I dubbi di Di Paola sull’F-35 fantasma
Il ministro della difesa rompe il silenzio e
promette la revisione dei programmi
Anticipare con una mossa “politica” la fine del programma italiano F-35 annunciandone un secco taglio che gioverebbe ai militari o prendere altro tempo in attesa dell’esito dei nuovi test americani del 2013 e della «morte annunciata del progetto», come dice il tam-tam di molti addetti ai lavori? Questo è l’arduo dilemma dell’ammiraglio-ministro Di Paola.
«Stiamo lavorando», si cuciono la bocca fonti autorevoli del ministero della difesa, riferendosi a quella «grossa ristrutturazione dei programmi », di cui Di Paola ha parlato anche ieri. Ripetendo un ragionamento già espresso da ministro qualche giorno fa, di fronte alle commissioni difesa di camera e senato: «Non ci sono vacche sacre, ma neppure ideologie.
Tutti gli altri paesi si stanno riposizionando sui Jsf e lo faremo anche noi». Con pragmatismo, senza totem né tabù, guardando ai fatti e ai conti, ha promesso Di Paola: «Noi esamineremo tutti i programmi, che riguardino il Jsf o l’Eurofighter...». Già, i fatti.
Perché dietro le frasi di circostanza e per quanto con la morte nel cuore, pensando a un futuro di quel gioiello che è la portaerei Cavour sguarnita di un nuovo e potente gruppo d’aviazione lui, l’ammiraglio, sa meglio di chiunque altro che la scommessa sull’acquisto degli F-35 dell’americana Lockheed si sta mestamente spegnendo.
La ragione, prima che per i recenti tagli annunciati dal Pentagono al programma dei cacciabombardieri Joint Strike Fighter e prima ancora che per la nostra crisi economica e di bilancio, è che l’opzione F-35 italiana (ma anche inglese) muore perché la variante del cacciabombardiere Jsf da imbarcare a bordo di nave Cavour non esiste e, con l’aria di crisi che tira, molto probabilmente non vedrà mai la luce.
Altro che dibattito su quanti aeromobili imbarcare: 16 o 20? Altro che rompicapo sull’hangar della Cavour pensato per ospitarne 16 su due file da 8 e ora teoricamente capace di parcheggiarne solo 8: perché l’F-35 che non c’è, modificandosi da un progetto all’altro, s’è appesantito e s’è ingrossato. Ora l’inseguimento italiano all’aereo che non c’è sta arrivando a fine corsa. In particolare, il Jsf che occorre alla nostra marina è un aereo fantasma.
La versione a decollo verticale adatto alla Cavour, alla Royal Navy e ai marines è in stand-by, mentre la versione B a decollo breve testata in Usa (con ben 13 gravi e pericolose criticità) secondo fonti tecniche americane non sarebbe utilizzabile sulla portaerei italiana: ponte troppo corto.
Ironia del destino toccherà proprio al ministro Di Paola prenderne atto, dopo essere succeduto ai due colleghi ammiragli chiamati al vertice dello stato maggiore difesa – Mario Porta e Guido Venturoni – che con lui, in un’ideale continuità, per un ventennio hanno immaginato uno strumento militare che assumesse la progressiva configurazione di forza essenzialmente aeronavale e da sbarco. Il possibile declassamento della Cavour a portaelicotteri, dopo il pensionamento dei vecchi Harrier, fa tramontare il sogno di riscatto dopo gli anni di nave Garibaldi, considerata «la portaerei più piccola del mondo»: ma la prima italiana del dopoguerra. Per l’aeronautica militare il discorso è diverso: la versione base del Jsf esiste e vola. Ma costa troppo cara e soldi per acquistare i mezzi, né un centinaio né la metà, non ce n’è. Tanto che, per il rinnovo della forza aerea, si vocifera di acquisto in leasing della seconda tranche degli Eurofighter Typoon (23 esemplari) perché si sono trovati a malapena i fondi per acquistare i primi 21.
Voci, indiscrezioni. Perché su quali specifici programmi siano caduti i tagli di 2,9 miliardi alla difesa negli anni 2010-2012 è mistero fitto. Di Paola ha promesso che ne informerà il parlamento.
Il suo predecessore politico, l’ex artigliere La Russa, non l’ha fatto. Lo farà l’ammiraglio? Sarebbe un buon inizio per aprire un serio e adeguato confronto sul modello di difesa italiano.
Francesco Lo Sardo




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