LA DANZA DI ŚIVA [1]
Il Signore della corte di Tillai... esegue una danza mistica: che cos'è, mia cara?
mànikkavàcakar, Tiruvàcakam, XII, 14
Fra i nomi principali di Śiva vi è quello di Nata-ràja, «Signore dei danzatori» o «Re degli attori». Il cosmo è il Suo teatro, il Suo repertorio comprende molti passi differenti, ed Egli stesso è nello stesso tempo attore e pubblico:
Quando l'Attore batte il tamburo,
tutti vengono a vedere lo spettacolo;
quando l'Attore raccoglie gli oggetti di scena,
rimane da solo nella Sua felicità.[2]
Non saprei dire quante danze diverse di Śiva siano note ai Suoi devoti; senza dubbio, però, l'idea di fondo è più o meno la stessa: la manifestazione dell'energia ritmica primordiale. Śiva è l'Eros Protogonos di Luciano quando scriveva: « Sembrerebbe che la danza sia nata al principio di tutte le cose e sia apparsa insieme a Eros l'antico, infatti vediamo questa danza primordiale chiaramente esposta nella danza corale delle costellazioni, nei pianeti e nelle stelle fisse, nel loro intrecciaŗsi e avvicendaŗsi e nella loro armonia ordinata».[3]
Non intendo dire che l'interpretazione più profonda della danza di Śiva fosse presente alle menti di coloro che per primi danzarono con un'energia sfrenata, e forse ebbra, in onore del dio delle montagne preario che successiva mente si sarebbe fuso con Śiva . Nella religione o nell'arte un grande motivo, e un grande simbolo, diventa tutto per tutti gli uomini; nel corso del tempo, fornisce agli uomini i tesori che essi trovano nel proprio cuore. Quali che fossero le origini della danza di Śiva, questa è diventata con il passare del tempo la più nitida immagine dell' attività di Dio che qualsiasi arte o religione possa vantare. Fra le varie danze di Śiva ne tratterò solamente tre, di cui una sola costituirà l'oggetto principale di interpretazione. La prima è una danza serale nella regione dell'Hima- laya, accompagnata da un coro divino, che viene così descritta nello Śiva Pradosa Stotra:
« Ponendo la Madre dei Tre Mondi sopra un aureo trono, intaŗsiato di gemme preziose,
Sulapani danza sulla cima del Kailàsa e tutti gli dèi Gli si raccolgono intorno;
« Sarasvatī suona lavìñà, Indra il flauto, Brahma tiene in mano i cembali che scandiscono il tempo,
Laksmì intona un canto, Vişnu suona il tamburo e tutti gli dèi stanno intorno;
« Gandharva, Yaksa, Pataga, Uraga, Siddha, Sadhya, Vidyàdhara, Amara, Apsaras
e tutti gli esseri che dimorano nei tre mondi si riuniscono là per assistere alla danza celeste
e per ascoltare la musica del coro divino all'ora del tramonto ».[4]
A questa danza serale fa riferimento anche l'invocazione iniziale del Kathàsaritsàgara. Nelle rappresentazioni pittoriche della danza Śiva ha due mani e la compartecipazione degli dèi è chiaramente indicata dal loro assetto corale. A terra non c'è nessun Asura schiacciato dai piedi di Śiva. Che io sappia, nella letteratura Śivaita non esistono particolari interpretazioni di questa danza.
La seconda celebre danza di Śiva viene chiamata tàndava e appartiene al Suo aspetto tamasìco in quanto Bhairava o Virabhadra. Essa viene eseguita nei cimiteri e nei campi crematori dove Śiva, di solito rappresentato con dieci braccia, danza selvaggiamente insieme a Devi, seguito da schiere di demoni saltellanti. Rappresentazioni di questa danza sono frequenti nelle sculture antiche, come quelle di Ellora, Elephanta e, inoltre, di Bhuvanesvara. La danza tàndava è in origine quella di una divinità prearia, per metà dio e per metà demone, che a mezzanotte festeggia nel campo crematorio. In epoca posteriore essa, eseguita a volte da Śiva, a volte da Devi, viene interpretata nella letteratura Śivaita e sàktain un modo assai toccante e profondo. In terzo luogo, abbiamo la danza Nàdànta di Nataràja davanti all'assemblea (sabhà) nella sala dorata di Chidambaram, o Tillai, il centro dell’universo, rivelata per la prima volta agli dèi e ai ŗsi dopo la capitolazione di questi ultimi nella foresta di Tàragam, come riferisce il Koyil Purànam.
La leggenda, che dopotutto non possiede una relazione molto stretta con il reale significato della danza, può essere riassunta come segue.
§ Nella foresta di Tàragam abitavano schiere di ŗsi eretici, seguaci della Mīmàmsà. Là, per confutarli, Śiva si recò accompagnato da Vişnu, travestito da bella donna, e da Àticesan. In un primo momento i ŗsi furono indotti a una violenta disputa l'uno con l'altro, ma ben presto la loro collera si diresse contro Śiva , che essi cercarono di annientare con incantesimi. Nei fuochi sacrificali crearono una tigre feroce che si slanciò contro di Lui, ma, sorridendo con gentilezza, Egli la catturò, con l'unghia del mignolo la scuoiò e ne indossò la pelle come fosse una veste di seta.[5] Non scoraggiati dall'insuccesso, i ŗsi rinnovarono le loro offerte e produssero un serpente mostruoso che Śiva tuttavia catturò e Si avvolse intorno al collo come una ghirlanda. A quel punto Egli cominciò a danzare, ma da ultimo lo assalì un mostro nella forma di un nano malvagio, Muyalakan. Il dio lo schiacciò con la punta del piede e gli spezzò la schiena, lasciandolo a dimenaŗsi a terra; in tal modo, umiliato il Suo ultimo nemico, Śiva riprese a danzare davanti a dèi e ŗsi .Allora Àticesan Gli rese onore e, prima di ogni altra cosa, chiese la grazia di poter contemplare ancora una volta questa danza mistica; Śiva promise di farlo assistere nuovamente alla danza nella sacra Tillai, il centro dell'universo.
Questa danza di Śiva a Chidambaram o Tillai costituisce il soggetto delle immagini di rame di Sri Nataraja, il Signore della danza, dell'India meridionale. Queste immagini differiscono fra loro in dettagli di poco conto, ma esprimono tutte una concezione fondamentale. Prima di procedere a esaminare di che cosa si tratti, è però necessario descrivere la figura di Sri Nataraja nella sua rappresentazione caratteristica. Le immagini, dunque, raffigurano Śiva danzante, con quattro mani e la chioma intrecciata e ingioiellata, le cui ciocche inferiori si agitano nella danza. Fra i Suoi capelli sono visibili un cobra attorcigliato, un teschio e la figura di Ganga, simile a una sirena; sopra si trova la luna crescente e i capelli sono incoronati da un serto di foglie di cassia. All'orecchio destro Śiva porta un orecchino da uomo, all'orecchio sinistro uno da donna; Egli è adorno di collane e bracciali, di una cintura ingioiellata, di cavigliere, di catenine da polso, di anelli alle dita delle mani e dei piedi. Indossa solo dei calzoni aderenti, con una sciarpa ondeggiante e un cordone sacro. Una delle mani destre tiene un tamburo, l'altra è alzata nel gesto che invita a non aver paura; unadelle mani sinistre porta il fuoco, l'altra indica in basso il demone Muyalakan, un nano con un cobra; il piede sinistro è sollevato. Da un piedistallo di loto si sprigiona l'aureola che Lo circonda (tiruvàci), orlata di fiamme e sfiorata all'interno dalle mani che reggono il tamburo e il fuoco. Le immagini sono di varie dimensioni; raramente superano il metro e venti d'altezza. Anche senza riferimenti letterari, l'interpretazione di questa danza non riuscirebbe difficile. Per fortuna siamo comunque assistiti da una copiosa letteratura coeva che ci consente di spiegare a fondo non solo il significato generale della danza ma, nella stessa misura, anche i dettagli del suo concreto simbolismo. Alcune peculiarità delle immagini di Nataraja, naturalmente, appartengono alla concezione di Śiva in generale e non a quella particolare espressa dalla danza: le ciocche intrecciate come quelle di uno yogin; la ghirlanda di cassia; il teschio di Brahma; la figura di Ganga (il Gange cadde dal cielo e si perse fra i capelli di Śiva ) ; i cobra; i due diveŗsi orecchini, che alludono alla natura duale di Mahàdeva, « la cui metà è Urna »; le quattro braccia. Anche il tamburo è un attributo generico di Śiva e appartiene al Suo carattere di yogin, sebbene nella danza assuma un ulteriore significato speciale. Qual è, allora, il senso della danza Nàdànta di Śiva secondo gli Śivaiti? Nelle sue linee fondamentali, esso è spiegato in testi come questo: « Il nostro Signore è il Danzatore che, come il calore latente nella legna da ardere, diffonde il Suopotere nella mente e nella materia e le fa danzare a loro volta».[6]
La danza, di fatto, rappresentale Sue cinque attività (pancakrtya), ossia: srsti (supervisione, creazione, evoluzione); sthiti (conservazione, sostegno); samhàra (distruzione, evoluzione); tirobha- va (occultamento, incorporamento, illusione e, inoltre, acquietamento) ; anugraha (liberazione, salvezza, grazia). Considerate separatamente, queste sono le attività di Brahmà, Vişnu, Rudra, Mahesvara e SadàŚiva .
Questa attività cosmica è il motivo centrale della danza. Altre citazioni ne illustrano e spiegano più nel dettaglio il simbolismo. L'Unmai Vìlakkam, strofa 36, dice: « La creazione nasce dal tamburo; la protezione deriva dalla mano della speranza; dal fuoco ha origine la distruzione; il piede sollevato dà la liberazione».[7] Si osserverà che la quarta mano indica questo piede sollevato, il rifugio dell'anima. Abbiamo anche il seguente passo dal Citampara Mummani Rovai: « O mio Signore, la Tua mano
che regge il tamburo sacro ha creato e ordinato i cieli, la terra, gli altri mondi e le innumerevoli anime. La Tua mano levata protegge l'ordine cosciente e non cosciente della Tua creazione. Tutti questi mondi sono trasformati dalla Tua mano che tiene il fuoco. Il Tuo sacro piede, piantato al suolo, offre un riparo all'anima affaticata che lotta negli affanni della causalità. Il Tuo piede sollevato concede eterna beatitudine a coloro che a Te si rivolgono. Queste Cinque Azioni sono, in verità, la Tua Opera ». I seguenti veŗsi dal Tirukkuttu taricanam, «Visione della Danza sacra », che costituiscono il nono tantiram del Tirumantiram di Tirumular, ampliano ulteriormente il motivo centrale:
La Sua forma è ovunque: onnipervadente con laSua Śiva -Sakti;
Chidambaram è ovunque, ovunque è la Sua danza;
poiché Śiva è tutto e onnipresente, ovunque si manifesta la danza aggraziata di Śiva .
Le Sue quintuplici danze sono temporali e senzatempo.
Le Sue quintuplici danze sono le Sue CinqueAttività.
Con la Sua Grazia Egli compie i cinque atti, questa è la sacra danza di Umà-Sahaya.
Egli danza con l'Acqua, il Fuoco, il Vento e l'Etere: così il nostro Signore danza sempre nella corte.
Visibile a coloro che superano la maya e la māhàmàyà (l'illusione e la superillusione),
il nostro Signore danza la Sua eterna danza. La forma della Sakti è tutta gioia;
questa gioia unificata è il corpo di Umà:
questa forma di Sakti che nasce nel tempo e unisce i due è la danza.
Il Suo corpo è Àkàsa, la nube scura all'interno èMuyalakan,
le otto direzioni sono le Sue otto braccia,
le tre luci sono i Suoi tre occhi;
in questa forma, Egli danza nel nostro corpo qualecongregazione.
Questa è la Sua danza. Il suo significato più profondo si coglie quando si comprende che essa ha luogo nel cuore e nel sé. Dio è dappertutto: quel « dappertutto » è il cuore. E così, in un altro verso troviamo anche:
Il piede danzante, il tintinnio dei campanelli,
i canti che vengono eseguiti e i differenti passi,
la forma assunta dal nostro Kuruparan danzante:
scopri questi dentro di te, e le tue catene cadranno.
A tal fine, tutto dev'essere espulso dal cuore fuorché il pensiero rivolto a Dio, così che Egli soltanto possa dimorarvi e danzarvi. Neil' Unmai Vilakkam leggiamo: « Distruggendo il triplice legame, i saggi silenziosi si insediano dove i loro sé sono distrutti. Là essi contemplano la sacra danza piena di beatitudine. Questa è la danza del Signore dell'assemblea, "la cui forma stessa è la Grazia" »[8] Con questo riferimento agli «asceti silenziosi» confrontiamo le belle parole di Tirumular: « Quando riposano là, essi [gli yogin che raggiungono lo stadio di pace più elevato] dimenticano se stessi e diventano inattivi... Il luogo in cui abitano gli inattivi è lo Spazio puro. Il luogo in cui gli inattivi si svagano è la Luce. Ciò che gli inattivi conoscono è il Vedànta. Ciò che gli inattivi trovano in quel luogo è il profondo sonno ». Śiva è un distruttore e ama il campo crematorio. Ma che cosa distrugge? Non soltanto i cieli e la terra alla fine di un ciclo del mondo, ma le catene che avvincono ogni singola anima.[9] Dove si trova, e che cos'è il campo crematorio? Non è il luogo in cui i nostri corpi terreni vengono cremati, ma quello in cui i cuori di chi Lo ama vengono annientati e desolati. Il luogo in cui l'io è distrutto indica la condizione nella quale l'illusione e le azioni vengono bruciate: è quello il rogo, il campo crematorio in cui danza Śri Nataràja; perciò Egli è chiamato Cutalaiyàti, «danzatore del campo crematorio». In questa similitudine riconosciamo il collegamento storico fra la danza leggiadra di Śiva in quanto Nataràja e la Sua danza selvaggia in quanto demone del cimitero.
Questa concezione della danza è diffusa anche fra gli sàkta, specialmente nel Bengala, dove viene adorato l'aspetto materno, anziché quellopaterno, di Śiva . Qui la danzatrice è Kalì e, per consentirne l'ingresso, il cuore dev'essere purificato con il fuoco, svuotato con la rinuncia. Un inno bengalese leva a Kali questa preghiera:
Poiché Tu ami il campo crematorio, ho reso il mio cuore un campo crematorio,
affinché Tu, l'Oscura, frequentatrice del campocrematorio,
possa danzare la Tua eterna danza.
Non c'è nient'altro nel mio cuore, o Madre:
la pira funebre avvampa giorno e notte;
le ceneri dei morti, sparse tutt'intorno,
io le ho protette dalla Tua venuta.
Con Mahàkàla, vincitore della morte, sotto i Tuoipiedi,
possa Tu entrare, danzando la Tua ritmica danza, così che io possa contemplarTi con gli occhi chiusi.
Tornando al Sud, vediamo che lo scopo della danza di Śiva viene spiegato in altri testi tamil. Nello Civanàna Cittiyàr, Cupakkam, cuttiram, V, troviamo scritto: « Per assicurare alle infinite anime entrambi i generi di frutti, il nostro Signore, con cinque azioni, esegue la Sua danza».[10] I due generi di frutti sono iham, la ricompensa in questo mondo, e param, la beatitudine nella mukti.[11]Ancora Vilnmai Vilakkam, strofe 32, 37 e 39, ci insegna che « la Suprema Intelligenza danza nell’anima ... per rimuovere i nostri peccati ... Conquesti mezzi il nostro Padre dissolve la tenebra dell'illusione (maya), brucia il filo della causalità (karman), schiaccia il male (ànava-mala, a-vidyà), fa piovere la Grazia e immerge amorevolmente l'anima nell'oceano della Beatitudine (ànanda) ... Coloro che contemplano questa danza mistica non vedono mai rinascite ».[12] La concezione del divenire del mondo come svago e divertimento ( Ma ) del Signore è importante anche nelle Scritture Śivaite. Così, Tirumular scrive: « La danza eterna è il Suo gioco ». Questa spontaneità della danza di Śiva viene espressa nel Poema dell'Estasi di Scriabin con chiarezza tale che i seguenti estratti serviranno a spiegarla meglio di qualsiasi esposizione formale; quello che scrisse Scriabin è precisamente ciò che veniva rappresentato dall'artista figurativo indù:
Lo spirito (purusa) che gioca, lo spirito che anela,
lo spirito che crea ogni cosa con la fantasia(yoga-maya),
si abbandona alla beatitudine (ànanda) dell'amore...
Tra i fiori della Sua creazione (prakrti), indugiain un bacio...
Accecato dalla loro bellezza, corre, saltella, danza, volteggia...
Tutto è estasi, tutto è beatitudine,
in questo gioco(Bla) libero, divino, in questa lotta d'amore.
Nella meravigliosa grandezza della pura assenza di fini
e nell'unione delle tendenze contrastanti (dvandva),
solo nella consapevolezza, solo nell'amore,
lo Spirito apprende la natura (svabhava) del Suoessere divino...
« O mio mondo, o mia vita, o mia fioritura, o miaestasi!
In ogni vostro istante io creo negando tutte le forme prima vissute:
io sono l'eterna negazione (neti, neti) »...
Godendosi questa danza, soffocando in questovortice,
nel dominio dell'estasi, si alza rapido in volo.
In questo incessante mutamento (samsàra,nitya-bhàva),
in questo volo, senza scopo (niskàma), divino, lo Spirito Si comprende,
nel potere della volontà, solo (kevala), libero (muhta), sempre creando,
irraggiando tutto, vivificando tutto, giocando divinamente nella molteplicità delleforme (prapanca),
Egli Si comprende... «Abito già in te, o mio mondo!...
Tu mi hai sognato: ero io che venivo all'esistenza...
E tu sei tutto: un'onda di libertà e beatitudine »...
L'universo (samsàra) viene abbracciato da unaconflagrazione generale (mahàpralaya),
lo Spirito è al culmine dell'essere e avverte il fluireininterrotto
del potere divino (sakti ) della volontà libera.
Egli èdi tutto audace: ciò che prima era minaccioso, ora è eccitazione,
ciò che prima era terrificante, ora è gioia...
E l'universo risuona dell'urlo di gioia: Io sono.[13]
A quanto pare, questo aspetto immanente di Śiva ha suscitato l'obiezione che Egli danza come coloro che cercano di compiacere gli occhi dei mortali, ma si può ribattere che, di fatto, Egli danza per mantenere la vita del cosmo e per concedere la liberazione a chi Lo cerca. Inoltre, se interpretiamo correttamente le danze degli umani, constatiamo che anch'esse conducono alla liberazione. Tuttavia, è più veritiero rispondere che la causa della Sua danza risiede nella Sua natura, che tutti i Suoi gesti sono innati (svabhàvaja), spontanei e senza finalità, poiché il Suo essere trascende l'ambito dei fini. In un senso molto più arbitrario la danza di Śiva viene identificata con il Pancàksara, cioè con le cinque sillabe della preghiera
Śi-và-ya-na-mah, «Omaggio a Śiva ».
Nell'Unmai Vilakkam[14] ci viene detto: « Se si medita su queste cinque belle sillabe, l'anima raggiungerà la terra in cui non esistono né la luce né la tenebra, e la Sakti la renderà una cosa sola con Śiva ». Un altro verso dell'Unmai Vilakkam spiega l'arco ardente (tiruvàci). Il Pancàksara e la Danza vengono identificati con la sillaba mistica Om, mentre l'arco è l'uncino (kompu) dell'ideogramma a esso corrispondente: « L'arco intorno a Sri Nataràja è l'Omkàra; e l'aksara, che non è mai separato dall' Omkàra, è lo splendore in essa contenuto. Questa è la Danza del Signore di Chidam-baram».[15]
Il Tiruvarutpayan (IX, 3), tuttavia, spiega il tiruvàci in modo più naturale come rappresentazione della danza della Natura, contrapposta alla danza della sapienza di Śiva: « Da una parte si svolge la danza della natura, dall'altra la danza dell'illuminazione. Fissa la tua mente al centro di quest'ultima».
A Nallasvami Pillai devo la spiegazione di questo simbolismo:
§ la prima danza è l'azione della materia, l'energia materiale e individuale.
Essa è l'arco, tiruvàci, Omkàra, la danza di Kalì.
§ L'altra è la danza di Śiva ; l'aksara inseparabile dall'Omkàra,
chiamato ardhamatra, o quarta lettera del pranava: caturtha e turiya.
La prima danza non è possibile a meno che non sia Śiva stesso a volerla e a danzare.
La conclusione generale a cui giunge questa interpretazione è, dunque, che l'arco rappresenta la materia, la natura, Prakrti; lo splendore in esso contenuto, Śiva che danza al suo interno e tocca l'arco con la testa, le mani e i piedi, è invece lo spirito (Purusa) universale onnipresente. Fra l'arco e Śiva si trova lo spirito individuale, come ya (io) sta fra Si-va e na-mah.
Ora, riassumendo l'intera interpretazione, vediamo che i significati essenziali della danza di Śiva sono tre: il primo, è che essa è l'immagine del Suo gioco ritmico come origine di ogni movimento nel cosmo (rappresentato dall'arco); il secondo, è che lo scopo della danza consiste nel liberare le innumerevoli anime degli uomini dalla trappola dell'illusione; il terzo, è che il luogo in cui avviene la danza, Chidambaram, il centro dell'universo, si trova dentro il cuore. Finora ho evitato ogni valutazione estetica e ho soltanto cercato di trasporre il centro concettuale della danza di Śiva dall'espressione plastica a quella verbale, senza riferimento alla bellezza o all'imperfezione delle opere individuali. Ma forse vale la pena di richiamare l'attenzione sulla grandezza di questa concezione in quanto sintesi di scienza, religione e arte. Quanto è sorprendente la portata del pensiero e della sensibilità di quei rei-artisti che concepirono per primi un archetipo come questo, offrendo un'immagine della realtà, una chiave per la complessa trama della vita, una teoria della natura che non si adatta solamente a un singolo gruppo ristretto o a una razza, né può essere accolta soltanto dai pensatori di un solo secolo, ma esercita universalmente il suo fascino sul filosofo, sull'amante e sull'artista di ogni epoca e paese! Quanto deve apparire grande, nel potere e nella grazia, questa immagine danzante a tutti coloro che si sono sforzati di esprimere in forme plastiche la propria intuizione della vita!
In questa epoca di specializzazione non siamo abituati a una simile sintesi di pensiero; ma per coloro che «videro» immagini come questa, non poteva esistere alcuna divisione della vita e del pensiero in compartimenti stagni. Non sempre, quando giudichiamo i meriti delle opere individuali, comprendiamo appieno la portata del potere creativo che, per mutuare l'analogia dalla musica, riuscì a scoprire una maniera di e-sprimere i ritmi essenziali così efficace e così profondamente significativa e inevitabile. Ogni parte di un'immagine come questa rappresenta in modo immediato non una semplice superstizione o un dogma, ma fatti palesi. Nessun artista odierno, per quanto grande, saprebbe creare in maniera più esatta o più sapiente un'immagine di quella Energia che la scienza postula di necessità alla base di tutti i fenomeni. Se intendiamo riconciliare il Tempo con l'Eternità, sarà difficile riuscirci senza concepire l'alternaŗsi di fasi che si estendono per vaste distese spaziali e lunghi archi temporali. Particolarmente significativa, allora, è l'alternanza di fase implicita nel tamburo e nel fuoco che « trasforma» ma non distrugge. Questi non sono che simboli visivi della dottrina del giorno e della notte di Brahmā.
Nella notte di Brahmā la Natura è inerte e non può danzare finché non lo vuole Śiva : Egli si desta dalla Sua estasi e, danzando, invia attraverso la materia inerte onde pulsanti di un suono che provoca il risveglio; ed ecco che anche la materia danza prendendo la forma di un'aureola intorno a Lui. Danzando, Egli ne tiene vivi i molteplici fenomeni. Nella pienezza del tempo, sempre danzando, Egli distrugge con il fuoco tutte le forme e i nomi e concede nuovo riposo. Questa è poesia, ma anche scienza.
[1] [Una prima versione apparve in «Light of Truth, or, The Siddhanta dipika», XIII, luglio 1912, pp. 1-13, e poi fu riprodotto in T.A. Gopinatha Rao, Elements of Hindu Iconography, 2 voli., Madras, 1914-1916, voi. II, parte prima, pp. 231-52].
[2] [M.A. Macauliffe, The Sikh Religion, its Gurus, Sacred Writ- ingsandAuthors, 6voll., Oxford, 1909, voi. VI,pp. 218-19].
[3] [Luciano di Samosata, De saltatione, 1, quale è citato in [ E. Harrison, Prolegomena to the Study of Greek Religion, Cambridge, 1903, 2aediz., 1908, p. 656].
[4] [Pradosastotrastaka, 4-6].
[5] Una storia analoga è riferita altrove a proposito di un elefante; queste leggende spiegano perché Śiva indossa una pelle di elefante o di tigre.
[6] Katavun Màmunivar, Tiruvàtuvurar Purànam, Puttarai- vàtìl, Venracarukkam, strofa 75, trad. di Nalasvami Pillai [in Śiva gnana botham of Meikanda Deva, a cura diJ.M. Nallaswami Pillai, Madras, 1895, p. 74]. Questo verso potrebbe anche essere reso così: « Egli riempie tutti i corpi come il calore latente nella legna da ardere: il nostro Padre danza mettendo in movimento tutte le anime, sappiatelo! ». Cfr. Eckhart: «Proprio come il fuoco infonde l'essenza e la chiarezza nella legna secca, così ha fatto Dio con l'uomo ».
[7] U-M. Nallasvami Pillai, Studies in Saiva-siddhanta, Ma¬dras, 1911, p. 10],
[8] [Strofa 38, in J.M. Nallasvami Pillai, Studies in Saiva- siddhanta, cit., p. 10].
[9] Cfr. Marcel Schwob, Le Livre de Monelle, Paris, 1894, pp. 14-16 e p. 27. «Ecco la parola: distruggi, distruggi, distruggi. Distruggi in te stesso, distruggi intorno a te. Fa' spazio alla tua anima e alle altre anime ... Distruggi, perché ogni creazione viene dalla distruzione. Perché ogni costruzione è fatta di macerie, e niente è nuovo in questo mondo, tranne le forme. Ma occorre distruggere le forme ... Rompi ogni coppa in cui avrai bevuto».
[10] [Cfr. Śiva jnàna Siddhiyàr ofArunandi Siv&chàrya, trad. di J.M. Nallaswami Pillai, Madras, 1913, p. 214
[11] [La liberazione dai vincoli dell'individualità, dello spazio, del tempo].
[12] [InJ.M. Nallasvami Pillai, Studies in Saiva-siddhanta, cit., pp. 9-10].
[13] Dalla traduzione di Lydia L. Pimenoff Noble, pubblica¬ta nel programma di sala della Boston Symphony Orchestra per il concerto del [19 e] 20 ottobre 1917 [Programme of the Secondi Afternoon and Evening Concerts, in « Boston Symphony Orchestra, Thirty-seventh Season 1917-1918 », Boston, pp. 75-82].
[14]In J.M. Nallasvami Pillai, Studies in Saiva-siddhanta, cit.p. 11 . Si veda Nandikesvara, The Mirrar of Gesture, cit.p.11.
[15] [Strofa 35, in J.M. Nallasvami Pillai, Studies in Saiva- siddhanta, cit., p. 10].




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