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Discussione: Il deserto avanza

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    I diritti dei bambini secondo il televideo
    di Riccardo Zenobi
    Che in Francia il governo Hollande voglia aprire (letteralmente: far scoppiare) la “famiglia” anche a coppie omosessuali non è una novità, né una notizia. Che ci siano state 800mila persone di tutti gli orientamenti politici e religiosi (non ultimo degli omosessuali che non si allineano all’agenda del movimento gay) a manifestare contro questa imposizione non è una novità, né una notizia. Che i media abbiano liquidato tutta la faccenda come la lotta di una “minoranza cattolica oscurantista” contro le “libertà fondamentali di uno stato laico” non è una novità, né una notizia.
    Ciò che costituisce novità e notizia è invece che un giornalista della RAI, tal Rodolfo Fellini, abbia sul televideo rigirato la frittata in un modo talmente acrobatico che al confronto i trapezisti del circo Togni sono dei novellini: ha, testualmente, affermato che “un bambino avrà dunque il diritto giuridico ad avere due padri o due madri”. Testuali parole reperibili sul televideo RAI, se(r)vizio pubblico.
    Una persona che non ha mai sentito la faccenda del “matrimonio” gay cosa deve capire? Che sono i bambini a guadagnarci in questa faccenda, vedendosi riconosciuto un diritto che spetta loro giuridicamente e naturalmente. Poi però si chiederebbe “ma i bambini hanno mai chiesto un tale diritto? Davvero il matrimonio gay viene fatto per dare questo diritto ai bambini? O si tratta di una vera e propria presa per il culo?” Personalmente opto per l’ultima considerazione: la tv di stato, pubblica e neutrale, assolutamente laica e che non impone nulla a nessuno, comincia a prendere in giro coloro che la stanno mantenendo con il canone. Non vedo altra spiegazione possibile per un ragionamento così contorto che qualunque persona con un po’ di intelligenza capisce essere un semplice escamotage propagandistico.
    Va bene che in questo inizio di millennio mettiamo la parola “diritto” un po' dappertutto (non è passata inosservata la proposta del “diritto dei disabili alla sessualità”, ovviamente da sostenere con i soldi pubblici), ma che i cosiddetti “diritti gay” venissero trasformati in diritti dei bambini non me lo sarei mai aspettato. D’accordo che ci si può aspettare di tutto, una volta che non c’è più un criterio oggettivo per dire cosa è diritto e cosa non lo è, ma si sospetta che un giornalista di una televisione pubblica abbia un po’ di cervello per capire almeno di cosa stia parlando, anche perché l’alternativa è che si tratti di una persona che *davvero* crede che una coppia di genitori gay sia un diritto del bambino. Nel primo caso si tratta di uno stupido, nel secondo caso di un idiota.
    Ma la questione, al di là del caso singolo, è più ampia, e ben capita da Giuliano Ferrara sul Foglio: per far passare leggi favorevoli alle coppie omosessuali si ricorre a tutto, anche alla presa per i fondelli. Se il ministro della cultura inglese è favorevole alle nozze gay perché “il matrimonio va tutelato” vuol dire che le argomentazioni non hanno più alcun senso, ma soprattutto che c’è gente che si beve queste idiozie, che non troverebbero posto nemmeno nelle barzellette, ma che ne trovano in politica ai massimi livelli. Ma se un ministro dice simili cose, vuol dire che qualcuno se le beve, altrimenti se ne starebbe zitto. Quindi o il ministro è stupido perché si beve queste cose, o è stupida la parte del popolo che ci crede. O tutti e due insieme.
    Come diceva il nume tutelare del nostro sito, “ogni popolo ha i governanti che merita”. E anche i giornalisti, aggiungo io.
    I diritti dei bambini secondo il televideo ~ CampariedeMaistre

    No del rabbino di Torino ai matrimonio gay, «pena la dissoluzione della società stessa»
    Alberto Moshe Somekh, rabbino della comunità ebraica di Torino, interviene sull’Osservatore Romano: «Ben venga la collaborazione con la Chiesa cattolica»
    Benedetta Frigerio
    «Ben venga dunque la collaborazione con i vertici della Chiesa cattolica, con la quale per molti versi il mondo ebraico può sviluppare un’adeguata azione comune per la difesa della dignità, della stabilità e della sacralità della famiglia, richiamandosi agli insegnamenti della tradizione biblica fin dai primordi: “E l’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e saranno un’unica carne”». Così è intervenuto sulle pagine dell’Osservatore Romano, Alberto Moshe Somekh, rabbino della comunità ebraica di Torino.
    PERCHE’ PARLARNE. Come quello del rabbino di Francia, Gilles Bernheim, che Somekh ringrazia per aver rotto il silenzio, il suo intervento è significativo perché potrebbe contrastare con «l’antico diritto talmudico», che «proibisce in linea di principio che questioni di natura sessuale vengano trattate “coram populo” per il timore che ascoltatori non adeguatamente preparati possano fraintendere i dettagli talvolta sottili della Legge e compiere atti illeciti pensando che siano permessi». Ma, sottolinea il rabbino, proprio perché «negli ultimi decenni queste tematiche sono state affrontate dai media in modo tanto plateale quanto incompleto e parziale», è diventata «addirittura necessaria» una «puntualizzazione adeguata e accurata degli argomenti in questione». Inoltre, sottolinea Somekh, «nell’ebraismo è l’azione che ha importanza teologica assai più del sentimento e del pensiero».
    PERCHE’ NON LEGALIZZARE. L’ultima considerazione è sul messaggio del rav Bernheim sullo Stato che non può «riconoscere benefici legali a un comportamento trasgressivo». Ricordando che neppure prima del cristianesimo le società hanno mai legalizzato tale pratica, il rabbino ha spiegato: «Millecinquecento anni fa, anche quei “figli di Noè” che non si astenevano dalle pratiche omosessuali avevano almeno il pudore di non redigere un contratto nuziale fra le parti». Questo perché da sempre l’uomo sa che «scelte che attengono alla sfera più intima del singolo individuo, alle sue inclinazioni e alla sua coscienza personale, non possono divenire oggetto di un riconoscimento formale, né dar luogo a un iter legislativo, e tanto meno assurgere a valore di riferimento del costume sociale, pena la dissoluzione della società stessa». Di qui la consapevolezza di un ordine non sovvertibile, pena la distruzione della società, per cui «l’omosessualità non fa parte del piano della Creazione». E per cui «solo nell’unione solenne di marito e moglie trova dimora la Presenza Divina».
    Rabbino di Torino contro le nozze gay | Tempi.it

    Manifesto a favore della famiglia, contro i matrimoni gay
    Cari amici vi invio una paginetta, semplice semplice, scritta per rispondere alle obiezioni di alcuni amici. Vi chiedo di pubblicarla e chiedo ai lettori di stamparne ognuno tante copie, per darle ad amici, colleghi, sacerdoti… bersaniani, vendoliani che siano…Ognuno faccia ciò che può..per i diritti dei bambini. Cordialiter. L.V.
    Senza nessuna preclusione o discriminazione verso persona alcuna; considerando ogni creatura umana, quale che sia la sua storia e il suo credo, di pari dignità e valore, noi crediamo che:
    1) Uomo e donna, uguali in dignità, hanno caratteristiche, valori peculiari diversi. Lo vediamo in ogni ambito della vita. Tale specificità è ben evidente anzitutto a livello fisico: l’uomo è tale per fisiologia, caratteristiche ormonali, genitali ecc. La donna, a sua volta, ha caratteristiche diverse, ma complementari. Si pensi all’apparato riproduttivo: quello della donna è complementare a quello dell’uomo. Questo è un dato di natura, non, come sostengono i teorici del movimento gay, un dato culturale (cioè imposto dall’esterno). Ognuno di noi è nato da questa complementarietà: l’unione di un uomo e di una donna, di uno spermatozoo maschile e di un ovulo femminile ( matrimoni gay tra ovuli ed ovuli, spermatozoi e spermatozoi, non sono realizzabili neppure in laboratorio).

    2) Psicologia e psichiatria, ma anche letteratura, sociologia ecc… dimostrano che la complementarietà è molto più che solo fisica, corporale: è psicologica. Ciò significa che uomo e donna vedono la realtà sotto luci differenti, con lenti differenti, e, anche qui, non vi è uno che veda meglio o uno che veda peggio: si vede in modo complementare.
    Ciò significa che un figlio ha bisogno dell’apporto materno e di quello paterno. Nessuno dei due genitori è inutile. Ognuno è fondamentale per una corretta, equilibrata crescita dell’individuo. Ogni figlio ha diritto non solo ad essere concepito da un padre e da una madre, ma anche ad essere educato da un padre e da una madre. Come ha scritto un laico come Ernesto Galli della Loggia sul Corriere: «Tutto l’affetto del mondo non basta a produrre le strutture psichiche basilari che rispondono al bisogno del bambino di sapere da dove egli viene. Il bambino non si costituisce che differenziandosi, e ciò suppone innanzi tutto che sappia a chi rassomiglia. Egli ha bisogno di sapere di essere il frutto dell’amore e dell’unione di un uomo, suo padre, e di una donna, sua madre, in virtù della differenza sessuale dei suoi genitori».

    3) Il matrimonio omosessuale vuole negare tutto questo: oggi, in Spagna, in Inghilterra, in vari paesi del mondo questa istituzione comporta, coerentemente, la possibilità di adottare dei figli. Ciò significa che due uomini gay, se “sposati” possono: a) accedere alle banche degli ovuli (con tutto ciò che ciò comporta, di negativo, sul piano fisico e psicologico, per le donne che li vendono); b) affittare un utero (come spesso accade di donne povere e disperate, con la relativa nascita di nuove schiave, le “venditrici d’utero”); c) allevare un bambino che non conoscerà mai la madre biologica, verrà separato forzatamente dalla madre gestazionale e non avrà mai una madre affettiva. Se invece si tratta di donne lesbiche, costoro, come in vari paesi del Nord Europa, acquisteranno del seme maschile e si auto-insemineranno, negando al loro figlio il diritto al padre.
    A ciò si aggiunga la fragilità dei rapporti omosessuali. D. McWirther e A. Mattison, che sono ricercatori gay (quindi non sospettabili di parzialità), hanno esaminato 156 coppie omosessuali: solo 7 di queste avevano avuto una relazione esclusiva, ma comunque nessuna era durata più di 5 anni. Le relazioni omosessuali durano in media un anno e mezzo i maschi gay hanno mediamente 8 partner in un anno fuori dal rapporto principale (Xiridou, 2003)
    “Matrimonio gay” significa violare il diritto fondamentale di ogni bambino a nascere con un padre e una madre. Non sono coloro che la pensano in questo modo, a discriminare. Al contrario discrimina l’adulto che, facendo leva sulla legge del più forte, decide di privare una creatura innocente e debole dei suoi diritti naturali.
    http://www.libertaepersona.org/wordp...y/#more-119859

    Dalla Russia un no alla propaganda omosex
    di Tommaso Scandroglio
    La Duma, il Parlamento russo, l’ha fatta grossa. Venerdì scorso ha infatti approvato una legge che vieta la propaganda omosessuale a danno dei minori.
    Apriti cielo: tutti i maggiori media hanno detto peste e corna di questa nuova norma che per diventare definitiva dovrà essere esaminata altre due volte dalla Camera Bassa, ricevere l’approvazione dal Consiglio Federale e infine essere firmata dal presidente Vladimir Putin.
    La legge, che prevede sanzioni pecuniarie tra i 125 e i 12.500 euro e che si applicherà a tutto il territorio nazionale, ricalca alcuni provvedimenti amministrativi simili già in vigore a San Pietroburgo, Kaliningrad e in altre metropoli russe.
    Ma cosa prevede di tanto scandaloso questo disegno di legge? Ecco il passaggio incriminato: saranno vietate “azioni pubbliche mirate a promuovere la sodomia, il lesbismo, la bisessualità e il transgender tra i minori”. Il divieto non riguarda i singoli, ma gli enti, come le scuole, le associazioni, le fondazioni, etc.
    Messe al bando dunque le lezioni scolastiche alternative pro-gay, il volantinaggio da parte di associazioni omosessuali davanti alle scuole, le pubblicità in cui due uomini si baciano trasmesse in televisione durante la fascia protetta, ed altro ancora, sempre che il loro contenuto possa essere visto, ascoltato o letto da dei bambini.
    Perché la Duma ha preso questo provvedimento? Ce lo spiega Yelena Mizulina, presidente della Commissione degli Affari della famiglia che in merito all’omosessualità afferma: “La sua propaganda senza freno la troviamo ovunque”. Le fa eco Dmitri Pershin, responsabile del Dipartimento giovani della Chiesa ortodossa moscovita: “La determinazione mostrata dai rappresentanti delle minoranze sessuali di continuare a manifestare davanti a istituti per l’infanzia, indica la tempestività di questa legge regionale, che dovrebbe ottenere status federale. Aiuterà a proteggere i bambini dalla manipolazione condotta da minoranze che promuovono la sodomia”.
    La legge perciò non è tanto contro il pensiero gay bensì a tutela dei bambini. L’intento è quello di contrastare un pressing culturale omofiliaco che si insinua fin dentro le aule scolastiche e mentre i bambini fanno merenda al pomeriggio davanti alla TV a casa loro. Una sorta di catenaccio contro una strategia furba e iniqua che mira a indottrinare l’infanzia e la fanciullezza, quando il bambino è sprovvisto di quegli strumenti critici indispensabili per vagliare con maturità le informazioni che gli provengono dagli adulti.
    Un altro motivo pare che sia anche una certa preoccupazione da parte delle autorità di favorire la famiglia naturale fondata sul matrimonio, l’unico modello capace di assicurare un futuro alla nazione. Infatti Putin non molto tempo fa, pungolato sul tema dell’omosessualità, tagliò corto ed affermò: "La Russia ha un problema demografico, io ho il dovere di occuparmi dei diritti delle coppie che generano prole".
    Legge antidemocratica questa? Per nulla dato che è stata approvata con 388 voti a favore, un contrario e un astenuto. Legge che però contrasta con il sentito comune? Anche in questo caso la risposta è negativa.
    Un recente sondaggio dell’Istituto Levada Center, condotto in 45 regioni, rende noto che il 65% dei russi è favorevole al disegno di legge del Parlamento, due terzi inoltre considera l’omosessualità una malattia – in particolare il 66% degli interpellati qualifica le relazioni omosessuali come “ripugnanti” – e approva la decisione dell’Esercito di radiare chi abbia tendenze omosessuali.
    Questo esteso sentimento verso i valori tradizionali poi portò il comune di Mosca lo scorso 17 agosto a proibire il Gay Pride per 100 anni, decisione drastica presa dopo che per ben sei volte gli attivisti gay manifestarono senza autorizzazione.
    Ora in casa nostra giornali come Repubblica, Il Fatto Quotidiano, l’Unità si stracciano le vesti e rimangono indignati per la decisione del governo russo. Eppure la legge è espressione come abbiamo visto di una decisione democraticamente assunta da un parlamento legittimo e largamente condivisa.
    Ora il popolo, il collettivo – che nel rosso immaginario di queste testate è la stella polare di ogni iniziativa – non ha, come il cliente, sempre ragione? Possibile che la base debba essere ascoltata solo quando le idee che partorisce siano in consonanza con quelle di una certa elite rivoluzionaria e invece debbano essere cestinante quando non sono politicamente corrette? Vogliamo o non vogliamo essere democratici fino in fondo, sempre e comunque? Inoltre questi nipotini di Stalin che scrivono sulla carta stampata paradossalmente sono costretti a considerare quest’ultimo come un conservatore vecchio stampo dato che nel 1934 introdusse il reato di omosessualità, reato che fu depenalizzato solo nel 1993.
    Ma si sa, il vero progressismo non guarda in faccia a nessuno, nemmeno ai propri padri. Infine una curiosità. Come si accennava, il provvedimento della Duma ricalca uno analogo adottato dalla municipalità di San Pietroburgo. Lo scorso novembre la giunta Pisapia decise di rompere il gemellaggio con questa città in segno di protesta (solo Lega e Pdl furono contrari). Viene da chiedersi perché non hanno rotto anche il gemellaggio con la città di Gerusalemme – altra città gemellata con Milano - dato che dal 2005 ai palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania è precluso l’accesso alla moschea di al-Aqsa, che sorge nella zone est della città ed il terzo sito sacro dell’Islam. Oltre a ciò molti altri luoghi sono interdetti ai palestinesi – compresi quelli convertiti al cristianesimo - i quali ovviamente non possono in alcun modo far propaganda religiosa. Evidentemente la libertà di religione vale nulla rispetto a quella di baciarsi in pubblico davanti a un bambino.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Dalla Russia un no alla propaganda omosex

    Sodoma alla guerra
    BY ROBERTO MANFREDINI
    “Our gay brothers and sisters”
    Nel discorso di insediamento per il suo secondo mandato, Barack Obama ha giurato eterna fedeltà alla lobby gay: Our journey is not complete until our gay brothers and sisters are treated like anyone else under the law («Il nostro viaggio non sarà completo fino a quando i gay non saranno trattati come tutti gli altri»).
    Sappiamo che nel 2008 il Presidente affermava tutt’altro: «Credo che il matrimonio debba essere tra un uomo e una donna. Come cristiano, ritengo anche che questa unione sia sacra» (CNN). Cambiò velocemente idea quando scoprì l’immenso potere degli omosessalisti organizzati. Dalla prima elezione in avanti la sua devozione verso la mafia LGBT ha raggiunto il punto di non ritorno: tuttavia nemmeno il “Mese dell’orgoglio lesbico-gay-bisessuale e transgender” (proclamato puntualmente a ogni giugno, nel 2009, nel 2010, nel 2011 e nel 2012) è servito a placare l’arroganza delle eminenze grigio-arcobaleno. Quello che volevano era una campagna elettorale basata esclusivamente su un solo punto: i diritti dei gay. E infatti l’hanno ottenuto: ora l’agenda LGBT è una delle priorità della politica nazionale e internazionale americana, ma tutto quello che i media italiani hanno presentato come una “scelta eroica”, è stata più che altro una tipica manifestazione di opportunismo:
    «Obama era contro il matrimonio gay e ora è a favore. Quella di adesso non è una posizione “coraggiosa”, perché era coraggiosa quell’altra, per un politico liberal. C’è chi sostiene che la svolta improvvisa, al di là del percorso di “soul-searching” di cui parla la Casa Bianca in un provvidenziale memo, sia dovuta alla minaccia di uno dei top donors obamiano, riportata due giorni fa dal Washington Post, di tagliare i viveri alla sua campagna elettorale se non avesse, ahem, sposato le nozze gay. Che i primi Big donors obamiani siano gay, apertamente e orgogliosamente gay, deve aver aiutato […]» (Christian Rocca, “Obama marriage”, 9/5/ 2012).
    Anche il Los Angels Times ha svelato il tornaconto della “svolta”: «La decisione del Presidente Obama di appoggiare il matrimonio gay […] ha scatenato una nuova ondata di supporto finanziario da parte dei donatori gay e lesbiche, che erano già i più ferventi sostenitori della sua candidatura» (“Gay donors thrilled by Obama gay marriage stance”, 9/5/2012).
    Oltre ai finanziatori, il finance director di Obama, tale Rufus Gifford (che si occupa di “riscossione fondi elettorali” per una campagna da 2-3 miliardi di dollari) è un militante gay – e proprio per non farsi mancare nulla il Presidente ha scelto come poeta di corte un omosessuale di origine cubana.
    Per tornare al giuramento presidenziale: qualcuno avrà notato che gli omosessuali sono chiamati in causa solo in quanto “gay”. Non è una sfumatura insignificante, ma un messaggio lanciato da Obama ai suoi veri interlocutori: non gli omosessuali in quanto persone, ma quei “fratelli e sorelle” che sono disposti a fare del proprio orientamento sessuale una militanza. Di conseguenza non sono degni di partecipare al baccanale dei “diritti per tutti” coloro i quali non sono disposti ad insuperbirsi senza motivo per la propria “gaiezza”, a marciare allegramente per le strade tra bandiere arcobaleno e perizoma maschili, oppure a pestare i piedini per sposarsi col vestito bianco e avere un utero in affitto da qualche donna del Terzo Mondo.
    A questa distinzione sottile (ma lampante) segue il giuramento di fedeltà omosessualista. È una dichiarazione enigmatica: cosa intende dire esattamente Obama quando afferma che i gay non sono trattati come tutti gli altri? Forse vuole affermare che gli omosessuali sono trattati meglio degli altri cittadini americani? In tal caso saremmo lieti di convenire con lui: gli appartenenti alla mafia LGBT hanno interi quartieri a loro disposizione, locali dove è vietato l’ingresso agli etero, libertà di esprimere l’odio verso gli eterosessuali in qualsiasi forma, celebrazioni istituzionali della loro diversità, leggi che li difendono dagli hates crimes (quindi in alcuni stati l’assassinio di un LGBT viene punito più severamente che quello di una persona normale).
    Nel caso Obama intendesse al contrario affermare che i gay devono avere il diritto di sposarsi, non siamo noi a dovergli ricordare che già in una decina di stati americani le coppie dello stesso sesso possono unirsi in matrimonio direttamente in chiesa (in una chiesa protestante, ovviamente!) e anche adottare bambini.
    Dunque, a cosa punta la Presidenza Obama nei prossimi quattro anni? Ad assicurare i “nuovi diritti” per tutti i gay americani? Se fosse così, il suo zelo sarebbe totalmente ingiustificato, se non controproducente: l’incessante propaganda omosessista ha ottenuto ciò che voleva, ora non resta che ratificarne -in sordina- il trionfo. Non c’è più bisogno di fare “piazzate”: la discussione ormai è livellata esclusivamente sull’aspetto giuridico, perciò solo gli esperti di diritto hanno la libertà di poter cavillare. Tutti gli altri (filosofi, psicologi, storici, opinionisti ecc…) a meno che non abbiano intenzione di accettare totalmente l’agenda LGBT, devono stare democraticamente in silenzio – pena la demonizzazione o la denuncia per hate crime.
    Considerando che l’ardore di Obama non trova fondamento nella realtà, dobbiamo supporre che il vero obiettivo del suo discorso sia garantire la precedenza degli omosessualisti in ogni campo: lavoro (quote LGBT nelle aziende?), adozioni, agevolazioni fiscali, istruzione (già oggi esiste l’obbligo per le scuole pubbliche californiane di studiare “storia gay”) ecc…
    Siamo anche costretti a ipotizzare un’ulteriore ingerenza degli USA a livello mondiale per imporre l’agenda gay a tutti gli altri Stati. Questa eventualità ci preoccupa un po’ di più, soprattutto quando dietro di essa c’è un tizio come Obama, che mantiene la fama di “Nobel per la Pace” nonostante si diverta a bombardare quotidianamente lo Yemen e il Pakistan con droni telecomandati.
    Esiste una “gay lobby”?
    Prima di affrontare il problema di una “ingerenza umanitaria” obamiana, vogliamo soffermarci sull’espressione “lobby gay” o “lobby LGBT” (lesbo gay bisex trans). Conosciamo le obiezioni di chi interpreta la degenerazione della concezione di “diritto” come un’evoluzione naturale dell’ideale democratico, e non invece come il risultato di una propaganda incessante sostenuta da lauti finanziamenti.
    Riportiamo a titolo informativo alcuni passaggi di un articolo del Fatto Quotidiano pubblicato pochi giorni fa:
    «“Mi chiamo Lloyd Blankfein, sono l’amministratore delegato di Goldman Sachs e sostengo l’eguaglianza dei matrimoni”, dichiara in uno spot di 32 secondi uno degli uomini più potenti di Wall Street (sposato con tre figli) nella veste di testimonial della Human Rights Campaign. Ovvero la più grande associazione Usa di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali con più di 750.000 sostenitori. Perché, dice Blankfein, “la tolleranza è un buon affare”.
    Anzi ottimo, considerando sia i numeri che l’elevata capacità di spesa della comunità omosessuale. La stessa Goldman riconosce da 10 anni l’assistenza ai partner oltre a finanziare gli interventi chirurgici per cambiare sesso. E ha partecipato insieme a Bank of America Merrill Lynch, Barclays, Citi, Crédit Suisse, Deutsche Bank e HSBC alla convention londinese dello scorso novembre sull’uguaglianza di genere dei dipendenti lesbiche, gay, bisex e transgender (Lgbt).
    […] I maggiori istituti finanziari del mondo fanno quasi a gara nel lanciare iniziative: JP Morgan ha per esempio sponsorizzato l’organizzazione di gay pride a Londra e New York, la banca inglese Lloyds stima che all’interno del gruppo lavorino circa 2500 omosessuali o transgender e ne favorisce l’inserimento tra i colleghi, con i clienti, e all’interno della comunità.
    Sempre fra i colossi bitannici, nel 2010 Barclays ha deciso di rimborsare lo staff Usa che aveva subito disparità economiche sulla base della diversa legislazione per gli omosessuali in tema di matrimonio e ha lanciato di recente un’applicazione gratuita per telefonino destinata ai suoi dipendenti Lgbt. Essere gay-friendly, infatti, non è più un costo ma un beneficio.
    Offre innumerevoli possibilità di guadagno e attrae un elevato numero di consumatori. I gay americani, a esempio, spendono oltre 835 miliardi di dollari l’anno.
    […] In Europa, manager e imprenditori gay si riuniscono in associazioni, per fare lobby. Come l’Egma (European Gay and Lesbian Managers Association) che ha sede a Berlino ed è costituita da 9 associazioni nazionali che contano oltre 3000 manager, imprenditori e professionisti Lgbt.
    A Hong Kong e a Londra, invece, è operativa Lgbt Capital che riunisce fondi di investimento su imprese gay-friendly oppure create e gestite direttamente da membri della comunità omosessuale. In Italia un’associazione simile manca. Ma qualcosa si sta muovendo: l’anno scorso alla Bocconi di Milano il gruppo studentesco Equal Student (B.e.st), che promuove i temi della tutela delle diversità, ha organizzato una tavola rotonda sul cosiddetto “diversity marketing”. Un appuntamento da ripetere perché, come dice mister Goldman, la tolleranza è un buon affare». (C. Conti, “Conquista l’omosex: la tolleranza è un business”, 16 gennaio 2013).
    Al di là dell’aspetto lato economico (all’elenco aggiungiamo il gruppo di ricchissimi finanzieri repubblicani di Wall Street che ha donato 3 milioni di dollari alla “frociata” newyorchese), dobbiamo mettere in conto anche la propaganda a livello culturale (vedi R. Marchesini, “After the ball: un progetto gay dopo il baccanale” e “Il feticcio omosessuale dell’omofobia”, 2005), a livello politico (gli esempio sono innumerevoli, il sostegno alle rivendicazioni omosessiste è trasversale) e mediatico (vedi il mio “La lobby gay al cinemetto”, 2/2/2012), oltre al solito conformismo di giornalisti e intellettuali (mi permetto ancora di segnalare una mia ricerca: “Il Corriere più gaio del mondo”, 24/3/3012), che non vedevano l’ora di farsi paladini dei “più deboli” sponsorizzati dai “più potenti”.
    Chi nega l’esistenza di “gruppi di pressione” (lobby significa questo) è in assoluta malafede. Anzi, sarebbe più opportuno parlare apertamente di “mafia gay”, un’espressione forte ma efficace per descrivere la condotta di chi minaccia, diffama e aggredisce verbalmente e fisicamente chi non è disposto a fare il suo gioco.
    Guerra all’eterosessualità
    «Uno di questi giorni una Chiesa che rifiutasse, per ragione evidenti, di sposare preti omosessuali, potrebbe essere accusata di violare i diritti fondamentali dell’uomo. E se tutto un Paese profondamente cattolico si unisse al rifiuto, sarebbe possibile ricorrere ai missili da crociera per piegarlo» (Jean-Jacques Langendorf, “La grande confusione”, in Serbia ed Europa. Contro l’aggressione della Nato, Graphos, Genova, 1999, pp. 139-140).
    Quindici anni fa un’ipotesi del genere sarebbe parsa come minimo stravagante (anche se formulata da uno come J.J. Langendorf, a suo modo “introdotto” nelle alte sfere e dunque informato dei nuovi progetti di ingegneria sociale). Oggi invece, con la risoluzione ONU A/HRC/17/L.9/Rev.1 del 17 giugno 2011, è potenzialmente ammissibile un “intervento umanitario” nei Paesi in cui la lobby LGBT non ha ottenuto un trattamento privilegiato rispetto agli eterosessuali. Non a caso tale risoluzione è stata definita “storica” dalle agenzie di stampa, poiché da qui in poi ogni eventualità, anche la più assurda, è da prendere in considerazione.
    Concentriamoci per un momento sulla disposizione ONU. Le uniche proteste formali sono giunte dal rappresentante pakistano Zamir Akram («La risoluzione non ha nulla a che fare con i diritti umani, è preoccupante il tentativo di introdurre nelle Nazioni Unite nozioni che non hanno alcun fondamento legale») e da un diplomatico della Mauritania («La risoluzione è un tentativo per rimpiazzare i diritti naturali di un essere umano con dei diritti innaturali»).
    L’Unione Europea si è dimostrata sostenitrice entusiasta del progetto, nella consapevolezza che questo provvedimento potrà essere utilizzato come strumento di pressione verso quei Paesi che non riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso (questa, secondo la neolingua, non potrebbe essere una discriminatory law?).
    Gli Stati Uniti invece hanno avuto un ruolo fondamentale nel persuadere il Sud Africa a presentare la risoluzione, così che gli altri Paesi africani non avrebbero avuto motivo di protestare contro l’imposizione forzata dei “valori occidentali”.
    Senza troppi giri di parole, un giornalista della Associated Press ha attribuito all’amministrazione Obama il merito di aver trasformato i diritti gay in una priorità «sia a livello nazionale che internazionale». Il “Deputy Assistant Secretary” dell’amministrazione americana ha tenuto a precisare che questa risoluzione servirà a combattere la battaglia tra la libertà (gay) e la tirannia (etero, visti i toni manichei).
    Gli Stati Uniti infatti hanno già tentato di influenzare la politica interna italiana in materia di “nuovi diritti”: lo abbiamo visto durante il gay pride di Roma del 2011 (che, grazie alla giunta Alemanno, è durato addirittura 10 giorni), quando Hillary Clinton ha messo in allerta tutti i dipendenti delle ambasciate di Roma con una comunicazione ufficiale in cui chiedeva di partecipare attivamente al corteo della “comunità lgbt locale”.
    L’ambasciatore americano David Thorne non se l’è fatto ripetere, e ha portato a Roma la cantante Lady Gaga per fare un po’ di propaganda all’insegna dello slogan «i diritti umani sono diritti dei gay e i diritti dei gay sono diritti umani» (ANSA) – affinché fosse chiaro la priorità tra umanitarismo e ideologia gender.
    Ora che Obama ha suonato i tamburi di guerra, il mondo intero dovrà affrontare altri quattro anni di terrorismo psicologico. I più intimoriti dall’anatema del “fratello nero” sono i cittadini del continente africano, che come minimo si vedranno negati gli aiuti internazionali fino a quando non approveranno tutti i punti dell’agenda arcobaleno. Anche il premier “conservatore” inglese David Cameron ha avvertito i Paesi del Commonwealth: «Potremmo smettere di aiutare economicamente le nazioni che hanno leggi contro i gay». Se questo non è un ricatto…
    A chi conviene tutto questo?
    «Man mano che la libertà politica ed economica diminuisce, la libertà sessuale ha tendenza ad accrescersi a titolo di compenso. E il dittatore sarà ben accorto a incoraggiare questa libertà» (A. Huxley, introduzione a Brave New World, 1932).
    Già, cui prodest? Lo scopo del progetto non è ancora chiaro. La lobby gay è forte, potente e ricchissima; ma i governi hanno molti strumenti (politici, giuridici, culturali) per ridurre l’influenza di un’ideologia nemica. Come è possibile, inoltre, che lo Stato più potente del mondo ne faccia una questione di capitale importanza?
    In un manuale di antropologia possiamo trovare una ipotesi “classica” riguardo alla promozione di pratiche contronatura nelle società umane:
    «È molto probabile riscontrare un’accettazione dell’omosessualità nelle società colpite da carestie e da forti penurie di cibo. In questi casi, infatti, poiché le condizioni esistenti determinano una forte pressione della popolazione sulle risorse, l’omosessualità e altre pratiche che riducono la crescita della popolazione sono non solo tollerate, ma addirittura incoraggiate» (C.R. Ember – M. Ember, Antropologia culturale, Il Mulino, Bologna, 2003, p. 181).
    Tuttavia, nonostante la crisi economica, è difficile credere che questa spiegazione si adatti ancora alla nostra realtà: l’omosessualità non è più considerata una pratica “dissipativa”, altrimenti non si pretenderebbero unioni stabili con prole. Dunque, lasciando da parte questa ipotesi da manuale, io credo che dovremmo immaginare scenari meno “antropologici” e più “transumanisti”. Qualche congettura:
    Trasformare l’omosessualità in una questione politica è utile a istupidire i cittadini e a inibire la discussione su ciò che veramente importante per la collettività;
    La pressione dei militanti omosessualisti per l’introduzione leggi contro la libera espressione (vedi l’assurdo dibattito sulla cosiddetta “omofobia”), è una buona “palestra” per i poteri forti interessati a ridurre progressivamente le libertà di tutti;
    lo stile di vita omosessuale, narcisistico ed edonista, è quello di un consumatore instancabile; inoltre, abbiamo visto come i gay stiano rivoluzionando il concetto stesso di “consumo”, allargandolo alla sfera della riproduzione. Nel caso venissero approvate anche nel nostro paese le unioni di fatto, si aprirebbe un vasto mercato di “creazione” e “personalizzazione” della prole.
    Lo stillicidio quotidiano e il terrorismo psicologico demoralizzano un’intera comunità, lasciata in balia di minoranze prepotenti disposte a tutto pur di imporre i loro capricci.
    Infine, vogliamo prendere in considerazione anche una lettura più “profonda” dell’intera questione, quella del giornalista Riccardo De Benedetti:
    «L’estendersi dei diritti è il modello reale a cui il sadico si richiama ogni qual volta ritiene insufficiente il limite impostogli dalla resistenza della vittima ai suoi piaceri. La crescita illimitata dei piaceri costruisce una coppia indissolubile con quella, altrettanto inesauribile, dei diritti. […] Sembra quasi che il diritto al vizio stia concludendo il rosario dei dritti umani e che per completarsi manchi solo l’annullamento di quello che è stato l’inizio del diritto umano, vale a dire il riconoscimento dell’intangibilità della persona umana a immagine di Dio» (La chiesa di Sade, Medusa, Milano, p. 70).
    Se la chiave di tutto fosse davvero il sadismo, saremmo di fronte ad uno scenario abominevole: l’avanguardia gay che prepara il cammino a nuove forme di violenza collettiva e legalizzata, mostruosità giuridiche che travolgeranno le anime belle color arcobaleno.
    La guerra all’eterosessualità si preannuncia come una guerra all’umanità stessa.
    Sodoma alla guerra


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    “Pippi Calzelunghe è razzista”. Le favole rivedute e (politicamente) corrette del ministro tedesco alla famiglia
    Biancaneve e Cenerentola sono cattivi esempi, Cappuccetto Rosso è una storia violenta e Pippi Calzelunghe non è politicamente corretta. Il ministro Schroder condanna le storie della tradizione
    Elisabetta Longo
    La ministra tedesca alla famiglia, Kristina Schroder, è sotto l’ala della Merkel da un po’ di anni. Nota femminista, è anche stata la prima “ministra” in carica incinta del governo tedesco, subito tornata al lavoro dopo il parto. Qualche giorno fa, ha raccontato al settimanale Die Zeit che ha un modo tutto suo di raccontare le favole a sua figlia.
    A MORTE BIANCANEVE. «Le versioni tradizionali sono scorrette, sbagliate, per cui leggo delle versioni corrette delle storie per bambini più celebri». Non che esista una versione rimodernizzata delle favole tradizionali, semplicemente la Schroder nel narrarle cambia i particolari: «Faccio una traduzione simultanea per evitare che mia figlia poi riporti espressioni sbagliate o comportamenti ingiusti».
    TRADUZIONI. Per la neomamma infatti Cenerentola e Biancaneve sono tremendamente sessiste, Cappuccetto Rosso ha una trama violenta, ed è inaccettabile che in Pippi Calzelunghe di Astrid Linger ci sia un personaggio chiamato “re dei negri”. «Per mia figlia quel personaggio si chiama “re dei mari del sud”». Oltre a queste fiabe in cui le donne hanno un ruolo modesto, e mai troppo intellettuale, leggerà a sua figlia storie in cui le figure femminili hanno ruoli positivi.
    "Pippi Calzelunghe è razzista" | Tempi.it

    Il cappello del giudice
    BY ROBERTO MANFREDINI
    Il giudice della Corte Suprema Antonin Gregory Scalia (classe 1936) ha indossato una riproduzione del copricapo di San Tommaso Moro durante la cerimonia d’insediamento di Barack Obama. Il cappello, modellato su quello che appare nel famoso ritratto di Holbein il Giovane, è un dono della St. Thomas More Society di Richmond (Virginia). Scalia ha voluto in questo modo protestare tacitamente contro le politiche anti-cattoliche di Obama in ambito di welfare, salute e diritti civili, rispondendo forse all’appello di suo figlio prete Paul Scalia, che invitava tutti i cattolici a imitare il Santo inglese fino al martirio.
    Recentemente anche la gerarchia cattolica inglese ha rievocato la figura di Enrico VIII in una lettera al Daily Telegraph (firmata da mille sacerdoti e tredici vescovi britannici), con una protesta decisamente più rumorosa di quella del giudice americano:
    «Torneremo alla persecuzione di chi crede nel Papa, così come avvenne nei secoli di persecuzione dei cattolici in Inghilterra e così come avvenne per lo scisma di Enrico VIII che, volendo divorziare da Caterina d’Aragona, perseguitò la Chiesa nel nostro paese».
    Negli USA l’opposizione al fanatismo abortista dell’Obamacare non può essere confinata alla sola Chiesa cattolica: proprio l’altro giorno 500.000 persone hanno marciato a Washington (“Usa, mezzo milione di pro-life in marcia”, Avvenire, 26/1/2013) nell’annuale manifestazione di protesta a favore della vita. Quest’anno la ricorrenza è stata particolarmente sentita, poiché l’industria dell’aborto ha festeggiato i quarant’anni dalla sentenza Roe vs. Wade, quella che ha di fatto legalizzato l’interruzione di gravidanza e causato la morte di 55 milioni di non-nati (sarà forse per questo che la “Jane Roe” della sentenza negli anni ’90 si è convertita al cattolicesimo ed è diventa un’icona pro-life?).



    Il nuovo ordine europeo
    di Riccardo Cascioli
    Non c’è dubbio che in Europa stiamo assistendo a un attacco sistematico alla famiglia naturale. Addirittura c’è una accelerazione che non conosce confini ideologici: conservatori nel Regno Unito e socialisti in Francia marciano paralleli verso lo stesso obiettivo. Giovanni Paolo II lo aveva previsto: a Rio de Janeiro, nel 1997, incontrando le famiglie di tutto il mondo aveva detto chiaramente che questa sarebbe stata la battaglia decisiva del terzo millennio: “Attorno alla famiglia e alla vita si svolge oggi la lotta fondamentale della dignità dell’uomo… Le tenebre oggi avvolgono la stessa concezione dell’uomo… I nemici di Dio, più che attaccare frontalmente l’Autore del Creato, preferiscono colpirlo nelle sue opere. L’uomo è il culmine, il vertice delle sue opere visibili… E la famiglia è l’ambito privilegiato per far crescere le potenzialità personali e sociali che l’uomo porta inscritte nel suo essere”. In queste parole c’è tutto quel che c’è da capire di quanto sta avvenendo.
    E ancora una volta dobbiamo ripetere che quello della famiglia non è un argomento tra i tanti; questo è l’argomento fondamentale, la premessa a tutto il resto. La crisi della famiglia, la sua disgregazione, ha conseguenze drammatiche per l’economia, a cominciare dalla crisi demografica che investe il nostro Continente, genera povertà, ha costi elevatissimi per l’assistenza, provoca instabilità sociale: come può essere stabile una comunità se non lo è la sua cellula fondamentale?
    Distruggere la famiglia è l’obiettivo di ogni potere totalitario, perché abbattuta la famiglia, il singolo, l’individuo rimane solo davanti allo Stato, è alla mercé dello Stato. Non per niente il grande scrittore inglese G.K. Chesterton diceva che la famiglia è una istituzione anarchica, viene prima dello Stato sia cronologicamente sia ontologicamente, è il punto ultimo di resistenza al potere dello Stato: “Una zona cuscinetto tra l’individuo e la società, l’individuo e i poteri esterni, in primo luogo quelli dello Stato”, diceva appunto Chesterton.
    Difendere la famiglia naturale è allora la prima grande battaglia di libertà. Non è confessionale, è una battaglia civile. Solo chi ha a cuore l’uomo, ogni uomo, e non questa o quella ideologia fosse anche cristiana, sa giudicare con chiarezza la posta in gioco. Ed è per questo che in diversi paesi europei sono i vescovi, o almeno alcune figure dell’episcopato, a ribellarsi apertamente al Nuovo ordine che si sta cercando di imporre.



    Perché il Papa non parla di “valori” ma di “princìpi non negoziabili”
    Benedetta Frigerio
    Famiglia, matrimonio, educazione. Giancarlo Cerrelli, vicepresidente Giuristi cattolici: «Quel che vediamo affacciarsi come pericolo potrebbe realizzarsi in poco tempo a seconda di chi vincerà le elezioni»
    «Siamo in un momento di stasi. Ma all’ultimo convegno nazionale dei Giuristi cattolici di dicembre è stata fatta la distinzione tra valori e princìpi. I valori sono ideologici e quindi possono generare incomprensione ed essere addirittura negoziati. Mi colpisce invece che il Papa continui a ribadire, come ha fatto qualche giorno fa nel Messaggio per la Giornata della Pace, provocando reazioni violente o silenzi, l’importanza dei princìpi non negoziabili». Parla così Giancarlo Cerelli, avvocato e vicepresidente centrale dell’Unione Giuristi cattolici italiani.
    Cerrelli, il Papa ha parlato contro la tolleranza dell’aborto. Poi della famiglia naturale che va «promossa rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano».
    Benedetto XVI parla così perché siamo in un momento in cui la battaglia è fra chi nega l’esistenza di una legge naturale e chi la difende senza compromessi perché la vive come un bene per sé e per tutti gli altri uomini. Non divido fra cattolici e non, ma fra uomini di buon senso e uomini che non usano la ragione. Bisogna chiedersi: “Che cosa rende l’uomo più uomo? Una famiglia fondata su un’inversione della natura che non può quindi educare sanamente o su una naturale, stabile e potenzialmente feconda? In quale vorrei diventare grande? In quale qualsiasi uomo può crescere più facilmente?”. E poi cercare di rispondere.
    C’è chi pensa che negoziare sulla famiglia, per esempio concedendo diritti alle coppie di fatto, sia un compromesso inevitabile.
    Credo che questa sia una posizione ingenua, perché chi offre un pertugio apre una diga. E che nasca da un complesso di inferiorità di chi non si accorge più che l’esperienza umana contenuta in quei princìpi è così bella e vera che è giusto offrirla a tutti gli altri uomini. Inoltre, dal punto di vista del diritto, non solo naturale ma positivo, non sta scritto da nessuna parte che bisogna offrire sussidi e agevolazioni a unioni umane prive di una funzione sociale. Ma oggi non si tiene conto dei doveri fondanti del nostro ordinamento e si parla solo di diritti.
    Gli obblighi sono percepiti come un male e non come un aiuto a vivere.
    Da qui nasce la concezione di uno Stato notaio che deve prendere atto dei gusti e delle voglie di chiunque per trasformarli in diritti. Così, invece che sostenere chi si prende delle responsabilità incentivando la natalità, la famiglia, la scuola libera, si permette l’aborto, si danno sussidi a formazioni sociali che nulla hanno a che vedere con la vera risorsa che sono le famiglie italiane.
    Solo qualche anno fa sembrava assurdo parlare di matrimoni e di adozioni gay.
    Perché non è vero che la mentalità si fa da sé: esistono delle lobby che fanno pressione sui legislatori. E la legge crea mentalità, confondendo le coscienze. Il Papa stesso ne ha parlato e qui vorrei citare il suo discorso dell’11 gennaio 2007 agli amministratori del Lazio: «Appaiono invece pericolosi e controproducenti quei progetti che puntano ad attribuire ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, finendo inevitabilmente per indebolire e destabilizzare la famiglia legittima fondata sul matrimonio». Ai vescovi americani, il 9 marzo scorso, ha detto: «Potenti correnti politiche e culturali cercano di alterare la definizione giuridica del matrimonio. Il coscienzioso sforzo della Chiesa di resistere a tale pressione richiede una difesa ragionata del matrimonio quale istituzione naturale».
    Eppure quando il Papa viene attaccato, sono pochi a prenderne le difese o a ripetere parole così chiare.
    Non si capisce la potenza di un’ideologia che vuole mettere l’uomo contro la donna, non si ha coscienza dello scenario che questo può produrre. Ma pensiamo solo all’aborto e al divorzio che ora vedono una società al collasso. Anche se c’è chi ancora non ammette la causa antropologica della crisi, non è un caso se la Nota dottrinale del 2002 della Congregazione per la dottrina della fede ha usato l’espressione princìpi “non negoziabili” in riferimento a vita, famiglia, libertà di educazione, diritto alla libertà religiosa e servizio del bene comune nel rispetto della sussidiarietà.
    Per quanto riguarda la libertà religiosa temete una deriva?
    Sono preoccupato. Penso a una legge sulla tutela e la non discriminazione degli omosessuali. Io non discrimino le persone, ma non posso dire di approvare ogni atto che esse compiono. Se mi fosse negato ciò, con una legge sull’omofobia, come nel Nord Europa dove un prete è stato arrestato solo per aver detto di essere contrario alle unioni omosessuali, sarebbe la fine della democrazia. Il referendum di Bologna contro i sussidi alle scuole paritarie è un altro simbolo preoccupante che minaccia la libertà religiosa e di educazione. Tutto quello che vediamo affacciarsi come pericolo potrebbe realizzarsi in pochissimo tempo a seconda di chi vincerà le elezioni.
    Siete tutti d’accordo nel seguire i richiami del Santo Padre.
    Non possiamo pensare che in ambito cattolico si aprano delle estensioni. Non possiamo puntare a salvaguardare qualcosa svendendo il cuore dell’antropologia umana. Mi trovo completamente contrario a qualsiasi forma contrattuale o di diritti che si acquisiscono nel tempo, perché sono a favore dell’assoluta necessità della vita che faccio cercando di seguire la legge che è in me e in ogni uomo. Se siamo certi di questo non sentiamo nessuna violenza nel difendere fino in fondo la vita, la famiglia, la sussidiarietà, la libertà educativa e la libertà religiosa.
    Benedetto XVI e i princìpi non negoziabili | Tempi.it

    MA GUARDA, ESISTE ANCORA IL BUONSENSO. IL PARLAMENTO RUSSO APPROVA UNA LEGGE CHE PUNISCE LA CORRUZIONE DEI GIOVANI DA PARTE DEGLI OMOSESSUALI - di Paolo Deotto
    Se vogliamo avere l’ennesima prova della decadenza morale e intellettuale dell’Europa, leggiamo le ultime notizie. Per avere un ritorno al sano buonsenso dobbiamo percorrere qualche migliaio di chilometri e andare in Russia. Un sacco di strada, e poi da quelle parti fa freddo sul serio; però potrebbe valerne la pena.
    Dobbiamo infatti andare in Russia per scoprire che la normalità non è stata assassinata dappertutto. Il Parlamento di Mosca (Duma) ieri l’altro ha approvato in prima lettura una normativa che punisce la propaganda (intesa in senso lato, quindi anche le effusioni et similia) omosessuale davanti a minori. Ora la legge, per divenire definitiva, dovrà seguire un iter che in quel Paese è abbastanza lungo, ma da quanto leggiamo il sì finale è dato per certo, non solo per la schiacciante maggioranza che ha approvato la prima lettura della norma, ma anche perché la popolazione e la Chiesa sono d’accordo sulla necessità di queste misure.
    Chiariamo subito: non si tratta di una legge “anti-gay”; non è prevista alcuna punizione per l’omosessualità in sé stessa. È prevista invece una punizione, peraltro di carattere pecuniario (una multa che, tradotta in euro, va dai 100 euro se la violazione è commessa da privati, fino a 12.500 per le associazioni, organizzazioni ecc.), per “propaganda dell’omosessualità davanti a minori”.
    Inutile dire che già si sono alzati i lamenti delle prefiche progressiste, che ululano il loro dolore per la Russia omofoba, col solito bagaglio di luoghi comuni del bigottismo progressista. “Il Fatto” parla, nientemeno, che di “caccia alle streghe”. “Repubblica” evoca le leggi staliniste, non rendendosi forse conto della differenza che c’è tra cinque anni di prigione (pena inflitta agli omosessuali ai tempi dell’Unione sovietica) e una sanzione pecuniaria e confondendo volutamente la punizione dell’omosessualità dei tempi stalinisti con la punizione della propaganda. Tanto per stare nel coro, anche “La Stampa” esprime preoccupazione.
    Peraltro, seppure a denti stretti, anche l’informazione di regime deve ammettere che la Duma ha votato il provvedimento quasi all’unanimità (un voto contrario e un astenuto) e soprattutto che l’opinione pubblica russa è favorevole a vietare carnevalate come i “gay-pride”, oscenità come le manifestazioni delle “Femen”, e tutto quel bagaglio di squallidi spettacoli che ormai ci vengono inmposti come espressione di non si sa quali “diritti”.
    Di certo assistiamo a una curiosa nemesi storica. L’Europa, culla della libertà e del “diritto”, che sta sprofondando nella letamaia di ideologie sempre più mortifere, riceve ora lezioni di civiltà da quel lontano Paese, disprezzato perché definito retrogrado, fanatico, afflitto da cupa religiosità oscurantista, eccetera.
    Lezioni di civiltà: lo dico e lo ripeto. Perché un Paese che ha il coraggio di mettere in galere alcune donnette isteriche, le Femen (peraltro prezzolate) che hanno profanato una chiesa, che ha il coraggio di dire che la propaganda omosessuale corrompe i giovani e che quindi come tale va punita, è un Paese che sta dando lezioni di civiltà. “Siamo in Russia, non a Sodoma e Gomorra”, ha detto un deputato della Duma. Noi, felici europei progressisti, possiamo dire con orgoglio: “Neanche noi siamo a Sodoma e Gomorra; stiamo infatti riuscendo a far peggio…”.
    Sarebbe bene anche rendersi conto di un fatto elementare. Finché il buonsenso riesce a regolare la società, è possibile anche per gli omosessuali affrontare con realismo la loro condizione e, se lo desiderano, cercare di uscirne, tornando a una normalità di comportamenti. Vien quasi noia a ripetere un dato di fatto tanto risaputo quanto censurato, ossia che l’omosessualità, nella quasi totalità dei casi, ha origine psicologiche che possono essere affrontate e superate con successo. Invece l’omosessuale che vive nella Europa felix, patria dell’euro, della massoneria e della morte gratis (aborto, eutanasia, droga, eccetera), non ha speranza. Deve morire ingabbiato nella sua condizione e deve lasciarsi usare come un tragico clown per i riti periodici di imbestialimento dell’uomo, come le squallide esibizioni dei “gay-pride”.
    Nell’inevitabile coro di scemenze che dovremo fatalmente sentire dopo questa decisione del Parlamento russo, speriamo almeno che ci sia risparmiata la voce di qualche cattolico “progressista” o “adulto” che dir si voglia. La Chiesa cattolica ha sempre avuto rispetto per ogni essere umano, e proprio perché ne ha vero rispetto, ha sempre doverosamente denunciato il peccato che degrada l’essere umano e lo porta alla distruzione.
    Più che mai è vero che il sole sorge a Oriente.
    MA GUARDA, ESISTE ANCORA IL BUONSENSO. IL PARLAMENTO RUSSO APPROVA UNA LEGGE CHE PUNISCE LA CORRUZIONE DEI GIOVANI DA PARTE DEGLI OMOSESSUALI - di Paolo Deotto


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Preghiera
    di Camillo Langone
    Plutarco racconta che “Cesare, vedendo girare per Roma alcuni ricchi forestieri che tenevano in braccio dei cagnolini coprendoli di moine, domandò se al loro paese le donne non mettevano al mondo bambini: ammonì così, da vero principe, quanti riversano sugli animali quell’istintivo bisogno d’affetto che è innato in noi, ma che dovremmo riservare ai nostri simili”. Quindi non è indispensabile essere cristiani per reagire al cagnolinismo a cui si abbandonano i popoli quando diventano sterili: basterebbe essere pagani. Però pagani seri.
    Preghiera del 18 febbraio 2013 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]

    ANIMALI(STI)
    Rino Cammilleri
    La notte del 16 gennaio 2013 gli animalisti si sono introdotti in un allevamento di visoni del lodigiano e hanno liberato 1300 animali (fonte: «Il Giornale del 18 gennaio 2013). I più, nonostante l’apertura delle gabbie, sono rimasti dov’erano. Di quelli scappati, almeno 300 sono morti. Di fame, schiacciati, vittime di predatori (cani e gatti). Uno è finito sotto le ruote dell’auto dei carabinieri venuti a constatare il blitz. Il fatto è che si tratta di bestie nate in cattività e non saprebbero dove andare. Quelle che sono nate altrove, non trovano in Lombardia, certo, il loro habitat naturale. Gli animalisti, insomma, conoscono poco gli animali. Come tutti gli altri –isti, del resto.
    Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea » ANIMALI(STI)

    Quelle feste scippate. Il valore culturale misconosciuto delle grandi ricorrenze cristiane in un volume di Mimmo Muolo
    Pubblichiamo la prefazione che l'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione ha scritto per il libro di Mimmo Muolo intitolato Le feste scippate. Riscoprire il senso cristiano delle festività (Milano, Àncora, 2012, pagine 135, euro 12).
    di Rino Fisichella
    Non è senza una vena di amarezza che si leggono le belle pagine di quest'ultimo libro di Mimmo Muolo. Essa sorge, lentamente ma inesorabilmente, dall'analisi che compie. Le feste scippate pone dinanzi a una situazione culturale che provoca a prendere una decisione e a fare una scelta. Non si può affrontare questo tema senza fare qualcosa per restituire alla festa il suo valore originario. Non è questione di nostalgia per il passato. Al contrario. È condizione per poter avere un futuro. Ciò che emerge da queste pagine è un lento ma inesorabile movimento che tende all'oblio del sacro per imporre una visione neopagana. Non si sa cosa emergerà seguendo questa onda. Ciò che è certo, invece, è la disintegrazione di un'identità personale e sociale, radicata su un fondamento culturale che è stato plasmato dalla fede. Chi vuole seguire questo movimento di estraniazione è libero di farlo, ma deve sapere a cosa va incontro. L'oblio per il valore sacro della festa viene sostituito solo dal puro divertimento imposto dal consumo. La sproporzione è troppa per poter essere accettata in maniera passiva e indolore. Alla memoria di eventi che hanno segnato la vita di intere generazioni, creando storia, si contrappone ora l'arroganza e la furbizia di chi sa vendere meglio il prodotto per il proprio guadagno. Poco, troppo poco per consentire che vada perduta l'originalità della cultura.
    Quanto Mimmo Muolo descrive non è fantasia. Purtroppo, è la vicenda di questi ultimi decenni. Io stesso ne ho fatta esperienza. Alcuni anni fa, nel mese di dicembre, mi trovavo a New York. Durante una sosta dagli impegni, passeggiai fino a Washington Square. Incuriosito da un vasetto di miele bianco, entrai nel negozio. Pagando alla cassa, la signora con molta gentilezza mi chiese se volevo fare un'offerta per un'iniziativa che veniva da loro sponsorizzata. Le chiesi se il denaro sarebbe andato realmente a buon fine e, ricevuta la sua assicurazione, lasciai il resto. Nel salutarla le dissi volutamente: «Merry Christmas». Lei mi rispose: «Happy holidays». La guardai con un sorriso e rincarai la dose: «Sa, io sono italiano: Merry Christmas». Di nuovo, sempre con tanta gentilezza, mi rispose: «Happy holidays». Allora le chiesi per quale motivo ci fossero le vacanze. La risposta fu: «Perché è Natale». «Bene, allora perché non dice anche lei “Merry Christmas?”», ripresi io con un accenno polemico. La signora, allora, mi prese le mani e tenendole strette mi sussurrò a bassa voce: «Non possiamo più dirlo». Un caso isolato? Non credo. Sfido a trovare in New York biglietti natalizi augurali con la scritta «Merry Christmas»!
    Leggere queste pagine mi ha riportato alla mente questo fatto che mi ha coinvolto direttamente. Eppure, anche Benedetto XVI, parlando alle autorità civili del Regno Unito nella Westminster Hall il 17 settembre 2010, ha detto testualmente: «Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt'al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna... Questi sono segni preoccupanti dell'incapacità di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica». Parole molto eloquenti. Mentre, da una parte, descrivono il fenomeno come un fatto molto più vasto di quello che si possa pensare, dall'altra indicano la strada che siamo chiamati a percorrere, perché non vinca il senso di oblio che si vuole imporre sulla memoria.
    Abbiamo una grande responsabilità: trasmettere a quanti verranno dopo di noi il grande patrimonio di cultura che abbiamo ricevuto. Privarli di questo tesoro non può essere il frutto di una scelta subita o di un agire inconsapevole. Il senso della festa e il valore impresso dalla fede appartengono a questo patrimonio. Trasmetterlo con coscienza arricchendolo dell'esperienza personale può essere un modo per sentirsi ancora coinvolti nell'uscire dal tunnel di una crisi profonda e creare di nuovo genuina cultura.
    Il blog degli amici di Papa Ratzinger [6]: Quelle feste scippate. Il valore culturale misconosciuto delle grandi ricorrenze cristiane in un volume di Mimmo Muolo (Fisichella)

    L'Islanda si scopre moralista: messo al bando il porno online
    È il primo Paese a introdurre il divieto, dopo una consultazione nazionale. "Siamo una società liberale. Questa non è censura, solo una misura contro la violenza, per proteggere i bambini". Ma le critiche non mancano: "Idea folle, fascista e irrealizzabile"
    dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
    LONDRA - È il paese dei geyser, dei vulcani, dei vichinghi. È anche il Paese più egualitario del mondo nei rapporti tra uomini e donne, uno dei più liberi sessualmente. Ma ora l'Islanda sembra sul punto di diventare conosciuta anche per un'altra ragione.
    Potrebbe essere l'unico stato del globo "porn free", senza pornografia su Internet. Dopo che una consultazione nazionale ha dato un responso largamente positivo, il governo di Reykjavik ha avviato un'indagine per decidere come si potrebbe imporre un divieto d'accesso ai siti porno su tutta l'isola. "Siamo una società liberale in materia di nudità e di rapporti sessuali", dice Halla Gunnarsdottir, consigliere del ministero degli Interni, che sta seguendo il progetto. "Il nostro approccio al problema non è anti-sesso, bensì anti-violenza. Non è questione di libertà di parola, bensì di danni all'infanzia. Le statistiche indicano che in media un bambino vede pornografia su Internet a 11 anni di età e questo ci preoccupa, così come ci preoccupa la natura sempre più degradante e brutale di quello a cui sono esposti. Non stiamo parlando di censurare l'informazione, ma qualcosa dobbiamo fare".
    Un bando al porno online sarebbe in un certo senso l'evoluzione di leggi che l'Islanda ha già approvato, come quella sul divieto di stampare e distribuire pubblicazioni pornografiche, quella sulla chiusura di night-club e topless bar e come le norme sulla prostituzione che criminalizzano il cliente anziché la prostituta. Ma vietare l'accesso ai siti pornografici pone problemi tecnici ed etici non semplici da risolvere. Tra le proposte finora circolate c'è l'introduzione di filtri, il blocco di determinati indirizzi digitali e l'iscrizione a reato dei pagamenti con carta di credito per accedere a siti o canali porno. Il punto è: chi decide cosa è porno e cosa non lo è, cosa è da vietare e cosa si può permettere? Gli oppositori di simili misure affermano che si finirebbe per creare automaticamente un censore e questo alla lunga diventerebbe una limitazione della libertà.
    Il professor Tim Jones della Worcester University, osserva che il porno su Internet diffonde "fantasie estreme" e c'è il pericolo che spinga i consumatori a ricrearle nella vita reale. Ci sono rapporti che parlano di una crescente dipendenza dal porno, da quando dilaga sul web. E non c'è dubbio che sia uno dei temi più popolari fra gli internauti: il 25 per cento di tutte le ricerche fatte su Google hanno a che fare con la pornografia, "sesso" è la parola più cliccata online, il 20 per cento dei siti sono pornografici.
    "Non è che chi guarda il porno su Internet poi esce e commette uno stupro", commenta Gail Dines, docente di sociologia al Wheelock College e autrice di "Pornland: how porn has hijacked our sexuality" (Pornoland: come il porno ha dirottato la nostra sessualità). "Ma cambia il modo in cui la gente pensa all'intimità, al sesso, alle donne. E un sacco di gente non ha idea di che cosa sia veramente il porno sul web. Se un ragazzino 12nne clicca porno su Google, non trova immagini di donne nude dalla rivista Playboy, bensì filmati estremamente hard in grado di traumatizzarlo nell'età della pubertà".
    I critici dell'iniziativa sostengono che un bando è comunque irrealizzabile. Alcuni, come Smari McCharthy, presidente dell'International Modern Media Initiative, dicono che è un'idea "fascista e folle". Ma il governo non desiste: "Siamo democratici, crediamo nell'eguaglianza tra i sessi, e siamo pronti a essere più radicali di altri". Se comincerà Reykjavik, altri paesi potrebbero seguire il suo esempio, a cominciare, predice l'Observer di Londra, dalla Gran Bretagna. I vichinghi, come sempre nella loro storia, non hanno paura a cercare nuove rotte.



    Europa sul baratro. I veri numeri della crisi
    Lorenzo Bertocchi
    In mezzo ad una temperie culturale violenta, in tempi di elezioni politiche in cui quasi nessuno prende seriamente a cuore i temi etici, la cruda realtà dei numeri mostra che la nostra cara vecchia Europa è sull’orlo di un baratro. Recentemente il Card. Carlo Caffarra, nel fornire un orientamento agli elettori cattolici, ha detto che “la vicenda culturale dell’Occidente è giunta al suo capolinea”. Parole forti, peccato che la maggioranza dei candidati alle prossime elezioni non sia in grado, o non voglia, coglierne il significato profondo.
    Le radici di questa disfatta non stanno tanto nella crisi economica, quanto piuttosto su di una crisi antropologica di proporzioni enormi, un vero e proprio ribaltamento della natura umana. Un aborto ogni 25 secondi e un divorzio ogni 30, questi sono i record europei che più di ogni altro segnalano questa profonda crisi. Chi non vuole ammetterlo, prima o poi, dovrà ricredersi.
    Purtroppo quando parliamo di “natura” la maggioranza delle persone pensa a qualche foresta selvaggia o ad un bel panorama, nelle migliore delle ipotesi il riferimento è alla biochimica o alla fisiologia. Un’altra epoca quella in cui la parola “natura” evocava la realtà che spiega perché il tutto è diverso dalle parti, epoca in cui parlando di natura umana si intendeva anima.
    Abortire ogni giorno 3.381 bambini e coinvolgerne 17 milioni in vicende di divorzio vuol dire che in Europa della natura umana resta ben poco, perché si manda al macero l’universale “non uccidere” e anche il significato di una promessa. Un tempo sposarsi voleva dire fare una promessa seria, una parola data davanti a Dio e agli uomini con delle conseguenze di giustizia verso la persona a cui si diceva sì. Qualcuno poteva anche cedere alle tentazioni della carne, ma quella promessa era un valore da difendere e non da sciogliere come neve al sole.
    Poi vennero i “fantastici” anni ’60 e tutto ha preso una piega da “divertimentificio” permanente, altrochè liberazione dalla borghesia e dai padroni. La rivoluzione culturale ha avuto il suo approdo nel “libero sesso, liberi tutti”, la vera ideologia dominante che ha abbracciato i centri sociali e gli yuppies, gli intellettuali e gli operai, tutti si sono incontrati nell’alcova dei desideri. Oggi assistiamo alla fase finale di quel progetto, l’ideologia di genere, che è molto più infida di quella dei bolscevichi o degli hippies, perchè attacca proprio la natura umana. In realtà, a ben guardare, si tratta di una vecchia gnosi di ritorno, quella che vorrebbe fare dell’uomo un essere solo “spirituale”, libero dalla prigione del corpo, spirito libero per cui anche il peccato è una forma di virtù.
    L’identità sessuale non conta nulla, uomo o donna, padre e madre, sarebbero solo etichette culturali, l’importante è essere ciò che il proprio “spirito” sente di essere. Una pietra tombale sulla legge naturale, su quella legge che però sembra rimanere lì a chiedere il conto: incremento inarrestabile nell’utilizzo di antidepressivi e ansiolitici, distruzione del tessuto sociale, solitudine, aumento dei disturbi comportamentali, emergenza educativa, tanto per citarne alcuni.
    L’aborto è la prima causa di morte nell’Unione Europea, uno ogni cinque concepiti viene ucciso, e a questo dato dobbiamo aggiungere anche quegli embrioni che vengono “scartati” nelle pratiche di procreazione medicalmente assistita: per un bambino nato con PMA vengono eliminati 9 o 10 embrioni. Insomma, anche gli esseri umani sono ormai un prodotto da consumo, il degrado finale del superuomo che vuol farsi Dio.
    Europa sul baratro. I veri numeri della crisi « Libertà e Persona

  4. #52
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    La Slovacchia avrà il suo Euro con Cirillo e Metodio. E i santi Francesco e Caterina per l’Italia?
    Antonio Benvenuti
    Si sa, sulle monete ci possono stare comodamente alberi simbolici, idoli paleolitici, divinità greche, la testa di questo e di quello ma cristiani no. Perché?
    Tratto dal blog di Antonio Benvenuti.
    Pare che la Slovacchia alla fine riuscirà a fare una moneta da due euro commemorativa dei santi Cirillo e Metodio, nell’anniversario della loro predicazione. Se le terre dell’Est sono terre europee e non succursali della Mongolia è anche merito loro. Ma sembra che non sia politicamente corretto stampare immagini di santi, magari anche con l’aureola e le croci, su una laicissima moneta europea. In terra slovacca hanno dovuto penare un bel po’ per farla digerire ai vertici dell’Unione. Perché, si sa, sulle monete ci possono stare comodamente alberi simbolici, idoli paleolitici, divinità greche, la testa di questo e di quello ma cristiani no. La seminatrice unisce,la croce divide.
    Anche se è stata quella croce a fare l’Europa, non sia mai che sporchi con la sua effige la divinità unica colà adorata. Proprio quella moneta per la cui salute si sacrifica la salute dei banali esseri umani. Forse a Bruxelles hanno pensato che, data l’immagine, qualcuno avrebbe pensato di rendere a Dio ciò che è di Dio.
    Un amico suggeriva che forse l’Italia dovrebbe stampare una moneta da due euro con sopra i nostri santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena. “Vorrei proprio vedere cos’avrebbero da obiettare: più politically correct di così! Un uomo e una donna. Par condicio rispettata”.
    Io gli ho ribattuto di aggiornarsi. Politicamente corretto – ovvero farisaicamente menzognero – non sono più un uomo e una donna, per l’Europa, sono due uomini… o come li chiamano adesso.
    Slovacchia, 2 euro con Cirillo e Metodio | Tempi.it

    Tre o quattro genitori, perché no? L’Olanda studia una legge per «allargare il concetto di famiglia»
    Leone Grotti
    L’Olanda vuole introdurre una legge che permetta tre o quattro genitori per lo stesso figlio. Deputata: «La genitorialità legale non deve per forza coincidere con quella biologica».
    È al vaglio del ministro della Giustizia olandese una legge che consenta a tre o più persone di formare una famiglia ed essere tutti legittimi genitori di un bambino. In un’intervista rilasciata all’agenzia Afp, il membro dei Verdi Liesbeth van Tongeren ha affermato: «Ci sono già tra i 20 e i 25 mila bambini che vivono in famiglie miste. Abbiamo bisogno di allargare il concetto di famiglia, il legame di genitorialità non può più essere puramente biologico. Non si può più dire che un bambino può avere solo due genitori».
    PROBLEMI LEGALI. Già a ottobre il Parlamento olandese aveva discusso una legge simile, ma i problemi legali connessi a una modifica del concetto di famiglia avevano fatto desistere il governo. Ecco perché è stata incaricata una commissione di studiare una soluzione, che però non è ancora arrivata.
    QUATTRO GENITORI. Un altro quotidiano, il Suddeutsche Zeitung, ha riportato due storie per descrivere quanto descritto dalla parlamentare olandese. Susanne Supheert, 25 anni, ha raccontato che quando ne aveva solo 11 il padre ha dichiarato di essere gay e ha lasciato la moglie per un altro uomo. Lei si è risposata e così Susanne ha avuto tre padri e una madre. Joaquin e Simon, rispettivamente tre e sei anni, si ritrovano con questa famiglia: i loro genitori sono una coppia gay e una coppia lesbica andati a vivere assieme all’università. Le donne hanno partorito con l’inseminazione artificiale, usando lo sperma dei due uomini, anche se non si sa quale dei due è padre di chi. «Non è importante, in fondo – dichiara una delle due donne – Ciò che conta è che tutti e quattro siamo i loro genitori e li amiamo».
    GENITORI LEGALI MULTIPLI. Secondo la deputata dei Verdi Van Tongeren, i “genitori legali multipli” aiuterebbero le coppie a districarsi quando c’è il problema di due genitori dello stesso sesso e un donatore di sperma o una maternità surrogata. «La genitorialità legale non deve per forza coincidere con quella biologica». Via libera dunque al poliamore, tutto è permesso.
    Olanda: quasi pronto il sì a poliamore e poligamia | Tempi.it

    Altro che omofobia: la vera campagna d'odio è contro la famiglia
    di Marco Gabrielli
    Trieste è sempre stata una città all'avanguardia, sede di sperimentazioni sociali e politiche. E’ la città che ha visto la prima campagna anti-omofobia trovare spazio su tutti gli autobus di linea. Intitolata “Si va diritti all'amore”, vedeva l’esposizione di sei immagini di vita “famigliare” di coppie formate da persone dello stesso sesso. Ad essere ritratti su base volontaria alcuni soci del “Circolo Arcobaleno”. Sul retro del cartoncino appeso ai passamano le motivazioni della campagna. Il tutto con il patrocinio di Comune e Provincia di Trieste attualmente guidate da giunte di centrosinistra.
    Non sono mancate prese di posizioni fortemente critiche rispetto alla campagna e al patrocinio fra cui quella del settimanale diocesano che ritiene che la campagna sia in favore dei "diritti" degli omosessuali più che contro l’omofobia. Ma siamo proprio sicuri che ad essere minacciati da una campagna di odio e discriminazione siano gli omosessuali?
    Mi permetto di raccontare alcuni atteggiamenti incontrati ed alcuni episodi che sono capitati a me. Così facendo mi chiedo e chiedo al lettore se non esistano oggi e non vadano piuttosto contrastate certe “fobie” rivolte contro la famiglia “tradizionale” in generale e la “famiglia numerosa” in particolare. Lascio da subito la libertà di immaginare tutta quella serie di battute che vengono rivolte quotidianamente contro chi dichiara la propria fedeltà e il proprio amore verso la propria “unica” moglie e i propri figli; contro chi dichiara di vivere la propria sessualità “come Dio comanda”, senza ridurla a puro istinto da slegare dalla fecondità ricorrendo alla chimica, alla gomma o all'aborto. Un continuo “martellamento” che va dal collega che minaccia “scherzosamente” di sterilizzarti mettendo una pallina di cobalto radioattivo sotto la sedia, alla collega che ti ringrazia perché i tuoi figli le pagheranno la pensione mentre lei sa che il numero perfetto per l’amore non deve mai superare il due, a chi ti da del coniglio non per la codardia, ma per la prolificità. Tutte cose a cui si deve fare il callo, e che è facile sopportare, ma che misurate con i criteri con cui si misura l’omofobia potrebbero far scattare qualche pesante ritorsione legale.
    Non si può negare che ci sia tutta una cultura contro la famiglia e, paradossalmente, anche le campagne in favore della “famiglia omosessuale” non sono altro che l'ennesimo tentativo di delegittimare la famiglia “tradizionale” in un momento in cui questa sta attraversando un momento di crisi. Ecco alcuni episodi fra i più “fastidiosi” che mi sono capitati negli anni che emergono violentemente sul “rumore di fondo”: il primo che racconto è capitato a mia moglie poco prima della nascita della nostra terza figlia, quando il ginecologo che ci seguiva ci ha proposto il parto cesareo per procedere così alla sterilizzazione chirurgica: “così non avrete altre preoccupazioni...”. Una proposta estremamente grave in quanto proveniva da un medico che giudicavamo autorevole. Non abbiamo avuto entrambi alcuna esitazione a rifiutare una simile proposta, ma quante coppie reagirebbero nello stesso modo davanti al suggerimento di uno specialista? In quanti scambierebbero questa possibilità segnalata per un “ordine” dato da un medico: se me lo propone lo specialista vuol dire che sa che così è meglio…
    Spiacevole anche l’episodio in cui un impiegato comunale, che non conoscevo, dal quale mi informavo circa eventuali contributi dopo la nascita del mio quarto figlio, ha avuto l’ardire di chiedermi: “Adesso basta, no?”. Ho dovuto scusarmi per la mia violenta reazione a questa domanda, ma mi auguro che quell'impiegato non abbia ripetuto più quella frase ad altri. Io e mia moglie ora di figli ne abbiamo cinque...
    Triste sapere poi che la ragazzina, figlia di amici, che comunicava gioiosamente la nascita dell'ennesimo fratellino, il sesto se ricordo bene, si sia sentita dire da una compagna di classe: “Incredibile che negli anni 2000 ci sia ancora chi non sa cosa si deve fare per non avere figli!”. Si, come se avere figli fosse sempre uno sbaglio da evitare, come se non sia ammissibile che una coppia possa decidere di vivere il proprio amore aperto alla vita e grato per i figli che Dio, o la natura per chi non crede, ha voluto donargli. Come se non fosse possibile che uno decida consapevolmente di andare incontro a degli innegabili sacrifici pur di poter crescere i propri numerosi figli in mezzo ai tanti problemi che si incontrano. Non parlo solo di problemi economici o delle mancate agevolazioni o delle nuove tasse che sembrano voler colpire espressamente le famiglie numerose, ma di tutte quelle problematiche che chi ha a cuore la famiglia ha ben presenti.
    Prima di fare delle campagne contro l’omofobia, credo che si dovrebbero fare delle campagne contro l'odio e l'ostilità palese nei confronti della famiglia: è questa la risorsa per il futuro del nostro paese. Queste dovrebbero essere le campagne patrocinate dagli enti pubblici. E' questo l'amore, diretto e fecondo perché aperto alla vita, che va incentivato. Non credete?
    Altro che omofobia: la vera campagna d'odio è contro la famiglia ~ CampariedeMaistre

    Governo inglese risparmia sul diritto alla vita dei vecchi e paga il diritto al figlio delle coppie lesbiche
    Leone Grotti
    La sanità inglese deve fare tagli per 15 miliardi: mentre permette alle coppie lesbiche di fare la fecondazione assistita gratis, finanzia gli ospedali che aprono le famigerate “death list”.
    Nel Regno Unito da questa settimana le donne fino a 42 anni e le coppie lesbiche possono ricorrere a costosissimi cicli di fecondazione assistita attraverso il Sistema sanitario nazionale. Quindi totalmente gratis. Una bella spesa, se si calcola che mediamente per un ciclo di fecondazione bisogna spendere almeno 1.500 dollari, ma è un costo che il governo inglese affronta volentieri per garantire a tutti il nuovo diritto ad avere un figlio.
    SERVONO 15 MILIARDI DI TAGLI. La scelta ha il suo peso, soprattutto economico. Il Sistema sanitario nazionale inglese, infatti, sta attraversando una crisi senza precedenti caratterizzata da ospedali locali «tecnicamente falliti» a causa delle centinaia di milioni di sterline di debiti accumulati e discussioni su quali e quanti dipendenti licenziare per fare fronte ai buchi di bilancio. Un’analisi commissionata dallo stesso Sistema sanitario nazionale nel giugno del 2009 aveva previsto che la situazione sarebbe cominciata ad essere critica dal 2011/2012. E così è stato. A causa della crisi finanziaria e dell’invecchiamento della popolazione, il governo inglese ha bisogno di fare tagli al sistema per 15 miliardi se non vuole collassare.
    C’È DIRITTO E DIRITTO. Tra le possibilità considerate per ridurre i costi dal rapporto c’era anche quella di escludere la fecondazione assistita dai trattamenti gratuiti. Ma il governo non ha voluto seguire questa strada. Se però, da una parte, il Regno Unito ha deciso di difendere il diritto al figlio delle lesbiche, costi quel che costi, dall’altra ha fatto una scelta diversa sul diritto alla vita, o meglio, a non essere uccisi dal proprio medico.
    L’IDEA DEL MINISTRO. Il ministro della Salute inglese Jeremy Hunt si è infatti speso per accorciare la vita dei pazienti più anziani, diffondendo e incentivando la pratica medica denominata Liverpool Care Pathway (Lcp), che dovrebbe servire ad «accompagnare “in modo dignitoso” alla morte i pazienti», inserendoli in vere e proprie “death list” che prevedono di non rianimare i pazienti in caso di attacchi cardiaci o respiratori, e perfino l’interruzione di alimentazione e idratazione. Ogni anno, secondo i dati pubblicati dal Ministero della salute inglese, 130 mila persone vengono trattate con il Lcp, circa 60 mila però non vengono informate dai medici.
    UN PAIO DI ABUSI. Sessantamila persone all’anno, dunque, vengono lasciate morire senza neanche esserne informati. Uno scandalo, denunciato sui giornali e anche dagli oltre 4 mila medici del Christian Medical Fellowship (Cmf), che il ministro ha commentato in questo modo: «Il Lcp è un fantastico passo in avanti per il sistema sanitario nazionale, che non deve essere demonizzato per un paio di casi in cui si verificano abusi».
    Si calcola che negli ultimi tre anni, il governo inglese abbia finanziato le “death list” con 10 milioni di sterline all’anno. Il governo inglese, dunque, non si fa scrupoli a mandare alla malora il Sistema sanitario nazionale pur di garantire anche alle coppie lesbiche il diritto ad avere un figlio. In compenso, siccome risparmiare è necessario, sorvola sui diritti di 60 mila persone anziane all’anno che vengono lasciate morire senza consenso (per non parlare delle altre 70 mila). Due pesi e due misure? No, risponderebbe il governo inglese: vogliamo solo garantire al meglio il diritto di queste persone a una «morte dignitosa» (ed economica).
    Inghilterra: i vecchi contano meno delle coppie lesbiche | Tempi.it



    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (Matteo 15,26). E’ male che si adottino i cagnolini e non i vecchietti, che il mercato del cibo per animali valga quattro volte quello degli alimenti per bambini, che si porti il cane in chiesa e perfino nel confessionale (un prete di Bologna mi riporta costernato la risposta di una catto-canara alle sue rimostranze: “Anche lui è figlio di Dio!”), che ai banchetti delle raccolte fondi si presentino signore che vorrebbero devolvere il ricavato al canile e non all’associazione leucemie, che a Pompei i soldi del contribuente anziché per i restauri vengano spesi per i randagi, due dei quali “trasferiti in centro di accoglienza per percorso educativo”.
    Il percorso educativo servirebbe agli italiani che nell’anno più duro della crisi, quando hanno cominciato a lesinare sulla qualità del proprio cibo, si sono messi in casa nuovi divoratori di crocchette (+13 per cento secondo Eurispes). Ma come non si possono raddrizzare le gambe ai cani non si possono far ragionare i proprietari di cani: quando penso che hanno diritto di voto vengo preso dallo sconforto.
    Preghiera del 8 febbraio 2013 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]

    Il disastroso fallimento del ’68 e della rivoluzione sessuale
    A posteriori possiamo tranquillamente dire che le rivoluzioni sessantottine sono chiaramente fallite: non in quanto non si sono realizzate, ma proprio perché hanno acquisito il loro posto centrale nella mentalità degli europei.
    La colpa più grave delle sciocche ribellioni dei sessantottini è certamente quella di aver creato degli eterni bambini, incapaci di educare e di essere testimoni credibili per le generazioni future (compresa la nostra). Ribellione all’autorità, libertinismo, laicismo, antiproibizionismo ecc. non hanno liberato l’uomo, lo hanno reso solo più solo, più schiavo dei suoi vizi e più impaurito della realtà.
    Antonio Polito, editorialista de Il Corriere della Sera, nel suo ultimo libro Contro i papà (Rizzoli 2012) ha proprio spiegato come la generazione che è passata dal ’68 abbia rovinato i giovani di oggi: «i nostri figli non hanno più trovato in noi qualcuno cui opporsi, uno stimolo a crescere, a rendersi indipendenti. Dal 6 politico all’università facile, fino al lavoro come diritto. Siamo la prima generazione che ha disobbedito ai nostri padri per obbedire ai nostri figli. Ci siamo liberati al padre, abbiamo fatto la rivoluzione contro la sua autorità, e ora coi nostri figli facciamo appello al negoziato. Abbiamo trasmesso loro il diritto al benessere, senza nessun dovere connesso».
    Così, spiega Polito, il problema dei figli bamboccioni (niente studio né lavoro) è «un problema culturale», per questo invita i genitori di oggi a comportarsi all’opposto dei loro padri rivoluzionari: «sfidate i figli, opponetevi se necessario, ma non fare il muro di gomma. Con i figli occorre starci, starci e ancora starci».
    Antonio Scurati si concentra sulla rivoluzione sessuale anche se non vuole nemmeno definirla “rivoluzione”, ha spiegato su La Stampa: «Di tutte le rivoluzioni mancate – o fallite – dalla sinistra sedicente rivoluzionaria, la rivoluzione sessuale è stata la più fallimentare. Sul terreno ha lasciato quasi solo rovine: tra le più ingombranti, e irremovibili, spiccano la crisi della famiglia (non il suo superamento, si badi bene) e la mastodontica mole sociale della frustrazione sessuale». Il dilagare della pornografia, al maschile e al femminile lo dimostra (il 30% del traffico in rete è destinato al porno). Continua lo scrittore: «Siamo tutti, personaggi di finzione e persone reali, parimenti prigionieri dell’ideologia del sesso. In un pomeriggio di noia abbiamo spostato sul sesso l’intera posta metafisica che il secolo precedente, quello romantico, aveva giocato sull’amore, ultima religione dell’Occidente».
    Antonio Socci ha ripreso questo articolo, affermando a sua volta: «Il sesso parlato, immaginato, guardato, venduto, comprato, praticato, modulato in mille varianti – diventato ossessione di massa e, con la rete, prodotto di vasto consumo – sembra sia l’unica rivoluzione vera scaturita dal ’68 “desiderante”». E ancora: «la marxistissima generazione del ’68 ha dato un decisivo contributo alla più capitalistica e borghese delle rivoluzioni, erigendo il desiderio a pretesa assoluta e così spianando la strada a un’industria della sessualità e del suo immaginario che rende merce i rapporti affettivi e pure i corpi. La famosa e celebrata liberazione sessuale del Novecento si è risolta in realtà in una nuova alienazione, in una servitù volontaria di massa e in una pratica di controllo dei corpi e delle menti fra le più pervasive».
    Gli ideatori della rivoluzione sessuale del ’68 avevano un chiaro intento di sopprimere la vecchia morale sessuale giudaico-cristiana, considerata repressiva, sessuofoba e arretrata. Tuttavia Socci, conclude la sua riflessione con una bella apertura: «Io che professo tutti gli insegnamenti morali della Chiesa cattolica, che li ritengo anzi liberanti e pieni di sapienza, e che sento come una violenza psicologica e spirituale, soprattutto per i più giovani, questa sessuomania dilagante, questa aggressione pornografica onnipresente, voglio dire che anche la cosiddetta rivoluzione sessuale ci parla dell’inestirpabile desiderio di Dio. E della sua mancanza. Del doloroso vuoto di Lui che ci risucchia nel suo gorgo, anche attraverso la carne».
    Il disastroso fallimento del ?68 e della rivoluzione sessuale | UCCR

  5. #53
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    I mattoncini della discordia
    Oggi la moleskine del Corriere celebra questo evento memorabile per la storia dell’umanità:



    Stranamente i paladini del Politicamente Corretto dimenticano di dire che i poveri mattoncini sono stati accusati di “sessismo” (perché la loro linea femminile “favorisce pericolosi stereotipi”, come riporta il Corriere) e di “anti-animalismo” (due mesi fa un gruppo di animalisti ha affisso manifesti contro le riproduzioni di circhi e di zoo: «Zoo e circhi vanno aboliti, non costruiti! Lego Vergogna! 100% animalisti»).
    Ammettiamolo: la nostra è una società di rincoglioniti, dove qualsiasi confronto è ostacolato dalla mancanza di ragionevolezza. La linea femminile della Lego è stata sicuramente pensata da qualche femminista (infatti è ispirata al telefilm Sex & the City…), ma alle femministe stesse non va bene perché alimenta gli stereotipi della donna rifatta, ninfomane e in carriera. Sono convinto che se come modello avessero utilizzato una madre “normale” (ce ne sono ancora), le reazioni sarebbero state esattamente le stesse: Abbasso gli stereotipi di genere! (Forse la vera donna, per le femministe, è una come Andrea Dworkin…).



    Sull’accusa di “anti-animalismo” (o come lo chiamano quelli là) non saprei come rispondere: è difficile dimostrare a certi malati mentali che i giocattoli della Lego non sono animali veri, ma soltanto riproduzioni, la copia di una copia (questi hanno già buttato a mare Aristotele, che se ne fanno di Platone?).



    Temo che la Lego finirà per doversi adattare alla dittatura dei rincoglioniti, dunque sarà costretta a creare giochi anti-specisti e gay-friendly, dove per esempio il circo diventa un locale per masochisti vegani e lo zoo una prigione nella quale delle lesbiche a cavallo di un leone fanno la guardia a pericolosi omofobi. (L’Huffington Post sta già preparando una decina di servizi per promuovere la nuova linea).
    I mattoncini della discordia

    I figli di coppie omo tendono a diventare omo
    Roberto Reggi
    Qualche giorno fa un noto politico italiano ha affermato che, per un bambino, crescere in una coppia omosessuale “è prima di tutto un’induzione ingiustificata a crescere come gay”. Come prevedibile, altri politici hanno protestato affermando tra l’altro: “Su quale base scientifica [...] poggia l’ignobile affermazione che genitori omosessuali inducono i bambini a divenire gay? [...] C’è qualche studio che dà fondamento [a questi] vaneggiamenti?”.
    Ora, se si ha la pazienza e la prudenza di cercare per vedere come stanno le cose, indipendentemente da tessere politiche e dubbi di boutade da campagna elettorale, è facile trovare la risposta: sì, secondo diversi studi recenti i figli di coppie omosessuali tendono più facilmente a sviluppare un orientamento omosessuale.
    Per onestà intellettuale va precisato che il parere ufficiale del più autorevole ente accademico mondiale a riguardo, l’APA (American Psychological Association), sostiene anche per questo aspetto la posizione “no difference” tra i figli di omo ed etero. Un pronunciamento del 2004 circa l’omogenitorialità affermava tra l’altro: “La ricerca [scientifica] suggerisce che l’identità sessuale (inclusa l’identità di genere, il comportamento di genere, l’orientamento sessuale) si sviluppa nello stesso modo per i figli di madri lesbiche come per i figli di genitori eterosessuali”. Per ben 19 volte il breve pronunciamento cita le ricerche dell’omosessuale e attivista LGBT Charlotte Patterson, i cui risultati sono stati in passato esclusi dal tribunale della Florida per mancanza di imparzialità osservabile nei gravi difetti di campionamento.
    Un successivo documento sull’omogenitorialità pubblicato dall’APA nel 2005, sempre a cura della stessa Patterson, ribadisce la stessa posizione: “Nell’insieme, i dati non suggeriscono un tasso elevato di omosessualità tra i figli di genitori gay o lesbiche”. La ricercatrice ha però l’onestà di riconoscere che uno studio (trascurato dal pronunciamento del 2004) ha rilevato una maggiore predisposizione, per i figli di lesbiche, a impegnarsi in relazioni omosessuali. Dato che il campione di questo studio è esiguo, la Patterson conclude che il risultato “va interpretato con cautela”. Ma dimentica di notare come, per gli studi “no difference”, l’esiguità del campione sia la prassi comune. Dopo questi due documenti non sembra che l’APA sia tornata ex cathedra sulla questione: un recente (giugno 2012) comunicato stampa rimanda al pronunciamento del 2004.
    Ma in questi 10 anni la ricerca è ovviamente andata avanti. Tra gli studi sulla questione si segnalano:
    * Judith Stacey e Timothy J. Bibl (2001) su una revisione di 21 studi precedenti hanno trovato i figli di coppie omo più sessualmente avventurosi e inclini a impegnarsi in attività omosessuali;
    * Cameron (2006) su 77 figli adulti di coppie omo ha trovato 23 (30%) omosessuali;
    * Schumm (2010) su 262 figli adulti di coppie omo ha trovato 63 non eterosessuali (inclusi omosessuali, bisessuali, insicuri), pari al 24%;
    * Gartrell, Bos, Goldberg (2010) intervistando 78 adolescenti 17enni, cresciuti all’interno di relazioni omo, ha trovato il 18,9% delle ragazze e l’8,1% dei ragazzi che si dichiarano bisessuali o prevalentemente omosessuali;
    * Regnerus (2012) su 236 giovani adulti figli di coppie omo rileva che si dichiara interamente eterosessuale il 61% dei figli di lesbiche, il 71% dei figli di gay.
    In definitiva, in tutti questi casi la quota di omosessuali è significativamente superiore alla media della popolazione in generale, che – pur tra varie oscillazioni nelle stime – si attesta a pochi punti percentuali del totale: non tutti i figli di omosessuali diventano necessariamente omosessuali, ma c’è una maggiore predisposizione a diventarlo.
    Osservando la questione dal punto di vista puramente scientifico e razionale, può sembrare strano che l’APA non si premuri di aggiornare i propri pronunciamenti, anche solo per falsificare le conclusioni di studi come quelli qui riportati. E sembra ancora lontano il giorno in cui verranno esaminate (per accoglierle o rifiutarle) le ricerche che vanno contro alla vulgata del “no difference” su altri aspetti più salienti (vedi lo speciale apposito). Come p.es. il recente studio (nov. 2012) che ha trovato i figli di coppie omosessuali più predisposti (+35%) alla bocciatura scolastica rispetto ai figli di genitori biologici.
    E chi rischia di rimetterci, alla fine dei giochi, sono proprio questi minori.
    I figli di coppie omo tendono a diventare omo | UCCR

    “Mai bimbi russi ai francesi gay”
    I falsi diritti dei gay avanzano in Occidente, ma non nella Russia del ‘macho’ Putin. Anzi, Mosca minaccia di ridurre il numero delle adozioni di bambini russi in Francia e in Gran Bretagna, se in questi due Paesi si arriverà al riconoscimento del matrimonio omosessuale, dopo i primi passi legislativi dei giorni scorsi.
    Una reazione che segue il recente divieto delle adozioni in Usa come risposta ‘asimmetrica’ alla legge Magnitski, adottata negli Stati Uniti per mettere al bando tutti i funzionari russi ritenuti coinvolti nella morte in cella dell’omonimo avvocato anti corruzione. E che arriva dopo la recente approvazione in prima lettura di un progetto di legge che punisce con multe salate la propaganda dell’omosessualità presso i minori.
    «I GAY francesi non avranno i nostri bambini», si era affrettato a commentare martedì Pavel Astakhov, delegato del Cremlino per i diritti dell’infanzia. E Konstantin Dolgov, rappresentante per i diritti umani presso il ministero degli Esteri russo, ieri ha rincarato: «I parlamenti britannico e francese hanno legalizzato i matrimoni omosessuali, questo diminuisce le possibilità di adozione dei bambini russi da parte dei cittadini di questi Paesi», ha twittato. Il timore è che possano finire nelle mani di coppie gay. Anche Narishkin, presidente della Duma, ha lasciato intendere che Mosca potrebbe rendere più severe le sue regole di adozione per la Francia.



    Il Nobel per la pace Walesa si scaglia contro la lobby gay
    Federico Cenci
    (ASI) Sul tema degli omosessuali, neanche a un eroe nazionale è più consentito di esprimersi controcorrente rispetto al pensiero dominante. Ciò che è accaduto in questi giorni in Polonia ne dà la prova. Lech Walesa, presidente polacco dal 1990 al 1995, nonché premio Nobel per la pace, è finito al centro di una rovente polemica a causa di dichiarazioni non amichevoli né tantomeno remissive – perciò anti-conformiste – nei confronti della minoranza gay.
    Il fatto è il seguente. In un’intervista rilasciata al canale Tvn 24, il leader di Solidarnosc ha risposto a una domanda sui deputati polacchi appartenenti a comunità omosessuali spiegando provocatoriamente: “I gay sono una minoranza che non mi piace, in parlamento dovrebbero avere posto solo nell’ultima fila prima del muro o magari dietro il muro”. Walesa ha poi proseguito il suo pensiero affermando un concetto che, se riferito a qualsiasi minoranza che non sia quella omosessuale, sarebbe considerato una ovvietà di buon senso. Ossia che, per contribuire in modo sano al raggiungimento del bene comune, è compito di chi rappresenta una minoranza “adattarsi agli usi della maggioranza vecchi di secoli”, e non imporre la propria diversità con insolenza.
    Apriti cielo. Sono bastate queste affermazioni sincere per creare un putiferio. In men che non si dica, è stata invalidata l’epopea dell’uomo che a costo di rischiare con la vita ha trainato il proprio popolo verso la democrazia e la riscoperta delle sue radici. Gli si è scagliato contro persino qualcuno che con lui aveva vissuto fianco a fianco tra le barricate erette innanzi alla tirannia comunista. Un gruppo di ex Solidarnosc, infatti, si è unito ad alcune associazioni omosessuali ed insieme hanno denunciato Walesa per “incitamento all’odio contro una minoranza sessuale”.
    “Teniamo alta la testa, nonostante il prezzo che abbiamo pagato, perché la libertà non ha prezzo”. Con buona pace di chi vorrebbe zittire le voci controcorrente, questa sua frase pronunciata durante gli anni duri della lotta anti-comunista descrive tutt’ora l’animo dell’anziano leone Lech Walesa. La testimonianza è data dal fatto che, malgrado le polemiche che hanno improvvisamente travolto la sua figura, l’ex sindacalista non ha ritrattato.
    Anzi, a chi gli ha chiesto di recitare un patetico mea culpa al cospetto delle lobby gay, Walesa ha risposto per le rime. “La società in tutti i contesti – ha detto – si suddivide in maniera proporzionale a seconda della rappresentatività. Noi rispettiamo la maggioranza, e la democrazia. È la maggioranza che ha costruito la democrazia”. Oggi, invece, “una minoranza cammina sulla testa della maggioranza. Non voglio che questa minoranza, con la quale non sono d’accordo, ma che tollero, possa manifestare per strada, facendo voltare la testa ai miei figli. Io sono della vecchia scuola e non penso di cambiare”.
    Più di vent’anni fa, la fede cattolica e l’ostinazione di un leader operaio come Walesa risultarono determinanti al fine di riscattare la Polonia dalle tenebre comuniste. Oggi, i fatti reclamano la necessità degli stessi strumenti per impedire non solo alla Polonia, ma a tutta l’Europa e al mondo occidentale di finire risucchiati in un abisso più subdolo del regime comunista ma altrettanto lacrimevole; quello della dittatura del relativismo.
    Il Nobel per la pace Walesa si scaglia contro la lobby gay



    Una nazione spaccata
    Radici Cristiane
    La rielezione di Barack Hussein Obama implica una vera e propria rivoluzione che sostanzialmente il quadro psicologico, e quindi anche sociale e politico, degli Stati Uniti
    di Julio Loredo
    Dopo l'attacco proditorio a Pearl Harbour, rispondendo alle adulazioni degli ufficiali che si complimentavano con lui per la vittoria, l'ammiraglio Isoroku Yamamoto ebbe quel "mot célèbre": «Abbiamo solo svegliato il gigante assopito».
    OBAMA; NON LIBERAL, MA RADICAL
    Qualcosa di simile si potrebbe dire, almeno riguardo a una parte del Paese, della recente rielezione di Barack Hussein Obama, anche se per un margine assai esiguo del voto popolare: poco più del 2%. Al tempo della sua elezione, nel 2008, analizzando il tipo di cambiamenti ai quali la nazione andava incontro, un opinionista scrisse: «Non bisogna domandarsi quali rivoluzioni potrà realizzare il nuovo presidente, lui stesso è la Rivoluzione».
    Infatti, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti era stato eletto un presidente nero, seguace della Black Theology of Liberation, nella quale scorge «un forte potenziale rivoluzionario» di idee apertamente socialiste improntate a quel "socialismo populista" avanzato da Saul Alinsky, del quale è discepolo, partigiano di ogni forma di aborto, compreso l'orribile partialbirth abortion, nel quale il bimbo è ucciso mentre nasce, sostenitore delle frange più estreme dei movimenti omosessualista e femminista, favorevole alla liberazione delle droghe, nemico giurato delle sane tradizioni del Paese, e via dicendo. Per usare il gergo politico americano, per la prima volta era stato eletto non un liberal ma un radical.
    Non tutti hanno intuito sul momento le ultime conseguenze di questo evento epocale. Anche il fatto che Obama abbia poi mantenuto praticamente immutata la politica estera statunitense ha indotto taluni analisti a vedervi una continuità istituzionale, quando in realtà si è trattato di una vera e propria cesura storica, appunto di una Rivoluzione.
    Una Rivoluzione che, nell'opinione di un numero crescente di analisti, sia politici che ecclesiastici, sta ponendo le condizioni per lo scoppio di una guerra civile. Perché questo giudizio non sembri esagerato, bisogna spendere due parole sulla mentalità americana.
    VERSO LA GUERRA CIVILE?
    Gli Stati Uniti si sono sempre caratterizzati per una way of life affabile e aperta, che considera con distacco i contrasti di opinione, una way of life ottimista che predilige il pragmatismo e rifugge dalla disquisizione teorica, sempre pericolosa in quanto facile premessa di idee assolute e, quindi, di perniciose divisioni.
    Questa way of life permise di stabilire un clima di tranquilla convivenza e di consenso — il famoso "American compact" - distante anni luce dall'ambiente europeo, endemicamente lacerato da ideologie e da guerre. La Guerra Civile del 1861-1864, seppur molto cruenta, costituì appena una parentesi in questa lunga storia di concordia nazionale.
    Questo stato di spirito poteva facilmente degenerare in un liberalismo sfrenato, atto a suscitare reazioni che avrebbero potuto dilacerare il tessuto nazionale, dando perfino vita a movimenti di tipo contro-rivoluzionario e, quindi, a guerre tipo Vandea. Per evitare questo, lo Stato assunse la difesa della religione cristiana in genere quale fondamento dell'ordine morale, sociale e politico. Donde il paradosso di uno Stato costituzionalmente aconfessionale che si proclamava tuttavia apertamente cristiano, perfino incorporando nella sua vita pubblica non poche manifestazioni religiose. Era la cosiddetta civil religion.
    La salvaguarda di questa way of life presupponeva l'assenza di conflitti che potessero lacerarla. Presupponeva quindi la manutenzione di un ampio consenso intorno alla civil religion quale fondamento dell'ordine americano. E, infatti, per più di duecento anni le polemiche dottrinali, culturali e politiche si erano sempre mantenute entro certi parametri che vedevano opposti coservatives e liberals. Le componenti radical, pur presenti, erano marginali.
    L'elezione di Obama nel 2008 ha fatto saltare in aria questo equilibrio. I pesanti interventi governativi in aree così sensibili della realtà nazionale che nessuno avrebbe mai sognato di toccare, stanno creando spaccature e rancori non molto dissimili a quelli che precedettero il conflitto del 1861.
    Prendiamone un esempio. La riforma sanitaria proposta dal Presidente, la famigerata Obamacare, non solo introduce sostanziali modifiche nel sistema sanitario nazionale, ma mette la scure alle radici stesse della mentalità americana, fondata sull'idea di responsabilità individuale e non sull'assistenzialismo dello Stato, cosa del tutto aliena al sistema americano. Oltre agli aspetti politici ed economici, già di per sé preoccupanti, l’Obamacare implica un'immensa rivoluzione culturale che potrebbe cambiare per sempre la stessa mentalità di ampi settori del Paese.
    UNA "CROCIATA IN DIFESA DELL'ORDINE AMERICANO"
    Come gli è riuscito a Obama questo tour de force? Egli ha fatto leva su settori della popolazione inclini a ricorrere agli aiuti statali - particolarmente gente di colore e ispanici - che, nonostante tutta la retorica sul melting pot, non si sono mai integrati perfettamente nel sistema americano, e adesso sembra che vi abbiano rinunciato del tutto. Sono proprio i settori ai quali si riferiva Rommey quando ha dichiarato «costoro non voteranno mai per me». E così è andata.
    Ma, come dicono gli americani, there ain’t no free lunch, "non c'è pranzo gratuito". Qualcuno deve pure pagare il conto. Chi pagherà? Ovviamente quella parte della popolazione che, nel tipico american style, non si adagia sull'assistenzialismo statale ma preferisce lavorare sodo. Sarà disposta a farlo? Basta leggere i giornali e i blog americani di questi ultimi mesi per accorgersi quanto questa parte della popolazione si senta presa in giro e stia mostrando una insofferenza crescente di cui non è possibile prevedere gli ultimi sviluppi.
    Si comincia a parlare di "crociata in difesa dell'ordine americano". L'intervento radicale di Obama ha provocato una reazione altrettanto radicale. E qui stiamo parlando del 48% degli americani, vale a dire di coloro che hanno votato Mitt Rommey e che, in futuro, potranno votare Rick Santorum.
    UNO SPARTIACQUE STORICO
    L'area dove l'ingerenza obamista sta provocando maggiori disagi, però, è il campo religioso.
    Rompendo ogni equilibrio storico, e calpestando anche un fondamento del sistema americano, cioè la libertà religiosa, Obama ha cancellato l'obiezione di coscienza nelle strutture sanitarie nazionali, L’Obamacare prevede, infatti, che medici e infermieri non possano più addurre un conflitto di coscienza quando si tratti di eseguire interventi contrari alla morale cristiana, come l'aborto, l'eutanasia o la somministrazione di contraccettivi. La reazione dei cattolici è stata decisa e compatta. Perfino molti vescovi, finora silenziosi quando non schiera con i liberal, hanno alzato la voce contro il governo. Il cardinale Raymond Burke, già arcivescovo di Saint Louis e attuale Prefetto della Segnato Apostolica del Vaticano, è stato molto chiaro: «Ci stiamo inoltrando in una vera e propria situazione di persecuzione religiosa». Una persecuzione totalmente aliena all'american way of life e che, in pratica, ne costituisce la negazione. Tutto il personale sanitario cattolico, e non solo, sarà costretto a scegliere fra l'obbedienza alla leggi di Dio e l'obbedienza alla legge di Barack Hussein Obama.
    Se a questo aggiungiamo una serie di disposizioni legali che, sotto il pretesto della "non discrimazione", praticamente vietano alla Chiese Cattolica di insegnare la sua dottrina in campo morale, possiamo capire le inquietanti dichiarazioni del cardinale Francis George, arcivescovo di Chicago: «Io spero di morire nel mio letto. Il mio successore morirà certamente in prigione. Il suo successori morirà martire sulla piazza pubblica».
    Quando si può parlare di martirio in piazza pubblica negli Stati Uniti, è chiaro che è stato superato un confine. Da parte loro, non vi è più il rispetto per i parametri tradizionali del sistema americano. Sono disposti a calpestare qualsiasi principio pur di imporre la Rivoluzione. Da parte nostra, cresce la consapevolezza di dover arrivare fino al martirio pur di difendere i principi non negoziabili.
    Il "gigante assopito" si sta risvegliando. Con quali conseguenze? Solo il futuro lo dirà. Il fatto è che, a nostro parere, le ultime due elezioni americane costituiscono uno spartiacque storico.
    Rassegna stampa - Centro Cattolico di Documentazione di Marina di Pisa - Una nazione spaccata


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    I prezzi dei parrucchieri danesi sono discriminatori. Lo dice la Commissione pari opportunità
    Paola D'Antuono
    In Danimarca sono state dichiarate illegali le differenze di prezzo tra i tagli maschili e quelli femminili. Ora i parrucchieri saranno obbligati ad applicare lo stesso listino per evitare multe per “trattamento discriminatorio”
    Una cosa a cui le donne non riescono proprio a rinunciare è il parrucchiere. Magari in tempi di austerity ci vanno meno spesso, qualcuna azzarda anche un tentativo per così dire orientale, altre si tolgono lo sfizio di una piega dal parrucchiere dei vip. Ma i capelli si sa, sono un vezzo tutto femminile. Per questo, storicamente, i parrucchieri femminili hanno sempre avuto un costo diverso rispetto ai colleghi che si dedicano alle sobrie scelte maschili. Va detto anche che gli uomini prediligono quasi sempre tagli corti – quando ancora ci sono capelli su cui lavorare – che richiedono meno tempo e meno creatività.
    NORD. Capita però che in Danimarca i tagli da uomo e da donna finiscano addirittura al vaglio della Commissioni pari opportunità. Tutto è nato dalla lamentela di una cliente di un salone danese che ha protestato per la differenza tra i prezzo del taglio da uomo, attorno ai 48 euro, e quello da donna, superiore di circa dieci euro. Il proprietario del salone, per il suo “trattamento discriminatorio”, si è visto recapitare una multa di duecentottanta euro. A nulla sono valsi i tentativi di spiegare che la diversità di listino prezzi non ha niente a che vedere con il razzismo ma è causata dalle esigenze diverse delle due tipologie di clientela.
    PARI PREZZI. Il proprietario intanto è ricorso in appello, ma la Commissione Pari Opportunità ha già giudicato illegali le differenze di prezzo tra i tagli maschili e femminili. Difficile capire cosa succederà adesso, se i prezzi maschili verranno equiparati a quelli femminili o si creerà una nuova “discriminazione”, non di genere ma di lunghezza. Uomini e donne con i capelli corti pagheranno meno rispetto a uomini e donne con i capelli lunghi. E i bambini? Si attendono nuove lamentele.
    I parrucchieri e la discriminazione. Succede in Danimarca | Tempi.it

    Islamizzazione: in Belgio aboliti Pasqua e Natale
    Procede a passi spediti l’islamizzazione dell’Europa. La Pasqua è passata ma quest’anno in Belgio, le scuole non hanno chiuso per la vacanze “pasquali”, ma per le “vacanze di primavera”. Da quest’anno infatti in Belgio, sarà vietato chiamarle “pasquali”: sarà obbligatorio chiamarle con il nuovo aggettivo “primaverili”. L’ennesimo esempio di neolingua che non poteva non arrivare da un paese artificiale e cuore dei fanatici dell’Unione Europea.
    A stabilirlo è una circolare ministeriale che recepisce un decreto governativo di giovedì scorso concernente la materia delle festività nel mondo della scuola.
    Così il congedo di Ognissanti a novembre si chiamerà “congedo di autunno”, le vacanze di Natale diventano le “vacanze d’inverno” e il Carnevale viene messo in un angolo per fare spazio a un “congedo di relax”. Sarebbe ridicolo, non fosse tragico.
    La giustificazione è sempre quella della “laicità” delle istituzioni pubbliche che non devono “urtare” gli immigrati.
    Insomma, la Pasqua è abolita in Belgio, ma solo nel nome. Come i Cristiani al crepuscolo dell’Impero infatti, i nuovi sacerdoti della religione multietnica sanno bene che “abolire le feste” creerebbe una reazione popolare, e allora le si “sostituisce”. E’ un metodo molto più raffinato di rubare l’identità ad un popolo. E così, come la festa del Sole Invictus divenne il Natale cristiano, così oggi la Pasqua, diventa “festa di primavera”. E’ con la manipolazione della lingua che si distorce la realtà.
    Gli identitari hanno denunciato l’ennesimo tentativo di distruggere l’identità cristiana del Belgio ma il governo ha deciso e i leader islamici, sempre più presenti nel dibattito politico belga, plaudono.
    Islamizzazione: in Belgio aboliti Pasqua e Natale | VoxNews

    Opporsi all'aborto Per l'Onu è tortura
    di Lorenzo Schoepflin
    Si intitola «Report del relatore speciale sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti». Il relatore speciale, titolo che l’Onu attribuisce a personalità operanti per conto delle stesse Nazioni Unite in specifici ambiti, risponde al nome di Juan E. Méndez e il testo fa parte dei documenti presentati durante la ventiduesima sessione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu.
    Sin dall’introduzione il report potrebbe apparire condivisibile poiché animato da nobili intenti, tra cui in particolare quello di individuare e stigmatizzare pratiche in ambito sanitario che possano configurarsi come atti lesivi della dignità umana. E’ proprio il concetto di tortura ad essere ampliato nell’ambito del report, estendendone l’applicazione dai classici campi, come quello della detenzione e quello militare, ad uno meno usuale: tortura, si afferma ad esempio, è anche un intervento medico invasivo effettuato senza il consenso del paziente. Ma, come a volte (forse troppo spesso) accade quando si tratta di documenti ufficiali di istituzioni sovranazionali, è nei dettagli che si nasconde l’inganno. Si celano tra le righe, più o meno esplicitamente, contenuti completamente in contrasto con un’antropologia e una politica ispirate ai principi non negoziabili. Il tutto inserito in un contesto che, come detto, a prima vista potrebbe incontrare il favore di chiunque.
    Il report in questione è un fulgido esempio di questa strategia.
    Nella sezione B del testo, dedicata al cosiddetti «diritti riproduttivi», ecco cosa si legge al punto 46: «Enti internazionali e regionali attivi nell’ambito dei diritti umani hanno cominciato a riconoscere che l’abuso e il maltrattamento di donne che cercano servizi di salute riproduttiva possono causare tremende e durevoli sofferenze fisiche e psicologiche». Tra gli esempi di queste violazioni, si cita «il rifiuto dei servizi sanitari legalmente disponibili, come l'aborto e la cura post-aborto». Non praticare un aborto sarebbe dunque una forma di tortura inflitta ad una donna. Si pretenderebbe forse troppo se si chiedesse che un’istituzione come l’Onu - in seno alla quale alcune lobby vorrebbero che l’interruzione volontaria di gravidanza venisse catalogata tra i diritti legati appunto alla «salute riproduttiva» (ma intanto parlano come se già fosse così) -, definisca tortura ciò che lo è veramente: proprio l’aborto, che infligge dolore e morte ad un essere umano innocente ed indifeso e lascia un vuoto incolmabile e doloroso nel grembo e nel cuore materno. Ma, almeno, sarebbe auspicabile che la logica delle cose non fosse completamente sovvertita, fino ad arrivare a definire implicitamente i migliaia di obiettori di coscienza come dei perfidi torturatori.
    Al punto successivo, il 47, si cita il caso di una donna polacca alla quale fu negato un test genetico sul bimbo che portava in grembo dopo che un esame ecografico aveva evidenziato anormalità del feto. Della vicenda si occupò la Corte europea dei diritti dell’uomo, stabilendo che la donna si trovava in una «situazione di grande vulnerabilità». Nel report dell’Onu si legge che, in casi come questo, «l’accesso alle informazioni sulla salute riproduttiva è fondamentale per la capacità di una donna di esercitare l’autonomia riproduttiva e i diritti alla salute e all’integrità fisica». Non passare al setaccio la vita nascente al fine di eliminarla se non rispondente ai requisiti qualitativi attesi sarebbe dunque un’altra forma di tortura.
    La sezione E del report si occupa invece dei «gruppi emarginati», tra i quali, in quarta posizione dopo sieropositivi, tossicodipendenti e prostitute, si trovano «persone lesbiche, gay, transessuali, bisessuali e intersex» (solitamente indicati con l’acronimo Lgbti). A tal proposito, tra i trattamenti classificabili come tortura, ci sarebbe la pretesa che per cambiare il proprio sesso indicato sui documenti di identità, una persona debba sottoporsi ad un intervento chirurgico. Questo tipo di intervento causa sterilità e cambiamenti irreversibili al proprio corpo, influenzando negativamente la vita familiare e riproduttiva e minando l’integrità fisica della persona. Nel documento, come esempio che dovrebbe fungere da guida per la tutela dei diritti, si cita il caso dell’Ontario, dove per cambiare il sesso sul certificato di nascita non è necessario operarsi.
    Un’interpretazione perfettamente in linea con l’ideologia del gender, secondo la quale il sesso non è determinato biologicamente, ma è solo uno stato variabile autonomamente deciso dall’individuo. Perché costringere un uomo che si sente donna a cambiare sesso chirurgicamente quando si può semplicemente correggere un pezzo di carta come il certificato di nascita o la carta d’identità? Perché “torturarlo” così crudelmente? Perché impedirgli di poter tornare uomo se dovesse nuovamente sentirsi tale?
    Il report si conclude con l’immancabile tentativo di obbligare gli Stati ad armonizzare le leggi a livello internazionale in senso abortista e in modo compiacente con la lobby Lgbti: si raccomanda infatti che vengano messe in atto tutte le misure necessarie – anche legislative – per prevenire tutti i tipi di tortura citati.
    Non è la prima volta che il concetto di tortura viene utilizzato per questi scopi: nel 2011 la Commissione Onu contro la tortura si era occupata dell’Irlanda, dove la legge sull’aborto è molto restrittiva. Secondo la Commissione, eventuali azioni penali contro le donne che decidono di abortire si configurerebbero come violazioni della «Convenzione contro la tortura e altri trattamenti e pene crudeli, inumani o degradanti».
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Opporsi all'aborto Per l'Onu è tortura

    Famiglie inglesi: «L’educazione sessuale insegni il valore del corpo e dell’astinenza prima delle nozze»
    Leone Grotti
    Il dipartimento dell’Educazione inglese ha diffuso i risultati di un’inchiesta condotta tra i genitori per capire quali temi vorrebbero che fossero trattati nelle lezioni di educazione sessuale. E sono rimasti sorpresi.
    In Inghilterra il governo ha deciso che ogni scuola debba decidere in autonomia che cosa insegnare nelle lezioni di educazione sessuale. Ecco perché si è raccomandato che ogni scuola si consulti con le famiglie. Il dipartimento dell’Educazione ha anche diffuso i risultati di un’inchiesta condotta tra i genitori inglesi per capire quali temi vorrebbero che fossero trattati.
    VALORE DELL’ASTINENZA. Il risultato ha lasciato gli uomini del Ministero alquanto sorpresi: il 52 per cento degli intervistati, infatti, vuole che durante le lezioni di educazione sessuale ai ragazzi venga insegnato «il valore del loro corpo» nonché «il valore dell’astinenza prima del matrimonio». Questi i temi da trattare insieme alle classiche lezioni sulla «contraccezione».
    VALORE DEL CORPO. Per la maggior parte delle famiglie dunque, come riporta il Daily Telegraph, è «essenziale che l’educazione sessuale ponga una relazione sessuale all’interno di un chiaro e oggettivo contesto morale. I ragazzi devono sapere che hanno un valore e che anche il loro corpo ce l’ha». Non solo: «Insegnare la fedeltà e la dedizione in una relazione non è meno importante del consenso».
    LIBERTÀ DI SCELTA. L’educazione sessuale, che deve essere accompagnata da lezioni su droga, alcolismo e salutismo, non sarà però obbligatoria. Ogni scuola, oltre ai contenuti, potrà decidere se fare o meno queste lezioni, una decisione governativa a favore della libertà scolastica che non piace ai laburisti, che volevano l’obbligatorietà.
    Educazione sessuale. Inghilterra: «Più valore all'astinenza» | Tempi.it

    Deputato Tory: «Le minigonne istigano lo stupro» L'Inghilterra ritorna puritana
    Il deputato conservatore di Glouchester Richard Graham è stato duramente criticato per aver detto che le ragazze che indossano minigonne e tacchi alti si mettono a rischio stupro. Graham, che in passato è salito alla ribalta delle cronache per aver paragonato le notti nella sua città, Glouchester, a quelle nella «Roma decadente», ha aggiunto pure che la tendenza da parte delle giovani ad abusare di alcol «moltiplica il rischio di violenza sessuale, perchè fa perdere ogni freno inibitorio e genera incoscienza». E poi per illustrare meglio il suo pensiero: «Se sei una ragazza che sta tornando a casa attraverso un parco la mattina presto indossando minigonna a tacchi alti - ha sentenziato Graham - e c'è uno stupratore in giro... se sei ubriaca e con i tacchi alti, come fai a scappare?». Immediata la levata di scudi delle associazioni di tutela delle donne vittime di violenza: la portavoce del «Gloucestershire Rape Crisis Centre» ha detto che lo stupro indotto «dal desiderio maschile di potere e dalla voglia di umiliare e degradare la donna, che non hanno nulla a che vedere con il suo abbigliamento».
    Deputato Tory: «Le minigonne istigano lo stupro» L'Inghilterra ritorna puritana - IlGiornale.it

    Fuori nei boschi
    Pubblicato da Berlicche
    Non si usa tanto, al giorno d’oggi, vedere vecchi film. Perciò non so quanti tra le “giovani generazioni” (ahimè, ammettere di non esserci più in mezzo!) conoscano il film “Un uomo chiamato cavallo“, del 1970, con Richard Harris nel ruolo di protagonista.
    Vi riassumo in breve la trama (spoiler!): aristocratico inglese viene catturato e schiavizzato dagli indiani Sioux. Messo a lavorare come cavallo da soma, riesce tuttavia ad ottenere la fiducia da parte dei suoi catturatori fino ad entrare a far parte della tribù stessa. All’epoca il film aveva destato un certo scalpore anche per la scena, piuttosto cruenta, della “cerimonia del sole”, dove l’attore in preda a visioni penzola appeso per i capezzoli.
    La sequenza che mi aveva più colpito era però un’altra. Verso la fine del film, il protagonista si trova ad essere l’unico possibile sostegno per l’anziana donna (la moglie del capo e madre della sua defunta sposa indiana) che l’aveva schiavizzato all’inizio della sua permanenza. Nella cultura Sioux, come rappresentata nel film, gli anziani senza sostegno semplicemente vengono lasciati morire. Nessuno se ne occupa, nessuno procura loro riparo e cibo. Sono pesi inutili, bocche da sfamare. Cacciati fuori dal villaggio nei boschi, durano poco. Per quanto però il personaggio interpretato da Harris si sia immedesimato nella cultura locale, prende lo stesso con sé quella vecchia che in fondo per lui non aveva più alcun significato.
    All’epoca non l’avevo considerato per niente strano od eccezionale. Insomma, per me era assolutamente normale che una persona aiutasse e salvasse dalla morte i bisognosi, se proprio non veniva da una cultura selvaggia.
    Quanto ne so di più, adesso. In quell’inghilterra origine del personaggio della storia oggi i malati anziani con poche prospettiva di vita si mandano nei boschi a morire. No, anzi, non nei boschi, ma in letti di ospedale dove non vengono dati loro nè cure nè acqua nè cibo. Qualcuno, portato via dai familiari, la scampa. Tanti altri no.
    E non è che sia fatto di nascosto, anzi. Sembra che a fare diversamente non si becchino finanziamenti dallo stato.
    A questo punto mi risulta evidente che quella cultura cristiana, la fonte di quella pietà che davo per scontata, non esiste più, almeno in una certa Inghilterra. Come nell’America selvaggia di inizio ’800 gli “inutili” sono destinati alla morte.
    Non vi chiederò quale tra le due posizioni, quella dei Sioux o quella che l’inglese del film incarnava, vi sembri la migliore.
    Però tenete conto di una cosa: anche voi, come me, state invecchiando. E prima o poi qualcuno vi penserà inutili.
    PS: nel video, l’intero film.
    L’episodio di cui parlo è al minuto 1:47:00.
    Fuori nei boschi | Berlicche


  7. #55
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Succede in Francia. E non è un «Pesce d’aprile»!
    Multato per aver indossato una maglietta della ‘Manif pour tous’ la recente oceanica manifestazione popolare parigina contro la legalizzazione dei matrimoni gay.
    Su Twitter abbiamo trovato questa notizia, da far rabbrividire!
    Da un padre arrabbiato
    Lunedì ero al Giardino del Lussemburgo con mia moglie e i nostri sei figli al “pic-nic per tutti”, che viene improvvisato da alcuni giorni. Dovendo incontrare alcuni amici incontrati navigando sui social network, abbiamo convenuto, per riconoscerci, di indossare la t-shirt resa celebre dagli eventi del 13 gennaio e 24 marzo. Non è un abbigliamento militante dal momento che non c’è il titolo di “Manif per tutti”, ma solo una famiglia “normale” stilizzata. Non avevamo portato bandiere, fischietti, vuvuzela o altro materiale da manifestazione; avevamo organizzato solo una caccia al tesoro con i bambini. Gli amici che abbiamo incontrato, fino ad allora solo virtuali, erano molti certamente, ma né più né meno agitati della folla di curiosi che si godevano questa bella giornata del 1 ° aprile.
    Meno di un quarto d’ora dopo il nostro arrivo, alcuni agenti si sono avvicinati al nostro gruppo, infastiditi dai nostri vestiti e ci hanno chiesto di rimuovere o coprire queste felpe per il motivo, suppongo ritenuto sovversivo, che rappresentano la silhouette di un padre e di una madre che tengono per mano due bambini. Rifiutando di obbedire, un ufficiale ha chiesto i miei documenti e mi ha portato alla stazione di polizia per verbalizzare l’accaduto. Occorreva trovare il motivo per la contravvenzione. Hanno iniziato con “indossava un abito immorale”, ma davanti alla mia reazione molto divertita e ai consigli del suo collega (di grado più elevato e quindi con una riflessione più ponderata), la motivazione è stata trasformata in “manifestazione ludica organizzata senza autorizzazione”. La natura della presunta violazione mi sembrava fuorviante per cui ho fatto verbalizzare il mio disaccordo, cosa che mi porterà ad essere convocato dal tribunale di polizia per ulteriori procedure penali.
    Il valoroso ufficiale che mi ha multato probabilmente non ha mai letto i pensatori del “gender”, come Judith Butler e Nicolas Gougain, e avrebbe anche difficoltà a identificare il reale significato della sigla LGBT. Tuttavia, ha riconosciuto nella famiglia stilizzata della mia felpa un simbolo in grado di turbare il nuovo ordine pubblico che imporrà a tutti il matrimonio omosessuale.
    Cari padri di famiglia, si profila una nuova resistenza. Non è la lotta senza fine in trincea per conservare pochi metri di una patria da trasmettere ai nostri bambini; non è più quella della ‘macchia’ da cui si torna solo alcune notti buie per abbracciare i nostri cari. No, la resistenza dei mesi a venire è quella dei parchi e dei luoghi pubblici, come famiglia, sottobraccio alla moglie, sbandierando con orgoglio la nostra gioia (e le nostro felpe) per il fatto di vivere un matrimonio felice. Non temiamo troppo le multe, perché saremo così tanti che, visto il magro bilancio che il nuovo regime socialista ha lasciato a disposizione della polizia e della giustizia, saranno obbligati a cedere davanti a noi.
    Succede in Francia. E non è un «Pesce d?aprile»!

    Indossiamo tutti la felpa di Talleu!
    di Eugenia Roccella
    Comprerò subito la felpa del delitto, e invito tutti a fare altrettanto: la felpa con il disegno di una famigliola che si tiene per mano, e che è stata vietata a Franck Talleu, che passeggiava a Parigi nei giardini del Luxembourg con moglie e figli il lunedì di Pasqua.
    Le foto e il verbale dei poliziotti parlano chiaro, ma il racconto di Talleu lascia basiti: due sorveglianti del parco lo hanno fermato e gli hanno imposto di torgliersi la felpa, per motivi di buoncostume. L'indumento non ha scritte o slogan, solo un innocuo disegnino schematico, ma è quello che molti portavano addosso alla manifestazione contro il matrimonio omosessuale, la 'manif pour tous', e secondo i sorveglianti, "può scioccare". Il prode Franck rifiuta di togliersela, segue verbale e multa per manifestazione non autorizzata.
    Alla fine Franck cede, perché sfilarsi la felpa è la condizione per lasciarlo libero, così può finalmente tornare alla sua passeggiata con la famiglia. La multa però resta, e resta lo sconcerto. Come commenta il povero Talleu, "comincia una nuova resistenza, quella di chi passeggia al braccio della moglie e con i figli per mano" nei luoghi pubblici. Compriamoci tutti la "terribile" felpa con i pupazzetti di mamma, papà e bambini stampati sopra: questa è la vera, "scioccante" trasgressione del futuro.
    Indossiamo tutti la felpa di Talleu! | l'Occidentale



    Eliseo, Hollande: che distratti....
    Che distratti, all’Eliseo! Un sito di laici cattolici d’oltralpe, “ Le Salon Beige” pubblica un breve commento che vi riportiamo integralmente.
    MARCO TOSATTI
    Che distratti, all’Eliseo! Un sito di laici cattolici d’oltralpe, “Le Salon Beige” pubblica un breve commento che vi riportiamo integralmente: “Il 19 agosto 2012 il Presidente della Repubblica indirizzava un messaggio alla comunità musulmana in occasione della festa di Aid-el-Fitr, la più grande festa dell’islam. Oggi, giorno di Pasqua, festa della Resurrezione di Nostro Signore, la più importante festa cristiana, l’Eliseo è muto. Come a Natale. In Francia, noi viviamo sotto il regime dell’allahicità. Temo, non so perché, che i nostri fratelli ortodossi di Francia, la cui festa di Pasqua cade quest’anno il 5 maggio, non saranno neanche loro i destinatari di un messaggio di auguri dell’Eliseo…Ma è vero che penso sempre male…”.
    Eliseo, Hollande: che distratti....

    Bimbo abusato da coppia gay, ignorato appositamente per anni
    Nel settembre 2007 una notizia ha scosso il Regno Unito, anche se moltissimi quotidiani hanno cercato di nasconderla e riportarla soltanto in forma breve: una coppia omosessuale è stata lasciata libera di abusare sessualmente dei bambini a loro affidati perché gli assistenti sociali temevano di essere accusati di discriminazione e omofobia se avessero inoltrato denunce e segnalazioni.
    Questo è un segnale significativo del terrore psicologo calato sulla popolazione a causa della frequente caccia alle streghe mediatica contro chiunque osi esprimersi negativamente sull’omosessualità e sulle nozze/adozioni gay.
    In questi giorni è emersa una storia del tutto simile: un ragazzo abusato sessualmente dal suo papà adottivo e dal suo partner omosessuale è stato etichettato come un “bambino indisciplinato”, e imbottito di farmaci anti-psicotici, dagli assistenti sociali che hanno ignorato sistematicamente le sue lamentele per anni, lasciando il ragazzo, Andy Cannon, nella casa della coppia omosessuale, lodando pubblicamente, oltretutto, i due uomini come “genitori molto attenti”. Il caso, che ha avuto risvolti penali, si è finalmente concluso dopo quasi un decennio di battaglie legali, quando un tribunale ha ordinato un risarcimento di circa 30 mila euro a Cannon.
    Il ragazzo ha dichiarato: «Credo che se mio padre adottivo avesse avuto una relazione eterosessuale allora le mie lamentele sarebbero state ascoltate anche prima. Sembra che gli assistenti sociali non volessero essere visti come chi vittimizza i gay. Hanno preferito guardare il “politically correct” e lasciare loro il permesso di adozione per evitare eventuali ripercussioni. Gli assistenti sociali non mi hanno creduto. Quando sono tornato a casa da scuola, dopo che avevo parlato, sono stato picchiato appena rientrato. Poi più tardi mi hanno abusato sessualmente. Non ho mai avuto incubi da bambino perché ero come spento, gli incubi li ho ora. Ho lasciato che accadesse, non potevo fare altro». Nel Regno Unito la notizia è stata ripresa dal Telegraph e dal Dailymail, in Italia soltanto da ImolaOggi e da Leggilo.net.
    Di precedenti simili purtroppo ce ne sono parecchi: in questi ultimi mesi, ad esempio, si sono verificati una serie di arresti di esponenti di primo piano dei cosiddetti “diritti gay” per motivi di pedofilia e pedo pornografia. Larry Brinkin, l’icona gay di San Francisco, è stato arrestato pochi mesi fa con l’accusa di aver inoltrato per e-mail materiale con pornografia infantile, condendo il tutto con scritte razziste e a sfondo sessuale. Per motivi simili è stato arrestato nel gennaio scorso anche Nils Clausson, omosessuale di primo piano e docente universitario, uno dei principali oratori alle manifestazioni LGBT e collaboratore con le principali riviste gay. A dicembre la notizia dell’arresto di un ragazzo omosessuale in Olanda, con l’accusa di aver molestato più di 50 bambini, con cui è venuto in contatto lavorando nelle scuole e come baby sitter. Nel 2011 un bambino di 4 anni è stato brutalmente picchiato e ucciso dalla madre omosessuale per essersi rifiutato di chiamare “papà” la compagna della madre. Sempre nel 2011 un tribunale australiano ha tolto l’affido di un bimbo a due donne omosessuali dopo che hanno umiliato il figlio adottivo travestendolo da ragazza e pubblicando le sue foto su Facebook con tanto di derisione pubblica.
    Gli abusi e la pedofilia sono diffusa tra gli omosessuali così come tra gli eterosessuali, ma quello che sconcerta è che molto spesso -così come è accaduto all’interno di associazioni religiose, sportive, perfino nella polizia inglese- si preferisce difendere e salvaguardare l’immagine mediatica del movimento LGBT ed evitare ripercussioni personali, evitando di denunciare casi di pedofilia commessi da esponenti gay.
    Bimbo abusato da coppia gay, ignorato appositamente per anni | UCCR

    Il Parlamento approva
    Pubblicato da Berlicche
    “Il Parlamento approva!”
    Un applauso si levò dai banchi quando venne annunciato l’esito della votazione. La riforma, a lungo attesa, era stata finalmente varata.
    Era partita in sordina, con i pensosi ragionamenti di alcuni intellettuali di grido. Se si ridiscutono tutte le basi dell’esistenza umana, era stato il ragionamento, perché questa no? Perché precludersi la possibilità?
    Dai salotti l’eco era rimbalzato sui giornali. Dalle terze pagine l’argomento era finito alle prime. I gustosi trafiletti di noti opinionisti avevano sbertucciato le antiche convinzioni. Personalità politiche d’avanguardia, note per perseguire ogni novità di grido, avevano dato la loro adesione. I principali quotidiani avevano iniziato il martellamento tipico delle campagne stampa concordate. Erano partite petizioni e raccolte firme, servizi televisivi con comici e inviati speciali.
    Un comitato aveva frettolosamente raccolto le firme per un referendum. Approvato, indetto.
    I cattolici e poche frange estremiste sembravano essere gli unici contrari. Uno schieramento un po’ di nicchia, senza alcuna possibilità. Il partito di maggioranza si era discretamente astenuto. Doveva essere una vittoria a valanga, eppure il referendum abrogativo era andato deserto.
    Era seguito sconcerto e preoccupazione. Si rischiava di rimanere al passo, di restare fuori dal consesso dei paesi civili. Strateghi e politologi avevano riconosciuto che forse era stato prematuro, l’opinione pubblica non era pronta, ci voleva tempo. I referendari delusi avevano ricominciato a muoversi discretamente, nelle commissioni, con provvedimenti ad hoc. La politica dei piccoli passi.
    Alcuni magistrati avevano quindi preso l’iniziativa. Di fronte a casi controversi, tanto anomali da sembrare costruiti appositamente, avevano emesso sentenze rivoluzionarie, creando il caso costituzionale. I primi ricorsi erano stati respinti. Ma alcuni cambi di maggioranza, ulteriori giudizi e pronunciamenti avevano presto reso evidente che qualcosa stava per cambiare.
    Nonostante la crisi, la politica si era trovata a ridiscutere del caso. Chi aveva domandato se, dato la congiuntura, si doveva perdere tempo con argomenti simili era stato zittito. Gli appelli al realismo, a riconoscere l’immutabilità di certe leggi naturali, l’assoluta evidenza di alcuni fatti oggettivi erano caduti nel vuoto. Anzi, erano stati ridicolizzati come conservatorismo, bigottismo, chiusura mentale. Erano fobie e retaggi del passato, e come tali andavano cancellati. Se non ora, quando?
    Erano state create commissioni, il referendum dimenticato o archiviato a incidente di percorso. Nuove proposte di legge erano state avanzate. Un compromesso era stato raggiunto, sostenuto anche esternamente da chi diceva di essere contro tutto e tutti. Erano cominciati i passaggi parlamentari, ed era stato chiaro che questa volta c’era la volontà di arrivare fino in fondo. Nessun appello, nessuna manifestazione contraria aveva raggiunto lo scopo. Il governo era deciso, irremovibile. I sondaggi erano quasi unanimemente favorevoli, l’opinione pubblica quasi tutta convinta. Le voci dissenzienti furono chiamate solo a fare colore marginale e oggetto di derisione nei talk show.
    E questa era la conclusione. Il parlamento approva, in via definitiva. Il primo passo verso il futuro, l’aveva chiamato qualcuno. Quella che molti in precedenza avevano sostenuto essere una legge di natura immutabile era stata democraticamente abolita e cambiata. Un trionfo dell’umanità.
    Dalla data della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale la Legge di Gravità era formalmente abolita e sostituita da nuove disposizioni.
    Seguirono le linee guida del governo. E le prime multe.
    Il Parlamento approva | Berlicche


  8. #56
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Inferni in costruzione
    Dopo Nazismo e Comunismo, una nuova rivoluzione alle porte: abolire l’umano.
    di Anna Bono
    Poi le cose cambieranno di nuovo, ma per qualche tempo l’influenza di alcune ideologie – e di quella generica avversione all’Occidente per cui manca un nome, ma che non per questo è meno feroce nel condannare la civiltà cristiana occidentale – determinerà il modo di governare, la politica. I soggetti stessi della politica – le persone – cambiano identità e valore sotto la pressione di quelle ideologie.
    L’ideologia del Genere
    Nel 2016 sulle carte d’identità dei cittadini europei l’indicazione del “sesso” scomparirà, sostituita da quella della “IG”, l’identità di genere. In nome di una società più giusta, il Parlamento Europeo ha infatti recepito i Principi di Yogyakarta, il documento riguardante l’applicazione delle leggi internazionali sui diritti umani in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere redatto nel 2006 durante il congresso internazionale di giuristi ed esperti in diritti umani svoltosi su sollecitazione dell’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Louise Arbour. I suddetti principi riguardano in special modo la protezione dei diritti LGBT, ovvero di lesbiche, gay, bisessuali e transgender, e intendono essere una guida universale vincolante per tutti gli stati del pianeta.
    In base ai Principi di Yogyakarta, la piena e totale affermazione della libertà e dell’uguaglianza in dignità e diritti di ogni uomo non solo richiede che il sesso, maschio e femmina, ceda il posto ai generi, ma vuole che tutti possano cambiare nel corso della vita orientamenti e identità sessuali.
    Ma c’è pure chi considera l’umanità una sorta di cancro del pianeta, un parassita da contrastare, contenere, addirittura eliminare per salvare la Terra e restituirla alla sua incontaminata bellezza. Si denunciano l’“impronta ecologica” insostenibile impressa al pianeta da individui, famiglie e nazioni che producono e consumano troppo e la “bomba demografica” causata dal moltiplicarsi irresponsabile della popolazione. Medicina e igiene – sosteneva già negli anni 70 Aurelio Peccei, fondatore dell’associazione Club di Roma, nata per denunciare i limiti dello sviluppo – sono mezzi buoni ma usati a fini cattivi perchè favoriscono la “proliferazione cancerosa” di uomini che continuano a “vivere sul pianeta come vermi sulla carogna” (Cento pagine per l’avvenire, Mondadori, 1981).
    La Decrescita felice
    Contro l’uomo, movimenti e partiti politici nati per difendere la Terra, la natura, l’ambiente intendono come minimo imporre programmi neanche più di “sviluppo sostenibile”, ma di “decrescita felice”, da realizzare vivendo in case piccole, spostandosi il meno possibile, preferibilmente a piedi e in bicicletta, acquistando poco di tutto e quel poco solo a condizione che sia stato prodotto vicino a casa…
    In Italia, tra gli altri, il Movimento Cinque Stelle sostiene accanitamente una radicale decrescita fino a proporre orti urbani – una sorta di autosufficienza di quartiere e addirittura di condominio – impedire o tassare l’uso delle automobili private, proibire la produzione di determinati beni, bandire l’impiego di pesticidi e fertilizzanti… idealmente, un ritorno alle antiche economie di sussistenza.
    Una certa considerazione per la persona umana tuttavia parrebbe sussistere poichè si parla di felicità – più precisamente di FIL, Felicità Interna Lorda, ovviamente in alternativa al PIL – ma nessuno che conosca la povertà può davvero credere che con meno si viva meglio e che il benessere non sia da preferire: le economie di sussistenza, come dimostrano le condizioni di vita di chi tuttora le pratica, condannano l’umanità a vite brevi e sofferte. (Una parentesi andrebbe aperta, a proposito, sull’uso del termine felicità. Nè benessere nè povertà rendono felici, anche se il benessere porta sicurezza, salute, piacere, opportunità. La felicità viene dall’amore, dalla fede, dalla carità, dalla speranza…)
    L’uomo, cancro del pianeta
    “Cure” più energiche contro il “cancro del pianeta” prevedono sterilizzazione, aborto ed eutanasia. La politica, per gli ecocatastrofisti, deve avversare l’uomo, sacrificarlo a Madre Terra. Persino da morto l’uomo ingombra, inquina e contamina: per produrre le casse da morto si sprecano legname ed energia, i cimiteri sono aree iperfertilizzate buone solo per crisantemi e cipressi, altra energia si consuma per costruire lapidi e si violenta la terra scavando cave di pietra.
    Fulco Pratesi, fondatore nel 1966 del WWF Italia, è stato tra i promotori di soluzioni alternative alla “barbarie cristiana della sepoltura”, illustrate nel 1989 in un libro intitolato “Ecologia domestica”, sponsorizzato dalla Coop: creare dei carnai, ad esempio, dove ammassare le “carcasse umane” che servirebbero così da cibo per i rapaci e usare la carne umana per preparare i cibi in scatola per cani e gatti.
    Lo Specismo
    Complementare all’avversione all’uomo è la difesa di ogni altra specie animale fino a farne la depositaria di diritti al pari delle persone. In Spagna, nel 2008, dopo due anni di discussioni, è stata varata una legge che estende ai grandi primati alcuni diritti umani: alla vita, alla libertà, all’integrità fisica e morale. Già un’analoga legge era stata adottata in Nuova Zelanda nel 1999.
    Non tutti gli animalisti hanno approvato. Il presupposto è infatti che le grandi scimmie “sono come noi” perchè condividono con l’uomo circa il 98% dei geni. Il rischio quindi è discriminare gli altri animali, creare nuove gerarchie. Gli animalisti ritengono invece che tutti gli animali abbiano un valore in sé, autonomo, che li rende tutti soggetti portatori di diritti e denunciano, chiamandolo specismo, l’“iniqua discriminazione” operata dall’uomo ai danni degli animali autoproclamandosi ad essi superiore e negando loro i diritti di cui lui gode. La vita in sé, non quella umana, deve essere posta al centro e tutelata, sostengono i movimenti e i partiti nati per farsi portavoce dei diritti degli animali. In altre parole, i diritti finora ritenuti inerenti solo alla condizione umana vanno estesi non a certi animali perchè “sono come noi”, ma a tutti perchè “noi siamo come loro”.
    Ciò pone dei problemi concreti – se e come difendere l’antilope dal leone, come combattere la malaria senza usare violenza alle zanzare, come gli animali possono essere rappresentati e difesi in tribunale – e degli interrogativi inevitabili – se gli animali sono titolari di diritti, hanno anche dei doveri? sono responsabili delle loro azioni legalmente e moralmente?
    Ma, soprattutto, l’uomo diventa così una specie vivente tra tante: per certuni, la peggiore, superflua e sgradita.
    Inferni in costruzione | Pepe



    Usa: cattolici = Al Qaeda?
    Il Washington Free Beacon ha duramente criticato nei giorni scorsi l‘amministrazione Obama, e in particolare il Dipartimento della Difesa, per una presentazione che classifica i cattolici e i protestanti evangelici fra i gruppi “estremisti”, fianco a fianco con Al Qeda e il Ku Klux Klan.
    MARCO TOSATTI
    Il Washington Free Beacon ha duramente criticato nei giorni scorsi l‘amministrazione Obama, e in particolare il Dipartimento della Difesa, per una presentazione che classifica i cattolici e i protestanti evangelici fra i gruppi “estremisti”, fianco a fianco con Al Qeda e il Ku Klux Klan. La presentazione enumerava una certo numero di minacce estremistiche che si sarebbero potute presentare all’interno del personale militare degli Stati Uniti; fra di esse i gruppi di supremazia bianca, le bande di strada e le sette religiose.
    Il documento identificava diciassette organizzazione religiosa, in una diapositiva intitolata “estremismo religioso”. “L’estremismo religioso non è limitato a una singola religione, gruppo etnico o regione del mondo” spiegava la diapositiva in un linguaggio, fa notare il Washington Free Beacon che “ricorda da vicino il testo di Wikipedia sulla pagina ‘Estremismo’”.
    Oltre ad Al Qaeda, a fianco dei cattolici e dei protestanti evangelici ci sono il gruppo musulmano separatista (e militarmente attivo) Abu Sayyaf, e il Ku Klux Klan, che la diapositiva gratifica della definizione di “organizzazione cristiana”.
    Una riflessione che si può fare è che basta essere in disaccordo con le norme politically correct dettate dal Potere centrale e da altri Poteri forti per vedersi oggetto di un tentativo di delegittimazione immediato.
    Usa: cattolici = Al Qaeda?

    L’assurda crociata contro le croci
    di Giuliano Guzzo
    Chi ha paura delle croci? Dinnanzi ai propositi dei soci di Mountain Wilderness, ennesima sigla ambientalista – a proposito, ma quante ce ne sono? – è una domanda che assume purtroppo senso ed attualità. A detta di lorsignori, infatti, la diffusa presenza delle croci sulle vette andrebbe scoraggiata giacché queste sarebbero un esempio di chi vuole «imporre aggressivamente convinzioni religiose». «Siamo convinti – hanno aggiunto questi cervelloni – che le montagne non abbiano bisogno di crocifissi e madonne per invitarci a pregare» (L’Adige, 9/4/2013, p. 19). Se questa non è palese cristianofobia camuffata da ambientalismo, amici, ditemelo voi che cos’è.
    Sì, perché se si vuole tutelare davvero la montagna vi sono tutta una serie di realtà minacciose per la natura – penso a taluni impattanti impianti sciistici, alle valli tramutate in luna park, ai gipponi che sgommando liberamente sui sentieri sputano veleno e sollevano polvere, per la gioia di chi passeggia – cui andrebbe posto rimedio. Le croci, viceversa, non fanno male a nessuno. E non calpestano alcun principio di laicità come ha ribadito, fra l’altro, pure la Corte Suprema degli Stati Uniti rovesciando una sentenza che ordinava la rimozione di una croce innalzata in California, nel deserto del Mojave, in memoria dei caduti della Prima Guerra Mondiale.
    Non so voi, ma la presenza di una croce in cima alle montagne mi dona sempre un sollievo speciale, profondo, superiore a quello della più borraccia più fresca. Perché quando, complice la fatica, il fiato ormai scarseggia, sono solo la croce e l’Uomo crocifisso a parlarti, a condividere con te la gioia di quel panorama così inaspettatamente limpido e maestoso. Un panorama che talvolta ti fa sentire più in cielo che a terra, più a tuo agio nell’infinito che in quel pur confortante insieme di mura che troviamo al nostro ritorno e che chiamiamo casa. E la croce, in tutto questo, è splendida co-protagonista: semplice, muta, essenziale. Assurdo, dunque, che ora non se ne vogliano più.
    Bei tempi quando, anziché mobilitarsi per rimuoverle, si faceva praticamente a gara a metterle, le croci sulle montagne, dato che non facevano paura, tutt’altro. Racconta Mario Rigoni Stern (1921 – 2008) che, dopo una lunga contesa – iniziata addirittura, pensate, nel settembre 1910 – fra Asiago e Borgo circa l’effettiva “proprietà” di Cima XII (2341 m.) e della sua croce, il tutto si risolse allorquando i paesani di Borgo, nel 1973, ne innalzarono una seconda e «il loro poeta scrisse:” De le do Crose: una/l’è la nostra, del Borgo/l’altra la è la vostra/cari fradei de Asiago”» (Amore di confine, Einaudi 1986, p. 170). In quegli anni, peraltro relativamente recenti, una croce di riferimento era addirittura un orgoglio. Bei tempi davvero.
    L?assurda crociata contro le croci « Libertà e Persona

    Canada: catechismo fuorilegge?
    Il ministro dell’Educazione dello Yukon, uno stato nella parte occidentale del Canada, ha proibito in forma pubblica l’insegnamento della dottrina cattolica sull’omosessualità nelle scuole cattoliche che ricevono fondi pubblici.
    MARCO TOSATTI
    Il ministro dell’Educazione dello Yukon, uno stato nella parte occidentale del Canada, ha proibito in forma pubblica l’insegnamento della dottrina cattolica sull’omosessualità nelle scuole cattoliche che ricevono fondi pubblici. Con una lettera aperta inviata il 19 marzo al vescovo locale, mons. Gary Gordon, il ministro, Scott Kent ha ordinato che l’insegnamento non sia più fornito. Il vescovo locale si era detto d’accordo nel togliere dal sito web della scuola un documento riguardante l’insegnamento cattolico sull’omosessualità. Ma questa misura non è stata sufficiente per il ministro, che in una lunga lettera ha intimato che l’insegnamento non sia più fornito.




    Quella “strana” alleanza
    il Timone n.122 - aprile 2013
    Mondo della grande finanza e partiti post-comunisti uniti da una comune concezione dell’uomo, spinto a soddisfare solo i suoi istinti.
    Lo scopo?
    Denaro e potere
    di Giacomo Samek Lodovici
    In molti luoghi del pianeta, i grandi mass media sostengono spesso i partiti eticamente relativisti, cioè quelli che promuovono un'antropologia che nega l'esistenza di beni non negoziabili, quei partiti che attaccano la vita (tramite aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, ecc.), che colpiscono la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra l'uomo e la donna (con il divorzio, con l'equiparazione delle coppie coniugate alle coppie di fatto, col "matrimonio" omosessuale, ecc.), che rifiutano la libertà di educazione (cioè il primato dei genitori nella trasmissione dei principi etici e culturali, che esige la possibilità, anche economica - tramite parità scolastica e/o buono scuola - di iscrivere i propri figli in scuole che proseguano l'educazione ricevuta in famiglia).
    Una strana alleanza
    Questi mass media sono di proprietà di alcuni gruppi finanziari mondiali o di alcuni grandi magnati della finanza. Eppure, questi potentati oggi danno molto spazio a partiti come il Partito radicale italiano o simili, che pur non hanno molto seguito elettorale, e appoggiano molto spesso i partiti post marxisti, che sono generalmente molto relativisti (anche se non sono certo gli unici), e sono decisamente relativisti per i motivi che ho argomentato in Odio alla famiglia in nome di Marx, «il Timone», 120 (2013), pp. 30-31.
    Insomma, si è pienamente realizzata un'alleanza, prevista in una certa misura da Augusto Del Noce già negli anni '70-'80, tra coloro che per molti decenni sono stati acerrimi nemici. Come è possibile?
    Il punto è che, già nei teorici del marxismo classico, al posto dell'affermazione dell'immutabilità di alcuni beni e di alcuni valori morali, al posto dell'affermazione classico-medievale circa l'esistenza di una legge morale naturale immutabile (accessibile a chiunque con la sola ragione, anche se ci possono essere impedimenti che ne ostacolano l'apprensione) che deve essere la regola della condotta umana, si fa piuttosto strada il principio del piacere, che deflagra poi col freudismo dei continuatori di Freud (non molto fedeli a Freud, ma sarebbe un discorso lungo...): il criterio dell'agire diventa quello della ricerca del proprio piacere, del proprio godimento, ed emerge sempre più il libertarismo.
    Oggi, come detto, si verifica il dispiegamento totale dell'ideologia radical-libertaria, la quale si fa appunto portabandiera del principio del piacere, che proclama la soddisfazione di ogni pulsione e desiderio, contrapponendosi alla logica del dono che caratterizza una buona famiglia.
    Le ragioni del sostegno delle élites finanziarie ai partiti radical-libertari
    Ecco di seguito (almeno) tre motivi di questa alleanza.
    1. Non di rado, i membri di queste élites del gotha finanziario hanno essi stessi proprio una concezione radical-libertaria della vita, dunque sospingono i partiti di cui sopra perché convergono culturalmente con i loro su questo punto.
    2. Questi grandi potentati mirano spesso a ottenere il massimo profitto ("business is business»), il quale è propiziato dal consumismo, per (almeno) le seguenti ragioni:
    2.1. il consumismo è favorito dal principio del piacere (dice il soggetto radicale: se desidero questo o quel prodotto, cellulare, automobile, ecc., perché non dovrei acquistarlo? E dunque lo acquista frequentemente);
    2.2. il consumismo è propiziato dallo sfascio della famiglia, perché esso produce l'infelicità di quegli individui le cui relazioni familiari sono naufragate, e chi è infelice compra cose più facilmente, per cercare un (presunto) surrogato consolatorio nei beni materiali;
    2.3. il consumismo è favorito dalla disgregazione della famiglia anche per un altro motivo: dove prima di un divorzio bastava un lettore dvd, una lavatrice, un computer, una casa, ecc., dopo ce ne vogliono due. Però, questo vantaggio economico prodotto dalla disgregazione delle famiglie si verifica solo nel breve periodo. Infatti, come ho argomento in altri due articoli (La famiglia? È per l'economia, «il Timone», 106 [2011], pp. 30-31, nonché Famiglia ed economia. Parte II, «il Timone», 107 [2011], pp. 30-31), nel lungo periodo la tenuta dell'istituto della famiglia è cruciale per il buon andamento dell'economia. Rimandando a quegli articoli per l'argomentazione di questa tesi, qui si può ricordare una sola delle sue tante motivazioni: l'economia si regge (anche) sui consumi, ma i consumi richiedono soggetti che acquistino, laddove al contrario una crisi demografica diminuisce i soggetti che comprano e dunque produce crisi economiche. Ora, indebolendo la famiglia, si indebolisce per ciò stesso la culla della vita, l'ambiente in cui gli uomini e le donne sono maggiormente (lo confermano diversi studi) propensi a generare figli e ciò diminuisce i soggetti che acquistano.
    Ora, o questi potentati non si rendono conto di questo effetto boomerang, nel lungo periodo, per il loro business, della dissoluzione della famiglia che essi propugnano tramite i loro mass media, oppure se ne rendono anche conto, ma la loro motivazione principale non è né la 1, né la 2, bensì una terza.
    Lo scopo principale è il potere
    3. Infatti, queste élites, spesso, mirano ad ottenere il potere, e la filosofia radical libertaria:
    3.1. fa dilagare l'individualismo, soprattutto colpendo la famiglia, cellula fondamentale di coesione sociale, e così isola l'individuo, rendendolo meno forte e più manipolabile;
    3.2. crea degli individui pulsionali, in balia delle loro pulsioni e dei loro istinti, poco dotati di volontà e poco propensi a ragionare criticamente, che perciò sono (come diceva già Platone nella Repubblica) facilmente manipolabili e accontentabili mediante la strategia del panem et circenses. Mediante una progressiva erotizzazione della società, diffondendo tra le masse l'illusione di essere liberi, facendo leva sul desiderio di libertà (per propiziare, per esempio, il rifiuto della Chiesa cattolica), si riesce a rendere le persone sempre meno libere. In questo modo si ottiene un potere planetario, che assume le caratteristiche di una dittatura o quasi, perché è detenuto, in ultima analisi, non già dai governi e dai Parlamenti - essi stessi manovrati, ma la cui elezione fanno sembrare di vivere in una democrazia - bensì da alcune élites che non sono state elette da nessuno.
    La situazione verso cui sempre di più ci dirigiamo è stata prefigurata con grande preveggenza da Alexis Tocqueville nel 1840: «Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri», cioè vive individualisticamente, alla mera ricerca del proprio vantaggio e indifferente o quasi al bene comune. «Al di sopra di essi si eleva un potere immenso [...]. Rassomiglierebbe all'autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità [cioè a farli crescere, a renderli liberi, a farli ragionare, a forgiare la volontà] mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell'infanzia», cioè non vuole che crescano, aborre che sappiano ragionare, e piuttosto li vuole eteroguidare: ogni giorno «rende meno necessario e più raro l'uso del libero arbitrio, restringe l'azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l'uso di se stesso».
    Ricorda
    «Un'attenzione prioritaria merita [...] la famiglia, che mostra segni di cedimento sotto le pressioni di lobbies capaci di incidere negativamente sui processi legislativi». (Benedetto XVI, Discorso ai rappresentanti pontifici in America Latina, 17 febbraio 2007, Vatican: the Holy See).

  9. #57
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    In nome del politically correct, le scuole inglesi mettono al bando la penna rossa
    Elisabetta Longo
    Dal 2008 gli insegnanti non possono usare il colore rosso per segnare gli errori nei compiti perché «minacciosa e provocatoria»
    È dal 2008 che nelle scuole britanniche circola la direttiva, non imposta dal ministero, di non usare penne rosse per correggere i compiti degli alunni. Le correzioni vanno fatte in verde, blu, nero o matita, perché colori più sobri, più adatti a istruire nel modo migliore i ragazzi di oggi. La penna rossa è stata ritenuta «minacciosa e provocatoria», e l’insegnamento oggi punta a tattiche meno punitive. Il colore rosso salta subito agli occhi degli studenti, che possono così vedere gli errori, ma anche esserne terrorizzati. Qualcuno dice anche che è sufficiente una spiegazione finale a margine compito invece di tante singole correzioni.
    SCUOLE INGLESI. A distanza di cinque anni dal provvedimento scolastico, c’è qualche esponente politico che si dice perplesso. Il ministro dell’Istruzione, Michael Gove, insiste a dire che gli insegnanti devono segnare chiaramente gli errori degli alunni, e ortografia e grammatica errata vanno segnate subito, o il ragazzo perpetrerà l’errore.
    Bob Blackman (Tory) ha detto di essere stato contattato da un’insegnante che è stato rimproverato perché non usava colori “politicamente corretti”. «Mi sembra che il concetto di politically correct stia impazzendo», ha detto Blackman, che ha chiesto un’interrogazione parlamentare per discutere di eventuali linee guida, ufficiali e approvate dal governo, sul modo di correggere i compiti in classe e se permettere la penna rossa o commenti a lato della prova scritta.
    Elizabeth Truss, parlamentare che si occupa della frequenza scolastica e altre problematiche educative, ha invece ribadito che non è compito governativo. Ogni scuola può decidere che colore mettere al bando, insomma.
    SCIOCCHEZZE. «I ragazzi hanno diritto di capire bene dove e quanto hanno sbagliato. L’idea che si debba usare questo o quel colore per correggere è folle». La pensa così anche Chris McGovern, che guida l’organizzazione no profit Campaign for real education, che si occupa di tenere alti gli standard educativi delle scuole del Regno Unito. «In trentacinque anni di insegnamento, ho capito che i bambini preferiscono insegnanti che usano le penne rosse, di modo da capire subito dove sia l’errore. Molte scuole credono che il rosso sia minaccioso e intimidatorio, ma è un’idea davvero sciocca».
    Penna rossa vietata nelle scuole inglesi | Tempi.it


    Mostra a un collega un depliant sui danni dell’aborto. Licenziata. I legali: «Una misura totalitaria»
    Benedetta Frigerio
    Medico londinese licenziata per insubordinazione ha accusato il Servizio sanitario nazionale di aver leso il diritto umano di libertà di espressione. Secondo l’accusa il suo libretto aveva «toni religiosi»
    La sua unica colpa è stata quella di mostrare a un collega un libretto sui danni psico-fisici dell’aborto, testimoniati direttamente da donne che li hanno subiti. E se un tempo gli sponsor della legge “sull’interruzione di gravidanza” la chiamavano l’extrema ratio, ora pare la considerino un diritto inalienabile, anteponendola, come in questo caso, alla libertà di coscienza e religiosa.
    LA VICENDA. Margaret Forrester, 40 anni, medico e consulente psicologico londinese, ha accusato il Servizio sanitario nazionale (National Health Service) di lesione dei diritti umani, di libertà religiosa e di espressione. La vicenda non riguarda solo il suo licenziamento, ma un precedente trattamento protratto nel tempo contro di lei. Forrester, infatti, era già stata richiamata per aver solo parlato con un suo collega a riguardo dell’aborto, esponendogli le sue preoccupazioni per il fatto che alle pazienti veniva offerto come unica soluzione, senza prima vagliarne altre. Il medico poi aveva dato il libretto al collega e una settimana dopo i suoi superiori l’avevano invitata a dare spiegazioni, interrogandola sulle sue convinzioni non solo scientifiche ma anche religiose. Proprio quelle ritenute dallo stesso Servizio sanitario non plausibili di menzione. La donna ha comunque risposto di essere cattolica, benché non sia un requisito proprio di chiunque si interroghi di fronte alle testimonianze di persone che hanno abortito. Per questo Forrester non si è scusata della sua condotta. Anzi, durante il colloquio con i superiori, ha ribadito di non essersi pentita per aver mostrato il dépliant al collega.
    ACCUSATA PER I “TONI RELIGIOSI”. Ma, nonostante la rivendicazione del suo diritto umano di espressione, il medico è stato accusato di insubordinazione e di aver fatto circolare un libretto dai «toni religiosi». C’è poi una terza accusa pendente su di lei: alla donna, prima di essere licenziata, erano state affidate mansioni definite addirittura «umilianti» dai suoi avvocati, ragione per cui è stata licenziata per aver rifiutato un nuovo ruolo.
    CLIMA DI TERRORE. Il principale argomento dell’accusa, oltre alla lesione dei diritti umani della querelante, è il danno arrecato a tutti gli impiegati del Servizio sanitario che potrebbero temere di esprimere qualsiasi opinione anche solo fra colleghi, creando così un clima di terrore. Ma a rimetterci, hanno fatto notare i legali, sono soprattutto le pazienti in cerca di un’alternativa all’aborto. Il portavoce della difesa non ha però voluto controbattere giustificandosi così: «Non è appropriato commentare dettagliatamente un procedimento non ancora concluso».
    E mentre Forrester ha citato in giudizio i suoi datori di lavoro anche per ingiusto licenziamento presso un altro tribunale, i suoi legali non hanno mancato di sottolineare che «se gli impiegati del Servizio sanitario nazionale non possono neppure discutere di aborto fra di loro, significa che è diventato un ente di stampo totalitario con nessun rispetto per la libertà e la diversità di pensiero».
    Parla dell'aborto con un collega e viene licenziata | Tempi.it


    La squallida sceneggiata del Primo maggio
    di Ruben Razzante
    Al di là dello squallore infinito che è insito nel gesto, la scena del cantante che, durante il concerto del Primo Maggio in piazza San Giovanni, a Roma, alza un condom come fosse un’ostia durante una funzione religiosa, suggerisce una serie di considerazioni di varia natura. Anzitutto balza all’occhio, di credenti e non credenti, lo svilimento del valore del lavoro, visto e considerato che, in una manifestazione concepita per sensibilizzare l’opinione pubblica su uno dei cardini del progresso civile e sociale del Paese, si finisca per commettere violazioni del buon costume e per usare in modo scriteriato uno spazio pubblico, peraltro ripreso e amplificato dalla Tv di Stato.
    A onor del vero, il modello del concertone del Primo Maggio, come perfino il segretario della Cgil Susanna Camusso ha sottolineato, mostra le rughe. Probabilmente andrebbero individuate, fin da subito, altre forme di celebrazione del valore del lavoro, al riparo da strumentalizzazioni e deformazioni mortificanti come quella di due giorni fa.
    Il protagonista del gesto deplorevole ha prima alzato al cielo un profilattico, come se fosse un’ostia durante la Santa Messa, pronunciando le parole «Questo è il modello che uso io, che toglie le malattie dal mondo, prendetene e usatene tutti, fate questo, sentite a me». Poi ha intonato la canzone “Porno bisogno”, si è scoperto la testa con la chierica rasata come San Francesco (forse per irridere il Sommo Pontefice), e infine, quando la Rai, durante la diretta, ha deciso di mandare in onda la pubblicità e non il resto dell’esibizione del gruppo, per protestare si è calato i pantaloni, rimanendo completamente nudo, prima di essere portato via di peso dal palco dal servizio d’ordine.
    E’ vero, l’organizzatore del Primo Maggio si è dissociato dall’episodio (<Certi atteggiamenti stridono con i temi culturali, artistici e sociali che questo palco rappresenta. Sono uno schiaffo alla compostezza e alla passione che ci arriva da centinaia di migliaia di spettatori>), ma resta l’insulsa e blasfema volgarità che infanga il valore del lavoro, offende la pubblica decenza e ferisce profondamente il senso religioso di gran parte degli italiani.
    Ogni anno il concertone del Primo Maggio diventa l’occasione per sconcezze, per attacchi ai valori della cultura nazionale, in specie quella cattolica, per prese di posizione ideologiche che nulla hanno a che fare con il quotidiano sacrificio di milioni di lavoratori e con il dramma di milioni di disoccupati e delle relative famiglie.
    Una volta, per gesti come questo, consumatosi davanti alla Cattedrale del Papa, la Chiesa avrebbe immediatamente organizzato una preghiera di riparazione, ma tale tradizione è quasi completamente evaporata col tempo. Eppure essa mette in luce un diverso approccio rispetto a un pubblico peccato: invece di indignarsi, si prega per riparare. Che è anche ciò che si fa in privato quando si confessano i propri peccati: penitenza e preghiera di riparazione.
    Forse più della gravità del peccato è peggiore l'incapacità di pregare per riparare. E questo è, tristemente, un altro fosco segno dei tempi.
    Il gesto della band di piazza San Giovanni si è tradotto in un insulto frontale a quanto di più caro hanno i cristiani, l’Eucarestia, che celebrano ogni giorno e che è il simbolo dell’amore di Dio per l’uomo e per la vita. Un atteggiamento esecrabile, la cui gravità si dilata a dismisura se inserito nel cocktail esplosivo tra piazza pubblica e proscenio mediatico. Una tv pubblica che, sia pur con le inevitabili sopraggiunte censure, manda in onda in diretta spettacoli che irridono la cultura del Paese e il patrimonio educativo degli italiani, è una tv che non merita di rappresentare le sensibilità, i principi di un sano pluralismo culturale, i valori della Costituzione italiana.
    Immolare il valore del lavoro sull’altare di una celebrità da inseguire a tutti i costi, anche con il turpiloquio, la bestemmia e il furore iconoclasta, diventa un esercizio retorico sterile e dissacrante che minaccia dalle fondamenta il patto sociale intergenerazionale e crea ferite difficilmente rimarginabili alla coscienza collettiva, alla dignità dei singoli individui e alla fede professata da milioni di italiani. E’ lo specchio di un Paese che nella deriva morale e dei costumi fa fatica a ritrovare un approdo o almeno una scialuppa di salvataggio.
    Quella che i laicisti spacciano per catarsi purificatoria e liberatoria è la cartina al tornasole di un nichilismo culturale che in certa televisione ha trovato l’humus ideale. Sarebbe un bel segnale di speranza e di ritrovata fiducia se qualcuno dei vertici Rai, sia pure a frittata fatta, denunciasse gli effetti devastanti che episodi come quello di due giorni fa, con il connesso utilizzo distorto della tv pubblica, possono produrre sulla collettività.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - La squallida sceneggiata del Primo maggio


    A seno scoperto contro la Chiesa
    di Giulia Tanel
    L'ultimo episodio è di qualche giorno fa: l’arcivescovo Andre-Joseph Leonard, capo della Chiesa cattolica belga, è stato attaccato da un gruppo di attiviste Femen mentre stava tenendo una lezione presso l’Università Ulb di Bruxelles. Agli slogan contro l’omofobia e alle accuse di ipocrisia rivolte alla Chiesa dalle ragazze a seno scoperto, il prelato ha risposto in maniera esemplare: si è messo a pregare, attendendo l’intervento della sicurezza.
    In ordine temporale, questo è solo l’ultimo episodio che ha visto all’opera le attiviste di Femen, un’organizzazione fondata da Anna Hutsol in Ucraina nel 2008 per cercare di sovvertire l’impostazione, a suo dire maschilista, della società ucraina.
    Inizialmente, per attirare l’attenzione, le Femen manifestavano indossando solamente biancheria intima; dall’agosto 2009, invece, le donne scendono in strada in topless e assumono atteggiamenti assai provocatori e chiaramente erotici. Negli ultimi cinque anni si è anche assistito all’espansione delle Femen oltre i confini ucraini: il 18 settembre 2012, ad esempio, è stato aperto a Parigi un quartiere generale dell’Associazione. Poco prima dell’evento le Femen hanno affermato: «Siamo un movimento internazionale. In Francia apriremo una base a cui potranno rivolgersi gli attivisti di qualsiasi luogo – Europa, Asia, America – per studiare le strategie e le tattiche Femen. Saremo attive in Europa Centrale ed Orientale, in America, in Brasile. Abbiamo intenzione di occupare il mondo con la nostra attività».
    Quest’ultima affermazione inquadra bene cosa sia Femen. Non un movimento sprovveduto che agisce senza una precisa logica con il solo scopo di provocare, bensì un gruppo molto ben organizzato che ha dalla propria parte facoltosi finanziatori internazionali.
    Queste notizie sono state rese pubbliche da una giovane giornalista ucraina, la quale è riuscita ad infiltrarsi nel movimento femminista fingendosi fedele sostenitrice delle loro istanze. Dopo essere stata addestrata a tenere un comportamento aggressivo e ad attrarre l’attenzione dei giornalisti – in particolare mostrando il seno alle telecamere –, alla cronista infiltrata è stato proposto di partecipare ad un’azione a Parigi. Il viaggio era interamente pagato da Femen: aereo, albergo, taxi e pasti erano stati quantificati in 1.000 euro al giorno, spesa alla quale va aggiunto un salario di circa mille dollari al mese, tre volte uno stipendio medio in Ucraina. La giornalista non è riuscita a focalizzare con certezza chi sia a finanziare il movimento, tuttavia stanno emergendo alcune ipotesi attendibili, riferite soprattutto al contesto europeo. Molti sono infatti gli indizi che portano al solito finanziere George Soros.
    Vi è tuttavia un altro aspetto che occorre qui evidenziare: la cristianofobia manifestata da Femen. Se si analizzano le varie azioni compiute dal movimento ucraino, infatti, non si può che notare una sorta di fil rouge. Vediamo alcuni episodi, solo a titolo d’esempio: nel novembre del 2011 tre attiviste protestano per i diritti delle donne durante l’Angelus in Piazza San Pietro; nell’aprile 2012 le Femen protestano in una cattedrale di Kiev contro la legge che vieta l’aborto; il 17 agosto, le attiviste segano con la sega elettrica la croce nel centro di Kiev, manifestando così il sostengo alle partecipanti del gruppo Pussy Riot: “Sega le croci – salva la Russia”, hanno scritto sul loro sito; in novembre le Femen hanno fatto irruzione in una manifestazione in favore della famiglia naturale, come di consuetudine a seno nudo ma con un velo da suora in testa; hanno diffuso manifesti con la scritta «Kill Kirill» (Uccidi Kirill), contro il Patriarca degli ortodossi; il 13 gennaio scorso, durante l’Angelus in piazza San Pietro, quattro Femen hanno manifestato in difesa delle minoranze sessuali: sui loro busti si leggeva “Noi confidiamo nei gay”; in febbraio, alla notizia della rinuncia di Benedetto XVI, le femministe ucraine hanno festeggiato spogliandosi nella cattedrale di Notre Dame a Parigi, al grido: “Mai più un Papa”; la stessa parodia si è ripetuta il 13 marzo, giorno dell’inizio del conclave, a piazza San Pietro, quando due attiviste a seno nudo hanno acceso un fumogeno a simulare la fumata che sancisce l’elezione del papa… e gli esempi potrebbero continuare.
    Alla luce di tutto questo, dunque, nonostante la (voluta?) miopia dei media, non si può continuare a sostenere che Femen sia solamente un gruppo di donne esaltate, desiderose di apparire. Femen è un’organizzazione complessa, che si sta espandendo sempre più grazie a cospicui finanziamenti e che, fra l’altro, ha una chiara matrice anticristiana.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - A seno scoperto contro la Chiesa




    Aggredito chi non tifa per la «kultura»
    DPist
    Genova
    La tolleranza è un valore, ma a senso unico. Il rispetto del prossimo, vale solo in una direzione. L'ultimo, grave episodio è avvenuto a Genova la scorsa settimana, ma si è saputo solo recentemente visto che non è neppure stata raccolta la denuncia del gruppo di cittadini aderenti al «Comitato Insieme per la Verità», che hanno cercato di sostenere una tesi contraria a quella propagandata da Palazzo Ducale con la manifestazione «La storia in piazza - identità sessuali». Il presidente del comitato, Maria Teresa Carta, il segretario Rino Tartaglino e Carlo Barbieri, hanno allestito un banchetto in largo Pertini, con regolare autorizzazione. Non avevano «digerito» il messaggio diffuso da Palazzo Ducale sotto forma di inziativa culturale. «Già la manifestazione era pubblicizzata con manifesti che hanno sfruttato l'immagine dei bambini, belli e innocenti, di Antoon Van Dick, offendendo gravemente la sensibilità dei cittadini - spiegano -. Per quattro giorni più di sessanta italiani e stranieri si sono alternati per propagandare la teoria del gender secondo cui il sesso si sceglie o si cambia nel corso della vita. Un inganno che trova conferma nello stesso testo pubblicitario: “Si è scelto di indagare l'idea che l'identità maschile e quella femminile siano in gran parte il risultato di costruzioni culturali”. È la pretesa di voler cambiare sesso contro l'etica e contro la natura e con gravi danni per l'integrità fisica e psichica della persona, dei giovani in particolare e contro la famiglia naturale». Contro questa impostazione, il comitato ha chiesto e ottenuto di distribuire volantini. A metà pomeriggio del 23 aprile tuttavia è arrivato uno sconosciuto che ha iniziato a insultare gli esponenti del comitato, gridando loro più volte: «Fascisti». Ha poi gettato in aria il tavolino, continuando con insulti e minacce prima di allontanarsi.
    Evidente l'esempio dato da chi in genere protesta l'intolleranza altrui e pretende il rispetto solo delle proprie idee. Altrettanto incredibile è quanto accaduto dopo. Gli esponenti del comitato «Insieme per la verità» hanno chiamato i vigili, che li hanno indirizzati alla polizia, che a sua volta ha detto che era impossibile fare qualcosa perché ormai tardi. Due carabinieri passati in piazza hanno suggerito di rivolgersi al comando di Portoria o al commissariato di polizia in piazza Matteotti dove, a detta dei tre esponenti, è stato risposto che «non serviva fare una denuncia contro ignoti e ha consigliato di segnalare la nostra presenza per le prossime volte». A parte invertite cosa sarebbe accaduto?
    Aggredito chi non tifa per la «kultura» - IlGiornale.it


    La Francia dichiara guerra alle famiglie etero
    “Distruggete totalmente questa orribile Vandea” (Comitato di Salute Pubblica, 1794)
    Nella repubblica francese sta crescendo la repressione nei confronti dei cattolici che difendono i principi cristiani e naturali, con una serie di provocazioni, intimidazioni e arresti. Del resto l’eliminazione fisica o morale dell’avversario è un fiore all’occhiello del totalitarismo massonico-laicista.
    In Francia l’emarginazione delle famiglie “normali” è già cominciata
    Nel Mondo nuovo Aldous Huxley descrive, nella Londra del futuro, le modalità di concepimento e di formazione degli embrioni, sulla base dei lavori che gli esseri costruiti artificialmente dovranno svolgere una volta venuti alla luce. Indica pure la sorte di coloro che si ostinano a fare figli come una volta: sono i selvaggi, che vengono chiusi in una riserva perché non contagino chi vive nella civiltà. Ottant’anni dopo ci siamo: l’emarginazione dei retrivi affianca l’abuso della genetica. Non a Londra, ma nella Parigi di Hollande. Dall’inizio del 2013 per due volte oltre un milione di persone sono scese in strada nella capitale gallica contro il progetto del presidente francese del matrimonio fra persone dello stesso sesso, con annesse adottabilità e fecondazione artificiale. Qualche giorno fa un uomo passeggiava per i giardini del Lussemburgo indossando una felpa con la scritta “Manif pour tous” e il disegno di una famigliola che si tiene per mano, nome e logo delle manifestazioni contro le nozze gay. È stato fermato dalla polizia e costretto a togliere la felpa: si tratta di «un indumento contrario ai buoni costumi»! Quale sarà il passo successivo? Vietare che papà uomo, mamma donna e figli come sono venuti al mondo passeggino tenendosi per mano perché «contrario ai buoni costumi»?
    Quando, qualche decennio fa, si leggeva Huxley si pensava che era il caso di stare attenti, ma in fondo era un romanzo; e quando i vari Gay pride hanno alzato il livello della provocazione, si è bollato come intollerante chiunque obiettasse qualcosa; né si è reagito quando, fra tribunali europei e nazionali, si sono demolite le leggi che ponevano argini ragionevoli alle biotecnologie. La felpa vietata chiude il cerchio. E proprio in un cerchio confina i “selvaggi” che osano criticare il Progresso. Svegliamoci nel poco tempo che ancora abbiamo!
    La Francia dichiara guerra alle famiglie etero

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Quella nomina razzista intrisa di buonismo
    Denuncio la nomina di Cécile Kyenge a ministro della Cooperazione internazionale e l'Integrazione come un atto di razzismo nei confronti degli italiani
    Magdi Cristano Allam
    Come ex-immigrato da 40 anni orgogliosamente italiano denuncio la nomina di Cécile Kyenge a ministro della Cooperazione internazionale e l'Integrazione come un atto di razzismo nei confronti degli italiani.
    Lei personalmente non c'entra nulla: il fatto che sia di origine congolese, che abbia o meno la doppia cittadinanza e, per cortesia, lasciamo stare il discorso sul colore della pelle che è indegno di una nazione civile. La mia denuncia si fonda innanzitutto sul fatto che l'integrazione degli immigrati non può prescindere dalla condivisione dei valori fondanti della nostra identità nazionale e dal rispetto delle regole che sostanziano la cittadinanza italiana. Viceversa Kyenge e il Pd, un contenitore che sta per implodere che associa ex-comunisti, catto-comunisti e spregiudicati qualunquisti, promuovono un modello di società multiculturalista, relativista e buonista dove si vorrebbe imporre alla nostra Italia di adottare l'ideologia immigrazionista, che c'impone di spalancare le frontiere per accogliere tutti, costi quel che costi, concependo l'immigrato buono a prescindere, e che in definitiva ci porterebbe ad annullarci come nazione per fonderci nel globalismo considerato come il traguardo più ambito, l'apice della nuova civiltà che ci premierebbe quali «cittadini del mondo», liberandoci definitivamente del «provincialismo» che ancora ci lega all'amore per la Patria.
    In secondo luogo denuncio il fatto che, in un momento in cui circa 6 milioni di italiani sono letteralmente ridotti alla fame e metà delle famiglie non arriva a fine mese a causa di uno Stato ladrone e aguzzino che costringe ogni giorno mille imprese creditrici a fallire, il governo dovrebbe avere come proposta programmatica di fondo il principio «Prima gli italiani». Di fronte agli imprenditori e ai lavoratori che si suicidano per disperazione e che arrivano, come è accaduto ieri, a voler uccidere i simboli delle istituzioni, è da criminali favorire gli immigrati a discapito degli italiani. In questa crisi strutturale causata dalla speculazione finanziaria globalizzata, dalla dittatura europea e dallo strapotere delle banche, il governo ha il dovere di privilegiare gli italiani nell'accesso ai beni e ai servizi per salvaguardare il nostro legittimo diritto alla vita, alla dignità e alla libertà qui nella nostra casa comune. Invece questa sinistra ci dice che dobbiamo rassegnarci alla prospettiva della civiltà multiculturalista, dove si diventa italiani se si nasce in Italia anche se i genitori disprezzano l'Italia, dove si sommano e si fondono i valori, le identità e le culture perché sarebbero tutte uguali a prescindere dai loro contenuti. Il risultato è il fallimento della civile convivenza che si tocca con mano proprio nei Comuni amministrati dalla Sinistra, da Torino a Bologna, da Padova a Firenze.
    In terzo luogo denuncio il fatto che per ragioni vergognosamente elettoralistiche, con la finalità di accaparrarsi il voto degli immigrati costi quel che costi, il Pd investe sul maggior afflusso degli immigrati in Italia per colmare il deficit demografico e i posti di lavoro sgraditi dagli italiani. Un governo che ama l'Italia dovrebbe invece favorire la crescita della natalità degli italiani sostenendo concretamente la famiglia naturale e, in parallelo, riformare l'Istruzione per affermare la cultura della responsabilità, del dovere e delle regole che induca i giovani italiani a rivalorizzare i lavori manuali. Mi auguro di essere smentito dall'operato del neo-ministro Kyenge ma nell'attesa è nostro diritto e dovere proclamare ad alta voce «Prima gli italiani».
    Quella nomina razzista intrisa di buonismo - IlGiornale.it


    In Francia non puoi bere neanche una birra se hai la maglia della Manif: fermati 24 ragazzi a Parigi
    Leone Grotti
    Mercoledì scorso 24 amici sono stati portati al commissariato perché camminavano lungo gli Champs-Élysées «per bere una birra». Ma uno aveva la maglietta della Manif Pour Tous
    In Francia, ormai, c’è la fobia della Manif Pour Tous. Mercoledì scorso, giorno festivo in Francia per le celebrazioni della fine della Seconda guerra mondiale, 24 ragazzi sono stati fermati dalla polizia e portati al commissariato mentre camminavano lungo gli Champs-Élysées. Come riferito dal portavoce della prefettura, «i giovani si stavano avvicinando pericolosamente all’Eliseo e tra di loro c’era un ragazzo con la maglietta della Manif Pour Tous».
    BERE UNA BIRRA. Secondo Clothilde, una dei ragazzi, «ci siamo ritrovati in centro per andare a bere una birra. Non stavamo facendo niente, camminavamo e parlavamo tra di noi, quando un centinaio di poliziotti ci hanno raggiunto». Alcuni di loro, continua, vanno alle manifestazioni francesi a favore della famiglia naturale, altri invece no. Un altro di loro, Cyprien, è uno studente universitario di 23 anni e ha già passato nei mesi scorsi 44 ore in commissariato in guardia a vista. Racconta: «Appena sono uscito dal metrò, un poliziotto mi ha chiesto: “Che cosa ci fai qui?”. Gli ho risposto che andavo a bere una birra con i miei amici ma non mi ha creduto». La polizia ha per questo cominciato a seguirli e nella fretta, quando li ha portati al commissariato, ha caricato sui furgoni anche due turisti, colpevoli solo di camminare casualmente di fianco a loro.
    «ARRESTO ABUSIVO». Matteo, 16 anni, è stato interrogato dal commissario: «Al commissariato di Chatelet mi hanno detto: “Non so che cosa fare, non capisco che cosa ci facevate là”». Tutti e 24 sono stati rilasciati dopo un’ora e un controllo della loro identità. Il portavoce della prefettura si è giustificato così: «Noi facciamo solo il nostro lavoro, non possiamo permettere che nessun giovane cammini a 20 metri dall’Eliseo». «Sono paranoici, non possono portarci al commissariato per niente» si lamenta al Le Figaro Cyprien. «In questo modo non fanno altro che peggiorare la situazione». I 24 giovani hanno annunciato che faranno causa per «arresto abusivo».
    FOBIA FRANCESE. I 24 ragazzi non sono i primi ad avere problemi con la polizia solo perché partecipano alla Manif Pour Tous o portano una maglietta. Franck Talleu è stato multato dalla polizia perché portava la maglietta della Manif ai giardini del Lussemburgo, 67 giovani sono stati portati in commissariato per 17 ore perché protestavano in silenzio, lo scorso 6 maggio un piccolo gruppo di persone è stato autorizzato a manifestare a Hérouville-Saint-Clair contro la legge di Hollande, poi sono stati bloccati e malmenati dalla polizia perché avevano un megafono.
    Francia, vietato bere una birra con la maglia della Manif | Tempi.it





    La polizia francese autorizza la Manif contro il matrimonio gay, poi blocca e colpisce i partecipanti
    Leone Grotti
    «C’è ancora il diritto di manifestare in Francia?». A Hérouville-Saint-Clair la polizia colpisce anche una disabile, che ha filmato tutta la scena
    In Francia c’è ancora il diritto di manifestare? È la domanda che pone un comunicato della Manif Pour Tous raccontando quanto avvenuto il 6 maggio a Hérouville-Saint-Clair, comune di 22 mila abitanti nella Bassa Normandia. Qui un piccolo gruppo della Manif era stato autorizzato a manifestare dalla prefettura contro la legge su matrimonio e adozione gay in occasione della visita del ministro delegato alla Riuscita educativa George Pau-Langevin.
    MEGAFONO VIETATO. Quando sono arrivati sul posto, però, i manifestanti sono stati allontanati dalla polizia rispetto al luogo prestabilito per la protesta. Alla responsabile è stato impedito di usare anche il megafono, sotto minaccia di portarla in commissariato. Chi ha protestato è stato bloccato fisicamente, uno di loro è stato anche buttato a terra.
    VIETATO FILMARE. La scena è stata filmata da una donna, portatrice di handicap. Per impedirle di filmare, la polizia l’ha colpita alla schiena causandole una incapacità temporanea totale di muoversi per 10 giorni. Il prefetto, che era presente, non è intervenuto.
    LIBERTÀ DI ESPRESSIONE. «Chi potevano mettere in pericolo i manifestanti con i loro fischietti e il loro megafono?», chiede il comunicato della Manif. «La sicurezza del ministro era davvero minacciata? Perché questa reazione sproporzionata da parte delle forze dell’ordine? (…) Tutto questo porta a pensare che la libertà di espressione sia diventata un concetto molto flessibile» nella Francia di Francois Hollande.
    Francia. Polizia blocca i partecipanti della Manif | Tempi.it





    Boston, Estrema Unzione negata
    A Boston la polizia ha impedito ai sacerdoti di assistere feriti e moribondi dopo l'esplosione alla Maratona. Quando i preti di San Clemente sentirono il boato, hanno preso l’olio degli infermi e si sono affrettati verso la scena del dramma, per dare l’olio degli infermi ai feriti e amministrare gli ultimi sacramenti ai moribondi. Ma la sicurezza non li ha lasciati passare.
    MARCO TOSATTI
    Jennifer Graham, pubblica sul Wall Street Journal un articolo interessante, in cui si rileva come nelle fotografie prese dopo l’esplosione alla Maratona di Boston si vedono le giacche giallo-blu dei volontari, degli agenti, dei pompieri e degli operatori sanitari di emergenza. Ma non si vede nessun sacerdote o religioso o pastore. Non è un caso, o mancanza di volontà. La chiesa episcopaliana della Trinità, la Vecchia Chiesa del Sud e il santuario eucaristico di San Clemente sono vicini al luogo dell’esplosione.
    Ma quando i preti di San Clemente sentirono il boato, hanno preso l’olio degli infermi e si sono affrettati verso la scena del dramma, per dare l’olio degli infermi ai feriti e amministrare gli ultimi sacramenti ai moribondi. Ma la sicurezza non li ha lasciati passare. Fra di loro c’era padre Wykes che ha lavorato come cappellano in un ospedale in Illinois fino a dieci anni fa, e ha sempre potuto giungere sui luoghi in cui erano avvenuti crimini o incidenti. “Potevo andare dappertutto. A Boston non mi lasciano passare”.
    Il Dipartimento di Polizia di Boston non ha finora risposto a chi gli chiedeva ragione di questo divieto.
    Ma, fa notare Jennifer Graham, Martin Richard, il bambino di otto anni morto a Boylston Street era cattolico, e aveva fatto la prima comunione un anno fa. “Mentre Martin giaceva morente, i preti erano a pochi metri di distanza, impossibilitati a raggiungere per dargli l’estrema unzione, un sacramento che per i cattolici ha un enorme significato”. Sarà un incidente, forse comprensibile – o forse no – in un momento drammatico. Ma questa notizia, e quella del sacerdote picchiato dalla polizia in Francia sono materia di riflessione su quanto le società “avanzate” hanno considerazione per l’Altro.
    Boston, Estrema Unzione negata


    “Giochi per maschi”, “giochi per femmine”. In Inghilterra non si può più dire
    Elisabetta Longo
    La petizione “Let toys be toys” vuole promuovere la libertà dei bambini di giocare con macchinine o bambole, senza bisogno che i grandi magazzini diano indicazioni ai consumatori
    La catena inglese di farmacie Boots è stata costretta a rimuovere dai suoi punti vendita le insegne indicative dei giocattoli, se destinate ai bambini o alle bambine. Dopo le polemiche sui mattonicini rosa prodotti dalla Lego per le bambine, si torna a discutere del sesso dei giocattoli.
    La polemica è partita dal negozio a fianco al museo della Scienza di Londra, dove i giochi erano divisi in “boys toys” e “girls toys”. Dopo aver visitato il negozio, un cliente ha scritto sul suo profilo Twitter che, nella sezione giocattoli per le bambine erano proposti miniset di cucina o pasticceria, mentre ai bambini costruzioni e giochi scientifici. Questo aveva sconvolto l’utente, che l’aveva segnalato alla Boots.
    SCUSE. Un portavoce dell’azienda ha dovuto rispondere con un comunicato stampa ufficiale spiegando di essere stati fraintesi. «Siamo sempre stati orgogliosi di sostenere le donne nella scienza, anche nella carriera nei nostri punti vendita, e siamo rimasti sbigottiti che il nostro tentativo di aiutare i consumatori a riconoscere i prodotti nel negozio sia stato visto come un atto sessista». Il comunicato stampa spiegava anche che verranno presi in futuro provvedimenti per non turbare la sensibilità di nessuno.
    PETIZIONE. Nel frattempo in Gran Bretagna impazza la petizione “Let toys be toys”, lasciate che i giocattoli siano giocattoli. La promotrice si chiama Megan Perryman e ha lanciato l’idea qualche mese fa con lo scopo di far capire alle aziende che i bambini sono interessati a una vasta gamma di giochi. «Stiamo facendo campagna nei negozi, per far capire che le ragazze sono anche interessate alla scienza, così come i ragazzi sono interessati a giochi solitamente indicati per femmine. È sbagliato negare ai bambini l’accesso ai giocattoli per via del proprio sesso».
    La petizione è partita dopo che il grande magazzino Harrods aveva messo in commercio due libri per bambini. Per le ragazzine c’era il titolo “come essere bellissima”, mentre ai ragazzini veniva spiegato “come essere intelligente”. Anche Harrods si è dovuto scusare per l’incidente.
    Boots toglie il genere ai giocattoli | Tempi.it


    Non approvi l’omosessualità? I tuoi progetti per i poveri non possono essere finanziati nel Regno Unito
    Leone Grotti
    Le lobby per i diritti gay hanno chiesto che i gruppi cristiani contrari all’omosessualità non possano più ricevere i premi della lotteria riservati a chi realizza progetti per le classi sociali svantaggiate
    Da oltre 20 anni la Lotteria nazionale inglese garantisce premi in denaro per quei gruppi religiosi che realizzano progetti comunitari a favore delle classi sociali più svantaggiate. Quest’anno le lobby che si battono per i diritti degli omosessuali hanno chiesto che molti gruppi cristiani vengano esclusi perché «diffondono letteratura anti-gay online».
    ACCUSE AI PROTESTANTI. Il Guardian ha dedicato un lungo articolo ai misfatti della chiesa protestante apostolica di Cristo di Luton, la Società apostolica della rivelazione, la chiesa del nuovo testamento di Dio a Wolverhampton e altre. Tutte queste hanno ottenuto fondi negli anni passati per realizzare progetti perfettamente riusciti. Ma siccome il pastore Oluwasola di Luton ha dichiarato che «le relazioni dello stesso sesso sono straniere alla legge di Dio», la sua chiesa non avrebbe dovuto ricevere i fondi. Davanti alle accuse il pastore risponde: «Tutti i membri della chiesa la pensano allo stesso modo. La nostra chiesa non è favorevole all’omosessualità per quello che si dice nella Bibbia». Ad ogni modo, ha precisato, il progetto portato avanti con i soldi della lotteria non aveva niente a che fare con questo.
    FONDAZIONE LESBICHE E GAY. La chiesa del nuovo testamento di Dio è invece accusata di essere gemellata con la chiesa di Dio nel Tennessee, la quale sostiene che «l’omosessualità va condannata come una pratica peccaminosa», pertanto si oppone «alla tendenza crescente verso la legittimazione delle unioni omosessuali». I laburisti hanno deprecato la Lotteria affermando che «appoggia gruppi di fedeli con visioni estremiste». La Fondazione lesbiche e gay si è accodata alle accuse affermando di «essere preoccupata se organizzazioni ottengono fondi pubblici, mentre discriminano apertamente i gay, le lesbiche, i transessuali e i bisessuali». Un responsabile della chiesa protestante incriminata ha risposto affermando che i soldi sono stati usati per il progetto previsto e che criticare le unioni omosessuali non è la stessa cosa che discriminare.
    LIBERTÀ DI COSCIENZA. Nonostante il governo non c’entri con la distribuzione dei premi della lotteria, Hilary Benn, ministro ombra per i governi locali, ha affermato un principio importante: «I gruppi religiosi danno un contributo importante alla società. (…) Ma quando si elargiscono fondi pubblici bisogna distinguere (…). Se offri servizi alla comunità, allora la società ha il diritto di chiedere il rispetto di principi fondamentali come il trattamento equo». Sottinteso: se sei contrario alle unioni omosessuali, anche se le tue opere fanno bene alla società non verrai più finanziato.
    Gay. Se non li approvi, in Inghilterra non puoi avere fondi | Tempi.it


    Fate la pipì seduti. Pazzotica proposta di legge svedese per cancellare la differenza tra uomini e donne
    Redazione
    Dopo l’asilo che non distingue tra bambini e bambine e la proposta di eliminare l’espressione “donna incinta” perché discrimina i trans, arriva dal paese scandinavo un’altra notizia assurda.
    I maschi devono fare la pipì seduti per ridurre la differenza tra i sessi. L’idea – per ora è una proposta di legge – arriva dalla Svezia, patria del politicamente correttissimo.
    Il paese scandivano, in effetti, si era già nei mesi scorsi segnalato per altre iniziative di ugual tenore, tutte all’insegna della teoria del gender (che vorrebbe eliminare le differenze tra uomo e donna). Prima era stata la volta dell’asilo Egalia dove non ci sono più maschi né femmine, poi è stato il turno dei giocattoli neutri, quindi la messa al bando dell’omino di pan di zenzero perché razzista, infine la proposta di eliminare l’espressione “donna incinta” perché discriminatoria verso i transessuali.
    Ebbene, ora è il turno del modo di fare pipì. La proposta di legge vorrebbe vietare ai maschi di rimanere in piedi davanti al water. Così si migliorerebbe l’igiene dei bagni pubblici e si educherebbero gli svedesi che nemmeno “i quei momenti lì” esiste una differenza tra uomini e donne.
    Svezia. Fare la pipì seduti per parità sessuale | Tempi.it


    New York: studentesse delle medie costrette dalla scuola a fare finta di essere lesbiche
    Benedetta Frigerio
    Secondo la scuola, questa attività fa parte di un workshop contro il bullismo e per l’approfondimento dell’identità di genere. Genitori furiosi
    Alla Georgetown University due studenti omosessuali stanno cercando di far chiudere la cappella dell’università. I due hanno affermato di sentirsi discriminati perché la Chiesa cattolica considera le relazioni omosessuali contro natura. Per questo, hanno chiesto che un’istituzione come la Georgetown University non ospiti più al suo interno una cappella cattolica.
    UN CASO FRA ALTRI. Questo è solo uno dei tanti episodi di discriminazione al contrario che si stanno verificando negli Stati Uniti. Un altro caso che ha fatto molto discutere è avvenuto in una scuola di New York. Stiamo passando “dalla tolleranza alla coercizione”, ha titolato lo scorso 30 aprile il Catholic Stand. A fine aprile, infatti, la scuola media di Linden Avenue ha chiesto alle sue alunne di 13 e 14 anni di baciarsi fra di loro.
    COSTRETTE A DIRSI LESBICHE. L’iniziativa, secondo i dirigenti scolastici, serviva come dimostrazione contro il “bullismo”, inserita in un workshop sulla omosessualità e l’identità di genere. Alcune ragazze hanno dovuto dichiarare di essere lesbiche, altre si sono dovute baciare davanti a tutti. I genitori sono stati informati solo a fatti avvenuti e si sono letteralmente «infuriati» con la scuola, che però ha difeso l’importanza del workshop. «La scuola ha superato ogni limite – ha detto un genitore alla Cbn – Non ci hanno neanche avvisato, non ci hanno dato la possibilità di scegliere. Questo tipo di educazione deve essere lasciato ai genitori».
    New York: studentesse costrette a fingersi lesbiche | Tempi.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    IN TEMPI DI CRISI SI RUBA PURE AI MORTI: AUMENTANO I FURTI DI CROCI E ARREDI FUNEBRI DI BRONZO -
    Pur di guadagnare qualcosa, di questi tempi non si guarda in faccia nemmeno la morte - Al Verano e in altri grandi cimiteri si moltiplicano i furti di croci, statue, grondaie, vasi e addobbi funebri vari in bronzo e rame - I ladri staccano persino le lettere dalle lapidi e le rivendono al mercato nero...
    Elena Panarella per "Il Messaggero"
    Sparisce dai binari, dalle centraline elettriche, dai centri raccolta dell'Ama e adesso sempre più dai cimiteri. La corsa al rame si è fatta sfrenata, al mercato nero poi garantisce affari da capogiro. E loro, gli specialisti dell'oro rosso, arraffano tutto: grondaie, vasi di fiori, croci, lettere dalle lapidi. Non c'è pace nemmeno per la luce perpetua.
    Di perpetuo c'è solo la continua sottrazione dei fili elettrici dagli impianti di illuminazione di loculi e tombe. «Non hanno alcun rispetto per i defunti. Ed è anche grave che nessuno intervenga per porre un freno a questo vero e proprio oltraggio», racconta Francesca Tassotti, dopo aver saputo dell'ennesimo furto al Verano. «Ogni giorno vado a trovare mio marito - prosegue la donna - e mai mi sarei aspettata un giorno di non trovare più la croce di bronzo sulla sua lapide».
    È sempre la stessa. I malviventi (dopo un sopralluogo) si introducono all'interno del cimitero, mettono a segno il colpo, raccolgono il materiale in un punto preciso e poi quando possono tornano a prendere il bottino. In alcuni casi sono stati addirittura portati via piccoli pannelli di bronzo con impresse le fotografie dei defunti e tolto le scritte dei nomi.
    Altre volte sono state mutilate le statue, per esempio agli angeli hanno sottratto le ali. A una cappella gentilizia invece sono stati tolti i canali di scolo. Le storie del cimitero monumentale Verano sono quelle dei predatori che colpiscono nella parte più antica, al Pincetto, ricco di lapidi e sculture di pregio.
    «Ladri su commissione», tuona un operaio. Ma ci sono anche i piccoli furti. «Vede questo filo di ferro? - dice Maurizio Campana - Lo uso ogni giorno per legare il vaso alla tomba dei miei cari. È uno stratagemma che mi sono inventato per evitare i furti. In passato ho anche lasciato dei cartelli con scritto vergogna. Ma non è servito a nulla».
    «È vero nell'ultimo periodo, anche con l'aggravarsi della crisi economica, i furti di oggetti di bronzo e rame sono in netto aumento - dice il presidente di Ama, Piergiorgio Benvenuti - Non soltanto nei Centri di raccolta, come dimostra l'operazione dei carabinieri che ha portato all'arresto di quattro persone, ma anche all'interno dei cimiteri».

    Furio Colombo: «L’attentato a Boston? E’ colpa dei cristiani»
    Tutti sappiamo che Nerone accusò i cristiani di aver appiccato il fuoco a Roma o di quando i discepoli venivano accusati di essere cannibali perché mangiavano il “corpo di Cristo”. Beh, occorre anche sapere che la storia non cambia e ancora oggi i nuovi Nerone, cioè i laicisti frustrati a causa del fallimento delle ideologie del ’900 a cui avevano illusoriamente creduto, continuano ad addossare ai cristiani tutte le colpe per i mali del mondo.
    Lo ha fatto in questi giorni Furio Colombo, l’impresentabile senatore del Partito Democratico e membro della Casta dagli anni ’90, accusando i cristiani niente meno di essere gli autori del recente attentato alla maratona di Boston. Questo perché ci sarebbero delle coincidenze temporali: aprile è il mese di molte grandi scadenze del fondamentalismo cristiano ed è anche il mese in cui il presidente Obama ha lanciato la campagna contro la libera circolazione delle armi. Ed inoltre, «il presidente americano, per la prima volta nella storia di questo Paese, è un nero».
    Ecco dunque la tesi dell’onorevole Colombo: i cristiani che notoriamente sono razzisti e violenti, si sarebbero vendicati di tutto questo piazzando delle bombe all’arrivo della maratona. Inutile ricordare che due giorni dopo queste sue affermazioni, sempre sul Fatto Quotidiano, si spiega che gli attentatori in realtà sono due fratelli ceceni islamici fondamentalisti, seguaci del predicatore Feiz Mohammed.
    E’ andata male al Furetto, ma probabilmente sarà per la prossima volta quando certamente ci ritenterà, per ora si può accontentare dei 58mila euro di buonuscita, faticosamente e profumatamente pagati dagli italiani. L’onorevole del “Fatto Quotidiano” sembra tanto attento a denunciare i mali della società italiana e americana, forse però sarebbe l’ora che chiarisse cosa ha fatto per dieci anni (dal 1984 al 1994) nel consiglio di amministrazione della Overseas Union Bank & Trust di Nassau nelle Bahamas, definita da Travaglio, Novelli e Paolo Grisieri come “la banca off-shore delle tangenti Fiat“. Anzi, meglio, «più che una banca vera e propria, l’Overseas Union Bank & Trust è uno sportello aperto dalla Fiat nelle Bahamas, a disposizione dei vari manager bisognosi di fondi neri» (“Il Processo”, Editori Riuniti, Roma. 1997).
    Furio Colombo: «L?attentato a Boston? E? colpa dei cristiani» | UCCR

    Il delirante articolo di Furyo Colombo (da leggere pure i relativi commenti).
    Attentato Boston, identikit di una strage cristiana? - Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano



    Gb, ex ministro Tory sui matrimoni gay: "In futuro una regina lesbica"
    Il conservatore Norman Tebbit: "Stiamo cambiando anche la legge di successione"
    Luisa De
    Il dibattito sui matrimoni gay infiamma in tutta Europa. A gettare benzina sul fuoco in Gran Bretagna è Norman Tebbit, 82enne esponente Tory ed ex ministro, che ha paventato in futuro la possibilità di una regina lesbica che partorisce un erede tramite inseminazione artificiale.
    "Ho detto a un ministro che conosco: ci hai pensato bene? Perché stai facendo anche la legge di successione", ha raccontato Tebbit alla rivista Big Issue, "Se abbiamo una regina lesbica che sposa un’altra donna e poi decide di avere un figlio e qualcuno le dona lo sperma e dà alla luce un figlio, quel figlio diventa erede al trono?". E poi ha sottolineato come la legge, "gli leverebbe la preoccupazione delle tasse di successione, perché potrebbe così sposare suo figlio": "Perché no? Perché una madre non potrebbe sposare la figlia? Perchè due sorelle anziane che vivono insieme non potrebbero sposarsi?", ha provocato.
    Gb, ex ministro Tory sui matrimoni gay: "In futuro una regina lesbica" - IlGiornale.it

    Una legge per riconoscere le coppie gay. Crocetta: "garantiremo 400 euro mensili"
    PALERMO - In un momento in cui la crisi economica è diventata il movente di incalcolabili suicidi, il governo Crocetta, coadiuvato dai parlamentari grillini, propone, per l’economia siciliana, un ingrediente “risolutore”: il reddito minimo garantito esteso alle coppie di fatto e agli omosessuali. Sarebbe difatti questa l’ultima “ideona” del governo regionale, riconoscere anche alle coppie omosessuali un reddito minimo garantito di 400 euro mensili. E se nei giorni scorsi, per mancanza di fondi, l’ARS ha approvato la legge di stabilità del 2013, dove sono stati tagliati ben 407 milioni di euro ai comuni, il medesimo governo sarebbe disposto ad investire 50 milioni di euro per le coppie omosessuali siciliane. Lo farebbe con un ddl, sottoscritto dallo stesso Crocetta e del quale è il primo firmatario il deputato del Megafono Nino Oddo. Sarebbero quindici articoli in tutto per introdurre una previsione normativa finalizzata a "far fronte efficacemente ai fenomeni di povertà e di disagio economico". Con una novità assoluta: per la prima volta la Regione riconosce la convivenza omosessuale. "Con questa legge che speriamo di far approvare all'Ars in tempi rapidi e sulla quale abbiamo già un approccio con il gruppo Cinquestelle - afferma Oddo - introduciamo nuove misure che integreranno il welfare regionale. Sarà garantito un reddito minimo ai nuclei di convivenza senza distinzione tra le coppie more uxorio e quelle gay. Il reddito minimo favorirà l'inclusione sociale per i disoccupati, gli inoccupati e i precariamente occupati". Per l'applicazione, i promotori del ddl attestano che sarebbero già pronti 50 milioni di euro, ma tengono comunque a precisare che il testo "non deve essere considerato come intervento puramente assistenzialistico", bensì come "distribuzione generalizzata di reddito". Ai nuclei di convivenza, iscritti in un apposito registro, saranno assegnati circa 400 euro mensili. Il beneficio sarà riconosciuto a "coloro che sono in possesso della cittadinanza italiana e a tutti in forma non discriminatoria (di sesso, di razza, di religione)" e sarà finalizzato "a contrastare il rischio di marginalità, garantire la dignità della persona e favorire la cittadinanza".
    Ma oltre ad aver già alimentato numerose polemiche, la norma fa storcere il naso al parlamentare del Pdl, Salvino Caputo. "Ci saremmo aspettati che il primo disegno di legge firmato dal governatore Crocetta fosse mirato al risanamento dei Comuni che rischiano la bancarotta o all'aiuto agli indigenti, specialmente se anziani, o alla infanzia a rischio - dice il vicepresidente vicario della commissione Attività produttive -piuttosto che a un reddito minimo garantito per le coppie di fatto". "Sia chiaro - sottolinea - che non ho in me alcuna istanza omofoba: soltanto, mi aspettavo dei provvedimenti immediati rivolti alle emergenze altrettanto immediate. Il reddito minimo garantito anche alle coppie gay poteva semplicemente arrivare per secondo, dando così un segnale forte della volontà di risanamento non soltanto a categorie ma a tutta l'Isola". Sarebbe curioso conoscere, dopo già mesi di governo Crocetta, quali strategie politiche, eccettuati i reiterati proclami propagandistici, mirano concretamente a limitare il rischio default dei comuni siciliani e l'ormai ordinaria chiusura delle imprese della nostra isola. Nell'attesa, non rimane che sperare nelle famiglie, quelle vere, che ogni giorno lottano per un pezzo di pane.
    Una legge per riconoscere le coppie gay. Crocetta: "garantiremo 400 euro mensili"




    Dice che «l’omosessualità è peccato». Professore inglese licenziato e sospeso a tempo indeterminato
    Leone Grotti
    Robert Haye, professore cristiano di scienze, ha fatto ricorso all’Alta Corte che però ha confermato la sospensione: «Bisogna fornire informazioni positive sull’omosessualità»
    È il primo caso del suo genere nel Regno Unito. L’Alta Corte di Londra ha sospeso a tempo indeterminato dall’insegnamento Robert Haye, professore di scienze nella scuola londinese Deptford Green School, colpevole di avere espresso un’opinione negativa sullo stile di vita omosessuale davanti ai suoi studenti.
    IL MISFATTO. Nel febbraio 2010, una classe di 11 studenti di età compresa tra i 15 e i 16 anni chiede ad Haye che cosa pensa del matrimonio omosessuale, che sta per essere approvato in via definitiva nel Regno Unito. E Haye risponde che per la Bibbia «l’omosessualità è peccato». Per questo motivo, è stato prima licenziato e poi interdetto dall’insegnamento in qualunque scuola dall’Agenzia statale dell’insegnamento.
    TOLLERANZA MODERNA. Robert Haye ha fatto ricorso, ma l’Alta Corte l’ha respinto giudicando il comportamento del professore «inappropriato» perché a scuola «bisogna fornire informazioni positive sull’omosessualità» per «permettere agli alunni di rigettare gli stereotipi negativi e i pregiudizi». La difesa ha puntato sulla libertà di espressione da parte del professore, ma la Corte ha giudicato le sue affermazioni in contrasto con «i valori inglesi moderni della tolleranza».
    «DIO VIENE PRIMA». Haye, che dovrà pagare le spese processuali pari a 4.200 sterline, potrà richiedere di tornare ad esercitare la sua professione tra due anni ma non è sicuro di volerlo fare: «Non posso rinnegare il mio credo, Dio viene prima e non sono sicuro di poter mettere da parte le mie convinzioni per tornare a insegnare». «Oggi nel Regno Unito i cristiani sono perseguitati – ha aggiunto – Noi abbiamo il diritto di credere e di esprimere ciò in cui crediamo. Mi chiedo se questo paese sia davvero libero e democratico».
    PREVISIONI AVVERATE. Si verifica così quanto previsto dal noto avvocato Aidan O’Neill, esperto di diritti umani e in particolare della Convenzione europea sui diritti umani. L’avvocato aveva previsto che in caso di approvazione dei matrimoni gay nel Regno Unito, sarebbe stato impossibile da parte degli insegnanti esprimere un’opinione negativa a scuola sull’omosessualità, pena il licenziamento.
    «Omosessualità è peccato»: professore inglese licenziato | Tempi.it

    Per protestare contro le unioni omosessuali
    La Francia si ferma. Si suicida Venner a Notre Dame
    Si è sparato con una pistola di fabbricazione belga
    Rosa Alvino
    PARIGI – La Francia è paralizzata di fronte ad una tragedia annunciata.
    Alla vigilia della prima festa ufficiale in onore delle unioni omosessuali, la comunità si interroga di fronte alla morte dello storico francese Dominique Venner suicidatosi a Notre Dame.
    Una tragedia annunciata, come dicevamo, perché Venner ha più volte provocato le coscienze con i suoi scritti tramite i social network.
    Non aveva accettato un cambiamento così epocale per la Francia, lui che aveva più volte affermato che era contro quella “la legge infame” e che per protestare bisognasse compiere un gesto eclatante.
    E così è stato. Lo storico è entrato nel cuore della Francia e si è sparato con una pistola di piccole dimensioni, di fabbricazione belga, vestito con un impermeabile nero, ha posto fine alla sua esistenza con un gesto spettacolare. Provocazione, contestazione, intolleranza, per la Francia, certo è che dopo questo tragico evento in Francia nulla sarà come prima.

    Si uccide a Notre Dame: «È il mio no alle nozze gay»
    Francesco De Remigis
    Parigi
    Una pallottola in bocca. Il grilletto premuto di fronte a un migliaio di turisti. E una spiegazione, lasciata cadere vicino all'altare su un pezzo di carta: «Per scuotere la sonnolenza, scrollare le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini», c'è bisogno di «un gesto eclatante». L'aveva scritto sul suo blog, Dominique Venner, 78 anni, storico noto in Francia, e oggi simpatizzante dei movimenti anti-nozze gay. Il suo non è stato un semplice suicidio annunciato via Internet. È la cronaca di una tragedia strettamente connessa all'attualità. Venner aveva infatti spiegato via blog di voler compiere qualcosa di «spettacolare» per manifestare contrarietà alla legge sui matrimoni omosessuali e relative adozioni.
    Un suicidio avvenuto senza altre conseguenze di sangue, ieri pomeriggio nella cattedrale di Notre-Dame, visitata ogni anno da quasi 13 milioni di turisti. «C'erano 1.500 persone - dice Manuel Valls, ministro dell'Interno francese, senza accennare alle divisioni che persistono Oltralpe sul testo licenziato dal Parlamento lo scorso aprile - Immagino comunque lo choc di questi fedeli».
    Il gesto, per ribadire il malcontento. Dovuto fors'anche alle dinamiche dell'approvazione della legge: François Hollande ha infatti modificato il calendario parlamentare per rendere i “Sì” operativi entro l'estate. Ci è riuscito. Ma la delusione è diventata rabbia; non più scagliata contro il bene pubblico come negli scontri più recenti tra pro e contro, a Parigi e in altre grandi città della Francia, ma da uno scrittore contro se stesso. La riforma è considerata la più impattante della storia francese, dopo l'abolizione della pena di morte. Ora, alla vigilia dei primi «sì», si temono nuove manifestazioni ping-pong.
    Si attendono pure gli strascichi politici e sociali di questo suicidio. Ciò che è certo, è che il malessere portato all'estremo è stato un atto di fede, come aveva più volte definito la protesta Venner. Lui, già militante dell'estrema destra e oggi direttore della rivista bimestrale «Nouvelle Revue d'Histoire», è morto sul colpo. Una pistola automatica Herstal, un clic sul grilletto e una pozza di sangue a lambire la sua ultima missiva: «I manifestanti del 26 maggio hanno ragione di gridare la loro collera. Una legge infame (quella sulle nozze gay con conseguente possibilità di adottare) che una volta votata può sempre essere abrogata». La sua corrispondenza con la rete è ora oggetto di indagine. Perché Venner aveva pure dei seguaci, non solo lettori, che potrebbero essere tentati da emulazione o, peggio, compiere atti «di fede» analoghi alla sua forma di protesta, o scagliandosi contro la comunità gay. L'unica certezza è che la prima unione omosessuale dell'era Hollande sarà celebrata a Montpellier il 29 maggio. Bisognerà capire se l'episodio avrà conseguenze in altre città, dove molti sindaci (anche alcuni socialisti) avevano chiesto a Hollande di aspettare qualche mese di più per l'approvazione viste le tensioni sociali. A loro il capo dello Stato ha concesso il libero arbitrio, una specie di obiezione di coscienza a cui dovrà però sopperire uno dei vicesindaco, in caso di necessità; cioè di richiesta da parte di una coppia omosessuale. Anche Venner ha avuto la possibilità di scelta: togliersi la vita come ha fatto e sperare che qualcuno porti avanti la sua battaglia per l'abrogazione. Ieri il rimbombo vicino all'altare ha fatto allontanare tutti prima ancora dell'ordine di evacuazione dato dai vigili del fuoco. Vedremo se Parigi si stringerà a lui o ignorerà l'accaduto. O se, invece, le piazze torneranno a dividersi.
    Si uccide a Notre Dame: «È il mio no alle nozze gay» - IlGiornale.it

    Shock a Notre-Dame: scrittore si suicida contro i matrimoni gay
    Marco Moussanet
    PARIGI. Dal nostro corrispondente
    Un gesto estremo, altamente simbolico, per «scuotere le coscienze dei francesi di fronte alla decadenza della società e alla perdita dei valori tradizionali». È questo il messaggio che ha lasciato il saggista francese Dominique Venner, 78 anni, per spiegare la decisione di suicidarsi, e di farlo in un luogo emblematico: poco dopo le quattro di ieri pomeriggio si è infatti sparato un colpo di pistola in bocca davanti all'altare di Notre-Dame. La cattedrale di Parigi, dove in quel momento si trovavano circa 1.500 persone, in gran parte turisti, è stata immediatamente evacuata.
    A ossessionare Venner era il tema dell'immigrazione, con il peso crescente della comunità islamica in Francia. Al quale, negli ultimi mesi, si era aggiunta la battaglia contro la legge sui matrimoni omosessuali. Promulgata sabato scorso dal Presidente della Repubblica, François Hollande, dopo il via libera al provvedimento da parte della Corte costituzionale, è ormai operativa. E il primo matrimonio tra due gay sarà celebrato il 29 maggio, a Montpellier.
    La legge, promessa da Hollande in campagna elettorale, ha profondamente diviso il Paese. Centinaia di migliaia di persone sono scese più volte in piazza in tutta la Francia per difendere la famiglia tradizionale. Con manifestazioni che all'inizio erano assolutamente pacifiche ma che hanno visto negli ultimi tempi la crescente partecipazione di alcuni gruppi dell'estrema destra, tra cui Printemps français - Primavera francese - in cui militava Venner. La protesta, cavalcata dalla destra moderata del l'Ump, si è quindi via via radicalizzata, e ci sono stati tafferugli e scontri con la polizia.
    Nonostante il varo della legge, una nuova manifestazione è prevista per domenica prossima. E proprio a questo appuntamento ha fatto esplicito riferimento Venner sul suo blog, in un testo intitolato "La manifestazione del 26 maggio e Heidegger": «Quelli che sfilano nelle strade contro questa legge infame hanno ragione di gridare la loro collera. Ma la loro battaglia non può limitarsi al rifiuto del matrimonio gay. Serviranno certamente gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini».
    «C'è il rischio catastrofico- proseguiva Venner - di un grande processo di sostituzione della popolazione francese ed europea. C'è il pericolo di una Francia in mano al potere degli islamici. Un progetto al quale stanno lavorando attivamente da quarant'anni politici e Governi di tutti i partiti, tranne il Fronte nazionale, oltre alle imprese e alla chiesa. Accelerando con ogni mezzo l'immigrazione afro-maghrebina».
    Immediato il tributo di Marine Le Pen, presidente appunto del Front national: «Tutto il nostro rispetto per Venner, il cui ultimo gesto, altamente politico, è stato quello di cercare di risvegliare il popolo francese».
    In alcune lettere che ha lasciato sull'altare di Notre-Dame, Venner insiste sulle necessità di difendere la famiglia e di lottare contro la decadenza della società.
    Shock a Notre-Dame: scrittore si suicida contro i matrimoni gay - Il Sole 24 ORE

    SUICIDIO A NOTRE DAME
    Salvatore Abbruzzese
    Suicidi come quello di Dominique Venner vogliono essere un atto simbolico che aspira ad avere un significato nettamente politico. Nella preoccupazione di Venner, per quello che si può leggere, c’è tanto il problema dell’approvazione delle nozze gay quanto quello di un’islamizzazione della Francia contemporanea. L’idea di un paese che non somigli più a se stesso ma evolva verso lidi e forme che – comunque se ne dica – sono in decisa contrapposizione rispetto a quelle storicamente e tradizionalmente prevalenti è stato percepito da Venner come un rischio intollerabile. Per tale strada l’islamizzazione da un lato e il matrimonio tra coppie gay con il conseguente diritto all’adozione dall’altro gli appaiono come due facce della stessa medaglia.
    La Francia è un paese il cui capitale sociale – per usare un termine oggi particolarmente in auge – risiede nella propria struttura nazionale. Nazione, identità nazionale, storia nazionale, cultura nazionale sono in Francia valori profondamente diffusi e estremamente condivisi. Si stanno così confrontando due opposte letture, due diverse interpretazioni della realtà. La prima, quella perseguita dal governo Hollande, tende a de-enfatizzare il problema, denunciando l’esistenza di una psicosi ossessiva verso un pericolo – quello dell’islamizzazione – che non esisterebbe in quanto tutto è perfettamente e interamente controllato dallo Stato laico. La seconda, quella che invece tende ad emergere nell’opposizione di centro destra, tende a vedere il rischio di una compagine islamica sempre più potente come un pericolo assolutamente reale e palpabile.
    Un problema analogo si cela dietro il problema delle nozze gay. In Francia la strategia del fronte pro choice è coscientemente riduzionista. La rappresentazione del mariage pour tous consente di rubricare il tema dell’unione tra gay a diritto di uguaglianza, concedendo alle coppie omosessuali gli stessi diritti e le stesse opportunità delle coppie eterosessuali. Sul fronte opposto, quello della manif pour tous si fa leva su un sentimento altrettanto potente: quello della rappresentanza democratica. Si chiede cioè al governo di tenere conto della volontà popolare indicendo un referendum; denunciando come dietro l’apparente innocenza del mariage pour tous si cela il diritto all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, decidendo così per un terzo, un bambino, e andando così ben al di là dei diritti di coppia. Il desiderio di uguaglianza sfonda pertanto anche le differenze esistenti in natura dichiarandole inesistenti per decreto-legge.
    Tanto nel primo caso quanto nel secondo il governo Hollande ritiene che nazione e famiglia siano due costruzioni sociali che si possono destrutturare e ristrutturare secondo nuovi principi, ed è proprio questa dimensione relativistica che inquieta l’opposizione.
    È nel quadro di una volontà di diffondere un segnale di allarme sociale che Venner, in perfetta coerenza, ha amplificato la propria protesta mettendo sul piatto della bilancia il massimo potenziale a disposizione: se stesso e il cuore simbolico della Francia, cioè Notre Dame.
    L’errore fondamentale sta proprio nel voler ridurre a semplici prassi legislative provvedimenti che trasformano profondamente la società nella
    sua sostanza. Provvedimenti così importanti come quelli che introducono
    mutamenti sostanziali nella struttura familiare non possono essere decisi senza un consenso generale, un dibattito di fondo. Non si mettono le mani all’hardware di un’intera società con colpi di mano legislativi, il governo Hollande, per tale strada, rischia di avviarsi verso giorni oscuri appropriandosi di un diritto che nessuna maggioranza parlamentare può mai realmente avere.

    Il suicidio di Notre-Dame e il silenzio di Monsieur le Presidént
    di Ronin
    Dominique Venner si è suicidato con un colpo di pistola in bocca nella Chiesa di Notre Dame a Parigi. Era uno storico e negli ultimi giorni avrà sicuramente immaginato quale impatto simbolico avrebbe provocato il suo gesto. Togliersi la vita per protestare contro "la legge infame", così l'aveva definita, che in Francia ha legittimato le nozze gay. E farlo in una chiesa, la chiesa di Francia.
    Si è ucciso davanti a migliaia di persone per "scuotere i sonnolenti" come ha scritto sul suo blog, "risvegliare le coscienze e la memoria delle nostre origini". Per ora, chi si è risvegliata è soprattutto Marine Le Pen, che ha twittato un: "Tutto il nostro rispetto a Dominique Venner, il cui ultimo gesto, eminentemente politico, è stato di tentare di svegliare il popolo di Francia".
    Venner era contro le nozze gay e denunciava l'islamizzazione della Francia. Il suo ideale era spingere i francesi a ridare un volto alla "Nazione", che non ha più senso se perde la propria identità.
    E' anche un rifiuto della democrazia, ostacolo alla affermazione e conservazione dei valori primordiali. "È stato il suicidio di un uomo disperato. Sono qui per testimoniare il dolore e la solidarietà della Francia alla Chiesa cattolica", ha detto un po' troppo frettolosamente il ministro dell'interno francese Manuel Valls, senza rivelare le ultime parole lasciate in una lettera dall'uomo. Silenzio di Hollande, che nei giorni scorsi aveva promulgato la legge sui matrimoni gay.
    Non ha ucciso nessuno, Venner, non ha rivolto il suo "odio" verso gli altri ma verso se stesso (odio?, amore per la Francia?) ossessionato dall'incapacità di dare concretezza alle sue furie, a quella "essenza" di una Francia sparita insieme a lui. Un atto tragico, una ribellione definitiva all'ordine costituito, non un reato ma un peccato, quasi a maledire quei turisti che visitano le chiese come fossero mausolei vuoti di un'epoca dimenticata.
    Il suicidio di Notre-Dame e il silenzio di Monsieur le Presidént | l'Occidentale








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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Alle aziende conviene strizzare l'occhio ai gay
    Rispetto agli etero spendono di più. E spesso fanno tendenza. Così per il business l'8 per cento della popolazione conta più del restante 92...
    Anna Maria Greco
    Roma - Gli omosessuali comprano più degli etero, confermano le più recenti ricerche di mercato. Ecco spiegato il boom delle aziende «gay friendly», compresi alcuni dei brand più famosi del mondo, da Ikea a IBM, da Apple a Google, da Levi's a Starbuck's, da Pfizer a Bacardi.
    Da anni in Occidente si registra un incremento di quello che viene definito il «gay marketing». D'altronde, gli studi affermano che al potere d'acquisto di tanti omosessuali si aggiunge quello di tanti familiari e amici, che mostrano una sorta di «riconoscenza» verso i brand che appoggiano la comunità gay con spot, politiche di vendita specifiche o sponsorizzazione di eventi come i Gay Pride.
    Quando, a fine aprile, il giocatore Nba Jason Collins ha fatto coming out, il suo sponsor ha dichiarato: «Ammiriamo il suo coraggio e siamo fieri che sia un atleta Nike». Il pivot dei Washington Wizards è stato il primo atleta professionista Usa a rompere il tabù, in piena carriera. [In realtà ha 35 anni, ed è alla fine di una poco gloriosa carriera….]
    Viaggi e tempo libero sono i due settori in cui i gay investono maggiormente. Secondo l'Istituto per il Turismo spagnolo solo in quel Paese, i clienti omosex spendono il 30 per cento più degli altri.
    Sorprendono anche i primi dati sui matrimoni gay, che arrivano da Usa ed Europa. Diverse legislazioni riconoscono in un modo o nell'altro le unioni gay, altre si avviano su quella strada, pur tra mille lacerazioni come vediamo in Francia e Gran Bretagna. Questo comporta un vero boom anche di agenzie specializzate nel wedding planning gay, che cura dalla cerimonia ai viaggi di nozze.
    In Italia la prima a scoprire il settore è stata l'agenzia «Same Love», nata 3 mesi fa. «É un mercato- spiega il presidente Stefano Fiori- con margini di sviluppo nel brevissimo futuro. La Spagna ha celebrato 27 mila matrimoni gay in 7 anni; New York, in meno di un anno dalla legge sulle nozze omosessuali, 8.200 cerimonie con introiti di 260 milioni di dollari, per l'arrivo di 200 mila invitati, che hanno passato 235 mila notti in albergo e utilizzato i servizi». Proprio questa settimana «Same love» ha organizzato il suo primo «matrimonio» gay a Roma. E visto che in Italia la legge non prevede nulla del genere, Max e Giuseppe si sono detti «sì» in una cerimonia simbolica, accompagnati da commossi genitori, parenti e amici. Ad officiarla è stata Imma Battaglia, presidente di Gay Project, il cui team di avvocati ha preparato il contratto privato con una serie di impegni reciproci che i due hanno firmato. A rendere elegante e raffinato l'evento hanno collaborato in tanti: dal lussuoso hotel De Russie di via del Babuino, che l'ha ospitato in una delle sue più belle sale affacciate sul «giardino segreto», al flower's stylist Sebastian che ha ideato l'arco di bambù verde per la cerimonia e gli addobbi bianchi.
    Dice una ricerca americana che il potere d'acquisto della comunità gay è intorno ai 641 miliardi dollari, con proiezioni che raggiungeranno i 2 mila miliardi di dollari entro il 2013. Gay e lesbiche, poi, hanno quasi il doppio delle probabilità (60% contro 34%), rispetto alle loro controparti etero di essere opinion maker per i conoscenti se si tratta di acquisti. Il 71% dei consumatori omosessuali dice di avere un'opinione più favorevole per le aziende e i prodotti che hanno personaggi gay nella pubblicità. Insomma, un affare.
    Alle aziende conviene strizzare l'occhio ai gay - IlGiornale.it

    Jason Collins, primo giocatore di basket gay. Chi lo critica rischia il licenziamento
    Leone Grotti
    Dopo l’outing su un canale tv viene ospitato il giornalista cristiano Chris Broussard che si permette di esprimere il proprio punto di vista. Parte il linciaggio mediatico contro «l’omofobo»
    Lo scorso 29 aprile il centro dei Washington Wizard, Jason Collins, ha dichiarato con una lettera pubblicata da Sports Illustrated di essere gay, diventando così il primo giocatore omosessuale dichiarato dell’Nba. Il giorno stesso è andato in onda su Espn uno scambio di battute tra due firme storiche dell’emittente americana: LZ Granderson, omosessuale dichiarato, e Chris Broussard, cristiano. Per le visioni espresse da quest’ultimo in tanti ne hanno chiesto il licenziamento e Espn è stata costretta a scusarsi.
    MOMENTO GIUSTO. Che cosa ha detto Broussard? Alla domanda di Granderson: «Pensi che l’Nba e gli spogliatoi siano pronti per accogliere un giocatore apertamente gay?», ha risposto: «Il clima nella società è molto adatto, perché oggi se una persona afferma pubblicamente di non essere d’accordo con l’omosessualità, viene tacciato di essere bigotto e intollerante. Quindi è il momento giusto per dire davanti a tutti di essere gay».
    LE PAROLE INCRIMINATE. «Per arrivare a una totale accettazione – ha poi detto Granderson – bisogna dialogare insieme e discutere di queste cose». Su invito dell’amico, Broussard allora ha espresso il suo punto di vista, nel classico modo schietto e incapace di mezze misure, tipico dei protestanti americani: «Io sono cristiano e non sono d’accordo con l’omosessualità. Penso che sia un peccato, così come è un peccato il sesso tra uomo e donna al di fuori del matrimonio e Granderson lo sa bene, siamo amici. (…) Sa qual è la mia posizione e io so qual è la sua. (…) E come io non lo critico, così lui non mi critica, non mi dà del bigotto o dell’ignorante o dell’intollerante per questo». E ancora: «Vivere apertamente secondo lo stile di vita omosessuale, così come commettere adulterio, è un peccato secondo la Bibbia. Vivere in uno stato di peccato senza pentirsi (…) significa ribellarsi apertamente a Dio e a Gesù Cristo».
    DAGLI A BROUSSARD. «Questa è una discussione scomoda – ha risposto Granderson – ed è esattamente il tipo di conversazione di cui l’Nba ora ha bisogno». Ma lo stesso atteggiamento di reciproca tolleranza non è stato replicato al di fuori della trasmissione e nel giro di pochi minuti è partita la demonizzazione di Broussard. Su Twitter è balzato in cima ai trend topic #licenziatechrisbroussard, il Los Angeles Times ha lanciato il sondaggio: «Broussard doveva dire in Tv quello che ha detto?». Yahoo! Sports ha criticato aspramente le sue parole: «L’ultima cosa di cui i giovani gay hanno bisogno è di vedere qualcuno come Chris Broussard che li chiama peccatori». Altri organi di informazione democratici hanno ripetuto lo stesso mantra.
    ESPN CHIEDE SCUSA. Tanto che Espn si è sentita in dovere di rilasciare questo comunicato: «Ci dispiace che una discussione rispettosa di punti di vista personali sia diventata una distrazione dalle notizie di oggi. Espn appoggia pienamente la diversità e accoglie l’annuncio di Jason Collins». Subito sono arrivate altre critiche per non avere «preteso le scuse di Broussard», accusato di essere «omofobo». Il famoso commentatore politico Ben Shapiro ha descritto così quanto successo: «Le opinioni di Broussard sono vietate, quelle di Granderson no. (…) Questo perché la sinistra ha l’obiettivo di dipingere tutti coloro che non sono d’accordo con l’omosessualità come bigotti e omofobi, persone che non vogliono la felicità di Collins. Ma Broussard non ha mai detto che Collins non avrebbe dovuto uscire allo scoperto».
    TOLLERANZA A SENSO UNICO. La verità, insiste Shapiro, è che «Broussard ha rotto uno dei più grandi tabù in circolazione: ha affermato di avere una visione morale diversa da quella della sinistra. E così ora il suo lavoro è in pericolo. Quando si tratta di tirannia e intolleranza, il caso di Chris Broussard dice molto di più di quello di Jason Collins. La sinistra vuole la tirannia, la tolleranza sarà estesa solamente a chi, secondo loro, ne è degno».
    Collins può dire che è gay, Broussard non può criticarlo | Tempi.it

    La legge sul matrimonio gay è passata ma la Manif Pour Tous non morirà
    Rodolfo Casadei
    Il movimento che ha scosso la Francia continuerà a unire forze culturalmente distanti. Ora è la sinistra che teme un «cambiamento radicale» del paese
    E adesso che la legge Taubira per il matrimonio fra persone dello stesso sesso è stata approvata, due sono le domande che tutti si fanno. Una di ordine giuridico: quanto tempo passerà prima che il legislatore introduca o sia costretto a introdurre norme che riconoscano agli sposati dello stesso sesso il diritto di ricorrere alla fecondazione assistita o alla maternità surrogata per potere avere figli? L’altra squisitamente politica: che ne sarà ora del vasto, articolato, irriducibile movimento di popolo contrario alla legge Taubira che dal novembre scorso fino a pochi giorni fa si è battuto nelle piazze e sui media per evitare l’approvazione della legge, e che si è riunito principalmente sotto l’egida della Manif Pour Tous e della sua leader Frigide Barjot?
    Per quanto riguarda la prima questione, è sensazione diffusa che, almeno per quanto riguarda la fecondazione assistita per coppie di donne sposate secondo la nuova legge, non passerà molto tempo: il ministro della Giustizia ha fatto sapere di considerare legittima la richiesta, sottolineando che è stato per ragioni di opportunità che la questione non è stata affrontata nel contesto della legge approvata. La quale prevede il diritto all’adozione di bambini per le nuove coppie. Diritto piuttosto teorico, quando si consideri che in Francia sono in lista per un’adozione più di 23 mila coppie eterosessuali, e nel 2012 i bambini adottati sono stati appena 750 sul territorio nazionale e 1.569 quelli provenienti dall’estero. Quest’ultimo numero probabilmente diminuirà con l’introduzione della legge Taubira, perché paesi come la Russia (origine del più gran numero di adozioni internazionali) potrebbero cancellare i loro accordi con la Francia per evitare che bambini russi vengano adottati da coppie omosessuali.
    L’altra via per la quale la fecondazione assistita al servizio dei nuovi matrimoni lesbici potrebbe presto entrare nella legislazione francese è quella di una sentenza della Corte europea dei diritti umani: basterà che una coppia di donne sposate denunci la legge attuale sulla fecondazione assistita come discriminatoria, perché riservata alle coppie eterosessuali, perché la Corte, se coerente con le sue precedenti sentenze, dia loro ragione. Nel febbraio scorso ha condannato l’Austria perché, pur riconoscendo unioni civili fra persone dello stesso sesso, non ha esteso anche a loro il diritto a fare domanda di adozione che riconosce alle unioni civili fra uomo e donna. In Francia una coppia uomo-donna sposata può ricorrere alla fecondazione assistita se sono certificati problemi di infecondità. Anche una coppia omosessuale è, al suo interno, infeconda.
    L’altra questione, che cosa ne sarà del movimento anti-nozze gay dopo l’approvazione definitiva della legge, agita i sonni soprattutto a sinistra. Dove molti temono che la radicalizzazione delle proteste successiva alla manifestazione del 24 marzo – la prima che vide incidenti di ordine pubblico significativi – potrebbe non solo galvanizzare l’estrema destra, ma provocare una saldatura in forma di alleanza strategica fra destra tradizionale ed estrema destra. Dogma della destra francese classica (gaullista, liberale, democristiana) è sempre stato quello di non stringere alleanze con l’estrema destra che va dal Front National ai gruppuscoli nati nell’ultimo decennio come il Bloc Identitaire e i cattolici tradizionalisti dell’Istituto Civitas. Dopo i disordini del 24 marzo, i gruppi tradizionalisti e di estrema destra hanno preso ad agire indipendentemente dall’inquadramento e dallo stile di protesta pacifica della Manif pour tous. Si sono moltiplicati i casi di provocazioni nei confronti della polizia, azioni di disturbo contro i ministri del governo, resistenza a pubblici ufficiali. Nomi e sigle dell’estrema destra hanno cominciato ad apparire nei notiziari delle proteste anti-matrimonio gay più spesso di quelli del collettivo della Manif pour tous. I manifestanti che davanti all’Assemblea nazionale venerdì 19 aprile non volevano sciogliersi gridavano slogan del tipo: «Signori poliziotti, unitevi al nostro movimento e manganellate i decadenti». Tuttavia la disgregazione del movimento anti-nozze gay in distinte componenti politiche è lungi dall’essere realizzata.
    «La forza della nostra amicizia»
    Per ora il fenomeno più interessante e suscettibile di sviluppi imprevisti è la convivenza in molte iniziative, manifestazioni e persino negli stessi media elettronici di cattolici, simpatizzanti della destra e militanti dell’estrema destra, che fa ipotizzare a osservatori di sinistra come il quotidiano Le Monde che in un futuro non lontano il paesaggio politico francese potrebbe modificarsi radicalmente in forza delle esperienze di militanza condivisa che si stanno in questo momento realizzando nel contesto del movimento contro le nozze omosex. Interpretazione trasparente nei titoli dei servizi che Le Monde del 18 aprile ha dedicato all’argomento (“Una generazione di destra si costruisce attorno al matrimonio gay” e “Una mobilitazione che sposta le frontiere a destra a partire dalla base”) e nelle parole di un giovane manifestante con cui l’articolo principale si chiude: «A prescindere dalle appartenenze politiche, siamo una generazione per la quale questa lotta sarà un atto fondatore. Nel futuro la nostra amicizia conterà più che i nostri gruppetti».
    Un esempio del carattere pluralistico, magmatico e in divenire del movimento francese contro il matrimonio gay è dato dal gruppo Printemps français che, secondo il politologo Jean-Yves Camus, «riunisce persone che pensano che si debba trovare uno spazio intermedio fra il Front National e la Destra popolare, ma che non hanno ancora trovato il loro modo di espressione politica». Sul suo sito internet si possono trovare fianco a fianco interventi come quello di Frédéric Pichon, presidente del Circolo degli avvocati liberi, impegnato da tempo a far convergere Destra classica e Front National, che cerca di dettare i termini di un forte impegno politico-ideologico, e interventi come quello del filosofo Fabrice Hadjadj, che sostiene la necessità di una protesta antropologica prima che politica. «Dissociare la lotta contro la deindustrializzazione del nostro paese e la diluizione dell’identità nazionale dentro il grande magma cosmopolita da quello della difesa della famiglia minacciata come mai prima dai gruppuscoli comunitaristi attivisti di cui Pierre Bergé (cofondatore della Yves Saint Laurent e autore di dichiarazioni minacciose contro la Manif pour tous, ndr) si fa difensore, sarebbe il peggiore degli errori», scrive Pichon. «Le nostre manifestazioni non partono da uno scopo politico o partitico, ma da un riconoscimento antropologico. Non cercano di prendere il potere, ma di rendere una testimonianza culturale a un dato di natura, in uno slancio di gratitudine», scrive sullo stesso sito in tutt’altro tono Fabrice Hadjadj. «Non cerchiamo una vittoria politica. (…) malgrado la sconfitta legislativa noi continueremo a manifestare: senza armi, senza odio, persino senza slogan, ma con la nostra piccola epifania di creature di carne, ossa e spirito».
    La linea di Pichon sembra incarnata da gruppi come “Huons les ministres”, che inseguono i ministri del governo Ayrault nelle loro uscite pubbliche per fischiarli e disturbare i loro interventi. La linea di Hadjadj sembra quella dei Veilleurs, le “sentinelle”, che si riuniscono a margine delle manifestazioni come quella di domenica e invitano, secondo le parole di Le Figaro, «alla rivoluzione calma delle coscienze, attraverso l’arte e la cultura, all’“elevazione dello spirito sulla forza, l’arma dei deboli”». Nel corso delle veglie vengono letti brani di grandi classici francesi: «Si lotta con la cultura, l’arte, il patrimonio dei grandi autori di ogni orientamento politico. Si leggono i testi di Proudhon, teorico dell’anarchia, sull’importanza del matrimonio, insieme a Charles Péguy, Bernanos o Aragon».
    La stessa Chiesa cattolica, la cui azione è stata decisiva per la nascita del movimento, si è mostrata preoccupata dei rischi di una deriva politicista. Ha detto monsignor André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, nel suo ultimo intervento da presidente della Conferenza episcopale francese: «Il culmine del combattimento che dobbiamo condurre non è una lotta ideologica o politica. È una conversione permanente affinché le nostre pratiche siano coerenti con quel che diciamo: più che di denunciare, si tratta di impegnarsi positivamente nelle azioni che possono cambiare la situazione a lungo termine». Ma l’ammonimento al governo e alle forze sociali è stato ancor più duro: «La società ha perso la sua capacità di omogeneizzare delle differenze in un progetto comune», ha detto. Ciò annuncia una crescita della violenza. Perché facendo «scomparire» gli «strumenti dell’identificazione della differenza», si provoca una «frustrazione dell’espressione personale». E la «compressione della frustrazione sfocerà un giorno o l’altro nella violenza per far riconoscere la propria identità particolare contro l’uniformità ufficiale. È così che si prepara una società violenta».
    Francia. La Manif Pour Tous non morirà | Tempi.it





    Suicida contro il suicidio della civiltà
    Non sbrigate il suicidio in Notre Dame come il gesto di un invasato estremista
    Marcello Veneziani
    Non sbrigate il suicidio in Notre Dame come il gesto di un invasato estremista. Dominique Venner aveva forte e tragico il senso dell'onore, della civiltà e della decadenza. Il suo libro più bello, Il bianco sole dei vinti, insegnò a molti giovani, anche in Italia, la nobiltà della sconfitta. Il Suicidio nella Cattedrale (degno aggiornamento del celebre Assassinio nella Cattedrale) è un atto che desta dissenso e ammirazione.
    Non si può condividere un suicidio, tantomeno la profanazione di una chiesa con un gesto che ha un senso rituale nel Giappone di Mishima ma non nell'Europa cristiana. E non si può condividere il suicidio per amor di tradizione (e non banalmente contro le nozze gay, come s'è scritto): meglio dar la vita per una causa che togliersela; meglio compiere gesti per la famiglia e non contro la sua negazione. Ma non posso nascondere l'ammirazione. Tra mille suicidi per ragioni personali c'è qualcuno che si suicida per una ragione superiore; si uccide per la civiltà e non per gelosia, debiti o malattia. Certo, c'è pure l'aspirazione alla luce nera della gloria maledetta, forse. Ma è comunque un gesto di grandezza, sulla scia francese di Henry de Montherlant più che di Drieu La Rochelle. Il paradosso è stato immolarsi per una civiltà, profanandola nel suo luogo più sacro. Comunque, onore a Venner, uomo in piedi tra gelatine umane.
    Suicida contro il suicidio della civiltà - IlGiornale.it

    Morte a Notre-Dame: suicidio o martirio?
    di Paolo Maria Filipazzi
    Un fatto tremendo ha avuto luogo nella Cattedrale di Notre Dame: Dominique Venner, 78 anni, noto storico francese, si è suicidato, martedì 21 maggio 2013, con un colpo di pistola sull’altare del più importante luogo di culto francese. Venner era noto per la sua strenua opposizione all’approvazione dello pseudo-matrimonio omosessuale nel suo paese, una legge varata mentre le piazze si riempivano di folle che gridavano il proprio NO, venendo represse con la violenza dalle forze dell’ordine. «Serviranno certamente gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere i sonnolenti, le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini. Entriamo in un tempo in cui le parole devono essere rese autentiche da azioni»: così aveva dichiarato Venner qualche giorno fa dalle pagine del suo blog. Ecco il gesto spettacolare.
    Con questo atto drammatico arriva all’apice l’escalation iniziata da Hollande, dal suo Governo e dal Parlamento francese con l’approvazione a tappe forzate dello pseudo-matrimonio omosessuale. Una legge che, nelle menti fanatiche di chi governa la Francia, DOVEVA passare a tutti i costi, non importa a quale prezzo, a prescindere da qualunque cosa o persona andasse calpestata. Non è contato nulla il fatto che una fetta considerevole, forse maggioritaria, dei francesi fosse contraria. Le loro proteste sono state sedate a manganellate. Nulla ha contato la spaccatura, il clima di guerra civile che è stato generato. Ma del resto, una volta che si è spostata un’ideologia anti-umana come quella che fa dell’omosessualismo un dogma, nulla ha più valore e tutto è possibile, nel delirio di onnipotenza che si impadronisce di tali scellerati governanti. E così nasce il dramma: quello dei cittadini che si scoprono traditi ed abbandonati dalle istituzioni cosiddette democratiche, che si trovano talmente isolati, senza voce, da giungere ad atti estremi come quello di Venner. Il fatto che simili episodi, fino ad oggi, abbiano avuto luogo solo in paesi oppressi da regimi totalitari, la dice lunga sulla reale natura della strada verso l’Inferno imboccata dall’Occidente che continua a dirsi “mondo libero”, non si sa se per ipocrisia o per puro gusto luciferino della beffa.
    Ma in tutto questo, non si può non provare sconcerto per il “gesto spettacolare” scelto da Venner. Citiamo un passaggio dal libro “Ortodossia” di Chesterton: “Il suicida, ovviamente, è l’opposto del martire. Un martire è qualcuno che ama così tanto qualcosa che sta fuori di lui da dimenticare la propria vita. Il suicida è un uomo che ama così poco qualsiasi cosa stia fuori di lui da desiderare di vedere la fine di tutto. Il primo vuole che qualcosa cominci, il secondo vuole che tutto finisca. In altre parole, il martire è nobile, proprio perché (per quanto rinunci al mondo o detesti tutta l’umanità) confessa questo estremo legame con la vita e pone il suo cuore fuori da se stesso: muore affinché qualcosa possa vivere. Il suicida non possiede tale legame con l’esistenza: è un semplice distruttore, personalmente distrugge l’universo". Per protestare contro una legge anti-umana, Venner ha compiuto un gesto molto diverso da quello compiuto dai martiri cristiani i quali non cercano né si procurano deliberatamente la morte, ma semplicemente la accettano.
    E’ bene però, ricordare anche come di fronte a gesti drammatici come quello di Jan Palach, datosi fuoco nel centro di Praga nel 1969 per protesta contro il regime comunista, o a quello di Bobby Sands, lasciatosi morire di fame nel carcere nordirlandese di Long Kesh, nel 1981, per protestare contro le condizioni disumane dei detenuti, la Chiesa cattolica riconobbe una dignità in quelle scelte, non meramente autodistruttive ma animate dalla speranza di richiamare al bene più grande della libertà. Nel caso di Palach, il teologo e dissidente anti-comunista Josef Zverina disse che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita”. E sorge un’interrogativo, a cui per ora non sappiamo dare risposta, ma che ci sentiamo in dovere di sottoporre alle coscienze di tutti: Dominique Venner, suicida o martire?

    “Or ti piaccia gradir la sua venuta:
    libertà va cercando, ch'è sì cara,
    come sa chi per lei vita rifiuta.
    Tu 'l sai, che non ti fu per lei amara
    in Utica la morte, ove lasciasti
    la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara.”


 

 
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