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Discussione: Il deserto avanza

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    Predefinito Il deserto avanza

    L’Occidente è destinato a fallire ?

    di Bruce Bawer
    (Traduzione di Anna Della Vida)

    All’inizio del nuovo anno, è difficile non chiederci dove l’Occidente stia andando. Come sarà il nostro futuro ? L'avranno l’America, la libertà, la civiltà occidentale ?
    Fu all’inizio degli anni’80 che iniziai la mia professione di scrittore pubblicando un editoriale sul Los Angeles Times. Mi stavo laureando in inglese e insegnavo in un corso di composizione alle superiori. Fui sorpreso nel constatare che, nel cercare argomenti di sottoporre ai miei studenti, in genere di cultura generale, che la maggioranza fra loro non sapevano nemmeno di che cosa parlassi. Non sapevano nulla di storia, di politica, geografia, arte o letteratura la loro conoscenza era su tutto estremamente superficiale.
    Certo, alcuni di loro erano bene informati sui vari tipi di attività sportiva, sui vari cantanti o gruppi musicali rock, sui programmi alla Tv, e se c’erano fra loro differenze significative, era difficile distinguerle l’uno dall’altro, eppure studiavano in un college considerato di buon livello. Fu su quella esperienza che scrissi quel primo articolo.
    Trent’anni dopo, a conti fatti, la situazione è persino peggiore di quel che era allora, non solo in America, ma nel mondo intero. E il problema non sta nel fatto che non sappiano chi ha scritto Guerra e Pace. E’ che non hanno quelle conoscenze di base che fanno la differenza per il nostro futuro tra guerra e pace, povertà e ricchezza, schiavitù e libertà.
    Nel 2007, uno studio realizzato da un gruppo chiamato “ Informazione sul Comunismo” sui giovani svedesi, rilevò che il 90% degli svedesi in età tra i 15 e i 20 anni, non sapeva quale era la capitale più vicina a Stoccolma, e la maggior parte non sapeva quali erano i paesi che confinavano con la Svezia.
    In aggiunta, molti non avevano alcuna idea su che cosa fosse il comunismo. Il 90% non conosceva il significato della parola “Gulag”, mentre il 40% credeva che il comunismo avesse portato benessere nei paesi dove governava.
    “Erano privi della capacità di capire parole come dittatura e democrazia, e questo è grave”, disse Camilla Andersson, di Informazione sul Comunismo. Il Ministro svedese dell’Educazione, Jan Bjorklund, intervistato sul risultato dell’indagine, si rammaricò che “l’insegnamento della storia in Svezia fosse così carente”. Ma il problema, come scrissi allora, non era ‘limitato’ all’insegnamento della storia, ma includeva l’insegnamento tout court. I giovani, non solo in Svezia ma in tutto il mondo occidentale, si nutrono di bugie che imbelliscono il comunismo, ignobili menzogne sull’America, il capitalismo e la civiltà occidentale in generale.
    Una ricerca simile, realizzata in Norvegia nel 2008 dal think tank “Civita”, rivelò che “due su tre giovani norvegesi tra i 14 e i 20 anni, non avevano mai sentito nominare Pol Pot e Gulag”, mentre il 34,5% riteneva che il comunismo “ aveva contribuito alla crescita del benessere in alcuni paesi del mondo “.
    Nei giorni scorsi il Daily mail ha pubblicato un articolo nel quale Dominic Sandbrook citava una indagine condotta in Inghilterra una decina di anni fa, nella quale veniva chiesto quali erano i nomi più importanti della storia inglese. La principessa Diana veniva la terzo posto, John Lennon settimo. “Statistiche recenti – notava Sandbrook – ci dicono che nove adulti si dieci in Gran Bretagna conoscono i nomi di tutti i figli di David Beckman, mentre uno su tre crede che Churchill sia un personaggio di fantasia mentre uno su quattro crede che il Vallo di Adriano sia stato costruito per difenderci dai francesi “.
    Sì, è vero, un inglese su tre crede che Winston Churchill sia un personaggio di fantasia !
    “ Anche se non per colpa loro “, ha scritto Sandbrook, “ migliaia di nostri bambini escono dalla scuola ogni anno ignorando ciò che i loro genitori e nonni un tempo davano per scontato: la conoscenza spirituale e che avevano imparato a memoria su ciò che sapevano essere la nostra storia nazionale “.
    Ovviamente questo vale anche per i giovani americani. In generale non sanno gran che sulla storia nazionale americana, e quel che ‘sanno’ , e che deve metterci in allarme, è la propaganda anti-americana che è contenuta nelle pagine di libri quali “ Storia del popolo degli Stati Uniti”, di Howard Zinn, pieno di veleno e purtroppo molto diffuso. Invece di studiare i fatti storici, per capire perché l’America divenne – come disse Madeleine Albright – “ la nazione indispensabilie”, troppi vengono indottrinati con corsi sull’identità e il multiculturalismo, con una ideologia che gli insegna a non apprezzarne l’eredità di libertà, ma, per bene che vada, a guardarsene, se non a disprezzarla, rifiutarla, negarla.
    Se la conoscenza è potere, l’ignoranza è debolezza. Se il mondo occidentale è guidato da gente che ritiene Winston Churchill un personaggio di fantasia o che sanno appena chi era e cosa ha fatto – e quanto le loro vite sarebbero state diverse se lui non fosse mai esistito – ebbene, è questo l’ incubo.
    L’Occidente è, dopo tutto, impegnato in una guerra su molti fronti con una civiltà (per usare un termine generico) che possiede una lunga, lunga memoria. Non è esagerato dire che questa battaglia deciderà il futuro della libertà. E che la spiacevole verità è che la libertà avrà ben poche probabilità di sopravvivere se coloro che si ritiene debbano combattere per difenderla sono così ignoranti della nostra storia, non essendo nemmeno in grado di apprezzare come dovrebbero quanto la libertà sia una eredità conquistata con difficoltà e quindi preziosa da conservare.
    Informazione Corretta

    Ultima modifica di FalcoConservatore; 08-01-12 alle 11:36

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il deserto avanza

    Una telefonata da guappo, se non ci fosse di mezzo una tragedia. Tra le conversazioni sequestrate dalla Procura di Grosseto che sta indagato sulla sciagura della Costa Concordia che venerdì sera si è inabissata a pochi metri dalle coste dell'Isola del Giglio, provocando 6 morti e 16 dispersi, ne emerge una che inchioda il comandante Francesco Schettino. Dall'altra parte della cornetta c'è l'ufficiale De Falco della Capitaneria di Porto di Livorno.

    Libero TV - La telefonata che inchioda Schettino - schettino, concordia, costa, isola del giglio, telefonata, de falco


    Il capitano che fugge, il bersagliere che resta
    Mentre scriviamo, l'Ansa annuncia il sesto cadavere. Un'altra vittima del tragico incidente nel mare dell'isola del Giglio. La tragedia della nave da crociera Concordia. 16 persone continuano ad essere disperse. Un disastro.
    Il comandante Francesco Schettino è in carcere. I magistrati temevano che, libero, potesse fuggire o inquinare le prove. Fuggire, soprattutto, come ha fatto con la nave squarciata. Quando ha abbandonato i passeggeri, quando ha lasciato da soli gli uomini di equipaggio, quando se l'è filata su una delle poche scialuppe messe in mare efficientemente. E' fuggito tra le grida di aiuto e la disperazione degli altri.
    Quando i Carabinieri - allertati da telefonate di preoccupazione dei passeggeri - gli hanno intimato di risalire sull'imbarcazione, ha detto: no, lassù non risalgo.
    Terrificante! Non ci sono parole per definire un tale comportamento. In certi momenti la paura raggela, eppure c'è chi riesce a dominarla, a superarla. E anche in questa tragedia ci sono stati uomini che l'hanno vinta e si sono dati da fare per evitare la catastrofe assoluta. Il capitano no, invece. Ha scelto di porre in salvo se stesso.
    Sabato scorso, alle prime notizie della fuga, quanti di noi non hanno pensato alla figura, magari retorica, dei capitani che s'inabissano con i loro vascelli? C'è anche un detto popolare: il comandante è l'ultimo a lasciare la nave o a inabissarsi con essa. Altre tempre, probabilmente. Come altre tempre furono i vigili del fuoco di New York, quel fatidico 11 settembre del 2001. Sapevano che sarebbe stato rischiosissimo entrare nei due grattacieli in fiamme, colpiti dagli aerei dirottati dai terroristi. Lì dentro però c'era gente da salvare, c'era da fare il proprio lavoro. Il proprio quotidiano lavoro. Non si sono tirati indietro.
    Un'altra immagine c'è venuta in mente sempre ascoltando di quel capitano... Un brano del romanzo storico: Il Cavallo Rosso di Eugenio Corti. [Per la verità non mi sembra che l’episodio narrato dall’autore dell’articolo sia riportato nel capolavoro di Eugenio Corti, ma non importa…]



    Russia, 26 gennaio 1943, la sacca di Nikolajewka. I soldati italiani stanno per essere completamente circondati dai russi. Circondati e annientati. In uno sforzo immane alpini e bersaglieri rompono la sacca e iniziano a ripiegare: quella che sarà la tragica ritirata di Russia. Bisogna però coprirla quella ritirata. Occorre che qualcuno rimanga indietro, tenga a bada i nemici, lasci il tempo agli altri di sganciarsi. A chi comandarlo? Come si fa a comandarlo a qualcuno? Un giovane lombardo allora si fa avanti, e dice: “ Resto io!”. Resterà lui, in una buca, da solo, con una mitragliatrice che s'inceppa per il ghiaccio. Solo, senza alcuna speranza di sopravvivere, di rivedere la sua famiglia, la sua casa, la sua fidanzata. Solo. I compagni sono titubanti, non vorrebbero... “Andate, andate, non perdete tempo, ci penso io”. Sa di morire, sa che indietro non potrà più tornare. Si sacrifica per gli altri. Lo fa. E' un storia vera. Uno dei tanti atti di eroismo magari sconosciuti.
    Che stridore pensare al bersagliere e a quel comandante di una nave di lusso. L'uno, che si sacrifica per il suo reggimento, per i suoi “camerati”, per i suoi amici. L'altro, che fugge per primo, che abbandona i “clienti”, ma anche i suoi uomini. Che stridore!!!
    Certo, chi il coraggio non ce l'ha, non può darselo. Ma come si fa a non possederlo facendo certi mestieri?
    Eppoi, altre domande. Perché il coraggio e per chi? Il bersagliere resta per coprire la ritirata dei suoi. “I suoi”: gente cui apparteneva, che aveva dentro di sé, ma anche il suo “prossimo”. Chi erano i “suoi” per il capitano? Chi era il suo “prossimo?
    Il coraggio non va più di moda. Se ne parla giusto nel corso di un fuga. Domani saremo già altrove con la mente, inseguendo altri miti, altre figure. Altre convenienze.
    Ha scritto Aurelio Picca: “I bambini al Sacrario di Redipuglia non ci vanno, le maestre li tengono appesi ai computer e le mamme li consegnano alle scuole di danza. Le maestre degli scolaretti hanno tre amanti a testa e le madri scopano on line o fanno fellatio sotto la scrivania del capufficio...". Lassù seicentomila morti diedero la vita per qualcosa. Ma nessuno lo ricorda più. Meglio fare altro.
    http://www.informazione.tv/index.php?action=index&p=61&art=32583


  3. #3
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    Predefinito Rif: Il deserto avanza

    L'Islam ci minaccia e noi pensiamo ai soldi
    Per affrontare la crisi dei mercati, il calo demografico e l’espansionismo musulmano ci affidiamo alla ricetta dell’euro-dittatura. Invece bisogna affrancarsi dal relativismo
    di Magdi Cristiano Allam
    Italiani, europei, occidentali: sveglia!
    Dentro casa nostra ci stiamo trasformando in adoratori del dio denaro, mentre alle porte di casa nostra stiamo consolidando il potere di coloro che ci imporranno di prostrarci al dio islamico Allah! Stiamo vivendo condizioni simili a quelle che portarono alla caduta dell' Impero Romano prima in Occidente poi in Oriente con il declino della civiltà cristiana e la successiva sottomissione all'islam delle sponde meridionale, orientale e talune fasce settentrionali del Mediterraneo. Oggi, così come già accadde a partire dal Terzo secolo fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453, registriamo un insieme impressionante di coincidenze.
    Il marcato e probabilmente irrecuperabile calo demografico che ci condanna ad essere una popolazione sempre più anziana senza futuro; il dilagare di una concezione edonistica e materialistica della vita a scapito della dimensione spirituale e morale; la crisi strutturale della finanza e dell'economia internazionale che ci trascinano alla recessione incapaci di individuare una direttrice di crescita; l'acuirsi della conflittualità sociale dovuta alla diffusione della povertà, della disoccupazione e della precarietà occupazionale, finendo per assottigliare il ceto medio ed accrescere la sperequazione nella distribuzione delle risorse; il crescente discredito nei confronti dello Stato e dell'insieme delle istituzioni pubbliche, diventati di fatto una Casta onerosa e corrotta, dedita a vessare i cittadini con tasse esose ed inique pur di salvaguardare i propri privilegi; la sostanziale violazione dello stato di diritto, negando ai cittadini la possibilità di essere coinvolti nella determinazione del proprio destino ed instaurando di fatto un regime autoritario; l'abbandono dei valori e delle regole insite nell'istituzione della cittadinanza, concedendola indistintamente agli stranieri compresi coloro che sono dichiaratamente ostili alla civiltà della società di accoglienza; la perdita di identità dei centri urbani con la loro disgregazione in ghetti su base etnica e confessionale; l'impennata della violenza e l'incapacità ad assicurare l'ordine pubblico per il venir meno della coesione sociale a causa della proliferazione di comunità estranee se non ostili alla cultura e alla tradizione autoctona; l'affermazione del relativismo etico che ci porta alla perdita della certezza della verità e a illuderci che tutto e il contrario di tutto siano pari a prescindere dai loro contenuti, al punto da scegliere di allearci con i nemici dichiarati della nostra civiltà.
    Concretamente ci stiamo comportando come se avessimo scelto di non usare la ragione e di rinunciare al sano amor proprio. I poteri finanziari globalizzati ci hanno spogliato della nostra dignità, privato della nostra libertà, attentano alla nostra stessa vita e noi accordiamo loro una delega in bianco nell'illusione che a salvarci saranno i custodi del tempio del dio denaro, gli adoratori del mercato e gli apologeti del profitto costi quel che costi!
    Monti, Napolitano, Draghi, Juncker, Van Rompuy, Barroso, Lagarde, tutti designati e nessuno che risponda del proprio operato ai cittadini, hanno realizzato un colpo di Stato finanziario, svuotando di sostanza la nostra democrazia, decidendo che gli italiani, al pari dei greci, non debbano decidere direttamente del loro futuro, facendoci di fatto sprofondare nell'euro-dittatura mentre l'insieme delle nostre istituzioni si autocommissaria aderendo al più bieco consociativismo pur di salvaguardare i privilegi della Casta!
    Obama, Sarkozy, Cameron d'intesa con Erdogan stanno favorendo l'avvento al potere degli islamici radicali alle porte di casa nostra e noi ci limitiamo a registrare l'impennata delle stragi dei cristiani e della volontà di riesumare un califfato islamico mondiale dove saremo costretti o a prostrarci con il sedere per aria al dio islamico Allah o a pagare la jizya, l'imposta dei protetti cristiani o ebrei (dhimmi), per aver salva la vita!
    Eppure noi possiamo farcela! Nonostante tutto le famiglie in Italia detengono il più elevato livello di ricchezza (circa 9.525 miliardi di euro) e il più basso livello di indebitamento dell'insieme dell'Occidente (circa 887 miliardi di euro). Il vero problema è lo Stato italiano che è il più indebitato al mondo dopo gli Stati Uniti e il Giappone (circa 2mila miliardi di euro, pari al 122% del Pil), è il principale evasore fiscale non corrispondendo circa 90 miliardi di euro dovuti alle imprese, è responsabile del fenomeno del lavoro nero che è pari a circa 275 miliardi di euro (il 17% del Pil), finendo per sottrarre un gettito fiscale di circa 50 miliardi di euro, a causa di un livello di tassazione diretta del 45% che arriva al 70% con le tasse indirette. Noi italiani, ma anche noi europei e occidentali, possiamo farcela se ci affrancheremo dall'arbitrio dei poteri finanziari globalizzati, dalla dittatura dell'euro e dalla follia suicida dell'Occidente relativista che si è infatuato del carnefice islamico.
    Ma dobbiamo farlo qui, ora e subito! Sveglia!
    L'Islam ci minaccia e noi pensiamo ai soldi* - Esteri - ilGiornale.it

  4. #4
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    Predefinito Rif: Il deserto avanza

    Gli inglesi di oggi, lontano l'acciaio della Thatcher
    Secondo uno studio condotto dall´Università dell´Essex e pubblicato oggi dall´Independent, i britannici sarebbero diventati meno onesti rispetto a 10 anni fa.
    A pochi giorni dall'uscita del film "The Iron Lady", sembra che gli inglesi siano sempre più lontani dal rigore d'acciaio della Thatcher.
    Stando a uno studio condotto dall'Università dell'Essex e pubblicato oggi dall'Independent, i britannici infatti sarebbero diventati meno onesti rispetto a 10 anni fa. Mentire, tradire il proprio partner, guidare in stato di ubriachezza, consumare droga e acquistare oggetti rubati sono comportamenti oggi più tollerati rispetto a quanto avveniva alla fine del secolo scorso. I britannici continuano invece a non transigere contro chi abusa dei servizi sociali.
    Se nel 2000 il 70% delle persone riteneva non giustificabile l'adulterio, oggi la percentuale è scesa al 50%; 10 anni fa era il 40% a non giustificare chi tratteneva il denaro trovato in strada, oggi solo il 20%. Anche mentire e superare i limiti di velocità in strada sono diventati comportamenti accettabili, secondo la ricerca.
    Se le donne sono leggermente più oneste degli uomini, emerge dallo studio, sono invece i giovani con meno di 25 anni a tollerare di più la disonestà. Proprio la maggiore tolleranza dei giovani, denuncia l'autore del rapporto, Paul Whiteley, indica che "il problema dell'integrità" del Paese è destinato ad aggravarsi.
    FORMICHE.NET

    Schettino e noi
    Maurizio Blondet
    «Buongiorno Direttore,
    posso permettermi di esprimere un parere nettamente controccorrente in merito a quanto in oggetto? In relazione al quale, inutile dirlo, apprezzerei una sua parola di commento.
    Mi riferisco al classico e canonico approccio manicheo dell’opinione pubblica italiana che, (forse perchè ne conosco direttamente gli effetti...), mi ha quasi da subito irritato e infastidito...
    Ora, pare evidente anche ai non addetti ai lavori che il Comandante Schettino abbia commesso un atto grave, molto grave; quella che, fosse andato tutto liscio, poteva essere considerata una pesante leggerezza (e scusate l’ossimoro!), si tramuta senz’altro in qualcosa di tragico e tremendo, con la perdita di vite umane prima di tutto, e con un disastro di tipo economico che senza dubbio avrà riflessi molto gravi, in un periodo peraltro dove l’economia non gira propriamente a pieno ritmo...
    Le posizioni sono state nette sin da subito: il Bene da una parte (il Comandante della Guardia Costiera di Livorno), il Male da quell’altra (il Comandante Schettino appunto). Agli italiani piace ragionare così, senza troppi sforzi intellettuali... E allora ecco che, come in epoche storiche neppure tanto lontane, quando si identifica il Male Assoluto diventa subito uno sport nazionale quello di ‘sparare sulle Croce Rossa’... e quindi via di insulti, battute, derisioni... Già aspetto con ansia i noti ‘comici’ nostrani elaborare qualche pezzo spassoso su Schettino che abbandona la nave etc...
    Bene: scusatemi ma non riesco ad accodarmi a questa ondata di pensiero unico... Detto, e ripetuto, della esecrabile manovra da ‘bullo di paese’ che pare ormai accertato è stata effettuata, fatico a condannare senza appello il comportamento del Comandante successivo all’evento... O meglio, ovvio che (con buona pace di Brecht) mai come in questi tempi ‘si sente il bisogno di eroi’ e si sarebbe ammirato e esaltato un Comandante in plancia, che affonda con la sua nave... Quando però sento il coro di critiche dall’italiano medio, quello dell’8 settembre per intenderci, quello che se vede una donna aggredita per strada, nel dubbio cambia direzione... beh non riesco a stare zitto! Quanti di noi si sarebbero comportati in modo differente? In tutta onestà, se mi guardo allo specchio, non so cosa avrei fatto al posto del Comandante! Sicuramente, conoscendo il mio carattere, non mi sarei messo in quella situazione, quello senz’altro; avrei evitato ogni manovra eclatante! Ma se mi ci fossi trovato avrei fatto l’eroe? Mah... non lo so, di sicuro non ne ho la certezza!
    E poi: va bene che il Capitano deve abbandonare la nave per ultimo, ma quando – di grazia – sarebbe stato lecito abbandonarla? La mia è una domanda, priva di ogni polemica, proprio perchè non ne conosco la risposta! (sarebbe bello che qualche giornalista avesse approfondito questo aspetto in questi 4 giorni dall’incidente); alle 3 di notte? Alle 5? oppure oggi, visto che non si sa ancora se ci sono persone/corpi sulla nave?
    E, per finire, che ora diventi eroe nazionale il Comandante della Guardia Costiera che, col sederino bello al caldo, accende il registratore e intima con voce stentorea comandi perentori... beh mi pare davvero troppo!
    Questo è tutto; grazie per l’ospitalità e per i vostri commenti.
    Roberto»

    «L’Italia ha bisogno di farsi un esame di coscienza»: così ho pensato fin dai primi notiziari sul naufragio della Costa Concordia; naufragio delittuoso e idiota, epitome dell’incompetenza, incapacità di comando, faciloneria e viltà che gli stranieri godono di attribuire agli italiani.
    Ahimè, ecco qui a cosa s’è ridotto l’esame di coscienza: alle solite due tifoserie pro e contro, facilone incompetenti e vili la loro parte. Alle serate di Bruno Vespa ed altri talk-show televisivi, «processi del lunedì» applicati al gravissimo tragico delitto che tutti ci infanga. Con questa ulteriore tendenza – anch’essa sintomo collettivo ben noto – che traspare dalla sua lettera: una voglia di simpatizzare, di esprimere solidarietà e manica larga per lo Schettino perchè «in fondo, è come tutti noi», e antipatia per l’ufficiale De Falco che gli dava «comandi perentori».
    Perchè non è vero, caro lettore, che lei esprime un parere controcorrente. Al contrario, è un parere della corrente: anche molti giornalisti (Luca Telese ad esempio) hanno preso questo atteggiamento di «comprensione» per l’imperdonabile comandante, antipatia per il De Falco. Anche il vescovo che ha celebrato la Messa al Giglio per i morti che il comandante ha ammazzato ha parlato di «linciaggio mediatico». Anche Niki Vendola, la kulandra delle Puglie con l’orecchino, s’è messo a deplorare i media linciatori. Una gran voglia, se non di assolvere, di trovare circostanze attenuanti; non era il solo a decidere, cos’ha fatto la compagnia di navigazione, eccetera.
    E qui, ad uno della mia età, cascano le braccia. Ciò che è successo, è la conseguenza del fenomeno storico che ho descritto in Selvaggi col telefonino, un insieme di saggi facili facili sulla de-civilizzazione italiana. Partivo dalla nozione (espressa da Walther Rathenau) della «invasione verticale dei barbari»: ogni società è continuamente invasa dai «barbari» che sono i suoi figli stessi, la generazione dei neonati. Questi sono barbari senza colpa; non sanno nulla della civiltà in cui hanno avuto la sorte di nascere. È la società degli adulti, la società storicamente formata, a dover civilizzare questi innocenti barbari, istruirli ed educarli, per renderli cittadini adeguati a una civiltà estremamente complessa, artificiale, ed ai valori (spesso inespressi) che la fanno esistere, migliorare e progredire.
    Quando una società rinuncia a civilizzare questi barbari che nascono al suo interno, magari per malinteso buon cuore, non riesce più a «trasmettere il progresso». Accade che questi barbari, innocui a cinque anni d’età, diventino quarantenni restando barbari. Anzi, selvaggi col telefonino: selvaggi che vivono nella cultura credendo che essa sia «natura». Che godono dei beni artificialissimi, frutto di studi e sforzi degli antenati, che questa civiltà mette a loro disposizione, come se nascessero sugli alberi: come se i telefonini fossero banane, e le istituzioni che danno loro la libertà e tante possibilità di essere, fossero mele selvatiche. Questo genere di selvaggi, dicevo, non si sente impegnato a mantenere la civiltà di cui tanto gode; non si sente responsabile, per la sua parte, del suo mantenimento e del suo miglioramento. Non prova alcuna gratitudine per gli sforzi, le lacrime e il sangue degli antenati che gli hanno dato un numero infinito di beni materiali e anche giuridici, spirituali. Crede che la civiltà durerà comunque, per quanto lui la consumi e la devasti, come la foresta primigenia dell’Eden. [Dovrebbe essere nota la differenza tra «barbaro» e «selvaggio». Il primo è l’incolto innocente, perchè vergine di civiltà. Il secondo è il degradato che, al punto finale di agonia della civiltà a cui ha appartenuto, torna ad usi tribali, amuleti, tatuaggi, stregoni.]
    Ebbene: dal naufragio della Costa, abbiamo avuto la prova provata che ormai la generazione dei barbari mal civilizzati, superficialmente educati, è – letteralmente – al timone. Il comandante Schettino è il selvaggio al timone. Selvaggio col telefonino; anzi con l’eco-scandaglio, con radar, GPS ed apparati tecnici sopraffini escogitati per rendere sicura la navigazione, e che nonostante questi è riuscito a fare il naufragio più cretino e demente della storia; per boria cialtrona, per fare colpo sulla moldava 25enne che ha introdotto in plancia di comando, violando una mezza dozzina di regole e doveri marinari.
    Devo ricordare da dove vengono questi attrezzi tecnici, radar, scandagli radio-trasmittenti, posizionatori satellitari? Per millenni, la navigazione è stata l’attività umana più pericolosa. Ancora pochi secoli fa, 35 navi su cento sparivano in tempeste, o con le chiglie tagliate da barriere coralline sconosciute, equipaggi morivano di scorbuto o di malaria; o anche per manovre sbagliate, errori di valutazione incolpevoli, in epoche in cui nessuna radio trasmetteva le previsioni del tempo, nè si sapeva veramente calcolare la longitudine, nè esistevano mappe. Equipaggi e navi finivano nel nulla e nella morte senza poter lanciare un allarme, senza alcuna speranza di soccorso. La loro fine era semplicemente indovinata, con mesi di ritardo, quando non ricomparivano nei porti d’arrivo. O di partenza.
    Lacrime e sangue, coraggio e volontà, hanno creato con sforzo scientifico e dolore umano quegli strumenti sofisticati di cui la Costa era dotata in tanta abbondanza. Le stesse lacrime e sangue hanno creato i valori spirituali del mare: il linguaggio marinaro che non ammette equivoci (quando s’hanno da fare manovre istantanee), la disciplina militare a bordo, e la superiorità gerarchica assoluta del «comandante»: l’arbitro ultimo delle vita e dello scafo affidatigli doveva essere anche obbedito senza esitazione nè riserve mentali. Perchè era anche l’ultimo ed unico responsabile. Una responsabilità schiacciante, che nel pericolo estremo ne faceva il rappresentante di Dio, e che formava ogni fibra della sua personalità. La sua solitudine consapevole, la prontezza alla morte, gli conferivano persino un passo, un volto diverso, quando era a bordo.
    L’impomatato Schettino non aveva evidentemente alcuna nozione di questa storia, di questo dolore, di queste vittorie sulla morte, del coraggio e delle solitudini lontane dalle famiglie e dagli affetti, che conferiscono legittimamente il titolo di «Comandante». Il Selvaggio non conosce la storia; se sa usare lo scandaglio, lo schifa perchè «passo di qui ogni mese, io so cosa fare», e riceve donne in plancia, ed usa il telefonino per cazzeggiare con chissà chi, e riesce a produrre uno squarcio di 70 metri. E a scappare per primo.
    È così evidente: abbiamo al timone gente che non abbiamo civilizzato. Per questo la vena assolutoria che lei, come tanti altri, hanno dimostrato verso il personaggio (il suo paese, nel Sorrentino, lo ha accolto addirittura come un eroe, o una vittima) non è di buona lega.
    Lei chiede: «Quanti di noi si sarebbero comportati in modo differente?». Giusto, ma nè io nè lei ci candidiamo a comandare una nave con otto ponti e 4.000 persone a bordo.
    Per comandare una nave, la qualità del coraggio, del pensare prima ai passeggeri, del prendersi le proprie responsabilità, vanno ritenute uno stretto dovere professionale. La sua domanda presume che un uomo qualunque, come lei ed io, possa coprire qualunque incarico. Presume anche che il carattere, la forza di volontà, il senso di responsabilità siano innati: uno ce li ha o non ce li ha.
    Invece no: carattere, spirito di sacrificio, abnegazione, si imparano. E persino si insegnano. Negli istituti nautici, se non si insegnano più, è una tragedia di cui dobbiamo accorgerci.
    Perchè in Italia non ci sono più istituzioni dove si insegna la responsabilità, il coraggio, la forza del carattere. Non più la scuola, sempre più facilitata. Non l’università, preda di baroni e precari parassitari. Non il servizio militare che è stato abolito. Per contro, abbiamo continuamente davanti agli occhi realtà e persone che promuovono, fanno propaganda e si vantano dei vizi contrari: codardia e furberia, superficialità e disonestà, mancanza di carattere e voglia di seguire i propri impulsi primari, sono il pane quotidiano che ci viene servito dalla politica e dalla TV, dai politici, nani, trans e ballerine.
    Giuseppe De Rita (del Censis) ha scritto nel suo ultimo, sconsolato saggio sociologico, questa verità: l’Italia ha una «classe media», ma non una classe dirigente. La classe media del dopoguerra non ha avuto questa ambizione, ed ora – per un giusto contrappasso – decade anche come medietà, si avvia alla proletarizzazione. Giovanni Gentile, come ministro della Pubblica Istruzione, creò il liceo classico proprio come fucina di formazione di una classe dirigente. Da gran tempo il classico è stato formato e riformato a tal punto, da non rappresentare più uno sforzo, una selezione, nulla. Lo stesso è avvenuto nelle altre scuole. Lo stesso negli apparati militari dove, per la ragione che costituivano la difesa ultima dello Stato, a prezzo della vita – doveva restare qualche briciola di serietà educativa. Macchè, anche lì abbiamo la Folgore trasformata in mercenari a 4 mila euro mensili per le operazioni speciali, e i generali che ordinano Maserati come auto di servizio...
    Questo è un Paese che è andato in vacanza. In vacanza dalla storia e dalla scena del mondo. In vacanza da se stesso. Per questo mi addolora ma non stupisce quel che lei dice del comandante della Guardia Costiera di Livorno: «Col sederino al caldo, dava ordini stentorei». La capisco, un Paese in vacanza da se stesso prova fastidio davanti a chi gli ricorda i suoi doveri, persino i doveri professionali più elementari. Trova che lui ha «il sedere al caldo», che per lui è facile... De Falco aveva il sedere al caldo, ma era seduto esattamente dove doveva, ed a lui competeva. Alle tre di notte, in una sala-comando, a cercare di supplire all’enormità delle colpe di Schettino. Il quale aveva forse il sederino bagnato (sembra di no: era subito «inciampato» in una scialuppa), ma per sola unica colpa sua. Ad avere il sedere fuori posto, era lui.
    Non ce l’ho con lei personalmente. So che questo è il nostro difetto collettivo. Ma è per questa antipatia verso chi, dal suo posto, dà ordini, e per il senso di solidarietà che proviamo d’istinto per il codardo confuso e ridicolo, che dobbiamo la tragicommedia italiana. Quale?
    Il fatto che in Italia, comanda chi «non deve» comandare. Perchè quello di Schettino «comandante» da naufragio, non è mica il solo caso. Dovunque ci voltiamo, ci vediamo comandati da gente che «non deve» comandare. Un caso plateale che mi viene in mente è Angelo Balducci: presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici («Massimo organo consultivo tecnico dello Stato» per la certificazione, ispezione e prova nelle opere pubbliche), carica altissima e ad alta responsabilità per la quale Balducci (per sua ammissione) riceveva 2 milioni di euro annui, come la usa? Per prendere le fila di tutta quell’organizzazione di appalti truccati chiamata «la Cricca», tangenti e scambi di favori «pagati» con soggiorni in alberghi di lusso all’Argentario, e in giri di ragazzini per i vizietti omosessuali del personaggio. Per Balducci vale la domanda che vale per il comandante Schettino. Chi l’ha messo a quell’altissimo e pagatissimo posto? Dove ha studiato? Chi gli ha dato la licenza, la laurea, il brevetto? E soprattutto: a chi ha rubato il posto? Quanti bravi comandanti, quanti ingegneri di lavori pubblici migliori sono rimasti fuori, a becco asciutto, costretti ad arruolarsi all’estero?
    Chi prova pietà per Schettino, dovrebbe sapere che ha rubato il posto a qualche italiano più meritevole, più capace e responsabile. E questa provoca la continuità della tragicommedia italiana. Mi viene in mente la Corte Costituzionale, i cui magistrati (supremi) danno a turno la presidenza al collega che più presto andrà in pensione, onde farlo godere dei benefit spettanti al Presidente Emerito... un comportamento da ladruncoli nei magistrati (supremi) che dovrebbero essere il modello del disinteressato servizio dello Stato.
    O cito la faccenda più recente: i partiti, con voto unanime, si sono «condonati» le multe che avevano ricevuto per affissioni illegali nelle ultime elezioni, ed elevate dai vigili urbani. Solo per Milano, tali multe ammontavano a 6 milioni di euro. Destra e sinistra d’accordo. Quella sinistra che ha strillato a petto in fuori contro «i condoni fiscali concessi da Tremonti e Berlusconi, al grido di «mai più condoni agli evasori»; adesso condona se stessa, a parità con la cosiddetta destra.
    Come può un simile apparato politico pretendere di avere una minima autorità, di ottenere una minima fiducia dalla società? Con quale faccia di bronzo possono alzare il ditino contro gli «evasori fiscali», loro che evadono per primi, facendosi maleodoranti leggine ad hoc a loro profitto?
    Questo per illustrare che quando in un Paese comanda chi «non deve comandare», tutta la società sottostante marcisce, si fa furba, si deresponsabilizza, evade nel senso più largo. Per questa società non esiste più la «patria», intesa come la responsabilità di ciascuno verso tutti, verso gli antenati e verso i nipoti – da cui la necessità di non fare atti vergognosi che macchiano la patria di fronte al mondo, come li ha fatti il «comandante» Schettino.
    Quando una società si abitua al comando di chi «non deve» comandare, perde infatti il senso della vergogna comune, e dunque la volontà di comune riscossa. In una tale società ogni individuo è ridotto alle sue forze private, individuali; dunque impotente di fronte a forze collettive potenti, quali sono oggi in Europa, in USA, e perfino in Libia, e non parliamo della Cina.
    Quando una società si lascia comandare da «chi non deve», essa stessa si deforma e si distorce, per potersi adeguare a qualcosa che, nel fondo e nell’intimo della sua coscienza collettiva, sente abusivo e intollerabile: l’antipatia istintiva per De Falco illustra bene questa deformità – che nello stesso tempo perpetua la illegittimità del comando. Siamo noi a eternizzare il potere di chi «non deve» averlo, se appena un ufficiale dà un ordine difficile, pensiamo che lui ha il sederino al caldo.
    Una simile società deforme, intimamente dubbiosa su chi la comanda, non può essere lanciata in guerra (e l’abbiamo visto, da Caporetto all’8 Settembre), ma nemmeno nelle difficoltà: le difficoltà dell’attuale crisi economico-sociale ci devastano, e ancor più ci devasteranno, frantumeranno, rompendo ogni unità e serietà – i più forti già hanno preso posto per primi nelle scialuppe di salvataggio, spintonando donne e bambini, e rubando i salvagenti ai pensionati. È successo nella Costa, ma è successo prima sulla nave Italia.
    È questo il motivo vero – lo dico da ultimo – per cui io sono a favore dell’uscita dell’euro, e per il ritorno alla lira. La moneta non è un dato neutro e anonimo, come credono gli eurocrati di Bruxelles, eredi idioti degli illuministi, riformatori a tavolino: la moneta è l’epitome del Paese, della società che la usa e la mette in circolo, dei suoi vizi come delle sue virtù.
    È la fotografia psicologica e sociale della collettività. Per questo non possono esistere monete sovrannazionali, se non nelle fantasie degli ideologi massonici. I riformatori a tavolino, imponendo l’euro, hanno forse creduto di poter imporre per questo mezzo la disciplina che non hanno la legittimità di ordinare legittimamente. Speravano che, con l’euro, saremmo diventati tutti tedeschi, ossia amanti dell’ordine, patrioti, docili a chi comanda legittimamente, e odiatori delle furbizie. Abbiamo avuto l’euro da una dozzina d’anni ormai, e non siamo diventati tedeschi; anzi ci siamo dati una classe dirigente da avanspettacolo osceno, superficiale fino all’incredibile, priva di saperi e di studi fino all’inverosimile, che addirittura si vanta di essere ignorante e irresponsabile, di presentarsi come modello negativo.
    La Costa coricata sul fianco, siamo noi.

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    Predefinito Rif: Il deserto avanza

    UN INGLESE SCRIVE SU FACEBOOK CHE LO STATO NON DOVREBBE OBBLIGARE LA CHIESA A CELEBRARE I MATRIMONI GAY: ORA RISCHIA IL LICENZIAMENTO!
    Aveva scritto nel suo profilo personale: ''le Sacre Scritture sono assolutamente chiare sul fatto che il matrimonio sia l'unione di un uomo e di una donna''
    di Gianfranco Amato
    Per rendersi conto di quanto siano pericolosi gli interventi legislativi in materia di omosessualità, basta attraversare la Manica. In Gran Bretagna aleggia un clima da terreur jacobin, che alimenta la preoccupante escalation di quella che è diventata una vera e propria caccia alle streghe contro chiunque possa anche vagamente apparire in odore di omofobia.
    L'ultimo episodio di questa assurda caccia al presunto omofobo rende assai bene l'idea. Stavolta di mira è stato preso Adrian Smith un funzionario della Trafford Housing Trust (THT), una housing company con sede nei pressi di Manchester, il quale, a seguito di un procedimento disciplinare, è stato retrocesso ad una mansione inferiore, ed ha subito una decurtazione del 40% del proprio stipendio, passando da 35.000 a 21.000 sterline.
    Praticamente una multa di 14.000 sterline applicata ogni anno. L'accusa è quella di "gross misconduct", indisciplina talmente grave (come furto o violenza) da giustificare persino il licenziamento in tronco di un dipendente. Smith è stato "graziato" da questa sanzione estrema solo per il suo ottimo curriculum e per il suo impeccabile comportamento tenuto in diciotto anni di onorato lavoro.
    Questi i fatti che hanno portato i dirigenti della THT ad assumere un così severo provvedimento disciplinare. Adrian Smith avrebbe rilasciato presunti commenti "omofobici" nella propria pagina di facebook personale. I commenti consistevano, in realtà, nell'obiezione all’obbligo imposto dallo Stato di celebrare i matrimoni omosessuali in chiesa. «Io non capisco», ha scritto Smith, «perché persone che non hanno fede e non credono in Gesù Cristo devono sposarsi in chiesa; le Sacre Scritture sono assolutamente chiare sul fatto che il matrimonio sia l'unione di un uomo e di una donna». Aggiunge persino questa affermazione: «Se lo Stato intende riconoscere il matrimonio civile tra omosessuali, può benissimo farlo, ma non può imporre le proprie regole nei luoghi destinati alla fede ed alla coscienza».
    L'errore commesso da Smith, secondo la THT, è quello di aver specificato la propria posizione lavorativa nel suo profilo facebook, e quindi di aver leso gravemente l'immagine dell'organizzazione, associandola a quelle espressioni ritenute di contenuto omofobico. Tra l'altro, il comportamento di Smith sarebbe anche andato contro la policy aziendale della THT ispirata ai concetti di «inclusione e tolleranza» (sic!).
    In questa vicenda, però, qualcosa non torna.
    Primo, Adrian Smith ha espresso i suoi commenti fuori dall'orario di lavoro, utilizzando la propria pagina personale di facebook, che non è pubblica e non può, quindi, essere vista da chiunque. Secondo, Adrian Smith si è limitato ad esprimere un'opinione, in maniera pacata, non offensiva, e senza ingiuriare nessuno. Terzo, Adrian Smith non ha minacciato o intimidito chicchessia. Quarto, Adrian Smith non ha neppure espresso un giudizio negativo contro l'omosessualità di per sé.
    La sua colpa è quella di aver criticato l'eventualità di imporre con una legge i matrimoni in chiesa tra persone dello stesso sesso. Poiché la questione è oggetto di ampio e acceso pubblico in Gran Bretagna, allora dovrebbe essere considerata omofoba tutta quella larga fetta dell'opinione pubblica britannica che condivide le perplessità di Smith. Anzi, per essere precisi, insieme a lui dovrebbero essere bollati come omofobi il Primo Ministro, il Ministro per le Pari Opportunità, e tutta l'alta gerarchia della Chiesa Anglicana. Se è omofobo Adrian Smith, allora sono omofobi anche tutti loro.
    Il provvedimento adottato dal THT non è solo illegittimo ma anche odioso. E a renderlo ancora più odioso è stato il tripudio con cui è stato accolto dalla comunità LGBT. Con una meritoria eccezione di riguardo, però. Si tratta di Peter Tatchell, noto attivista gay che si batte per i diritti degli omosessuali.
    Tatchell è l'unico che non solo ha criticato pubblicamente l'operato della THT, ma che ha addirittura preso le difese di Smith. Ha, infatti, scritto sul prestigioso blog statunitense Huffinghton Post: «In una società democratica tutti, compreso Adrian Smith hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni anche quando possono apparire ad altri fuorvianti ed errate; la libertà di espressione dovrebbe essere limitata solo in casi estremi, come, ad esempio, quando si concretizza nell'incitazione esplicita alla violenza».
    E poi ha sollevato una provocazione che gli fa onore: «Se un dipendente gay fosse stato trattato così duramente da un'organizzazione cristiana per aver scritto commenti in favore degli omosessuali sulla propria pagina personale di facebook, avremmo assistito ad una sollevazione generale ed all'inevitabile accusa di omofobia».
    Come tutti i frutti velenosi delle degenerazioni ideologiche, anche questa isteria collettiva che tende ad identificare gli omofobi come gli untori manzoniani del XXI secolo, finisce inevitabilmente per tradursi in deprecabili atteggiamenti di intolleranza. E' così che è sempre accaduto nella storia ogni volta che i discriminati si sono trasformati in discriminatori.
    http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2121

    Maschio, femmina e Lego
    di Costanza Miriano
    A casa nostra, per carità, di sacro c’è solo Dio.
    Molto distanziati, diversi gradini sotto ma sempre in posizione ampiamente sopraelevata sulle cose ordinarie ci sono diversi pilastri della nostra esistenza. Uno è l’aesseRoma, come dicono i tifosi patologici di cui ho almeno due esemplari tra le mura domestiche. Un altro è la mensola delle creme cosmetiche. Uno è senz’altro la Lego.
    L’intoccabile casa danese è proprietaria di un’ala della nostra abitazione, la pervade sotto ogni forma possibile. Abbiamo basi, castelli, pedane e poi cassettoni pieni di mattoncini base e cassettini pieni di minuscoli accessori, teste, mani, cappelli, armi, utensili di ogni tipo, la cui preziosità cresce in proporzione alla piccolezza e all’attitudine ad annidarsi negli angoli più impervi e polverosi del pavimento, causando crisi di sconforto, aperture frenetiche del sacco dell’aspirapolvere, spostamenti di librerie monumentali.
    E’ per questo che nei giorni scorsi leggendo l’attacco in massa fatto alla Lego dalle femministe inglesi, mi è scattato una sorta di orgoglio familiare. Cioè, come con i fratelli che solo tu li puoi picchiare, io dei mattoncini che mi feriscono i piedi scalzi e mi costringono a ricerche minuziose posso anche dire male, ma le femministe no, mi dispiace.
    Invece le signore hanno raccolto ben cinquantamila firme per protestare contro la nuova linea, che si chiama Lego friends. Le preziose bamboline femminili in Italia non si trovano ancora nei negozi, ma dopo solerte segnalazione di un amico noi, cioè voglio dire Gesù bambino si era affrettato a ordinare online un primo esemplare da recapitare sotto l’albero. Le bamboline Stephanie e Emma sono così venute ad arricchire il nostro parco omini, anzi finalmente anche donnine, e hanno allietato il Natale delle mie bambine.
    Le femministe però si sono arrabbiate perché le bamboline sarebbero formose (hanno un accenno di seno appena abbozzato), e soprattutto perché hanno accessori femminili, e sono poche le parti da montare.
    Allora: le nostre eroine del Natale hanno rispettivamente una piccola piscina con lettino e cocktail, beate loro, e una cucinetta da giardino. Le parti da montare, è vero, non sono molte, ma comunque di quelle si è incaricato il fratello maschio che si diverte ad assemblare, mentre noi tre femmine, pur non essendo disabili all’impresa, preferiamo dedicarci alla vita sociale.
    Ora, o io e mio marito abbiamo diabolicamente plagiato la mia prole, cercando silenziosamente di coltivare in loro discriminazioni di genere, oppure semplicemente ai maschi piacciono giochi da maschi, alle femmine giochi da femmine.
    Noi amiamo i mattoncini perché a parte i pupazzetti, per il resto permettono di costruire praticamente qualsiasi cosa, basta un po’ di fantasia. Io per esempio ho un figlio della cui permanenza in vita mi devo ogni tanto sincerare. A volte, e sin da quando è molto piccolo, sprofonda con i suoi mattoncini nel mondo della fantasia, e io gli urlo da due stanze di là “Bernardoooo, sei vivooo?”. “Sì, sto giocando”, fa lui, pure un po’ scocciato per il disturbo, mentre vive chissà quali meravigliose avventure nel mondo della sua multiforme fantasia (ha preso da suo padre). Con i Lego, per dire, c’è stato anche chi ha illustrato il Nuovo e l’Antico Testamento, in scenette incredibilmente minuziose e fedeli che possono servire come ripasso anche per i bambini molto piccoli.
    Non vedo dunque niente di strano se finalmente sono a nostra disposizione anche piatti, cucinette, cagnolini, cocktail, studi da stilista. Non ci vedo niente di offensivo nei confronti delle donne, non stiamo mica parlando di bamboline accessoriate per il bondage, o siliconate. Anzi, se proprio uno non avesse avuto niente da fare nella vita, ci sarebbe stato da protestare prima, quando gli accessori in vendita erano quasi esclusivamente maschili.
    Il problema è che ormai tutto quello che rimanda in qualche modo allo specifico maschile e femminile scatena reazioni scomposte e a volte persino isteriche. Sembra un nervo scoperto, ipersensibile, che in nome della correttezza non si può neanche sfiorare. Non si può più dire che uomini e donne sono diversi. Anzi, bisogna dire che sono uguali. E’ obbligatorio.
    In nome della libertà si diventa tirannici. Non so come altro definire l’atteggiamento di chi si arrabbia perché esiste un gioco che si attaglia a un sesso più che a un altro. Se sei una madre convinta delle tue idee basta che non compri le bamboline a tua figlia (poverina). Ma fare campagne di protesta, a cui è stato dato ampio rilievo anche sui nostri giornali, ovviamente Repubblica in testa, è qualcosa che con la libertà non c’entra davvero niente. E’ vero, lo specifico femminile va oltre i piatti e la cucina e il gusto per i vestiti, ma che volevamo, una pupazzetta di santa Teresa d’Avila? Una Virginia Woolf?
    La questione ancora più fondamentale è: perché tanto livore nel negare lo specifico maschile e femminile?
    Maschio e femmina li creò, dice la Genesi, a immagine e somiglianza di Dio. Io credo che nella differenza sia celato un grande mistero che dice qualcosa di molto profondo sulla natura dell’uomo. Di profondo e sostanziale. Dice che l’uomo e la donna sono complementari e non possono stare soli, perché c’è un’incompletezza che sarà per sempre la loro qualità distintiva. Dice che l’uomo e la donna esistono in relazione. Dice che questa relazione profonda e vera con una persona dell’altro sesso può anche non esserci, ma allora deve essere Dio che diventa lo sposo o la sposa di quella creatura, che da sola non è piena. Non è bene che l’uomo sia solo.
    Chi nega la differenza nega che l’uomo è creatura, e quindi figlio di un Padre. Chi nega la differenza nega quindi Dio. E allora la posta in gioco è ben più alta del pupazzetto della Lego. E val bene la raccolta di firme e la campagna sui giornali, che del negare la creaturalità, l’incompiutezza, la complementarietà e il bisogno dell’uomo hanno fatto evidentemente la loro ragione di esistere.
    http://www.libertaepersona.org/wordp...emmina-e-lego/


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Il Timone n.109 gennaio 2012
    L’ “umanesimo anticlericale” dei Radicali
    Da decenni Radio Radicale riceve soldi pubblici. E la cosa continua nonostante la crisi economica e la richiesta alla politica di diminuire le spese. Qualche considerazione su questa anomalia dello Stato italiano che nessun governo ha il coraggio di affrontare
    di Danilo Quinto
    Tempo fa, chiesi ad un autorevole politico perché governi di centrodestra e di centrosinistra, negli ultimi decenni, avessero dispensato decine e decine di milioni di euro a favore della radio di Marco Pannella. La sua risposta mi raggelò. «Pannella non conta più niente. Lo facciamo, per farlo divertire», disse. «Ma tu sei cattolico, sai che il suo strumento d'informazione fa propaganda viscerale quotidiana contro il Magistero della Chiesa». «La politica è un'altra cosa, rispetto alle appartenenze religiose. Evidentemente, ci sono ragioni che portano tutti a considerare l'opportunità che Pannella continui ad avere una sua voce». Non chiesi a quel politico quali fossero queste ragioni. Era già sufficiente la sua risposta. «La politica è un'altra cosa rispetto...», mi aveva detto.
    Questa frase spiega tante cose. La politica, come viene intesa dai più - anche da coloro che organizzano seminari e convegni alla presenza del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, come nel caso in questione - non ha più nulla a che fare con il piano dell'etica.
    Questo spiega il successo - perché di questo si tratta - della vicenda dei radicali italiani, che si sono insinuati nella società italiana mutandola profondamente, trovando sponde impensabili e insospettabili all'interno dei Palazzi del potere. I radicali, in fondo, sono stati proprio questo da quarant'anni a questa parte: i protagonisti di quel relativismo etico che si propone non soltanto come regolatore dei rapporti tra gli individui, ma come fondatore di una cultura in antitesi assoluta con i principi del diritto naturale, che governa, per laici e cattolici, le azioni degli esseri umani.
    Per l'individuo può essere conveniente, dal punto di vista materiale, sciogliere il vincolo matrimoniale o interrompere una gravidanza o considerare non utile socialmente chi soffre e quindi affidarlo alla pratica eutanasica. È questo che i radicali hanno proposto e praticato nelle loro battaglie: un puro ragionamento di convenienza, governato solo dall'auto-determinazione. È un metodo d'azione politica - attenzione - che non risponde affatto al caso. Anche in battaglie diverse da quelle sul divorzio o l'aborto o l'eutanasia, hanno ragionato nella stessa maniera.
    Che cosa è più conveniente per la società, curare il tossicodipendente e impedire, proponendo un diverso approccio culturale, che intere generazioni si distruggano o distribuire legalmente la droga? Il matrimonio, se non serve, va distrutto, non importa se così facendo si dissolve l'istituto familiare, sostituito da improbabili unioni tra persone dello stesso sesso, che pretendono di allevare anche figli. Se il feto reca fastidio, il delitto si trasforma in un diritto, come profeticamente scrisse Giovanni Paolo II nell'enciclica Evangelium Vitae.
    Se il malato non autosufficiente diventa un problema per chi gli sta intorno, non importa: si proceda pure alla sua eliminazione. Comprendiamo perché quel politico dice che si tratta solo di far divertire Pannella. Non ha il coraggio di difendere ed affermare il suo essere cattolico. Non agisce per la libertà e per la verità e per l'amore verso una Persona.
    Anche quel politico agisce per convenienza o per calcolo. In fondo, non c'è grande differenza con i radicali. Pannella li ricatta con i suoi digiuni, che di volta in volta cambiano obiettivi, sempre per creare "nicchie" consistenti di consenso. Loro s'inchinano. Lo fanno divertire, se ne compiacciono, anche, lo alimentano di denaro dello Stato per propagandare idee che dicono, a parole, di avversare. Il problema vero non sono Pannella o il suo alter ego, Emma Bonino, che fanno il loro mestiere e verso i quali si deve nutrire la speranza che si convertano. Il problema sono tutti coloro che hanno assecondato, nel corso di questi lunghi anni, con le loro opere concrete, la deriva culturale dell'intera società italiana.
    I radicali sanno che i veri, i soli principi da abbattere - gli unici rimasti nel tempo che viviamo - sono quelli cattolici, che sono a fondamento reale dell'identità di un popolo, di un continente. La Costituzione italiana, quando riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona, primo fra tutti l'inviolabilità della vita umana, lo fa perché considera che quei diritti costituiscono un prius rispetto a tutte le leggi. Soppiantare o mistificare i principi della legge naturale significa non riconoscere le regole che sono a fondamento delle relazioni e dei comportamenti umani, e attaccare la Chiesa Cattolica, sulla base di questa prospettiva, equivale a demolire le architravi che sostengono le costruzioni.



    Ecco perché l’amoralità dell’ateismo è un pericolo per la società
    Il filosofo M. Averick ha scritto un articolo davvero molto interessante, intendendo dimostrare un’altra area di contraddizione sulla concezione della vita priva di Dio. In particolare, si è concentrato sul rilevare che l’amoralità degli atei (ovvero l’impossibilità ad affermare qualcosa come perennemente giusto o perennemente sbagliato, ma sempre relativo) si trasforma in una forma di debolezza sociale nel contrastare terribili mali che attanagliano la nostra società. Il ”relativismo morale” infatti può gettare le basi filosofiche, ad esempio, per aprire la strada all’accettazione e all’approvazione della pedofilia (e altro).
    E’ assiomatico, dice, che in una società priva di Dio non vi è qualcosa di morale o di immorale, ma solo l’amoralità. Questo è spesso frainteso col fatto che gli atei non hanno valori, ma tale conclusione è chiaramente errata. L’amoralità è un giudizio, non sulla esistenza di valori, ma sul significato di quei valori. Nella visione atea del mondo, infatti, l’essere umano non è “nient’altro che” un primate dalla posizione eretta, e i nostri sistemi di valori hanno un significato identico a quello degli abitanti della giungla. Immaginare che l’uomo sia qualcosa di “più” è quasi una bestemmia per l’apparato culturale riduzionista-neodarwinista. La morale dunque, è vista semplicemente come un termine che viene utilizzato per descrivere il tipo di sistema che un individuo (o una società di individui) preferisce soggettivamente. Lo scrittore Samuel Butler disse: «La moralità è il costume del proprio paese e l’attuale sensazione dei propri coetanei. Il cannibalismo è morale in un “paese cannibilista”». I valori dunque non sono altro che riflessi delle preferenze soggettive prevalenti, i quali ovviamente si adatteranno alle mutevoli esigenze, così ci spiegano i guru del laicismo. Non c’è nulla di perennemente giusto o perennemente sbagliato, di prescritto nell’uomo, tutto dipende dal bias degli appartenenti ad una data società. Averick ha voluto sottolineare la gravità di questa concezione attraverso l’argomento sull’accettazione della pedofilia nella società, che per ora è ancora uno dei pochi temi su cui esiste una (quasi) unanimità di giudizio (negativo, ovviamente). «Le conseguenze logiche e filosofiche dei sistemi di credenza degli atei sono inevitabili», ha affermato. «Se non esiste nulla di giusto o sbagliato in modo oggettivo, allora l’abuso di bambini non può essere sbagliato in modo definitivo, ma dipenderà dall’opinione della società». La conferma arriva dal pensiero dei noti esponenti di questa visione.
    Ad esempio, il docente di bioetica Peter Singer presso l’Università di Princeton, alla domanda su cosa pensasse della pedofilia, ha risposto: «Se a te piacciono le conseguenze allora è etico, se a te non piacciono le conseguenze allora è immorale. Così, se ti piace la pornografia infantile e fare sesso con i bambini, allora è etico, se non ti piace la pornografia infantile e fare sesso con i bambini, allora è immorale». Joel Marks, professore emerito di filosofia presso l’University of New Haven, in un articolo del 2010 dal titolo “An Amoral Manifesto” ha detto: «Mi sono convinto che l’ateismo implica l’amoralità, e poiché io sono un ateo, devo quindi abbracciare l’amoralità [...]. Ho fatto la sconvolgente scoperta che i credenti hanno ragione: senza Dio, non c’è moralità. Ma io non penso che non vi sia un Dio. Quindi, per me, non esiste la moralità». Ecco, tra l’altro, un esempio di dogma “laico”. Marks ha quindi continuato: «Anche se parole come “peccato” e “male” vengono usate abitualmente nel descrivere per esempio le molestie su bambini, esse però non dicono nulla in realtà. Non ci sono “peccati” letterali nel mondo perché non c’è Dio letteralmente e, quindi, tutta la sovrastruttura religiosa che dovrebbe includere categorie come peccato e il male. Niente è letteralmente giusto o sbagliato perché non c’è nessuna moralità». Il ragionamento pare coerente: senza Dio, nulla è letteralmente giusto e sbagliato, neppure la pedofilia è per forza sbagliata. Dipende dall’opinione sociale, dai media, da cosa ne dice “Repubblica” o “Il Fatto Quotidiano”. Interessante che Marks riconosca che i principi morali non possono avere un significato oggettivo se non provengono da Dio, i valori etici (inclusi quelli sulla pedofilia), senza Dio sono destinati ad essere in mano al capriccio di coloro che li accettano: non hanno alcuna realtà oggettiva, ma tutto è basato su preferenze personali o condizionamento sociale. Prendendo l’esempio dell’omosessualità, il tentativo fino ad oggi nei Paesi secolarizzati è stato quello di condizionare la società verso la sua approvazione, è sufficiente infatti -in assenza di una cultura cristiana fortemente radicata- che il “potere” modifichi artificialmente l’opinione generale per rendere qualcosa morale o immorale, accettabile o non accettabile (così come avvenne con l’approvazione sociale del nazismo, del comunismo, del razzismo, dello schiavismo, dell’eugenetica ecc.). «Per dirla in un modo diverso», continua correttamente Averik, «in un mondo ateo, i termini “moralità” e “preferenze personale” sono identici e intercambiabili». La valutazione esclusivamente soggettiva è comunque in balia del più forte, o del più influente(condizionamento sociale) ed è notoriamente capricciosa: c’è chi preferisce il gelato al cioccolato e chi alla vaniglia, chi preferisce il jazz e chi invece l’hip-hop, c’è chi preferisce che i bambini possano essere traviati dagli adulti e chi invece preferisce avere rapporti sessuali con gli animali domestici ecc., la maggioranza decide arbitrariamente cosa è moralmente accettabile o non accettabile. Ieri era accettabile l’insegnamento dell’eugenetica nelle università, oggi si tenta di far diventare la pedofilia un “normale orientamento sessuale“, con tanto di pressione sul DSM, il manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association. In Olanda i pedofili hanno dal 2006 anche un partito politico.
    Michael Ruse, professore di filosofia presso la Florida State University, ha discusso con Jerry Coyne e Jason Rosenhouse (tutti e tre non credenti) sulla moralità. Ruse ha dichiarato sorprendentemente che la pedofilia è immorale e questa è una verità oggettiva e non soggettiva (o preferenza personale): «(l’abuso di) ragazzi nelle docce è moralmente sbagliato, e questo non è solo un parere o qualcosa “sulla base di giudizi di valore soggettivo”». E ancora: «La mia posizione è che la biologia evolutiva pone su di noi alcuni assoluti. Si tratta di adattamenti proposti dalla selezione naturale. E’ in questo senso io sostengo che la moralità non è soggettiva». In un altro articolo però si contraddice (o meglio, torna nella normalità della visione laicista): «La morale allora non è una cosa tramandata a Mosè sul monte Sinai. E’ qualcosa forgiata nella lotta per l’esistenza e la riproduzione, qualcosa modellato dalla selezione naturale. La morale è solo una questione di emozioni, come il piacere per il gelato o il sesso e l’odio verso il mal di denti e i compiti degli studenti [...] ora sapete che la morale è un’illusione che è stata messa in te per farti diventare un cooperatore sociale, cosa ti impedisce di comportarti come un antico romano? Beh, niente in senso oggettivo». Non essendoci nulla di pre-scritto, di tramandato da Dio agli uomini attraverso una rivelazione, arrivando integralmente dalla selezione naturale, il fatto che una cosa sia giusta o sbagliata, dunque, è puramente una scelta emozionale del momento. L’unica cosa che rende sbagliata una crudeltà sterminata è il fatto che ora sia personalmente spiacevole (e domani?).
    Il neodarwinista ateo Jerry Coyne ha voluto rispondere: «Ruse sembra affermare che le azioni di un pedofilo sono realmente e veramente sbagliate perché la selezione naturale ci ha programmati a credere che siano sbagliate. Qualcuno può spiegare che cosa mi manca? I concetti di giusto e sbagliato variano tra le culture contemporanee e si evolvono nel tempo. Fare appello alla psicologia e alla selezione naturale ci aiuta a risolvere le questioni di aborto o omosessualità?». Coyne, per una volta, ha perfettamente ragione: Ruse non può appellarsi alla selezione naturale. Egli è terribilmente confuso perché da una parte capisce che non può accettare che l’unica cosa sbagliata nelle molestie sui bambini sia il fatto che a lui non piacciono (e non piacciono alla società di oggi), e dall’altra parte deve negare Dio, in quanto non credente. Quindi si appella a qualcosa che renda oggettiva la negatività verso la pedofilia, ma commette un errore ingenuo. Coyne ha visto giusto: in una visione atea della vita, non può esservi nulla di intrinsecamente sbagliato, non è oggettivamente sbagliata la pedofilia come non lo è qualsiasi altra cosa. La “morale laica” non può che basarsi unicamente su preferenze personali del momento e condizionamento della società: oggi la pedofilia è sbagliata, ma non è detto lo debba essere sempre. Dipenderà dai gusti che avremo domani e dalla capacità della “società” di condizionarci.
    Una volta che l’ateo realizza che tutti i suoi nobili principi morali non sono altro che sensazioni soggettive – “non diversamente dal gradimento o non gradimento degli spinaci” -, si accorge anche che i valori morali cambieranno secondo il capriccio della società. E se c’è una cosa che abbiamo imparato dalla storia terribilmente sanguinosa del 20° secolo, è che non c’è nulla che gli uomini e la società non siano in grado di approvare e di fare. Senza una legge morale trascendente e oggettiva, l’essere non può che perdersi nella spirale dell’artificiale inferno della giungla umana. Michael Ruse pare averlo capito e infatti ha cercato una via d’uscita: «La morale è, e deve essere, una sorta di divertente emozione. Ma deve far finta di non esserlo affatto! Se pensassimo che la moralità non è altro che piacere o non piacere degli spinaci, poi non reggerebbe [...] La morale deve apparire come obiettiva, anche se in realtà è soggettiva». E in un altro articolo: «Se metto il “soggettivo” in opposizione all’”oggettivo”, poi chiaramente il tipo di etica che propongo è soggettivo… ma non può essere soggettivo il male se penso alle molestie sui bambini!». E infine: «le regole della morale devono essere vincolanti su di noi come se fossimo figli di Dio e Lui abbia deciso le regole». Ruse pare avere inconsapevolmente accolto l’invito che il teologo Joseph Ratzinger fece nel 2005 ai non credenti: «anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita come se Dio ci fosse».



    IL "CIMITERO LAICO" DI GENOVA
    di Rita Bettaglio
    Questo Natale ha portato un regalo particolare alla città di Genova. Dal 28 dicembre nel cimitero monumentale di Staglieno fa bella (si fa per dire) mostra di sè il TEMPIO LAICO.
    Come ho udito la notizia al tg regionale ho strabuzzato occhi e orecchie (forse non si può, ma per notizie simili io ci riesco): ma se sono laici, cioè non credono in alcun dio, che bisogno hanno di un tempio?
    Leggo dal dizionario alla voce tempio: “edificio consacrato al culto della divinità, spesso concepito come dimora del dio di cui custodisce l’immagine o il simbolo culturale”. Tanto dice il mio fido Devoto-Oli.
    Resta da capire alla cittadinanza intera quale divinità si onori in questo tempio, che, a detta di chi lo ha voluto, ospiterà anche mostre e convegni. Immagino rigorosamente laici, ovviamente.
    L’edificio ”è costato 275.000 euro, è dotato anche di attrezzature audiovisive che permettono di trasmettere filmati e musica durante la funzione. Utilizzarlo per commemorare il proprio defunto costerà 150 euro”. Questo dice Repubblica al proposito.
    “Da anni ci stavamo lavorando – dice l’assessore ai servizi cimiteriali Paolo Veardo – finalmente siamo riusciti a realizzarla grazie anche ad un contributo degli sponsor”.
    Voi direte che sono troppo curiosa e dovrei pensare agli affari miei, ma vorrei proprio sapere chi sono questi sponsor. Uno è lì a commemorare il caro estinto (presente o no che siano le sue spoglie) e sul fondo campeggia la scritta dello sponsor come nelle interviste ai calciatori? Speriamo proprio di no.
    Dal sito del comune di Genova apprendo alcuni nomi degli sponsor in questione: Asef, Società Cremazione, La Generale pompe funebri, Deni, concessionaria del servizio pubblico di illuminazione elettrica votiva, e Pastorino e Lodi. Cioè ditte direttamente collegate al triste business della morte.
    Dal medesimo sito vengo a conoscenza della chiara valenza del progetto. “Con l’edificazione del Tempio Laico – situato nell’area adiacente al porticato Montino – Genova si conferma una volta di più città dei diritti. I diritti di tutti, nel rispetto delle diversità anche in materia di fede”.
    E se non fossi ancora convinta, arrivano le parole della prima cittadina: “Il tempio laico è un segno di civiltà per una città che dev’essere sempre più caraterizzata dall’integrazione – ha sottolineato il sindaco Marta Vincenzi – dalla capacità di guardare alle culture di individui anche differenti e farle vivere insieme nel nome dell’umanità”.
    Continua: “Io intitolerei il Tempio Laico “Le opere e i giorni”, come il poema didascalico di Esiodo: a mio avviso infatti più che la fatica del fare rappresenta quella dell’essere, di un’esistenza che giunge a compimento senza l’edulcorazione della fede”
    Capito bene? Edulcorazione della fede. La fede sarebbe una specie di zucchero o, meglio, di dolcificante sintetico, tipo aspartame. Il termine edulcorare non ha certo valenza positiva, ma insinua il sospetto del veneficio, della trasformazione occulta, della contaminazione. Ritorniamo, più o meno, al famoso e datato ‘oppio dei popoli’.
    Davvero un grande progresso: siamo ritornati indietro.
    Intanto la gente ha già battezzato il Tempio Laico il CONTAINER e lo ritiene un ‘cassone’ di cattivo gusto. Ma chi lo ha voluto sottolinea che, anche in questo, Genova è all’avanguardia, insieme a Roma, Trento e Bolzano.
    Un’ultima curiosità: la ditta che ha vinto l’appalto per la costruzione del tempio è la Bettini costruzioni con sede a Genova. Dal sito della stessa apprendiamo che ha svolto moltissimi lavori per la pubblica amministrazione di Genova e, orgogliosa li elenca. Se volete togliervi lo sfizio ecco il link di Bettini.
    Principali Clienti | Bettini Costruzioni Generali
    Nulla di nuovo, dunque.
    Miserere nobis, Domine.


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Perché una mamma e un papà sono indispensabili per ogni bimbo
    La docente di psicologia sociale e psicologia dell’adozione, dell’affido e dell’enrichment familiare, Raffaella Iafrate, assieme allo psicologo Giancarlo Tamanza, hanno scritto un interessante articolo. Si sono soffermati in particolare sull‘importanza dell’avere entrambi i genitori, di sesso opposto. Dovrebbe essere una cosa normale e condivisa, eppure -dicono- «in un clima di individualismo e di relativismo, anche tale tema è ampiamente messo in questione». In particolare, la «forte instabilità coniugale, con conseguente diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono in discussione l’affermazione da sempre condivisa secondo la quale “un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma”».
    Si chiedono allora: perché due genitori? E perché diversi?
    Innanzitutto, occorre osservare che «tutta la letteratura psicologica metta da sempre in evidenza il ruolo differenziale delle due figure genitoriali, mostrando come madri e padri giochino ruoli e funzioni diversi e complementari nell’educazione dei figli e nella trasmissione di competenze e valori». Per crescere, «un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva». E’ necessaria una «compresenza di un “codice affettivo materno”, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa», fondamentali «per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale». Infiniti sono gli studi in cui si sottolinea l’importanza del legame di attaccamento con la madre, così come, «soprattutto negli studi più recenti, è stata enfatizzata la centralità della funzione paterna man mano che il figlio cresce». Numerosi gli studi che attestano anche come «in situazioni familiari peculiari caratterizzate dall’assenza di un genitore, o dalla carenza di una delle due funzioni genitoriali (specie con l’impallidimento della figura paterna, tipico del nostro contesto fondamentalmente “matrifocale”) si possano riscontrare non poche difficoltà, anche a lungo termine, per i figli».
    I due psicologi mettono le mai avanti descrivono tre possibili obiezioni:
    1) L’esperienza positiva di famiglie in cui è venuta a mancare una figura genitoriale testimonierebbe che, pur nella fatica, i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre.
    2) La funzione “differenziante” può essere assunta anche da altre figure di riferimento, nonni, amici, reti di sostegno esterne, così come l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso con altri che non siano l’altro genitore.
    3) Le funzioni materna e paterna sono sempre più spesso interscambiabili: madri che esercitano alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna.
    Per rispondere a queste obiezioni, occorre però capovolgere la prospettiva dal punto di vista dei genitori a quello del figlio, dato che «le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica». Solo allora ci si rende conto che «il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali. La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista». Così come nasce da due “diversi”, così «il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale» che «gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità».
    Senza un’origine non c’è identità, tengono a precisare, e l’origine «non può che riguardare sia una madre sia un padre». La donna mette al mondo, ma non genera da sola: «perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre». È fondamentale che, anche nella crescita, «nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione».
    Gli psicologi concludono sostenendo che a fronte di una cultura spesso spaventata dai limiti e dal rifiuto della differenza, centrata su valori individualistici e poco interessata a dare senso e a indicare obiettivi alle esperienze di vita delle persone, «la famiglia, con le sue categorie di paternità, maternità, filiazione, propone dunque la sua sfida presentandosi come il luogo per eccellenza dell’incontro-relazione tra le differenze fondative dell’umano (quelle tra genere, generazione e stirpi) e dunque orientato a un fine generativo, com’è propria dell’incontro tra differenze, sia sul piano biologico, sia su quello culturale». Per questo «la necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica contingente delle due figure, il diritto inalienabile di chi è figlio, ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato, è l’accessibilità almeno simbolica alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona pienamente umana».
    Perché una mamma e un papà sono indispensabili per ogni bimbo | UCCR



    La lobby gay al cinemetto
    Roberto Manfredini
    In una gagliarda intervista di qualche anno fa, Giulio Andreotti distrusse i nuovi tabù omosessualisti con un sagace e proustiano ricordo d’infanzia (“Mia madre diceva: guardati dai gay”, Il Messaggero, 1/3/2007):
    «Il mondo adesso è pieno di omosessuali, ma io continuo a preferire la tradizione, un uomo e una donna. E soltanto oggi, alla mia età, capisco perché mia madre da ragazzino non voleva mandarmi al cinema da solo. Temeva facessi brutti incontri, perfino in quel cinemetto dove andavo, in via dei Prefetti, dove oltre al film ti davano anche la merenda. Ma crediamo davvero che i nostri giovani attendano col fiato sospeso il matrimonio omosessuale?»
    Ovviamente fu -come al solito- attaccato in tutti i modi possibili (anche l’ex comunista Emanuele Macaluso gli fece un patetico fervorino sui “tempi che cambiano”).
    In realtà il senatore aveva capito benissimo l’imbroglio celato dall’asfissiante propaganda. Quell’accenno al “cinemino”, poi, è più allusivo e profondo di quanto non si pensi.
    Già nel 1983 il sociologo Carlo Sartori, in un suo saggio dedicato al “divismo”, alludeva all’azione di questi pederasti nel “cinemetto” (cfr. La fabbrica delle stelle, Mondadori, 1983, p. 69):
    «La Gay Lobby ha piazzato un suo rappresentante, lo psicologo Newton Deiter, a Los Angeles, con il compito di visionare i programmi-pilota delle reti televisive e di suggerire cambiamenti favorevoli ad una più positiva immagine degli omosessuali: cambiamenti che in questi ultimi tempi le reti (consce anche del fatto che gli omosessuali fanno parte per lo più di categorie sociale benestanti, e quindi sono dei potenziali buoni clienti delle merci pubblicizzate in televisione) tendono sempre più ad accettare».
    Ora forse è chiaro il motivo per cui, negli ultimi vent’anni, Hollywood ha cominciato ad includere il “gay di rappresentanza” in ogni suo film, fino a giungere ad una forma perversa di controllo totalitario: se un regista vuole ottenere soldi e fama, è obbligato a versare il suo obolo alla propaganda. Un film che non contenga una rappresentazione assolutamente positiva dell’omosessualità (anche a livello subliminale) difficilmente riuscirà ad ottenere visibilità.
    Sappiamo che di questi soprusi i “progressisti” non si preoccupano affatto, perciò è solo per completezza che accenniamo al lato più disgustoso di tutta la faccenda: la violenza mentale esercitata sui bambini.
    Andreas Deja, animatore della Disney, ha annunciato che prossimamente anche nei cartoni animati la coppia gay sarà d’obbligo. Aggiungendo che tutto questo non sarà neppure da considerare “rivoluzionario”, perché è da anni che la Disney mette in scena “contesti famigliari non ortodossi”: «Si pensi alla famiglia di Cenerentola, Bambi l’orfano o Aladdin cresciuto sulle strade». Sfortunatamente il Deja si è dimenticato di aggiungere che «his sexuality has been discussed as an influence on the development of some Disney characters» (cfr. Andreas Deja - Wikipedia, the free encyclopedia).
    Il caso più eclatante è celeberrimo film d’animazione Il Re Leone (1994), dove tutti i caratteri sono stati ideati da Deja per muoversi e comportarsi da checche: i personaggi Pumbaa e Timon (un suricato e un facocero), doppiati da due attori apertamente gay (Ernie Sabella e Nathan Lane), sono ufficialmente «i primi personaggi omosessuali che la Disney abbia mai messo sullo schermo» (e, guarda caso, sono i “genitori adottivi” del piccolo leone protagonista…).
    Anche Thomas Schumacher, presidente della Disney Theatrical Group, alla rivista gay The Advocate, ha dichiarato apertamente che per far carriera nella Disney bisogna essere omosessuali…
    Le cose, ovviamente, andranno sempre peggio: non è impensabile che tra qualche anno anche la lobby dei pedofili uscirà allo scoperto e chiederà le stesse opportunità offerte alla propaganda omosessuale. Per una volta, ascoltate Andreotti: non lasciate i bimbi soli al cinemetto!
    La lobby gay al cinemetto



    “Cameron? Un dittatore se dice sì alle nozze gay”
    Anche l’arcivescovo anglicano di York si scaglia contro le aperture del premier inglese alla legalizzazione del matrimonio omosessuale
    giacomo galeazzi
    A marzo il governo avvierà una vasta consultazione sulle nozze gay e il premier David Cameron l’ha già definita «una parte significativa» del suo mandato. Non è solo la Chiesa cattolica a protestare con il governo inglese per le nozze gay. Anche l'arcivescovo anglicano di York, John Sentamu avverte David Cameron: «No alla legalizzazione del matrimonio omosessuale».
    L’influente presule ha pubblicamente attaccato il premier britannico: «Il matrimonio deve rimanere un’unione tra un uomo e una donna. E David Cameron si comporta «come un dittatore se permette alle coppie omosessuali di sposarsi». In un'intervista al «Daily Telegraph», John Sentamu mette in guardia l’esecutivo dall’«abrogare la Bibbia e tutta la tradizione consentendo il matrimonio omosessuale». E aggiunge:«La ribellione è alle porte. Non solo nell’episcopato ma anche tra gli esponenti del Parlamento». Inoltre, evidenzia l’arcivescovo di York, «la Chiesa si è sempre distinta dal mondo, preferisco stare dalla parte di Gesù, piuttosto che essere popolare».
    La Chiesa cattolica ha ribadito il suo no alle nozze gay, e il teologo Giordano Muraro si domanda perché «le persone omosessuali chiedono che il loro rapporto sia denominato “matrimonio”». Matrimonio, infatti, etimologicamente indica uno stato di vita in cui una donna diventa madre («matris munium»). «Come si può pensare che il rapporto affettivo tra due uomini realizzi questo fatto?,si interroga Muraro-.Se poi usciamo dall’etimologia e cerchiamo il significato che viene dato dall’uso vediamo che per matrimonio si intende il rapporto affettivo tra un uomo e una donna, che si prendono cura l’uno dell’altro, sono diversi e complementari, e procreano. Nel rapporto omosessuale ci può essere affetto e cura reciproca, ma non complementarietà e procreazione. E allora, perché denominare con lo stesso termine due esperienze così diverse?» Quindi:«È come se si pretendesse di indicare con il termine “Barolo” ogni spremuta di uva, dicendo che sono tutti vino e non bisogna discriminarli, o come se si pretendesse di mettere in Formula uno una Seicento, dicendo che in fondo tutte hanno in comune il fatto di essere automobili. Si crea solo confusione, non solo verbale, ma nella realtà».
    Eppure le persone omosessuali chiedono che il loro rapporto abbia un riconoscimento giuridico e gli stessi diritti del matrimonio. «I cittadini hanno il diritto di creare fattualmente tutti i rapporti che ritengono opportuni per la loro vita e per la loro crescita- spiega Muraro al settimanale dei Paolini-. Ma non possono pretendere che ogni rapporto di fatto a cui danno vita abbia un riconoscimento giuridico e fondi dei diritti giuridici e economici. Si può pensare che il fondamento di questi diritti sia l’affetto e il fatto di prendersi cura l’uno dell’altro. Ma allora ogni rapporto affettivo può pretendere questo riconoscimento: il rapporto tra due amici, il rapporto tra madre e figlio, tra nonno e nipote, tra fratello e sorella, tra badante e assistito».

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    TRANS-MODERNITA' CON BOCCHINO E GRANATA
    Pietrangelo Buttafuoco per "Il Foglio"
    Cosa hanno dovuto sentire le mie orecchie! Dunque: un capannello a Montecitorio. Ben tre parlamentari, tre campioni della destra di cui due moderni e uno, invece, ancora da avviare verso i beati lidi del futuro. Sono appunto futuristi di Fli e mentre Italo Bocchino dice: "Ancora non hai provato un transessuale?", Roberto Menia, che è quello ancora un poco attardato nei costumi e negli usi, destinatario della domanda, viene incalzato da Fabio Granata: "Devi proprio. Com'è possibile che tu non sia stato con un transessuale?".
    Il povero Menia, cui va la nostra incondizionata solidarietà, è preso come tra due fuochi. Bocchino insiste: "La nostra è la destra moderna, non siamo come quelli del Pdl che guardano solo le donne. Devi andarci". "Così è" sentenzia Granata nel frattempo che Menia, bofonchiando, se ne va facendo no e no con la testa…



    RADICALI LIBERI (DI RUBARE) - NON C’È SOLO LUSI E IL BUCO DI AN: ANCHE I RADICALI HANNO IL TESORIERE LADRO! - PASQUALE QUINTO (DETTO DANILO) CONDANNATO PER AVER USATO I SOLDI DEL PARTITO PER LE SUE SPESE PERSONALI: MULTE, BOLLETTE, CENTRI BENESSERE, RISTORANTI, HOTEL - ESILARANTE LEGGERE I COMMENTI MORALIZZATORI DI BONINO E STADERINI DI QUESTI GIORNI, PIENI DI SDEGNO VERSO “LA TRUFFA DEI RIMBORSI ELETTORALI” E I “PARTITI CHE DEVONO ANDARE A CASA”…
    Non c'è solo Luigi Lusi della Margherita fra i tesorieri di partito accusati di appropriazione indebita. Anche i radicali ci sono passati con l'ex tesoriere Pasquale Quinto, detto Danilo, condannato poche settimane fa in via definitiva a dieci mesi di reclusione per appropriazione indebita aggravata e continuata. Lo rivela Panorama da domani in edicola.
    Multe, bollette, centri benessere, ristoranti, hotel: queste spese personali venivano iscritte nel bilancio dei radicali come sopravvenienze passive da parte del tesoriere, per anni stretto collaboratore di Marco Pannella.



    Camorra, 41 arresti a Napoli Due cantanti neo melodici inneggiavano al "capo clan"
    I carabinieri hanno fermato 41 affiliati della camorra. Indagati anche due cantanti neo melodici accusati di istigazione a delinquere.
    di Luisa De Montis -
    Nuova operazione per i carabinieri della Compagnia di Torre del Greco, in provincia di Napoli, che questa mattina hanno eseguito 5 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di 41 affiliati a due dei clan della camorra in lotta per il controllo degli affari illeciti a Ercolano.
    Gli arrestati, dei clan Ascione-Papale e Iacomino-Birra, sono accusati di associazione di tipo mafioso, estorsione, omicidio, violazione alla legge sulle armi, rapina e spaccio di droga. Nel corso delle indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, i militari hanno anche identificato gli autori dell’omicidio di Raffaele Filosa, avvenuto a Ercolano l’8 luglio 2001, e del tentato omicidio di Vincenzo Durantini nel dicembre 2010. Tra le persone arrestate, tra cui quattro donne, 21 erano libere ma 20 erano già già detenute in carcere. L'operazione è frutto di indagini durate 14 mesi con intercettazioni ambientali e telefoniche.
    Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati, in via preventiva, beni mobili e immobili per un valore di 10 milioni di euro. Inoltre, i carabinieri hanno identificato i soggetti coinvolti nel traffico di armi durante e scoperto due filoni estorsivi ai danni di commercianti del luogo, che venivano continuamente sottoposti al pagamento del pizzo. In quest'indagine sono indagati anche due cantanti neo melodici, accusati di istigazione a delinquere. In base da quanto affermato dalla Procura di Napoli, sembra che con i testi delle loro canzoni e le immagini dei loro video, i cantanti avrebbero inneggiato alla camorra esaltandone atteggiamenti e abitudini. Uno dei due cantanti indagati è Lello Liberti, autore della canzone Il capoclan. Secondo i pm, la canzone vuole far credere che la camorra sia un fenomeno positivo, una fonte di aiuto per le famiglie povere e sfortunate. Nel testo della canzone si legge che: "per onore il capoclan nasconde la verità: è un uomo serio, non è vero che è cattivo". Per i pm, inoltre, la canzone spinge a ritenere giusto l’omicidio di chi tradisce o si pente".
    Camorra, 41 arresti a Napoli Due cantanti neo melodici inneggiavano al "capo clan" - Cronache - ilGiornale.it

    Anche la vita oggetto di speculazione
    Il bond sulla morte, ritratto della finanza
    Massimo Calvi
    La notizia è che una banca, la tedesca Deutsche Bank, si è messa a vendere prodotti finanziari per scommettere sulla morte delle persone. Non è uno scherzo. Il fondo si chiama «Db Kompass Life 3» e la sua attività è molto semplice: offre certificati che permettono di guadagnare sui decessi anticipati di 500 cittadini americani dai 72 agli 85 anni. Il campione di vecchietti, ovviamente, si è offerto volontario e ha messo a disposizione degli "investitori" tutte le cartelle cliniche necessarie a valutare i profili di rischio. Considerati i tempi di crisi, per i capitali in cerca di rendimenti può essere un buon affare anche in un’ottica – come direbbero gli esperti della materia – di diversificazione degli investimenti. Se infatti il prodotto "sottostante", cioè la vita dell’anziano in questione, durasse non più di un anno oltre la data di morte prevista, allora si potrebbe ottenere un rendimento del 6%. Al di sotto di questa soglia l’investitore perderebbe la metà della scommessa.
    L’aspetto inquietante della vicenda, come si può intuire, più che nella riduzione della vita umana a un calcolo probabilistico – in fondo le polizze vita ci sono sempre state – è nel sovvertimento di un ordine morale, nell’idea purtroppo molto attuale che l’economia e la finanza vengano prima della dignità e della vita delle persone, e non il contrario. Non si tratta più di un’assicurazione per proteggere i familiari dal rischio di una scomparsa prematura, ma di una allucinante scommessa finanziaria sul "default" di un essere umano. Che poi questo sia d’accordo o meno, cambia poco. E non sorprende che a protestare sia stata per prima proprio l’associazione delle banche tedesche, inorridita dalla facilità con cui sia stato oltrepassato un confine morale considerato invalicabile. Fino a poco fa la banca, come altre istituzioni finanziarie, aveva giocato con l’esistenza delle persone attraverso prodotti che si "limitavano" – si fa per dire – ad acquistare polizze vita di individui non più in grado di pagare i premi, passando a riscuotere in caso di decesso. Un affare, pare, da 700 milioni di euro.
    Ma il "bond morte", come è stato ribattezzato l’ultimo azzardo del mercato, supera ogni immaginazione. A ben vedere però rivela un modus operandi in linea con quanto avviene da tempo, tutti i giorni, sui mercati internazionali. I "creativi" della banca hanno semplicemente portato in un certificato la cultura economica e finanziaria della quale sono imbevuti, appresa sui banchi delle migliori università internazionali. L’idea, cioè, che lo strumento finanziario non debba servire a sostenere e migliorare l’economia reale – in questo caso la vita dei vecchietti o dei loro eredi – ma, cambiando la propria finalità, diventi un modo per realizzare il maggior profitto possibile speculando sulla vita delle persone, ridotte a oggetti, beni, merce di scambio. Quello che i nonni in questione forse non sanno è la capacità che a certi livelli ha ormai la finanza di condizionare l’economia reale, fino a trasformare le aspettative in esiti. Non è affatto escluso, per spiegarci, che quando i contratti sulla morte anticipata di un pensionato diventeranno numerosi, allora probabilmente molti altri scommettitori penseranno valga la pena investire sui certificati di morte. E qualcuno troverà il modo di fondare nuove agenzie per la valutazione del rischio, come si fa con i rating sugli Stati, così da tenere il mercato sotto controllo. Al primo colpo di tosse dell’anziano, poi, anche i medici incominceranno a comprare i bond morte, sperando di guadagnare a loro volta. E a quel punto nuovi investitori penseranno che la persona sia veramente sul punto di passare a miglior vita, e così lo "spread" con il bond del vicino di casa crescerà ulteriormente, facendo aumentare l’attesa per un funerale. Quando alla fine tutti avranno da guadagnarci nel "fallimento" del nonno è abbastanza probabile che l’avidità trovi molti alleati e ottenga il suo atteso sacrificio.
    Se questa vi sembra una storia già sentita non state sbagliando. La finanza speculativa ha già da tempo oltrepassato "quel" confine, come la crisi sta drammaticamente mettendo in luce. La caduta dell’ultimo velo di ipocrisia può solo aiutarci a prendere coscienza di quanto sia urgente ristabilire il giusto ordine dei valori anche in economia. Riportando gli strumenti al servizio della vita umana, e non il contrario.
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    I segni di una crisi della civiltà
    di Robi Ronza
    Il libertinaggio giovanile di massa, le convivenze pre-matrimoniali come pretesa via normale al matrimonio, il dilagare delle convivenze more uxorio e la scarsa disponibilità a procreare non sono la felice emancipazione da un’etica superata. Sono piuttosto un colossale spreco di risorse umane.
    Di fronte alle conseguenze socialmente e politicamente sempre più distruttive di tale stato di cose sarebbe ora di rimettere davvero in discussione questa “filosofia” che ha sempre ferito a morte tutte le classi sociali e tutte le civiltà che l’hanno fatta propria. Fu così per l’aristocrazia nobiliare nel ‘700 e per la borghesia nel ‘900. Adesso, nella misura in cui si dovesse davvero affermare come “filosofia” normale dell’Europa, dell’Occidente, porterebbe alla fine della nostra stessa civiltà euro-americana, ossia del nostro modo di vivere, del primato del diritto e in ultima analisi della libertà unita alla responsabilità.
    Dal momento che al riguardo la posta in gioco è in primo luogo la qualità della vita dell’uomo, la sua vita terrena, in epoche meno imbarbarite della presente non c’era bisogno di essere cristiani per criticare e contrastare questa deriva. Moltissimi “laici” erano sulle stesse posizioni. Oggi, direi purtroppo, ad opporsi a tale spreco c’è quasi soltanto gente di fede, c’è quasi soltanto la Chiesa, ossia i cristiani. E per di più non c’è, non ci siamo abbastanza. Sarebbe importante esserci di più, in modo molto ben motivato ma anche molto ben chiaro. Viviamo in una società aperta, dove tutti possono dire di tutto, e in linea di massima è bene che sia così. Allora però ce se ne deve avvalere stando in modo adeguato sul luogo del confronto più vero e decisivo, che è quello del dibattito culturale ad ogni livello, dal più elitario al più popolare. La sfera della politica, delle leggi, della pubblica amministrazione viene di conseguenza. Non è da lì che si parte, è lì che si arriva. La resistenza passiva non paga perché nel mondo in cui viviamo chi domina incontrastato sulla scena della cultura di massa può far passare per buona e per vera qualsiasi cosa.
    Venendo in particolare (ma in effetti è tutt’altro che un particolare) alle questioni umane di cui si diceva, non ci si può più lasciar infilare a bocca chiusa nella trappola secondo la quale la libertà e la felicità dell’uomo implicano il libertinaggio, la banalizzazione della sessualità, la svalutazione del matrimonio e la scarsa disponibilità ad accogliere la vita; e chi sostiene il contrario sarebbe invece l’anacronistico araldo di una infelice etica del “no” contro una presunta felice e molto umana etica del “sì”. L’attrazione sessuale è una forza potente, e tutto ci insegna, a partire dalle scienze fisiche, che una forza tanto più dispiega le proprie potenzialità quanto più è applicata in modo concentrato e costante. Perciò il libertinaggio giovanile, le convivenze pre-matrimoniali come pretesa via normale al matrimonio e il dilagare delle convivenze more uxorio, non sono – dicevamo - l’emancipazione da un’etica superata, quanto piuttosto un colossale spreco di risorse.
    Quindi il “no” della Chiesa, dei cristiani a tali pratiche e a tale stato di cose è in sostanza un “sì” alla valorizzazione di una grande risorsa umana. Un “sì” che ovviamente implica un “no” a usi impropri che ne causano lo spreco.
    Queste cose bisogna ricominciare a dirle e ridirle, a spiegarle e rispiegarle, a esprimerle e riesprimerle. I sacerdoti devono ricominciare ad affermarle e a spiegarle chiaramente nel loro insegnamento e nella loro predicazione, come oggi troppo spesso non fanno; e i laici devono fare la loro parte nella società civile, tanto con la vita di ogni giorno quanto, se ne hanno l’occasione e il talento, con le arti e con le lettere (di cui nella condizione moderna i più diversi mass media fanno parte a pieno titolo). Prima di scandalizzarci per quel che dicono gli altri dovremmo scandalizzarci per quel che non diciamo noi.
    Facciamo il caso così importante del matrimonio naturale e della sua indissolubilità. Se non affermiamo, dimostriamo e ribadiamo che l’unione eterosessuale è secondo natura mentre quella omosessuale è contro natura, allora anche questa evidente differenza viene meno. Se non spieghiamo che - a valle di una scelta libera, attraente e prudente – la stabilità dell’intesa matrimoniale è un punto di partenza e non punto d’arrivo, allora nel contesto odierno si arriva nientemeno che ad applicare per scombinata analogia all’unione tra uomo e donna il principio sperimentale attinto dalla sfera delle scienze naturali. E quindi a motivare come scelta ragionevole, quasi doverosa, la convivenza pre-matrimoniale: uno stato di vita che nel migliore dei casi è una perdita di tempo e nel peggiore un binario morto.
    Beninteso, nei singoli casi ognuna di queste pratiche può avere dei giustificati motivi che non si possono definitivamente giudicare in forza di criteri generali. Quando però tali fenomeni diventano comportamenti di massa allora in quanto tali non possono a mio avviso che venire valutati per quel che sono, ossia segni di una crisi di civiltà. Non a caso si registrano in tutte le civiltà al tramonto: nel nostro caso europeo sia nel Tardo Antico che al tramonto dell’Ancièn Régime.
    Nel mondo in cui viviamo la realtà, l’evidenza, non bastano più, non si difendono da sé. Una volta non c’era bisogno di dimostrare che gli asini non volano. Lo capivano tutti. Oggi non è più così. Può dispiacere, ma dobbiamo tenerne conto.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: I segni di una crisi della civiltà

    Salire sul tram a Milano e sentirsi dire: "Scusi, lei legge ai suoi bimbi le storie dei pinguini gay?"
    “Cosa ne pensa signora e signore? Non crede che libri così dovrebbero finalmente essere in dotazione alle maestre? Non pensa che i bambini debbano essere istruiti fin da piccoli alla diversità di famiglie? Cosa ne pensa di questi due pinguini-papà?”. E l’ovvietà che se sei democratico e non sei un “omofobo” non puoi non ammettere che la scuola deve aprirsi alla novità.
    Di Luigi Amicone
    Ore 14,30 di giovedì 9 febbraio. Accendete la radio e vi sintonizzate su una storica emittente della sinistra italiana, Radio Popolare. Apprendete in diretta quanto è fantasiosa la strategia del marketing pubblicitario dell’agenda GLBT (Gaylesbobisexualtrasgender).
    A Milano, due giovani attrici, ingaggiate da Radio Pop per fare rispettivamente la parte della mamma “diversa” e dell’educatrice “progressista”, salgono sul tramvai 12 e stimolano i passeggeri a reagire rispetto a un certo prodotto. Si tratta di un libro illustrato per bambini, dedicato, appunto, ai figli delle coppie gay e di cui si propone l’introduzione nelle scuole.
    “Cosa ne pensa signora e signore? Non crede che libri così dovrebbero finalmente essere in dotazione alle maestre? Non pensa che i bambini debbano essere istruiti fin da piccoli alla diversità di famiglie? Cosa ne pensa di questi due pinguini-papà?”.
    Naturalmente, come potrebbe accadere per qualsiasi prodotto di largo consumo – profumi, reggiseni, giarrettiere, sigarette eccetera – ogni passeggero del tram 12 dice la sua. E, naturalmente, circola nell’aria qualcosa di allegramente conformista. Col mainstream si è sempre un po’ in difficoltà a dire la propria, il martello del circuito mediatico è quello, i gusti sono gusti, c’è libertà e via pedalare. Perciò si avverte anche via radio questo strano imbarazzo dei più, pudore, timore a dire parole sbagliate, ansia di rispondere con parole giuste, tipo: “che male c’è?”, “i tempi cambiano”, “è il progresso”.
    Eppure stiamo parlando di un prodotto – libri illustrati per i più piccoli - di cui si propone il lancio in un mercato molto particolare (la scuola, i bambini). E lo si propone - nel caso con una finta mamma e una finta maestra - come se fossero cosmetici o reggiseni. Non fanno forse la stessa simpatia i testimoni di Geova che ti fermano all’angolo della strada o ti suonano al citofono per proporti la verità rivelata nei loro opuscoli?
    Così, molto similmente agli apostoli di un Geova, queste attrici sul tram recitano l’apostolato della religione rivelata che è sbarcata nelle Commissioni Onu e Ue. E che adesso, di passaggio su un tram, è lì a fare i suoi proseliti, la sua bella opera di promozione, senza dover star lì rispiegare presupposti (tipo che non esiste natura, non esiste verità, non esiste realtà) e l’ovvietà che se sei democratico e non sei un “omofobo” (invenzione lessicale per impedire che tu possa esprimere un pensiero diverso dal mainstream) non puoi non ammettere che la scuola deve aprirsi alla novità.
    “Ma i bambini non hanno problemi del genere”, bisbiglia una passeggera del 12. E allora? “Non crede signora che sarebbe bene che i bambini venissero preparati fin da piccoli?”. Suppergiù è la stessa cosa che disse qualche giorno fa la ministra Fornero, sebbene sia una cosa che non c’entri niente con l’articolo 18. Vabbè. Bisogna incominciare a martellarglieli in testa anche ai bambini certe cose. O volete lasciar filtrare in pubblico il pensiero che non è vero che magari i bambini crescono meglio con due papà o con due mamme, piuttosto che con quei vecchi arnesi di uomo e donna?
    Benissimo, se questo è il mainstream progressista e colto, e a forte processo top-down, cioè dalle élite verso il basso, da Goldman Sachs (il cui AD ha appena fatto il suo atto di sottomissione e devozione all’agenda gay) a Radio Popolare, uno si chiede: e il compagno Pier Paolo Pasolini dov’è finito? Dov’è finito l’esame critico dell’omologazione, la libertà di pensiero, la critica ai rapporti di produzione e di riproduzione, quando l’agenda diventa urgenza di promozione ideologica e consumistica?
    Già, una volta si andava al Cinema Mexico a rivedere per la trentesima volta un musical rock trasgressivo fatto di travestimenti e di ironia gay. Adesso si va sul tram e, come una setta avventista qualsiasi o commesse dell’Oreal, si vendono e si comprano prodotti di largo consumo capitalista che producono gli impiegati alla Glbt. Con i migliori auguri, di ovuli surgelati, di embrioni brevettati e di bambini pionieri, delle multinazionali.
    Salire sul tram a Milano e sentirsi dire: "Scusi, lei legge ai suoi bimbi le storie dei pinguini gay?" | Tempi

    FAMIGLIA CON DUE MAMME. SALVINI: NO LIBRO AI BAMBINI
    di REDAZIONE
    Non si è fatto quasi in tempo ad archiviare a Milano le polemiche sul libro ‘Piccolo uovo’ di Altan, in cui un uovo trova i genitori perfetti in una coppia di pinguini omosessuali, che un caso simile si appresta a scoppiare. Questa volta è il capogruppo della Lega a Palazzo Marino Matteo Salvini a segnalare le proteste di alcuni genitori per la presenza nelle biblioteche comunali di un testo su una famiglia formata da due donne che diventano mamme di un bimbo. Un testo di cui chiede al sindaco, con un’interrogazione, il ritiro. Il libro illustrato ‘Piccola storia di una famiglia’ racconta infatti la vicenda di Meri e Franci, che «volevano fare una famiglia proprio come un uomo e una donna», è scritto nel volume che prosegue con un viaggio in una clinica in Olanda dove Franci «si è fatta dare un semino» da cui nascerà Margherita che «ha due mamme» che sono «i suoi genitori». L’esponente del Carroccio, che nega ogni «bigottismo e integralismo», registra però «le decine di proteste di genitori» a proposito del libro, presente in numerose biblioteche comunali, «che vuole presentare ai bimbi come ‘nuova famiglia – spiega Salvini – l’unione di due donne. La Lega però chiede con una interrogazione al sindaco «se sia opportuno mettere in mano a bimbe e bimbi di 6 anni un testo come quello a noi segnalato» che per i ‘lumbard’ rischia di «aggiungere ulteriore confusione e dubbi anche nei più piccoli» e per questo sarebbe «inopportuno». Perciò, «ci aspettiamo che il Comune ritiri, o quanto meno riservi alla lettura di un pubblico più adulto – è la proposta – un libro come questo».
    FAMIGLIA CON DUE MAMME. SALVINI: NO LIBRO AI BAMBINI | L'Indipendenza


    Siamo ritardati culturali
    di Riccardo Cascioli
    Quando il presidente Napolitano partorì il “governo dei tecnici” noi dicemmo subito che era un inganno. Anche se un governo ha il compito principale di sistemare un problema – in questo caso l’economia – è ovvio che in due anni di mandato deve fare anche tutte le altre cose necessarie a gestire il paese, e per il quale sono necessarie scelte politiche. Non ci sono scelte neutre, a dire il vero neanche in economia, e per questo reputavamo grave il sostegno a un esecutivo che gli italiani non avevano scelto. L’ultima uscita del ministro del Welfare Elsa Fornero ci conferma più che mai nel nostro giudizio.
    Cosa ha fatto dunque il ministro Fornero? Parlando alla Commissione Affari Costituzionali e Lavoro della Camera, esponendo il suo programma per le pari opportunità, ha espresso con forza il suo impegno contro la discriminazione di omosessuali e transgender: “Un dato che è sotto gli occhi di tutti è il ritardo culturale, di apertura mentale, che il nostro Paese rappresenta in tema di pari opportunità… La diversità è un valore, deve essere tra le cose che i bambini imparano da piccoli. I semi si gettano tra bambini e soprattutto nelle scuole”, e su questo ha parlato di collaborazione già avviata con il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo: “Bisogna superare i ritardi culturali enormi, anche geografici”, ha concluso.
    Dunque, questo governo ha deciso di mettere la questione omosessuale al centro della sua azione, e non – contrariamente a quanto si dice – per eliminare presunte discriminazioni, ma per imporre la “normalità” dell’unione omosessuale. In altre parole, non si tratta di intervenire legittimamente per evitare eventuali discriminazioni – che so – nell’accesso al lavoro: da nessuna parte infatti oggi in Italia si devono riempire formulari in cui si deve dichiarare il proprio orientamento sessuale, in base al quale si fanno poi delle scelte. Si tratta invece di riconoscere le unioni gay e parificarle a quelle tra uomo e donna, e tutte e due al matrimonio. Cioè si tratta di portare a compimento quella rivoluzione antropologica già iniziata in Occidente che, negando la legge naturale, vuole superare la divisione oggettiva in sessi (maschio e femmina) per affermare l’autodeterminazione dell’orientamento sessuale (mi sento maschio, femmina, trans, travestito a prescindere da ciò di cui la natura mi ha dotato).
    Come ognuno può capire non si tratta di questioni “tecniche” ma culturali e politiche. Ad onor del vero anche il precedente ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, era sulla stessa lunghezza d’onda, ma la maggioranza in cui era stata eletta, e il doverne rispondere agli elettori che avevano votato per tutt’altro, aveva impedito che le intenzioni del ministro si traducessero in realtà. Così, ad esempio, fu bocciato il disegno di legge sull’omofobia, che ora possiamo immaginare verrà ripresentato, ovviamente dando anche dei “ritardati culturali” a coloro che vorranno continuare ad opporsi. Ricordiamo al proposito che la proposta di legge contro l’omofobia non combatte le discriminazioni ma crea una categoria di privilegiati, discriminando tutti gli altri. In particolare, tacciando di omofobia tutti coloro che ritengono il riconoscimento delle unioni omosessuali contrarie alla legge naturale, Papa in testa.
    Ma la Fornero va ben oltre e parla di educazione da impartire a scuola ai bambini, e già ci starebbe lavorando insieme al ministro dell’Istruzione. E’ qui che la rivoluzione antropologica può davvero vincere: lo Stato si appropria dei bambini – tanto con il tempo pieno o prolungato già dall’infanzia spendono più tempo con maestre e assistenti che non con i genitori -, e fin dalla più tenera età insegna loro che essere attratti da persone di un altro sesso o dello stesso sesso non fa differenza, anzi una singola persona può essere diverse cose nella sua vita, si indossa il sesso così come si indossa un vestito. Vuoi mettere che bello poter scegliere tra tante opzioni diverse invece che essere costretto dalla nascita alla morte a un solo sesso, che ci troviamo addosso senza aver potuto neanche esprimere la propria opinione?
    La realtà è che mentre siamo tutti attenti a spread e pensioni, nel frattempo va avanti un altro programma, altre riforme che incideranno maggiormente sul nostro futuro, anche rispetto alle scelte economiche. Anzi, avranno tra l'altro la conseguenza di minare alla radice ogni serio tentativo di far ripartire l’economia di questo paese. Perché la promozione delle unioni gay, la loro equiparazione al matrimonio, la riduzione dell’amore a sentimento soggettivo, costituisce la strada per il definitivo disfacimento della famiglia, come l’esperienza dei paesi scandinavi ci insegna. Se alla radice della crisi economica e dei problemi immigratori c’è anche il bassissimo tasso di fertilità, se la strada della ripresa passa dal rafforzamento della famiglia, è ovvio che quanto vuole realizzare la Fornero va esattamente nella direzione opposta.
    Sicuramente non sarà la Fornero a decidere da sola, pur essendo titolare di un ministero chiave. Per questo è urgente che gli altri ministri si pronuncino su questo punto, perché il silenzio in queste cose – si sa - vale come assenso, come dare il via libera, magari girandosi dall’altra parte facendo finta di non vedere. E in particolare è urgente che prendano posizione coloro che più dovrebbero avere familiarità con le nozioni di diritto naturale, visto che il Papa su questo punto sta intensificando i suoi interventi. A meno che non siano troppo distratti dai preparativi per creare il nuovo partito “cristiano”.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Siamo ritardati culturali

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Sarò bacchettone, ma è volgarità da caserma
    E va bene, se nessuno se la sente più di passare per bacchettone, mi offro volontario
    di Cristiano Gatti
    E va bene, se nessuno se la sente più di passare per bacchettone, mi offro volontario. Qui tutti ormai si nascondono dietro il comodo conformismo della modernità e dell’apertura mentale, dei costumi evoluti e della nuova morale. Ma visto che da tre giorni il centro del dibattito nazionale è fermo a pochissimi millimetri, sulla sinistra, dal centro di Belén, trovo davvero allarmante che nessuno si senta in dovere di sollevare qualche sano giudizio di censura, di condanna e - diciamolo pure - di disgusto. Non sono bacchettone, non sono gay, eppure non ho nessuna difficoltà a definire quei momenti di televisione con l’unica definizione adeguata: in prima serata, sul canale più importante e più famigliare, siamo a pochi millimetri dalla pornografia.
    Belén ovviamente non c’entra nulla. Lei usa le armi che vuole. E comunque non mi si venga a spiegare che la sua esibizione è eccitante, perché con l’antica tecnica vedo non vedo lascia immaginare le più allupanti segretezze. Purtroppo, di Belén non c’è più niente che non sia visto e stravisto: da mesi il suo simpatico fidanzato della prima ora ha mandato su Internet un filmato in cui la ragazza, non ancora diciottenne, dimostra sul campo di conoscere già a memoria tutto il kamasutra.
    Il problema non è Belén. Il problema è questa nostra Rai che non ha più ritegno. Per raccattare clamore, il servizio pubblico non esita a sguazzare nel cafone, arrivando senza scrupoli a pochi millimetri dalle vergogne. Questi dirigenti, queste commissioni di vigilanza, questi arbitri pavidi e opportunisti non osano più vietare nulla a nessuno, magari in nome del buongusto e dell’estetica. Mandano il commissario politico Marano come badante di Celentano, ma nessuno che si prenda la briga di dire a Belén senti ragazza mia, questo genere di marketing personale va benissimo alla gara di lap-dance, ma qui a Sanremo non se ne parla proprio. Rimettiti le mutande e pedala.
    La cosa più comica è che da mesi leggo sui giornali questi indignatissimi pistolotti sui nostri ragazzi, smidollati e farfalloni, che invece devono rimboccarsi le maniche e scommettere sul lavoro. Come no. Voglio proprio vedere adesso i genitori d’Italia che vanno dalle loro ragazze con discorsi del tipo impegnati, studia, pensa se un domani riesci a vincere un dottorato in biologia o in filologia romanza... Come minimo, quelle sono autorizzate a dare risposte del tipo papà, se mi dai molto meno mi faccio una farfalla dove so io, poi vedi il carrierone.
    E comunque basta, per favore basta, diamo un taglio a questa idea che noi uomini italiani siamo sempre lì con la bava alla bocca e la lingua di fuori in attesa di un pube al vento, rubacchiato su Raiuno. La ganza che mostra la farfalla stava appesa tanti anni fa dentro gli armadietti delle caserme, sui muri dei gommisti, ai finestrini dei Tir. Ma da lì in poi c’è capitato di vedere anche altro. Le vestine che si aprono sulla farfalla sono ferme a quel livello, come se il tempo non fosse mai passato. Non è bellezza, è volgarità. Non è erotismo, è pecoreccio.
    Eppure, a quanto pare, questo è il Paese. Il caso Belén non è scandaloso per quello che mostra, ma per quello che dimostra. Se un popolo si riduce a sbirciare dentro a uno spacco, interrogandosi da giorni per scoprire se una cortigiana porti le mutande, credo ci sia ancora molto lavoro da fare. M’era sembrato di capire che fossimo entrati in una stagione nuova e diversa, dove anche il gusto e l’estetica stessero cercando di ricalibrarsi su livelli diversi. Evidentemente ho capito male. Chiedo il permesso e scendo. Se devo stare tra i bacchettoni, me ne sto tra i bacchettoni. Andate tranquilli per la vostra strada, lasciateci pure indietro.
    Sarò bacchettone, ma è volgarità da caserma - Interni - ilGiornale.it

    La farfalla di Belen
    Autore: Buggio, Nerella
    Che Belen avesse o no le mutande, poco conta
    Dopo le provocazioni di Celentano a tenere desta l’attenzione sul Festival della Canzone Italiana è stata la farfalla che Belen ha tatuata sull’inguine e che ha prontamente esibito con un abito studiato ad hoc perché uno spacco vertiginoso non lasciasse spazio all’immaginazione.
    Tutti a chiedersi se la soubrette aveva o non aveva le mutande, come se fossero due centimetri di pizzo in più o in meno a cambiare la sostanza.
    Meno male che Belen è schietta, e non ha finto che si fosse trattato di un imprevisto, di una cucitura venuta male, un incidente di percorso, no, ha rilasciato un’intervista dove ha chiarito:
    "Sono la donna delle provocazioni, mi piacciono i contrasti. La prima sera mi sono presentata come una principessa, con i capelli raccolti e il vestito nero; la seconda ho esagerato. Ho fatto, com'è che si dice... l'ammaliatrice. Ma gli slip c'erano", (ora siamo più tranquilli?) e poi per ribattere alle dichiarazioni del Ministro Fornero ha aggiunto: "Faccio parte del mondo della tv e la tv è show. Non scrivo le leggi. Farebbe clamore se fosse una parlamentare a scendere le scale con quello spacco".
    A dire il vero che Belen avesse o no le mutande, poco conta, è chiaro a tutti che ogni mezzo vale per tenere il popolo attaccato alla tv.
    Dell’immagine che diamo all’estero, poco importa. Si tratti di rifiuti che soffocano le città o di Festival che dovrebbero essere della canzone Italiana e non del delirio di onnipotenza di un predicatore o della farfalla inguinale di una furba soubrette a nessuno importa nulla se non del ritorno di audience.
    Come a nessuno importa davvero dell’immagine veicolata ai giovani, siamo il paese dove il cantante minorenne non può cantare dopo mezzanotte, ma sul palco del Festival si sprecano i doppi sensi, e le allusioni.
    Che fare? Spegnere come fa il ministro Elsa Fornero? Anche.
    Che dire? Predicare come fa Celentano? Ne abbiamo abbastanza di prediche e sfide a singolar tenzone.
    Diceva De Andrè “si sa che la gente da' buoni consigli, se non può dare cattivo esempio.”
    Io direi che non rimane che “educare”.
    Sfidare il relativismo che impregna ogni ambito della nostra vita, riscoprendo la forza della bellezza, la necessità di ricominciare ad assumersi delle responsabilità, nei confronti dei figli, della famiglia, della società.
    Crescere figli che possano vedere esempi buoni, lavorare perché i giovani capiscano che ci si può appassionare alla vita e che la passione per la vita rende tutto nuovo, lo studio, il lavoro la fatica. Educare giovani capaci di lottare per la libertà, non confondendola con la possibilità di fare ciò che si vuole, ma di amare ciò che conta.
    Solo così ci saranno donne capaci di valorizzare la bellezza come un dono caduco, arriverà il giorno in cui le rughe vinceranno, il seno soccomberà alla forza di gravità, ma se si sarà veramente vissuto, vincerà il fascino di chi ha molto amato, e intensamente vissuto.
    Certo, non è facile, è come risalire la corrente, ma non vedo altro modo di cambiare il mondo e costruire il futuro se non quello di ripartire dall’IO, dalla bellezza, dall'allegria, dalla riscoperta del vero senso del vivere.

    Preghiera
    di Camillo Langone
    Carlo Giovanardi mi chiede come sia possibile che, su certi argomenti, chi parla con buon senso venga mediaticamente linciato. E’ possibilissimo, gli dico. Basta rileggersi Alessandro Manzoni: “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”. E’ una considerazione valida per la secentesca caccia all’untore, per la presente caccia all’omofobo, per ogni violenza collettiva nei confronti di singoli disarmati. Giovanardi è stato aggredito per aver detto a Radio24 che un pubblico bacio lesbico lo infastidisce quanto una pubblica minzione. Formulazione cautissima, quella del mio amico: a me, ad esempio, la minzione infastidisce meno, essendo qualcosa di naturale.
    Comunque, è bastato questo poco perché la deputata democratica (sottolineo democratica) Paola Concia auspicasse per Giovanardi il carcere (sottolineo carcere). Sottoposto a minacce del genere, è ovvio che il buon senso si acquatti per non passare guai. Senza più un contesto di assennatezza, a noi amanti della libertà di espressione non rimane che ripararci dietro la Bibbia. D’ora in avanti ogni volta che parleremo di sodomiti dovremo farci scudo con i versetti che dimostrano quanto Dio abbia i sodomiti in uggia. Ci uccideranno lo stesso? Può darsi, ma prima dovranno prendersi la briga di abbattere le cattedrali.




 

 
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