salari (reali) e non a guadagni di produttività. Certo, il confindustriale di turno (Berger) non può dirlo così. E il Tafazzi di turno (S&P) ovviamente crede a tutto quello che gli dicono (salvo se lo dico io).Ma i dati sono dati.

    E di questa situazione che ha creato, ora il capitalismo tedesco non vuole pagare le inevitabili conseguenze. Perché se vuoi essere in surplus per sempre, devi rassegnarti a finanziare i deficit di chi compra i tuoi beni. Questo è quanto fa la Cina con gli Stati Uniti. Ma la Germania non vuole più farlo con la Grecia. Perché? Ma è semplice: perché aggredendola sul mercato finanziario può causarne il crollo e comprarsela. La Grecia ora gli serve più come fabbrica cacciavite per competere con il resto del mondo, che come partner commerciale. E quindi: “privatizzate! Togliete diritti ai lavoratori! Tagliate i salari! Arriviamo noi...”



    E i lavoratori tedeschi?
    Chiederete (giustamente): ma perché i lavoratori tedeschi accettavano di essere pagati poco? Sostanzialmente per due motivi, sembra di capire. Perché da un lato la continua svalutazione (dei loro salari) consentiva alla Germania di competere vittoriosamente sul piano dell’export e quindi di garantire un minimo di occupazione. La minaccia molto esplicita era: “o prendete meno soldi, o delocalizziamo”. E il tedesco, disciplinato, chinava il capo. Si sa, non è di fronte ai potenti che dà il meglio di sé, povero tedesco...

    E poi perché in Germania si è creato un mercato del lavoro “duale”: da un lato gli operai del manifatturiero destinato all’esportazione, che vengono pagati piuttosto bene (ma attenzione: a tenere bassi i costi ci pensa una serie di lavoratori interinali senza particolari coperture); dall’altra un esercito di sottooccupati nel settore dei servizi (che ha una produttività ridicola), cioè di disoccupati nascosti che campano con minijob a 400 euro al mese. La presenza di uno Stato sociale piuttosto attivo e prodigo di mancette a vari livelli (politiche abitative, ecc.) permette a questi sottoproletari di sopravvivere, e sono loro l’esercito industriale di riserva che permette di tener bassi i salari in Germania. Certo, se li si contasse fra i disoccupati (ad esempio facendo riferimento alle unità di lavoro, cioè al fatto che un lavoro vero conta per quattro minilavori) il quadro cambierebbe. Philippe Murer, che insegna alla Sorbona, ha stimato che facendo le opportune correzioni la disoccupazione tedesca arriverebbe al 15%. Il che spiega piuttosto bene la "moderazione", non trovate?
    E al di là di questo, il mantenimento di un mercato del lavoro duale comprime i consumi (come abbiamo visto qui: nell'età dell'euro il contributo dei consumi interni alla crescita tedesca è uno sparuto 30%, inferiore perfino a quello che si misura in Cina, pari a circa il 35%, come ho calcolato nel mio libro sulla crescita cinese). Non solo: il mercato duale, ovviamente, amplifica la disuguaglianza, con conseguenze potenzialmente devastanti sul tessuto sociale tedesco, e quindi europeo, come sottolinea l’International Labour Organization nel suo rapporto 2012 (andate a vedere il box 4 del rapporto, è interessante). E la stessa ILO chiede al governo tedesco di cambiare modello di sviluppo. Comunisti? Complottisti? Chissà...

    Come risolvere gli squilibri?
    Molto semplice: basterebbe lasciar agire la legge della domanda e dell'offerta. Visto che i beni tedeschi sono così domandati, i loro prezzi dovrebbero crescere più in fretta, non meno in fretta, di quelli degli altri. Nel tempo i saldi esterni si riequilibrerebbero. Questa rivalutazione reale farebbe stare meglio i salariati tedeschi, inclusi quelli del settore dei servizi (che guadagnerebbero di più), e quelli italiani (che non perderebbero il proprio lavoro). Ma naturalmente la coperta è sempre troppo corta: chi starebbe peggio? Ma è chiaro: i capitalisti tedeschi. Quindi non si può fare.

    Ma si può fare un'altra cosa: tornare alle valute nazionali, e lasciar agire la legge della domanda e dell'offerta sul mercato valutario (visto che su quello dei beni la Germania ne impedisce il funzionamento). Non sarebbero i beni tedeschi a costare di più, ma la valuta tedesca. L'equilibrio verrebbe comunque ristabilito (come accadde nel 1992). Dal nostro punto di vista, la fisiologica rivalutazione tedesca corrisponderebbe a una moderata svalutazione difensiva del cambio nominale (ovvia reazione all'aggressiva deflazione competitiva tedesca). Perché poi la domanda è: se svalutare quando si è in deficit è tanto vergognoso, rivalutare quando si è in surplus sarà glorioso, no? E allora perché la Germania non vuole farlo? Alla fine dovremo costringerla.

    Sintesi
    Il modello di mercantilismo monetario ha due limiti:

    1) la non sostenibilità esterna, che è in primo luogo non sostenibilità finanziaria dei debiti dei partner commerciali, e poi non sostenibilità reale di un modello che, se generalizzato, ci impone di esportare su Marte;

    2) la non sostenibilità interna, che è la non sostenibilità di un modello basato su un mercato del lavoro duale che esaspera le disuguaglianze e condanna il paese a vivere sempre di più sulla domanda esterna e sempre meno sulla propria, in un circolo vizioso di austerità autoimposta.

    Ma Sinn questi limiti non li vede, non lo interessano. Perché il conto vuole farlo pagare a noi.

    Ed è per questo che mi sono pacatamente permesso di notare che oltre che un "distratto" (perché riporta in modo falso i fatti) e un vittimista (perché si lamenta di una situazione dalla quale il suo paese ha tratto beneficio per 10 anni), Sinn è anche un economista forse un po’ sopravvalutato (perché la sua visione è necessariamente di breve respiro).

    Comments welcome, inclusi quelli del povero S&P, che in fondo a me fa un po’ pena, come mi fa pena Dana, che si estasia per le mancette che il capitalismo tedesco elargisce ai suoi sottoproletari, come mi fanno pena tutti quelli che si ostinano a non voler capire quali sono le forze che li stanno stritolando. Poveracci! Nonostante la loro ottusità, non meritano certo l’orribile fine che stanno per fare (e noi con loro).

    Fonte: Goofynomics: La Germania e la crisi dell'eurozona
    Ultima modifica di x_alfo_x; 11-03-12 alle 18:30

  6. #6
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    Ma come fanno US e UK...

    Mai sentito parlare di Louis Vierne? Era un organista francese, dalla vita particolarmente sfortunata: cieco dalla nascita, tradito dalla moglie, perse un fratello e un figlio in guerra, non riuscì a succedere alla cattedra di Guilmant in conservatorio, nonostante diciotto anni di precariato, e neanche a Widor nella titolarità dell’organo di St Sulpice. Gli toccò l’organo particolarmente inefficiente di Notre Dame, devastato dalle intemperie, e lui si sfiancò di concerti per tutta l’Europa cercando fondi per farlo restaurare completamente. E cinque anni dopo esserci riuscito, nel 1937, a 67 anni, morì riverso sulla tastiera del suo organo, al termine del suo 1750° concerto (e naturalmente chi sa la storia della musica, oltre a toccarsi, coglie l’allusione).

    Che c’entra con la Goofynomics? Quasi niente, ma non sono riuscito a non pensare a questo aneddoto raccolto in conservatorio leggendo questo messaggio di un lettore:

    “la gran bretagna ha un debito estero di circa 8000 mld $ +un debito pubblico al 44% del pil! come mai i mercati non l'affondano pur avendo a un pil di circa 2000 mld $ che è del tutto ridicolo dati questi debiti????????????????????”

    Amico, intanto ti chiederei di rassicurarmi. Non farmi pensare che sei caduto riverso sul punto interrogativo della tua tastiera, come il povero Vierne sul mi della sua, o come (ma sì, spaziamo!) la conturbante Faye Dunaway sul clacson della sua auto in Chinatown. Preferisco pensare che l’abbondanza di punti interrogativi denoti incredulità, e magari un minimo di intento polemico, piuttosto che l’esito di un ictus (o di un proiettile nella nuca). Sarà senz’altro così, e allora provvedo a risponderti. La risposta sarà comunque istruttiva... per i superstiti!

    L'aritmetica del debito estero

    Dunque: partiamo dai dati. Il 44% di rapporto debito pubblico/Pil mi sembrava un po’ basso, e in effetti non è che sia un dato sbagliato, solo che si riferisce a prima della crisi. Nel 2010 era già al 75%. Eh già! Il debito pubblico UK è aumentato in tre anni di circa 30 punti di Pil, nello stesso periodo in cui il nostro aumentava di circa 15 punti di Pil. Ma certo noi partivamo da più alto e dovevamo quindi stare più attenti.

    Gli 8000 miliardi di dollari di debito estero mi sembravano ancora più sbalorditivi, perché sono troppi se misurati bene, e troppo pochi se misurati male.

    Mi spiego. Il debito estero viene usualmente valutato in termini netti. Quello che conta è la posizione netta: se ti sei fatto prestare 1000, ma hai prestato 2000, sei sempre in attivo di 1000 (so che non crederai a me, avresti usato una punteggiatura più sobria, ma credi almeno a Krugman). Ora, qualcosa di simile a 8000 miliardi di dollari di passività lorde sull’estero la Gran Bretagna ce l’aveva nel 2004 (per l’esattezza: 7981 miliardi di dollari). Solo che nello stesso anno la Gran Bretagna vantava 7549 miliardi di attività lorde sull’estero. E quindi, compensando i soldi che doveva agli altri (7981) con quelli che gli altri dovevano a lei (7549) si conclude che in quell’anno la posizione netta sull’estero era sì debitoria, ma per soli 431 miliardi. Circa il 20% del Pil, come gli Stati Uniti, come l’Italia (che nel 2004 stava leggermente meglio: solo il 16%). I dati vengono dal solito External Wealth of Nations Dataset.

    Certo, poi le cose sono peggiorate. Tieniti forte: nel 2010 il debito estero lordo del Regno Unito era di addirittura 14527 miliardi di dollari (fonte: International Financial Statistics, edizione 2010#12). Ma siccome il Regno Unito, a sua volta, aveva prestato al resto del mondo 14055 miliardi di dollari, ecco che la posizione netta non era molto cambiata: sempre in rosso, ma per soli 472 miliardi di dollari. Pari al 21% del Pil. Più o meno come l’Italia oggi.

    Perché loro sì e noi no?

    Ma fra Regno Unito e Italia in termini macroeconomici ci sono due differenze importanti (ce ne sono molte di più, lo so, grazie, ma qui contano le due che ti dico). La prima è la più ovvia, e se permetti te la lascio spiegare in modo ottimo dall’amico Tommaso Sinibaldi, sempre chiaro e documentato.

    La seconda differenza è un po’ più per iniziati, ma nemmeno tanto. La Gran Bretagna, come del resto gli Stati Uniti, riesce a prendere in prestito a tassi bassi, e a investire all’estero a tassi alti, per cui, nonostante abbia con l’estero un debito netto, invece di pagare interessi netti incassa interessi netti. Perché la Gran Bretagna paghi interessi bassi è chiaro: il rischio paese è molto basso, essendo fuori dalla zona euro. I tassi sui titoli pubblici UK, ad esempio, sono scesi ultimamente sotto quelli dei mitici Bund. Perché incassi interessi alti è altresì chiaro: la Gran Bretagna ha una posizione attiva in termini di investimenti diretti esteri. Significa, per capirci, che nel 2009, mentre gli investitori stranieri possedevano imprese in Gran Bretagna per 600 miliardi di sterline, la Gran Bretagna possedeva imprese all’estero per 1000 miliardi di sterline. E un’impresa, se la scegli bene, rende più di un titolo di Stato. Naturalmente sui titoli la Gran Bretagna ha una posizione passiva, che compensa, in termini di stock, quella attiva sugli investimenti diretti. Ma siccome questi rendono di più, nel 2009 i redditi esteri netti da capitali della Gran Bretagna erano pari al +1.48% del suo Pil. E i nostri al -1.64% (sostanzialmente a parità di debito netto/Pil). Il nostro problema è che ci stiamo indebitando con l’estero per pagare gli interessi all’estero. Capisci, vero, cosa significa? E chi lo sta facendo è il settore privato, per due terzi. E ora penso che tu intuisca anche quali saranno le conseguenze di una manovra che impoverirà ulteriormente una parte consistente di questo settore.

    Conclusione

    La Gran Bretagna, invece, è nella felice posizione di chi si fa pagare... per prendere soldi in prestito!Quindi tranquillo: Cameron sta meglio di noi e anche della Merkel. Ed è anche e soprattutto per questo che preferisce starsene fuori. Chiamalo scemo...

    P.s.:
    Scusate se non parlo della manovra. Mi sembra che si commenti da sé, e del resto l'hanno commentata tutti. E allora, forse è più utile chiarire i concetti di base...

    Fonte: Goofynomics: Ma come fanno US e UK...
    Ultima modifica di x_alfo_x; 11-03-12 alle 18:34

  7. #7
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    Draghi! Portece n’antro ltro...
    (dal terminal Sud di Orly)


    Nei commenti al post precedente un paio di lettori mi hanno chiesto cosa ne pensassi del prossimo ltro e dell’uso che ne sarebbe stato fatto. Sono sempre stupito, direi quasi commosso, quando vedo che c’è qualcuno che si interessa tanto a due cose che a me interessano così poco: l’economia, e la mia opinione. E per farvi capire quanto mi sopravvalutate, devo dirvi che sulle prime avevo pensato a un errore di battitura. “Avrà voluto dire litro...” pensavo “ma litro di che? Forse di birra?”

    Poi, siccome Google non costa nulla, ho provato a digitare “ltro”. Non si sa mai, magari nel frattempo l’ortografia è cambiata... Ah, ecco: voi volevate dire “long term refinancing operation”! Cioè quell’operazione tramite la quale la Bce di fatto adempie al suo ruolo di prestatore di ultima istanza (nihil sub sole novum) prestando fondi alle banche a un tasso piuttosto vantaggioso. Che poi sarebbe quella cosa che tutti gli ingenuotti (non voi, almeno spero) hanno domandato a gran voce a Draghi di fare: “comportati come la Fed (la banca centrale americana, n.d.a)! Non essere di braccino corto! Dai soldi alle banche! Elargisci! Così salverai l’euro(pa)”.

    Ma amici cari... allora veramente parlaimmo e nce capaimmo! Cosa devo pensare di un altro ltro? Che non servirà a un gran che. Ma repetita juvant, e quindi ripetiamo, magari aggiungendo qualche figura colorata, che può essere utile a capire la questione.

    Ho detto e ripetuto decine e decine di volte che l’unica Bce buona è quella morta (metaforicamente, non fisicamente, il Signore ce ne scampi, non son più quelli i tempi, spero...) e questo per due ordini di motivi (correlati):

    1) gli squilibri cui siamo di fronte sono di carattere regionale, nel senso che il termine ha in economia internazionale: squilibri fra paesi di un’area (che poi stanno a quest’area come le regioni amministrative stanno a uno Stato); e:

    2) il vero problema è un immenso ed occulto problema di debito privato, le cui dimensioni non sono facilmente stimabili perché, come dire, sta alle banche svelare quanto “soffrono”, e dire la verità di questi tempi può non essere una buona idea.

    Ditemi, toglietemela ‘sta curiosità: cosa volete che possa fare una politica monetaria centralizzata, sovranazionale, per risolvere squilibri regionali, fra paesi? Qualche ingenuotto alla terza ha addirittura profferito (non su questo blog, che è frequentato da gente per bene) frasi del tipo: “con una politica monetaria sufficientemente accomodante Draghi può annullare gli spread e così ripristinare condizioni ordinate sui mercati...”.

    Ma scusate! Certo, sappiamo benissimo, è evidente, che la Bce può governare gli spread e lo fa in funzione degli obiettivi politici della Confindustria tedesca: se questa vuole che noi abroghiamo l’art. 18, state tranquilli che di spread si continuerà a parlare finché il governo italiano non avrà eseguito gli ordini. Chiaro: lo spread è uno strumento di ricatto molto efficace verso il governo di un paese con un rapporto debito pubblico/Pil come il nostro.

    Draghi quindi può agire sugli spread e lo fa, nessuno lo contesta. Ma supponiamo che lo spread sui tassi nominali (e bisognerebbe vedere quali) venga annullato. Questo cosa significherebbe, amici cari? Molto semplice: come osservava ieri una gentile lettrice, significherebbe che nei paesi con inflazione più alta il denaro costerebbe meno che in quelli con inflazione più bassa. Che poi è esattamente la radice della crisi, come ognuno sa e ognuno vede.

    Perché i differenziali di inflazione non hanno solo un significato reale (visto nel post precedente), in quanto provocano una continua svalutazione reale dei paesi con inflazione più bassa. I differenziali di inflazione hanno anche un significato finanziario, perché determinano un minor costo del denaro nei paesi a inflazione più alta. Direte: “ma scusa, se il tasso è ovunque al 3%, perché dici che in Grecia il denaro costa meno?”. E risponderò: “amico caro, non costa meno quando lo prendi: costa meno quando lo restituisci, perché se i prezzi sono aumentati, i soldi che rendi valgono di meno, e se i tuoi redditi nel frattempo si sono almeno in parte adeguati all’inflazione, ecco che, come vedi, rimborsare ti sarà più facile. Si chiama tasso di interesse reale, e si calcola come differenza fra il tasso di interesse nominale (quello che ti fa la banca sul tuo mutuo) e il tasso di inflazione”. Esempio: tasso nominale 2, inflazione 3, tasso reale -1 (2-3=-1. Tremo al pensiero di doverlo spiegare a mia figlia, ma con voi spero andrà meglio).

    Ecco perché una politica monetaria centralizzata non può fare assolutamente nulla per risolvere il problema degli squilibri. Può dare ossigeno a qualche governo, e soprattutto a qualche banca. Ma lo può fare solo a patto di innescare di nuovo il meccanismo perverso che ci ha portato fin qui, quello per cui il denaro costa meno... dove si è più indebitati! Un meccanismo circolare e cumulativo, come vedete. Perché se abiti nella periferia, quello che ti rende più conveniente indebitarti (cioè il tasso di inflazione, che riduce il valore della moneta che restituirai) è anche quello che ti rende più conveniente acquistare all’estero (perché la minore inflazione estera rende via via più convenienti i beni esteri, e quindi le importazioni, come abbiamo visto ad abundantiam nel post precedente). Quindi ti indebiterai per acquistare beni all’estero, ma così facendo sottrarrai reddito alla tua economia (i tuoi acquisti pagheranno stipendi fuori dal tuo paese), generando domanda per le economie estere, e al prossimo giro avrai ancora più bisogno di indebitarti...

    E siccome questo gioco ha un vincitore e molti perdenti, e la Bce non ha sede ad Atene, capite bene perché tutti, ma veramente tutti, tranne Goofy, vi dicono che il gioco della liquidità è tanto bello, che giocare alla Fed ci salverà. Ve lo dicono da destra e da sinistra, ve lo dice Pierpaolo Benigno e (purtroppo, purtroppissimo, ma non so come riuscire a convincerlo del contrario) Sergio Cesaratto, se glielo chiedete ve lo dirà anche Emiliano Brancaccio, e magari anche Francesco Giavazzi. Ma questa asserzione è ovviamente infondata, come ho chiarito in Crisi finanziaria e governo dell'economia.

    Del resto, scusate, amici cari, ma se questa fandonia la dicesse, poniamo, un belga, sarebbe anche scusabile. E non perché i belgi stanno alle barzellette francesi come i carabinieri a quelle italiane: non vorrei mai mancar loro di rispetto (né ai carabinieri, ci mancherebbe). Ma un belga potrebbe credere a una simile fandonia perché il suo paese, pur lacerato da fratture profonde, di ordine etnico, linguistico, culturale, economico, e via dicendo, non ha però sperimentato il devastante dualismo territoriale che in Italia è sotto gli occhi di tutti da 150 anni.

    Perché dico 150 anni? Non avrei dovuto dire 1500? 15000? No: 150, perché da 150 anni (giorno più giorno meno, permettetemi di fottermene dei dettagli, ora che ci siamo liberati dei precisini) il nostro splendido e martoriato paese ha una politica monetaria unica, sagacemente e solertemente perseguita dalla Banca d’Italia (una prece). Vi ricordo che durante questi 150 anni la nostra sagace e solerte (rinuncio a usare acronimi) Banca centrale ha praticato, di volta in volta, diversi modelli di gestione della liquidità: abbiamo avuto il Vajont, abbiamo avuto il deserto di Gobi, abbiamo avuto la pioggerellina che allieta oggi il paesaggio di Normandia, abbiamo avuto l’inflazione, l’iperinflazione, la deflazione, di tutto. Ma il Sud Italia è sempre stato in deficit strutturale (prevalentemente con il Nord Italia). E per risolvere questo problema la Banca d’Italia non ha potuto fare niente, perché la leva del tasso di interesse nazionale sugli squilibri regionali non poteva avere presa.

    Non ci credete? Per forza: vi bombardano da sei mesi e passa col messaggio contrario. E allora guardiamoci i dati.

    La Fig. 1 riporta il saldo delle partite correnti del Sud Italia e il tasso di interesse reale nazionale. Visto che siete di palato fino, trovate in calce la definizione esatta delle variabili.






    Dal 1960 al 2007 il saldo “estero” del Sud Italia è stato in media di -17.5 punti di Pil (Pil del Sud Italia, ovviamente), oscillando fra un massimo di -12 nel 1961 e un minimo di -21 nel 1972 (occhio: c’è un meno davanti... lo dico ai miei studenti, naturalmente...): un corridoio di 9 punti. Il tasso di interesse reale nazionale è stato molto più volatile: in media è stato del 2.5%, ma ha oscillato fra un minimo di -10 nel 1974, a un massimo di 8 nel 1992, quando il “governatore in trincea” sagacemente e solertemente difendeva la parità del nostro cambio, regalando ai mercati marchi che il giorno dopo avrebbero comprato il 20% di lire in più.... ma non divaghiamo, anche perché altrimenti mi ci riincazzo e Claudio mi riprende amichevolmente.

    Torniamo al punto: la metafora è semplice: il Sud Italia è in deficit, come il Sud Europa, e la politica della Banca d’Italia visibilmente non ha inciso su questa situazione, come la politica della Bce non può incidere sui deficit dei Pigs. Lo vedete il Vajont? Nel 1974 il tasso di interesse reale era al -10%! Si vedono effetti sul deficit del Sud? Sì, pare che si riduca un po’... ma guarda che strano, però: si riduce di più, e più rapidamente, nel 1992, mentre il tasso di interesse reale sale al massimo storico, 8%, il deserto di Gobi della liquidità. Insomma, le due variabili non hanno alcuna relazione: Bankitalia, manovrando la struttura dei tassi nazionali, non ha inciso, perché non poteva incidere, sugli squilibri regionali italiani.

    Per i palati fini, la correlazione fra le due variabili è -0.009. E se non siete S&P spero che non mi chiederete di calcolarvene lo scarto quadratico medio. Nemmeno con 1000 osservazioni una correlazione così bassa rischia di essere significativa (capisca chi può).

    E allora?

    E allora vi stanno propugnando come soluzione dei vostri problemi quella che invece è, ovviamente, la soluzione dei problemi delle banche. Le quali, come dicevo sopra, e come nessuno dice, hanno “in pancia” (so che chi ha coniato questa espressione andrà nella seconda bolgia dell’Inferno, ben coperto dalla materia che sta in pancia), le banche, dicevo, hanno al loro attivo tanti crediti inesigibili, tanto debito privato di privati che stavano alla canna del gas anche prima che le politiche di austerità iniziassero, e quindi figurati adesso! Ma scusate! Vi ricordate come sta messa ad esempio la Grecia? Debito pubblico al 100% del Pil e passività lorde sull’estero al 200% (Fig. 4 di questo post, la riporto per vostra comodità):




    Sarebbe debito, per lo più privato (evidentemente) con banche estere. Chiaro, no?

    Il debito privato è enorme, ed è in gran parte in sofferenza. Se la Bce non le aiuta, le banche non ce la possono fare. Altro che erogare nuovo credito! Ma non avete visto quello che è successo? Prima bisogna che si lecchino le ferite, e hai voglia a leccare...

    Ed è quindi normale che le banche, sedute attorno a un tavolo (piccolo, perché sono poche), intonino a gran voce il noto stornello: “Draghi! Portece n’antro ltro, che noi se lo bevemo, e poi t’arisponnemo: embè? embè? Che c’è?”. Riceveranno i fondi, e poi che ci faranno? Cominceranno con l’alzare i bonus al proprio sagace e solerte (qui l’acronimo ci sta) management, in base al sano principio prima caritas incipit ab ego. Poi tapperanno i buchi dei loro bilanci. E poi... E poi “portece n’antro ltro...”. E gli squilibri? Rimarranno lì. Perché se già hai una gamba più corta dell’altra, non è certo ubriacandoti come una pigna che puoi aspettarti di barcollare di meno.


    Ma voi fateglielo dire, ai giovani economisti di belle speranze, o ai vecchi economisti di bella carriera, fateglielo dire ai professionisti dell’appello accorato: “Draghi, fai come la Bce! Portaje n’antro ltro...” Ma il fatto è che la Bce se ne deve andare e basta, cioè che i paesi europei non potranno ricomporre gli squilibri che li dilaniano senza prima recuperare la propria sovranità valutaria.

    Va be’, quando volete parlare di qualcosa di serio, sapete dove trovarmi...




    Sapete, oggi ho mangiato da Léon de Bruxelles, il fast food belga delle cozze (in senso biologico, non fatemi dire altro che rockapasso ascolta), e nel luogo deputato alla meditazione ho letto questa sentenza, che vi traduco: “se raccontate una barzelletta sui belgi a un francese, riderà tre volte: la prima quanto capisce che è finita, la seconda quando gliela spiegate, e la terza quando la capisce”. Cazzo, in questa Europa di merda perfino i Belgi, i Belgi, capite, quel "non popolo", non si arrende senza combattere! I francesi attaccano, e loro replicano, e come! Solo noi ci siamo dovuti dare mani e piedi legati a chi aveva una paura fottuta delle nostre capacità manifatturiera, della nostra inventiva, della nostra tecnologia. E l’abbiamo chiamata visione.



    Definizione delle variabili

    1) CA indica le esportazioni nette, X-M, perché la contabilità regionale non riesce a misurare i trasferimenti di redditi da lavoro e da capitale – o almeno a me non risulta lo faccia). Vi che CA = S – I = X – M + RNE, ovvero: l’accreditamento/indebitamento di un’area (regione, stato), rappresentato da CA, corrisponde alla differenza fra quanto risparmio viene generato (S) e quanto viene utilizzato per finanziare acquisti di capitale fisso (I), e anche alla differenza fra i soldi che entrano attraverso le esportazioni e quelli che escono per finanziare le importazioni; la fonte è la contabilità regionale dell’Istat; i dati dal 1960 al 1995 non sono più disponibili, ma Goofy è del mestiere da 30 anni e non butta mai niente...

    2) r indica il costo medio del debito pubblico italiano cui ho sottratto il tasso di variazione dell’indice dei prezzi al consumo (gli unici tassi disponibili su un periodo così lungo); la fonte sono le International Financial Statistics, serie 13661...ZF... e 13664...ZF...



    Fonte: Goofynomics: Draghi! Portece n’antro ltro...

  8. #8
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    Fiscal compact in teoria e in pratica

    La teoria ve la risparmio. Guardiamo la pratica. Vorrei descrivervi meglio questa figura, che avete forse visto in un post precedente, dove la discussione ha preso tutt'altra piega:



    La figura riporta i dati storici (fino al 2010) e quelli previsti (dal 2011 compreso in poi) del rapporto debito/Pil in tre paesi europei, che poi sono quelli nei quali la crisi si è manifestata per prima, anche se in uno di essi (la Spagna) non ha avuto ancora esiti virulenti come negli altri due. I dati provengono dal World Economic Outlook di settembre 2011. Gli scenari, quindi (cioè i dati dal 2011 in poi) credo non tengano conto né della perdurante esplosione degli spread (che ha portato a un aumento del debito), né della recessione che si è andata manifestando da settembre ad oggi (che ha portato a una diminuzione del Pil). Voglio dire che nel rapporto debito/Pil, da quando questo scenario è stato emesso, probabilmente è aumentato il numeratore e diminuito il denominatore, quindi il rapporto è aumentato e gli scenari dipinti potrebbero essere troppo rosei (per la Spagna), anche se forse troppo pessimistici per l'Islanda. Lo sapremo fra un mese, quando il Fondo pubblicherà i nuovi scenari.


    Ma il punto è: questi paesi fino al 2007, cioè fino allo scoppio della crisi negli Stati Uniti, sono stati dei modelli di virtù fiscale, con bilancio pubblico mediamente in surplus per circa 1.5 punti di Pil in Irlanda e Islanda, e in pareggio in Spagna (senza bisogno di modifica alla costituzione), e con riduzioni del rapporto debito pubblico/Pil dell'ordine di circa 3 punti di Pil in media all'anno (in Spagna e Irlanda), senza bisogno di alcun fiscal compact. Anzi, si potrebbe dire che i due paesi dell'eurozona (Spagna e Irlanda), il fiscal compact lo stavano già applicando...


    E allora la domanda è: perché quello che non ha funzionato prima dovrebbe funzionare dopo?



    Fonte: http://goofynomics.blogspot.it/2012/...l#comment-form
    Ultima modifica di x_alfo_x; 13-04-12 alle 11:11

  9. #9
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    Cosa sapete della produttività?
    Scusate, mi rendo conto che vi sto trascurando, ma è il mio ultimo mese prima di rientrare in Italia e devo ancora chiudere cinque dei sette lavori che volevo fare. Però non sta bene interrompere il discorso iniziato, per quanto inutile esso sia. Inutile certo non per la qualità degli interlocutori, ma per la qualità dei tempi che stiamo vivendo. Comunque, visto che ieri ho tritato i miei globi oculari sul commercio bilaterale di India e Vietnam, oggi starò in vostra compagnia.


    Volevo ripartire da un’osservazione di contessaelvira: “grazie alle lezioni di Goofy ora è estremamente chiaro il modo in cui la competitività del mercato tedesco, che è forse il più importante per noi, sia stata esiziale per l'Italia.” Elvira è gentile e posso solo sperare che abbia ragione. Spero cioè di essere riuscito a far capire quanto centrale sia la dinamica dell’inflazione nella spiegazione di quello che ci sta succedendo. Dell’inflazione non si parlava da un decennio, convinti come si era che il problema fosse risolto, visto che finalmente l’inflazione era bassa, e quindi la convergenza “nominale” si fosse realizzata. Sì, molti erano convinti che moneta unica significasse di per sé inflazione unica. Una convinzione totalmente idiota, fondata su una teoria economica ampiamente screditata, la teoria quantitativa della moneta, secondo la quale è la moneta a “causare” l’inflazione. Quindi se la moneta è una, l’inflazione deve essere una. E allora perché in Italia, dove la moneta è una da 150 anni ancora non c’è ancora stata piena convergenza dei prezzi?

    La “teoria” quantitativa è un parto di Irving Fisher, un economista americano degli anni ’20. Un genio dell’economia, pare, visto che 90 anni dopo ancora dobbiamo spiegare le sue teorie agli studenti. Ma non esattamente un genio della finanza, a giudicare da quello che racconta John Kenneth Galbraith in The Great Crash. Traduco passim la sua descrizione della parabola di Fisher dall’edizione francese (due euro spesi molto bene dal bouquiniste della place du Vieux Marché):


    “il 15 ottobre 1929 il professor Irving Fisher di Yale (che era consulente di una importante finanziaria del Michigan) pronunciò il suo giudizio immortale: ‘il prezzo delle azioni ha raggiunto quello che sembra essere un altopiano permanente’ e aggiunse: ‘conto di vedere fra qualche mese il mercato ben più in alto di quanto non sia oggi’. In effetti, la sola cosa inquietante, in quelle giornate d’ottobre, era la discesa abbastanza regolare del mercato.... Prima della fine dell’anno il professore diede prova di sé in un libro, The Stock Market Crash – and After. Affermava, e a ragione dati i tempi, che i prezzi delle azioni, per quanto scesi rispetto a prima, erano ancora ai massimi, che la catastrofe era un serio incidente, ma che il mercato era cresciuto ‘soprattutto a causa di solide e giustificate aspettative di guadagno’. Concludeva che ‘almeno per l’avvenire immediato le prospettive sono brillanti’. Questo libro ebbe poco eco. Il problema dei profeti è che quando hanno torto si trovano privi di pubblico, proprio nel momento in cui ne avrebbero il massimo bisogno per potersi giustificare. Irving Fisher era il più originale fra gli economisti americani. Per fortuna ha fatto cose migliori (la sua teoria monetaria), per le quali ci ricorderemo di lui.”



    Bello, no? C’è tutto: la hybris, la cecità a fronte dell’evidenza più palmare, la capacità di spiegare perfettamente domani perché quello che si era previsto ieri non si è verificato oggi. Il tutto espresso in una prosa (quella di Galbraith, voglio dire) efficace e piacevole. Mi permetto di aggiungere solo un avverbio in fondo all’ultima frase: “ci ricorderemo di lui, purtroppo”. Perché l’idea formalizzata da Fisher che la moneta “causi” i prezzi è alla base della fallimentare costruzione ideologica dell’eurozona (quindi sarebbe stato meglio dimenticarselo, il geniale Fisher), ed è anche alla base dell’abbaglio ideologico che ha portato a trascurare il fatto che i differenziali di inflazione fra i paesi dell’eurozona non si erano annullati, tutt’altro! E il motivo è che l’inflazione non è “causata” semplicisticamente dalla moneta, ma dipende in modo molto più cogente dalle condizioni del mercato del lavoro, profondamente segmentato fra i paesi dell’eurozona (perché nulla è stato fatto per renderlo omogeneo).

    Abbiamo visto in questo post cosa c’è “a valle” dei persistenti differenziali di inflazione della periferia a vantaggio della Germania: squilibri commerciali e indebitamento estero. Abbiamo anche visto quello che non c’è, ma ci dovrebbe normalmente essere: una dinamica dei prezzi che riequilibra naturalmente gli sbilanci. Nel paese i cui beni sono più domandati (il paese esportatore netto, quindi la Germania) i prezzi dovrebbero salire, per ovvi motivi (legge della domanda e dell’offerta), e questo dovrebbe ristabilire un equilibrio. Ma in Germania ciò non accade per un complesso di cause interrelate: una politica di crescita che comprime la domanda interna, una politica dei redditi fortemente punitiva verso i salariati (con buona pace di chi pensa il contrario), e un bel po’ di disoccupazione nascosta. La Germania, come abbiamo più volte mostrato, interferisce così con le leggi del mercato, in un modo che, per quanto lecito (io non sono contro la sovranità nazionale!), è ovviamente non cooperativo rispetto ai propri partner europei. Di questo atteggiamento non cooperativo la Storia le chiederà prima o poi il conto, come ha già fatto due volte nello scorso secolo.

    Sed de hoc satis.

    Cerchiamo ora, come mi avete chiesto più volte, di risalire la catena delle cause. Cosa c’è “a monte” del differenziale di inflazione?

    Be’, in parte l’ho già detto: “a monte” c’è quello che non c’è “a valle”, ovvero il fatto che la dinamica riequilibrante dei prezzi è inibita in vario modo. Basterebbe questo...

    Ma nel discorso sullo stato dell’unione (monetaria) tornano, con la tediosa regolarità di una stagione poco amata, due argomenti. Perché vedete, se il problema è che siamo poco competitivi (in termini di competitività di prezzo), allora bisognerà pur trovare delle soluzioni. E le soluzioni delle quali si parla sono essenzialmente due. Oggi ne affronteremo una.

    Prima di dirvi quale, però, cioè prima di dire di cosa parleremo, vorrei attirare l’attenzione sul come se ne parla di solito. Una precisazione, vi assicuro, molto importante.

    Io mi chiedo: possibile mai che l’intellettuale standard di sinistra (intendo sinistra per bene e decotta), uso ad ostentare una “pastrufaziana latitudine di visuali”, un sovrano disprezzo per ogni retaggio moralistico, in campi disparati che vanno dai comportamenti sessuali, all’espressione artistica, alla bioetica, al colore della pelle, alle scelte religiose, e chi più ne ha più ne metta, quando si arriva a parlare di economia tira fuori una pruderie da far invidia a una pensionata del beghinaggio di Gand nel XVII secolo?


    Io vorrei dire a questi amici (vostri): “miei cari, vedete, quando si parla di sesso, di morte, di arte, certo, sono d’accordo, il moralismo è fuori posto, ma chi lo applica ha per lo meno la scusa di avere alle spalle secoli e secoli di condizionamenti religiosi! Ora, possibile mai che voi, mentre sfottete giustamente chi applica preconcetti moralistici a queste categorie, non vi rendiate conto di far di peggio, cioè di applicarli a categorie dove essi hanno ancor minore diritto di cittadinanza, cioè le fredde categorie economiche?”. Va anche detto che questa contraddizione in realtà è più apparente che reale. L’intellettuale di sinistra ostenta, certo, ma poi, alla prova dei fatti... Come dire: con le figlie degli altri tutti sono sessualmente liberi! La larghezza di vedute di certi personaggi spesso è solo patetica ipocrisia buonista, da dispensare manibus plenis nelle conversazioni salottiere. Ma quando si passa a parlare di cose serie (cioè di soldi, o della propria famiglia, o dei soldi della propria famiglia) questa vernice politicamente corretta si scrosta subito, e riaffiora il più gretto, miope, unilaterale moralismo borghese ottocentesco.


    E quindi, siccome la domanda crea l'offerta, nei media è molto ma molto difficile sentir parlare in termini limpidamente fattuali di svalutazione e di produttività. Scatta subito il giudizio di valore. La svalutazione? È immorale! La produttività? È virtuosa. Il tutto condito con dati di fantasia. E naturalmente, in virtù di questa antinomia morale, l’amico intellettuale della sinistra per bene e decotta (sto cercando di non usare una certa parola, altrimenti Marco Basilisco, rockapasso, Santarelli e togarossa mi mettono giustamente in croce), il nostro amico, dicevo, in virtù di questo suo manicheismo, non riesce a vedere alcuna relazione fra un concetto profondamente immorale (svalutazione) e uno profondamente morale (produttività), non più di quanta ne veda fra la sua bambina e la signora che incontra di notte sui viali.


    E allora, perdonatemi, dopo questa lunga premessa, per reagire allo sbrodolamento moralistico del quale i media non sono avari, nel resto di questo post sarò piattamente tecnico. Anche qui sarò rimproverato dal quartetto di cui sopra: “se sei troppo te stesso perdi consenso! Se sei troppo tecnico perdi lettori!”.


    Giusto (questa è arte, quindi siate di late visuali).


    Oggi parliamo di produttività.



    Quale produttività?
    Intanto vi ricordo che in economia il termine “produttività” ha tante accezioni, e che la produttività della quale si parla nel dibattito corrente è precisamente la produttività media del lavoro, definita come valore aggiunto per addetto, cioè:




    L’idea è quella di misurare quale sia il “rendimento” medio, in termini di produzione, dell’input di lavoro, con l’idea di per sé condivisibile che più è e meglio è.

    Già qui, vi rendete conto, sorgono problemi di tutti i tipi. Esempio: quale misura utilizzare per l’input di lavoro? Dobbiamo utilizzare le posizioni lavorative (il numero di persone assunte)? Non sarebbe meglio utilizzare le unità di lavoro (i full time equivalent, cioè una misura dell’occupazione costruita in modo che due impiegati che fanno un part-time al 50% figurano come un unico occupato)? E non sarebbe ancora meglio utilizzare direttamente le ore lavorate, che poi in definitiva sono la misura più accurata dell’effettivo input?

    Certo, naturalmente. Una caratteristica degli amatori è che sanno sempre cosa è “meglio”. Tutto giusto e tutto vero, solo che il meglio spesso è nemico del bene: il dato più “raffinato” spesso non è disponibile per periodi di tempo sufficientemente lunghi, non è direttamente confrontabile con quello di altri paesi (che magari non lo calcolano), e si basa su indagini campionarie più sofisticate, e quindi, ahimè, potenzialmente più fragili. E allora in quel che segue mi atterrò alla definizione della contabilità nazionale: (valore aggiunto)/(occupati totali). Del resto, questa è la definizione che ci interessa, per il motivo che passo a spiegarvi.


    Perché ci interessa la produttività?
    La produttività media del lavoro ci interessa perché da essa dipende il famoso “costo del lavoro”. Anche qui bisogna che ci capiamo. Cosa è il “costo del lavoro”? Nel dibattito giornalistico di solito si chiama “costo del lavoro” quello che gli economisti chiamano più correttamente “costo del lavoro per unità di prodotto” (CLUP, in inglese ULC: Unit Labour Cost). Come è costruito? Come rapporto fra i redditi unitari da lavoro dipendente (il costo del lavoro per addetto) e la produttività media (il prodotto per addetto):





    Se la produttività aumenta, il CLUP a parità di altre condizioni (cioè se il reddito medio da lavoro dipendente rimane fisso) diminuisce: lo stesso costo del lavoro per addetto si ripartisce su un numero più ampio di prodotti. Nelle condizioni di mercato oligopolistico (pochi produttori) oggi prevalenti, il prezzo del prodotto viene determinato come margine sui costi medi variabili (principio del costo pieno). Quindi, in linea di principio, quando la produttività aumenta e il CLUP diminuisce diminuiscono anche i prezzi (alla produzione): l’impresa diventa più competitiva.

    Va da sé che questo ragionamento è semplicistico. Ad esempio, esso presuppone che la riduzione del costo del lavoro venga traslata interamente sui prezzi, ma questo potrebbe anche non accadere: semplicemente, il produttore potrebbe lasciare inalterato il prezzo, cioè aumentare il proprio margine di profitto. L’idea che mercati con tre o quattro (o anche dieci o venti) big player mondiali possano funzionare come funziona la concorrenza perfetta nei libri di scuola è un po’ rozza. I produttori possono mettersi d’accordo, e lo fanno (è sui giornali ogni giorno), per cui, come dire, il legame fra aumento della produttività e diminuzione del prezzo finale non è così meccanico. Diciamo però che a grandi linee il meccanismo funziona, e che quindi in effetti la dinamica della produttività si ripercuote nel lungo periodo su quella dei prezzi.

    La dinamica
    Quello che conta in effetti è la dinamica, come ho cercato di spiegare in questo post. Il problema non è tanto se la produttività è “alta” o “bassa”, quanto se aumenta o diminuisce, esattamente per lo stesso motivo per il quale, quando ragioniamo in termini di prezzi, il problema non è se il paese X ha prezzi bassi o alti, ma se essi calano o crescono rispetto ai prezzi del paese Y.

    Ora, normalmente ci aspettiamo che la produttività media di un paese aumenti, e questo per diversi motivi. Il primo è il progresso tecnico: gli stessi occupati con macchine migliori producono di più. Il secondo è il capitale umano: gli stessi occupati con le stesse macchine producono di più quando diventano più esperti o se hanno ricevuto un’istruzione migliore. Il terzo è il cambiamento strutturale. Supponiamo che nell’anno t vada in pensione un agricoltore e venga assunto un informatico: gli occupati sono gli stessi, ma il valore aggiunto è aumentato (un software costa più di una patata), quindi la produttività del paese è aumentata. Vedete che il quadro è lievemente più complesso di quello che potrebbe avere in mente un ingegnere (with all due respect: io apprezzo molto gli ingegneri, soprattutto quando scrivono romanzi).

    Poi ci sono i trucchi. Se la produttività è misurata rispetto agli occupati anziché rispetto alle ore, o se le ore di straordinario sono riportate infedelmente (ad esempio perché il precario le fa senza registrarle, in modo del tutto “spintaneo”, perché gli si fa capire che così verrà strutturato), allora per “aumentare” la produttività basta far lavorare più ore (possibilmente con lo stesso stipendio) gli stessi operai: il prodotto aumenta, gli occupati sono (apparentemente) gli stessi, e così si risolvono i problemi.

    Va da sé che quest’ultima soluzione è di breve periodo. Il motivo è molto semplice. Mentre il genio umano è illimitato, e ne ha dato prova nel bene e nel male, la rotazione della Terra sul proprio asse (o, per quelli che dicono che svalutare è immorale, la rotazione del Sole intorno alla Terra) avviene sempre in circa 24 ore. Al massimo quindi puoi portare l’orario di lavoro a 168 ore a settimana, poi ti devi fermare. Non è così che siamo passati dal produrre amigdale al produrre F14 (tanto per ricordare a cosa serve produrre, e soprattutto come si fa a vendere quello che si è prodotto).



    La débâcle
    La Fig. 1 riporta l’indice della produttività media del lavoro in Italia e Germania dal 1970 a oggi, costruito con base 1970=100.






    Si tratta del Labour productivity index del sito OCSE (base 2005=100), ribasato sul 1970 per comodità espositiva. Vorrei chiarire come si interpretano gli indici. Quello che conta, in un indice, è la dinamica, non il valore. Quando pongo uguale a 100 la produttività media di Germania e Italia nel 1970, non sto dicendo che in quell’anno un operaio tedesco e un operaio italiano producevano entrambi 100 chiodi. Quanti chiodi, o quanto valore aggiunto, producessero si può ricavare dalle statistiche, ma non interessa più di tanto. Quello che interessa, e che l’indice ci dice, è come si è sviluppata la produttività nel tempo. Verosimilmente il tedesco già nel 1970 produceva qualche chiodo in più dell’italiano, ma magari i chiodi italiani costavano di meno ecc. Di questo parliamo un’altra volta. Quello che la figura ci dice è che la produttività tedesca è raddoppiata (da 100 a 200) in 23 anni (dal 1970 al 1993), quella italiana in poco di più (dal 1970 al 1997), dopo di che quella tedesca ha continuato a crescere, e quella italiana si è sostanzialmente appiattita.



    Il trionfo dell’intelletto (di sinistra)
    E qui siamo al trionfo dell’intellettuale di sinistra, il quale può finalmente “dimostrare” i suoi due assiomi:

    (1) i tedeschi sono migliori (detto anche "assioma di Tafazzi". Conseguenza: la loro minore inflazione è dovuta a una crescita più rapida della produttività), e

    (2) la colpa è di Berlusconi (visto che l’appiattimento della produttività italiana, a spanna, si verifica prima intorno al 1995, e poi manifesta un paio di recrudescenze intorno al 2001, e al 2008).

    Ecco, vedi, Bagnai, te lo avevo detto! Ma tu non ci volevi credere, animato come sei da odio ideologico verso l’euro...

    Dunque. Intanto vorrei sapere se Craxi era meglio di Berlusconi. Non era lui il demonio, una volta? Lui, il corrotto corruttore, l’uomo che ha zavorrato la nostra economia con il debito pubblico che tuttora uccide la nostra produttività (dicono), ecc. Ma allora perché dal 1983 al 1987 la produttività italiana era esattissimamente allineata a quella tedesca? Erano meno bravi i tedeschi? A parte che questo contraddice l’assioma di Tafazzi (l’italiano è sempre e comunque peggiore degli altri), va anche detto che dal grafico non sembra.

    A me pare più probabile che l’argomento Berlusconi, puramente ideologico, da rotocalco, valga meno della carta su cui ci viene propinato. Non sto dicendo che Berlusconi è bravo. Penso anch’io che sia piuttosto cattivo, non lo vorrei per genero e lui non mi vorrebbe per suocero, ma mi pare che il lungo elenco delle sue qualità negative non abbia molta più relazione con la Fig. 1 di quanta ne abbia con lo tsunami di Fukushima o con il terremoto dell’Aquila. Non tutti i cattivi sono responsabili di tutte le catastrofi. Chi vede una relazione fra Berlusconi e la catastrofe della produttività italiana è invitato a dimostrarla, possibilmente non con aneddoti, e ricordando che quella che i grafici mostrano è una tendenza di lungo periodo (un fenomeno che va avanti da quasi venti anni, durante i quali non ha governato solo Belzebù) e riferita all’intera economia. Le favolette sono buone per il popolino. Il popolino vuole un cattivo (vuole anche un buono): basta darglielo, e poi lui fa quello che vuoi tu (esempio: entra nell’euro). Ma fra il fenomeno (arresto della produttività media dell’intera economia) e la favoletta (dove Berlusconi è il cattivo) non c’è un gran legame, e allora dobbiamo andare alla ricerca di altre spiegazioni


    I dettagli
    Come sempre, sono i dettagli a deliziare l’intenditore. Dal 1970 ad oggi Italia e Germania si sono rincorse. La rincorsa italiana è stata più o meno efficace. Andiamo a vedere nel dettaglio (mettete gli occhiali). Si parte nel 1970.






    L’Italia passa in testa (Fig. 2). La recessione del 1975 è pesantissima e la riporta sotto il livello tedesco, ma l’Italia riparte e passa nuovamente in testa nel 1979. Ma a partire da quell’anno il suo slancio si attenua, la produttività si appiattisce una prima volta, fino al 1983, anno in cui la Germania sorpassa nuovamente l’Italia (Fig. 3).





    Dal 1984 la corsa della produttività italiana riprende e nel 1989 siamo di nuovo al sorpasso, ma... che succede? L’Italia perde colpi: la produttività si appiattisce di nuovo, per circa 3 anni, e poi dal 1993 la corsa riprende, ma ormai il distacco è visibile. Fra 1995 e 1996 la produttività diminuisce (non succedeva dal 1982), poi si rialza, ma entra in un’altalena di aumenti e diminuzioni, registrando fra 1996 e 2010 una crescita media annua dello 0% (per i precisini, 0.2%). Nello stesso periodo la crescita media della produttività tedesca è stata dell’1.3%.


    Cronologia
    Per chi non lo sapesse: il Sistema Monetario Europeo (SME) era un accordo di cambio fra paesi europei in virtù del quale questi si impegnavano a mantenere il proprio tasso di cambio fisso rispetto a una valuta di riferimento, l’ECU (European Currency Unit). Il valore dell’ECU era calcolato come media dei valori delle valute dei partecipanti (ponderata con i rispettivi pesi economici). L’impegno era quello di evitare che le valute si scostassero di ±2.5% dalla parità centrale in termini di ECU. Questo significa che se una valuta veniva spinta al limite superiore della banda e un’altra al limite inferiore, di fatto la prima aveva rivalutato del 5% (e la seconda svalutato del 5%). L’Italia aveva negoziato una speciale “banda larga” di ±6%.

    13 marzo 1979: l’Italia entra nel SME.

    14 giugno 1982: riallineamento dello Sme: la Germania rivaluta del 4.25%, la lira svaluta del 2.75% (totale: 7%).

    21 marzo 1983: riallineamento dello Sme: la Germania rivaluta del 5.5%, la lira svaluta del 2.5%, come il franco francese (totale: 8%).

    5 gennaio 1990:
    la lira adotta la banda di oscillazione ristretta del ±2.5%.

    17 settembre 1992: la lira abbandona lo SME e comincia a fluttuare liberamente, perdendo circa il 20% in un anno.

    24 novembre 1996: l’Italia rientra nello SME.

    E il resto lo sapete, o dovreste saperlo. Per inciso, avete letto bene: la Germania, nello SME, poteva rivalutare. Nell’euro no. Capito?


    Coincidenze
    E ora, però, parliamone. Perché vedete, la cosa divertente nel “dibattito” sulla produttività, è che chi ne sostiene le virtù la propone per lo più come un dato ingegneristico (migliori macchine, migliore organizzazione), sociologico, o addirittura biologico (cioè, diciamolo pure, razziale), ma comunque indipendente dal quadro macroeconomico. Chiaro: il problema dell’ingegnere è quello di costruire macchine più efficienti, che producano di più. A lui questo sembra bene, ed è giusto che sia così: ci mancherebbe altro che le macchine producessero di meno (magari inquinando di più)! Ma l’imprenditore, caro ingegnere, caro sociologo e caro razzista, ha anche un altro problema, che è quello di vendere ciò che produce. Se per qualche motivo i suoi prodotti non hanno mercato, lo stimolo a produrre di più in qualche modo viene a cadere. Dice: be’, però tu puoi fare innovazione, ricerca, sviluppo (mantra su mantra) e così ridiventi competitivo. Certo: ma i soldi per fare tutte queste belle cose chi te li dà? Come compri una macchina migliore o un progetto migliore se sei soffocato da un quadro macroeconomico che ti chiude i mercati di sbocco? Ci state arrivando?

    Quello che la cronologia ci dice è una cosa molto semplice: tutte le volte che l’Italia ha, in qualche modo, irrigidito la propria politica valutaria, e quindi compromesso le proprie esportazioni, prima entrando nello SME, poi entrando nella banda di oscillazione ristretta, poi rientrando nello SME, poi entrando nell’euro, la sua produttività si è appiattita. E l’appiattimento è stato irreversibile quando la decisione di “irrigidirsi” lo è stata, ovvero con l’euro.

    Odio ideologico

    E qui, naturalmente, apriti cielo! “Franti, tu uccidi tua madre!” O, come mi dice l’amico (spero) Nuti: “non capisco il tuo odio ideologico verso l’euro”. Eppure posso spiegarlo in modo molto semplice. Non è odio, è fastidio. Lo stesso fastidio che Gadda provava per la catenella del cesso che si strappa quando la tiri (Alex, aiutami tu a ritrovare la citazione). Il fastidio per le cose mal congegnate e mal eseguite, che procurano inutile disagio.

    Certo, qualcuno adesso penserà: “guarda questo Bagnai, accecato dall’odio verso i tedeschi! Se lo stiamo a sentire è in grado di spiegare con l’entrata nell’euro anche Caporetto o il terremoto di Messina! Lasciamo perdere...”. Ecco, bravi: voi lasciate perdere. Tanto quando questa tragica farsa finirà come deve finire, voi tornerete, dicendoci che lo avevate detto. Aspettiamo fiduciosi. Nel frattempo cerco di spiegare agli altri che il ragionamento che sto sviluppando non si fonda su un non meglio identificato “odio” ideologico.


    La produttività non è esogena
    Osserviamo la Fig. 4, che rappresenta il tasso di crescita di produttività (in blu) e esportazioni (in rosso) in Italia dal 1971 al 2009. La spezzata blu è il tasso di crescita della spezzata verde in Fig.1 (la produttività media del lavoro in Italia).





    Si percepisce, credo, che entrambe le serie tendono a decrescere nel tempo: per la produttività lo abbiamo già visto, la sua crescita si arresta più o meno dal 1996, e da allora in effetti il suo tasso di crescita (spezzata blu in Fig. 4) oscilla attorno allo zero (asse orizzontale). Le due serie in effetti decrescono insieme: la loro correlazione, per chi non si accontenta del colpo d’occhio, è 0.67, positiva e significativa. Dice: ma le serie scendono, perché la loro correlazione è positiva? Perché la correlazione è un numero compreso fra -1 e +1 che esprime come si muovono due variabili: è positiva se salgono insieme, positiva se scendono insieme, negativa se una sale e una scende, e nulla se ognuna fa come gli pare. In questo caso è positiva perché sia la crescita della produttività che quella delle esportazioni col tempo diminuiscono.

    (Per i sofisticati: l’outlier delle esportazioni, -20% nel 2009, non influenza la correlazione. Se lo eliminiamo la correlazione passa da 0.67 a 0.65).

    Bene, direte voi, o forse lo dirà un altro: il quadro è chiaro. Noi italiani, feccia dell’umanità, siamo diventati meno produttivi, quindi il nostro CLUP è cresciuto, quindi i nostri prezzi sono aumentati, quindi siamo diventati meno competitivi, quindi le esportazioni sono diminuite. Che orgia di “quindi”! La parola preferita dall’intellettuale di sinistra... Un economista direbbe che la causazione è unidirezionale: dalla produttività alle esportazioni. Che poi, se volete, ha anche la sua logica: una logica neoclassica: dato che per esportare prima devi produrre, è chiaro (?) che più produci più esporti.

    Ma è proprio così chiaro?

    È nato prima l’uovo o la gallina? (paragrafo tecnico)
    La Fig. 4 ci dice che produttività e esportazioni vanno insieme, ma la storia dell’economia è fatta di centinaia di cose che vanno insieme. Quando insegnavo Econometria alla Sapienza mi divertivo molto a illustrare agli studenti una fantastica equazione che spiegava benissimo i consumi delle famiglie italiane. Poi cominciavo a usarla per fare delle previsioni, e veniva fuori una catastrofe. Tutto quello che avevo spiegato fino a quel giorno non funzionava: le variabili, dentro il campione, erano correlate perfettamente, ma fuori succedeva di tutto. Dov’era l’errore? Semplice: stavo spiegando i consumi italiani con i redditi della Nuova Zelanda. La correlazione dentro il campione c’era: qualsiasi variabile che cresce è correlata con qualsiasi altra variabile che cresce. Ma fuori dal campione qualche problema c’era... Chi l’ha studiata così la cointegrazione rischia anche di averla capita.

    Cosa voglio dire? Semplice. La Fig. 4 mostra una correlazione, cioè il fatto che due variabili si muovono insieme. Da qui a stabilire una causazione (cioè il fatto che l’una causi l’altra, e in particolare che sia la produttività a causare le esportazioni) ce ne passa.

    Intanto, stabiliamo un principio: non sempre quello che viene prima causa quello che viene dopo: è il famoso sofisma post hoc ergo propter hoc, dal quale sappiamo che occorre diffidare. Tuttavia è abbastanza difficile (e qui ovviamente aspettiamo Schneider) che quello che viene dopo abbia causato quello che viene prima. Questo principio è stato messo in pratica da un premio Nobel recentemente scomparso, Clive Granger, per elaborare un test di non causalità.


    Non causalità?


    Sì, perché l’idea non è dimostrare che A abbia causato B (compito impegnativo), ma solo quella di escludere che A preceda B, sia un suo antecedente. Se A non precede B, non può averlo causato, e questa è l’ipotesi che il test vuole accertare. Poco, ma meglio di niente.


    Lo so, già avete il mal di testa. E il peggio deve venire. Ma volete continuare a sentirvi dire che la colpa è vostra perché non lavorate abbastanza? E allora lavorate!

    Intanto, la cosa interessante è che nel periodo dal 1970 al 1995, prima della débâcle, le variazioni delle esportazioni precedono quelle della produttività, e non viceversa (e lo si vede anche dalla Fig. 4). Insomma, in quel periodo sembra di poter escludere che la produttività causi le esportazioni. Per i non tecnici, guardate ad esempio cosa succede fra 1979 e 1983: il punto di minimo della crescita delle esportazioni (-8% nel 1980) anticipa di due anni il minimo della crescita della produttività (-0.4% nel 1982).

    Per i tecnici, questo è il correlogramma incrociato:




    dal quale si vede che la produttività è (debolmente) correlata con i valori passati delle esportazioni, ma per niente correlata con quelli futuri, e questo è il test di non causalità di Granger:





    dal quale si vede che l’ipotesi che la produttività non causi le esportazioni è accettata, mentre quella che le esportazioni non causino la produttività è respinta (al 10%). Nulla di granitico, ma un indizio questi risultati lo danno. Questo tipo di correlazione evapora se estendiamo l’analisi a tutto il campione. Il fatto è che i dati annuali sono pochi per un’indagine statistica di questo tipo. Se però passiamo ai dati trimestrali, il quadro si fa più chiaro (per i tecnici):





    Adesso l’ipotesi che le esportazioni non causino la produttività viene respinta recisamente, mentre quella che la produttività non causi le esportazioni viene accettata. In parole povere, i dati ci dicono che sono le esportazioni a causare la produttività, non il contrario.

    Non è poi così strano, se torniamo all’inizio del discorso. In fondo la Fig. 1 che storia ci raccontava? Una storia molto semplice: ogni volta che l’Italia ingessava la propria valuta, penalizzando le proprie esportazioni, la produttività cominciava a declinare. Quando i cambi si riallineavano si ripartiva. Che poi è proprio quello che ci dice questa analisi: cambio ingessato, meno esportazioni, meno produttività, e viceversa.

    Perché?
    Ma è così strano? No. Non è strano per niente. Anzi, è esattamente quello che viene previsto dal modello di crescita post-keynesiano di Kaldor-Thirlwall, un modello che ha ricevuto un discreto supporto empirico (diverse centinaia di verifiche pubblicate nella letteratura scientifica internazionale), e del quale perfino Pierre-Richard Agénor (dottore alla Sorbona, carriera in Banca Mondiale fino alla posizione di lead economist, poi a Yale, ora a Manchester, economista non sospettabile di eterodossia) ha dovuto ammettere la fondatezza.

    Gli omodossi (anche detti prekeynesiani) tendono a vedere la crescita economica in un’ottica ingegneristica: ci sono le macchine e i lavoratori, più macchine compri e più lavoratori assumi, più produci. La crescita economica, loro, la spiegano esclusivamente dal lato della produzione, ovvero, come dicono gli economisti, dell’offerta. Loro, gli omodossi, non si preoccupano di sapere chi comprerà quello che viene prodotto, perché partono dal presupposto (detto legge di Say) che l’offerta crei la propria domanda. Un presupposto già dubbio in teoria, e abbastanza screditato in pratica. Se l’offerta crea la propria domanda, perché la Thyssen-Krupp ha dovuto pagare 150 milioni di euro di mazzette per farsi comprare i propri sommergibili dalla Grecia? Il sommergibile basta produrlo, poi lo porti al mercato (in un cestino) e qualcuno lo comprerà, perché siccome per produrlo hai distribuito redditi, e chiunque ha soldi in tasca li spende subito (altra intuizione di quel geniaccio di un Fisher), ecco che tornerai a casa col cestino vuoto e le tasche piene.

    O no?

    No.

    L’esperienza mostra che la domanda può effettivamente porre un vincolo alla crescita economica e la storia economica fornisce decine di conferme: le grandi potenze economiche nella fase del proprio decollo hanno regolarmente praticato politiche mercantilistiche, fondate sull’essere liberiste a casa altrui e protezioniste a casa propria, semplicemente perché per promuovere la crescita del proprio prodotto e quindi della propria produttività era indispensabile dotarsi di mercati di sbocco di taglia adeguata.

    Questa intuizione è formalizzata nel modello kaldoriano di crescita, che ha due componenti essenziali: la prima è la cosiddetta “legge di Thirlwall”, che stabilisce che la crescita di un’economia è direttamente proporzionale a quella delle sue esportazioni (da Anthony Thirlwall, 1979, “The balance of payments constraint as an explanation of international growth rate differences”, Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review). La seconda è la “legge di Verdoorn”, che stabilisce che la crescita della produttività è proporzionale alla crescita dell’economia (da Petrus Verdoorn, 1949, “Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro”, L’Industria, n. 1). Queste due leggi interagiscono in un meccanismo di causazione circolare e cumulativa di questo tipo: se un paese riesce (ad esempio adottando un tasso di cambio sostenibile) a promuovere le proprie esportazioni, il suo prodotto cresce, il che determina un incremento della produttività, il che determina una riduzione del CLUP, il che determina un aumento della competitività, il che determina un ulteriore aumento delle esportazioni, e si ricomincia (il modello è esposto in dettaglio da Anthony Thirlwall, 2002, The Nature of Economic Growth, Cheltenham: Edward Elgar).


    Insomma: il presupposto del “decollo” di un sistema economico è che si riesca ad allentare il vincolo della domanda. Politiche di “vincolo esterno” basate su un cambio sopravvalutato ovviamente vanno nella direzione opposta, e del resto l’imposizione (o la “calda raccomandazione”) di adottare un cambio sopravvalutato alle economie “periferiche” è sempre il primo imprescindibile passo della strategia di conquista messa in pratica dalle potenze mercantiliste (come ampiamente descritto da Roberto Frenkel e Martin Rapetti, 2009, “A developing country view of the current global crisis”, Cambridge Journal of Economics).

    Tutti “economisti”.

    Sintesi
    Non sto dicendo che viale Parioli debba svalutare rispetto a via dei Monti Parioli: sto solo dicendo che il dimensionamento di un’area valutaria deve essere fondato su criteri razionali, e il primo di questi criteri, da Mundell in giù, è l’omogeneità del mercato del lavoro, che è quello dal quale dipende il tasso di inflazione, e quindi la sostenibilità di tutta la baracca (questo è per l’amico del tornese, che ho trovato nello spam. Lui sa chi è, e lo so anch’io. Poi torniamo sul discorso).

    Non sto dicendo che gli italiani sono una razza eletta e che in quanto tali non debbano alterare i propri comportamenti e le proprie istituzioni: sto solo dicendo che non sono delle merde come la “loro” attuale leadership vorrebbe far credere loro: se qualche italiano non è d’accordo, lo esorto ad applicare a se stesso le ovvie conseguenze del suo pensiero (sperando che la catenella tenga allo strappo).

    Non sto dicendo che i tedeschi sono la feccia dell’umanità e che in quanto tali meritano di essere consegnati alla pattumiera della Storia: sto solo dicendo che il modello non cooperativo praticato dalla loro leadership sta chiaramente mostrando la corda, e che il futuro dell’Europa è nella valorizzazione della sua ricchezza e quindi diversità culturale, non nell’appiattimento di tutti su un modello fallimentare a medio (e forse ormai a breve) termine.

    Non sto dicendo che la rivalutazione della Germania risolverebbe tutti i problemi. Certo, essere entrati in un sistema che, a differenza dello SME, la esclude, ha creato degli ovvi problemi accessori, che si sarebbero potuti evitare. Ma è altrettanto certo che in Italia ci sono molte cose da migliorare. Solo che è suicida farlo in un contesto nel quale istituzioni macroeconomiche palesemente fallimentari ci tolgono risorse e prospettive.

    Sto dicendo che ragionare esclusivamente in termini di offerta (l’importante è produrre!) è, come dire, lievemente amatoriale. La domanda conta, conta nel breve, e conta anche nel lungo, come sanno tutte le potenze che hanno costruito il proprio futuro aggredendo i propri mercati di sbocco. La produttività dipende certo dai mille e mille fattori di cui si è parlato anche in questo blog, dipende dalla sociologia, dal clima, dalla religione, da quello che vi pare, ma dipende anche e soprattutto dal quadro macroeconomico, come l’esperienza italiana riassunta in questo post dimostra. Non capirlo significa pretendere di andare da Roma a Fiumicino nuotando controcorrente, semplicemente perché nuotare controcorrente è più faticoso, quindi più virtuoso. Peccato che Fiumicino sia a valle di Roma. E comunque alla fine a Fiumicino ci arrivi perché tanto il fiume ti ci porta: ma preferisci arrivarci prima vivo, o dopo morto?

    Di questo moralismo da poveracci (si può dire?) forse dovremmo veramente liberarci. Ma dopo svariati decenni di disinformazione mi rendo conto che il compito è superiore alle forze di ognuno di noi.



    Per i precisini

    I lags del test di Granger sono stati selezionati applicando il test sequenziale del rapporto delle varianze modificato secondo Helmut Lütkepohl (1991), Introduction to multiple time series analysis (New York: Springer), corretto per i gradi di libertà secondo Chris Sims (1980), “Macroeconomics and reality”, Econometrica, così come viene implementato da EViews 5, partendo da un ordine massimo di 20. I dati trimestrali di valore aggiunto, occupati totali e esportazioni provengono dal sito dell’I.Stat, rispettivamente dal 1992, 1980 e 1991. I dati precedenti, fino al 1975, sono stati retropolati con i tassi di variazione delle serie corrispondenti, provenienti dalla release 1996:03 della contabilità nazionale trimestrale, la più recente fra quelle trovate nelle tasche di Eta Beta. Occorre altro?


    E così abbiamo sistemato quelli che “l’importante è produrre” e quelli che “la svalutazione è come l’aspirina”. Scusa, caro, se hai il mal di testa cosa fai? Preferisci soffrire? O preferisci amputare? Io una preferenza ce l’ho, ma non la esprimo. L’atteggiamento moralistico secondo il quale meglio la sofferenza della medicina, e se proprio medicina deve essere, almeno intingiamo la pasticca nel fiele, altrimenti non fa bene, ecco, questo atteggiamento non ha alcun fondamento scientifico, direi che non ha alcun fondamento umanistico, anzi, direi che non ha alcun fondamento umano. Capisco che avete avuto un’infanzia difficile, ma non è un buon motivo per avvelenarvi il resto della vostra esistenza, e per avvelenarla a noi.

    Vedete? Non ho detto “piddino”, e non ho detto nemmeno una parolaccia (dai, merda non conta, Hugo ci scrive tutto un capitolo nei Miserabili). Si può fare! Adesso, secondo il quartetto di cui sopra, mi telefona subito Floris per invitarmi a Ballarò. Peccato che io sarò sperso nella campagna portoghese a seguito di un sacrosanto (per loro) ma funesto (per me) sciopero generale. Probabilmente non arriverò a Coimbra: dovrò fermarmi a Fatima. E non è detto che sia meno utile. Sicuramente più utile che andare a Ballarò (checché voi ne pensiate). Ave maris stella.

    Dai, Ro, lo so che hai ragione tu, come sempre. Ci sto provando...



    Fonte: Goofynomics: Cosa sapete della produttività?

  10. #10
    Forumista senior
    Data Registrazione
    20 Apr 2009
    Messaggi
    2,908
     Likes dati
    41
     Like avuti
    155
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: L'euro, strumento di egemonia tedesca

    Cosa sapete della slealtà?
    Il post precedente ha avuto molto successo: si sono complimentati lettori (in pubblico) e colleghi (in privato) e non s’è vista nemmeno l’ombra di un troll (ormai non mi nominano più nemmeno quando sono in fondo alle loro tane, hanno troppa paura di farmi pubblicità. Fabio, Fabiuccio! Stava nascendo un’amicizia! Ma dove sei scomparso? Te l'hanno detto i tuoi amichetti: "non ti ci appiccicare a Bagnai, che quello fa vedere i dati, e poi siamo rovinati!").

    Questo successo però, dal mio punto di vista, è solo parziale, perché mi rendo conto di non essere riuscito a far capire a molti una cosa importante.


    Permettetemi, da fiorentino, e quindi, vi piaccia o no, da persona etnicamente autorizzata a farlo, di aggiungere una piccola chiosa al vostro vocabolario della lingua italiana, che non è il mio. E no che non lo è, perché nel vostro dizionario esiste una parola che nel mio non esiste: “svalutazionecompetitiva”. Io sfoglio il mio vocabolario, e trovo: “competitivo, agg. 1) che consente di competere; 2) che è animato da spirito di competizione”. Poi vado pazientemente un po’ più giù, e trovo: “svalutazione, s.f., diminuzione del valore o del prezzo di qualcosa”. A questo punto, per cercare di capire quale sia quella che voi vi ostinate a chiamare la “vostra” idea, ma che non è vostra neanche un po’, seguendo l’ordine alfabetico, scendo lungo la pagina, aspettando di trovare subito dopo “svalutazionecompetitiva”. Ma... mistero! Questa parola nei miei dizionari non la trovo. Errore del tipografo? Dopo aver visto tante bibliografie di tesi cominciare dalla lettera Z (quella di Zorro, ovviamente, non quella di Zamagni) per finire con la lettera H (avete presente un’estrazione bernoulliana?), penso: “magari il tipografo è un laureato triennale, quindi potrebbe non avere molta più relazione con l’ordine alfabetico di quanta Webern ne abbia con la tonalità. Fammi dare un’occhiata in giro...”. E allora risalgo, verso “scemenza”... poi riscendo, verso “svilire”... niente... questa parola, che è l’unica che alcuni lettori sanno di economia, “svalutazionecompetitiva”, insomma, sul dizionario non c’è. Più facile far abboccare un salmerino che trovare questa parola che a voi dice molto, direi quasi tutto, e a me, invece, non dice proprio niente.

    Come la mettiamo?

    Vi faccio una domanda.


    Cosa sapete voi della slealtà?

    La Fig. 1 mostra la variazione del debito pubblico nei paesi dell’Eurozona dal 2000 al 2005. E visto che vengo esortato al buonismo, ve lo commenterò non con il mio solito empito omerico (nel senso, beninteso, di Homer Simpson), ma mi “flanderizzerò” (conoscerete Ned Flanders, no? Non ditemi che state tutto il giorno a leggere i Vangeli gnostici in edizione anastatica con apparato critico in tedesco, come Marco Basilisco). Così il buonismo è assicurato.






    “Sorpresa sorpresina! Cosa succede? Vuoi forse dirmi che dal 2000 al 2005 i paesi virtuosi, quelli dell’asse (di equilibrio) franco-tedesco hanno aumentato il loro debito pubblico, mentre i porci porcellini lo stavano diminuendo? Cosa? Il Portogallo? Ma amico, guarda la tabella tabellina che segue, tesoro caro.”





    "Vedi, il Portogallo sì, ha avuto una performance non ottima, ha aumentato il suo debito debitino di 14 punti di Pil, ma lui all’inizio era ben dentro i parametri di Maastricht: il suo debito debitino era al 48.5% all’inizio del periodo, per trovarsi poi al 62.8% nel 2005, cioè quasi sei punti sotto i primi primini della classe, i nostri amici diversamente europei”.

    Alla televisione francese, che è molto interessante, ho visto come si preparano le meduse per farci l’insalata (in Tailandia pare vada molto). E ho pensato: guarda un po’, è esattamente quello che hanno fatto col cervello di certi italiani.

    Ma io ci riprovo. Lo volete capire sì o no quello che è successo? Guardate, a titolo di esempio, il tracciato del debito italiano e tedesco nel periodo in questione:





    Cosa vedete? Ditelo con parole vostre. No, anzi, meglio non fidarsi di persone dal vocabolario così strano. Ve lo dico io con le parole dei dati. Mentre il debito pubblico italiano è avviato su una traiettoria di risanamento (debole, imperfetta, non vigorosa, quello che volete, ma di risanamento, e c'era Belzebù al governo), il debito alamanno cosa fa? Prima staziona, poi decolla dal 2003. E cosa è successo nel 2003? Le famose riforme del mercato del lavoro, o sbaglio? Sapete, io non me ne intendo, non sono un economista del lavoro, sono solo un umile macroeconomista (come dico ai miei colleghi francesi, un “maquereau économiste”, e chi ha orecchie per intendere intenda. Del resto, ci pagano poco...).

    E allora non ditemi di andare a leggere l’infinita aneddotica di queste belle riforme, i perché e i percome, quante ore, quanti soldi, quanti contratti. Quello lo fanno gli economisti del lavoro o i giuslavoristi. Io, da macroeconomista, registro solo:


    1) che l’aumento del debito è il risultato di un aumento del deficit pubblico tedesco di quasi 5 punti di Pil nel periodo in questione (da un surplus di 1.3 nel 2000 a un deficit di -3.4 nel 2005), partendo da una situazione nella quale la Germania era già sul filo del parametro di Maastricht in termini di debito pubblico (60.2%);

    2) che questo aumento è dovuto a maggiori spese (da 923 a 1043 miliardi di euro), non a minori entrate (passate da 946 a 969 miliardi);

    3) che queste maggiori spese per circa 120 miliardi sono spiegate per più di due terzi da sostegno all’economia attraverso sussidi alle imprese e politiche “attive” del mercato del lavoro (per circa 90 miliardi complessivi), mentre, ad esempio, le spese per l’istruzione sono aumentate di 8 miliardi e quelle per l’edilizia popolare di 3 miliardi.


    E allora? E allora secondo me, e credo anche secondo i dati (ma aspetto riverente le smentite degli esperti) è successo questo: che la Germania, mentre predicava il rigore fiscale agli altri, praticava una svalutazione reale attraverso un massiccio programma di sussidi diretti e indiretti al proprio sistema produttivo, via una riforma del lavoro che, come dire, se da un lato “flessibilizzava”, dall’altro doveva “sicurizzare” i poveracci che perdevano il post (sì, la famosa flexicurity, sapete, quella cosa tanto moderna...). In pratica, lo Stato tedesco ha sussidiato l'abbassamento dei costi di produzione del sistema produttivo nazionale, facendosi carico delle varie "mancette" da elargire alle vittime delle riforme Hartz.


    Del resto, lo avevamo visto che nell'età dell'euro l'economia tedesca era sostenuta dai consumi collettivi, mentre quelli privati e gli investimenti calavano, e il tutto era evidentemente funzionale a uno sbilanciamento della crescita verso la domanda estera, le esportazioni. Capite? E questo è stato fatto mentre si impediva agli altri di fare altrettanto, abbaiando ogni volta che qualcuno sforava quei parametri in termini di deficit (3% del Pil) che il governo tedesco è stato il primo a sforare.

    Certo che poi, dopo il 2005, le finanze tedesche sono migliorate! Ci mancherebbe! Una volta che con sussidi slealmente competitivi hai messo la tua economia su un sentiero di crescita export led (guidato dalle esportazioni) vedi che poi le cose vanno (forse) a posto. Lo diceva Domar: il problema del debito pubblico è un problema di crescita del reddito nazionale. Piccolo inconveniente: quando tutto stava andando a posto (per lei) sulle finanze della Germania, fragilizzate da questa strategia spregiudicata e sleale, si è abbattuta la crisi finanziaria, e quindi, come abbiamo ricordato, son sorte delle piccole spesucce extra per salvare qualche banca banchina...

    E ora come la mettiamo? Male per lei, e male per noi. Ma voi volete ora cancellare la parola svalutazionecompetitiva dal vostro vocabolario, e volete capire che la competizione sleale non si annida nel mercato valutario, che è quello che avete in mente quando pronunciate questa inesistente parola, ma in meccanismi ben altrimenti efficaci? Volete capirlo che la famosa “svalutazione della liretta”, finché era possibile, era un semplice meccanismo difensivo contro aggressioni di questa natura? Si fa presto ad estasiarsi per il meraviglioso Stato sociale del Nord. Quando poi si va a vedere chi paga, si scopre che magari paghiamo noi. Certo, non è tutto qui. Ci sono le differenze culturali, sociali, antropologiche. Bene: se siamo così diversi, forse meglio che ognuno stia a casa sua, no? Io a casa mia ci sto ma di molto bene...

    In testa non vi ci entra proprio, vero? Be’, ricordatevi del trotzkista... (che è appena passato a salutarmi: è molto fiero di essere parte di questa bella comunità).


    Va bene, lo ammetto: l'ultima frase Ned Flanders non l'avrebbe detta. Ma se mio figlio è Bart, io non posso essere Ned: devo essere Homer. Chi non ci sta clicca qui.


    Fonte: Goofynomics: Cosa sapete della slealtà?
    Ultima modifica di x_alfo_x; 28-03-12 alle 19:25

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 13-04-13, 10:22
  2. Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 21-01-13, 14:49
  3. Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 05-08-12, 16:07
  4. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 06-06-12, 21:45
  5. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 06-08-09, 12:44

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito