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Rif: l'Indipendensa
VERONA: ECCO LA LEGA MARONI-TOSI, SENZA I BOSSIANI
di GIANMARCO LUCCHI
Roberto Maroni benedice l’asse con il suo delfino veneto, il sindaco di Verona Flavio Tosi, già partito lancia in resta per la riconquista solitaria della città e deciso a chiudere la porta in faccia al Pdl in vista delle prossime elezioni di maggio. E Verona diventa il laboratorio politico di una parte della Lega, quella che appare solidamente maggioritaria al momento, e della sua rinnovata voglia di scrollarsi di dosso l’ombra di Berlusconi e del suo partito per diventare il primo partito in tutta la Padania, come sostiene Roberto Maroni. Tutto ciò è avvenuto nel capoluogo scaligero senza la benedizione del segretario Gian Paolo Gobbo, padre padrone del Carroccio veneto ormai da quindici anni e per nulla intenzionato a mollare la “carega”, e senza l’appoggio dei veronesi fedelissimi di Bossi come l’ex sottosegretario alla Sanità, Francesca Martini, e il capogruppo della Lega al Senato Federico Bricolo. Non è arrivato nemmeno il governatore del Veneto Luca Zaia, ormai noto per galleggiare in mezzo ai due scogli. Che il Carroccio sia spaccato in due ormai è evidente a tutti, anche se Maroni, pur al corrente che a Porto Tolle (Rovigo) si sono autosospesi in 148 per dissidi interni al partito, minimizza e si affanna a dire: «Nessun problema all’interno della Lega». L’ex ministro dell’Interno continua a negare l’evidenza, forse per non incorrere in provvedimenti espulsivi, che pure dal cerchio magico/malefico hanno ripetutamente sollecitato a Bossi. Tuttavia ci credono in pochi all’unità interna, soprattutto tra i sostenitori di Tosi, accorsi numerosi alla fiera di Verona per il via della campagna elettorale. E lo si è percepito anche quando l’ex ministro cita, in un passaggio del suo discorso, il segretario Bossi, risvegliano un timido tifo per il ‘senatur’ da parte di uno stretto numero di militanti. Incitazione che si spegne spontaneamente dopo una manciata di secondi.
Delle vicissitudini nel Carroccio Maroni ha fatto solo un breve cenno, ricordando di essere arrivato nella città veneta «per esprimere la sua solidarietà personale a un leghista vero e autentico. Forse è per questo – osserva, parlando di Tosi -, perchè è stato trovato troppo bravo e troppo leghista, che ha subito attacchi personali anche all’interno del movimento, attacchi non tollerabili. La mia vicenda personale – ha rilevato Maroni – mi ha ferito, ma la considero chiusa e salutare, per la risposta avuta dai militanti e dalle sezioni».
Maroni ha elogiato apertamente Tosi e parlato di «modello Verona» che gli ha dato da ministro «grandi ritorni positivi e molte idee» a partire dal Pacchetto Sicurezza. Della vittoria di Tosi – non importa se con o meno una lista a suo nome («il nome della lista mi interessa poco, non entro nel merito; è una decisione che spetta agli organismi della Liga Veneta e al consiglio nazione») – Maroni si è detto più che fiducioso. L’esito del risultato – ha spiegato – è certo e sarà importante «per il futuro non solo di Verona, ma per tutta la Padania». Già, perchè «l’ambizione – ha ripetuto chiaro e secco Maroni – è di fare della Lega il primo partito, non solo il punto di riferimento dei leghisti, ma anche di chi non sa ancora di essere leghista». In questo Maroni dice di accarezzare lo stesso sogno, il cosiddetto “progetto egemonico”, che gli illustrò Umberto Bossi al loro primo incontro, anche se allora lo scambò per un folle. «Ma quel pazzo – ha riconosciuto ora l’ex ministro – aveva ragione. La Lega da Verona lancia la sfida ad un sistema politico ripiegato su di sè» e per questo nella corsa al governo dalla città scaligera il Carroccio «non ha bisogno di allearsi con un partito che dice il contrario di noi». «Sarebbe un’ipocrisia», ha spiegato l’ex ministro, alludendo al Pdl, partito che sostiene un governo che sul federalismo «ha messo due dita negli occhi della Lega». L’esecutivo Monti è il governo «più centralista degli ultimi venti anni». «È il Pdl che lo sostiene», dunque – ha tagliato secco – il movimento azzurro «non può allearsi con un movimento ultra federalista come la Lega Nord».
29 Gennaio 2012
http://www.lindipendenza.com/verona-maroni/
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Re: Rif: l'Indipendensa
http://www.lindipendenza.com/cittadi.../#comment-2974
COMUNI PADANO-ALPINI: CITTADINI SOVRANI E DEMOCRAZIA DIRETTA
di GIACOMO CONSALEZ*
La Carta Europea delle autonomie locali, emanata nel 1985, stabilisce che gli stati membri
debbano sostenere il progressivo sviluppo di forme di autogoverno, termine che quel testo
definisce da un lato come un trasferimento di parte delle funzioni di potere dai governi
centrali ai governi locali, dall’altro come un’assunzione di responsabilità da parte dei cittadini,
ai quali si aprono spazi crescenti di partecipazione attiva alle decisioni assunte dagli enti locali.
A seguito della sua entrata in vigore, il parlamento italiano ha dovuto, con somma riluttanza,
recepire almeno formalmente alcune indicazioni della Carta Europea, promulgando inizialmente
la legge 8 giugno 1990, n. 142, denominata «Ordinamento delle autonomie locali», quindi la
Legge 3 agosto 1999, n. 265, denominata «Più autonomia per gli enti locali».
Infine il governo Amato ha adottato il Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267
«Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali».
Questo quadro giuridico prevede che, a partire dal 1990, i Comuni siano dotati di uno statuto,
che costituisce nei fatti una sorta di costituzione dell’ente locale. Per la normativa vigente
in italia, la formulazione, le modifiche, gli aggiornamenti e l’approvazione degli statuti sono di
esclusiva competenza dei consigli comunali e provinciali. Ciononostante, gli statuti degli enti locali
rappresentano una grande opportunità per la riforma del nostro sistema politico, e un vero e proprio
tallone d’Achille del regime partitocratico italiano, blindato nella propria assoluta e criminale autoreferenzialità.
La sistematica violazione di questo dettato legislativo pone di fatto fuorilegge la maggioranza dei Comuni italiani.
Una revisione degli statuti dei Comuni potrebbe consentire a un numero crescente di comunità locali di
sperimentare gli strumenti della democrazia diretta esercitando un reale potere deliberativo.
Nei comuni, una siffatta riforma degli statuti permetterebbe ai cittadini di prendere piena coscienza
dei propri diritti, li abituerebbe alla discussione e alla deliberazione su fatti precisi e limitati, scevra da
contrapposizioni tra fazioni ideologiche precostituite, e promuoverebbe la partecipazione diretta e
decisiva dei cittadini al governo della cosa pubblica.
Chiedo quindi ai Sindaci dei Comuni padano-alpini di mettere in atto la prima modifica dello statuto
in modo tale da introdurre i referendum deliberativi di iniziativa e di revisione, e di estendere la loro
applicazione a tutti i provvedimenti presi da giunta e consiglio comunale, compreso il piano generale
del territorio e le leggi di spesa. Per referendum di iniziativa, s’intendono azioni tese ad imporre a Sindaco,
giunta e consiglio comunale o provinciale, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità.
Per referendum di revisione, s’intende il pronunciamento popolare su deliberazioni che, già assunte
dall’amministrazione comunale, si vogliono modificare emendando o abrogando norme esistenti.
In entrambi i casi la volontà espressa dalla maggioranza dei cittadini elettori circa materie di ambito
locale dovrebbe avere valore esecutivo immediato, senza ulteriori elaborazioni o mediazioni politiche,
e indipendentemente dal numero dei votanti. Il quorum, strumento che nega la democrazia assegnando
a chi non partecipa un potere decisionale maggiore rispetto alle persone responsabili che prendono
parte alla consultazione popolare, dovrebbe essere abolito. Un esempio lusinghiero di questo processo
ci viene dalla recente deliberazione del Comune di Sassello (SV).
L’unico limite all’esecuzione letterale della volontà espressa dalla maggioranza dei Cittadini
sarebbe rappresentato dalla salvaguardia dei diritti primari degli individui e dei diritti delle minoranze,
garantita da una disamina preventiva fatta da una commissione mista di probiviri rappresentativa
del Comune e del comitato promotore.
Il Comune dovrebbe mettere a disposizione della cittadinanza un ufficio di assistenza all’esercizio del diritto referendario.
Questo sottrarrebbe l’iniziativa referendaria alle segreterie dei partiti, i soli a poter oggi contare
sullo spiegamento di forze e sulla disponibilità economica necessari.
Una iniziativa di questo tipo, che ricalcherebbe il modello svizzero, garantirebbe l’effettivo
esercizio della partecipazione popolare, leggasi sovranità popolare, come previsto sia dalla
costituzione italiana sia dalla Carta Europea delle Autonomie Locali, e proietterebbe i nostri
territori all’avanguardia in Europa nell’esercizio della partecipazione dei cittadini sovrani al
governo della propria comuntà. Affiancare la democrazia diretta a quella rappresentativa
darebbe un duro colpo allo strapotere dei partiti romani e dei poteri forti economici e finanziari
che invariabilmente ne condizionano le scelte a proprio consumo, e a danno dell’interesse
maggioritario tra i cittadini.
La facoltà per i cittadini di esercitare, tramite la democrazia diretta, la propria sovranità
in corso d’opera, durante il mandato di un governo locale, rappresenta l’unica forma di controllo
in itinere in grado di mettere l’amministrazione dei Comuni al servizio degli interessi della maggioranza,
sottraendola al rischio ormai quotidiano di abusi e condotte riprovevoli messi in atto dai politici di professione.
Inoltre, l’esercizio della sovranità popolare costituirà il cemento per una nuova presa di coscienza
da parte dei cittadini delle nostre terre: la nozione di essere una comunità forte e coesa,
capace di un effettivo autogoverno e sottomessa senza più alcuna legittimità da un regime colonialista e criminale.
*Grazie a Paolo Bonacchi ed Enzo Trentin
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Re: Rif: l'Indipendensa
CARO MONTI, LA LIBERALIZZAZIONE VERA E’ L’INDIPENDENZA
di GILBERTO ONETO
La parola “liberalizzazione” è musica per le orecchie di quasi tutti noi, è una sorta di mantra benefico. Anche con questa bandiera era nata la Lega e Berlusconi aveva vinto le elezioni: la bandiera era stata riposta in un cassetto e non se ne era parlato più. Adesso la tira fuori Mariomorti quasi fosse uno “specifico universale”, una pozione magica in grado di risolvere tutti i mali. E lo sarebbe anche, se fosse vera liberalizzazione. In realtà stanno facendo passare per tale una serie di pastrocchi confusi e spesso anche poco liberali. È lo stesso gioco al rovesciamento del significato delle parole, di mascheramento lessicale che lo Stato italiano ha già messo in atto con il federalismo, chiamando federalista una serie di schifezze che non gli somigliavano neanche da lontano. Una sorta di “Ego te baptizo piscem”. Roba del genere: volevate il federalismo, beccatevi questa rumenta che nel frattempo abbiamo battezzato “federalismo”. E adesso: volevate le liberalizzazioni, tenetevi queste cose che puzzano di dirigismo, di centralismo e anche di peggio!
Primo punto: liberalizzare non significa togliere ogni regola e controllo. Può forse andare bene lasciare – ad esempio – grande flessibilità negli orari dei negozi ma questo non deve significare la distruzione del piccolo commercio, l’abbattimento dei livelli di sicurezza e di dignità del lavoro, la totale consegna del mercato alle grandi strutture, alla manovalanza straniera e, in definitiva, alla malavita organizzata.
Secondo punto: liberalizzare le professioni non significa togliere limiti e responsabilità lasciando tutto alla discrezionalità e all’avventurismo, facendo del dumping che porta a un iniziale ribasso dei costi ma a un definitivo affossamento della qualità delle prestazioni.
Terzo punto: che razza di liberalizzazioni sono quelle gestite da un potere centrale, che tratta tutte le diverse realtà allo stesso modo? Non c’è niente di meno liberale di uno Stato, come quello italiano, che ha una lunga ininterrotta tradizione di centralismo, dirigismo disastrato e fallimenti. Come può lo Stato meno liberale del mondo occidentale, con le sue pesanti incrostazioni di socialismo reale, fare il liberalizzatore? Si sente puzza di bruciato.
Quarto punto: con quale diritto lo Stato ladro può permettersi di dismettere il patrimonio pubblico, le ricchezze accumulate da generazioni di risparmi ma anche di imposizioni fiscali ai cittadini? Non è roba sua. Si comporta oggi come ha fatto 150 anni fa con i beni ecclesiastici, sottratti alla Chiesa ma anche alle comunità locali, e svenduti agli amici degli amici a prezzo di saldo.
Il punto fondamentale è che non si possono fare liberalizzazioni economiche se prima non si sono fatte quelle istituzionali. Se prima non si sono restituiti poteri e attribuzioni agli enti, alle comunità locali e ai cittadini. Non ci può essere liberalismo senza la giusta dose di autonomia, di federalismo vero. La gestione dei rapporti comunitari, e quindi anche delle liberalizzazioni e delle regolamentazioni, sono parte fondante dell’autonomia locale: ogni comunità deve liberamente gestirsi i fatti suoi in funzione delle sue esigenze, della sua ricchezza, delle sue aspirazioni, delle sue tradizioni e della sua identità. Non si possono imporre regole identiche ai taxisti di Milano e di Napoli, o all’unico taxista di Belgirate. Gli ordini professionali hanno una loro reale utilità sociale solo se sono davvero rapportati alle comunità in cui operano: la loro prima essenziale liberalizzazione è la regionalizzazione o macroregionalizzazione. Negozi, farmacie e tutto il resto devono trovare regole che vadano bene alle comunità locali. Invece qui chi pretende di decidere è sempre più lontano, più in alto: oggi è Roma, domani sarà Bruxelles, e dopo anche peggio.
Il potere deve scendere verso il basso, avvicinarsi ai cittadini e invece se ne va sempre più lontano, è sempre meno controllabile e più costoso. Altro che liberismo e federalismo: qui si è sempre più statalisti e centralisti!
La prima liberalizzazione vera è istituzionale. Liberalizziamo lo Stato italiano, cioè facciamolo sparire. La prima vera liberalizzazione è l’indipendenza.
3 Febbraio 2012
CARO MONTI, LA LIBERALIZZAZIONE VERA E’ L’INDIPENDENZA | L'Indipendenza
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Re: Rif: l'Indipendensa
RESPONSABILITÀ DEI GIUDICI: PASSA EMENDAMENTO LEGHISTA
di REDAZIONE
A scrutinio segreto, con 264 voti a favore e 211 contari, con il parere contrario del governo, la Camera ha approvato l’emendamento alla legge comunitaria, presentato dal leghista Gianluca Pini, che prevede modifiche relative alla responsabilità civile dei magistrati.
La norma prevede che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto. Ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto, deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto. In caso di violazione del diritto dell’Unione europea, si deve tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un’istituzione dell’Unione europea, non abbia osservato l’obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’articolo 267, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nonchè se abbia ignorato manifestamente la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea”.
Il testo rivede la legge del ’98 e dal 1988 ad oggi, su 400 cause avviate, ci sono state solo 4 condanne di giudici. Questo è quanto sostiene Enrico Costa (Pdl) dopo il sì dell’Aula: “Di queste 400 – aggiunge Costa – 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 attendono pronuncia di ammissibilità e 70 attendono l’impugnazione per la decisione di inammissibilità. 34 risultano ammissibili, ma di queste 16 sono pendenti e 14 respinte”.
Casini, dopo il voto, fa il cerchiobottista: “È una cosa giusta messa nel posto sbagliato. Non era questa la sede”. Secondo Casini, inoltre, “la norma andava formulata in modo migliore”.
Ovvio che la vicenda avrà ripercussioni politiche. Lo fa capire Dario Franceschini, che a nome del Pd ha detto: “Un voto che avrà conseguenze”. Il capogruppo Pd ha definito “grave l’atteggiamento del Pdl che si era impegnato con il governo» sul ritiro dell’emendamento ma poi in aula ha fatto l’opposto”. Prima del voto, Bersano aveva affermato pubblicamente che avrebbe votato contro l’emendamento leghista.
Il voto il voto in questione ha momentaneamente staccato il Pdl dalla maggioranza che sostiene il governo Monti. I giudici, come tutti le altre persone, devono pagare per i loro errori. Silvio Berlusconi ne aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia e così, nonostante il Pdl avesse firmato insieme con Pd e Terzo Polo un ordine del giorno che impegnava il governo a trattare la materia in un provvedimento ad hoc, ad avere la meglio è invece un emendamento presentato dalla Lega e approvato, con il voto segreto, da una maggioranza più ampia della sola sommatoria Pdl-Lega ed ex Responsabili. Lo stato maggiore di via dell’Umiltà mette subito le mani avanti chiarendo che il voto di oggi non è contro il governo: «Chi sbaglia paga, anche i magistrati», sottolinea il segretario del partito Angelino Alfano evitando di dare una connotazione politica alla votazione. Questo, anche se proprio diversi dirigenti pidiellini guardano oltre e intravedono nel voto di oggi un modo per tenere alta la tensione sulla giustizia e mandare un messaggio all’esecutivo: È un modo per evidenziare il ‘pesò dei nostri numeri, ragionano i malpancisti. Le colombe invece evitano retropensieri mettendo l’accento sul risultato: Si tratta una norma di civiltà – è il leit motiv – e soprattutto allinea l’Italia agli altri Paesi europei. L’ordine di scuderia impartito dallo stato maggiore del partito è poi mettere in evidenza come il responso delle urne certifica una maggioranza molto più ampia: «A sinistra c’e grande indignazione, però a scrutinio segreto almeno 50 di loro hanno votato a favore della norma», sottolinea Alfano riassumendo un concetto che per tutto il giorno avevano ripetuto molti deputati del Pdl. Ecco perchè sono in pochi quelli a sperare che il voto sull’emendamento leghista rimetta insieme i pezzi della vecchia maggioranza che sosteneva Berlusconi in modo continuativo. Se infatti il Cavaliere ribadisce che la fiducia al governo non è in discussione oggi leghisti alla Camera facevano notare come «qualsiasi altro governo sarebbe caduto per un voto del genere». La battaglia ora è rinviata al Senato dove l’auspicio del governo è che la legge sia corretta. Un obiettivo a cui mira anche il Pd che ha fatto recapitare il suo malumore proprio all’esecutivo invitandolo a ‘chiarirè i rapporti con il Pdl. E sempre a palazzo Madama il Popolo della Libertà si preparà a condurre la battaglia per modificare il testo sulle liberalizzazioni. Dopo la serie di incontri tenuta da Paolo Romani a capo della task force pidiellina con le categorie chiamate in causa dal provvedimento oggi i tecnici del partito hanno fatto il punto in una riunione aggiornata a martedì prossimo per la stesura del pacchetto di emendamenti.
2 Febbraio 2012
RESPONSABILITA’ DEI GIUDICI: PASSA EMENDAMENTO LEGHISTA | L'Indipendenza
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Re: Rif: l'Indipendensa
Citazione:
Originariamente Scritto da
Eridano
Altro richiamo della foresta della Lega Merd. Al di là di quello che si può pensare in merito, si tratta solo dell'ennesimo tentativo di ricompattare la vecchia maggioranza per dare una spallata al governo Monti e
tornare alle elezioni con il porcellum. Interesse specifico dei legaioli per l'argomento pressoché zero, ma si sa, l'argomento responsabilità civile dei giudici è tale da far venire l'acquolina in bocca bipartizan a tutto l'attuale parlamento di nominati, di cui almeno un quarto inquisiti o prescritti.
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Re: Rif: l'Indipendensa
Citazione:
Originariamente Scritto da
ZOLTAN
Altro richiamo della foresta della Lega Merd. Al di là di quello che si può pensare in merito, si tratta solo dell'ennesimo tentativo di ricompattare la vecchia maggioranza per dare una spallata al governo Monti e
tornare alle elezioni con il porcellum. Interesse specifico dei legaioli per l'argomento pressoché zero, ma si sa, l'argomento responsabilità civile dei giudici è tale da far venire l'acquolina in bocca bipartizan a tutto l'attuale parlamento di nominati, di cui almeno un quarto inquisiti o prescritti.
1) colpire i giudici penso che sia interesse di tutto l'arco costituzionale, visto che NESSUN partito è esente da fenomeni di corruzione, latrocinio, voti di scambio e illeciti amministrativi... ogni giorno si apre un'inchiesta su qualcuno, siamo ad una tangentopoli RITORNATA SISTEMA (o forse lo è sempre stata) con l'aggravante che adesso c'è una falla di bilancio statale (sommata alla recessione economica) talmente pesante, da far sembrare l'itaglia di fine anni '80, il Paradiso Terrestre
2) poi perchè mai il PDL dovrebbe far saltare Monti? l'accordo Monti-Berluska per mantenere il PORCELLUM c'è già, il referedendum abrogrativo è stato cassato e il governo tecnico si prenderà quasi tutta la colpa delle manovre lacrime-sangue (attuali e future) che altrimenti sarebbero dovute essere di totale responsabilità politica
3) più si tira alla scadenza naturale della legislatura, più i partiti hanno tempo di rifarsi una "verginità" e attrezzarsi per la battaglia elettorale con lavaggi del cervello mediatici che saranno di dimensioni MAI viste
4) ALLO STATO ATTUALE, i migliori sondaggi danno comunque il PDL+LN perdenti (anche se la lega all'opposizione recupera 2-3 punti), al Berluska non convengono elezioni nella prossima primavera
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Re: Rif: l'Indipendensa
Citazione:
Originariamente Scritto da
sciadurel
1) colpire i giudici penso che sia interesse di tutto l'arco costituzionale
Colpire i magistrati è un dovere morale dal momento che questi sono sopra la legge.
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Re: Rif: l'Indipendensa
Citazione:
Originariamente Scritto da
sciadurel
4) ALLO STATO ATTUALE, i migliori sondaggi danno comunque il PDL+LN perdenti (anche se la lega all'opposizione recupera 2-3 punti), al Berluska non convengono elezioni nella prossima primavera
C'è una cosa da dire al riguardo, vista la lettera della bambina di due anni al caro nonno monti lettera che puzza di regime da far schifo io direi che i sondaggi proposti da qualsiasi giornale o trasmissione televisiva sono da ritenersi al 99% falsi e annunciati con l'unco intento di spingere l'opinione pubblica dove fa più comodo.
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Re: Rif: l'Indipendensa
Citazione:
Originariamente Scritto da
sciadurel
1) colpire i giudici penso che sia interesse di tutto l'arco costituzionale, visto che NESSUN partito è esente da fenomeni di corruzione, latrocinio, voti di scambio e illeciti amministrativi... ogni giorno si apre un'inchiesta su qualcuno, siamo ad una tangentopoli RITORNATA SISTEMA (o forse lo è sempre stata) con l'aggravante che adesso c'è una falla di bilancio statale (sommata alla recessione economica) talmente pesante, da far sembrare l'itaglia di fine anni '80, il Paradiso Terrestre
2) poi perchè mai il PDL dovrebbe far saltare Monti? l'accordo Monti-Berluska per mantenere il PORCELLUM c'è già, il referedendum abrogrativo è stato cassato e il governo tecnico si prenderà quasi tutta la colpa delle manovre lacrime-sangue (attuali e future) che altrimenti sarebbero dovute essere di totale responsabilità politica
3) più si tira alla scadenza naturale della legislatura, più i partiti hanno tempo di rifarsi una "verginità" e attrezzarsi per la battaglia elettorale con lavaggi del cervello mediatici che saranno di dimensioni MAI viste
4) ALLO STATO ATTUALE, i migliori sondaggi danno comunque il PDL+LN perdenti (anche se la lega all'opposizione recupera 2-3 punti), al Berluska non convengono elezioni nella prossima primavera
D'accordissimo, si tira avanti con il solito teatrino di sempre. Se non mi sbaglio, il deputato leghista in questione è un maroniano, ma l'iniziativa puzza di Bossi lontano un miglio. Sanno benissimo che i sondaggi danno perdente la vecchia coalizione con il PdL, anche se la lega guadagna qualche punto, come del resto la destra di Storace e tutti i partiti "anti-sistema" (ma poi, per quel che valgono i sondaggi....). Però tutto fa brodo per tenere il partito sotto controllo, ora che la base fa capire chiaramente che non ne può più del cerchio maggico nonché di lui, e per far capire a Silvio che un pò di coltello dalla parte del manico ce l'hanno ancora. Poi, essendosi ambientati perfettamente a Roma conoscono i loro polli, nel senso dei loro compari degli altri partiti, quindi hanno avuto il
fiuto che in questo caso si sarebbe raggiunta la maggioranza. Pura commedia dell'arte: peccato che Alberto Sordi sia morto, avrebbe intepretato perfettamente i celto-germanici barbari leghisti calati a saccheggiare Roma.
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Re: Rif: l'Indipendensa
Cronache 6 Febbraio 2012 624 views
TOSI E GENTILINI: I GUAI DELLA LIGA DOPO SAREGO
di MARINO MARIN
Tutti delusi, nessuno escluso. Dopo Sarego, le diverse anime della Liga Veneta riprendono un cammino che, pare, percorreranno insieme ancora per poco. Sono delusi i bossiani, che avrebbero voluto Tosi fuori dal partito. Ma soprattutto è deluso il sindaco veronese. Incassato il “no” alla riunione del Parlamento padano di sabato scorso, ha addirittura minacciato di ritirarsi: tanto a lui, quanto agli altri “barbari sognanti” della combriccola veneta, non basta la gentile concessione di Bossi, quella per cui, differentemente da quanto disposto per Lombardia e Piemonte, in Veneto saranno tollerate liste civiche a sostegno dei candidati in corsa alle prossime amministrative. L’obiettivo è una lista nominale, qualcosa in più della vagheggiata e anonima “Verona per la continuità”. Una lista “Flavio Tosi” che, stando ai sondaggi, garantirebbe un esito felice già al primo turno della consultazione.
Certo, Bossi non vuole che il consenso di Tosi venga pesato al di fuori del partito, ma non può nemmeno privarsi di un “nemico” così stimato e perdere, a Verona, una partita già vinta. E questa è la forza di Tosi: senza di lui il Carroccio rischierebbe di non prevalere anche con candidature di rilievo, quali quella di Federico Bricolo o di Francesca Martini. Ecco perché non ci sarà da stupirsi se, a breve, arriveranno delle novità sul fronte scaligero, magari sotto forma di speciali ed esclusive concessioni. Tosi è forte, ha l’appoggio di Maroni e possiede il dono della mediazione. Qualità quest’ultima sconosciuta nella Marca, dove, mentre l’attenzione dei più è concentrata su Verona, potrebbe davvero realizzarsi la prima rottura del fronte lighista.
A Treviso il pro-sindaco Gentilini, dopo l’interregno di Gobbo, può e vuole ricandidarsi alla guida di una città che lo ama incondizionatamente e che lo voterebbe in ogni caso. Come Tosi, anche Gentilini vuole la sua lista, ma, differentemente dal collega veronese, se non sarà accontentato, non minaccia di ritirarsi, piuttosto di correre da solo, anche contro la Liga. E a Treviso, Gentilini, uomo di polso e di pancia, vincerebbe contro chiunque. Dovesse finire così, con un derby fra ex compagni di partito, la spaccatura si celebrerebbe nella roccaforte veneta del cerchio magico/malefico, dove Gobbo ha radici profonde, ma un consenso in calo. Consenso che il segretario nazionale cerca di mantenere con modalità sovietiche: secondo alcuni tesserati, infatti, sarebbero centinaia le domande di passaggio “a militanza” bloccate da mesi sulla sua scrivania.
Scontate numerose mattinate davanti a banchetti e gazebo, gli iscritti avrebbero diritto, dopo un anno, al riconoscimento della loro militanza. Riconoscimento che arriverebbe solo per le anime di comprovata fedeltà al senatur, soprattutto perché diventerà importantissimo proprio ora che si apriranno i congressi, laddove non il sostenitore, ma solo il militante, è ammesso al voto. E proprio dai congressi, sempre che altre crepe non facciano crollare prima il tempio dell’unità lighista, potrebbero arrivare bruttissime sorprese per Gobbo e Bossi. A Padova i maroniani Alessandro Paiusco e Gerry Boratto sono pronti a sfidare il cerchista Marcato, vicepresidente della provincia e candidato naturale alla segreteria, che dovrà peraltro guardarsi da un’altra insidia: nella bassa, la zarina Goisis, benché bossiana, non lo sosterrebbe per una non meglio precisata incompatibilità caratteriale. A Rovigo, poi, lo scontro fra il segretario Contiero e la parlamentare operaia Munerato è talmente aspro da aver già provocato dolorose emorragie di iscritti. Ma, di nuovo, è a Treviso che si giocherà la partita più importante: Muraro e Da Re hanno già speso la loro preferenza per Maroni e, se Gentilini dovesse lasciare, candidandosi contro il Carroccio, Gobbo, cioè il segretario nazionale, resterebbe da solo, col cerino in mano.
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