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Discussione: Il deserto avanza

  1. #21
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Del resto insomma se l'articolo 18 è innocuo che problema ci potrà essere a restituire al matrimonio la sua indissolubilità...

  2. #22
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    GB: dei bambini sono perseguitati in nome della lotta contro il razzismo
    Melanie Philips si chiede dopo che un bambino di sette anni è stato accusato di razzismo ed escluso dalla scuola: come diavolo siamo caduti così in basso?
    La parola “Orvelliano„ è stata così tanto compromessa che è diventato un banale cliché, tuttavia non c'è un altro termine per descrivere quest'assalto profondamente sinistro nei confronti del semplice buon senso, che imperversa fino nei corsi di ricreazione della molta politicamente corretta Inghilterra.
    All'origine, lo scopo era di creare un mondo migliore, più gentile, sradicando tutti i tipi di pregiudizi, razziali o diversi. I partigiani di queste credenze professano avere in orrore tutte le forme d'intimidazione, e gli insegnanti hanno organizzato sorveglianze nei corsi di ricreazione come anche delle “settimane speciali di lotta contro l'intimidazione„ per farla finita con queste pratiche detestabili.
    E tuttavia, nel perseguimento di questi nobili obiettivi, si osserva una vasta persecuzione dei bambini garantita dallo Stato. L'esempio più recente è la storia di questo ragazzino di sette anni a Hull, la cui madre sbalordita quando la direzione della scuola gli ha richiesto di firmare una dichiarazione riconoscendo che suo figlio era razzista.
    Quale atto abominabile razzista avrebbe commesso questo bambino per causargli tale ostracismo? Ebbene, ha semplicemente chiesto ad un bambino di cinque anni, durante la ricreazione, “tu sei marrone perché vieni dall’Africa?„. Ma dove diavolo è l'insulto razzista in questa domanda? Non esprime né un disgusto odioso, né una superiorità razziale su un'altra persona in funzione del colore della sua pelle. Si stupisce, allo stesso modo dei bambini, della ragione del suo colore di pelle, nulla di più.
    Si tratta di una domanda completamente innocente da parte di un bambino curioso. Infatti, il colore marrone della pelle del bambino di cinque anni viene per il fatto che i suoi antenati sono nati su un altro continente. In cosa una comprensione giusta delle cose può costituire un pregiudizio? La reazione eccessiva della scuola lascia pensare che il razzismo sia ridefinito per includere non soltanto i riferimenti odiosi al colore di qualcuno, ma anche ogni forma di riferimento a questo colore.
    Inoltre, è particolarmente odioso appendere il manifesto “razzista„ attorno al collo di un bambino. La caccia alle streghe è sufficientemente infame in sé, ma mirare bambini è propriamente ripugnante. Riguardo alla loro immaturità, i bambini non possono essere tenuti come responsabili alla stregua degli adulti. Quando i giovani uccisori del bambino James Bulger furono giudicati per il suo omicidio, i progressisti hanno protestato con veemenza perché non siano trascinati davanti ai tribunali, poiché giustamente, erano essi stessi dei bambini. E pertanto, sembrerebbe che quelli il cui cuore collettivo sanguina per gli uccisori di bambini siano tuttavia decisi ad ostracizzare bambini di sette anni, come nemici del popolo, solo per un comportamento giudicato inammissibile da un candidato Big Brother burocratico.
    Il bambino di sette anni di Hull non è per niente un caso isolato. L'ampiezza di tali intimidazioni patrocinate dallo stato ha andamenti d'inquisizione nei terreni di giochi. L'anno scorso, si rivelò che gli insegnanti hanno denunciato migliaia di bambini come “razzisti„ o “omofobi„ per semplici bisticci nel cortile di ricreazione. In tutto, 34.000 bambini, dell'asilo nido alla scuola secondaria e primaria, di cui 20.000 bambini da 11 anni o meno, sono stati stigmatizzati come “razzisti„ per aver tenuto presumibilmente “un discorso di odio„.
    Un bambino è stato trattato di razzista per avere scherzato dicendo “testa di broccolo„, facendo allusione alla pettinatura di un bambino africano, un altro ancora è stato accusato di essere omofobo per avere detto ad uno professore “questa lezione è allegra„. Una scuola ha denunciato un ragazzino di sei anni agli enti locali per avere detto al suo compagno di classe di una minoranza etnica: “La tua pelle è di colore cacca„. Un bambino di dieci anni è stato "arrestato" e portato dinanzi ad un giudice per avere in seguito alle informazioni ricevute dato a un bambino della sua età “del Paki„ e “del Bin Laden„, in occasione di un bisticcio nel quale il suo amico gli aveva dato “della bestia puzzolente„ e “del Teletubby„.
    Nel 2006, una scolara di 14 anni aveva chiesto alla sua professoressa se potesse realizzare la sua esperienza scientifica con un altro gruppo, poiché nel suo gruppo tutti i bambini parlavano soltanto il urdu; l'insegnante chiamó la polizia. La scolara è stata arrestata e portata al commissariato, i poliziotti gli hanno preso le impronte digitali, l' hanno fotografata e l' hanno lasciata in una cellula per oltre tre ore. È stata interrogata per dei sospetti di avere commesso un'offesa di razzismo minacciando l'ordine pubblico, fu poi rilasciata senza accuse. Assurdo, vero? E tuttavia, questa reazione eccessiva è un'esigenza della legge.
    Infatti, dalla legge votata nell'anno 2000, la Race relations Act, gli insegnanti sono obbligati a riportare ogni incidente percepito come razzista dalla vittima, o come “opinioni odiose„ da ogni altra persona, anche se sono commessi da bambini.
    Ovviamente, gli adulti anche possono subire questo tipo d' intimidazione per avere offeso una Comunità. La settimana scorsa, la campagna di pubblicità di Chanel 4 per il seguito del suo show a successo My Big Fat Gypsy Wedding è stata definita razzista a causa del suo slogan: “Bigger. Fatter. Gypsier„. Dov'è l'offesa nell'espressione “gypsier„? Se il seguito del film My Big Fat Greek Wedding fosse stato annunciato come: “Bigger. Fatter. More Greek„, ciò sarebbero stato considerato come razzista? Ovviamente no.
    Questa caccia alle streghe è incessante. L'anno scorso, un cantante di bar su una spiaggia dell'isola di Wight è stato arrestato dalla polizia per avere cantato Kung Fu Fighting, in seguito al reclamo di un uomo che si dichiarava d'origine cinese. Ancora un'altro aneddoto: la polizia ha interrogato il proprietario (cristiano) di un caffè ed avrebbe minacciato di arrestarlo perché spesso faceva passare su un piccolo schermo televisivo un DVD di una durata di 26 ore nel quale un narratore legge il nuovo testamento. Un reclamo è stato depositato contro di lui per incitamento all' odio verso gli omosessuali. Di fronte alla protesta pubblica, la polizia ha fatto retromarcia e si è finalmente scusata.
    Difficile dimenticare anche questa storia dell'autore ed agricoltore Robin Page, dieci anni fa, che fu fermato e sospettato d'incitamento all' odio razziale per avere dichiarato, in occasione di una manifestazione a favore dei cacciatori: “Se siete una lesbica con una sola gamba, nera, musulmana, vegetariana, autista di camion e richiedente d' asilo, voglio gli stessi vostri diritti.„ La reazione sproporzionata della polizia e delle autorità di fronte alle accuse “di opinioni razziste„ ricorda i comportamenti dei paesi dell'Europa dell'Est sotto la sovranità comunista. L'Inghilterra, questa culla della libertà, è arrivata alla fase che conduce a una caccia alle streghe contro bambini che esprimerebbero opinioni “vietate„.
    In realtà, tutto ciò è arrivato in seguito al crollo del socialismo, quando i sinistri progessisti hanno abbandonato il loro focus sull'economia per centrarsi sulle questioni che dipendono dall'identità dei gruppi. Anziché attaccare l'occidente capitalista come vettore di sfruttamento dei lavoratori, si misero ad attaccare la popolazione maggioritaria, accusandola di opprimere i gruppi resi marginali o minoritari, considerati di conseguenza come vittime della maggioranza. Questi gruppi minoritari sono stati messi al riparo da qualsiasi forma di critica ed incoraggiati a lamentarsi nel modo in cui sono trattati.
    D'altra parte, i sentimenti sono diventati più importanti delle azioni. Di conseguenza, quando uno di questi gruppi si lamenta di essere insultato, ciò è considerato come una prova sufficiente che c'é stato un incidente insultante. Questa sostituzione dei fatti oggettivi con sentimenti soggettivi ha condotto ogni diritto all'inversione della giustizia e della verità. Quando George Orwell ha creato la sua immaginaria “polizia del pensiero„ ed il suo “ministero della verità„, attaccava lo stalinismo ed i suoi tentativi di trasformare la psicologia umana. Così, per incredibile che ciò possa sembrare, è esattamente ciò che viviamo in Gran Bretagna attualmente con il “politicamente corretto„, che dovrebbe piuttosto essere nominato “stalinismo culturale„, un regime di repressione e d'intimidazione nel quale anche dei bambini innocenti sono labelizzati di “razzisti„.
    Per un migliore islam e per la pace e l'amicizia tra i popoli: GB: dei bambini sono perseguitati in nome della lotta contro il razzismo



    ILGA: La lobby omosessuale finanziata con soldi dell’unione europea (i nostri) e con collegamenti alla pedofilia, sottoposta ad interrogazione parlamentare
    I membri del Parlamento europeo (MEP) hanno cominciato a fare domande sul perché i contribuenti dell’Unione europea (UE) sono costretti a finanziare una gigantesca lobby omosessuale con antichi legami ad organizzazioni che promuovono la pedofilia. Gli attivisti gay e lesbiche hanno risposto alle preoccupazioni scatenando un’ondata di attacchi.
    I ricercatori utilizzando i dati disponibili pubblicamente hanno scoperto che la International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (ILGA) riceve più di due terzi dei suoi finanziamenti direttamente dai contribuenti tramite la Commissione europea. Quando si è andato ad aggiungere anche il denaro previsto dal governo olandese la quota è salita al 70%. Il resto proviene dal miliardario George Soros, e da due altri importanti donatori.
    “Sembra essere una organizzazione burattino nelle mani di un gruppo molto ristretto di donatori, di cui la Commissione è il più importante”, ha osservato l’avvocato per i diritti umani JC von Krempach, che ha puntato, lo scorso anno, la luce dei riflettori sulla questione in una serie di suoi articoli. “Si tratta davvero di una organizzazione non governativa?’ O è un’agenzia non ufficiale dell’Unione europea?”
    Nonostante gli stretti legami con i governi, il gruppo lobbistico ha un passato molto controverso, a detta dei critici. Nel 1990, ad esempio, dopo forti pressioni internazionali e lo scoppiò di uno scandalo mondiale, l’ILGA fu costretta ad eliminare diversi gruppi dai suoi ranghi in quanto la loro principale “Mission” era la promozione della pedofilia. Tra i membri più controversi vi fu la famigerata North American Man / Boy Love Association (NAMBLA), un gruppo che cerca di normalizzare e legalizzare la pedofilia.
    L’ILGA combatte una dura battaglia con le Nazioni Unite per ottenere il titolo di “organizzazione non governativa”. Naturalmente, venne respinta molte volte per i suoi legami a miriadi di sostenitori della pedofilia. Alla fine la pressione da parte dei governi europei costrinse le Nazioni Unite a concedere l’accreditamento.
    Le domande sulla sua ammissibilità come ONG stanno riprendendo a fare notizia proprio in questi giorni, e alcuni analisti si aspettano che lo stato dell’organizzazione venga rivisto in un futuro non troppo lontano. Infatti, l’ILGA non riesce a soddisfare i criteri stabiliti dalle Nazioni Unite, una parte dei quali afferma che le ONG non possono ricevere gran parte dei finanziamenti dal governo.
    “Si può parlare di ventriloquismo politico”, ha osservato von Krempach, parlando della ILGA e del fatto che promuova un’”agenda estremista” che include il mettere a tacere i cristiani, chiedendo a gran voce il riconoscimento del “matrimonio omosessuale” e il diritto di adottare bambini.
    Al Parlamento europeo un numero abbastanza folto di parlamentari ha posto interrogativi sul finanziamento. Dalla Polonia al Regno Unito, i deputati erano preoccupati che i contribuenti fossero costretti a finanziare una lobby quantomai discutibile.
    “In realtà, l’UE non ha competenze per quanto riguarda il riconoscimento del matrimonio o del diritto alla famiglia,” ha fatto notare il deputato polacco Konrad Szymanski dei Conservatori e Riformisti europei (ECR) in una dichiarazione alla Commissione. “Su quale base giuridica la Commissione concede sovvenzioni ad associazioni le cui principali attività vanno al di fuori delle competenze dell’Unione europea?”
    Nella sua richiesta scritta di risposte, presentata alla fine dell’anno scorso, Szymanski ha anche chiesto perché l’UE abbia anche finanziato gruppi che volevano cambiare le leggi interne degli Stati membri – “questo è riscontrabile in paesi come la Polonia, dove questo tipo di lobby cercò di modificare le leggi sul matrimonio.“
    Più di recente, il deputato Godfrey Bloom del UK Independence Party (UKIP) ha chiesto alla Commissione europea di spiegarsi. Indicò direttamente le informazioni prese dal sito web ILGA-Europe mettendo in luce che oltre il 70 per cento del bilancio del gruppo lobbistico viene riscosso dai contribuenti.
    Bloom ha chiesto ai commisari europei:”Data la percentuale del suo contributo al finanziamento della ILGA-Europe, la Commissione ritiene che la ILGA-Europe possa essere descritta come una ‘organizzazione non governativa’ o come parte della ‘società civile’?”
    Bloom ha anche sollevato preoccupazioni circa la potenziale influenza dei donatori ricchi, come il miliardario George Soros sui gruppi che stanno sovvenzionando. “C’è il rischio che persone come George Soros possano ‘comprarsi” una o più organizzazioni non governative che dipendono economicamente dalle loro donazioni?” “Come valuta la Commissione l’impatto di questo particolare tipo di ‘filantropia’ sulla democrazia?”
    Non appena si sono fatte sentire le prime preoccupazione la lobby e i suoi alleati erano già sul piede di guerra. I deputati che facevano domande venivano CALUNNIATI con epiteti quali “INTOLLERANTE”, “OMOFOBICO”, mentre organizzazioni quali la C-Fam vennero derise definendole “ultra-conservatrici”, “medievali”, e altro ancora. Anche i parlamentari favorevoli al pagamento delle lobby da parte dei contribuenti si sono lanciati all’attacco.
    Nel frattempo, la cosiddetta “Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” ha recentemente dichiarato che i governi degli Stati membri sono autorizzati a tiranneggiare e perseguitare chi esprime contrarietà verso la propaganda governativa pro-omosessualità. La libertà di parola, a quanto pare, non è da considerarsi un “diritto umano” se lo stato disapprova.


    Angelino, i matrimoni gay e il fuoco amico
    di Riccardo Facchini
    Noi lo avevamo già detto che 'sto ragazzo prometteva bene, quid o non quid. E per ora abbiamo avuto una piccola conferma. Le dichiarazioni di Alfano alla scuola politica del Pdl di Orvieto (una delle tante occasioni che hanno le correnti per scannarsi) in merito ai matrimoni gay non possono infatti che trovarci d'accordo. Il centrosinistra li vuole, lui no. Quindi, se in futuro vincerà lui, non ci saranno. Un concetto abbastanza semplice, lineare, forse un po' prematuro da tirar fuori ora, ma comunque condivisibile da parte di chi abbia ancora il coraggio di dichiararsi conservatore sui valori e non solo su quante tasse far pagare ai cittadini.
    Oggi non intendo però discutere dei matrimoni gay in sé. Preferisco infatti centrare l'attenzione sulle reazioni politiche al discorso di Alfano, e non su quelle provenienti dai suoi oppositori, bensì dal mondo c.d. "liberal-conservatore". Sui social network, alcuni liberaloni - alcuni anche nostri amici - hanno fatto quasi a gara ad appicciare addosso all'ex guardasigili le etichette più scontate e irrispettose. "Clerico-fascista", "Democristiano", "Papa-boy" e chi più ne ha più ne metta. Se queste dichiarazioni fossero provenute da un Grillini o da una Concia qualsiasi ok, ma vederle proferite da personaggi che non hanno mai nascosto simpatie politiche per il centrodestra mi fa riflettere su uno dei tanti problemi irrisolti del berlusconismo: la laicità.
    Tutti coloro che "da destra" hanno criticato le dichiarazioni del segretario del Pdl non fanno altro infatti che riempirsi la bocca di questa bella parola che, unita al ritornello della destra "moderna ed europea", rappresenta una sorta di passe-partout utilizzato un po' da chiunque ogni qual volta subentrino nel dibattito pubblico tematiche eticamente sensibili. Non si rendono però conto che un partito conservatore totalmente laico, se non laicista, e indifferente ad alcune basilari norme di diritto naturale, è utile al suo Paese come il 75 % di possesso palla lo è per la Roma di Luis Enrique. Un vero fronte conservatore, checché ne dica il modernissimo Cameron, su certi temi non può scendere a compromessi. In cosa si differenzierebbe altrimenti dalle opposizioni tanto "de sinistra"? Solo dall'introduzione della patrimoniale?
    Una volta ebbi l'occasione di domandare al senatore Marcello Pera cosa ne pensasse di questi liberali sempre pronti a brandire la laicità come un machete. Lui mi rispose con il leit motiv dei liberali-che-non-sono-veri-liberali e che hanno smarrito la retta via. Un po' la versione del nostro caro amico Daniele Venanzi. Questa storiella, onestamente, mi ha un po' stancato. Scelgano da che parte stare e abbiano il coraggio di dirlo una volta per tutte: lo spread è più importante delle nozze gay, dell'aborto e di tante altre questioni bioetiche. Ma almeno la smettano di dichiararsi conservatori.
    P.S.
    Angelì, c'avrai pure sto quid, sei contro i matrimoni gay e ti sta antipatico il ministro Riccardi. Ma, nel caso diventassi Premier, prova solo a rifilarci di nascosto un ddl paraculo da cattolico adulto sui Dico o sui Pacs e vedi che te famo.
    Angelino, i matrimoni gay e il fuoco amico

  3. #23
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Il suicidio dell'Europa
    di Riccardo Cascioli
    Il Parlamento Europeo nella Risoluzione votata martedì 13 marzo dedicata alla parità tra uomo e donna critica quei Paesi dell’Unione (vedi Italia) che considerano famiglia solo quella naturale (fondata su matrimonio tra uomo e donna) e non riconoscono quindi le unioni omosessuali.
    Ma c’è un altro punto della Risoluzione altrettanto grave: a un certo punto si «invita gli Stati membri a puntare a sistemi di sicurezza sociali individualizzati». Questa affermazione è finalizzata in questo caso a difendere i diritti delle donne ma introduce una novità importante, una sorta di rivoluzione antropologica, ovvero la teorizzazione della concezione della persona come puro individuo, slegato da qualsiasi rapporto. La misura di questa svolta la si può forse apprezzare meglio se consideriamo che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo considera la famiglia come «cellula fondamentale della società» (art. 16). Così fa pure la nostra Costituzione (art. 29).
    La famiglia, non l’individuo. Come mai? Perché la persona (che è ben più dell’individuo) esiste solo in relazione ad altri, e soltanto dentro una relazione può comprendere, sviluppare e realizzare la propria identità. Immaginate un bambino che venisse al mondo e poi tutti scomparissero intorno a lui. Non solo non potrebbe sopravvivere fisicamente, ma ammesso anche che per qualche miracoloso motivo riuscisse a nutrirsi, non potrebbe imparare a parlare, non riuscirebbe a usare compiutamente la ragione, non avrebbe mai la possibilità di comprendere la sua identità, cosa ci sta a fare al mondo e così via. E’ una constatazione perfino banale, eppure è così che ci vogliono: lo Stato e il singolo, una monade, senza famiglia, legami comunitari, corpi sociali intermedi. E’ il sogno di ogni totalitarismo, perché ogni legame, ogni rapporto vero è potenzialmente una fonte di resistenza al potere dominante.
    Che l’uomo sia relazione è una evidenza, dicevamo, così come dovrebbe essere evidente che il luogo di relazione dove la persona ha la possibilità di sviluppare al massimo le proprie potenzialità è la famiglia, è anzitutto il rapporto educativo con un padre e una madre.
    Ed è per questo che lo stato, ogni stato, ogni comunità sociale, di ogni tempo e di ogni cultura, si è sempre occupato e si occupa di famiglia. Qui non c’entra essere cattolici o laici, è proprio una questione da cui dipende il futuro della società. Perciò il motivo fondamentale dell’interesse specifico dello stato nei confronti della famiglia è la tutela dei figli, per garantirne anzitutto l’esistenza (senza figli non c’è futuro) e poi uno sviluppo integrale, perché questo a sua volta renderà la società più stabile, meno conflittuale, economicamente più competitiva. Per capire meglio questo aspetto basti pensare all’enorme costo sociale – nei nostri paesi – della disgregazione della famiglia: maggiore povertà, minore rendimento scolastico dei figli, aumento della delinquenza giovanile e della propensione alla tossicodipendenza, e via di questo passo.
    Uno stato che abbia a cuore il proprio futuro necessariamente deve preoccuparsi di rafforzare la famiglia. Lo stato non è chiamato a occuparsi di quanto affetto o di quanto amore ci sia tra le persone, non deve giudicare se una coppia si vuole abbastanza bene, ci mancherebbe altro. E i diritti individuali sono già garantiti dalla legge, dal diritto civile, non hanno niente a che vedere con il diritto di famiglia.
    Il bene primario di cui lo stato si occupa sono i figli, per questo considera – ha sempre considerato – la famiglia come il rapporto tra uomo e donna: con buona pace di tutti i “moderni”, i figli nascono solo da un rapporto eterosessuale. E fondata sul matrimonio, perché questo è il rapporto più stabile con cui la coppia si assume anche delle responsabilità nei confronti della società. Mettere al mondo dei figli ed educarli non è un mero fatto privato, ha una valenza sociale importantissima.
    Tutti gli altri rapporti affettivi, invece, sono questioni di carattere privato – anche se possono avere effetti di carattere pubblico – che sono e vanno regolate con il normale diritto privato, per quanto riguarda la tutela dei diritti di ciascuno.
    Il fatto che l’Unione Europea abbia deciso di confondere i piani, di non riconoscere più il fondamento stesso della nostra società, vuol dire semplicemente che ha già optato per il suicidio.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Il suicidio dell'Europa

    Il prof. Baggio su unioni gay: matrimonio uomo donna non è questione di fede ma diritto naturale
    Non è necessario appellarsi alla fede per comprendere la realtà naturale del matrimonio tra un uomo e la donna: dopo la recente risoluzione del parlamento europeo - che pur in modo non vincolante - ha aperto alle unioni omosessuali - interviene nel dibattito sul tema il prof. Antonio Maria Baggio, politologo, docente di Filosofia politica presso l’Istituto universitario “Sophia” di Loppiano. Luca Collodi lo ha intervistato:

    R. – Penso che sia una prospettiva errata basata su un fraintendimento. Si confondono i diritti individuali, che devono essere assicurati, e allora si deve rispettare la scelta di singoli che intendono vivere anche in maniera stabile con persone del proprio sesso, e dunque si rispetta questa scelta non penalizzandola, ma non riconoscendola a livello pubblico. Quello che si sottolinea da parte nostra è che, questo, non è un matrimonio. E non può, adesso, la dimensione europea decidere che cosa è matrimonio e che cosa no, quando abbiamo una storia lunga di civiltà, di costruzione di cultura, che chiama matrimonio soltanto l’unione stabile tra un uomo e una donna con conseguenze importanti, perché dal matrimonio possono venire dei figli. E nel caso si riconoscesse questo status anche per l’unione di coppie omosessuali anche a loro andrebbe riconosciuta la possibilità di accogliere in adozione, con conseguenze dannose importanti.

    D. – Prof. Baggio, perché il matrimonio o è da preferire a unioni tra persone dello stesso sesso?
    R. – Diciamo intanto matrimonio naturale. Il matrimonio, come tale, è il solo matrimonio tra persone di sesso differente. Il cristianesimo poi valorizza l’unione naturale tra un uomo e una donna conferendo tutto l’apporto del sacramento. Per cui con l’elemento di fede c’è una valorizzazione enorme sia delle due persone, sia della loro relazione perché è addirittura ad immagine di quella tra Cristo e la Chiesa. Però non serve avere la fede cristiana, o un’altra fede, per dare così tanta importanza all’unione in sé, perché è un dato di natura. Quindi non dobbiamo fare appello alla fede per difendere il matrimonio, lo si può fare, certamente, nel giustificare la cultura che ci sta dietro. Dobbiamo fare appello alla realtà dei fatti, cioè alla struttura antropologica dell’uomo e della donna.

    D. – L’Europa afferma che i principi morali che derivano da una scelta di fede, non possono ledere i diritti civili di chi non crede.

    R. –La difesa della verità dei valori etici è una difesa che può essere fatta razionalmente. Ci sono persone che attualmente, ed in passato, hanno operato questa difesa. Ricordo, per tutti, Norberto Bobbio, qui in Italia, il “Papa laico”, quando si schierò contro l’aborto non in nome della fede ma in nome del rispetto del diritto naturale. Attualmente un grande studioso come Habermas accetta che vi siano valori di provenienza religiosa che rafforzano la convivenza civile. Io temo che si faccia una grande confusione. Perché ciò che la cultura cristiana ha sempre pensato è che non sia necessaria la fede per riconoscere la verità dell’uomo. La fede la illumina ulteriormente. Quindi, la nostra battaglia a difesa del matrimonio, è anzitutto una battaglia civile per fare in modo che la società abbia questo legame fondativo, importante, che è basato sulla fiducia reciproca di un uomo e una donna che si scelgono per l’intera esistenza. Questo crea una solidità nella società e questo ha anche un riscontro nella struttura psicofisica delle persone, altrimenti si pensa che veramente in base ad un desiderio, ad un impulso, ad una esigenza individuale si possa decidere che l’essere umano è fatto diversamente da come in realtà è fatto. Il cristianesimo è sempre stato realista nella visione delle cose. Ed è per fedeltà alla realtà che è necessario difendere il matrimonio tradizionale.


    Dopo aver perso la sovranità economica, ora rischiamo di farci imporre anche l'etica
    di Vittorio Sgarbi
    Che l’Europa cristiana raccomandi agli Stati membri attraverso un voto del Parlamento europeo, la sovversione di principi morali, avrebbe certamente turbato Benedetto Croce e Altiero Spinelli.
    La questione della famiglia e delle unioni è spinosa. Infatti le ragioni che hanno mosso e muovono queste rivendicazioni non sono di natura etica, o morale, ma pratica. E riguardano l’assistenza, l’eredità, le pensioni. Da anni la libertà amorosa e la pubblica dichiarazione del proprio orientamento sessuale sono largamente riconosciute. Sono scomparse le figure della ragazza madre e del «finocchio» costretto nel suo ghetto. Dunque cosa pretendere ancora? E qui si apre la resistenza di un governo alle prese con il contenimento della spesa pubblica.
    Il presidente del Consiglio Mario Monti, non per questioni di principio, o perché cattolico praticante, ma perché tutore della stabilità del bilancio dello Stato, come è intervenuto sui limiti temporali delle pensioni, così non potrà moltiplicare le pensioni di reversibilità invocate e pretese non appena entrate in vigore le unioni di fatto. Morto un uomo, il suo giovane compagno potrà, come una moglie, ottenere per molti anni i benefici della pensione. Quello che valeva soltanto per marito e moglie, varrà per marito e marito e moglie e moglie, in un vertiginoso incremento della spesa pubblica. E, dal momento che ragioni materiali, non ragioni morali, hanno determinato la decisione del Parlamento europeo, Monti dovrà impedire la bancarotta dello Stato, limitando l’efficacia delle unioni di fatto alla sola sfera etica. Solo così si potrà salvare lo Stato da una certa dissoluzione. Economica, non solo morale.
    Hanno vinto i gay: ora l'Europa è loro - Interni - ilGiornale.it


    Sgarbi ha proprio colto il punto. La famiglia, quella vera, deve essere tutelata, ed è sempre stata tutelata per legge, in quanto cellula fondamentale della società.
    La costituzione, ad esempio, afferma:
    La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
    La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
    Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
    A parte le considerazioni di carattere religioso e morale (la “valorizzazione” dell’omosessualità è un grave sintomo di decadenza) dal punto di vista sociale non me ne frega nulla se i froci trascorrono le giornate a incularsi a sangue 24 ore su 24, a casa loro.
    Il problema è che l’ideologia gay ha in comune con il parassitismo di chi vuole ciucciare indebitamente le risorse dello Stato, e quindi dei contribuenti, la volontà di attribuire vantaggi economici pubblici diretti e indiretti (sgravi fiscali, assistenza sociale, diritto di assegnazione di case di edilizia pubblica e popolare, diritti ereditari ab intestato, pensioni di reversibilità, ecc.) a destinatari immeritevoli, quali sono appunto le coppiette di invertiti.



    Famiglia, patria e religione: valori indistruttibili
    La famiglia è ancora un valore per gli italiani
    Dio, Patria e Famiglia, si diceva un tempo. Valori indiscussi nelle società moderne ma che credevamo superati – o almeno aggiornati – nel 21° secolo. In Italia, però, non è così. Almeno stando alla ricerca promossa dal Censis: per molti italiani la famiglia è al primo posto dei valori, seguita dal Paese e dall’insegnamento religioso.
    Un rigurgito conservatore? Forse una certa propensione quando si è intervistati a dare le risposte più attese ha contribuito all’esito, ma certamente questi tre valori sono molto importanti, per gli abitanti del Belpaese, che indicano al 65 per cento il «senso della famiglia», al 21 per cento la «tradizione religiosa» e al 20 per cento quell’amore per il bello che deriva dalla consapevolezza di vivere in un paese benedetto dalle arti e dalla natura.
    Per quanto riguarda il primo valore assoluto, gli italiani sono consapevoli anche dei grandi mutamenti del concetto stesso di famiglia. Nell’ultimo decennio sono aumentate le coppie libere, che hanno coinvolto quasi sei milioni di italiani, ma resta nella convinzione di tutti che il matrimonio ancora un passaggio importante e che aiuti la stabilità della coppia.
    Il primo elemento evidenziato dal rapporto del Censis è una frenata dell’individualismo che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni di vita e storia italiana: «La crisi del soggettivismo ha generato due pulsioni. La prima è l’apertura all’altro, la riscoperta del valore delle relazioni, convinti che ci possiamo salvare solo tutti insieme. La seconda è un emotivo approccio restrittivo verso le passate sregolatezze dell’individualismo. Ma nessuna pedagogia calata dall’alto potrà ‘fare i nuovi italiani: nessuna etica politica eterodiretta, tesa a rieducare i cittadini a comportamenti virtuosi, innescherà un nuovo ciclo di sviluppo civile e sociale». Insomma, secondo i sociologi, questo clima “tecnico” instaurato dal governo Monti non basta a pensare che tutto è alle spalle: restiamo un popolo – come diceva Flaiano – «accampato in Italia», mai del tutto riunito sotto una bandiera e degli ideali. Tuttavia, in questo può venire in soccorso la Cultura, visto che tre italiani su quattro sono convinti che ci sia un rapporto fra il bello e l’educazione civica e che vivere in un posto bello aiuti a diventare persone migliori.
    E poi c’è la fede: l’82 per cento degli italiani pensa esista una sfera trascendente o spirituale, il 66 per cento si dichiara credente osservante e un altro 16 per cento sono i cosiddetti credenti non osservanti. Insieme alla fede, anche altri valori importanti come l’onestà e la legalità, che stanno crescendo molto nella scala di valori della popolazione.
    Famiglia, patria e religione: i valori degli italiani - DireDonna

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Una visione sessuale aberrante
    di Giacomo Biffi
    Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo il capitolo dedicato all'ideologia omosessuale tratto dal libro del cardinale Giacomo Biffi, «Dodici digressioni di un italiano cardinale», Cantagalli 2011.
    Riguardo al problema oggi emergente dell’omosessualità, la concezione cristiana ci dice che bisogna sempre distinguere il rispetto dovuto alle persone, che comporta il rifiuto di ogni loro emarginazione sociale e politica (salva la natura inderogabile della realtà matrimoniale e familiare), dal rifiuto di ogni esaltata “ideologia dell’omosessualità”, che è doveroso.
    L’insegnamento rivelato
    La parola di Dio, come la conosciamo in una pagina della lettera ai Romani dell’apostolo Paolo, ci offre anzi un’interpretazione teologica del fenomeno della dilagante aberrazione culturale in questa materia: tale aberrazione – afferma il testo sacro – è al tempo stesso la prova e il risultato dell’esclusione di Dio dall’attenzione collettiva e dalla vita sociale, e della renitenza a dargli la gloria
    che gli spetta (cfr. Rm 1,21).
    L’estromissione del Creatore determina un deragliamento universale della ragione: «Si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti» (Rm 1,21-22). In conseguenza di questo accecamento intellettuale, si è verificata la caduta comportamentale e teorica nella più completa dissolutezza: «Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi» (Rm 1,24).
    E a prevenire ogni equivoco e ogni lettura accomodante, l’Apostolo prosegue in un’analisi impressionante, formulata con termini del tutto espliciti: «Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. Egualmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento. E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne» (Rm 1,26-28).
    Infine san Paolo si premura di osservare che l’abiezione estrema si ha quando “gli autori di tali cose… non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa” (cfr. Rm 1,32). È una pagina del libro ispirato, che nessuna autorità terrena può costringerci a censurare. E neppure ci è consentita, se vogliamo essere fedeli alla parola di Dio, la pusillanimità di passarla sotto silenzio per la preoccupazione di apparire non “politicamente corretti”.
    Una prospettiva oggi viva
    Dobbiamo anzi far notare il singolare interesse per i nostri giorni di questo insegnamento della Rivelazione: ciò che san Paolo rilevava come avvenuto nel mondo greco-romano, si dimostra profeticamente corrispondente a ciò che si è verificato nella cultura occidentale in questi ultimi secoli: l’estromissione del Creatore – fino a proclamare grottescamente, qualche decennio fa, la “morte di Dio” – ha avuto come conseguenza (e quasi come intrinseca punizione) un dilagare di una visione sessuale aberrante, ignota (nella sua arroganza) alle epoche precedenti.
    Un attentato alla libertà umana
    L’ideologia dell’omosessualità – come spesso càpita alle ideologie quando si fanno aggressive e arrivano a essere politicamente vincenti – diventa un’insidia alla nostra legittima autonomia di
    pensiero: chi non la condivide rischia la condanna a una specie di emarginazione culturale e sociale.
    Gli attentati alla libertà di giudizio cominciano dal linguaggio. Chi non si rassegna ad accogliere la “omofilìa” (cioè l’apprezzamento teorico dei rapporti omosessuali), viene imputato di “omofobìa”
    (etimologicamente la “paura dell’omosessualità). Deve essere ben chiaro: chi è reso forte dalla luce della parola ispirata, non ha paura di niente, se non della “stupidità” nei confronti della quale, diceva Bonhoeffer, siamo senza difesa. Adesso si leva talvolta contro di noi addirittura l’accusa incredibilmente arbitraria di “razzismo”: un vocabolo che, tra l’altro, non ha niente a che vedere con questa problematica; e in ogni caso è del tutto estraneo alla nostra dottrina e alla nostra storia.
    Il problema sostanziale che si profila è questo: è ancora consentito ai nostri giorni essere discepoli fedeli e coerenti dell’insegnamento di Cristo (che da millenni ha ispirato e arricchito l’intera civiltà occidentale), o dobbiamo prepararci a una nuova forma di persecuzione, promossa dagli omosessuali faziosi, dai loro complici ideologici e anche da coloro che avrebbero il compito di difendere la libertà intellettuale di tutti, perfino dei cristiani?
    Un silenzio ingiustificato
    Una domanda rivolgiamo in particolare ai teologi, ai biblisti e ai pastoralisti. Perché mai in questo clima di esaltazione quasi ossessiva della Sacra Scrittura il passo paolino di Rm 1,21-32 non è mai citato da nessuno? Come mai non ci si preoccupa un po’ di più di farlo conoscere ai credenti e ai non credenti, nonostante la sua evidente attualità?


    Se il maschio ok è quello gay
    di Roberto Marchesini
    I cortei femministi stentano, ma in compenso si moltiplicano le serate nelle quali le donne abiurano la loro femminilità e scimmiottano il peggio degli uomini fingendo entusiasmo per spogliarelli maschili. Del resto, come aveva osservato Emanuele Samek Lodovici, «[...] il modello ideale di donna esaltato dalle femministe [...] è un modello con caratteristiche maschili» (Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano 1991, p. 164). Quali migliori conferme potrebbe trovare il concetto di «eterogenesi dei fini» di Augusto del Noce (cfr. Il problema dell'ateismo, Il Mulino, Bologna 1964)?
    Per raggiuingere questo obiettivo il nemico da abbattere non è il capitalismo, ma l'uomo, anzi: l'uomo etero, come scrive Massimo Gramellini, su La Stampa (citando una sua amica): «il mondo avido e violento di voi maschi etero ha miseramente fallito, ora tocca a noi donne e ai gay costruirne uno più umano». Il «maschio etero» è «avido e violento», esattamente come il capitalista e il borghese di qualche decennio fa. La novità è che ora il compito di «costruire un mondo più umano» spetta non solo alle donne, ma anche ai gay.
    Che c'entrano i gay?
    Evidentemente, per l'amica di Gramellini, i gay sono maschi che non hanno i difetti (avidità e violenza, per esempio), dei "maschi etero". Insomma: l'unico maschio buono è il maschio gay, potremmo dire parafrasando il generale Philip Sheridan. Un maschio che non finge semplicemente di ascoltare, annuendo opportunamente, gli interminabili e tortuosi ragionamenti femminili, ma che è sinceramente interessato a ciò che le donne dicono, e partecipa ai discorsi con trasporto emotivo; che è felice di accompagnarle a fare shopping e di consigliarle criticamente negli acquisti (non limitandosi a un "Certo, cara, ti sta benissimo" ripetuto invariabilmente a ogni prova); che non esce di casa con accostamenti cromatici improbabili ma cura il suo aspetto esteriore con la stessa attenzione delle donne; eccetera eccetera.
    Tanto l'idea di fondo è sempre la stessa: le differenze tra i sessi sono ingiustizie e vanno eliminate.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Se il maschio ok è quello gay

    Staglieno, morte del cimitero più bello d’Europa
    di Giulia Guerri
    Genova
    Alle 12.30 di un mercoledì di febbraio da cartolina, con il colore del cielo e delle colline che entra negli occhi, la signora Milly Ghezzi stringe il fazzoletto tra le mani con tutta la sua forza. «Io che sono attaccata alle tradizioni, sto male. Capisce, mi viene mal di stomaco. È questo un paese civile?». Cimitero di Staglieno, uno dei camposanti monumentali più importanti d'Europa, dove sono sepolti Giuseppe Mazzini, Michele Novaro, Ferruccio Parri, Nino Bixio, Gilberto Govi, Fabrizio De Andrè, soltanto per citarne alcuni. Nel cuore della Val Bisagno, con le colline tutt'intorno che lo abbracciano e lo proteggono, quasi a lasciar credere che in un posto così, la morte faccia davvero meno paura.
    Una perla, insomma, uno di quei tesori che all'estero avrebbero messo già in bacheca da tempo e tra le tappe obbligate delle visite turistiche. E infatti fino a quattro, cinque anni fa, funzionava così anche qui. C'erano i pullman pieni di stranieri che arrivavano da ogni parte del mondo per ammirare un gioiello unico per la sua bellezza.
    Ma l'attenzione e la cura per ciò che è prezioso valgono per l'estero, appunto. Qui siamo in Italia, a Genova.
    E quindi? Quindi dietro il portone dell'ingresso principale che viene aperto soltanto ai Santi, a Natale e a Pasqua, c'è una pila di bare di legno.
    alcuna cura, coperte per metà da un telo sporco di plastica verde. Sono quelle che serviranno per la cremazione, e nell'attesa di essere usate, questo è il deposito. Posticcio, provvisorio, irrispettoso. Per terra, accanto alle casse, quasi in segno di sfregio verso i morti che ci andranno a stare, cartacce di plastica e tubi arrugginiti. Ma è davvero questo un paese, una città civile?
    Milly, 75 anni e la grinta di una leonessa, ha iniziato la sua battaglia contro il degrado di Staglieno, quando le conseguenze dell'incuria le ha patite sulla propria pelle. «Ero appena tornata da un viaggio, sono venuta a trovare i miei nonni che erano sepolti qui da 30 anni. E non li ho più trovati». C'era da rinnovare la concessione, suo marito si era attivato per sbrigare tutte le pratiche. Poi la sorpresa, terribile.
    «Io non so dove sono andati a finire. Me li hanno buttati via nella spazzatura, non mi hanno detto niente». Non una parola, una telefonata, una lettera, un avviso. Non un cenno di consolazione, quando lei è andata a protestare, non un tentativo di porre rimedio a un errore imperdonabile. Niente di niente. Ma è questa la pietà per i morti?
    Alle gallerie laterali appena dopo l'ingresso principale, si sale con una scala. Le hanno «restaurate» da poco, con tutto quel che ha significato fare i lavori. Disagi per i visitatori per la chiusura di sei mesi della galleria e chissà quanti soldi impiegati per l'intervento. Ed ecco il risultato: un controsoffitto di teli sui quali, dall'alto cadono ancora i calcinacci eche fanno da rete di raccolta per ogni genere di rifiuti.
    Mentre sul pavimento in marmo, dove si cammina, sembrano secoli che nessuno viene a pulirlo.
    «Vedi lì, dove è più lucido? Sono i privati che provvedono da soli e a loro spese. Io pago 500 euro all'anno per farmi fare la pulizia davanti alla tomba» spiega Milly, indicando i pochi pezzi di marmo bianchi.
    Percorrendo la galleria fino alla fine, e scendendo dall'altro lato della scala, sembra trascorsa un'eternità dall'ultima volta che un addetto alla manutenzione è passato di qui. Quantomeno per rendersi conto in che stato è ridotto questo povero cimitero. I gradini sono un tappeto di escrementi di piccione. Il pavimento idem, si cammina in mezzo al guano secco dei volatili.
    Al piano inferiore, nella galleria di Levante, gli uccelli nelle arcate e sopra i lumini e i portafiori per i defunti, ci hanno fatto il nido. Non c'è traccia di cura umana, non c'è traccia di manutenzione, di decoro, di pulizia.
    Ci sono le tombe senza lapidi, croci spaccate e appoggiate ai muri, transenne in mezzo al passaggio ad indicare l'avvio di lavori mai iniziati. Soffitti scrostati, statue coperte da strati decennali di polvere, fiori morti, vasi rotti, vasi rovesciati e lasciati a terra, lumini a terra, piastrelle sollevate e spaccate. Sporco, degrado e incuria. Nei vialetti all'aperto fontanelle arrugginite, pezzi di ferro abbandonati per terra, rifiuti e sporcizia. Sporco, degrado e incuria.
    Mentre tutt'intorno il panorama racconta di un luogo diverso, magico. Dove i morti hanno diritto a riposare in pace, cullati dai pini e protetti dall'abbraccio generoso delle colline. Dove i segni del rispetto, della cura e del ricordo verso coloro che sono scomparsi, dovrebbe essere evidente ad ogni passo e non il contrario. In un posto così, anzi in quello che dovrebbe essere e diventare un posto così, la morte farebbe molta meno paura.
    La signora Milly si sistema i grandi occhiali da sole sugli occhi. Si fa il segno della croce, prima di uscire dal suo Staglieno. Ci tornerà qui la prossima settimana o tra due, come ha fatto in tutti questi anni nei quali ha assistito a un lento abbandono. Si volta indietro verso il portone principale, lo guarda come se quello fosse l'accesso a un mondo sacro, e in fondo un po' è così. Poi si ricorda che dietro a quelle lastre di ferro, ci sono le pile abbandonate delle casse per la cremazione. Riprende tutta la sua grinta da leonessa e si domanda per l'ennesima volta: «È questa una città civile?».
    Staglieno, il cimitero dove neppure i morti hanno pace - Genova - ilGiornale.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Sue, mamma-nonna pentita. «Sono malata, chi penserà a mia figlia?»
    Sue aveva 57 anni quando Freya è nata: ora che non ha più le forze e si è ammalata svela al Daily Mail la sua angoscia: «Perché non è un problema solo della mia vita. Ora che fatico ad accudirla capisco che non si tratta solo di me, ma di una persona e del suo futuro».
    Di Benedetta Frigerio
    Sue ha 61 anni. È la mamma più anziana del Regno Unito e ha svelato al quotidiano Daily Mail l'angoscia che la tormenta da quando ha cercato di concepire la piccola Freya tre anni fa. Un'angoscia che il successo dell'inseminazione, dopo mesi di trattamenti, non ha attenuato. Anzi, dice Sue, «ora capisco che c'è un'età in cui è più facile che il desiderio di avere un bambino sia egoistico: se hai sessantasei anni quante sono le possibilità che ci sarai quando tuo figlio comincerà a camminare?». I critici della maternità in età avanzata argomentano che 57, gli anni di Sue quando ha concepito la figlia, sia un'età eccessiva: le probabilità di accompagnare i figli durante l'adolescenza fino all'età adulta si riducono, spiega l'articolo del quotidiano inglese.
    La vicenda di Sue rivela l'illusione di un sogno che la natura, per quanto si cerchi di bypassarla, non è in grado di realizzare: dopo vari tentativi, i cicli di inseminazione sono andati a buon fine, ma oltre a ferire psicologicamente la donna l'hanno fatta ammalare anche fisicamente. La malattia che «mi ha colpito – continua Sue – mi sta facendo vedere che non sono invincibile e che, vista la mia età, fatico a reagire (...) a volte poi sono così esausta che vado a letto quando mia figlia dorme. La malattia, inoltre, non mi ha permesso di prendermi cura di lei per diverse settimane».
    La donna prosegue raccontando del suo desiderio di avere una bambina che le colmasse la vita. Un desiderio, quello di generare, naturale ma che a certe condizioni può rivelare un accanimento. Per questo, continua Sue, «ora penso che ci debba essere un limite d'età entro cui permettere la fecondazione assistita».
    Ma l'articolo del Daily Mail prosegue con una domanda diversa. Il problema è l'età o la fecondazione in sé? Perché «ora che la bambina è davanti a me capisco che non si tratta solo di me, ma di una persona e del suo futuro».
    Sue non pensa più solo «al dolore di poterla perdere», ma è preoccupata per quella figlia concepita «con il mio compagno di 49 anni: “Al massimo ci sarebbe stato lui”, pensavo. Il problema è che un anno fa Nick se ne è andato. Speravo di darle una famiglia stabile che avrebbe avuto una vita felice e che l'avrei vista crescere». Ma nessuna delle condizioni iniziali prometteva tutto ciò. E così «ora mi sveglio la notte preoccupata. Cosa le accadrà quando non sarò più qui? Tutti i pensieri peggiori mi vengono alla mente e vado in panico».
    Sue, mamma-nonna pentita. «Sono malata, chi penserà a mia figlia?» | Tempi



    L’omosessuale Fanshawe: «il problema non è l’omofobia, ma lo stile di vita gay»
    La lobby omosessualista ha ormai imposto che la parola “gay” sia abbinata all’arcobaleno, ai colori accesi, alle fiere carnevalesche di persone nude o travestite che mimano gesti sessuali lungo le vie principali delle città. Ma perché per essere gay bisogna essere infantili e comportarsi da adolescenti? La domanda non è nostra, ma di Simon Fanshawe, importante scrittore omosessuale e intellettuale inglese.
    Nel 2006 ha realizzato un documentario intitolato “The Trouble With Men Gay”, preoccupato per la superficialità e la distruttività dello “stile di vita gay”. Presentandolo su “The Guardian” ha scritto: «In appena un’ora sono riuscito a bruciare tutti i ponti del mondo gay che avevo. Sono diventato il capro espiatorio delle fazioni politiche più estreme del mondo gay». Fanshawe ha osato sfidare la lobby, decidendo di mostrare come «noi uomini gay viviamo la vita da adolescenti, ancora ossessionati dal sesso, dai corpi, dalle droghe, dalla gioventù, e dall’essere “gay”». Oggi la società non discrimina gli omosessuali, dice, ma «noi insistiamo ancora comportarci come sciocchi adolescenti ribelli». E ancora: «Abbiamo combattuto discriminazione e pregiudizio, ma solo per arrivare distruggere noi stessi con droghe e sesso selvaggio».
    Fanshawe ha accennato all’invenzione della lobby gay di ogni tipo di diritto immaginabile pur di passare per vittima, fino a quello di “fare crociere per gay”. «Che cosa ridicola», ha commentato. «Ci può piacere, ma non è un diritto». Ha accusato l’intolleranza degli omosessualisti, che impediscono anche solo di chiedersi se «è davvero accettabile camminare lungo la strada principale di Brighton vestiti di un perizoma, solo perché è l’orgoglio gay».
    La risposta violenta è sempre la stessa: «Zitto! E’ gay, è dolce». Accusa il mondo gay di essersi ridotto a praticare «ogni tipo di l’attività sessuale, solo perché è gay». Così mentre le riviste gay mettono in copertina annunci di vacanze e interviste con le celebrità gay, all’interno «è pieno di annunci di prostituti: quello che ho letto oggi contiene non meno di sette pagine di annunci. Abbiamo normalizzato la prostituzione. E’ praticamente un percorso obbligato per qualsiasi ragazzo con un giro vita di 29 pollici e nessun acne visibile». Ogni tipo di attività sessuale (di gruppo, con animali ecc.) è lecita se sei gay, ogni giudizio morale è precluso, se si osa mettere in discussione «alcuni tipi di comportamento sessuale, si corre il rischio di sentirsi dire, come dal proprietario della sauna che ho intervistato, che non sei davvero gay». «Siamo assetati di vanità», gli ha risposto un ragazzo, «guardiamo con disprezzo gli uomini vecchi. Nonostante l’Aids continuiamo a rincorrere il massimo piacere sessuale. Siamo felici che il mondo ci guardi come delle checche effeminate». Ma per il giornalista inglese è preoccupante: «abbiamo organizzato la nostra identità intorno al sesso e questo è deleterio. Così la promiscuità è diventata la norma».
    Questo deleterio stile di vita, e non l’omofobia della società, spiega le cifre impressionanti: «il 20% di uomini gay a Londra fa uso di droghe». La comunità gay, ha detto, preferisce il crystal meth perché riduce le inibizioni e permette di portare il sesso ad un livello “animalesco”, “privo di emozione.” «Gli studi», ha continuato, «mostrano che gli uomini gay hanno il doppio delle probabilità di diventare sieropositivi. Tassi di sifilide tra gli uomini gay sono aumentate del 616% negli ultimi cinque anni», ha continuato lo scrittore omosessuale. Nel documentario ha affermato: «Stiamo nuotando in una fogna e tutto quello che sappiamo dire è che è normale?».
    L’omosessuale Fanshawe: «il problema non è l’omofobia, ma lo stile di vita gay» | UCCR

    Noi omofobi? Sono le lobby gay a negare la realtà e la libertà
    Lo psicanalista Mario Binasco spiega i termini di una lotta in cui chi cerca di superare le barriere ideologiche è criminalizzato.
    Di Benedetta Frigerio
    «Omofobia, questo è il termine più pericoloso. Che fa da grimaldello a una lotta politica in stile nazista e totalitario. E che criminalizza tutti coloro che si permettono di dire qualcosa di contrario al mainstream gender». Intervista a Mario Binasco, psicanalista professore del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, presso la Pontificia Università Lateranense.

    Che cosa significa omofobo?
    Chiediamolo a chi usa questa espressione. Vediamo che risponde. Perché prima di essere criminalizzato come tale, vorrei che me lo spiegassero. Questo, infatti, è un termine che nasce da un presupposto e non dalla realtà.

    Un presupposto. In che senso?
    Nel senso che viene da una percezione delle cose ma non da "cose" che esistono realmente. L'omosessuale vive un conflitto e non si sente a posto. Non trova un luogo in grado di accoglierlo e si affida a chi gli dice che è colpa della società che non lo accetta. Questo modo di categorizzare e di dividere in identità, in generi, in eterosessuali omofobi e gay, è strumentale alla battaglia politica intrapresa dalle lobby Lgbt, che creano appositamente gli stessi steccati che dicono di voler combattere.

    Lei è convinto che la battaglia omosessuale sia politica, giocata sulla contrapposizione e la ricerca del nemico. Come bisognerebbe affrontare la questione?
    Il dramma è che questa battaglia tratta i legami umani solo come strumenti di uno scontro, senza che si possano conoscere davvero. Ed è vietata la discussione, completamente bandita dall'arena pubblica. Non esiste la possibilità di confrontarsi. Non si accetta di capire cosa avviene in questa realtà umana. Questa lotta è l'ultimo strascico del Sessantotto. La piazza, che si riempie con manifestazioni, è il luogo di un'identificazione in cui per definizione chi sta dentro è "amico" e chi è fuori è "nemico". Ma la realtà delle persone è un'altra: quando si esce dalla piazza, infatti, si trovano i problemi. Se è vero per qualsiasi legame, non le pare almeno strano che quelli omosessuali appaiano come perfetti e privi di scontri? Queste unioni vengono mistificate nel bene e nel male: si parla di tali legami facendoli passare o come di quelli delle famiglie del Mulino Bianco o come quelli di persone atrocemente perseguitate. Nella loro vita reale, invece, non c'è nulla di tutto ciò. Vede una persecuzione in atto? Vede qualcuno che li mette a tacere? Io vedo il contrario.

    Chi prova a uscire dal coro, come hanno fatto alcuni gay inglesi, è bersagliato dalle lobby omosessuali.
    Esattamente. Chi di loro prova ad esprimere un disagio viene a sua volta criminalizzato. Per questo arrivano da me, psicanalista. "Fuori" non possono parlare. Mentre la psicanalisi è un luogo in cui, al contrario di quello politico, si permette loro di esprimere le problematiche che sentono e che hanno l'esigenza di affrontare con qualcuno. Il punto è che se già questo luogo è odiato dalle lobby gay, perché sdogana il tabù portando a galla ciò che farebbe fallire anni di lotta strategica, se ci spingiamo più in là (educazione gender nelle scuole, legislazioni contro l'omofobia etc) chi desidera avvicinarsi a un terapeuta per essere aiutato non potrà più farlo definitivamente. E questo è totalitario perché nega a un essere umano la libertà di farsi aiutare e di esprimersi.

    La psicanalisi è attaccata ferocemente dagli attivisti gay.
    Gli attivisti gay hanno attaccato la confessione cattolica e la psicanalisi, additandole come repressive. Quando, al contrario, in questi ambiti l'uomo si libera e viene aiutato. Si gioca sul fatto che l'uomo sia tentato di non voler riconoscere il dramma che esiste nella realtà. Quello a cui richiama la Chiesa che, come dice Eliot, «ricorda loro la vita e la morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare». Esattamente al contrario del potere totalitario che vuole far credere alle persone che va tutto bene, così da tenerle sotto controllo.

    Si sente dire il contrario: la società tramite la rieducazione cattolica e l'aiuto psicologico toglie agli omosessuali la libertà.
    Io voglio solo capire i problemi che mi vengono posti da alcuni di loro e offrire un aiuto a chi lo vuole. È da criminali invece dire, come fanno alcuni: “Guarda, non hai nessun problema”. È come dire a un depresso che non si deve sentire in colpa. Chi le pare totalitario? Io o chi nega la realtà? Io o chi vuole rieducare gli “omofobi”, mettendoli a tacere e criminalizzandoli, affinché si possa fare tutto senza limiti, anche a discapito dei più deboli, come i bambini a cui si vuole insegnare questa visione univoca? Posso, poi, da medico impedire a uno che mi chiede di guarire di aiutarlo? No. E, per questo, mi cuciranno la nuova stella di Davide sul petto? Gli “omofobi” sono i nuovi nemici del pensiero totalitario. I movimenti gay stanno collaborando all'istituzione di questo potere: distruggono gli avversari urlando di essere perseguitati. E così denigrano chi non la pensa come loro. Compresi quegli omosessuali che non vogliono vivere la loro condizione come un'identità politica. Infatti chiunque abbia una visione libertina della vita, dove si deve poter fare quel che si vuole senza limiti, parla di omofobia e difende a tutti i costi questo stile di vita. Il libertinismo non accetta nessuna norma, anzi, la vuole sovvertire perché si fonda su un sogno ben preciso. Prodotto, tra l'altro, dal consumismo: quello di godere senza soffrire, quello di eliminare qualsiasi contraddizione che, però, è intrinseca ad ogni legame. Non esiste nell'esperienza reale alcuna gioia priva di sofferenza. Cercare di negarlo è utopico e quindi violento. Ecco l'attacco alla psicanalisi che parla di castrazione e di dispiacere.
    Noi omofobi? Sono le lobby gay a negare la realtà e la libertà | Tempi

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Tempi n.13 - 4 aprile 2012
    Steve non è proprio lo zio e Anna si bacia con la mamma. Sono le famiglie gay, promosse dai media come il ritratto della serenità. Ma nel segreto delle loro camerette i figli di papà&mamma sperimentano drammi inconfessabili
    di Valentina Fizzotti
    Per quanto ne sanno loro, una mamma cucina e l'altra è forte in porta. Nelle foto di famiglia tutti portano la cravatta e nessuno il reggiseno, in bagno ci sono solo dopobarba o solo rossetti, hanno due mamme, due papa, o tutti e quattro assieme, una mamma biologica e due padri legali, un donatore di seme e due madri sposate e all'Ikea hanno lo sconto. Sono i figli di coppie gay, la parte viva delle ingarbugliate «conseguenze dell'amore».
    Quelle di cui ha parlato Giuliano Ferrara commentando la sentenza della Corte d'appello londinese che ha assegnato a un bambino tre genitori: la madre, la sua compagna e l'amico gay che prima ha donato il suo seme e ora vuole fare il padre.
    A guardare le famiglie gay in tv e al cinema, il loro Mulino Rosa o Azzurro sembra il migliore dei mondi possibili. In quelle che appaiono nelle pubblicità - e che sfilano con la bandiera arcobaleno, fanno battaglie politiche, vanno alla Casa Bianca a ringraziare per l'attenzione alle minoranze grazie alla quale le soldatesse possono baciarsi pubblicamente - sono tutti felici. Nello stereotipo delle nuove famiglie (il plurale è fondamentale per includere correttamente ogni sfumatura), se i padri hanno fisici mozzafiato e le madri affettuose un equilibrio fra casa e lavoro, i figli sono il ritratto della serenità. Nessuno di loro sembra notare differenze sostanziali fra la propria famiglia e quella altrui, nessuno si chiede come sia possibile essere venuti al mondo da due individui sessualmente identici.
    Anzi, se le questioni sorgono si risolvono chiarendo che non ci sono etichette e ciascuno può essere ciò che preferisce. «Una famiglia tipica non esiste - si spiega in una delle tante guide di organizzazioni per i diritti Lgbt (lesbiche-gay-bises-suali-trans), come la storica Stonewall -, ci sono famiglie di ogni forma e dimensione». Visti da qui i loro figli si sentono speciali e non hanno nessun problema con la figura paterna o materna (i nati da genitori etero resteranno gli unici grazie ai quali psicologi e psicanalisti avranno ancora un lavoro). In un ritorno ancestrale alla comunità, poi, le famiglie gay hanno a disposizione una rete sociale infallibile, nonni adorabili, zii e zie di identità netta o sfumata alla Almodovar. Lo scenario pare un po' confuso, ma è la libertà, bellezza, e alla fine tutto sarà meraviglioso.
    Le difficoltà che i bambini delle coppie gay incontrano ogni giorno sono molte, ma, ci assicurano, facilmente risolvibili. Eppure, se con qualche appoggio le questioni pratiche si sbrigano in fretta (Mamma come mi faccio la barba? Ora te lo spiega lo zio Tom. Papa, che cos'è un assorbente? Vai dalla vicina), è un po' più difficile spiegare al figlio che cos'è quello strano animale chiamato mamma che tutti gli altri hanno e lui no. Oppure che il suo papa non è qui ma non è scappato, non è cattivo e non è nemmeno morto. Perché il vero problema, fra le conseguenze dell'amore, è la biologia.
    Nelle famiglie arcobaleno alcuni sanno da dove vengono: da un padre e una madre che si sono lasciati. Uno dei due si è innamorato - prima, durante o dopo le nozze etero - di una persona del suo stesso sesso, che è entrata a far parte della loro vita. E non sempre va come nella favola che ti raccontano su papa che adesso ha un fidanzato: sulle pagine tristi (e nascoste) dei forum sul web, quelli senza timbri delle associazioni gay, gli adolescenti si sfogano, raccontano di lunghi pianti alla scoperta che Steve non è uno zio e che Anna e la mamma si baciano. Chi ha genitori dichiaratamente gay sin dal principio vive pittoresche situazioni da sit-com, ma geneticamente e legalmente piuttosto complicate: in questi casi la situazione solitamente precipita quando il padre biologico invece di eclissarsi rinfaccia il suo diritto di sangue, o quando le due mamme litigano, o ancora quando la progenie pretende di sapere da dove arriva e si mette a saccheggiare banche dati delle cliniche.
    Guardando la foto della festa
    Le associazioni gay assicurano però che quasi tutti i bambini la prendono benissimo, anche perché molti loro coetanei considerano molto cool chi ha una famiglia diversa. Martha invece ha 13 anni, due mamme e un padre in provetta che non ha mai conosciuto e online cerca amiche nella stessa situazione perché non osa raccontarla a nessuno, preferisce mentire o stare sola. Un'altra ha implorato le sue mamme di staccare l'adesivo arcobaleno-pro-gay dall'auto, ma loro si sono rifiutate. Uno ha fatto a botte un sacco di volte per difendere l'onore delle sue due madri e ha provato su di sé la cattiveria dei ragazzini: «C'era questo tizio che mi sfotteva perché ero figlio di lesbiche. Poi sua madre ha lasciato suo padre per la madre di un nostro compagno, lui ha smesso di sfottermi e io, anche se odio ammetterlo, ho pensato: ben ti sta, ora sai come mi sento».
    Un bimbo si è accorto che qualcosa non andava guardando le foto della festa delle elementari: nessun altro aveva due papà. Allora ha scritto tre domande anonime alla maestra: è sbagliato avere due padri? Come posso essere nato? E se un bambino ha due padri, potrà mai sposare una bambina o dovrà per forza sposare un altro maschio? I suoi gli hanno spiegato che la normalità non esiste, ma da allora lui ha deciso che nessun compagno di classe sarebbe mai entrato in casa sua.
    Però dove c'è l'amore c'è tutto e il problema, casomai, riguarda gli altri. Perché alla fine tocca agli altri, alla scuola o ai genitori etero, insegnare ai bambini che esistono famiglie con ogni variante possibile, tutte ugualmente normali. Altrimenti, dicono, si fomentano gli atteggiamenti discriminatori dei fanciulli: nell'ottica Lgbt, un bambino che prende in giro un figlio di lesbiche non è un bullo che probabilmente taglia anche le trecce alla secchiona di classe, ma il soldatino di una battaglia di civiltà. E se nessuno facesse notare la loro diversità, i figli delle nuove famiglie sarebbero assolutamente sereni nel loro quadretto monocolore. Oppure, dice qualche genitore gay, speriamo per loro che alla fine, nonostante tutto, escano etero.


    In quelle vite c’è sofferenza
    Per Dale O’Leary è ipocrisia attribuire i problemi degli omosessuali alla società. «La loro mancanza non sarà colmata dal riconoscimento di un “diritto”»
    di Benedetta Frigerio
    «Non c'è dubbio. La burocrazia delle Nazioni Unite è devota alla causa dei "diritti sessuali"». A spiegarlo è Dale O'Leary, medico americano che ha partecipato alle conferenze Onu del Cairo e di Pechino sui princìpi del "gender mainstreaming" e che da trent'anni si occupa dei cosiddetti nuovi diritti. O'Leary fu la prima a parlare di come le lobby Lgbt e abortiste si muovono all'interno delle istituzioni internazionali. È attraverso queste ultime, infatti, che l'"agenda gay" può essere più facilmente imposta ai governi. In particolare ai più deboli: «Gli Stati del Sud America e dell'Africa subsahariana ricevono aiuti dall'Onu e sono ricattati dai governi che li finanziano, soprattutto dall'amministrazione Obama. Ma anche i paesi dell'Unione Europea subiscono pressioni. Alle quali sono più suscettibili in un momento di crisi come questo».

    Perché il governo degli Stati Uniti ha deciso di farsi promotore di questi diritti?
    I promotori di questi nuovi diritti lavorano da anni per diffondere la loro mentalità nelle istituzioni. Me ne accorsi nel 1994, alla conferenza Onu del Cairo. Lì i governi furono invitati a «diffondere l'Agenda di Genere». Da quel momento l'amministrazione Clinton, il governo canadese, l'Unione Europea e diverse agenzie Onu si sono impegnati a diffondere l'idea che l'identità sessuale «è stabilita dalla volontà della persona e non dalla sua natura». Mi tornò in mente una conferenza sulle donne e il potere in America: si spronarono le presenti a lavorare per occupare posti importanti, spiegando loro che il governo non aveva bisogno delle donne in generale, ma di quelle d'accordo con la visione libertina della sessualità e del genere. Dopo pochi anni ecco realizzato il progetto: l'amministrazione Obama ha fatto l'en plein di persone provenienti da questo mondo. Così è passata la legge che obbliga a includere contraccezione e aborto nelle assicurazioni mediche pagate ai dipendenti dai datori di lavoro, comprese le istituzioni religiose.

    I promotori dei "diritti sessuali" si dicono amici delle donne.
    Nel libro Unprotected, scritto da uno psichiatra di una delle università più importanti d'America, sono raccolti decine di esempi di ragazze che per via di un orientamento sessuale deviato tentano il suicidio, si drogano, diventano bulimiche o anoressiche. La femminista americana Sylvia Ann Hewlett era convinta che le donne dovessero prima di tutto ottenere il diritto al lavoro, così ne ha intervistate migliaia in carriera, ma, come ha riportato nei suoi libri, si è accorta che quasi tutte non avevano bambini. All'inizio pensava non ci fosse nulla di male: era una loro libera scelta. Poi però le intervistate incominciavano a parlare di drammi interiori nascosti. Piangendo, confessavano vite devastate. Avevano vissuto per il lavoro, molte avevano storie abortive alle spalle e ora erano sterili.

    Quali altre conseguenze ha l'educazione libertina?
    Il Planned Parenthood, la più grande lobby abortista americana, ha un sito per teenager la cui homepage recita: «Sei pronta a fare sesso? Non c'è problema. Esistono i contraccettivi e l'aborto». Nessuno dice loro che si potranno ammalare e diventare sterili. O che i teenager sessualmente attivi sono tre volte più esposti alla depressione e al suicidio (lo dimostrano i dati del National Longitudinal Surveys del dipartimento americano del Lavoro). Questi sono fatti.

    Il libertinismo fa male anche agli omosessuali stessi?
    Si dice che li si vuole aiutare, ma sono passati trent'anni da quando fu diagnosticato per la prima volta l'Aids a un omosessuale: da quel momento più di 300 mila gay sono stati uccisi dal virus. Quest'anno ne moriranno 6 mila. E in soli tre anni i malati sono cresciuti del 17 per cento. Secondo le statistiche dei Cdc (Centers for Disease Con-trol) in America un omosessuale praticante su cinque è affetto da Hiv. Questo accade anche perché agli attivisti gay interessa preservare la loro libertà sessuale, anche a costo della vita. Come documentato da più medici, sebbene l'omosessualità li renda spesso nevrotici, depressi, e l'Hiv li faccia stare male, tanti sono così dipendenti dal sesso che in certi casi non importa loro né di morire né di contagiare gli altri.

    Molti sostengono che gli omosessuali sono felici e bisogna lasciare che lo siano.
    Questa è falsa e ipocrita tolleranza. Anche nei paesi in cui la tolleranza è massima il livello patologico non scende, come dimostrato ad esempio dalle statistiche della Nuova Zelanda e dei Pesi Bassi, dove la legge è la più permissiva possibile (vedi grafici a pagina 44). Spesso queste persone imputano il loro malessere all'oppressione sociale e all’ “omofobia", per questo lottano così vio-lentemente per ottenere certi diritti. In queste vite c'è sofferenza e le ama molto di più chi le guarda e cerca di prendersene cura, dicendo come stanno le cose, rispetto a chi sostiene di tollerarle con indifferenza.

    Perché concedere agli omosessuali il diritto ad avere una famiglia minaccerebbe il matrimonio naturale e il bene comune?
    Uno dei documenti più importanti di papa Benedetto XVI parla di mancanza di complementarità nelle coppie omosessuali. Ho scoperto studi psichiatrici che attestano come queste coppie cercano di compensarla. Ad esempio sacrificano la propria identità naturale ricreando rapporti simili a quello tra marito e moglie. Oppure sacrificano la maturazione, ricreando un rapporto simile a quello tra genitore e figlio. Non penso che non si ritrovino mai soddisfazioni in questi rapporti, ma occorre che queste persone capiscano che la loro mancanza non sarà mai colmata, né dalla totale accettazione da parte degli altri né dalla ridefinizione del matrimonio naturale. Anzi, una ridefinizione sarebbe pericolosa: creerebbe una mentalità relativista dagli effetti distruttivi che ho appena descritto, minacciando la crescita naturale delle persone e la necessità sociale dell'unione eterosessuale, l'unico luogo in grado di crescere persone solide e di compiere, attraverso una complementarità piena, i coniugi.
    Rassegna stampa - Centro Cattolico di Documentazione di Marina di Pisa - L'arcobaleno piange

    "Gay potete curarvi" Londra vieta lo spot
    Le elezioni sono vicine e il sindaco cede alle pressioni: via dai bus la pubblicità di un’associazione cristiana
    di Gaia Cesare
    Altro che trasporti, criminalità, Olimpiadi e tasse. Sono i gay a infiammare la campagna elettorale di Londra, la metropoli che il 3 maggio incoronerà il nuovo sindaco tra sette candidati, fra cui i due più quotati ed eccentrici politici d’Inghilterra: il sindaco uscente Boris Johnson e «il rosso» Ken Livingstone.
    La capitale più gay-friendly d’Europa litiga e si divide sullo spot promosso dal gruppo cristiano «Core Issues Trusts» che parafrasando la campagna pro-omosessuali del gruppo Stonewall («Some people are gay. Get over it», «Qualcuno è gay, fattene una ragione»), ha ribattuto puntuale, copiando grafica e location (i celebri autobus a due piani) con un efficace ma per molti indisponente campagna anti-omosex: «Non gay! Ex-gay, Post-gay e orgoglioso di esserlo. Get over it».
    Eppure in pochi sembrano essersene fatti una ragione. Tutt’altro. Quell’equivoco «get over it» - che è anche «riprenditi» (dalla malattia) - manda su tutte le furie le associazioni omosessuali, che a motori caldi, cioè a due ore dalla circolazione degli autobus sulle principali vie della capitale, comprese le mitiche Oxford Street, Trafalgar Square e Picadilly Circus, cominciano il pressing per spingere il sindaco Conservatore Johnson a bloccare la campagna in programma per due settimane. Detto fatto. Boris, il nemico del «politically correct», si inchina alle proteste e decide di mettere al bando i manifesti accusati di «omofobia» e promossi da chi «promuove il cambiamento delle abitudini sessuali» omosessuali anche con la preghiera. «Londra è una delle città più tolleranti del mondo e intollerante dell’intolleranza - chiude lapidario Johnson -. È evidentemente offensivo suggerire che essere gay è una malattia dalla quale si può guarire e non sono pronto a vedere quel consiglio circolare sugli autobus in giro per Londra».
    Un messaggio inequivocabile quello del sindaco, ma anche una mossa politica che sembra chiudere definitivamente l’era dei Tory «omofobi» in pubblico e «indulgenti» in privato e che segue di poco la promessa del premier conservatore David Cameron di introdurre i matrimoni gay entro il 2015 nella Gran Bretagna che già dal 2005 ammette le unioni civili tra omosessuali e che dal 5 dicembre, con gran disappunto della Chiesa anglicana, ha dato il via libera alla celebrazione delle civil partnership in chiese e sinagoghe.
    D’altra parte Londra da tempo è la culla della comunità lgtb (lesbiche, gay, Bisessuali e transgender), paradiso di tolleranza per gli omosex di mezza Europa e di gran parte del Regno Unito. E anche l’irriverente Johnson non ha potuto fare a meno di schierarsi al fianco degli omosessuali, specie dopo che il suo più temuto rivale, Ken «il rosso», è stato costretto qualche mese fa a scusarsi pubblicamente per aver sostenuto che il Labour «trabocca» di omossesuali e che l’essere gay è stato «una manna» per la carriera di molti parlamentari laburisti, salvo poi approfittare della polemica di ieri per dire che «la città sotto la guida dei Tory sta arretrando» e che «quei poster non avrebbero mai dovuto vedere la luce».
    Ma la questione per la Londra multicult e aperta alla diversità tocca anche un altro tema, quello della libertà di espressione. Su questo vuole puntare il gruppo confessionale conservatore «Anglican Mainstream», che insieme a «Core Issues Trust» ha promosso la campagna anti-gay e sostiene ora di essere rimasto vittima di un atto di censura, e annuncia azioni legali.
    "Gay potete curarvi" Londra vieta lo spot - Esteri - ilGiornale.it

    «Attacchi continui per chiuderci la bocca»
    di Redazione
    Professor Giancarlo Ricci, psicoterapeuta che da anni si occupa di problematiche dell'identità di genere, ma viene accusato di «omofobia» dalla comunità gay. Si sente vittima di censura?
    «C'è un problema per cui chi ha un pensiero differente dagli attivisti gay: viene additato come omofobo».
    I gay sostengono che le vostre posizioni sono inaccettabili, naziste.
    «Siamo di fronte invece a un'intolleranza e a una visione ideologica totalitaria da parte dei movimenti gay. Tutto il dibattito ruota attorno al fatto che i gay sostengono che l'omosessualità non è mai una malattia».
    E non lo è.
    «Noi sosteniamo che per l'omosessualità egodistonica, quel tipo di omosessualità che il soggetto stesso vorrebbe superare, ci può essere un intervento terapeutico. E troviamo continue difficoltà a difendere la libertà di scelta e di cura».
    Quindi voi non siete omofobi?
    «Si tratta di difendere un principio. Io sono a favore della libertà di scelta rispetto alla propria sessualità. Ma se arriva una persona che chiede di poter elaborare e capire di più rispetto alla propria tendenza sessuale, non penso che questo possa essere condannabile o sanzionabile».


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Palermo: leader dei radicali picchia candidato sindaco per avere le unioni gay
    Lo storico militante del Partito Radicale Nonviolento, Gaetano D’Amico, presidente del comitato omosessualista “Esistono i diritti”, ha picchiato pubblicamente il candidato sindaco del centrosinistra Fabrizio Ferrandelli, nella città di Palermo. Nessuna stigmatizzazione è arrivata per ora da parte di Emma Bonino, Maurizio Turco o Mario Staderini, sempre pronti ad annoiare i loro interlocutori con la parolina magica “non-violenza”, tanto da metterla perfino nel nome del loro partito.
    Tutto ciò è avvenuto durante l’incontro organizzato dall’Arcigay, momenti in cui si fa indirettamente pressione sui futuri sindaci per promuovere l’agenda Lgbt. Il leader dei radicali di Palermo ha cominciato a urlare ai piedi del palco, poi -dopo aver tentato di impossessarsi del microfono- si è avvicinato al candidato colpendolo in pieno volto. D’Amico, fatto scendere dal palco dagli uomini della Digos, si è poi buttato a terra per non farsi portare via. Guarda caso, proprio pochi giorni fa il gay Simon Fanshawe accusava molti membri delle associazioni omosessuali di comportamento infantile. Comunque, nonostante la patetica scenetta , il radicale -nei giorni scorsi aveva anche insultato al suo arrivo a Palermo il leader Pd Massimo D’Alema- è stato trascinato per un braccio per qualche metro, per poi essere portato in questura.
    Una delle presenti alla scena ha dichiarato: «Gaetano D’Amico, radicale e presidente del comitato “Esistono i diritti”, che diciamolo chiaramente non sta bene, in città lo conoscono in tanti». Ma cosa ha generato questo atto di violenza? Ovviamente la promozione omosessualista: «L’avversione di D’Amico nei confronti di Ferrandelli nasce dall’approvazione da parte del consiglio comunale di una legge sulle unioni civili. Per essere applicata, aveva però bisogno di un mandato d’azione presso la Regione che non è avvenuto, perché è stato bloccato in commissione», ha spiegato Luigi Carollo, portavoce del movimento Lgbt a Palermo. Dunque una legge per le unioni civili non viene approvata velocemente e allora questo giustifica la violenza.
    Un gesto simile di violenza omosessualista l’ha subita anche il sindaco di Madrid, Alberto Gallardon nel 2011, quando con moglie e bambini è caduto in un vergognoso agguato notturno (con insulti e minacce) davanti a casa da parte di un nutrito gruppo di attivisti gay. Il motivo? Il sindaco aveva posto delle limitazioni al rumore e alla musica dell’imminente Gay Pride, che solitamente viene sparata al massimo del volume durante la cosiddetta “fiera del nulla”. Pagata con soldi pubblici (anche di chi è contrario).
    Palermo: leader dei radicali picchia candidato sindaco per avere le unioni gay | UCCR

    Soldi al cinema gay: sono queste le urgenze?
    di Rino Cammilleri
    In effetti, il Paese ne aveva proprio bisogno: 500mila euro di finanziamento alla rassegna cinematografica torinese «Da Sodoma a Hollywood», in corso dal 19 al 25 aprile. Il titolo non è felicissimo, perché, com’è noto, da Sodoma non uscì nulla di vivo (a parte Lot e i suoi, che erano etero). Stando all’inserto piemontese del «Giornale», il consigliere comunale Maurizio Marrone (naturalmente Pdl) pensa «alle famiglie in mezzo alla strada a cui viene rifiutata una casa popolare per mancanza di risorse» e punta il dito contro «titoli e trame che non troverebbero mai un mercato» senza il contributo pubblico (…e io pago! diceva Totò).
    Per esempio, a proposito di trame, sta scritto sul programma ufficiale che il documentario La Coccinelle-sceneggiata transessuale tratta di «quattro transessuali e artisti della canzone neomelodica in drag» (cioè, vestiti da cocottes, tacchi a spillo, piume e lustrini) che «si dividono tra i vicoli di Napoli, dove si prostituiscono» e il palcoscenico sui generis di «battesimi, comunioni e matrimoni» (documentario o pio desiderio? boh). Il cortometraggio messicano A Rapel parla di un uomo che «prova una forte attrazione per il nipote» e cerca in ogni modo di «sedurlo». Di particolare interesse il corto What Do You Know? Comizi d’amore col grembiulino. Nessun riferimento massonico, bensì «venticinque bambini tra i sei e i dodici anni» che rispondono «con candore e franchezza» a domande sui gay e sulle lesbiche e su come l’omosessualità «viene vissuta da loro e da chi sta loro intorno».
    Il consigliere Marrone in tutto questo non vede altro che «un inno al trash e alla decadenza». E ricorda altre benemerenze sponsorizzate dalle istituzioni, come «Paratissima» (dove si può ammirare il Papa crocifisso ad una svastica) e la «Gay Map», che «illustra le mete torinesi del sesso occasionale omosex all’aperto». Nello stesso momento, il sindaco di Londra ha dovuto inchinarsi all’indignazione gblt, perché un’associazione anglicana aveva osato tappezzare i bus pubblici con la pubblicità alle terapie riparative dei disturbi della personalità (tra cui la tendenza omosessuale). Le associazioni gay (use a moltiplicare le loro sigle per far mostra di essere in tanti: come diceva il Duce, «Il numero è potenza») non vogliono sentir parlare di "disordine oggettivo". L’ansia, l’insonnia, gli attacchi di panico, la depressione, lo stress, le fobie vanno bene, perfino l’autismo e l’anoressia-bulimia. Ma non ci si azzardi a "curare" i gay, non sia mai che il loro numero-potenza abbia a diminuire.
    Al contrario, l’attivo proselitismo (anche nelle scuole, col denaro di tutti e perfino la forza della legge penale) lo farà aumentare, il numero, fino al giorno fatale in cui diverrà obbligatorio. Mala tempora currunt.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Soldi al cinema gay: sono queste le urgenze?

    Gli euroscettici conquistano la destra
    L'ala radicale dei tories in ebollizione: «Con David siamo poco conservatori»
    Lorenzo Biondi
    Nigel Farage è l’altra faccia della sconfitta dei conservatori di governo. A ogni elezione il suo Uk independence party (Ukip) guadagna terreno sull’anno precedente. Ieri è successo ancora: nei 700 seggi in cui si è presentato il partito euroscettico ha raggiunto una media del 13 per cento, cinque punti in più rispetto alle amministrative del 2011. Di fronte al crollo dei liberaldemocratici, in alcune parti del paese lo Ukip è ormai la terza forza politica.
    L’unico partito di destra a guadagnare consensi: gli elettori del British National Party se li è presi tutti lo Ukip. La piattaforma euroscettica, condita con un po’ di nazionalismo, è riuscita a imporsi in buona parte della destra britannica. Di questi tempi, con la crisi dell’eurozona, non ci sarebbe da sorprendersi. I britannici hanno sempre sofferto malamente la convivenza con i “continentali” nei palazzi di Bruxelles. Eppure, a leggere il sondaggio pubblicato ieri dal think-tank progressista Policy Network, il quadro è un po’ più complicato di così. A voler lasciare l’Ue sarebbe “solo” il 33 per cento degli inglesi, il che – letto al contrario – vuol dire che due sudditi della regina su tre non soffrono poi troppo per la membership europea.
    Peter Mandelson – fondatore di Policy Network, eminenza grigia del blairismo e noto euro-entusiasta – ieri ha sorpreso tutti dando il suo sostegno all’ipotesi di convocare un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione: la vittoria del partito “eurofilo” «sarebbe un modo per ristabilire il posto del Regno Unito in Europa e nel mondo», ha spiegato lord Mandelson.
    Ed è possibile, effettivamente, che gli inglesi euroscettici siano una minoranza. Ma, a giudicare dal risultato di ieri, sono una minoranza compatta e rumorosa. Non solo: la crescita dello Ukip potrebbe influire fortemente anche sulla destra mainstream. I conservatori erano ben consapevoli della minaccia, e la campagna elettorale è stata un continuo di punzecchiature tra Ukip e tories. (Da ultima la presidente del partito di Cameron, la baronessa Warsi, ha accusato i rivali di puntare al voto fascista; il portavoce dello Ukip le ha risposto con epiteti poco cavallereschi).
    Ma ieri mattina, alla luce del risultato elettorale, la componente euroscettica del Partito conservatore è andata in ebollizione. Il primo a scaldarsi è stato il solito Daniel Hannan, europarlamentare che da anni propone di far uscire il suo paese dall’Unione: a Londra i conservatori hanno retto all’attacco dello Ukip? Tutto merito dell’anti-europeismo di Boris Johnson (spiegazione ragionevole, in teoria, se non fosse che nella capitale lo Ukip si è praticamente suicidato, presentandosi con un simbolo diverso dal resto del paese). Dopo Hannan si è mobilitata una sfilza di backbencher, tutti infuriati perché i conservatori, con Cameron, «non sono abbastanza conservatori».
    Il punto, a quanto pare, non è solo l’Europa: secondo un sottosegretario del governo, Gerald Howarth, di mezzo ci sarebbero anche questioni come il matrimonio omosessuale. «Un sacco di gente mi scrive spiegando: “Sono conservatore da una vita, non ho mai voluto una cosa del genere”».
    Come reagirà David Cameron? Continuerà con la sua linea da modern conservative, o accetterà la svolta a destra?
    Gli euroscettici conquistano la destra - Europa

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Paesi Bassi: la cultura della morte propone eutanasia per tutti gli over 70
    Quando si parla di bioetica è essenziale avere chiaro il “piano inclinato”, ovvero il concetto per cui quando si apre una breccia sarà difficile impedire che si apra anche l’intera porta. Un passo tira l’altro, è automatico e obbligatorio. Per chi è scettico consigliamo di visionare quanto accade oggi nei Paesi Bassi.
    Nel 2002 è stata legalizzata l’eutanasia per i malati terminali che ne facevano richiesta, poi il Canadian Medical Association Journal (CMAJ) ha scoperto che un terzo delle soppressioni avveniva senza autorizzazione da parte del paziente. In seguito, nel St Pieters en Bloklands, un centro anziani di Amerfott, si è deliberatamente deciso di non rianimare i pazienti al di sopra di 70 anni, nel 2011 la Royal Dutch Medical Association (KNMG) ha rilasciato nuove linee guida, per cui si dovrebbero includere tra i beneficiari dell’eutanasia anche chi ha “disturbi mentali e psico-sociali” come “perdita di funzionalità, la solitudine e la perdita di autonomia“.
    Da pochi mesi è attiva un’unità sanitarie mobili composte da medici e infermieri – tutti volontari – disposti a praticare l’eutanasia a domicilio, mentre il New York Times di qualche giorno fa ha informato che l’associazione Right to Die-NL, promotrice dell’eutanasia, non si accontenta e sta facendo pressione perché tutte le persone sopra i 70 anni, malati o no, possano richiederla. E’ un diritto non soffrire, fisicamente e moralmente, dicono i portavoce della “cultura della morte”.
    Ovviamente il prossimo passo di questa corsa verso l’abisso sarà abbassare costantemente il limite di età.
    Paesi Bassi: la cultura della morte propone eutanasia per tutti gli over 70 | UCCR

    Le eco-sepolture? Ecco chi ci vuole "morti" per sempre
    L'eco sepoltura, o gli eco sepolcri così come i funerali verdi. Sono l'ultima tendenza in fatto di ambientalismo - o ecologismo - profondo. Da tempo infatti hanno preso piede particolari tipi di sepolture, ad esempio la bara di cartone, considerate non inquinanti e a scarso impatto ambientale.
    A questo si aggiungono le sepolture in particolari aree cimiteriali come le foreste o i campi: invece di lapidi vengono piantati alberi. C'è però chi va ancor più oltre: l'associazione svedese "Promessa" propone infatti la sepoltura nella nuda terra in modo che il corpo umano diventi un fertilizzante utile. Secondo questa associazione da sempre si sono seguiti tre percorsi per la sepoltura dei propri cari: permettere che si torni a essere terra, che si marcisca o che si venga bruciati.
    Secondo la biologa Susan Wiigh-Masak solo le ultime due possibilità sono quelle che si sono sempre seguite. Tramite una tecnica da lei ideata che permette l'eliminazione dell'acqua e il successivo congelamento del corpo, l'organismo biologico diventa così un fertilizzante naturale. Secondo Massimo Introvigne, raggiunto da IlSussidiario.net, tutto questo fa capo ad una concezione di ecologismo profondo che di fatto "diffonde l'idea che una volta morti si ridiventa parte della natura. Quella che era l'identità dell'uomo che per un po' era emersa, ma era emersa come increspatura del grande mare panteistico della natura, deve tornare a identificarsi con questo mare perdendo la sua identità". Per Introvigne, si tratta di eliminare anche il ricordo dell'uomo, cioè il suo nome, perché il ricordo del morto perpetuerebbe questo male che è stata la sua esistenza fuori del ciclo della natura.

    Che cosa si cela secondo lei dietro a questa idea dei funerali cosiddetti verdi, delle sepolture ecologiche?
    Si cela quella che si chiama ecologia profonda. Una lunga tradizione di attacco a un caposaldo del cristianesimo, cioè alla differenza ontologica e comportamentale dell’uomo rispetto alla natura, che il Beato Giovanni Paolo II ha ben sintetizzato nelle sue opere e nel suo magistero.

    Ce la ricorda?
    Che l'uomo è l'unica creatura voluta da Dio per se stesso; le altre, gli alberi, i campi e gli animali sono state volute da Dio in funzione dell'uomo.

    L'uomo come essere superiore che domina sulla natura?
    Non esattamente. Esiste naturalmente una ecologia accettabile, come dice spesso Benedetto XVI, e anche una ecologia cristiana, perché l'uomo è chiamato ad amministrare tutte le altre creature, che Dio ha voluto per l'uomo stesso. Non è despota o padrone assoluto, ha invece la responsabilità del creato.

    Questo ecologismo profondo di cui ci ha parlato, in cosa consiste?
    Come dicevo prima, esiste una teologia cristiana del rispetto dell'ambiente: l'ecologia è una cosa buona, ma l'ecologismo è una deviazione. In particolare, l'ecologismo profondo - lanciato dal filosofo norvegese Arne Næss, nega che esista una differenza o una superiore dignità o un superiore valore dell'uomo rispetto alle altre creature.

    E come si inserisce il discorso delle cosiddette eco sepolture in questo contesto?
    Si inserisce per sottolineare una cosa precisa: è la negazione che esista una differenza ontologica fra l'uomo creato a somiglianza di Dio e le altre creature che - sebbene importanti - sono state create in funzione dell'uomo.

    Eliminare il cimitero come luogo del ricordo, della memoria?
    Guardi, io vivo a Torino dove le amministrazioni di centrosinistra da diversi anni - anche quella precedente a questa - hanno creato la possibilità di essere semplicemente calati in una grande fossa comune dove si perde l'identità e anche il nome. In realtà le amministrazioni, più che lanciare questa iniziativa, l'hanno recepita da un associazionismo ideologicamente ateo e radicale che si è anche opposto quando il Comune voleva inserire una sorta di video proiezione dei nomi dei defunti. Non hanno voluto neanche questo.

    Perché?
    Perché occorre ridiventare parte della natura: l'identità del singolo uomo, che per un po' è emersa, ma solamente come increspatura del grande mare panteistico della natura, deve tornare a identificarsi con questo mare, e a dissolversi definitivamente nel Tutto.

    In conclusione?
    Si tratta in fondo una vecchia idea gnostica che sostiene che l'affermarsi del sé sia male, ma un male temporaneo a cui la morte pone “per fortuna” rimedio. Il ricordo del morto perpetuerebbe questo male. Come spesso accade, il panteismo si combina con lo gnosticismo, cioè l'idea che l'emergere dal cosmo dell'identità forte di un essere come l'uomo non sia un bene, ma un male.

    I metodi s-conci della Concia
    Luisella Saro
    Ma com’è conciata male la Concia!
    Ebbene sì. Sono rimasta letteralmente basita, ieri sera. Senza parole. (E ce ne vuole perché la puntigliosa resti senza parole!). Stavo seguendo con interesse la trasmissione <em>Indaco, in onda alle 22.05 su San Marino Rtv. Diversi gli ospiti, che si sono confrontati su un tema scottante al quale, anche come sito, prestiamo molta attenzione: la famiglia e i suoi cambiamenti.
    Ognuno ha detto la sua, partendo dall’esperienza che ha, dal ruolo svolto nella vita (genitore, psicologo, sacerdote, preside, avvocato, politico…), argomentando le proprie riflessioni e dando ragione delle proprie convinzioni. Collegato telefonicamente, anche il parlamentare del Pdl Carlo Giovanardi, che ha riflettuto sulla famiglia tradizionale e sui problemi che sta attraversando; ha ricordato il diritto dei figli ad avere come riferimento un padre e una madre, e poi il ruolo importante svolto dalle diverse agenzie educative; ha toccato scottanti temi di bioetica, come la “compravendita dei fattori della produzione per assemblare i bambini”; ha poi detto di non essere d’accordo con l’idea che le coppie omosessuali aspirino ad essere definite “famiglie”.
    A circa un’ora dall’inizio della trasmissione, dopo una serie di interessanti contributi, il conduttore ha passato la parola all’onorevole Paola Concia, del Pd, affinché esprimesse le sue considerazioni sui temi sino a quel punto affrontati.
    Trascrivo il suo intervento telefonico, perché il metodo di CulturaCattolica.it è guardare la realtà tenendo conto di tutti i suoi fattori. E di raccontarla, quando merita.
    Siccome ciò che è accaduto “merita”, lo raccontiamo (e diamo la possibilità agli increduli di sentirne anche la versione audio: con la sua spiccata cadenza romanesca, il registro informal-volgarotto stile “eravamo quattro amici al bar” – e non in una trasmissione televisiva –, e gli strafalcioni suindicati. Che non si insinui che la puntigliosa esagera…).

    “Pronto? Eccoci. Che dico? Che c’è un articolo di legge che dice che esiste la famiglia anagrafica che è composta anche da persone conviventi, cioè il fatto che c’è nella legge italiana la famiglia anagrafica che non corrisponde a quella cosa arcaica di un’altra era geologica di Giovanardi. Lo dice la legge italiana, non è che lo dico io. E poi sa, francamente, a me mi pare abbastanza inutile parlare con Giovanardi, non so come dire… E’ diventato per quanto mi riguarda un esercizio inutile di uno che vuole soltanto farsi pubblicità e io sono stufa di parlare con Giovanardi e di confrontarmi con uno come Giovanardi. E’ perfettamente inutile. Non ho niente da dire a Giovanardi. Io non ho niente da dire ripeto. Siccome Giovanardi dice delle cose che sono fuori dalla realtà io… Francamente Giovanardi si fa pubblicità sulla pelle degli omosessuali, si fa pubblicità sulla pelle degli omosessuali e quindi io mi sono stufata di dargli il fianco. Tutto qua. Pazienza. Io mi sono stufata di dare la possibilità a Giovanardi di farsi pubblicità sulla pelle degli omosessuali. Punto. Poi, guardi, non è una cosa irriverente. E’ semplicemente che non ho voglia di dargli il fianco a uno sopra la pelle degli omosessuali. Punto. Non credo che sia una cosa irriverente. Se lo facesse dare da qualche altro il fianco, non da me. Non è irriverente, è un dato di realtà.
    Io non litigo con nessuno. Non c’ho voglia di confrontarmi con Giovanardi. Punto. Non c’ho nessuna voglia. E’ uno che usa gli omosessuali pro domo sua. No. Usa l’omofobia pro domo sua. Se la facesse da solo ‘sta roba qua. No con me.
    Quale governo? quale governo? Ma di che cazzo parla? Quale governo? quale parlamento? Giovanardi non sta più al governo, non fa più il ministro! Ma di che cosa sta parlando…
    Buonasera anche da parte mia, guardi. Io non so proprio…”.

    Ognuno, della telefonata, pensi ciò che crede, ma se questo è “il nuovo che avanza”; se questi sono i modelli con cui non solo dobbiamo imparare a convivere, ma che in modo tamburellante il mondo politically correct ci indica come quelli “giusti” perché moderni, democratici (?), aperti (?), dialoganti (?), tolleranti (?), includenti (?), mi dispiace – lo scrivo a nome di tutta la redazione – no grazie.
    Siamo abituati a confrontarci con tutti, dando ragione delle nostre convinzioni e della nostra posizione a chi, legittimamente, ha ragioni diverse dalle nostre. Dei metodi s-conci della Concia non sappiamo che farcene. (E scusate se non ho scritto “onorevole”. I titoli non sono pinzillacchere: sono cose serie. Bisogna meritarseli…).
    I metodi s-conci della Concia



    Scout e omosessualità
    Gabriele Mangiarotti
    Siamo tutti professori!
    Non passa giorno in cui non si senta da qualunque pulpito un predicatore che dica alla Chiesa, ai cattolici e alle istituzioni nate dalla fede come si debba fare per essere cristiani autentici, tolleranti e rispettosi.
    Beh, basterebbe un solo consiglio: «Smettete di essere cristiani». Semplice, no? Solo accettando questa ricetta sarà possibile rientrare nella società a detta di costoro “civile”.
    L’ultimo tassello di questa monotona fila di consigli, la reazione al documento dell’AGESCI, in cui, a proposito della omosessualità, così si dichiarava: «Le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore (quindi per noi i capi che hanno una tendenza omosessuale profondamente radicata o forse predominante) costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo. Il capo è il modello per i suoi ragazzi e sappiamo che gran parte dell’effetto educativo, dipende dalla esemplarità anche inconscia che proviene dall’adulto».
    A lanciare la notizia, in prima fila come sempre, Repubblica, che, con una sfilza di articoli, ci spiega come questa posizione sia controversa all’interno del mondo cattolico, perché le posizioni più aperte e moderne oramai sanno che «omosessuale è bello»! e che è ora di finirla con le discriminazioni, perché l’omofobia ha fatto il suo tempo, e la libertà della persona implica la sua scelta di genere su cui nessuno può né deve sindacare.
    Liberissimi, quelli di Repubblica di pensare e di scrivere ciò che vogliono (ma anche il Fatto Quotidiano e giù a ruota altri quotidiani, ieri, non si sono lasciati scappare il ghiotto “boccone” con il refrain dei cattolici omofobi…), ma è evidente che ormai per costoro l’obiettivo chiarissimo: insegnare agli altri come vivere e come pensare. Si dicono infastiditi dalla invadenza della Chiesa; viene da pensare che sia perché ne vogliono prendere il posto.
    Che fare? Ci vuole un sussulto di dignità e di orgoglio: quella fierezza di conoscere il segreto della vita che sa valorizzare ogni cosa, senza però mai perdere il senso della dignità e del bene.
    Non ci va il motto della Fattoria degli animali: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri», dove quegli «alcuni» sono coloro che la pensano come Repubblica e i media politicamente corretti messi lì apposta ad “indirizzare” il pensiero; come Mancuso, Enzo Bianchi e compagnia... A noi è cara la libertà di pensiero, che non può affatto essere a senso unico. E ci piace argomentare, dare ragioni e ascoltare. Ma non possiamo dire che è giusto e buono e bello quello che per noi e per la Chiesa non lo è.
    Non abbiamo perso né il senso critico né il gusto della ragione. E quindi continueremo a dire, argomentandolo, che l’omosessualità è un disordine, umano prima che morale. E che ciò che va contro la natura dell’uomo non è bene. E continueremo a dirlo anche se sappiamo, per esperienza, che non è conveniente dirlo, pubblicarlo, diffonderlo.
    Come per la vicenda di Eluana non abbiamo paura delle conseguenze delle nostre azioni. Già ne abbiamo dovuto rispondere. E come i primi cristiani, «se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù».


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Lui non lo sa, ma i medici hanno deciso che può morire anche se sta bene
    Benedetta Frigerio
    Londra. Una donna scopre per caso che i medici avevano deciso di non rianimare in caso di arresto cardiaco il papà di 77 anni. Anche se l’anziano sta bene e vuole vivere. Il dipartimento della salute si scusa e minimizza.
    Il papà non sarà rianimato se avrà un arresto cardiaco. Ma la figlia, un’inglese residente negli Stati uniti, l’ha scoperto per caso, quando, in visita al genitore di 77 anni, le è capitata sotto mano la cartella clinica riportante la clausola “do not resuscitate act” (una sorta di testamento biologico che permette al paziente di dichiarare in anticipo la propria volontà di non essere rianimato in caso di arresto cardiaco). A darne notizia è stato il 6 maggio il quotidiano britannico The Guardian. Nella ricostruzione del giornale si riporta tutta la sorpresa della donna nell’apprendere l’inserimento di una clausola mai richiesta dal padre che vive nella periferia di Londra. Perché, ha rivelato, «per mio padre la vita è sempre stata preziosa». Nemmeno l’anziano signore era stato informato della decisione presa unilateralmente dai medici. «Mio padre - ha detto la figlia – vorrebbe essere rianimato in caso sia necessario. E desidera avere accesso ai trattamenti salva vita».
    Il medico di base dell’uomo si è giustificato dicendo che la donna non era reperibile e che la scelta era stata presa in seguito a riunioni e diagnosi accurate fatte in équipe. Il che suona ancora più strano, dato che il paziente «sta bene, non ha malattie degenerative, ha una buona qualità di vita». Perché tanta fretta dunque? La domanda è stata evitata dal Dipartimento della salute inglese che ha cercato di rimediare allo scalpore suscitato dalla vicenda con un generico ammonimento ai medici di base: «Abbiamo capito che è importante cercare di coinvolgere i parenti», scusandosi solo del fatto che non li si è cercati, come si dovrebbe, «anche se sono all’estero, anche se le visite non sono frequenti». E ringraziando la donna «perché la sua denuncia ci sensibilizza sulla necessità di applicare la legge fino in fondo».
    Un altro caso, dunque, interroga l’Inghilterra. Recentemente una famiglia ha intrapreso un’azione legale contro l’ospedale Addenbrooke di Cambridge. In quel caso, era stato il marito a decidere per la sorte della moglie, senza averne il consenso. Il cortocircuito sta diventando sempre più evidente per una legge che, regolando anticipatamente le decisioni su vita e la morte, crea non pochi problemi alla libertà dei malati. Molte altre persone avevano denunciato casi simili l’anno passato e, scrive il Guardian, «tante altre famiglie ci hanno contattato recentemente per parlarci della breccia aperta dalla legge». Ma c’è un cortocircuito nel cortocircuito. Anche il dibattito sulla legge continua a vertere solo sull’opportunità o meno di dare l’ultima parola ai medici o ai famigliari. Nessuno si interroga sul senso della vita.
    Londra: nuovo caso di abbandono terapeutico | Tempi.it

    Gerardina Trovato: «Mi dicevano: fingiti lesbica e venderai più dischi»
    L’incredibile storia della cantante che esordì a Sanremo nel 1993. «Avevo accettato di snaturarmi». L’assistente stalker e poi, finalmente, Alessandro
    «Ero magra, bella. Mi spediscono a Sanremo… tutti pensano che io sia lesbica. Sto al gioco. Mi dicono: “Vendiamo più dischi, non smentire”. Fu la mia rovina. Mi snaturai per il dio denaro». Sanremo 1993, l’esordio di Gerardina Trovato è un successo. La cantante si presenta coi capelli corti e un’aria mascolina, tanto da lasciare il sospetto di una sua presunta bisessualità. I manager le chiedono di non smentire. L’immagine che dà “funziona”, le ripetono. È qui, come ha raccontato la stessa Trovato al settimanale Chi, inizia la sua rovina perché «avevo accettato di snaturarmi». La sua assistente – lesbica – si innamora di lei e «si mise in testa di voler cambiare la mia sessualità. Ero in trappola». Quell’amore che la cantante definisce «malato» e «possessivo», portò l’assistente a gesti violenti: «Vivevo a contatto 24 ore su 24 con una donna che mi amava in modo assolutamente compulsivo. Era ossessionata da me».
    Una storia di stalking, da cui Trovato ha faticato molto a uscire (non senza l’aiuto di guardie del corpo e psicologi), che ha avuto però la fortuna di un’imprevisto inatteso e felice: «Vedevo la fine sempre più vicina e invece, quando meno te lo aspetti, arriva la luce». Si tratta di Alessandro Casadei, suo attuale fidanzato e manager: «Per la prima volta ho sentito una persona che mi parlava di rinascita».
    Gerardina Trovato a Chi: «L'ossesione di una lesbica mi rovinò» | Tempi.it

    MONS. BABINI: NEL MONDO DOMINA CULTURA DELLA MORTE. OBAMA SI È VENDUTO L'ANIMA AL DIAVOLO
    Bruno Volpe
    "Ben vengano tante marce per la vita, oggi ne abbiamo bisogno", dice Monsignor Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, commentando la Marcia Nazionale per la Vita svoltasi a Roma. Eccellenza, perché è contento di questa manifestazione? "ogni iniziativa, ogni atto anche pubblico che serva a ribadire la sacralità della vita, in un mondo che sempre più ha abbracciato la cultura della morte, va salutata con entusiasmo e con piacere". In che senso lei parla di cultura della morte? "oggi tocchiamo un generale disprezzo per la vita. Certo, esistono quelli che la esaltano, ma in modo sbagliato. La vita è un dono del Signore, non ne possiamo fare quello che vogliamo, ma il nostro compito è rispettare la sua sacralità, la sua dignità, in ogni momento, dal concepimento sino alla morte, sino alla fine naturale, quando il Signore vorrà". Poi precisa: "nel mondo attuale tanti falsi valori primeggiano, il potere, i soldi, il successo, la superficialità ed ovviamente il sesso come mezzo di mero piacere e non di amore vero".
    Sesso come strumento di piacere, da che cosa dipende?
    "dall'egoismo, fanno quello che aggrada, si arriva al libertinaggio, poi quando accade la gravidanza indesiderata, ecco l'aborto, il rimedio. Il rimedio è un omicidio, di un essere debole e indifeso".
    Poi la dolce morte:
    "anche l'eutanasia è un assassinio senza alcuna pietà e spesso per motivi di egoismo. Ci si libera di un essere considerato superfluo, dimenticando che tutti prima o dopo saremo vecchi".
    Ovviamente anche le legislazioni che ammettono le unioni gay vanno contro la vita:
    "certamente, perché queste forme sono contro natura e peggio che bestiali. Negli Usa Obama ha finalmente gettato la maschera dimostrando di che pasta è fatto. Spero che i cattolici da quelle parti si facciano sentire. Obama, per avere qualche votarello in più, ha venduto l'anima al diavolo".

    Alcuni privilegi degli omosessuali
    Salvatore Di Majo
    Immaginiamo l’imbarazzo di quei cybernauti specializzati nella consultazione di offerte di lavoro sul web quando si sono ritrovati a leggere l’annuncio apparso su music-jobs.com lo scorso 25 aprile, con il quale Play Gay Italia «ricerca personale ambosessi assolutamente gay». Proprio così: aspiranti impiegati/e, web-designer, programmatori, tecnici, addetti all’ufficio stampa ed altri profili tecnico-amministrativi ai quali si offrono «assunzione a norma di legge con contratto a tempo indeterminato, 14 mensilità annue, retribuzione netta annua di euro 17.000» purché rigorosamente…omosessuali!
    Lasciando da parte le facili e becere battute da bar – l’omosessualità deve essere dichiarata nel Curriculum o comprovata durante il colloquio? (…), l’offerta in oggetto si presta ad alcune considerazioni serie che non possono essere taciute. Il soggetto che la propone, a cui fa capo una web-tv nonché il più importante portale del mondo gay europeo, fa sul serio e arriva a puntualizzare che «non verranno presi in considerazione i curricula di chi non appartiene al mondo gay» dimenticando soltanto che è vietato, per espressa disposizione di legge, porre in essere discriminazioni basate sull’età, sulla religione e sull’orientamento sessuale. Per intenderci: emarginare gli omosessuali impedendo loro l’accesso al mondo del lavoro è sbagliato, ma consentire la discriminazione a danno degli eterosessuali nell’accesso ad una posizione lavorativa è ancora più deleterio.
    Giusto per restare in tema di uso di denaro pubblico in rapporto alle iniziative proprie di una presunta cultura omosessuale, apprendiamo di un corposo finanziamento di 500mila euro per una rassegna cinematografica conclusasi da poco a Torino, dal titolo «Da Sodoma a Hollywood». Si resta perplessi nell’apprendere che il programma della rassegna in questione ha contemplato, in mezzo a pellicole che trattano del tema dell’omofobia, tra le altre cose, la proiezione del documentario “La Coccinelle-sceneggiata transessuale” in cui «quattro transessuali e artisti della canzone neomelodica in drag si dividono tra i vicoli di Napoli, dove si prostituiscono». Ancora più inquietante appare la trama del cortometraggio messicano “A Rapel” dove si parla di un uomo che «prova una forte attrazione per il nipote» e cerca in ogni modo di «sedurlo». Giunti a questo punto, ci chiediamo se sia consentito questo utilizzo di denaro pubblico per iniziative che si risolvono in proposte controverse.

    Dittature, terroristi, disoccupazione record? No problem, se ci sono i diritti dei gay
    Leone Grotti
    Cuba, Nigeria e Liberia sono alle prese con enormi problemi di libertà di espressione, terrorismo e disoccupazione. Ma la comunità internazionale chiede solo che approvino leggi a favore degli omosessuali.
    Che cosa accomuna Cuba, Nigeria e Liberia? Il primo è un paese governato da una delle poche dittature comuniste rimaste in piedi nel mondo, il secondo ha qualche problema con il terrorismo, visto che gli estremisti islamici armati di Boko Haram hanno fatto più di 500 morti in quattro mesi, il terzo ha una disoccupazione record ed esce da oltre dieci anni di sanguinosa guerra civile. Sono tutti e tre paesi in difficoltà (eufemismo), dunque, ma soprattutto sono tutti e tre alle prese per motivi diversi con l’introduzione di leggi a favore dei diritti degli omosessuali.
    Partiamo dal primo. Il castrismo era uno dei regimi più conosciuti per la loro omofobia. Negli anni Sessanta Fidel Castro mandava gli omosessuali nei campi di lavoro dell’Umap, le Unità militari di appoggio alla produzione. Solo nel 2007 un cubano ottenne asilo politico in Italia proprio perché omosessuale. Nel 2008 la svolta: è stata istituita una Giornata cubana contro l’omofobia ufficiale. Un’attivista di eccezione, in questo senso, è Mariela Castro Espin, figlia niente meno che del presidente Raùl Castro. Come riporta il Foglio, nonostante sia figlia di un dittatore, le è stato concesso un visto dagli Usa per partecipare a san Francisco, capitale gay per eccellenza, a un convegno con una relazione dal titolo: “Uno sguardo alla diversità sessuale dalla prospettiva del politico”. Mariela Castro del resto ha affermato che il padre Raùl «non lo ha reso pubblico, sicuramente come parte delle sue tattiche e delle sue strategie, ma lui stesso ammette che non possiamo avanzare come socialismo se continuiamo a convivere con questi pregiudizi». Bando ai pregiudizi omofobi, dunque, entro un anno una forma di “pacs” sarà introdotta a Cuba. Per questo gli Usa di Obama, «il primo presidente gay», l’hanno premiata concedendole il visto. Ora a Cuba manca solo la libertà di espressione, quella di formare un partito e la scarcerazione dei prigionieri politici.
    In Nigeria, a Lagos, la scorsa settimana si sono riunite le Organizzazioni della società civile (Csos) per chiedere al presidente Goodluck Jonathan di «resistere alle pressioni internazionali», e non firmare la legge che autorizza le unioni omosessuali. Proprio pochi giorni fa la polizia di Stato, che punta sempre al ribasso quando si parla di numeri, ha rilasciato un rapporto che traccia un bilancio dell’attività 2011 del gruppo fondamentalista islamico Boko Haram, che significa letteralmente “l’educazione occidentale è peccato”. In tutto 118 azioni terroristiche costate la vita a 308 persone in sei stati federati del centro-nord della Nigeria, più il distretto della capitale Abuja. Da Natale 2011 a Pasqua 2012, invece, sono già 505 le vittime del gruppo terroristico. Davanti a questi numeri fa sorridere la notizia che «la comunità internazionale» fa pressione sul Parlamento nigeriano per fare approvare una legislazione a favore degli omosessuali. Come dice Csos, «la legge sull’omosessualità è contro la cultura nigeriana, è un suicidio importare pratiche e stili di vita che sono estranei alla Nigeria per cercare di imporli come leggi in nome dell’osservanza degli obblighi internazionali». Soprattutto quando il paese è così colpito dal «flagello del terrorismo insensato», come dichiarato dal presidente Jonathan.
    Infine, la Liberia. La repubblica più antica dell’Africa vanta una delle disoccupazioni più alte del mondo: sfiora il 90 per cento. Il paese africano è uscito solo nel 2003 da una sanguinosa guerra civili durata oltre 10 anni dove hanno perso la vita circa 250 mila persone. Per mantenere la stabilità, in Liberia l’Onu ha stanziato una forza di pace di 15 mila soldati, la missione più costosa in assoluto. In tutto questo, mentre la charity dell’ex premier inglese Tony Blair ha deciso di aiutare la Liberia e il suo governo per creare infrastrutture e lavoro, l’unica domanda che una giornalista ha saputo porre alla presidentessa del paese, il premio nobel Ellen Johnson Sirleaf, durante l’incontro con Blair è stata: «Annullerà la legge che depenalizza gli atti omosessuali?». Sirleaf non si è scomposta e ha difeso così la legge che punisce gli atti omosessuali volontari nel paese fino a un anno di prigione. «Non firmerò mai una legge che abbia a che fare con queste cose. Noi siamo contenti e ci piacciamo come siamo. Abbiamo dei valori tradizionali nella nostra società che vogliamo preservare». Ma soprattutto hanno ben altro a cui pensare.
    Cuba, Nigeria e Liberia: ottimi paesi (se sono pro gay) | Tempi.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    ZINGARI: “VENITE IN ITALIA, GIRANO SOLDI E TUTTI RUBANO”
    di REDAZIONE
    Arrestate in tutta la Toscana 18 persone di etnia rom e sinti. Recuperati preziosi per oltre centomila euro. L’operazione condotta dalla questura di Pistoia
    Così vedono gli zingari il nostro paese. Telefonando all’estero, gli arrestati avrebbero invitato parenti e conoscenti a raggiungerli nel nostro Paese perché “qui girano i soldi” e perché “tutti rubano”. Anche per gli uomini della mobile di Pistoia che hanno messo a segno l’operazione, lo stupore è stato grande: udire direttamente quanto sia alto il livello di impunità percepito da certe popolazioni, che a quanto pare, qui si possono permettere qualsiasi tipo di scorribanda.
    Perché questo è nei fatti: in Italia non c’è alcuna certezza della pena. I tempi della giustizia, notoriamente lunghissimi, offrono un regime di semi impunità per tutti. Durante l’operazione sono stati recuperati preziosi per migliaia e migliaia di euro.
    Sono stati ritrovati circa 1,4 chilogrammi di oro (costituito da 82 orologi da taschino e 400 monili) e centinaia di piccole pietre preziose. La cultura familiare del furto è ciò che è emerso in questa vicenda visto che, per la Polizia, «intere famiglie erano dedite sistematicamente alla realizzazione di furti. Sin dal mattino iniziava la ricerca degli obiettivi da colpire e spesso all’azione partecipavano marito, moglie e figli».
    ZINGARI: “VENITE IN ITALIA, GIRANO SOLDI E TUTTI RUBANO” | L&apos;Indipendenza

    Australia: 150 medici e psicologi contro le nozze gay
    Un gruppo di 150 medici di tutta l’Australia ha firmato una sottomissione di richiesta al Senato per opporsi al matrimonio omosessuale. Tra questi ci sono diversi psichiatri, come Kuruvilla George, che è anche membro del Victorian Equal Opportunity and Human Rights Commission nonché uno dei più importanti ricercatori australiani: «Abbiamo presentato le prove che chiariscono come i bambini che crescono in una famiglia con padre e madre hanno tutti i parametri migliori rispetto ai bambini in altre condizioni», è scritto nel documento.
    Questi medici sono preoccupati per le conseguenze sulla salute dei bambini nei matrimoni gay, come ad esempio il dr. Lachlan Dunjey: «Sono due le conseguenze per i bambini nella nostra società: prima di tutto per i figli nati dal matrimonio gay, siamo convinti che abbiano il diritto a stare con i loro genitori biologici, con una madre e un padre. C’è una straordinaria quantità di prove a favore di questa condizione». In secondo luogo, ha continuato, «siamo anche preoccupati per le implicazioni per la società e la conseguente maggiore legittimità per la lobby gay di spingere il loro programma nei giovani. In particolare, c’è il rischio di provocare i giovani a dichiarare la propria sessualità in un momento in cui è normale avere una certa confusione di genere».
    Il rischio, confermato da studi sociologici, è anche quello che legalizzando il matrimonio omosessuale aumenti anche l’omosessualità: «l‘American College of Paediatricians ha detto che il matrimonio gay aumenta la confusione nei giovani, ed è molto probabile che attraverso la spinta nelle scuole della equalizzazione di educazione eterosessuale e omosessuale, porterà molte persone, magari soltanto confuse, ad uno stile di vita omosessuale, con i rischi che seguono questo stile di vita».
    I medici, come si diceva, hanno segnalato diversi studi a supporto della loro posizione. L’Australia ha approvato un emendamento nel 2004 in cui esplicitamente si definisce il matrimonio tra un uomo e una donna, ma ci sono svariati progetti all’esame del Parlamento che chiedono l’estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso.

    Pediatri italiani contro l’adozione ai gay
    (IRIS) – ROMA, 23 MAG – Per i pediatri della SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale – affiliata alla SIP (Società Italiana di Pediatria) – l’adozione da parte di coppie gay di figli è fuori discussione. “Figli di gay sono tendenzialmente ad alto rischio di problemi sicuramente psicosomatici, neuropsichiatrici e di depressione”. Lo ha detto il presidente della SIPPS Giuseppe Di Mauro, ospite dell’ultima puntata di KlausCondicio, programma televisivo condotto da Klaus Davi in onda su YouTube e dedicato alle adozioni gay, che sposa in pieno le tesi della rivista Pedioatrics, secondo cui “bambini cresciuti da coppie omosessuali sono esposti a maggiori rischi per la salute di quelli cresciuti in famiglie eterosessuali sposate”. Secondo lo studio, sposato dalla SIPPS e discusso nella puntata, “le unioni omosessuali hanno una minore durata (2/3 anni in media) rispetto a quelle eterosessuali. I bambini cresciuti da coppie omosessuali sono più portati ad incontrare problemi di confusione nell’identità sessuale, a sperimentare sessualmente e ad assumere comportamenti omosessuali”.
    Non solo, nel corso della puntata, “Sottoscriviamo in pieno la tesi esposta da Pedioatris”, ha ribadito Giuseppe di Mauro: “Il bambino che cresce con una coppia omosessuale – ha poi spiegato – è tendenzialmente ad alto rischio di problemi psicosomatici, neuropsichiatrici e di depressione.
    Noi creiamo delle persone che comunque sono dei diversi. Noi, ha poi precisato polemizzando Di Mauro, abbiamo su tutte le caselle maschi o femmine, la terza casella io non la leggo. I bambini tendono ad assumere le caratteristiche dei propri genitori, quelli cresciuti dalle coppie omosessuali prendono riferimento da questa loro famiglia, cercano di imitarla, di condividerla. Allora, mi domando, si dà vita ad un esercito di gay?”
    Nel corso della trasmissione, Di Mauro aggiunge: “Oggi le patologie principali per i bambini sono i disturbi psicosomatici, le malattie neuropsichiatriche psicosomatiche sono di gran lunga aumentate. La disgregazione del nucleo familiare può portare a dei rischi al bambino di malattie neuropsichiatriche o almeno psicosomatiche”.
    Pediatri italiani contro l’adozione ai gay « Libertà e Persona

    Pisapia, prima di fare il registro per le coppie di fatto, leggi qui
    Rodolfo Casadei
    Ogni società umana è interessata a tutto ciò che le permette di riprodursi e svilupparsi, incrementando il benessere generale. La famiglia monogama fra persone di diverso sesso che si sposano è preziosa a questo riguardo, perché garantisce sostegno materiale e morale, educazione e stabilità fisica e affettiva ai figli che nascono dalla relazione. Le altre “identità familiari” offrono le stesse garanzie, nella stessa misura? No. Le altre identità familiari consumano più capitale sociale di quanto ne producano. Una delle ragioni fondamentali è che sono meno stabili della cosiddetta famiglia tradizionale. Nonostante l’introduzione del divorzio consensuale legale in quasi tutti i paesi occidentali nel Dopoguerra (che ha fatto esplodere il numero dei divorzi), la famiglia fondata sul matrimonio continua a essere più stabile delle altre forme di convivenza. E questo ha effetti positivi sui figli, che sono invece destabilizzati dentro alle unioni ballerine. Una vasta letteratura scientifica sull’argomento lo spiega.
    Nell’agosto scorso è stata pubblicata la terza edizione di Why Marriage Matters: Thirty Conclusions from the Social Sciences, opera di diciotto studiosi americani di problemi della famiglia che operano in istituzioni accademiche di diverso orientamento politico-culturale: Università di California di Berkeley, Brookings Institution, Università di Chicago, Penn State, Università del Minnesota, Università del Texas di Austin, Urban Institute e Università di Virginia. La conclusione unanime del rapporto è che l’aumento del numero di coppie di conviventi con bambini è la maggiore e poco riconosciuta minaccia alla qualità di vita dei figli nelle famiglie americane di oggi. Spiega W. Bradford Wilcox, direttore del National Marriage Project dell’Università della Virginia e coordinatore dello studio: «In uno straordinario ribaltamento di tendenze, il tasso di divorzio delle coppie sposate con figli è tornato quasi ai livelli che conoscevamo prima della rivoluzione del divorzio iniziata negli anni Settanta. Tuttavia l’instabilità familiare complessiva è in aumento negli Stati Uniti. Ciò sembra essere in parte dovuto al fatto che più coppie stanno avendo figli all’interno di unioni di fatto, che sono molto instabili. Il nostro rapporto mostra anche che i figli all’interno di unioni di fatto hanno maggiori probabilità di soffrire a causa di una serie di problemi sociali ed emotivi – uso di droghe, depressione, fallimento scolastico – in confronto ai figli di famiglie sposate e non separate». Negli Stati Uniti per un bambino è diventato più probabile sperimentare nel corso della sua infanzia un’unione di fatto di uno o di entrambi i suoi genitori che non un divorzio: la prima evenienza riguarda il 42 per cento dei ragazzi entro i 12 anni di età, la seconda il 24 per cento. La dissoluzione di un’unione di fatto è molto più probabile di quella di un matrimonio: negli Stati Uniti il tasso di rottura della prima è superiore del 170 per cento al tasso di rottura della seconda. Ma anche in paesi dove le unioni di fatto sono molto diffuse e la maggioranza dei figli nasce fuori dai matrimoni, il tasso di rottura delle prime è più alto di quello dei secondi. Per esempio in Svezia, dove il 54,7 per cento dei figli nasce fuori dal matrimonio, il tasso di rottura delle convivenze è del 70 per cento superiore a quello dei matrimoni nei primi 15 anni di vita del bambino.
    Ora, non solo le unioni di fatto sono meno stabili, ma sono anche più pericolose per i figli. I dati federali degli Stati Uniti mostrano che i figli di conviventi non sposati hanno tre volte più probabilità di essere abusati fisicamente, sessualmente o emotivamente di quelli nati in matrimoni che restano integri. Hanno anche maggiori probabilità di compiere reati, usare droghe, registrare fallimenti scolastici (hanno maggiori probabilità di essere sospesi o espulsi dalla scuola, di essere rimandati o bocciati, di abbandonare gli studi).
    In tutta Europa, oltre che negli Stati Uniti, i tassi di separazione delle coppie non sposate sono più alti di quelli delle coppie sposate. Di conseguenza i figli delle prime sono più colpiti dal fenomeno che quelli delle seconde. Nel Regno Unito il 71 per cento di tutte le rotture familiari che coinvolgono bambini sotto i 5 anni di età avvengono nell’ambito di coppie non sposate, nonostante il matrimonio continui a essere la forma di famiglia più diffusa. La tendenza non dipende dalle condizioni sociali, nonostante che mediamente le coppie di fatto abbiano redditi più bassi: Harry Benson, direttore del Bristol Community Family Trust, e Stephen McKay dell’università di Birmingham hanno ripartito 12.500 coppie con figli, sposate e non sposate, in cinque diverse categorie a seconda del reddito; e hanno scoperto che anche paragonando coppie economicamente omogenee, quelle di fatto hanno da 2 a 2,5 volte più probabilità di rompersi di quelle sposate.
    Problemi di comportamento
    Le conseguenze della rottura familiare sui figli sono studiate da più di trent’anni. Una meta-analisi di 92 studi degli anni Ottanta e di 67 degli anni Novanta sull’argomento condotta da Peter Amato ha raffrontato le condizioni di benessere di figli di famiglie divorziate con quelle di figli di coppie unite e ha trovato che i figli di famiglie divorziate mostrano risultati peggiori per quanto riguarda livello di studi raggiunto, comportamento generale, equilibrio psicologico, autostima, capacità di rapporti sociali e condizioni di salute a lungo termine. Un’altra indagine che fa la sintesi di numerosi studi precedenti è quella di Bryan Rodgers e Jan Pryor (1998 e 2001). La conclusione è che i figli di coppie separate rispetto a quelli di coppie intatte corrono maggiori rischi di: a) crescere in una famiglia con redditi più bassi e alloggio scadente; b) avere problemi di comportamento; c) ottenere risultati scolastici peggiori e qualifiche di studi inferiori; d) avere più bisogno di trattamenti sanitari; e) abbandonare la scuola o la propria casa anzitempo; f) restare incinta o avere figli durante l’adolescenza; g) mostrare sintomi di depressione e registrare più alti tassi di tabagismo, alcolismo, tossicodipendenza durante l’adolescenza e in età adulta. Nel caso britannico dati simili sono stati messi in evidenza dagli studi di Kathleen Kiernan e Fiona Mensah: i bambini sotto i cinque anni di famiglie stabili e sposate hanno meno problemi di comportamento, mancanza di concentrazione e iperattività di quelli con una differente storia familiare.
    E i matrimoni/unioni legali fra persone dello stesso sesso? Queste forme giuridiche sono recenti, e dunque gli studi sono meno numerosi e meno probanti. Poco si può dire in tema di confronto fra il benessere dei figli di queste coppie e di quelli degli altri tipi di famiglia, al di là di alcune indagini che sembrano ispirate più a imperativi di militanza pro o anti-gay che a rigore scientifico. Dati attendibili sul tasso di rottura delle coppie dello stesso sesso legalmente riconosciute, però, cominciano a essercene, grazie al fatto che nel Nord Europa tali istituti esistono in alcuni casi da oltre vent’anni. La Danimarca è stato il primo paese a introdurre le unioni civili per persone dello stesso sesso nel 1989; sono seguite la Norvegia nel 1993 e la Svezia nel 1995. Successivamente è apparso anche il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Ora, secondo uno studio dell’università di Stoccolma in Norvegia i matrimoni fra persone dello stesso sesso hanno il 50 per cento in più di probabilità di sciogliersi di quelli fra persone di sesso diverso quando i due contraenti sono maschi, e addirittura il 167 per cento in più quando si tratta di due donne.
    Pisapia vuole il registro per coppie di fatto. Ma sbaglia | Tempi.it

    Strauss-Khan e Plinio Corrêa de Oliveira
    di Massimo Introvigne -
    I quotidiani di mezza Europa riprendono da «Le Monde» - che, giacché la Francia non è l'Italia, dovrà rispondere in tribunale per aver pubblicato i verbali riservati di un'inchiesta giudiziaria - i testi dell'interrogatorio dell'ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn da parte del giudice d'istruzione Stéphanie Ausbart a Lilla il 26 marzo scorso.
    Molti scrivono che Strauss-Kahn ha cercato di passare dai reati penali che gli sono contestati a questioni di principio nell'ambito di una strategia difensiva, cercando di fuorviare e anche di mettere in imbarazzo il giovane magistrato, una donna di trent'anni. E può darsi che sia così.
    Suggerisco però anche un'altra chiave di lettura, ispirata a idee del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995). Questo profondo osservatore della crisi dell'Occidente nella sua opera principale, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», del 1959, aveva descritto la decadenza dell'Europa come un processo di tre Rivoluzioni, che avevano fatto venire meno rispettivamente i tradizionali legami religiosi (la Riforma protestante), politici (la Rivoluzione francese) ed economici (la Rivoluzione russa e il comunismo). Successivamente aveva aggiunto una nuova categoria, la Quarta Rivoluzione, esplosa in Europa con il 1968 e che si presentava come rivoluzione culturale, attaccando i legami microsociali, le famiglie, il legame tra madre e figlio con l'aborto e perfino i legami che ogni persona stabilisce con se stessa con la droga, l'eutanasia, l'ideologia di genere.
    In «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» Corrêa de Oliveira menzionava anche una «marcia di eccesso in eccesso» del processo rivoluzionario, qualche cosa che corrisponde alla saggezza popolare depositata in Italia nel proverbio secondo cui «peggio non è morto mai». Sì, non c'è limite al peggio. Dopo il divorzio e l'aborto, dopo l'eutanasia e il matrimonio omosessuale dove può ancora arrivare la Quarta Rivoluzione? Ce lo mostra, con parole a suo modo esemplari, Strauss-Kahn: la prossima frontiera è il «libertinismo intelligente» - sembra di capire, tipicamente francese e da non confondersi con un libertinismo poco intelligente alla Silvio Berlusconi -, che teorizza «cene libertine» - in tempi meno illuminati forse chiamate diversamente - dove «non esiste più l'oggetto, ma solo soggetti», che manifestano il loro «desiderio» non solo in tutti i modi possibili ma in pubblico, perché l'essenza del libertinismo consiste nel guardare e nell'essere guardati.
    Non si potrebbe dir meglio, e non hanno torto i commentatori che hanno notato come a tratti sembra che sia Strauss-Kahn a processare la giudice ragazzina, la quale - poveretta - appartiene a un mondo ormai superato e travolto, quello dove esiste ancora il reale, l'oggetto, e - come le spiega con pazienza l'economista socialista - non può capire il «libertinismo intelligente» perché non l'ha mai praticato. Naturalmente, come in tutte le battaglie, ci sono dei caduti: nella stessa tornata d'interrogatori le prostitute ingaggiate per le «cene libertine» hanno affermato di esser state afferrate per i polsi da alcuni degli «intelligenti» commensali per permettere a Strauss-Kahn di praticare a forza forme di libertinismo a loro non gradite. Ma che cos'è il corpo di una prostituta di fronte alla prospettiva di entrare nel glorioso mondo nuovo del «libertinismo intelligente»?
    Ecco dunque la risposta a che cosa la Quarta Rivoluzione può offrirci ancora dopo l'aborto e l'eutanasia: il «libertinismo intelligente», cioè l'elogio dell'orgia e della violenza carnale, da parte di qualcuno considerato fino ai recenti guai giudiziari l'uomo più potente del mondo. Molti anni fa - scrivendo in tema di Quarta Rivoluzione su «Cristianità», la rivista di Alleanza Cattolica -, attiravo l'attenzione sul marchese Donatien-Alphone-François de Sade (1740-1814), il quale durante la Rivoluzione francese verificava un'altra tesi di Corrêa de Oliveira, quella secondo la quale in ogni Rivoluzione appaiono «rivoluzionari di marcia veloce», che non hanno successo perché sono in anticipo sui tempi ma annunciano Rivoluzioni successive. Il pensatore brasiliano citava Gracchus Babeuf (1760-1797), che durante la Seconda Rivoluzione anticipò la Terza, il comunismo. Nello stesso modo, de Sade anticipò la Quarta.
    Solo che il marchese libertino - anche lui cantore della violenza carnale - finì in manicomio. Mentre sappiamo che oggi de Sade può diventare il primo burocrate del mondo, dirigere il Fondo Monetario Internazionale e decidere il destino d'intere nazioni. Non è questa la perfezione della Quarta Rivoluzione?
    Rassegna stampa - Centro Cattolico di Documentazione di Marina di Pisa - Strauss-Khan e Plinio Corrêa de Oliveira

 

 
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