

Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 17-01-10 alle 22:59


Al fenomeno dell'uscita dal corpo sono state date diverse denominazioni: sdoppiamento, esperienza extrasomatica, proiezione astrale, bilocazione. ln questi ultimi anni ci si è orientati sul termine OBE (dall`inglese out-of-body experience, che significa esperienza fuori dal corpo). Ritroviamo questo fenomeno presso tutte le tradizioni, le culture, le religioni, in tutti i tempi. Esso presuppone l'esistenza di un «corpo sottile» ed e quindi legato a un concetto trino deIl'uomo: corpo, anima, spirito.
L'uscita dal corpo e stata sovente riportata anche nell'agiografia cattolica con riferimento a santi e beati che furono visti in due luoghi contemporaneamente: basti citare S. Antonio da Padova, S. Alfonso de' Liguori, S. Francesco Saverio e più recentemente Padre Pio. ln questi casi si parla di bilocazione. Presso i popoli primitivi e i mistici tibetani il fenomeno in questione pare essere stato ed essere relativamente frequente.
L'uscita dal corpo capita però, volontariamente o involontariamente, anche a persone normalissime, prive di particolari doti o capacità, e numerosi casi sono riportati dalla letteratura parapsicologica. Oggi l'OBE viene studiata con metodo: si compiono indagini statistiche, si fanno ricerche di laboratorio per tentare di dimostrate sperimentalmente la reale esistenza dell'ipotetico quid che durante l'esperienza pare staccarsi dal corpo, si raccoglie casistica spontanea e la si studia sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Sono state compiute anche inchieste statistiche (negli USA, in lslanda e in lnghilterra), dalle quali risulta che circa il l0% degli intervistati (un campione medio della popolazione) aveva avuto un'esperienza fuori dal corpo.
L'OBE pare quindi essere un fenomeno abbastanza frequente.
Negli Stati Uniti sono state anche compiute ricerche di laboratorio per cercare di individuare il quid che si separa; come soggetti sono stati usati sensitivi in grado di sdoppiarsi volontariamente e sono stati utilizzati detectors di vario tipo: apparecchiature fische, animali ed esseri umani. I risultati più interessanti sono stati ottenuti con gli animali.
Finora la casistica più vasta è stata raccolta studiando le OBE spontanee, che avvengono - a quanto pare - in diverse condizioni: situazioni di stress (incidente, operazione, malattia, ecc.), durante la meditazione e la concentrazione, oppure anche in condizioni totalmente normali. Non sappiamo perché il fenomeno avvenga e a quali scopi. Nella OBE il soggetto ha l'impressione di avere un altro corpo, il quale si comporta più o meno come il suo corpo fisico nella vita normale, risponde più o meno ai comandi della sua volontà e serve momentaneamente da centro del mondo delle sue percezioni. In genere questo corpo assomiglia all`organismo fisico sia come forma che come dimensioni e può essere definito una specie di suo doppio. Altre volte il soggetto ha invece l'impressione di non avere un corpo, ma di essere soltanto un centro dotato di coscienza e volontà.
Le sensazioni descritte da chi vive l'OBE ricordano molto quelle dei mistici: senso di gioia e liberazione, mente chiara e limpida, leggerezza, percezione di una maggiore luminosità, capacità di muoversi con la velocità del pensiero, conservazione delle capacità umane più alte: coscienza, memoria, volontà, capacità decisionale. ll soggetto OBE si sente fluttuare fuori dal corpo, in genere sopra di esso, e vive quasi sempre sensazioni molto piacevoli; è in grado di visualizzare tutto quanto avviene vicino a lui ma non riesce in alcun modo a farsi percepire dalle persone. ll ritorno nel corpo fisico è sempre molto rapido: basta pensarlo.
Molti soggetti hanno dichiarato di essersi sentiti legati al corpo fisico da una sorta di «cordone», descrizione che ricorda molto da vicino la corda d'argento di cui parlano le tradizioni orientali.
Nel fenomeno dell'uscita dal corpo si riscontrano quindi costanti precise, che parlano a favore dell'autentìcità dell'esperienza. L'OBE parla anche a favore della sopravvivenza, in quanto se - come sembra - la nostra coscienza è in grado di separarsi dal corpo in vita e di vivere una sua (temporanea) vita autonoma, si può presumere che potrà farlo anche quando il corpo sarà morto.
Da Dizionario del mistero di P. Giovetti, Roma 1995, 52-53
Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 17-01-10 alle 23:35
"Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)


Tratto da I Misteri di Demetra Zen-it.com
Demetra (in greco: Δημήτηρ, "Madre terra")
... Sui rituali e sui contenuti misterici dell’iniziazione le fonti dell’epoca dicono ben poco: nessuno che fosse stato iniziato avrebbe allora svelato qualcosa e chi, per caso, pur non essendo iniziato fosse stato in possesso di qualche notizia, non avrebbe certo corso il rischio d’essere processato come capitò a Eschilo.
Tuttavia, sebbene in modo ellittico e allusivo, qualcosa vien detto: Pindaro scrive al proposito: «Beato colui che, dopo aver visto simile cosa, arriva sotto terra: egli sa della fine della vita e del suo inizio dato da Zeus». Pindaro dice qualcosa d’importante; ci dice che l’esperienza fondamentale dell’iniziato consisteva nel veder qualcosa. Qualcosa concernente i misteri della vita e della morte. Cicerone sostiene che in questa esperienza si conoscevano i principi della vita e della morte.
Una tavola votiva c’informa che il complesso di rituali trovava il suo apice nel Telein, nel ‘condurre al telos’, ovvero allo ‘scopo’, e che il telos si raggiungeva per epopteia, per una ‘suprema visione’ e comprensione che in nessun caso si raggiungeva con la prima iniziazione. A questa visione guidava lo «ierofante»(Jerofante: ‘colui che mostra il sacro’) mostrando qualcosa.
Quant’altro sappiamo non deriva da fonti greche, ma da fonti cristiane non vincolate ovviamente da alcun segreto. Ed è Ippolito, un padre della chiesa, a dirci cosa mostrasse lo ierofante, naturalmente ironizzando sui misteri di Demetra. Egli dice che agli epoptai, cioè a coloro che avendo superato il primo grado iniziatico, erano pronti ad affrontare il secondo, lo ierofante mostrava «il grande e meraviglioso e Perfetto mistero, una spiga di grano recisa» e che si recitava la formula sacra «Piovi, porta frutto».
Anche Clemente Alessandrino, altro padre della chiesa, riferisce la formula confessionale ironizzando sul mistero, poiché non poteva sapere che non la formula era segreta, ma il contenuto dell’epopteia, della ‘visione’; e, come vedremo, tali formule avevano senso solo in relazione a questa visione.
Veniamo all’essenza dei misteri, cercando di tralasciare i vari riti e accentrando la nostra attenzione sull’epopteia, sulla ‘visione’. Sappiamo anzitutto che poteva essere iniziato chiunque parlasse la lingua greca e fosse puro d’ogni peccato di sangue: uomini e donne ugualmente. Ciò, in tempi in cui le conoscenze iniziatiche erano patrimonio esclusivo di certe caste, come la sacerdotale o la guerriera, non è fatto da trascurare.
Era dunque un’iniziazione sovranazionale, non legata cioè a un qual sia ceppo etnico e a un qual sia ordine sociale. Pertanto non interessava ad alcuno la provenienza etnica e sociale del mystes, di colui che aspirava all’iniziazione. In secondo luogo, ma questa è la causa reale delle precedenti norme, si chiedeva all’iniziato d’identificarsi nella dea Demetra rinunciando alla propria identità.
Più o meno secondo la formula di Paolo: «Non io, ma Cristo in me». L’iniziando rinunciava all’identità contingente, anagrafica, per conseguire la conoscenza della vita superindividuale.
Nei «piccoli misteri» primaverili l’iniziato doveva nella triplice oscurità abbandonare la propria identità per cercar la dea. Infatti in Siracusa gli iniziandi vestivano di porpora e portavano le fiaccole; e anche lo ierofante vestiva il porpora che caratterizza il manto della dea.
L’imperatore Gallieno, che aveva superate entrambe le iniziazioni, si appellò nelle proprie monete al femminile, come «Galliena Augusta». E vestiva di porpora anche Empedocle, il filosofo agrigentino che primo concepì il mondo formato dai quattro elementi –terra, acqua, aria, fuoco– i quali, come vedremo, costituiscono il cardine dell’epopteia; della ‘visione’ che l’iniziato esperiva.
Il secondo grado iniziatico –i "grandi misteri"– richiedeva una potente capacità di destare e far vivere le immagini nella propria coscienza. Nei tempi più antichi, in Sicilia, i grandi misteri venivano celebrati in epoca autunnale, nelle notti di luna calante; poiché il buio –in cui si svolgevano sia i piccoli che i grandi misteri– stimolava, grazie anche ai riti, la coscienza immaginativa dell’iniziando; e non ci si accontentava di ripetere il triplice velamento della piccola iniziazione.
Quanto segue è una ricostruzione più fedele e più tipica possibile del viatico che si schiudeva alla coscienza immaginativa dell’iniziando: si conduceva l’epopta su una radura in terra battuta per ricordargli lo stato spoglio della terra dopo l’ira di Demetra.
Si costituiva attorno all’epoptai un circolo di iniziati e al centro, assieme all’epoptai, vi erano lo ierofante e un assistente, separati da un cunicolo nel terreno.
Gli iniziati che facevano cerchio spegnevano le fiaccole e sul gruppo cadeva il silenzio della notte. Lo ierofante gridava: «Sia interrato come i morti, vivo! Vivo venga interrato come i morti!».
Gioverà dire che l’epoptai non era assolutamente preparato precedentemente ad affrontare una simile prova: la prima prova che doveva affrontare era proprio questa: sostenere con coraggio l’impatto che l’idea d’esser sepolti provocava in lui.
In certo senso doveva affrontare il destino del seme. Un tale choc, potremmo dire, destava in lui una potente carica immaginativa: e immaginava di farsi avanti per affrontare la sepoltura; sentiva che nel cunicolo in cui era costretto veniva calata una pesante pietra; voi sapete che la morte rituale costituiva l’essenza d’ogni iniziazione.
Vedeva quindi che posto in questo cunicolo la terra intorno a lui aumentava temperatura sino a infiammarsi d’una luce fortissima, incolore e abbagliante, la cui azione gonfiava il terreno e il cunicolo ed egli si sentiva investito in pieno da questa energia luminosa che tramutava la buca e il terreno circostante via via in una montagna e trasfigurava il suo corpo in luce.
Egli sentiva di non essere più dotato di corpo, ma costituito unicamente di calore e luce e sentiva il suo esser–calore e luce sollevarsi dalla montagna e spaziare nell’etere. Esperiva quindi di non esser più luce e calore, ma solo etere sottoposto all’azione del vento. Egli vedeva sotto di sé la terra rimpicciolirsi: il gruppo di iniziati e lo ierofante divenivano un piccolo cerchio e la stessa montagna da cui era asceso si riduceva a una piccola gobba.
Vedeva la regione come un triangolo nel mare e si sentiva vento aria nuvola. Dopo questa impressione si sentiva cadere dalla nuvola in forma di goccia, e condensarsi sempre più, sino a precipitare nella fonte d’Aretusa, epifania demetria per i siracusani, e qui sapeva d’essere un pesce dorato consacrato alla dea.
Ciò spiega perché gli iniziati non mangiassero triglie. L’epoptai era talmente immerso in ciò che vedeva da essere incapace persino d’esercitare lo stupore, legittimo, che ogni uomo proverebbe a una simile esperienza.
Bastava dunque che un grano di stupore s’inoculasse in lui per aprire gli occhi e ciò che ora vedeva a occhi aperti non era meno stupefacente: egli si trovava dinanzi allo ierofante, e non nel cunicolo, e lo ierofante gli mostrava un chicco di grano tenuto fra le dita della mano destra.
Non di rado lo ierofante sorrideva ammiccando, conscio di quale forza immaginativa si fosse sprigionata nell’epoptai. E l’epoptai si rendeva conto che quanto aveva visto si sprigionava dal seme, ovvero che ciò che aveva visto era anche nel seme. L’iniziato si avvedeva di condividere il destino del seme.
Una tale esperienza, voi comprendete, è logicamente indicibile: narrandola l’iniziato non poteva esser considerato altrimenti che pazzo. Il nucleo di tale esperienza è racchiuso nella seguente frase di Eraclito: "La morte del fuoco è la vita dell’aria e la morte dell’aria è la vita dell’acqua".
Difatti l’iniziato esperiva la morte del fuoco, la vita e la morte dell’aria, la vita e la morte dell’acqua. Quest’ultima è naturale causi la vita della terra ed è implicito che la morte della terra avvii nuovamente il ciclo.
Con questa visione l’iniziato esperiva la propria continuità, la continuità dell’io superiore nel trapassare degli stati. Nel divenire, nel nascere e perire, nel perire e nascere di ogni elemento, esperendo la propria continuità, gli si schiudeva, gli si disvelava la conoscenza dell’io superiore, viveva quella fase che intercorre tra la morte e una nuova nascita in chiave immaginativa.
La esperiva, evidentemente, in potenza: come il seme è una pianta in potenza. Così l’iniziato s’avvede di portare il germe d’una esistenza superindividuale che trapassa di corpo in corpo, di stato in stato. ...
Zenit - Simbolica - I misteri di Demetra


confermo sono uscita dal corpo varie volte.
tutto cio' credo sia dovuto ad una mia esperienza vissuta molti anni prima di coma profondo.
per cui non so' perche sono piu volte andata a trovare delle persone a chilometri di distanza con la mente, percorrendo tutta la strada che mi separava da loro mentalmente passo passo in auto, sempre con la mente.
poi una mia amica dichiaratamente e provatamente medium non esercitante , mi ha detto di cercare dismetterla altrimenti avrei rischiato la vita


no...non rischi nulla
accade spesso che i soggetti che hanno subito operazioni di una certa rilevanza...oppure incidenti o,come nel tuo caso, siano stati in coma abbiano sviluppato una certa facilità ad uscire dal corpo......causato da un probabile allentamento del legame corpo-astrale
piuttosto dovresti porre il tutto sotto controllo e studiare qualche buon libro serio per comprendere a livello mentale quello che fai;
pratico yoga da 25 anni e questi fenomeni li conosco abbastanza bene....a tua disposizione se serve qualcosa
Non ho princìpi, l’adattabilità a tutte le cose è i miei princìpi