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Discussione: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

  1. #11
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    Predefinito Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    BENTORNATA “LADY DI FERRO”, INDIMENTICABILE PREMIER
    di GIANCARLO PAGLIARINI
    Premessa
    Venerdì prossimo, 27 gennaio, la signora Thatcher tornerà protagonista grazie al grande schermo, dove verrà proiettato “The Iron Lady”, film biografico sulla “Lady di ferro”, interpretato da Maryl Streep. E’ una buona occasione per rilanciare questo mio articolo e ricordare:
    1) cosa ha fatto;
    2) perché lei e Winston Churchill sono sicuramente i premier inglesi più conosciuti al mondo;
    3) perché io ho dichiarato spesso che Berlusconi sul comodino avrebbe dovuto mettere anche la fotografia della signora Thatcher.
    Una breve storia
    Margaret Roberts nasce nel 1925 a Grantham una cittadina che oggi ha circa 40.000 abitanti (per la cronaca, poco meno di 300 anni prima, vicino a Grantham era nato Newton), su a Nord, nel Lincolnshire. I suoi genitori gestiscono una drogheria. E’ una ragazza in gamba e a 18 anni vince una borsa di studio e va a Oxford per studiare chimica. Dopo pochi mesi viene eletta presidente della associazione degli studenti simpatizzati del partito Conservatore. Nel 1951 sposa Denis Thatcher e nel 1953 dà alla luce due gemelli, Mark e Carol. Nel 1959 viene eletta per la prima volta al Parlamento. All’inizio degli anni 70 è ministro dell’istruzione. Nel Febbraio del 1975 viene eletta presidente del partito Conservatore superando contro ogni pronostico Edward Heat, e fino al 1979 è il capo dell’opposizione in Parlamento. Poi vince per tre volte consecutive le elezioni e per tre volte consecutive è capo del governo: dal 79 all’83, dall’83 all’87 e dall’87 al 22 Novembre 1990.
    Gli undici anni dell’era Thatcher
    Negli anni 70 la Gran Bretagna era tecnicamente fallita. Si era ridotta nella situazione di dover chiedere prestiti al Fondo Monetario Internazionale, come un paese africano in via di sviluppo. Il paese era nelle mani di “un sindacato becero, ignorante e irresponsabile, supportato da leggi che davano alla Trade Union un potere distruttivo” (Marco Vitale sul “Sole 24 Ore” del 23 Novembre 1990 nell’articolo “Europa in piedi. Esce la Lady”). Mi dicono che a quei tempi la situazione in Gran Bretagna era addirittura peggiore della nostra. Il potere dei sindacati era immenso. Un potere da fare impallidire i nostri patronati sindacali, i nostri CAF, il quasi-monopolio che i nostri sindacati hanno per la formazione oppure la discussione di questi giorni sui fondi chiusi per la gestione delle pensioni e del TFR.
    La Thatcher adotta una terapia d’urto che all’inizio sembra addirittura destinata a generare una guerra civile. Ma lavorando con irruenza, testardaggine, grande coraggio, onestà e serietà riesce a fare due autentici miracoli: lo strapotere sindacale viene piegato e la destra, sull’onda degli eventi, è costretta (per fortuna dico io) a cambiare pelle, prassi e cultura.
    Fino ad allora quello dei Conservatori era un partito che difendeva privilegi e, se vogliamo chiamarli così, i “poteri forti”. La Thatcher riesce a trasformarlo in un partito lungimirante e dinamico. Le aziende inefficienti e fino ad allora “aiutate” dallo Stato non hanno avuto scelta: o investivano e diventavano competitive o chiudevano. Concorrenza durissima a tutti i livelli.
    Ha sempre lavorato, con successo, per un processo di deregulation e di riscoperta dell’iniziativa privata contro i guasti dello statalismo e del garantismo infinito.
    La Thatcher non lo ha fatto, ma sono sicuro che, se avesse potuto, le sarebbe piaciuta una legge che considerasse “penale” ogni tipo di raccomandazione. In galera quelli che chiedono raccomandazioni e quelli che le danno. Ma, a differenza che da noi, forse in Gran Bretagna durante l’era Thatcher una legge del genere sarebbe stata inutile, perché il buono o il cattivo esempio viene sempre dall’alto e i partiti a quei tempi in Gran Bretagna non erano “uffici di collocamento” e nemmeno, come ha scritto di recente (Novembre 2004) il Presidente Vaclav Havel “organizzazioni il cui scopo principale non è più il servizio del pubblico ma la protezione di specifiche clientele ed interessi”.
    Con la Thatcher se il Governo doveva fare delle nomine si dava l’incarico a cacciatori di teste professionisti e tra le caratteristiche che dovevano avere i candidati non veniva certo inserita l’appartenenza a qualche partito o la fedeltà a qualcuno. Perché se c’è concorrenza vera e i risultati sono costantemente misurati non c’è spazio per l’inefficienza che per forza di cose viene molto spesso generata dalle persone, magari oneste e in buona fede ma che vengono selezionate per “meriti poliici” e che sovente hanno la sola qualità di essere “tuoi uomini”, o “fedeli” o “raccomandati dall’alto”.
    Per farvi capire di che pasta era la Thatcher, sappiate che un giorno un collaboratore provò a farle notare che una certa decisione avrebbe potuto farle perdere consenso. La Thatcher lo incenerì con lo sguardo. Reagì come se avesse sentito una parolaccia. “Consenso?! Consenso?! Io non sono qui per il consenso, sono qui per il bene del mio Paese!”
    C’è un altro episodio che la dice lunga sul suo carattere e la sua franchezza. Gorbaciov era stato appena eletto segretario generale del PCUS. A uno dei primi incontri formali e ufficiali, la Thatcher comincia subito così: “Buongiorno. Io odio il comunismo! Però se a lei piace può tenerselo, purchè resti dentro i confini del suo paese”.
    Non finisce qui. In Europa ha bloccato l’adesione della Gran Bretagna alla moneta unica e ha chiuso l’argomento prevedendo eventualmente un referendum, comunque da tenersi molti anni dopo la sua uscita di scena: “La nostra valuta nazionale rimarrà, a meno che una decisione di abolirla venga presa liberamente da future generazioni di parlamentari e di cittadini”.
    Era molto critica anche per la politica finanziaria dissennata dell’Europa, mantenuta dai contribuenti senza nessuna logica di mercato, e per l’assistenzialismo agricolo a go-go. Eppure, nonostante tutto, dobbiamo proprio a lei e al suo straordinario processo di liberalizzazione valutaria, sia l’ Atto Unico che la successiva, formidabile accelerazione del processo di integrazione europea. Anche sulle privatizzazioni è stata formidabile; le ha fatte sul serio e ci ha insegnato come farle (anche se, ahinoi, non abbiamo imparato nulla). Dopo di lei le privatizzazioni sono diventate una terapia economica copiata in tutto il mondo. Potrei continuare a lungo, ma credo che questo sia sufficiente per far capire cosa ha fatto questa straordinaria signora nei suoi 11 anni di governo. Il contributo che ha dato non solo al suo Paese ma all’ Europa in generale e alla politica mondiale è stato di enorme importanza.
    Con tanti saluti a quelli che vivono di cariche, di potere e di poltrone,
    vale la pena ricordare come ha lasciato il posto di capo del governo.
    Il 20 Novembre 1990 si svolgono le elezioni per la guida del partito Conservatore. La signora Thatcher ottiene, come sempre, il maggior numero di preferenze, ben 204. Allo sfidante, Michael Heseltine, vanno 152 voti, per la maggior parte di deputati conservatori più europeisti della Thatcher. La differenza di 52 voti è molto alta, ma non è sufficiente, perché lo statuto del partito Conservatore prevede che in prima votazione nella circostanza era necessaria una maggioranza qualificata di almeno 56 voti, mentre al secondo turno sarebbe stata sufficiente la maggioranza. Ma la signora Thatcher, fedele all’unità del partito Conservatore e per non creare problemi, saluta tutti e si dimette anche da capo del Governo.
    Finisce così un’era. Dopo 15 anni di presidenza del partito e 11 anni capo del governo la signora se ne va perché le mancano 4 voti su 372 e non ritiene corretto aspettare una seconda votazione. Un gran bell’esempio anche questo di politica fatta secondo principi e con totale dedizione e integrità.
    BENTORNATA “LADY DI FERRO”, INDIMENTICABILE PREMIER | L'Indipendenza

    "La vera Thatcher cammina ancora a testa alta"
    I coniugi Powell, molto vicini all’ex premier inglese commentano "The Iron Lady" con Meryl Streep
    MIRELLA SERRI
    "Oddio, ma è lei in carne e ossa!", mi sono detta. Meryl Streep è una specie di clone di Margaret Thatcher, non solo per il trucco ma nei tic, nel modo di fare dell’ex premier inglese. Però la Thatcher, anche se molto malata, non l’ho mai vista così distrutta, trascinare i piedi con quell’aria stanca e persa che ha nel film. Ancora oggi ha un incedere eretto e sicuro come quello di un tempo».
    Davanti alla straordinaria Streep, che in The Iron Lady (sarà nelle sale italiane venerdì) ha indossato i panni della Lady di ferro, ha avuto veramente un sussulto Carla Powell, piemontese che ha scelto come seconda patria il Regno Unito. Il suo è un giudizio che pesa: insieme al marito Charles è stata tra le persone che ha conosciuto più intimamente la prima donna che ha conquistato il numero 10 di Downing Street. Powell è stato il National Security Advisor della gran signora delle privatizzazioni e ne ha condiviso l’avventura degli anni ruggenti e anche di quelli dolorosi. «Sono stato con lei notte e giorno, si lavorava fino a mezzanotte e ci si rivedeva alle sei di mattina. Il primo ministro dormiva al massimo tre ore», ricorda il diplomatico che, al contrario di sua moglie, non vuole assistere allo spettacolo anche se ha avuto vari incontri, per aiutarla a entrare nella parte, con la Streep (che per la sua interpretazione già si è conquistata il Golden Globe e forse porterà a casa l’Oscar).
    «Mi sembra impietoso mettere in scena la storia di una persona sofferente e ancora in vita che va, invece, soprattutto ricordata come una grande statista e una pugnace condottiera», osserva Powell appena rientrato da Londra dove, anche giovedì sera, ha cenato con Margaret. Fino all’anno scorso la Thatcher era ospite nella tenuta a pochi chilometri da Roma dove da anni la coppia Carla-Charles riceve con semplicità e alla chetichella, i grandi della terra (dai Reagan ai Bush a David Cameron all’omonimo Colin).
    «La prima volta che ho incontrato la Thatcher ho avuto la sensazione che si trattasse di una persona assai speciale: voleva, lo diceva lei stessa, mettere in discussione l’indiscutibile», rammenta sir Charles. «Ho vissuto con lei un’avventura esaltante, traghettare il paese oltre la crisi economica. Questo ha voluto dire impegnarsi nell’aumento della tassazione indiretta, nella riduzione del potere dei sindacati e dello statalismo. Aveva una memoria eccezionale durante un acceso scontro politico, al Question Time ai Comuni, ripercorse i differenti tassi di inflazione del Regno a ritroso, fino alla fine dell’800 una capacità di documentarsi e di imporre, anche a colpi di dati, le sue opinioni. Nelle strade che imboccava spesso era sola, poche erano le persone, anche tra i conservatori, che riuscivano a seguirla. La definirei più un Lenin che un politico democratico».
    Il film la rappresenta proprio così, isolata in un mondo di uomini. «Era caratterizzata da una grande femminilità - osserva Lady Carla -. Aveva un modo di accavallare le gambe - ma è solo un esempio - che fuoriusciva dal cliché che la indica rigida e mascolina. Le sono stata molto vicina: per una donna primo ministro c’era bisogno, diciamo così, di una “moglie”, di una signora che intrattenesse le consorti a pranzi e colazioni. Me la ricordo a Bonn, a una cena ufficiale. Quando siamo rimasti in pochi, si è versata un bicchiere di whisky, ha gettato via le scarpe e ha cominciato a discutere del prezzo delle patate. Il taglio della spesa che ha operato a livello pubblico corrispondeva al suo carattere. È sempre stata un’attenta risparmiatrice. Al numero 10 controllava che le luci fossero tutte spente. Io le compravo in Italia gli scampoli di tessuti con cui confezionarsi i tailleur. La prima volta che andò in visita a Gorbaciov in Russia le prestai io un colbacco».
    La sua dote peculiare? «Quella che manca a molti leader attuali», rileva sir Charles che ha rifiutato molte proposte di scrivere le sue memorie di quegli 11 anni di governo. «In una riunione del Consiglio europeo, alla fine degli anni Ottanta, in cui si discuteva della moneta unica, Margaret rimase come al solito isolata. Alla fine commentai: “una contro 11”. E lei mi rispose: “Sorry, sono 11 che aggrediscono una”. Non era presunzione, il suo connotato principale era il coraggio». «Non c’è dubbio - aggiunge la Powell - nel film la si vede sgridare aspramente uno dei suoi più stretti collaboratori. Era un capo che a volte umiliava le persone. Ma non ne gioiva né era mai meschina. Era generosa e ardimentosa: questo aspetto The Iron lady lo mette ampiamente in luce».

    •   Alt 

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  2. #12
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse
    Anche la generazione degli anni ’60, che non sarebbe mai dovuta invecchiare, dato che si era identificata con la gioventù stessa, fa da tempo i conti con il passato e prende consapevolezza, nel corpo e nello spirito, che il tempo scorre.
    Ma il guaio è che adesso, come spesso capita, mitizza il mondo da cui proviene, volendo a tutti i costi illudersi di aver vissuto una bell’età, che sarebbe in qualche modo negata a chi è venuto dopo. I post-sessantottini sono sinceramente persuasi: e qualche volta riescono a convincere chi quel tempo non l’ha vissuto.
    È forse da qui – da questa riscrittura a ritroso operata da intere schiere di reduci – che proviene una costante reinvenzione di quel ventennio fondamentalmente buio e dominato da logiche autoritarie e ideologiche che sono stati gli anni Sessanta e Settanta.
    Un universo all’interno del quale non era neppure facile parlarsi, al punto che quando nel 1984 una casa editrice di destra, la Settecolori, pubblicò un volume di racconti autobiografici provenienti dal mondo comunista e da quello fascista, sembrò un mezzo miracolo.
    In effetti, l’incapacità di riconoscere l’altro come persona, quali che fossero le sue idee, era stata l’elemento più caratteristico di una stagione segnata dal sogno (e dal timore) di rivoluzioni e colpi di Stato.
    In quegli anni l’Italia non soltanto pone le premesse per la dissoluzione di una società economicamente robusta, ma soprattutto manda in crisi ogni possibilità di convivenza.
    Adesso c’è chi rimpiange l’impegno civile di quegli anni: la “partecipazione” celebrata da Giorgio Gaber in una nota canzone. Ma cosa s’intendeva, allora, per impegno? Bisogna infatti chiarire che il semplice “darsi da fare” per gli altri, in quella cultura, era apertamente condannato. Oggi è sicuramente stucchevole la celebrazione di certo umanitarismo mediatizzato, ma almeno c’è più consapevolezza che se qualcuno soffre è in primo luogo la coscienza di ognuno di noi a essere interpellata.
    In quegli anni Sessanta e Settanta – che poi sono stati i primi vent’anni della mia vita – non era così. Nella logica intimamente totalitaria che dominava la scena, nulla doveva dipendere dalla contingente disponibilità a essere generosi, disinteressati, altruisti. La carità “benigna, paziente, rispettosa e tollerante” già esaltata da san Paolo agli albori della cristianità non era più la prima delle virtù umane.
    Non una qualche passione per il prossimo dominava dunque la scena, ma semmai la cieca ossessione di un’età segnata dal trionfo della ideologia della“religione civile”: dalla celebrazione della politica come dimensione salvifica. Se i giovani s’uccidevano in scontri tra bande, questo accadeva perché i nostalgici del Duce e gli innamorati di Mao e Che Guevara erano davvero – per usare fuori dal suo contesto una bella espressione di Norman Cohn – i nuovi “fanatici dell’Apocalisse”. E infatti nel corso del Novecento un mix tra lirismo e nichilismo ha compenetrato quasi tutte le famiglie culturali, né certo è un caso che vi siano autori (basti pensare a Nietzsche, o anche a Heidegger) che hanno conquistato l’intero spettro. Sono diventati icone a destra come a sinistra.
    C’è un dato che è interessante ricordare, anche quale indizio di un quadro più generale.
    Nel 1964 – dopo l’uccisione di John Kennedy – il confronto elettorale per la Casa Bianca vide opporsi la prospettiva schiettamente interventista del welfarista Lyndon Johnson e, sul fronte repubblicano, la proposta vigorosamente anti-statalista di Barry Goldwater.



    Quest’ultimo perderà, ma saranno i suoi scritti (a partire da The Conscience of a Conservative) e soprattutto i suoi discorsi ad aprire prospettive nuove: poi percorse da Ronald Reagan e da quanti – ancora oggi – cercano di contrastare Washington e il “Big Government” statalista.



    Ebbene, quell’Italia neppure si accorse di Goldwater, che è quasi più noto oggi di quanto non fosse cinquant’anni fa. L’America profonda, innamorata delle libertà e diffidente del potere statale, era incomprensibile non solo per i giovani militanti incolonnati dietro alle loro bandiere nere e rosse. Era soprattutto l’Italia “ufficiale” – quella di La Pira, Luigi Longo, Moro, don Milani, Almirante, Basso e Fanfani, ma anche dei Montanelli o dei Biagi – che era del tutto incapace di sintonizzarsi con quei principi e di avvertirne l’urgenza.
    Alla fine degli Settanta, a Londra, diventerà premier una donna cinquantenne, Margaret Thatcher. A quel punto, qualcosa inizia a cambiare.
    Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse | Libertiamo.it

    Keynes, Thatcher e il Bello
    Gustavo Piga
    Come fa un keynesiano convinto ad amare la Thatcher. Era quello che mi chiedevo mentre guardavo il film Iron Lady. Questa donna che urla con voce antipatica che tagliare la spesa in recessione non solo è logico, ma è anche giusto…
    In realtà i leader non si amano solo per quel che fanno per l´economia. Nel film appare chiarissimo il senso di cosa significhi essere leader di una Nazione. Quando si tratta di inviare le innumerevoli navi britanniche verso le Falkland a combattere per la libertà di una piccola isoletta davanti alle coste argentine, i collaboratori della Thatcher le fanno notare la spesa pubblica immensa che ne deriverebbe, sconsigliando di entrare in guerra. Lei si rifiuta ed ordina la spesa immensa, proprio lei, fissata coi tagli di spesa pubblica.
    Perché lo fece? Il film è chiaro su questo. Perché era in ballo qualcosa per cui valeva la pena spendersi, un valore in cui la Nazione si riconosceva e che avrebbe reso fieri gli abitanti britannici. Non ebbe torto e rafforzò la sua posizione di potere.
    Ecco, pensavo durante il film, quali sono le nostre Falkland, per noi italiani che così guerrieri non siamo? E´ così semplice darsi una risposta. Vorremmo così tanto un leader che facesse rinascere Pompei, il Colosseo, le cento chiese abbandonate, i mosaici romani, i musei d´arte che chiudono senza una ragione. Ci farebbe sentire così orgogliosi di essere italiani se mettessimo 20-30 miliardi di euro per restaurare, mettere in sicurezza, riaprire i luoghi d´arte. Dando lavoro a tanti, soldati di una battaglia per il bello che tutto il mondo ci invidia.
    Keynes, Thatcher e il Bello

    La Thatcher di ferro, storia di una donna che conquistò il potere
    Aida Antonelli
    “I’m a Prime Minister!”, l’esclamazione è a metà tra la rivendicazione e l’incredulità, e la metamorfosi è compiuta: Meryl Streep, a un passo dall’Oscar per l’interpretazione superba sfoggiata in The Iron Lady, incarna talmente alla perfezione Margareth Thatcher da farci dimenticare che dietro quel trucco e quella finzione, c’è lei, l’attrice più famosa d’America.
    “Quando è stata eletta primo ministro, la prima donna in Occidente a capo di un Governo, sono stata felice” , ricorda l’attrice in una delle interviste rilasciate all’uscita del film, “eppure l’avevo sempre giudicata male: pensavo, è amica di Reagan, indossa abiti strani, è conservatrice: non mi interessa!”. Eppure, l’influenza di una storia come quella di Margareth Thatcher, al di là delle considerazioni politiche, è stata fondamentale: la considerazione e l’opportunità delle donne al potere, prima di allora, era molto limitata. Nulla a che fare con le rivendicazioni femministe – con le quali, peraltro, la signora Thatcher non fu affatto ‘alleata’ – ; piuttosto un capovolgimento delle tradizioni, nelle rigorosissima patria di Sua Maestà. “Non si può fare a meno di pensare”, prosegue la Streep “che tutto è cambiato radicalmente nel mondo, grazie a quel passo in avanti compiuto da lei, perché lei ha ricoperto quel ruolo. A quel tempo le donne potevano fare le insegnanti, o le infermiere. O le prostitute. Quanto alle attrici…era la stessa situazione”.
    E davvero in The Iron Lady, nella sequenza che segue l’ingresso della Thatcher in Parlamento per la prima volta, il colpo d’occhio è impressionante, e rende bene l’idea: unico punto d’azzurro del suo cappellino in perfetto stile british, in mezzo ad una mare di copricapi scuri da uomo; o le sue decolletees bianche e nere, tra le stringate maschili classiche, nell’inquadratura successiva. Amata e odiata, applaudita e contestata, tutt’ora è uno dei personaggi più controversi della storia della Gran Bretagna: la sua scena ha dominato gli anni Ottanta, in Europa e oltreoceano, ridisegnando gli equilibri del mondo. Il biopic della Lloyd, contestatissimo proprio in Inghilterra, miete consensi in tutto il mondo per l’interpretazione magistrale di Meryl Streep: un ruolo che ricopre 40 anni di vita di un personaggio, dagli inizi di una carriera politica memorabile fino alla vecchiaia, al ritiro dalla scena pubblica, alle prese con la malattia e la solitudine.
    “È stata una meravigliosa opportunità, una sfida incredibile. Di solito il cinema ti colloca in un periodo specifico, ma questo film ti consente di guardare al passato di una vita intera, intensamente vissuta”.
    Grazie ai continui flashback, sullo schermo scorrono momenti di una vita intera, divisa tra impegni pubblici e famiglia. L’ingresso a Downing Street, la guerra delle Falkland, gli attentati dell’Ira, le profonde tensioni sociali che attraversarono il Regno Unito durante il mandato della Thatcher, dallo sciopero dei minatori alle proteste dell’opinione pubblica riguardo alle liberalizzazioni promosse nella sua politica economica, o verso la celeberrima Section 28 (in vigore fino al 2003), la legge che proibiva alle autorità pubbliche qualsiasi tipo di “promozione dell’omosessualità”: tutte queste fasi sono ripercorse nel film attraverso i ricordi dell’anziana signora, e grazie alle trasformazioni di Meryl Streep. E di trasformazioni si tratta, non solo dal punto di vista del trucco, dell’acconciatura e delle protesi indispensabili per rendere il viso di una donna molto avanti con gli anni: quel che colpisce è la capacità straordinaria di rendere visibile il percorso che questa donna deve aver compiuto, attraversando la Storia: giovane dapprima, col piglio audace e coraggioso, ma esitante in un mondo dominato da uomini per nulla accomodanti; e poi posata e controllata, sempre preparatissima e brillante, impavida di fronte ad un’assemblea come davanti ad un interlocutore ‘scomodo’. La lenta trasformazione in una leader, insomma. E tutto quello che deve esserle costato, in termini personali e intimi: la dimensione privata ondeggia insieme a quella pubblica, in oscillazione perenne durante tutto il film.

  3. #13
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro



    Don't feed the Beast


    E' diventato un luogo comune come gli altri. Non ci sono più le mezze stagioni, Pippo Baudo è un professionista e la crisi economica è colpa del liberismo-selvaggio (in Italia si scrive tutto attaccato) inaugurato da Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

    Non si tratta di una novità, ma di un rigurgito. Sopito per un po', ha covato sotto la cenere in tutti questi anni. Una fortunata citazione di Fran Lebowitz - l'intellettuale della sinistra newyorkese nota per le sue battute fulminati e per il blocco dello scrittore che le impedisce di pubblicare alcunché da decenni - recita: "In Unione Sovietica il capitalismo ha trionfato sul comunismo. In America il capitalismo ha trionfato sulla democrazia". Un aforisma che racconta un pregiudizio profondo. Lo stesso pregiudizio che porta al riflesso condizionato: la colpa della crisi economica è dell'economia di mercato, del capitalismo globalizzato, del liberismo. E, ovviamente, dei suoi profeti.

    Accade nei paesi anglosassoni dove la rivoluzione di Reagan e Thatcher è stata almeno studiata. Figuriamoci in Italia dove - per gli intellettuali di casa nostra, ancora fermi a "Quelli della Notte" e "Drive in" - gli anni 80 furono semplicemente l'era dell'edonismo reaganiano e dell'egemonia sottoculturale berlusconiana.

    Ma che colpa ne hanno Reagan, la Thatcher e i neoliberisti se l'Europa statalista e interventista sta esalando l'ultimo respiro ed è costretta a fare i conti con la realtà? Cominciamo da capo. Il liberismo crede che il mercato (e non lo stato) sia lo strumento più efficiente per creare e distribuire ricchezza. Crede che la spesa pubblica sia fondamentalmente meno produttiva di quella privata e che le tasse abbiano un effetto depressivo sull'economia. Crede che lo stato, come ogni buona famiglia, non debba spendere più di quanto può permettersi, perché se fa troppi debiti, prima o poi i creditori busseranno alla porta e allora saranno guai. Crede insomma in una serie di regole di buon senso che sono fondamentalmente piuttosto condivise ormai. Ma che - volendo - possono essere contestate, discusse, confutate (se ci si riesce).

    Ci sono cose che, secondo i neoliberisti, i governi devono fare: liberare l'economia dall'interferenza dello stato, privatizzare i servizi pubblici, liberalizzare i settori non strategici, consentire il libero scambio internazionale.

    Poi ci sono cose che i neoliberisti non dicono affatto. Non dicono ad esempio che si possano compiere reati in ambito finanziario o che le banche debbano prestare soldi senza garanzie, magari con il placet dello stato. E, soprattutto, non dicono che chi viola le regole debba restare impunito e chi fa investimenti sbagliati debba essere salvato dal fallimento e risarcito. Se questo è accaduto (e cioè se chi ha violato le regole è rimasto impunito e chi ha fatto investimenti sbagliati è stato salvato) non è colpa del liberismo, non è colpa del mercato, non è colpa del capitalismo. E' colpa della politica che non ha punito chi violava le regole e ha premiato chi doveva fallire. Se c'è una caratteristica davvero spietata del paradigma capitalista è proprio quella della responsabilità: chi rompe, paga. L'eccesso di libero mercato non c'entra né con la crisi dei subprime né con la formazione dei mostruosi debiti pubblici nazionali.

    Sull'orlo del baratro e del fallimento non c'è il liberismo, ma lo stato interventista. Abituato a finanziarsi con l'inflazione e con il debito pubblico, ora ha toccato il fondo e per avere una speranza di salvezza deve cambiare registro e rinunciare ad un bel po' del suo potere.

    Al contrario di quel che racconta la vulgata, insomma, possiamo solo sperare in una classe politica abbastanza lucida da adottare una politica liberista. "La risposta ad un governo troppo grande - diceva Reagan - è quella di smettere di nutrire la sua crescita".

    Oggi, 6 febbraio 2012, Ronald Reagan compirebbe 101 anni. E mai come in questo momento ci sarebbe bisogno di lui. O della sua alleata Margaret Thatcher. Perché non è di filosofi, professori o di economisti che avremmo bisogno ma di politici capaci di opporsi alla cultura dominante in Italia - a sinistra come a destra - che, ancora, idolatra lo stato. C'è qualcuno che ha il coraggio finalmente di "affamare la bestia"?

    The Right Nation - Ma che colpa abbiamo noi?
    Per aspera ad astra

  4. #14
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Margaret Thatcher. La lady di ferro usava parole di ferro?
    di Flavia Trupia
    Il linguaggio "heavy metal" della Thatcher in occasione dell'uscita di oggi del film "The iron lady"
    E' uscito in Italia il film "The iron lady", nel quale Meryl Streep interpreta la donna che è stata premier della Gran Bretagna per tre mandati, dal 1979 al 1990.
    La signora Thatcher è passata alla storia per la sua linea politica intransigente. Nel 1981 non cede alle richieste di un gruppo di estremisti dell'Ira che avevano proclamato lo sciopero della fame per rivendicare lo status di prigionieri politici. Nel 1982 alimenta il patriottismo britannico, inviando l'esercito nelle isole Falkland, occupate dall'Argentina. Nel 1984 reprime con durezza i picchetti dei minatori, sconfiggendo i trade unions. Nel 1988 vota il section 28, che combatte la promozione dell'omosessualità.
    Vive, inoltre, una felice congiunzione astrale con il presidente Usa Ronald Reagan, con il quale condivide le strategie antisovietiche.
    Ma le sue parole erano heavy metal come la sua politica? Guardando i video e leggendo i discorsi emerge un personaggio spigoloso e volitivo. Una durezza che sembra intenzionalmente evidenziata, costruita a tavolino pezzo per pezzo. Del resto essere donna e figlia del droghiere nella snob Gran Bretagna degli anni Settanta non sono certo tra i migliori requisiti per la carriera pubblica. Ma Margaret sgobba, si laurea in chimica, si sposa, ha due gemelli e, lo stesso anno, completa gli studi per diventare avvocato.
    Nei primi discorsi ha una voce sottile, stridula. Ci lavora su e la rende profonda e sofisticata, quella di un capo di Stato. Nel 1976, prima di diventare premier, pronuncia il discorso "Britain awake" al Kensigton Town Hall che le farà conquistare la definizione di "Iron lady", usata per la prima volta da Stella rossa, giornale dell'esercito sovietico.
    Il linguaggio è effettivamente 'ferroso': nessun giro di parole, dritta al punto senza temporeggiare. Le parole sono semplici e i concetti taglienti. In quel discorso accusa i Labour di aver reso il paese vulnerabile nei confronti di una possibile aggressione comunista, a causa dei tagli agli armamenti.
    «L'avanzata del potere comunista minaccia il nostro stile di vita. [...] In altre parole: più a lungo i Labour rimarranno al potere, sempre più il nostro paese sarà vulnerabile. [...] Se ci saranno ulteriori tagli, forse sarebbe opportuno che il Segretario della Difesa cambi il suo titolo, per maggiore precisione, in Segretario dell'Insicurezza»
    E il "forse" è sarcastico, non dubitativo.
    Ancora ferro: «La nostra capacità di giocare un ruolo costruttivo nelle politiche internazionali è certamente collegata alla nostra forza economica e militare.»
    Nel 1984 a Brighton, nel corso di un congresso di partito, sopravvive a un attentato degli estremisti irlandesi dell'Ira a causa del quale muoiono cinque persone. La Thatcher dichiara alla stampa: «Non ti aspetti che possa capitare a proprio a te. Ma la vita deve andare avanti. Come al solito. La conferenza andrà avanti. La conferenza andrà avanti. Come... al solito!» «As... usual!»
    Margaret Thatcher. La lady di ferro usava parole di ferro? - Cadoinpiedi

    Margaret Thatcher e i soldi del Buon Samaritano
    «Nessuno ricorderebbe il Buon Samaritano soltanto per le sue buone intenzioni. Aveva anche i soldi»
    (Margaret Thatcher, in un’intervista per il programma Weekend World, 6 gennaio 1980)

    “The Iron Lady” non rende merito alla grandezza politica di Margaret Thatcher
    Claudio Siniscalchi
    Nancy Astor, americana naturalizzata inglese nota come “Lady Astor”, fu la prima donna ad entrare nel parlamento britannico. Eletta nel 1919 nelle file del partito conservatore. Di lei sono diventati epici gli scontri verbali con Wiston Churchill, suo compagno di partito. Un giorno, presa dall’ira, gli disse che se fosse stata sua moglie la mattina gli avrebbe portato il caffè al letto aggiungendo il veleno nella tazzina. Nella sciagurata ipotesi che lei fosse sua moglie, gli rispose sornione Churchill, quel caffè egli lo avrebbe bevuto volentieri.



    Sempre più imbarazzati della sua incontenibile presenza i conservatori si sbarazzarono di lei. E tirarono un sospiro di sollievo.
    Lo stesso destino è toccato a Margaret Thatcher, la “lady di ferro”, prima donna a varcare la soglia del 10 di Downing Street (residenza del premier britannico), restandoci dal 1979 al 1990, e protagonista del film “The Iron Lady” di Phyllida Lloyd, che potrebbe assicurarsi la statuetta dorata per la migliore protagonista femminile, grazie alla grandiosa interpretazione di Meryl Streep.
    In vita Margaret Thatcher si è attirata odi irrefrenabili. Il ritratto preferito fabbricato con perfidia dai suoi detrattori è stato quello di un Robin Hood alla rovescia: ha tolto ai poveri per dare ai ricchi. Ha inoltre scacciato, malmenato e ridotto alla fame la categoria dei minatori. Infine ha trascinato la Gran Bretagna in una guerra con l’Argentina nel 1982, per la sovranità di un lontano, povero e inutile arcipelago, le Falkland (o Malvinas).
    Tutto falso.
    Quella guerra, ad esempio, in realtà era combattuta contro un dittatore, il generale Leopoldo Galtieri, fra i principali responsabili del “colpo di stato” organizzato nel 1976 dai militari guidati da Roberto Videla. Oggi molti hanno perso la memoria, come la vecchia Thatcher, e non ricordano più i “desaparecidos”, fiore all’occhiello di Videla. La sconfitta nella guerra con gli inglesi costrinse Galtieri ad abbandonare. La democrazia poté così tornare in Argentina nel 1983, quando alle libere elezioni presidenziali vinse Raúl Alfonsín. La “débacle” dei militari argentini divenne il detonatore per far saltare in tutto il continente latino-americano la tirannia.
    Considerare quella guerra voluta con ostinazione dalla Thatcher una sciagura per il popolo inglese (così come viene presentato in “The Lady Iron”), la dice lunga sull’orientamento di fondo della biografia cinematografica.
    E che dire del ruolo ricoperto dalla Thatcher, al fianco di Ronald Reagan e Giovanni Paolo II, nel mettere in difficoltà e successivamente battere il comunismo? Nel film non vi è traccia.
    Quindi, in conclusione, bellissimo film “The Iron Lady”, ma l’immagine della figlia del droghiere che rovesciò come un guanto l’Inghilterra, è la risultante di un fraintendimento “politicamente corretto”.
    “The Iron Lady” non rende merito alla grandezza politica di Margaret Thatcher | l'Occidentale


  5. #15
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Sotto il loden era meglio la Thatcher Ecco perché Monti non combinerà nulla
    di Nicholas Farrell
    Da inglese residente in Italia dico: l’Italia del 2012 mi sembra l’Inghilterra del 1979. Cioè: un Paese in procinto di affogare in una palude puzzolente di privilegi sleali, statali e non. Ci vorrebbe una Margaret Thatcher per tirarlo fuori dall’acquitrino, ma diciamolo: Monti non è Maggie. Bisogna liberare l’Italia dalla tirannia monopolistica di caste, ordini e sindacati e dalle giungla strozzante di leggi, norme e regole nel mercato di lavoro che la soffocano. Ci vorrebbe una Dama di ferro, insomma, con delle palle di ferro. Ma Monti, com’è messo? Sotto il loden, voglio dire. Beh, non si sa mai ma ho i miei forti dubbi che sia dotato come si deve.
    Vuole liberalizzare il mercato di lavoro, dice. Bravo. Ma che fa? Si agitano i farmacisti e i tassisti e tutti quanti e fa subito retromarcia. Quelli lì, mica sono i minatori britannici Mister Monti, che hanno fatto la guerra civile in nome di un’industria nazionalizzata in fallimento. Ha vinto la Thatcher ma la guerra è stata lunga e dura. E di conseguenza la sinistra inglese, distrutta, è tornata al potere solo 18 anni dopo con una versione light della destra, il New Labour di Blair.
    Chiedo: ma come mai in Italia, per portare un pacchetto di antibiotici dal cassetto al banco della farmacia e stangare il povero malato con prezzi alle stelle ci vuole una laurea, un cappotto bianco e un distintivo carino? Basta una ragazza qualsiasi che sa leggere, no? In minigonna, volendo. Come mai per fare il tassista ci vuole una licenza che costa più di un appartamento con vista Colosseo? Basta una patente di guida e una mappa, no? Come mai ci vuole un notaio strapagato da strozzino per stipulare un contratto per la compravendita di una casa? A proposito, che cos’è un notaio? Come mai un imprenditore con più di 15 dipendenti non può licenziare un fannullone?
    Nel caso della “Maggie” (pronunciato Maghi), com’era chiamata anche dai nemici, non finiva ovviamente solo con la sconfitta dei minatori parassiti.



    La dama di ferro ha liberato il mercato di lavoro in ogni settore. Prima in Parlamento, tramite delle leggi toste. Poi in piazza, tramite le forze dell’ordine che hanno tenuto duro. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, i dimostranti gridavano durante i tanti scioperi e manifestazioni «Maggie! Maggie! Maggie! Out! Out! Out!». Ma lei rimaneva al potere lo stesso. Per un motivo semplice: la democrazia aveva sconfitto la tirannia. La maggioranza silenziosa votava per lei.
    Ho vissuto quegli anni a Londra da giovane. Avevo una laurea da Cambridge, ma non contava molto. Volevo fare il giornalista ma c’era crisi. Nessuno assumeva giornalisti, figuriamoci giornalisti aspiranti. Ma poi, grazie alla Thatcher, Rupert Murdoch, proprietario de The Times e The Sun, fra gli altri, ha potuto aprire la prima redazione computerizzata in Inghilterra. Ma ha dovuto organizzare tutto nella massima segretezza! Naturalmente, una volta accortisi di quello che aveva combinato «that bloody bastard» Murdoch, i sindacati dei tipografici e i giornalisti si sono incazzati come dei puma. Tutti in piazza insomma, a tempo indeterminato. Troppo tardi. Murdoch “lo squalo” aveva assunto una squadra di tipografici alternativi che sapevano usare la nuova tecnologia e i computer. E tanti giornalisti suoi avevano accettato la nuova redazione. Ma non tutti. Quindi, Murdoch aveva bisogno urgente di giornalisti. Sì, io Farrell da Forlì detto l’inglese ero uno di questi esterni. Per The Times. Ostia!
    Sì, ho fatto «the scab», cioè, il crumiro. E ne sono fiero. Ogni giorno per andare al lavoro dovevo passare il picchetto dei privilegiati ora esclusi che mi sputavano addosso e mi sgridavano. E così, ho iniziato la mia carriera da giornalista per la stampa nazionale. Fino a quel momento avevo lavorato solo per un piccolo giornale di provincia a caccia delle ambulanze, come si dice da noi. E pensate: non sapevo neanche usare un computer! Ma ho imparato presto. Thank you Maggie! Thank you Murdoch!
    Monti, chiaramente, non è fatto della stessa stoffa. E ho notato un’altra cosa nei suoi confronti. Cioè: non parla neanche l’inglese come, da economista internazionale, si vanta di fare. A casa qui nella rossa Romagna guardo Sky (inglese). Ed eccolo, l’ex rettore della Bocconi, accanto al premier inglese, Cameron, alla loro conferenza stampa mercoledì scorso al 10 di Downing Street. La sua dimestichezza con la mia lingua, ve lo dico io, non era al top. Anzi.
    Farrell Sotto il loden era meglio la Thatcher Ecco perché Monti non combinerà nulla - mario monti, liberalizzazioni, corporazioni, margareth thatcher, inghilterra, nicholas farrell - liberoquotidiano.it

  6. #16
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Modello Thatcher? Sì, grazie
    Luciano Capone
    Sul Futurista Annalisa Terranova descrive Margaret Thatcher come un modello negativo e lo fa proprio mentre dalle stesse parti arrivano elogi per la figura politica di Oscar Luigi Scalfaro. Insomma, il progetto della “nuova destra” riformatrice e rivoluzionaria sembra aver abbandonato il proprio orizzonte, preferendogli quello di un paludoso mummismo incarnato da un sacerdote dei rituali della I Repubblica come Scalfaro. I gusti sono gusti.
    Però c’è qualcosa da puntualizzare sulle critiche alla Iron Lady. La Terranova accusa l’eccessivo liberismo della Thatcher come causa di tanti mali della Gran Bretagna, dalla diseguaglianza alla povertà. Oltre ad essere una darwinista sociale, sempre secondo la Terranova, è stata anche una nazionalista guerrafondaia: la guerra delle Falkland sarebbe servita per nascondere i fallimenti delle sue politiche economiche. Gli unici lati positivi della Thatcher sembrano essere il fatto che rappresentasse un “potere femminile” e che facesse brillanti battute.
    Di tutte le critiche quella sulle Falkland risulta la meno accettabile: è vero l’esatto contrario. È stata la junta militare argentina che, per disorientare l’opinione pubblica dalle repressioni e dal fallimento socio-economico, invase le Falkland britanniche. E fu proprio la vittoria inglese che diede il colpo mortale alla dittatura militare, aprendo di lì a poco alle elezioni democratiche vinte da Alfonsìn.
    Sempre sul fronte della politica estera, la Terranova non accenna minimamente al ruolo nella caduta del URSS. La Thatcher era visceralmente anti-comunista per un’incompatibilità valoriale assoluta, disistima parimenti ricambiata: fu proprio la stampa sovietica a definirla dispregiativamente “Iron Lady”. La Thatcher insieme a Reagan e Giovanni Paolo II ha fatto crollare il comunismo senza che seguissero spargimenti di sangue, ma questo nella analisi della Terranova sembra un piccolo dettaglio.



    Riguardo alla politica economica, qualche zona d’ombra non può oscurare l’opera mastodontica della Lady di Ferro. Quando si insediò a Downing Street l’Inghilterra era il “malato” d’Europa, un’economia vecchia (basti pensare alle ottocentesche miniere di carbone) sussidiata, statica, incancrenita, con tassi di interesse oltre il 15% e inflazione al 20%. Era una nazione bloccata dal monopolio delle industrie di stato e dal monopolio dei sindacati, consociativismo e concertazione. Gli scioperi di ferrovieri, camionisti e minatori paralizzavano le riforme ed avevano fatto cadere i due precedenti governi, conservatore e laburista.
    La sua battaglia contro lo statalismo era di tipo morale, perché combatteva il concetto di uno Stato assistenziale che pretendeva di accompagnare gli individui “dalla culla alla tomba”, preferendo invece l’affermazione dei valori tradizionali del dovere, del lavoro, del sacrificio, del risparmio e della carità.
    Ma era anche una battaglia di tipo economico perché, diceva la Thatcher, “il problema dello statalismo è che prima o poi i soldi degli altri finiscono”. Lo Stato si occupa di redistribuire la ricchezza, ma non di produrla, lo Stato non crea ricchezza: “There’s no such a thing as public money, there is only taxpayers money”. La crescita economica avviene solo attraverso la libera iniziativa e il lavoro degli individui.
    Era uno di quegli statisti “che guardano alla prossima generazione”, uno di quelli che in Italia mancano dai tempi di De Gasperi, una persona che non guardava ai sondaggi ma che voleva realizzare un progetto. Dopo i primi anni di riforme subì dure contestazioni anche dal suo stesso partito che, in vista delle elezioni, le chiese di invertire rotta. «Invertite voi se volete. La Lady non è tipo da inversioni», questo era la Thatcher.
    La sua politica ispirata al liberalismo di Hayek e al monetarismo di Friedman non contemplava passi indietro perché aveva un compito enorme: abbattere lo Stato pachidermico ingigantito da 30 anni di keynesismo nel dopoguerra. Sicuramente ci fu qualche lato negativo, ma di gran lunga compensato da incredibili successi: abbattimento della spesa pubblica, abbattimento del debito, drastica riduzione dell’inflazione, crescita economica, dinamismo, aumento del 10% dei proprietari di casa; e anche la disoccupazione, che inizialmente schizzò oltre i 3 milioni, si dimezzò negli anni successivi. Tutto questo mentre nell’Italia partitocratica di Scalfaro, Andreotti, Craxi e Berlinguer il debito pubblico raddoppiava, le tasse aumentavano e lo Stato si espandeva in ogni dove.
    Margaret Roberts (il suo cognome da nubile) riuscì, da figlia di un umile droghiere, a scalare le vette di un partito che era tradizionalmente classista e maschilista. Sconfisse un sindacato anacronistico rappresentato dal comunista Scargill, il rivale della Lady di Ferro che per finanziare lo sciopero non esitò a farsi finanziare dall’Urss e da Gheddafi. Dopo la Thatcher non è esistito più un sindacato così ideologico e così potente. Nemmeno la sinistra è stata più la stessa: dopo di lei nasce il New Labour di Tony Blair, un partito riformista che, mantenendo le riforme thatcheriane, ha garantito un altro decennio di benessere al Regno Unito. Dopo aver sconfitto il pregiudizio maschilista, la Thatcher ha abbattuto anche gli stereotipi femministi: il premier inglese non ha mai rinunciato alla famiglia, al suo ruolo di moglie e madre, e tutti i giorni preparava la colazione al marito e ai figli. Era profondamente odiata dalle donne di sinistra e dalle femministe che, scrollandosi il peso della loro ideologia, si sono sentite libere di appellarla “La Puttana”.
    Margaret Thatcher ha lasciato il potere quando era il momento, senza ostinarsi a calcare il palco e senza ingombrare la scena. È stata una rivoluzionaria che ha preso un paese decotto e l’ha lasciato potenza mondiale, che ha cambiato il rapporto tra Stato e cittadini, la geografia politica internazionale, il modo di pensare della destra e ha costretto gli avversari di tutto il mondo a misurarsi con le sue idee. È stata una di quelle persone che ha dato un’impronta definitiva alla sua epoca. Limitare i suoi successi all’essere donna e a fare battute argute è abbastanza riduttivo. A fare quello basterebbe Luciana Littizzetto.
    FAREITALIA MAG – Modello Thatcher? Sì, grazie


  7. #17
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Una ricostruzione subdola
    di Dimitri Buffa
    Non potendo parlare male del governo di Margaret Thatcher e della trasformazione della società inglese da lei compiuta negli anni Ottanta, a colpi di riforme pugno di ferro rivolto contro le categorie più privilegiate, parassitarie e sindacalizzate della Gran Bretagna (più o meno le stesse che oggi stanno inguaiando l'Italia di Mario Monti), la regista Phyllida Lloyd e l'attrice Meryl Streep, recitazione da premio Oscar e regia quasi alla pari, raccontano la vita de "The Iron Lady", titolo anche del film, partendo dai ricordi allucinatori di una ottantenne minata dall'Alzheimer.
    Un espediente narrativo attraverso cui si consuma tutta la vendetta della "Red Hollywood" contro la donna che, insieme a Ronald Reagan in America, impersonò per tutta la durata degli anni '80 il volto vincente del conservatorismo.
    Difficile parlare male della donna che - muovendo guerra all'Argentina dei generali per il punto di principio costituito dal possesso delle isole Falkland - determinò di fatto la caduta di quella terribile dittatura. Difficile parlare male del premier che trasformò la natura di un Paese, prendendolo per i capelli mentre si avviava verso una depressione che in confronto anche quella italiana odierna fa sorridere. L'Inghilterra della seconda metà degli anni '70 era un paese ossessionato dai sindacati, dai burocrati e dall'industria assistita. Un trinomio che gli italiani conoscono bene. Ma in Inghilterra un governo che vince può governare sul serio e il suo capo non conta, come in Italia, meno di un amministratore di condominio. Così la giovane figlia di un droghiere, presa in giro nei circoli esclusivi riservati agli uomini del partito conservatore dell'epoca, bolso e imbalsamato, con la propria ascesa ai vertici dei Tory cambiò un'intera maniera di intendere la politica e la società.
    Era l'Inghilterra del punk-rock, che esprimeva il marciume anche culturale ed esistenziale che attraversava la società. La cura della Thatcher fu quella di calcio, inteso come "nel culo", a tutti i pelandroni che vivevano di assistenzialismo. E tutti abbiamo in mente le scene, abbondanti nei flash back del film, dei minatori in rivolta. La stessa Thatcher per poco non ci lasciò le penne, quando fecero saltare l'albergo londinese dove si stava svolgendo la convention dei conservatori. Il film si basa su queste due scorciatoie narrative: da una parte l'adozione di una focalizzazione interna, cioè il punto di vista della protagonista, così da sospendere ogni giudizio esterno sul suo operato politico; dall'altra, la trovata un po' crudele di raccontare una Thatcher anziana, preda di una malattia degenerativa del cervello che le provoca la ricorrente allucinazione di vedersi sempre accanto il defunto marito Denis, che la sposò da giovane traghettandola dentro i Tories.
    La regista e la sceneggiatrice Abi Morgan si basano sull'aneddotica del libro "Margaret Thatcher, a Life", che poi piegano a proprio uso e consumo. La resa cinematografica è ottima. Meryl Streep è da Oscar e alcune parti del film, come quella che ricorda la guerra delle Falkland, sono decisamente commoventi. Restano invece profondi dubbi sulla scelta di aver voluto dipingere la vita di una grande statista attraverso i deliri e le allucinazioni di una malattia. Più che una trovata, si tratta di una "porcata" che meriterebbe punizioni corporali.
    Notapolitica.it - Una ricostruzione subdola


  8. #18
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Ritratti liberali: Margareth Thatcher
    Gianbattista Rosa
    Nessun politico vivente è stato odiato quanto lei, prima ovviamente di Berlusconi. Una piccolo-borghese senza complessi di colpa, orgogliosa di interpretare l’incrocio più volgare che delicata anima di intellettuale progressista possa concepire: quello tra i bigotti, convenzionali valori vittoriani (Platitudes, yes there are platitudes. Platitudes are there because they are true) ed il liberismo “spietato” della scuola di Vienna e di Chicago: No one would know about the good samaritan, if he just had good intentions. He also had money.
    “Attila”, dunque, per i suoi avversari, ma non basta: non “Attila the Hun”, ma Attila the hen, la gallina, nella definizione di un figlio gentiluomo di Sigmund Freud. Rispose senza scomporsi It maybe the cock that crows, but it’s the hen that lays the eggs. I suoi rivali, come il leader laburista Denis Healey, non le riconoscevano una personalità molto profonda: She has the one-dimensional subtlety of a comic strip, ed in effetti aveva una visione piuttosto in bianco e nero della realtà: I am in politics because of the conflict between good and evil, and in the end good will triumph; si spinse fino a dire, e fu malignamente interpretata, There is nothing like society. There are men and women, and there are families.
    Accusata di avere creato una classe di nuovi ricchi, stimolando l’ingordigia a scapito della solidarietà, si infuriava: in realtà voleva una società giusta, molto più che una società ricca, ed era erede di Von Hayek ancor più che di Friedman: We want a society where people are free to make choices, to make mistakes, to be generous and compassionate. This is what we mean for a moral society; not a society where the State is responsible for everything, and nobody is responsible for the State.
    Dovette veramente rimettere in piedi la Gran Bretagna, ridarle un’anima: Economics is the method; the objective is to change the soul, ed in undici anni riuscì in una missione impossibile. Nessuno prima di lei (nel mondo, non solo in UK) aveva davvero pensato a privatizzare aziende pubbliche: lei privatizzò British Telecom, British Gas, British Airways, British Aerospace, Leyland, Rover, l’energia, l’acqua e molto altro ancora, e lo fece così bene che nessun laburista, da allora, ha mai pensato di fare marcia indietro.
    Quando arrivò al potere, le assunzioni nelle aziende private avvenivano per legge tramite il sindacato, l’iscrizione al quale era obbligatoria, sindacato che non poteva essere perseguito civilmente; la produttività della mano d’opera inglese era la più bassa d’Europa e gli scioperi i più alti del mondo industriale. Rivoltò tutto questo come un calzino, odiata e dileggiata da tutti i media progressisti: eppure, di nuovo, nessuna sua riforma fu smantellata nei tredici anni di successivi governi laburisti.
    Riuscì in tutto questo perché aveva, come Churchill, una enorme considerazione di sé (As God once said, and I think rightly…), il desiderio di avere il potere per usarlo fino in fondo Being powerful is like being a lady. If you have to tell you are, you aren’t, nessuna paura dello scontro I always cheer up immensely if an attack is particularly wounding because, I think, if they attack me personally is because they have not a single political argument left; e molta diffidenza per la pacificazione I feel in the air the bad smell of appeasement.
    Aveva una strana femminilità: se proprio non la si poteva definire una femminista I owe nothing to women’s lib, tuttavia era fiera del suo essere donna In politics, if you want anything said, ask a man; if you want anything done, ask a woman.
    Il suo atteggiamento verso l’ Europa fu considerato rozzo e provinciale: bloccava i summit europei finchè non riusciva ad ottenere il rimborso degli esagerati contributi pagati dalla Gran Bretagna (I want back my money!), ma in realtà conosceva la storia, l’economia e la filosofia degli europei molto meglio di molti suoi colleghi Europe will never be like America. Europe is a product of history, America is a product of philosophy.
    Stimava Francesco Cossiga, un cultore della “Glorious Revolution”, mentre provava un vero ribrezzo per Giulio Andreotti, descritto nella sua autobiografia come uno che non vuole mai combattere, ma ama stare nascosto vicino alla battaglia per saccheggiare poi le spoglie dei caduti.
    Fu soprannominata “The Iron Lady”: un vero duro come Enoch Powell, icona della vecchia guardia tradizionalista, quando dichiarò guerra all’Argentina per le Falkland disse in Parlamento: ora, la Nazione intera e lei stessa potranno scoprire davvero di che metallo è fatta questa signora. A guerra finita, le mandò un biglietto: La sostanza analizzata è materiale ferroso della più alta qualità, di eccezionale resistenza all’usura ed alla tensione, e può vantaggiosamente essere usata per tutti gli scopi nazionali.
    Sul suo rapporto con i ministri circolava il seguente, falso ma eloquente, aneddoto: al ristorante col suo governo, il cameriere le chiede “Meat or fish ?” “Meat, of course” “And for the vegetables ?” “Meat for them, too”. Ma fu sconfitta quando cercò di introdurre, con la “poll tax”, un principio di federalismo fiscale in Gran Bretagna. Tocchiamo ferro.



    Usa: Reagan il miglior presidente, Obama solo quarto
    Il repubblicano Ronald Reagan e’ considerato dagli americani il miglior presidente della storia statunitense. E’ quanto emerge da un sondaggio Gallup che assegna a Reagan (malgrado lo scandalo Iran-Contras) una popolarita’ del 59%, seguito al 48% da Bill Clinton, nonostante lo scandalo Lewinsky. Barack Obama e’ solo quarto al 3% preceduto da George H. W. Bush (padre) al 15%. Fanalino di coda Richard Nixon, il presidente del Watergate, con un quoziente negativo del 41%. Al penultimo posto Bush figlio al 22%.
    News / usa: reagan il miglior presidente, obama solo quarto | Ultimora Notizie


  9. #19
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    Predefinito Re: Rif: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    LA NUOVA RIVOLUZIONE REAGANIANA
    Mariopaolo Fadda
    In questo libro, deliziato da ricordi personali, Michael Reagan, il figlio adottivo di Ronald Reagan delinea una strategia conservatrice in grado di recuperare l'America dal baratro in cui la sta facendo sprofondare una classe politica radicale, irresponsabile e priva di scrupoli. Una strategia imperniata su tre linee guida:

    - rivalutazione del pensiero e dell'azione politica di Reagan;
    - recupero degli elettori democratici disaffezionati dalla deriva radicale del loro partito;
    - spinta propulsiva del movimento dei Tea Parties.

    Significativa l'apertura del libro sulla convenzione del partito Repubblicano del 1976 che segnò la più bruciante sconfitta di Reagan per mano del presidente uscente Gerald Ford.
    Ma in quella convenzione egli pose le basi per la più salutare svolta conservatrice della storia americana.
    Infatti nel 1980 si ricandida con un programma imperniato su tre punti: meno tasse, meno spesa pubblica, forte difesa nazionale e vince.
    Reagan aveva grandi qualità ma due emergeranno sulle altre: determinazione e capacità comunicativa.
    Quando Ford pretende di avere non la vice ma una sorta di co-presidenza, e Kissinger come Segretario di Stato, riceve un rifuto secco.
    Michael ricorda l'episodio, a cui assistette di persona, della scelta del vice presidente. Il padre dà un'ora di tempo a Ford per decidere se accettare o meno la carica. Allo scadere dell'ora, e a telefono muto, Reagan solleva la cornetta e chiama George W. H. Bush che accetta immediatamente. Finisce così, in modo brusco e inaspettato, la carriera politica di Ford.
    Memorabile la ricostruzione della vicenda del discorso tenuto alla porta di Brandeburgo, un discorso che vide quasi tutti i suoi consiglieri contrari all'inserimento dell'ormai celebre frase "Signor Gorbachev butti giù questo muro!" Reagan non cede ai balletti diplomatici di quella che ritiene una battaglia sacra: la demolizione del muro della vergogna eretto dal sistema comunista.
    La frase resta nel discorso e il resto... è storia.







    Reagan è stato chiamato a buona ragione "Il Grande Comunicatore". Per essere un buon comunicatore bisogna però avere una chiara visione e comunicarla in modo persuasivo ed ispirante e lui la possiede e sa comunicarla: "niente può sostituire la vittoria" (citando il generale MacArthur).
    [Il generale MacArthur, protagonista della sconfitta e poi, come “Mikado senza corona”, della riorganizzazione post-bellica del Giappone, fu destituito dal presidente democratico Truman, quando propose di usare la armi atomiche contro i comunisti durante la guerra di Corea (“Taluni, sembra, non riescono a rendersi conto che è qui, in Asia, che i comunisti hanno deciso di giocare la loro carta per la conquista del mondo; che noi, qui, conduciamo con le armi alla mano anche la battaglia dell’Europa, mentre in America i diplomatici la proseguono con le parole”). Quando fu eletto Eisenhower lo consigliò di combattere risolutamente contro il comunismo: “Voi avete in mano il potere di imprimere un segno profondo nella storia, in una occasione quale non si è mai presentata dai tempi della crocefissione di Cristo. Non rinviate ancora il momento di prendere in mano la situazione, credetemi, il vostro nome sarà benedetto”. Ma Eisenhower decise di nicchiare, e così la terza guerra mondiale proseguì ancora per quasi quaranta anni, e fu vinta solo grazie all’avvento di Ronald Reagan. MacArthur era convinto che “La vera democrazia può esistere soltanto sulla base di un fondamento spirituale. Essa durerà solo fondandosi sulla concezione cristiana dell’individuo e della società”.














    ]
    Oggi il partito Democratico è stato dirottato dai radicali ed è guidato da un "partito ombra". Michael ripercorre, con il piglio dello storico, la nascita e la crescita del radicalismo americano, il cui obiettivo è far precipitare la società americana nel caos e nell'anarchia attraverso una strategia semplice ma efficace: arruolare il più possibile gente nei programmi assistenziali, chiedere un reddito medio minimo garantito per tutti e ridistribuire la ricchezza. Un modo questo di mandare in bancarotta il potere locale e creare così le basi per la rivoluzione.
    I radicali, dal 1970, hanno un profeta, Saul Alinsky e la loro bibbia "Rules for Radicals", in cui Alinsky disegna la strategia per portare al collasso la società americana. Sia Obama che Hillary Clinton hanno iniziato la loro carriera politica quali discepoli di questo agitatore.



    Ma la radicalizzazione del partito Democratico non poteva avvenire solo per mano di un pugno di agitatori proto-marxisti, serviva un deus-ex-machina: e qui entra in scena George Soros. Miliardario, di origine ungherese, speculatore monetario, fondatore di società e associazioni di sinistra. Secondo Richard L. Poe autore di "The Shadow Party: How George Soros, Hillary Clinton, and Sisties Radicals, Seized Control of the Democratic Party", Soros è il principale esponente del "partito ombra" che controlla il partito Democratico.
    In combutta con la grande stampa, ormai in mano ai più biechi liberals, riesce a far eleggere Obama alla Casa Bianca. Inizia così l'attacco al sistema economico e politico che ha animato l'America per oltre due secoli, ma sia lui che il partito ombra hanno fatto i conti senza l'oste, gli americani (che, ricordiamolo, sono in maggioranza conservatori) reagiscono a questo attacco.
    Tutto nasce da una sfuriata in diretta TV di Rick Santelli, direttore del network CNBC Business News, contro il cosiddetto piano di Obama di dare sussidi pubblici a chi non è in grado di pagare il mutuo della casa "Il governo sta promuovendo comportamenti sbagliati.
    Quanta gente deve pagare il mutuo del vicino di casa?" grida un'esasperato Santelli, che si chiede anche se non sia il caso organizzare un Tea Party sul modello di quello di Boston che è considerato l'inizio della rivoluzione americana.



    Nel giro di poche settimane nascono i primi nuclei del Tea Party.
    La reazione dei coloni era non solo contro l'aumento dell tasse (il Townshend Acts), il taglio mirato e il salvataggio di aziende decotte, ma essenzialmente contro l'interferenza governativa nel libero mercato attraverso la manipolazione del sistema impositivo. Oggi sta succedendo la stessa cosa: quando si danno sussidi all'industria verde e crediti d'imposta statali agli acquirenti, si sta favorendo un settore rispetto agli altri, decidendo chi deve prosperare e chi no. Questa manipolazione è stata lampante durante la crisi finanziaria del 2008 quando il governo federale ha deciso di far fallire la Lehman Brother e salvare AIG, Goldman Sachs, Bank of America e Citigroup.
    Contro questo tentativo di manipolare il mercato in nome dell’ideologia sono insorti i Tea Parties.
    Michael Reagan mette in evidenza i punti in comune tra GOP e Tea Party: taglio delle tasse, riduzione delle dimensioni del governo federale, taglio delle spese e riduzione del debito pubblico.
    Sull'economia è convinto che sia necessario recuperare i Reaganomics e mettere in soffitta la fallimentare ricetta keynesiana.
    A questo proposito descrive, con tanto di dati, tre crisi economiche affrontate con i fallimentari strumenti keynesiani (politica monetaria e politica fiscale, cioè tassazione e spesa): la Grande Depressione e il New Deal, la recessione di Nixon-Carter degli anni settanta, la crisi del 2008; e tre con i principi che possiamo chiamare reaganiani (taglio delle tasse e della spesa pubblica): la depressione dimenticata del 1920, la recessione del 1960-61e la recessione causata da Carter del 1980, che hanno invece alimentato la ripresa economica in modo rapido e sostenuto.
    La politica keynesiana mira all'espansione governativa e all'assistenzialismo, che sono un'altra via per comprimere il diritto degli americani alla libertà e al perseguimento della felicità. Più statalismo, meno libertà e indipendenza. Sia che lo stato ci dia tutto ciò che vogliamo (assistenzialismo) si che ci porti via tutto (totalitarismo) è la nostra libertà a rimetterci. Non è il governo che ci dà i nostri diritti perché, come dice la Dichiarazione d'Indipendenza, il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità ci sono stati dati direttamente dal Creatore. Il governo può solo portarceli via. Alla fine di questo pregevole libro Michael Reagan offre quella che possiamo considerare una vera e propria piattaforma politica conservatrice:

    - una più grande prosperità e più posti di lavoro attraverso la riduzione delle tasse;
    - miglioramento dell'istruzione attraverso il controllo locale;
    - riforma dell'immigrazione impostata sul buon senso e sulla sicurezza delle frontiere;
    - obbligo per ogni nuova legge federale di citare la parte della Costituzione che dà al Congresso il potere di emanarla;
    - pareggio del bilancio (con un'emendamento all Costituzione che obblighi un bilancio in pareggio e la maggioranza di due terzi per ogni aumento delle tasse);
    - riforma del sistema impositivo, con eliminazione dell'imposta progressiva;
    - una politica di indipendenza energetica con lo sfruttamento delle immense risorse risorse naturali;
    - riduzione delle dimensioni e delle competenze del governo federale;
    - abolizione dei finanziamenti particolaristici e per fini strettamente clientelari.
    Una piattaforma, avrebbe detto Ronald Reagan "con uno stendardo di solidi, inconfondibili colori, senza ombra di pallidi toni pastello" che "porta il messaggio che gli americani aspettano" per le elezioni del 2012 e oltre.
    LA NUOVA RIVOLUZIONE REAGANIANA


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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Ebbe il coraggio di governare con le idee ed i princìpi
    Marco Faraci
    Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci.
    Margaret Thatcher e già ricordata e continuerà ad esserlo come uno dei più grandi statisti del dopoguerra. Il senso della sua esperienza di governo travalica i confini della Gran Bretagna, che da tempo non era certo più una “superpotenza”, per rivestire un ruolo di significato ben più ampio.
    Non è sbagliato affermare che la sua ascesa abbia coinciso con il punto di svolta ideologico nella politica mondiale del dopoguerra, inaugurando il ciclo politico che nei due decenni successivi ha restituito dignità ed agibilità alle politiche di libero mercato ed ha ridefinito gli stessi confini del mondo libero.
    Molte cose sono successe negli anni ’80 e ’90. L’elezione alla Casa Bianca di Ronald Reagan, lo sfaldamento del blocco comunista, la caduta del muro, l’avvio di riforme liberali in vari paesi occidentali, la rapida transizione all’economia di mercato dei paesi dell’Europa dell’Est.
    Ma tutto è cominciato il 4 maggio del 1979 con l’approdo a Downing Street della Lady di Ferro.
    Fino a quel momento il pensiero unico in Gran Bretagna, così come altrove, era quello del sostegno alla crescita attraverso la spesa pubblica e l’intervento diretto dello Stato in economia. Il concetto era che un civil service disinteressato, che avesse accesso ad informazioni “complete”, fosse in grado di migliorare la condizione di vita della gente più di quanto non lo potessero essere le forze “cieche” del libero mercato.
    Certo, il Regno Unito conosceva un sistema di alternanza politica – e si succedevano governi laburisti e governi a guida conservatrice.
    Tuttavia, se ogni esecutivo laburista spostava il paese verso un maggiore statalismo, i governi conservatori operavano nella migliore delle ipotesi un’operazione di contenimento, ma più spesso contribuivano essi stessi alla deriva interventista, come era avvenuto ad esempio nel caso del governo Heath.
    Il massimo obiettivo che si ponessero i tories era quello di gestire lo scivolamento verso il socialismo in modo meno accidentato – in modo più rassicurante per le tradizionali classi agiate. Era lo spirito di un one nation conservatism che puntava a salvaguardare la coesione sociale concedendo paternalisticamente da destra quello che altrimenti i laburisti si sarebbero presi da sinistra.
    Insomma, il percorso graduale verso un’economia nazionalizzata appariva qualcosa di storicamente ineluttabile, tanto come lo era stato pochi anni prima la fine del sogno imperiale.
    Non si trattava, è ovvio, di un trend solamente britannico. Era l’Occidente nel suo complesso che si trovava in una fase di ripiegamento ideologico e culturale, con un continente europeo sempre più sensibile al fascino di concezioni stataliste, socialistiche ed assistenziali ed un’America indebolita dalla sindrome post-Vietnam.
    La vittoria di Margaret Thatcher nelle elezioni del 1979 invertì la rotta, risultando dal punto di vista storico molto di più di un normale cambio della guardia. Il nuovo primo ministro si proponeva di riportare dopo tanto tempo la libertà all’offensiva, proponendo soluzioni politiche ispirate a quelle idee liberali classiche che avevano fatto parte della Storia dell’Inghilterra, ma che da qualche decennio sembravano ormai obsolete.
    Era una svolta, il cui coraggio lo si misurava anche nel fatto che non potesse realmente appoggiarsi ad esempi contemporanei, in quanto le politiche keynesiane prevalevano in varia misura in tutte le principali democrazie.
    Il messaggio thatcheriano era, per il tempo, dirompente e faceva leva sui princìpi dell’iniziativa individuale, del libero mercato, del governo limitato e dell’indipendenza nazionale. Il grande merito della Lady di Ferro è stato quello di essere riuscita ad impostare, nell’arco di undici anni, un’azione di governo effettivamente coerente con questi princìpi – e di aver dimostrato che l’aderenza ad una visione di riforma liberale dell’economia rappresenta una via elettoralmente praticabile.
    Sicuramente Margaret Thatcher fu agevolata dall’efficienza del modello istituzionale britannico che favorisce la formazione di maggioranze monocolori e la stabilità dei governi. La democrazia alla Westmister è un sistema che consente la vera espletazione di una leadership, tanto quanto il sistema italiano massimizza da sempre il potere condizionante di qualsiasi minoranza.
    Ma la Lady di Ferro ci mise molto di suo nel difendere la propria linea politica sia dagli avversari dichiarati, sia dai cultori del compromesso interni al proprio stesso partito. Seppe rifiutare la resa a quelle considerazioni di “realismo politico” nel nome delle quali i politici tendono a derogare a piacere dal mandato degli elettori oltre che dalle proprie intime convinzioni. Se gli anni di “Maggie” hanno impresso un significativo mutamento in termini di mentalità è perché la leader conservatrice non basava primariamente la propria politica sull’escamotage mediatico e non si proponeva di parlare solo alla “pancia” dell’elettorato. Neppure era solita schivare il confronto diretto sul merito politico; al contrario scelse sempre di combattere in modo aperto la battaglia delle idee perché il suo obiettivo non era esclusivamente quello di far passare questa o quella riforma, ma anche quello di confutare l’impianto filosofico del socialismo portando la gente comune alla causa dell’economia di mercato.
    Il thatcherismo fu tutto meno che un fenomeno estemporaneo. Fu il prodotto maturo di un’elaborazione politica e culturale profonda, nel solco del liberalismo gladstoniano e del lavoro di economisti come Friedrich Hayek e Milton Friedman.



    Ben prima di andare al potere la Thatcher era stata di casa per molti anni al think tank Institute for Economic Affairs e nel 1974 aveva fondato con Keith Joseph il Center for Policy Studies per contribuire allo sviluppo di credibili alternative programmatiche al socialismo britannico. Insomma, nel 1979 non andò al potere una donna che si inventava liberale per calcolo, ma una leader culturalmente solida che si riconosceva in profondità nei valori che professava.
    Sono state questa coerenza intellettuale e questa fedeltà ai princìpi che hanno reso così profondo il lascito politico della Baronessa Thatcher e che dovrebbero servire da esempio a chiunque anche oggi aspiri a conferire alle idee di libertà economica un respiro politico di governo.
    The Iron Lady/3. Ebbe il coraggio di governare con le idee ed i princìpi | Libertiamo.it


    Ridicolo l’animalista Reagan
    QUALCOSA DI STRAORDINARIO di Ken Kwapis con Drew Barrymore, John Krasinski, 95 minuti
    di Massimo Bertarelli
    Nel 1988 in Alaska una famigliola di balene (papà, mamma e figlio) resta prigioniera dei ghiacci. Il reporter John Krasinski e la verde Drew Barrymore scuotono l’America, in ansia davanti alla tv. Uno zuccheroso melò animalista tratto da una storia vera, con una scena da sbellicarsi: Reagan che chiede una nave rompighiaccio a Mosca: «Ciao Gorby, sono Ronnie».
    VOTO 4
    Ridicolo l’animalista Reagan - Spettacoli - ilGiornale.it

 

 
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