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Discussione: Il deserto avanza

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Troppi antidepressivi, all’uomo secolarizzato manca il senso del vivere
    Il 18 dicembre scorso facevamo notare come sempre più frequentemente il termine “secolarizzazione” faccia rima con “depressione”, nel senso che nei Paesi più secolarizzati si verifica puntualmente un aumento di cure antidepressive, psicofarmaci, abuso di stupefacenti ecc… Secondo il filosofo laico Pietro Barcellona il motivo è proprio quello esistenziale, ovvero l’incapacità di trovare un significato unitario e adeguato nello stare al mondo. Senza un orizzonte di Senso ultimo l’uomo perde la bussola, innanzitutto di sé stesso.
    Recentemente ne ha parlato anche il dott. Maurizio Soldini, medico, filosofo, esperto di bioetica, il quale svolge l’attività di clinico medico presso la “Sapienza” Università di Roma. Prendendo spunto dal rapporto sullo stato sanitario italiano presentato pochi giorni fa dal ministero della Salute, si è domandato se il vertiginoso aumento dell’uso di antidepressivi nell’ultimo decennio corrisponda più a un disadattamento spirituale, piuttosto che psico-fisico.
    Ne ha così approfittato per introdurre una figura troppo poco considerata, ovvero Viktor Emil Frankl, neurologo e psichiatra austriaco, fondatore della logoterapia. La logoterapia è «un approccio psicoterapeutico che si basa sull’analisi esistenziale e che cerca di ricoprire il senso (logos) di ogni esistenza umana». Il punto fondamentale è l’unicità e irripetibilità dell’uomo, questione molto a cuore di Frankl. La vita di un uomo non è infatti riducibile alla vita fisica e biologica, ovvero a quello che viene determinato dal suo Dna. Il suo essere è un esser-ci che non può fermarsi alle contingenze spesso negative e alle prospettive naturalistiche. Frankl, continua Soldini, «era convinto che la sofferenza, il male, la morte non siano annichilimenti, ma all’opposto possano dare l’input per mettere in moto l’uomo alla ricerca di senso. Egli stesso aveva sperimentato nei campi di concentramento nazisti come la sopravvivenza fosse direttamente proporzionale alla capacità di dare un senso attraverso la fede anche a una delle esperienze più atroci a cui potesse andare incontro un essere umano, avendo così avuto lo spunto delle sue teorie».
    Oggi, conclude, «per sconfiggere la depressione, che forse in alcune circostanze è piuttosto angoscia esistenziale, abbiamo sì bisogno di un trattamento farmacologico, ma in casi più che controllati. In genere, sia da parte dei terapeuti sia da parte dei “pazienti”, il problema è da considerare anche con un atteggiamento basato su dinamiche antropologiche ed esistenziali. Il fine è quello di ri-trovare e dare un senso all’esistenza per quanto delimitata nella natura, proprio per cercare di trascendere, per quanto possibile, questa stessa natura». Dare un vero senso al vivere, questa è la grande sfida dell’uomo emancipatosi da Dio.
    Troppi antidepressivi, all’uomo secolarizzato manca il senso del vivere | UCCR

    Preghiera
    di Camillo Langone
    San Paolo che nella Prima lettera ai Corinzi definisci il corpo “tempio dello Spirito Santo”, convinci qualche autorevole uomo di chiesa a prendere posizione contro il tatuaggio. Non è più una minuzia opinabile: l’altro ieri ci si tatuava per anticonformismo, ieri per conformismo, oggi per schiavismo. Una ditta americana ha offerto uno sconto perpetuo sui suoi capi di abbigliamento ai clienti disposti a farsi tatuare il marchio aziendale in modo indelebile. I poveretti sono accorsi numerosi, facendosi marchiare come bestie mentre io, chissà perché, sento odore di bestia dell’Apocalisse. Se credessi in una religione ridotta a elenco di divieti (“Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio”) non sarei cristiano bensì ebreo, ma quella radicata nel Levitico è una proibizione liberante: la libertà di non trovarsi a sessant’anni, o anche prima, col bicipite ormai flaccido imbrattato dal logo di un’azienda i cui vestiti non ci piacciono più.
    Preghiera del 9 febbraio 2012 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]

    Dai pinguini gay al pedobear
    Roberto Manfredini
    Luigi Amicone (Tempi, 9/2/2012) riferisce di due giovani attrici ingaggiate da Radio Popolare per pubblicizzare sui tram di Milano Piccolo Uovo, un libro che istruisce i bambini sulle cosiddette “famiglie omo-genitoriali”. Il volume, illustrato dal celebre vignettista Francesco Tullio Altan, racconta la storia di due pinguini che adottano un uovo e formano così una allegra coppia “arcobaleno”. L’iniziativa nasce dalla casa editrice Lo Stampatello, fondata da due amanti lesbiche allo scopo precipuo di diffondere l’ideologia gender tra i fanciulli.
    Si presume che Pisapia abbia apprezzato particolarmente l’opera, dal momento che la sua giunta ha deciso di imporlo come nuovo catechismo omosessalista nelle scuole comunali (“Ora Pisapia insegna ai bambini la famiglia gay”, il Giornale, 6/9/2011). Dopo averlo presentato alla festa milanese del PD, Pierfrancesco Majorino (assessore alle Politiche sociali) ha consigliato ai padri di leggerlo ai propri figli come lui ha fatto con i suoi.
    Mentre qualche consigliere del PDL cerca di bloccare l’adozione del testo nel patrimonio librario degli asili, i Radicali rincarano la dose auspicando «una sezione sulla “Narrativa a tematica omosessuale per l’infanzia e l’adolescenza”, come avviene per esempio a Torino e a Genova».
    In effetti le biblioteche di Torino offrono “narrativa omosessuale” per ragazzi sin dai 3-5 anni: a sfogliare il catalogo dal sito del comune, si resta interdetti di fronte alla quantità di case editrici per l’infanzia che si prestano a questa squallida operazione di propaganda.
    Per esempio, le rinomate Edizioni Junior nel 2010 hanno pubblicato E con Tango siamo in tre, un’altra storia di pinguini gay che adottano un altro uovo.
    Il “pinguino omo” sta diventando un nuovo tormentone propagandistico – o, per usare un termine in voga tra internauti, un “meme”: tenete a mente questa parolina magica (e la sua definizione: «entità di informazione che ha la capacità di moltiplicarsi passando da una mente all’altra»), perché torneremo a parlarne.
    La letteratura “arcobaleno” per i piccoli sotto i 5 anni sembra sterminata: ci sono libri su fanciulli che vogliono vestirsi da donna e giocare con le bambole (Nei panni di Zaff, 2005); favole su bambine che già intrattengono relazioni lesbiche –si spera platoniche…- (Salverò la principessa, 2008); libretti sgargianti e inquietanti che «ci ricordano che ci sono persone a cui piacciono le persone grandi e ad altre le piccole» (Ci piacciamo!, 2007); apologie dell’edonismo più sfrenato contro la “violenza dell’educastrazione eterosessuale” (Tu Cher dalle stelle, 2006); un “classico” del genere come Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno (contro gli “stereotipi sessuali” dell’educazione tradizionale).
    Sfogliando il catalogo, tra i tanti temi presenti ne emerge uno caratteristico: quello delle relazioni amorose tra docenti e alunni. Se storielle del genere venissero presentate in chiave eterosessuale, difficilmente riusciremmo a trovar loro un valore pedagogico. Al contrario, nell’ottica omosessualista, è assolutamente normale fantasticare sui rapporti intimi tra un quattordicenne e il suo insegnante di ginnastica.
    In ogni caso, è probabile che anche Milano si adeguerà alle nuove tendenze educative: tra gli scaffali delle biblioteche comunali alcuni genitori hanno segnalato, indignati, un’altra pubblicazione dell’editrice Lo Stampatello (Pisapia è abbonato?): Piccola storia di una famiglia.
    Il testo «racconta la vicenda di Meri e Franci che “volevano fare una famiglia proprio come un uomo e una donna” e vanno in una clinica in Olanda dove Franci “si è fatta dare un semino”. Dal parto nascerà Margherita che, si legge sempre nel libro, “ha due mamme” che sono “i suoi genitori”» (cfr. il Giornale, 11/2/2012).
    Sembra che il sindaco si sia preso come scopo morale quello di «far percepire ai bambini come naturali i cambiamenti che stanno trasformando la nostra società».
    Questa ossessione d’indottrinamento dei piccoli mi fa tornare in mente un fatto di cronaca avvenuto nel 2006 in Sud Africa (riportato dal quotidiano The Star, “Slain because he refused to call his mother’s lesbian lover ‘Daddy’”, 23/3/2006):
    Johannesburg – Bambino di 4 anni, è stato brutalmente percosso e ucciso per essersi rifiutato di chiamare la compagna della madre “papà”.
    Due commesse nel negozio di proprietà della coppia, hanno riferito di aver visto la compagna della madre biologica scagliarsi violentemente contro il bambino dopo la richiesta, ed il conseguente rifiuto dello stesso, di chiamare la donna, papà.
    Entrambe le commesse hanno testimoniato d’aver visto la compagna della madre picchiare violentemente il bambino sotto gli occhi della madre naturale, senza che questa sia minimamente intervenuta per proteggerlo.
    Al bambino sono state riscontrate lesioni di tale entità, da esse paragonate a quelle causate dalla caduta da un secondo piano di un edificio.
    Questa storia contrasta con la rappresentazione idilliaca che la propaganda vuol dare della coppia gay. Sembra, anzi, che l’unico conflitto presente nella letteratura omosessuale sia quello tra i poveri omosessuali vittime dell’intolleranza e gli eterosessisti che non li lasciano vivere felicemente. Non c’è traccia di discussione interna alla “famiglia”, i genitori gay appaiono come i migliori educatori: non sbraitano mai, sono sempre dolci e affettuosi con i bambini, non credono nelle punizioni, sono fedeli per tutta la vita al loro compagno. Se ogni tanto si arrabbiano, è solo per le incomprensioni del mondo cattivo là fuori.
    Mentre, al contrario, la famiglia tradizionale (cioè attualmente l’unica “legale”, anche se esiste da appena 12.000 anni…), è un vero inferno per i piccoli: violenza, odio, repressione, ubriachezza molesta, cattivi odori ecc…
    Il bambino che si rifiuta di chiamare “papà” una signora che non è neanche sua madre dunque non merita di essere ricordato: è impossibile che una lesbica si comporti in questo modo. Lo dice la parola stessa: chi è gay è felice (gaio) di essere così. È una sua scelta di vita (anche se, all’occorrenza, diventa una condizione imposta dalla “natura”). E ovviamente i bigotti e farisei sono sempre gli altri…
    Altan: da omofobo a opportunista
    Torniamo per un momento al vignettista Altan: a parte “La Pimpa”, tutti lo ricordano per le sue strisce sul compagno Cipputi. Sicuramente ai tempi d’oro non si risparmiava le battute sui finocchi e sul “prenderlo in quel posto”. In un archivio ideale, troveremmo miriadi di vignette sui culattoni: vent’anni fa a sinistra era ancora consentito scherzare sulla sodomia. Tanto per fare un esempio, eccone una tratta da un Linus del 1993 (un attimo prima che anche questa rivista venisse travolta dall’omosessualismo):



    Mi pare dunque chiaro che Altan stia facendo tutto questo per conformismo. Sono convinto che anche lui, insieme a molti altri “compagni”, nonostante i bei discorsi in pubblico si vergognerebbe di avere un figlio gay (come cantava Giorgio Gaber: «un’idea, finché resta un’idea, è soltanto un’astrazione»).
    A mio parere, la maggior parte delle persone schierate a sinistra sta “giocando sporco” solo per opportunismo: nessuno può credere veramente che i gay siano una minoranza oppressa e perseguitata. Se fosse davvero così, siamo certi che i radical chic non ne parlerebbero neanche. Invece siamo arrivati a questo punto proprio perché ormai gli omosessuali possono permettersi di fare tutto ciò che vogliono – soprattutto imporre i loro capricci idioti alla collettività, usando la storia dell’omofobia come ricatto. D’altronde, anche oggi la sinistra non si tira indietro quando c’è da imitare una “checca” come Alfonso Signorini (reo di essere berlusconiano) o dipingere con i classici stereotipi del “frocione” un personaggio come Pim Fortuyn (perché non allineato al pensiero unico).
    Il gay arcobaleno che vota sinistra arcobaleno è soltanto un feticcio progressista: quando si esaurirà la sua “carica rivoluzionaria”, allora verrà snobbato in favore di una nuova lobby aggressiva e prepotente. Il problema è che una volta messo in moto il meccanismo, difficilmente si riusciranno ad arrestare le richieste di altri deviati sessuali organizzati. Nel momento in cui i pedofili chiederanno i loro “diritti”, il buon elettore di sinistra dove troverà le risorse morali per opporsi a certe assurde rivendicazioni? Da nessuna parte: le ha consumate tutte in questo logorante Kulturkampf…
    Arcipedo: è solo questione di tempo
    Proviamo allora ad immaginare il momento in cui anche i pedofili rivendicheranno la “normalità” e la “naturalità” del loro “amore”. Non è fantascienza: per conquistare il diritto ad andare con i bambini basterà loro utilizzare le stesse armi ideologiche forgiate dalla propaganda gay.
    Ritorniamo ancora a Francesco Tullio Altan. Sul sito della casa editrice Lo Stampatello afferma: «Avendo creato la Pimpa insieme a mia figlia ho imparato le caratteristiche del linguaggio dei piccoli».
    Bene, ma a questi piccoli cosa vogliamo insegnare? Negli anni ’60 il comunismo, negli anni ’70 il socialismo, negli anni ’80 il solidarismo, negli anni ’90 il rispetto dell’ambiente, negli anni ’00 la famiglia gay… ?
    Se la pedagogia è un contenitore vuoto da riempire con qualsiasi cosa, allora forse quei genitori che si schierano contro i fumetti pro-gay non sono soltanto degli ottusi e intolleranti moralisti.
    Perché un genitore dovrebbe accettare forzatamente che suo figlio si comporti come un omosessuale senza poter far nulla, pena di essere additato come “omofobo” e insultato dai media? Anche un normale consulto psicologico diventa una forma di “intolleranza”: se siamo arrivati a questo punto, quanto tempo ci resta prima che un genitore debba mandar giù l’idea che un uomo adulto circuisca impunemente il suo figliolo?
    Purtroppo la deriva “filopedofila” (scusate il gioco di parole) sembra già annunciata: è da anni che denunciamo su questo blog l’esistenza di una lobby pedofila (senza complottismi: basta leggere la cronaca) e i ripetuti tentativi di considerare questa bestialità come un “orientamento sessuale” tra gli altri. A dirla tutta, è stata la stessa lobby gay (conosciuta a livello mondiale sootto la sigla LGBT, Lesbian Gay Bisexual Transgender) ad accompagnarsi per anni con una organizzazione apertamente pedofila come la NAMBLA (North American Man/Boy Love Association). Solo all’inizio degli anni ’90, quando i gay dovevano fare il “grande salto” dalla trasgressione impunita al focolare domestica, l’organizzazione ha deciso di escluderla ufficialmente dall’attività di lobbying a livello internazionale.
    Del resto, non c’è bisogno di scavare troppo negli archivi per ricordare che nel maggio 2006 è nato in Olanda il Partij voor Naastenliefde, Vrijheid en Diversiteit (“Partito per l’amore del prossimo, la libertà e la diversità”), conosciuto da tutti come “Partito dei pedofili”. Il Tribunale dell’Aia ha respinto la richiesta di impedire a questo gruppo di partecipare alle elezioni nazionali, con la motivazione che i suoi iscritti «non hanno commesso alcun crimine, ma chiedono solamente una riforma costituzionale». Tanto per ricordare le “riforme” proposte dall’NVD: riduzione da 16 a 12 anni dell’età del consenso (per poi abolirla gradualmente); legalizzazione della pornografia infantile, della zoofilia, del nudismo in qualsiasi luogo pubblico e di ogni tipo di sostanza stupefacente…
    La situazione perciò è più grave di quanto possiamo pensare.
    Recentemente lo psicologo Roberto Marchesini (Libertà e Persona, 11/4/2011) ha descritto l’ennesimo tentativo di legalizzare la pedofilia – questa volta in Canada:
    «[…] In Canada alcuni parlamentari hanno proposto di modificare le leggi contro la pedofilia. […] Il dottor Hubert Van Gijseghem, ex professore di psicologia presso l’Università di Montreal […] ha sostenuto che “la pedofilia è un orientamento sessuale” paragonabile all’eterosessualità e all’omosessualità. Di per sé, non c’è nulla di sconvolgente in questa affermazione; tuttavia, da qualche anno, abbiamo orientamenti sessuali che sono “perversioni” (come il feticismo, la zoofilia, la coprofilia, la necrofilia…) e orientamenti sessuali che sono “varianti naturali della sessualità umana”.
    Quando un orientamento sessuale passa dalla prima alla seconda categoria, deve essere immediatamente accettato con tutte le sue conseguenze. […]
    Del resto, gli argomenti usati per convincere l’opinione pubblica che l’omosessualità sia una “variante naturale della sessualità umana” valgono anche per la pedofilia: la pedofilia era diffusa in società molto diverse e lontane dall’attuale, come quella dell’antica Grecia, quindi è naturale; il dottor Kinsey, nei suoi rapporti (Il comportamento sessuale della donna, Bompiani, Milano 1956, pp. 159-160), “spiega” che non c’è nulla di strano in rapporti sessuali tra bambini ed adulti, a parte l’allarmismo ingiustificato da parte di genitori, assistenti sociali e poliziotti che traumatizzano, loro si, non i pedofili, i bambini; infine, nel 1994 anche la pedofilia egosintonica (come l’omosessualità egosintonica nel 1980) è stata tolta dal DSM, il manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association. Salvo, poi, essere nuovamente inserita nella successiva edizione a causa delle proteste da parte delle associazioni di genitori […]».
    Potete leggere il verbale della seduta direttamente dal sito del Parlamento canadese.
    Bisogna rendersi conto che a livello legislativo ormai si discute di queste cose. Purtroppo il dibattito pubblico è vietato dalla censura omosex che impedisce qualsiasi confronto razionale sull’argomento: chi si permette di ricordare che i pedofili bussano alla porta per reclamare gli stessi diritti ottenuti dai gay attraverso la propaganda, viene trattato come un troglodita.
    Perciò viene impedito ai cittadini di chiedere conto al Partito Radicale dei frequenti intrallazzi con la “militanza pedofila” (cfr. “Ateismo, laicismo e pedofilia”, UCCR, 29/5/2010), così come nessuno può azzardarsi di rinfacciare a Nicola Vendola una sua dichiarazione del 1985 senza rischiare una querela:
    «Non è facile affrontare un tema come quello della pedofilia ad esempio, cioè del diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti – tema ancora più scabroso – e trattarne con chi la sessualità l’ha vista sempre in funzione della famiglia e dalla procreazione. Le donne, da questo punto di vista, sono notevolmente più sensibili. Ma il Pci non è un organismo matriarcale» (S. Malatesta, “Il gay della FGCI”, Repubblica, 19/4/1985)
    Per coerenza, Nichi dovrebbe anche querelare Repubblica (che continua ad ospitare l’intervista nell’archivio), e magari chiamare in causa anche il sito della Camera, che ricorda una PROPOSTA DI LEGGE d’iniziativa del deputato VENDOLA presentata il 24 ottobre 1996 (progetto di legge n. 2551):
    «Onorevoli Colleghi! – Sono molteplici le forme di intolleranza, di aperta discriminazione, di negazione di diritti, che colpiscono cittadine e cittadini italiani a causa del proprio personale orientamento sessuale. […] Nel concreto della odierna vita quotidiana le diversità sono tuttora oggetto di stigmatizzazione e di crudeltà. La cronaca nera, ad esempio, riferisce con crescente frequenza episodi di violenza (spinta talvolta fino al limite della soppressione di una vita) che vedono come vittime gay e lesbiche. Non può non intendersi un rapporto tra ogni singolo episodio di discriminazione e la più complessiva persistenza di una cultura omofoba e, più latamente, razzista, maschilista e sessista.
    La presente proposta di legge propone l’allargamento delle attuali norme antidiscriminatorie, contenute nella legge n. 205 del 25 giugno 1993 (di conversione del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122), includendovi la sanzione di atti di discriminazione di persone a causa del proprio personale orientamento sessuale.
    Pur nella modestia del suo ambito di applicazione, la normativa qui proposta ha prevalentemente una valenza simbolica, etica, culturale. La violenza e l’intolleranza vanno interdette e sanzionate sempre, anche e a maggior ragione quando vengono esercitate nei confronti di minoranze. Si è inteso, con la presente proposta di legge, inviare al Paese un messaggio elementare di civiltà e di diritto».
    Tralasciamo qualsiasi commento: chiunque abbia ancora un po’ di sale in zucca può rendersi conto delle conseguenze. “Orientamento sessuale”, “diversità”, “allargamento delle attuali norme”, “valenza simbolica etica culturale”: se queste espressioni non fossero ambigue, non ci sarebbe bisogni di specificare continuamente che i soggetti di cui si parla sono gay e lesbiche.
    La politica del “fatto compiuto”
    Arriviamo allora al punto: come avverrà, concretamente, l’accettazione della pedofilia a livello collettivo? Abbiamo già detto che la lobby pedofila è decisa a seguire la strategia (vincente) degli omosessualisti. A livello “culturale” (o, per meglio dire, mediatico), la politica sarà quella del “fatto compiuto”: basterà semplicemente richiamarsi a dei “precedenti” per giustificare il salto di paradigma.
    Nei cultural studies è ormai nota la prassi di cercare tracce di omosessualità latente in tutto il patrimonio letterario dell’occidente. Fuori dall’ambito accademico, questa tendenza è più nascosta: per quanto concerne il mondo LGBT, ho trattato il tema in un mio precedente articolo (“La lobby gay al cinemetto”). Il caso della Disney è esemplare: prima di lanciare personaggi esplicitamente gay, i produttori hanno inserito messaggi subliminali favorevoli all’omosessualità.
    Non è una paranoia personale: riprendendo il mio articolo precedente, vorrei ricordare che Andreas Deja, animatore della Disney, ha annunciato che prossimamente anche nei cartoni animati la coppia gay sarà d’obbligo. Aggiungendo che tutto questo non sarà neppure da considerare “rivoluzionario”, perché è da anni che la Disney mette in scena “contesti famigliari non ortodossi”: «Si pensi alla famiglia di Cenerentola, Bambi l’orfano o Aladdin cresciuto sulle strade». Sfortunatamente il Deja si è dimenticato di aggiungere che «his sexuality has been discussed as an influence on the development of some Disney characters» (cfr. Wikipedia).
    Il caso più eclatante è celeberrimo film d’animazione Il Re Leone (1994), dove tutti i caratteri sono stati ideati da Deja per muoversi e comportarsi da checche: i personaggi Pumbaa e Timon (un suricato e un facocero), doppiati da due attori dichiaratamente gay (Ernie Sabella e Nathan Lane), sono ufficialmente «i primi personaggi omosessuali che la Disney abbia mai messo sullo schermo» (e, guarda caso, sono i “genitori adottivi” del piccolo leone protagonista).
    Anche Thomas Schumacher, presidente della Disney Theatrical Group, alla rivista gay The Advocate, ha dichiarato apertamente che per far carriera nella Disney bisogna essere omosessuali.
    Al momento è difficile tracciare una lista dei “precedenti pedofili” della Disney senza sembrare dei complottisti monomaniacali: ma ci sono, ci sono… anche se nascosti ben bene in attesa dello “sdoganamento”.
    Parlando sempre del Re Leone, non è un caso che andando a cercare su youtube “The Lion King gay” compaiano una marea di parodie omosex del cartone animato: d’altronde tutti i personaggi sculettano e gesticolano per l’intera durata del film…
    Esistono tuttavia delle produzioni Disney che si prestano ad una parodia “pedofila”? Cercando sempre su youtube, è saltata fuori questa rivisitazione di Angels in the Outfield (1994), un film per ragazzi sul mondo del baseball (in italiano conosciuto semplicemente col titolo di Angels).
    Pur essendo solo una caricatura dell’originale, è impressionante il modo in cui la pellicola si presta così facilmente ad una lettura pedofila: un uomo adulto (guarda caso un allenatore – ricordate le gaie fantasie sul rapporto insegnante/alunno?) che adotta due bambini orfani…
    I precedenti della Disney purtroppo giustificano qualsiasi sospetto: quando gli animatori presenteranno i primi personaggi pedofili, ricordatevi di chi vi ha messo la pulce nell’orecchio.
    Passando dai film per bambini a quelli per “grandi”, la lista di produzioni hollywoodiane che offrono una visione positiva della pedofilia è fin troppo lunga. Il “maestro” del genere è Larry Clark, l’indecente fotografo di giovani prostituti impuberi e strafatti che ha coronato la sua carriera cinematografica con Kids (1995) e Ken Park (2002), due film che tecnicamente possono essere definiti pedopornografici, poiché i protagonisti degli atti sessuali sono ragazzini (che si accoppiano sia tra di loro che con adulti).
    Kids assomiglia a un film di Quentin Tarantino in salsa pedofila: per la sceneggiatura Clark si è affidato direttamente a un ventenne, Harmony Korine, che l’aveva scritta a sedici anni. Come sappiamo, i pedofili tendono a lavarsi la coscienza ipotizzando il consenso delle loro vittime: in questo caso il regista ha compiuto il “delitto perfetto”, spacciando legalmente pornografia infantile sotto l’etichetta di “arte”.
    Un altro esempio che riesco a ricordare è il film Happiness (1998) di Todd Solondz, che tra le altre amenità annovera anche la rappresentazione positiva di un padre di famiglia che narcotizza un amico di suo figlio per abusarne. Anche nell’ambiente ultra-liberale del Sundance Film Festival (la kermesse delle produzioni indipendenti americane) rifiutarono di accettare la pellicola proprio per questo motivo (ma era ancora il 1998, oggi i tempi sono cambiati: nel 2007 fu premiato Hounddog, il solito film di violenza sessuale in famiglia che mostra senza censure lo stupro del patrigno sulla figlia – “simulata”, tiene a precisare la regista).
    Dai pinguini gay al pedobear il passo è breve
    Questa società, accettando l’omosessualità come un comportamento “normale” (la cui accettazione va imposta anche ai bambini), ha già aperto il “Vaso di Pandora” delle devianze sessuali.
    Chiunque si ostini a far finta di non capire, voltando la testa da un’altra parte, dovrà rendere conto di questa deriva – anche il vecchio Altan: oggi fa il paladino dell’omosessalismo, ma quando gli chiederanno di passare ai fumetti pedofili, come reagirà? Magari riciclerà qualche vecchia vignetta di cattivo gusto come questa (Linus, feb. 1996)?



    oppure adotterà un nuovo “meme” (ricordate la parolina magica): dopo il pinguino gay, il pedobear?
    Vogliamo concludere proprio con questo nuovo tormentone internettiano: l’orsetto pedofilo che stupra i personaggi dei cartoni animati. Essendo un’idea nata dalla rete, è particolarmente difficile ricostruirne la genealogia: secondo Wikipedia, il personaggio era nato «per deridere gli utenti che richiedevano o inviavano immagini sessuali di minori». Più probabilmente, questa icona era una parodia del classico Safety Bear, l’orso vestito da scout (o da pompiere) che compare nelle guide per la sicurezza dei bambini. Il personaggio ha avuto sin troppa fortuna, e resta irrisolta l’ambiguità del suo significato: è una mascotte per pedofili, o un modo di sfotterli? La sua raffigurazione in veste di prete cattolico farebbe propendere per la seconda ipotesi, anche se finora nessuno ha avuto l’idea di piazzarlo, ad esempio, sulla copertina di Lolita:



    Prevediamo che quando vi saranno le prime apologie pedofile a fumetti, verrà utilizzato ancora un animaletto. Magari non il pedobear, visto che l’orso sessualmente è piuttosto “tradizionalista”; più probabilmente un bonobo o un elefante marino, due animali che si accoppiano con i piccoli della propria specie (ne parla anche Richard Dawkins ne Il racconto dell’antenato, ovviamente nell’ottica di un compiaciuto relativismo).
    Una volta toccato il fondo, si spera che anche i sinistri rimbambiti da anni di conformismo ascoltino per un attimo la loro coscienza, e abbandonino la forma mentis ideologica che si nutre delle mode progressiste del momento. Per parafrasare una celebre battuta di Altan, auspichiamo che finalmente scoprano chi è il mandante di tutte le cazzate che hanno fatto.
    Dai pinguini gay al pedobear

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Fermate Maurizio Paniz e il divorzio breve
    Francesco Agnoli
    Maurizio Paniz, deputato del Pdl, balzato agli onori delle cronache per le sue difese, imbarazzanti nelle loro modalità, di Berlusconi, si sta battendo per il divorzio breve, ed ha ottenuto alla Camera il sì bipartisan di Pdl e Pd, con l’opposizione solamente della Lega. E’ uno dei tanti effetti perversi dell’odierna ammucchiata.
    Riporto qui un mio breve saggio sugli effetti del divorzio, che questa legge non farà che aumentare:
    L’indissolubilità del matrimonio, il divorzio e i suoi effetti.
    Discutere sull’indissolubilità del matrimonio, oggi, non è certo facile. Tutti abbiamo esperienza della fallibilità umana, della nostra miseria, della litigiosità che caratterizza certe coppie o certi momenti del rapporto coniugale.
    Nel passato pre-cristiano il divorzio esisteva, nella forma del ripudio dell’uomo nei confronti della donna. Il contrario non era possibile.
    In molti periodi i divorzi crescevano, e lo stato, gli imperatori, i re di turno, solitamente, cercavano di correre ai ripari, di mettere dei freni, di aumentare la dignità culturale, giuridica, rituale, del matrimonio. Perché tutti avevano consapevolezza che più il matrimonio tiene, più la società è stabile e serena.
    Nell’antica Roma ad assistere al matrimonio di una giovane coppia vi era una donna sposata una volta sola, come testimone e auspicio. La cerimonia era lunga, solenne, per sottolineare l’importanza di ciò che stava avvenendo. Questo significa che nonostante la duritia cordis di cui parla Gesù, riferendosi al ripudio concesso nell’Antico Testamento, vigeva l’idea che l’unione stabile e fedele fosse il meglio per tutti.
    Col cristianesimo si afferma il matrimonio monogamico indissolubile, che è anche la consacrazione concreta della pari dignità tra uomo e donna. L’uomo non può più ripudiare la propria sposa, ma neppure la donna può sciogliere il vincolo matrimoniale assunto liberamente, in presenza di testimoni umani e di Dio stesso. L’uomo e la donna diventano veramente, almeno nell’ideale, complementari, “un solo corpo e una sola carne”. Il vincolo che li lega, li unisce tra loro, ed è garante della loro responsabilità verso figli e la comunità. Così, il divorzio, per secoli, non è neppure contemplabile come istituto pubblico. Certo, ci sono le separazioni, ci sono famiglie che si rompono, e famiglie irregolari, ma comunque la separazione è sempre un’extrema ratio che non cancella il matrimonio precedente. Così sino ad Enrico VIII prima



    e Napoleone poi



    costoro sono i primi a legalizzare il divorzio nel loro paese, a ben vedere servendosene come di una nuova forma di ripudio, per sbarazzarsi della loro legittima consorte.
    Perché dunque per tanti secoli una simile contrarietà all’istituto del divorzio? Perché “in presenza di casi in cui una parte della realtà si svolge in difformità dai principi e dalle norme è socialmente meglio lasciare che questi casi si svolgano fuori della legalità, anziché modificare la legalità per ricomprendere quei casi”. L’eccezione, che pure è prevedibile, non deve determinare la regola, perché i casi “sfortunati” non possono divenire la norma, neppure da un punto di vista ideale, se non si vuole indebolire l’istituto, la norma stessa.
    La legalità, ciò che è riconosciuto come bene, il dover essere, infatti, hanno una funzione essenziale nella vita dell’uomo: lo influenzano, lo educano, lo spingono ad assumersi le responsabilità con una certa consapevolezza. Sapere che il matrimonio è una scelta per la vita, porta certamente a darle il giusto peso, a prepararlo con grande attenzione, a viverlo, anche nei momenti di difficoltà, con quella capacità di sacrificio e di rinuncia che possono rimuovere ogni ostacolo e rilanciare l’amore tra due persone. E poi il matrimonio non è solamente l’esperienza romantica e sentimentale di due persone: permane anche quando l’amore viene meno: ci sono infatti dei figli, verso i quali gli sposi hanno un dovere e che hanno bisogno di due genitori, di due figure complementari e diverse. La famiglia è infatti la mirabile unione di età, generi, e ruoli diversi: è qui che si imparano il rapporto generazionale, la propria identità sessuale, la solidarietà, la rinuncia, lo stare con gli altri…
    Per questo si può essere contrari alla legalizzazione del divorzio anche senza essere credenti, cattolici.
    Piero Ottone, direttore liberale e laico del Corriere della Sera, nel 1964 scriveva: “Se fossi vissuto sempre in Italia probabilmente sarei un divorzista. Ho invece trascorso una quindicina di anni in paesi nei quali vige il divorzio. Sulla base di quel che ho visto e sentito, ho acquistato alcune convinzioni che cercherò di riassumere, e che sono, comunque, contrarie al divorzio…non perché contrasti con la morale cristiana, che rispetto, ma che non intendo prendere in considerazione (Ottone si schiererà per l’aborto, ndr). Bensì perché lo ritengo nocivo, nel complesso, alla società… Il divorzio ha il vantaggio di riparare l’errore di un matrimonio sbagliato e permette di ricominciare. D’accordo. Ma presenta anche uno svantaggio che è, a mio avviso, ancora maggiore. Esso uccide, o riduce fortemente, la volontà dei coniugi di compiere ogni possibile sforzo per salvare un matrimonio pericolante. Dobbiamo ricordare innanzitutto che ogni matrimonio, prima o dopo, corre qualche serio pericolo. Uomini e donne sono troppo diversi gli uni dagli altri per andare costantemente d’accordo…Che cosa succede in questo momento pressoché inevitabile in qualsiasi unione matrimoniale, se esiste la possibilità del divorzio? Quel che succede l’ho visto in Inghilterra, in Germania, in Scandinavia. La possibilità di uscire da una stanza in cui si sta scomodi genera un potente, quasi irresistibile desiderio di uscire, senza tentare di rendere quella stanza, quanto più possibile, comoda e abitabile. E ogni indebolimento della volontà dei coniugi è gravissimo, anzi fatale, perché, nei matrimoni davvero pericolanti, solo un grande sforzo da parte di entrambi, senza indecisioni e incertezze, può salvarli. Ne consegue che l’istituto del divorzio, anche se ha il vantaggio di sanare di tanto in tanto certe situazioni insostenibili, ha il gravissimo difetto di indebolire la fibra morale dei cittadini. Esso fa di loro, uomini e donne, persone che fuggono davanti alle difficoltà, e non persone che le affrontano con coraggio. Il danno si ripercuote su tutta la vita sociale.
    L’indebolimento, inoltre, si ripete a ogni successivo matrimonio di chi si sia già divorziato. L’esperienza dei paesi col divorzio conferma quanto sa benissimo ogni studioso di psicologia. Le difficoltà del primo matrimonio risorgono quasi immutate nel secondo, perché la loro causa fondamentale non risiede nel partner, cioè nell’altro coniuge, bensì in noi stessi…Là dove vige il divorzio è più facile, come in Scandinavia, la gente passa di matrimonio in divorzio tutta la vita. Vi risparmio la descrizione delle conseguenze per i figli, perché furono descritte già migliaia di volte…Sono convinto che l’assenza di divorzio non può salvare tutti i matrimoni, ma ne salva molti che altrimenti finirebbero male. Lo Stato, per la salvezza della famiglia, che è un istituto di importanza ovvia, e per la felicità della maggioranza dei cittadini, fa quindi bene a mio avviso a non permettere il divorzio, anche se questo sacrifica l’esistenza di una minoranza verso i quali tutti sentiamo, si capisce, una profonda comprensione” (citato in Gabrio Lombardi, Perché il referendum sul divorzio?, Ares, 1988).
    Nel 1970 viene approvata la legge Fortuna-Baslini, che rende legale il divorzio in Italia.
    Il mondo cattolico, ormai da un po’ di anni diviso e confuso, non sa come reagire: la Dc non vuole inghippi, non desidera trovarsi in campo aperto, sotto il fuoco della contestazione di quegli anni. Meglio un profilo basso, per non esporsi e non rischiare di perdere potere.
    Anche la gerarchia ecclesiastica è spaccata: alcuni ecclesiastici di alto e basso grado non comprendono l’importanza di una battaglia culturale in nome del diritto naturale. Paolo VI stesso, secondo numerose testimonianze, ad esempio di Giulio Andreotti, non vorrebbe che si arrivasse ad uno scontro referendario sul tema. Abbiamo poi una ampia schiera di cattolici famosi [tutti “cattolici” sinistrati e adulti-adulterati…] come Franco Bassanini, Sabino Acquaviva, Pietro Scoppola, Paolo Prodi, Tiziano Treu, Giuseppe Alberigo, Raniero La Valle, Giancarlo Zizola, il rettore della cattolica Giuseppe Lazzati e fratel Carlo Carretto, che in occasione del referendum abrogativo del 1974 si schiereranno in favore del divorzio, sostenuti più o meno silenziosamente da prelati e religiosi, anche di rango.
    Nella mia non lunga carriera di insegnante, capita ormai sempre più spesso. Sono a udienza, si avvicina un genitore, e io mi alzo, gli preparo la sedia, con un po’ di premura, per accogliere il “poveretto”. Dovrò dirgli, penso dentro di me, tutta la verità, perché qua il caso è grave. Spesso, infatti, nicchio, tergiverso, copro anche gli alunni poco studiosi o indisciplinati. Ma quelli che hanno problemi gravi, di personalità, quelli “caratteriali”, mi sembra sia giusto aiutarli, affrontando il problema. Il genitore si siede, e prima che io inizi a spiegare gli strani comportamenti, le anomalie, le tristezze profonde del ragazzo/a, si affretta a dirmi: “Sono venuto io, mio marito (o mia moglie) non c’è, siamo divorziati…ma il ragazzo/a la ha presa bene, ha capito…”.
    Ecco, mi è successo troppe volte, ormai, qualcosa di simile, perchè non abbia compreso come stanno le cose: nel 95% dei casi, a stare cauti, i problemi di un ragazzo/a, quelli seri, intendo, sono problemi familiari, dei genitori. I quali in verità, sotto sotto, lo sanno, ma non vogliono ammetterlo. Per questo si consolano dicendo che il figlio ha “capito”, che in fondo è una vicenda ormai diffusa, normale, lo fanno in tanti, come hanno spiegato loro giornali, tv, psicologi e avvocati…Però, quei ragazzi, o ragazze, che magari hanno l’anoressia, un comportamento che sembra schizofrenico, o che addirittura si feriscono e si tagliano sulle braccia o in altre parti del corpo, in verità sono inquieti o apatici, insomma tristi, tristi, talora sino al suicidio. Non hanno “capito” proprio nulla, perché nessuno si rassegna, soprattutto da giovanissimo, a perdere l’affetto di coloro che lo hanno generato, cullato, accudito.
    Chi insegna questo lo sa benissimo per esperienza: i casi difficili aumentano sempre di più, proporzionalmente all’aumentare dei divorzi, che, come era prevedibile, crescono di anno in anno (contemporaneamente al diminuire dei matrimoni): il 2006 è stato l’anno dei record nei divorzi, che sono cresciuti del 25%. Nel 1975 i divorzi nel Belpaese erano 10.618, nel 1995 erano 27.038, nel 1998 erano 33.510, nel 2002 40.051, nel 2005 47.036 e nel 2006 61.153!
    Ogni anno che passa sempre più persone stabiliscono di non essere capaci di stare insieme, di condividere lo stesso tetto, di portare avanti uno stesso progetto, di allevare i figli del loro amore. Succede così che negli Usa un terzo dei minori abbia un solo genitore, mentre in Europa del nord, Gran Bretagna e Germania, è un quinto dei figli a non godere del padre o della madre. Senza contare che tra coloro che hanno entrambi i genitori, sempre più spesso uno dei due è semplicemente adottivo.
    Il divorzio è dunque oggi in Italia una vera emergenza, un’ ecatombe. Insegnare, ci diciamo spesso tra di noi, diventa sempre più impegnativo e stressante: sempre di più molti ragazzi non sanno concentrarsi, non riescono a stare fermi, non sopportano un minimo di disciplina. Indisciplinati lo diventano, anzitutto, nella testa, piena, purtroppo, di paure, di ansie, di turbamenti, respirati in casa, in famiglia, vivendo accanto a due genitori conflittuali, o passando da una casa all’altra, dalla mamma, alla nonna, al padre, con l’aggiunta, quando va ancora peggio, di nuove figure, nuovi “padri” o “madri”, cioè, secondo un linguaggio antico e ben chiaro, “patrigni” e “matrigne”!
    E poi, quando succede il patatrac, quando un ragazzo si uccide, quando fugge di casa, quando finisce nella droga, ecco allora che si cercano mille scuse. Sarà questo, sarà quello…Eppure, anche quando è chiaro che l’unica vera causa è la disgregazione familiare, è la mancanza di amore in cui questi ragazzi sono cresciuti, c’è sempre qualcuno che si affretta a negarlo: no, non si può dire, il divorzio è intoccabile, un “diritto”, una “conquista di civiltà”!
    Guai solo ad affermare sottovoce che la rottura del vincolo coniugale è anzitutto fonte di infinito dolore e paura nei figli! Guai solo a sussurare che se i giovani esitano a mollare le ancore, se non vogliono affrontare la vita in due, se hanno paura di sposarsi e di fare dei figli, è perché, a loro volta, hanno vissuto sulla loro carne l’insicurezza, l’instabilità, il fallimento dell’amore dei loro genitori. Come insegnante, questa è la mia esperienza, sempre più triste, e questa anche l’idea che si sono fatti molti colleghi, magari i miei stessi professori di un tempo, incontrati per strada. “Sai, è sempre più dura…c’è qualcosa che non va, un buco nero, in molti giovani”, mi diceva recentemente una vecchia professoressa, che ricordo con simpatia.
    La stessa esperienza viene oggi raccontata in uno splendido libro, “La fabbrica dei divorzi” scritto da un avvocato civilista, Massimiliano Fiorin, del foro di Bologna. Fiorin descrive con passione, competenza, e logica ferrea, il meccanismo tritacarne dell’individualismo odierno. Avrebbe potuto intitolare il suo libro anche “Come farsi del male”. Al centro della “fabbrica” infatti, c’è la convinzione post sessantottina, per cui il divorzio è un diritto, un bene in sé, un modo per cercare una via alternativa di realizzazione, quando la strada precedentemente imboccata si rivela scomoda e difficile.
    Il divorzio, spiega Fiorin, fu introdotto in Italia con gli stessi ragionamenti con cui fu legalizzato l’aborto: come estrema ratio, come soluzione a qualche caso difficilissimo, patologico, abnorme. Si può uccidere il figlio, sì, ma solo in determinate e rarissime circostanze. Così fu fatta passare all’opinione pubblica.
    Lo stesso col divorzio. La legge entrò così a normare per la prima volta il diritto dei genitori sul figlio, e il diritto dei genitori, indipendentemente dai figli. I deboli, insomma, si videro togliere le tutele, che furono così regalate ai forti, agli adulti.
    Ma a poco a poco, in brevissimo tempo, l’aborto e il divorzio sono diventati fenomeni di massa, perdendo così il loro carattere di eccezionalità, e divenendo dei veri e propri diritti individuali. Se lo fanno tutti è normale, anzi giusto, sacrosanto, intoccabile…Questo è il ragionamento che c’è dietro alla deriva di fronte a cui oggi ci troviamo. E come si sa, una volta preso il via, in discesa, il sasso rotola: nascono sempre nuove esigenze, nuovi egoismi, sempre sacralizzati e giustificati, e mai contrastati, e con essi, nuovi drammi. Si diffonde l’idea del figlio perfetto, e l’aborto diventa addirittura una pratica meritoria: si elimina, ma per non far soffrire. Si sgretolano le famiglie, e qualcuno pronto a seminare altra incertezza, altre paure, altri freni, inventa i pacs, i dico, i di-do-re, affinché già la partenza, il momento in cui si decide di stare insieme, sia accompagnata dalla sfiducia. Sì, facciamo una famiglia, ma per poco tempo, a scadenza… con tutti diritti, ma senza doveri…benché tutte le indagini sociologiche dimostrino che “le donne che hanno avuto esperienze di convivenza prematrimoniale, così come quelle che si sono sposate con rito civile e quelle che hanno avuto esperienze di divorzio in famiglia, sono risultate più portate a divorziare a loro volta” .
    La realtà della fabbrica dei divorzi, spiega Fiorin, è che nel nostro paese vige una legge amplissima, che permette di fatto il no-fault-divorce, cioè il divorzio senza colpa: basta una genericissima “incompatibilità caratteriale”. Mentre in Inghilterra, ad esempio, la patria di Enrico VIII, che con le mogli non era tenero, e coi divorzi non era parco, “per ottenere il divorzio giudiziale occorre provare l’adulterio, l’abbandono o quantomeno un ‘comportamento irragionevole’ dell’altro coniuge, tale da rendere intollerabile la prosecuzione di un rapporto ormai compromesso”.
    In Italia invece, nota Fiorin, la magistratura concede il divorzio “senza alcuna indagine di merito, né alcun obbligo di mediazione familiare preventiva”. Non vi è neppure, insomma, un vago “favor familiae”, ad indirizzare l’operato di mediatori familiari, avvocati e magistrati che si aggirano nella fabbrica. Al contrario, vige un indiscutibile “favor divortii”. Dal momento che il divorzio è diventato un diritto sacrosanto, insindacabile, e non più un dramma, un “oceano di dolore”, una estrema ratio, cosa serve capire, provare a rimediare, facilitare il dialogo tra le coppie, aiutarle in un percorso che potrebbe magari servire alla riappacificazione, al ricongiungimento?
    Succede così che ci siano più agevolazioni, in molti casi, per i separati, che per le coppie sposate; accade che aiutare una coppia a ripensarci, da parte dell’avvocato, o di altri, sia visto come una ingerenza indebita e intollerabile; che vi siano persone che non comunicano neppure al coniuge il loro desiderio di abbandonare il tetto coniugale, e lasciano il lavoro sporco all’avvocato.
    Succede, ancora, che gli avvocati di parte, invece che guardare al bene comune, perfettamente calati nell’ottica di garanti del “diritto”, usino tutti i mezzi possibili per spaccare ancora di più, rivendicando questo e quello per il loro cliente, asetticamente considerato, invece che sforzarsi di favorire un possibile pacificazione…L’importante, per gli abitanti della fabbrica, è che si arrivi a “divorziare bene”, da persone civili, come se questo fosse possibile, umano. Persino l’adulterio, in quest’ottica, può diventare non una colpa, ma un diritto, e il marito che non tollera che i suoi figli vivano col nuovo amante della moglie, può trasformarsi, nelle perizie, nelle sentenze, nel parere dei servizi sociali, in un povero pazzo rozzo, antiquato e immaturo.
    Eppure qualcuno dovrebbe iniziare a pensarci, a quanti fatti di sangue, a quanti “oceani di sofferenza”, a quante tragedie familiari sono determinati dalle disgregazioni familiari. Forse, se almeno incominciassimo a mettere in dubbio la bellezza e la normalità del divorzio e a riconsiderare la realtà per ciò che è, sarebbe già un bel passo verso una società meno triste, più aperta all’amore, ai figli, alla vita, alla gioia vera, che non è mai l’egoistica affermazione, magari per via legale, di un proprio “diritto”.
    La fabbrica dei divorzi, infatti, “uccide assai più della criminalità: in Italia gli episodi accertati di questo tipo sono mediamente più di cinquanta all’anno, con picchi di oltre ottanta, e le vittime sono un numero ancora maggiore. Secondo le statistiche di alcuni istituti nell’ultimo decennio i morti per la violenza connessa alle esigenze della logica divorzista, nel solo nostro paese, sono stati più di un migliaio. Dal 2000 al 2005 invece i suicidi secondo i rapporto dell’Eurispes, sono stati più di 250”. Analogamente ricerche e studi governativi fatti in America, dove evidentemente è oggi finalmente possibile violare il tabù culturale del divorzio bello e leggero, dicono che “già negli anni ottanta il 63% dei suicidi in età giovanile si era verificato in famiglie col padre assente”, vuoi per colpa sua o per colpa del coniuge, e che i figli di un single soffrono “più frequentemente di disordini psichici”, ed hanno “una probabilità assai maggiore di cadere in abuso precoce di alcool e droghe”. “Una ricerca durata per oltre 34 mesi sui bambini dell’asilo ricoverati negli ospedali di New Orleans negli anni ottanta, quali pazienti del reparto di psichiatria, ha rivelato che nell’80% dei casi la patologia era originata dall’assenza (voluta o imposta, ndr) del padre”.
    Ancora: “A detta delle statistiche elaborate dagli appositi dipartimenti del Ministero di Grazia e Giustizia, agli inizi degli anni novanta il 43% dei detenuti americani era infatti cresciuto in casa con un unico genitore, mentre un ulteriore 14% era vissuto senza entrambi i genitori. Un altro 14% aveva trascorso l’ultima parte dell’infanzia presso un collegio, un’agenzia o un altro istituto giovanile…In Texas, nel 1992, l’85% dei giovani carcerati era parimenti proveniente da fatherless homes. Così come lo era l’80% degli autori di stupri motivati da accessi di rabbia incontrollata. Nel Wiscosin, secondo una ricerca del locale dipartimento di giustizia condotta nel 1994, solo il 13% dei giovani delinquenti proveniva da famiglie i cui genitori biologici erano sposati, mentre il 33% aveva dei genitori divorziati o separati e il 44% aveva genitori mai sposati”.
    Ebbene, di fronte a questi dati, a questa realtà, che spesso si tenta di nascondere, perché la tecnica degli struzzi è l’unica che permette di non dover ripensare il presunto e conclamato “diritto”, ciò che sconcerta maggiormente è che la cura proposta per la malattia, non essendo più essa concepita e riconosciuta come tale, serve solo a rafforzarla.
    La famiglia crolla? La legge si limiti a fotografare la realtà, perdendo qualsiasi funzione educativa, culturale, rinunciando a proporre modelli più umani e civili.
    Ecco quindi che i soliti noti, radicali e membri del Pd, propongono matrimoni più leggeri definiti in vari modi; ecco che i radicali costituiscono la loro ennesima associazione, per sostenere questa volta il “divorzio veloce”, per togliere qualsiasi spazio, tempo e voglia per un ripensamento, deprezzando così ancora un poco, di diritto e di fatto, l’istituto matrimoniale; ecco che persino i “cattolici” più aggiornati spiegano ai loro figli che la convivenza preliminare al matrimonio è assai positiva, quando sappiamo bene “che la convivenza prematrimoniale non è una garanzia di lunga durata dell’unione, anzi essa sembra favorirne lo scioglimento”, perché “secondo recenti ricerche nelle coppie non sposate si verificherebbe una specie di auto-selezione di soggetti meno impegnati nei confronti dell’istituzione, con una visione più individualistica del matrimonio e quindi più propensi ad una eventuale rottura coniugale” (A. Zanatta, Le nuove famiglie, il Mulino).
    La “durezza” del dovere, l’intangibilità e la non negoziabilità del principio, per quanto possano spaventare, e sembrare, talvolta, crudeli, sono in realtà l’unico vero ausilio che è dato alla nostra debolezza, e fragilità: l’uomo che conosce bene a priori ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, costruirà meglio la sua vita e il suo rapporto affettivo, e sarà sorretto dalla consapevolezza della responsabilità che si è assunto, nel momento, immancabile, in cui verrà assalito dallo sconforto, dalla propria fragilità e miseria, e dalla conflittualità col coniuge.
    Avviene così il contrario di ciò che solitamente siamo abituati a pensare: l’eliminazione del principio, in questo caso l’indissolubilità del matrimonio, lungi dal rappresentare un’opportunità in più, una prospettiva di maggior felicità, si rivela sovente, in un momento di debolezza, ciò che ci spinge a gettare la spugna e a dichiararci sconfitti, anche laddove si sarebbe potuto resistere, e vincere.
    Certo, ciò non toglie che nella vita possa succedere, al di là di qualsiasi colpa, che un matrimonio costruito con le migliori intenzioni e con la massima buona volontà possa fallire: nulla ci garantisce, su questa terra, dalla sofferenza e dall’errore. Ma in questi casi, che dovrebbero essere assai rari in una società consapevole dell’importanza del matrimonio, non dovrebbe essere la legge a trasformare l’eccezione in regola, perché la legge, come non è mai abbastanza ripetere, non ha il compito di normare i casi estremi, ma di riconoscere il bene comune, e possiede in se stessa una fortissima funzione pedagogica. Tanto è vero che l’introduzione di una legge e di una cultura divorzista, ha determinato l’aumentare vertiginoso e progressivo dei divorzi; tanto è vero che l’aumentare dei divorzi ha portato, ad esempio in Spagna, all’introduzione del divorzio veloce, il quale a sua volta ha contribuito a rendere ancora più fragile l’istituto matrimoniale, generando un aumento delle rotture tra coniugi, già dopo il primo anno di applicazione, del 300 % circa!
    P.S. Oggi ai numeri del divorzio nessuno sembra interessato, neanche per cercare di escogitare qualche piccolo aggiustamento, qualche strategia per porre quantomeno un freno al fenomeno. Prima del 1970 però, il fronte divorzista era assai più attento al fascino dei numeri: si disse e si continuò a ripetere, senza alcuna verità, che le persone coinvolte nelle separazioni erano ben 5 milioni! Il calcolo era palesemente forzato, comprendeva nonni e parenti dei separati sino alla quinta generazione, ma la menzogna ripetuta insistentemente servì ad aprire la strada: se sono così tante le persone coinvolte, in senso lato, si pensò, allora è giusto intervenire, legalizzando il fenomeno. Qualche anno dopo, come vedremo, la stessa strategia della menzogna e dei numeri gonfiati fu utilizzata per far passare l’idea che anche il ricorso all’aborto, essendo assai diffuso, era da considerarsi “normale”.
    Fermate Maurizio Paniz e il divorzio breve « Libertà e Persona

  3. #13
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Affari milionari
    È in onda dal 19 febbraio la nuova edizione di “Affari tuoi” (Rai1, ore 20.35), quiz quotidiano presentato da Max Giusti. Il quale funziona molto di più come imitatore che come presentatore, ma non è questo il punto debole della trasmissione.
    Il collaudato meccanismo si basa sulla scelta del pacco giusto da parte del concorrente, che può vincere un montepremi fino a 1.000.000 di euro contando soltanto su intuito e sulla fortuna. Non è richiesta alcuna abilità ulteriore, nemmeno quella spruzzata di “cultura generale” che in altri quiz conferisce almeno una parvenza di merito all’eventuale vincita.
    Il gioco a premi di Rai1 ha un suo seguito: l’idea di poter vincere una somma di denaro senza impegno e in virtù soltanto della buona sorte è di quelle che fanno breccia nell’animo italico. Di fatto, è un “gioco d’azzardo” e – nonostante il successo ottenuto – è discutibile la mancata corrispondenza fra la difficoltà della prova e la vincita potenziale.
    La “Carta dell’informazione e della programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del Servizio pubblico” del 1995 fissa per la Rai alcune regole. Fra queste, le seguenti: “I programmi a premio pubblicizzeranno i criteri di scelta dei concorrenti e affideranno la scelta a organi che garantiscano la credibilità della sorte. L’ammontare dei premi singoli non dovrà essere esagerato e dovrà avere un rapporto con la difficoltà dei giochi. Trasmissioni con molti vincitori e con premi modici sono più compatibili con lo spirito del Servizio pubblico di trasmissioni con pochi vincitori e con premi maggiori”.
    Appunto…
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Affari milionari



    VALORI NON NEGOZIABILI
    Divorzio «breve», società più fragile
    Viviana Daloiso
    Di famiglia, e di aiuti concreti alle famiglie, si discute molto poco in Parlamento. L’appello a considerare le esigenze di chi ha molti figli o disabili e anziani a carico, per esempio in materia fiscale, è caduto più volte nel vuoto nel corso degli ultimi mesi. Ed è solo uno dei tanti. In Parlamento, d’altronde, ci sono altre priorità, specie in tempi di grandi manovre per rilanciare il Paese. Tra queste figura – piuttosto a sorpresa – anche la proposta di legge per il cosiddetto «divorzio breve». Su cui negli ultimi giorni la Commissione giustizia della Camera era tornata a discutere e che ieri ha approvato.
    Il risultato è altrettanto sorprendente se si pensa che il testo, messo a punto dal relatore Maurizio Paniz (Pdl), ha visto un’intesa bipartisan tra i deputati. Insomma, che ci si possa sbarazzare in fretta del matrimonio è convinzione di tutti i partiti. Fatta eccezione per la Lega (che questa assurda legge voleva sopprimerla) e l’Udc (che con Paola Binetti aveva proposto una mediazione): tutte ipotesi bocciate. Come quella dei radicali, che – sul fronte opposto – addirittura pretendevano un «divorzio lampo», senza alcuna attesa.
    Via libera dunque al testo che, incassato il parere delle altre commissioni competenti, sarà votato dalla Camera. A costituirlo due soli articoli, dirompenti per le conseguenze. Nel primo si stabilisce una decisa riduzione dei tempi di durata della separazione necessaria prima di ottenere il divorzio: da tre a un anno (durata che può salire sino a due anni quando la coppia ha figli ancora minorenni). Nel secondo articolo, invece, il disegno di legge interviene sul fronte patrimoniale, disponendo lo scioglimento altrettanto rapido del regime di comunione tra i coniugi.
    Più che mai critica la posizione del Forum delle Famiglie: «È una proposta per la quale ribadiamo, come in passato, il nostro deciso "no" – ha spiegato il presidente, Francesco Belletti –. Una società che semplifica il divorzio è una società che getta la spugna innanzi alle difficoltà delle coppie, che le abbandona alle loro crisi e ai loro problemi». E in effetti ciò che più emerge, nei discorsi dei sostenitori della proposta di legge, è proprio l’urgenza della “semplificazione” e quasi dell’anestesia sociale al divorzio, «mentre la vera sfida – fa eco a Belletti don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia – dovrebbe essere quella di sostenere le coppie nei loro momenti bui, di aiutarle». Servizi, quelli dell’accompagnamento e della mediazione, che andrebbero rilanciati a ogni livello e di cui il Forum lamenta un vuoto sostanziale.
    Il rischio di tanta “fretta” nel dividersi? «Rendere ancora più fragile il tessuto sociale, di cui la famiglia è fattore indispensabile – continua don Gentili –. Facilitare il divorzio significa rendere anche meno consapevole la scelta del matrimonio. Scegliere di donarsi a un altra persona sapendo che in un anno si può tornare indietro, è molto lontano dal "per sempre" insito nel sacramento. E sapere che si può tornare indietro è una tentazione forte, che andrebbe scongiurata».
    Divorzio «breve», società più fragile | Politica | www.avvenire.it

    Divorzio «breve», marcia indietro del Pdl
    È polemica sulla proposta di legge per il “divorzio breve”, che giovedì ha ottenuto un sorprendente via libera in Commissione giustizia alla Camera, con tanto di voto bipartisan sia dei deputati del Pdl che del Pd. Ieri, dopo le sollecitazioni di "Avvenire" e del duro intervento della Cei e del Forum della associazioni familiari, è stata proprio la politica a esprimere qualche perplessità sulla norma.
    A cominciare dal Pdl, col vice presidente della Camera Maurizio Lupi: «Non siamo davanti a una norma di civiltà, ma ad uno strano paradosso – ha detto Lupi –. Da un lato abbiamo una Costituzione che sancisce in maniera inequivocabile l’importanza della famiglia fondata sul contratto matrimoniale, dall’altro il Parlamento cerca di trasformare questo contratto in carta straccia».
    A fargli eco, il collega e presidente dei senatori del Pdl Murizio Gasparri: «La banalizzazione del matrimonio mi pare una scelta superficiale – ha detto – e non è cosa saggia facilitare la separazione. Sono sorpreso da questa accelerazione: chiederò che il Pdl esamini questo problema. Il matrimonio lampo che si risolve in un battito d’ali – ha sottolineato ancora Gasparri – mi pare che non sia una scelta seria». Sul “divorzio breve” ieri è tornato anche il Forum delle famiglie, con un comunicato durissimo, in cui si puntano i riflettori sui rischi di una norma «che rischia di rendere il divorzio poco più che uno scambio di carte bollate col timbro del giudice». «Non si tratta – ha spiegato il presidente Francesco Belletti – di mettere i bastoni tra le ruote alle coppie che vogliono dividersi definitivamente. La domanda-obiettivo sociale da porsi in maniera prioritaria dovrebbe essere "quanto aiutiamo le coppie in difficoltà a restare insieme" piuttosto che facilitare il più possibile la rottura?».
    Divorzio «breve», marcia indietro del Pdl | Politica | www.avvenire.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Le scimmie sono sorelle, parola di Veronesi
    di Rino Cammilleri
    Il pianeta delle scimmie è il nostro, esattamente come nella saga hollywoodiana. Con la piccola differenza che le scimmie non si sono evolute affatto, sono sempre le stesse fin dai tempi di Darwin e anche prima. Nè una mutazione artificialmente indotta da quegli sventati che siamo noi umani le ha istigate a prendere il nostro posto come razza dominante. No, saremo noi umani a far loro posto accanto a noi: prego, si accomodino, dal momento che siamo fratelli.
    Sì, fratelli. E sorelle. Parola dell'oncologo emerito Umberto Veronesi, che la notoria pigrizia delle redazioni fa sì che venga intervistato su tutto, dall'amore gay ai primati (nel senso di antropoidi). E' sempre la pigrizia dei redattori a incoronare Tuttologi ultraottantenni fuori servizio come il sopracitato, come Margherita Hack, come Rita Levi Montalcini. Oggi il caso riguarda le scimmie di genere macaco, che la multinazionale Harlan acquista nella solita Cina e intende impiegare per esperimenti nella sua azienda brianzola. Gli animalisti hanno promesso sfracelli e subito si è accodata la ex ministra Brambilla, che, com'è noto, ama talmente gli animali da voler imporne l'amore a tutti.
    E' come per le sigarette: lo Stato, per il tuo bene, ti vieta di fumare. Sempre per il tuo bene, dissolve il matrimonio etero. Ed è sempre perchè tu, cittadino qualunque, non sai qual sia il tuo vero bene che adesso devi sopportare anche questa delle scimmie. Dice infatti il Veronesi emerito: "non c'è nessuna ragione al mondo per cui si debbano sacrificare dei primati, che sono nostri fratelli e sorelle". Ipse dixit.
    Peccato che un altro oncologo famoso, Silvio Garattini, che è ancora in servizio permanente ed effettivo all'Istituto Mario Negri di Milano (di cui è, per giunta, direttore), dica il contrario. Dice esattamente che la sperimentazione sulle scimmie è e rimane "fondamentale". A lui si aggiungono i Nas, che non hanno trovato alcunché di irregolare in quel che fanno alla Harlan. Nemmeno i controlli del Ministero della Salute hanno di che lamentarsi.
    Bene, qui abbiamo due scuole di pensiero: una del tutto ideologica a cui fanno capo l'ex ministro del turismo di fulvo crine e il Veronesi, che della razza umana ha un'opinione singolare (sostenne, non molto tempo fa, che l'amore omosessuale è il più puro, appunto perchè non figlia); l'altra, quella oggettivamente scientifica dei Nas, di Garattini e del Ministero competente. Si noti che gli appartenenti alla prima scuola sono gli stessi che proclamano il primato e l'infallibilità della Scienza a ogni piè sospinto. Ma, da buoni giacobini, tendono a chiamare Scienza quel che frulla loro nel cervello, e Oscurantisti chi non la vede come loro. Sognano l'Arcadia, quella col cibo naturale e filosofici pastorelli che parlano con gli animali, dove il leone pascola con l'agnello e bianchi mulini ad acqua macinano biscotti.
    Dèjà vu: l'Illuminismo cominciò con l'Arcadia e finì con la ghigliottina per chi non si adeguava. La sola differenza è che oggi la Fraternité viene estesa ai macachi
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Le scimmie sono sorelle parola di Veronesi





    Il mondo è bello perché... «avariato»
    Autore: Saro, Luisella
    Baci etero omo lesbo all’italiana alla francese alla come ti pare, ok. Bestemmie, docce hot & immagini hard, accoppiamenti multipli con avvitamento in diretta al Grande Fratello et similia, ok. Crani fracassati, corpi dilaniati, riprese di morti violente, ok. In barba alle fasce protette, in tutti i canali, compresi quelli “per bambini”, il sesso alluso o esibito non è un tabù e quindi ok pure a quello. Per i siti porno con tutte le sfumature (guai dire devianze) basta un click e in internet vedi di tutto e anche di più. Su Youtube non si contano i filmati di bullismo, le riprese fintamente vietate di ciò che accade in classe, nei bagni delle scuole, nelle camere da letto, sopra e sotto le lenzuola. Se hai bisogno di una foto perché tuo figlio, alle elementari, deve fare un approfondimento di scienze, è bene che presti attenzione a cosa scrivi sul motore di ricerca, perché se digiti “maiale” esce di tutto, tranne il suino richiesto.
    E però… però non fateci vedere una donna che allatta un bambino perché – quella sì – turba. Peggio. E’ considerata (questa!) un’“immagine che offende il senso del pudore”.
    Solita bufala dei cattolici pro life, dirà qualcuno che, abituato – contento lui – ad essere “fatto imparare” (licenza poetica della puntigliosa, che cerca un sinonimo soft e politicamente corretto al participio passato “indottrinato”) in effetti questa notizia mica la trova su certi quotidiani che contano (la puntigliosa prima di scrivere verifica. Abbiate pazienza: le hanno insegnato così).
    Eppure… eppure è accaduto. Un utente italiano si è visto l’account bloccato per 24 ore e dal suo profilo di Facebook è stata rimossa l’immagine di una donna che allatta. Il social network di Mark Zuckerberg evidentemente ritiene l’allattamento un atto osceno.
    La notizia si commenta da sé. Ho due figli ormai grandi, ho allattato per quasi un anno e mezzo ciascuno di loro e la ricordo come un’esperienza tra le più belle della mia vita: di una dolcezza e di una intimità che non ha eguali. Un atto così “naturale”, così profondamente umano, che gli artisti, immortalandolo, nel corso dei secoli ci hanno donato affreschi, statue e dipinti non solo di mamme e neonati, ma anche della Madonna che allatta Gesù, e nessun cattolico mai si è sognato di considerare tali immagini offensive.
    Fa pensare, e molto, dunque, che si possa considerare lesiva del senso del pudore la foto di una donna che offre la mammella al figlio, mentre viviamo in un’epoca che punta l’obiettivo (fotografico e non) sulla farfalla di Belen; che chiude un occhio (metaforicamente, perché in verità lo sgrana per vedere meglio) sul nudo artistico (?) dei seni esibiti alle sfilate; sulle donne di plastica, e cioè post ritocchi; sul decolleté oversize di Francesca Cipriani prima e dopo lo scoppio della protesi; sul gossip morboso da buco della serratura. C’è da riflettere se si considerano “arte” i nudi in silicone inglobati in blocchi di resina da Serra e Renzetti (in arte Santissimi) e si paga il biglietto per vedere i cadaveri di Gunther Von Hagens sottoposti alla tecnica della plastinazione, mentre creano scandalo e “non si possono vedere” le labbra di un bimbo che succhiano il latte dal seno di una mamma.
    E però il mondo è bello perché è vario (e qualche volta anche… avariato), perché, come sempre, ci sono i distinguo. Girando per i social network, infatti, ci si può facilmente imbattere nell’immagine di una donna che allatta una scimmia, di un’altra che porge il seno al proprio cane malato e anche – copio ciò che ho letto – in “una singolare sequenza in cui una donna indiana allatta il proprio bambino e contemporaneamente un piccolo di antilope. Il documentario testimonia il rapporto tra l’uomo e la natura nel popolo dei Bishnoi nel deserto del Rajasthan in India. Lì si venerano animali di ogni specie ed essi fanno parte della famiglia. L’armonia fra l’uomo e l’animale è al culmine, come esigono la filosofia e i principi di vita di questa comunità del deserto”.
    Insomma: le foto politically and animalistically correct, ok. Anche su Facebook. Solo l’immagine che possa richiamare alla memoria un’idea “normale” di una maternità “normale” stona, anzi turba. Ergo, zitti tutti. Va censurata. Senza “se” e senza “ma”.
    Il mondo è bello perché... «avariato»





    Il divorzio genera mostri
    di Tommaso Scandroglio
    E’ l’obiezione più trita e comune che ci si sente ripetere in tema di divorzio: “Meglio divorziare che far soffrire i figli”. Purtroppo la realtà dei fatti documentata da abbondante letteratura scientifica ci dimostra l’opposto. Partiamo da un recente studio del gennaio 2012 redatto dal Marriage Research Institute e condotto dai ricercatori Patrick F. Fagan e Aaron Churchill dal titolo The Effects of Divorce on Children (Le conseguenze del divorzio sui figli) che ha avuto il merito di raccogliere i risultati di moltissime indagini su questo argomento.
    Negli Usa 1 milione di bambini all’anno subiscono il divorzio dei propri genitori. Quali effetti negativi questi bambini subiscono sul piano psicologico, sociale, affettivo ed economico? Ecco le risposte. Nel 40% dei casi la relazione affettiva tra la madre e i figli si è notevolmente deteriorata. Questo si riflette anche sul piano dell’aiuto finanziario ed emotivo per i figli i quali si sentiranno in genere più insicuri. Il 90% dei figli vive con la madre divorziata: quasi la metà dei bambini intervistati ha dichiarato che non ha visto il padre nell’ultimo anno.
    In merito alla religione i ricercatori sostengono: “Dopo il divorzio [i bambini] sono più propensi a smettere di praticare la loro fede”.
    Sul versante dell’apprendimento le cose non vanno meglio. Ad esempio all’età di 13 anni i figli dei divorziati sono indietro nella capacità di leggere di circa mezzo anno rispetto ai figli di genitori sposati. I primi poi rispetto a questi ultimi corrono un più elevato rischio (26%) di abbandonare la scuola (questo anche nel caso di seconde nozze). Infine solo il 33% dei figli di genitori divorziati arriva alla laurea, contro il 40% dei figli di famiglie stabili.
    Sul piano psicologico i danni forse sono ancor maggiori: il divorzio dei genitori è il terzo evento più stressante in un elenco di 125 eventi drammatici. Solo la morte di un genitore o di un parente stretto è vissuto in modo più tragico dal bambino. E il trauma persiste per tutta l’età adulta, almeno per tre decenni.
    Le seconde nozze poi sono per i figli una soluzione peggiore del male: ad esempio uno studio brasiliano ha dimostrato che i bambini che hanno un nuovo papà hanno 2,7 volte più probabilità di essere vittime di abusi rispetto alle famiglie di coppie non divorziate.
    La conclusione dei ricercatori è la seguente: “Il divorzio genera effetti che indeboliscono i bambini e tutte le cinque principali istituzioni della società, cioè la famiglia, la chiesa, la scuola, il mercato, e il governo stesso”.
    I risultati di questa ricerca trovano poi conferma in altri studi sempre condotti con metodo scientifico.
    La ricercatrice Rebecca O’Neill ci illustra i risultati di un’indagine condotta sul suolo inglese (Experiments in Living: The Fatherless Family, in «Civitas», September 2002) che anche in questo caso mostrano come il divorzio generi disagi di varia natura a danno dei bambini. Innanzitutto i figli di genitori separati sono più poveri. Le famiglie monogenitoriali nel 75% dei casi hanno un reddito molto basso, contro il 40% delle famiglie con due genitori. Questi bambini rispetto a quelli di genitori sposati avranno una possibilità tre volte superiore di andare male a scuola (cattivi voti, bocciature, abbandoni scolastici, minore probabilità di laurearsi), di soffrire di malattie psicosomatiche e di depressione, di assumere condotte antisociali e di avere problemi nei rapporti di amicizia.
    Ad analoga conclusione è arrivata anche la ricercatrice Jane Mauldon: i bambini tra i 5 e i 15 anni con un solo genitore nel 16% dei casi soffrono di disturbi psichici. La media tra i bambini di genitori sposati è invece dell’8%, cioè la metà (J. Mauldon, The effects of marital disruption on children’s health, in “Demography”, 27 (1990)).
    Tre casi di suicidio di adolescenti su quattro interessano ragazzi con un solo genitore (Ricerca di Bethke Elshtain del 1993 citata in L. Pesenti, Appello laico per la famiglia, «Il Domenicale», 6 marzo 2004).
    Le bambine con un solo genitore hanno la probabilità di subire abusi pari al 3,7% dei casi, contro lo 0,2% di coloro che vivono con entrambi i genitori. Quindi una probabilità 18,5 volte superiore rispetto alle bambine con famiglie stabili (J. Bartholomew, The welfare state we’re in, Politico’s, London).
    Diventando adulti il 50% soffrirà di depressione e sul posto di lavoro non saranno così bravi e competenti come i figli di genitori non divorziati (J. Wallerstein – S. Blakeslee, Second chances: Men, women & children a decade after divorce, who wins, who loses and why, Ticnor & Fields).
    Riportiamo altre ricerche sullo stesso tema, ma purtroppo la musica non cambia: secondo i ricercatori Fagan, Johnson e Butcher (A Portrait of Family adn Religion in America, The Heritage Foundation, 2006) negli USA il 28,8% dei ragazzi che vivono con entrambi i genitori sono stati coinvolti almeno in una rissa in vita loro, contro il 39,5% dei figli di genitori divorziati. Il 19% dei figli di divorziati ha commesso un furto del valore di 50 dollari o più (13% per i figli di non divorziati) e il 37% è stato sospeso a scuola (20,3% per i figli di sposati). Nei quartieri con alto tasso di criminalità il 90% dei bambini con genitori divorziati prima o poi diventerà un delinquente contro il 10% di figli di genitori non divorziati (Fagan, The Real Root Causes of Violent Crime: The Breakdown of Marriage, Family, and Community, The Heritage Foundation Backgrounder, 1995).
    Il tasso di alcolismo dei figli di genitori divorziati è del 40% superiore rispetto ai figli di famiglie stabili e hanno un rischio doppio di assumere sostanze psicotrope (H. Sweeting – P. West – M. Richards, Teenage Family life, lifestyles and life chances, «International Journal of Law, Policy and the Family», 12 (1998)).
    Solo dove la convivenza è diventata intollerabile – casi che oggettivamente sono rari – è bene cessare l’obbligo della coabitazione sotto lo stesso tetto – così come permette anche il Codice di Diritto Canonico – altrimenti è meglio per i figli vivere in un ambiente con qualche tensione emotiva piuttosto che vedere papà e mamma che non vivono più assieme (M. Cockett – J. Tripp, The Exeter Family Study. Family Breakdown and its Impact on Children, University of Exeter Press, 1994).
    La conclusione è d’obbligo: contra facta non valet argumentum.
    Il divorzio genera mostri « Libertà e Persona

    Nuoce gravemente
    Quando venne introdotto in Russia, subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, provocò tali e tanti danni al tessuto sociale che poco tempo dopo fu abolito. Nei paesi dove vige le dannose conseguenze sono ben visibili. Esistono numerosi studi che ne evidenziano le nefaste conseguenze su chi lo pratica e chi lo subisce a breve, medio e lungo periodo.
    Di cosa stiamo parlando? Del fumo, dell’amianto? No, stiamo parlando del divorzio breve che, zitti zitti, si sta lavorando per introdurre nella nostra legislazione.
    Non ne avete sentito parlare? Nemmeno io. Forse si è concentrati troppo sull’economia e si sono perse di vista queste notiziole secondarie.
    Eppure anche di economia si tratta. Non è forse vero che il solo motivo per cui non abbiamo ancora dato il giro, come la Grecia, è che le nostre famiglie risparmiano tantissimo? Che insomma il modello familiare italiano è il solo salvagente che ci ha impedito di collassare?
    Quelli che ho descritto sono fatti, non opinioni. Eppure il divorzio breve viene descritto, da coloro che ne vorrebbero l’introduzione in Italia, come una “conquista di civiltà”, un passo necessario per portarsi al livello degli altri paesi. Ma, negli altri paesi, che effetto abbia avuto nessuno se lo chiede.
    Forse si vuole solo acriticamente imitare modelli altrui senza chiedersi se siano effettivamente buoni. Oppure, e il dubbio viene, c’è sotto qualcosa di più maligno. Rendiamo più semplice divorziare, si dice, svalutiamo un altro po’ questa famiglia che mette sempre il bastone tra le ruote.
    Sì, perché l’uomo solo è molto più facile da sottomettere, da piegare agli interessi, economici e non solo, dei potenti di turno. Che cercano di convincerci in tutte le maniere che non esiste stabilità, che non esiste fedeltà, che questo desiderio di amore vero che abbiamo è solo un’illusione.
    Sembra talvolta che la sola stabiltà ad essere intoccabile sia il posto di lavoro, e non la compagnia familiare. Mi sfugge la ragione per cui coloro che vogliono rendere impossibile ad un datore di lavoro mandare via un proprio dipendente siano gli stessi che si battono perché sia il più semplice possibile dare il benservito alla propria moglie o al proprio marito.
    Quali siano i disastri del divorzio lo vede chi lavora in ambito educativo. Lo si vede sui figli. Lo si vede sugli amici. E’ una mentalità che si diffonde perché c’è chi ha interesse a diffonderla. Chi della stabilità, chi dell’amore ha deciso che si può fare a meno.
    Ieri sera ho visto un film di ottant’anni fa. Tutti fumavano allegramente. Poco per volta si è capito quanto faceva male, quanto costava. Nei film di oggi nessuno fuma, quello che tutti praticano è il sesso senza legami. Quanto passerà prima si riconosca che anche quello “nuoce gravemente”?
    Nuoce gravemente « Berlicche


  5. #15
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Placca contraccettiva a 13enni in segreto:
    è bufera sulle scuole di Southampton
    Impianti contraccettivi applicati a studentesse minorenni, anche appena tredicenni, senza che i genitori ne sapessero nulla. È scandalo a Southampton, nel sud dell'Inghilterra, dopo che si è appreso che in almeno nove scuole secondarie a molte ragazzine è stato impiantato un contraccettivo ormonale sottocutaneo, che consiste in una piccola placca inserita nella parte interna del braccio. Il Daily Telegraph ha riferito che l'iniziativa rientrava in una campagna governativa contro le gravidanze delle teenager ma è stata realizzata nel più assoluto segreto, come hanno denunciato le famiglie delle minori.
    Il servizio "rispetta tutte le norme" ed "è fornito da personale addestrato", ha fatto sapere un portavoce di Solent NHS Trust, una sorta di Asl di Southampton, aggiungendo che alle minori di 16 anni "che visitano i servizi di salute sessuale viene fatta una completa valutazione dei rischi".
    La scoperta ha fatto insorgere i rappresentanti del Family Education Trust, che hanno accusato le autorità sanitarie di incentivare il sesso promiscuo tra gli studenti. "L'ultima cosa che dovrebbero fare è soffiare sul fuoco della promiscuità con iniziative che offendono i genitori, la legge e i principi morali basilari", ha sottolineato il direttore del trust, Norman Wells.
    Intanto a Southampton è panico fra i genitori e in molti sono stati costretti a ispezionare le braccia delle figlie, trovando in alcuni casi brutte sorprese. "Fare un'operazione chirurgica in ambito scolastico, e senza che i genitori lo sappiano, è moralmente inconcepibile", ha commentato la mamma di una 13enne cui era stata fatta impiantare la placca, che è lunga circa 4 centimetri e rilascia un ormone che blocca l'ovulazione.
    "Ne ho parlato con altri genitori e sono rimasti atterriti", ha proseguito.
    Secondo il giornale britannico, il deputato Alan Whitehead, originario di Southampton, è stato incaricato di far luce sulla vicenda. "Chiaramente questi impianti contraccettivi richiedono un'operazione chirurgica che dovrebbe svolgersi in condizioni appropriate. Non sono certo che i servizi offerti al momento assicurino questo standard ed è esattamente ciò che voglio scoprire", ha assicurato Whitehead.
    Placca contraccettiva a 13enni in segreto: è bufera sulle scuole di Southampton | Mondo | www.avvenire.it

    OGGI, IN CULO NO - “FINALMENTE SI SCOPA, SESSO ANALE, ISTRUZIONI PER L’USO” È IL TITOLO DEL MANUALE SUL SESSO SICURO REALIZZATO DALL’ARCIGAY DI BOLOGNA - NELL’OPUSCOLO SI PARLA ANCHE DELL’UTILITÀ DELLE DROGHE NELL’ATTO SESSUALE - INSORGE IL PDL, CHE CHIEDE DI NEGARE ALL’ARCI I SOLDI PER LE SPESE DELLA PROPRIA SEDE (110 MILA €), OGGI A CARICO DEL COMUNE - MA PER L’ASSESSORE ALLA CULTURA “LE ATTIVITÀ DEL CIRCOLO HANNO POSITIVE RICADUTE SULLA CITTADINANZA”...
    G.L.R. per "Libero"
    L'opuscolo sul sesso anale pagato dai contribuenti. A Bologna infuria la polemica su un libretto di istruzioni sul sesso sicuro tra uomini realizzato dall'Arcigay con i soldi che gli passa il Comune. «Finalmente si scopa, sesso anale, istruzioni per l'uso», è il titolo del volume che intende dare suggerimenti ai gay su come farlo. Compreso il fatto se sia utile o meno assumere droghe prima di un atto sessuale. Il tutto finanziato dal denaro pubblico, con i soldi che il Comune passa all'associazione, che quest'anno è riuscita a portare a Bologna il Gay Pride nazionale.
    A denunciare la vicenda è stato Michele Facci, consigliere comunale del Pdl, che, durante l'udienza conoscitiva sui finanziamenti alle associazioni da parte del Comune, ha raccontato i fatti leggendo in commissione anche parti dell'opuscolo.
    Il municipio bolognese non elargisce contributi diretti, ma aiuta l'Arcigay abbuonandogli l'affitto della sede (per 70 mila euro) e le utenze (40 mila). «Ognuno può fare quello che vuole, ma il Comune non deve e non può dare soldi a chi pubblica cose del genere. Nel testo ci sono precisi riferimenti alle droghe, che vengono definite "un bel viaggio"», dice Facci al quotidiano Italia Oggi.
    A seguito della notizia, il Pdl bolognese ha chiesto alla giunta di ridiscutere la convenzione, ma l'assessore alla Cultura, Alberto Ronchi, non è d'accordo. Anche perché, spiega, «le attività del circolo hanno positive ricadute sulla cittadinanza, per esempio viene fatta un'attività di prevenzione contro il virus Hiv».
    Dopo le polemiche, però, sembra muoversi qualcosa: il sindaco del capoluogo emiliano, Virginio Merola (Pd), ha deciso che l'Arcigay continuerà ad avere i locali gratis, ma dovrà iniziare a pagare le utenze telefoniche e di luce e gas. Ma al Pdl non basta. «Il circolo fattura 1,5 milioni di euro l'anno tra serate, sportello legale e servizi, con 160 mila euro di utile. Quindi possono benissimo permettersi di pagare l'affitto», afferma il pidiellino Marco Lisei.
    E nella polemica interviene l'ex presidente nazionale dell'Arcigay, Franco Grillini, oggi esponente dell'Italia dei Valori. «Si tratta di un attacco politico mascherato. Ci attaccano sui soldi, ma in realtà vogliono negare i nostri diritti», sostiene Grillini.


    Preferisce gli uomini E le stacca il naso a morsi
    Una ragazza rifiuta le sue attenzioni e lei le stacca il naso a morsi. A Imperia lesbica denunciata per lesioni personali gravi
    di Luisa De Montis
    Un amore non corrisposto è sfociato in un morso. Sì, una ragazza lesbica di 21 anni, della provincia di Imperia, si è vendicata della donna per cui si era presa una cotta perché questa preferiva gli uomini. E così le ha strappato, a morsi, un pezzo di naso.
    L’aggressione si è verificata nella tarda serata di ieri in provincia di Imperia. In base a quanto ricostruito dagli investigatori, la 35enne vittima della giovane donna gelosa, stava entrando in un bar del centro di Vallecrosia, il bar dei Fiori, quando si è trovata davanti l’altra. Tra le due è nato un diverbio che si è concluso nel morso. La donna, ricoverata d’urgenza in ospedale, potrebbe essere sottoposta a un intervento di chirurgia plastica. I carabinieri hanno denunciato la giovane per lesioni personali gravi.
    Preferisce gli uomini E le stacca il naso - Cronache - ilGiornale.it

    La Nixon afferma: «ho scelto io l’omosessualità», ma questo non si può dire!
    Cynthia Nixon ha imparato sulla sua pelle cosa voglia dire la furia della lobby omosessualista. L’attrice, nota per aver recitato nella serie “Sex and the city”, è stata travolta in una grossa polemica dal “New York Times”, che ha pubblicato una sua dichiarazione in cui spiegava che per lei essere omosessuale è stata una scelta consapevole. Oggi, anche se nessuno ha mai trovato un “gene gay”, è proibito dire che l’omosessualità non è determinata geneticamente, pena la gogna mediatica. L’estrema necessità di sostenere questa posizione antiscientifica è stata spiegata bene dall’ex omosessuale Adamo Creato nell’ottobre scorso.
    La Nixon è omosessuale da otto anni, ma prima è stata per 15 anni con un uomo da cui ha avuto due figli. E’ abbastanza frequente infatti che un eterosessuale diventi omosessuale (come è stato per Cecchi Paone o Franco Grillini), ma è assolutamente proibito dire che possa esistere qualcuno che da omosessuale diventi (ritorni, meglio) eterosessuale. Questo è il secondo divieto, ma la Nixon non lo ha rispettato e ha osato dire qualcosa di diverso: «So che per altri non è stato così, ma per me è stata effettivamente una scelta». E ancora: «Molte persone sono preoccupate del fatto che l’omosessualità sia vista come una scelta, perchè questo vorrebbe dire poter essere o non essere gay a proprio piacimento». Orrore! Sacrilegio!
    Si dice che l’onorevole Paola Concia sia entrata nel panico più completo e abbia cominciato ritualmente e meccanicamente ad accusare Giovanardi di essere un omofobo. Altri attivisti gay, come Wayne Bese, letteralmente terrorizzati dalle conseguenze hanno dichiarato: «Cynthia non ha misurato le sue parole che potrebbero essere usate per guidare e influenzare i giovani omosessuali affinché tornino su quella che da molti viene considerata la retta via». “Tornino?” Un piccolo e significativo lapsus freudiano, forse?
    Esistono comunque decine e decine di studi in cui si dimostra la grande responsabilità dei fattori familiari/ambientali nella nascita del comportamento omosessuale in una persona. D’altra parte, è la stessa American Psychologycal Association, politicamente e ideologicamente “gay-friendly”, a riconoscere che non vi sia alcun consenso sulla genesi dell’omosessualità, esaminando cause genetiche, ormonali, ambientali, sociali e culturali ha concluso che non è determinata da nessuno di questi fattori in modo specifico e predominante. Nel suo libro “When Wish Replaces Thought: Why So Much of What You Believe Is False” (Prometheus Books 1992), il prestigioso sociologo Steven Goldberg, presidente del Dipartimento di Sociologia al City College di New York, ha scritto un capitolo sulla bufala del “gene gay”, dicendo: «Praticamente tutte le prove che abbiamo sono contro l’argomento che vi sia un determinante fattore fisiologico causale dell’omosessualità e non conosco nessun ricercatore che crede nell’esistenza di un tale fattore [...]. Esistono fattori che svolgono un ruolo di predisposizione, non un ruolo determinante [...], non conosco nessuno nel campo che sostiene che l’omosessualità possa essere spiegata senza fare riferimento a fattori ambientali».
    La Nixon afferma: «ho scelto io l’omosessualità», ma questo non si può dire! | UCCR

  6. #16
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Non si dovrebbe essere così severi col divorzio - significa che la gente continua a sposarsi...

  7. #17
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    Non si dovrebbe essere così severi col divorzio - significa che la gente continua a sposarsi...
    Significa che la gente non sa cosa significa sposarsi.

  8. #18
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec Visualizza Messaggio
    Significa che la gente non sa cosa significa sposarsi.
    Si potrebbe chiarire meglio il concetto abrogando il divorzio - e stare a guardare quanto ricorreranno al matrimonio una volta che avessero inteso cosa davvero significa...

  9. #19
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    Si potrebbe chiarire meglio il concetto abrogando il divorzio - e stare a guardare quanto ricorreranno al matrimonio una volta che avessero inteso cosa davvero significa...
    Sono perfettamente d'accordo, soprattutto sull'abrogazione...

  10. #20
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Citazione Originariamente Scritto da Melchisedec Visualizza Messaggio
    Sono perfettamente d'accordo, soprattutto sull'abrogazione...
    Condivido, è ora che si faccia chiarezza e che ciascuno tragga le debite conclusioni.

 

 
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