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Discussione: l'Indipendensa

  1. #121
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    LEGA: STEFANI O BRUNO CAPARINI TESORIERE. BOSSI DIMISSIONARIO?
    di GL. MAR.

    Le intercettazioni parlano chiaro. A febbraio Nadia Degrada, responsabile dei gadget della Lega, parla con Francesco Belsito prima di un incontro con Bossi: «Gli dici (a Bossi, ndr): capo, guarda che è meglio sia ben chiaro: se queste persone mettono mano ai conti del Federale, vedono quelle che sono le spese di tua moglie, dei tuoi figli, e a questo punto salta la Lega (…). Papale papale glielo devi dire: ragazzi, forse non avete capito che, se io parlo, voi finite in manette o con i forconi appesi alla Lega».
    L’elenco che i due riassumono al telefono poco prima di mezzogiorno del 26 febbraio (e che viene riassunto dai carabinieri) comprende «i costi di tre lauree pagate con i soldi della Lega», «i soldi per il diploma (Renzo Bossi)»; «i 670.000 euro per il 2011 e Nadia dice che non ha giustificativi, oltre ad altre somme ingenti per gli altri anni»; «le autovetture affittate per Riccardo Bossi, tra cui una Porsche»; «i costi per pagare i decreti ingiuntivi di Riccardo Bossi»; «le fatture pagate per l’avvocato di Riccardo Bossi»; «altre spese pagate anche ai tempi del precedente tesoriere Balocchi»; «una casa in affitto pagata a Brescia»; «i 300.000 euro destinati alla scuola Bosina di Varese per Manuela Marrone (moglie di Bossi, ndr), che Belsito non sa come giustificare, presi nel 2011 per far fare loro un mutuo e che lui ha da parte in una cassetta di sicurezza». In altre telefonate la lista si allunga con «l’ultima macchina del Principe (il Trota, n.d.r.), 50.000 euro… e certo che c’ho la fattura!». Oppure con «i costi liquidi dei ragazzi di Renzo» (probabilmente gli uomini di scorta), che Belsito ricorda in «151.000» euro ma Dagrada corregge in «no, un momento, 251mila euro sono i ragazzi, ma sono fuori gli alberghi, che non ti riesco a scindere quando girano con lui, mi entrano nel cumulo e riprendere tutte le fatture è impossibile». Poi c’è la casa di Gemonio, e più precisamente «i soldi ancora da dare per le ristrutturazioni del terrazzo»: «Che io sappia, pare che siano 5-6.000 euro», ridimensiona Belsito alla Dagrada, che teme invece la somma sia molto più alta anche a causa di minacce di azioni legali dai fornitori, e che sprona Belsito: «Gli devi dire poi: capo, c’è da aggiungere l’auto di tuo figlio».
    Un fiume di denaro sottratto dalla casse della Lega e che va anche in direzione del Sin.Pa, il sindacato padano di Rosi Mauro: tra i 200 e i 300 mila euro. Prendono così ‘corpo’, negli atti dell’inchiesta che vede indagato per appropriazione indebita e truffa l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito, quei «costi della famiglia» e quelle distrazioni di parte dei fondi del partito, utilizzati per le «spese personali» delle persone più vicine al leader. Dalle intercettazioni fra l’ex tesoriere e la sua segretaria si parla di circa 300 mila euro per il diploma e le lauree di Renzo Bossi (che ieri hanno avrebbero scatenato un duro scontro fra il Senatur e Roberto Calderoli), di 50 mila euro per la macchina del “principe” come viene chiamato il Trota, di 250 mila euro per la sua scorta, e di 300 mila euro indirizzati alla scuola Bosina della moglie di Bossi, tutte somme che Belsito non sapeva come giustificare, oltre ai soldi indirizzati al Sinpa, il sindacato padano di Rosi Mauro. Insomma, una situazione delicata che dovrà essere affrontata dal nuovo tesoriere, la cui nomina è prevista oggi pomeriggio dal Consiglio federale. La scelta pare cadrà su un esponente della vecchia guardia. Ma non si tratterebbe di nessuno dei componenti, insieme a Belsito, del comitato amministrativo federale, vale a dire Roberto Castelli e Piergiorgio Stiffoni. Si è parlato anche di Silvana Camaroli, deputato di Cremona e tesoriere del gruppo alla Camera, ma i nomi più probabili sono quelli del bresciano Bruno Caparini (foto sopra), componente del consiglio di sorveglianza di A2A, e del vicentino Stefano Stefani (foto sotto), presidente della Commissione Esteri della Camera e in passato a lungo presidente federale. Chiunque sarà, il nuovo tesoriere si troverà a dover “normalizzare” un vero ginepraio, dove le sorprese potrebbero essere ancora molte. Tra le quali anche l’oscura vicenda di una eredità lasciata a Umberto Bossi in qualità di segretario federale della Lega: un appartamento a Milano della defunta signora Caterina Truffelli che avrebbe dovuto essere utilizzato per il partito e che invece è stato venduto per 480 mila euro. Fin qui tutto regolare, se non fosse che i soldi sarebbero stati utilizzati per l’acquisto nella cascina nel Varesotto dove Roberto Libertà esercita le sue doti di agronomo. E adesso pare che i parenti della defunta Truffelli abbiano presentato una denuncia per uso distorto dell’eredità della congiunta, perché se la signora Caterina voleva lasciare la sua casa a Umberto Bossi, avrebbe omesso di specificare nel testamento “in quanto segretario federale della Lega Nord”. O
    Oggi, in vista del Consiglio Federale, si fa anche insistente la voce che Bossi potrebbe presentarsi dimissionario, ormai messo all’angolo e dopo aver difeso troppo a lungo Belsito che oggi potrebbe invece essere espulso. L’espulsione sarebbe la sconfessione totale dell’operato di Bossi, che ormai non sembra più in grado di controllare nulla. E viene descritto dalla intercettazioni come uno che ormai “si caga sotto” facilmente ed è altrettanto facilmente ricattabile per via dei soldi finiti alla famiglia. Staremo a vedere.
    Intanto, c’è anche la «gestione complessiva» dei soldi confluiti nelle casse della Lega negli ultimi 7-8 anni (tra rimborsi elettorali e altri tipi di contributi versati da militanti o da imprese sottoforma di finanziamenti) al centro delle indagini della Procura di Milano. Obiettivo degli accertamenti è capire in che modo siano state contabilizzate le spese del partito nei rendiconti presentati annualmente alla Camera. Al momento, infatti, per l’accusa c’è già la «prova» della «falsità» almeno in relazione al bilancio 2010. Mentre dall’inchiesta finora è emersa una serie di «esborsi» usati per coprire non i costi del partito e della sua politica, ma quelli della «famiglia» di Bossi e anche di Rosi Mauro. Tra questi, versamenti per oltre mezzo milione di euro, come si evince da alcune intercettazioni tra Belsito e Nadia Dagrada, dirigente amministrativa della sede di via Bellerio: più di 200 mila euro per i «ragazzi» del ‘capo’ e tra 200 e 300 mila euro ‘girati’ al Sinpa. È per cercare di ricostruire come Belsito abbia agito sui bilanci della Lega, presentando poi, secondo l’accusa, rendiconti «irregolari» per nascondere la fuoriuscita «in nero» di certe somme, che oggi i pm Pellicano e Filippini, titolari del ‘filone’ milanese assieme all’aggiunto Robledo, hanno ascoltato come teste proprio Dagrada, responsabile anche del settore gadget, uno dei settori che porta introiti nelle casse della Lega.
    Ieri, invece, gli inquirenti avevano sentito a verbale Daniela Cantamessa, una delle segretarie personali di Bossi, che oggi è stata riconvocata in Procura a Milano per deporre stavolta davanti ai pm di Napoli e Reggio Calabria. Davanti al pm della Dda reggina, Giuseppe Lombardo, e ai magistrati Robledo e Pellicano si è seduto poi a metà pomeriggio Paolo Scala, uomo d’affari e personaggio centrale delle tre inchieste, perchè indagato per riciclaggio a Napoli e in Calabria e per appropriazione indebita a Milano. Era lui, come ricostruito negli atti, «il promotore finanziario di fiducia del gruppo Bonet (gestito da Stefano Bonet, altro presunto faccendiere indagato, ndr)» che operò «sui mercati esteri» per conto di Belsito, gestendo «articolate operazioni finanziarie» in «territorio cipriota». E poi «in concorso con Bonet» avrebbe anche effettuato i trasferimenti in Tanzania. Un’appropriazione indebita per gli inquirenti milanesi da circa 6 milioni di euro, ma anche un’operazione di riciclaggio per gli investigatori reggini, i quali, da quanto si è saputo, vogliono anche capire se i conti e i fondi esteri sui quali Belsito e i due uomini d’affari facevano movimentazioni potessero contenere assieme soldi del patrimonio del Carroccio e denaro sporco di personaggi legati alla ‘ndrangheta. Da quanto si è appreso, Scala davanti al pm di Reggio si è difeso, anche se, come ha spiegato uno dei suoi legali, «il verbale è stato secretato e la sua posizione è molto delicata». Con i pm milanesi, invece, l’interrogatorio in pratica non c’è stato e quindi è certo che sarà convocato ancora. Tutti gli approfondimenti dei magistrati milanesi, però, ruotano attorno al ruolo di Belsito e ai suoi metodi per ‘truccarè, secondo l’accusa, i rendiconti nel quadro di una gestione «opaca» dei fondi del Carroccio sin «dal 2004». Pare che sul punto il contributo fornito alle indagini dalla segretaria di Bossi non abbia soddisfatto molto gli inquirenti. Mentre Dagrada – che in alcune telefonate intercettate dava l’idea di essere al corrente di ‘poste a bilancio’ sospette – avrebbe in sostanza spiegato di essersi limitata a registrare note spese e ricevute seguendo le direttive di Belsito. «Resterò fedele ai miei fino alla fine», ha detto ai cronisti lasciando il Palazzo di Giustizia. Da quanto filtra da ambienti investigativi, gli inquirenti si stanno concentrando al momento non tanto su quanto è stato distratto dai fondi della Lega come «spese personali» – si passerebbe dalla ristrutturazione della casa a Gemonio fino a versamenti per la moglie di Bossi e al pagamento di una macchina per Renzo ‘Il Trota’ – ma sul «meccanismo complessivo di gestione» del denaro, in parte pubblico (circa l’80%) in parte versato da militanti e privati o ottenuto dalla vendita di gadget (circa il 20%).
    Una mano alle indagini potrebbero darla i documenti, definiti «utili» dagli investigatori, sequestrati nella cassetta di sicurezza di Belsito a Roma. A rivelare agli inquirenti l’esistenza di quella cassaforte, in un ufficio della Camera dei Deputati, sarebbe stata Tiziana Vivian che è stata stretta collaboratrice di Belsito, sentita oggi a Milano dal pm napoltano Francesco Curcio.

    5 Aprile 2012

    LEGA: STEFANI O BRUNO CAPARINI TESORIERE. BOSSI DIMISSIONARIO? | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  2. #122
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    LEGA, UNA RONDINE CHE NON FA PRIMAVERA MA LASCIA SPERARE
    di GILBERTO ONETO

    Bossi si è dimesso. Ha fatto una cosa saggia ma l’ha fatta con sei anni di ritardo. Quando si era risvegliato dal coma e si era accorto di non essere più l’uomo di prima avrebbe dovuto costruirsi una successione credibile invece di sostenere con caparbietà che lui e la Lega erano nati e sarebbero morti assieme: un obiettivo su cui si è impegnato allo spasimo. Sei anni fa sarebbe stato tutto molto più semplice e – soprattutto – c’erano molte più energie di quante ne siano rimaste oggi, dopo anni di catalessi berlusconiana e cerchista, di accanimento terapeutico e di delusioni sistematiche. Allora non c’erano in giro figliolanze pretenziose e tesorieri calabresi, e nel partito c’erano tante persone per bene che non avevano ancora perso la pazienza.
    Ma, meglio tardi che mai. Le dimissioni di oggi (sempre che vengano confermate e che non siano un’altra trovata pokeristica) portano chiarezza e speranza, aprono scenari nuovi e sviluppi di ogni genere. La Lega può affondare con il suo comandante sulla tolda, può continuare il suo processo di putrescenza fino a esaurirsi, ma può anche risorgere. Questo dipende da chi saranno i personaggi che pilotano la transizione e dalla capacità del Movimento di interpretare gli umori della società. Tutto attorno c’è uno spazio enorme di richiesta di libertà contro lo Stato ladro e la sua oppressione fiscale, contro il centralismo e la burocrazia italiona, contro l’aggressione dell’immigrazione, contro l’Europa dei plutocrati, contro la deprivazione culturale ed economica della Padania.
    Ci saranno dei congressi che avranno la possibilità di svolgersi finalmente in libertà, senza i condizionamenti pesanti del lìder maximo, senza che candidature ed elezioni siano drogate dalle sue scelte. Le varie anime dell’autonomismo potranno (forse) finalmente confrontarsi, scontrarsi e contarsi; i militanti potranno (forse) scegliere chi è più capace di convincerli, chi sarà in grado di presentare progetti più credibili; (forse) non ci sarà più l’obbligo di votare per acclamazione nessuno, soprattutto gli improbabili leccaculi che finora hanno impestato i vertici del partito. Forse. Ma “forse” è già qualcosa di più e di meglio delle nefaste certezze del recente passato.
    Forse è una illusione, forse il Cerchio malefico si è già clonato in qualche sedicente salvatore della patria, forse i tre Roberti si sono già organizzati per preservare gli interessi del loro burattinaio di Arcore, forse ci aspettano anni di travaglio e pasticci. É possibile: ma tutto – proprio tutto – sarà meglio del pantano Marrone in cui la Lega è stata trascinata negli ultimi anni.
    Certo, come scrivono anche tanti nostri lettori, è difficile sperare che qualcuno degli attuali ras sia in grado di ricostruire un Movimento vitale e combattivo: ai migliori di loro si chiede solo di pilotare la transizione, di rimettere la struttura in grado di diventare un partito “normale”, un sodalizio in cui assieme a trusoni e cretini (che è inevitabile, fisiologico, che ci siano) si possano trovare anche persone presentabili, intelligenti e oneste: una fattispecie che negli ultimi tempi faceva un po’ fatica a salire le ultime rampe delle scale di Via Bellerio.
    Le dimissioni di Bossi sono una buona notizia, possono essere l’inizio di qualcosa di positivo, possono davvero essere la prima rondine, che non fa la primavera, ma l’annuncia e – soprattutto – la lascia sperare.

    5 Aprile 2012

    LEGA, UNA RONDINE CHE NON FA PRIMAVERA MA LASCIA SPERARE | L'Indipendenza
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  3. #123
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Dal sito de L'Indipendenza
    in calce all'Articolo di Stefano Magni dell8/8/2012


    Commenti:
    Paolo Bonacchi 8 Aprile 2012 at 12:05 pm #

    Leopold Kohr ha scritto un bel libro dal titolo “Il crollo delle nazioni”. Consiglio a tutti di leggerlo. Dopo sarete d’accordo nel pensare che il termine “nazione” debba essere sostituito con “Comunità”; più piccole di dimensioni e numero di abitanti e perciò più coerenti con l’idea di autogoverno e di federazione.


    Giacomo 8 Aprile 2012 at 3:03 pm #

    Yes. È appena finito il secolo dei nazionalismi e direi che il bilancio (di sangue, di morte, di odii insanabili, di miseria, di distruzione) non è positivo.

    L’idea di nazione parte dall’omologazione dall’alto di un popolo in base alla presunzione di una sua identità precostituita su base culturale, genetica, religiosa, per alcuni anche esoterica. Nasce dall’attribuzione di “principi”, “valori”, “missioni” a cui ricondurre e a cui “educare” una comunità. È il parto di un’avanguardia e delle sue ideologie, più spesso dei suoi interessi di casta e di potere.

    L’idea di comunità parte dell’autodeterminazione dal basso, sulla base di una serie di regole condivise che consentano di trovare consenso su legittime contrapposizioni di interessi e di aspirazioni. È meno romantico forse, ma è l’antidoto allo sfascio in cui tutti noi viviamo da sempre.
    L'occasione fa l'uomo italiano.

  4. #124
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    o Paolo, che ti sei fatto grullo ? come puoi pensare a federarti con lidagliaseddesta ?

  5. #125
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    immagino la democrazia diretta a scampia mwhahahahah Che robe ragazzi, certa gente dovrebbe andare a vivere in certe zone.

  6. #126
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Io sono per la democrazia diretta in Lombardia. Per quanto mi riguarda a scampia possono anche officiare sacrifici umani, se lo desiderano, ed è affar loro. Bonacchi la pensa diversamente, e con tutto il rispetto e l'affetto penso che si illuda di brutto. Ma ha titolo di pensarla come vuole. Resta comunque una grande persona. Se molti indipendentisti ora parlano di sistema svizzero e di democrazia dal basso lo si deve a lui e a Trentin.
    Ultima modifica di Elazar; 09-04-12 alle 00:54
    L'occasione fa l'uomo italiano.

  7. #127
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Elazar Visualizza Messaggio
    Io sono per la democrazia diretta in Lombardia. Per quanto mi riguarda a scampia possono anche officiare sacrifici umani, se lo desiderano, ed è affar loro. Bonacchi la pensa diversamente, e con tutto il rispetto e l'affetto penso che si illuda di brutto. Ma ha titolo di pensarla come vuole. Resta comunque una grande persona. Se molti indipendentisti ora parlano di sistema svizzero e di democrazia dal basso lo si deve a lui e a Trentin.

    ... sarebbe già un'impresa riuscire ad avere un minimo di sovranità popolare e di federalismo nelle regioni PadanoAlpine :843631294:, figuriamoci nel resto della repubblica delle banane .iango:....
    Ultima modifica di sciadurel; 09-04-12 alle 20:23
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  8. #128
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    9 Aprile 2012 818 views
    QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DI VIA BELLERIO
    di ROMANO BRACALINI

    C’è sempre negli innovatori e nei “rivoluzionari” il pericolo di assomigliare al modello che si vorrebbe abbattere. Ogni rivoluzione sempre ha finito per divorare se stessa. E tuttavia dell’esperienza qualcosa resta e tutto non è mai come prima. Il percorso della Lega si è interrotto molto lontano dall’obiettivo. Una rivoluzione che col tempo ha perduto lo slancio originario. C’è stata una mutazione genetica che ha trasformato il movimento in sistema di potere che non si discostava troppo da un altro. In nessun altro partito è avvenuto un passaggio altrettanto vorticoso di uomini che dopo una breve stagione se ne andavano, sparivano, senza una ragione apparente, come bollati da un marchio d’infamia che veniva taciuto ai militanti, i quali, per dedizione o timore, avevano il torto di non pretendere spiegazioni. Gli uomini nuovi che arrivavano erano forse più ubbidienti ma non migliori. Lo stesso carattere “nordista” della Lega ha perso via via il suo significato primigenio. Segno che il movimento veniva percepito sempre più come un partito che non aveva più il carattere esclusivo della rappresentanza territoriale benché continuasse a trarne ispirazione e forza elettorale. I primi manifesti erano ingenui ma efficaci. Roma che deruba il Nord non era una vieta facezia valligiana. Il programma della Lega si rifaceva a un’antica aspirazione della Lombardia, in primo luogo, che in oltre un secolo di vita unitaria si ritrovava spogliata e derisa. La regione tra le più ricche e civili d’Europa al rimorchio del carrozzone italiano. La battaglia appariva sacrosanta.

    Ma Roma ha sempre finito per domare i conquistatori non con le armi ma con l’astuzia delle sue arti avvolgenti. L’esperienza millenaria l’ha sempre posta al di sopra delle piccole beghe quotidiane. Osserva e aspetta, poi getta la rete. E’ toccato anche ai leghisti che andavano a Roma con la certezza di mutarne il carattere indifferente e cinico che è sempre stata la miglior difesa di questa capitale che della corruzione ha fatto la sua bandiera. Ne avessero conosciuto meglio la storia e l’indole, gli uomini della Lega sarebbero stati meno baldanzosi. Si aggiunga che al movimento è mancata una risorsa importante: la psicologia, ossia la capacità di saper valutare gli uomini secondo l’esperienza, le doti e la cultura. Anzi gli uomini migliori venivano temuti e si tenevano ai margini. Non si è stati capaci di distinguere l’opportunista mediocre dal disinteresse del singolo: ciò che precisamente differenzia un partito “rivoluzionario” da uno che non lo è. Così, nel ricambio caotico di questi ultimi anni, si sono avvicinati al movimento personaggi che per formazione e provenienza dovevano esserne tenuti fuori o quanto meno accolti dopo un severo esame. Questo Belsito sarebbe sembrato incompatibile anche a un occhio meno esercitato a scovare la magagna e non è un caso che sia stato lui ad aprire la falla quando, a proposito di mancanza di psicologia, era apparso al segreterio federale “un buon amministratore” che investiva i denari in Tanzania. Ora, in Tanzania non è consigliabile andare nemmeno per un safari. Le sue amicizie, poi ,andavano prese con le molle.

    C’è poi la Rosy Mauro, ”padana del brindisino”, la prima a vedere nella Lega Nord il trampolino di lancio di una promettente carriera ma con tutti i vizi congeniti nella sua storia. Operaia, militante, dirigente del Sinpa, del quale vanta centinaia di migliaia di iscritti e ne ha forse solo 7.000; elemento di punta del “cerchio magico”, il cerchio stretto attorno al capo dimezzato dalla malattia, Rosy la nera, come viene chiamata per le sue origini, sempre appiccicata al capo e su questa presenza ossessiva, falsamente devota, ha intrecciato il suo potere, fino alla vicepresidenza del Senato, che guida con mano maldestra facendo scompisciare l’assemblea.

    L’ultimo fatale errore è stata l’elezione nel consiglio regionale del trota, il figlio del capo, che i militanti hanno accolto in due modi: con la riprovazione una metà di essi, col silenzio imbarazzato l’altra metà. Donne e motori e titoli scolastici inesistenti. La moglie di Bossi, la Marrone sicula, con l’apprensione della madre mediterranea, imponendo i figli come eredi naturali della ditta, ha decretato la fine della diversità che è stata fatale alla Lega.

    QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DI VIA BELLERIO | L'Indipendenza
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  9. #129
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    GEOGRAFIA DEL MONDO LEGHISTA SOTTO IL MACBETH-BOSSI
    di GILBERTO ONETO



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    Nella grande confusione del pianeta Lega di questi giorni viene detto (e succede) di tutto e si rischia di perdere il controllo delle reali condizioni di tutta la faccenda. Prima di poter esprimere giudizi e prospettare scenari evolutivi, è bene cercare di fare il punto sulla “geografia” del mondo leghista, capire cioè chi c’è, da che parte stia e quali siano i reali schieramenti e la loro consistenza. Attenzione: non si cerca di capire quali siano le idee, i programmi o gli obiettivi politici, cha fanno parte di un altro ragionamento e che in questo momento hanno lasciato il posto a schieramenti tattici che non hanno connotazione ideologica: fare parte di uno o dell’altro gruppo non implica una scelta culturale (essere ad esempio blandi federalisti o secessionisti, oppure più o meno liberisti) ma solo una presa di posizione di campo. Non serve neppure sottolineare con un po’ di malizia che per molti dei soggetti esaminati manca il presupposto per ogni scelta ideologica: è gente che professa con devozione solo il monoteismo della cadrega.
    Il mondo leghista e dell’autonomismo in qualche modo condizionato dalla Lega (cioè tutto quello che si muove in Padania) può essere graficamente semplificato in una piramide al cui vertice si trova Umberto Bossi. Nulla vieta – anzi – di usare anche un altro tipo di rappresentazione, quella più dantesca di una voragine al cui punto più basso ci sia Bossi al posto di Lucifero.
    Per facilità di narrazione, restiamo sulla piramide al cui vertice c’è appunto il castello di Macbeth-Bossi. Non è infatti sbagliato (ed è anche un doveroso riconoscimento per i suoi passati meriti) riconoscere a Bossi il ruolo di perno centrale attorno a cui ruotano nel bene e nel male tutte le pulsioni formalmente autonomiste.
    Per anni lui è stato l’inventore, il gestore e il padrone della Lega.

    L’uomo ha (o ha avuto) grandi pregi e grandi difetti. Furbo, intelligente, intuitivo, capace di interpretare umori e di cogliere occasioni, ha dato sbocco politico alle istanze settentrionali, ha portato il federalismo nel dibattito politico e ha saputo unificare e disciplinare una serie di forze localiste rissose e inconcludenti. É però anche egocentrico, bugiardo, interessato solo al proprio potere personale (cui subordina ogni scelta politica e ideologica), ha paura che qualcuno gli possa portare via un po’ di potere e per questo si circonda solo di lacché. La malattia ha rattrappito le sue qualità ingigantendone i difetti: oggi è un uomo debole e insicuro, in balia di chi ne tiene prigioniero il corpo, ha scarsa autonomia e vive in una parossistica deformazione di gestione del potere.
    Appena sotto di lui c’è il cosiddetto Cerchio magico, fatto dalla sua famiglia e dai suoi più fedeli famigli. Dal giorno della sua malattia il ruolo di “regiura” del castello è stato assunto da Manuela Marrone che ha preso o fortemente condizionato tutte le decisioni importanti. Gli altri pilastri sono Rosi Mauro e Giuseppe Leoni, la vera eminenza grigia che sta dietro tutte le scelte e soprattutto tutte le esecuzioni sommarie e le espulsioni avvenute nella Lega dalla sua origine. Non lo si vede quasi mai (se non dalle Iene) ma c’è sempre. Poi ci sono i figli, il tesoriere oggi sotto scacco e l’avvocato Brigandì, depositario di tanti segreti giuridici. Reguzzoni (il più intelligente e accorto della comitiva) si è da tempo prudentemente defilato e Bruno Caparini (l’altro consigliori) ha preferito cambiare aria. Bricolo è come se non ci fosse.
    Appena sotto il Cerchio ci sono i colonnelli. Innanzi tutto c’è Maroni che dice di voler ripulire il partito e, per questo, ce li ha tutti contro. In primis i tre RobertiCì (Calderoli, Cota e Castelli) che stanno facendo di tutto per passare (o tornare) al piano superiore. Allo stesso club degli amici del Cavaliere e degli affezionati al posto fisso appartengono Gobbo, Gibelli, Martini, Lussana, Boni e altri. Speroni fa finta di non esserci, Borghezio non ha ancora capito da che parte stare. Giorgetti, maronita di vecchia data, si è scoperto bossiano di ferro e ha spostato il suo peso specifico dall’altra parte: la bilancia non si è mossa. Infine c’è Zaia, capace e intelligente, che deve finalmente prendere una posizione più chiara prima che sia troppo tardi per la sua credibilità.
    Al piano di sotto c’è la Nomenklatura del partito: una frotta di parlamentari, consiglieri regionali e segretari nazionali e provinciali. Sono quasi tutti figli delle scelte dei vertici e per questo molti di loro non brillano nelle caselle più alte degli schemi dell’evoluzionismo darwiniano. Una parte è visceralmente legata al Cerchio, la parte migliore si è schierata con Maroni, il grosso traccheggia e cerca di capire a chi aggregarsi senza perdere privilegi e stipendi. Mettiamone per semplicità una metà per parte.
    Ancora sotto ci sono gli amministratori locali, di gran lunga i migliori: ci sono tante persone oneste, intelligenti e motivate, che amministrano piuttosto bene i loro Comuni e le loro Province. Sono nella stragrande maggioranza ascrivibili alla parte maronita.
    Poi c’è la militanza. C’è un coriaceo gruppetto di militonti con il salame davanti agli occhi. Sono quelli del “Bossi-Bossi-Bossi” urlato a squarciagola e di nessuna capacità critica. Sono pochi rispetto alla grande maggioranza di gente normale, impegnata con dedizione (e grande capacità di pazienza e sopportazione) sul territorio, e che in larghissima maggioranza affida le sue speranze a Maroni.
    Più sotto c’è la gran massa degli elettori, quasi tutti indecisi fra le speranze di rinnovamento maronita (sostenute dalla presentabilità e dall’operato dell’ex ministro) e la voglia di rifugiarsi nell’astensione o nel voto a liste autonomiste locali.
    É quest’ultima la scelta che ha già fatto un numero davvero ragguardevole di padani che negli ultimi vent’anni ha votato una o più volte la Lega ma che ne è rimasto deluso. Assieme alla massa ancora maggiore di autonomisti potenziali (che voterebbero una forza autonomista presentabile e credibile), costituiscono l’ampia maggioranza dei cittadini settentrionali, il serbatoio elettorale cui attingere per ottenere davvero l’autonomia desiderata. In questo spazio si muove una miriade di piccole formazioni politiche localiste che ancora non riescono – per eccessiva frantumazione e litigiosità – a diventare una alternativa credibile o un concorrente sostanzioso per la Lega.
    In questo schema si pongono anche i mezzi di comunicazione leghisti (più cerchista è il quotidiano La Padania diretto da una “fedele-alla-linea”), più sfumatamente maroniane sono sia Radio che Tele Padania. A cavallo fra il leghismo insofferente dei “Barbari sognanti” e gli ex leghisti (e gli altri partiti) ci sono le Associazioni culturali che hanno coerentemente sostenuto le proprie idee e perseguito i propri progetti infischiandosene dei veti leghisti o anti-leghisti. Nella stessa posizione, proprio in mezzo, si pone anche il nostro quotidiano.
    Non sappiamo cosa succederà nell’immediato ma è certo che questa robusta parte dell’informazione e della cultura identitaria si pone come il referente di chiunque voglia fare qualcosa di buono, e il garante della correttezza dell’operazione. Questa è oggi la sola certezza.

    10 Aprile 2012

    GEOGRAFIA DEL MONDO LEGHISTA SOTTO IL MACBETH-BOSSI | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    LEGA: CADONO LE TESTE. DIMESSO IL SEGRETARIO DI VARESE. NON BASTA
    di GIANLUCA MARCHI

    Stamane, poco prima delle 10, fa si è dimesso il segretario provinciale di Varese, Maurilio Canton. E’ il bossiano di ferro che il Senatur impose alla base nel contestatissimo congresso svoltosi a Busto Arsizio lo scorso mese di ottobre. Contro di lui nei giorni scorsi era già stata annunciata una mozione di sfiducia da parte di dieci dei diciassette membri del direttivo provinciale, in pratica gli esponenti maroniani che erano maggioranza. «Mi è sembrato giusto non dare alcun tipo di scossone al movimento». Così Maurilio Canton ha spiegato il motivo delle sue dimissioni da segretario provinciale della Lega di Varese. «Mi è sembrato giusto farlo – ha ribadito – perchè in questa situazione il movimento deve essere sereno. Io ho sempre cercato di dare equilibrio e cerco di garantirlo anche ad esso». Canton ha anche spiegato di aver voluto evitare di arrivare allo scontro dopo la «richiesta di sfiducia» nei suoi confronti.

    E a momenti è atteso il passo indietro di Rosy Mauro. Intanto Renzo Bossi ha formalizzato stamani le proprio dimissioni da consigliere regionale della Lombardia.

    Le dimissioni di Renzo Bossi «primo atto delle pulizie di primavera, ma non basta di certo. Adesso avanti tutta!». Lo scrive sul suo profilo Facebook Roberto Maroni, postando la vignetta di Giannelli sul Corsera di oggi dedicata proprio al passo indietro del figlio del Senatur.



    L’appuntamento di stasera alla Fiera di Bergamo rischia di essere cruciale per la vita della Lega Nord, squassata da tutto quanto sta emergendo dalle inchieste giudiziarie e non solo. O il Carroccio riesce nel giro di pochi giorni, se non addirittura di poche ore, a darsi una profonda scossa, liberandosi il più possibile delle scorie e delle zavorre di cui si è appesantito negli ultimi anni, oppure rischia seriamente di collassare sotto il peso del fango che lo sta sommergendo ogni giorno di più. I militanti e la base pulita lo sanno, e hanno fretta, pretendono pulizia ed epurazioni che vadano ben al di là di quanto suggerito dalle carte giudiziarie e dalle intercettazioni. Come ha già scritto Gilberto Oneto su queste colonne, o avverrà una sostanziosa potatura, e allora le speranze di far ricrescere la pianta possono ancora esserci (con tutti i se e i ma del caso, aggiungo io). Diversamente il tramonto potrebbe essere più rapido di quanto si possa immaginare.

    L’appuntamento di Bergamo era stato inizialmente convocato dagli ambienti vicini a Roberto Maroni per spingere i vertici del movimento a convocare il congresso federale, che era ancora assente dal calendario interno. Poi giovedì ci sono state le dimissioni di Umberto Bossi e un troppo vago accenno al fatto che il congresso dovrà tenersi entro l’autunno. Sono proprio sicuri, in via Bellerio, che da qui ad ottobre la Lega possa resistere sotto il bombardamento che la sta colpendo senza aver già avviato il nuovo corso? Oppure ancora una volta prevale la logica gattopardesca del tutto deve cambiare affinché nulla cambi? Sono interrogativi che non possono restare sospesi nell’aria se, chi ci crede fermamente, vuol portare la Lega fuori dal tunnel in cui è sprofondata.

    L’assemblea orobica potrebbe concludersi con una pre-incoronazione di Roberto Maroni come nuovo segretario federale come in un congresso autoconvocato dal popolo leghista. Sarebbe già un passo non da poco, dopo questi giorni di tira e molla che alla fine hanno alimentato il sospetto di un tentativo in atto da parte di Umberto Bossi, e dei suoi fedelissimi, di rimanere in sella. Anche l’insistenza con cui Gianpaolo Gobbo continua a rilanciare la candidatura a segretario federale di Luca Zaia (che l’interessato ha comunque declinato), appare più che altro come un tentativo di intralciare la strada all’ex ministro dell’Interno, che al momento sembra tutta in discesa.

    Ma anche qui va detto chiaramente che i militanti oggi inneggianti a Maroni non appaiono affatto pronti ad accontentarsi dell’incoronazione del proprio leader: pretendono pulizia e una raffica di espulsioni e di messa ai margini dei tanti dirigenti che hanno approfittato del potere assoluto del “cerchio tragico” per sistemarsi comodamente e fare molto gli interessi propri e assai poco quelli del movimento. Con l’annuncio di ieri Renzo Bossi è fuori e questa era la prima delle notizie attese. «Ritorno tra i ranghi per evitare che a pagare le conseguenze dell’attacco incrociato sia l’intero movimento e soprattutto mio padre… . Ho la tranquillità di chi sa che non ha mai fatto nulla di quello che è stato riportato dai media». Così Renzo Bossi in una lettera aperta ai militanti della Lega che sarà pubblicata domani da Brescia Oggi. Alcuni dei passaggi sono stati anticipati dal quotidiano bresciano. Ma a ore si aspettano anche le dimissioni di Rosy Mauro da vicepresidente del Senato: la capa del SinPa è molto vicina all’espulsione e potrebbe salvarsi in corner se lasciasse l’incarico.

    Ma che dire di tutti quei dirigenti di alto rango che vorrebbero correre a Bergamo e magari pure intervenire, nel tentativo disperato di accreditarsi come sostenitori del nuovo corso? A quel che si sente dire i “barbari sognanti” non li vorrebbero nemmeno vedere aggirarsi nei dintorni della Fiera orobica. Qualche esempio? Il giorno dopo che scattò la ridicola e tragica fatwa contro Maroni, lo scorso mese di gennaio, in quel di Stresa Roberto Calderoli, in qualità di coordinatore delle segreterie nazionali, riunì i vertici territoriali, e a qualche giornalista presente in loco lo stesso Calderoli, e con lui i vari Cota, Gibelli e compagnia confermarono che in fin dei conti sì, era meglio che l’ex ministro si desse una calmata e non organizzasse assemblee a suo favore. I militanti e i sostenitori di Maroni non se li sono scordati questi episodi, e domani sera sembrano intenzionati a mettere nel loro mirino proprio Calderoli, considerato un membro esterno del “cerchio magico” e Roberto Cota, che dei cerchisti è stato componente effettivo. Insieme al vicepresidente della Regione Lombardia Andrea Gibelli vengono considerati i componenti del neo-cerchio magico che tende a sostituire il cerchio tragico ormai distrutto.

    E poi la cosiddetta base è schifata dal fatto che sul territorio il ritornello era “non ci sono soldi”, per cui veniva chiesto agli iscritti di mettere continuamente mano al portafogli, mentre in alto si sollazzavano immersi nel denaro. Ora si pretende una drastica inversione.

    Insomma, l’aria che tira è un tantino da furia iconoclasta, ma per molti questa è l’unica via con cui tentare un salvataggio in extremis.

    10 Aprile 2012

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