Si potrebbe seppellire nelle grotte vaticane, porterebbe popolarità , soldi e turismo a iosa


La parabola artistica di Michael Jackson

Ma sarà morto davvero?

di Marcello Filotei e Giuseppe Fiorentino

Ma sarà morto davvero? Ci sarebbe poco da stupirsi se tra qualche anno venisse riconosciuto in una stazione di servizio di Memphis, magari assieme all'ex suocero Elvis Presley, un altro di quei miti che - come Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix o John Lennon - non muoiono mai nell'immaginazione dei loro fan. E un mito del pop è sicuramente Michael Jackson, morto ieri all'età di cinquant'anni.
Una vita artistica cominciata presto, per quello che senza dubbio si può definire un bambino prodigio. A soli cinque anni, sceso dal palcoscenico del piccolo teatro scolastico, dove si esibì come percussionista, salì direttamente su quelli di bar e locali, prima di firmare il primo contratto discografico con fratelli e sorelle nei Jackson Five, assurti a un successo planetario grazie esclusivamente alla straordinaria voce soul del piccolo Michael.
A quei tempi era ancora nero, non aveva cioè ancora cominciato quel processo di ridefinizione personale, più che razziale, che negli anni lo ha condotto a perdere i tipici tratti somatici degli afroamericani. Forse Jackson non voleva banalmente diventare bianco, ma affrancarsi dai vincoli, anche artistici, imposti dall'appartenenza etnica, inseguendo quel mito fanciullesco evocato anche dal nome della sua fiabesca dimora: neverland ("l'isola che non c'è").
Un percorso umano non facile - probabilmente doloroso e segnato da gravi cadute - che si riflette sul suo itinerario artistico. Nella sua produzione discografica, e questa è la sua originalità, ha infatti cercato di superare i confini della black music, in cui era radicato per appartenenza culturale, invadendo territori prima preclusi agli artisti neri. Magari non consapevolmente, Jackson ha finito per generare una sorta di cross over, definendo nuovi generi non completamente ascrivibili ad alcun ambito specifico, dove non è più possibile distinguere tra nero e bianco. Proprio come lui.
Nel suo disco più riuscito - Thriller, del 1982, conosciuto anche da chi non frequenta questi mondi musicali - Michael Jackson ha accostato ballate pop a brani soul o marcatamente rock, dominate da possenti assolo di chitarra. Entrato ufficialmente nel Guinness dei primati avendo superato ampiamente i cento milioni di copie, Thriller è l'album più venduto di tutti i tempi. Ma è anche il disco in cui viene avviato quello che in breve tempo sarebbe divenuto un cliché della produzione musicale pop: il duetto o le collaborazioni ad alto livello fino ad allora poco praticate. Duettare, però, significa condividere gli stessi interessi solo in musica. Se ne è accorto Paul McCartney quando si è visto sfilare i diritti dei Beatles proprio dall'amico Michael, che assieme a lui aveva inciso The girl is mine proprio per Thriller. Rimane l'idea estetica, funzionale al progetto di cross-over, alla quale ha probabilmente contribuito il produttore del disco, quel Quincy Jones dalla lunga militanza musicale che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta è stato negli Stati Uniti il deus ex machina della produzione nera.
Accompagnato anche dalla fama di grande ballerino - conquistata grazie alla cassa di risonanza garantita dai video musicali che in quegli anni prendevano piede con canali televisivi dedicati - con Thriller Jackson ha toccato i vertici della sua creatività. Sarebbe stato difficile mantenere un livello artistico paragonabile, ma sta di fatto che da quel momento la sua parabola musicale è stata calante, mentre la popolarità è rimasta grandissima. Non sempre, purtroppo, per motivi artistici. Sono infatti ben note le sue vicissitudini giudiziarie seguite alle accuse di pedofilia. Ma nessuna imputazione, pur così grave e vergognosa, è stata sufficiente a scalfire il suo mito tra i milioni di fan sparsi in tutto il mondo. Ne sono prova le reazioni emotive suscitate dalla notizia della sua morte. Notizia a cui molti non crederanno. E forse qualcuno a Memphis l'ha già visto.

Fonte: L'Osservatore Romano, 27.6.2009