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Discussione: Il deserto avanza

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Dopo Barilla, le lobby Lgbt rieducano la banca Société générale, che si scusa per una immagine “omofoba”
    La banca dopo le proteste Lgbt ha promesso di rimuovere l’immagine usata per pubblicizzare un nuovo prodotto assicurativo ma che ricorda troppo il logo della Manif pour tous
    Leone Grotti
    La rieducazione “à la Barilla” sbarca in Francia. A subire il riordino del pensiero questa volta non è una casa pastificia ma la potente banca Société générale, colpevole di aver pubblicizzato un suo nuovo prodotto assicurativo con un’immagine che richiama troppo il logo della Manif pour tous.
    LA BANCA SI SCUSA. «Proteggete voi stessi e la vostra famiglia» è lo slogan dell’assicurazione sanitaria della banca, insieme a un’immagine di due mani che tengono nel palmo una carta ritagliata a forma di padre e madre con due bambini che si tengono per mano. L’associazione Lgbt “Cash !” ha subito attaccato la banca accusandola di «omofobia» per essersi «ispirata alla Manif pour tous».
    Société générale si è prontamente scusata scrivendo su Twitter che «faremo ricerche sulla provenienza di questa immagine, che è contraria ai nostri impegni» perché «noi non facciamo discriminazioni in base alle scelte e agli orientamenti privati». Quindi la promessa: «Rimpiazzeremo questa immagine con un’altra».
    GOVERNO OMOFOBO? Dopo le scuse, molti utenti si sono arrabbiati con la banca, accusandola di essersi «inginocchiata alle lobby Lgbt», anche perché l’immagine in realtà è così comune da essere stata usata addirittura dal sito del ministero della Giustizia del governo francese presieduto da Christiane Taubira, la principale promotrice del matrimonio gay che di tutto può essere accusata fuorché di essere omofoba. Per ora.
    Francia. Dopo Barilla, Lgbt rieducano Société générale | Tempi.it


    Sentinelle in Piedi aggredite a Bergamo
    di Andrea Lavelli
    Dalle parole si passa ai fatti. La legge sull’omofobia non è ancora stata approvata e già abbiamo potuto assistere a numerosi i casi di aggressione verbale e mediatica nei confronti di chi chiede la libertà di poter affermare, senza discriminare nessuno, che la famiglia è quella composta da un uomo e una donna.
    Ma mai fino ad ora si era passato ai fatti: vegliare in difesa della libertà di espressione può ora portare persino a rischiare seriamente la propria incolumità. Succede a Bergamo, dove una veglia pacifica e silenziosa delle “Sentinelle in piedi” a favore della libertà di espressione e contro il ddl Scalfarotto è stata aggredita da un gruppo di ragazzi dei centri sociali: solo il pronto intervento della polizia è riuscito a evitare il pestaggio.
    Le Sentinelle bergamasche, circa 130, si erano date appuntamento per il pomeriggio di sabato 7 sul Sentierone, “salotto” della città, e si erano disposte come di consueto in piedi, in silenzio, immersi nella lettura di un libro, secondo lo stile pacifico e silenzioso che le contraddistingue mutuato dai Veilleurs debout francesi. Tra di essi molti giovani e alcune famiglie con i bimbi piccoli.
    In un attimo si presentano davanti a loro un gruppo di alcune decine di giovani provenienti dai centri sociali che accendono fumogeni e cominciano a lanciare insulti, volgarità e cori ingiuriosi. Cercano anche di avvicinarsi alle sentinelle, ma la polizia li blocca formando un cordone. Tra le urla che è possibile riportare: “omofobi” e “fascisti”.
    «Ci urlano che siamo dei fascisti, quando invece siamo qui a vegliare per la libertà di espressione e contro una norma che introdurrebbe il reato di opinione, che è tipico dei regimi totalitari - spiega una sentinella - Le veglie delle Sentinelle sono da sempre di carattere apartitico e aconfessionale. Non chiediamo tessere e accogliamo a vegliare con noi chiunque condivida il nostro pensiero: chiediamo solo di adeguarsi allo stile silenzioso e pacifico che ci contraddistingue, che anche oggi è stato da tutti rispettato».
    Lo scenario è questo: da una parte un gruppo di giovani che lancia insulti, volgarità e minacce a un gruppo di veglianti silenziosi, in mezzo ai quali ci sono anche famiglie con bambini piccoli. Presenti alla veglia, oltre a gruppi di atei e cattolici, anche un gruppo di mormoni, a testimonianza dell’aconfessionalità della manifestazione.
    La tensione sale sempre più e le forze dell’ordine sono costrette a chiedere alle Sentinelle di terminare la veglia in anticipo e a ritirarsi in ordine a partire dalle ultime file, ma a questo punto gli antagonisti cercano di aggirare gli agenti dirigendosi verso Largo Belotti, dove le Sentinelle stavano sfollando. Solo il blocco della polizia riesce a impedire il peggio: dai manifestanti partono spintoni calci e sputi agli agenti in divisa antisommossa. E alle sentinelle più di una minaccia: “Vi faremo la festa!”.
    La rabbia degli antagonisti si sfoga anche su una capanna allestita lì vicino della Fondazione Piero e Lucille Corti per raccogliere fondi da destinare a un ospedale in Uganda, rovesciando tavoli e danneggiando vari oggetti. Sul posto era presente anche un volontario che a seguito di questo fatto ha raccolto alcune offerte in risarcimento da manifestanti e polizia.
    Molti degli antagonisti sono già stati identificati e denunciati di manifestazione non autorizzata, lancio di fumogeni e resistenza a pubblico ufficiale.
    «Si sta verificando quello che Benedetto XVI definiva ‘la dittatura del relativismo’: è la dimostrazione che l’intolleranza dei cosiddetti tolleranti rifiuta qualsiasi pensiero contrario alle loro idee, cercando di silenziarlo con le buone o con le cattive» è il commento amaro di una sentinella.
    Ciò che è successo a Bergamo, proprio nelle ore in cui il ddl Scalfarotto viene discusso in Senato, getta una nuova sinistra luce sull’avanzata della dittatura gender in Italia. Una dittatura che pretende di omologare ogni pensiero e di zittire qualsiasi opinione contraria marchiandola come “omofoba” e, da ora, ricorrendo anche alla violenza anche contro gruppi pacifici di giovani, donne e bambini.
    Sentinelle in Piedi aggredite a Bergamo

    Perché escludere un altro Family Day?
    di Alfredo Mantovano
    Urgente ma non troppo: potrebbe riassumersi così l’andamento dei lavori del Senato sulla legge cosiddetta anti-omofobia. Intendiamoci, in Commissione Giustizia, davanti alla quale il provvedimento è pendente, la discussione generale si è esaurita in un paio di sedute, fra ottobre e inizio dicembre, ma il termine per gli emendamenti è stato fissato con relativa calma al 20 dicembre: il che vuol dire giungere al voto in Commissione a metà gennaio. Poi si andrà in Aula.
    Chi è intervenuto nella discussione, anche fra gli esponenti dei partiti più spinti in favore della legge, ha annunciato emendamenti al testo proveniente dalla Camera: il che lascia prevedere, in caso di approvazione, un ritorno all’altro ramo del Parlamento.
    Insomma, in un quadro che resta problematico – che senso ha impegnare in via prioritaria Commissione e Aula quando ci sono provvedimenti che hanno una oggettiva impellenza, valga per tutte la voce carcere? – sembra però di cogliere una musica differente rispetto all’ansia da risultato normativo che ha segnato l’iter alla Camera. Tanto per cominciare, le posizioni critiche sono più numerose, e tutte ben motivate.
    La sen. Laura Bianconi, del Ncd, ha pronunciato l’intervento nel merito più completo e consequenziale. Intanto negando che il parametro della discriminazione su base etnica, sul quale si basa la “legge Mancino”, sia così facilmente adattabile alla discriminazione su base di orientamento sessuale: «Mentre l'origine etnica – sono state le sue parole in Commissione – è un dato oggettivo che riguarda la persona nella sua individualità, l'omosessualità è un dato soggettivo che afferisce alla sfera delle relazioni sociali». Ha denunciato che «tale proposta sembra poi costituire l'antefatto all'introduzione nell'ordinamento del matrimonio tra persone dello stesso sesso e prelude alla legittimazione delle adozioni e delle "maternità surrogate" per gli omosessuali». E, dopo aver sottolineato «la limitazione della libertà di espressione che si verificherebbe con l'introduzione di quello che si può definire a pieno titolo un nuovo reato di opinione, il quale impedirebbe a chiunque di manifestare opinioni di senso contrario a orientamenti che diverrebbero dominanti, in aperta violazione dell'articolo 21 della Costituzione», ha anche sostenuto che la cosiddetta «clausola di salvaguardia è ambigua, anche perché fa riferimento alle opinioni espresse all'interno di organizzazioni sociali, senza tuttavia indicare i criteri secondo i quali queste possono essere individuate». Si tratta della norma che, su proposta di Scelta Civica, era stata introdotta alla Camera con la pretesa di tutelare la libertà di espressione. «Necessario non è tanto – ha detto ancora la sen. Bianconi - approvare nuove leggi penali, quanto avviare un percorso educativo che valorizzi il rispetto tra diverse persone», paventando «il rischio che, a seguito dell'approvazione di nuove fattispecie incriminatici, si possano verificare i già evocati fenomeni di discriminazione "a rovescio"».
    Di spessore e sulla stessa lunghezza d’onda le considerazioni del sen. Maurizio Sacconi, pure di Ncd: «Non può essere definito comportamento omofobico il diritto di manifestare il proprio pensiero a favore della tutela della famiglia tradizionale quale società naturale fondata sul matrimonio. Del pari, non possono essere tacciate di omofobia idee che non riconoscono l'esercizio di tutti i diritti familiari alle coppie di fatto ovvero convincimenti contrari al riconoscimento del diritto di adozione alle coppie omosessuali».
    Un allarme sui rischi derivanti dalle nuove disposizioni è venuto anche dal sen. Lucio Malan, di FI, già Pdl: «A Parigi, pacifiche manifestazioni in favore della famiglia tradizionale e contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono state fermamente represse dalle forze dell'ordine a danno dell'esercizio della libertà di riunione. (…) nel Regno Unito, (…) un innocuo predicatore ha dovuto giustificare dinanzi all'autorità giudiziaria le proprie idee, manifestate in pubblico e ispirate ad alcuni passi della Bibbia. (…) non possono essere perseguiti o puniti semplici convincimenti o orientamenti di pensiero come quelli a favore della famiglia tradizionale».
    Perfino due ex socialisti, come il relatore, il sen. Lucio Barani, del Gal (eletto col Pdl), ed Enrico Buemi, del gruppo delle Autonomie, hanno avanzato riserve sul provvedimento. Il primo, sulla scorta di una parere dell’Ufficio studi del Senato, ha descritto la “clausola di salvaguardia” come eccessivamente riduttiva, e tale da non garantire la libertà di opinione. Buemi, oltre a ritenere – e con ragione – più consistente il fenomeno del bullismo, ha anch’egli avanzato dubbi sulla tutela della possibilità di esprimersi liberamente. Non pervenute le posizioni delle formazioni di centro Scelta civica e Udc: in Commissione nessun loro esponente ha preso la parola.
    Da segnalare la richiesta, più volte ribadita fin dall’avvio del dibattito, del sen. Carlo Giovanardi, del Ncd, che il Governo fornisca una relazione sulle violenze in danno di persone omosessuali. Domanda più che legittima, tesa a capire, prima di legiferare, il profilo qualitativo e quantitativo del fenomeno. Domanda rispetto alla quale il Governo, col sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, ha dapprima preso tempo, impegnandosi a fornire le informazioni, poi – nell’ultima seduta, quella del 3 dicembre – ha, come si legge nel verbale, manifestato «una certa difficoltà nell'intendere come reperire i dati richiesti» (sic). Denunciare la difficoltà, addirittura nella raccolta dati, a inquadrare la realtà oggettiva che, nella descrizione mediatica, dovrebbe imperiosamente spingere a varare le nuove norme non insinua il dubbio, al di la delle appartenenze, che non tutto sia così scontato?
    Come spiegare un tratto e una cautela così differenti in questo ramo del Parlamento? Certo, i senatori di cui ho riassunto gli interventi sono un po’ di più dei deputati che, spesso solo in due – Alessandro Pagano ed Eugenia Roccella – hanno con coraggio condotto la battaglia alla Camera. Ma sull’aria leggermente diversa non può non avere inciso il richiamo alla consapevolezza culturale che tante associazioni nelle ultime settimane hanno organizzato, con convegni, conferenze, testimonianze di vario tipo nelle piazze. Prima dell’estate alla Camera l’iter del provvedimento pareva un treno ad alta velocità, pronto a raggiungere la destinazione senza alcun intoppo. Il merito di chi lo ha motivatamente contrastato a Montecitorio è stato quello di averlo costretto a qualche sosta in stazioni intermedie, esigendo attenzione su quanto si stava facendo. Ora il convoglio ha ripreso la marcia, ma ad andatura moderata, e in tanti si chiedono se la direzione sia quella giusta.
    È la conferma che il lavoro svolto fuori dal Parlamento comincia a dare frutti. Non c’è da cullarsi: la pressione mediatica e lobbystica è così forte da poter vincere le maggiori resistenze finora emerse dentro al Palazzo. Se tuttavia finora ha avuto senso affrontare il tema omofobia, famiglia e ideologia del gender non con slogan semplicistici ma con ragionamenti chiari, fondati antropologicamente, non con affermazioni fideistiche ma con la serena consapevolezza che sono in gioco scelte di civiltà, non raccogliendo le provocazioni ma mostrando quella pazienza che deriva dalla serenità di fare quel che è giusto fare, se è vero tutto questo, gli sforzi vanno intensificati. E se infine le manifestazioni pro legge sono riprese in piazza con rabbia, perché da questa parte escludere un bis del Family day?
    Perché escludere un altro Family Day?

    Il nuovo ordine che verrà
    di Stefano Magni
    L’Unione Europea sarà anche sinceramente sconvolta dalle rivelazioni sullo spionaggio statunitense e russo. Ma forse solo perché non ama la concorrenza. Un’organizzazione non governativa molto influente nell’Ue, l’Ectr (Comitato Europeo per la Tolleranza e la Riconciliazione) ha pubblicato il suo “Statuto nazionale per la promozione della tolleranza nel contesto europeo”.
    Costituitosi nel 2008, l’Ectr è stato fondato dall’ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski e dal presidente del Congresso Ebraico Europeo, Moshe Kantor. e composto da ex capi di Stato e di governo. Dunque due figure simbolo della tolleranza e della riconciliazione: il presidente della nazione più calpestata della storia d’Europa e il rappresentante del popolo più perseguitato del Novecento. Sono entrati a far parte dell’Ectr anche ex capi di Stato e di governo, fra cui José Maria Aznar (Partito Popolare spagnolo). Purtroppo, come si può constatare dal rapporto dell’Ectr, anche gli enti nati all’insegna delle migliori intenzioni, finiscono vittima dell’ideologia politically correct. E, dalla tutela della libertà, finiscono per giustificare il suo opposto.
    In primo luogo, il rapporto non è esente dal doppio standard tipico del multiculturalismo. Nella Sezione 4, leggiamo che: «Non è necessario essere tolleranti con gli intolleranti (…) specialmente (…) quando la tolleranza riguarda la libertà di espressione». Il termine “tolleranza” è definito nella Sezione 1: «Rispetto e accettazione dell’espressione, preservazione e sviluppo di una distinta identità di un gruppo». Più in là, nel testo, si legge che: «Commenti diffamatori espressi in pubblico e diretti a un gruppo (…) con l’intento di infangare il gruppo, renderlo ridicolo o imputargli false accuse» può essere considerato quale diffamazione di gruppo e trattato alla stregua di un atto di intolleranza. Da notare che: non si tratta solo di condannare e reprimere l’intolleranza di un governo nei confronti dei suoi cittadini. Ma anche di cittadini nei confronti di altri cittadini, col governo nel ruolo di guardiano e arbitro. Questa differenza fondamentale rispetto alla tolleranza del liberalismo classico apre la strada alla censura. Ogni espressione giudicata “diffamatoria”, non nei confronti di una persona (e della sua dignità), ma di un “gruppo”, religioso, etnico e di genere, può essere punita.
    Il rapporto non si limita a indicare cosa si intenda per tolleranza, ma traccia le linee guida per l’azione di sorveglianza, controllo e punizione per chiunque “abusi” della tolleranza. E suggerisce che certi “gruppi vulnerabili” possano godere di una protezione giuridica speciale, in barba al pluri-secolare principio europeo dell’eguaglianza di fronte alla legge. Quale punizione per chi esprima dei concetti intolleranti, viene suggerito un “percorso rieducativo” che “instilli i valori della tolleranza” come si legge nella Sezione 7, paragrafo b (si spera non con i metodi cinesi dei tempi di Mao). Per gestire l’apparato repress… pardon, di controllo e rieducativo, viene suggerita l’istituzione di apposite Commissioni per il Monitoraggio della Tolleranza (Sezione 6), su base nazionale, dipendenti dai ministeri della Giustizia dei Paesi membri.
    Le Sezioni 8 e 9 suggeriscono anche un pesante interventismo del governo nell’educazione scolastica e nei mass media (anche privati), al fine di far loro promuovere un “clima di tolleranza” e punire il pensiero deviante e intollerante. Si prescrive l’introduzione di corsi specifici alla tolleranza nelle scuole e percentuali di tempo e spazio da dedicare alle trasmissioni e ai contenuti “che promuovono la tolleranza”. A denunciare eventuali devianze dovranno essere apposite commissioni per i media, costituiti da personaggi “indipendenti” scelti dai media, non dai governi. Testate giornalistiche sono dunque incoraggiate a denunciare altre testate.
    Il rapporto indica il proprio stesso fine: «Eliminare il razzismo, il pregiudizio di colore, la discriminazione etnica, l’intolleranza religiosa, le ideologie totalitarie, la xenofobia, l’antisemitismo, l’anti-femminismo e l’omofobia». Non contrastare, ma proprio “eliminare”. Siccome tutte le forme di intolleranza sopra elencate sono pensieri, l’unico modo con cui l’Ectr si propone di annientarle è il divieto della loro espressione, in tutte le forme. Di più ci sarebbe solo l’eliminazione degli uomini che li pensano. Anche in questo caso il diritto tradizionale (che entra in ballo solo dopo un’azione che infligge un danno) viene bellamente stravolto.
    Eliminare l’espressione di un pensiero, credendo di cambiare la realtà sociale è tipico della filosofia post-moderna. Secondo cui la realtà è costituita essenzialmente da parole: espressioni che formano l’uomo e causano la sua azione. Credere di eliminare la violenza vietando certi discorsi, comunque, cozza contro la cruda realtà dei fatti. Piuttosto, controllare il pensiero e la parola implica, necessariamente, l’istituzione di organi di controllo da regime totalitario. E dunque non aveva tutti i torti Vladimir Bukosvkij, dissidente sovietico, a chiamare l’Ue con l’acronimo Eurss (Ursse in italiano): Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Europee.
    C’è solo da sperare che i consigli dell’Ectr restino solo sulla carta. Ma per quanto? L’Ue sta già lavorando alla Direttiva per l’Equo Trattamento che, probabilmente, assorbirà molti dei suggerimenti dell’Ectr, vista l’autorevolezza di quest’ultimo. I processi contro persone accusate di “islamofobia”, leggi italiane come quella contro l’omofobia, o quella sul femminicidio (a tutela di un “gruppo vulnerabile”) o quella che rende il negazionismo un reato, sono solo, dunque, tasselli di un mosaico più vasto, antipasti di un nuovo ordine che verrà.
    Il nuovo ordine che verrà

    La prova finale
    Pubblicato da Berlicche
    Lo presero ad un controllo.
    “E questo cos’è?” Chiesero.
    “Un Vangelo”, rispose lui.
    Lo bruciarono davanti ai suoi occhi. Lui comprese: non cercavano prove.
    “Cosa te ne pare adesso, del tuo prezioso libro ridotto in cenere?”
    Lui fece spallucce. “E’ solo un libro. Io non adoro parole. Sono utili per capire, ma non adoro né loro né la carta sulle quali sono scritte”.
    Sembrarono in qualche modo delusi. Lo frugarono e trovarono la catenella con la piccola croce.
    “E questa? Lo sai che è vietato mostrare simboli religiosi”
    “E’ solo un piccolo gioiello, un regalo.”
    “Sai che male può fare una cosa come questa, se viene vista?”
    Glielo mostrarono.
    “E’ un’offesa a noi tutti, questo tuo segno.”
    Quando se ne furono liberati (non mostrando in fondo grande fantasia) lo apostrofarono ancora.
    “Ti abbiamo tolto le tue parole e tuoi segni. Non hai più un Dio da adorare, adesso.”
    Sorrise, anche se gli faceva male. “Dio è sempre nel mio cuore”.
    Sorrisero anche loro. “Anche a questo possiamo provvedere.”
    La prova finale | Berlicche

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  2. #82
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Follie inglesi per tutelare il credo delle minoranze (tutte, tranne quella cristiana)
    Benedetta Frigerio
    I vegani potranno dettare legge in ufficio, i pagani assentarsi per ragioni di culto, i vegetariani non confezionare carne. Ma i cristiani dovranno accettare i matrimoni gay
    I pagani potranno assentarsi dal lavoro per andare a visitare i templi neolitici durante il solstizio d’estate. I vegetariani che lavorano nel settore della ristorazione rifiutarsi di confezionare o servire carne. I vegani di accettare arredamenti in pelle negli uffici in cui lavorano. Così la Gran Bretagna continua nella sua azione, sempre più stringente, di protezione delle minoranze nei luoghi della vita pubblica. Ognuno deve poter esprimere il «suo credo profondo», si legge in una guida appena pubblicata da un ente governativo.
    LA GUIDA. A scrivere il regolamento è stata l’Equality and human rights commission (Ehrc), istituita dalla legge sull’uguaglianza e la non discriminazione delle minoranze. La commissione è intervenuta in risposta alla sentenza di fine gennaio della Corte Europea dei Diritti Umani, che vedeva il governo inglese in conflitto con una cittadina cristiana a cui era stato vietato di indossare la croce. La Ehrc ha sì sottolineato che, in certi casi, i cristiani sono discriminati sul lavoro, ma ha anche ribaltato il giudizio in senso anticristiano. Come? Da un lato, riportando l’esempio del magistrato contrario alle adozioni gay. In questo caso, la libertà di coscienza deve essere limitata dal diritto degli omosessuali per il solo fatto che sono considerati una minoranza. Dall’altro, la Ehrc ha messo sullo stesso piano tutti, senza distinguere troppo tra vegani e cristiani.
    LA FRAMMENTAZIONE SOCIALE. Philip Davies, membro del partito conservatore, ha chiamato «stupidi» i membri della Ehrc, perché «non hanno idea di cosa sia il mondo reale, dell’imprenditoria e delle regole di cui le aziende hanno bisogno per funzionare». Secondo Davies si dividono i datori di lavoro dai dipendenti, alimentando i conflitti. Un altro parlamentare, Tim Loughton, ha sottolineato sia «l’irresponsabilità in un momento di crisi economica», sia la follia di mettere «sullo stesso piano la religione cristiana e il credo vegano», come avessero uguale peso e ragionevolezza. «Significa – ha concluso Loughton – aver perso completamente la bussola della realtà».
    A fare eco ai politici alcuni imprenditori spaventati dal proliferare di diritti che potrebbero frenare la coesione sociale e appesantire le aziende con esposti e denunce crescenti.
    Linee guida inglesi che proteggono tutti ma non i cristiani | Tempi.it

    Cinquanta sfumature di Abruzzo
    di Rino Cammilleri
    In novembre l’assessore alla cultura della Regione Abruzzo è stato arrestato per concussione, truffa aggravata e peculato. «E dov’è la notizia?», direte voi. In effetti, ormai non passa giorno senza che qualche amministratore pubblico non sia almeno indagato per questioni di denaro. Il quale sarà anche lo sterco del demonio, ma del quale neanche gli eremiti possono fare a meno, e senza il quale non esiste opera di carità che vada al di là della carezza sulla guancia.
    Ma torniamo al nostro assessore regionale. Costui ha, naturalmente, una segretaria e anche quest’ultima è risultata implicata nei suoi guai giudiziari. E, pure qui, nulla di nuovo. Di nuovo c’è un particolare contratto che la donna aveva stipulato col suo principale, contratto che prevedeva un rapporto sessuale alla settimana col suddetto, non uno di più ma neanche di meno. Par di capire che lei si difenda adducendo di essere stata costretta, pena la perdita dal posto. È davvero probabile che sia così, perché altrimenti non si vede la necessità di un patto scritto. Ma anche così la cosa rimane strana, perché un contratto del genere nel nostro ordinamento non ha alcun valore. La minaccia della non assunzione in caso di non accettazione del patto o del licenziamento in caso di mancato rispetto dello stesso in corso d’opera è di per sé sufficiente a indurre la «vittima» a rifiutare il posto o addirittura a denunciare la proposta oscena alle autorità competenti. In quest’ultimo caso, laddove si possa provarlo, si otterrebbe anche il posto e pure un risarcimento. Tuttavia, secondo il Corsera, la Repubblica e Abruzzo24ore, la proposta indecente prevedeva un corrispettivo in denaro, si dice 36mila euro l’anno, che fanno 750 euro a botta. Non male. Comunque sia, la cosa riguarda adesso la magistratura e a noi non interessa.
    Ci incuriosisce, semmai, la modalità della scoperta di tale contratto da parte degli investigatori. Questi l’hanno trovato, ridotto in mille pezzi, nell’abitazione della segretaria durante una perquisizione. Chissà quanto ci hanno messo a ricostruire il puzzle e a renderlo leggibile tramite scotch. Perché la firmataria non l’ha semplicemente buttato nel cesso tirando lo sciacquone? Ridotto in coriandoli, era meglio il closet che il cestino della carta straccia, il tempo di lancio è lo stesso. Mah. Sia come sia, la faccenda è venuta a galla e, come sappiamo, non per un rigurgito del w.c. Ora, essendo che contratti del genere (sappiamo anche questo) non hanno valore per la legge (anzi, sono vietati), la domanda è e rimane: che bisogno c’era di stenderlo? Correndo il rischio che venisse trovato dalla polizia e finisse sui giornali, come in effetti è avvenuto? Scripta manent, dicevano gli antichi. E una delle leggi di Murphy assicura che se qualcosa può andare storto ci andrà. Boh, misteri della mente umana.
    Quel che lascia vieppiù perplessi, però, è lo scandalo dei farisei. Il caso letterario dell’anno scorso è stata la trilogia romanziera Cinquanta sfumature di grigio, poi di nero e infine di rosso (o prima è venuto il rosso e poi il nero? vabbe’, chissenefrega). Poiché il primo volume ha venduto qualcosa come quaranta milioni di copie in tutto il mondo occidentale (asiatici e africani non hanno i soldi; tra gli islamici, dato il tema, non crediamo abbia avuto molto successo), di certo l’autrice starà pensando agli altri colori (l’iride ne prevede di infiniti e, dice l’adagio, piatto ricco mi ci ficco). Confessiamo di non averne letto neanche uno, ne siamo stati dissuasi dalle recensioni. Ma, se non andiamo errati, la trama tratta appunto di un contratto sessuale con finalità sado & maso tra due soggetti etero. Lei firma la sua sottomissione, appunto sessuale, a lui. Questo il plot. Che, a tutti gli effetti e qualunque sia il compenso previsto (ripetiamo: non li abbiamo letti), si configura come contratto di meretricio. Il pubblico ne ha decretato il successo e i giornali ci hanno fatto sopra le paginate. Nessuno ha biasimato questi libri, neanche in Italia: forse perché uno dei due protagonisti non era uno del partito di Berlusconi, come l’assessore abruzzese? Vai a saperlo.
    Il tema della sottomissione tuttavia è roba da interrogazioni parlamentari spagnole, con tanto di richiesta di rogo e censura, se si tratta di una citazione di San Paolo e il libro parla di coniugati cattolici. Strange new world! Non dicevano le femministe che l’utero era loro e ne facevano quel che volevano? Dunque, si lasci in pace la segretaria dell’assessore abruzzese, padrona del suo corpo e, nei fatti, femminista a tutti gli effetti.
    Cinquanta sfumature di Abruzzo

    Il nuovo nemico dei grillini lombardi è la Chiesa cattolica
    di Matteo Borghi
    Dopo la classe politica e l’Europa pare che i grillini abbiano individuato nel Vaticano il nuovo obiettivo polemico. In particolare di quelli lombardi, che non si limitano a citare il loro “caro leader” Beppe Grillo che, ogni due per tre, tira fuori l’idea dell’Imu alla Chiesa come via per trovare i fondi per il suo reddito di cittadinanza (per dare il buon esempio, iniziasse ad accatastare il suo villone genovese in categoria A8, invece che nell’attuale A7 che gli permette di risparmiare migliaia d’euro l’anno).
    La pattuglia pentastellata in consiglio regionale fa molto di più:
    1) Critica, ferocemente, i finanziamenti regionali in favore della libertà di scelta in materia d’istruzione. Ieri mattina, mentre i centri sociali assaltavano il consiglio regionale, i consiglieri grillini hanno abbandonato i propri banchi e sono usciti per solidarizzare con la «protesta verso i buoni scuola per gli studenti delle paritarie» e per «sostenere le ragioni del diritto allo studio» ha detto la capogruppo Paola Macchi. Come se le due cose si escludessero invece che rafforzarsi reciprocamente.
    2) Si oppone, con determinazione, alla visita del cardinale Angelo Scola nell’aula consiliare. «Un consiglio regionale – ha detto sempre Macchi – rappresentanza territoriale di uno Stato laico (noi pensavamo che rappresentasse i cittadini lombardi ndr), dovrebbe mantenere un alto profilo aconfessionale e i rappresentanti eletti, soprattutto Lei come Presidente del Consiglio (il ciellino Raffaele Cattaneo ndr), dovrebbero mantenere un atteggiamento super partes nei riguardi di confessioni religiose, sesso, razza e orientamento sessuale». Insomma, giusto bandire dall’aula chiunque non sostenga, con Carlo Sibilia, il «matrimonio omosessuale, di gruppo e tra specie diverse».
    3) Si lamenta pure dei frati cistercensi che, a suo dire, occuperebbero abusivamente la Certosa di Pavia, che versa peraltro in condizioni di degrado. «La consigliera regionale M5S Iolanda Nanni – riporta una nota del M5S – ha oggi depositato alla Procura della Repubblica di Pavia un esposto contro ignoti che segnala due possibili filoni di inchiesta. Il primo concerne lo stato di degrado del Monumento, e il secondo la sua occupazione e gestione da parte dei frati cistercensi nonostante non esista la “convenzione” di cui i politici parlano alla stampa».
    La morale grillina è che l’unico ente meritevole di credito è lo Stato. Quello che deve organizzare, finanziare e gestire l’istruzione; che non può accettare ingerenze, nemmeno in forma di visita istituzionale di cortesia, da parte del massimo rappresentante della Chiesa cattolica (quella oggettivamente con più fedeli) sul territorio; che deve riprendersi la sovranità assoluta. E che dovrebbe aiutare i più deboli, tramite il reddito di cittadinanza. Peccato che, in questo ultimo aspetto, la Chiesa (e tutto il mondo dell’associazionismo, anche laico) abbia ampiamente dimostrato di saper fare meglio. Molto meglio.
    Il nuovo nemico dei grillini lombardi è la Chiesa cattolica | L'intraprendente

    Nuovo studio: al bambino servono un padre e una madre
    Sul sito web del “McGill University Health Centre”, ovvero una delle più grandi istituzioni mediche in Canada, è comparso un articolo in cui si divulgano i risultati di uno studio scientifico realizzato dai suoi ricercatori: «Anche con la tecnologia di oggi, occorre ancora che ci sia un maschio e una femmina per fare un bambino. Ma è importante che entrambi i genitori accolgano quel bambino? Molti studi hanno fino ad ora indicato il valore della madre, ma pochi hanno chiaramente definito l’importanza di un padre», si legge.
    La ricerca, pubblicata sulla rivista “Cerebral Cortex”, mostra infatti che l’assenza del padre durante i periodi di crescita critici, porta al deterioramento delle abilità sociali e comportamentali in fase adulta. «I deficit comportamentali che abbiamo osservato sono coerenti con gli studi dei bambini cresciuti senza un padre. Questi bambini hanno dimostrato di avere un aumentato rischio di comportamenti devianti e, in particolare, le ragazze hanno dimostrato di essere a rischio di abuso di sostanze».
    Questi risultati, conclude l’articolo del McGill University Health Centre, «dovrebbero indurre i ricercatori a guardare più profondamente nel ruolo dei padri durante le fasi critiche della crescita e suggeriscono che entrambi i genitori sono importanti nello sviluppo della salute mentale dei bambini».
    Un altro duro colpo, dunque, per i sostenitori delle adozioni omosessuali o del benessere del bambino nelle famiglie monoparentali. Una donna, pensiamo alle relazioni omosessuali, non si può improvvisare uomo e tanto meno padre. E’ sempre la ricerca a mostrare che le differenze tra uomini e donne (tra padre e madre, dunque) sono di tipo biologico-cerebrale e non culturale. Una donna e un uomo, indipendentemente dai loro sentimenti affettivi e dai loro desideri di non essere quel che sono, rimarranno sempre legati alla loro sessualità biologica. Sempre gli studi, raccolti in gran parte nel nostro dossier specifico, dimostrano che un bambino ha bisogno di crescere all’interno di un equilibrio dato unicamente dalla differenza sessuale, così come d’altra parte la natura ha previsto.
    Nuovo studio: al bambino servono un padre e una madre | UCCR

    Follia collettiva a cui non ci si può arrendere
    di Riccardo Cascioli
    L’isteria per presunti casi di omofobia non è soltanto italiana, come la storia di Phil Robertson dimostra. Ma è vero che in Italia abbiamo una vocazione tutta particolare per estremizzare certi fenomeni fino a trasformare una tragedia in farsa. Così è, appunto, a proposito della presunta “emergenza omofobia”. E ora i dati lo dimostrano inequivocabilmente. Dopo molte insistenze, e a iter quasi concluso, il governo si è finalmente deciso a fornire le cifre che riguardano i casi di discriminazione per orientamento sessuale. Come i nostri lettori ricorderanno, nella seduta della Commissione Giustizia del Senato dello scorso 3 dicembre, il senatore Carlo Giovanardi (Nuovo Centro Destra) aveva avuto un duro confronto con il sottosegretario Ferri, chiedendo con forza che – data l’urgenza con cui si sta procedendo per approvare la legge anti-omofobia – almeno fossero mostrati i dati che dimostrerebbero l’esistenza dell’asserita emergenza.
    Ebbene, dopo molto tergiversare, il governo nel giorno in cui scadeva il termine per la presentazione degli emendamenti alla legge anti-omofobia (120 ne sono stati presentati dal Nuovo Centro Destra) ha finalmente inviato i dati in suo possesso per quel che riguarda la discriminazione in Italia. E il risultato era ampiamente prevedibile: «In Italia – come ha subito commentato il senatore Giovanardi - non esiste affatto un'emergenza di violenza e discriminazione nei confronti di omosessuali e transessuali, mentre questo disegno di legge ideologico e liberticida mira a togliere la possibilità di espressione e di azione a chi non condivide le tesi delle associazioni gay militanti, per esempio sul matrimonio o sull'adozione».
    I dati in questioni sono quelli offerti dal rapporto dell’Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori (Oscad, incardinato nell'ambito del dipartimento della sicurezza - direzione centrale della Polizia criminale, organismo interforze composto dai rappresentanti della Polizia di Stato e dei Carabinieri).
    Dal settembre 2010 l'Oscad monitora tutte le segnalazioni a presunti reati a sfondo discriminatorio motivati da origine etnica o razziale, genere, convinzioni religiose, orientamento sessuale, identità di genere, disabilità, età, lingua. Ebbene, il documento certifica che in più di 3 anni di attività dell'osservatorio sono pervenute all'Oscad 83 segnalazioni - complessivamente per offese, aggressioni, lesioni, istigazione alla violenza, danneggiamenti, casi di suicidio e minacce - relative all'orientamento sessuale. Di queste segnalazioni poi, la maggior parte riguarda offese e insulti (il 42,17%), seguito da aggressioni e violenze. In realtà, per quanto deprecabili, queste violenze sono in effetti molto rare. Prendiamo ad esempio il dato più tragico, quello dei suicidi: in tre anni ci sono stati 4 casi di suicidio direttamente collegabili a discriminazioni per l’orientamento sessuale. Quattro in 3 anni, quando in Italia si registrano tra i 3500 e i 4mila suicidi l’anno. Non dovrebbe accadere neanche a una persona, siamo d’accordo, ma da un punto di vista della descrizione delle priorità è evidente che quattro suicidi in tre anni non raccontano certo di una emergenza.
    Quanto ad aggressioni e lesioni parliamo di 32 segnalazioni in tre anni quando in un solo anno, tanto per fare un esempio, sono vittime di violenza più di un milione di donne (dati Istat). La sproporzione è evidente, così come è evidente che parlare di emergenza omofobia rischia di far cadere nel ridicolo.
    Potremmo andare avanti, ma sarebbe inutile perché chi è guidato dall’ideologia troverà sempre un pretesto per sostenere che a sbagliare è la realtà.
    Eppure non possiamo arrenderci a questa follia collettiva che vuole fare diventare l’Italia come un gigantesco gulag. Nel mentre respingiamo ogni forma di violenza, per il bene di tutti dobbiamo impedire che la legge anti-omofobia venga approvata e dobbiamo chiedere che il governo ritiri la famigerata “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013-2015)”.
    Follia collettiva a cui non ci si può arrendere

    L'arcobaleno in classe. Obbligatorio dall'asilo
    di Tommaso Scandroglio
    Immemori che il 25 dicembre si celebra la nascita di Gesù, molti affermano che il Natale è la festa dei bambini. Il Comune di Venezia ha pensato bene invece di far la festa ai bambini introducendo in tutti i nido e asili comunali delle lezioni sull’omosessualità.
    Per l’anno scolastico 2013-2014 è stato infatti approvato per tramite dell’Assessorato Politiche Educative e Politiche per la Famiglia un “Piano di Formazione” per le “Educatrici e Insegnanti dei Servizi per l’Infanzia Comunali” che tra le altre cose prevede corsi di formazione per le maestre il cui focus è lo sdoganamento in tenera età della teoria del gender. Tra i docenti figura Ilaria Trivellato, referente delle Famiglie Arcobaleno per l’Emilia Romagna.
    In merito alla formazione degli insegnanti nel “Piano di Formazione” si può leggere che “il percorso […] ha l’obiettivo di aumentare le informazioni relative alle nuove tipologie di famiglia in Italia. […] L’educazione di genere pone fra gli obiettivi quello di accrescere la conoscenza sulle famiglie omogenitoriali ed i loro bambini”. Si chiamano “pratiche educative inclusive”.
    Riguardo invece ai piccoli ospiti degli asili, il documento prosegue mettendo in guardia da un pericolo: “succede talvolta che gli sguardi e le parole che gli adulti rivolgono ai bambini veicolino una valorizzazione o una svalutazione legate al maschile e al femminile che si insinua negli esempi, nei giochi e nei giocattoli, nei libri letti, nelle filastrocche e nelle fiabe, nei modi di dire”. Tutto questo può ingenerare “profonde asimmetrie e stereotipi legati a identità e ruoli di genere”. Tradotto significa che guai se le bambine vogliono giocare con le bambole perché si sentono piccole mamme e guai se i maschietti tirano calci ad un pallone, gioco troppo virile. E guai soprattutto se si crede ancora che l’universo della specie umana sia divisa in maschi e femmine. Le nuance dell’identità sessuale sono invece infinite ed indefinite.
    Detto questo ecco gli obiettivi che si pone il corso in questo specifico ambito: “accrescere le conoscenze sulle famiglie omosessuali e i loro bambini; potenziare le competenze relative alla comunicazione con i genitori omosessuali; perfezionare le pratiche educative affinché siano inclusive dei bambini che vivono in famiglie non tradizionali”.
    Se andiamo poi a spulciare il programma didattico del corso per gli insegnanti troviamo lezioni su “famiglie omogenitoriali e diritti negati; casi, situazioni e ‘imbarazzismi’ in classe, che fare?”. La soluzione degli hard cases prevede giochi di ruolo tra i docenti. Lasciamo all’immaginazione del lettore riempire di significato quest’ultima espressione. Il programma prosegue con “una educatrice di nido e una di materna [che] raccontano la loro esperienza ‘arcobaleno’; le mamme arcobaleno [che] raccontano il loro rapporto con la scuola e le educatrici dei loro figli”.
    Una volta imbottiti dei dogmi del credo omosessualista, va da sé che le maestre di asilo saranno pronte a far leggere filastrocche omo ai bambini ed a inventare role playing arcobaleni dove Anna si fingerà Marco e Claudio darà un bacio sulla guancia a Stefano.
    Più che un futuro arcobaleno per i bambini di Venezia ci pare che questo sarà un futuro orcobaleno. Si badi bene: tale iter formativo non è una trovata bislacca del comune di Venezia, ma, come sa bene il lettore della Nuova Bussola, ricalca fedelmente le indicazioni contenute nel documento della Sezione Europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal titolo “Standards for Sexuality Education in Europe”, in quello denominato “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” pubblicato dal nostro Dipartimento delle Pari Opportunità e infine nel recente Decreto scuola (104/2013) che impone corsi formativi agli insegnanti anche sui temi legati all’orientamento sessuale.
    Dicevamo prima che per molti il Natale è la festa dei bambini. Ecco questi bambini per legge non solo sono cresciuti come piccoli gay, ma – andando oltre al caso veneziano – vengono dati in affido a coppie gay (v. l’episodio della bambina data in affido ad una coppia omosessuale di Bologna), uccisi prima di nascere con l’aborto e subito dopo con l’eutanasia infantile (v. il caso della recente legge belga), concepiti in provetta come se fossero cose, usati per la sperimentazione (come vuole il nuovo programma Horizon 2020 della UE), violentati prima dai pedofili e poi dai giudici (v. il caso del pedofilo a cui la Cassazione ha mitigato la pena perché si trattava di “amore”), indotti alla masturbazione a scuola (v. il documento dell’OMS prima citato), fatti prostituire dalle mamme (v. i casi di baby squillo romane) e naturalmente costretti a crescere con un solo genitore perché papà e mamma sono divorziati. Erode al confronto era un boy scout. Buon Natale bambini.
    L'arcobaleno in classe. Obbligatorio dall'asilo

    La lobby gay imbavaglia i giornalisti
    di Massimo Introvigne
    Credevate che l'UNAR, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Ministero delle Pari Opportunità ce l'avesse solo con gli insegnanti, imponendo loro d'insegnare obbligatoriamente l'ideologia di genere? Sbagliavate. Ora se la prende con i giornalisti, pubblicando il 13 dicembre un documento tecnicamente incredibile, intitolato «Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone LGBT» (in fondo all'articolo si può scaricare il documento). Il modesto titolo «Linee guida» non inganni. Si precisa subito infatti che i giornalisti che non si piegheranno ai diktat dell'UNAR violeranno le norme deontologiche, per cui la denuncia all'Ordine dei Giornalisti è dietro l'angolo. Inoltre il testo - tutto bastone e poca carota - spiega anche che è solo questione di tempo: «l'Italia si sta adeguando» ai Paesi più civili, presto il Parlamento introdurrà una «legislazione specifica» contro l'omofobia e il giornalista che sbaglia rischierà non solo il deferimento all'Ordine ma la galera.
    E che cosa si deve fare per adeguarsi? Occorre rispettare dieci comandamenti, redatti dagli esperti - quasi tutti di organizzazioni LGBT - che hanno preparato le linee guida. Primo: non confonderai il sesso con il genere. Il sesso è una caratteristica anatomica, ma ognuno sceglie se essere uomo o donna «indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». È davvero il primo comandamento dell'ideologia di genere, ma ora diventa obbligatorio.
    Secondo: benedirai il «coming out». Vietato parlare di «gay esibizionisti»: il giornalista porrà invece attenzione a sottolineare gli aspetti positivi della «visibilità» degli omosessuali e il coraggio di chi si rende visibile.
    Terzo: riabiliterai la parola «lesbica». «Dare della lesbica» non è un insulto: è un complimento. Ma attenzione a non esagerare, promuovendo il «voyeurismo» dei maschietti. Quarto comandamento: attenzione agli articoli. Se un transessuale si sente donna il giornalista deve scrivere «la trans» e non «il trans». Per Vladimir Luxuria, per esempio - è esplicitamente citato (o citata?) nelle linee guida - vanno sempre usati articoli e aggettivi al femminile. Non importa - al solito - l'anatomia: se qualcuno «sente di essere una donna va trattata come tale». Quinto: non associare transessuali e prostituzione. E comunque mai parlare di prostitute o prostituti. Il giornalista userà invece l'espressione «lavoratrice del sesso trans».
    Come è giusto per materie di questo genere, molto si gioca sul sesto comandamento: il giornalista dovrà educare i suoi lettori a considerare cosa buona e giusta il «matrimonio» omosessuale, «o almeno il riconoscimento dei diritti attraverso un istituto ad hoc» . Farà notare che «il matrimonio non esiste in natura, mentre in natura esiste l'omosessualità». Fuggirà come la peste «i tre concetti: tradizione, natura, procreazione», sicuro indizio di omofobia. Ricorderà ai suoi lettori che il «diritto delle persone omosessuali ad avere una famiglia è sancito a livello europeo».
    Il sesto comandamento dell'UNAR basta a mettere nei pasticci qualunque giornalista che per avventura fosse d'accordo con il Magistero cattolico. Se qualcuno sfuggisse al sesto, incalza però il settimo comandamento: vietato parlare di «matrimonio tradizionale» e, per converso, di «matrimonio gay», che il giornalista dovrà invece qualificare come «matrimonio fra persone dello stesso sesso» per non rischiare, anche involontariamente, di diffondere la pericolosa idea secondo cui si tratterebbe di «un istituto a parte, diverso da quello tradizionale».
    Difficilissimo poi per il giornalista cattolico - o, che so, per il collaboratore di questa testata - evitare di violare l'ottavo comandamento, il quale in tema di adozioni vieta di sostenere che il bambino «ha bisogno di una figura maschile e di una femminile come condizione fondamentale per la completezza dell'equilibrio psicologico». Il giornalista che sostenesse questa tesi si renderebbe responsabile della propagazione di un «luogo comune», smentito dalla «letteratura scientifica». Vietatissimo, poi, parlare di «utero in affitto», espressione «dispregiativa» da sostituire subito con «gestazione di sostegno».
    Il nono comandamento sembra scritto apposta per il caso di Giancarlo Cerrelli, il noto vicepresidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani colpevole di rappresentare troppo efficacemente le ragioni di chi ė contrario alla legge sull'omofobia in televisione e quindi dichiarato persona non gradita nei programmi RAI. «Quando si parla di tematiche LGBT - si legge in un passaggio delle linee guida che sarebbe esilarante se non ci fosse la minaccia di gravi sanzioni per chi sgarra - è frequente che giornali e televisioni istituiscano un contraddittorio: se c'è chi difende i diritti delle persone LGBT si dovrà dare voce anche a chi è contrario». Sembrerebbe il minimo sindacale del pluralismo e della democrazia, specie se parliamo della RAI e di servizio pubblico.
    Ma le linee guida ci dicono che questo «non è affatto ovvio». Il caso Cerrelli insegna. «Cosa deve accadere affinché il contraddittorio fra favorevoli e contrari ai diritti delle persone gay e lesbiche non sia più necessario?». La risposta corretta sarebbe che deve accadere l'instaurazione di una dittatura, per dirla con Papa Francesco, simile a quella del romanzo «Il padrone del mondo» di Benson. La risposta delle linee guida invece è che basta una «scelta puramente politica» - che l'UNAR si arroga l'autorità di fare - per dire basta a questi dibattiti fastidiosi e pericolosi. Il buon conduttore televisivo avrà cura che sia espressa solo un'opinione, quella corretta. «Non esiste una soglia di consenso prefissata, oggettiva, oltre la quale diventa imprescindibile il contraddittorio». Quindi su questi temi se ne deve prescindere. Tornatene a casa, avvocato Cerrelli - in attesa magari di sentire anche per televisione il ritornello scandito da certi simpatici attivisti: «e se saltelli muore anche Cerrelli».
    Non si salvano, infine, neanche i fotografi. Il decimo comandamento li invita a fare attenzione a che cosa fotografano nei gay pride, evitando immagini di persone «luccicanti e svestite». L'obiezione secondo cui se chi partecipa ai gay pride non si svestisse non correrebbe il rischio di essere fotografato nudo non sembra essere venuta in mente agli esimi redattori del testo.
    Che però hanno pensato a una possibile difesa del malcapitato giornalista, il quale potrebbe sostenere che lui la pensa diversamente, ma per dovere di cronaca ha ritenuto di riportare anche le strane idee di chi si oppone al «matrimonio» omosessuale, e che magari ha radunato in una sala centinaia di persone. Difesa debole, sentenzia il documento. Il giornalista che riporta dichiarazioni, anche «di politici e rappresentanti delle istituzioni», contrarie alle linee guida può farlo per «dovere di cronaca» ma deve «attenersi ad alcune regole»: «virgolettare i discorsi», spiegare che sono sbagliati, contrapporre dichiarazioni di rappresentanti delle organizzazioni LGBT, che andranno tempestivamente intervistati, usare «particolare attenzione nella titolazione». Non sono forniti esempi, ma il bravo giornalista capisce al volo. Se per esempio un vescovo si dichiara contrario al «matrimonio» omosessuale, il titolo dovrà essere «Fedeli scandalizzati dal discorso omofobo del vescovo» e non «Il vescovo ricorda: la Chiesa non accetta il matrimonio omosessuale».
    Giornalista avvisato, mezzo salvato. Ma anche italiani e parlamentari avvisati, mezzi salvati. Perché le linee guida per i giornalisti rendono involontariamente un enorme servizio. Spiegano esattamente, nero su bianco, che cosa sarà davvero vietato dalla legge contro l'omofobia. Altro che proteggere le persone omosessuali - com'è giusto che sia, e come già affermano le leggi in vigore - da insulti, minacce e violenze. Qui si tratta della dittatura del relativismo, senza sottigliezze e senza misericordia. Fermiamo questa macchina impazzita prima di ritrovarci tutti in un GULag gestito da militanti LGBT.
    La lobby gay imbavaglia i giornalisti

    Una nuova forma di fascismo: svegliamoci
    di Riccardo Cascioli
    Su questo quotidiano online non è mai stata scritta una sola parola che mancasse di rispetto a una qualsiasi persona omosessuale per il fatto di essere tale; né tanto meno si è incitato a dileggiare, umiliare o a compiere violenze ai danni di persone omosessuali. Eppure già dai prossimi giorni rischiamo il deferimento all’Ordine dei Giornalisti per omofobia e – se passasse la legge anti-omofobia attualmente in discussione al Senato – anche la galera. Il motivo lo leggete nell’esauriente articolo di Massimo Introvigne: l’Unar, l’ufficio antidiscriminazioni posto presso il Dipartimento Pari Opportunità, insieme all’Ordine dei giornalisti ha emanato delle “Linee Guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT”, che colpiscono tutti quei giornalisti – noi, ad esempio – che sostengono che l’unica famiglia sia quella naturale.
    Il fatto è di una gravità inaudita e dovrebbe provocare il sollevamento dell’intera categoria, cosa che però non avverrà tanto il conformismo è già penetrato nelle redazioni. Non era comunque mai successo che l’Ordine dei Giornalisti fosse parte attiva di un progetto per limitare fortemente la libertà di stampa.
    Quel che sta avvenendo ricorda molto da vicino il periodo delle leggi “fascistissime”, ovvero quelle normative emanate da Mussolini tra il 1925 e il 1926 che trasformarono l’Italia in una vera e propria dittatura. Anche ora tra una legge, un regolamento, una sentenza e delle linee guida si sta arrivando rapidamente all’instaurazione di una dittatura.
    Il documento che vi presentiamo oggi non è un fulmine a ciel sereno né un episodio isolato, è semplicemente l’attuazione della “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’ideologia di genere”, preparata sempre dall’Unar e varata la scorsa primavera dal ministro Fornero. Di questa strategia siamo stati praticamente gli unici a parlare, lanciando l’allarme: che scuola, mondo del lavoro e giornalisti fossero gli obiettivi era già dichiarato e non ci voleva molto a capire che presto si sarebbe arrivati a cose tipo queste Linee guida per giornalisti. E purtroppo non abbiamo ancora visto tutto.
    Ricordavamo allora che la Strategia è un programma che nasce da una Raccomandazione del Consiglio d’Europa ma che è proposto su base volontaria, tanto che sono pochissimi gli Stati che hanno pensato di attuarlo. E’ stata l’allora ministro Elsa Fornero (governo Monti) a vararla molto discretamente, così discretamente da agevolare coloro che davanti a queste iniziative prediligono il silenzio. Ci chiedevamo allora se ci fosse qualcuno nel governo capace di porre un freno a questa deriva: il programma è su base volontaria perciò il nostro paese potrebbe sospenderlo o abbandonarlo in qualsiasi momento senza alcun problema. Ma non c’è stato allora alcun ministro a muoversi, né se ne sono visti nei mesi successivi.
    Ma oggi di fronte a quanto sta accadendo, alle conseguenze ormai evidenti di quella sciagurata iniziativa, ripetiamo la domanda: ci sarà in questo governo qualche ministro capace di opporsi a questa deriva, nella convinzione che questa opera di distruzione della famiglia finirà di distruggere la nostra società?
    Ovviamente non è un problema solo di ministri: dal Parlamento possiamo aspettarci che si alzino voci che chiedano di porre fine a questa follia ideologica che minaccia la libertà di tutti.
    Ma anche dalla società civile e dalla stampa ci si aspetta una reazione. Soprattutto da quei media cattolici a cui tanto piace accreditarsi come difensori della vita e della famiglia, salvo poi scomparire nei momenti importanti, in cui si decide davvero il futuro. Se volete è un bell’esempio di come funzioni la lobby gay nella Chiesa. Si fanno sempre proclami a favore dell’unica famiglia naturale, magari anche qualche polemica, ma in momenti in cui sicuramente non producono effetti. Poi quando ci sono questioni molto concrete da affrontare – proposte di legge, programmi come quello di cui stiamo discutendo e così via – ecco che si chiudono gli occhi, oppure si fanno proposte concilianti o se proprio non si può fare a meno di parlarne in termini critici non gli si dà mai uno spazio eccessivo, ci sarà sempre qualcosa di più importante e urgente da affrontare. Salvo poi tornare a strepitare quando è ormai troppo tardi per cambiare le cose. La battaglia di principio (cattolica) è salva, le norme pro-gay pure.
    Nella fattispecie, come è possibile che in tutti questi mesi i “grandi” giornali e riviste cattoliche non si siano accorti degli sconvolgenti contenuti della Strategia Nazionale e delle sue drammatiche conseguenze? Eppure il documento era noto, qualcuno o alcuni collegialmente hanno deciso che non bisognava parlarne.
    E vedremo se riusciranno a dire qualcosa almeno sulle Linee guida per i giornalisti.
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Tassista espone adesivo con la bandiera inglese. Lo Stato la accusa di discriminazione delle minoranze
    Benedetta Frigerio
    Il Consiglio della città accusa Denise Said di aver leso la legge sull’uguaglianza. I clienti stranieri: «Non ci sentiamo offesi. L’Inghilterra che è impazzita»
    Rischia di perdere la licenza d’autista. La sua unica colpa è quella di aver decorato il taxi che guida con il simbolo della bandiera inglese su cui c’è scritto “Local Driver” (Autista della zona).
    Denise Said, 56 anni, autista da 16 a Newton Abbot, una cittadina della contea di Devon, è stata accusata di discriminazione. «In questo caso la bandiera inglese insieme alle parole Local Driver potrebbero porre in posizione di svantaggio nella loro vita quotidiana quanti non condividono nessuna delle due caratteristiche». Lo ha dichiarato il Consiglio distrettuale di Teignbridge a Devon, che poi ha chiarito: «Ci siamo sempre assicurati di fornire servizi giusti per tutti, attuando l’Equality Act del 2010, la legislazione volta a proteggere tutte le culture nella nostra società».
    UNA LEGGE CONTROVERSA. Said avrebbe dunque leso l’Equality Act che dal 2010 sta mettendo al bando tutti i simboli e le espressioni identitarie o religiose occidentali. È sulla base di questa legge che alcuni dipendenti pubblici sono stati licenziati a causa di croci portate al collo, o che diverse case-famiglia e agenzie di adozione sono state chiuse. Così la norma pensata per proteggere alcune minoranze sta discriminando qualsiasi altra identità espressa.
    Le autorità locali hanno stabilito che se Said non toglierà il simbolo dall’auto, il prossimo febbraio non le sarà rinnovata la licenza. L’autista ha sottolineato di non aver mai ricevuto alcun reclamo prima di quello presentato alle autorità locali, aggiungendo che la perdita della licenza coinciderebbe con quella della sua unica fonte di guadagno.
    FOLLIA E CORTOCIRCUITI. Nonostante ciò, Said ha ribadito che non c’è nulla di offensivo nell’esporre la bandiera inglese: «È patetico. Il Consiglio insinua che sono razzista: non c’è nulla di più lontano della verità (…). Sono inglese e sono un’autista della zona, dove sta il problema? Non discrimino nessuno che salga sulla mia macchina». L’autista ha raccontato di aver avuto pochi clienti stranieri. Agli ultimi, però, ha voluto domandare se si sentissero offesi dall’adesivo: «Non ci tocca minimamente», hanno risposto i passeggeri. «È il tuo Paese che è impazzito».
    Taxi espone bandiera inglese: «Discrimina le minoranze» | Tempi.it



    Matrimoni gay, se i giudici rieducano il popolo
    di Massimo Introvigne
    Una settimana dopo la storica sentenza di un tribunale federale che liberalizza la poligamia nello Stato americano dello Utah – dove i mormoni, la maggioranza della popolazione, sono stati poligami fino al 1890 e ancora oggi alcuni gruppi scismatici, condannati dalla Chiesa Mormone maggioritaria, mantengono la pratica – è arrivata il 20 dicembre 2013, sempre nello Utah, un’altra sentenza che impone agli ufficiali di stato civile di celebrare «matrimoni» omosessuali. La sentenza ha effetto immediato: sabato nelle diverse contee dello Stato persone dello stesso sesso hanno cominciato a «sposarsi». Il giorno prima, il 19 dicembre, la Corte Suprema statale del New Mexico aveva emesso un’analoga sentenza, dichiarando incostituzionale il rifiuto delle contee dello Stato di rilasciare licenze a coppie dello stesso sesso che intendono contrarre «matrimonio». E anche qui i gay hanno subito dato il via ai «matrimoni», orchestrando eventi che hanno ottenuto notevole eco sui media locali e anche in Italia su «Repubblica», che peraltro è incorsa in un curioso incidente confondendo il New Mexico, uno Stato degli Stati Uniti, con il Messico, dove il «matrimonio» omosessuale è stato peraltro introdotto nella capitale, Città del Messico, nel 2009 e nello Stato di Quintana Roo nel 2011.
    Lo Utah è uno degli Stati americani dove si sono celebrati referendum sulla questione del «matrimonio» omosessuale. Nel 2004 una solida maggioranza del 65,8% votò per affermare che il matrimonio è solo fra un uomo e una donna. In trenta Stati dei cinquanta che compongono gli Stati Uniti gli elettori si sono espressi nello stesso senso – compresa la California, dov’è nato il movimento LGBT – mentre solo nel Maryland e nel Maine nel 2012, sulla scia della vittoriosa campagna elettorale di Obama e con referendum celebrati lo stesso giorno delle elezioni presidenziali, gli elettori hanno votato per l’introduzione del «matrimonio» omosessuale. Nonostante questi «gol della bandiera» realizzati a fine partita, i sostenitori dei «matrimoni» omosessuali negli Stati Uniti hanno perso tutti gli altri referendum popolari, con un risultato per loro imbarazzante: trenta a due.
    A differenza della decisione del New Mexico, uno Stato dove non erano stati celebrati referendum – nello Utah il giudice federale se l’è presa direttamente con il referendum del 2004, annullandone nove anni dopo i risultati. La sentenza è particolarmente interessante e inquietante perché ribadisce il diritto – che secondo la decisione è anche un dovere – dei giudici di «rieducare» gli elettori quando sbagliano, non tenendo alcun conto della volontà popolare e imponendo loro tesi «politicamente corrette» anche quando la maggioranza le rifiuta. Non si tratta più di giustizia, ma – per usare un’espressione di Benedetto XVI – di tecnocrazia. L’elettore vota bene? Il giudice lo premia. L’elettore sbaglia? Niente paura, il giudice illuminista – espressione di un’élite tecnocratica, che ne sa di più del popolo ignorante – lo corregge, lo bastona e fa anche pagare allo Stato – cioè ai contribuenti, dunque agli stessi elettori – le ingenti spese della pluriennale causa.
    A prima vista le due sentenze che in una settimana hanno cambiato la storia dello Utah – una legalizzando la poligamia e la seconda introducendo il «matrimonio» gay – vanno nello stesso senso. Entrambe negano che l’unione che lo Stato considera lecita e produttiva di effetti giuridici sia solo quello fra un uomo e una donna. C’è però una differenza fondamentale. La sentenza sulla poligamia sostiene che il costume è cambiato e che ormai la maggioranza dei cittadini non è più scandalizzata dalla poligamia. La sentenza sugli omosessuali afferma precisamente il contrario. I giudici sanno perfettamente che non solo nel 2004, quando fu celebrato il referendum, ma anche oggi, nel 2013, la grande maggioranza dei cittadini dello Utah è contraria al «matrimonio» omosessuale. Il tribunale conosceva i sondaggi, unanimi, e conosceva anche l’opinione della Chiesa Mormone, di cui si dichiara parte – stando all’ultimo censimento, del 2010 – il 62% della popolazione dello Utah, che è risolutamente contraria al «matrimonio» omosessuale e ora ha energicamente protestato contro la sentenza. Per inciso, la Chiesa Mormone è contraria anche alla sentenza sulla poligamia, perché considera coloro che la praticano «eretici» ancora renitenti, dopo decenni, ad accettare la riforma del 1890 con cui la stessa Chiesa ha cessato la pratica dei matrimoni poligami.
    Ma l’opinione della maggioranza – che ha spinto lo Stato dello Utah a fare appello, e numerosi ufficiali di stato civile a rifiutarsi di applicare la sentenza, rischiando però il carcere – secondo i giudici è irrilevante. Quella che conta è l’opinione «giusta», non l’opinione maggioritaria. La tecnocrazia dei giudici si sostituisce alla democrazia: o, se si preferisce, quando si tratta di «diritti» degli omosessuali la democrazia è sospesa. È una deriva totalitaria, che purtroppo non è all’opera solo nello Utah.
    Matrimoni gay, se i giudici rieducano il popolo

    «Uno Stato americano non può rifiutarsi di approvare il matrimonio gay solo perché gli elettori non lo vogliono»
    L’incredibile affermazione che viola tutti i principi base della democrazia è stata pronunciata da un giudice americano dell’Ohio, che vuole obbligare lo Stato ad approvare le nozze gay anche se i suoi cittadini sono contrari
    Leone Grotti
    «Uno Stato non può fare quello che il governo federale non può fare, cioè discriminare le coppie dello stesso sesso e non riconoscere il matrimonio gay solamente perché alla maggioranza degli elettori non piace l’omosessualità». In un paese come gli Stati Uniti, che fa della democrazia la sua bandiera nel mondo, questa frase ha dell’incredibile. Suona ancora più strana se si considera che a pronunciarla è stato un giudice dell’Ohio.
    Ieri il giudice Timothy Black, nominato da Obama, ha dato ragione a due uomini gay, che si sono sposati in Stati dove il matrimonio gay è legale, e che alla morte dei loro rispettivi mariti hanno preteso che nel certificato di morte emesso dall’Ohio fossero riconosciute le loro nozze. Ma in Ohio il matrimonio gay è illegale secondo una legge approvata nel 2004 ed è per questo che il portavoce del governatore Rob Nichols ha annunciato che «non siamo d’accordo con la decisione della corte e faremo ricorso».
    OHIO REAGISCE. La decisione del giudice ha fatto scalpore in America. Dopo che la Corte suprema ha sentenziato a giugno che la parte del Defense of Marriage Act che vieta i matrimoni gay è incostituzionale, 12 Stati americani hanno approvato le nozze tra omosessuali. «Una volta che sei sposato legalmente in uno Stato, un altro Stato non può cancellare le tue nozze», ha insistito il giudice Black. Ma l’avvocato che rappresenta lo Stato dell’Ohio ha ribadito: «Il nostro lavoro è difendere le leggi dell’Ohio. E il nostro Stato non vuole che il Delaware o il Maryland decidano chi si può sposare sotto la nostra legge».
    «GIUDICE FUORI DI TESTA». Brian Brown, presidente dell’Organizzazione nazionale per il matrimonio, ha fatto notare che la decisione del giudice Black è un attentato ai principi base della democrazia statunitense: «Ecco un altro esempio di un giudice che è andato fuori di testa e crea la legge basandosi sull’aria fritta. Gli elettori hanno già deciso in Ohio e sanno quello che fanno e che profonde conseguenze avrebbe ridefinire il matrimonio».
    Usa, nozze gay: «Uno Stato non può rifiutarsi di approvarle» | Tempi.it

    Ho sognato la fine di Hollywood
    Di Francesco Natale
    Consentitemi di iniziare con una breve premessa autobiografica ed un doveroso “mea culpa”. Qualche anno fa recensii “Io speriamo che resto Cattolico“, di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. Ebbene, tale recensione fu grandemente apprezzata dagli autori, al punto tale che essi mi contattarono personalmente per chiedermi di utilizzarla al fine di promuovere pubblicamente il loro bellissimo e divertente libro. La cosa, devo ammetterlo, mi inorgoglì non poco.
    Da quel momento iniziò un estemporaneo rapporto epistolare tramite il quale ci scambiammo articoli, riflessioni, opinioni. Per questioni di lontananza geografica nonché per mia leggendaria indolenza non riuscii mai ad accettare il loro gentile invito ad incontrarci a Milano, cosa di cui mi pento ancora oggi assai amaramente. Ma il “mea culpa” cui facevo riferimento non è questo.
    Qualche anno dopo scrissi per la rivista di formazione di Forza Italia, Ragionpolitica, con la quale collaboro ancora oggi, un articolo in riferimento al referendum sulla cosiddetta “Legge 40″. Articolo in cui mi scappò un inescusabile ed inaudito svarione laddove scrissi riguardo all’infame “legge” 194 (quella che disciplina l’omicidio legalizzato di infante, per capirci) che quest’ultima era “una legge giusta ma male applicata”.
    Mario e Alessandro mi scrissero quasi immediatamente e, senza acrimonia alcuna ma con la doverosa, fraterna severità del caso misero impietosamente in luce il mio marchiano errore, chiedendomi, non tanto come giudici quanto più come fratelli nella Fede, come avessi potuto scrivere una bestialità del genere.
    Ricordo che provai una vergogna ed una amarezza infinite, per almeno tre ragioni distinte ma correlate: in primo luogo sentivo di avere deluso la fiducia e perduto la stima di due persone che ammiravo e la cui amicizia disinteressata, franca e schietta tenevo in massima considerazione; in secondo luogo come tanti, troppi giornalisti “engagé” io della 194 non sapevo quasi nulla o, comunque, ne avevo capito davvero poco; in terzo luogo, e questo forse ai fini generali è il più importante in assoluto, mi ero, più o meno inconsciamente, piegato a quel sottile, permeante, abominevole conformismo che da almeno vent’anni impera nella compagine politica italiana, sia essa di destra o di sinistra.
    Conformismo che possiamo riassumere nella seguente maniera: siamo in linea generale contro l’aborto, ma al contempo favorevoli alla 194 perché non possiamo “svegliare il cane che dorme”, ovvero rischiare di perdere il voto delle donne.
    E di lì, giù per li rami, la sequela di luoghi comuni sulle “mammane”, sugli aborti clandestini, sulla “donna-che-deve-liberamente-decidere”, sul “sarebbe-meglio-di-no-ma-non-possiamo-che-prendere-atto”.
    Bipensiero orwelliano allo stato puro: affermare contemporaneamente una cosa e il suo contrario senza soluzione di continuità. Eppure quel nefasto conformismo, mi resi conto col passare degli anni, non era solo proprio e specifico di una politica vacua, pusillanime, nebulosa e nebulizzata.
    Riguardava e riguarda tuttora tutta la sfera del vivere cosiddetto “civile”: ogni aspetto del nostro vissuto quotidiano, dal più serio al più vanamente frivolo. Per una semplice ragione: il conformismo, qualora religiosamente e devotamente praticato, apre quasi ogni porta. Ci consente, in potenza, l’accesso a quei salotti, quei set televisivi e cinematografici, quelle prime pagine di giornali, quelle menzioni d’onore nei circoli di gente-perbene-che-conta di fronte ai quali moriamo di desiderio.
    A riprova di ciò, ricordo la conversazione che ebbi con un amico, produttore discografico, qualche mese fa, il quale mi disse candidamente che una notissima interprete italiana continua da decenni a fare dischi e a strappare contratti multimilionari non solo per le sue doti vocali, ma poiché, in quanto “icona gay” (ai miei tempi le icone erano solo russe ed avevano ad oggetto ben altra cosa rispetto ai “gay”, ma soprassediamo…), ella garantisce almeno 50.000 copie vendute al “day one” (o al “gay one”, se mi passate la scontata freddura…), ovvero il giorno di uscita del nuovo lavoro.
    Sulla base di questi presupposti, qualche sera fa, ho sognato ad occhi aperti la fine di Hollywood. No: nessun afflato millenarista/luddista contro la civiltà dei consumi e nessuna invocazione protestante di fuoco purificatore. Solo qualche semplice, superficiale ragionamento per assurdo. Del tipo “proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se”.
    Jodie Foster si converte al Cattolicesimo, sposa un operaio della GM di Detroit e trascorre la Luna di Miele a Medjogore; Sarah Jessica Parker, Lady Gaga e Glenn Close si pronunciano apertamente contro il “matrimonio gay”, perdono di conseguenza ogni possibile ingaggio nei rispettivi settori professionali ad vitam, prendono i voti minori e si ritirano nella trappa a pregare per le anime purganti; Richard Gere, Uma Thurman e Kate Hudson abiurano il buddismo, mollano Tenzin Gyatso al suo (tutto sommato dorato…) destino e, indossata maglietta della “Manif pour tous”, corrono a farsi arrestare dalla gendarmerie francese, integrando il tutto con sciopero della fame ad oltranza (tanto, in quanto ex buddisti, alla morigeratezza del desco sono abituati…); Clint Eastwood ricomincia a fumare robusti sigari, toscani stavolta, e a fare film che non contengano velate apologie del suicidio o dell’eutanasia; Mel Gibson si riavvicina alla sua famiglia, l’unica famiglia possibile, ovvero quella composta da sua moglie e i suoi figli e, dopo adeguato periodo penitenziale, decide di realizzare un film sulla storia di Gilles de Rais, per dimostrare cosa sia stato davvero lo spirito straziato ed eccelso del Medio Evo (altro che “anni bui”…) e, soprattutto per mostrarci fino a dove può arrivare la Misericordia Divina; il sindacato dei produttori cinematografici decide di rifiutare ogni sceneggiatura fantascientifica ispirata al concetto di panspermia, ovvero all’intervento alieno che determina la nascita dell’Uomo. 2001 Odissea nello Spazio viene messo all’indice come film peggiore di sempre; in quanto autodefinitosi “l’ultimo marxista della storia” Ken Loach viene collocato in apposita teca, provvista di tutte le comodità naturalmente, presso il Museo del Comunismo a Praga; Kevin Cline viene colpito da un fulmine e, quando si risveglia, si fa ricrescere la barba, si veste di peli di cammello, comincia a nutrirsi di miele e locuste e a battezzare fedeli nel Nome dell’Altissimo con le acque del Mississipi; Steve Martin una bella mattina scoppia: confessa che non ce la fa proprio più a ripetere a pappagallo i pizzini che Al Gore gli invia quotidianamente sul “riscaldamento globale” e, presa al volo la sua sacca da golf di Dior, corre al porto di Auckland per sfasciare con magistrali tiri sub-par tutti gli oblò della Rainbow Warrior; Schwarzie risposa in seconde nozze sua moglie, Maria Shriver: alla cerimonia non è invitato alcun appartenente alla famiglia Kennedy. Dopodiché l’eroe di Graz produce, filma ed interpreta un nuovo Conan ispirato, finalmente, ad uno scritto di Robert Ervin Howard, magari proprio “L’ora del Dragone”, il più bello in assoluto; George Lucas firma un accordo con il Ministero del Buon Gusto (e della Pubblica Istruzione): Star Wars sarà insegnato fin dalle scuole primarie a patto che egli NON filmi una terza trilogia. O, almeno, che in quest’ultima non sia incluso, nemmeno come soprammobile, Jar Jar Binks (altra “icona gay”…poveri Gungan…); Bryan Singer confessa di non essere mai stato gay, ma di averlo dichiarato perché “altrimenti col cavolo che mi facevano dirigere X-Men e Doctor House!”. Silenzio imbarazzato da parte di Lauren Doner, Paul Attanasio e David Shore. Solo l’italico Nichi Vendola lo apostrofa, per lo più inascoltato, come “traditore!”; Brad Pitt e Angelina Jolie smettono ex abrupto di fare outing costante sulle loro rispettive performance sessuali e decidono, dopo aver intrapreso asperrimo cammino spirituale seguiti da Don Buro Mazzuloni, di diventare “Memores Domini”. A seguito di ciò la Jolie fa battezzare tutti i figli con nomi che vanno da Costantino a Benedetto.
    Ve la immaginate una Hollywood così? No, vero?
    Perché quel maledetto conformismo che mira a renderci tutti sudditi è talmente penetrato nell’esile trama delle nostre vite al punto tale da essere divenuto indispensabile perché le “sfere” di taluni meccanismi continuino a girare: espunto il pensiero unico dominante, la macchina andrebbe in frantumi non più ricomponibili.
    Il che, tutto sommato, non sarebbe neppure un male, a ben pensarci…
    PS: grazie, Mario e Alessandro: sono “guarito”.
    Ho sognato la fine di Hollywood | Il blog di Costanza Miriano

    L’AMERICA OLTRE NEW YORK - CHIUDE IL REALITY NUMERO UNO, “DUCK DINASTY”, PER LE FRASI OMOFOBE DEL PATRIARCA: “L’OMOSESSUALITÀ E BESTIALITÀ”, “MEGLIO UNA VAGINA DI UN CULO”
    In Italia li conoscono in pochi, ma la dinastia di bifolchi barbuti che produce richiami per la caccia è diventata milionaria grazie all’incredibile successo nell’“altra America”, degli Stati repubblicani, che le robe da fighetti tipo “Mad Men” non sanno cosa sia - Ma la libertà d’espressione si ferma sulla soglia dei diritti omo…
    Andrea Salvadore per il suo blog, AmericanaTVblog | Il blog di Andrea Salvadore
    La televisione meglio del cinema. La televisione, nuovo romanzo popolare. Quante volte l'ho scritto, quante volte l'avete letto. Negli ultimi tempi poi , in Italia, le serie americane confezionate dagli studios di Hollywood si portano molto. Come i pantaloni a sigaretta e le basette.
    Le serie americane sono belle, e' come scoprire l'acqua calda. In due giorni, tornato da poco, ho recuperato le sei puntate di The Newsroom di questa seconda stagione e mi preparo ad affrontare Breaking Bad e Ray Donovan. Certo la distanza con la fiction di casa nostra e' tale (nella scrittura prima di tutto) che e' come paragonare una partita di Champions League ad una scapoli-ammogliati. Sono campionati diversi.
    Nella televisione americana pero' le serie che abbiamo imparato a conoscere, fenomenologia ed esegesi comprese, sono un pezzo, non il tutto. Poi c'e' l'altra televisione, quella che costa molto meno, fa ascolto, soldi e racconta il paese "reale". E' una televisione piu' insulare, che puo' anche girare il mondo come fanno le serie ma racconta un mondo che a noi italiani appare esotico.
    E' il mondo di Duck Dynasty, delle Real Housewives di luoghi vari e di tanti realities che raccontano un'America apparentemente minore, in realta' mainstream, se non maggioritaria. Un'America in cui si riconosce una comunita' larga, che non digita le stesse cose che cercate voi ogni giorno. Un'America che sa bene che Jersey Shore non e' televisione verita' e lo sa meglio che in tutti i dipartimenti delle facolta' di comunicazione di massa. Ma in questa realta' accomodata ritrova le cose di cui discute a tavola ogni giorno. E ci sorride sopra, come in una sitcom, di cui questi realities rappresentano un'evoluzione della specie.
    Avete letto da qualche parte che Duck Dynasty sul canale A&E, nella scorsa settimana, inizio della sua quarta stagione, e' stato il programma piu' visto in prime time (secondo, Under The Dome) e i 15 programmi in classifica a seguire sono tutti dei grandi networks ( CBS, NBC, ABC, FOX )? Non succede solo in Italia, cosa ovviamente comprensibile, ma con poche eccezioni anche in America.
    Eppure nel circuito delle conventions cristiane nel sud degli Stati Uniti il clan dei Robertson muove decine di migliaia di famiglie che accorrono ogni volta che e' annunciata una loro apparizione. Il governatore del loro stato, il repubblicano Bobby Jindal della Louisiana e Sarah Palin, fanno a gara a farsi fotografare con loro. Si e' pure parlato di una candidatura al Congresso di uno della famiglia di Duck Dynasty.



    IN AMERICA IL FREE SPEECH NON ESISTE IN TV. SI FERMA IL REALITY NUMERO 1, DUCK DYNASTY
    Andrea Salvadore per il suo blog, AmericanaTVblog | Il blog di Andrea Salvadore
    Vi ho parlato varie volte di DUCK DYNASTY, il reality numero uno della televisione americana per ascolti in onda sulla piccola A&E se paragonata ai grandi networks. Duck Dynasty ha battuto tutti varie volte negli ascolti delle prime serate e le sue repliche trascinano profitti a sfare.
    Cos'e' Duck Dynasty ? E' pura americanità e per questo in Italia non se ne parla. E' la saga di una famiglia allargata della profonda Louisiana (che gia e' profondo sud) che commercia in richiami per anatre e dispensa idee informate alla conservazione e alla Bibbia. Armi, famiglia e Bibbia. Il reality e' montato come una sitcom esaltando fatti e fatterelli dei popolari barbudos e delle loro consorti. C'e' un patriarca e ci sono i discendenti, tutti simili e confondibili.
    Ora e' successo che appunto il patriarca se ne sia uscito in un'intervista a GQ, quindi non in tv, con dichiarazioni anti-gays ancorate agli insegnamenti della Bibbia ("l'omosessualita e' bestialità" "a me sembra che una vagina sia più' desiderabile di un'ano", ecc ).
    Immediata la sospensione di A&E. E cosi' pure la replica della famiglia che ha minacciato di abbandonare il reality se non sara' reintegrato il patriarca politicamente scorretto. Politicamente scorretto non per Sarah Palin e il governatore repubblicano della Louisiana che hanno invocato il principio sacro in America del free speech.



    Phil, quando l'uomo non è un Barilla
    di Stefano Magni
    Con una barba così, da vecchio patriarca del Sud degli Stati Uniti e con i suoi modi rozzi oltre ogni limite del concepire italiano, lo si riconosce lontano un miglio. Come Barilla è sotto attacco della macchina del fango più politicamente corretta del mondo. Contrariamente a Barilla, non mostra alcun pentimento.
    È Phil Robertson, il fondatore della dinastia dei “Duck Commander”, una famiglia di cacciatori della Louisiana che ha iniziato a produrre richiami artigianali per le anatre nel 1972 ed è diventata ricchissima, alla testa di un vero e proprio impero della caccia. Sono stati cooptati dal network televisivo A&E per la produzione di un reality show, un vero e proprio documentario in tempo reale, sulla loro attività di cacciatori e imprenditori, ma anche sulla loro vita di devoti cristiani. La serie ha un successo immenso negli Stati Uniti, dove ha attratto 14 milioni di telespettatori. Ed è conosciuto fino in Italia, dove la serie è stata distribuita per Discovery Channel, con il titolo di “I signori delle anatre”.
    Fino a qui tutto bene: una storia da sogno americano nelle paludi della Lousiana. Tutto bene finché nella casa dei Robertson non è arrivato un giornalista, di GQ, una delle testate più radical chic d’America. È stato accolto da Phil e dal suo clan con estrema gentilezza, come riporta lui stesso, per intervistare questi strani uomini così barbuti e così credenti, così lontani dallo scintillio e dagli abiti griffati di Manhattan. Ed ha registrato l’irripetibile. Una roba peggio di quella detta dal nostro signor Barilla.
    Phil ha iniziato a distruggere sistematicamente tutti i dogmi del politically correct, a colpi di Bibbia. È partito dalla natura: «Guardi qui – ha detto alla sua incuriosita intervistatrice, mostrandole la meraviglia della foresta in cui erano – L’Onnipotente ci ha donato tutto questo. Genesi 9: è dove gli animali diventano selvaggi e Dio dona a loro lo stato di natura selvaggia. Dopo il diluvio universale: è quando gli animali diventano selvaggi. Fino a quel momento tutti erano vegeratariani. Dopo il diluvio, l’Onnipotente disse: “Vi dono tutto adesso. Gli animali sono selvaggi”»
    Poi la storia: la Louisiana era uno stato schiavista, fino alla fine della Guerra Civile. Dopodiché, per un secolo, rimase uno stato segregazionista fino alle riforme dei diritti civili introdotte da Eisenhower negli anni ’50 e completate da Kennedy e Johnson negli anni ’60. Ma della sua infanzia in uno stato segregazionista, Phil dice: «Non ho mai visto coi miei occhi un nero maltrattato. Nemmeno uno. Dove vivevo io erano tutti contadini. I neri lavoravano assieme a noi. Coltivavo il cotone assieme a loro. Andavamo assieme per i campi e loro cantavano, erano felici. Non ho mai sentito uno di loro dirmi cose come “questi bastardi dei bianchi”, nemmeno una parola! Prima che arrivassero i sussidi, prima del welfare state, ci si chiede: “ma come potevano essere felici”? Lo erano eccome, nessuno di loro suonava il blues!».
    Phil visse il “sogno” sessantottino come tanti altri ragazzi ribelli: l’incontro con il rock, con la liberazione sessuale e con la droga. Quando era ventenne provò a disfarsi di tutta la famiglia. Moglie e figli: via, li cacciò di casa perché ne era stufo. E fu in quel momento che dovette essersi accesa una lampadina nella sua mente. «Dovetti toccare il fondo prima di incontrare Cristo» dice della sua conversione. Si riconciliò con la famiglia. Nel 1972 mise in piedi la sua piccola azienda di caccia e gettò le fondamenta del suo impero. Dichiara di detestare le grandi città e di voler riportare l’America ai suoi valori tradizionali, cristiani. «Tutto quel che dovete fare e guardarvi attorno e vedere che cosa ne è delle società che hanno eliminato, o non hanno mai conosciuto Gesù. Vi faccio quattro esempi: Nazisti? Niente Gesù. E guardate che cosa hanno fatto. Gli scintoisti? Hanno iniziato a far qualcosa di veramente brutto a Pearl Harbor. C’era Gesù con loro? No. I Comunisti? Neanche loro. Gli islamisti? Zero Gesù. Negli ultimi ottant’anni sono sorte ideologie in cui Gesù non poteva entrare. E guardate all’incredibile numero di omicidi commessi da queste quattro ideologie».
    Questa intervista avrebbe contenuto materiale molto forte e “scorretto” già così com’era. Ambientalismo vero, contro-storia razzista e cristianesimo integrale, insomma il curriculum imparaticcio di ogni studente medio americano era già stato picconato a sufficienza. “Ma che cos’è per lei il peccato, dal suo punto di vista?” gli chiede il giornalista Drew Magary, che evidentemente voleva coglierlo definitivamente in fallo. Ed ha la risposta che cercava: «Iniziamo con il comportamento omosessuale, e poi allarghiamo la visuale: bestalità, dormire in giro con questa e quella donna e poi con questa donna e quell’uomo». Poi cita la lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi: «Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio» (1 Corinzi 6, 9).
    Non si tratta di “vietare”, di “reprimere” o di “istigare violenza”, perché San Paolo parla chiaro: non ci si deve illudere. Non parla di violenza dell’uomo sugli uomini, ma di un rapporto dell’uomo con Dio. Si pecca di fronte a Dio e alla propria coscienza, anche mantenendo piena libertà. E questo il cristiano Phil Robertson lo sa bene, tanto è vero che lo ha anche spiegato con chiarezza: «Non siamo noi a giudicare qualcuno, o a dire se entrerà in Paradiso o all’Inferno. Questo è il lavoro dell’Onnipotente. Noi amiamo tutti, anche i peccatori, diamo loro la buona novella di Gesù. Lasciamo che sia Dio a decidere su di loro, più tardi. Capisce cosa intendo?».
    Il giornalista di GQ probabilmente lo ha capito. Le associazioni della comunità gay americane, evidentemente no, considerando che hanno definito quell’intervista uno degli “attacchi” più eclatanti contro la comunità Lgbt. La portavoce di Glaad, una delle principali lobby pro-gay degli Usa, dichiara allo Huffington Post che il signor Robertson ha addirittura infangato il cristianesimo e non sia rappresentativo degli abitanti del suo stato, a suo dire favorevoli al matrimonio gay. Il network televisivo A&E ha subito “licenziato” (dalla sua famiglia?) il vecchio cacciatore.
    Phil Robertson e i suoi, comunque, non demordono. Nel comunicato che hanno rilasciato, dopo aver ringraziato i loro sostenitori per le loro preghiere, ribadiscono che: «Phil è un uomo del Signore che segue gli insegnamenti della Bibbia. E i più importanti comandamenti che Gesù ci ha donato sono “Ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore” e “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Phil non ha mai istigato odio contro alcuno. Siamo delusi dal fatto che Phil sia stato messo in mezzo a questa bufera per aver espresso la sua fede, il che è un diritto protetto dalla Costituzione».
    Phil, quando l'uomo non è un Barilla

    La rivincita del telepatriacarca omofobo: lo show va avanti
    Phil Robertson, protagonista del reality americano Duck Dinasty, era finito nella bufera delle polemiche e sospeso dalle riprese per un intervista in cui paragonava i gay agli animali. Ma la rete, bombardata di proteste, ora annuncia: Phil è ancora dei nostri
    Luca Fazzo
    «Iniziamo con l'atteggiamento omosessuale. L'essere bestiali. Per me, in quanto uomo, una vagina sarebbe molto più desiderabile dell'ano di un uomo. Sono fatto così. Sto solo pensando: c'è di più! Una donna ha di più da dare! Voglio dire, dai, ragazzi! Capisci cosa voglio dire? Non è razionale, amico mio, non è razionale».
    Politicamente scorrettissimo: Phil Robertson, vecchio imprenditore americano, intergralista religioso, titolare di una barba gigantesca. I soldi li ha fatti inventando strumenti per la caccia alle anatre. Ma è diventato famoso come protagonista del reality tv che in Italia è sconosciuto ma che in America ha scalato le vette dell'Auditel via cavo. Il reality si chiama Duck Dinasty e ruota intorno alla vita quotidiana di Phil e della sua folta famiglia. Un ritratto in presa diretta della America profonda. In cui è esplosa come una bomba l'intervista rilasciata dal patriarca alla rivista GQ, in cui andava giù piuttosto piatto sulle devianze di ogni genere, e in particolare sull'omosessualità.
    Si è scatenato il putiferio. Il network A&E si è precipitato a prendere le distanze dalle dichiarazioni di Robertson, rivendicando di essere stato sempre un sostenitore delle posizioni della comunità Lgbt (lesbica, omosessuale e transessuale) e annunciando l'espulsione di Robertson dalla serie. Ma a quel punto è stato l'intero reality a precipitare nel rischio chiusura, perché - come ci si poteva immaginare, visto il clima che regna a casa Robertson - l'intera famiglia ha comunicato di non essere disposta a girare un singolo minuto sotto le telecamere se non fosse stato reintegrato anche Phil. Meno scontato era che a sostegno di Robertson partisse lancia in resta l'intera America conservatrice, quella dei Tea party, con in testa Sarah Palin.
    Probabilmente, i responsabili del network sono rimasti alla finestra per valutare i pro e i contro della decisione di «licenziare» Robertson. E alla fine si sono rassegnati. In una dichiarazione all'Entertainment Weekly, fonti della A&E hanno reso noto che Phil apparirà regolarmente nella quinta serie destinata a andare in onda a partire dal 15 gennaio.
    D'altronde, se il network si aspettava che fosse Robertson a chiedere scusa avrebbe dovuto aspettare a lungo: il patriarca, aveva già fatto sapere di non avere nulla da rimangiarsi. «Non abbandonerò il mio sentiero», ha dichiarato. «Siamo un branco di redneck (popolani e reazionari, ndr) della Louisiana ma non siamo degli ignoranti».
    La rivincita del telepatriacarca omofobo: lo show va avanti - IlGiornale.it




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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Australia. Studio su 300 mila bambini nati in provetta: quasi doppia la probabilità di morte
    Studio dell’Università di Adelaide sui problemi di salute dei bambini nati tramite fecondazione extracorporea e sui trattamenti ormonali cui vengono sottoposte le madri
    Benedetta Frigerio
    I bambini nati in provetta hanno un rischio molto maggiore di soffrire di gravi complicanze, e di morire, prima o qualche settimana dopo il parto, rispetto a quelli concepiti naturalmente. Lo dice lo studio più completo sulla fecondazione in vitro che riguarda 300 mila casi australiani, esclusi i parti gemellari di per sé più complicati, dal 1986 al 2002. A pubblicarlo sono stati i ricercatori dell’università di Adelaide, in Australia, guidati dal professor Michael Davies.
    LE CAUSE. Oltre alle morti, fra le complicanze si contano le nascite premature con i conseguenti problemi. I ricercatori parlano poi dei problemi creati dai medicinali utilizzati per stimolare l’ovulazione e degli ormoni assunti durante i trattamenti. Davies ha poi sottolineato che, spesso, criticità o malattie sviluppate dal bambino sono dovute al fatto che il concepimento avvenga fuori dall’utero materno, ribadendo che le medicine necessarie al trattamento clinico hanno effetti nocivi sul grembo e sulla placenta della donna.
    I NUMERI. Secondo la ricerca, nelle gravidanze ottenute con trattamenti di riproduzione assistita, fra cui la fecondazione in vitro (Fiv), vi è una probabilità quasi doppia di parto di feto morto, più che doppia di parto prematuro e quasi tripla che il neonato sia in sottopeso, oltre ad un rischio doppio che muoia entro 28 giorni dalla nascita. «I loro neonati – ha detto Davies – pesano in media 250 grammi di meno e hanno un rischio sette volte maggiore di un raro ma catastrofico evento di parto di feto morto o di morte neonatale». Il ricorso a embrioni congelati è associato ad un rischio accresciuto di macrosomia nei parti assistiti da Fiv o da Icsi. Pesi alla nascita molto bassi e nascite premature sono molto più comuni nelle gravidanze da Fiv e, in misura minore, in quelle da Icsi.
    MERCATO MILIONARIO. Lo studio è stato ripreso da tutti i maggiori quotidiani della Gran Bretagna, dove il numero di donne che si sono sottoposte alla fecondazione assistita è di circa 50 mila all’anno, con una media di 17 mila parti (contando anche quelli di bambini che muoiono nelle settimane successive alla nascita), per un’industria che vale 500 milioni di sterline: «Dubito che questa scoperta fermerà molte coppie con problemi di infertilità che vogliono sottoporsi alla fecondazione in vitro», ha sottolineato Dagan Wells, esperto di trattamenti di fertilità della Oxford University.
    Secondo Davies è necessario fornire un’informazione sempre più chiara rispetto a queste metodiche: «Ora è urgente cominciare ad analizzare anche le conseguenze di lungo periodo, che riguardano i bambini nati tramite fecondazione e ormai cresciuti». In questo caso bisognerà tenere conto, oltre che dei danni fisici, anche delle conseguenze psicologiche.
    Complicanze e morti fra i bambini nati in provetta | Tempi.it

    Figli legittimi e figli naturali, la rivoluzione silenziosa
    di Giuliano Guzzo
    Come non di rado accade, alle rivoluzioni fasulle – complici i mass media – badano tutti, mentre quelle autentiche, e magari discutibili, passano sotto silenzio. E’ il caso, con riferimento a quanto annunciato nei giorni scorsi dal premier Enrico Letta, dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e alla cancellazione delle differenze tra figli naturali e figli legittimi: il primo provvedimento, benché parziale e non in vigore effettivo da oggi (saranno aboliti i finanziamenti diretti e solo dal 2017) ha rubato la scena al secondo, definitivo e con effetti immediati.
    Che significa cancellazione delle differenze tra figli naturali e figli legittimi? Significa eguaglianza giuridica fra figli nati dentro e fuori dal matrimonio. Così – ha precisato fieramente Letta – si «toglie dal codice civile qualunque aggettivazione alla parola figli: da adesso in poi saranno tutti figli e basta». Apparentemente, si tratta di una innovazione positiva come positiva, oggi, è automaticamente ritenuta qualsivoglia misura accompagnata dalla sigla, eufonica e rassicurante, “parità dei diritti”. Solo apparentemente però. Infatti, basta una breve riflessione per capire che questa misura è l’esatto contrario di ciò che sembra.
    Vediamo perché precisando subito, a scanso d’equivoci, che quello annunciato dal premier va solo a completare quanto già disposto dalla Ln. 10/12/2012 n. 219, e comunque – questo è il punto – una differenza fra figli naturali e figli legittimi non comportava che ai primi fossero negati diritti fondamentali. Chi asserisce il contrario, se non è poco informato, mente sapendo di mentire giacché il nostro ordinamento, da sempre, riconosce anche ai figli nati fuori dal matrimonio i diritti fondamentali (alla vita, alla salute, all’educazione) che riconosce a quelli legittimi. Una crudele discriminazione, insomma, non è mai esistita. Ciò detto, delle differenze di trattamento, effettivamente, erano previste tra figli legittimi e figli naturali.
    Perché? Per quale ragione? Forse i venerati Padri Costituenti, in cuor loro, erano ostili al principio di uguaglianza? Certo che no. Anzi, vi credevano fermamente. E il principio di eguaglianza – posto che ad ogni persona, lo ribadiamo, vanno riconosciuti a prescindere i diritti fondamentali – stabilisce che non vi debbano essere discriminazioni e che a casistiche identiche spetti, di conseguenza, il medesimo trattamento. Ma è proprio questo il punto: i figli nati fuori dal matrimonio si trovano nella stessa condizione degli altri? Purtroppo no, una differenza c’è; e nessuna legge, piaccia o meno, potrà negarla.
    Una differenza oggettiva che il nostro ordinamento non solo non negava ma sottolineava su più versanti – alimenti, mantenimento, successione, donazioni, ecc. – non già per il gusto di accanirsi contro dei figli ai quali comunque, insistiamo, ha sempre riconosciuto i diritti fondamentali, ma per una funzione ben precisa, e cioè quella di orientare i consociati alla consapevolezza che il solo luogo idoneo alla nascita (e, va da sé, all’educazione) di un figlio fosse, per l’appunto, il matrimonio. La presunta discriminazione – che poi discriminazione non era in quanto rimarcava per legge differenze di fatto che di fatto anche oggi rimangono – non era dunque casuale ma voluta.
    Umberto Merlin in seno all’Assemblea Costituente ebbe modo di sottolinearlo spiegando l’importanza di tutelare solo la famiglia legittima non per danneggiare i figli, ma per il loro bene: «La famiglia legittima – disse – è soltanto quella costituita dal padre, dalla madre e dai figli che sono nati da loro. Se elevassimo i figli illegittimi alla parità, noi abbasseremmo i legittimi, e questo non si può fare se non a patto di danneggiare la difesa della famiglia legittima, l’unica che deve essere riconosciuta». Il ragionamento – che oggi sarebbe apostrofato come retrivo e conservatore – non fa una grinza.
    Viceversa, con la parificazione totale fra figli legittimi e figli naturali si stabilisce il principio per cui una coppia non deve nemmeno porsi il problema, prima di mettere al mondo un figlio, di sposarsi o meno. Ed anche se l’ordinamento, matrimonio o meno, tutelerà nella stessa misura tutti i figli a prescindere, questi – se nati e cresciuti fuori dal vincolo coniugale – non saranno di fatto tutelati giacché, rispetto agli altri, correranno in media più rischi in ordine ad alfabetizzazione [1], povertà [2], violenza domestica [3], crimini violenti [4], problemi comportamentali [5], perfino obesità [6]. Questo significa che uno Stato che non fa nulla per promuovere il matrimonio come luogo di formazione della famiglia legittima, non è uno Stato per i figli ma contro i figli. E meraviglia che in molti, sedotti dalle sirene della “parità dei diritti”, non se ne accorgano.
    Note: [1] Cfr. AA. VV. Two, one or no parents? (2013) «World Family Map Project», pp. 1-72; Amato P.R. (2005) The impact of family formation change on the cognitive, social, and emotional well-being of the next generation.«Future Child»;15(2):75-96;[2] Cfr. Rector R. (2012) Marriage: America’s Greatest Weapon Against Child Poverty. «Special Report from Domestic Policy Studies»; 1-15; [3] Cfr. Ardèvol J. (2013) La ecuación áurea: Una verificación empírica de la función económica de la familia. «Institut del Capital Social. Universitat Abat Oliba CEU»; 1-9; [4] Cfr. White N. –Lauritsen J.L. (2012)Violent Crime Against Youth, 1994–2010. «Bureau of Justice Statistics»; NCJ 240106; [5] Cfr. Moore K.A. –Kinghorn A. – Bandy T. (2011) Parental relationship quality and child outcomes across subgroups. «Child Trends»; 13: 1-11; [6] Cfr. Augustine J. – Kimbro R. T. (2013) Family Structure and Obesity Among U.S. Children. «Journal of Applied Research on Children: Informing Policy for Children at Risk»;4,(1).
    Figli legittimi e figli naturali, la rivoluzione silenziosa ~ CampariedeMaistre

    «Il sesso selvaggio e il “gender” mirano a distruggere la famiglia e creare un nuovo ordine mondiale»
    Intervista alla sociologa e critica letteraria tedesca Gabriele Kuby: «Attraverso la rivoluzione sessuale globale le élite al potere attaccano l’ordine della creazione e, così facendo, tutta l’umanità»
    Vito Punzi
    La tedesca Gabriele Kuby è per formazione sociologa e autrice di saggi legati all’educazione e alla sessualità. Madre di tre ragazzi, si cimenta volentieri anche con la traduzione dall’inglese (per oltre vent’anni nell’ambito della psicologia). A lungo impegnata nei movimenti studenteschi tedeschi sorti dal Sessantotto, Gabriele Kuby si è convertita ed è entrata nella Chiesa cattolica ricevendo il sacramento del battesimo il 12 gennaio 1997, festa del Battesimo di Gesù. Il suo primo libro (Mein Weg zu Maria – Von der Kraft lebendigen Glaubens, La mia strada verso Maria – Sulla forza della fede viva) è stato un best-seller.
    Come pubblicista concentra il suo interesse sui vicoli ciechi intrapresi dalla società moderna, indicando la via d’uscita in una nuova coscienza dell’esperienza cristiana. L’unico suo libro pubblicato in Italia è Gender Revolution. Relativismo in azione (Cantagalli 2008) e rappresenta un grido d’allarme indirizzato a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea: in ogni ambito del vivere pubblico va riconosciuta come fondamento della famiglia la differenza sessuale tra uomo e donna. A un anno fa risale il suo ultimo libro pubblicato in Germania, La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà in nome della libertà: «Era il 31 settembre del 2012 – ricorda Gabriele Kuby – quando ho avuto il privilegio di consegnare personalmente una copia del libro a Benedetto XVI, e per me è stato un grande incoraggiamento sentirgli dire “Ringraziamo Dio per quello che dice e scrive”».
    Signora Kuby, partiamo dal suo ultimo libro denuncia: qual è il motivo che l’ha sollecitata a scrivere?
    La constatazione che la liberalizzazione delle norme sessuali rappresenta la linea del fronte dell’odierna battaglia culturale. Io appartengo alla generazione del ’68 e a quel movimento ho partecipato attivamente. Dopo la mia conversione mi sono cadute le bende dagli occhi. Dopo il libro del 2006, dedicato alla rivoluzione del “gender”, ho continuato a raccogliere materiale e in seguito ho sentito la necessità di rappresentare l’evoluzione di questa ideologia, perché tutti percepiscono gli effetti del capovolgimento dei valori, come la distruzione della famiglia, ma sono in pochi a essere coscienti che dietro si cela una strategia delle élite di potere, dall’Onu all’Unione Europea, all’alta finanza.
    Dunque qual è il messaggio che intendeva trasmettere?
    La deregolamentazione delle norme sessuali conduce alla distruzione della cultura. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 dice che la famiglia è il nucleo della società e che essa ha bisogno, per esistere, di una regolamentazione morale. Con tutto ciò che aggredisce i bambini tramite i media, internet e l’educazione sessuale obbligatoria che viene insegnata nelle scuole, per loro è difficile diventare adulti maturi, cioè in grado di assumersi la responsabilità di essere madri e padri.
    Perché nel sottotitolo del libro ha scelto di porre l’accento sulla libertà, o meglio sull’opera distruttiva che in suo nome si sta compiendo?
    L’esaltazione filosofica dell’individualismo avvenuta al tempo dell’Illuminismo e le dittature impostesi nel XX secolo hanno portato a considerare come valore più importante la libertà, o meglio la libertà assoluta, che tuttavia nel nostro mondo, così condizionato com’è dai limiti, non esiste. La deregulation delle norme sessuali viene oggi spacciata all’essere umano come parte di quella libertà. Ma cosa succede in realtà quando l’impulso sessuale non è più sotto controllo? Che l’altro viene considerato semplicemente oggetto della propria soddisfazione sessuale. Il dato per cui nella nostra società una ragazza su quattro e un ragazzo su dieci subisce abusi sessuali mostra ciò che accade come conseguenza del fatto che non venga più insegnato l’autocontrollo. Il caos sociale che ne deriva sollecita un sempre maggiore controllo da parte dello Stato; che una situazione del genere conduca alla tirannia lo ha già indicato Platone nel suo Repubblica, 2.400 anni fa.
    Perché nel libro si rifà spesso al romanzo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo, pubblicato nel 1930?
    È affascinante leggere oggi quell’opera profetica, nella quale gli uomini vengono prodotti in laboratorio e formati attraverso media e psicofarmaci per essere felici, i bambini si trastullano con il sesso alla pari degli adulti e tutto viene controllato da il “nostro Lord”. Originariamente Huxley aveva pensato che quella sua “fantasia” si sarebbe realizzata da lì a 600 anni, ma già nel 1949 quel futuro s’era ridotto a un centinaio di anni. Allora non era possibile tutto ciò che è consentito oggi (selezione prenatale, madre in affitto, manipolazione genetica, genitore 1 e genitore 2), ma Huxley era ben cosciente che la vera rivoluzione accade nel cuore e nella mente della persona.
    Quali sono a suo parere i motivi della crisi della nostra civiltà?
    Lo scarto decisivo c’è stato con la rivoluzione culturale sessantottina. Promossa da sazi studenti figli della borghesia, quella rivolta si fondava su tre impulsi: quei giovani si fecero ammaliare dalle teorie marxiste (nonostante il Muro di Berlino e i carri armati sovietici a Praga, contro la democrazia); in secondo luogo, c’è stato il femminismo radicale, che doveva liberare la donna dalla «schiavitù della maternità» (sono le parole usate da Simone de Beauvoir); il terzo impulso era quello della “liberazione sessuale”. Le parole d’ordine al proposito erano: quando la tua sessualità sarà “liberata”, cioè avrai abbattuto qualsiasi tipo di condizionamento morale, allora potrai costruire una società libera dall’oppressione. Quella generazione, la mia, fallito il tentativo di coinvolgere il “proletariato”, ha compiuto una vera e propria “marcia dentro le istituzioni”, tanto che, quello che ieri era un movimento d’opposizione, oggi rappresenta la politica ufficiale delle grandi organizzazioni internazionali, di molti governi nazionali, non solo di sinistra. E i media che determinano il mainstream seguono questa “agenda”.
    Un altro riferimento interessante per le sue valutazioni è stato il libro della studiosa belga Marguerite A. Peeters, La globalizzazione della rivoluzione culturale occidentale…
    Non interessante, fondamentale, perché mi ha aperto gli occhi. Da parte mia mi sono concentrata sul nocciolo di quella rivoluzione: la deregulation delle norme morali che regolano la sessualità. La rivoluzione sessuale globale viene promossa dalle élites al potere. Ho già detto di Onu e Unione Europea, ma con esse si deve intendere l’intera rete di impenetrabili sotto organizzazioni: di queste fanno parte gruppi industriali globalizzati, grandi fondazioni come Rockefeller e Guggenheim, persone molto ricche come Bill e Melinda Gates, Ted Turner e Warren Buffett, o grandi Ong come la International Planned Parenthood Federation e l’Unione Internazionale delle lesbiche e degli omosessuali (Ilga). Tutti questi soggetti lavorano nei livelli superiori della società avendo a disposizione enormi risorse economiche. L’aborto, il controllo delle nascite tramite contraccettivi, la distruzione della famiglia: tutto questo serve lo scopo della creazione di un nuovo ordine mondiale.
    Qual è dunque il ruolo del “Gender Mainstreaming” in questo contesto “rivoluzionario” globalizzato?
    Il concetto di “Gender” presuppone che qualsiasi orientamento sessuale – eterosessuale, omosessuale, bisessuale e transessuale – sia equivalente e debba essere accettato dalla società. L’obiettivo è il superamento dell’eterosessualità e la creazione di un uomo nuovo, cui lasciare la libertà di scelta e di godere della propria identità sessuale indipendentemente dal suo sesso biologico. Chiunque si contrapponga a ciò, singole persone o Stati, viene discriminato come “omofobo”. Si tratta di un attacco mondiale all’ordine della creazione e, così facendo, all’intera umanità. Esso distrugge il fondamento della famiglia e in questo modo consegna ai despoti di turno la persona che non riesce più a riconoscersi, se uomo o donna.
    Nel suo ultimo libro attacca duramente la pornografia e chi la tollera.
    Sì, perché la pornografia è una droga e come tale crea dipendenza. Una droga che distrugge la capacità di amare e di assumere la responsabilità di essere padre e madre. Inoltre costituisce un piano inclinato sul quale è facile scivolare verso quell’abisso della criminalità sessuale che finisce col coinvolgere anche i bambini e i giovanissimi. A proposito della Germania, esistono dati allarmanti: il 20 per cento dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni “consumano” quotidianamente pornografia, il 42 per cento almeno una volta alla settimana. Che persone potranno formarsi in queste condizioni? Ed è difficile farsi una ragione del motivo per cui l’Unione Europea si dimostra essere così aggressiva contro il fumo ma non fa nulla per impedire l’imbruttimento provocato dalla pornografia.
    In questa situazione di “rivoluzione sessuale globale”, qual è il compito dei cristiani?
    Si tratta ovviamente di un tema che riguarda ciascuno di noi. Ci piaccia o meno, dobbiamo anzitutto mettere ordine nella nostra vita sessuale, così che la vocazione umana sia all’altezza del vero amore, l’amore che dona la felicità. Se non è così non è possibile neppure trovare le motivazioni per affrontare una battaglia del genere, che è per la dignità dell’uomo, per la famiglia, per i nostri figli, per il futuro.
    Gender, Kuby: «Mira a distruggere la famiglia» | Tempi.it

    Imola, prove tecniche di legge bavaglio
    di Lorenzo Bertocchi
    Imola, Santuario della Madonna del Piratello, va in scena una anteprima dei frutti che potrebbe portare con sé una legge bavaglio come quella sull’omofobia. Il parroco, durante l’omelia della festa della Sacra Famiglia, avrebbe urtato la sensibilità di qualche parrocchiano, uno di questi ha scritto alla stampa locale per far sentire il suo sdegno per la predica “tutta orientata ad offendere e prendere distanza dall’omosessualità”.
    Secondo quanto riportano le cronache Padre Ceresoli avrebbe tirato in ballo la posizione dell’OMS che fino a pochi decenni fa considerava l’omosessualità una “malattia”. E nella mail inviata alla stampa il parrocchiano zelante ha fatto notare che il prete si è rivolto ai gay con parole come “tenebrosi” o cattiverie simili, ricordando anche il Vecchio Testamento che puniva gli uomini che andavano con altri uomini con la lapidazione.
    Padre Ceresoli da parte sua ha dichiarato: «Se considero l’omosessualità un reato? Non condanno nessuno — spiega —, però può esserci una valutazione degli atteggiamenti che possono essere un male. Hanno bisogno della nostra preghiera».
    L’episodio ha sollevato una selva di polemiche, Rifondazione Comunista, insieme ad un Centro Sociale, domenica ha fatto un picchetto contro l’omofobia davanti al santuario. Più o meno dieci-venti persone che hanno ribadito che quelle di don Ceresoli sono affermazioni “espressione di oscurantismo religioso e di una visione retrograda e omofoba del mondo”. Nel comunicato della sezione locale del partito si legge anche che tali affermazioni provano come il “germe dell’omofobia sia ancora tristemente radicato nella società e specialmente nelle gerarchie cattoliche”. Il caso mostra quali potrebbero essere le conseguenze di una legge sull’omofobia come quella attualmente in discussione al senato. La vera posta in gioco è quanto sancito dalla Costituzione all’art. 21: la libera manifestazione del pensiero come cardine della democrazia.
    Secondo lo UAAR imolese quelle della Chiesa sono solo “storie” fantastiche e una legge anti-omofobia servirebbe proprio per “curare” gli esponenti della Chiesa. Per gli atei imolesi sembra davvero urgente una legge con conseguenze penali per chi cita in pubblico passi biblici. Se così fosse però cosa resta della libertà di manifestare le proprie convinzioni etiche? Per qualcuno questa libertà sarebbe garantita, per altri no. D’altra parte Rifondazione comunista fa una bella lezione di catechismo ricordando al parroco che “questa ignoranza, che (…) nega i diritti civili delle persone omossessuali, transessuali e bisessuali, ci pare in aperto contrasto con quello che dovrebbe essere il messaggio della Fede, ossia dell’amore e della fratellanza”.
    Il parroco, invece, sembra proprio essere rimasto pienamente fedele a quanto riportato dal Catechismo della Chiesa Cattolica laddove si dice che “appoggiandosi alla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati.” E come ricordava la Congregazione della Dottrina della Fede nel 2003 “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”.
    «Quelle composte da omosessuali non sono famiglie — dichiara, infatti, padre Ceresoli —. Sappiamo che le famiglie sono quelle composte da un uomo e una donna. Ci sono il papà e la mamma e, se non hanno figli, lo sposo e la sposa».
    Imola, prove tecniche di legge bavaglio

    Militia Christi, manifesti anti gay rimossi dal Comune
    Apparsi in vari quartieri della città a firma del movimento conservatore e cattolico. Dopo la richiesta del portavoce del Gay center Fabrizio Marrazzo, l'amministrazione capitolina è intevenuta
    Manifesti di Militia Christi, movimento fortemente conservatore e cattolico, contro "Roma capitale dell'orgoglio omosessuale". I militanti hanno tapppezzato stamattina i muri della capitale. Sui manifesti c'è la foto di Giovanni Paolo II con alcune sue affermazioni sul tema.
    ''Chiediamo al Comune di rimuovere i manifesti abusivi di Milita Christi - dichiara in una nota il portavoce del Gay Center, Fabrizio Marrazzo - Si tratta dell'ennesimo tentativo di inquinare con atteggiamenti e parole d'ordine omofobe un dibattito civile e democratico sui diritti civili". "Militia Christi non è nuova a questo tipo di azioni che propagandano non un legittimo dissenso ma un sentimento di attacco nei confronti della liberà e della dignità delle persone omosessuali'', conclude.
    Dopo qualche ora, l'amministrazione capitolina ha provveduto alla rimozione dei manifesti abusi comparsi in alcuni quartieri della città a firma di Militia Christi e "sta valutando di comminare contestualmente le dovute sanzioni".
    Militia Christi, manifesti anti gay rimossi dal Comune - Roma - Repubblica.it



    L’ULTIMA TROVATA: LA VITA NON ESISTE.
    IL MONDO INONDATO DI NICHILISMO E LO STUPORE PER DIO CHE SI FA UOMO…
    Antonio Socci
    Forse nessuno ve l’ha ancora comunicato, ma voi non siete vivi. Pensate di esserlo, ma “in realtà” non lo siete. Nessuno lo è (se lo venisse a sapere il computer dell’Inps non erogherebbe più pensioni).
    Mi spiace dare la ferale notizia, che potrebbe mandare di traverso il panettone di Natale ai più sensibili. Del resto nemmeno il sottoscritto è vivente. Anzi, è la vita stessa che non esiste.
    A fare il clamoroso “scoop” è stata una delle più blasonate riviste scientifiche del mondo, “Scientific American”. Un articolo del numero datato 2 dicembre infatti parla chiaro fin dal titolo: “Why Life Does Not Really Exist”.
    L’ASSURDO
    Come sono arrivati – questi pensatori – a fare una così straordinaria scoperta? La sintesi degli argomenti è fornita dal sommario dell’edizione italiana della rivista, ovvero “Le Scienze”. Eccolo qua: “Malgrado secoli di discussioni, esperimenti, riflessioni e progressi scientifici, nessuna delle definizioni di ‘vita’ proposte finora riesce a discriminare in modo netto e soddisfacente fra ciò che chiamiamo animato e ciò che consideriamo inanimato. Forse perché il vero elemento comune delle cose che definiamo vive non è una loro proprietà intrinseca, ma la nostra percezione di esse”.
    Se ho ben capito il passaggio logico è questo: siccome non si è ancora trovata una definizione di vita, la vita non esiste. In effetti l’articolo della rivista scientifica così argomenta: “Perché definire la vita è così frustrante e difficile? Perché scienziati e filosofi hanno fallito per secoli nel trovare una proprietà fisica specifica o un insieme di proprietà che separi nettamente i vivi dagli inanimati? Perché una proprietà simile non esiste. La vita è un concetto che abbiamo inventato. Al livello più fondamentale, tutta la materia esistente è una disposizione degli atomi e delle particelle che li costituiscono. Queste disposizioni ricadono in un immenso spettro di complessità, da un singolo atomo di idrogeno a una cosa intricata come il cervello umano”. Finora abbiamo diviso il mondo in animato e inanimato, “ma questa suddivisione non esiste al di fuori della mente”. Quindi, per questi scienziati, vostro figlio – che corre e grida in bicicletta, facendo un gran baccano – è vivo quanto il pezzo di ferro arrugginito che sta nella discarica.
    DOVE STA L’ERRORE
    La filosofia che sta dietro a questi ragionamenti, mi pare la seguente: ciò che io non so definire o non comprendo, non esiste. Ciò che supera le mie capacità di conoscere ed esprimere è una fantasia astratta. Questa mentalità è parente di quella positivista che Albert Einstein stroncò così: “Io non sono un positivista. Il positivismo stabilisce che quanto non può essere osservato non esiste. Questa concezione è scientificamente insostenibile, perché è impossibile fare affermazioni valide su ciò che uno ‘può’ o ‘non può’ osservare. Uno dovrebbe dire: ‘Solo ciò che noi osserviamo esiste’. Il che è ovviamente falso”.
    Noi comuni mortali, armati di semplice buon senso (ma confortati dalla compagnia di Einstein), potremmo pensare che quanto scrive la nota rivista sia assurdo e vagamente ridicolo. La bizzarria di un commentatore. Però c’è chi potrebbe indicare, alla base di quei ragionamenti, qualche filosofo importante.
    Tutto ruota – come anni fa insegnava don Luigi Giussani – attorno al concetto di ragione che si ha. Per certi moderni (quelli di “Scientific American”) la ragione è come una scatola dentro la quale deve entrare tutto. Quello che non c’entra, magari perché è più grande, non esiste. Per altre scuole di pensiero la ragione è come una finestra che si spalanca su un panorama che è più grande di lei. Quindi l’avventura della conoscenza è sempre un inoltrarsi nel mistero che ci avvolge e ci supera. E’ così che il pensiero umano ha scoperto sempre nuove cose. E – di stupore in stupore – cerca la ragione ultima dell’essere.
    NICHILISMO
    A dire la verità ci sono stati dei filosofi greci che somigliavano ai pensatori di “Scientific American”. Ricordate Zenone di Elea, quello che sosteneva che il movimento non esiste? Non somiglia a coloro che oggi annunciano che “la vita non esiste”? Il greco (i cui argomenti comunque non erano banali) fu confutato semplicemente da qualcuno che si alzò in piedi e prese a deambulare. Anche la rivista americana potrebbe essere confutata concretamente mostrando una persona viva e un morto: “contra factum non valet argumentum”.
    Tuttavia la replica è già contenuta nell’editoriale: “Non è che non ci siano differenze sostanziali tra esseri viventi e soggetti inanimati”, tuttavia “non troveremo mai una linea di demarcazione netta tra i due perché i concetti di vita e non-vita come categorie distinte sono proprio questo: concetti, non realtà”. Non è “una proprietà intrinseca” a rendere vive certe cose, ma “la nostra percezione di esse”. Chi continuasse a ritenere ostinatamente che fra suo figlio e una pietra c’è una differenza sostanziale e incolmabile, chi pensasse che una creatura umana vivente non è una mera disposizione di atomi, dovrebbe prendere atto che oggi la mentalità dominante è quella espressa in un aforisma di Nietzsche: “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Idea in base alla quale per esempio si potrebbe anche argomentare che la realtà non esiste, ma esiste solo la nostra percezione di essa (e non esiste neanche la scienza, che diventa una fantasia fra le altre). In effetti in base a questa mentalità ormai dominante oggi si sente teorizzare di tutto. La realtà si è persa e noi vaghiamo in un oceano di opinioni. A volte anche pazzoidi.
    Sempre Nietzsche nel suo “Anticristo” aveva scritto: “Noi non facciamo più discendere l’uomo dallo spirito, l’abbiamo rimesso tra gli animali”. Ora siamo andati oltre: l’uomo sta tra i minerali. Siamo meri grumi di atomi. Una clamorosa eterogenesi dei fini per una cultura moderna che proclamava di essere nata dall’Umanesimo e dal Rinascimento che mettevano l’uomo al centro dell’universo. Oggi l’essere umano vivente è un ferrovecchio da rottamare come una lavatrice obsoleta.
    Sommessamente segnalo che Umanesimo e Rinascimento nacquero nell’alveo cristiano. Perché è il cristianesimo il vero illuminismo che ha esaltato l’uomo, la sua razionalità e ha salvato l’oggettività della realtà. Senza questa radice, senza Dio – previde Chesterton – sparisce anche la realtà e si dovrà combattere per mostrare che i prati sono verdi e due più due fa quattro. Oggi siamo a questo punto.
    L?ULTIMA TROVATA: LA VITA NON ESISTE. IL MONDO INONDATO DI NICHILISMO E LO STUPORE PER DIO CHE SI FA UOMO? ? lo Straniero

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Eutanasia, incredibile in Olanda: uccidono una donna contro la legge, medico li denuncia e finisce sotto accusa
    La 35enne era malata di mente e la norma vieta la dolce morte per problemi psichiatrici. Ma la Commissione di controllo se l’è presa con il medico che ha segnalato l’illegalità: «Non siamo contenti di lei»
    Leone Grotti
    Per comprendere come l’eutanasia, in Belgio come in Olanda, venga somministrata al di fuori dei limiti prescritti dalla legge basta leggere alcuni dati: nonostante sia formalmente vietato, nei Paesi Bassi nove persone hanno ottenuto l’eutanasia solo perché malate di mente nel 2013, per lo stesso motivo sono state uccise 14 persone nel 2012.
    CASO ECLATANTE. Tra queste 14, c’è il caso di una donna di 35 anni che, come riportato pochi giorni fa dal sito olandese Joop.nl, ha ricevuto il trattamento letale nel dicembre 2012 nonostante non avesse nessuna malattia terminale, né patisse sofferenze «insopportabili e senza prospettive di miglioramento». Il modo in cui ha ottenuto la «dolce morte» ha fatto discutere in Olanda.
    PRIMO MEDICO. La donna infatti si è rivolta al suo medico di famiglia che, per legge, deve consultare un secondo medico prima di autorizzare l’eutanasia. Il primo dei dottori consultati, e preso dalla lista indicata dalla Commissione incaricata di valutare i casi di eutanasia, ha rifiutato il caso affermando che non c’erano gli estremi a norma di legge per concedere la “dolce morte”.
    SECONDO MEDICO. A questo punto il medico di famiglia non ha negato il trattamento, come avrebbe dovuto, ha invece cercato un altro medico, George Wolfs. Anche il secondo dottore consultato ha però rifiutato l’eutanasia, affermando che c’erano altre opzioni terapeutiche da provare con la donna prima di procurarle la morte. Non solo, Wolfs ha anche ricordato che la donna quando era stata ricoverata nel reparto psichiatrico del Centro medico dell’università di Maastricht, non era stata definita «sofferente» ma contenta «delle attività svolte e fiera del suo lavoro».
    TERZO MEDICO E MORTE. Il medico di famiglia della donna, ancora una volta, non ha gettato la spugna e ha consultato «incredibilmente» un terzo dottore che, infine, ha dato parere positivo all’eutanasia. Quarantotto ore dopo il terzo consulto, la malata mentale è stata uccisa come richiesto nella “Clinica fine vita”. Se il caso è diventato di dominio pubblico è perché il secondo medico interpellato, George Wolfs, ha denunciato quanto avvenuto alla Commissione di valutazione dell’eutanasia dopo la morte della donna.
    «NON SIAMO CONTENTI DI LEI». Ma al posto di indagare e sanzionare la violazione della legge, come da statuto della Commissione, i membri hanno convocato Wolfs per interrogarlo e, come racconta lui stesso, l’hanno trattato così: «Mi hanno domandato 15 volte perché, essendo io un medico generalista, mi ritenevo in grado di valutare le problematiche psichiatriche. Mi hanno detto: “Non siamo per niente contenti di lei”».
    CLINICA FINE VITA. Concedere l’eutanasia a un malato di mente è vietato dalla legge in Olanda ma nella “Clinica fine vita”, che aiuta tutte le persone che lo richiedono a morire a prescindere dalla motivazione, nel 2013 sono state uccise nove persone con problemi psichiatrici. La clinica in totale ha “trattato” 133 persone, 24 delle quali solo perché sarebbero potute, nel futuro, diventare dementi e altre 23 perché soffrivano semplicemente di problemi legati alla vecchiaia. Nessuno di questi era un malato terminale, condizione indispensabile secondo la legge olandese per ottenere l’eutanasia.
    Olanda, medico denuncia eutanasia illegale e finisce accusato | Tempi.it


    Quebec, basta simboli religiosi in pubblico. «Questo è ateismo ufficiale»
    «La libertà di esprimere la nostra fede in privato e in pubblico è un diritto riconosciuto dalla nostra Carta dei diritti e delle libertà».
    Redazione
    Continua la marcia del Quebec verso un secolarismo sempre più intollerante verso qualsiasi espressione di appartenenza religiosa. Certamente non un buon esempio di laicità, ma solo di laicismo giacobino. Come vi avevamo già raccontato, infatti, il partito di governo “Parti Québécuois” spinge l’esecutivo a far approvare la cosiddetta “Carta dei valori”, che ha nella sua intestazione l’esatto contrario di quel che afferma visto che vuole vietare l’esposizione di tutti i simboli religiosi, compresa la croce cristiana, in tutti gli uffici pubblici.
    I rappresentanti delle religioni ufficiali si stanno molto lamentando della deriva che la politica vuole imporre al paese e anche i cattolici stanno facendo sempre più sentire la propria voce. Già il presidente dei vescovi del Québec, Pierre-André Fournier, ha avuto modo di stigmatizzare la Carta affermando che questa presunta laicità altro non è se non “ateismo ufficiale” si Stato.
    In questi giorni anche Gérald Lacroix, arcivescovo di Québec, tra poco cardinale, ha fortemente criticato il provvedimento: ”La libertà di esprimere la nostra fede in privato e in pubblico è un diritto riconosciuto dalla nostra Carta dei diritti e delle libertà”.
    Quebec, basta simboli religiosi in pubblico | Tempi.it



    Se gli ecologisti se la prendono con le croci
    di Rino Cammilleri
    E ti pareva che in nome del Dio Paesaggio non se la pigliavano anche con le croci d’alta quota. D’altra parte c’è da capirli questi c.d. ambientalisti: non avendo altro da fare dalla mattina alla sera, scrutano, osservano, monitorano, instancabili, con mille occhi sempre aperti come il mitologico Argo. Tra loro c’è chi fa il bird-watching (cioè, guarda gli uccelli) e chi fa il mount-watching (come nel nostro caso). Ora, è chiaro che uno che ha deciso di consacrare l’esistenza a guardare gli uccelli o i monti (o il mare o la spiaggia o le fogne o i cessi per vedere che non inquinino) finisce per assumere la mentalità del giacobino. La quale è una continua «denuncia». Così, il bird-watcher denuncia i lacci e i laccioli, le trappole, il vischio, i richiami a fischietto e gli specchietti per le allodole, che quei nemici dell’umanità che sono i cacciatori disseminano nell’«ambiente» solo perché cattivi d’animo.
    A furia di denunciare, però, può andare a finire che, denunciato tutto il denunciabile, esaurisci i capi d’accusa. E allora, che fai? Ti trovi un lavoro vero? Non sia mai. Non ti resta, allora, che aguzzare la vista e metterti alla caccia di qualcos’altro da denunciare. E, poiché il tempo non ti manca, vedrai che prima o poi qualcosa la trovi. Infatti: riporta Dagospia l’11 aprile 2013 un articolo di Andrea Selva su «La Repubblica», nel quale si comunica che è stato scovato un altro obiettivo su cui puntare il dito, le croci di montagna.
    Secondo l’associazione Mountain Wilderness ma anche il solito Wwf e pure Italia Nostra, le nostre montagne sono troppo affollate di croci, crocifissi, madonne e padripii. Ma soprattutto croci. Il presidente del Club Alpino Italiano, Umberto Martini, che sa bene quanto quelle croci siano meta di arrampicate ed escursioni nonché di veri e propri pellegrinaggi, dice: «Sarebbe ridicolo rimuovere la croce dal Cervino, l'importante è fermarsi perché meno la montagna viene "deturpata" o "arricchita" (dipende dai punti di vista) e meglio la montagna sta». Sano buonsenso (o cerchiobottismo, dipende dai punti di vista), che si preoccupa di dare un limite sia ai denunciatori degli «scempi ambientali» sia ai cattolici troppo devoti. Com’è noto, basta stare nel mezzo, così le si può distribuire senza prenderle.
    A proposito di buonsenso, tuttavia, data la prevalentissima montuosità del territorio italiano ci chiediamo quand’è che la situazione-croci raggiungerà la saturazione (e ammesso che si continui a piantarne): tremila anni? solo mille? Facciamo così: erigiamo croci eoliche, con le braccia che girano al vento, così da fare contenti sia gli ambientalisti che i credenti.
    La mania di piantare croci sulle cime, in verità, è antichissima e risale ai primi tempi del cristianesimo, quando erano gli stessi evangelizzati locali a chiedere ai vescovi di esorcizzare i «demoni delle alture», di cui avevano un sacrosanto terrore. Il Passo del San Bernardo (il benedettino Bernardo d’Aosta), per esempio, si chiama così proprio per questo motivo. Ci sentiamo di suggerire ai talebani dell’ambiente (accostamento non casuale, perché proprio i talebani distrussero in nome della loro ideologia le statue del Buddha scolpite nelle montagne afghane), specialmente a quelli con nomi americani, che negli Usa esiste il monte Rushmore, che di montagna non ha più neanche l’aspetto, avendo quello delle immani facce dei Presidenti statunitensi. Un’altra montagna che non è più montagna ma è la colossale figura di Cavallo Pazzo la si trova sempre negli Usa. Però, nessuno protesta; già: sarebbe grottesco un western in cui, contro gli indiani, non ci fossero le «giacche azzurre» ma quelle verdi di Greenpeace.
    Se gli ecologisti se la prendono con le croci

    Gli studi sul cervello contestano l’ideologia di genere
    di Lupo Glori
    Un importante recente studio americano condotto su quasi mille soggetti, da un’équipe guidata da Ragini Verma, neuro-scienziata dell’Università della Pennsylvania a Philadelfia (USA) (Brain Connectivity Study Reveals Striking Differences Between Men and Women), conferma, attraverso concreti dati scientifici, le differenze biologiche esistenti tra maschi e femmine. I risultati della ricerca, effettuata su 949 volontari (428 maschi e 521 femmine) di età compresa tra gli 8 e i 22 anni, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Proceedings of National Academy of Science.
    Essi attestano come le connessioni cerebrali di maschi e femmine sono diversamente distribuite», evidenziando, attraverso avanzate tecniche di neuroimaging, la presenza, nelle donne, di un maggior numero di connessioni tra emisfero destro e sinistro (il primo deputato maggiormente al pensiero intuitivo, il secondo alle elaborazioni logiche) mentre, al contrario, negli uomini si riscontra la presenza di una migliore interconnessione all’interno dei medesimi emisferi.
    A tale proposito Ragini Verma ha dichiarato: «Ho constatato con stupore che i risultati confermano molti stereotipi che crediamo di avere sul cervello. Per esempio se volessi andare da uno chef o da un parrucchiere, sarebbero più che altro uomini (…) Mentre le donne si dimostrano più efficienti nelle azioni che richiedono il coordinamento di entrambi gli emisferi: sono più intuitive, hanno migliore memoria, sono più emotivamente coinvolte quando ascoltano qualcuno».
    Solo nel cervelletto, parte del sistema nervoso deputata principalmente al controllo motorio, le cose sembrano andare diversamente: in questa regione, infatti, gli uomini dimostrano una migliore connessione tra un emisfero e l’altro. In tal senso, la neuro-scienziata americana spiega: «Se per esempio voleste imparare a sciare, sarebbe il cervelletto la regione maggiormente coinvolta».
    Alla medesima conclusione della ricerca di Ragini Verma erano giunti gli studi di Simon Baron-Coehn, professore di psichiatria presso l’università di Cambridge nel Regno Unito ed esperto di autismo, il quale, nel 2004, svolse alcuni innovativi esperimenti sui bambini in fase neonatale dimostrando l’esistenza di importanti differenze tra i cervelli di donne e uomini. Nel suo articolo Autismo: una forma estrema del cervello maschile? (Simon Baron-Coehn, L’autisme : une forme extrême du cerveau masculin ?, “Terrain” n°42, marzo 2004), Baron-Cohen aveva distinto i tipi di cervello sulla base di due aspetti fondamentali: la capacità di empatia e la capacità di sistematizzazione.
    Gli esperimenti da lui condotti tendono a dimostrare che tra le donne la capacità di empatia è più sviluppata rispetto agli uomini. Al contrario, la capacità di “sistematizzare” è più importante negli uomini che nelle donne. A tale proposito egli aveva affermato come, «in uno studio, i ragazzi hanno dimostrato in 50 occasioni spirito più competitivo, mentre le ragazze sono state 20 volte più dei maschi disposte ad attendere il loro turno».
    Secondo il professore inglese le differenze prendono forma prima della nascita all’interno dell’utero della madre, dove maschi e femmine producono differenti quantità di ormoni e in particolare i maschi producono il doppio del testosterone delle femmine. Il differente livello di produzione ha un impatto determinante sullo sviluppo del cervello a dimostrazione dell’importanza dall’elemento biologico nella crescita e nello sviluppo dei bambini.
    Tali studi scientifici che mettono in luce il ruolo unico e decisivo svolto dalla natura nel processo biologico di ciascun individuo, costituiscono un’ulteriore smentita delle tesi degli ideologi del gender per i quali la differenza sessuale ha origini e cause puramente socio-culturali.
    Rassegna stampa - Centro Cattolico di Documentazione di Marina di Pisa - Gli studi sul cervello contestano l’ideologia di genere

    E’ iniziata l’omosessualizzazione omeopatica dei cattolici?
    Tanta buona volontà, ma grosse ingenuità. Da politici e “homovox”, messaggi ambigui.
    di Elisabetta Frezza
    L’11 gennaio scorso c’è stata a Roma la seconda uscita sulla piazza della Manif pour Tous Italia (la prima risale alla fine di luglio), l’associazione nata con l’intento di replicare nel nostro paese l’omonima realtà che in Francia è montata in un crescendo esaltante per manifestare contro le aberranti riforme del diritto di famiglia imposte oltralpe.
    La versione autoctona della Manif sconta, probabilmente, una penalità genetica: il confronto con l’originale è proverbialmente arduo per ogni tentativo di imitazione. E, al di là delle sacrosante intenzioni di gridare pubblicamente l’unicità della famiglia naturale cui ogni bambino ha diritto ad ogni latitudine, genera – per come sinora si è mossa – qualche perplessità.
    La più evidente è quella di essere stata in apparenza vittima – consenziente o no – del cannibalismo politico. Bisogna stare molto attenti a non cadere nella trappola della facile strumentalizzazione, a tutti gli effetti controproducente per l’immagine e lo spirito di iniziative come questa, in sé benemerite. I politici nostrani tra i quali, si sa, è dura trovare un cavaliere senza macchia e senza paura, tendono a sfruttarle sfacciatamente come provvidenziale passerella per esibirsi dinanzi al popolo cattolico (o semplicemente raziocinante) e carpire, indossando l’abito da sfilata sopra la tenuta consueta, qualche consenso. Nella realtà va detto che la maggior parte di essi appartiene alla imperitura progenie italica degli ideologi del compromesso e del male minore (notoriamente anticamera di quello maggiore, solo a somministrazione più lenta e mascherata, tale da sopire la fisiologica capacità di reazione della gente), e in questo senso sono agli atti dichiarazioni incontrovertibili. Non uno, di fatto, che in questi mesi non abbia concorso a praticare la respirazione bocca a bocca a un governo in perenne agonia ma artefice instancabile di bassezze eclatanti: tutti impegnati, nonostante la posta in gioco devastante – ddl omofobia in testa, ma non solo quello – a inventare ritocchi cosmetici per provvedimenti deliranti. Far saltare il tavolo? Per carità.
    Questa disposizione al concorso coll’avversario dichiarato (nei fatti vero e proprio alleato), eletta a sistema e teorizzata apertis verbis dai sempreverdi democristiani, costituisce un virus esiziale per chi ha davvero a cuore la buona battaglia. Gli esiti catastrofici del moderatismo applicato sono plurimi, e sono noti. Quantomeno la casistica dovrebbe far intendere una volta per tutte che l’aprire il varco in misura “congrua”, con i soliti distinguo, riserve, eccezioni, equivale ad accogliere a braccia aperte il nemico in casa. Il che esclude, in chi si ostina ad applicare il metodo, l’attenuante della buona fede.
    Orbene, tornando alla Manif, lasciare il palco a personaggi di questa sottospecie di politica politicante pare una mossa sbagliata e pericolosa, che mina – qualora vi fosse – la purezza e la spontaneità dell’iniziativa e ne corrompe fatalmente il messaggio. Si tratta di aspetti per nulla collaterali, sui quali sarebbe bene porre attenzione, per non ingannarci.
    Ma c’è un’altra questione, più recondita, che merita qualche riflessione. Riguarda – come già è stato da qualcuno rilevato – gli “homovox”. Anche qui, si è importato (acriticamente?) dalla Francia questo modello, che in apparenza “buca”, attrae, sembra tirare acqua al mulino della causa. E invece, pensandoci bene, forse forse non è proprio così. Gli homovox, rappresentati alla manifestazione italiana dal loro fondatore, Jean-Pier Delaume-Myard, sono gli omosessuali non-gay, quelli che si dichiarano contro la legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso e contro le adozioni da parte di queste, e che però dichiarano al contempo la propria omosessualità come una condizione naturale e accettata (e da accettare) al pari della eterosessualità.
    “Noi cittadini italiani o francesi, uomini e donne di ragione, che siamo omosessuali o eterosessuali, proseguiremo il nostro cammino di uomini responsabili che vogliono lasciare dietro di sé un pianeta dove gli uomini con la U maiuscola non sono dei beni commerciali” proclama Jean-Pier dal palco della Manif romana. Ora, qualche dubbio è legittimo. Si tratta di un modulo efficace, da spendere anche in Italia, culla del cattolicesimo, sull’onda del conformismo anticonformista? Non lo crediamo davvero.
    Nel proclamarsi con fierezza “omosessuale a favore della legge naturale” c’è qualcosa che non torna, c’è un ossimoro piuttosto bizzarro: come dire tifare per la naturalità del consorzio umano da una sbandierata condizione contronatura. Epperò, al di là del profilo anche un po’ paradossale, si tratta di un affaire insidioso per la manovra che plausibilmente sottende. Presentare infatti costoro quali paladini della causa significa riconoscere loro la patente della normalità, accettare pubblicamente l’omosessualità come stato naturale, far passare sotto sotto il messaggio che la sodomia di per sé è cosa buona e giusta, se praticata senza pretese esorbitanti. Si supera così, anche per i cattolici o sedicenti tali, la barriera del suono. Il catechismo e San Paolo in primis.
    Nessuno che dica che questi omosessuali per bene, per così dire “addomesticati”, rimangono nella devianza e nel peccato, per loro stessa ammissione? Nessuno che si renda conto che – religione a parte – farli pontificare così costituisce un subdolo sistema per omosessualizzare omeopaticamente la nostra società, già martellata per ogni via, mediatica e istituzionale, dal pensiero unico gay-friendly?
    Pare di no, se è vero che la Manif plaude agli homovox, note testate in quota cattolica concedono ampio spazio a queste figure di gay presentabili, finto-ragionevoli, urbani, civili, bravi e buoni. Si veda, per fare un esempio, la passione di Tempi per Dolce&Gabbana (il quale Tempi, peraltro, si astiene dal considerare le confuse affermazioni sul desiderio di avere un figlio, nonché altre esternazioni sconcertanti), chiamati addirittura a cantare il Te Deum a fine anno dalle pagine della rivista. Il che potrebbe indurre a formulare un’ipotesi inquietante: che questo tentativo di normalizzare gli omosessuali per bene sia una dinamica già avviata anche in certa parte della Chiesa, forse in qualche modo già soppesata e approvata, in linea con le esternazioni papali ad alta quota?
    E infatti Delaume-Myard, tra le altre cose, alla Manif dice anche: “Vorrei rivolgere un pensiero al mio amico Bobby che lotta come noi negli Stati Uniti contro le lobby gay perché non vogliamo che la donna sia considerata una merce, non vogliamo che i bambini siano volontariamente privati di un padre o di una madre, oppure di entrambi”. Se la piglia con le lobby gay, sospendendo ogni giudizio sul singolo omosessuale. Lezione imparata.
    Alla luce di tutto ciò, ci si chiede se non si tradisca la propria fede avallando questa pubblica impenitente professione di devianza, senza indicare a chi la pratica la via della salvezza. Chiaro che ciò vale innanzitutto per i pastori, che ci si augura non abbiano già sdoganato l’omosessualità e ora accettino di vederla venduta in comode, impercettibili rate, a una società straniata e già deprivata dei propri anticorpi.
    Al 2357 Il CCC recita: “…Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.
    E continua al 2358, riferendosi agli uomini e alle donne che presentano tendenze omosessuali: “…Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione”.
    Pare che ultimamente venga tenuta presente soltanto la prima parte del 2358, colpevolmente dimentichi che essa va letta in combinato disposto con ciò che precede e ciò che segue. E che è nel complesso di queste disposizioni che si deve individuare la retta via indicata da Dio per guadagnarsi la salvezza.Nella dimensione collettiva, poi, andrebbe ricordato che l’omosessualismo è di fatto una malattia infettiva: la cultura gay, se lasciata libera nel dominio pubblico, produce gay; è un veleno che perverte e depopola.
    Fa pensare, allora, un altro dato oggettivo. Perché alla Manif, e ovunque altrove, non si dà voce a un omosessuale guarito, e redento? Una tipologia che esiste, non un’ipotesi di scuola; ci sono anche loro e, loro sì, rendono testimonianze luminose. Il grande Luca Di Tolve, fondatore dell’Associazione Gruppo Lot, sa raccontare con gli occhi e con la voce la storia di metà della sua vita, sa descrivere l’abisso e la risalita, la faticosa riconquista dell’armonia tra la sua natura e la sua identità sessuale: una risalita che è in ogni senso una guarigione e che gli regala oggi, insieme alla virilità prima soffocata, una moglie e un figlio in arrivo. Questo è l’esempio virtuoso da additare, da far conoscere ai giovani che annaspano nel marasma relativista della libertà senza limiti, ma che conservano sempre un’insaziabile sete di verità.
    E? iniziata l?omosessualizzazione omeopatica dei cattolici? ? di Elisabetta Frezza | Riscossa Cristiana

  6. #86
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Dissesto sociale e dissesto idro-geologico
    di Piero Vassallo
    La città di Chiavari è collocata a mare di un territorio montuoso, non alterato dall’edilizia selvaggia e tuttavia tormentato da frequenti alluvioni.
    La vera origine di questa anomalia è stata indicata da un autentico esperto, il sindaco di Chiavari, ingegner Roberto Levaggi, il quale, nel corso di un’intervista televisiva, ha rammentato che alla dissoluzione delle comunità montane ha fatto seguito il degrado delle terre coltivate e l’inselvatichimento dei boschi e la trasformazione del territorio in scivolo/toboga per l’acqua piovana in prevedibile eccesso. La puntuale analisi dell’ing. Levaggi corregge le teorie degli ecologisti, che vedono nello sviluppo edilizio l’unica causa dei mali che affliggono il territorio nazionale.
    Ora gli ecologisti sinistrati rappresentano una delle sfere di quell’ideologia decadente, che percuote i tamburi di allarmismo indirizzato alla decrescita. Non è inutile rammentare che gli esecutori del frastuono ecologista sono eredi dei comizianti operaisti e stracittadini, i quali, negli anni quaranta e cinquanta hanno destato il disprezzo per la terra e il culto della ciminiera e della locomotiva. Il rombo della cultura operaista e l’accompagnante fruscio dell’assistenzialismo democristiano hanno soverchiato e messo a tacere la sapienza cattolica di Pio XII, il papa che tentò di frenare il dissesto sociale (prima che ecologico) denunciando l’errore di coloro che promuovevano la fuga dalle campagne.
    La lezione di Roberto Levaggi è un invito a mettere i piedi per terra e – tanto per cominciare – a fare l’inventario dell’ingente quantità di terreni coltivabili che sono stati abbandonati e a considerare la possibilità del loro utilizzo quale occasione d’impiego che lo Stato, uscendo dalle utopie assistenzialistiche, potrebbe offrire alla gioventù abbandonata alla disoccupazione con il pezzo di carta rilasciato dallo Stato della chiacchiera.
    Dissesto sociale e dissesto idro-geologico ? di Piero Vassallo | Riscossa Cristiana

    La Francia obbliga i giornalisti a fare corsi di “uguaglianza tra i sessi”. «È una pretesa antidemocratica»
    La conferenza delle scuole di giornalismo ha protestato contro il governo perché «pretende di imporci il contenuto dei nostri insegnamenti». Un fatto «senza precedenti in una democrazia»
    Leone Grotti
    Posto che «l’idea di combattere contro gli stereotipi è buona», «non capiamo perché proprio la nostra professione venga stigmatizzata». È quanto afferma un comunicato della Conferenza delle scuole di giornalismo, che si è scagliata contro il governo Hollande in Francia per l’articolo 16 bis della legge sull’uguaglianza tra uomini e donne in discussione in questi giorni all’Assemblea nazionale.
    RIEDUCAZIONE GIORNALISTI. La legge in questione riguarda molteplici argomenti, tanto da sembrare un “milleproroghe” d’Oltralpe: oltre al controverso cambiamento della norma sull’aborto, che lo trasforma in un «diritto», si prevede anche che le scuole di giornalismo francesi prevedano corsi per formare gli aspiranti cronisti «sull’uguaglianza tra i sessi».
    La Conferenza ha protestato a gran voce perché «l’Assemblea nazionale pretende di imporci il contenuto dei nostri insegnamenti». Un fatto «senza precedenti in una democrazia».
    «PERCHÉ NOI?». Non si capisce, continuano i giornalisti francesi, «perché solo noi siamo oggetto di una tale ingiunzione». Secondo il relatore della legge del partito socialista, Sébastien Denaja, la giustificazione sta nel «potere» enorme che hanno i media nella società. E per questo i giornalisti devono essere correttamente educati, ma c’è chi direbbe “rieducati”, sugli stereotipi, l’identità di genere e quant’altro.
    BUON PADRE DI FAMIGLIA. La legge è stata anche criticata per un emendamento approvato pochi giorni fa con cui è stata eliminata la dicitura «buon padre di famiglia». Questa locuzione, che esiste anche nell’ordinamento italiano e indica la diligenza che un debitore deve usare nel soddisfare l’interesse del creditore, agendo appunto come un «buon padre di famiglia», è stata giudicata dal partito socialista come «obsoleta» e «sessista».
    Se il Corriere della Sera ha salutato positivamente questa iniziativa perché «soddisfa la giusta esigenza di un linguaggio meno sessista», in Francia in molti hanno parlato di «totalitarismo linguistico». L’espressione è stata sostituita dall’avverbio «ragionevolmente», che proprio non può essere usato per descrivere le decisioni del governo Hollande.
    Francia, giornalisti obbligati a corsi di «uguaglianza» | Tempi.it

    E adesso cominciano con l'abortofobia
    di Massimo Introvigne
    Buona parte dell'Europa Occidentale - sappiamo come sta andando in Italia - si è ormai dotata di leggi contro l'omofobia: chi critica l'omosessualità rischia di andare in galera. Anzi, non è che rischi: ci va davvero, come capita settimanalmente in Francia, in Gran Bretagna e altrove. Solo la settimana scorsa in Scozia un predicatore che citava tra i peccati gravi l'omosessualità è stato accompagnato, neppure troppo gentilmente, in prigione.
    Non finisce qui. Le lobby e i poteri forti europei si sono chiesti: ma se è reato parlare male del «matrimonio» omosessuale, perché invece è permesso parlare male dell'aborto? Due pesi e due misure: l'ideologia omosessualista è imposta obbligatoriamente per legge, quella abortista ancora no.
    Per rimediare alla grave sperequazione si è mossa per prima, al solito, la Francia. Al Parlamento francese è in discussione una legge per promuovere (ulteriormente) l'uguaglianza fra gli uomini e le donne e i diritti della donna. Hollande ha dichiarato che si tratta di una priorità del suo mandato, il che ha scatenato gli umoristi transalpini, i quali propongono di chiedere notizie su come il presidente intende spiegare i diritti delle donne alle sue varie compagne, prima cornificate a ripetizione e poi abbandonate senza cerimonie per donne più giovani.
    Non ha invece nulla di umoristico l'uso della nuova legge per bastonare gli anti-abortisti. Sono infatti stati introdotti due articoli di straordinaria gravità. Il primo modifica la legge francese che permette l'aborto alle donne «in situazione di difficoltà». Si tratta di un'evidente foglia di fico e la storia francese non riporta nessun caso - neppure uno solo - di donne cui sia stato negato l'aborto non riscontrando la «situazione di difficoltà». Ora queste parole saranno modificate, e la nuova legge affermerà che l'aborto è permesso alle donne «che non desiderano portare a termine la gravidanza». Non ci sarà nessuna conseguenza pratica - l'aborto in Francia di fatto è già permesso a qualunque donna lo chieda -, ma il cambiamento è decisivo dal punto di vista del principio. L’aborto non è più considerato la conseguenza di una difficoltà, un dramma, una sconfitta ma un'opzione del tutto normale e un diritto. D'altro canto, la modifica legislativa si fonda su un parere dell'Alto Consiglio dell'Uguaglianza, un'istituzione tipicamente francese, secondo cui «l'aborto non dev'essere considerato un problema ma una soluzione».
    La ministra dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, si è spinta fino a sostenere che gli aborti in Francia potrebbero essere ancora troppo pochi. La popolazione è salita di 1,7 milioni di abitanti rispetto al 2006. L'aumento è dovuto principalmente all'immigrazione, e Hollande promette a breve l'eutanasia che rimetterà a posto le statistiche relative ai troppi vecchi, ma non importa. Alla ministra il 35% di donne francesi che sono passate per l'aborto e i 220.000 bambini uccisi con gli aborti l'anno scorso, a fronte di 810.000 nascite, sembrano ancora troppo pochi.
    C'è poi il cattivo esempio della Spagna, che si appresta a introdurre qualche limitazione all'aborto. Un'altra ministra francese, quella della Sanità Marisol Touraine - figlia del famoso sociologo Alain Touraine - ha chiamato alla «mobilitazione» contro il progetto di legge spagnolo. Un tempo mobilitare un Paese contro una legge di un Paese vicino era causa di rottura delle relazioni diplomatiche, o peggio: ma i tempi sono cambiati e comunque la ministra non se ne preoccupa.
    Per evitare qualunque forma di contagio spagnolo è stato introdotto un secondo emendamento alla legge sull'aborto. Era già vietato «ostacolare l'aborto» di una donna fisicamente. Ma ora è vietato anche ostacolarlo psicologicamente, e interferire - così recita l'emendamento - con «il diritto della donna a ottenere informazioni sul l'aborto». Va da sé che si intendono informazioni che la accompagnino ad abortire. La legge mira precisamente a impedire che riceva informazioni diverse. Leggendo i lavori preparatori si comprende che l'intenzione del legislatore è vietare che negli ospedali si parli alle donne di alternative all'aborto, che dentro gli ospedali circolino volontari dei centri di aiuto alla vita, e che anche fuori e nei dintorni degli ospedali si svolgano proteste o si offrano informazioni favorevoli alla vita alle donne. Su questo la ministra Vallaud-Belkacem è stata chiara: gli attivisti pro life che bazzicano nei dintorni o peggio dentro gli ospedali devono andare in prigione.
    C'è però una zona grigia. Oggi la maggioranza delle persone ha uno smartphone se non un tablet computer, comprese le donne che vanno in ospedale ad abortire. Potrebbero dunque ricevere informazioni che le spingano a rinunciare all'aborto non a voce ma via Internet. Già prima della legge il governo francese aveva intrapreso una massiccia campagna, volta a «saturare» Internet e i motori di ricerca di propaganda abortista, emarginando i siti pro life. Ora però - almeno secondo l'interpretazione meno rassicurante della legge - chi gestisce questi siti rischia due anni di prigione, che è la pena prevista per chi ostacola «psicologicamente» l'aborto.
    I due emendamenti, in realtà, sono collegati. Se l'aborto non è un dramma e non deriva da una difficoltà, ma è una delle due scelte normali di una donna incinta e un diritto fondamentale di tutte le donne, è chiaro che attaccare un tale diritto deve essere vietato. Così come va vietata l'obiezione di coscienza ai medici: prossima tappa, già annunciata dalle organizzazioni abortiste francesi.
    La legge è passata in prima lettura, ma ne attende una seconda. Lo scorso 19 gennaio quarantamila persone hanno marciato per la vita a Parigi, protestando soprattutto contro questa legge che intendono fermare.
    Il laicismo italiano, fin dai tempi dell'Illuminismo e della Rivoluzione francese, imita di solito le peggiori idee francesi con qualche anno di ritardo. Iniziamo a preoccuparci anche noi. Se passa la legge sull'omofobia, il prossimo passo sarà vietarci di criticare l'aborto.
    E adesso cominciano con l'abortofobia

    Parigi e l’era Hollande. Manif pour tous: 250 arresti senza devastazioni e cariche, ma non fanno notizia
    Circa 250 arresti in una capitale europea, peraltro in assenza delle consuete scene di devastazione, dovrebbero pur fare notizia. Invece del “Jour de colère” indetto domenica scorsa a Parigi i giornali italiani non hanno parlato. O, che è peggio, ne hanno parlato con la consueta superficialità. Eppure erano in tanti a sfilare dalla Bastiglia fino all’Hôtel des Invalides per esprimere la propria rabbia contro François Hollande, la legge Taubira sui matrimoni e le adozioni gay, la teoria del gender ormai divenuta ideologia di stato.
    L’ambiente sceso in piazza è quello composito di “Manif pour tous” e della “primavera francese” che ormai da mesi sta mobilitando la Francia profonda contro il giacobinismo di ritorno dell’Eliseo. Secondo le forze dell’ordine, notoriamente portate a sottostimare i numeri, i manifestanti erano 17 mila. Per gli organizzatori c’erano invece 160 mila persone. La verità, al solito, sta probabilmente nel mezzo. Comunque un buon risultato, per un ambiente fluido e mai ben afferrabile, con la corazzata Front National che nicchia e i giornali che sputano scomuniche.
    Prendendo spunto da qualche isolato slogan stonato, i media transalpini hanno preso la palla al balzo per liquidare la protesta come il solito epifenomeno razzista e fascistoide. Conclusione curiosa, dato che per la prima volta da un sacco di tempo accanto alle varie sigle della destra francese sono scesi in piazza diversi immigrati, mobilitati in seguito al caso Dieudonné, il controverso comico politicamente scorretto oggetto degli strali del ministro Valls.
    Le autorità francesi, comunque, hanno reagito con la consueta serenità tipica dell’era Hollande: cariche, gas lacrimogeni e 250 persone arrestate, appunto, il più delle volte prese un po’ a casaccio nel mucchio (oggi in Francia si può finire in caserma anche solo per indossare la maglia di “Manif pour tous” che ritrae la famiglia tradizionale). Il tutto in attesa del giorno, che purtroppo almeno in Francia non sembra lontano, in cui manifestare le proprie idee sarà definitivamente considerato un attentato alla democrazia.
    Parigi e l'era Hollande. ?Manif pour tous?: 250 arresti senza devastazioni e cariche... ma non fanno notizia? | intelligonews

    Il tea party è arrivato in Francia?
    Il tea party ha attraversato l'oceano ed e' arrivato in Francia. Questa almeno e' la convinzione del ministro degli interni francese, il socialista Manuel Valls che attacca il movimento sceso in piazza massicciamente a Parigi per contestare le politiche del governo sulla famiglia. Valls e' durissimo e va aldila' della critica a questo o quel corteo: "c'e' un movimento anti tutto -sostiene- anti stato, anti elites, anti parlamento, anti giornalisti. E poi ci sono frange antisemite e razziste".
    Si puo' essere d'accordo o no con il ministro degli interni ma certo, aldila' del corteo contro le politiche familiari del governo che aveva un tema specifico, e' indubbio che i temi cari al tea party americano (che ho avuto modo di seguire da vicino a New York e Washington negli anni scorsi) risuonano familiarmente sulle rive della Senna in questi mesi.
    La rabbia alimentata dalla crisi economica si canalizza spesso (ieri negli States, oggi in Francia) contro lo stato e i suoi rappresentanti. La prima, evidente differenza fra i due fenomeni e' che negli Stati Uniti il Tea Party aveva ed ha strette connessioni con pezzi del partito repubblicano arrivando a condizionarne alcune scelte,mentre in Francia i principali partiti di opposizione, sia l'UMP che il Fronte Nazionale sembrano piu' distanti, salvo qualche eccezione, dal movimento.
    Proprio su questo punto insiste Valls, forse per prevenire altri e piu' gravi problemi politici alla maggioranza di governo. Per questo lancia due appelli: a destra perché i partiti di opposizione non si limitino alla prudenza ma prendano le distanze dai Tea party francesi e a sinistra perché avvenga un risveglio delle coscienze e della militanza. E gia' si parla di una manifestazione in difesa delle politiche governative con il nome di "giornata della fratellanza".Vedremo se riuscira' a portare in piazza tante persone quante ne ha portate la "manifpourtous" ostile a Hollande.
    Il tea party è arrivato in Francia? | Antonio Di Bella

    “Repubblica” terrorizzata dalla “Manif Pour Tous”
    Se il quotidiano “Repubblica” comincia a diffamare la Manif Pour Tous Italia è un buon segno, significa che comincia a temerla. E’ infatti uscito un articolo pieno di calunnie, odio e rancore contro la libera associazione di italiani contrari all’educazione Lgbt, che sancisce dunque l’inizio della classica campagna di fango contro i dissidenti in cui il quotidiano di Scalfari è specializzato.
    I metodi sono sempre gli stessi: dipingere i nemici come violenti, estremisti e pochissimi di numero. Un giornalista di “Repubblica”, Daniele Castellani Pierelli, amante della Cina (tanto che il suo sogno è quello di essere corrispondente da Hong Kong), dove l’omosessualità è quasi un reato, si è infiltrato tra i manifestanti della “Manif” durante il recente raduno in Santi Apostoli a Roma. Su cento intervistati ha scelto di parlare solo di uno, quello che -tagliata l’intervista a dovere- poteva sembrare più strambo, facendo credere che rappresentasse le idee di tutti i manifestanti. E’ il metodo “Repubblica”.
    Il quotidiano mostra di temere che «siano le prime prove generali di una battaglia che diventerà rovente» nei prossimi mesi. Divertente che Pierelli cerchi di sminuire l’iniziativa italiana mettendola a confronto con la ben più consistente manifestazione francese, dove è appunto nata la “Manif pour tous” in opposizione al “mariage pour tous”, il disegno di legge di Hollande per aprire il matrimonio agli omosessuali. In Francia, ride Pierelli, «un milione di persone ha manifestato contro le nozze gay», in Italia poche centinaia. Già, peccato che i suoi colleghi calunniavano a loro volta la marea umana francese contro la legge Hollande, parlando di poche migliaia: «Secondo gli organizzatori, è sceso in strada più di un milione di persone, mentre le stime della polizia riducono tutto a non più di 150mila manifestanti». Ora invece i manifestanti francesi sono magicamente diventati un milione, solo giusto per contrapporli a quelli italiani. E’ il metodo “Repubblica”.
    Ma anche gli insulti diretti non mancano: «borghesia da parrocchia», «cattolici anti-gay» e «movimenti estremisti», dei ragazzotti con giubbotti scuri che guardano la manifestazione vengono fatti passare come i membri più violenti, pronti ad entrare in gioco quando si farà duro. E’ il metodo “Repubblica”. Ma ormai questo metodo è noto a tutti e, come dicevamo, è sintomo della paura che i contrari alla distruzione del matrimonio e i sostenitori del diritto dei bambini di crescere in una famiglia che non violi la diversità sessuale da cui sono nati, si sveglino.
    ?Repubblica? terrorizzata dalla ?Manif Pour Tous? | UCCR

    Francia, la legge anti-famiglia non si farà
    Vince “Manif pour tous”. La grande riforma del diritto di famiglia a lungo annunciata dal governo socialista francese non si farà, almeno nel 2014. Lo hanno annunciato i servizi di Matignon, la sede del primo ministro. L'annuncio arriva all'indomani delle manifestazioni di piazza, a Parigi e Lione, per difendere i valori della famiglia. Il progetto doveva passare in Consiglio dei ministri ad aprile per essere dibattuto in Parlamento nella seconda metà dell'anno.
    "È una vittoria - ha subito commentato Ludovine de la Rochere, la presidente del collettivo della Manif pour tous - perché quello che si delineava in questo progetto di legge non era favorevole al superiore interesse del bambino e della famiglia".
    Nel progetto di legge, contestato ieri per le strade di tutta la Francia, c'è anche la prospettiva di legalizzare la fecondazione assistita per coppie gay, nonché numerosi interventi riguardanti le coppie e il ruolo di padre e madre nei confronti dei figli.
    Francia, la legge anti-famiglia non si farà | Mondo | www.avvenire.it



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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Il gayo spot delle Olimpiadi di Sochi
    di Rino Cammilleri
    Circola, a proposito delle olimpiadi invernali di Sochi, uno spot video canadese (con uno slogan che già dice tutto: “I giochi sono sempre stati un po’ gay”, ndr) in cui si vedono due bobbisti abbigliati come Diabolik che, incollati l’uno alle terga dell’altro, fanno avanti-indietro più volte per darsi lo slancio. I praticanti del bob a due e a quattro hanno sempre fatto così, anche perché non c’è altro modo. Ma adesso l’allusione a un rapporto omosessuale protetto (infatti, hanno la tuta, e pure il casco) è d’obbligo, visto che lo spot in questione si limita solo a mostrare la presa di slancio, cessando prima che la discesa abbia inizio.
    Queste di Sochi, insomma, devono essere per i progressisti di tutto il mondo (occidentale, perché il resto del pianeta sui gay ha ben altre opinioni) le olimpiadi più gay-friendly della storia. Cercando su Google lo spot si vede la testata del popolare motore di ricerca colorata in arcobaleno (bandiera dei pacifisti e dei movimenti lgbt) e dedicata proprio a Sochi. Per chi fosse duro di comprendonio, sotto c’è la citazione tratta dalla Carta Olimpica: «La pratica dello sport è un diritto dell'uomo. Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play».
    Uno potrebbe chiedersi: perché, alle olimpiadi invernali del 2014 qualche sportivo viene discriminato? La risposta è, naturalmente, no. Nessuno è mai stato discriminato in nessuna olimpiade, nemmeno in quelle tenute a Berlino alla presenza di Hitler e vinte da Jesse Owens, che, essendo nero, non godeva certo le simpatie dei laudatori della razza «ariana» padroni di casa. Semmai, sono stati altri a boicottare manifestazioni olimpiche a cui partecipava il Sudafrica ai tempi dell’apartheid o Israele. Il fondatore dei Giochi, barone De Coubertin, volle appositamente tenerne lontana la politica e utilizzarli, semmai, come momento di unità e non di disunione. Come quando, nell’antica Grecia, anche le incessanti guerre si fermavano perché tutti potessero accorrere a Olimpia.
    Ma Sochi è solo una scusa per dare addosso a Putin (per chi ancora non lo sapesse, Sochi è in Russia), che vieta sul suolo patrio la propaganda gay e si rifiuta di concedere bimbi russi in adozione a Paesi dove l’adozione da parte di coppie omo è ammessa. E la stragrande maggioranza del popolo russo è con lui, nonché l’intera e potente Chiesa ortodossa. Putin non ha fatto alcuna storia sulla presenza a Sochi di atleti omosessuali. Sono i politicamente corretti del mondo esterno a farne. Obama ha polemicamente mandato quale rappresentante americana una campionessa dichiaratamente lesbica. In verità, gli interessi strategici e finanziari Usa collidono, in questo momento, con quelli della Federazione russa, altrimenti Obama avrebbe fatto come il nostro Letta, che molti tiravano per la giacchetta affinché non presenziasse all’apertura dei giochi. Letta ha praticamente risposto che lui è, sì, contro le discriminazioni, ma che gli affari sono affari, e l’Italia non è attualmente in condizione di fare la difficile.
    Il governo russo, che ha un problema gravissimo di denatalità, vuole solo che i gay non propagandino il loro stile di vita tra i minori. E non c’è pressione internazionale che tenga, anche perché la Russia è un pesce troppo grosso da ingoiare ed è, anzi, una potenza con cui tutti, Usa compresi, devono fare i conti. Putin lo sa e sa pure che can che abbaia non morde. Sì, manifestazioni davanti alle ambasciate, proteste, spot, magari qualche pupazzo con la faccia di Putin bruciato in piazza. Ma poi, tutti a casa. Le olimpiadi di Sochi: non volete venirci? E chissenefrega. Infatti, ci sono andati tutti.
    Gli indignados si contentino dello sberleffo dello spot canadese, nel quale due sportivi vestiti da Diabolik stanno, per forza di cose, uno appiccicato alle natiche dell’altro. E il riferimento a Diabolik non è così peregrino. Nel 2007 il Re del Terrore ebbe a che fare con un delitto maturato nel giro gay. Poiché agli sceneggiatori era sembrato forse un po’ eccessivo farvi penetrare, travestito, il «macho» Diabolik, la maschera se la mise Eva. Lei, titubante, disse a lui: «Spero che per te vada bene». E lui rispose: «Nessun problema, Eva, per me è un ambiente che non ha nulla di diverso da un altro». Uno potrebbe pensare: be’ un ladro è un ladro, che gliene importa degli ambienti? Il fatto è che gli autori con quel numero vollero rendere apertamente omaggio alle idee delle fondatrici di Diabolik, le sorelle Giussani, appartenenti alla Milano-bene e progressiste. Infatti, una volta Diabolik aveva dovuto operare in un Paese orientale in cui si riconosceva la Cina maoista e, dopo aver plaudito, aveva dichiarato che là uno come lui (cioè, ladro e assassino per avidità) non avrebbe avuto ragione di esistere. E ai tempi del referendum sul divorzio nella seconda di copertina, in rosso, si proclamava che la testata aderiva in pieno alla posizione divorzista. Va detto che «Diabolik» è e rimane una delle mie letture preferite. Però, quando va sul politicamente corretto, mi vien voglia di dire: aridàtece Dorellik.
    Il gayo spot delle Olimpiadi di Sochi

    Hollande, la Francia e la battaglia pansessualista
    La sessualità è l’unico infinito rimasto ai cittadini dei Paesi secolarizzati, per molti l’unico motivo per vivere, per altri l’unico istante di euforia di una vita dominata dalla noia. Solo così si può spiegare la deriva pansessualista odierna.
    La Francia è l’esempio più palese. Fallita anche l’ideologia illuminista, che ha lasciato tutti più soli e culturalmente asettici, la “guerra del sesso” (o “la battaglia dei sessi”, come dice Repubblica) è il nuovo orizzonte. Oltre alla grande ossessione del matrimonio omosessuale, ovvero il sesso come emancipazione dalla legge naturale riconosciuto e approvato dallo Stato, Hollande ha approvato la de-responsabilizzazione più totale del sesso permettendo l’aborto come diritto da attuare per qualunque motivo, cioè usato come metodo contraccettivo, senza che si debba più giustificare una “situazione di difficoltà”. Proprio Hollande, che passerà alla storia di Francia come il presidente budino che ha umiliato la sua donna tradendola per anni (con un’amante chiamata, con un pizzico di ironia, “GAYet”), non sapendo frenare i suoi appetiti sessuali. Non è certo un caso.
    Najat Vallaud-Belkacem, il ministro degli Affari sociali e della Salute francese, ha creato un sito governativo per sponsorizzare l’interruzione di gravidanza e l’Alto consiglio per l’uguaglianza tra uomini e donne (Hcefh) ha decretato l’imminente abolizione all’obiezione di coscienza per i medici. La libertà sarà solo quella di abortire, ha commentato Paola Bonzi del Centro aiuto alla vita della Mangiagalli di Milano.
    Ma ancora molti sono coloro che non cadono nell’ennesima ideologia, che riconoscono la miseria degli idoli prodotti dall’uomo e la vacuità di queste sterili battaglie. 50mila sono i francesi, infatti, scesi ancora una volta nelle piazze in queste ore, consapevoli che il giorno dopo il potere mediatico sarebbe sceso a sua volta in campo violentemente. “Tradizionalisti”, “anti-gay”, “conservatori”, “irriducibili anti-matrimonio gay”, “saluti nazisti”…le etichette si sprecano.
    Nonostante la ricerca scientifica abbia anche recentemente confermato le naturali inclinazioni dei maschietti e delle femminucce, il governo Hollande -ossessionato dai bambini- vuole entrare nelle scuole per convincere i bambini a giocare con le bambole e le bimbe con spade e carri armati. Ognuno diventa quel che vuole, ognuno è indipendente dal legame con l’autorità naturale, l’autodeterminazione e l’emancipazione dev’essere totale. I genitori francesi si sono ribellati tenendo a casa i figli da scuola (30% di assenteismo), tanto che il ministro Peillon si è spaventato e ha affermato: «Ciò che facciamo non è la teoria del gender, che rifiuto, ma promuovere i valori della Repubblica e l’uguaglianza tra uomini e donne». L’ideologia dell’uguaglianza, ovvero l’omologazione del nuovo comunismo. Le differenze non vanno valorizzate ma combattute, eliminate, violentate.
    Uno dei guru del laicismo italiano, il filosofo del PD Michela Marzano (essendo un femminista scatenato usiamo il maschile per rispetto al suo desiderio di uguaglianza con gli uomini), cerca di minimizzare il progetto francese, spiegando che «c’è solo l`idea di introdurre nei programmi scolastici alcune nozioni (sesso, genere, orientamento sessuale), per spiegare l`origine di alcuni stereotipi sessisti e promuovere così, fin dall’infanzia l’uguaglianza». Sesso, genere, orientamento sessuale…l’ossessione del sesso fin dalla tenera età in nome, ovviamente, di valori altissimi. Così è facile accusare di essere a favore del sessismo e del razzismo chi si dichiara contrario all’indottrinamento unisex.
    Anche in Italia alcune scuole hanno cominciato a modificare e riscrivere le favole, in ognuna c’è un divorzio, un aborto, i figli nascono dalla provetta, c’è la Biancaneve lesbica e il Principe gay. La componente sessuale è onnipresente. In queste favole tutto è normale, tutti sono felici e tutto ha lo stesso valore e se poi nella realtà i bambini, reali vittime di queste situazioni, non sono poi entusiasti, la colpa allora è della società che li discrimina. Non c’è più alcun bene a cui tendere crescendo, tutto è indifferente e se poi non si è felici la colpa è sempre degli altri. Il massimo grado della diseducazione...
    E’ notizia di oggi che, a causa dell’ondata umana di francesi contrari all’educazione iper-sex, il governo francese ha dovuto (temporaneamente?) ritirare il progetto di legge anti-famiglia. Una breve vittoria ma l’ideologia pansessualista è troppo forte e troppo potente. Quando non c’è più nessuno in alto a cui guardare, l’uomo può solo abbassare lo sguardo e concentrarsi su altro. Dall’ombelico in giù.
    Hollande, la Francia e la battaglia pansessualista | UCCR

    L’italiano e la “neolingua”.
    Da Libertà e Persona
    di Stefano Detoni
    Una serie di parole della lingua italiana sta venendo abolita, oppure, se più vi piace, ne è stato vietato l’uso. Ciò è partito da un qualche invisibile governo o autorità, e viene messo in atto soprattutto dai giornalisti, che si sono quasi tutti adeguati a dette oscure direttive.
    Un primo gruppo di parole che non si devono pronunciare o scrivere è “matrimonio, sposarsi, marito, moglie, coniuge”. Il fatto che ci si riempia la bocca compiaciuti con “compagno/a” può essere giustificato se le due persone in merito convivono, ma non lo è affatto se esse sono sposate. Dire “compagna” di una moglie, o “compagno” di un marito è una forzatura semantica violenta, o una vera e propria falsificazione della realtà. L’intento del parlante è sbiadire a poco a poco il concetto di matrimonio dalla mente delle persone, fino a cancellarlo. Ciò è accaduto, oltre che in una miriade di casi di persone comuni che popolano i talk-show televisivi, anche in due casi celebri. Mi riferisco al presidente francese François Hollande, che si sarebbe separato dalla “compagna” dopo che la sua tresca con l’amante è venuta alla luce. Peccato però che la prima è in realtà sua moglie. Come si sarà sentita la signora Hollande ad esser stata dalla stampa degradata a concubina, dopo esser stata tradita dal marito? Poi ci sarebbe il caso di Dario Fo e Franca Rame. Dopo che la seconda era venuta a mancare, i giornali parlarono tempo fa del dolore del suo compagno Dario Fo, di come avrebbe affrontato la perdita della compagna, ecc. Essendo questi due esponenti della sinistra italiana, il divieto di nominare la parole “matrimonio/moglie/marito” era perentorio. Avevo finito per credere anch’io che i due fossero semplicemente conviventi. Poi, gratta gratta, ed ecco che in un articoletto delle pagine interne di un quotidiano lo stesso Fo dice al giornalista che lo intervista che erano sposati, e pure in chiesa. Questo ulteriore dettaglio ne fa un vero tabù, che non si deve nominare.
    Insomma, mentre si calca la mano su terminologie come “matrimoni omosessuali” o “nozze gay” è vietato parlare di matrimonio se le persone sono uomo e donna, e dei due non si deve neppure dire che sono marito e moglie.
    Poi è già da un po’ di anni che è entrato in vigore, emanato dalla stessa invisibile autorità, il divieto per il femminile di certi termini: direttore, dottore, ricercatore, studente, e simili. Queste parole avrebbero la loro bella versione al femminile, ma non la si deve dire, e (ahimè) le donne sono le prime a non farlo quando parlano di sé. Vogliono omologarsi all’uomo in tutto, rinnegando la loro femminilità, perché, se no, non sono emancipate. Più che segni d’emancipazione, invece, sono sintomi di un femminismo esasperato e scomposto.
    Non da molto, poi, è stato bandito l’articolo “la” davanti al cognome di una donna (quando non viene menzionato il nome). La nostra ricca e versatile lingua lo prevede, per comunicare sul momento se si sta parlando di una donna o di un uomo (i cognomi notoriamente sono asessuati, quelli sì). Quindi, se uno non è informato che la Camera è guidata da una donna, come lo sono la regione Friuli Venezia-Giulia e l’isola di Lampedusa, deve accontentarsi di sapere che Serracchiani, Boldrini e Nicolini sono semplicemente tre persone. Il problema a monte è che premettendo l’articolo al cognome femminile si farebbe discriminazione di sesso, anzi di genere, e quindi non si può.
    Ma ecco che ho toccato un altro tasto dolente, cioè il divieto di usare la parola “sesso” (beninteso, solo in un’accezione, le altre sono benvenute). Ebbene, la parola “genere”, fino a pochi anni fa, serviva in grammatica per parlare dei sostantivi, che si dividono in maschili e femminili, ma non hanno sesso. Dunque ci voleva proprio la parola “genere”. Oggi, però, si dice “genere” per distinguere uomini e donne, o coloro che sono l’uno ma si ritengono l’altro. Ma le persone hanno un sesso, e allora che si fa? Oppure non siamo persone, ma sostantivi? Ciò che stizzisce è che a volte pure i cattolici parlano di “discriminazione di genere” o di “opportunità di genere”. Piegandosi a queste terminologie faziose, in un giorno non lontano i moduli della pubblica amministrazione potrebbero recare la dicitura “genere” seguita da cinque (o più) quadratini da barrare.
    Non li dobbiamo rispettare questi divieti, queste nuove direttive linguistiche, questa “neolingua” che mira a cambiare concetti fondamentali, a cancellare dati di natura, a cambiare in modo silente la nostra mentalità. Dobbiamo perciò dire “sono di sesso maschile” o replicare “compagno un cavolo, quello è mio marito!”, ecc. Del resto la manipolazione del linguaggio è stata ed è un’attività di tutti i regimi totalitari. Il comunista Geroge Orwell, spaventato da quanto stava accedendo in URSS e da quanto era accaduto in Germania, scrisse negli anni ’40 del secolo scorso i celebri “La fattoria degli animali” e “1984”. In entrambe le opere lo scrittore punta il dito, tra l’altro, contro la lingua manipolata ad opera del potere totalitario, tra parole vietate, altre dal significato cambiato, e altre ancora coniate ad hoc.
    La “neolingua” così istituita crea alla lunga una nuova mentalità. Alla quale non dobbiamo sottometterci.
    L?italiano e la ?neolingua?. | Libertà e Persona

    Nell’infame attacco dell’ONU alla Chiesa c’è un lato positivo, molto positivo. Ed è il fatto che il nemico getta la maschera, una maschera durata decenni, troppo a lungo, e che ha permesso a molti dei nostri ecclesiastici tutti intenti al potere e al compromesso, di preoccuparsi di piacere al mondo o almeno di adattare la Chiesa alle “esigenze della modernità”.
    Questo attacco infame invece è per tutti costoro un bel pugno in faccia che li stende e che stende i loro sforzi di far coabitare Dio e Mammona.
    Cari nostri pastori, potete fare tutti gli sforzi e i salti mortali che volete, potete far finta di non vedere, potete spingere al massimo la vostra capacità di menzogna e compromesso, potete tacere fino all’inverosimile dinanzi alla modernità che avanza fra eutanasia, aborto, omosessualismo, pedofilismo, e chi più ne ha più ne metta… Potete far passare per fanatici e ingenui coloro che vi riprendono… Ma non c’è niente da fare. Avete dimenticato chi è l’ispiratore della modernità, della postmodernità, del liberalismo, del socialismo, del progresso, e quindi dell’ONU.
    Vi state vendendo l’anima a questo ispiratore, che tanto non vi aiuterà di certo, come non aiuterà i suoi figli. Tornate a Cristo e fregatevene dell’ONU. Pregate Maria e i santi, e pensate a pascere le pecore che Dio vi ha affidato. Guardate al Cielo e lasciate stare il mondo. Solo così il mondo vi potrà seguire. E’ il contrario di quello che pensate.
    Paura delle persecuzione? Perché, dove pensavate di stare, nel paradiso in terra promesso dal sol dell’avvenire? Vi siete dimenticati che questa è una valle di lacrime? Vi siete dimenticati come è nata e come si è affermata la Chiesa nei secoli? Vi siete dimenticati di centinaia di migliaia di martiri degli ultimi due secoli che vi guardano dal Cielo?
    Beh, state certi: il nemico non si dimentica di voi.
    Sì, sono proprio contento che l’ONU sia talmente infame da gettare la maschera. Forse, potrà servire a iniziare a distinguere finalmente i confusi e i codardi ma in fondo buoni dai venduti traditori, i cultori di quei 30 denari che li porteranno alla tragedia.
    L’ONU è l’antichiesa! SVEGLIA!!!!
    Massimo Viglione

    Un tempo si sceglieva il martirio. Oggi il tradimento… però con tanto “dialogo”
    di Patrizia Fermani
    By Riscossa Cristiana
    Ora che il Moloch omosessualista, in un grandioso disegno egemonico (omosex über alles) mette le mani anche sui bambini, con la complicità degli imbelli governi occidentali, i rappresentanti della nuova civiltà cattolica in liquidazione fallimentare si adeguano, appesi come amebe ai propri filamenti lattiginosi.
    di Patrizia Fermani
    Quando ai cristiani veniva chiesto di adorare l’imperatore, pena la morte, essi scelsero la morte.
    Non dissero “questa è una pratica inopportuna, che può turbare un corretto sviluppo delle nostre relazioni pubbliche e non dà spazio ad un confronto costruttivo in una società plurale; non risponde pienamente ai vantaggi offerti dal meticciato, non risponde alle esigenze educative di maturazione di generazioni adulte e consapevoli della ricchezza del dialogo tra diverse realtà esperienziali; bisognerebbe parlarne, magari confrontarsi nel pieno rispetto di tutte le idee, e soprattutto nel rispetto delle persone….”
    No. Si fecero sbranare, crocifiggere.
    Certo, adorare l’imperatore significava la negazione del primo comandamento. E a prima vista non sembrerebbe congruo paragonarla alle tergiversazioni, ai distinguo, alla esibizione di prudenza e tolleranza (la fortezza non va più di moda dai tempi del papa buono....) con cui da tanto tempo vengono affrontati dentro e fuori la Chiesa, ma sempre sotto il vessillo cattolico, tutti i pericoli che assediano la vita della società e ne minacciano ormai da vicino la stessa sopravvivenza. Pericoli e minacce che hanno a che fare con la violazione di altri comandamenti.
    Tuttavia, se si pensa che il primo comandamento riassume in sé tutti gli altri perché questi manifestano quale sia la volontà di quell’unico Dio per l’uomo, ecco che l’accostamento non risulta affatto peregrino. Tanto più che per il momento non si tratterebbe di rimetterci la pelle, ma soltanto una poltrona, un arcivescovado, un posto in qualche congregazione vaticana, uno stipendio di vaticanista al passo coi tempi, o guadagnare l’inimicizia grave di quelle donne colte e illuminate che sputano addosso ad un raro prelato coraggioso, o delle parlamentari dedite a cattolicissime convivenze saffiche.
    Ora che il Moloch omosessualista, in un grandioso disegno egemonico (omosex über alles) mette le mani anche sui bambini, con la complicità degli imbelli governi occidentali, i rappresentanti della nuova civiltà cattolica in liquidazione fallimentare si adeguano, appesi come amebe ai propri filamenti lattiginosi. Senza neppure mostrare la grandezza diabolica del male che si manifesta come tale.
    Essi rimangono infatti acquattati dietro alle parole magiche: diritto, libertà, uguaglianza, dignità, e giù a pioggia, che servono a nascondere impudentemente ogni nefandezza sull’esempio ben riuscito del vecchio e beffardo “Arbeit macht frei” che riempiva di comprensibile orgoglio gli ospiti involontari di Auschwitz.
    Così approvano il demenziale rapporto Lunacek. I loro nomi sono: Prodi, Toia, Costa, Pirillo e Frigo; Zanicchi, Matera, Patriciello, Ronzulli.
    Certo una sedia a Strasburgo, a Bruxelles o a Roma val bene di più di tutto il decalogo, per non dire degli allegati paolini.
    Un tempo si sceglieva il martirio. Oggi il tradimento? però con tanto ?dialogo? ? di Patrizia Fermani | Riscossa Cristiana



    Francia, la vittoria della Manif e la ragione e l’orgoglio dei cattolici che «non si sono addormentati»
    Il ritiro della legge sulla famiglia è un esempio di come si possano sostenere le proprie idee senza farsi prendere dallo sconforto. Leggete questa lettera dell’arcivescovo di Lione, che ha partecipato all’evento del 2 febbraio
    «Per i bambini senza nascita, senza genitori, senza voce, per le persone senza vecchiaia, senza avvenire (…) e per tutti i “senza” che oggi sono il nostro prossimo, la parabola del Buon samaritano mi interpella: io, Philippe, prete, non posso andare per la mia strada. Questo è il senso della mia presenza alla “Manif pour tous” del 2 febbraio a Lione».
    Con queste parole l’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin ha annunciato il 23 gennaio sul quotidiano cattolico La-Croix la sua partecipazione alla manifestazione contro la “famigliafobia”, che si è tenuta anche a Parigi e in tutta Europa. Una manifestazione che ha avuto successo tanto che il governo di Francois Hollande ha deciso di stoppare la cosiddetta legge sulla famiglia.
    TESTIMONI. Barbarin ripercorre la battaglia della Manif pour tous contro la legge Taubira sul matrimonio e l’adozione gay. Scendere in piazza è stato «per molti cristiani l’occasione di mettere in atto l’ultima consegna di Gesù: “Sarete miei testimoni”».
    AGIRE E MANIFESTARE. Per l’arcivescovo di Lione non bisogna smettere di impegnarsi con la scusa che la legge sul matrimonio gay è passata, perché «il Signore non pretende da noi per forza dei risultati. Noi non siamo stati inviati per vincere ma per testimoniare, perché, alla fine della nostra vita, non saremo giudicati sulle nostre vittorie ma sull’amore e sulla coerenza nel difendere la fede».
    Ecco perché bisogna continuare a «pregare, parlare, agire e manifestare. Perché il Vangelo sul Giudizio universale potrebbe proseguire così: “Sono stato privato di uno dei miei genitori fin dalla nascita e voi non avete manifestato!”».
    FECONDAZIONE E UTERO IN AFFITTO. Monsignor Barbarin si riferisce alla legge sulle Famiglie. All’interno della legge si sarebbe discusso anche della fecondazione assistita e dell’utero in affitto. «[La legge] non parlerà né di maternità surrogata, né di fecondazione assistita, ma sappiamo che, scacciati dalla porta ufficiale, questi temi rientreranno attraverso la finestra degli emendamenti. (…) Se si estende l’accesso alla fecondazione assistita e si apre quello alla maternità surrogata tutta la filiazione si ritroverà sconvolta e disorientata».
    «BAMBINI PRIVATI DEI GENITORI». Per la prima volta, infatti, «ci ritroveremo con una generazione di bambini privati intenzionalmente di uno dei genitori. Si pensi una attimo gli alberi genealogici, a come sono simbolizzati oggi e a come potrebbero esserlo domani: “Solo i fiori artificiali non hanno bisogno di radici”, ha avvertito un filosofo».
    «In fondo – aggiunge l’arcivescovo – queste misure imporrebbero il diritto dell’adulto sul diritto del bambino, il diritto del più forte su quello del più debole.. già terribilmente penalizzato dalla legge sull’aborto».
    Per questo bisogna manifestare, «perché ognuno di noi oggi può riconoscere la sua esistenza come frutto dell’unione di un uomo e una donna. (…) Cosa diremo ai nostri figli quando ci chiederanno come abbiamo potuto lasciare accadere tutto questo? (…) Bisogna ringraziare tutti i veilleurs: non si sono addormentati e ci hanno aiutato a restare vigili».
    Francia, Barbarin: «I cattolici devono manifestare» | Tempi.it

    Le Sentinelle in piedi vi aspettano a Piazza dei Mercanti a Milano: sabato 15 febbraio - ore 16.15 - portatevi un buon libro e passate parola
    Chi sono le Sentinelle in Piedi?
    Un movimento apolitico e aconfessionale nato su ispirazione dei Veilleurs debout francesi.
    Le Sentinelle in Piedi difendono la libertà di pensiero.
    Il ddl Scalfarotto contro l’omofobia e la transfobia rischia di far diventare illegale l'affermare l'unicità del matrimonio tra un uomo e una donna.
    Le sentinelle in piedi non gridano, non manifestano, non offendono, stanno in piedi con un libro in mano sulla pubblica piazza per affermare che un bambino ha diritto a un padre e a una madre (il rischio è che questa affermazione diventi punibile con il carcere).
    Viviamo una stagione in cui anche le cose più semplici vanno "ri-dette", ribadite come se si stesse perdendo la memoria. Le Sentinelle in Piedi, non creano disagio all'ordine pubblico, ci sono, la loro forza è il loro silenzio e la loro presenza.
    "Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare". (Gandalf)
    John Ronald Reuel Tolkien

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    I cattolici senza un quotidiano laico che li rappresenti
    di Cesaremaria Glori
    By Riscossa Cristiana
    Lunedì scorso ho acquistato il quotidiano “Il Giornale”, come faccio ogni mattina anche se, negli ultimi tempi, con un crescente distacco e senso di insoddisfazione per il contenuto sempre più scialbo e insoddisfacente assunto dal quotidiano. Dopo aver svogliatamente scorso i titoli, mi sono soffermato su di un articolo che trattava del falso problema dell’omofobia. L’autore non mi era noto e, probabilmente, deve essere un giovane giornalista oppure una nuova firma di quel quotidiano…
    di Cesaremaria Glori
    Dopo avere letto le prime righe mi sono incuriosito per l’impostazione del tutto nuova verso l’argomento. Se in precedenza la linea del quotidiano era di trattare l’argomento omofobia con un certo riserbo e senza schierarsi apertamente per il pro o per il contro, questa volta l’articolista si esprimeva con un tono che rivelava non soltanto un aperto sostegno alla tesi politicamente corretta della legittimità del disegno di legge Scalfarotto, ma giungeva a criticare, con palese disprezzo, coloro che si battono contro questo progetto.
    Già da tempo la linea del giornale si faceva notare per un lento ma progressivo scivolamento verso posizioni radicali in tema di morale sposando tesi che sono patrimonio della cultura di sinistra. Ho voluto leggere l’articolo sino in fondo, nonostante la crescente irritazione e la delusione per dover constatare che, come cattolico, sono stato tradito da questo quotidiano. Cominciai ad acquistarlo e a sostenerlo sin dalla sua apertura con Indro Montanelli e poi con i successori. Come cattolico vedevo in quel quotidiano una voce in sintonia e, in ogni caso, conciliabile con le idee di fondo e con quei principi che sarebbero stati definiti non negoziabili da Benedetto XVI.
    A dire il vero, in questi ultimi tempi, il prima direttore e poi firma di prestigio Vittorio Feltri, mente decisamente brillante e dotata di una logica stringente, aveva preso un atteggiamento sempre più sarcastico verso tutto ciò che riguardava la fede cattolica e, in genere, la metafisica. Il suo materialismo ammantato da scetticismo di maniera e da una certa aria di superiorità intellettuale, quel suo ribadire, sin quasi ad essere patetico, la sua miscredenza, o meglio il suo ateismo e il suo olimpico distacco da tutto ciò che sa di miracolo e di religioso, mi sembravano falsi come se dovesse far sapere a qualcuno che lui era affidabile e che sapeva svolgere il compito con abilità e maestria. Chi non crede non ha bisogno di ripeterlo e sbandierarlo continuamente. Se lo fa è perché non ne è convinto oppure perché deve farlo sapere a qualcuno cui deve il successo. Comunque questo patetico aspetto del pur bravo giornalista riguardava soltanto lui e poteva essere tollerato in un giornale che, sino a qualche anno fa, poteva essere considerato la sponda di quel cattolicesimo trascurato dalla gerarchia per il suo attaccamento alla tradizione e per la sua insofferenza a ritrovarsi nelle pagine di quotidiani che, pur dichiarandosi cattolici, sono troppo sbilanciati a sinistra e troppo poco convinti a sostenere con vigore quei principi non negoziabili sui cui ha tanto insistito Benedetto XVI.
    In conclusione, giunto al termine dell’articolo, ho detto: Basta, questo giornale non fa più per me. La misura è colma e ho cestinato immediatamente quei fogli destinandoli al cassonetto della carta. Sono dispiaciuto per non poter più seguire le belle interviste di Lorenzetto o i sapidi commenti giornalieri di Paolo Granzotto o la rubrica “Santi del giorno” di Rino Cammilleri. Il Giornale ha sposato la deriva morale di questo Occidente impazzito che sta suicidandosi. Non posso accettare di sostenere un giornale che sposa una campagna mediatica che equivale ad una scandalosa propaganda intesa a legittimare e a diffondere un vizio che grida vendetta al cospetto di Dio. Se “Il Giornale” vuole fare da stampella a questa scandalosa campagna lo farà senza di me e, spero e mi auguro, senza il sostegno di tanti cattolici che guardano con orrore a ciò che si sta consumando contro le nuove generazioni. Resteremo senza quotidiano nazionale ma si può vivere egualmente. Lo sostituiremo con i giornali locali per seguire le vicende a noi più vicine. Per i temi più importanti ci sono, fortunatamente, gli strumenti offertici dal progresso, cioè il Web. Ciò non deve però farci arrendere.
    Se tutti i veri cattolici che si sentono orfani de “Il Giornale” scriveranno una lettera di protesta alla Direzione, lamentando la deriva radicaleggiante assunta dalla redazione, forse qualcosa potrà cambiare e tornare ad essere accettabile. Ma affinché ciò accada, la protesta deve poter contare su un numero elevato di firme. E’ ben vero che ci sono altri quotidiani che, similmente a Il Giornale, sono stati considerati accettabili dai cattolici tutti d’un pezzo. E siamo tanti! Questi giornali ( “Il Giornale”, Libero, Il Tempo e pochi altri che non sto qui ad elencare) sanno che la perdita di un bacino di lettori ( ed elettori) come quello dei cattolici non di sinistra può costituire la loro condanna sul piano economico. Ma se non glielo facciamo comprendere continueranno nella deriva morale su cui si sono indirizzati e allora sarà troppo tardi. Le elezioni, forse, non sono lontane e certe avvisaglie farebbero correre ai ripari e ad abbandonare le avventure progressiste di certe persone e di certe redazioni.
    I cattolici senza un quotidiano laico che li rappresenti ? di Cesaremaria Glori | Riscossa Cristiana

    Svizzera. In 30 scuole arrivano le “Sex-box” con peni di peluche per insegnare ai bambini (4 anni) «masturbazione e piacere fisico»
    Un gruppo di genitori ha protestato e raccolto 100 mila firme che ora obbligano il governo a indire un referendum contro «la sessualizzazione negli asili e alle elementari»
    Leone Grotti
    Falli in legno, peni e vagine di peluche, video e pupazzi. È il contenuto delle “Sex-box” per l’educazione sessuale arrivate in 30 scuole elementari del Cantone di Basilea e che ha scatenato le proteste dei genitori.
    A PARTIRE DAI 4 ANNI. L’iniziativa promossa dall’Ufficio federale della Sanità pubblica, in collaborazione con il ministero della Pubblica istruzione, prevede per i bambini dai 4 ai 6 anni l’insegnamento dell’anatomia del corpo umano e come avviene il concepimento. Tra i 6 e 10 anni la spiegazione di argomenti come masturbazione, orientamento sessuale, preservativi, prima mestruazione e prima eiaculazione. Tra i 13 e i 15 anni si affrontano, invece, molteplici temi sessuali.
    «CONTRO LA SESSUALIZZAZIONE». Questo tipo di educazione lanciato in forma sperimentale, dovrebbe diventare obbligatorio a partire dall’anno scolastico 2014/2015 per «fornire ai giovani le conoscenze essenziali, le capacità, le competenze e i valori di cui hanno bisogno per conoscere la loro sessualità, provando piacere fisico, psichico ed emozionale».
    Ma un gruppo di genitori ha lanciato una campagna nazionale per promuovere un referendum contro «la sessualizzazione negli asili e alle elementari». La campagna ha raccolto in pochi mesi 100 mila firme e ora il governo federale dovrà indire un referendum.
    REFERENDUM. La proposta dei promotori del referendum è di abolire l’educazione sessuale nelle scuole a bambini fino ai 9 anni di età, di renderla opzionale fino a 12 anni e obbligatoria per i più grandi a patto che sia condotta da insegnanti di biologia che si concentrino «sulla riproduzione» senza andare a toccare gli «aspetti sociali della sessualità».
    Svizzera. Educazione sessuale: referendum contro le Sex-box | Tempi.it



    Scuola di Stato Lgbt. Zecchi: «Sottraggono i figli all’educazione dei genitori. Degno del peggior comunismo stalinista»
    Da laico e liberale, Zecchi si ribella alla propaganda Lgbt per gli alunni. «Trasformano una questione culturale in un fatto ideologico. Se per qualcuno l’omosessualità è naturale, non significa che si debba insegnare»
    Francesco Amicone
    Le fiabe gay propinate ai bambini dell’asilo per “sensibilizzarli” sulla causa Lgbt cambieranno in positivo il mondo? Non lo possono sapere nemmeno quelli che lo sperano. Di certo l’indottrinamento infantile nella scuola pubblica italiana su un tema che non gode di largo consenso – e che spesso si contrappone all’educazione impartita in famiglia – fa infuriare tanto i genitori cattolici e religiosi quanto i laici come Stefano Zecchi.
    Il noto giornalista e docente di Filosofia estetica all’Università statale di Milano ha scritto di recente un articolo infuocato contro il Comune di Venezia per aver proposto la lettura di fiabe gay agli asili cittadini. A suo parere, la diffusione di libelli sulle famiglie omosessuali nelle scuole dell’infanzia producono «una violenza psicologica» sui bambini. «Quello che ha fatto il Comune di Venezia è stato superato soltanto dalle linee guida dell’Unar». «Mette i brividi questo tentativo di sottrarre i bambini all’educazione dei genitori, contrapponendo ai valori e alle tradizioni della loro famiglia, qualcosa di imposto dallo Stato e di aleatorio». «Una cosa degna del peggior comunismo stalinista», commenta.
    Professor Zecchi, la proposta della presidenza del Consiglio di portare la “teoria del gender” nelle scuole pubbliche è passata quasi inosservata fino a pochi giorni fa. Come mai?
    Anch’io mi chiedo perché si sia subita questa iniziativa senza che nessun politico abbia fatto nulla. È mai possibile che a livello governativo ci sono funzionari che portano avanti queste azioni di propaganda, senza che i ministri sappiano nulla, o non dicano niente? Questi documenti sono il frutto di un lavoro partito quando c’era al governo Berlusconi, poi proseguito sotto Monti e infine sotto Letta. Possibile che chi non è d’accordo, come non dovrebbe esserlo il centrodestra, non abbia strumenti di conoscenza da contrapporre a questa deriva?
    Si dice che l’omosessualità è naturale. Che non c’è nulla di male nell’insegnare la naturale diversità delle scelte sessuali ai bambini.
    I progressisti hanno sostituito il marxismo con la teoria del gender e ora vogliono imporla anche ai bambini. Quale sostenibilità scientifica abbia non lo so e la cosa non mi interessa. Quello che mi importa è la questione culturale. Il vero problema è trasformare una questione culturale in un fatto ideologico che entra a far parte dell’educazione del bambino in contraddizione con il diritto di una famiglia a educare i figli come crede. La cosa è grave anche perché questa proposta culturale si oppone a un’idea di famiglia, quella tradizionale, che comunque rimane il cardine della società.
    La teoria del gender sostiene che il modello di famiglia tradizionale non sia l’unico e che andrebbe superato in nome della libertà sessuale.
    Gli omosessuali possono benissimo fare ciò che vogliono. Le proprie propensioni sessuali uno se le gestisce come crede. Dal punto di vista culturale, però, per quanto riguarda la libertà sessuale, bisogna porre dei limiti. Se questa teorizzazione libertaria sulle propensioni sessuali contempla la pedofilia non è lecito opporsi? Se in questa teoria che propaganda l’assoluta libertà di scelta sessuale c’è anche l’incesto, bisogna tacere? La libertà sessuale, che noi accettiamo, è comunque anch’essa un fatto culturale. Non è un fatto naturale. Se è naturale la pedofilia, non credo che la nostra cultura debba accettarla. Non credo che la nostra cultura debba accettare l’incesto. Se per qualcuno queste sono propensioni naturali, non significa che si debbano accettare e propagandare.
    In Svizzera si è tentato di sperimentare le “sex box”, scatole contenenti fra gli altri gadget anche peluche a forma di organi sessuali, per educare i bambini sotto i cinque anni a una libera e consapevole sessualità. Cosa ne pensa?
    È il risultato di un laicismo ignorante che pensa di poter arrivare a un’educazione scientifica tale da garantire a tutti i bambini e poi a tutte le persone una libera criticità. Questa è una delle supposizioni più arroganti e sbagliate del pensiero scientifico, perché distrugge la simbolicità della vita. Quando la scienza pensa di avere la capacità di ridefinire la razionalità dell’uomo nel suo complesso si arriva sempre a una visione totalitaria della vita delle persone. In queste cose ci vedo un principio di violenza simile a quello nazista.
    Non è inutile opporsi? Ormai sembra che questo sia il futuro che ci attende.
    Non direi. Bisogna fare una battaglia culturale. A posizioni di questo tipo bisogna contrapporsi con forza: difendere la famiglia, la sessualità, che è uno degli elementi e non l’elemento fondamentale della vita dell’uomo. A una cultura ideologica così forte, bisogna contrapporre un’altra cultura, non ideologica, ma critica, mitico-simbolica se si vuole, della vita della persona. Dal punto di vista cristiano ci sono elementi molto forti per combattere questa battaglia. Sono i laici che non mi sembrano determinati. C’è una forte determinazione da parte di chi abbraccia questa ideologia laicista, progressista, scientista, invece dall’altra parte c’è una visione sempre dimessa, che si limita al lamento, a parlare dell’egemonia culturale della sinistra, a rivolgere canti pietosi al cielo. Bisogna agire, non aspettare. E per farlo bisogna contrapporre idee forti.
    Scuola Lgbt. Zecchi: «Degno del comunismo stalinista» | Tempi.it

    Avanti un altro!
    Pubblicato da Berlicche
    La prima volta che ho visto quella casellina sono rimasto perplesso, l’ammetto.
    “Cosa sei? Segna con una crocetta
    ◊ Uomo
    ◊ Donna
    ◊ Altro”
    Che senso ha chiedere di specificare qualcosa che si crede ininfluente e indefinito, mi sono domandato? Stavo per fare una croce sulla casellina “uomo” quando mi sono fermato.
    Altro? Altro!
    Quale immensa possibilità!
    Ecco, ho pensato, potrei essere un astronauta. Il mio sogno di ragazzo. Oppure un premio Nobel. Perché non un premio Nobel? Insomma, ci sono dei limiti o no? Perché se non ci sono limiti potrei anche essere…che so, un gatto.
    Un gatto è quel livello della natura che sa da dove arrivano i suoi croccantini. Potrei sicuramente essere un gatto. Ma forse è troppo banale. Un ornitorinco. Un ornitorinco non è certo banale. Voglio essere un ornitorinco. No, aspetta…
    A questo punto, perché non un drago? Un drago è sicuramente altro! Non mi vengono in mente altre cose più altre di un drago!
    Pensate a tutti i vantaggi che dà essere un drago!
    Quindi ho deciso. Drago.
    Se vogliamo prendere in giro la realtà, facciamolo per bene.
    Avanti un altro! | Berlicche



    La Francia propone di eliminare l’homeschooling. «Vogliono lo Stato educatore»
    Se passasse la legge presentata dall’Ump ricevere un’educazione a casa diventerebbe praticamente impossibile. La protesta del “Blog sulla libertà scolastica”: «Non si strumentalizza la scuola a fini politici»
    Leone Grotti
    In Francia è stata depositata in Senato da un gruppo di senatori dell’Ump una proposta di legge che, qualora venisse approvata, vieterebbe l’istruzione domiciliare, il cosiddetto homeschooling. Ricevere un’educazione a casa diventerebbe possibile solamente per chi soffre di una malattia o di un handicap fisico tale da rendere «impossibile» la scolarizzazione classica.
    «GENITORI USURPATI». Il “Blog sulla libertà scolastica”, che ha riportato la notizia, parla di «attacco alla libertà scolastica»: «La Francia – si legge – passerebbe da un regime di istruzione obbligatoria a uno di scolarizzazione obbligatoria in una struttura collettiva. In questo modo verrebbe violato il principio costituzionale della libertà d’insegnamento e anche l’articolo 26-3 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo: “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli».
    STATO EDUCATORE. La legge è stata presentata ufficialmente con lo scopo di «favorire la socializzazione dei bambini» ma, continua il blog, «studi americani mostrano che i bambini che studiano a casa sono almeno tanto dotati per le relazioni sociali quanto gli altri». Anne Coffinier, direttore generale della Fondazione per la scuola, paventa invece che dietro la legge ci sia «un’idealizzazione irrealistica dello Stato educatore» e mette in guardia da chi vuole «strumentalizzare la scuola a fini politici».
    RELIGIONE REPUBBLICANA. Non si può dire che la preoccupazione di Coffinier sia campata in aria se si vanno a leggere alcune dichiarazioni di Vincent Peillon, ministro dell’Educazione nazionale. Il ministro socialista, che vuole fondare una nuova «religione repubblicana» all’insegna della laicità, ha dichiarato: «La scuola gioca un ruolo fondamentale, perché la scuola deve strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. È come una nuova nascita, una transustanziazione che opera nella scuola e per la scuola, la nuova chiesa con i suoi nuovi ministri, la sua nuova liturgia e le sue nuove tavole della legge».
    La Francia propone di eliminare l'homeschooling | Tempi.it

    Delirio omosessualista. Viaggio nella fogna profonda
    Leggiamo ciò che si scrive sul sito di un’associazione “GLBT”, e rendiamoci conto dei gravissimi pericoli che corrono i nostri giovani e la nostra società.
    di Paolo Deotto
    By Riscossa Cristiana
    Lo abbiamo detto più volte. L’omosessualità è una patologia; curabile, nella gran parte dei casi, ma resta comunque una patologia, che coinvolge le delicatissime sfere dell’affettività, della capacità di rapportarsi correttamente con gli altri e con la stessa realtà.
    Tra un po’ di tempo, se passa anche al Senato la legge Scalfarotto, scrivendo queste cose potremo finalmente vivere a carico dello Stato in qualche accogliente carcere. Vedremo.
    Per ora vogliamo offrire ai nostri lettori alcune “perle” tratte da un sito di una delle varie associazioni di omo-trans-lesbo-echealtrononsaprei. Nella fattispecie, si tratta dell’associazione Jonathan – Diritti in movimento, “che intende affermare il fondamentale diritto all’emotività di tutti gli esseri umani, in particolare del popolo Gay Lesbico Bisessuale e Transessuale, quel pezzo di società a cui questo diritto basilare è negato.”
    Cosa sia di preciso il “fondamentale diritto all’emotività” ci risulta un po’ oscuro. Risultano invece tremendamente chiare ed esplicite le intenzioni degli aderenti a questa associazione. Leggiamo alcune perle tratte da un articolo pubblicato sul loro sito (avvertenza: leggete prima dei pasti, se volete perdere l’appetito e trarne giovamento per la vostra linea. Leggete dopo i pasti, se volete vomitare).
    Ecco qualche perla. Chi voglia leggersi tutto l’articolo, non deve far altro che CLICCARE QUI:

    Jonathan Diritti in movimento - la fanzine

    “Noi sodomizzeremo i vostri figli, simboli della vostra mascolinità debole, dei vostri sogni superficiali e delle vostre volgari menzogne. Li sedurremo nelle vostre scuole, nei vostri dormitori, nelle vostre palestre, nei vostri spogliatoi, nelle vostre arene, nei vostri seminari, nei vostri gruppi giovanili, nei bagni dei vostri teatri, nelle vostre caserme, nei vostri parcheggi, nei vostri club maschili, nelle vostre camere del Congresso, ovunque gli uomini sono insieme ad altri uomini. I vostri figli diventeranno i nostri lacchè e faranno ciò che vogliamo. Saranno plasmati di nuovo a nostra immagine. Ci desidereranno e ci adoreranno.”
    “Tutti gli omosessuali devono essere uniti come fratelli; dobbiamo essere uniti artisticamente, filosoficamente, socialmente, politicamente e finanziariamente. Noi trionferemo solo quando presenteremo un unico volto comune al nemico eterosessuale. Se osate urlarci froci, finocchi, ricchioni, pugnaleremo i vostri cuori codardi e violenteremo i vostri gracili corpi senza vita.”
    “L’unità familiare – generatrice di menzogne, tradimenti, mediocrità, ipocrisia e violenza – sarà abolita. L’unità familiare, che non fa altro che soffocare l’immaginazione e frenare il libero arbitrio, deve essere eliminata. Ragazzi perfetti saranno concepiti e cresciuti nei laboratori genetici. Saranno messi insieme in un ambiente comune, sotto il controllo e l’educazione di dotti omosessuali. Tutte le chiese che ci condannano saranno chiuse. I nostri soli dèi saranno bei ragazzi. Aderiamo al culto della bellezza, morale ed estetica. Tutto ciò che è brutto e volgare e banale sarà annientato. Poiché noi siamo estranei alle convenzioni borghesi eterosessuali, siamo liberi di vivere le nostre vite secondo le leggi della pura immaginazione. Per noi il troppo non è abbastanza. La squisita società che deve emergere sarà governata da una élite costituita da poeti gay.”
    “Tremate, porci eterosessuali, quando appariamo di fronte a voi senza le nostre maschere.”
    Eccetera. Qui ci fermiamo. Come già detto, chi vuole, può leggersi tutto il delirio.
    Naturalmente adesso ci sarà qualche zelante omosessuale che ci dirà “Non potete prendere le esagerazioni di qualcuno come se fossero la voce di tutti”. Già. Però questa voce c’è, questa associazione esiste, opera ed è addirittura ammessa a fruire del 5 per mille sulla dichiarazione dei redditi, il che vuol dire che ha passato anche un “esame” da parte degli organi governativi competenti per l’ammissione a questo beneficio.
    È a questi personaggi malati che uffici governativi come l’UNAR chiedono consulenza per la compilazione degli istruttivi manuali scolastici di cui già abbiamo dato ampiamente notizia. È con questi tipi di associazioni che già in molte scuole italiane si sono organizzati incontri con gli studenti – in genere senza aver interpellato i genitori – per educare i giovani ad apprezzare e valorizzare la “diversità”, o meglio ancora, per spiegare che la “diversità” non esiste, tout court.
    I genitori devono vigliare su quanto accade nelle scuole. Questi deliranti individui sono pericolosi corruttori dei giovani.
    Usciamo per favore dalla furia conformista di dichiarare che “non siamo omofobi”. Al di là del fatto che la stessa parola “omofobia” è una cretinata, perché non vuol dire niente, proviamo ad accettarla nel significato che le si è voluto dare: omofobo sarebbe colui che ha paura dell’omosessuale, che lo respinge.
    Benissimo. Se accettiamo questo significato della parola omofobo, e leggiamo le perle sopra riportate (o, meglio ancora, l’intero articolo), ci sentiamo di dire: siamo omofobi, eccome, e dichiariamo il nostro diritto di difenderci, con ogni mezzo, da chi espone queste pazze idee, e di bloccarlo, con ogni mezzo, prima che le possa mettere in pratica.
    Si tratta di legittima e doverosa difesa. Difesa di noi stessi, dei nostri figli, della stessa civiltà. Fermiamo questi sciagurati prima che sia troppo tardi.
    E, dulcis in fundo, per gli appassionati di ecumenismo, ecco la chicca finale: l’Associazione Jonathan – Diritti in movimento si riunisce a Pescara il lunedì, presso La Chiesa Evangelica Metodista. Non ci credete?
    .:: Jonathan Diritti in movimento - Pescara ::.

    Ogni ulteriore commento sarebbe inutile. I fatti sono talmente clamorosi e rivoltanti da parlare da soli.
    Delirio omosessualista. Viaggio nella fogna profonda ? di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana



    Omofobia, si comincia: in Spagna indagato neo-cardinale Sebastiàn
    di Massimo Introvigne
    Ci siamo. Per la prima volta, in Spagna, un vescovo - appena nominato cardinale - è stato incriminato, il 6 febbraio, per omofobia. Si tratta dell'arcivescovo emerito di Pamplona, mons. Fernando Sebastián Aguilar, 84 anni, dell'ordine dei Figli del Cuore Immacolato di Maria, un teologo di cui il Papa si dichiara «alunno» e che, tra l'altro, non è mai stato in fama di conservatore. Non importa: non lo proteggono né meriti passati né l'età.
    Gli attivisti LGBT lo vogliono in galera, e la procura di Malaga ha prontamente «obbedito» alle richieste della lobby gay, peraltro spalleggiata da un voto unanime del consiglio comunale di Malaga, in cui contro il vecchio arcivescovo si sono schierati anche i democristiani del Partito Popolare. Il neo-cardinale si ritrova così nel registro degli indagati, e rischia la prigione per violazione della legge spagnola contro l'omofobia.
    Che cosa aveva detto di così terribile mons, Sebastián? In un'intervista al «Diario Sur», il quotidiano di Malaga, dello scorso 20 gennaio, il presule aveva spiegato: «Una cosa è manifestare accoglienza e affetto a una persona omosessuale, un’altra è giustificare moralmente l’esercizio dell’omosessualità. A una persona posso dire che ha una deficienza, ma ciò non giustifica che io rinunci a stimarla e aiutarla».
    A questo punto l'intervistatore chiede se ha usato la parola «deficienza» «dal punto di vista morale». Il cardinale neo-eletto risponde: «Sì. Molti si lamentano e non lo tollerano, ma con tutto il rispetto dico che l’omosessualità è una maniera deficiente di manifestare la sessualità, perché questa ha una struttura e un fine, che è quello della procreazione. L'omosessualità, in quanto non può raggiungere questo fine, sbaglia. Questo non è per niente un oltraggio. Nel nostro corpo abbiamo molte deficienze. Io ho l’ipertensione. Mi devo arrabbiare perché me lo dicono? È una deficienza che cerco di correggere come posso. Il segnalare a un omosessuale una deficienza non è un’offesa, è un aiuto perché molti casi di omosessualità si possono ricuperare e normalizzare con un trattamento adeguato. Quando una persona ha un difetto, il vero amico è colui che glielo dice».
    Naturalmente, gli attivisti LGBT hanno subito affermato che il nuovo cardinale ha sostenuto che l'omosessualità è «una malattia», espressione che la giurisprudenza spagnola punisce in base alle leggi sull'omofobia. L'arcivescovo, però, è anziano ma non è sprovveduto, ed è stato bene attento a non usare la parola «malattia», come non ha usato «guarigione» ma «recupero».
    Lo ricorda una nota dell'Arcidiocesi di Malaga, che richiama giustamente al «Catechismo della Chiesa Cattolica», anche se forse avrebbe potuto aggiungere che non è evidente che chi esprime opinioni diverse da quelle maggioritarie sul complesso e difficile tema della genesi dell'omosessualità debba andare in prigione, anche ove per avventura gli scappasse il termine «guarigione», che ha peraltro una pluralità di significati.
    Comunque sia, la prudenza terminologica non è bastata. In Spagna non c'è più il mangiapreti Zapatero. È al governo la Democrazia Cristiana. Ma se qualcuno pensava che, almeno dove governano i cattolici, «tanto contro i vescovi e i cardinali le leggi sull'omofobia non le useranno mai» - dunque si possono lasciar passare tranquillamente - ecco che la procura di Malaga prontamente lo smentisce. Vescovo avvisato, mezzo salvato. Vale anche in Italia, dove ciascuno potrebbe dire al suo vescovo: non sarà meglio, Eccellenza, fare qualcosa per fermare le leggi sull'omofobia prima che siano votate?


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Il maggior quotidiano irlandese dice no agli estremismi: «Ai nostri cronisti è vietato usare il termine “pro-life”»
    Un incredibile editoriale dell’Irish Times diventa il simbolo del pregiudizio dei media contro il movimento per la vita
    Redazione
    Ha ormai varcato i confini dell’Irlanda lo scandalo suscitato qualche giorno fa da un editoriale dell’Irish Times, il maggiore quotidiano del paese, che per gli attivisti del movimento per la vita è subito diventato il simbolo dello strabismo di molti giornali e tv nei confronti della battaglia su aborto e dintorni.
    «NO ESTREMISMI». L’articolo di fondo in questione, intitolato, “Il diritto di sbagliare”, è stato pubblicato dal quotidiano per stigmatizzare la tendenza, dilagante nel dibattito pubblico, ad attribuire alle ragioni dell’avversario un valore negativo non attraverso l’argomentazione, ma semplicemente affibbiandogli epiteti offensivi allo scopo di farlo apparire un estremista. «Offuscare le ideolgie degli avversari in modo da associare le loro idee all’estremismo è una caratteristica di molte dispute», osserva l’Irish Times. «I termini “razzizta”, “xenofobo”, “omofobo”, “sessita”, “anti-life”, “fascista” e “comunista” vengono sbandierati con una tale facilità da renderli spesso insignificanti».
    L’ESEMPIO SBAGLIATO. E fin qui si tratta di cose abbastanza condivisibili. Il punto è però che il quotidiano prosegue spiegando, a titolo di esempio, che proprio per il motivo appena esposto «questo giornale non permette ai nostri reporter, negli articoli di cronaca sul dibatto in merito all’aborto, l’utilizzo di un termine caricato come “pro-life”». È questa la frase che secondo i “pro-lifers” svela il pregiudizio della prestigiosa testata. E non basta che nell’editoriale sia puntualizzato poi che l’espressione “pro-life” può essere tuttavia «citata da altri o utilizzata dagli opinionisti». Come ha spiegato ai giornali americani Niamh Uí Bhriain del Life Institute (un centro studi irlandese attivo appunto nella difesa della vita), l’informazione dell’Irish Times è sempre «distorta a favore dell’aborto; qualunque notizia che metta l’aborto in una cattiva luce è ampiamente ignorata» mentre volentieri sono state riportate «accuse false o vuote contro i gruppi pro-life».
    “PRO-CHOICE” INVECE SÌ. A riprova dell’ipocrisia del quotidiano irlandese Uí Bhriain cita il fatto che al contrario i suoi giornalisti «utilizzano regolarmente l’espressione “pro-choice”» per descrivere chi fa campagne a favore dell’aborto, «un evidente eufemismo» visto che il termine corretto – insiste Uí Bhriain – sarebbe “pro-aborto”. E non solo. L’esponente del Life Institute ricorda anche la malizia con cui l’Irish Times in passato, sempre per promuovere la legalizzazione dell’aborto, si è prestato alla strumentalizzazione della morte della giovane indiana Savita Halappanavar (deceduta – si è scoperto poi – per la negligenza dei medici e non per non aver potuto interrompere la gravidanza, come invece sostenevano i media). O quando rilanciò la falsa notizia del “primo aborto legale” in Irlanda. Per non parlare di quando il quotidiano accusò gruppi pro-life di insegnare agli scolari che le vittime di stupro non restano incinte. Una bufala per la quale fu costretto a chiedere pubblicamente scusa.
    Irish Times: No estremismo, «vietato il termine "pro-life"» | Tempi.it

    La famiglia con mamma e papà? Uno stereotipo da abbattere. E’ Guerra sugli opuscoli pro gay nelle scuole
    <Educare alla diversità a scuola>. Tre libretti allegri e colorati da distribuire nelle scuole a cominciare dalle elementari per combattere discriminazioni, bullismo e razzismo. Pubblicazioni proposte agli istituti interessati dai curatori ovvero l’Unar Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, www.unar.it e Istituto Beck, istituto beck, ma soprattutto presentati sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento per le Pari Opportunità, Dipartimento per le Pari Opportunità.
    Il contenuto degli opuscoli suscita però l’immediata ed indignata reazione del mondo cattolico che attraverso le pagine di Avvenire attacca i contenuti del ” Kit antidiscriminazioni” che, sostiene il quotidiano dei vescovi, dietro il pretesto della lotta al bullismo e all’omofobia in realtà distrugge il concetto di famiglia per una dichiarata propaganda pro omosessualità. Un mondo capovolto dove l’identita maschile e quella femminile vengono cancellate per lasciare il posto ad una dittatura gender, Gender in classe: mondo capovolto | Cronaca | www.avvenire.it
    Quello che il quotidiano cattolico ritiene inaccettabile è la demolizione della famiglia tradizionale, che gli opuscoli propongono attraverso l’abbattimento di tutti i modelli della cultura tradizionale, bollati come stereotipi a cominciare dalle fiabe tradizionali perchè raccontano di principesse che inevitabilmente sposano principi o di bambini che vivono in famiglie dove c’è sempre una mamma donna ed un papà uomo. Un sovvertimento dell’ordine naturale delle cose inaccettabile per il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che parla di <una strategia persecutoria contro la famiglia per destrutturare la persona e la società>.
    Ma ciò che più mi ha colpito in questa vicenda è che l’attacco dell’Avvenire è suonato come una sveglia sia per il Dipartimento delle Pari Opportunità sia soprattutto per il Ministero dell’Istruzione che hanno immediatamente sconfessato l’iniziativa dell’Unart sostenendo di non saperne nulla.
    Maria Cecilia Guerra, viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, ha inviato “una nota di demerito” al direttore dell’Unar Marco De Giorgi proprio perchè mai informata dell’esistenza di questi opuscoli mai autorizzati dal suo Dipartimento, Scuola: Viceministro Guerra, mai autorizzato materiale Istituto Beck - ASCA.it.
    Subito dopo è intervenuto anche il sottosegretario al ministero dell’Istruzione, Gabriele Toccafondi, ribadendo che <gli opuscoli sulla diversità sono stati redatti dall’Unar e diffusi nelle scuole senza l’approvazione del Dipartimento Pari Opportunità da cui dipende e senza che il ministero dell’Istruzione ne sapesse niente>. Non solo. Toccafondi entra anche nel merito dei contenuti degli ospuscoli osservando che <l’Unar sembra voler imporre un’impronta culturale a senso unico destando preoccupazione e confusione su tutto il sistema educativo. Una materia così delicata richiede particolare attenzione ai contenuti e al linguaggio utilizzati>.
    Toccafondi parla di attenzione. Ecco l’attenzione mi pare proprio il punto cruciale in questa vicenda a prescindere dal tema in questione. Questi tre opuscoli hanno potuto essere progettati, finanziati, scritti, stampati e distribuiti nelle scuole nella più completa disattenzione delle istituzioni che avrebbero dovuto essere direttamente responsabili di questo progetto ovvero il Dipartimento delle Pari Opportunità e il ministero dell’Istruzione che soltanto ora si accorgono che esistono. Ma come è stato possibile? Chi ha approvato il progetto e con quali soldi è stato finanziato? Possibile che il ministero dell’Istruzione non sappia nulla di un’iniziativa del governo indirizzata alle scuole e che le Pari Opportunità non si accorgano di quello che accade in casa loro?
    La famiglia con mamma e papà?Uno stereotipo da abbattere. E? Guerra sugli opuscoli pro gay nelle scuole ? Oltre le Nuvole

    Un libro di Mario Adinolfi (deputato Pd): “Voglio la mamma – da sinistra, contro i falsi miti di progresso”.
    Da Libertà e Persona
    di Mario Adinolfi
    Tra poco più di due mesi, il 19 marzo 2014, uscirà in libreria il mio nuovo libro: “Voglio la mamma – da sinistra, contro i falsi miti di progresso”. Sul mio profilo Facebook ho anticipato stralci di tutti i capitoli. Quello che segue è il quattordicesimo capitolo, il penultimo. Racchiude il senso del libro, sinteticamente
    Giunti verso la fine di questa strada compiuta insieme, credo sia necessario racchiudere quel che si è provato a dire in venti punti che rappresentano principi irrinunciabili che ritengo non solo non debbano essere negoziabili, ma necessitino un’attività di proselitismo per ricondurre il dibattito intellettuale e politico sui temi tabù che abbiamo affrontato dentro i confini di una razionalità condivisa, lontano dall’impazzimento modaiolo che sembra avere la meglio in questa fase.
    1. Non esiste l’individuo, esiste la persona, dunque l’individuo in relazione con altri individui. La relazione primigenia, archetipica e intangibile, è quella tra madre e figlio. Negarla è negare la radice dell’essere umano.
    2. La libertà individuale è un totem che non necessita di tutele e non genera diritti. Al contrario, la libertà personale, dunque la libertà degli individui in relazione con gli altri, è preziosa e va ampliata senza che nuovi diritti ledano però l’essere umano in radice.
    3. La libertà personale da tutelare in via prioritaria è quella dei soggetti più deboli: bambini, malati, anziani.
    4. Il primo diritto è il diritto a vivere.
    5. Non esiste un diritto all’aborto, esiste un diritto alla nascita. L’aborto è sempre una tragedia e un fallimento, come tale va trattato e con ogni sforzo possibile evitato.
    6. I diritti prioritari da tutelare sono quelli della libertà personale, dunque relazionale, per eccellenza: i diritti della famiglia.
    7. Non esistono le famiglie, esiste la famiglia: cellula base del tessuto sociale, composta da un nucleo affettivo stabile aperto in potenza alla procreazione. In natura la procreazione avviene con l’unione di un uomo e di una donna. E’ questa la base di un nucleo familiare propriamente detto.
    8. L’omosessualità è una tendenza sessuale, i cui legami affettivi stabili possono essere tutelati da istituti giuridici, ma nettamente distinti dal matrimonio.
    9. La rottura della sacralità e dell’unicità dell’istituto matrimoniale come unione di un uomo e di una donna, porta inevitabilmente e logicamente alla estensione dell’istituto stesso ad ogni forma di legame affettivo stabile. La legittimazione di poligamia, poliandria, unioni a sette, otto, dieci o venti persone, sarebbe dietro l’angolo con conseguenze letali per il tessuto sociale e la stabilità finanziaria degli Stati.
    10. Non esiste l’omogenitorialità. Non esiste la genitorialità. Esistono la maternità e la paternità.
    11. Negare a un bambino il diritto ad avere una madre e un padre, sostituendoli con il “genitore 1″ e “genitore 2″, è una forma estrema di violenza su un soggetto debole.
    12. La sfera sessuale di un minore è intangibile e sono intollerabili le norme che prevedono la non procedibilità d’ufficio contro le persone che hanno rapporti sessuali con bambini di dieci anni e assumono per libero il consenso all’atto sessuale di ragazzini di quattordici anni.
    13. Il turismo sessuale degli occidentali avente per oggetto in particolare le minorenni e i minorenni asiatici, è una violenza orrenda che merita il peggiore stigma sociale.
    14. La variazione dell’identità sessuale di una persona dovrebbe essere prevista in casi del tutto eccezionali. Il mercimonio del corpo di una persona spesso in una finta fase di transizione da un’identità sessuale all’altra, grazie alla quale si ottiene maggiore attenzione e successo nel mercato della prostituzione, è un’attitudine che va combattuta.
    15. La compravendita del corpo femminile, nella forma estrema della compravendita della maternità e dell’orrendo “affitto” dell’utero, che fa leva sullo stato di bisogno della donna per toglierle anche l’elemento più intimo della propria identità sessuale, va vietato da ogni normativa.
    16. Tra due gay ricchi che fanno strappare dal seno della madre il neonato appena partorito per far finta di essere madre e padre, e il neonato così platealmente violato fin dai suoi primi istanti di vita, chiunque non abbia un bidet al posto del cuore sta con il neonato. E con sua madre.
    17. L’eutanasia infantile è una procedura nazista e il protocollo di Groningen è un documento fondativo di una nuova pericolosa eugenetica discriminatoria e razzista.
    18. Le diagnosi prenatali hanno fatto crollare nei paesi Occidentali le nascite di albini, affetti da sindrome di Down e da altre alterazioni cromosomiche. E’ intollerabile questa strage di persone affette da minime disabilità.
    19. La morte non è mai “dolce”. L’instaurazione di norme che prevedano l’eliminazione delle persone in condizione di difficoltà grave fisica o psichica, secondo il labile e mutevole principio che la loro sarebbe una “vita non degna di essere vissuta”, apre la strada all’inferno.
    20. Al centro della difesa della vita e della persona c’è la donna. Il futuro della razza umana ha le forme di una madre. Così è, così è sempre stato, così sempre sarà.
    il blog di Mario Adinolfi | Il Cannocchiale blog



    Pochi Grammy di intelletto
    di Rino Cammilleri
    Leggo sul sito Aleteia.org che al recente galà dei Grammy Awards (il 56°, Los Angeles) la nota (negli Usa) cantante Natalie Grant, cristiana evangelica, se n’è andata sbattendo la porta. La (bellissima) cantante e autrice di musica esplicitamente cristiana non è una qualsiasi. Ha vinto il Gospel Music Association’s Dove Award come migliore cantante dell’anno per quattro anni di fila dal 2006 al 2009 e di nuovo nel 2012. Più volte candidata al Grammy, che è praticamente l’Oscar della musica leggera, non le è piaciuto lo spettacolo che ha accompagnato la proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi 2014.
    Durante lo show in questione è stata celebrata una specie di matrimonio di massa comprendente anche coppie omo. La cerimonia era presieduta dalla cantante e attrice Queen Latifah, con la collega Veronica «Madonna» Ciccone a far da testimone. La colonna sonora era il brano Same love, ormai diventato l’inno delle rivendicazioni Lgbt. Tanto per essere chiari, la cantante Katy Perry, peraltro figlia di pastori evangelici, ha inscenato un rogo di streghe da parte dell’Inquisizione. Natalie Grant non ha voluto commentare la sua decisione, si è semplicemente limitata a «votare coi piedi» andandosene dal Grammy e lasciando la scena ai celebratori del politicamente corretto in salsa obamiana. I quali, approfittando della straordinaria visibilità di cui dispongono, diffondono «messaggi» da sinistra radicale americana in tutto il mondo.
    Ci si può lecitamente chiedere come mai quasi tutti, se non tutti, i protagonisti dell’industria dello spettacolo, in tutto il mondo, siano così supini al pensiero politicamente corretto e, anzi, così entusiasti da infilarlo anche dove non c’entra niente. Un indizio di risposta lo si trova proprio in quel rogo di streghe acceso dall’Inquisizione nello show dei Grammy 2014. L’Inquisizione si occupava di eresia e solo rarissimamente si interessò di streghe e stregoni. Anzi, non di rado intervenne per salvarli dal linciaggio o dalla frettolosa condanna di qualche giudice laico. Chi bruciava allegramente streghe erano questi ultimi, e nei Paesi protestanti dove l’Inquisizione cattolica non c’era.
    Voi mi direte: figurarsi se questo può saperlo Katy Perry. Già, è qui il punto. Non lo sa, però è in grado sparare quel che non sa in mondovisione. Chi lo sa, no. Se si va a investigare sui curricula scolastici delle star di Hollywood e dei Grammy non di rado non si trova quasi niente. Basti dire che tra i rari laureati del cinema americano ci sono Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, che non hanno mai fatto un film «impegnato» in vita loro. Un altro che si può dire colto è Chuck Norris, il «Texas ranger», molto noto negli Usa come editorialista di importanti fogli. Nessuno di loro è di sinistra. Come grandi mostri sacri hollywoodiani quali John Wayne e Charlton Heston. O il repubblicano Ronald Reagan, il presidente che vinse la Guerra Fredda. Per il resto, abbondano le ex commesse, le ex cameriere di McDonald’s, gli ex falegnami, gli ex minatori, gli ex acrobati da circo.
    Mi direte che uno la cultura può essersela fatta dopo, da autodidatta. E che sono tanti i laureati seguaci del politicamente corretto. Vero anche questo. Ma la visibilità internazionale, di quella che si infila nella case e nelle teste col cinema e le canzoni e la televisione, è altra cosa. Non so quali studi da autodidatta abbia fatto Sharon Stone, ma fu insignita del Nastro Verde alla Cultura dal ministro apposito francese dopo essere diventata famosissima per un’accavallata di gambe davanti a Michael Douglas in Basic instinct. L’autodidattica dei Rolling Stones era ben nota quando il sindaco di Torino consegnò loro solennemente le chiavi della città.
    Ripetiamo: è vero che tra i sostenitori (e tra gli inventori) del politicamente corretto ci sono fior di studiosi di tutto rispetto. Ma si tratta di gente che argomenta, anche dottamente, dibatte, supporta le sue posizioni non in modo sempliciotto e imparaticcio. Soprattutto, non tutti gli intellettuali di qualche peso sono politicamente corretti. Invece, nell’ambiente dello spettacolo ogni slogan alla moda dilaga. Subito e acriticamente. E con una visibilità e pervasività che nessun altro ha. Se mi è permesso un aneddoto personale: per qualche anno ho accettato di essere cooptato nel Comitato d’Onore dei milanesi City Angels, quei volontari in maglietta rossa e basco azzurro che si occupano, tra le altre cose, degli homeless. Una volta all’anno io e gli altri del Comitato vestivamo con la divisa dei volontari e servivamo a tavola un pranzo speciale per i senza casa a una mensa caritatevole. In una di queste occasioni mi accadde di ascoltare, tra un piatto e l’altro, una conversazione tra un noto stilista e un altrettanto noto cantautore su un tema «sociale». Rimasi impressionato dal livello. Due sfigati al Bar Sport avrebbero fatto di meglio. Solo che a nessuno, di solito, viene in mente di invitare nei talkshow uno sfigato qualsiasi per sentire come la pensa sui massimi sistemi.
    Certo, a differenza dello sfigato qualsiasi un Vip dello spettacolo legge dei romanzi, i titoli di un giornale, la rivista che si occupa di lui e, a furia di dover parlare davanti a un microfono, impara a esprimersi correttamente. Se fa l’attore, poi, deve leggere copioni e mandare a memoria la sua parte. Ma per il resto la sua opinione vale quella dell’uomo della strada. E, come quest’ultimo, è perfettamente permeabile agli slogan dell’ultimo grido. Lo slogan è pensiero preconfezionato e ridotto in pillole di facile assunzione, riduce problemi complessi (la realtà è sempre complessa) al semplicismo manicheo: bianco/nero, buono/cattivo, progresso/reazione. Il punto è che le star dello spettacolo (poche le eccezioni) tali slogan ingoiano subito e volentieri. E, senza che nessuno lo abbia loro chiesto, come ai Grammy, se ne fanno accesissimi e sfegatati propagandisti. Sperando, magari, di passare alla storia come «paladini dei diritti civili» e di ottenere qualche incarico onorifico dall’Onu. Dimenticando, però, che i più non passano nemmeno un anno prima di essere cancellati dal ricordo.
    Pochi Grammy di intelletto

    Gente che si conosce
    Pubblicato da Berlicche
    “Portaceli fuori, affinché li possiamo conoscere!” (Gn 19, 5)
    Beh, è interessante saperlo.
    Quante volte abbiamo discusso su questo blog e altrove della tremenda oppressione che subiscono gli omosessuali nel nostro paese? Per cui sarebbe necessario, indispensabile una legge che protegga questi poveretti dalle vessazioni dei malvagi omofobi.
    Adesso, finalmente, abbiamo qualche dato reale. Veniamo a conoscenza, ad esempio, che l’Italia è tra i 10 paesi al mondo dove gli omosessuali sono più accettati. Praticamente alla pari con Inghilterra e Francia.
    E, sulle violenze, apprendiamo che in poco più di tre anni – dati ufficiali – ci sono state 83 segnalazioni di possibili offese, aggressioni, lesioni, istigazione alla violenza, danneggiamenti, casi di suicidio e minacce relativi all’orientamento sessuale.
    Ottantatre, non è un errore di battitura. Un po’ più di venti all’anno. Fa un possibile caso ogni tre milioni di persone circa. E per questo si vuole introdurre il reato d’opinione, mandare a rieducare chi parla di famiglia naturale e padre e madre?
    Quindi mi chiedo: accidenti, uscite per strada e guardate ai casini che ci sono: non c’è proprio niente di più urgente da fare? Qualcosa che serva ad un po’ più di gente, dato che i deprecabili accadimenti di cui sopra sono già comunque coperti dalle leggi esistenti?
    Un piccolo, diabolico sospetto mi piglia: non è che questa legge e tutto l’ambaradan dell’omofobia hanno tra le loro ragioni quella di dare una sistemazione a…gente che si conosce?
    Perché, sapete, se per legge si vuole rendere obbligatorio per scuole, attività commerciali, industrie eccetera assumere e mantenere “esperti” di tematiche LBGT, dottori in antidiscriminazione, consulenti in omosessualità, rieducatori di ostinati eterosessuali, chi andranno a prendere? Di quanti ce ne sarà bisogno, ad imporli per decreto ovunque in tutta Italia?
    E chi li pagherà?
    Se le cose vanno avanti così, in effetti la carriera dell’omosessuale potrebbe essere da consigliare ai nostri ragazzi senza lavoro. Posto statale garantito. Se mi consentite l’espressione volgare, un gran culo di questi tempi.
    Se poi passa anche il matrimonio, sapete che gogamigoga con la reversibilità della pensione?
    E voi direte, ma con quali soldi si potrà fare tutto questo, dato che già non si riesce a sbarcare il lunario adesso?
    Con i soldi per i bambini e le famiglie, è chiaro. Pochi pochi, ma ci sono ancora. E poi quelli per le scuole, che si renderanno disponibili quando la propaganda farà crollare ulteriormente il tasso di natalità.
    Tanto, a che servono i figli? Al limite se ne possono sempre comprare all’estero già belli che fatti, che gli uteri là costano poco. E addio a questa società, chi se ne frega del futuro, gaudemus igitur e via, cupio dissolvi.
    Gente che si conosce | Berlicche

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Le fiabe troppo "normali" uccise dai killer di Stato
    Le linee guida ministeriali toccano anche le vecchie favole: basta Principi Azzurri e Biancaneve perché condizionano i bambini e impongono famiglie tradizionali
    Gianfranco de Turris
    Maxima debetur puero reverentia diceva Giovenale, ma il Dipartimento pari opportunità lo ignora e si appresta a uccidere l'immaginario infantile sin dalla più tenera età. Comportandosi come gli «ingegneri dell'anima» della Russia leninista e stalinista.
    Dopo le linee-guida per i giornalisti, lo Stato italiano attraverso l'Unar-Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che fa parte del Dipartimento pari opportunità, ha emanato le linee-guida per il personale scolastico (dagli insegnanti ai bidelli). Lo scopo ufficiale è prevenire sin da piccoli le discriminazioni sessuali, lo scopo non detto, subdolo e strisciante è invece imporre dall'alto, d'autorità, la «ideologia gender» che ci viene dagli Stati Uniti, vale a dire il concetto che - come ben spiega Unisex di Marletta e Perrucchetti (Arianna) - il sesso non si acquista alla nascita, ma ci viene inculcato dalla società e dalla cultura. Non solo, ma che l'omosessualità maschile e femminile rientra nella norma naturale, e non è un disordine morale e sociale. Il passo seguente è far considerare «normale» e ovvio anche una coppia o un matrimonio omosex maschio/maschio e femmina/femmina. E indurre i bambini a pensare così attraverso il mondo della fantasia manipolato, assume l'aspetto di un crimine etico.
    Per ottenere questo scopo gli opuscoli Educare alla diversità a scuola distribuiti dall'Unar e realizzati da un certo Istituto A.T. Beck, hanno lo scopo di preparare il terremo sin all'infanzia, dagli asili nido e dalle elementari, facendo apprendere ai giovanissimi una vera «visione del mondo» capovolta, diversa da quella abituale, della realtà e dei rapporti tra i sessi. Come? Manipolando le favole tradizionali e le fiabe moderne. Anche questo un crimine culturale, che va molto oltre la loro modernizzazione da tempo praticata e contro cui si scagliò, ad esempio, Michael Ende, l'autore de La storia infinita.
    Qui è assai diverso. Qui le favole si censurano e si cancellano dato che - questa l'ideologia di partenza - si ritiene che quelle in cui si presentano re e regine, principi e principesse, inducano i piccolissimi a entrare nello stereotipo secondo cui devono attendere da adulti il loro Principe azzurro o la loro Biancaneve. E in tal modo diventando dei disturbati e dei deviati. Il che è assurdo dato che queste suggestioni, se pure s'installano, avvengono soltanto in casi assai rari, come per quei bambini che si identificano in Superman e si gettano dalla finestra pesando di poter volare. Non per questo si censurano i fumetti.
    Dietro a questo però c'è qualcosa di assai più grave: le favole tra l'altro abituano i più piccoli a pensare che all'orizzonte esista una famiglia tradizionale con marito e moglie, padre e madre, figli e figlie. E invece no! Esistono - dicono i volumetti dell'Unar e dell'Istituto Beck - anche le famiglie con due padri o due madri, o semplicemente Genitore 1 e Genitore 2, e sono «normali» e a esse ci si deve abituare, ritenendo ovvio un possibile matrimonio omosex. Lo si dice esplicitamente: «Al bambino è chiaro da subito che se è maschio deve innamorarsi di una principessa, se femmina di un principe. Non gli sono proposte fiabe con indicazioni diverse». Perché il principe non potrebbe innamorarsi del paggetto di corte? Questa dunque la colpa che si deve emendare con le nuove fiabe omosessuali di Stato.
    Sicché nelle scuole gli insegnanti sarebbero obbligati a «non usare analogie che facciano riferimento ad una prospettiva eteronormativa». Da intendersi: l'eterosessualità è la norma. Perché? Perché, spiega lo Stato italiano ai suoi insegnanti, «tale punto di vista può tradursi nell'assunzione che un bambino da grande si innamorerà di una donna e la sposerà». Pensate che cosa disdicevole! Mentre invece potrebbe innamorarsi di un altro uomo e, date le prospettive, «sposarlo» lo stesso.
    Questa non è lotta alla discriminazione, ma propaganda pro omosessuali, compiuta su una psiche ancora in formazione. Nessuno si è posto il problema che un bimbo potrebbe considerare allora «normale» cedere a un pedofilo? Dalla lotta alla discriminazione sessuale, si è passati alla esaltazione della diversità sessuale minoritaria. Poiché l'«ideologia gender» ritiene che il sesso non ce lo dà la Natura ma l'orienta la Società, plasmiamo dunque i bimbi in tenerissima età verso una tendenza filo omosessuale... Tanto più che una docente di Psicologia della educazione dell'Università La Sapienza ha affermato: «Gli studi ci dicono che già a tre anni i bambini hanno dei pregiudizi di ordine sessuale». E se lo dice la “scienza” siamo autorizzati a scardinare questi presunti «pregiudizi», ma creandone degli altri peggiori: ad esempio contro la famiglia «tradizionale»... E questo attraverso la censura e la riscrittura delle favole classiche, o creando fiabe omosessuali appositamente.
    Ed è proprio questo tentativo messo in pratica dalle autorità politiche locali negli asili e nelle elementari di Venezia e dell'Umbria che ha scatenato polemiche e spinto molti genitori a minacciare di toglie i figli dalle scuole statali. Al punto che il viceministro del Lavoro del governo Letta, Maria Cecilia Guerra è stata costretta a difendersi: «Non ho autorizzato io la diffusione del materiale didattico per l'educazione alle diversità nelle scuole. Sono contraria alla imposizione di un punto di vista»! Ma allora che senso ha spendere decine di migliaia di euro per commissionare e stampare gli opuscoli Unar-Beck se poi non si vuole «imporre un punto di vista» statale?
    Giustamente due psicologhe e psicoterapeute, Maria Rita Parsi e Silvia Vegetti Finzi si sono opposte a una simile manipolazione delle favole e delle menti infantili. La Finzi ha affermato: «Vedo un rovesciamento di centralità: fino a qualche tempo fa le forme familiari diverse da quella tradizionale erano messe al bando. Ora hanno una eccessiva attenzione. Non si tiene conto che si tratta pur sempre di una realtà minoritaria». La psicoterapeuta rivendica il diritto del bambino «a riconoscersi in una famiglia naturale» e contesta la «centralità che si tenta di attribuire a modelli familiari minoritari che nuoccino a una psicologia in evoluzione che cresce in un contesto tradizionale». In altre parole le nuove fiabe omosex instillano subdolamente nella psiche infantile dei dubbi sulla propria identità sessuale che potrebbe non essere quella che appare, deviandola. Secondo certi «cattivi maestri» l'individualità e identità dell'essere umano può venire messa in dubbio e manipolata in una Europa che si preoccupa invece di proteggere l'identità - per esempio - del lupo selvatico proibendo gli incroci con i cani domestici! Tutto ciò per arrivare alla dittatura della minoranza Lgbt (lesbiche gay bisessuali transessuali) promossa dall'ideologia progressista globalizzata con la scusa di difenderla.
    Le fiabe troppo "normali" uccise dai killer di Stato - IlGiornale.it

    «Un consiglio ai genitori: fate obiezione di coscienza e tenete a casa i figli nelle ore di educazione gender»
    Il Forum delle associazioni familiari dell’Umbria pubblica un manifesto con 12 consigli per i genitori contro i corsi di educazione all’affettività. Intervista al presidente Simone Pillon
    Emmanuele Michela
    «Contro la teoria del gender si sta muovendo un vero popolo». È quello delle famiglie umbre, sempre più preoccupate dai corsi di educazione all’affettività e simili diffusi nelle scuole dei propri figli: a raccontare di come stanno reagendo questi genitori è Simone Pillon, avvocato e presidente del Forum delle Associazioni familiari della regione. La scorsa settimana, quando tanti bambini degli asili sono tornati a casa con favole gay e libretti dell’Unar, era lui a condannare i programmi educativi seguiti negli istituti, basati su «una visione antropologica ideologica, diffusa senza criteri scientifici». Oggi invece, proprio per offrire un supporto ai tanti genitori impensieriti da ciò che le maestre insegnano sui banchi di scuola, assieme all’associazione di cui è presidente ha redatto un dodecalogo di “autodifesa dalla teoria del gender”: 12 consigli su come muoversi per evitare che l’indottrinamento Lgbt dei propri figli.
    Avvocato Pillon, con quale intento nasce questo manifesto?
    Siamo stati subissati da richieste di moltissimi genitori, perché quanto sta succedendo con questi libretti e questi corsi preoccupa molte persone, abituate a fidarsi della scuola, e invece ora spiazzate dal passaggio di contenuti del tutto contrari alle loro scelte educative. Il concetto dei 12 consigli ai genitori è quello di riappropriarsi della propria titolarità educativa sulla prole. Ormai non ci si può permettere più delegare, a maggior ragione su questi argomenti.
    In Umbria la scorsa settimana è apparsa sui giornali la vicenda del libro distribuito negli asili, ma di corsi simili ve ne sono in atto da tempo. Come stanno reagendo le famiglie?
    Due settimane fa abbiamo avuto un convegno e, quasi dal nulla, c’erano con noi 250 persone. È sorta quindi la richiesta di un incontro urgente, che faremo a Perugia con molte famiglie intenzionate a intervenire su quanto sta accadendo. Si sta muovendo un popolo: gente che ha deciso di prendere in mano la situazione. Anche perché nelle scuole superiori sono anni che l’Arcigay viene chiamata per tenere corsi sull’educazione alla sessualità, e questo senza che venga opposto alcun contraltare. E poi c’è una ricerca condotta dall’Asl 2 di Perugia semplicemente drammatica.
    Perché?
    In questa ricerca le associazioni gay danno conto del lavoro fatto nelle scuole elementari della città contro gli stereotipi. All’inizio hanno formulato un questionario per i bambini sull’omosessualità: cos’era, se la ritenevano un problema o una variante naturale, ecc… Poi hanno portato avanti i loro corsi, e due mesi dopo hanno riproposto il questionario: e il risultato che veniva sottolineato è che l’80 per cento dei bambini aveva cambiato idea: da problematica, l’omosessualità era vista ora come una cosa meravigliosa. E le associazioni per i diritti si vantano pure di fare questi corsi… Ma questa è la punta dell’iceberg. Sul sito dell’Asl di Perugia viene spiegata alla perfezione la masturbazione per maschi e femmine, e questa viene poi portata nelle scuole, e si spiegano le modalità per avere rapporti omosessuali sicuri.
    Il tutto è accaduto all’insaputa dei genitori?
    Sì, anche se lo negano. La scorsa settimana l’assessore del Comune di Perugia con delega alle Pari Opportunità, Lorena Pesaresi, ha negato in un’intervista di avere una qualche responsabilità su quel che stava succedendo negli asili. Così ho mandato io al giornalista le delibere firmate da lei relative a questi corsi. È da tempo che noi combattiamo questa battaglia in silenzio: è da almeno quattro anni che c’ questo andazzo. Vanno nelle scuole per catechizzare i ragazzini, già dall’età di 8 anni, per renderli edotti del fatto che l’omosessualità è una variante naturale della sessualità. E venivano incoraggiati a provare se la loro natura era gay o etero.
    Siete arrivati fino al punto di suggerire di tenere a casa i bambini.
    Sì, nelle ore in cui vengono somministrati questi corsi io invito a fare una sorta di obiezione di coscienza. A me non interessa la morale, davvero, sono uno liberale, ma mi interessa la realtà delle cose: se inventiamo le bugie e le somministriamo come fossero verità, stiamo facendo danni molto seri ai nostri figli.
    Umbria. Forum Famiglie contro educazione gender | Tempi.it

    Video cronaca di un attacco isterico ma tanto democratico
    di Paolo Deotto
    By Riscossa Cristiana
    Come una vera democratica reagisce alle proteste di un genitore che afferma il suo diritto e dovere di educare i propri figli: aggredendolo al grido di “sei un fascista”. L’edificante episodio è documentato da un video.
    di Paolo Deotto
    La signora Camilla Seibezzi, consigliera comunale a Venezia, ha un concetto tutto suo di “libertà di espressione”. Come si può evincere dal sito del Comune di Venezia, la signora è nata nel 1966, ma evidentemente ha fatto in tempo ad assorbire efficacemente la mentalità del “sessantotto”. In quelle radiose giornate era cosa normale prendere a sprangate l’avversario politico, al grido di “fascista”, una specie di parolina magica che bollava tutti coloro che non accettavano di belare o muggire a comando.
    La signora sullodata si è già distinta per iniziative di alto valore culturale e intellettuale, come la sostituzione sui moduli comunali delle parole “padre” e “madre” con “genitore 1” e “genitore 2”. Poi ha dato il suo alto contributo alla diffusione nelle scuole materne di materiale per pervertiti, come le favolette “Piccolo Uovo” et similia, le solite straconosciute e repellenti apologie dell’omosessualità.
    Insomma, possiamo dire che la signora Seibezzi è una delle tante piccole persone che si sono tuffate nel tranquillizzante stagno del conformismo, che prevede attualmente l’apologia dell’omosessualità e che domani potrebbe prevedere anche la valorizzazione degli accoppiamenti tra esseri umani e cutrettole. Non si sa, alla cretineria perversa non c’è confine. L’unica sicurezza è che si trovano sempre seguaci.
    La signora Seibezzi ha però una marcia in più. Da buona democratica non ammette che possano esserci voci dissenzienti. Capita quindi che due giorni fa un gruppo di manifestanti del movimento “Popoli Liberi” protestino contro l’introduzione negli asili dei libercoli di cui dicevamo sopra, quelli che esaltano le più schifose perversioni.
    Ciò che è accaduto si può ammirare in un video



    Premesso che non conosciamo il movimento “Popoli Liberi”, non possiamo non essere d’accordo con quell’uomo che dichiara: “Mio figlio lo educo IO e non lei! Ha capito?, lo educo io con sua madre”. Sta dicendo una cosa ovvia, di buon senso, e sta giustamente affermando il suo diritto/dovere di genitore.
    Il video non è di gran qualità, ma si vede, e si sente, bene la reazione della Seibezzi, che, essendo del tutto priva di argomenti, si affida all’antico armamentario sessantottino, urlacchiando “sei un fascista, sei un fascista”. Quanto sono conservatori questi progressisti! Da decenni ripetono le stesse cantilene. Purtroppo la gentile signora perde i suoi tratti gentili e petrarcheschi e cade in preda all’isteria, sicché le sue amiche la devono trattenere affinché non si scagli contro quel genitore di buon senso.
    E qui si chiude la cronaca, che, per quanto breve, è molto istruttiva. Secondo certi personaggi la libertà (purchè sia la loro) è così preziosa che si difende solo togliendola agli altri. Comunque la signora Seibezzi può stare tranquilla: se la legge Scalfarotto sarà definitivamente approvata, non avrà più bisogno di attacchi isterici per difendersi contro gli odiati “omofobi”, per l’occasione anche “fascisti”. Le basterà chiamare la Volante. Avrà la legge dalla sua.
    L’età e l’abitudine alla buona educazione ci impediscono di ricorrere a battute di sapore goliardico, e quindi sorvoliamo da gentiluomini su ciò che farebbe tanto ma tanto bene alla signora Seibezzi per calmarsi i bollenti spiriti. Chiudiamo qui il discorso…
    PS: ci dicono (ma non lo abbiamo potuto controllare direttamente) che la signora Seibezzi aveva dichiarato di essere stata attaccata e minacciata da quanti non gradivano i suoi interventi “educativi”. Di certo il video ci mostra chi in verità è “andato all’attacco”. Per tornare al mitico “sessantotto”, ci viene in mente la classica immagine del “democratico” che dopo aver sprangato l’avversario politico si mette a urlare contro la “provocazione” e contro l’”aggressione”. Entrambe fasciste, ovviamente.
    Video cronaca di un attacco isterico ma tanto democratico ? di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    "Genitore 1? Sono la mamma". La sua rivolta contagia tutti
    Una madre milanese corregge il nuovo modulo per l'iscrizione all'asilo comunale. E la sua ribellione su internet diventa "virale"
    Giannino della Frattina
    «Io sono la mamma non il genitore uno. Capito sindaco #Pisapia?». Il rifiuto a subire l'ultimo attacco della rivoluzione «arancione» alla famiglia è diventato un virus inarrestabile che contagia il web.
    La ribellione via social media all'arroganza di un Comune che per iscrivere i figli a scuola chiede la rinuncia a chiamarsi padre e madre. Almeno sui moduli di un'amministrazione che ha più a cuore la deroga che la norma. E che magari l'8 marzo festeggerà la donna, dopo averle tolto il diritto a essere mamma.
    E, invece, la difesa del proprio essere mamma piace. A destra, ma anche a sinistra come dimostrano le migliaia di «mi piace», le tantissime condivisioni e il dilagare nei blog che hanno moltiplicato un gesto semplice e grande che ha sfondato la diga dell'ipocrisia. Ancor più prezioso perché inaspettatamente trasversale in giorni in cui le barriere dell'ideologia sono sempre più invalicabili e la divisione dei campi è sempre più cattiva. Ma è bastato l'orgoglio di una mamma per battere la politica che divide. «Non credevo proprio. Io ho fatto la mia fotina, pensavo di raccogliere solo un po' di “mi piace” dei soliti amici», spiega La Bianchi che così ha logato il suo profilo Facebook. «Cosa ho provato? Un grande fastidio. Prima ho cancellato quel “genitore 1”, poi ho scritto mamma e fatto la foto».
    Non facciamo finta di non capire che il disegno della sinistra è di muovere passo dopo passo verso il matrimonio per le coppie omosessuali. Per poi aprire alle adozioni dei bambini, disassando i cardini della famiglia. E i cattolici del centrosinistra che dicono? Subiscono ipocriti, per conservare le loro poltroncine.
    Ora forse anche loro rimarranno stupiti a scoprire che sono in tanti a non pensarla così. «Io aspetto serenamente quel giorno e quella firma per fare la mia piccola strage», promette un'altra mamma sotto la «fotina» della Bianchi. «La signora Bianchi non ci sta - si legge su un blog - e allora via con un tratto di penna e scrive la parola più bella del mondo: mamma».



    POTERI
    Rino Cammilleri
    Perché i cosiddetti poteri forti internazionali (meglio, occidentali) stanno cercando in tutti i modi di distruggere la famiglia? Per i soldi, come al solito.
    L’Italia, per esempio, ha ancora (per poco) il primato mondiale del risparmio, un gruzzolo che fa gola ai «mercati» (cioè, agli squali). La propensione al risparmio fa per forza di cose capo alla famiglia, quella classica con figli al cui futuro pensare e a cui lasciare qualcosa: ci si sacrifica perché i figli non debbano, come noi, partire da zero. Questo significa risparmio e casa o case di proprietà. Da qui Imu e patrimoniali e quant’altro, nonché propaganda gay-friendly (i gay hanno, al contrario, un’altissima propensione al consumo).
    Il risparmio delle famiglie è la nuova «manomorta» da espropriare. Vecchia storia, cominciata con i giacobini. L’Italia, dunque. Che deve fare la fine della Grecia perché «così si vuol là dove si puote». Chiunque sia a (far finta di) comandare.
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