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Discussione: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

  1. #21
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    L’EUROPARLAMENTARE EPPINK: “AVANZA LA PEGGIO EUROPA”
    di STEFANO MAGNI
    Perché c’è ancora così tanta gente che adora l’Unione Europea come se fosse un idolo?
    Ci risponde il parlamentare europeo, ma euroscettico Derk Jan Eppink, con una battuta sovietica: “Il futuro è certo, solo il passato può essere cambiato”. Perché “nella storia così come viene insegnata, leggiamo che nel 1979 venne eletto il primo Europarlamento e nel 1989 cadde il muro di Berlino. Manca giusto ‘qualcosa’ in mezzo a questi due eventi. Ed è il ruolo di Ronald Reagan negli Usa e di Margaret Thatcher nel Regno Unito”. Il loro modello è agli antipodi della costruzione europeista, almeno dal Trattato di Maastricht in avanti, quando ha iniziato a prendere forma un “super-Stato europeo”.
    Eppink, assieme a Geoffrey Van Orden, parlamentare conservatore britannico dell’Europarlamento, parlano alla CPac, la conferenza conservatrice americana. Sono venuti a presentare le idee e le analisi della Aecr, la “alleanza dei conservatori e riformisti europei”, un gruppo “che difende la libertà economica, sostiene un’idea di Stato limitato e difende la sovranità nazionale”, come spiega Van Orden.
    In sintonia con il pubblico americano, parlano della “eredità politica” di Reagan e della Thatcher. E ne approfittano per dire la loro sul centralismo europeo, avversato a suo tempo, con una tenacia straordinaria, dalla Lady di Ferro. “Non vedo perché – prosegue Eppink – le dottrine della Thatcher non possano essere applicate sul Continente. Se mi chiedete, ad esempio, dove è maggiormente applicata la flat tax, la risposta è: soprattutto nell’Est europeo ex comunista. Perché in quei Paesi non esistevano degli apparati burocratici in grado di riscuotere e amministrare un sistema fiscale complesso e hanno adottato, per necessità, un fisco semplificato e poco esoso. E hanno avuto successo. Quella è la parte di Europa, però, che le capitali occidentali chiamano, con una punta di disprezzo, la ‘nuova Europa’. E i francesi scalpitano e dicono: ‘No, troppo facile, quelle tasse sono troppo basse, dovete adeguarle alle nostre!’. Il Paese che ha seguito la lezione diametralmente opposta al thatcherismo è proprio la Francia. Quando Mitterrand venne eletto, contemporaneamente alla Thatcher, applicò coerentemente tutta la politica socialista, aumentando salari pubblici, pensioni, tasse, giorni di vacanza. E dopo appena un anno la Francia era già in piena crisi economica”.
    Con l’unificazione europea, la politica che rischia di prevalere è proprio quella francese. Eppink ricorda come, al seguito dell’ex commissario Fritz Bolkenstein, avesse tentato di spiegare il valore delle liberalizzazioni dei servizi ai francesi, ma “erano furiosi, perché si rimetteva in discussione il loro modello sociale. Perché il postino statale francese è il migliore amico delle vedove in Francia. E non chiedetemi in che modo si comporta da amico…”. Alla fine le poste sono state liberalizzate “ma ci vollero due anni di lotta, recriminazioni, insulti, ecc…”. Tutta questa rigidità si sta trasferendo a livello europeo, specialmente dopo l’introduzione dell’euro, che è “niente altro che un nuovo modo di trasferire sussidi dal Nord al Sud dell’Europa”.
    La soluzione migliore? “Metterci dalla parte dei beneficiari, nel Sud dell’Europa. E riformare, dentro i loro Stati, il lavoro, i servizi, i sistemi previdenziali e fiscali. L’errore peggiore è quello, invece, di barattare le riforme di tipo thatcheriano con una maggior centralizzazione”, che moltiplicherebbe gli errori dello statalismo.
    L’EUROPARLAMENTARE EPPINK: “AVANZA LA PEGGIO EUROPA” | L'Indipendenza

    Noel Gallagher: 'Si stava meglio con la Thatcher'.
    Farà discutere l'intervista odierna rilasciata da Noel Gallagher al 'Mail on Sunday': sulle colonne dell'inserto settimanale britannico, l'ex Oasis ha voluto rimarcare come, all'epoca del primo ministro inglese oggi protagonista del film "The Iron Lady" con Meryl Streep, la situazione fosse migliore rispetto ad oggi. All'epoca di Margaret Thatcher, spiega Noel Gallagher, "esisteva un'etica del lavoro: se eri disoccupato, l'ossessione era trovare subito un lavoro. Ora, per questi ragazzi cresciuti all'ombra del Labour Party o di questa Coalizione o come si chiama, sono tipo: 'Chi se ne frega, non m'interessa, voglio sono andare in TV'. Allora la mentalità era diversa".
    √ Noel Gallagher: 'Si stava meglio con la Thatcher'. E accusa Twitter - Rockol


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  2. #22
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    RIGHT BOOKS


    Siccome mi è stato chiesto su Twitter e su Twitter è difficile dare risposte così serie in 140 caratteri (Serra, anyone?), ci provo qui.
    La richiesta è stata precisa: consigli di lettura su Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Premesso che ci sono una marea di testi che andrebbero quantomeno valutati, chi scrive prova a mettere giù 5 libri imprescindibili sull'argomento "Reagan" e cinque sull'argomento "Thatcher". Con una premessa: non è possibile leggerli se prima non si è letto "The Right Nation" di John Micklethwait e Adrian Wooldridge.

    Partiti da qui possiamo tranquillamente concentrarci su The Gipper. I miei cinque sono:

    1. Ronald Reagan - 100 years
    2. The Age of Reagan - di Steven Hayward
    3. When Character was King - Peggy Noonan
    4. President Reagan: The role of a lifetime - Lou Cannon
    5. An American Life - Ronald Reagan

    Per quanto riguarda Maggie, invece, i miei consigli sono:

    1. Downing Street Years - Margaret Thatcher
    2. Margaret Thatcher in her own words - Iain Dale
    3. Reagan and Thatcher: a Political Marriage - Nicholas Wapshott
    4. Margaret Thatcher: a portrait of the Iron Lady - John Blundell
    5. Three who changed the world - John O'Sullivan

    The Right Nation - Right Books
    Per aspera ad astra

  3. #23
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    SUlle Falklands
    Lebow, Richard, «Miscalculation in the South Atlantic: The Origins of the Falklands War»
    "Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"

    Possono tenersi il loro paradiso.
    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

  4. #24
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Ronald Reagan, il mito che non sbiadisce neppure nell’era di Obama
    Spartaco Pupo
    Se Barak Obama è l’uomo della “speranza”, avendo fatto di questa virtù un cavallo di battaglia della sua campagna elettorale e di questo primo mandato, un suo predecessore ne ha rappresentato l’incarnazione vera e propria. Si tratta di Ronald Reagan, ricordato ancora oggi con affetto e nostalgia dagli americani, come dimostra il crescente numero di libri, film, conferenze e iniziative culturali finalizzate a celebrarne il profilo di uomo e di statista.
    Giunto alla presidenza dopo gli anni bui di Richard Nixon, Gerald Ford e Jimmy Carter, Reagan ha ridato speranza agli americani, a tutti gli americani, anche a quelli di fede democratica, tanto che lo stesso Obama recentemente non ha potuto fare a meno di riconoscerne la capacità di trasmettere al suo popolo un eccezionale “senso di confidenzialità” e una “irresistibile carica di ottimismo”.
    Il “Grande Comunicatore”, l’anticomunista tenace, colui che da Berlino invitò “Mister Gorbaciov” a buttar giù il Muro, ammalia ancora gli americani che l’anno scorso ne hanno commemorato il centesimo anniversario della nascita (6 febbraio 1911) in tutto il paese, dalla cittadina natale di Tampico ai più importanti circoli culturali statunitensi, e non solo di area repubblicana.
    La misura di un così vivo interesse intorno alla figura di Reagan è anche la costante affluenza alla Reagan Library, a Simi Valley, in California, che sin dal 1991, l’anno in cui è stata inaugurata, continua ad essere meta quotidiana di pellegrinaggi provenienti da ogni angolo del paese.
    Oltre alla celebre autobiografia del 1990, An American Life, e ai suoi diari postumi, a riscuotere grande successo nel pubblico dei lettori americani sono in questi ultimi anni le biografie del presidente. The Regan I Knew, di William Buckley, fondatore della National Review, è andato letteralmente a ruba nelle librerie statunitensi, al pari degli altri titoli sul carattere e la vita privata di Reagan, come Ronald Reagan: How an Ordinary Man Became an Extraordinary Leader (1999) di Dinesh D’Souza e la raccolta The Humor of Ronald Reagan (2011) a cura di Malcom Kushner.
    Destinata a eguale successo è certamente Ronald Reagan, la biografia edita per i tipi della Greenwood di Westport, lo scorso mese di gennaio da J. David Woodard, professore di Scienze politiche all’Università di Clemson, nella Carolina del Sud, nonché uno dei più accreditati studiosi di Reagan e del movimento conservatore americano.
    Un sentimento di nostalgia così profondo e diffuso, secondo Woodard, si può spiegare come conseguenza di una grande popolarità che raggiunse la punta massima nel 1984, quando Reagan ottenne il secondo mandato presidenziale con un consenso plebiscitario mai visto nella storia degli Stati Uniti e mai più eguagliato dai presidenti successivi, i quali, in verità, non hanno beneficiato delle circostanze storiche che concorsero a determinare la vastità di quel consenso. Essi in compenso – fa osservare Woodard – hanno goduto dei profondi cambiamenti di tipo sociale e politico di cui Reagan, e solo lui, si è reso protagonista, fino al punto che tutti, Obama compreso, sono diventati “reaganiani sia nella retorica che nel portamento”. Ma quelli che vennero dopo di lui si avvantaggiarono soprattutto degli effetti positivi delle sue imprese storiche: il risanamento dell’economia americana e la vittoria della guerra fredda.
    Già, la guerra fredda. Se c’è un merito che va obiettivamente riconosciuto a Reagan è, per Woodard, l’averla vinta “senza che si sparasse neanche un colpo”. Un unicum, questo, che si accompagna ad altre “stranezze” tipiche del personaggio, prima fra tutte quella di essere “una rosa conservatrice in mezzo alle spine liberali”. Reagan è infatti passato alla storia non solo come il candidato repubblicano che vinse le elezioni dopo una ventennale egemonia democratica ma anche come il primo presidente nella storia degli Stati Uniti a dichiararsi fieramente “conservatore”. La sua permanenza alla Casa Bianca, non a caso, coincise con la “rinascita conservatrice” nei campus universitari, nell’editoria, nel giornalismo e nell’intero mondo culturale americano.
    Reagan aveva poi un modo di fare con cui riusciva attirare flotte di seguaci e ammiratori, tenendoli però sempre a una certa distanza. Per questa particolarità del suo carattere rimase fino all’ultimo un “mistero” per molti dei suoi amici, anche quelli più intimi.
    Woodard ricorda le origini umili di Reagan, la povertà della sua famiglia distrutta dall’alcolismo, l’infanzia difficile trascorsa in un college religioso, l’esperienza di presentatore sportivo e di attore alle dipendenze della Warner Bros. La semplicità, il suo bell’aspetto, il carisma e il senso dell’umorismo gli aprirono “le porte del popolo”, che lo elesse nel 1966 e nel 1970 governatore della California e nel 1980 e nel 1984 quarantesimo presidente degli USA.
    Nessuno più di lui stesso – rileva Woodard – rimase meravigliato della sua esaltante storia personale, che riusciva a spiegarsi solo identificandosi con il “carattere” proprio della nazione che guidava, come rivelò alla Convention nazionale dei Repubblicani del 1984: “Anche la più piccola delle opportunità è ancora preziosa in questo Paese”.
    In quest’identificazione con lo spirito vero dell’America sta la più credibile spiegazione del “mistero Reagan” che un osservatore attento come Buckley definiva, forse a ragione, come “l’ultimo successo della storia americana”.


    “IRON LADY” E’ VIVA E PRENDE IL SOLE AI GIARDINETTI - LE FOTO DI MARGARETH THATCHER CHE SI GODE IL PARCO DI LONDRA - NONOSTANTE L’ALZHEIMER, HA IL SOLITO FERREO CONTEGNO DEGLI ANNI IN CUI FU PRIMO MINISTRO - UNO SMACCO A CHI LA IMMAGINAVA IN SCIATTA DECADENZA, COME LA DESCRIVE IL FILM COL PREMIO OSCAR MERYL STREEP
    M. Ver. per "la Stampa" –
    Sì, è Margareth Thatcher, baronessa di Kersteven e dal 1979 al 1990 primo ministro britannico, la contegnosa anziana signora che si gode il primo sole primaverile seduta su una panchina in un parco di Londra. L'ha sorpresa un fotografo del Daily Mail (in Italia le immagini saranno pubblicate su «Chi»), impeccabile come ai tempi gloriosi di Downing Street, quando era la Lady di Ferro: cappottone verde petrolio lungo fino ai piedi, dove comode scarpe basse hanno sostituito i celebri tacchi, sciarpa gialla, orecchini di perle.
    I capelli sono a posto (una parrucchiera va a pettinarla nella sua casa di Belgravia), il trucco leggero, degli anelli non si sa perché le mani sono coperte dai guanti. Appoggiato alla spalliera della panca c'è un bastone, ma solo per le emergenze, perché lei rifiuta ogni segno di debolezza, sebbene soffra di Alzheimer. Per questo non ha voluto vedere - come neanche i suoi figli, Mark e Carol - «The Iron Lady», il film sul suo tramonto, con una straordinaria Meryl Streep, che per questa interpretazione ha vinto il suo terzo Oscar.


  5. #25
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Vi spiego chi era la vera Iron Lady
    di Stefano Magni
    The Iron Lady", il film biografico su Margaret Thatcher è fruttato un Oscar a Meryl Streep per la sua eccezionale interpretazione. Ed è servito a milioni di spettatori per ricordare un personaggio, troppo spesso maltrattato, che cambiò la storia negli anni in cui fu l'unica premier donna della Gran Bretagna dal 1979 al 1990. Ma sul grande schermo abbiamo visto la vera Margaret Thatcher? Ne abbiamo parlato con il suo ex speechwriter, John O'Sullivan (attualmente vicepresidente e direttore esecutivo di Radio Free Europe), ospite a Milano dell'Istituto Bruno Leoni. Per ricordare chi è stata "La vera Iron Lady". «Prima di tutto il film è buono, sotto un certo aspetto - spiega John O'Sullivan a L'Opinione - Grazie all'interpretazione di Meryl Streep abbiamo una potente raffigurazione della personalità di Margaret Thatcher: un'eroica, formidabile leader politica. Ma se fai un film su Margaret Thatcher, non credo che la cosa più importante sia quella di raffigurare una signora anziana, che soffre dei mali della tarda età.
    Credo che vi sia anche una descrizione infondata sulla sua vita familiare, del suo rapporto con il marito Denis. Secondo il film, Margaret ha sacrificato la sua famiglia per la carriera. Non è vero: Denis è sempre stato un suo grande sostenitore. Terzo e più importante difetto: si parla troppo poco di politica. E lo spettatore resta confuso: perché la Thatcher combatteva con così tanta determinazione, se non si sa nemmeno per cosa lottasse?».

    Parliamo di politica, allora. Nel film si accenna appena alla Guerra Fredda. La Thatcher divenne premier alla vigilia dell'invasione sovietica dell'Afghanistan prima che Reagan diventasse presidente. Quale era la sua strategia per affrontare il Cremlino?
    Prima di tutto: rendere chiaro ai sovietici che non avrebbero potuto vincere con l'aggressione e l'intimidazione. Quando il Patto di Varsavia schierò i nuovi missili Ss-20 nell'Europa dell'Est, lei fu subito favorevole a schierare i missili Cruise e Pershing-2 nell'Europa dell'Ovest. Secondo: credeva nella competizione economica, ideologica e politica fra Est e Ovest. Terzo: credeva nella "sovversione" democratica nei regimi dell'Est. Il sindacato Solidarnosc in Polonia era l'esempio più eclatante di un vasto movimento. Infine: dimostrando ai sovietici che non avrebbero potuto vincere con l'intimidazione, sarebbe rimasta solo la competizione economica e politica. Che i regimi comunisti hanno poi perso.

    L'ex ufficiale del Kgb Oleg Gordievskij, prima di defezionare in Gran Bretagna, comunicò a Londra, nel novembre del 1983, un rischio concreto di conflitto con l'Urss. Come reagì la Thatcher?
    Il pericolo di guerra non arrivava dall'America o dalla Nato, ma da Jurij Andropov. Il leader sovietico (che fu alla testa dell'Urss dal 1982 al 1984, ndr) credeva nell'inevitabilità di un conflitto con l'Ovest. Ciò che lascia più perplessi di quella vicenda è la povertà intellettuale della leadership del Cremlino, chiusa nelle sue fantasie paranoiche. Dopo la paura della guerra nel 1983, vi furono cambiamenti tattici, non strategici, nella politica della Thatcher e di Reagan. Su un piano tattico seppe essere molto flessibile, molto più di Ronald Reagan, ma rimase dell'idea di sfidare il blocco sovietico su tutti i fronti.

    Verso la fine degli anni '80, Gorbachev propose una "Casa Comune Europea". Cosa ne pensava la Thatcher?
    Vedeva la "Casa Comune Europea" solo come un aggiornamento più sofisticato del vecchio disegno sovietico di lungo periodo: buttar fuori gli Usa dall'Europa, porre fine alla Nato, riunire il Vecchio Continente sotto l'egemonia di Mosca.

    E arriviamo all'Europa, allora. Quale era la sua visione dell'Europa unita?
    Prima di tutto vedeva nel progetto Ue un pericolo statalista: il tentativo di uniformare le politiche fiscali, di imporre nuove regole al mercato. L'Europa sta diventando un laboratorio di nuove teorie sulla tassazione e la regolamentazione. Sta diventando sempre più un cartello di governi che tendono a limitare la libertà dei popoli di "votare con i piedi" (trasferirsi da un Paese meno efficiente ad uno più efficiente) o con i propri capitali. Il secondo pericolo che individuava era il deficit democratico. Una perdita di contatto fra le élite di Bruxelles e settori sempre più ampi delle società europee.

    Cosa pensava dell'allargamento dell'Ue all'Est?
    È sempre stata fortemente favorevole, sia all'allargamento della Nato che dell'Ue a Est. Anzi è sempre stata molto critica nei confronti della lentezza dell'allargamento.

    Ma questo non è in contraddizione con il suo euro-scetticismo?
    No, perché Margaret Thatcher non è mai stata anti-europea. Non ha mai voluto il ritiro del Regno Unito dall'Ue. Ha sempre mirato, semmai, a un'Europa più libera, in cui le decisioni più importanti vengono prese dai parlamenti nazionali. Ha premuto per la massima libertà dei mercati europei. Paradossalmente, altri Paesi europeisti, come la Francia, sono più favorevoli all'unione politica, ma non alla libertà dei mercati. Ed erano contrari a un allargamento rapido verso Est. La Thatcher è sempre stata convinta che fosse pieno diritto di Paesi come la Polonia, la Repubblica Ceca e l'Ungheria, di far parte dell'Ue. Perché fanno parte della stessa cultura europea. Era favorevole all'idea che beneficiassero di un mercato comune europeo, anche per uscire dal sistema del Comecon, imposto loro dall'Urss, che li obbligava ad avere economie pianificate.

    Qual è, alla fine, la visione dell'Ue di Margaret Thatcher?
    Un'Europa delle democrazie, del libero mercato, in cui viene rispettato il principio di sussidiarietà: le decisioni si prendono prima a livello locale, poi a quello super-nazionale. Un'unica area di libero scambio con gli Usa, ma non una difesa comune europea, che si sarebbe sovrapposta, o anche contrapposta alla Nato, unica realistica difesa del Vecchio Continente.
    L'Opinione delle Libertà

    "Falkland, euroburocrati e una radio contro l’Urss: la mia vita con Maggie"
    Il consigliere politico John O'Sullivan racconta i retroscena degli anni di governo con la Lady di ferro
    di Matteo Sacchi
    È a Milano, invitato dall’Istituto «Bruno Leoni», per raccontare di lei, la Lady di ferro. E nessuno davvero può farlo meglio di lui. Sì, perché John O’Sullivan, giornalista classe 1942, è stato vicino a Margaret Thatcher negli anni cruciali sia come advisor che come policywriter.
    Un «consigliere» di razza per il numero 10 di Downing Street (molti dei discorsi della Thatcher erano frutto della sua penna). E del resto il conservatorismo anglosassone ha in lui una delle menti più vivaci: è uno degli uomini di punta dell’«Hudston Institute» (un Think Tank di destra attivo sin dal 1961) e capo editor di The National Interest.
    Mister O’Sullivan: è approdato qualche mese fa sugli schermi The Iron Lady, e ha ridestato l’attenzione su Margaret Thatcher. Cosa pensa del film?
    «C’è da parte mia in primo luogo un dubbio etico... Cioè se sia giusto fare un film che racconta la malattia di una donna che quella malattia sta ancora vivendo. Detto questo, il film ha pregi e difetti. Molto spesso non emerge con chiarezza il contesto storico in cui la Thatcher ha operato come Primo ministro avendo un ruolo chiave nella gestione di conflitti globali... E anche se in generale la ricostruzione degli eventi tiene, ci sono una serie di errori, di dettagli sbagliati. Comunque, l’interpretazione degli attori a partire da Meryl Streep è di grande livello. E io ho visto persone uscire dalla sala dicendo “È stata una gran donna”. E questo è importante».
    Quest’anno è l’anniversario della guerra delle Falkland. Deve essere stato un momento difficile per un Primo ministro...
    «Sì molto. Io ho vissuto quei giorni dagli Usa, ma ero in strettissimo contatto con l’Inghilterra. Per il Paese è stato fondamentale il supporto degli Stati Uniti e il fatto che la popolazione abbia dato prova di una grande compattezza. A parte frange della sinistra più radicale».
    La Thatcher ha sempre avuto posizioni prudenti per quel che riguarda la Comunità europea. All’epoca venne criticata, col senno del poi si può dire che avesse ragione?
    «Il Primo ministro Thatcher non era contraria all’Europa unita, ha firmato molti trattati commerciali, uno anche qui a Milano. Aveva però in mente un modello di Europa preciso. Non voleva un’Europa centralizzata e burocratica... Un Europa colbertista. Lei voleva un’Europa decentrata, sussidiaria, non governata da persone non legittimate dal voto. E poi voleva una competizione tra governi. Voleva che tra i vari modelli fiscali e di legislazione prevalessero i migliori. Non voleva un “cocktail” imposto dall’alto...».
    Non solo Downing Street. Lei Mister O’Sullivan è uno degli uomini di punta di Radio Liberty. Ci spiega cos’è?
    «Durante la Guerra fredda gli americani pensarono e finanziarono un’emittente radiofonica che fornisse un’informazione libera e democratica ai Paesi Oltrecortina. Io ho partecipato al progetto. Dopo la caduta del comunismo i nuovi governi di quelle nazioni ci hanno chiesto di continuare le trasmissioni sino a che non si è formata una stampa libera.
    "Falkland, euroburocrati e una radio contro l’Urss: la mia vita con Maggie" - Cultura - ilGiornale.it



    Ungheria/ Governo dedicherà a Budapest una statua a Bush padre
    Già collocato un monumento a Ronald Reagan
    Roma, 21 mag. (TMNews) - Il governo ungherese ha deciso di dedicare una statua all'ex presidente degli Stati uniti George Bush (padre). Lo scrive oggi l'agenzia di stampa Mti.
    A inizio aprile a piazza Szabadsag, a Budapest, è stata inaugurata una statua dell'ex presidente Ronald Reagan. Bush padre è stato vicepresidente di Reagan, prima di essere a sua volta presidente tra il 1989 e il 1993. Nell'estate del 1989 fece una memorabile visita in Ungheria, incoraggiando la transizione alla democrazia dell'Ungheria.




  6. #26
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    L'Occidente oggi secondo John O’Sullivan che fu lo speech-writer della Thatcher
    di Marco Respinti
    «Credo fermamente nell’idea di Occidente. Temo però che, nel futuro, l’Occidente possa malauguratamente dividersi in due parti contrapposte: un Occidente anglofono e un Occidente «degli altri». Il punto è che non saprei dire da quale parte starà la Gran Bretagna…».
    John O’Sullivan è un inglese che vive negli Stati Uniti (in particolare in Alabama, nel cuore del Sud, a Decatur). Nato nel 1942, stretto collaboratore e speech-writer di Margaret Thatcher negli anni 1980, oggi vicepresidente e direttore esecutivo dell’arcinota Radio Free Europe/RadioLiberty (che negli anni del totalitarismo rosso fu un faro di libertà per i popoli e le persone dell’Est), editorialista del famoso National Review fondato nel 1955 da William F. Buckley Jr. (1925-2008) e Senior Fellow all’Hudson Institute di Washington, lo conoscono tutti per «La prima legge di John O’Sullivan»: ogni Paese che non si fondi positivamente su istituzioni libere e persino su istituti libertarian cade presto nella trappola collettivista o statalista.
    Da thatcheriano di ferro ce l’ha in modo particolare con il Partito Conservatore di David Cameron, sempre alla ricerca di se stesso, all’inseguimento costante di ideologie avversarie e privo di quella proposta identitaria forte cui i britannici anelano come all’aria per respirare. E questo sia in politica interna, sia in politica estera, per esempio sugli scenari plasmati dalle istituzioni bruxellesi dell’Unione Europea. «Oggi l’Europa è divisa in due», spiega O’Sullivan. «Da un parte vi sono i Paesi, come per esempio la Francia, che coltivano il loro tradizionale colbertismo statalista (dal nome del ministro delle Finanze di re Luigi XIV, Jean-Baptist Colbert, 1619-1683) fatto di mercantilismo e di protezionismo. Dall’altra vi è invece l’idea dell’Europa degli Stati, in cui la disparità e le differenze non sono un ostacolo alla prosperità ma, al contrario, un incentivo. Sa, se lei e io potessimo liberamente scegliere fra sistemi di tassazione alternativi, potendo decidere dove e come pagare le tasse, questo non favorirebbe noi e l’intero concerto europeo? Però il colbertismo invece trionfa, e il nazionalismo che in ultima analisi lo anima finisce per imporre il volere di pochi a milioni di cittadini europei. I guai del Vecchio Continente vengono tutti da qui».
    Il pensiero corre subito all’euro, la moneta unica più discussa del mondo che sembra essere lo strumento principe del colbertismo oggi franco-tedesco. «Non so», interviene O’Sullivan, «se la moneta unica europea sia sbagliata intrinsecamente e dal principio. So però che non funziona affatto, e questo perché, troppo frettolosamente, si è imposta a tutti una uniformità monetaria non supportata da una reale parità di condizioni fra Stati. Perché continuare allora in questa utopia che crea solo danni? Assieme all’unificazione monetaria si è imposta la parità dei regimi fiscali, ma è un’idea pessima. La concorrenza fra regimi diversi di tassazione è invece, come dicevo, una grande risorsa di ricchezza che va salvaguardata poiché imprime, lasciando libertà vera ai cittadini, la spinta al ribasso delle imposizioni fiscali».
    Ma oggi Londra non sembra costituire un vera alternativa alla politica eurocratica a regia franco-tedesca. «Ha ragione», osserva O’Sullivan, «ma questo è soprattutto l’effetto della politica praticata da un Partito Conservatore che oggi è solo l’ombra di se stesso. È come se, dopo la fuoriuscita di Margaret Thatcher dalla politica attiva (nel 1990 la “Lady di ferro” smise di essere primo ministro britannico e contestualmente leader dei Conservatori qual era dal 1975, e dal 1992 non è più in parlamento), il partito si sia accontentato della piattaforma blairiana articolandone solo una versione un poco meno di sinistra. Un disastro, del tutto percettibile nella leadership di David Cameron che ha fatto di tutto, scioccamente, per allontanarsi dall’eredità della Thatcher e finendo così per avanzare solo a tentoni…».
    Con Robin Harris, O’Sullivan ha aiutato la Thatcher ha mettere per iscritto le proprie memorie. Ospite dell’Istituto Bruno Leoni, O’Sullivan ha svolto una dotta e vivace conferenza dal titolo La vera Margaret Thatcher. Per comprendere bene natura e vicende del Partito Conservatore britannico (uno dei guai maggiori è proprio il suo nome, con la pretesa che ha di assorbire tutto il conservatorismo culturale esistente sulle piazze di Albione) O’Sullivan indica un libro recente del suo amico e collaboratore Harris, ovvero The Conservatives: A History (Bantam, New York 2011), ma per lui tutto si riassume in un motto: «Tornare alla Thatcher». «Mi lasci dire una cosa. Scoprire qual è la vera Thatcher è facile: lei è sempre stata esattamente ciò che il pubblico ha visto quotidianamente. Mai doppia, mai sorniona, la «Lady di ferro» non ha mai usato l’arma facilona del populismo per convincere l’elettorato di cose che aveva in testa magari solo lei. Si prenda per esempio proprio il tema dell’Europa. Oggi si dice che l’euroscetticismo inglese sia un tratto distintivo della Thatcher e che quindi il sentimento di ostilità all’eurocrazia, sempre più diffuso nell’Isola, sia una eredità dei suoi anni di governo. Ma è un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina: perché l’euroscetticismo è tipico del costume inglese tanto quanto lo è quel modo e quello spirito del governo che ora, a posteriori, chiamiamo «thatcherismo». Insomma, la Thatcher è stata perfettamente in linea con il sentire del popolo che è stata chiamata a governare. Il suo successo è questo».
    Epperò ne circolano caricature forti, e anche il recente The Iron Lady, la pellicola diretta dall’inglese Phyllida Lloyd con Meryl Streep nei panni della protagonista, è come se girasse intorno al nucleo principale della personalità della Thatcher senza mai riuscire a penetrarvi sino in fondo... «Sì, è un film in cui è paradossalmente assente la politica. La Thatcher ne esce coraggiosa e volitiva, ma le ragioni vere dei suoi comportamenti non sono mai analizzate. Lei è schietta e decisa, lo è sempre stata, sia in termini di morale personale sia in termini di praticità politica: la trasparenza, cioè, è un valore etico, e funziona pure bene sul piano sociale e politico. Del resto, se non si capisce che anche le misure politiche più controverse la Thatcher le ha dovute adottare per fare fronte a calamità enormi (l’inflazione alle stelle che rovinava il Paese, lo strapotere del sindacalismo di sinistra che stava comunistizzando la società e la minaccia di Unione Sovietica che, negli anni 1970, era nel pieno di una nuova fase di espansionismo aggressivo) dei suoi anni non si capisce alcunché; ma nemmeno della sua indole autentica».
    Niente «cuore duro» insomma? «Guardi, chi vuole guidare la società a cambiamenti importanti come ha fatto lei in un momento storico – lungo – in cui quei cambiamenti non solo erano necessari, ma erano anche l’unica alternativa all’autoannientamento della società britannica, deve farlo per forza di cose con il sostegno pubblico. Ebbene, la Thatcher è riuscita a far digerire ai cittadini britannici anche misure al momento (anche se non a lungo termine) spiacevoli, spiegando sempre tutto, non mentendo per un pugno di voti in più, dando l’esempio. Risultato? I britannici l’hanno capita, l’hanno seguita, l’hanno difesa. Chi l’ha conosciuta l’ha amata, chi ha lavorato con lei e per lei l’ha amata, chi l’ha votata e seguita l’ha sempre amata, anche tra i ceti più umili della società. Pochi leader sono stati, nel Novecento, come lei. Ha saputo non annullare i ceti sociali (che è impensabile per una come lei), ma armonizzarne la vita pur mantenendo quelle opportune distinzioni tra i corpi sociali che sono uno dei princìpi-cardine dell’autentico conservatorismo anglosassone. Lei stessa lo ha dimostrato con la propria vita, figlia della borghesia qual è che, attraverso la gavetta, è assurta al rango di leader mondiale per venire alla fine coronata del titolo di baronessa (di Kesteven)».
    Lei è cattolico. Nel 2006 ha pubblicato un gran bel libro, tradotto nel 2009 in italiano con il titolo (fedele all’originale) Il presidente, il papa e il primo ministro (Pagine, Roma). Il tema è di quelli praticati da molti, lei però aggiunge un tassello che altri scordano… «Be’, l’argomento è quello del crollo del comunismo e di chi lo ha propiziato. Certamente il beato Giovanni Paolo II (1920-2005), che ha battuto il comunismo sul piano spirituale; quindi Ronald Reagan (1911-2004), che ha dato a Mosca una stoccata decisiva sul piano militare e diplomatico; ma pochi ricordano che in realtà è stata Margaret Thatcher ad assestare all’Unione Sovietica il decisivo colpo economico, mostrando tutta la fallacia e il grande fallimento del collettivismo marxista-leninista, l’immoralità dello statalismo, l’inefficacia del dirigismo, ma soprattutto testimoniando nel concreto la possibilità di un’alternativa vera fondata sulla libertà del mercato e sulla responsabile delle persone che animano il mercato. Il meglio, insomma, dell’eredità del “thatcherismo” ».
    Ragionpolitica - L'Occidente oggi secondo John O’Sullivan, che fu lo speech-writer della Thatcher

    Altro che Merkel, ci vorrebbe una Frau Thatcher
    «Una via d’uscita dalla crisi dell’euro c’è, se solo l’Europa tornerà a ragionare in termini di deregolamentazione e competizione, economica e fiscale, come suggerirebbe ancora oggi Margaret Thatcher a un continente zoppicante e vittima dei propri eccessi burocratici». Non cede a facili e cupi catastrofismi, ma ragiona con lucido spirito analitico John O’Sullivan, ex speechwriter della prima donna della storia d’Inghilterra a essere diventata primo ministro, discutendo con Tempi di crisi dell’euro e dintorni, in occasione di un incontro su “La vera Lady di Ferro” organizzato a Milano dall’Istituto Bruno Leoni.
    Giornalista fra i più autorevoli della galassia conservatrice, cattolico, O’Sullivan è oggi editorialista di punta della National Review, senior fellow dell’Hudson Institute di Washington e vicepresidente di Radio Free Europe. Conobbe Margaret Thatcher all’inizio degli anni Settanta, per poi diventarne uno dei più stretti collaboratori nel corso dei fecondi anni di Downing Street, e il ricordo della convivenza professionale con il primo ministro che ha risollevato le sorti di un paese allora economicamente e moralmente in ginocchio è ancora vivissimo, tanto che i fatti sono descritti da O’Sullivan con dovizia di aneddoti e con sincera passione umana e intellettuale verso la leader dei Tory. La quale riscì nell’impresa di ridare letteralmente lustro a una nazione, il Regno Unito, e a una visione dell’uomo e dell’economia, quella liberal-conservatrice, che sembravano ormai destinate a un inevitabile declino, travolte com’erano dal socialismo e dall’abdicazione ad esso che aveva eroso dall’interno il partito conservatore. Quando nel 1990, dopo undici anni alla guida del governo, la Thatcher lasciò il suo incarico, restituì agli elettori un’Inghilterra economicamente dinamica, partner strategico degli Stati Uniti sulla scena politica mondiale e che di lì a poco avrebbe deciso di difendere la sterlina dalle proposte di moneta unica, divenute nel frattempo il vero leitmotiv del processo di unificazione europea.
    Mr O’Sullivan, quali sono i veri motivi della crisi dell’euro? Aveva ragione Margaret Thatcher, vent’anni fa, a opporsi alla sua nascita?
    La crisi dell’euro è stata senz’altro causata dal fatto che la nuova moneta ha creato una falsa aspettativa: che il denaro potesse essere preso a prestito senza dover essere restituito. Illusione che, oltre a generare in molti paesi europei un eccesso di spesa pubblica, in altri, quali la Spagna e l’Irlanda, ha causato la diffusione di una falsa fiducia nel mercato immobiliare, con le conseguenti bolle dagli effetti devastanti sull’economia e sull’occupazione. Infatti, indipendentemente da quello che sarà il suo futuro, l’euro di per sé nasce con un difetto: è stato esteso a troppi paesi, paesi dalle economie troppo diverse fra loro, il che ha reso impossibile l’adozione di un tasso di interesse comune; questo ha generato comportamenti perversi e ora ne sta creando altri. Sicuramente sono stati fatti gravi errori, quelli contro cui la Thatcher metteva in guardia (non per antieuropeismo come sostenevano i suoi oppositori, ma per lungimiranza); e non si tratta di errori riconducibili al mercato, bensì ai governi che hanno agito di concerto.
    Forse non andava fatto, ma ora che l’euro c’è, sarebbe saggio abbandonarlo? Non si rischia piuttosto di tornare a politiche inflazionistiche e a svalutazioni a ripetizione, quelle a cui era abituata l’Italia, che alla lunga impoveriscono il sistema produttivo dopo una prima illusione di un benefico aumento delle esportazioni?
    Questa è una questione davvero cruciale ed è proprio il motivo per cui la Germania e gli altri paesi sono molto riluttanti a lasciare uscire la Grecia dall’euro; è la ragione per la quale vogliono il Patto di stabilità e cercano di imporre una sorta di disciplina agli altri paesi, alcuni dei quali potrebbero seguire l’esempio della Grecia. Allora l’euro di oggi potrebbe essere paragonato a quello che il Gold Standard è stato nel diciannovesimo secolo: finché il governo britannico non abbandonò, nel 1931, la parità fra la sterlina e il Gold Standard, sostituendolo con il tasso di cambio variabile, nessuno credeva che si potesse fare. Il che significa che, una volta fatta una cosa, i politici sanno che poi hanno quella via di scampo. Così se la Grecia lasciasse l’eurozona, altri potrebbero seguirla. Ma i costi della permanenza della Grecia, per la Germania e per i paesi simili, sono talmente alti che molto probabilmente bisognerà prima accettare che i greci escano dalla moneta unica per poi introdurre norme di stabilità fiscale obbligatorie, e questo forse restringerà l’eurozona a un minor numero di paesi, oppure darà origine a due euro diversi: uno per il nord e l’altro per il sud. Entrambe le soluzioni mi sembrano più pragmatiche del tentativo di trattenere la Grecia nell’eurozona che, in definitiva, la strozza. La strada alternativa dei sussidi continuativi è impraticabile ed esistono innumerevoli precedenti che dimostrano come questa linea sia del tutto fallimentare, oltre al fatto che potrebbe spingere altri paesi a non fare le riforme, nella speranza che la Germania li salvi. Gli stravolgimenti nel breve periodo sono però compensati dalla speranza nel lungo termine.
    Cosa deve fare l’Italia secondo lei per uscire dalla crisi?
    Sicuramente lo Stato italiano dovrà procedere a una deregolamentazione massiccia e alla riduzione drastica delle proprie dimensioni; dovrà andare, cioè, in una direzione che permetta alle statistiche ufficiali di corrispondere finalmente alla realtà. Infatti, se si considerasse tutto il mercato sommerso, le cifre dell’economia italiana sarebbero incomparabilmente migliori di quelle che attualmente vengono rese pubbliche. In un certo senso, l’Italia si trova oggi in una condizione analoga ma opposta a quella dell’Unione Sovietica nei suoi ultimi anni, nel senso che le statistiche ufficiali sono in entrambi i casi menzognere, ma mentre i sovietici esageravano per eccesso, gli italiani minimizzano i propri successi economici.
    In un suo famoso editoriale del 1996 sul post-reaganismo lei sottolineava come il presidente Reagan avesse in realtà dovuto affrontare problemi che per i conservatori «non presentavano una particolare difficoltà intellettuale», e che gli stessi problemi apparivano complessi solo perché i “liberal” di sinistra vedevano la complessità dove di fatto non c’era. Esistono oggi soluzioni semplici a problemi complessi?
    Vede, Reagan stesso diceva che le risposte ai problemi complessi esistono, ma non sono facili. La situazione che ci troviamo ad affrontare è, infatti, molto difficile e richiederà sacrifici a tutti: la gente deve imparare a risparmiare di più per avere in futuro la pensione; il mercato del lavoro va liberalizzato perché, per poter assumere con più facilità, i datori di lavoro devono poter licenziare, e anche se questo all’inizio destabilizza, nel medio e lungo termine rende il mercato del lavoro più fluido e dinamico e, in definitiva, diminuisce la disoccupazione, come è successo all’Inghilterra a partire dalla fine degli anni Ottanta. Credo che l’esperienza di alcuni paesi dimostri che i liberal-conservatori sono stati molto bravi ad affrontare questi problemi con soluzioni efficaci, mentre lo stesso non si può dire della sinistra che ancora oggi fatica a trovare una qualsiasi buona proposta di fronte alla crisi.
    Secondo lei perché Londra non ha preso l’iniziativa di guidare l’integrazione europea in senso più liberale, magari coalizzandosi con stati come la Repubblica Ceca e la Polonia, limitandosi invece a dissociarsi dal duo Merkel-Sarkozy e dal Patto di stabilità?
    Credo perché prima i governi Blair, poi il governo Cameron hanno pensato di avere preso questa iniziativa, ma di non essere stati incoraggiati. Forse si è trattato solo di una mossa diplomatica, ma uno dei fattori in gioco è che l’alleanza franco-tedesca e la burocrazia di Bruxelles hanno una forma mentis colbertiana, statalista, regolatrice e il tentativo di cambiarla rischia di essere senza speranza. Per di più, quando un governo nazionale manda un funzionario a Bruxelles, riceve l’impressione di essere entrato a fare parte di uno stato che non esiste ma che si vuole che esista. E il Regno Unito non ha ricevuto abbastanza incoraggiamenti per cimentarsi in un compito di questa portata. Margaret Thatcher e Ronald Reagan avevano una visione forte, avevano a cuore in particolare la difesa della libertà della persona contro l’ingerenza del potere dello Stato, e la loro visione li ha sempre guidati anche nei momenti delle decisioni difficili. Perché oggi sembra non esistere alcun personaggio politico in Europa dotato di una visione e capace di imboccare una strada che porti alla salvezza dalla crisi? La Thatcher è (come lo era Reagan) cristiana. Non è una teologa, né è teologicamente sofisticata, ma crede che Cristo è figlio di Dio e attraverso il sacrificio della croce è venuto a salvare l’umanità. E questa sua posizione è venuta fuori innanzitutto nel suo comportamento. Ad esempio, dopo l’attentato di Brighton del 1984 (quando l’Ira tentò di assassinarla in occasione del congresso del Partito conservatore, ndr) si mise subito a pregare. Questa visione le ha dato fiducia e certezza, lei credeva nell’Occidente e credeva nel Regno Unito. Il problema di tutti i leader di oggi è che operano in un’atmosfera di massacro culturale dell’Occidente, un massacro che riguarda ogni aspetto: qualsiasi politica tesa a migliorare le cose viene subito giudicata per il suo essere discriminatoria o imperialista o nostalgica e “riflesso del passato”, e gli intellettuali sono sempre contro ciò che rispecchia in modo autentico il loro paese, la loro storia e la loro religione. Finché l’Occidente non si riapproprierà della fiducia nella sua cultura e nelle sue radici religiose, sarà condannato ad annaspare. E anche se nasceranno politici capaci, dinamici e idealisti come la Thatcher e Reagan, saranno costretti in un contesto che renderà loro estremamente arduo convincere l’opinione pubblica e l’elettorato. Rischia in effetti di realizzarsi appieno ciò contro cui ci metteva in guardia papa Giovanni Paolo II: che l’Europa sarà cristiana o non sarà, nel senso che non potrà garantire la libertà della persona.
    cooperator-Veritatis » Altro che Merkel, ci vorrebbe una Frau Thatcher


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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    La profezia di Margaret Thatcher sull'euro
    Nella sua autobiografia del 1993 la lady di ferro descrive il futuro dell'Euro in maniera, a dir poco, profetica.
    La Lady di ferro disse che secondo lei l'euro rappresentava “la più grande follia dell'era moderna” . Il passo seguente è tratto da un articolo del Telegraph del 2010 che cita la sua autobiografia del 1993.

    Oggi l'autobiografia di Margart Thatcher, pubblicata per la prima volta nel 1993, sembra proprio una profezia. Mostra la sua incredibile saggezza nell'esaminare la proposta di Jacques Delors riguardo alla moneta unica. Le sue continue obiezioni non erano di tipo xenofobo o isolazioniste, le sue obiezioni erano di tipo economico. Già nel 1990 la Signora Thatcher aveva previsto con dolorosa chiarezza la devastazione che sarebbe derivata da quelle scelte. Nella sua autobiografia ricorda di come avvertì il cancelliere dello scacchiere John Mayor, pro-euro, di come la moneta unica non avrebbe mai accomodato le così diverse necessità di un colosso industriale come la Germania a quelle di paesi più piccoli come la Grecia. “La Germania si ritroverà la sua naturale fobia dell'inflazione, mentre l'euro risulterà fatale per i paesi più poveri perchè “devasterà le loro economie inefficienti”.
    Originale,
    Today, Margaret Thatcher’s autobiography, first published in 1993, reads like a prophecy. It shows how deeply and with what extraordinary wisdom she had examined Delors’ proposals for the single currency. Her overriding objection was not ill-considered or xenophobic, as subsequent critics have repeatedly claimed. They were economic. Right back in 1990, Mrs. Thatcher foresaw with painful clarity the devastation it was bound to cause. Her autobiography records how she warned John Major, her euro-friendly chancellor of the exchequer, that the single currency could not accommodate both industrial powerhouses such as Germany and smaller countries such as Greece. Germany, forecast Thatcher, would be phobic about inflation, while the euro would prove fatal to the poorer countries because it would “devastate their inefficient economies”.
    Non resta molto da aggiungere se non chiedersi come sia stato possibile, che nessunaltro dei nostri ”architetti” e “professori” economico finanziari si sia accorto di dove ci stavano portando
    La profezia di Margaret Thatcher sull'euro | Fanpage

    Il conflitto delle Falkland trent'anni dopo
    La Kirchner ricordi di essere in democrazia anche grazie alla Thatcher
    Luciano Capone
    Trent’anni fa il Regno Unito sconfiggeva l’Argentina nella guerra delle Falkland. Ultimamente se n’è riparlato a causa di spot propagandistico del governo argentino che, in vista delle olimpiadi di Londra, rivendica la sovranità sulle isole. Il trentennale della guerra dovrebbe meritare attenzione più per l’apertura di alcuni archivi che per il vetero-nazionalismo della Kirchner. Alcuni documenti ora disponibili mostrano come questo conflitto marginale abbia rotto i classici schemi della Guerra Fredda.
    Il giornale brasiliano O Globo, dopo aver visto le carte desecretate da Brasilia, ha scritto che i sovietici, attraverso la mediazione di Cuba, Brasile e Libia, hanno fornito aiuti militari all’Argentina. L'Argentina e il Brasile erano due dittature militari fortemente anti-comuniste. La junta argentina era quella che aveva aiutato gli americani nelle operazioni contro la ‘minaccia comunista’ in America Centrale e che aveva scatenato la Guerra Sporca contro i dissidenti provocando 30 mila vittime. Tutto ciò non ha impedito ai sovietici di offrire appoggio militare ai colonnelli argentini sin dall’inizio del conflitto. Cosa ancor più sorprendente è la mediazione di Cuba, faro della revoluciòn in America Latina. Appena una settimana dopo l’invasione delle isole, Fidel Castro mandò segretamente un diplomatico a Buenos Aires, il quale aveva il compito di comunicare al presidente Galtieri l’offerta cubano-sovietica di equipaggiamenti, armi ed intelligence. Da quel momento cominciò una fornitura clandestina di armi sovietiche che partirono da Cuba e dalla Libia di Gheddafi e arrivavarono in Argentina attraverso il Brasile. Il flusso raggiunse la media di due voli giornalieri.
    Dai cable americani emerge invece la preoccupazione del Dipartimento di Stato per le sorti degli inglesi: “L'efficacia della flotta, lontano dalle sue basi di manutenzione, si deteriorerà rapidamente dopo l’arrivo sull’obiettivo. La leadership danneggiata [della Thatcher] non potrebbe sopravvivere a un futile 'viaggio verso il nulla'”. Ma i tentativi di dissuasione degli americani si scontrarono con la determinazione di Margaret Thatcher volta a rivendicare la sovranità britannica sulle isole e a far rispettare il Diritto internazionale. Gli americani, pur rimanendo formalmente neutrali, appoggiarono sin dall’inizio l’Inghilterra. In una nota del 1 aprile, poco prima dell’invasione argentina, Reagan scrisse alla Thatcher: “Voglio che sappiate che apprezziamo la vostra cooperazione sulle sfide che affrontiamo insieme in diverse parti del mondo. Faremo il possibile per aiutarvi”.
    Il 31 maggio il presidente Galtieri incontrò l’ambasciatore russo Striganov che gli propose un vero e proprio patto militare. Gli argentini presero in considerazione la possibilità di una internazionalizzazione della guerra, ma le condizioni poste dai sovietici - nessuna delle quali riguardava i diritti politici dei dissidenti argentini - vennero ritenute troppo onerose. Galtieri si limitò a ritirare l’appoggio agli Usa in America Centrale ottenendo ulteriori aiuti di intelligence ed economici attraverso l’esportazione di grano ai sovietici. Ci furono anche altri contatti con il principale alleato dei sovietici nelle Americhe: il ministro degli Esteri Costa Mendez, fiero nazionalista, anti-comunista e da sempre nemico della rivoluzione castrista, volò a Cuba per chiedere l’aiuto dei paesi non allineati. Le cronache raccontano di un Fidel Castro che accoglie calorosamente il ministro argentino, gli apre la portiera della macchina e lo abbraccia. Fu così che l’occupazione delle Falkland e una guerra pervicacemente voluta dalla dittatura argentina fu trasformata in ‘un’aggressione Anglo-americana’. Cuba si dichiarò disposta, questa volta non più segretamente, a ‘fornire all’Argentina tutti gli aiuti necessari in un momento decisivo della sua storia’. All’improvviso nessuno ricordava più la repressione dei sindacati, degli studenti, i desaparecidos, i vuelos de la muerte. Un po’ come la posizione del Pci in Italia: si scagliò contro l’embargo europeo all’Argentina e dichiarò una neutralità che di fatto equiparava aggrediti e aggressori, democrazia e dittatura militare. I comunisti italiani non trovavano differenze tra la Lady di Ferro e i generali, tra i liberali e i torturatori.
    Per fortuna vinsero gli ‘imperialisti inglesi’: la dittatura argentina crollò sotto il peso delle sue bugie e dei suoi crimini. Galtieri si dimise poco dopo la disfatta e l’anno successivo si tennero le prime elezioni democratiche dopo dieci anni. Prima di promuovere spot nazionalisti e provocatori, la Kirchner dovrebbe ricordare che se ora è presidente di una seppur fragile democrazia, è anche merito degli inglesi e della Thatcher.



    Usa, crisi. Il Wall Street Journal elogia Reagan e bacchetta Obama
    WASHINGTON, STATI UNITI – Le ricette valide negli anni ’80 per Ronald Reagan sono valide anche per il prossimo presidente e ”ci ricordano che non importa quanto i problemi attuali sembrano grandi e irrisolvibili, ne abbiamo visti di peggio e risolti. La chiave e’ nella giusta leadership con le giuste politiche”.
    Il Wall Street Journal, in un editoriale a commento di una nota inviata a Ronald Reagan negli anni 1980 dai suoi advisor economici, scende in campo e critica l’approccio alla crisi del presidente Barack Obama, senza risparmiare neanche la Fed. ”Reagan ha seguito i consigli dei suoi advisor e si e’ concentrato nell’attuare le sue riforme nel suo primo anno. Il risultato e’ stato un boom” economico.
    ”L’approccio del presidente Barack Obama – scrive il Wsj – e’ opposto: disordinati e solo temporanei tagli alle tasse, stimoli dopo stimoli, salvataggi pubblici del settore immobiliare seguiti da altri salvataggi, favoritismi per alcune industrie rispetto ad altre. E ”questo e’ uno dei motivi per cui riteniamo che l’attuale ripresa economica sia debole”.
    Lo stesso vale per il prossimo presidente della Fed che farebbe meglio a considerare i consigli della lettera inviata a Reagan, secondo la quale la ”politica monetaria va condotta in modo fermo” con l’obiettivo della stabilita’ dei prezzi. La missiva inviata a Reagan e’ firmata, fra gli altri, dall’economista Milton Friedman, dall’ex segretario al Tesoro William Snow e dall’ex presidente della Fed Alan Greenspan.
    ”Una delle lezioni che si possono imparare e’ che gli attuali problemi economici sono simili a quelli che Reagan si e’ trovato ad affrontare quando ha assunto l’incarico. La fine degli anni ’70 era un periodo di forte incertezza economica” scrive il Wst, precisando che ”se i problemi sono simili anche le soluzioni possono essere simili”.
    Usa, crisi. Il Wall Street Journal elogia Reagan e bacchetta Obama | Blitz quotidiano


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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    “Tear down this wall!”
    La storia e le foto del celebre discorso di Ronald Reagan a Berlino, 25 anni fa
    Alle 14 del 12 giugno 1987, esattamente venticinque anni fa, il presidente statunitense Ronald Reagan pronunciò a Berlino, davanti alla Porta di Brandeburgo, un discorso particolarmente famoso. Circa 24 anni dopo il celebre “Ich bin ein Berliner” di John F. Kennedy, rivolgendosi all’allora segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, Reagan pronunciò una frase poi passata alla storia: “Mr. Gorbaciov, tear down this wall!“, e cioè: “Gorbaciov, butti giù questo muro!”.
    Quella di Reagan era la seconda visita in cinque anni a Berlino – che nella circostanza festeggiava il 750esimo anno dalla nascita della città – in un momento in cui era salita nuovamente la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. C’era un intenso dibattito internazionale riguardo il posizionamento di missili statunitensi a corto raggio in Europa, e la corsa agli armamenti da parte degli Stati Uniti in quegli anni aveva raggiunto livelli record. Ad attendere Reagan davanti alla Porta di Brandenburgo c’erano circa 45mila persone.
    Reagan, che era giunto la mattina stessa a Berlino su un aereo partito da Venezia, dove aveva partecipato a un vertice del G7, prese la parola subito dopo un altro discorso, quello del cancelliere della Germania Ovest, Helmut Kohl. La Porta di Brandeburgo venne scelta come luogo simbolico perché si trovava a poca distanza dal muro che divideva Berlino in due. Dietro al palco vennero installate, per la sicurezza di Reagan, delle alte vetrate antiproiettile per evitare gli spari di eventuali cecchini dalla zona est della città.
    Reagan affrontò i temi della guerra fredda, del comunismo, degli scambi commerciali, inserì tra una frase e l’altra espressioni come “C’è una sola Berlino”, ricordando che anche lui come molti suoi predecessori aveva “ancora una valigia a Berlino”, parole di una canzone molto nota in Germania cantata, tra gli altri, da Marlene Dietrich.



    In quegli anni Gorbaciov stava tentando di aprire il Partito comunista e l’Unione Sovietica ed era impegnato in un complicato e ambizioso programma di riforme e rinnovamento, la cosiddetta perestrojka. A un certo punto, durante il suo discorso, Reagan lo incalzò così:
    Accogliamo con favore il cambiamento e l’apertura, perché crediamo che la libertà e la sicurezza vadano di pari passo, che il progresso della libertà umana non può che rafforzare l’obiettivo della pace nel mondo. C’è solo un’ineccepibile azione che i sovietici possono fare, che farebbe progredire notevolmente la libertà e la pace. Segretario generale Gorbaciov, se davvero vuole la pace, se vuole la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa orientale, venga qui a questa porta. Gorbaciov, apra questa porta. Gorbaciov, Gorbaciov, butti giù questo muro!
    Sia lo staff di Reagan che il Consiglio di sicurezza nazionale e la CIA avevano avuto dei dubbi sulla frase “tear down this wall“, perché secondo loro avrebbe potuto generare controversie e compromettere ulteriormente i rapporti con l’Unione Sovietica. Qualcuno aveva provato a far cambiare idea a Reagan, anche sull’aereo da Venezia a Berlino. Ma l’autore del discorso, il vice speechwriter della Casa Bianca, Peter Robinson, e il suo capo Anthony Dolan si impuntarono su quella frase e convinsero il presidente a mantenerla nel suo discorso (Dolan nel 2009 ha però detto al Wall Street Journal che era stato Reagan stesso a inserire quella frase, contraddicendo, in parte, Robinson).
    Il discorso di Reagan, che venne giudicato subito “provocatore” dalle autorità sovietiche, non ebbe inizialmente grande risonanza sulla stampa, soprattutto in quella americana. Come ricorda il direttore di IL, Christian Rocca, in un articolo scritto qualche anno fa per Il Foglio:
    Oggi sembra scontato che il presidente americano avesse pronunciato quelle parole, ma allora non era affatto così. Il Muro era solidissimo e nessuno, nemmeno i più falchi ideologi della superiorità occidentale sul modello comunista, pensava seriamente che potesse crollare né da un momento all’altro, né mai. Il New York Times e il Washington Post, il giorno dopo il discorso di Reagan a Berlino, non misero la notizia in prima pagina. Il settimanale Time scrisse che la performance di Reagan era stata buona, anche “se non sufficiente a cancellare l’impressione che stia perdendo l’iniziativa a vantaggio del rivale sovietico”. Henry Kissinger commentò che Mosca non avrebbe mai abbattuto il Muro. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale di Reagan, Frank Carlucci, disse che la frase era buona, ma che non si sarebbe mai realizzata. L’unico che diceva che prima o poi il Muro sarebbe caduto era Reagan.
    Del resto, nel gennaio del 1989 l’allora leader tedesco orientale Erich Honecker sosteneva ancora: “Il Muro esisterà ancora fra 50 e anche fra 100 anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”. Invece il 9 novembre di quello stesso anno, ovvero circa due dopo il famoso discorso di Reagan, il portavoce del governo della Germania Orientale, Gunter Schabowski, comunicò: “Le persone che desiderano partire definitivamente si possono presentare a tutti i posti di frontiera tra Ddr e Germania federale o a Berlino ovest. A quanto mi risulta la nuova legge vale da subito, da ora”. La caduta del Muro di Berlino era appena iniziata.
    “Tear down this wall!” | Il Post

    Ronald Reagan a Berlino, 25 anni fa il discorso che "vinse" la Guerra Fredda
    "Mr. Gorbaciov, butti giù questo muro!" I retroscena del comizio alla Porta di Brandeburgo, che compie oggi un quarto di secolo
    "Il testo del discorso alla Porta di Brandeburgo è ora migliore del precedente, ma lo staff resta all'unanimità dell'idea che anche così si tratta di un discorso mediocre, e di un'occasione sprecata". Così si legge nel memorandum che il 2 giugno del 1987 gli analisti del Consiglio per la Sicurezza nazionale inviarono a Colin Powell, all'epoca viceconsigliere alla Sicurezza Nazionale, per prendere definitivamente le distanze dal testo del discorso che il Presidente Reagan si accingeva a pronunciare a Berlino, di fronte al famigerato Muro nel tratto che correva davanti alla Porta di Brandeburgo.
    Paradossalmente, la viva insoddisfazione che gli "esperti" ribadivano era dovuta proprio a quel passaggio che avrebbe fatto di quel discorso un momento storico, forse il più emblematico di tutta la presidenza Reagan: l'invito/sfida a Mikail Gorbachov a "buttare giù" il Muro di Berlino per dimostrare la sincerità delle proprie prese di distanza dal tradizionale totalitarismo sovietico. Il National Security Council aveva vanamente tentato di depennare integralmente tutta quella parte del discorso, come si vede nell'originale della bozza:



    E invece quel passaggio "incriminato" rimase, per volontà dello stesso Reagan che decise di fregarsene delle remore dei cervelloni della realpolitik e seguì il suo istinto di leader, di statista.….e di attore. Quale delle due visioni fosse realmente "mediocre", la Storia non avrebbe tardato a mostrarlo. Ecco la bozza del testo definitivo, leggermente scarabocchiata da Reagan stesso per prendere nota delle pause nel pronunciarlo:



    Quel mitico discorso compie proprio oggi esattamente un quarto di secolo: venne pronunciato da Reagan il 12 giugno del 1987, nell'ultima tappa del suo ultimo viaggio in Europa da presidente, dopo aver vinto le ostinate resistenze di tutto l'establishment che lo circondava (non solo al NSC, ma anche al Dipartimento di Stato). Gli "esperti" ritenevano che quella frase di sfida potesse generare se non un incidente diplomatico quanto meno un raffreddamento nei negoziati con l'Unione Sovietica, all'epoca in corso per concordare la fine della corsa agli armamenti nucleari. Più in generale, ritenevano che in quel momento fosse opportuno praticare una linea realista di distensione, e quello era invece un discorso aggressivo tipico del Reagan "cowboy".
    L'autore del discorso era Peter Robinson, un neolaureato che aveva fatto pratica come giornalista alla prestigiosa rivista conservatrice National Review, ed era stato da poco assunto alla Casa Bianca. Seguendo la propria formazione giornalistica, Robinson ad aprile aveva lavorato sul campo, al seguito della missione dei Servizi Segreti addetta a preparare il viaggio del presidente. Aveva parlato con la gente, aveva colto lo spirito che aleggava tra i berlinesi. Quando aveva incontrato John Kornblum, il più alto diplomatico americano a Berlino, si era visto consigliare di tenersi ben alla larga dall’argomento del Muro; ma avrebbe deciso di disobbedire, ed altrettanto avrebbe fatto il presidente.
    Quattro giorni fa Robins ha rievocato quella vicenda sulle colonne del Wall Street Journal, rivendicando l'impatto che quel discorso ebbe per i dissidenti che a Est della Cortina di Ferro sentirono di non essere soli. Quest'oggi sulla testata antagonista New York Times il suo collega Ted Widmer, anche lui speechwriter per la Casa Bianca ma per l'amministrazione democratica di Bill Clinton, rievocando il 25ennale di quell'evento glie ne dà atto, osservando che il Muro cadde anche grazie al "presidente che ebbe il buon senso di ignorare i consigli dei suoi consulenti". Chi voglia conoscere i dettagli della storia travagliata di quel discorso di Robins e di Reagan, la può leggere in forma godibilissima nel libro “The Rebellion of Ronald Reagan – a History of the End of the Cold War”, purtroppo mai tradotto in italiano, uscito tre anni fa in occasione del ventennale della caduta del Muro, scritto dal corrispondente del Los Angeles Times James Mann.
    Quando Reagan lesse la bozza scritta da Robins, capì al volo che quella trovata era perfetta per scippare a Gorbaciov, che quell’anno aveva pubblicato il libro Perestroika per il quale veniva osannato dai media di mezzo mondo, la parte in commedia di “uomo del cambiamento”, e al contempo per mostrare che il Mondo Libero aveva ancora un leader intenzionato a vincere, del quale quindi ci si poteva fidare anche quando lo si vedeva negoziare. Frank Carlucci, il National Security Adviser del presidente, anni dopo avrebbe ricordato quel momento storico ricordando di aver pensato: "Bella frase per un discorso. Ma non accadrà mai". L'indomani, quel discorso non era una storia da prima pagina nè per il New York Times nè per il Washinton Post. Ma dall'altra parte del "Checkpoint Charlie", per i cittadini di Berlino Est che lo avevano potuto seguire tramite le emittenti radio e Tv dell'Ovest, quel discorso fu un raggio di sole e di speranza. E nel novembre del 1989, quando il Muro collassò sotto le loro picconate, le Tv di tutto il mondo lo avrebbero ripescato e rimandato in onda ad oltranza.



    Mr. Gorbaciov, Tear Down this Wall!
    Let us be sure that those who come after will say of us in our time, that in our time we did everything that could be done. We finished the race; we kept them free; we kept the faith. (Ronald Reagan)

    In Pennsylvania Avenue, tra la Casa Bianca e il Campidoglio, si staglia il più grande palazzo di Washington Dc. È il Ronald Reagan Building, intitolato al quarantesimo presidente Usa, dedicato al commercio internazionale, sede di uffici governativi e teatro di eventi.







    Nell'atrio, sin dal giorno dell'inaugurazione, fa bella mostra di sé un pezzo di parete grigia, ornata da graffiti. È una parte del Muro di Berlino, dono dei berlinesi e degli impiegati della Daimler Benz, come omaggio in riconoscimento del ruolo del presidente Reagan nella riunificazione della Germania.



    L'accoppiata Reagan-Muro è così scontata che pezzi autentici di quel che resta della grigia muraglia che divideva in due la capitale della Germania e, simbolicamente, l'Europa intera, si trovano in moltissimi luoghi dedicati al presidente. Un pezzo notevolmente grande - ad esempio - è nel fienile del Rancho del Cielo, in California, per anni residenza di relax e vacanza di Ronald e sua moglie Nancy: una collocazione che l'ex presidente Usa trovava particolarmente spiritosa.



    Persino i marinai della nave portaerei Uss Ronald Reagan (Cvn 76)



    non possono dimenticare il legame tra il presidente a cui è dedicata la loro nave e la storia tedesca. Loro, il Muro, se lo portano dietro in battaglia. Ogni volta che salgono a bordo, si trovano di fronte l'opera dello scultore Chas Fagan: un ritratto in bronzo di Reagan saldato ad un vero pezzo del Muro di Berlino.



    Il presidente vide la prima volta il Muro di Berlino nel 1978. Quel giorno - narrano gli storici - disse al suo assistente Peter Hannaford: «Dobbiamo trovare il modo per buttare giù questa roba». L'impegno rimase una costante di tutto il suo mandato. Una volta diventato presidente, Reagan tornò a Berlino, ai piedi del Muro, due volte. Nel 1982 fece infuriare i sovietici muovendo un paio di passi cerimoniali attraversando la striscia dipinta a terra che simboleggiava il confine tra l'est e l'ovest. Nel 1987, contro il consiglio di diplomatici e scontrandosi con i papaveri del suo stesso dipartimento di Stato, pronunciò il famoso appello a Gorbaciov che rimane ancora nell'immaginario collettivo una delle immagini più famose di tutta la presidenza Reagan.
    Una generazione intera era passata tra il noto «Ich bin ein Berliner» del presidente John F. Kennedy del 1963 e l'altrettanto famoso: «Mr. Gorbaciov, abbatti questo Muro» di Reagan del 12 giugno 1987. Il celebre invito sarebbe rimasto inascoltato per un anno e mezzo ancora. La "marea della storia", come amava chiamarla Reagan nei suoi discorsi, si sarebbe abbattuta sul Muro, cancellandolo per sempre, il 9 novembre del 1989.
    Ma quel discorso, al di là del suo lato simbolico, fu davvero così determinante? Può davvero essere considerato il punto di non ritorno della Guerra Fredda?
    Per molti conservatori americani quel discorso ebbe un significato simbolico. Fu la sfida finale lanciata contro l'Unione Sovietica. A quella sfida, Gorbaciov non fu in grado di rispondere con la forza sufficiente e non poté opporsi, quando, due anni più tardi, all'improvviso, i tedeschi buttarono giù il Muro. Per i più devoti tra gli ammiratori del presidente americano, Reagan parlò, i sovietici tremarono, il Muro cadde. E perciò la storia del discorso sotto la porta di Brandeburgo si trasformò in mito. Secondo alcune ricostruzioni storiche, il giorno dopo quell'appello, Gorbaciov avrebbe confidato ai collaboratori la sua netta sensazione: Reagan non avrebbe ceduto sulla questione di Berlino. Il ragionamento del leader del Cremlino era semplice. Se il presidente americano aveva deciso di mettere in ballo con tanta violenza la questione di Berlino - avrebbe detto Gorbaciov ai suoi - l'unica via per proseguire sulla strada del dialogo con l'Occidente sarebbe stata quella di trovare il modo per abbattere il Muro senza perdere la faccia. Un punto era chiaro: il Muro aveva i giorni contati. E per i sovietici si trattava di uscirne con le ossa il meno rotte possibile.
    Per capire il significato politico del discorso della porta di Brandeburgo, occorre capire in che contesto fu preparato. Durante la primavera del 1987, i conservatori americani cominciavano a dubitare della fermezza di Reagan. Temevano il nuovo approccio conciliatorio nei confronti di Mikhail Gorbaciov e il malumore serpeggiava tra gli opinionisti del Gop. In questo clima, gli speech writers della Casa Bianca cominciavano a lavorare ad un discorso che il presidente avrebbe dovuto pronunciare Oltreoceano. Quel giugno Reagan sarebbe andato a Venezia per la riunione del G7. Da lì il programma prevedeva una breve sosta a Berlino, in occasione delle celebrazioni per i 750 anni dalla fondazione della città. Il punto su cui s'interrogavano i consiglieri era: che cosa avrebbe dovuto dire il presidente?
    Nei mesi precedenti, Reagan era stato costantemente sotto attacco negli Stati Uniti per il suo atteggiamento troppo condiscendente nei confronti di Gorbaciov. I conservatori erano particolarmente furiosi. Non solo per i continui colloqui amichevoli con Gorbaciov (a Reykjavik il presidente americano si era spinto fino a parlare dell'abolizione delle armi nucleari), ma anche perché il vento sembrava cambiato: come se il presidente stesse per la prima volta abbassando la guardia nei confronti dell'Impero del Male. Di segnali - sempre secondo i più accreditati opinionisti conservatori - ce n'erano a bizzeffe. Uno per tutti: nel settembre del 1986 il Kgb sequestrò Nicholas Daniloff, giornalista di Us News & World Report come ritorsione per l'arresto di un agente segreto sovietico in America. Reagan scelse di non seguire la linea dura, anzi si adoperò per negoziare uno scambio. Gettando i suoi ammiratori più coriacei nel più cupo sconforto. Come se non bastasse, proprio in quel periodo, il dialogo con Gorbaciov aveva ottenuto persino la benedizione del premier britannico Margaret Thatcher, solitamente molto dura e guardinga.
    Nella primavera del 1987, Reagan era nel bel mezzo del delicato negoziato che avrebbe portato a due nuovi summit con il leader sovietico a Washington e a Mosca. La sua amministrazione lavorava freneticamente all'accordo per il controllo degli armamenti, un trattato sulle armi nucleari a medio raggio che avrebbe dovuto essere poi ratificato dal Senato. E che a Washington cominciava a raccogliere attorno a sé un bel po' di oppositori.
    In questo difficile clima fu scritto il discorso del Muro. Incaricato di stendere la prima bozza fu Peter Robinson uno dei giovani speech writers del presidente. L'appuntamento di Reagan a Berlino era per giugno. Ad aprile Robinson fu spedito in Germania, insieme ad altri collaboratori della Casa Bianca, per preparare la visita presidenziale. Obbiettivo del viaggio confrontarsi con i diplomatici e decidere l'impostazione dell'intervento. Diversi anni più tardi, in un libro di memorie, Robinson racconterà di aver ottenuto per lo più indicazione di cosa il presidente "non" avrebbe dovuto dire. Sul questo punto tutti sembravano avere le idee piuttosto chiare: il discorso "non" avrebbe dovuto sfidare i sovietici, "non" avrebbe dovuto scaldare i cuori dei berlinesi, "non" avrebbe dovuto contenere affermazioni troppo pesanti sul Muro di Berlino. Abbandonati i diplomatici e i funzionari, dopo un paio di giorni passati in mezzo ai berlinesi, Robinson si fece un'idea diversa.
    Oggi racconta di una discussione con una ragazza particolarmente arrabbiata che gli disse: «Se questo Gorbaciov fa sul serio quando parla di glasnost e perestroika, ha un modo per provarlo: elimini il nostro Muro!». Quella ragazza arrabbiata fu alla fine migliore fonte di ispirazione di tutte le lezioni diplomatiche. Robinson buttò giù la traccia del famoso discorso. Molti cercarono di mitigarlo, ma a Reagan piacque e perciò fu pronunciato esattamente come da copione. Quel che i papaveri della diplomazia non capivano e che Reagan aveva perfettamente intuito era che il discorso del Muro di Berlino era un'occasione politica unica per lanciare un messaggio ai propri sostenitori in patria, per ribadire la filosofia dell'intera presidenza Reagan e ricompattare il consenso attorno alla Casa Bianca. In termini squisitamente politici, quel consenso era il prerequisito essenziale per i futuri negoziati con i sovietici. Gli Stati Uniti erano pronti a trovare una soluzione insieme all'Urss, ma non a costo di accettare la divisione permanente di Berlino e di conseguenza dell'Europa. In superficie il discorso di Reagan poteva apparire semplicemente il seguito naturale di un altro storico discorso reaganiano. Quello pronunciato a Westminster nel 1982 in cui il presidente aveva predetto che il diffondersi della libertà avrebbe consegnato il marxismo-leninismo alle ceneri della storia.
    «Mosca parla di riforme e apertura», disse Reagan ai piedi del Muro. «Queste parole rappresentano davvero l'inizio di profondi cambiamenti nello Stato sovietico?». Alla domanda Reagan non cercò nemmeno di rispondere. Quel che fece, invece, fu di stabilire un nuovo test per la valutazione delle politiche nuove annunciate da Gorbaciov: «Esiste un segnale che i sovietici possono dare, che non potrebbe essere frainteso e che farebbe avanzare incredibilmente la causa della libertà e della pace. Segretario generale Gorbaciov, se cerchi la pace, se cerchi la prosperità per l'Unione Sovietica e l'Europa dell'Est, se cerchi la libertà: vieni a questo cancello! Mr. Gorbaciov, apri questo cancello! Mr. Gorbaciov, abbatti questo Muro!».
    Che il Muro dovesse essere abbattuto era uno dei capisaldi della posizione americana sin dal giorno in cui fu costruito. Lo stesso Reagan l'aveva detto e ripetuto in innumerevoli occasioni. Nel 1982, durante la visita a Berlino ovest («Che ci fa qui questo Muro? »); nel 1986, per il venticinquesimo anniversario della sua costruzione («Vorrei vedere questo Muro cadere giù oggi, e mi appello ai responsabili perché lo smantellino»). L'elemento nuovo del 1987 non era l'idea che il Muro dovesse essere abbattuto, ma l'appello diretto a Gorbaciov perché lo abbattesse.
    Quando il discorso di Reagan fu scritto, i massimi consiglieri e dirigenti del dipartimento di Stato e del National security council provarono ripetutamente a cancellare quell'appello. Credevano che parole così dure avrebbero compromesso lo sviluppo delle delicate relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Proprio come alcuni degli interpreti storici dei giorni nostri, quegli ambasciatori e quei funzionari non capirono il gesto che Reagan stava compiendo. Stava cercando di incastrare un altro tassello della politica che avrebbe consentito all'Occidente di vincere la Guerra Fredda. Come avrebbe detto anni più tardi Margaret Thatcher, "senza nemmeno sparare un colpo".
    The Right Nation - Mr. Gorbaciov, Tear Down this Wall!


  9. #29
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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Il Vangelo liberale secondo Margaret
    La situazione era questa: una nazione, un tempo grande, intraprendente, conosciuta per la sua capacità di inventare, rivoluzionare, trovare nuovi modi e nuove idee (“ingenuity“), dopo anni di governo statalista, di sindacati fossilizzati nell’800, di livellamento egualitaristico verso il basso, di concentrazione sull’impresa e sull’amministrazione pubblica, e la considerazione dell’impresa privata e della ricchezza quasi come “peccati” contro il popolo, è in ginocchio, arretrata, bloccata, non cresce, si sposta sempre più ai margini del mondo che avanza.
    Ricorda qualcosa? Qui parliamo della Gran Bretagna, l’anno è il 1975. Una giovane parlamentare, da pochi mesi diventata leader del Partito Conservatore, inizia un cammino che porterà quel Paese (così simile all’Italia del 2012) a diventare, dopo 11 anni, il centro finanziario del mondo, e uno dei paesi più liberi e fertili per la creazione di libera impresa.
    Questo dicevo, a luglio del 1975. Questo vorrei sentir dire da qualche politico italiano a giugno 2012.
    Impresa libera o burocrazia di Stato
    “Qualche anno fa, fu pubblicata una vignetta su un giornalino studentesco di Oxford. Ritraeva due professori, a spasso lungo le rive del fiume, presi in una seria discussione. Dice il primo “Il significato non significa nulla”. E l’altro risponde: “Significa che non c’è significato in quel che significherebbe il significato?”.
    La pedanteria accademica sulla definizione di una parola può essere bersaglio del sarcasmo degli studenti. La superficialità terminologica è il disonore dei politici.
    Parliamo di libera impresa, e dobbiamo farci due domande. La prima: che cosa significa? La seconda: la libera impresa esiste o, meglio, ha anche solo la possibilità di esistere nella nostra società?
    Gli statalisti di ogni risma generalmente evitano di usare il termine “libera impresa”. Preferiscono definirla “impresa privata”, Per l’ottima ragione che la parola “privata” ha un retrogusto di egoismo, insinua avidità.
    Inoltre, così possono meglio rappresentare il contrasto con l’altra espressione che amano utilizzare, ovvero “impresa pubblica”.
    La verità è che la libera impresa non è privata: è pubblica. La libera impresa nasce quando un cittadino, pensando di avere una idea produttiva, invita altri cittadini a sottoscrivere tale progetto. Per avere la sottoscrizione da altri cittadini, il cittadino intraprendente deve presentare un prospetto dei costi coinvolti e del profitto previsto. Gli altri cittadini, poi, mettono i loro soldi nel progetto in base alla loro libera convinzione sulla validità del progetto.
    C’è qualcosa di più “pubblico” di questo?
    Nei casi in cui l’imprenditore invece finanzia personalmente la sua idea, deve comunque riuscire a vendere il risultato del suo progetto in un mercato libero, in aperta competizione con altri progetti.
    Guardiamo invece, per contrasto, a quella che gli statalisti chiamano “impresa pubblica”.
    Innanzitutto, non si dovrebbe nemmeno parlare di impresa (nel senso di utilizzazione di una nuova idea). L’idea, il momento intraprendente, ha normalmente visto la luce anni prima. Lo Stato semplicemente ne prende in carico l’attuale gestione, normalmente quando l’intraprendenza è sparita del tutto.
    E non è nemmeno pubblica. Ai cittadini, infatti, non è nemmeno data la scelta di investire o meno i loro soldi. I quali gli vengono sottratti attraverso le tasse, senza che questo implichi un minimo di influenza o controllo circa le modalità di gestione della stessa. Si può dire, invece, che la gestione delle così chiamate “imprese pubbliche” è più o meno pubblica quanto la gestione della mafia.
    È stata colpa di quelli come noi, che difendono la libera impresa, di aver accettato senza resistenze la terminologia dei nostri avversari. Addirittura la utilizziamo anche noi. In Parlamento, si parla spesso del “settore privato”. Dovremmo parlare del “settore libero”.
    Dovremmo smettere di tollerare l’utilizzo del termine “pubblico” per descrivere quella che è soltanto burocrazia statale. Dovremmo portare la discussione sulla dicotomia tra impresa libera e competitiva, e burocrazia statale monopolistica. Quando riusciremo ad imporre la giusta terminologia, avremo già vinto metà della battaglia.
    La seconda domanda è: esiste davvero la libera impresa, o può esistere nella nostra società? Per essere libera, l’impresa non deve essere totalmente senza regole, e senza restrizioni: non possono essere considerate restrizioni, per esempio, le giuste leggi che vietano lo sfruttamento del lavoro minorile.
    La vera libertà consiste nella disponibilità di ottenere una giusta remunerazione del capitale investito in una giusta competizione, come riconoscimento della capacità di iniziativa ed originalità, e nella certezza di essere al riparo dal capriccio dello Stato nella sua interferenza. Non è l’intervento dello Stato ad inibire la libertà d’impresa: è la natura dell’intervento.
    Per esempio, stabilire standard universali di sicurezza, minimi di paga e condizioni lavorative, obblighi di rispetto ambientale, è coerente con la libertà d’impresa. Ma cambiare improvvisamente le regole, per tutti o per qualcuno che si voglia penalizzare, questo inibisce la libertà d’impresa.
    La libertà d’impresa ha necessità di uno Stato che sia costante e continuo nelle sue politiche, che applichi le regole in modo giusto ed uguale a tutti, e che sviluppi le sue politiche fiscali partendo dal riconoscimento che ci deve essere una relazione soddisfacente tra il rischio d’impresa ed il profitto d’impresa. Non ho dubbio alcuno che la libera impresa possa esistere, e che la sua vitalità non è in conflitto con l’esistenza di una regolamentazione pubblica, ma solo fin quando tale regolamentazione non è discriminatoria nè sottoposta ai capricci del momento. Ma il livello e la natura attuale della regolamentazione, ed il livello della tassazione, è divenuto talmente gravoso che impedisce l’essenziale libertà del nostro sistema.
    Questo significa che il nostro compito è molto più difficile che la semplice difesa della libera impresa: c’è bisogno di misure ed azioni dirette a restaurare il livello di libertà necessario all’esistenza stessa dell’impresa libera. Non è stato ancora passato il punto di non ritorno, ma ci siamo vicini. E lo avremmo passato, se il voto sull’Europa fosse andato in maniera diversa. Storicamente, le istituzioni politiche libere sono sempre state legate ad un’economia di impresa libera. Non penso che possa esistere libertà politica senza libertà economica e d’impresa. Sono due facce della stessa medaglia. Se perdiamo l’una, sono certa che perderemo l’altra.”
    Il Vangelo liberale secondo Margaret | The Frontpage

    A LONDRA E’ TUTTO PRONTO PER LA PRIVATIZZAZIONE DELLE CARCERI - ANCHE GLI OSPEDALI SUL MERCATO: IL BUSINESS DELL’OUTSOURCING VALE 5 MILIARDI DI STERLINE - IL BACK OFFICE DELLE STAZIONI DI POLIZIA IN APPALTO ESTERNO IN LINCOLNSHIRE, ALTRE DIECI CONTEE SONO GIA’ PRONTE - VENDIAMO LO STATO! CAMERON RISPOLVERA LA RICETTA DI MARGARET THATCHER…
    Leonardo Maisano per il "Sole 24 Ore"
    «Se le idee politiche avessero un copyright, quelle di Margaret Thatcher sarebbero un imbattibile best seller». A metà anni Ottanta era questa la battuta che circolava fra commentatori inclini ad omaggiare il governo conservatore. S'adattava a tante realtà quante potevano essere raggiungibili dalla compiacenza dei media filo Tory, ma nessuno può contestare che la "Vendita dello Stato", come la definì un giovane economista, Cento Veljanovski, porti le stigmate della signora premier. Margaret Thatcher ha teorizzato e elaborato la cessione dei beni pubblici per cambiare le regole del gioco sociale, ridando centralità all'individuo, e forza al ceto medio.
    Una storia che ha tagliato tre decenni, fenomeno trasversale della scena politica britannica esportato nel mondo.
    UNA LINEA DI CONTINUITÀ
    Ora si mette mano agli ultimi capisaldi della gestione pubblica: ospedali, polizia, carceri. Una prigione non sarà mai Bp, né un ospedale potrà essere British Gas, o un ufficio di Scotland Yard macinare gli utili di British Telecom. E infatti non si ragiona su improbabili Ipo, ma sulla frontiera individuata da David Cameron per dare sostanza alla Big Society.
    La "scoperta" è l'uso estremo dell'outsourcing, ovvero del travaso di funzioni dello Stato a enti privati. Secondo una stima diffusa da analisti di Hsbc, da oggi al 2015 il mercato del lavoro in concessione raggiungerà i 5 miliardi di sterline sulla spinta dei ministeri di Giustizia, Difesa e Lavoro.
    La polizia del Lincolnshire ha indicato la via a una decina di altre contee pronte a dare in appalto esterno (20 milioni all'anno per dieci anni il contratto firmato da G4S con le autorità del Lincolnshire) funzioni di back office per concentrare le risorse professionali nel controllo del territorio. Nelle prossime settimane nove prigioni saranno assegnate a società private come Serco che dallo scorso anno si occupa del penitenziario di Doncaster.
    Non troppo diverso il caso di Circle società di servizi che, primo caso nel Regno di Elisabetta, gestirà un ospedale per dieci anni, la struttura di Hinchingbrooke dove il personale rimarrà in carico al servizio sanitario nazionale, ma diverrà anche azionista del progetto.
    AUTOSTRADE E POSTE
    La politica cerca di aggirare antichi retaggi, ad esempio il divieto storico, più che ideologico, di far pagare agli automobilisti le autostrade. David Cameron ha deciso che il pedaggio arriverà per le nuove infrastrutture mentre per le vecchie sarà concesso agli enti pubblici proprietari di dare la manutenzione in appalto. Stanno cadendo anche le ultime resistenze a tutela della Royal Mail, il servizio postale è infatti in marcia verso la privatizzazione con il 10% delle azioni ai dipendenti.
    L'economia aperta inglese s'affida dunque alla politica di sempre, aggiornata e corretta, per cercare la crescita in epoca d'austerity. Si riduce lo Stato per i tagli alla spesa e cresce l'iniziativa privata in un'osmosi che dovrebbe moltiplicare i posti di lavoro.
    Sono state avviate tre iniziative dirette a rilanciare la deregulation tagliando il cosiddetto "red tape", l'impasse burocratico che rallenta lo sviluppo dell'iniziativa privata.
    La prima misura impone per legge il cosiddetto "One in one out" ovvero ogni nuova norma inserita nel quadro regolamentare di un'attività deve corrispondere all'eliminazione di una già esistente con un saldo positivo del 5% nei costi per l'impresa.
    È partita due anni fa e, fra qualche difficoltà, avanza mentre strutture ministeriali ad hoc sotto la guida di Vince Cable responsabile di Industria e Business hanno il compito esclusivo di controllare ciclicamente le norme sollecitando l'eliminazione di quelle desuete.
    La seconda misura è un sito web - redtapechallenge- dove pubblico e imprese sono invitati a fare proposte e dare suggerimenti con l'obbiettivo esclusivo di liberalizzare l'economia. Il sistema è efficace: ogni settimana il governo sceglie un tema, ad esempio il commercio al dettaglio, pubblica le regole esistenti e sfida i cittadini a snellire il contesto normativo.
    Il terzo passaggio si chiama enforcement, ovvero applicazione concreta delle misure. «Si è rivelato essenziale - precisano al ministero dell'Industria e del Business - perché in molti casi non è l'articolo di legge a complicare la vita, ma il modo in cui è applicato dal personale incaricato». Abusi, forzature, cattive interpretazioni della burocrazia sono così portati in superficie, discussi e, spesso, risolti.



    Serve un'esperienza rivoluzionaria
    di Andrea Mancia e Simone Bressan
    Ronald Reagan è diventato Presidente degli Stati Uniti a 70 anni e ha lasciato la Casa Bianca a 78. E' stato, senza ombra di dubbio, il Presidente più rivoluzionario, comunicativo, dinamico. Ed è stato quello che più di ogni altro ha plasmato il Partito Repubblicano, segnandone i tratti essenziali anche negli anni a venire. Questo per dire che l'età non deve essere un metro di giudizio, né per Reagan, né per Berlusconi né per chiunque altro.
    Il problema è, piuttosto, di prospettiva: cosa intende fare la destra italiana (e quindi Berlusconi) del proprio bagaglio di consenso, cultura, voti e storia politica? Per ora Pdl, Lega, Udc, Fli e chi più ne ha più ne metta hanno pensato a tracheggiare, difendere o guadagnare rendite di posizione, tirare a campare. Non basta più ed è chiaro anche al più miope degli osservatori che senza una "Big Idea" il centrodestra non rinasce e non si risveglia dal torpore in cui lo ha cacciato il governo dei tecnici.
    Al solito in questa fase nasce la tentazione di inventarsi qualcosa di nuovo, magari di esotico. Se poi magari ha un nome inglese tanto meglio. Ai tecnici piace molto, ad esempio, la "spending review" e così siamo certi che nelle stanze dei bottoni del centrodestra nazionale staranno rincorrendo qualche calembour verbale per la prossima campagna elettorale. Non ci stupiremo se dal cilindro uscisse la cameroniana "Big Society" o, peggio, se si tentasse qualche ammiccamento a sinistra per delineare una nuova forma di destra sociale molto attenta a fare welfare a colpi di spesa pubblica. Nel caso andasse così, prendetevi un bel pacco di pop corn e godetevi il declino: Titanic e Costa Concordia vi appariranno, di colpo, un esempio ben riuscito di come limitare i danni.
    Se per converso albergasse in qualcuno la voglia matta di provare a rivincere le elezioni e, magari, a cambiare questo paese allora una soluzione c'è e non serve nemmeno guardarsi troppo in giro. Basterebbe ritornare a due fondamentali del centrodestra mondiale: l'individuo e la libertà. Chiunque riparta da lì ammettendo che non servono regole migliori ma meno regole, che non abbiamo bisogno di tasse più giuste ma di meno tasse, che non dobbiamo cercare un mercato più equo ma solo più mercato allora avrà fatto "bingo".
    La sicumera compassata dei tecnici ci ha spinto su un piano inclinato pericoloso e ci ha fatto credere che il centrodestra possa essere la somma algebrica di rigore nei conti pubblici e grigia regolamentazione. Viviamo in questi mesi l'apice dell'antropologia negativa: il contribuente è un evasore che deve dimostrare la sua innocenza, l'imprenditore è un individuo che vuole indiscriminatamente licenziare e che va messo sotto tutela dai giudici, i ricchi sono persone che godono nel vedere i poveri star male e quindi devono pagare di più.
    Serve un nuovo umanesimo: radicale, coraggioso, sfrontato. Che dica poche cose e con chiarezza. E che abbia la pretesa di riscattare il concetto di individuo, di libertà, di intraprendenza personale. Qualcuno nel 1994 c'era quasi riuscito, poi si è incartato tra i palazzi romani. Ci riprovi lui o tenti l'impresa qualcun'altro ma sia chiaro da subito che o sarà un esperienza rivoluzionaria o semplicemente non sarà.
    Serve un'esperienza rivoluzionaria - [ Il Foglio.it › La giornata ]

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    Predefinito Re: Il Paladino della libertà e la Lady di ferro

    Il ritorno dello Stato imprenditore è una sciagura
    Massimo Brambilla
    Il 27 Ottobre 1964, Ronald Reagan, di fresca uscita dal partito Democratico, pronunció in televisione, a sostegno della campagna presidenziale di Barry Goldwater contro Lyndon Johnson, un famoso discorso dal titolo "Un tempo per decidere" che ancora oggi rimane profondamente esemplificativo della visione del Partito Repubblicano statunitense relativamente al ruolo dello Stato nell´Economia. Tra i molti passaggi degni di nota uno mi sembra particolarmente significativo: "Un Governo non puó controllare l´economia senza controllare le persone. E quando un Governo fa questo deve usare la forza e la coercizione per raggiungere i propri scopi. I Padri Fondatori sapevano che, al di fuori delle proprie funzioni legittime, il Governo non è in grado di agire economicamente con la medesima efficacia del settore privato".
    Quasi tre anni piú tardi, il Parlamento Italiano approvava la legge 27 Luglio 1967, n.685 - Programma Economico Nazionale per il quinquennio 1966-1970 - il cui fine era "il superamento degli squilibri settoriali, territoriali e sociali che caratterizzano tuttora lo sviluppo economico Italiano, mediante una politica costantemente rivolta alla piena occupazione ed alla piú alta ed umana valorizzazione delle forze di lavoro che costituisce impegno permanente della programmazione" . I 255 articoli degli allegati coprono sostanzialmente ogni aspetto della vita economica nazionale, dalla difesa del suolo, allo sport, al teatro, alla bilancia dei pagamenti. Particolarmente interessante è l´articolo 202 in cui si afferma che "le imprese pubbliche e a partecipazione statale dovranno sviluppare il proprio intervento nei settori di base e dei servizi e in attività manifatturiere in modo da indirizzare l´intero sviluppo economico nazionale". Decisamente agli antipodi rispetto alla posizione di Ronald Reagan.
    Sono passati piú di 40 anni dal discorso di Reagan e dalla legge 685. Oggi il CNEL presenta un rapporto sul mercato del lavoro in Italia da cui emerge che in questi decenni la perdita di competitività nel nostro sistema è stata continua ed inesorabile. La produttività del lavoro, i salari reali nell´industria ed il costo del lavoro per unità di prodotto sono calati in rapporto a tutte le maggiori economie occidentali. Lo scenario economico globale si è profondamente trasformato e la piú grande azienda per capitalizzazione di mercato della storia economica mondiale non è nata per iniziativa di un pianificatore pubblico ma per la capacità creativa ed innovativa del privato. Si tratta, come a tutti noto, di Apple, la cui capitalizzazione è pari a 656 miliardi di Dollari (pari a 13 volte gli utili previsionali 2013), vale a dire il 153% della capitalizzazione di tutte le imprese quotate sulla Borsa Italiana o, se preferite, il 41% del prodotto interno lordo Italiano.
    Io credo profondamente che il futuro della nostra economia non passi attraverso l´impresa pubblica ma attraverso la capacità del Governo e del Parlamento di rimuovere gli ostacoli sul cammino dello sviluppo delle nostre imprese private.
    La piú alta pressione fiscale del mondo, il 128° posto al mondo per tempo necessario all´espletamento degli adempimenti fiscali, una burocrazia che richiede, per ogni azienda italiana, 7,13 giorni/uomo per fare fronte alle pratiche amministrative (pari ad una tassa occulta pari all´1,5% del PIL), la sostanziale assenza di un mercato del capitale di rischio a cui le nuove imprese innovative possano attingere i capitali per lo sviluppo (il venture capital in rapporto al PIL in Italia è pari ad un centesimo di Israele), l´assenza di mobilità sociale (che fa si che, unico paese sviluppato al mondo, l´Italia esporti e non importi talenti) sono tutti fattori incompatibili con la crescita economica.
    In Italia non manca l´imprenditorialità privata ma mancano le condizioni per farla fiorire. Ritornando al pensiero di Reagan "milioni di individui che prendono le loro decisioni di spesa sul mercato, allocheranno le risorse sempre meglio di qualunque meccanismo di pianificazione centralizzata da parte del Governo". La via di uscita è fare si che lo Stato si dedichi alla cura dell´efficienza del mercato e non all´intervento diretto in Economia. La storia ci ha insegnato che la pianificazione economica ha fallito; è tempo che anche in Italia si faccia tesoro di questo insegnamento. Lo Stato non deve essere giocatore, ma curare le condizioni del green. Il drive lo deve tirare il privato.





    Cameron torna alla Thatcher: tagli al welfare e altolà all'Ue
    Gaia Cesare -
    A mali estremi, estremi rimedi. Nel mezzo di una nuova recessione, con i sondaggi impietosi che pesano come un macigno sul partito di governo e sul suo leader, David Cameron vuole farsi un po' più Thatcher e un po' meno Blair per dare al Paese l'immagine del leader responsabile, che prende decisioni difficili, anche se impopolari.
    E nelle interviste rilasciate a poche ore dall'apertura del Congresso dei Conservatori in corso a Birmingham rievoca la celebre frase di Maggie - the lady's not for turning - per dire che anche lui non è capo da marce indietro e che su due questioni cruciali, il taglio al deficit e la difesa della sovranità britannica in Europa, non arretrerà. Un modo per giustificare i suoi due annunci cruciali.
    Il primo: i tagli alla spesa, inizialmente pianificati sui cinque anni, ne prenderanno almeno dieci e includeranno tagli al welfare (16 miliardi nel biennio 2015-2016) per ridurre a zero, entro il 2017, il deficit salito l'anno scorso al picco record dell'11% e che dovrebbe scendere quest'anno al 5,8%. Il secondo: la linea del Regno Unito in Europa sarà inflessibile e senza un buon accordo il premier metterà il veto sul nuovo budget 2014-2020 che l'Unione europea si appresta a negoziare (così come ha fatto l'anno scorso tenendo fuori il suo Paese dal Fiscal Compact) perché ritiene «scandaloso» il tentativo di aumentare i fondi già raccolti.
    Cameron si fa un po' più Thatcher e un po' meno Blair anche per strizzare l'occhio all'anima più conservatrice dei Tory, quella che non ha ancora digerito i suoi annunci sui matrimoni gay, che vuole una dieta drastica alla spesa pubblica, che chiede un referendum sull'Europa - alla quale si rifiuta di concedere altra liquidità - e che vuole che il primo ministro si smarchi dagli alleati LibDem per dare al governo un'impronta netta e consentire ai Tory di presentarsi alle prossime elezioni senza annacquature, per poter governare da soli. Con l'obiettivo di incassare i meriti che, nonostante le durissime contestazioni, regalarono infine a Margaret Thatcher il successo elettorale.
    Eppure Cameron sembra ora parecchio lontano dai traguardi personali della Thatcher. La leadership del premier è offuscata dalla crisi economica, ancora durissima, dagli scandali che lo hanno sfiorato (ieri 50 vittime delle intercettazioni telefoniche dei giornali di Murdoch gli hanno scritto infuriati, chiedendo l'adozione di regole più severe per la stampa). Ma c'è un altro elemento, che rende il lavoro di Cameron ancora più difficile. Al Congresso in corso a Birmingham, l'intervento più atteso è quello del sindaco di Londra Boris Johnson. Alleato di partito ma rivale interno, Boris il biondo sembra a tutti il naturale successore di Cameron in vista delle elezioni del 2014-2015. L'unico che potrebbe drenare voti al centro e convincere gli indecisi: ne è convinto il 62% degli elettori Tory secondo un sondaggio Today's Opinion per l'Observer. E potrebbe convincersi presto la maggioranza degli inglesi: il 51% ha un'opinione favorevole di Johnson mentre il 50% ne ha una sfavorevole di Cameron. Un pessimo presagio.


    Von Hayek, Thatcher Tocqueville, il trio delle meraviglie liberali
    Ecco tre affermazioni su cui - a mio avviso - gli italiani, e non solo, dovrebbero riflettere: 1) «La ricerca della giustizia sociale è il maggiore ostacolo all’eliminazione della povertà ed è il cavallo di Troia del socialismo» (Friedrich August von Hayek);





    2) «La povertà non è il brodo di coltura del socialismo, bensì il suo effetto deliberatamente costruito» (Margaret Thatcher);





    3) «Ciò che caratterizza i socialisti di tutti i colori è un tentativo continuo, vario, incessante, per mutilare, per raccorciare, per molestare in tutti i modi la libertà umana» (Alexis de Tocqueville).
    PressDisplay.com - Journaux du Monde Entier




 

 
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