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Discussione: barbari cristianizzati

  1. #1
    Can che abbaia morde
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    Predefinito barbari cristianizzati

    Religione [modifica]
    Da qualche parte nell'Europa orientale i Burgundi furono convertiti al Cristianesimo nella forma ariana, fatto che provocò sospetto e diffidenza tra l'Impero Romano d'Occidente (cattolico) e gli stessi Burgundi. Tali sospetti cominciarono a dissiparsi verso l'anno 500 con la stretta amicizia tra re Gundobado, uno degli ultimi re dei Burgundi, e Avito, vescovo di Vienne. I rapporti furono anche migliori con il figlio e successore di Gundobado, Sigismondo che fu egli stesso cattolico e ci sono evidenze del fatto che anche molti Burgundi lo fossero diventati, compresi diversi membri femminili della casa reale. Nel 517 i Burgundi celebrarono il loro concilio nazionale a Epaon.
    Mi interessa capire meglio i tempi e i modi della cristianizzazione.
    Attila critiano?
    Sigfrido?
    La Saga dei Nibelunghi è un po' forzata?
    Riproviamoci.
    La Repubblica l'ho rispettata, ma non sono stato rispettato.
    Restauriamo la Monarchia.
    Voglio tornare a casa e se non ci fosse più una casa, beh la ricostruiremo.

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  2. #2
    Can che abbaia morde
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    Predefinito Rif: barbari cristianizzati

    Giosuè Carducci - Rime nuove (1906)
    Libro sesto - La leggenda di Teodorico
    Informazioni sulla fonte del testo
    ◄ Libro VI - I due titani Libro VI - Ilcomune rustico ►
    [p. 694 ]

    Su ’l castello di Verona
    Batte il sole a mezzogiorno,
    Da la Chiusa al pian rintrona
    Solitario un suon di corno,
    5 Mormorando per l’aprico
    Verde il grande Adige va;
    Ed il re Teodorico
    Vecchio e triste al bagno sta.

    Pensa il dí che a Tulna ei venne
    10Di Crimilde nel conspetto
    E il cozzar di mille antenne
    Ne la sala del banchetto.
    Quando il ferro d’Ildebrando
    Su la donna si calò
    15E dal funere nefando
    Egli solo ritornò.
    [p. 695 ]

    Guarda il sole sfolgorante
    E il chiaro Adige che corre,
    20Guarda un falco roteante
    Sovra i merli de la torre;
    Guarda i monti da cui scese
    La sua forte gioventú;
    Ed il bel verde paese
    25Che da lui conquiso fu.

    Il gridar d’un damigello
    Risonò fuor de la chiostra:
    — Sire, un cervo mai sí bello
    Non si vide a l’età nostra.
    30 Egli ha i piè d’acciaro a smalto,
    Ha le corna tutte d’òr. —
    Fuor de l’acque diede un salto
    Il vegliardo cacciator.

    — I miei cani, il mio morello,
    35Il mio spiedo — egli chiedea:
    E il lenzuol quasi un mantello
    A le membra si avvolgea.
    I donzelli ivano. In tanto
    Il bel cervo disparí,
    40E d’un tratto al re da canto
    Un corsier nero nitrí.
    [p. 696 ]

    Nero come un corbo vecchio,
    E ne gli occhi avea carboni.
    45Era pronto l’apparecchio,
    Ed il re balzò in arcioni.
    Ma i suoi veltri ebber timore
    E si misero a guair,
    E guardarono il signore
    50E no ’l vollero seguir.

    In quel mezzo il caval nero
    Spiccò via come uno strale,
    E lontan d’ogni sentiero
    Ora scende e ora sale:
    55 Via e via e via e via,
    Valli e monti esso varcò.
    Il re scendere vorria,
    Ma staccar non se ne può.

    Il piú vecchio ed il piú fido
    60Lo seguía de’ suoi scudieri,
    E mettea d’angoscia un grido
    Per gl’incogniti sentieri:
    — O gentil re de gli Amali,
    Ti seguii ne’ tuoi be’ dí,
    65Ti seguii tra lance e strali.
    Ma non corsi mai cosí.
    [p. 697 ]

    Teodorico di Verona,
    Dove vai tanto di fretta?
    70Tornerem, sacra corona,
    A la casa che ci aspetta? —
    — Mala bestia è questa mia,
    Mal cavallo mi toccò:
    Sol la Vergine Maria
    75Sa quand’io ritornerò. —

    Altre cure su nel cielo
    Ha la Vergine Maria:
    Sotto il grande azzurro velo
    Ella i martiri covria.
    80 Ella i martiri accoglieva
    De la patria e de la fe’;
    E terribile scendeva
    Dio su ’l capo al goto re.

    Via e via su balzi e grotte
    85Va il cavallo al fren ribelle:
    Ei s’immerge ne la notte,
    Ei s’aderge in vèr’ le stelle.
    Ecco, il dorso d’Apennino
    Fra le tenebre scompar,
    90E nel pallido mattino
    Mugghia a basso il tósco mar.
    [p. 698 ]

    Ecco Lipari, la reggia
    Di Vulcano ardua che fuma
    95E tra i bòmbiti lampeggia
    De l’ardor che la consuma:
    Quivi giunto il caval nero
    Contro il ciel forte springò
    Annitrendo; e il cavaliero
    100Nel cratere inabissò.

    Ma dal Calabro confine
    Che mai sorge in vetta al monte?
    Non è il sole, è un bianco crine;
    Non è il sole, è un’ ampia fronte
    105 Sanguinosa, in un sorriso
    Di martirio e di splendor:
    Di Boezio è il santo viso,
    Del romano senator.
    Riproviamoci.
    La Repubblica l'ho rispettata, ma non sono stato rispettato.
    Restauriamo la Monarchia.
    Voglio tornare a casa e se non ci fosse più una casa, beh la ricostruiremo.

  3. #3
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    Predefinito Rif: barbari cristianizzati

    http://it.wikipedia.org/wiki/Clodoveo_I

    Clodoveo I
    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
    Clodoveo I

    Dipinto di Clodoveo del 1835 del pittore François-Louis Dejuinne
    Re dei Franchi
    In carica 481 circa – 511 circa
    Predecessore Childerico I
    Successore Clotario, Clodomiro, Teodorico e Childeberto
    Nascita Tournai, ca. 466
    Morte Parigi, 27 novembre 511
    Casa reale merovingi
    Padre Childerico I
    Madre Basina
    Consorte Una principessa Ripuaria
    Clotilde
    Figli Teodorico, di primo letto
    Ingomero
    Clodomiro
    Childeberto
    Clotario
    Teodechilde
    Clotilde e forse
    un'altra figlia, di secondo letto
    Clodoveo I (Tournai, ca. 466 – Parigi, 27 novembre 511) fu il secondo sovrano, storicamente accertato, della dinastia dei Merovingi, del regno dei Franchi Sali, dal 481 alla sua morte. In francese Clovis e in tedesco Chlodwig o Chlodowech, il suo nome deriva dal franco Hlodowig, composto da hlod (illustre) e wig (battaglia), e dunque significa "illustre in battaglia": da esso derivano i nomi Luigi e Ludovico.
    Indice [nascondi]
    1 Origini
    2 Biografia
    2.1 L'ascesa al trono
    2.1.1 L'alleanza con il clero cattolico e il principio assolutistico del potere
    2.1.2 L'espansione territoriale e la conversione al cattolicesimo
    2.2 Il concilio di Orléans
    2.3 La legge salica, l'economia e la struttura della società franca
    2.4 Morte e successione di Clodoveo
    3 Discendenza
    4 Note
    5 Bibliografia
    6 Voci correlate
    6.1 Altri progetti
    6.2 Collegamenti esterni
    Origini [modifica]

    Era figlio del re dei Franchi Sali della dinastia merovingia, Childerico I e di sua moglie Basina[1][2]
    Biografia [modifica]



    Ritratto di Clodoveo I su una moneta di bronzo del 1720.
    Clodoveo è conosciuto soltanto attraverso il secondo dei dieci libri della Storia dalla creazione di Adamo all'anno 591 – successivamente intitolata Storia dei Franchi - del vescovo Gregorio di Tours (536 – 597), un notabile gallo-romano i cui intenti di scrittore appaiono volti all'edificazione e all'agiografia piuttosto che alla rappresentazione di fatti documentati con scrupolo storiografico. Il libro II della sua Storia descrive gli avvenimenti del regno di Clodoveo inserendoli in successioni di cinque anni o di multipli di cinque: cosicché, poiché l'unica data che può considerarsi certa nella vicenda storica di Clodoveo è quella della morte, avvenuta il 511, seguendo Gregorio egli sarebbe nato nel 466, sarebbe salito al trono nel 481, a quindici anni, e il suo regno sarebbe durato trenta anni.
    Comunque anche l'autore (VIII secolo) del Liber Historiæ Francorum conferma che Clodoveo è figlio di Childerico[1].
    Clodoveo nacque da uno dei capi dei Franchi Sali, tribù germaniche stanziate nelle attuali province di Tournai e di Cambrai, Childerico I, e da Basina di Turingia[1]. Childerico era un alleato dei Romani, prima di Ezio contro Attila, poi del generale Egidio contro i Visigoti. Egli si vide riconoscere da quest'ultimo il controllo politico, se non territoriale, della provincia romana Belgica Seconda, comprendente le attuali province di Reims, di Amiens e di Boulogne, a est dell'ultima enclave romana in Gallia che era compresa tra le Somme e la Loira. Soissons era la città più importante ed era controllata dal figlio del defunto Egidio, il magister militum per Gallias, Siagrio, che dal 476, essendo caduto l'impero romano d'occidente, non rispondeva più a nessuna autorità e Gregorio di Tours lo definisce, rex romanorum.
    L'ascesa al trono [modifica]
    Il nuovo conflitto che oppose Childerico - che aveva riconosciuto, nel 476, il nuovo potere di Odoacre - a Siagro, alleato dei Visigoti, era ancora in corso quando, nel 481, Childerico morì lasciando il trono al figlio Clodoveo[1], che aveva quindici anni e, probabilmente, era sotto il controllo di Eurico, re dei Visigoti. Clodoveo per alcuni anni restò inoperoso, solo nel 484 stipulò un'alleanza con i Franchi stanziati nella vicina regione di Cambrai e, nel 485, con le tribù orientali stanziate nella valle del Reno, dette per questo dei Franchi Ripuari, sposando la figlia di un loro capo[1], Cloderico, dalla quale ebbe il figlio Teodorico (secondo Gregorio di Tours, Teodorico era figlio di una concubina e non della moglie[1]). Avendo le frontiere assicurate a nord e ad est, ed essendo, nel frattempo, morto Eurico, Clodoveo poté preparare la conquista del regno di Siagrio. Nel 486, con l'aiuto degli altri re salici, Ragnacaro e Carrarico, poté gettare il suo esercito contro Siagro che, sconfitto, nella battaglia di Soissons[1] (Carrarico non partecipò alla battaglia, ma attese gli eventi), fuggì nel regno dei Visigoti; ma fu consegnato dal nuovo re, Alarico II a Clodoveo, che lo passò per le armi. Ora le tribù franche di Clodovico controllavano tutta la Gallia settentrionale (secondo il Liber Historiæ Francorum, la conquista prima arrivò alla Senna(usque Sequanam) e poi alla Loira (usque Ligere )[1]).
    Dopo l'occupazione Clodoveo permise ai Gallo-romani di mantenere le loro proprietà e l'uso della lingua, inoltre, pur essendo pagano, dimostrò una certa deferenza nei confronti dei vescovi, come dimostra l'incidente del vaso di Soissons, sotto riportato.
    L'alleanza con il clero cattolico e il principio assolutistico del potere [modifica]
    Gregorio di Tours racconta l'episodio del "vaso di Soissons", accaduto durante la guerra, che testimonia la trasformazione dei rapporti di potere al vertice della società franca: avendo i Franchi saccheggiata una chiesa, il vescovo di Reims chiese la restituzione di un vaso particolarmente prezioso a Clodoveo, che promise a condizione che l'assemblea dei guerrieri – dove avveniva la distribuzione del bottino - gliel'avesse assegnata. Richiesto espressamente il vaso, l'assemblea rispose che poteva prenderlo, perché «nessuno può opporsi al tuo volere», affermazione che dimostra la maggiore autorità esercitata dal capo militare della tribù; ma un guerriero si oppose, spezzando il vaso e dicendo che a Clodoveo sarebbe spettata solo la parte di bottino che la sorte gli avesse assegnato, comportamento che dimostra, al contrario, la tradizione di eguaglianza vigente fra i guerrieri. Clodoveo, l'anno dopo, davanti a tutto l'esercito riunito, con un pretesto avrebbe ucciso impunemente il guerriero ribelle, «incutendo gran terrore», episodio che registra l'esistenza del principio del potere assoluto esercitato dal re sulla nobiltà guerriera.
    Quanto all'episcopato, esso fu lesto a intravedere in essi la forza dominante, con la quale era opportuno che il clero, grande proprietario terriero, si accordasse, come attesta la lettera di felicitazioni che il vescovo di Reims, Remigio, inviò a Clodoveo, il quale da parte sua, essendo pagano, comprese quanto opportuna, per mantenersi al potere, fosse l'alleanza con la Chiesa cattolica, organizzazione ormai potente e ben strutturata gerarchicamente.
    L'espansione territoriale e la conversione al cattolicesimo [modifica]


    Maestro di Saint-Gilles, San Remigio battezza Clodoveo, ca 1510, Nat. Gall., Washington.
    Assoggettati i gallo-romani, Clodoveo impose la sua superiorità ai Turingi, stanziati sulla riva sinistra del Reno, sottomettendoli e costringendoli ad arruolarsi nel suo esercito, dopodiché convinse gli ausiliari barbari delle legioni romane a passare sotto le sue insegne.
    Nel 493 Clodoveo, nello stesso periodo in cui concedeva sua sorella, Audofleda, in sposa a Teodorico il Grande, re d'Italia, stipulò un patto di non-aggressione con il regno dei Burgundi, sancito dal suo matrimonio - il secondo - con la cattolica Clotilde, figlia del re Chilperico II[1], morto già da qualche anno[3].
    Benché la moglie cercasse di convincerlo a convertirsi al cattolicesimo e pur permettendo che Clotilde facesse battezzare i figli, Clodoveo rimase pagano per non tradire la religione dei suoi avi.
    Nel 496 attaccò gli Alemanni, popolazione stanziata alle frontiere orientali, sempre in conflitto con i Franchi Salii, per il controllo dei Vosgi e, con i Franchi Ripuari, per il controllo della valle del Reno: Clodoveo s'inserì nel conflitto contando di ottenere la fine della minaccia alemanna e, insieme, importanti ingrandimenti territoriali. Alleato del re franco di Colonia, Sigiberto lo Zoppo, impegnò la battaglia decisiva a Tolbiac: la leggenda narrata da Gregorio sostiene che Clodoveo, in difficoltà, abbia promesso la sua conversione al cattolicesimo in cambio della vittoria, che ottenne, costringendo gli Alemanni ad abbandonare il corso superiore del Reno. Questa sofferta vittoria convinse Clodoveo che la sua conversione al cristianesimo (ortodosso) gli avrebbe permesso di avere il sostegno dei vescovi, influenti sulle popolazioni gallo-romane, contro i barbari, siano stati essi pagani o eretici ariani.


    Clodoveo I riceve dallo Spirito santo (colomba) l'olio santo


    Le conquiste durante il regno di Clodoveo.
    Il 24 dicembre 496 Clodoveo onorò la sua promessa - secondo Gregorio - facendosi battezzare[1] a Reims dal vescovo Remigio, assieme alle sorelle, Landechilde e Alboflede[1]. I Franchi furono l'unico popolo germanico che si convertì direttamente dal paganesimo al cattolicesimo di Nicea, senza passare da una "fase" ariana. Nella stessa notte fu battezzato anche Leonardo di Noblac. Secondo la tradizione fu lo Spirito Santo o un angelo, in forma di colomba, a portare a Remigio la santa Ampolla con l'olio santo per battezzare Clodoveo. La stessa Ampolla verrà poi usata per incoronare i re di Francia da Ludovico il Pio e Carlo X. Tutto il popolo franco divenne, almeno ufficialmente, cattolico e il regno franco confinava con popoli cristiano-ariani: a sud-ovest, tra la Loira e i Pirenei, dall'Atlantico a Narbonne, i Visigoti di Alarico II, e a sud-est il regno dei Burgundi era diviso, dopo la morte di Chilperico II e Gundomaro, assassinati dal fratello Gundobado, in due parti, una con a capo lo stesso Gundobado, che risiedeva a Vienne, e l'altra con a capo il fratello Godegiselo, stabilitosi a Ginevra, nell'attuale Svizzera.
    Le popolazioni soggette ai re ariani di cui sopra, dopo l'avvenuto battesimo di Clodoveo erano pronte a ricevere i Franchi senza opporsi.
    Clodovico non tardò a sfruttare la divisione del regno burgundo e l'inimicizia dei due fratelli. Stretta alleanza con Gondegiselo, nel 500 due eserciti attaccano da nord e da sud il regno di Gundobado[1] che, battuto a Digione, si rifugia ad Avignone, assediato da Clodoveo, mentre il fratello occupa il suo trono di Vienne. Minacciato da Teodorico e dai Visigoti di Alarico II, Clodoveo è costretto ad accettare una tregua con Gundobado, che può così rivolgere le armi contro il fratello Gondegiselo, battendolo e uccidendolo a Vienne; poi, nel 502, stipula con Gundobado - che pur non convertendosi assume una posizione meno intransigente contro il cattolicesimo - un trattato di amicizia suggellato dal fidanzamento tra Teodorico, fglio di Clodoveo e Suavegota, nipote di Gundobado[1].
    L'alleanza fra i due re non può che allarmare il visigoto e ariano Alarico II, che sa dei progetti espansionistici di Clodoveo e il cui regno è agitato dalla fronda del clero cattolico. Opera allora in tre direzioni: con il concilio di Agde, rafforza l'autorità dei vescovi cattolici sulle diocesi; con un nuovo codice giuridico - il Breviario di Alarico II - promulgato nel 506 e ricalcato sul codice di Teodosio II del 438, va incontro alle rivendicazioni della popolazione gallo-romana; cerca infine la mediazione di Teodorico - suo suocero, avendone sposato la figlia Teudigota, il quale è a sua volta cognato di Clodoveo, in quanto marito della sorella di questi, Audofleda - perché si adoperi per un accordo tra Visigoti e Franchi.
    Clodoveo, con il trattato di amicizia stipulato ad Amboise, finse di rassicurare Alarico ma in realtà aveva già preparato la guerra: alleato dei Burgundi di Gundobado, dei Franchi Ripuari di Sigiberto lo Zoppo e anche dell'imperatore romano d'Oriente Anastasio, che è in guerra con Teodorico e lo tiene impegnato in Pannonia, nel 507 invase il regno dei Visigoti, sconfiggendoli nella battaglia di Vouillé, presso Poitiers, dove Alarico II[4] venne ucciso, si dice, dallo stesso Clodoveo[1], e l'anno dopo, con la conquista di Tolosa, s'impadronì di tutti i territori che i Visigoti avevano in Gallia[5], che vennero ricacciati oltre i Pirenei. Clodoveo trattò con clemenza le popolazioni assoggettate, rimettendo in libertà i vescovi ed i religiosi che erano stati catturati, durante la conquista. Non vennero requisite le terre, mentre le popolazioni ariane vennero persuase, senza l'uso della forza, a convertirsi alla fede ortodossa.< br>Nel 508, a suggello dell'alleanza, Clodovieo ricevette dall'imperatore Anastasio I il titolo di console, che gli permise di entrare a Tours con le insegne romane; si fa risalire a quest'anno il trasferimento della capitale nella vecchia Lutezia, ribattezzata Parigi dal nome dei suoi abitanti galli, i Parisii.
    Quanto alle tribù dei Franchi Ripuari, stanziati sulla riva destra del Reno, nell'attuale Turingia, Clodoveo fu sbrigativo, facendo assassinare nel 510 i loro capi, Cararico, Ragnacaro e Ricaro, e assicurandosi le loro terre[1]. Fu poi la volta del vecchio alleato Sigiberto lo Zoppo, fatto uccidere – si dice per ispirazione di Clodoveo - dal figlio Cloderico che tuttavia non poté godere il frutto del parricidio, perché fu subito assassinato dai sicari di Clodoveo[1].
    Il concilio di Orléans [modifica]


    Interno della Cattedrale di Sainte-Croix a Orléans.
    Clodoveo si era guadagnato l'appoggio del clero cattolico, garantendo i suoi vasti possedimenti, concedendo privilegi e autorità, ma non era intenzionato a farsene dominare; nella tradizione dell'Impero romano, egli non si considera il capo della Chiesa del suo regno, ma è intenzionato a mantenere un ruolo di garanzia e di controllo, e lo dimostra convocando nel luglio del 511 un concilio a Orléans. Riuniti nella chiesa di Sainte Croix, i 32 vescovi presenti - meno della metà dei vescovi delle diocesi del regno - designarono Clodoveo «Rex Gloriosissimus figlio della Santa Chiesa» e gli sottoposero all'approvazione 31 canoni che intendevano imporre leggi del codice romano alle consuetudini franche, proibendo i matrimoni fra consangunei e l'adulterio, l'omicidio per vendetta, la mutilazione e il rapimento.
    Altri canoni prevedono una ristrutturazione della Chiesa franca: il clero deve essere approvato dal re, che nomina anche i vescovi, ed è esentato dal servizio militare; i preti sposati possono convivere con le loro mogli, ma devono astenersi dai rapporti sessuali. Viene favorito l'inserimento del clero già ariano nelle strutture cattoliche.
    L'alleanza della Chiesa con il potere civile è, insieme con l'unificazione dei territori che costituiscono in gran parte la Francia attuale, è l'atto politico di maggiore rilevanza: destinato a produrre le sue conseguenze per tredici secoli, pone Clodoveo nella veste di fondatore della monarchia francese.
    La legge salica, l'economia e la struttura della società franca [modifica]
    I Franchi avevano da tempo un insieme di leggi tramandate soltanto oralmente: la loro rielaborazione scritta appartiene al tempo di Clodoveo, sembra intorno al 495 e, dal nome dei Franchi Salii, fu chiamata legge salica.
    Divisa in capitoli e paragrafi, in essa si vieta la vendetta personale, sostituita, qualunque sia il delitto, da un'ammenda, pagata dalla sua famiglia, alla famiglia della vittima e stabilita da un tribunale di notabili. Soltanto la violazione della sepoltura e l'abbandono, da parte della donna, del focolare domestico, non possono essere sanate da alcuna ammenda e vengono punite, la prima, con l'esclusione del reo dalla comunità, la seconda, con la morte: la donna viene sepolta viva. La sposa viene acquistata dal futuro sposo al padre, che investe nella dote un terzo della somma ricevuta. L'adulterio della donna è punito con il divorzio e con la sua esclusione dalla comunità.


    Legge salica, manoscritto della Biblioteca Nazionale di Parigi.
    Minuzioso appare l'elenco delle ammende graduate a seconda della gravità del reato; si citano i furti di suini, di bovini, di ovini, di caprini, di equini, del pollame, degli alveari, della frutta e, in particolare, dell'uva, delle barche e degli attrezzi da pesca, dei cani da caccia: elementi che indicano le specifiche attività economiche praticate dai Franchi, l'allevamento del bestiame, la caccia, la pesca e anche i prodotti dell'agricoltura - esercitata con l'aratro trascinato dai buoi - come il lino, le fave, i piselli, le rape e le lenticchie; dalle norme contenute nella legge salica si ricava anche l'utilizzo dei mulini ad acqua. Il commercio è invece pressoché inesistente e si basa ancora, al tempo di Clodoveo, sullo scambio in natura: la moneta - il vecchio solido aureo romano che, fino al 539, viene battuto ancora con l'effigie dell'imperatore d'Oriente regnante - è utilizzata soprattutto per pagare le ammende.
    I boschi e prati appartengono alla comunità di villaggio, mentre la terra coltivabile è sfruttata individualmente dal singolo contadino ma non è proprietà privata: non può essere alienata in vita, e alla morte dell'agricoltore viene coltivata dai suoi eredi maschi. La donna, infatti, è esclusa dalla possibilità di ereditare i beni immobili - di qui, il termine di legge salica a indicare l'esclusione dall'ereditarietà al trono delle figlie del re.
    Se appare evidente l'originaria struttura per clan della comunità franca, risulta anche il suo progressivo dissolvimento: in un capitolo della legge si ammette che i membri di un villaggio possano stabilirsi in un altro - purché però vi sia il consenso di tutti i membri della comunità - ma è anche possibile ottenere l'autorizzazione per decreto regio al trasferimento in altra comunità, senza possibilità di opposizione da parte dei componenti delle due comunità. Chi si fosse opposto, avrebbe dovuto pagare 200 solidi, un'ammenda elevata. La possibilità di uscire dal proprio clan era sfruttata soprattutto dai ricchi, perché essi sarebbero stati sotto la diretta protezione del re e non sarebbero stati più tenuti a prendersi cura dei parenti più poveri.
    La divisione in classi è ancora testimoniata dall'ammontare delle ammende: se l'uccisione di uno schiavo era riscattata con una somma irrisoria, l'uccisione di un semilibero era compensata con 100 solidi, quella di un contadino libero con 200 solidi, quella di un nobile e di un prete con 600, quella di un vescovo con 900 e quella di un appartenente all'alta nobiltà militare con 1800 solidi. Si rileva da questi dati quanto elevato fosse il rango acquisito dal clero e la qualità della stratificazione sociale: servi e schiavi, privi di terra, esercitavano i mestieri artigiani e di supporto all'allevamento - vi erano falegnami, fabbri, gioiellieri e poi stallieri, porcai e vignaiuoli - mentre i piccoli contadini dovevano guardarsi dalla crescita del potere dei nobili trasformatisi in grandi proprietari terrieri, i feudatari, grazie alle terre concesse loro dal re a compenso dei servizi militari prestati. Il re, a sua volta, accresceva il suo potere grazie all'oppoggio dei feudatari e del clero, governando il paese tramite i suoi funzionari, i conti e i suoi aiutanti, in luogo delle vecchie assemblee di tribù. Anche i tribunali popolari di villaggio, pur continuando a esistere, furono sempre più frequentemente presieduti da funzionari regi.
    Morte e successione di Clodoveo [modifica]


    La divisione del regno di Clodoveo.


    Il regno franco dopo la morte di Clodoveo.
    Clodoveo morì a Parigi il 27 novembre 511[1] e venne sepolto nella basilica parigina dei Saints-Apôtres, (poi divenuta l'abbazia di Sainte-Geneviève) e oggi il Pantheon di Parigi), sulla Montagne Sainte-Geneviève[1].
    I figli Clotario, Clodomiro, Teodorico e Childeberto, in conformità della tradizione franca, si divisero il regno, costituito dall'antica Gallia, con esclusione della Provenza, della Settimania, corrispondente all'antica Gallia Narbonense, e del regno dei Burgundi:
    Teodorico I è re di Reims
    Clodomiro è re di Orléans
    Childeberto I è re di Parigi
    Clotario I è re di Soissons
    La parte più grande, circa un terzo dell'intero regno, che a nord, si estende tra il Reno e la Loira, e al sud la parte orientale dell'Aquitania, spettò al figlio maggiore Teodorico, nato dalle prime nozze di Clodoveo. La divisione del regno venne pertanto stabilita secondo le norme di diritto privato, fatte scrivere dallo stesso Clodoveo nella legge salica: il regno franco è dunque il patrimonio del re, la nozione di bene pubblico, per altro esistente nella legge di Clodoveo, qui è ignorata semplicemente perché lo Stato è considerato bene privato del re.
    Le quattro capitali dei nuovi regni sono tuttavia situate nel centro dell'insieme, relativamente vicine l'una alle altre, come a indicare la tensione esistente fra la tendenza centrifuga che la divisione comportava e la reazione centripeta all'unità: «l'idea di un regno unificato dei Franchi sussisteva negli spiriti» [6]
    Discendenza [modifica]

    Clodoveo dalla prima moglie ebbe un figlio:
    Teodorico (485-534), re di Reims, che sposò Suavegota di Burgundia.
    Da Clotilde invece ebbe sei (o sette) figli:
    Ingomero (nato e morto nel 493 o 494)
    Clodomiro (495-524), re di Orléans, che sposò Gunteuca di Burgundia
    Childeberto (496-558), re di Parigi, che sposò Ultrogota d'Italia,
    Clotario (497-561), re di Soissons, che ebbe quattro mogli e riunificò il regno dei Franchi
    Teodechilde (492/501-576), si fece suora e fu la fondatrice del monastero di Mauriac[7].
    Clotilde (circa 502-531), sposò, nel 517, del re visigoto Amalarico.
    un'altra figlia, incerta, di cui non si conosce il nome e che da alcuni documenti potrebbe essere stata la madre di:
    Agilulfo, vescovo di Metz
    una figlia, che ebbe un figlio:
    Arnoldo, vescovo di Metz.
    Note [modifica]

    ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r (EN)Re dei Merovingi
    ^ (EN)I Merovingi - genealogy
    ^ (EN)Re dei Burgundi
    ^ Alarico II era in attesa dei rinforzi Ostrogoti che non poterono giungere in tempo in quanto una flotta bizantina si era minacciosamente avvicinata alle coste italiane.
    ^ Solo la Settimania (dopo essere stata invasa dai Burgundi, ritornò ai Visigoti) e la Provenza (fu occupata dagli Ostrogoti che la riunirono al regno d'Italia) rimasero in mano dei Goti
    ^ P. Périn – G. Duchet-Suchaux, Clovis et les Mérovingiens
    ^ Secondo alcuni storici si tratterebbe di non della figlia di Clodoveo, ma di quella di Teodorico I
    Bibliografia [modifica]

    (FR) Grégoire de Tours, Histoire des Francs, Paris 1980 ISBN 2-251-34037-8
    (FR) M. Rouche, Clovis, histoire et mémoire, Paris 1997 ISBN 2-84050-079-5
    (FR) M. Balard, J.-Ph. Genet, M. Rouche, Le Moyen-Age en Occident, Paris 2003 ISBN 2-01-145540-5
    (FR) M. Rouche, Le choc des cultures, Paris 2003 ISBN 2-85939-798-1
    (FR) J.-J. Julaud, Histoire de France pou les Nuls, Paris 2006 ISBN 2-7540-0110-7
    (FR) P. Périn – G. Duchet-Suchaux, Clovis et les Mérovegiens, vers 250 – 751, Paris 2006 ISBN 978-2-235-02321-4
    Christian Pfister, La Gallia sotto i Franchi merovingi, vicende storiche, in Cambridge University Press - Storia del mondo medievale, vol. I, pp. 688–711, Garzanti, 1999
    Rafael Altamira, La Spagna sotto i visigoti, in Cambridge University Press - Storia del mondo medievale, vol. I, pp. 743–779, Garzanti, 1999
    L.M. Hartmann e W.H. Hutton, L'Italia e l'Africa imperiali. Amministrazione Gregorio Magno, in Cambridge University Press - Storia del mondo medievale, vol. I, pp. 810–853, Garzanti, 1999
    Voci correlate [modifica]

    Merovingi
    Sovrani franchi
    Storia della Gallia tardo-antica e alto-medioevale
    Franchi (storia dei regni Franchi)
    Elenco di re franchi
    Storia della Francia
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    Riproviamoci.
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    Snorri Sturluson


    Snorri Sturluson

    Uomo d'affari, politico, diplomatico, nonché studioso, storico e poeta, Snorri Sturluson fu una delle figure di maggior spicco nella cultura islandese medievale. Conosciamo molti dettagli della sua biografia grazie alla Saga degli Sturlungar, redatta alla fine del XIII secolo.

    Snorri nacque a Hvammr, nell'Islanda occidentale, nel 1179. Suo padre Sturla Þórðarson apparteneva alla famiglia degli Sturlungar, una delle più influenti dell'isola; sua madre era Guðný Böðvarsdóttir. Aveva un fratello maggiore, Sighvatr, e un minore, Þórðr. Ma mentre i suoi fratelli rimasero a Hvammr, Snorri venne allevato, a partire dall'età di tre anni, da Jón Loftsson, secondo una pratica all'epoca molto comune, con la quale si sigillavano accordi o alleanze. Jón aveva antenati nella famiglia reale norvegese; era uno dei capi più potenti d'Islanda, ma anche un uomo di grande erudizione. Snorri trascorse la sua gioventù a Oddi, che era allora era uno dei principali centri intellettuali dell'isola, e qui scoprì tanto la cultura classico-cristiana quanto la letteratura tradizionale norrena, con i suoi canti mitologici, la poesia scaldica e la narrativa epico-storica delle saghe.

    Snorri non tornò mai a Hvammr. Il padre morì nel 1183 e la madre sperperò la sua porzione di eredità. Quando Jón Loftsson morì, nel 1197, il ventenne Snorri prese in moglie Hjörðís Bersisdóttir, figlia di un ricco sacerdote di Borg (in Islanda non esisteva il celibato ecclesiastico). Dal suocero, Snorri ricevette una proprietà e il titolo di goði (sorta di capo-distretto). Egli rimase quattro anni a Borg, e Hjörðís gli diede due figli: Hallbera e Jón murtur. Ma Snorri ebbe anche delle avventure con altre donne, di cui se ne ricordano tre: Guðrún, Oddný e Þuríður. Guðrún gli diede diversi figli, ma unica a raggiungere l'età adulta fu Ingibjörg. Oddný gli diede una femmina, Þórdís. Þuríður gli diede un maschio, Órækja. Il matrimonio con Hjörðís si raffreddò assai presto e, nel 1206, Snorri lasciò la moglie a Borg e si trasferì a Reykholt, dove il sacerdote Magnús Pálsson gli diede incarico di amministrare una proprietà appartenente alla Chiesa. Snorri vi mise in piedi una fattoria e v'installò una vasca circolare in pietra lavorata, alimentata da acque termali, che si conserva ancora oggi.

    Snorri si rivelò abile in tutte le cose a cui pose mano. Si fece una fama di poeta e di avvocato, ma anche di abile uomo d'affari e, dal 1215 al 1219, fu il titolare della più alta carica islandese, quella di lögsögumaðr, l'«enunciatore delle leggi» presso l'alþing, la suprema assemblea politica e giuridica degli uomini liberi.

    Snorri aveva dedicato alcuni poemi al re di Norvegia, Hákon IV Hákonarson (1217-1263), il quale gli inviò dei doni e lo invitò a corte. False voci sulla presunta morte del re ritardarono il viaggio, ma poi, finalmente, nell'estate del 1218, Snorri lasciò l'Islanda e si recò in Norvegia. Re Hákon accolse Snorri con tutti gli onori e gli conferì il titolo di skutilsvein, un onore che però lo rendeva giuridicamente suo suddito. Nonostante il suo ruolo nell'alþing islandese, Snorri non si fece alcuno scrupolo a prestare giuramento di fedeltà al re norvegese e, come suo vassallo, gli rimise tutte le sue proprietà, che però gli furono immediatamente restituite sotto forma di regalo. Nel corso dell'inverno, Snorri si recò presso il duca Skúli Bárðarson, del quale divenne amico, e nell'estate dell'anno successivo si recò a Skara, in Svezia, dove conobbe il suo «collega» lögsögumaðr Eskil Magnússon e la moglie di questi, Kristina Nilsdotter, vedova del conte Hákon inn Galinn. Entrambi erano intimi con la famiglia reale e fornirono a Snorri molte notizie sulla storia di Svezia e Norvegia.

    Re Hákon mirava a estendere il suo potere sull'Islanda. Snorri lo persuase a non invadere l'isola e s'impegnò affinché gli islandesi riconoscessero la sovranità del re di Norvegia. Questo progetto sarebbe valso a Snorri fama di traditore in patria e, poiché in seguito non cercò di mantenere gli impegni contratti con Hákon, la sua disgrazia presso il re. Tornato in Islanda nel 1220, a bordo della nave che Hákon gli aveva generosamente donato, Snorri provvide ad agevolare gli interessi dei mercanti norvegesi e inviò il figlio Jón murtur in ostaggio al re di Norvegia, in garanzia della sua fedeltà.

    Nel 1222 Snorri riuscì a farsi designare di nuovo come lögsögumaðr, titolo che avrebbe tenuto fino al 1231. Intanto, invece di favorire la causa norvegese, lo scrittore cominciò a occuparsi dei suoi affari personali. Uomo arrogante e assetato di ricchezze, Snorri era però riluttante a usare la forza, preferendo avvalersi del potere inerente alla propria carica per raggiungere i suoi scopi. Confiscando proprietà e mercanzie, mise insieme una vera e propria fortuna, e ottenne il controllo di diversi distretti. Riuscì a eludere i nemici sempre più numerosi, alcuni dei quali vennero da lui dichiarati fuorilegge e privati dei propri beni.

    Nel 1224, Snorri si sposò con Hallveig Órmsdóttir, una ricca vedova assai più giovane di lui, la quale già aveva due figli dalla sua unione precedente. Il matrimonio con Hallveig non fu però strettamente legale, in quanto lo scrittore risultava ancora sposato con Hjörðís. Grazie ad Hallveig, Snorri divenne l'uomo più ricco d'Islanda. Il più ricco, ma anche il più avido e avaro. Snorri si alienò le simpatie dei suoi stessi parenti, con i quali era assai poco disposto a dividere i suoi beni. Nel frattempo Jón murtur era tornato dalla Norvegia ed essendo l'unico figlio legittimo di Snorri, si associò al padre nel suo incarico presso l'alþing. Avendo deciso di sposarsi, il giovane chiese a Snorri, quale parte della sua eredità, la fattoria di Stafholt. Snorri rifiutò e lo spedì da sua madre a Borg. Jón rinunciò al matrimonio e ritornò infelice in Norvegia.

    Assai più disponibile Snorri si rivelò riguardo ai matrimoni delle sue tre figlie, che cercò di sistemare per ottenere vantaggi politici ed economici. Non furono, purtroppo, unioni fortunate.

    La figlia di Guðrún, Ingibjörg, fu data in sposa a Gizurr Þórvaldsson, goði della famiglia degli Haukdælir. Presto disaffezionatosi dalla moglie, Gizurr si spostò in Norvegia, dove tra l'altro uccise Jón murtur, il figlio di Snorri. Quando tornò in Islanda, il suo matrimonio con Ingibjörg naufragò del tutto. Dopo la morte in tenera età dell'unico figlioletto Jón, l'unione si concluse con un divorzio.

    Hallbera, figlia di Hjörðís, venne data in moglie, ancora giovanissima, ad Árni óreiða di Brautarholt, ma divorziò dopo tre anni. La chiese allora in sposa Kolbeinn ungi Arnórsson, il «giovane», capo di Skagafjörðr. Ammalatasi nel giro di un anno, la ragazza venne presto trascurata dal marito e, dopo un nuovo divorzio, tornò dalla madre a Borg. Morì due anni dopo. Per risolvere la contesa sorta con Kolbeinn, Snorri combinò il matrimonio tra l'altro suo figlio, Órækja, ed Arnbjörg, sorella di Kolbeinn. A dispetto della situazione, tuttavia, Arnbjörg fu per Órækja una buona moglie e gli stette vicino nei momenti più difficili della sua vita.

    La figlia di Oddný, Þorðís, venne invece data in moglie a Þórvald Vatnsfirding, un possidente dell'Islanda nord-occidentale. Uomo piuttosto turbolento, Þórvald morì bruciato vivo nella sua casa nel 1228. La brutale uccisione di Þórvald causò una sanguinosa faida in cui risultò coinvolto il nipote di Snorri, Sturla Sighvatsson. Per sfuggire alla vendetta dello scrittore, Sturla lasciò l'Islanda e si recò in pellegrinaggio a Roma, chiedendo perdono per i suoi peccati. Nel frattempo, Þorðís ereditò le proprietà del marito, a Vatnsfjörðr, e Snorri le diede in gestione a Órækja, il quale riuscì però soltanto a terrorizzare il distretto con le sue violenze ed efferatezze.

    Intanto, re Hákon, non fidandosi delle promesse di Snorri e stanco dei suoi indugi, si rivolse a Sturla Sighvatsson, tornato di recente da Roma, affinché si occupasse lui di concludere l'annessione dell'Islanda alla Norvegia. Giunto in patria, Sturla s'impadronì della dimora di Snorri, a Reykholt, e si vendicò crudelmente su Órækja. Lo scrittore, dopo aver tentato inutilmente di parlamentare col nipote, si arrese alla necessità di una battaglia. Ma all'alba dello scontro, scoprendo di non saper combattere, si diede alla fuga e si rifugiò sulla costa orientale dell'isola. Da qui, alzò ancora una volta le vele per la Norvegia.

    Iniziava per l'Islanda un lungo periodo di declino, conosciuto sotto il nome di Sturlung e destinato a trascinarsi fino al 1262, caratterizzato dall'esacerbazione delle rivalità tra le principali famiglie dell'isola. Rifugiatosi in Norvegia, Snorri rimase per due anni presso il duca Skúli, il quale stava preparando una rivolta contro re Hákon e mirava a impossessarsi del trono. Durante il soggiorno, dall'Islanda giunse la notizia che, nella battaglia di Örlygsstaðr (21 agosto 1238), Gizurr Þórvaldsson e Kolbeinn ungi avevano sconfitto e ucciso Sturla Sighvatsson e Sighvatr Sturluson. Snorri pianse in un'elegia la morte del nipote e del fratello, benché fossero stati suoi nemici.


    Il bagno termale di Snorri Sturluson [Snorralaug] è il meglio conservato del Medioevo. Snorri fu ucciso nel tunnel che portava dal bagno alla sua casa, il cui ingresso è visibile nello sfondo.

    L'immediata risposta di re Hákon fu di vietare agli islandesi di lasciare la Norvegia, compreso Snorri, fino a nuova disposizione. Ma Snorri disobbedì e tornò in Islanda nella primavera del 1239. Lo scrittore riteneva che non fosse necessario obbedire al re dal momento che in breve sarebbe stato detronizzato da Skúli. L'anno seguente, però, la rivolta non ebbe successo e nel 1240 Skúli venne ucciso dagli uomini del re. Snorri fu accusato di cospirazione e re Hákon ordinò a Gizurr Þórvaldsson di catturare Snorri e riportarlo in Norvegia. Lo scrittore si presentò all'incontro accompagnato da una scorta di cento uomini, ma di fronte ai novecento schierati da Kolbeinn, riuscì a scappare.
    Dopo la morte di Hallveig, Snorri risiedeva stabilmente a Reykholt, non volendo lasciare la propria dimora in mano ai figliastri. E lì giunse Gizurr Þórvaldsson, la notte del 23 settembre 1241, insieme ad altri settanta uomini. Il re aveva ordinato la sua morte. Qualcuno tentò di avvertire Snorri recapitandogli un messaggio scritto in rune, ma lo scrittore non riuscì a leggerlo. Quando la fattoria fu circondata, Snorri si rifugiò nel passaggio sotterraneo che andava dalla casa al bagno termale. Lì venne trovato da Markús Marðarson, Símon Knútr, Árni Beiskr, Þorsteinn Guðinason e Þórarinn Ásgrímsson.

    La saga racconta che Símon Knútr chiese ad Árni di uccidere Snorri, il quale disse: «Non mi trafiggere!» [Eigi skal höggva]. «Trafiggilo tu!» [Högg þú] ordinò Símon ad Árni. «Non mi trafiggere» [Eigi skal höggva] chiese ancora Snorri, ma nello stesso tempo Árni gli inferiva il colpo fatale.

    Árni morì dieci anni dopo, mentre tentava di sfuggire all'incendio di un'altra fattoria. Saltò da una finestra e cadde a terra. Qualcuno lo riconobbe e domandò: «Nessuno qui si ricorda di Snorri Sturluson?», e Árni venne ucciso. Poi venne massacrato anche Gizurr, che si trovava nella stessa casa.

    Uomo arrogante, potente e avido, ma di profonda cultura, Snorri fu il maggiore scrittore islandese del suo tempo e uno dei più grandi letterati europei prima di Dante. Scrisse alcune poesie e saghe, tra le quali la Saga di Óláfr il Santo [Óláfssaga ins helga] e la Heimskringla, opera di cui fa parte la Saga degli Ynglingar [Ynglingasaga]. A Snorri è da alcuni attribuita la bellissima Saga di Egill Skallagrímsson [Egilssaga Skallagrímssonar], sulla vita del celebre avventuriero e scaldo vichingo. Ma l'opera più importante di Snorri, composta intorno al 1220, è senza dubbio l'Edda in prosa, che costituisce uno dei principali monumenti della letteratura medievale islandese e nel contempo una delle fonti più ricche sull'antica mitologia scandinava.


    Pagina del Codex Uppsaliensis (XIV secolo) con testo dell'Edda in prosa di Snorri.

    L'Edda in prosa

    L'Edda in prosa è un manuale di arte scaldica per aspiranti poeti e, solo in secondo luogo, un trattato di mitologia norrena. Se, nel corso dell'opera, Snorri fornisce molti racconti sulla creazione del mondo e sugli dèi, è semplicemente perché gli antichi miti pagani erano considerati parte dell'irrinunciabile bagaglio culturale di ogni poeta, materiale propedeutico alla comprensione della poesia scaldica e repertorio necessario per la composizione delle nuove opere. Tuttavia, nella prospettiva del lettore moderno, in parte influenzato dalla filologia ottocentesca, la parte mitologica dell'Edda di Snorri risulta più interessante delle pagine dove si spiegano specificatamente i vari tipi di metro della poesia scaldica; questa visione parziale dell'opera, unita al fatto che le moderne traduzioni privilegiano le parti mitologiche, ha portato al diffuso fraintendimento che l'Edda di Snorri sia essenzialmente un trattato di mitologia, cosa che non era probabilmente nell'intentio auctoris.

    Ma detto questo, è certo che le informazioni mitologiche fornite da Snorri siano inestimabili per la nostra conoscenza degli antichi miti scandinavi. Snorri attinse le sue fonti ai carmi dell'Edda poetica, di cui fornì, nel suo libro, spiegazioni e interpretazioni approfondite: senza il suo contributo, buona parte dei miti a cui i poemi eddici accennano nel loro stile oscuro ed ermetico, sarebbero per noi del tutto incomprensibili.

    Struttura dell'Edda in prosa

    L'Edda in prosa è costituita da un prologo e tre parti principali:

    Prologo [Formáli]
    L'inganno di Gylfi [Gylfaginning]
    Discorso sull'arte scaldica [Skáldskaparmál]
    Trattato di metrica [Háttatal]
    Al fine di presentare la sua opera, nella quale la finzione letteraria renderà necessario trattare dell'antica religione come fosse autentica sapienza e tradizione cosmologica, Snorri, da buon cristiano, premette un Prologo per ragguagliare il lettore sulla storia del mondo secondo il dettato biblico e spiegare come sorse in nord Europa la fede nelle divinità pagane. Egli utilizza insieme fonti bibliche e classiche: tratta di Adamo ed Eva, del Diluvio, della torre di Babele e di Zoroastro, e spiega come gli uomini dimenticarono la fede nel vero Dio e passarono ad adorare una moltitudine di divinità. Tratta poi del regno di Saturno, antico re di Creta a cui erano attribuiti sapienza esoterica e poteri magici, e dei sovrani che regnarono nella città omerica di Troia. Snorri utilizza, secondo l'uso della storiografia medievale, l'interpretazione evemeristica. Gli Æsir furono un potente popolo originario di Troia. Guidati dal loro re Óðinn, giunsero nei paesi del nord, dove vennero adorati come dèi dalla popolazione ignorante e superstiziosa. Per quanto non faccia parte dell'Edda ma anzi, in un certo senso la neghi, il Prologo rimane uno straordinario documento speculativo sull'origine del popolo, delle credenze e della lingua del nord Europa. Bisogna comunque aggiungere che tra questa prima parte e i rimanenti libri dell'Edda vi sono numerose discrepanze stilistiche, linguistiche e testuali che hanno indotto alcuni autori a ritenere che a redigere il Prologo non fu Snorri ma forse qualche erudito posteriore. [ANTOLOGIA]

    Il primo libro vero e proprio, L'Inganno di Gylfi è una narrazione completa e organica dei miti nordici, oltre che la nostra fonte più importante per la conoscenza della religione degli antichi Scandinavi. Cornice della narrazione è il viaggio compiuto da Gylfi, mitico re svedese nonché grande conoscitore di magie, il quale, travestitosi da vecchio, si reca nel paese degli Æsir per scoprire la fonte della loro sapienza e del loro potere. La materia del libro viene svolta attraverso le domande di Gylfi sulla creazione e sul divenire dell'universo, sulla natura degli dèi e sulla fine del mondo, a cui dànno risposta tre misteriosi personaggi nei quali si ravvisa – in forma triplice – lo stesso Óðinn. Alla fine del colloquio, la dimora degli dèi scompare nel nulla. Grazie a questa rappresentazione, Snorri dà una visione d'insieme delle credenze pagane, racconta i miti di creazione e svela la struttura dell'universo e dei mondi che lo compongono, enumera gli dèi e per ciascuno ne fornisce la fisionomia e narra i miti principali che lo riguardano. [ANTOLOGIA]

    Il secondo libro, il Discorso sull'arte scaldica, adotta come cornice un dialogo tra il gigante marino Ægir e il dio della poesia Bragi, in cui il secondo spiega al primo il significato delle più importanti kenningar (metafore) e degli úkend heiti (semplici denominazioni o epiteti considerati però particolarmente poetici), dando così al lettore molte importanti informazioni sull'origine e il significato dei nomi mitologici citati nelle opere degli scaldi. Alcune di queste storie appartengono alla mitologia: il rapimento di Iðunn da parte di Þjazi, il matrimonio tra Skaði e Njörðr, il furto da parte di Óðinn dell'idromele della poesia, i combattimenti tra Þórr e i giganti Hrungnir e Geirrøðr. Altre storie forniscono racconti eroici: si parla di Sigurðr, di re Fróði, di Hrólfr Kraki. A volte Snorri non si contenta di citare una semplice metafora poetica, ma fornisce lunghi estratti dei poemi che la contengono, conservando così importanti opere che altrimenti sarebbero andate perdute: è il caso del poema Lungo come un autunno [Haustlöng] di Þjóðólfr ór Hvíni, dell'Eulogia per Þórr [Þórsdrápa] di Eilífr Goðrúnarson e dell'Eulogia per Ragnar [Ragnarsdrápa] di Bragi Boddason. Nel testo è riportato anche un canto mitologico considerato come facente parte dell'Edda poetica ma che non figura in alcun manoscritto della raccolta: la Canzone del [mulino] Grotti [Grottasöngr]. [ANTOLOGIA]

    Il terzo libro, il Trattato di metrica, è un saggio tecnico che appare nella forma di un poema laudatorio per re Hákon Hákonarson – il sovrano che lo farà uccidere – e Skúli Bárðarson, in cui Snorri fornisce un esempio dei centodue differenti tipi di metro che egli conosce. Come parte integrante di questo libro, si comprende anche una lista di þulur (heiti in versi allitterativi) nelle quali sono presentate, secondo le tecniche mnemotecniche degli scaldi, le diverse maniere di designare gli dèi, i giganti, gli uomini e le donne, le battaglie e le armi, gli elementi naturali e via dicendo.

    La critica
    Molto si è detto sull'attendibilità dell'Edda in prosa come fonte dei miti scandinavi. È evidente che Snorri attinse con scrupolo addirittura «filologico» alle fonti pagane, tant'è vero che cita a più riprese lunghi passi degli antichi poemi mitologici da lui utilizzati per la compilazione dell'opera. A volte, però, un confronto tra i versi citati e il resoconto prosastico fornito da Snorri mostra una non perfetta coincidenza, come se l'autore abbia interpretato o in parte travisato le sue fonti. Che questo sia avvenuto perché Snorri non conoscesse perfettamente la materia o perché abbia operato delle licenze letterarie, non ci è dato da sapere.

    Parte della critica moderna ha dunque imputato a Snorri di aver omesso o adattato quanto riusciva utile al suo scopo, modificando in modo irrecuperabile i miti che aveva deciso di tramandare. Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, studiosi come Viktor Rydberg ed Eugen Mogk hanno avanzato serie critiche al metodo di Snorri, accusandolo di numerosi errori di traduzione e di interpretazioni personali dei racconti mitici, che di fatto ridimensionavano il contributo dell'Edda alla nostra conoscenza della mitologia scandinava (Rydberg 1886 | Mogk 1923). All'ipercritica seguì però, nel corso degli anni, una progressiva riabilitazione, i cui principali artefici furono Jan De Vries e Georges Dumézil, i quali dimostrarono, con ingegnose comparazioni tra i miti forniti da Snorri e quelli di altre culture indoeuropee, che molte delle accuse mosse allo scrittore erano infondate e che il materiale fornito dall'Edda è perfettamente attendibile ai fini di una ricostruzione degli antichi miti scandinavi. (De Vries 1957 | De Vries 1961 | Dumézil 1948)

    Un approccio realistico all'Edda deve tener conto che Snorri, nonostante fosse un uomo erudito e un ottimo conoscitore della cultura, della poesia e della letteratura islandese, visse e scrisse in un'epoca in cui il cristianesimo si era ormai affermato in Islanda e la conoscenza tradizionale era in declino. Questi fattori, uniti all'innegabile talento letterario di Snorri, influirono senza alcun dubbio sull'utilizzazione che lui fece delle proprie fonti. (Isnardi 1991)

    Bisogna anche considerare che buona parte delle conoscenze di Snorri in fatto di mitologia gli venisse dalla tradizione orale, per cui è spesso arduo riconoscere eventuali manipolazioni da parte dell'autore (Isnardi 1991). In ogni caso, laddove disponiamo dei poemi utilizzati per la compilazione dell'Edda in prosa, sia che compaiano nell'Edda poetica, sia che li fornisca Snorri stesso, è evidente che quest'ultimo ebbe con le sue fonti un approccio attentissimo, che la maggior parte degli studiosi considera in maniera rassicurante. Ricordiamo infine che Snorri era più vicino di noi alla cultura pagana islandese e si collocava in quel momento particolare in cui il racconto tradizionale muore come mito e si trasforma in letteratura. Snorri fu il principale artefice di questo passaggio. Egli non poteva più restituirci il mito nella sua forma orale e viva, ma ci regalò una chiave d'interpretazione moderna, validissima e incredibilmente intelligente, grazie alla quale ci ha permesso di accedere al mondo perduto della mitologia scandinava.

    Il titolo «Edda»

    Rimane irrisolto il problema posto dal nome stesso dell'opera, Edda, che non ha tuttora una spiegazione convincente.

    Questo titolo compare unicamente nell'intestazione del Codex Uppsaliensis, dove troviamo scritto: «Questo libro si chiama Edda; lo ha composto Snorri Sturluson e qui si segue l'ordine in cui egli lo dispose» [Bók þessi heitir Edda; hana hevir saman setta Snorri Sturlo sonr eptir þeim hætti sem hér er skipat]. Tra l'altro questa annotazione non solo ci permette di far risalire il libro a Snorri, ma è anche una preziosa indicazione del fatto che questo titolo fu probabilmente dato al libro da un erudito posteriore.

    Ma che cosa significa la parola Edda?

    Nel suo significato generale, il termine edda sembra avere il senso di «ava, antenata, bisnonna». Secondo tale interpretazione, tuttora accettata da diversi studiosi (Dillman 1991 | Boyer 1992), il titolo del libro di Snorri avrebbe il senso di «storie raccontate dall'antenata, storie dei tempi della bisnonna».

    Questo raro termine è attestato soltanto due volte in tutta la letteratura norrena. La prima è nella Sequenza di Rígr, un poema mitologico escluso dalla raccolta dell'Edda poetica ma presente nel Codex Wormianus. Vi si narra la mitica origine delle tre principali classi sociali della società scandinava medievale, dovuta alla visita del dio Rígr (un epiteto di Heimdallr che compare unicamente in questo poema), il quale chiede dapprima ospitalità alla capanna di Ái «avo» ed Edda «ava», poi a quella di Afi «nonno» e Amma «nonna», e infine a quella di Faðir «padre» e Móðir «madre». In seguito all'incontro con Rígr, ogni donna di ciascuna coppia dà alla luce dei figli che saranno gli antenati, rispettivamente, degli schiavi, degli uomini liberi e dei nobili. Che il termine edda significhi «ava» lo si deduce unicamente dal contesto di questo racconto. Infatti, se ái è tuttora attestato in islandese moderno nel significato di «antenato», la sua controparte edda sembra essersi perduta nel basso Medioevo.

    Il termine edda compare inoltre nel Discorso sull'arte scaldica di Snorri, dove viene fornita una lista degli epiteti poetici [heiti] per «donna», e si legge: «La suocera [sværa] è chiamata madre dell'uomo; è chiamata madre [móðir], nonna [amma] o terza ava [edda]; eiða significa madre» [Sværa heitir vers móðir, heitir ok móðir, amma, þriðja edda, eiða heitir móðir]. Se edda sia, come dice Snorri, una forma ipocoristica della parola eiða «madre», þriðja edda può essere inteso come «terza madre», quindi «bisnonna». Ritornando alla Sequenza di Rígr, possiamo dunque intendere Ái ed Edda come «bisnonno» e «bisnonna», creando dunque una serie più rigorosa con «nonno» e «nonna» e quindi con «padre» e «madre».

    Da queste note sembra dunque che la parola edda abbia il senso generico di «ava» o, più precisamente, di «bisnonna». Ciò non ci aiuta molto a comprendere perché il libro di Snorri sarebbe stato intitolato «bisnonna», con tanto che un titolo del genere, se inteso nel senso di «storie della bisnonna» o «libro della bisnonna», avrebbe richiesto la presenza di un sintagma del tipo *eddumál, *eddutal o *eddubók. Inoltre questa interpretazione su scontra col fatto l'Edda, come abbiamo detto, non fu scritta come raccolta di storie tradizionali, bensì come manuale per aspiranti scaldi, e in questo contesto la presenza dalla vecchietta che racconta le belle favole del tempo antico viene ad avere poco senso.

    È dunque possibile che il titolo Edda non abbia nulla a che vedere con il sostantivo edda «bisnonna». In tal caso si tratta di una semplice omofonia ed Edda sarebbe un hápax legómenon da interpretare in senso affatto diverso.

    Tra le varie ipotesi fornite per spiegare questo titolo, non si può tacere quella fornita nel 1609 dal pastore islandese Magnús Ólafsson, il quale, nella breve prefazione anteposta alla sua edizione manoscritta dell'Edda di Snorri, riteneva che la parola fosse un adattamento al norreno del latino edo «io compongo» (edo librum «compongo un libro, pubblico un libro»). Così come il termine religioso latino credo «io credo» era entrato in norreno nella forma kredda, l'ingegnoso pastore propose che un qualche erudito avesse usato a edo il medesimo trattamento e gli avesse dato la forma edda. Il titolo del libro assumerebbe così il significato di «[manuale per] comporre». Si noti che questa etimologia seicentesca ha i suoi difensori moderni, tra cui Stefán Karlsson e Anthony Faulkes (Faulkes 1995).

    Secondo una diversa ipotesi, il titolo del libro proverrebbe invece da Oddi, la cittadina nel sud dell'Islanda dove Snorri fu allevato e dove ricevette la sua istruzione. Dunque Edda significherebbe «libro di Oddi». Se tale ipotesi viene giudicata di scarso valore, non è soltanto per le insormontabili difficoltà linguistiche, ma anche per il fatto che Snorri non abitava più a Oddi quando compose la sua opera.

    Un'altra possibile etimologia vuole accostare il titolo dell'opera al sostantivo norreno óðr «ebbrezza poetica», il quale, come aggettivo, significa «furioso, pazzo, frenetico». È la stessa radice che è alla base del nome stesso di Óðinn, il dio della poesia, della magia e del furore estatico. La parola proviene dal protogermanico wođ-, che nei suoi esiti designa l'ebbrezza, l'eccitazione, il furore, il genio poetico (cfr. gotico wôds «posseduto», anglosassone wōð «canto», tedesco Wut «furore»). Questa sembra essere, al momento, l'ipotesi più accreditata e anche più pertinente al senso dell'opera, per quanto permangano alcune difficoltà linguistiche. (Isnardi 1975 | Faulkes 1995)

    Secondo un'ipotesi avanzata recentemente, l'origine del termine andrebbe forse cercato in ambito anglosassone, dove le attività dello scōp (equivalente dello scaldo norreno) erano designate con il verbo geddian/giddian «cantare» (se scōp geddode «il poeta cantò»). Questa parola deriva dal sostantivo neutro gjedd/gedd/gidd, che può indicare, nel suo vastissimo campo semantico, tutti i prodotti dell'attività poetica e letteraria, quali il canto, il poema, il sermone, il proverbio, l'elogio, l'enigma e via dicendo. Non vi è nulla di eccezionale nella possibilità di un prestito di questa parola dall'anglosassone al norreno. La cultura antico-inglese ebbe sempre forte influenza su quella islandese medievale, come dimostrano le molte parole che il norreno trasse dall'anglosassone (come ræðingr «testo», stafróf «alfabeto», bleza «benedire», etc.). Gli scandinavi avrebbero adottato la parola come sostantivo neutro *eddi «poema», con regolare aferesi della semiconsonante iniziale [j]. Il titolo Edda si sarebbe quindi formato con aggiunta del suffisso -a, ampliamento utilizzato nella formazioni dei titoli delle opere letterarie norrene: Njála «Saga di Njáll», Grettla «Saga di Grettir», Eyrbyggja «Saga della gente di Eyri», etc. Secondo questa ipotesi, Edda significherebbe dunque «[Codice] dell'arte poetica». (Riutort i Riutort 2004)

    Oltre alle varie etimologie proposte per spiegare la parola Edda, non si possono tacere le osservazioni di altri studiosi, i quali hanno fatto notare che nel medioevo non si dava titolo alle opere letterarie: la maggior parte dei titoli con cui oggi conosciamo quelle opere è in realtà moderna (si pensi ad esempio al caso del Canto dei Nibelunghi). Nel Medioevo vi erano talmente pochi libri che i loro possessori li conoscevano fisicamente uno a uno e bastava semplicemente la rilegatura a distinguerli. Spesso i libri venivano indicati per alcune caratteristiche esterne del volume: è il caso, tra i manoscritti norreni, del «Libro di pelle grigia» [Gráskinna], così chiamato dal colore della rilegatura, del «Libro di pelle marcia» [Morkinskinna], la cui rilegatura si era ammuffita, o del codice legale «Copertina di ferro» [Járnsíða], chiamato così per la coperta in metallo. Non si può dunque ignorare la possibilità che, quando il Codex Uppsaliensis scrive: «Questo libro si chiama Edda», non intenda l'opera contenuta nel volume, ma il volume stesso.

    Si noti infine che il titolo Edda originariamente apparteneva soltanto all'opera di Snorri e non all'antica raccolta di poemi mitologici che in seguito avrebbe ricevuto lo stesso titolo. La distinzione tra Edda in prosa (di Snorri) ed Edda poetica risale infatti al 1643, quando il vescovo Brynjölfur Sveinsson (1605-1675) scoprì il manoscritto che riportava i poemi serviti come fonte allo stesso Snorri. Attribuendo le anonime composizioni a Sæmundr Sigfússon inn Fróði (1056-1133), Brynjölfur intitolò la raccolta Edda Sæmundi Multiscii «Edda del saggio Sæmundr», creando così un legame ideale con l'opera di Snorri. Da allora che si cominciò a distinguere tra due Edda: da una parte l'«Edda di Snorri» [Snorra Edda] o «Edda giovane» [Yngri Edda] o «Edda in prosa» [Prose Edda]; dall'altra la raccolta anonima che per contrasto si chiamò «Edda di Sæmundr» [Sæmundar Edda] o «Edda antica» [Eldri Edda] o «Edda poetica» [Ljóða Edda]. Tuttavia, il titolo Edda appartiene a buon diritto soltanto all'opera di Snorri.

    Le redazioni

    L'Edda in prosa di Snorri ci è stata tramandata in quattro codici più o meno completi:

    Rs
    Codex Regius [Konungsbók Snorra-Eddu]. Redatto nel 1325, è considerato il migliore manoscritto dell'Edda in prosa di Snorri e viene usato come codice-guida nelle edizioni critiche dell'opera. Sulla sua storia poco si sa: venne donato a re Federico III dal vescovo Brynjólfur Sveinsson nel 1662. Pare che quest'ultimo lo avesse acquistato nel 1640 da un certo Magnús Gunnlaugsson. Il codice è costituito da cinquantacinque fogli, il primo e parte del trentanovesimo incompleti. Dapprima conservato nella Biblioteca Reale di Copenhagen, il manoscritto è stato consegnato nel 1985 dalla Danimarca all'Islanda, nell'insieme di una restituzione di centinaia di manoscritti di valore storico avvenuta tra il 1973 e il 1997, ed è oggi custodito nella biblioteca dell'Istituto Árni Magnússon di Reykjavík con la segnatura GKS 2367 4°. (Si faccia attenzione a non confondere questo manoscritto con quello che contiene l'Edda poetica, parimenti conosciuto come Codex Regius [R], il quale è oggi conservato nella medesima biblioteca con la segnatura GKS 2365 4°.)

    W
    Codex Wormianus [Wormsbók/Ormsbók]. Fu composto probabilmente tra il 1340 e il 1350. Anche della storia di questo codice non conosciamo che pochi dettagli. Lo studioso islandese Arngrímur Jónsson lo spedì nel 1628 all'erudito danese Ole Worm, meglio conosciuto col nome latinizzato di Olaus Wormius (1588-1654). Nel 1706 il nipote di questi, Christian Worm, lo diede al grande studioso Árni Magnússon, il quale aveva un'imponente collezione di manoscritti antichi. Ancora oggi il codice è conservato nella Arna-Magnæanske Samling, la biblioteca universitaria di Copenhagen, con la segnatura AMS 242 fol. Il codice consta di sessantatré fogli, ma in origine doveva essere stato più vasto: contiene, oltre all'Edda in prosa di Snorri, i quattro Trattati grammaticali, la Sequenza di Rígr e una raccolta di þulur. Vi è però una lacuna ai ff. 39-43 del Discorso sull'arte scaldica, dove viene narrato il mito dei Niflungar e quello del mulino di Fróði

    T
    Codex Trajectinus [Trektarbók]. Questo manoscritto fu redatto probabilmente intorno al 1600 in Islanda e, come il precedente, passò tra le mani di Olaus Wormius, che pare lo avesse ricevuto nel 1628 (la data non è sicura) da un islandese, Jón Arason. Olaus lo diede nel 1635 a uno studioso olandese, il dottor Eichman, ma in seguito il codice entrò in possesso di un certo Christian Ravius che lo portò a Utrecht. È ancora oggi conservato nella biblioteca di Utrecht con la segnatura Ms. 1374. Il codice contiene tutta l'Edda in prosa di Snorri tranne la prima e l'ultima pagina.

    U
    Codex Uppsaliensis [Uppsalabók]. Redatto nel 1300, è il più antico manoscritto conservato dell'Edda in prosa di Snorri, e l'unico che faccia riferimento all'autore e porti il titolo. Anche questo manoscritto appartenne a Brynjólfur Sveinsson, dal quale fu consegnato all'erudito danese Stephan Stephanius di Sorø. In seguito il manoscritto passò a un certo Magnus De la Gardie e dal 1669 viene conservato nella Biblioteca dell'Università di Uppsala con la segnatura DG 11 [De la Gardie 11]. Questo testo contiene, oltre all'Edda, alcune parti non presenti negli altri manoscritti, come il Catalogo degli Scaldi e la Genealogia degli Sturlungar.

    La critica filologica ha mostrato che i manoscritti Rs W T sono tra loro assai vicini, mentre U, che è il più antico, presenta un testo diverso, tanto che in genere viene stampato separatamente. Benché più antico degli altri, U non deve essere considerato come il più vicino alla redazione originale di Snorri. Più vicino all'intenzione dell'autore è invece il gruppo Rs W T, anche se U può aver conservato qualche dettaglio che negli altri codici è andato perduto. L'edizione critica è basata sul manoscritto Rs. Parti del Discorso sull'arte scaldica sono contenuti in altri quattro frammenti, i cosiddetti Handritabrot af Snorra-Eddu, e cioè:

    A
    Due frammenti di un unico manoscritto, con le segnature Mss. AM 748 I 4° e AM 748 II 4°, redatti nel XV secolo e consegnati da un sacerdoti ad Árni Magnússon nel 1691. Questi contengono anche la Genealogia degli Sturlungar.

    M
    Il Ms. AM 757 4°.

    Fr
    Il Ms. AM 556 4°, risalente al secolo XV.

    Appendici all'Edda in prosa

    Il Codex Uppsaliensis, il manoscritto più antico dell'Edda, comprende altre tre parti non contemplate dagli altri manoscritti:

    Il Catalogo degli Scaldi [Skáldatal], un elenco degli scaldi fino all'anno 1260, anche presente nel manoscritto AM 761 4° della Heimskringla.
    Il Catalogo degli enunciatori delle leggi [Lögsögumannatal], un elenco degli «enunciatori delle leggi» che attendevano presso l'Alþing islandese, dall'anno 930 all'inizio del XIII secolo.
    La Genealogia degli Sturlungar [Ættartala].
    Il Codex Wormianus contiene inoltre i primi quattro Trattati Grammaticali [Málfrœðiritgerðirnar], nei quali vengono spiegati i vari princìpi di fonetica, ortografia e di grammatica della lingua norrena (si tratta dei più antichi testi di questo genere scritti in una lingua germanica). Il primo trattato risale con ogni probabilità al XII secolo, ma a volte lo si è voluto postdatare al secolo successivo per assegnarne la paternità a Snorri, pur senza prove convincenti. Tutti i trattati sono infatti anonimi, tranne il terzo che fu composto intorno alla metà del XIII secolo da Óláfr Þórðarson, nipote di Snorri, e risulta essere un adattamento delle grammatiche latine di Prisciano e Donato, a cui si aggiungono interessanti informazioni sull'alfabeto runico. La presenza di questi Trattati accanto all'Edda di Snorri, nel Codex Wormianus, fa comprendere come l'insieme fosse visto come una sorta di grande opera generale sulla lingua, la letteratura e la poesia norrena. Il secondo dei quattro Trattati compare anche nel Codex Uppsaliensis.
    Edizioni italiane

    Esistono in italiano due ottime edizioni dell'Edda in prosa di Snorri. La prima è curata e tradotta da Gianna Chiesa Isnardi, che ha anche scritto la splendida introduzione (Rusconi 1975, Tea 2003). La seconda, pubblicata nella prestigiosa collana Biblioteca Adelphi, è stata tradotta da Giorgio Dolfini che ha anche curato il corredo di note (Adelphi 1975). Tutt'e due le edizioni contengono l'L'Inganno di Gylfi e le principali parti in prosa del Discorso sull'arte scaldica. Entrambe le edizioni mancano invece del Prologo, dei passi in versi contenuti nel Discorso sull'arte scaldica e naturalmente del Trattato di metrica. Triste ma vero, un'edizione critica integrale dell'Edda in prosa manca ancora nell'editoria italiana.

    Snorri Sturluson: Edda, a cura di Giorgio Dolfini. Adelphi, Milano 1975 (Biblioteca Adelphi 61).
    Edda di Snorri, a cura di Gianna Chiesa Isnardi. Rusconi, Milano 1975 (esaurita). Tea, Milano 2003 (Religioni e Miti)
    Bibliografia

    BOYER Régis [cura]: L'Edda poétique. Fayard, Parigi [1992] 2002.
    DE VRIES Jan: Altgermanische Religionsgeschichte. 1957.
    DE VRIES Jan: Altnordisches etymologisches Wörterbuch. 1961.
    DILLMANN François-Xavier [cura]: L'Edda: récits de mythologie nordique. Gallimard, Parigi [1991] 2005.
    DOLFINI Giorgio [cura]: Snorri Sturluson: Edda. Adelphi, Milano 1975.
    DUMÉZIL Georges: Loki. Maisonneue, Parigi 1948. Flammarion, Parigi 1995.
    FAULKES Anthony [trad.]: Snorri Sturluson: Edda. Dent, Londra [1987] 1995.
    FAULKES, Anthony [cura]: Edda: Prologue and Gylfaginning. Viking Society for Nothern Research, Londra 2005.
    FAULKES, Anthony [cura]: Edda: Skáldskaparmál. In Northern Studies. Viking Society for Nothern Research, Londra 1998.

    ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: Snorri Sturluson: Edda di Snorri. Rusconi, Milano 1975.
    ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: I miti nordici. Longanesi, Milano 1991.
    KOCH Ludovica: Gli scaldi: poesia cortese d'epoca vichinga. Einaudi, Torino 1984.
    MOGK Eugen: Novellistische Darstellung mythologischer Stoffe Snorris und seiner Schule. In Folklore Fellows Communications, 51. 1923.
    RIUTORT I RIUTORT Macià: El origen de la palbra Edda. In: Revista de filología alemana. Universitat Rovira i Virgili, Terragona 2004.
    RYDBERG Viktor: Undersökningar i germanisk mythologi. Stoccolma 1886. → ID.: Teutonic Mythology: Gods and Goddesses of the Northland. New York 1889.
    Ultima modifica di assurbanipal; 31-12-11 alle 14:01
    Riproviamoci.
    La Repubblica l'ho rispettata, ma non sono stato rispettato.
    Restauriamo la Monarchia.
    Voglio tornare a casa e se non ci fosse più una casa, beh la ricostruiremo.

  5. #5
    ...
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    Predefinito Re: barbari cristianizzati

    Citazione Originariamente Scritto da assurbanipal Visualizza Messaggio
    Mi interessa capire meglio i tempi e i modi della cristianizzazione.
    Attila critiano?
    Sigfrido?
    La Saga dei Nibelunghi è un po' forzata?
    Cosa ti sfugge?
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


    "Se commettiamo ingiustizia, Dio ci lascerà senza musica" - Cassiodoro.

  6. #6
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    Predefinito Re: barbari cristianizzati

    Citazione Originariamente Scritto da Cuordy Visualizza Messaggio
    Cosa ti sfugge?
    Il senso di una storia rivisitata ad hoc.
    E' tutto un tripudio cristiano .
    Riproviamoci.
    La Repubblica l'ho rispettata, ma non sono stato rispettato.
    Restauriamo la Monarchia.
    Voglio tornare a casa e se non ci fosse più una casa, beh la ricostruiremo.

  7. #7
    Talebano
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    Predefinito Re: barbari cristianizzati

    Citazione Originariamente Scritto da assurbanipal Visualizza Messaggio
    Mi interessa capire meglio i tempi e i modi della cristianizzazione.
    Attila critiano?
    Sigfrido?
    La Saga dei Nibelunghi è un po' forzata?
    Attila cristiano dubito fortemente! Sigfrido figuriamoci, il nibelungenlied ha un fondo arcaico ma è stato riscritto tutto nel XIII secolo.

    Puoi provare a leggere questi:

    I Burgundi (413-534) - Viella Libreria Editrice

    Attila e la caduta di Roma - Kelly Christopher - Libro - IBS - Mondadori Bruno - La storia narrata

    Attila - Zecchini Giuseppe - Libro - IBS - Sellerio Editore Palermo - Alle 8 della sera
    "la Le Pen col 40% avrà incassato una grande vittoria" (Candido)


  8. #8
    Crocutale
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    Predefinito Re: barbari cristianizzati

    E' tutta propaganda cristiana, in realtà nella storia non ci sono mai state conversioni al cristianesimo.
    Di conseguenza i cristiani non esistono.
    Se credi che esistano è solo perchè i libri di storia li hanno scritti loro per fartelo credere.
    " Solo i Sith ragionano per assoluti. "
    " Si ! "

  9. #9
    Mi perdoni?
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    Predefinito Re: barbari cristianizzati

    Non bisogna guardare la storia con gli occhi di oggi.

    I germani erano virili, ma non erano mica rozzi come gli odierni tromboni del pensiero debole, quindi su di loro il cristianesimo e la cultura classica devono aver avuto un appeal incomprensibile ai nostri occhi confusi.
    Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini.

  10. #10
    .
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    Predefinito Re: barbari cristianizzati

    Citazione Originariamente Scritto da eq... Visualizza Messaggio
    Non bisogna guardare la storia con gli occhi di oggi.

    I germani erano virili, ma non erano mica rozzi come gli odierni tromboni del pensiero debole, quindi su di loro il cristianesimo e la cultura classica devono aver avuto un appeal incomprensibile ai nostri occhi confusi.
    Metterti in discussione l'arbitrario giochino è rozzezza? Alla faccia del vantato razionalismo

    (in ogni caso i platonismi e gli aristotelismi con le loro essenze e "cause finali" non sono meno campati in aria dell'allucinato profetismo ebraico)
    Ultima modifica di Troll; 10-06-12 alle 21:00

 

 

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