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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Alle scuole la scelta degli insegnanti. Ecco come si rimette in moto un paese
    Con la legge appena licenziata dalla giunta formigoniana l’autonomia degli istituti diventerà finalmente realtà affermandosi il principio della libertà di reclutamento: le scuole statali potranno reclutare i docenti attraverso un concorso di istituto.
    Di Luigi Amicone
    Rimpasto di giunta, candidatura di Corrado Passera, “piano crescita”. Delle tre mosse con cui Roberto Formigoni si è lasciato alle spalle (per adesso) l’offensiva mediatico-giudiziaria, la terza è certamente quella più degna di nota. Serve a ricordare, se ce ne fosse bisogno, che il governo Monti può ricevere tutti gli applausi che vuole a Bruxelles, Berlino e anche a Wall Street. Ma se il problema è la crescita, cioè la ripresa di produttività del sistema Italia, niente è più necessario ai tecnici che stanno a Roma della politica che ha fatto della Lombardia l’unica regione italiana dagli standard nordeuropei.
    Si chiama “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”, la legge licenziata la settimana scorsa dalla giunta formigoniana ed è un pacchetto di norme a costo zero che introducono radicali innovazioni e liberalizzazioni a tutti i livelli: dalla formazione al mercato del lavoro, dal sistema di istruzione alla formazione professionale, dal governo del territorio alle infrastrutture, dall’edilizia alla cultura, dall’energia all’ambiente.
    Ma dei 65 articoli di cui è composta la legge, ve n’è uno di assoluto rilievo. È l’articolo 8 e riguarda la scuola. Oggi il reclutamento degli insegnanti, i percorsi di carriera, sono governati da meccanismi che mescolano precarietà e inamovibilità, senza un legame con le esigenze educative, con meriti e capacità. Con la nuova legge, almeno in Lombardia, l’autonomia scolastica diventerà finalmente realtà affermandosi il principio della libertà di reclutamento. Le scuole statali potranno infatti reclutare il personale docente con un concorso di istituto i cui criteri saranno stabiliti dalla giunta. Ciò nell’ottica di liberare un sistema ingessato e favorire lo sviluppo di progetti didattici diversificati e coerenti anche rispetto alle richieste del mercato del lavoro.
    Alle scuole la scelta degli insegnanti. Ecco come si rimette in moto un paese | Tempi

    Tra le righe
    Di Corrado Passera possibile candidato in quota (anche) Pdl per la guida di Palazzo Chigi si discute da tempo. Più o meno al riparo da ascoltatori indiscreti, nelle segrete stanze, sono settimane che il nome del Ministro dello Sviluppo Economico circola come possibile Papa straniero. Straniero per molti se è vero come è vero che il "lodo Passera" prevederebbe un accordone Pdl-Pd-Terzo Polo e una grosse coalition che più grosse non si può con Lega, Idv e Vendola fuori dai giochi e un governo per metà democristiano e per l'altra metà in perfetta continuità con l'esecutivo Monti.
    L'uscita di Roberto Formigoni è il tentativo di sparigliare e di non arrendersi all'inevitabilità (tutta presunta) di un candidato neutro per le politiche 2013. Formigoni non ha detto che Passerà dovrebbe essere il candidato ma che "se [...] dicesse di condividere i nostri ideali e chiedesse di correre alle primarie, sarebbe un fatto positivo" e che "nessuno potrebbe impedirgli di partecipare".
    Il non-detto è molto semplice: vuole essere il candidato del Pdl? Si faccia contare. Peccato però che le ipotesi di primarie per la scelta del candidato premier rappresentino il percorso esattamente opposto rispetto ad una possibile candidatura di Passera. Primo perché il titolare dello Sviluppo Economico dovrebbe incarnare l'identikit un candidato non-partisan, secondo perché tutto accetterebbe meno che di farsi logorare in una competizione che, gli attuali congressi pidiellini lo confermano, premia più i muscoli e l'organizzazione di partito che i giocatori dai piedi buoni con ottime entrature nei salotti che contano.
    Formigoni voleva bruciare Passera. E, stando alle reazioni di queste ore, l'operazione gli è riuscita benissimo
    The Right Nation - Tra le righe



    Tagliani chiede scusa all'arcidiocesi
    "L'Ici dovuta è sempre stata pagata", precisa il sindaco
    Ferrara
    Venerdì 17 febbraio alle 15, nella sala di Giunta della residenza Municipale, il sindaco Tiziano Tagliani e l'assessore Luigi Marattin hanno incontrato i giornalisti per fornire alcuni chiarimenti sul tema Ici e immobili dell’Arcidiocesi di Ferrara – Comacchio.
    In merito al video prodotto dai Radicali su tre immobili appartenenti all’Arcidiocesi di Ferrara che vengono dichiarati esenti dall’imposta comunale è stato precisato che tale informazione non corrisponde al vero a causa di una nota errata inviata dall'amministrazione.
    Il sindaco e l’assessore al bilancio hanno chiesto scusa a Monsignor Danilo Bisarello, a Don Marco Bezzi e all’Arcidiocesi tutta, per l’errore commesso garantendo che chiederanno, ai realizzatori del video, di ritirarlo essendo basato su dati, forniti dall’Amministrazione comunale, non corretti.

    Tagliani si genuflette alla Diocesi: "Uno sbaglio clamoroso sull'Ici"
    La gaffe del Comune
    Molti immobili esentati pagano regolarmente: "Errore grave"
    di Stefano Lolli
    «Siamo nei guai...». Inizia così l’atto di contrizione del sindaco Tiziano Tagliani, dopo la scoperta dell’errore — compiuto dall’Ufficio Tributi del Comune — sull’Ici degli immobili di proprietà della Chiesa. Esaminando la richiesta dei Radicali relativa a un elenco riferito genericamente alla Curia, il Comune ha dato per esenti molte strutture per le quali invece l’imposta sugli immobili viene pagata regolarmente. Addirittura due (Gesuati e Cenacolo) inseriti dai Radicali nel video diffuso da YouTube, suscitando l’ira della Diocesi.
    Ieri in un clima di forte imbarazzo, il sindaco Tagliani e l’assessore alle Finanze Luigi Marattin si sono presentati alla stampa per chiarire. E per genuflettersi: anche di fronte a un emissario della Curia che ha filmato le loro dichiarazioni. Non si sa se per inserire anche queste su YouTube, per proiettarla nelle messe domenicali o com’è più probabile per mettere agli atti l’ammissione di un errore tanto grossolano. «I nostri uffici avrebbero dovuto verificare con più attenzione la richiesta dei Radicali — prosegue il pentimento di Tagliani —: ciò ha causato qualche guasto. Nel tentativo di dare una risposta veloce, non c’è stata un’adeguata verifica». Sarebbe bastato poco per scoprire che il Seminario paga complessivamente 23,261 euro annui di Ici (dei quali 10,860 per l’hotel dei Gesuati), e che anche Il Cenacolo di via Fabbri, utilizzato come bed & breakfast, versa 1093 euro in quanto immobile storico. Ed anche nell’elenco degli ‘esentati’, ammette il sindaco, «molti pagano l’Ici: ci siamo sbagliati in maniera macroscopica». Al punto che ora l’assessore Marattin non si dice «più sicuro della validità delle cifre di introito date nei giorni scorsi...».
    Una gaffe clamorosa. E se Marattin e Tagliani accettano «ogni responsabilità politica», poi scatta la reazione sugli autori materiali dell’errore: «Se sbagli gravi vengono compiuti da un lavoratore del privato, vi sono conseguenze gravi: decurtazione di stipendio, fino al licenziamento per la vituperata giusta causa — tuona l’assessore —, se lo stesso errore capita nel pubblico, non accade nulla». Marattin non generalizza: «I lavoratori pubblici sono stati a lungo ingiustamente bistrattati, ma deve finire anche la sostanziale irresponsabilità per gli errori commessi». Pronto perciò a valutare la propria...penitenza politica, Marattin chiude dicendo di aver chiesto «al sindaco e al direttore generale di assumere provvedimenti conseguenti».
    Tagliani si genuflette alla Diocesi: "Uno sbaglio clamoroso sull'Ici" - Il Resto Del Carlino - Ferrara

    Origini teologiche dei diritti umani
    Nel loro “Filosofia”, vol. I, C. Esposito e P. Porro raccontano come nei primi secoli del cristianesimo i pagani cresciuti alla scuola dei filosofi antichi non comprendevano soprattutto due idee innovative proprie della teologia cristiana: la creazione e l’Incarnazione.
    Sono concetti filosofici che in qualche modo, come dimostra la battaglia continua sulla bioetica, non sono compresi neppure oggi. Si sono persi, dopo essersi imposti per secoli, sconfiggendo il pensiero filosofico antico.
    La creazione biblica è “creazione dal nulla”: essa comporta l’affermazione secondo cui l’Essere assoluto non coincide con il mondo. Un’idea che risultava inconcepibile a chi, come Aristotele, riteneva che l’universo non fosse mai cominciato e fosse destinato a durare in eterno, in quanto senza un inizio e senza fine. Un’ idea che oggi, che sappiamo che il mondo è cominciato e finirà, rimane purtuttavia incomprensibile, per un altro motivo: ciò che è mondano è divenuto l’unico orizzonte in cui ci muoviamo. Sono i valori che la cultura contemporanea impone che rendono di fatto eterna la finitudine del mondo.
    Il concetto di creazione porta con sé, soprattutto, una nuova antropologia: dove vi è un Dio Creatore, infatti, l’uomo non è più annullato nella materia, parte transeunte di essa, da sempre e per sempre esistente (monismo materialista), e neppure parte della divinità, frammento di essa, negato come individuo (monismo panteista). No, nella concezione della creazione, l’uomo non coincide con una particella di Dio, non si dissolve in Lui, e neppure nella materia: è a immagine e somiglianza di Dio, è un soggetto a se stante, unico, irripetibile, individuale, nell’anima e nel corpo.
    E’ da questa visione cristiana che è derivato il concetto di dignità del singolo, e quello dei diritti umani in senso moderno. Se l’uomo è creatura, infatti, non è padrone della vita, né sua né del suo prossimo, in quanto, appunto, creato. L’uomo non può fare tutto ciò che vuole, perché non è padrone della realtà, e quindi del bene e del male. In secondo luogo, però, i diritti umani provengono non solo da un limite, ma anche da un attributo positivo: la dignità dell’uomo sta soprattutto nel suo essere creato “a immagine e somiglianza di Dio”.
    A ciò si aggiunga l’Incarnazione. Questo insegnamento cristiano non fa che accrescere l’importanza dell’uomo, lo eleva ulteriormente: Dio ha scelto di farsi come noi, per redimerci; ha voluto vestire la condizione umana, elevando l’uomo al cielo, riscattandolo dal peccato originale. L’uomo è degno dell’amore immenso di Cristo.
    Si può ben comprendere allora perché sant’Ambrogio nel suo commento al libro della Genesi, l’Esamerone, attribuisca all’uomo, nel pieno rispetto del pensiero biblico, un posto e un ruolo nell’universo assolutamente nuovo. Per Ambrogio la creazione si conclude “con la formazione di quel capolavoro che è l’uomo”, “gloria di Dio”, “culmine dell’universo e suprema bellezza di ogni essere creato”. Per Ambrogio la creatura umana riassume, ricapitola, contiene in sé la complessità degli esseri creati, ed è il senso e il fine di tutto l’universo. Il santo vescovo di Milano arriva a scrivere: “Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato”.
    Da questa visione cristiana, che fa del limite e della grandezza dell’uomo due facce della stessa medaglia, l’origine e il perché della sua dignità, è nato il riconoscimento della dignità di tutti, anche degli schiavi, delle donne, dei bambini, dei malati….Qualcosa di nuovo, che non era mai accaduto prima dell’avvento di Cristo e della Chiesa.
    Ma questa dignità è oggi nuovamente negata per i bambini malformati, o “inopportuni”, o per gli embrioni rinchiusi nella provetta o uccisi per esperimenti di clonazione, e lo sarà, a breve, per i malati terminali e chissà ancora per chi. L’origine di questa nuova visione sta nel capovolgimento dei dogmi cristiani ricordati: l’uomo non si riconosce più creatura dipendente, non riconosce più un bene e un male oggettivi, e quindi nega ogni limite nella sua azione rispetto ai propri simili; i quali, non essendo dotati di una dignità immensa, perché non più “a immagine e somiglianza di Dio”, non più amati, né voluti né redenti da Lui, possono essere soppressi dal più forte.
    Il medico che uccide un bambino o un malato e lo scienziato che clonano l’uomo, dunque, non riconoscono la propria creaturalità, e cioè il proprio limite, in nome di una cultura che si presenta, falsamente, come emancipatrice dell’uomo. Ma così facendo, nel contempo, finiscono per negare anche quella grandezza dell’uomo, compresa la loro, che credono di affermare. “Se è grave alterare l’opera di Dio (cioè l’uomo, ndr)- scrive sempre Ambrogio-, che diremo di coloro che uccidono l’opera di Dio, che versano sangue umano, che tolgono la vita che Dio ha dato?”.
    Origini teologiche dei diritti umani « Libertà e Persona


  2. #12
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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Ha senso la morale senza Dio? Rispondono Dostoevskij e Francis Collins
    di Francesco Agnoli
    Pensiamoci bene. Che senso ha la vita morale degli individui, se non esiste un criterio superiore di giustizia? Chi è autore della legge? Esiste una legge vera, giusta, che valga per tutti perché superiore, precedente all’uomo, oppure ogni uomo ha il diritto di credere ciò che vuole, di farsi la sua verità morale, la sua etica? L’uomo è un animale in-cosciente, le cui azioni sono sempre “buone”, come quelle degli animali, perché volute dalla natura, regolate dall’istinto, oppure è un essere cosciente (quale differenza!) capace di scegliere, padrone della sua vita, che può essere libero dall’imperiosità brutale dell’istinto e dei sensi?
    A ben vedere proprio l’esistenza di una vita morale ha convinto grandi uomini della storia che la natura dell’uomo è non solo animale ma anche spirituale, e li ha portati a porsi la domanda su Dio. Ne citerò solo due: il grande romanziere Fedor Dostoevskij e uno scienziato moderno, uno dei più importanti genetisti di questo secolo, Francis Collins.
    Dostoevskij è il massimo rappresentante del realismo russo, nell’epoca in cui altri letterati, come l’ “ateo-diversamente credente” Emile Zola, ritengono che l’uomo possa col tempo diventare “onnipotente” grazie alle sue conoscenze scientifiche, e possa essere studiato esattamente come un “ciottolo della strada”, non essendo, in fondo, nulla di più. Dostoevskij “esplora le strade della città, i vicoli più solitari e ignorati, descrivendo le bettole più sordide, gli antri più sinistri, le stamberghe più malsane… il ventre infetto e brulicante di Pietroburgo, sede del vizio e della degradazione umana”, alcolizzati e prostitute, contadini trasformati in operai, costretti ad una vita infame, e poi in rivoluzionari violenti e nichilisti: ma c’è, nell’autore russo, una distanza enorme dal positivismo e dal determinismo di Emile Zola (che dà importanza assoluta all’ambiente, alle condizioni materiali e sociali); c’è una indagine continua sulla spiritualità del singolo uomo, dotato di libero arbitrio, chiamato a scegliere (e qui c’è il dramma esistenziale) tra il bene e il male, la Fede e l’ateismo…
    Dio, il male, la colpa (cioè la morale) sono proprio la tematica fondamentale del nostro autore, ignorata dai naturalisti francesi, che fa di lui un romanziere profondamente dotato di senso religioso e, insieme, un “romanziere psicologico”, precursore degli esistenzialisti. Siamo dunque agli antipodi della cultura positivista dell’epoca, come pure di quella odierna: mentre Dostoevskij racconta e approfondisce gli abissi umani, medici positivisti come Emilio Littre affermano che “il delitto è pazzia”; criminologi come Cesare Lombroso analizzano e catalogano i “crani deficienti”, ritenendo così di poter chiudere la personalità, la libertà, l’originalità di ogni singolo uomo nelle sue caratteristiche fisionomiche; credendo – anche qui la parola non è a caso – che l’uomo sia definito ed esaurito da ciò che si vede e si tocca, dall’ampiezza del cranio, dalla lunghezza degli arti, dalle malformazioni, dalla volumetria e dai bernoccoli della testa. Esattamente come faranno i primi teorici del razzismo; o Charles Darwin, quando riterrà che il cranio della donna, di dimensioni più ridotte rispetto a quello del maschio, sia un segno della sua inferiorità ; o i nazionalsocialisti, quando gireranno il mondo, sino in Tibet, per fare calchi di gesso sul volto degli indigeni, per risalire, tramite misurazioni e fisionomia, all’originaria razza superiore. Un po’ come oggi, allorché sempre più spesso si cerca di far passare una tendenza sessuale, una devianza, o una virtù, come una pura questione genetica.
    Per comprendere la visione del mondo di Dostoevskij occorre ripercorrerne, brevemente, la vita: Fedor frequenta ambienti sovversivi, atei, propugnatori di una rivoluzione in Russia, per abbattere lo zar e creare una nuova società. Nel 1849, però, molti di loro, tra cui il nostro, vengono arrestati dalla polizia zarista. Dostoevskij viene condannato a morte, poi lo zar commuta la pena in quattro anni di deportazione in Siberia. L’unica lettura, in questo lunghissimo periodo, sarà quella di un Vangelo, regalatogli da una donna mentre viene portato a scontare la pena. In seguito a questa esperienza il nostro muterà fortemente prospettiva, divenendo critico verso le proprie idee del passato e mostrando un profondo rispetto per la Chiesa ortodossa e un rifiuto verso gli intellettuali russi che leggono gli illuministi europei disprezzando profondamente la propria terra e la propria patria.
    Tra i grandi romanzi spiccano “Delitto e castigo” (1866), “I demoni” (1871) e “I fratelli Karamazov” (1880). Nel primo di questi compare la tematica, che poi affascinerà Nietzsche, della ricerca della libertà come affermazione dell’io al di là di ogni morale, di ogni coscienza, “al di là del bene e del male”. Il protagonista, un ex studente squattrinato, Raskòl’nikov, uccidendo a colpi di accetta una vecchia usuraia, vuole, oltre che ottenere dei soldi, chiarire a sé stesso se è un “Napoleone” o un “pidocchio”, se appartiene alla categoria della massa, degli “uomini comuni”, per i quali la legge morale è sacra, o agli “uomini non comuni”, destinati a grandi imprese, per i quali non valgono le leggi ordinarie. Per questo può dire: “Non ho ucciso una persona, io; ho ucciso un principio!”. Questo principio è l’affermazione di una superiorità delle leggi morali, di una superiorità di Dio che quelle leggi oggettive impone: ai personaggi di Dostoevskij che vogliono affermare la loro illimitata libertà è chiaro il concetto che per fare ciò debbono sbarazzarsi di Dio, affermare la propria divinità, per divenire “uomo-dio” (se si scarta Dio è l’uomo ad essere assolutizzato).
    Ma Raskòl’nikov fallisce: compiuto il delitto non riesce neppure a rubare, i nervi gli cedono, è preso dal delirio e dal panico, non ha neppure la lucidità di occultare subito eventuali indizi. Diviene conscio di non essere un secondo Napoleone, e in lui rimane il vuoto, un forte senso di indegnità. Se infatti tutta la nostra possibilità di affermarci passa per questo mondo, chi non ottiene prestigio, potere, onore, come Napoleone, per che cosa è vissuto? Che scopo ha raggiunto? Ma Raskòl’nikov viene cambiato dall’incontro con Sonja, una ragazza buona, dolce, intensamente cristiana, che si prostituisce per salvare i genitori dalla mendicità. Col tempo le cose cambieranno: “una futura redenzione”, “una nuova concezione della vita” si affacceranno nell’animo di Raskòl’nikov. Ma Dostoevskij accenna soltanto alla sua rinascita, al suo cambiamento: è un’altra storia, che non racconta. Gli interessa solo un fatto: la coscienza esiste, si fa sentire, batte i suoi colpi; il Bene e la Verità non sono relativi al capriccio dell’uomo, ma oggettivi. Ciò che è giusto, è giusto, perché Dio esiste: ciò che è sbagliato, malvagio, cattivo, nessun uomo potrà renderlo giusto e buono, perché non è Dio ! Per concludere, in “Delitto e castigo” è presente la dialettica cristiana peccato-sofferenza che redime – misericordia. Il peccato rende impossibile la vita a Raskòl’nikov, lo isola, lo estranea dal resto dell’umanità; la sofferenza, la croce portata con rassegnazione e consapevolezza, è il mezzo per la sua redenzione, come gli dice Sonia nella frase sopra citata; la misericordia è l’amore gratuito di Sonia verso di lui che lo stupisce e lo spinge a cambiare.
    Nel romanzo “I demoni”, invece, Dostoevskij parte dall’”affare Necaev”, un intellettuale anarchico che piacerà molto a Lenin, autore del “Catechismo del rivoluzionario”, processato ai suoi tempi per aver fatto uccidere un membro del suo gruppo, e che alla fine si suicida. Dostoevskij sceglie dunque una vicenda storica reale per esprimere le sue nuove idee politiche. Nel romanzo, che descrive appunto i terroristi, definiti anche “nichilisti” o “demoni”, Necaev diviene Verchovenskij e l’anarchico Bakunin diviene Stavrogin. Entrambi, essendo atei, vivono nella dimensione del “tutto è permesso”: Verchovenskij ha un progetto politico, di “distruzione universale”, che non si arresta di fronte a nulla: come Marat all’epoca della rivoluzione francese, invita a “tagliare teste”, a “lapidare” pur di costruire una società secondo il proprio disegno. Alla fine Stavrogin, impazzito, si impicca; così anche un altro protagonista, Kirillov: il suo è un suicidio metafisico, una dimostrazione di disprezzo verso la nozione di Dio. Anche in questo romanzo l’autore ci dà un messaggio esistenziale chiaro: escluso Dio, l’uomo non può che mettersi al suo posto. Chiamato a decidere, a scegliere, non ha altro metro, altro riferimento, che se stesso, la propria idea, la propria soggettività, il proprio egoismo. L’io che non riconosce una origine, una dipendenza, un limite, si fa inevitabilmente Dio, mentre si proclama ateo.
    Ma il più grande romanzo di Dostoevskij è forse “I fratelli Karamazov”: quest’opera ha, come altre del nostro, il fascino di un grande racconto poliziesco, ricco di suspanse, nato dalla riflessione su un vero parricidio, di cui Dostoevskij, in Siberia, aveva conosciuto l’autore. “La principale questione che sarà agitata in tutte le parti del libro – scrive Dostoevskij – è la stessa della quale ho sofferto coscientemente o incoscientemente per tutta la vita: l’esistenza di Dio“. Giganteggiano due figure, quella di Alioscia Karamazov, con la sua visione cristiana del mondo (il modello di ciò che l’autore russo vorrebbe essere?) e quella, opposta, di suo fratello Ivan, con la sua tormentata ricerca della libertà attraverso la rivoluzione nichilista, con il suo essere malato di nichilismo. Ivan, con i suoi discorsi e le sue filosofie, è il vero ispiratore dell’uccisione del padre, sebbene non ne sia l’esecutore materiale. Anche qui un’uccisione “filosofica”, perché con i suoi discorsi ha convinto il futuro assassino, il fratellastro Smerdiakov, che tutto è legittimo, perché Dio non esiste.
    Lo ribadisce il diavolo ad Ivan: “La coscienza! Che cosa è la coscienza? Sono io stesso che me la invento. Perché mai mi tortura? Per un’abitudine. Per un’universale abitudine del genere umano, vecchia di settemila anni. Liberiamocene, e saremo degli dei!”. Si ripete, così, lo stesso concetto di Raskòl’nikov e di Kirìllov: “Se non esiste Dio, tutto è permesso”. Alla fine Ivan, sentendosi colpevole per la morte del padre e per l’ingiusta condanna dell’altro fratello, il violento e passionale Dimitrij, impazzisce; Smerdiakòv, l’omicida materiale, si uccide, e Dimitrij, che tanto aveva odiato il padre sino a volerlo eliminare in cuor suo, verrà condannato, pur essendo innocente. Delitto, coscienza, libertà, accettazione del castigo, riconoscimento che esiste una legge morale oggettiva, divina: questa, in sintesi, l’antropologia di Dostoevskij.
    Pochi anni più tardi la Russia sarebbe stata sconvolta dalla rivoluzione comunista e dall’ondata di morte e di persecuzione di Lenin e Stalin. Il primo, inventore dei gulag, avrebbe affermato: “Per noi non esiste e non può esistere il vecchio sistema di moralità e di umanità…La nostra moralità è nuova…A noi tutto è permesso…Sangue? E sangue sia…” (R.W. Clark, “Lenin”, Bompiani). Stalin, invece, prefigurato profeticamente, insieme ai suoi seguaci, nei “demoni” senza Dio di Dostoevskij, avrebbe detto: “Ivan il Terribile era estremamente crudele. Ma bisogna far vedere perché doveva essere crudele. Uno degli errori di Ivan il Terribile sta nel fatto che non ha sterminato fino alla fine cinque grandi famiglie feudali…lui ammazzava qualcuno e poi pregava e si pentiva a lungo. Dio era per lui un impaccio in questa opera. Bisognava essere ancor più risoluti” (Gianni Rocca, “Stalin”, Mondadori, Milano, 1988, p.352). Dio, cioè una legge morale superiore e precedente all’uomo, non fu dunque, per l’“uomo d’acciaio”, per l’autore dello sterminio dei kulaki, per il carceriere dei gulag, per l’inventore della “grandi purghe”, un “impaccio” e un freno! Fu, Stalin, un uomo emancipato da Dio, un Raskòl’nikov, un Ivan, un Necaev coerente sino alla fine e senza pentimenti. Non temette la Giustizia di Dio, né ritenne di dover invocare la sua Misericordia, perché aveva deciso di non riconoscere alcuno al di sopra di sé.
    Francis Collins non è un romanziere, come Dostoevskij, ma un famoso scienziato americano, nativo della Virginia, che si specializza nella seconda metà del Novecento in chimica e fisica a Yale, “alla ricerca di quella eleganza matematica”, scrive, che lo “aveva attirato in questo ramo della scienza”. La sua posizione rispetto a Dio è quella di un agnostico, che non si chiede più di tanto e che scivola via via nell’ateismo pratico e poi teorico. Dalla chimica alla biochimica, alla medicina, alla genetica: “ero sbalordito dall’eleganza del codice genetico umano e dalle molteplici conseguenze di quei rari momenti in cui il suo meccanismo di trascrizione si inceppava”. Col tempo, soprattutto a causa di certi incontri, con situazioni e persone, Collins si rende conto di “aver optato per una cecità volontaria e di essere caduto vittima di qualcosa che si poteva descrivere solo come arroganza, avendo evitato di prendere seriamente in considerazione il fatto che Dio potesse rappresentare una possibilità reale”. Colui che prenderà il posto del genetista ateo James Watson alla direzione del più importante progetto di studio sul genoma umano, il Progetto Genoma, si rende cioè conto che la sua grande curiosità per la natura, la genetica, l’immensamente piccolo, convive con una chiusura alla totalità della realtà, alla domanda sul senso ultimo, totale, di ciò che esiste.
    In una tortuosa ricerca Collins finisce per leggere “Scusi, qual è il suo Dio?”, di Clive S. Lewis, un ex ateo che si era riproposto di confutare tramite la logica l’esistenza di Dio, ma che era approdato al risultato opposto. Lewis offre a Collins la possibilità di interrogarsi sulla legge morale, sul bene e sul male, sulla loro origine: il senso del bene e del male è solo l’effetto di determinate tradizioni culturali? E’ solamente “una conseguenza di pressioni evolutive”, come sostengono i sociobiologi? L’impulso altruistico nasce da un interesse personale, del tipo “io ti do qualcosa affinché tu mi dia”, e null’altro?
    Collins riflette sulla natura umana, sul rimorso che ci attanaglia, quando riteniamo di aver sbagliato, pur magari avendone ricevuto un vantaggio; sulla coscienza che ci interroga e ci suggerisce, sulla capacità di certe persone, come madre Teresa o altre figure storiche, di dare totalmente se stesse, gratuitamente, al di fuori di qualsiasi orizzonte materialistico. Socrate, Gesù, Madre Teresa, coloro che muoiono per un bene più grande, ma intangibile, per il prossimo, per un ideale spirituale, sono forse solo dei pazzi, degli errori genetici, o non piuttosto uno schiaffo in faccia alle teorie materialistiche e deterministiche sull’uomo?
    L’altruismo disinteressato, scrive Collins, “costituisce una sfida rilevante per l’evoluzionista e rappresenta un vero scandalo per il pensiero riduzionista”, e “l’agape di Oskar Schindler e madre Teresa smentisce questo tipo di pensiero. Incredibile ma vero, la legge morale mi chiederà di salvare l’uomo che sta affogando anche se è mio nemico” (F. Collins, “Il linguaggio di Dio”, Sperling & Kupfer, Milano 2007, pp. 20-22). Questo, checché ne dicano coloro che ritengono l’uomo determinato in tutto dalla genetica: aggressivo o mite, fedele o infedele, giusto o malvagio, a seconda di determinati geni, di determinati meccanismi interni, indipendenti dalla volontà, dalla libertà, pur relativa, dell’uomo. Collins, che di geni si intende, capisce che l’uomo è assolutamente qualcosa di diverso, di non determinato, di non riducibile ad una sua parte, quella fisica: può progettarsi, costruirsi, lottare contro certe tendenze malvagie, o assecondarle; può scegliere una strada, pentirsi, riscattarsi o proseguire nell’abisso dell’egoismo e della cattiveria. Ogni azione, ogni scelta è una possibilità libera, in cui l’uomo si realizza, esprime se stesso, indipendentemente da comandamenti genetici, o da impulsi interni incontrollabili. Condizionato, certo, dalle circostanze e dalla sua natura corporale, ma non totalmente determinato, come i sassi, o le stelle, né regolato dagli istinti, solamente, come gli animali.
    Dopo le considerazioni sulla legge morale, Collins prosegue analizzando le sue conoscenze scientifiche e paragonandole alla fede cui è approdato. Il Big Bang? “L’idea di un inizio finito dell’universo non è consonante con la concezione buddista”, come non lo è con le visioni pagane e panteiste, ma si accorda perfettamente con l’idea di un Dio Creatore trascendente ed è quindi perfettamente compatibile con la teologia medievale cristiana e col pensiero biblico. Anzi, si può tranquillamente dire che è un’idea filosoficamente già intuita da pensatori cristiani assai prima della nascita della scienza moderna. La genetica? Per lui è “il manuale di istruzioni di Dio”, “il linguaggio di Dio”, che però “non spiegherà mai certi speciali attributi umani, come la conoscenza della legge morale e l’universalità delle ricerca di Dio”.
    Ha senso la morale senza Dio? Rispondono Dostoevskij e Francis Collins | UCCR

    FABIOLA, MARCELLA E I PRIMI OSPEDALI DELL’OCCIDENTE
    Francesco Agnoli
    Espressione evidente della nuova mentalità portata da Cristo e dalla Chiesa cattolica fu l’apparire di molte donne, magari vedove, che si dedicavano alla carità.
    I primi secoli del cristianesimo sono ricchi di queste figure, che presso le chiese “si dedicavano all’assistenza dei malati in maniera più o meno professionale, con il nome di diaconesse, dalla parola greca che significa servizio o assistenza. Tuttavia il passo verso un’assistenza di tipo organizzato venne compiuto soltanto verso la fine del quarto secolo, quando Marcella, una ricca vedova romana, adottò la sua magnifica dimora a convento per le monache-infermiere.
    Più vicino al significato moderno del termine fu senz’altro l’ospedale fondato nel 390 dalla bella Fabiola a Roma: con due matrimoni infelici alle spalle, ella si convertì al cristianesimo e dedicò il resto della sua vita alle opere di carità. Pur essendo anche lei molto ricca, si recava tra i poveri e gli ammalati, portandone alcuni a casa con sé e non arretrando neanche dinanzi agli aspetti più sgradevoli e ripugnanti della sua opera. Ecco cosa si scrisse del lavoro di Fabiola: “Qui ella riuniva tutti gli ammalati raccolti per le strade, occupandosi personalmente degli infelici e delle vittime della fame e delle malattie. So che esistono molti uomini che non riescono a superare la loro naturale ripugnanza per simili spettacoli e compiono la loro opera di amore attraverso altri; essi danno denaro anziché adoperarsi di persona. Pur non condannandoli, devo dire che – anche se avessi cento lingue – non sarei in grado di contare tutti i pazienti che hanno avuto cure e assistenza da Fabiola… Dopo aver fondato un ospedale, vi raccolse tutte le persone sofferenti, raccolte per le strade, prestando loro le attenzioni di una vera infermiera… Quante volte ha lavato il pus da piaghe che altri non riuscivano neanche a guardare! Nutriva i pazienti con le sue stesse mani e, anche quando una persona non era altro che un povero corpo scosso dal respiro, lei ne rinfrescava le labbra con alcune gocce d’acqua” .
    Fabiola e Marcella non erano donne pagate dallo Stato o da qualcun altro: erano, come si direbbe oggi, volontarie a vita, mosse dalla carità di Cristo e integrate nella istituzione da lui fondata, la Chiesa. Accanto alle opere di carità di Fabiola e Marcella in Occidente, e a quella di san Basilio – che creò un’intera cittadella della carità che fungeva da “ospedale, locanda, lebbrosario, scuola di avviamento professionale, orfanotrofio” –, santa Elena e di tante altre donne e uomini, in Oriente, occorre ricordare, tra gli antenati del moderno ospedale, due Hotel-Dieu in Francia: “Il primo venne costruito a partire dal 542 circa a Lione, per volontà del re Childerico I, mentre il secondo fu fondato un secolo dopo a Parigi dal vescovo della città” .
    L’Hotel-Dieu di Parigi “divenne nel corso del Medioevo il maggior ospedale della Francia e come tale servì a lungo di esempio. La sua posizione ad Occidente della cattedrale di Notre-Dame indica che fu una fondazione vescovile” .
    Riassumendo, si può dire che i primi ospedali, centri di accoglienza per malati, poveri, pellegrini e stranieri (in quanto tali detti anche “xenodochi”), nacquero dall’iniziativa privata di matrone come Fabiola e Marcella, che mettevano a disposizione i loro palazzi, le loro ricchezze e la loro stessa vita; e da quella di vescovi, sacerdoti o religiosi che diedero vita a “case ospitali urbane”, designate di solito con nomi simili (“Domus Dei”, o “Ca’ di Dio”, in Italia; “God’s house” in Inghilterra, che però nacquero molto più avanti; “Godshuis” nei Paesi Bassi; “Hotel-Dieu” in Francia, etc…); anche dall’opera di papi come san Gregorio Magno (590-604), che di fronte ad una Roma in disfacimento, in preda alle lotte tra Bizantini e Longobardi, alle carestie e alle pestilenze, “fondò e aiutò ospedali, liberò i prigionieri, diede assistenza a indigenti e provvide a rifornire Roma e molte località di generi di prima necessità” ; all’interno dei monasteri e dei conventi, che aprivano “le loro ‘foresterie’ agli ospiti forestieri, le loro ‘infermerie’ agli infermi” e inventavano una vasta farmacopea.
    FABIOLA, MARCELLA E I PRIMI OSPEDALI DELL’OCCIDENTE « Libertà e Persona


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Richard Dawkins “imbarazzante”: si dimentica il titolo dell’opera di Darwin
    Enzo Pennetta
    Richard Dawkins, l’ateo che qualcuno ha soprannominato il “levriero di Darwin“, dopo non aver saputo indicare un solo caso di evoluzione con aumento d’informazione verificata sotto i nostri occhi, adesso non sa citare il titolo dell’opera principale di Chrales Darwin. Eppure la scarsa conoscenza del Nuovo Testamento era stata da lui portata come prova della poca attendibilità di coloro che si definiscono cristiani.
    Come infatti riportato dal Daily Mail del 15 febbraio 2012, la Richard Dawkins Foundation for Reason and Science nella sua attività di ricerca avrebbe “dimostrato” che: «…poche persone sono veramente cristiane e così le loro credenze non dovrebbero avere parte nelle scuole o nella macchina dello Stato». A sostegno di questa tesi, Dawkins ha affermato, nel corso dell’intervista, che un cristiano su sei non ha mai letto la Bibbia, e che inoltre: «Molti di loro non vanno in chiesa e che un sorprendente numero non saprebbe dire qual è il primo libro del Nuovo Testamento».
    E’ stato a questo punto che Giles Fraser, ex canonico della St Paul’s Cathedral



    ha posto al prof. Dawkins una domanda che ha dato inizio al seguente scambio:
    Fraser- «Richard, se ti chiedessi qual è il titolo completo dell’Origine delle specie, sono sicuro che potresti dirmelo».
    Dawkins- «Sì, potrei»
    Fraser- «Avanti allora»
    Dawkins- «On The Origin Of Species… Uh. Con, oh Dio! On The Origin Of Species….c’è un sottotitolo riguardo la conservazione delle razze favorite nella lotta per la vita…»
    Fraser- «Sei il Papa del darwinismo… Se avessi fatto alla gente che crede all’evoluzione questa domanda e fossi tornato dicendo che il 2% ha risposto bene, sarebbe stato terribilmente facile per dire che dopo tutto non ci credono... Non va bene fare questo tipo di domande. Loro si identificano come cristiani e penso che dovresti rispettarli».
    La risposta corretta era “On The Origin Of Species by means of natural selection, or the preservation of favoured races in the struggle for life”.
    A questo punto possiamo provare a fare un’ipotesi: Fraser sperava in un piccolo errore di Dawkins, ma probabilmente si attendeva una risposta corretta per poi poter affermare che anche un sacerdote conosce l’autore del primo libro del Nuovo Testamento, ma che forse anche i sostenitori del darwinismo non conoscono l’intero titolo dell’opera principale di Darwin.
    E invece è accaduto qualcosa d’imprevedibile: Richard Dawkins, il “levriero di Darwin“, non ha saputo dire il titolo completo dell’opera principale di Charles Darwin. E a questo punto esclama anche un surreale “Oh Dio…” aumentando, secondo i metodi della sua Fondazione, la percentuale delle persone credenti nel Regno Unito.
    Evidentemente questo nuovo silenzio di Dawkins ha un primo effetto immediato: le argomentazioni della Richard Dawkins Foundation for Reason and Science, sulla non attendibilità delle percentuali di cristiani tra la popolazione vengono a cadere.
    Ma esiste anche una seconda importante conseguenza del silenzio di Dawkins. Se il più grande difensore del darwinismo, riconosciuto tale anche dagli altri sostenitori, scienziati e non, non conosce il titolo dell’opera fondamentale di Darwin, come possiamo ritenere che ne conosca bene il contenuto?
    Forse è per questo che continua a strumentalizzarla contro la religione?
    Richard Dawkins “imbarazzante”: si dimentica il titolo dell’opera di Darwin | UCCR

    Ultime notizie da Fatima: ciò che la Madonna ha fatto (e fa) per noi…
    Antonio Socci
    La profezia dei Maya, gli oroscopi…. A milioni vanno dietro a queste favole, specialmente con l’ingresso nel 2012 e complice l’incertezza provocata dalla crisi. Si ignorano invece le profezie vere e documentate.
    Quali sono?
    Anzitutto le trecento profezie messianiche dell’Antico Testamento, clamorosamente compiutesi fin nel dettaglio in Gesù di Nazaret.



    Da allora chi ha fatto profezie che effettivamente si sono storicamente realizzate è, nelle sue diverse apparizioni, la Madonna che non a caso la Chiesa venera come “Regina dei profeti”.

    IL SOLE DI FATIMA
    Quella più nota e più recente è contenuta nel messaggio dato a Fatima nel luglio 1917. Garantito dal clamoroso prodigio del sole, accaduto il 13 ottobre 1917 davanti a 70 mila persone (fra cui diversi agnostici e atei).
    Prodigio documentato sui giornali laici del tempo.
    La profezia cominciò ad avverarsi un mese dopo con la rivoluzione bolscevica in Russia, predetta dalla Madonna.
    Ora abbiamo una nuova, clamorosa conferma di un altro dettaglio della profezia grazie all’apertura degli archivi di stato britannici per i documenti che hanno superato i trent’anni, quindi quelli relativi al 1981.
    E’ una storia che sta venendo alla luce proprio in queste ore (ne ha scritto ieri Enrico Franceschini su Repubblica), ma per capirne la portata e il legame con Fatima bisogna fare un passo indietro.
    Nell’apparizione del luglio 1917 la Madonna affidò ai tre bambini un messaggio importantissimo: lei sarebbe tornata a chiedere “la consacrazione della Russia” al suo Cuore immacolato, da parte del Papa e dei vescovi, e “la comunione riparatrice dei primi sabati”.
    Se fosse stata ascoltata questa sua richiesta il mondo avrebbe avuto pace, in caso contrario nessuno avrebbe potuto fermare una nuova guerra mondiale e una diffusione del comunismo nel mondo che avrebbe scatenato persecuzioni contro i cristiani, orrori e guerre.
    In effetti la Madonna tornò ad apparire a suor Lucia nel 1929 dicendo che quella era l’ora, ma non fu ascoltata. Per questo accadde tutto ciò che aveva predetto.

    WOJTYLA IL GRANDE
    Nel 1978 divenne papa Giovanni Paolo II. Soprattutto dopo l’attentato del 13 maggio 1981, i cui mandanti stavano ad est, ritenendo di essere stato salvato miracolosamente proprio dalla Madonna di Fatima di cui, esattamente in quel giorno, si celebrava la festa, decise di riprendere in mano il messaggio di Fatima.
    Fin dal 1981 cercò dunque ripetutamente di fare la consacrazione chiesta dalla Madonna, ma lui stesso dovette superare forti opposizioni degli ambienti ecclesiastici.
    Il Papa comunque la fece – come potè – il 25 marzo 1984. In quella celebrazione solenne pronunciò una preghiera drammatica e toccante, dove fra l’altro gridava:
    “Madre degli uomini e dei popoli… dalla fame e dalla guerra, liberaci! Dalla guerra nucleare, da un’autodistruzione incalcolabile, da ogni genere di guerra, liberaci!”.
    Anni dopo venni in possesso di una straordinaria intervista di suor Lucia che il 14 ottobre 1993 era stata registrata con la telecamera da un giornalista portoghese (la trasmisi in tv, ad Excalibur).
    In essa l’anziana suora, fra le altre cose, faceva questa sorprendente affermazione: “La Consacrazione del 1984 ha evitato una guerra atomica che sarebbe accaduta nel 1985”.
    In effetti la Madonna a Fatima aveva predetto che il comunismo avrebbe scatenato guerre e questa profezia era nota e pubblica da anni.
    Ma ero perplesso perché non capivo chi e quando poteva aver fatto sapere a suor Lucia che un conflitto nucleare nel 1985 era stato scongiurato grazie alla Consacrazione del 1984, visto che le apparizioni di Fatima erano avvenute molti anni prima.
    La risposta mi venne implicitamente il 17 febbraio 2005, quando aprii Repubblica e vi trovai un’ampia intervista al cardinale Bertone.
    Il prelato, che più volte aveva fatto visita alla suora portoghese, rivelò, fra le altre cose, che “Lucia ebbe una visione nel 1984, l’ultima ‘pubblica’ di cui non si è mai parlato, durante la quale la Madonna la ringraziava della consacrazione nel suo nome”.
    Evidentemente era in quell’occasione che la veggente aveva avuto la clamorosa “informazione” e da una fonte davvero attendibile e “altolocata”.

    IL GIORNO DELL’ARSENALE
    Tuttavia, ritenendo che una guerra nucleare non scoppia da un momento all’altro senza motivi storicamente accertabili, scrivendo il libro “Il quarto segreto di Fatima”, andai a cercare le notizie di quei primi anni Ottanta che confermavano o smentivano l’esistenza di una condizione prebellica.
    Scoprii che in effetti nei primi anni Ottanta la tensione fra Est e Ovest era stata gravissima e aveva toccato il culmine nel 1983, con la crisi degli euromissili. Al Cremlino si succedevano Breznev, Andropov, Cernenko.
    Il sistema economico sovietico era ormai al collasso e la sfida militare imposta da Reagan



    – secondo i capi comunisti – metteva l’Urss davanti a una sola alternativa: o scatenare subito un attacco militare (inevitabilmente nucleare) all’Europa occidentale, prima di trovarsi in minorità militare sullo scenario europeo, o arrendersi al crollo del regime.
    Il Cremlino prese dunque in esame la possibilità di un attacco preventivo all’Occidente. E’ in questa terribile situazione, il momento più drammatico dal dopoguerra, che si situa la solenne consacrazione del Papa.
    Ebbene, dopo di essa accadono una serie di eventi del tutto imprevisti che di fatto spazzano via la possibilità concreta di una guerra. Ma perché nel giro di pochi mesi il Cremlino accantona l’ipotesi dell’attacco?
    Uno dei fatti che possono aver determinato quella svolta, secondo Alberto Leoni, esperto di storia militare, fu l’“incidente” che mise fuori uso il potenziale militare sovietico, l’esplosione dell’arsenale di Severomorsk, nel Mare del Nord



    “senza quell’apparato missilistico che controllava l’Atlantico” spiegava Leoni “l’Urss non aveva più alcuna speranza di vittoria. Per questo l’opzione militare fu cancellata”.
    Ebbene, quell’evento accadde due mesi dopo la Consacrazione fatta dal Papa, ma conta soprattutto il giorno: era il 13 maggio 1984, anniversario e festa della Madonna di Fatima e dell’attentato al Papa.
    A quel punto l’Urss fu costretta a trovare un’altra via: la (disperata) riforma del sistema sovietico. Così, con la morte di Cernenko, pochi mesi dopo la consacrazione fatta dal Papa, fu chiamato al potere, a Mosca, Mihail Gorbacev.

    IL SEGNO DI MARIA
    Egli firmò con Reagan il fondamentale trattato per la riduzione degli armamenti e l’eliminazione degli euromissili, che allontanava l’apocalisse nucleare – guarda caso – il giorno 8 dicembre del 1987, quando la Chiesa festeggia l’Immacolata Concezione.
    E’ inevitabile ricordare che proprio la profezia di Fatima si concludeva così: “Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà”. Ed è stupefacente trovare sempre il “segno” di Fatima in tutte le date che segnano il progressivo dissolversi del comunismo. Infatti l’atto di liquidazione dell’Urss si consumò di nuovo un 8 dicembre (dell’anno 1991) e la bandiera rossa con falce e martello fu definitivamente ammainata dal Cremlino il 25 dicembre 1991, Natale del Signore.
    Di nuovo si poteva constatare l’avverarsi della prima profezia di Maria, quella contenuta nel Magnificat: “Dio abbatte i potenti dai troni e innalza gli umili”.

    ULTIME RIVELAZIONI
    Se poi qualcuno dubita ancora che, in quei primi anni Ottanta, sia stato scongiurato un conflitto nucleare può utilmente consultare i documenti segreti dell’archivio di stato britannico a cui è stato appena tolto l’embargo.
    C’è anche il piano sovietico di attacco alla Gran Bretagna che prevedeva, fra le altre cose, l’assassinio della Thatcher, perché lei poteva disporre un attacco nucleare contro Urss. Era l’unico modo, osserva Franceschini, con cui Mosca poteva “sperare di vincere un confronto atomico con l’occidente”.
    Questo (recente) passato è la lezione di Fatima. E dovrebbe farci capire che per il nostro futuro adesso non serve scrutare il calendario Maya o i tarocchi.
    Ultime notizie da Fatima: ciò che la Madonna ha fatto (e fa) per noi… – lo Straniero




    Dawson, il conservatore che sognava la riscossa dell’Europa cristiana
    Un’Europa forte, ben ancorata alle sue radici culturali e religiose, e quindi capace di affrontare le sfide dei tempi nuovi. È ’auspicio del pensatore conservatore britannico Christopher H. Dawson



    che nel 1932 mandò alle stampe Il dilemma moderno: Senza il cristianesimo l’Europa ha un futuro? (ora pubblicato, per la prima volta in Italia, da Lindau, pp. 96, euro 13).
    Una serie di conferenze, trasmesse originariamente dalla Bbc, in cui si delinea la speranza che il Vecchio Continente possa rigenerarsi e rinascere dalle ceneri della grande depressione, riscoprendo la sua anima cristiana. L’esatto opposto di quello che hanno voluto fare gli euroburocrati di Bruxelles che, bocciando il preambolo sulle radici religiose dell’Europa, hanno decretato che l’UE debba essere un organismo freddo, senz’anima, che obbedisce solo ai diktat di cinici banchieri e tecnocrati.
    Dawson è un autore poco conosciuto in Italia. Ma fu un pensatore importante, soprattutto fra le due guerre mondiali, perché in grado di sviluppare un conservatorismo moderato, non ideologico, che influenzò profondamente, a esempio, T. S. Eliot. Nei suoi saggi politici, il poeta della Terra desolata riprenderà infatti molte tematiche proprie di Dawson. La grande scommessa era infatti quella di ripensare un cristianesimo che si possa coniugare con gli elementi positivi della modernità, non in pregiudiziale contrasto con la fede.
    Ciò che pervade il saggio di Dawson, e che lo rende anche oggi attuale, è tuttavia il senso della crisi. Le due grandi illusioni della modernità, quella finanziaria della ricchezza facile e quella comunista del paradiso in terra per il proletariato, si erano già rivelate dei clamorosi e tragici fallimenti.
    In contrasto con un Oriente agguerrito, Dawson descrive un Occidente debole e incolore, ormai «alla deriva». La «fede ottimista nell’ineluttabilità del progresso» ha lasciato il posto a un «fatalismo pessimista». Sulle orme di Spengler, Dawson descrive il declino dell’occidente. Ma al contrario dei pensatori tedeschi della rivoluzione conservatrice, lo storico inglese (che era cattolico) vede un’uscita dal tunnel delle ideologie nella riscoperta del cristianesimo, della fede che ha reso grande l’Europa e ne ha fondato la cultura.
    Era il 1932, eppure già comprende che solo un’Europa unita, dalla Scandinavia al Mediterraneo, può fronteggiare le potenze asiatiche emergenti (oltre alla Russia comunista, la Cina e l’India, citate non a caso dall’autore). Una visione profetica che nonostante i proclami di facciata appare ancora oggi, nel 2012, una chimera. Ma tale unità non si può dare, secondo Dawson, secondo criteri puramente utilitaristici. «Il vero fondamento dell’unità europea», scrive, «si deve rinvenire non in accordi politici o economici, ma nella restaurazione della tradizione spirituale su cui quell’unità si basava originariamente».
    Dawson conclude il suo saggio con una nota d’ottimismo: a suo avviso l’Europa ritroverà la sua anima cristiana e così si salverà. Inutile far notare che oggi il suo auspicio, la sua speranza, rimane ancora lettera morta.
    Descrizione del libro: Negli anni ’30 del secolo scorso, lo storico inglese Christopher Dawson (1889-1970) alternò alla stesura delle sue opere più ponderose un’intensa attività giornalistica ed editoriale. Fra le iniziative da lui curate spicca una collana di piccoli saggi in edizione economica. Alla serie, che comprendeva opere di autori come Jacques Maritain, Nikolaj Berdjaev, Carl Schmitt, Rudolf Allers, contribuì personalmente con Il dilemma moderno, uscito nel 1932, quando già era riconosciuto come uno dei maggiori studiosi della civiltà occidentale.
    In questo volume, Dawson analizza e discute la crisi culturale, prima che politica, che ha portato l’Europa a una condizione di guerra civile – acuita dagli esiti della prima guerra mondiale –, all’instabilità sociale e alla perdita della leadership mondiale.
    A suo giudizio, solo la riscoperta delle radici cristiane di una democrazia correttamente intesa e di una scienza e di una tecnica non più autoreferenziali potrà salvare la nostra civiltà dall’alternativa fra dittature rivoluzionarie e tecnocrazie irresponsabili, differenti nella forma ma ugualmente totalitarie. Il recupero della sua anima e della sua vocazione consentirà all’Europa di svolgere un ruolo di progresso e di pacificazione su una scena mondiale resa precaria dall’assunzione strumentale delle conquiste materiali dell’Occidente da parte di realtà geograficamente e demograficamente imponenti e minacciose.
    Quanto questa analisi sia profetica e oggi straordinariamente attuale potrà giudicarlo qualsiasi lettore.
    Nota sull'Autore: Christopher Henry Dawson (1889-1970) è stato uno dei maggiori storici inglesi del XX secolo. Dopo essersi laureato al Trinity College di Oxford, si convertì al cattolicesimo. Ha insegnato nelle università di Exeter, Liverpool, Edimburgo, Dublino e, dal 1958 al 1962, ad Harvard. Tra le sue opere tradotte in italiano, ricordiamo La formazione della cristianità occidentale (2011), La divisione della cristianità occidentale (2009), La religione e lo Stato moderno (2007).
    dal libro
    «L’Europa conseguì la leadership della cultura mondiale non mediante la ricchezza materiale, ma grazie alla preminenza nelle cose dello spirito: nella fede, nella scienza, nella letteratura e nelle idee. Essa creò gli ideali che il resto del mondo seguì. Se la democrazia moderna dovesse comportare la cessazione di questa missione e l’abbandono della leadership spirituale per l’appagamento materiale, allora ciò significherebbe proprio il declino della cultura occidentale.»
    C. H. Dawson
    Le nostre radici cristiane: Dawson, il conservatore che sognava la riscossa dell’Europa cristiana


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Il silenzio dei cattolici
    di Barbara Palombelli
    Il silenzio dei cattolici – e anche di molti laici – è assordante. Stiamo per togliere una cifra cospicua – in tasse, che verranno poi utilizzate chissà come, ma purtroppo possiamo immaginarlo – alla solidarietà, al volontariato, alle opere di bene, alle missioni, alle mense per i poveri, alle elemosine.
    E nessuno protesta. Nessuno si indigna, nessuno grida.
    E’ pazzesco, incredibile, inimmaginabile.
    Ripeto: stiamo per togliere una cifra che va dai 600 milioni al miliardo di euro – le stime sono ancora incerte – a suore, preti, ordini religiosi, prelature, istituti e scuole che destinano i loro profitti agli altri, agli invisibili, a quelli che lo stato lascia per strada.
    In questi anni – mentre la politica girava a vuoto sulle leggi elettorali, incantata/incartata dai meccanismi interni – a dare un pasto caldo e una coperta a migliaia di bisognosi sono stati proprio quei cattolici, con tonaca o non, che si sono appoggiati agli ordini, alle scuole, alle parrocchie.
    Non li avete visti? Non ve ne importa nulla?
    Due esempi: il mio parroco affitta il garage, con quel che ricava sfama due volte a settimana tutti i disperati del quartiere e ospita alcuni senzatetto. La scuola di quando ero bambina, l’istituto Falconieri, è collegata con le sue missioni: se avanza un euro dalla gestione scolastica, un bambino non muore di fame. Ecco a chi stiamo per togliere l’ossigeno: in una sorta di eutanasia della carità. Senza neppure domandarci se sia corretto, umano, staccare la spina.
    Dicono: dobbiamo farlo, l’esenzione dall’Ici è illegale. L’Unione Europea avrebbe disposto – nel 2005 – la tassazione degli immobili riconducibili (e vedremo che su questo si discuterà assai) in qualche modo alla chiesa italiana e alle sue istituzioni, disseminate sul territorio nazionale. Il premier Mario Monti, guida di un governo che ha sospeso la politica per lasciare il posto alla contabilità, sta per eseguire la bolla, per mettere in pratica l’ennesimo diktat di Bruxelles. I giornali delle banche, quelli che non raccontano mai gli scandali che hanno in casa, plaudono. I Radicali manifestano e chiedono ancora di più. E il resto del mondo, noi che abbiamo visto all’opera i tanti religiosi, in Italia e nel mondo, che facciamo? Non possiamo tacere.
    Mi vergogno della timidezza di tanti leader politici che poi si inginocchiano, quelli che hanno portato le mogli col velo nero in Vaticano, quelli che al momento del voto si mettono in processione verso i cardinali. E’ un silenzio che ucciderà persone in carne e ossa: uomini e donne che trovano gli uffici comunali sempre chiusi, e le porte delle chiese sempre aperte.
    Aggiungo, con orgoglio, che dopo il concordato del 1929, che espropriò davvero tutte le ricchezze e gli immobili del Vaticano (soltanto ai frati di Assisi furono tolti mille ettari coltivati, frutto del lavoro di settecento anni, per donarli agli amici dei Savoia) molti borghesi e nobili romani lasciarono in eredità ai poveri e al Pio istituto degli ospedali riuniti le loro case e i loro averi (appartamenti che la regione Lazio ha poi requisito per darli in omaggio ai protetti delle varie caste). Testamenti che venivano redatti per aiutare gli altri ed essere ricordati nelle preghiere, ma anche per non dare a Mussolini, perché si fidavano (e si fidano) più della Chiesa che della politica. Ogni anno centinaia di immobili vanno dai privati alle opere di bene, tuttora, nella sola capitale. Limitare e contrastare, con tasse e vincoli, queste volontà sacre mi sembra davvero illegale, ingiusto. Ma forse siamo troppo pochi a pensarlo.
    L'osservatrice romana del 29 febbraio 2012 - [ Il Foglio.it › L'osservatrice romana ]

    Il capitalismo, né un dio né un diavolo
    Seguendo a distanza la polemica tra i filosofi che scrivono su Repubblica e gli storici del Corsera mi sono stranamente sentito un moderato ecumenico e salomonico perché davo ragione a entrambi
    di Marcello Veneziani
    Seguendo a distanza la polemica tra i filosofi che scrivono su La Repubblica, come Esposito e Agamben, e gli storici del Corsera, come Galli della Loggia, mi sono stranamente sentito un moderato ecumenico e salomonico perché davo ragione a entrambi.
    I filosofi criticavano il dominio capitalista e la religione del denaro, e io annuivo. Lo storico riportava alla realtà, sostenendo che il capitalismo resta comunque il sistema economico che ha dato più benessere e sviluppo, e io ancora annuivo.
    Ineccepibili ambedue, se permettete. Il problema è tentare di ristabilire il rango, cioè l’ordine e la misura delle cose. Gli anticapitalisti che hanno ancora nella testa residui di marxismo non vedono che storicamente i tentativi di asservire il mercato allo Stato, l’iniziativa privata alla collettività sono stati rovinosi, per la libertà come per l’economia.
    Ma il capitalismo è aberrante quando i valori di mercato diventano i valori della società, quando il denaro si fa misura ditutte le cose e il consumo è l’orizzonte supremo.
    Cioè quando i mezzi, pur straordinari, diventano scopi di vita.
    La critica al capitalismo va fatta uscendo dall’economia ed entrando sul piano etico ed estetico, ambientale e comunitario, esistenziale e spirituale. Il risultato è correggere il capitalismo ma non demonizzare la libera iniziativa e la diseguaglianza, che deriva da merito, intraprendenza e capacità.
    Lasciamo il mercato libero regnare nell’economia; ma rifiutiamolo come guida universale e sovrana. L’uomo non è una partita Iva
    Il capitalismo, né un dio né un diavolo - Interni - ilGiornale.it

    Socci: così Monti ha abolito Dio e anche il popolo italiano
    di Antonio Socci
    Monte Mario è una collinetta che sovrasta il Vaticano. Non vorrei che Monti Mario pretendesse di sovrastare Dio stesso, spazzando via, con un codicillo, quattromila anni di civiltà giudaico-cristiana, imperniata sul giorno del Signore, «Dies Dominicus». Comandamento divino, nel Decalogo di Mosè, che è diventato il ritmo della civiltà anche laica, dappertutto. Perfino in Cina.
    Il codicillo del governo che «abolisce» Dio (o meglio abolisce il diritto di Dio che è stato il primo embrione dei diritti dell’uomo, come vedremo) è l’articolo 31 del «decreto salva Italia». Dove praticamente si decide che dovunque si possono aprire tutti gli esercizi commerciali 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno. Norma che finirà per allargarsi anche all’industria nella quale già è presente questa spinta. Dunque produrre, vendere e comprare a ciclo continuo. Senza più distinzione fra giorni feriali e festivi (Natale compreso), fra giorno e notte, fra mattina e sera.
    Sembra una banale norma amministrativa, invece è una svolta di (in)civiltà perché abolendo la festa comune - e i momenti comuni della giornata - distrugge non solo il fondamento della comunità religiosa, ma l’esperienza stessa della comunità, qualunque comunità, dalla famiglia a quella amicale e ricreativa dello stadio. Distrugge la sincronia sociale dei tempi comuni e quindi l’appartenenza a un gruppo, a un popolo. Per questo c’è l’opposizione indignata della Chiesa e dei sindacati (pure di associazioni di commercianti). La cosa infatti non riguarda solo chi - per motivi religiosi - vede praticamente abolita la domenica, il giorno del Signore (per i cristiani è memoria della Resurrezione di Cristo e simbolo dell’Eterno in cui sfocerà il tempo).
    Riguarda tutti, ci riguarda come famiglie, come comunità locali o particolari. Infatti è vero che ci sono lavori di necessità sociale che sempre sono stati fatti anche la domenica (pure il commercio in località turistiche e in tempi di vacanza). Ma è proprio l’eccezione che conferma la regola. La regola di un giorno di festa comune, non individuale, ma comune (sia per la liturgia religiosa che per le liturgie laiche), è infatti ciò che ci permette di riconoscerci. Ciò che consente di stare insieme ai figli, di vedere gli amici (allo stadio, al mare, in campagna, in bici, a caccia), di ritrovarsi con i parenti, di dar vita ai tanti momenti comuni o associativi. Se ai ritmi individuali già forsennati della vita si toglie anche l’unico momento comune della festa settimanale (o, per esempio, del «dopocena»), le famiglie ne escono veramente a pezzi. Tutti diventano conviventi notturni casuali come i clienti di un albergo. E si dissolvono i «corpi intermedi», i gruppi e le associazioni in cui l’individuo si realizza. Il giorno di festa comune ci ricorda infatti che non siamo solo individui, ma persone con relazioni e rapporti affettivi. Non siamo solo produttori/consumatori, ma siamo padri, madri, figli, fidanzati, siamo amici, siamo appassionati di questo o di quello, apparteniamo a gruppi, comunità, a un popolo.
    Il «giorno del Signore» nasce quattromila anni fa per affermare che tutto appartiene a Dio. Ed è significativo che il comandamento del riposo che fu dato da Dio nella Sacra Scrittura riguardasse – in quell’antichissima civiltà - anche servi, schiavi e animali: era il primo embrione in forma di legge di una liberazione, di un riconoscimento della dignità di tutti, che poi si sarebbe affermato col cristianesimo.
    Proclamare il diritto di Dio come diritto al riposo per tutti (e addirittura riposo comune) significava cominciare a far capire che niente e nessuno può arrogarsi un potere assoluto sulle creature. Perché tutti hanno una dignità e perfino gli animali vanno rispettati. Come pure la terra (i ritmi della terra) che non può essere sfruttata senza riguardo. Non a caso, proprio sul ritmo settenario della settimana, Dio, nella Sacra Scrittura, comanda al suo popolo quegli anni «sabbatici», che corrispondevano al «giorno del Signore», per cui ogni sette c’era un anno in cui si liberavano gli schiavi, si condonavano i debiti e si faceva riposare la terra.
    Questo è il retroterra storico della «Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro» che è stata indetta in dodici paesi europei. È promossa dalla «European Sunday alliance» a cui aderiscono 80 organizzazioni, non solo chiese e comunità religiose, ma anche - e soprattutto - sindacati dei lavoratori e associazioni dei commercianti. Un’inedita coalizione impegnata in una battaglia anche laica. Battaglia di civiltà come fu quella per la giornata di otto ore all’albore del movimento sindacale: infatti si cita come esemplare il caso delle lavoratrici rumene di una catena di supermercati tedeschi che a Natale e Capodanno scorsi si sono ribellate al lavoro festivo e hanno vinto.
    Fra l’altro la Corte Costituzionale tedesca ha dichiarato anticostituzionale l’apertura festiva perché lede la libertà religiosa e il diritto al riposo: la vita dell’uomo non è solo comprare e vendere. Perché non siamo schiavi.
    La situazione italiana si annuncia come la più dura. Infatti in nessun Paese europeo esiste che i negozi stanno aperti 24 ore al giorno e sette giorni su sette. Oltretutto con una decisione piombata dall’alto.
    È anche provato, dagli esperimenti fatti finora, che questa devastante trovata non avrebbe alcun beneficio né sull’occupazione, né sui consumi, infatti la gente non compra perché è tartassata dallo Stato e dalla recessione, non perché il supermercato è chiuso alla domenica. Infatti la Regione Lombardia ha già annunciato ricorso alla Corte Costituzionale contro la norma «ammazza domeniche». E la seguono a ruota Toscana e Veneto. Il mondo cattolico giudica inaccettabile quella norma ed è in subbuglio. Ora agli italiani, oltre ai soldi, pretendono di sottrarre pure Dio e la domenica. La Chiesa si sente «derubata» di una cosa assai più preziosa dei soldi che dovrà pagare per l’Imu (a proposito della quale non è affatto chiaro se e come le scuole cattoliche si salveranno).
    Già la presunzione di Monti nel chiamare «salva Italia» il suo decreto tartassatorio, oltreché irridente è quasi blasfema. Per i cristiani infatti a «salvare» è solo Dio. Non imperatori, tecnocrati, partiti, condottieri, duci o idoli vari. Al sedicente «salvatore» SuperMario si addice la battuta: «Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati». Non è un caso se ieri questa decisione del «governo mari e Monti» è stata fulminata nell’editoriale di Avvenire come «emblematica di una deriva culturale, un nuovo “pensiero unico” che maschera come una maggiore libertà e progresso, ciò che in realtà è un impoverimento e una restrizione della libertà stessa».
    Avvenire denuncia il «ribaltamento di valore» che spazza via l’uomo e il giorno del Signore e «mette al centro la merce». Sacrosanto. Ma allora perché sostenere entusiasti questo governo e far accreditare perfino l’idea che esso segni il «ritorno alla politica» dei cattolici?
    Vorrei chiedere pure ai cosiddetti «ministri cattolici» Riccardi, Passera e Ornaghi: com’è stato possibile approvare entusiasticamente una tale assurdità? Perché una poltroncina val bene una messa? Speriamo di no. Ma se non è così si oppongano a questa norma. Si facciano sentire.
    Socci: così Monti ha abolito Dio e anche il popolo italiano - antonio socci, monti, domenica, lavoro, chiesa, dio, libero - liberoquotidiano.it

    Il miracolo di Monti? Ha fatto alleare Borghezio e Storace
    Crociata anti Bin Loden. I nemici di sempre uniti contro i tecnici. Il leghista chiama il leader della Destra: avanti così
    di Paolo Bracalini
    Uniti da «Bin Loden», secondo la vulgata di Storace, o dal «bambino viziato dell’alta finanza», in quella di Borghezio. Due mondi opposti e spesso in collisione fragorosa che stavolta si toccano e vanno pure d’accordo. Un altro miracolo di Mario Monti: Storace e Borghezio alleati nell’anti-montismo. Il secessionista torinese ha telefonato al leader della Destra per «congratularsi» della denuncia per appropriazione indebita fatta da Storace al presidente del Consiglio. Un feeling immediato che non si sospettava, dati i rapporti poco amichevoli tra l’ex missino e la Lega, e viceversa, visti i giudizi che il Vate dei leghisti ha dato anche recentemente su Roma: «É sporca come Calcutta, fa schifo, è la città del fancazzo. Il decreto per Roma capitale, per noi padani, è scritto sulla carta da cesso», e via così (per molto meno quelli di Storace menano).
    «Il governo delle banche», del signoraggio e della finanza massonico-internazionale li ha uniti, superando i vecchi insulti reciproci. Come quando Borghezio denunciò il salvataggio della Lazio («Siamo alle solite: Roma ladrona non ha esitato a salvare la Lazio, che in un paese serio sarebbe andata dritta e filata al fallimento») e Storace, in risposta, disse che andava ignorato «il solito raglio del somaro». Ripetuti screzi, che portarono i leghisti, quando Storace era presidente della Regione Lazio, a paventare dietro «la crociata contro Bossi» il ritorno «ai periodi più bui della storia d’Italia», cioè alle purghe fasciste. Il manganello no, ma gli epiteti pesanti verso i leghisti Storace non se li è mai fatti mancare. Quando venne in mente a qualcuno l’idea di creare un partito del Sud, l’ex governatore sconsigliò «di fare il verso a quegli scimmioni», cioè i leghisti. Con Borghezio invece il rapporto è altalenante, avendo in comune parecchie idee circa l’Europa, le banche, la finanza, l’immigrazione (non a caso il leghista ha una militanza in un’organizzazione extraparlamentare denominata “Giovane Europa”: «Contestavamo da destra Ordine Nuovo che contestava, sempre da destra, l’Msi», spiegò). Quando nel 2007, l’11 settembre, Borghezio viene arrestato a Bruxelles insieme ai militanti dell’ultradestra fiamminga Vlaams Belang per un corteo non autorizzato contro l’islamizzazione dell’Europa, uno dei pochi che dall’Italia solidarizza con il leghista è proprio Storace: «L’incivile aggressione a Borghezio nel cuore dell’Europa fa capire perché sosteniamo il riconoscimento delle radici cristiane del Continente».
    Ma in epoca Monti i due estremi si toccano sempre più spesso, fino al suggello telefonico di questa domenica, con Borghezio che si congratula con Storace e condivide la proposta di referendum popolare sul fiscal compact di Monti, «strumento di vessazione fiscale e di negazione della sovranità nazionale». Un nuovo asse destra nazionalista-Lega separatista. Miracoli del montismo.
    Il miracolo di Monti? Ha fatto alleare Borghezio e Storace - Interni - ilGiornale.it

    Come 150 anni fa
    di Angela Pellicciari
    A volte la storia è buffa. Alla fine dello scorso anno abbiamo avuto una specie di riedizione del risorgimento. A quell’epoca Inghilterra e Francia volevano che la penisola italiana diventasse finalmente quello che si rifiutava di essere: una colonia. Dal punto di vista economico certamente, ma, prima ancora, dal punto di vista religioso e, quindi, morale.
    Perché? Perché i cattolici non obbediscono mai supinamente ai dictat della modernità. Per comandare c’è invece bisogno di persone che si lascino guidare dalle ideologie che rendono lecito ciò che è proibito.
    Centocinquanta anni fa i Savoia si sono prestati a dare una mano a quanti, illuministi, illuminati e massoni di tutto il mondo, volevano farci diventare altri da quelli che eravamo. I re d’Italia hanno pagato cara la loro apostasia, ma i danni alla popolazione sono stati enormi: per la prima volta nella nostra storia ci siamo trasformati in un paese di emigranti e, per di più, siamo stati educati al disprezzo del nostro passato e, quindi, al disprezzo per noi stessi.
    Oggi per tanti versi la situazione è la stessa. Abbiamo un governo che non abbiamo eletto. Quello che avevamo è stato combattuto, nella persona di Berlusconi, con uno scandaloso accanimento giudiziario e con una campagna stampa mondiale, questa sì ad personam, che ne ha compromesso la credibilità. A quel punto è intervenuta la scienza. Ovvero, così è stato detto, la nostra salvezza.
    Il mito della scienza che risolve i problemi è duro a morire. Marx definiva il comunismo l’unico socialismo scientifico. Conseguenza? Centinaia di milioni di morti. In nome della scienza Hitler ha fatto esperimenti sui prigionieri, metodicamente programmato lo sterminio degli ebrei e l’eliminazione di persone ritenute inadatte a vivere. Nel civile mondo occidentale, sempre nel nome della scienza, sono state sterilizzate decine di migliaia di persone ritenute inidonee a riprodursi.
    Per tornare a noi: alla fine del 2011 abbiamo assistito ad uno spettacolo strano. L’Europa (e gli Stati Uniti di Obama) ci hanno spiegato che, se volevamo sopravvivere, dovevamo dotarci di un governo di scienziati, di tecnici. Rischiamo di ripetere l’avventura “risorgimentale”, questa volta in nome dell’Europa! In un video che gira su internet c’è un impeccabile Monti che si accalora, si fa per dire, per spiegare che ci vogliono crisi, e “gravi crisi”, per permettere all’Europa di fare passi avanti.
    Monti è un tipo che, all’inizio del suo mandato, si rivolgeva ai parlamentari distinguendo fra “noi” e “voi”. Proprio come i protagonisti del risorgimento, anche Monti pensa che noi italiani dobbiamo cambiare. Il ministro del lavoro concretizza in che modo dobbiamo farlo: col ditino alzato ci ricorda che dobbiamo diventare più civili perché la nostra cultura non è all’altezza della modernità. E così la Fornero ha promosso dal consiglio d’Europa un progetto per imporre “strumenti normativi ed educativi” che “sin dalla primissima infanzia” combattano le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e su quella che la scienza definisce “identità di genere”.
    Hanno provato, finora senza successo, a convincere noi italiani che così come siamo non andiamo bene: siamo ancora troppo cattolici. Adesso, in nome della scienza, tutti fanno ponti d’oro al nuovo presidente del Consiglio. Monti va a Washington, Monti va in Europa. Monti incontra, così dicevano le cronache, i magnati americani senza che alcuno conosca il risultato di questi incontri, senza che si sappia nemmeno la lista degli interlocutori. Riservato. Monti parla al parlamento europeo e tutti applaudono. Tutti. Tutti i gruppi parlamentari che normalmente si combattano frontalmente applaudono. Perché applaudono? Forse perché pensano che, alla fine, anche noi italiani saremo normalizzati?
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Come 150 anni fa


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Io festeggio il 7 marzo
    Perpetua e Felicita erano due madri. Una aveva partorito da poco, e allattava il suo bambino; l'altra portava la sua bambina ancora in grembo, ed era prossima al parto. Abitavano nella stessa casa, la casa che apparteneva alla famiglia di Perpetua, colta cartaginese di nobile origine, e dove Felicita prestava servizio insieme a suo padre. E avrebbero continuato ad abitarvi per lunghi anni, se non fossero state arrestate, imprigionate e condannate a morte perché incolpate di un reato d'opinione all'epoca imperdonabile: l'adesione alla fede cristiana.
    Nella storia di Perpetua e Felicita, come ci è stata tramandata, non c'è quasi posto per gli uomini - che non siano vecchi padri, giovani fratelli o neonati in fasce, o, d'altro canto, crudeli carcerieri e carnefici. Le protagoniste assolute sono le due donne: giovani (Perpetua aveva solo ventidue anni), determinate (al padre che la scongiurava di ritrattare, Perpetua spiega che non ci si può chiamare in maniera diversa da come si è) coraggiose (Felicita, rinchiusa insieme a lei in prigione, teme addirittura di essere risparmiata perché incinta). Eppure, nonostante tutto, profondamente materne: il pensiero straziante del suo bambino, che riesce a tenere con sé in carcere solo per breve tempo, accompagna Perpetua durante tutta la reclusione, mentre Felicita, che riesce a partorire pochi giorni appena prima del martirio, affida la bambina a una "sorella di fede", perché la allevi come una figlia.
    Secondo la leggenda agiografica, attribuita a Tertulliano, la morte scelta per le due donne è quasi "uno sfregio al loro sesso": lasciate in balia di una vacca feroce, denudate e inermi, Perpetua e Felicita cercano anzitutto di ricoprirsi e di ravviarsi i capelli, più attente alla loro dignità che alla loro stessa vita; e durante lo spettacolo, si sostengono a vicenda, aiutandosi l'una l'altra a rialzarsi.
    [Dalla "Passione" di Perpetua e Felicita: "Per le giovani donne il diavolo
    aveva preparato, fuori da ogni consuetudine, una ferocissima vacca,
    quasi per insultare il loro sesso anche con la scelta della bestia. Vennero
    presentate nell'arena nude, avvolte in una rete sottile. Il pubblico
    inorridì vedendo l'una così fragile, l'altra fresca di parto con i seni
    che stillavano latte. Furono richiamate fuori dell'arena e rivestite
    di una tunica senza cintura. Per prima venne scagliata in aria Perpetua,
    che ricadde supina. Appena ebbe la forza di mettersi seduta, accortasi
    che la tunica si era lacerata, lasciando scoperto un fianco, si affrettò
    a ricoprirsi, più preoccupata del suo pudore, che dello strazio delle carni.
    Poi, trovata una forcella, fermò i capelli che le si erano sciolti; non era
    conveniente, infatti, che una martire patisse il suo martirio con i capelli
    sparsi sulle spalle, per non sembrare in lutto proprio nel momento
    della sua gloria. Poi si alzò, e aiutò Felicita a fare altrettanto,
    e rimasero tutte e due in piedi, immobili."]
    Solo il pugnale pone fine alle loro sofferenze, ma a spingerlo fino in fondo è la mano stessa di Perpetua, più risoluta di quella dello stesso gladiatore che lo impugna. Ecco, sarebbe a questa fermezza, a questa dignità, a questo amore materno e a questo coraggio che guarderei, se dovessi scegliere un modello di donna da imitare; e se dovessi scegliere una festa in occasione della quale ricordarlo, quella festa sarebbe il sette marzo, non l'otto.
    The Right Nation - Io festeggio il 7 marzo



    Donne importanti nei primi secoli del cristianesimo
    Francesco Agnoli
    Torniamo dunque alla nuova concezione della donna introdotta dal cristianesimo. Quante sono le donne importanti dell’antichità, non solo romana, di cui si conserva il nome? Si contano sulle dita delle mani… e sovente sono ricordate più per la loro condizione di etere e di prostitute d’alto bordo, che per altri motivi.
    I primi tempi del cristianesimo invece pullulano già di donne protagoniste: le sante martiri, di cui tutti conoscono il nome, a cui vengono dedicate intere chiese e che vengono invocate e venerate nella preghiera: Tecla, Agata, Agnese, Cecilia, Lucia, Caterina, Margherita, la schiava Blandina…; santa Elena, la madre e la consigliera principale dell’imperatore Costantino; Santa Monica, l’amatissima mamma di Agostino, alle cui preghiera il santo attribuì la propria salvezza; Marcia, la concubina dell’imperatore Commodo che riuscì a convincerlo a liberare Callisto, futuro papa, che era destinato ai lavori forzati in Sardegna; poi le imperatrici Pulcheria, infaticabile promotrice della costruzione di chiese, di cui ben tre dedicate alla Madonna, di ospedali e ospizi per i pellegrini, che ebbe una parte importante nella vittoria antimonofisita del concilio di Calcedonia del 451, morta nel 453 lasciando i suoi beni ai poveri; l’imperatrice Eudoxia, che fa trasferire le reliquie di santo Stefano a Gerusalemme, fa costruire un palazzo episcopale, e ricoveri per i pellegrini…
    “Al pari dell’uomo, scrive Teodoreto di Cyr, la donna è dotata di ragione, capace di comprendere, e conscia del proprio dovere; come lui essa sa ciò che deve evitare e ciò che deve ricercare; può darsi talvolta che essa giudichi meglio dell’uomo ciò che può riuscire utile e che essa sia una buona consigliera”. Così per Clemente Alessandrino le donne possono dedicarsi allo studio esattamente come gli uomini. Nell’antichità greca e romana, invece, come d’altra parte nel mondo ebraico, le donne erano destinate solo ed esclusivamente al matrimonio e alla maternità, nel senso che “sono pochissime, prima del cristianesimo, le testimonianze di donne rimaste nubili. Le donne non sceglievano nemmeno l’età in cui essere maritate. Il consenso della sposa non compariva nei contratti stipulati tra il padre della ragazza e il futuro marito”. Le donne nubili insomma erano piuttosto inconcepibili e si vedevano private di molti, dei già scarsi diritti previsti per loro.
    Donne sono anche alcune delle figure più importanti del cristianesimo dei primi secoli: le numerose aristocratiche romane che convertono i loro mariti; Clotilde, la moglie burgunda di Clodoveo, re dei Franchi, che lo spinge al cattolicesimo nel 496, segnando una svolta nella storia del suo popolo; Genoveffa, la monaca di Parigi che rassicura e incoraggia la popolazione di Parigi minacciata da Attila a resistergli; la bavara Teodolinda, regina longobarda in Italia, che converte al cattolicesimo suo figlio Adaloaldo; la cattolica Teodosia, che sposa nel 573 il duca di Toledo, Leovigildo, convertendolo alla propria fede; Berta di Kent, che nel 597 ottiene che il re Etelberto si faccia battezzare; la moglie di Edvino re di Northumbria, che lo convince ad abbracciare la fede cattolica; Olga, principessa di Kiev, la prima battezzata di Russia; Edvige di Polonia, artefice della conversione dei Paesi Baltici… “Dappertutto, nota la storica Régine Pernoud, si constata il legame tra la donna e il Vangelo se si seguono, tappa dopo tappa, gli avvenimenti e i popoli nella loro vita concreta”.
    E’ sempre una donna, Fabiola (morta nel 399), ricca e nobile aristocratica della stirpe dei Fabii, che una volta vedova prima segue san Girolamo, dedicandosi allo studio delle Scritture, e poi fonda il primo ospedale romano e uno dei primi luoghi di assistenza per pellegrini e stranieri, ad Ostia. Come Fabiola, anche la ricchissima Melania dedica la sua alle opere di bene: nel V secolo fonda monasteri, riscatta prigionieri, emancipa migliaia di schiavi e regala loro beni e ricchezze. Analogamente Olimpia, rimasta vedova nel 386 del prefetto di Roma Nebridio, pur essendo incalzata a sposarsi dall’imperatore Teodosio, rifiuta il nuovo matrimonio e dona parte dei suoi averi ai poveri di Costantinopoli, alla Chiesa beni fondiari e denaro, e accoglie nelle sue proprietà vedove ed orfani, vecchi, poveri e derelitti…
    Sono in verità innumerevoli, all’inizio e nel corso dei secoli, le donne cristiane, nobili, nubili, sposate o vedove, che dimostrano la loro generosità verso la Chiesa, i chierici, i poveri, fondando monasteri, ordini religiosi, chiese, ospedali, scuole…. Per questo un pagano avversario dei cristiani come Porfirio li accusa proprio di “persuadere le donne a dissipare la loro fortuna e i loro beni tra i poveri”, e di lasciare troppo spazio alle loro opinioni, che egli considera sciocche chiacchiere di “donnicciuole”.
    Certamente anche dopo la conversione dell’Europa al cristianesimo ci saranno cristiani poco “accorti” che continuarono ad esprimere giudizi misogini, come quelli di Celso e Porfirio, giudizi assurdi al pari di quelli del femminismo contemporaneo, perché incapaci di cogliere la complementarietà tra uomo e donna prevista dal Creatore. Ma bisognerà aspettare il positivismo materialista e ateizzante dell’Ottocento, per assistere alla diffusione da cattedre importantissime di tesi misogine presentate come verità scientifiche.
    Si pensi alla craniometria di Paul Broca, che facendo coincidere la superiorità intellettuale col volume cerebrale, identificava l’uomo bianco maschio come superiore, i vecchi, le donne e le altre razze come inferiori.
    Oppure a quanto scriveva Charles Darwin, esprimendo un pensiero diffuso nel mondo laico e positivista di quegli anni: “Si crede generalmente che la donna superi l’uomo nell’imitazione, nel rapido apprendimento e forse nell’intuizione, ma almeno alcune di tali facoltà sono caratteristiche delle razze inferiori e quindi di un più basso e ormai tramontato grado di civiltà. La distinzione principale nei poteri mentali dei due sessi è costituita dal fatto che l’uomo giunge più avanti della donna, qualunque azione intraprenda, sia che essa richieda un pensiero profondo, o ragione, immaginazione, o semplicemente l’uso delle mani e dei sensi…In questo modo alla fine l’uomo è divenuto superiore alla donna”.
    Si pensi, infine, all’opera di Cesare Lombroso, il celeberrimo “scienziato”, violentemente anticristiano, convinto darwinista, che nel suo “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, pubblicato nel 1893 con grande successo internazionale, spiegava che la donna è in tutto inferiore all’uomo, menzognera, stupida e cattiva, che “ha molti caratteri che l’avvicinano al selvaggio, al fanciullo, e quindi al criminale: irosità, vendetta, gelosia, vanità”, e che “nella mente e nel corpo la donna è un uomo arrestato nel suo sviluppo”.
    Donne importanti nei primi secoli del cristianesimo « Libertà e Persona

    Donne senza paura di essere buone e belle
    La giornalista e scrittrice Costanza Miriano dice la sua sulla festa dell'8 marzo
    di Luca Marcolivio
    ROMA, martedì, 6 marzo 2012 (ZENIT.org) – La giornalista del TG3 Costanza Miriano è quanto di più lontano possa esistere dallo stereotipo della femminista. È profondamente cattolica ma molto diversa dallo stereotipo della ragazza cresciuta in oratorio.
    Il suo primo libro Sposati e sii sottomessa (Vallecchi) è stato il caso editoriale dello scorso anno, spazzando via tutti i luoghi comuni sulle donne e sulle famiglie di oggi. Nell’intervista che ha rilasciato a Zenit, a pochi giorni dalla Festa della Donna, la Miriano torna a parlare dei temi da lei affrontati, con la consueta acuta ironia “chestertoniana”.
    Siamo vicinissimi alla festa dell’8 marzo, una ricorrenza che è un “totem” per le femministe. Altre donne, invece, vorrebbero abolirla…
    Costanza Miriano: Io appartengo alla seconda categoria! Oggi come oggi vedo una situazione sbilanciata a nostro favore, nel senso che non vedo così tante donne così discriminate, salvo casi, che non voglio sminuire, di maltrattamenti. Vedo piuttosto una figura dell’uomo sempre più svilita, indebolita, sentimentalizzata, costretta a ruoli di cura ed accudimento che non sono propriamente maschili. Parlare di un uomo come autorevole, energico o forte equivale ormai quasi a insultarlo, a bollarlo come prepotente o maschilista. Io invece credo che i due ruoli vadano assolutamente ritrovati e valorizzati, essendo l’uno complementare all’altro. Quindi le rivendicazioni femministe non le condivido.
    Se spengo la televisione e se chiudo i giornali, se guardo alle donne ‘in carne ed ossa’ che conosco, le rivendicazioni che loro fanno sono sulla maternità, sui figli; non vogliono essere costrette a lavorare o, quantomeno, vogliono farlo, dando un contributo alla società, senza essere costrette ad abbandonare i figli per un tempo irragionevole. Credo sia questa la vera battaglia: quella delle mamme.
    Sul fronte della “emancipazione” la battaglia è ampiamente vinta: si pensi che il direttore del mio TG, Bianca Berlinguer, e il mio direttore generale, Lorenza Lei, sono donne… Per acquisire ruoli “di potere”, che hanno tempi e modi maschili, però, le donne devono accantonare la famiglia, la parte umana.

    Negli ultimi quarant’anni è stato più l’uomo o la donna a vedere snaturato il proprio ruolo?
    Costanza Miriano: L’uomo, senza ombra di dubbio. Roberto Marchesini ha scritto un libro in proposito, Quello che gli uomini non dicono (Sugarco). Questo saggio spiega la retorica per la quale l’uomo dovrebbe “femminilizzarsi”, assumere ruoli di cura, accudire i figli, prendere congedi parentali. Io, personalmente, condivido il magistero della Chiesa e la Bibbia che afferma “maschio e femmina li creò”.



    La distinzione sessuale non è una ‘carrozzeria esterna’ ma si riferisce a due incarnazioni diverse dell’amore di Dio. L’uomo dovrebbe avere il ruolo della guida: se inizia anche lui a cambiare i pannolini o a preparare le pappe non potrà essere autorevole…

    Papa Benedetto XVI ha proposto, come intenzione di preghiera per marzo, il riconoscimento del contributo delle donne allo sviluppo della società. Che tipo di riconoscimento auspica, a suo avviso, il Santo Padre?
    Costanza Miriano: Di certo non il riconoscimento delle quote rosa! Credo intenda che le donne debbano riscoprire la bellezza del loro ruolo, in particolare quello materno. Siamo noi le prime che tendiamo a dimenticare questo ruolo o a metterlo tra parentesi. Come il Papa stesso ha scritto nella Lettera sulla collaborazione tra uomo e donna, la più nobile vocazione per la donna è risvegliare il bene che c’è nell’altro, a favorire la sua crescita. È colei che dona la vita prima al suo bambino e poi a coloro che ha intorno, con la sua capacità di valorizzare i talenti, di mettere in relazione, di accogliere, di mediare, di vedere le cose da più punti di vista.
    L’uomo, anche in famiglia, ha un tipo di amore più rivolto verso l’esterno, è colui che costruisce nel mondo del lavoro, che feconda la terra. L’uomo caccia e la donna raccoglie! Sono certa che il Papa non si riferisca alle battaglie femministe ma auspichi che la donna torni ad abbracciare il suo ruolo, perché, come tutto quello che la Chiesa ci insegna, è per la nostra felicità più profonda. Vedo tante donne che hanno rinnegato questa parte più femminile della loro vocazione, che hanno investito tutto sul lavoro, o meglio sulla carriera, rinunciando ai figli e, alla fine, ne soffrono.

    Qual è stato il modello femminile della sua vita?
    Costanza Miriano: Ne ho molti. Le donne che sanno ‘spargere la vita’ davanti a sé sono tutte profondamente cristiane. Due di loro, guarda caso, sono entrambe madri di sei figli: una ha scelto di rimanere a casa, l’altra di fare il medico. Quest’ultima, con un’attività privata, quindi elastica come orari, è riuscita ad armonizzare bene famiglia e lavoro.
    Penso, però, anche a suor Elvira, della Comunità Cenacolo di Saluzzo, che è madre, in un altro modo, di migliaia di ragazzi. Prima di lei abbiamo avuto moltissime sante: Teresa d’Avila, Teresa di Lisieux, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Gianna Beretta Molla, tutte donne molto forti e coraggiose che mi ispirano e a cui vorrei somigliare.

    Nel mondo dello spettacolo, della TV e del cinema c’è un’enfasi particolare sulla bellezza femminile, spesso non sempre nella cornice del buongusto e dell’eleganza. Possono i mezzi di comunicazione restituire la giusta dignità all’immagine della donna?
    Costanza Miriano: Una giusta cura di sé da parte della donna non guasta. Noi donne cattoliche, talvolta, ci illudiamo che curando lo spirito si possa fare a meno di curare il corpo, invece io credo che per una donna sposata sia quasi un dovere essere piacevole. Io stessa amo essere un minimo vanitosa e “frivola”! Spesso ho le encicliche del Papa sporche di smalto… Non vedo nessun contrasto tra la bellezza fisica e quella spirituale. Io amo molto lo sport e tuttora lo pratico. La bellezza è un dono: va accolto, coltivato e custodito, ovviamente senza “buttare le perle ai porci”, senza esibirla in modo volgare. Alla fine quello che vediamo in televisione è il naturale esito della battaglia femminista. Penso che i mezzi di comunicazione possono restituire dignità alla bellezza femminile, non censurando o condannando, né sottolineando il male ma mostrando che la vera bellezza e la vera felicità sono altro. La sfida di noi cattolici non è fare i moralisti o i bacchettoni: non è questo che convince il cuore. Dobbiamo fare vedere una bellezza più grande, testimoniando, anche con lo smalto e i colpi di sole, che la vera felicità è un’altra. Non è detto che una donna che ha molti figli e vive tutta la vita con un unico marito, debba per forza abbrutirsi. La nostra sfida di cattolici dobbiamo mostrare la profonda ragionevolezza della fede e l’infelicità profonda ed inevitabile che viene dal non credere. Non penso possa esistere una felicità senza Dio, il nostro cuore è fatto per Lui. Nemmeno per Brad Pitt e Angelina Jolie ci sarà alcuna felicità senza Dio!



    LOMBARDIA: FORMIGONI, CONCORSO PER 20 CROCIFISSI D'AUTORE
    (AGI) - Milano, 2 mar. - Un concorso per 20 Crocifissi d'autore in Regione Lombardia. Il presidente Roberto Formigoni ha invitato tutti gli artisti che lo desiderino a realizzare e donare opere d'arte che abbiamo per tema il Crocifisso, in modo che possano essere esposte nelle sedi di Regione Lombardia. "La legge approvata nel novembre scorso dal Consiglio regionale - spiega - prevede l'esposizione del Crocifisso nelle sale istituzionali di Regione Lombardia e all'ingresso delle sedi regionali. Abbiamo dunque deciso di dare attuazione a questa legge, dando la possibilita' a tutti gli artisti che lo vogliano di realizzare e offrire un'opera originale sul tema del Crocifisso da esporre nei vari luoghi dove si svolge l'attivita' amministrativa e di governo a Palazzo Lombardia".
    Tra le varie proposte ne verranno selezionate 20, che entreranno a pieno titolo nel "patrimonio artistico regionale".
    "Sia Palazzo Lombardia che il 'Pirelli' - aggiunge - ospitano gia' da tempo opere e mostre di vari artisti. E' una linea che intendiamo proseguire ed incrementare, offrendo gli spazi pubblici all'arte e alla bellezza".
    Il Crocifisso, che potra' essere realizzata con qualsiasi tecnica eccetto video, non dovra' superare i 40 cm di base e i 60 di altezza. Non e' previsto alcun compenso o rimborso. Fra le proposte pervenute il Gruppo di Lavoro per l'attivita' istruttoria di selezione di opere d'arte per la valorizzazione delle sedi regionali individuera' le 20 migliori opere.



    Pensieri sparsi…
    Francesco Agnoli
    Vari pensieri disordinati e magari pure sbagliati…
    1) Continua la battaglia del Corriere contro Formigoni: tanti anni che governa e non si trova nulla; non ha la donnina, come si cercava di far credere a suo tempo; a differenza di Marrazzo, non va neppure a trans… Problemi veri di corruzione non ce ne sono: allora attacchiamolo su don Verzè. Facendo finta che con don Verzè, con il suo ospedale, privato ma in una regione dove il privato è molto forte, non ci avessero a che fare in tanti. In primis il Corriere stesso che pubblicava sempre i suoi articoloni, recensiva i suoi libri, corteggiava i suoi pupilli…
    Ogni volta che il Corriere si schiera, andare dall’altra è indispensabile…
    Ora le opposizioni sinistrorse, non a caso compatte, vogliono a tutti i costi che si dimetta...
    Perché vogliono fare fuori Formigoni? Interessa zero, a me, che sia ciellino o meno. E’ cattolico, è bravo, è l’unica alternativa, nel Pdl, alla morte del partito stessa, ma anche a tutta una serie di soggetti, dalla Brambilla in là, che nulla hanno ad invidiare alla sinistra quanto a disinteresse per i valori forti. Il Corriere lo sa e lo vuole affondare. Così uno dovrà scegliere tra radicali di destra e radicali di sinistra.
    2) Oggetto di mille continui attacchi è anche Vladimir Putin. Ha stravinto le elezioni, e lo sanno tutti… tutti i sondaggi indipendenti davano gli stessi risultati usciti dalle urne. Eppure, dinanzi ad un candidato che ha preso più del 60%, cosa che non accade in quasi nessun paese, tutti a scrivere: ma ha preso meno voti della volta scorsa, o cose simili! Assurdo. Attaccano Putin tutti, anche coloro che difendevano, sino a poco fa, persino Stalin…. Filo russi, ieri, quando i governanti erano impresentabili; oggi si finge che la Russia, senza Putin, sarebbe un paese democratico al 1000 per 1000. E’ vero il contrario, con tutti i suoi difetti di ex uomo del Kgb (ma non solo e meno di altri…), Putin ha salvato il paese, ha tolto le ricchezze dalle mani di pochi oligarchi che all’epoca della caduta del comunismo si erano improvvisamente arricchiti, grazie alla loro amicizia con la figlia di Eltsin, Tatiana, comperando a due rubli gas, petrolio, industrie di Stato….Non serve essere molto vecchi per ricordare un paese allo sbando, con pochi miliardari usciti dal nulla, prima di Putin…oggi la Russia, che tutti credevano finita per sempre, è tornata forte, vede crescere la classe media, agisce in politica estera…
    3) Da Formigoni a Putin, a Orban: è sempre la stessa storia.
    4) Santorum in Usa: non ha un quattrino, rispetto a Romney ha speso meno di un decimo; però parla di valori, con forza: in tanti lo votano… Forse se avessimo anche noi qualche politico coraggioso, che invece che parlare sempre solo di pil e spread ragionasse di altro… Abbiamo una classe politica di nani, e così ci tocca la Fornero…


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Pio XII appoggiò la creazione di una patria ebraica in Palestina
    Lo rivelano documenti di recente scoperta
    ROMA, sabato, 9 marzo 2012 (ZENIT.org) - Una serie di documenti, scoperti di recente e pubblicati on line, rivela un piano d'azione da parte dell'allora arcivescovo Eugenio Pacelli (il futuro Papa Pio XII) culminato nella creazione del moderno Stato di Israele. Lo ha rivelato la Pave The Way Foundation (PTWF).
    Nel 1917, mons. Pacelli incontrò infatti il presidente della World Zionist Organization, Nahum Sokolow



    ed organizzò per lui un incontro con Papa Benedetto XV



    per discutere la creazione di una patria ebraica. In un resoconto appassionato, Sokolow descrisse la sua udienza del 12 maggio 1917 con le seguenti parole:
    “Prima sono stato ricevuto da mons. Eugenio Pacelli, segretario degli Affari Straordinari, ed alcuni giorni dopo ho avuto un lungo colloquio con il cardinale segretario di Stato Gasparri. Entrambi gli incontri sono stati straordinariamente cordiali e positivi. Non tendo verso la credulità o esagerazioni e comunque non posso evitare di ribadire che questo ha rivelato una straordinaria quantità di amicizia: concedere ad un ebreo e rappresentativo del sionismo con una tale rapidità un'udienza privata durata così a lungo e di un tale calore, e svoltasi con tutte le garanzie di simpatia, sia per gli ebrei in generale che per il sionismo in particolare, dimostra che non dobbiamo aspettare ostacoli insuperabili da parte del Vaticano. Il Papa mi ha chiesto, 'Pacelli mi ha raccontato la vostra missione, mi vuole raccontare altri dettagli?'".
    Il 15 novembre 1917, il nunzio Pacelli agì su richiesta urgente della comunità ebraica della Svizzera per un suo intervento, perché si temeva un massacro degli ebrei in Palestina da parte dell'Impero Ottomano. Pacelli chiese al governo tedesco, che si era alleato con i turchi ottomani, di proteggere gli ebrei della Palestina. Pacelli riuscì ad ottenere la protezione degli ebrei da parte del governo tedesco, “anche con l'uso delle armi”.
    Pacelli incontrò Sokolow nuovamente il 15 febbraio 1925 e organizzò un altro incontro con il cardinale Pietro Gasparri a proposito di una patria ebraica in Palestina. Nel 1926, Pacelli lanciò un appello a tutti i cattolici di unirsi al movimento pro-Palestina in Germania, che contava membri famosi come Albert Einstein, Thomas Mann, Konrad Adenauer,





    e padre Ludwig Kaas.



    PTWF è venuta a conoscenza dell'esistenza di un documento molto interessante, ancora inedito, che evidenzia l'atteggiamento di Pio XII riguardo ad una patria ebraica. Nel 1944, Pio XII andò contro l’opinione del suo segretario di Stato, quando rispose ad un avvertimento scritto di monsignor Domenico Tardini, contrario ad aiutare agli ebrei a stabilire una patria. Pio XII scrisse di proprio pugno: “Gli ebrei hanno bisogno di una propria Patria”. Questo documento si trova nella sezione chiusa della Biblioteca Vaticana e sarà disponibile quando gli archivi verranno completamente aperti.
    E' stato ritrovato anche il discorso di Pio XII pronunciato nel 1946, davanti ad una delegazione araba venuta a Roma per dissuadere il Papa dall’appoggiare una patria ebraica in Palestina. Pio XII concluse l'incontro lasciando delusa la delegazione araba, e dichiarando chiaramente: “Condanniamo, come anche più volte in passato, la persecuzione scatenata da fanatici antisemiti contro il popolo ebraico”.
    Secondo una ricerca condotta dalla Fondazione Raoul Wallenberg, è stato Pio XII che “ha spianato la strada” ai Paesi cattolici membri delle Nazioni Unite a votare positivamente a favore di una spartizione della Palestina nel novembre del 1947. Sono stati scoperti anche articoli di giornali su come il Vaticano incoraggiò la Spagna franchista a riconoscere lo Stato ebraico nel 1955.
    Il direttore della Pave the Way Foundation, Elliot Hershberg, ha dichiarato: “La nostra ricerca ha dimostrato che il rapporto positivo di Papa Pio XII nei confronti del popolo ebraico iniziò sin dalla gioventù di Pacelli, con la sua stretta amicizia con un ragazzo ebreo ortodosso di nome Guido Mendes. Pacelli avrebbe condiviso i pasti dello Shabbat, imparato a leggere l'ebraico, e preso in prestito i libri dei grandi studiosi rabbinici. I documenti che abbiamo scoperto rivelano i numerosi interventi di Pacelli per salvare vite di ebrei e proteggere le tradizioni ebraiche. Questa evidenza ripudia le accuse che Pacelli fosse in ogni modo antisemita”.
    Gary Krupp, presidente della Pave the Way, ha dichiarato, “l'obiettivo della Pave the Way Foundation è stato quello di usare le nostre relazioni internazionali per individuare e rendere disponibile ogni documento che possiamo localizzare, e di pubblicarlo on-line in modo da rendere queste informazioni disponibili agli studiosi di tutto il mondo, sia che si tratti di un messaggio positivo o negativo. Fino ad oggi abbiamo pubblicato online oltre 46.000 pagine di materiale di ricerca, incluse interviste video con vari testimoni oculari. In linea con la nostra missione, stiamo cercando di risolvere questo ostacolo vecchio di 47 anni tra ebrei e cattolici”.
    ZENIT - Pio XII appoggiò la creazione di una patria ebraica in Palestina







    Quando i grandi filosofi (si) confondono le idee
    di Rino Cammilleri
    Sul settimanale «D» di «Repubblica» (25 febbraio 2012) il filosofo Umberto Galimberti ha risposto a una lettera che, dal tono, pare essere quella di un padre disperato perché separato, il quale conclude che, quando hai voluto e fatto un figlio insieme a un’altra persona, «non puoi più ritenere la tua libertà al di sopra di tutto». Sante parole che il filosofo conferma e sottoscrive: «”Responsabilità” significa “rispondere” degli effetti delle nostre azioni». Ben detto. Peccato che le pezze d’appoggio per tale conclusione siano un tantino discutibili.
    Il filosofo esordisce con questa affermazione: «La nozione di “vita privata” nasce come conseguenza del primato dell’individuo nei confronti della società. Un primato fondato e diffuso in occidente dal cristianesimo». A dire la verità, il cristianesimo introduce il concetto di «persona», valido per tutti gli esseri umani. L’individualismo, come tutti gli –ismi, è un’eresia laica moderna, che il cristianesimo stesso stigmatizza esaltando al contempo il concetto di «solidarietà». L’individualismo non nasce dal cristianesimo ma, come diceva Chesterton, è una della tante «idee cristiane impazzite» che hanno funestato la storia.
    Ma il filosofo insiste: «Prima dell’avvento del cristianesimo, come riferiscono gli antropologi, in tutte le popolazioni vigeva il principio del primato della comunità rispetto ai singoli individui, primato che Platone e Aristotele teorizzano sulla base del fatto che, essendo l’uomo un animale sociale (zõon politikón), non si è uomini se non in quanto membri di una comunità (pólis). Ciò comporta una perfetta coincidenza tra etica e politica che verrà spezzata dal cristianesimo». Dimenticando di dire che per gli antichi (tra cui Platone e Aristotele) gli schiavi erano esclusi dai benefici della «comunità» poiché semi-bestie. E anche le donne non se la passavano granché bene, quanto a diritti. Tutte le popolazioni pagane praticavano i sacrifici umani, altra piccola dimenticanza del filosofo. Il «primato della comunità», poi, faceva sì che per le colpe di uno pagassero tutti: la sua famiglia, i suoi amici, il suo villaggio, bambini compresi. Il «primato della comunità» è il concetto che ancora oggi impedisce al cristianesimo di penetrare in Asia (e in tante zone d’Africa) per rendere la vita dei suoi abitanti meno dura e infelice. In molte regioni dell’India, per esempio, il cristianesimo insegna che ogni essere umano ha dei diritti, cosa che vale anche per i fuoricasta, ed è per questo insopportabile ai nazionalisti indù. Poi, che sia stato il cristianesimo a spezzare la felice coincidenza tra etica e politica non sta né in cielo né in terra ma solo nella filosofia di Galimberti, il quale forse nulla ha appreso a scuola della corruzione politica dei pur civilissimi antichi romani. Nemmeno di quella praticata, oggi, da gente che cristiana non è più. O non lo è mai stata, come la nomenklatura cinese della Repubblica popolare.
    Ma il nostro filosofo ritorna ad avere ragione quando insegna l’acqua calda: «In realtà non c’è alcuna azione individuale che non abbia effetti sociali». Peccato che l’esempio scelto non ci azzecchi per niente: «Quando un medico, ad esempio, appellandosi alla propria coscienza individuale, fa obiezione di coscienza, si fa carico anche delle conseguenze della sua scelta nei confronti del paziente a cui nega un atto medico?». Atto medico? L’obiezione di coscienza vale per l’aborto o per la pillola abortiva. Varrà anche per l’eutanasia. Che non sono certo «atti medici». Un medico obiettore, poi, non si appella alla sua «coscienza individuale» bensì al Giuramento di Ippocrate, che ha prestato prima di intraprendere la professione. Umberto Galimberti è considerato uno dei maggiori filosofi italiani contemporanei. Chissà come sono i minori.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Quando i grandi filosofi (si) confondono le idee



    L’antico giuramento di Ippocrate: anche il paganesimo migliore rifiutava l’eutanasia e l’aborto
    Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest'arte, se essi desiderano apprenderla; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
    Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa.
    Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.
    Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte.
    In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini.
    Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.
    E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro.


    Come la filosofia greca migliorò e si conservò grazie al cristianesimo
    Sono in molti coloro che -assieme ad Umberto Galimberti- criticano il cristianesimo per aver “offuscato” il sapere greco e la filosofia classica. Innanzitutto bisognerebbe considerare il fatto che per offuscare qualcosa occorre sempre essere in grado di avanzare una proposta migliore, secondariamente si tratta di un grave errore storico-concettuale: senza la Chiesa e i monasteri, tutta la cultura greco-latina si sarebbe persa, anche materialmente. Senza gli amanuensi benedettini non si sarebbero conservati i documenti e i codici dell’antica cultura latina, che sono stati copiati a volte senza neppure che si capissero. Nessuno, infatti, scriveva più il latino di Cicerone, ad esempio.
    Eppure -come spiega il vescovo Luigi Negri in “False accuse alla Chiesa” (Piemme 1997)-, nonostante questo i monaci nel VI e VII secolo hanno incominciato a leggere ed interpretare, dal punto di vista della certezza della fede, tutto quello che la tradizione precristiana aveva realizzato, nel tentativo di impostare il problema del significato della vita attraverso le forme dell’arte, della religione e della filosofia. Così, nel voler interpretare unitariamente la realtà, sono nate le scuole, prima attorno ai conventi e poi alle cattedrali, fino alla fioritura della cultura nelle università (universitas). Tutto questo è stato ripreso e approfondito in un interessante articolo di Rèmi Brague, docente di Filosofia all’Università Panthéon-Sorbonne di Parigi e all’Università Ludwig-Maxmillians di Monaco.
    Su “Il Corriere della Sera” pochi giorni fa la questione è stata nuovamente ripresa dal filosofo Marco Rizzi, il quale ha sottolineato giustamente come la filosofia cristiana sia figlia di quella greca, aristotelica, da cui prese fondamentale ispirazione. Anche se è chiaro come «alle soglie del V secolo la letteratura dei cristiani non avesse ormai più alcun complesso di inferiorità nei confronti di quella classica; anzi, con questa si vuole confrontare anche sul piano della forma e dello stile, sia pure privilegiando l’esigenza di comunicare e insegnare a tutti, non più solo ad una ristretta élite». Non a caso, continua Rizzi, «san Girolamo fu autore di una raccolta di biografie di scrittori cristiani illustri, programmaticamente contrapposti a quelli pagani, greci e latini».
    La rivoluzione culturale cristiana cominciò comunque ben prima: «Sin dal II secolo i cristiani non avevano esitato ad inserirsi nel contesto comunicativo del mondo antico; se autori come Tertulliano proclamavano orgogliosamente la loro estraneità ad una cultura in declino, lo facevano pur sempre secondo i canoni della più avvertita retorica e con una strumentazione concettuale debitrice della tradizione filosofica. Proprio con la filosofia il cristianesimo stabilì un rapporto decisivo [...]. Cristo venne presentato come il maestro universale e la sua rivelazione come la «vera filosofia», che riassumeva in sé non solo i contenuti dispersi nelle precedenti tradizioni, ma anche gli exempla morali delle grandi figure del passato, Socrate più di ogni altro».
    Grazie al cristianesimo e ai pensatori cristiani, la cultura classica è rinata: «non solo i modi, bensì anche i grandi temi della filosofia antica si sono innalzati a nuovi significati, e in questo modo si sono conservati e sono pervenuti ai nostri giorni. Il caso più celebre è quello del “Logos”, il “Verbum”, che dai filosofi stoici, attraverso il prologo del Vangelo di Giovanni, Giustino, Agostino e molti altri è giunto sino alle riflessioni di Benedetto XVI su fede e ragione del celebre discorso di Ratisbona del 2006, in cui il pontefice individua come intrinsecamente necessitato l’incontro tra il cristianesimo e la razionalità greca». Vengono nobilitati, rivisti e nuovamente sviluppati i pensieri di Platone e Cicerone, rilanciandoli in una chiave totalmente nuova e più efficace per l’uomo, ponendo sempre «il Dio cristiano a fondamento di ogni rapporto autentico tra gli uomini, superando così la frattura — drammaticamente avvertita da Cicerone — tra determinazioni della ragione politica ed esigenze dell’animo individuale».
    I primi pensatori cristiani, conclude Rizzi, «divennero a loro volta oggetto di traduzioni e di rielaborazioni da parte di scrittori che, dal IV secolo in poi, presero ad esprimersi in una varietà di lingue (copto, siriaco, armeno, georgiano…) sino ad allora prive di dignità letteraria, dando origine a nuove culture e a nuove identità socio-religiose nel segno del cristianesimo e confermando così che la natura di quest’ultimo è intrinsecamente aperta all’incontro con le più diverse esperienze dell’uomo».
    Come la filosofia greca migliorò e si conservò grazie al cristianesimo | UCCR


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Piergiorgio Odifreddi “sconfitto” a Nichelino: invecchiato e appannato
    La notizia è riportata su “Nichelino online”, il quotidiano web del comune piemontese in provincia di Torino. Si informa che al Liceo Copernico di Torino, a pochi passi dalla casa del noto “matematico incontinente” Piergiorgio Odifreddi, come è stato simpaticamente soprannominato, si è tenuta pochi giorni fa una serata di dibattito sul tema “Scienza e Fede” con la partecipazione di studenti, genitori ed insegnanti.
    Ricordiamo che Odifreddi -nonostante sia in pensione da parecchio- persiste a farsi chiamare “scienziato” anche se non ha mai realizzato una pubblicazione sottoposta a peer review in vita sua. In realtà è un divulgatore scientifico, per altro tra i peggiori in Italia dato che è l’unico ad aver vinto per due volte (2007 e 2009) il premio “Asino d’Oro”, assegnato da alcuni docenti universitari, per i peggiori articoli scientifici pubblicati (finalmente si è riusciti a inserire la questione anche su Wikipedia nella biografia di Odifreddi, nonostante la pagina sia stata creata da Odifreddi stesso, come ha ammesso nel controverso libro “Perché Dio non esiste”). Tuttavia gli organizzatori, ancora una volta -come accade in tutte le trasmissioni televisive- non hanno chiamato a controbattere a Odifreddi un altro divulgatore scientifico, ma un sacerdote. Questa scelta è una mossa poco corretta nel dialogo “scienza e fede”, sia perché tutti gli uomini di scienza sono in grado di parlare di “fede” (esperienza personale), ma non tutti i sacerdoti sono in grado di parlare di “scienza” (strumento di conoscenza umano), sia perché si persiste nel portare avanti le due leggendarie equazioni: “scienza=ateismo” e “fede=sacerdote o, comunque, non scienziato”.
    Don Riccardo Robella, parroco a Nichelino, si è quindi confrontato con Odifreddi e il quotidiano locale, scrive che «nel confronto con gli studenti la brillante dialettica, per la quale il professore è celebre, è parsa a tratti un po’ appannata. Il parroco invece, per usare una metafora calcistica, ha giocato a tutto a campo e alla fine è andato a rete…». Sul fatto che Odifreddi stia anno dopo anno perdendo i colpi ne abbiamo parlato più volte sul nostro sito web, identificando l’inizio del triste epilogo del professore quando venne malamente cacciato dal Festival della Matematica nel 2009. Interessante l’ironia finale riportata a conclusione dell’articolo sul quotidiano locale: «Sarà che don Riccardo giocava praticamente in casa, dato che al Liceo Scientifico Copernico ci sono molti studenti di Nichelino. Parecchi frequentano pure la sua parrocchia: studenti più che vispi, cristiani ma tutt’altro che cretini…E’ vero professor Odifreddi?».
    Piergiorgio Odifreddi “sconfitto” a Nichelino: invecchiato e appannato | UCCR

    Sottolineare la differenza tra l’uomo e l’animale è sempre più necessario
    Esiste oggi una forma di animalismo sfrenato che è davvero deleteria. Non si parla certo di chi difende e protegge gli animali dalla inutile violenza, cosa di grande valore e sensibilità, ma l’accusa è verso quella forma di fanatismo che diventa un vero accanimento verso l’uomo, ritenuto “cancro del pianeta”, un ritorno al panteismo o alla devozione di una Terra Madre (Gea). Ovviamente la componente laicista della società ne approfitta per diffondere il riduzionismo dell’uomo all’animale, si veda ad esempio il pensiero di Singer, Dawkins, Zapatero, Hack, Veronesi. Proprio quest’ultimo ha parlato qualche giorno fa di scimmie come «nostri fratelli e sorelle». Il loro scopo è sempre lo stesso: denigrare la Creatura per negare il Creatore. Contro questo isterico eco-animalismo si è scagliato di recente il filosofo laico Fernando Savater.
    E’ evidente che oggi, purtroppo, difendere l’eccezionalità dell’uomo viene oggi visto come una discriminazione diretta degli animali, un preludio per una loro discriminazione. In proposito, il filosofo Tommaso Scandroglio ha ottimamente commentato una recente vicenda giudiziaria tra alcune orche e i proprietari di tre grandi parchi acquatici americani. Gli avvocati di Peta (People for Etichal Treatment of Animals) hanno trascinato in giudizio questi ultimi perché le orche sono ridotte in schiavitù dato che sono state tolte dal loro ambiente naturale, sono costrette a nuotare in piccole vasche e obbligate – come se fossero lavori forzati – ad esibirsi per il divertimento di noi uomini. Questo cozzerebbe con il 13° emendamento della Costituzione americana che vieta la schiavitù e i lavori forzati. Le orche, dicono, non devono essere lese nella loro libertà “personale”, ma devono far ritorno nell’Oceano. I giudici hanno tuttavia respinto la richiesta stabilendo che l’emendamento si applica solo agli esseri umani: «Nella storica frase “We the people…” (“Noi, il popolo…”) nessuno alludeva alle orche». Attenzione: certamente ci sono situazioni in cui in questi parchi acquatici gli animali vengono maltrattati, e quindi è opportuno vigilare come fanno questi attivisti, ma è la strategia usata ad essere assurda, proprio in quanto si è tentato di difendere gli animali paragonandoli agli uomini.
    Il filosofo ha fatto alcune considerazioni molto interessanti da cui abbiamo preso spunto per smontare questa ideologia fanta-ecologista disumana, nel vero senso della parola.
    1) PERCHE’ SOLO ALCUNI ANIMALI? PERCHE’ NON LE PIANTE? “Le orche hanno dei diritti”, dicono. E’ possibile essere d’accordo, ma a patto che per non discriminare nessuno dovremmo riconoscere dei diritti non solo ai tenerissimi panda, ma anche a pulci, zecche, pidocchi, ragni, piccioni, topi, scarafaggi, formiche, mosche, zanzare ecc. Ma anche i batteri appartengono al regno animali, dunque se l’animale vale quanto l’uomo dovremmo smettere di curarci l’influenza o l’HIV? Bisognerebbe che questi militanti smettessero anche di girare a piedi o in auto per le loro battaglie, dato che ogni loro movimento comporta il massacro di milioni di animali (sotto le scarpe, sul parabrezza ecc.). E perché poi discriminare le piante? Questi fanatici, aggressivi verso chi non è vegetariano, fanno scorpacciata di vegetali, anche se è dimostrato che vi sia in essi attività neurologica e, addirittura, gli ortaggi comunicherebbero tra loro lanciandosi richieste di aiuto. Magari quando scorgono in lontananza Michela Brambilla o Margherita Hack? Il diritto delle piante dove va a finire?
    2) ESTENDERE LORO ANCHE DIRITTI MINORI? Se le orche hanno diritto alla libertà ciò comporta necessariamente riconoscere riconoscere loro anche diritti minori o di pari importanza: diritto di compravendita, di voto, alla pensione, di coniugio, etc. Tutte modalità attraverso cui la libertà di un individuo si esprime e che quindi non possono essere negate.
    3) RICADUTE TRAGICOMICHE? Se la sentenza americana avesse avuto esito positivo le ricadute sarebbero state tragicomiche: obbligo di tutti i possessori di bocce in vetro contenenti pesci rossi di sversare il contenuto in mare o nel lago. Anche cardellini, fringuelli, pappagalli e canarini avrebbero visto aprirsi le porte delle loro gabbiette a motivo di questo animalesco indulto (per entrambe le specie ovviamente il risultato sarebbe stato la morte improvvisa dato che sono animali domestici). Da qui ovviamente il divieto perpetuo di trasmettere il cartone animato Gatto Silvestro perché il canarino Titty dietro le sbarre avrebbe sicuramente configurato apologia di reato. Infine il dubbio: forse che anche l’amato cane Fido implicitamente ci chiede di lasciarlo in mezzo ad una strada per ritornare libero allo stato brado condizione originaria dei suoi lontani progenitori, piuttosto che restare legato ad un guinzaglio impacchettato in un maglioncino rosso. Però se lo facessimo saremmo di certo travolti dall’ira di una pletore di animalisti convinti. Insomma ci troveremmo tra due fuochi: Fido libero o ridotto in schiavitù ma non abbandonato? Un’altra domanda: ama di più i pesci o i pappagalli chi li tiene nell’acquario/gabbietta o chi li lascia liberi nel loro ambiente?
    4) AVERE DEI DIRITTI COMPORTA DEI DOVERI Se vogliamo estendere agli animali i diritti destinati agli uomini, questa stessa libertà per forza di cose comporterà delle responsabilità. Da che mondo è mondo se io uomo uso male della mia libertà dovrò pagarne le conseguenze: libero di andare in giro in auto, ma se investo una persona me ne assumerò le conseguenze anche legali. La dolce Tilly, una di queste cinque orche, in passato ha sbranato ben due dei suoi addestratori. Nulla di scandaloso: ci sarà pur un motivo se questi cetacei in inglese sono conosciuti con l’appellativo di killer whales. Essendo in America però la nostra Tilly si meriterebbe un’immensa sedia elettrica. In Italia, a Livorno, un branco di cani ha sbranato in questi giorni un camionista, padre di famiglia. Un cane non randagio, addomesticato e “amico dell’uomo” ha massacrato un bimbo di 9 anni nel 2008, nel 2009 la stessa sorte è toccata a un bimbo di un anno, pochi mesi fa un neonato è morto dopo l’aggressione del cane dei genitori. Di fronte a tutto questo, chi invocasse la scriminante “l’animale è innocente perché è l’istinto ad averlo costretto ad agire così”, entrerebbe in palese contraddizione: se è l’istinto a presiedere alle azioni degli animali, allora dobbiamo concludere che i loro atti sono determinati da madre natura e quindi non sono liberi, come quelli umani. Ma allora significa che cagnolini e orche sono schiavi dell’istinto. E dunque, che senso ha berciare tanto nel difendere i loro diritti “umani” di libertà? Oppure vale anche il contrario: dato che si vuole ridurre l’uomo ad un animale sociale, come la formica o la scimmia, perché non esigiamo che il trattamento di impunità riservato agli animali sia esteso anche agli assassini della nostra specie?
    Sottolineare la differenza tra l’uomo e l’animale è sempre più necessario | UCCR

    Studio inglese: «persone religiose fanno più beneficenza»
    Luca Pavani
    Uno degli obiettivi di questo sito è quello di affrontare spesso tematiche assolutamente secondarie per un credente ma che sono invece un’ossessione di primaria importanza del mondo laicista. Al cristiano non importa nulla, ad esempio, se fa più o meno beneficenza di un musulmano o di un non credente. Il cristiano sa benissimo che non è più buono degli altri, ma non è nemmeno preoccupato dell’ideologia moderna della filantropia, il cristiano non calcola il “ritorno” delle sue azioni gratuite (altrimenti non sarebbe gratuità), non lo fa per mettersi a posto la coscienza, non fa rumore e non accende la luce quando compie un’azione caritatevole (“non sappia la tua mano destra cosa fà la tua mano sinistra”, Mt 6,2-4).
    Eppure la cultura laicista, avendo come unica proposta la reazione distruttiva rispetto alla proposta cristiana, cerca sempre la competizione: sono particolarmente fissati nell’informare che loro fanno più filantropia, o comunque dimostrare a tutti i costi che è una loro priorità. Lo si è capito abbastanza bene dopo il terremoto di Haiti nel 2010, quando Richard Dawkins (il guru mondiale degli atei militanti) ha occupato per giorni i quotidiani inglesi raccontando di aver organizzato una donazione “atea” (chiamata “Non-Believers Giving Aid”) attraverso la “Richard Dawkins Foundation for Reason and Science”. Tanto di cappello, verrebbe da dire senonché si è poi scoperto che tutti i fondi raccolti sarebbero stati inoltrati alla Croce Rossa Internazionale e a Medici senza Frontiere. La domanda è sorta a tutti spontanea: perché non donare direttamente a queste due organizzazioni senza passare per un mediatore? La risposta è stata data qui.
    The Church Mouse Blog: Dawkins brands atheist giving to Haiti at a cost of $10,000
    A questo punto diventa divertente ogni tanto scendere al loro livello e leggere i risultati di uno studio sociologico di cui abbiamo già parlato, dove si rileva che i non credenti preferiscono sostenere opere a favore degli animali e della vegetazione mentre i credenti sostengano primariamente Ong (maggiormente non confessionali) impegnate per disastri ambientali, riduzione della povertà, persone con disabilità e progetti per lo sviluppo del bambino.
    Nel 2011 su “Social Behavior and Personality: an international journal” è stato rilevato invece che a Taiwan, area con un buon mix di religione popolare, ateismo e religioni (buddismo e cristianesimo), gli adulti hanno maggiori probabilità di fare donazioni verso enti di beneficenza confessionali, e che le persone non religiose appaiono molto meno inclini a fare beneficenza rispetto alle altre categorie di persone, sopratutto i cristiani.
    Un mese fa è stato invece rilevato da “Charities Aid Foundation” (CAF) che le persone religiose donano soldi in beneficenza due volte di più rispetto a persone senza fede, e solo il 31% dei donatori religiosi hanno dato soldi ad una attività religiosa. Il direttore di CAF, Richard Harrison, ha dichiarato: «Questi risultati dimostrano che non solo le persone di fede religiosa sono più generose e caritatevoli, ma che la loro donazione non è unicamente focalizzata sui propri enti confessionali. La cultura del “dare” nei circoli religiosi si dimostra ammirevole, un fenomeno che arricchisce in modo chiaro la nostra società».
    Studio inglese: «persone religiose fanno più beneficenza» | UCCR

    Per la crescita del Pil non bisogna imitare la Cina, ma tornare alle radici cristiane (quando l’Italia cresceva al 6 per cento annuo)
    Antonio Socci
    Monopolizzano la scena ormai da mesi: la “signora crescita” e il “signor pil”. E inseguiamo tutti drammaticamente il loro matrimonio. Anche in queste ore sono al centro delle trattative fra partiti, governo e sindacati.
    La politica italiana si è perfino suicidata sull’altare di questa nuova divinità statistica da cui sembra dipendere il nostro futuro. Se però alzassimo lo sguardo dalla cronaca dovremmo chiederci: chi è questo “signor Pil”?
    I manuali dicono che è il “valore di beni e servizi finali prodotti all’interno di un certo Paese in un intervallo di tempo”. Ma fu proprio l’inventore del Pil, Simon Kuznets, ad affermare che “il benessere di un Paese non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale”.
    Lo ha ricordato ieri Marco Girardo, in un bell’articolo su “Avvenire”, aggiungendo che ormai da decenni economisti e pensatori mettono in discussione questo parametro: da Nordhaus a Tobin, da Amartya Sen a Stiglitz e Fitoussi.
    Non è una discussione astratta. Infatti con l’esplosione e lo strapotere della finanza – che nei primi anni Ottanta valeva l’80 per cento del Pil mondiale e oggi è il 400 per cento di esso – questo “erroneo” Pil è diventata la forca a cui si impiccano i sistemi economici, il benessere dei popoli e la sovranità degli stati.
    Oggi la ricchezza finanziaria non è più al servizio dell’economia reale e del benessere generale, ma conta più dell’economia reale e se la divora, la determina e la sconvolge (e con essa la vita di masse enormi di persone).
    PRIGIONIERI DELLA FINANZA
    La crescita del Pil o la sua decrescita decide il destino dei popoli, è diventata quasi questione di vita o di morte e tutti – a cominciare dalla politica, ridotta a vassalla dei mercati finanziari – stanno appesi a quei numerini.
    Dunque le distorsioni e gli errori che erano insiti nell’originaria definizione del Pil rischiano di diventare giudizi sommari e sentenze di condanna per i popoli.
    Per questo, l’estate scorsa, nel pieno della tempesta finanziaria che ha investito l’Italia, un grande pensatore come Zygmunt Bauman, denunciando “un potere, quello finanziario, totalmente fuori controllo”, descriveva così l’assurdità della situazione: “C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica cosa che conta è la crescita del pil”.
    Nessuno ovviamente può pensare che non si debba cercare la crescita del Pil (l’idea della decrescita è un suicidio). Il problema è cosa vuol dire questa “crescita” e come viene calcolata oggi. Qui sta l’assurdo.
    Bauman faceva un esempio:
    “se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo. Dobbiamo parlare con gli istituti di credito”.
    Con questa assurda logica – per esempio – fare una guerra diventa una scelta salutare perché incrementa il pil, mentre avere in un Paese cento Madre Teresa di Calcutta che soccorrono i diseredati è irrilevante.
    Un esempio italiano: avere una solidità delle famiglie o una rete di volontariato sussidiario che permettano di far fronte alla crisi non è minimamente calcolato nel Pil.
    Eppure proprio noi, in questi anni, abbiamo visto che una simile ricchezza, non misurabile con passaggio di denaro, ha attutito dei drammi sociali che potevano essere dirompenti.
    IL PAPA CI ILLUMINA
    Ciò significa che ci sono fattori umani, non calcolabili nel Pil, che hanno un enorme peso nelle condizioni di vita di una società e anche nel rilancio della stessa economia.
    Perché danno una coesione sociale che il mercato non può produrre, ma senza la quale non c’è neppure il mercato.
    Ecco perché Benedetto XVI nella sua straordinaria enciclica sociale, “Caritas in Veritate”, uscita nel 2009, nel pieno della crisi mondiale, ha spiegato che “lo sviluppo economico, sociale e politico, ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano di fare spazio al principio di gratuità”, alla “logica del dono”.
    Ovviamente il Papa non prospetta “l’economia del regalo”. Il “dono” è tutto ciò che è “gratuito”, non calcolabile e che non si può produrre: l’intelligenza dell’uomo, l’amore, la fraternità, l’etica, l’arte, l’unità di una famiglia, la carità, l’educazione, la creatività, la lealtà e la fiducia, l’inventiva, la storia e la cultura di un popolo, la sua fede religiosa, la sua laboriosità, la sua speranza.
    MIRACOLO ITALIANO
    Se vogliamo guardare alla nostra storia, sono proprio questi fattori che spiegano come poté verificarsi, nel dopoguerra, quel “miracolo economico” italiano che stupì il mondo.
    Tutti oggi parlano di crescita (e siamo sotto lo zero), ma come fu possibile in Italia, dal 1951 al 1958, avere una crescita media del 5,5 per cento annuo e dal 1958 al 1963 addirittura del 6,3 per cento annuo?
    Non c’erano né Monti, né la Fornero al governo. Chiediamoci come fu possibile che un Paese sottosviluppato e devastato dalla guerra balzasse, in pochi anni, alla vetta dei Paesi più sviluppati del mondo.
    Dal 1952 al 1970 il reddito medio degli italiani crebbe più del 130 per cento, quattro volte più di Francia e Inghilterra, rispettivamente al 30 e al 32 per cento (se assumiamo che fosse 100 il reddito medio del 1952, nel 1970 noi eravamo a 234,1).
    E’ vero che avemmo il Piano Marshall, ma anche gli altri lo ebbero. Inoltre noi non avevamo né materie prime, né capitali, né fonti energetiche. Eravamo usciti distrutti e perdenti da una dittatura e da una guerra e avevamo il più forte Partito comunista d’occidente che ci rendeva molto fragili.
    Quale fu dunque la nostra forza?
    E’ – in forme storiche diverse – la stessa che produsse i momenti più alti della nostra storia, la Firenze di Dante o il Rinascimento che ha illuminato il mondo, l’Europa dei monaci, degli ospedali e delle università: il cristianesimo. Pure la moderna scienza economica ha le fondamenta nel pensiero cristiano, dalla scuola francescana del XIV secolo alla scuola di Salamanca del XVI.
    Noi c’illudiamo che il nostro Pil torni a crescere se imiteremo la Cina. Ma la Cina – anzi la Cindia – non fa che fabbricare, in un sistema semi-schiavistico (quindi a prezzi stracciati), secondo un “know how” del capitalismo che è occidentale. Scienza, tecnologia ed economia sono occidentali. L’Oriente copia.
    ECCO IL SEGRETO
    Proprio l’Accademia delle scienze sociali di Pechino, richiesta dal regime di “spiegare il successo, anzi la superiorità dell’Occidente su tutto il mondo”, nel 2002, scrisse nel suo rapporto: “Abbiamo studiato tutto ciò che è stato possibile dal punto di vista storico, politico, economico e culturale”.
    Scartate la superiorità delle armi, poi del sistema politico, si concentrarono sul sistema economico: “negli ultimi venti anni” scrissero “abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Questa è la ragione per cui l’Occidente è stato così potente. Il fondamento morale cristiano della vita sociale e culturale è ciò che ha reso possibile la comparsa del capitalismo e poi la riuscita transizione alla vita democratica. Non abbiamo alcun dubbio”.
    Loro lo sanno. Noi non più.
    Per la crescita del Pil non bisogna imitare la Cina, ma tornare alle radici cristiane (quando l’Italia cresceva al 6 per cento annuo) – lo Straniero

    Son sempre più numerosi i cristiani del Dragone
    Vita e Pensiero n. 1 gennaio-febbraio 2012
    Una ricerca stima sfiorino i 70 milioni i cristiani in Cina: all'incirca tanti quanti i membri del Partito comunista.
    Rodney Stark
    Per buona parte del Secolo XX tra gli intellettuali del mondo occidentale era diffusa l'idea che i cinesi fossero immuni alla religione: un immunità di gran lunga precedente all'ascesa comunista al potere.
    Quando, nel 1934, Edgar Snow ironizzava affermando che «in Cina, l'oppio è la religione del popolo», molti accademici ed esperti dell'informazione sorrisero concordando con lui e liquidarono il milione di cinesi convertiti dai missionari cristiani come "cristiani del riso", cioè anime ciniche che avrebbero frequentato le missioni per i benefici che ne traevano. Poi, nel 1949, Mao Zedong giunse al potere. La religione venne messa al bando e tra gli scienziati sociali si concordava sul fatto che la Cina sarebbe presto diventata un modello della società post-religiosa e completamente secolarizzata.
    Ma non è stato così.
    Al contrario, la supposizione di una Cina post-religiosa si rivelò essere l'oppio degli intellettuali occidentali. I cristiani cinesi del 1949 - quelli messi in ridicolo in Occidente come "cristiani del riso" - sopportarono decenni di violenta repressione, durante i quali, e nonostante ciò, il loro numero crebbe. E nel momento in cui la repressione ufficiale s'indebolì, il cristianesimo in Cina continuò a crescere in maniera eccezionale.
    Sfortunatamente c'è molto disaccordo su quanto sia stata sorprendente questa crescita: oggi ci sono 16 milioni o 200 milioni di cristiani in Cina? Entrambe le cifre sono state rivendicate come "ufficiali", ma forse la più accettata indica che ci sono 130 milioni di cristiani cinesi. Una cifra spesso attribuita a un sondaggio condotto dal governo stesso. Ma non sembra verosimile che sia stato realizzato questo tipo di sondaggio - o almeno né gli esperti né le agenzie demoscopiche cinesi ne sapevano qualcosa - e quella cifra non è supportata da nessuno tra i sondaggi conosciuti.
    La confusione deriva anche dal fatto che il governo mantiene traccia solo delle persone che appartengono ai gruppi cristiani ufficialmente registrati sotto le condizioni del Movimento patriottico delle Tre Autonomie. A questi gruppi sono iscritti a oggi 16 milioni di membri. Ma ci sono decine di migliaia di chiese cristiane in Cina che non sono registrate nel Movimento patriottico. Non sorprende che ci sia un vivo interesse tra diversi gruppi nell'apprendere quanti membri facciano parte di queste chiese. Le stime quindi non si basano su dati certi, ma piuttosto su intuizioni e su resoconti aneddotici di osservatori per la maggior parte occidentali.
    Tuttavia è possibile indicare una stima abbastanza precisa del numero di cristiani presenti in Cina. Il nostro punto di partenza è un sondaggio nazionale condotto nel 2007 da Horizon Ltd., una tra le maggiori e più attendibili agenzie demoscopiche della Cina. È basato su un campione probabilistico nazionale di cittadini nella Cina continentale grazie a tre indicatori. Gli intervistati dovevano avere almeno 16 anni, essere residenti in Cina da almeno tre mesi e non aver preso parte a sondaggi nei precedenti sei mesi.
    Secondo questo tipo di dati, si potrebbe dedurre un totale di 35,3 milioni di cristiani cinesi maggiori di 16 anni. Ma per diverse ragioni sappiamo che questa cifra gioca al ribasso. Molti cinesi infatti rifiutano di partecipare ai sondaggi e si presume che i cristiani non siano soliti prestarsi a questo tipo di interviste (non si dimentichi che è rischioso per un cittadino cinese dichiararsi cristiano). Inoltre, è probabile che alcuni dei cristiani che accettano di essere intervistati pensino non sia saggio ammettere l'appartenenza alla fede cristiana quando chiesto da un esterno. Per avere una stima precisa del numero di cristiani cinesi è necessario tenere presente entrambe le inibizioni sopra descritte.
    Per affrontare questi temi abbiamo lanciato un secondo studio in collaborazione con i colleghi della Peking University di Pechino. Basandoci sui contatti all'interno della comunità cristiana cinese, siamo riusciti a condurre indagini tra i membri delle chiese cinesi provenienti da molte delle aree individuate nel precedente sondaggio. Gli intervistatori sono stati inviati per raccogliere interviste con queste persone, tutti cristiani praticanti (nonostante questo dettaglio fosse sconosciuto agli intervistatori).
    Di questi cristiani, il 62% ha rifiutato di essere intervistato, rispetto alla percentuale complessiva del 38% relativa al sondaggio precedente. Adeguando questa differenza nelle percentuali di risposta emerge una stima di 58,9 milioni di cristiani dai 16 anni in su. Inoltre, di quel numero di cristiani che hanno accettato di essere intervistati, il 9% non ha ammesso di essere cristiano durante l'intervista. Correggendo questo aspetto ci troviamo ad avere un numero di cinesi cristiani dai 16 anni in su pari a 64,3 milioni. Un totale che risale al 2007 e che di certo ora è aumentato. È del tutto credibile stimare che ci siano all'incirca 70 milioni di cristiani cinesi a oggi.
    Al di là di questa importante scoperta, il sondaggio permette di fare luce su chi si sta convertendo al cristianesimo.
    Non sorprende che nessun membro attuale del Partito comunista abbia confessato di essere cristiano, anche se l’1,7% di quanti appartengono alla Lega della gioventù comunista lo sono. Alcuni ritengono che le persone anziane siano più predisposte a diventare cristiane, mentre altri credono che gli anziani siano legati alla tradizione e che siano piuttosto i giovani a convertirsi. Ma i dati ricavati dal sondaggio mostrano che l'età non ha un'incidenza significativa. È opinione diffusa che il cristianesimo abbia radici più forti nelle aree rurali che nelle città, ma i dati si discostano da questa tesi. Inoltre, separando i cinesi in base al loro luogo di nascita e residenza (fino ai 15 anni), non emergono particolari differenze.
    Contrariamente al giudizio della sociologia tradizionale, alcuni osservatori hanno indicato che il cristianesimo si sta diffondendo più rapidamente tra i cinesi privilegiati. E i dati supportano questa visione: se si escludono il Partito comunista e i membri della Lega della gioventù comunista (che sono già raggruppati tra le persone con redditi più alti), più alto è il reddito, più è facile che un cinese sia cristiano.
    Può risultare vitale per la sicurezza della comunità cristiana il fatto che i cristiani siano indicati tra i più ricchi e non vivano concentrati in aree rurali. Infatti, gli americani in visita nelle principali università cinesi rimangono colpiti dall'atmosfera cristiana che spesso vi prevale.
    Nonostante molti anni di drammatica persecuzione religiosa, ora abbiamo una dimostrazione concreta della resistenza del cristianesimo in Cina, e del notevole sviluppo che sta continuando a vivere.


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    IL CARDINALE C.M. MARTINI SI AUGURA UN'INVASIONE APOCALITTICA CHE FACCIA TABULA RASA DELL'ITALIA -
    di Il Recensore
    Il cardinale Carlo Maria Martini ha di recente pubblicato un piccolo libro sulla figura del vescovo intitolato “Il Vescovo”, Rosenberg & Sellier, pp. 92, E. 8,50, 2012. Ne anticipava l’uscita il laicista Corriere della Sera del 22.1.2012 a p. 28, pubblicando alcuni brevi estratti dell’opera (sul tema dei “non credenti” e dei “poveri”) a fianco di uno sperticato quanto generico elogio della stessa da parte del neoeletto vescovo di Novara.
    Tralasciamo il tema dei “non credenti”. Il cardinale, a quanto se ne sa, non ha mai convertito nessuno al Cattolicesimo né risulta essersi mai speso per la Missione e la Conversione degli infedeli alla vera religione. Veniamo invece al tema, anch’esso non propriamente nuovo, dei “poveri”. Le aperture del cardinale al “sociale” sono note, quasi quanto le sue esortazioni affinché la Chiesa adotti un atteggiamento più “aperto” nei confronti dell’odierna libertà nei costumi e senza escluderne le forme più variegate, per così dire. Nell’estratto pubblicato, egli non dice nulla di nuovo se non in una frase che, forse per la prima volta, mostra il tipo di realtà che a lui piacerebbe veder trionfare come soluzione radicale del problema della “povertà”. Il suo discorso muove dal concetto (nemmeno questo nuovo, lo troviamo già negli eretici di tutti i secoli) che la Chiesa, per aiutare i poveri, dovrebbe vendere le tante opere d’arte che ha in eredità (come se l’arte sacra non manifestasse con il suo splendore la gloria e l’onore che si devono rendere al vero Dio, e come se di quest’arte non si fosse nutrito il genio artistico del popolo italiano). Ma la Chiesa, prosegue, è considerata responsabile di questo “tesoro” artistico e non può alienarlo. Bisogna dunque che se lo tenga. Al cardinale, certo, piacerebbe vendere tutto.
    In queste riflessioni non riluce tanto l’amore per i poveri quanto l’odio del cardinale per la storia e la tradizione della Chiesa e dell’Italia cattolica; alimentato, quest’odio, anche dalla liturgia spoglia, arida, brutta e non cattolica, spopolatrice di chiese, inventata e imposta dai progressisti nell’applicare le “riforme” auspicate dal Vaticano II.
    Ma vediamo la conclusione cui egli giunge d’un balzo: “Forse sarà necessario attendere una invasione di persone venute da altre civiltà, che distruggano e in qualche modo facciano tabula rasa di tutto il nostro modo di vita. Sappia però ogni vescovo che se non mette in pratica le parole forti di Gesù sulla povertà, non solo riguardo agli edifici ma anche negli stessi metodi di evangelizzazione, non potrà contare sull’aiuto di Dio”.
    Come si potrà dunque risolvere il problema della “povertà”? Cercando, forse, di convertire individui e popoli al Cristianesimo, sì che si emendino dai loro vizi e il loro modo di vivere si avvicini il più possibile alla morale evangelica?
    No. Sarà necessaria un’invasione di “persone venute da altra civiltà”, che distruggano tutto, “facciano tabula rasa di tutto il nostro modo di vita” e quindi del popolo italiano, dell’Italia. Distruzione non semplicemente metaforica, com’è chiaro.
    Questo è dunque l’augurio che il cardinale ha fatto agli Italiani per il 2012: un’invasione che, magari gradualmente, spazzi via tutto. Per ricostruire da zero con i nuovi venuti, si capisce, sotto la guida dei vescovi-ajatollah discepoli di Martini. È questo lo spirito con il quale Martini e quelli come lui tra il clero e il laicato progressista guardano alla valanga che sempre più ampia si sta abbattendo su di noi dal sud del Mediterraneo e dai Balcani? È questa la carità cristiana che siffatti “pastori” mostrano nei confronti del loro gregge? Che cosa abbiamo fatto, noi italiani, per meritarci anche questo tradimento da parte di un clero sempre più irriconoscibile?
    IL CARDINALE C.M. MARTINI SI AUGURA UN'INVASIONE APOCALITTICA CHE FACCIA TABULA RASA DELL'ITALIA - di Il Recensore



    Rivoluzione a scuola: insegnanti supplenti per chiamata diretta
    Via libera della riforma voluta da Formigoni: i presidi potranno scegliere i docenti in base alla qualità. Una norma che garantisce la meritocrazia (per questo non piace alla sinistra)
    di Sergio Rame
    Un sistema scolastico migliore si può. Già a partire dal prossimo anno scolastico verrà sperimentato il sistema della chiamata diretta per il reclutamento dei docenti nelle scuole lombarde.
    Una vera e propria rivoluzione che consentirà ai presidi di scegliere i docenti in base alle loro qualità.
    La norma è contenuta nel progetto di legge sullo sviluppo, il cosiddetto "Crescilombardia", che ieri ha avuto il via libera del Consiglio regionale lombardo. La riforma, che ha subito scatenato l'insurrezione della sinistra radicale (schifati dalla meritocrazia), consentirà agli istituti di formare una graduatoria interna dalla quale accedere per i contratti dei supplenti. Ed è polemica su un provvedimento - approvato con i voti contrari dei consiglieri di Pd, Idv, Sel e Udc - che modifica i regolamenti finora in vigore in Lombardia, definito "anticostituzionale" dalla Cgil e delle associazioni di insegnanti, che nei giorni scorsi avevano organizzato manifestazioni e raccolte firme a Milano per spingere la Regione Lombardia a una marcia indietro.
    "Al fine di realizzare l’incrocio diretto tra domanda delle istituzioni scolastiche autonome e l’offerta professionale dei docenti - si legge nel testo del provvedimento - le istituzioni scolastiche statali possono organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi per reclutare il personale docente con incarico annuale. È ammesso a partecipare alla selezione il personale docente del comparto scuola iscritto nelle graduatorie provinciali fino ad esaurimento". In questo modo, durante i tre anni della sperimentazione, le scuole statali avranno la possibilità di reclutare direttamente i supplenti creando, nella sostanza, una graduatoria interna.
    Ad essere soddisfatto è Roberto Gontero, il presidente dell’Agesc, l’associazione genitori scuole cattoliche, che ha parlato di "un segnale molto positivo per tutto il mondo della scuola". "L’articolo 8 del progetto di legge - ha spiegato Mario Sala (Pdl), relatore del provvedimento - apre alla sperimentazione di una vera autonomia scolastica attraverso una possibilità per le scuole di indire concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi favorendo la continuità didattica". Il centrodestra si è infatti battuto battuto in Aula affinché il reclutamento diretto degli insegnanti da parte delle scuole statali lombarde fosse finalmente possibile. Una norma di civiltà che ha scontentato solo la sinistra radicale e i sindacati. A loro, infatti, la meritocrazia fa schifo.

    Il Monaco della chiesa di Repubblica che scomunica il cattolico Formigoni
    In un'intervista a Repubblica il senatore Pd Franco Monaco si scaglia furibondo contro Roberto Formigoni. E attacca anche il movimento a cui appartiene il governatore lombardo.
    Di Luigi Amicone
    Correte alle pagine 38-40 e guardate con quanta cordialità ecumenica il presidente di Azione Cattolica si spiega e ci spiega il carisma della più importante delle organizzazioni ecclesiali laiche. Non dello stesso segno e, anzi, improntata a un digrignar di denti quasi inspiegabile – se in essa non vi fosse chiaramente riconoscibile l’armamentario tipico della peggior politica politicante – è l’intervista inquisitoria rilasciata a Repubblica (31 marzo) dal senatore Pd Franco Monaco. Intervista in cui l’ex presidente di Azione Cattolica della Lombardia si scaglia furibondo contro Roberto Formigoni, definendolo via via come il vertice di un potere “pervasivo”, “sfrontato”, di “ottusa protervia”, “degenerazione di un certo cattolicesimo”, “ostentazione delle insegne religiose”. E conclude, il Monaco, addirittura facendosi interprete del “vero” cardinal Martini, additando in partibus infidelium e dalla “Grazia perduta” il movimento a cui appartiene il governatore lombardo.
    È davvero strabiliante come ci si possa dire “amici” e “seguaci” di un cardinale di Santa Romana Chiesa e, ben al di là di ogni elementare regola di buona creanza (anche solo politica, e non parliamo neanche di concordia evangelica), addentare con acre e astiosa virulenza la comunità di appartenenza e la stessa identità di un cattolico che fa politica in un partito diverso dal proprio. Il quale Formigoni, per altro, è un politico che, con tutti i limiti evidenziabili, ha dimostrato nei fatti come si può applicare, e bene, la dottrina sociale della Chiesa. Un caso pressoché unico in Italia. E che perciò stesso genera acrimonia e intolleranza nel fedele della chiesa di Repubblica.


    BOLOGNA
    Rino Camilleri
    Leggo su Zenit (1 aprile 2012) una notizia che merita di essere divulgata: il presidente della Faac ha lasciato per testamento l’intero suo patrimonio, azienda compresa, alla diocesi di Bologna. Michelangelo Mannini, questo il suo nome, dopo una lunga malattia si è spento a soli cinquant’anni nel marzo scorso. Ma il testamento l’aveva fatto vent’anni fa; dunque, il suo è stato un gesto meditato e confermato. La Faac è una multinazionale leader nel settore dei cancelli automatici. Insomma, i capitalisti non sono privi dell’anima. Accompagniamo questo straordinario benefattore con la preghiera nel suo viaggio verso il Cielo.
    Rino Cammilleri – Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea





    LIBERTA’ RELIGIOSA: RIVOLUZIONI FRANCESE E AMERICANA A CONFRONTO - una nuova traduzione del saggio del diplomatico prussiano Friedrich von Gentz (1764-1832) - di Giuseppe Brienza
    A quasi sessant’anni dall’ultima edizione in commercio, quella americana del 1955 (cfr. “The French and American Revolutions Compared”, Regnery, Chicago 1955), è stata appena pubblicata una nuova traduzione dell’opera del diplomatico prussiano Friedrich von Gentz (1764-1832), “L'Origine e i principi della rivoluzione americana a confronto con l'origine e i principi della rivoluzione francese” (a cura di Omar Ebrahime, Milano 2011, pp. 164, € 16,00), apparsa originariamente nel 1800 sul mensile berlinese Historisches Journal.
    Questo studio costituisce la prima analisi storica di taglio comparativo dei due grandi avvenimenti che hanno contrassegnato l’inizio dell’epoca contemporanea, la Rivoluzione francese (1789-1799) e quella americana (1775-1783) e, presentato dall’editrice cattolica “Sugarco” in questa edizione per la prima volta al pubblico italiano, ha ricevuto finora non poche recensioni positive, fra le quali quella della rivista dei gesuiti italiani “La Civiltà Cattolica”, a firma del padre Giandomenico Mucci (vedi il fascicolo n. 3878 del 21 gennaio 2012, alle pp. 202-203).
    La tesi fondamentale di von Gentz è quella di differenziare, tanto dal punto di vista politico quanto da quello culturale, le due rivoluzioni, contraddicendo quindi quella successivamente sostenuta in modo acritico da parte degli ambienti “colti” europeo-continentali, della discendenza ideale fra la Rivoluzione francese e quella americana, in modo tale da presentare la “Prima Repubblica” francese come una “repubblica sorella” di quella degli Stati Uniti d’America.
    Osservatore diretto di entrambi gli avvenimenti, von Gentz, in accordo a quanto sostenuto poco prima di lui da Edmund Burke (1729-1797) nelle “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”, afferma che, allo stesso modo della “Glorious Revolution” del 1688, anche quella d’Oltreoceano sia stata «non una rivoluzione realizzata, ma impedita». Quella americana, infatti, è stata originata dalla violazione delle consuetudini e del diritto naturale da parte della madrepatria britannica, laddove quella di Francia si è posta fin dal suo inizio in diretta opposizione al concetto stesso di “tradizione” e dei diritti naturali della persona.
    Il politologo e storico delle idee statunitense Russell Kirk (1918-1994), curatore dell’edizione del 1955 del libro di von Gentz, conferma in toto l'analisi del diplomatico berlinese, osservando come poche altre volte nella storia occidentale contemporanea i diritti fondamentali della persona, dei corpi intermedi e del corpo sociale nel suo insieme sono stati calpestati come nella Francia dell'Ottantanove e di Napoleone Bonaparte (1769-1821). Mentre nella Costituzione degli Stati Uniti sono evocati concetti come «natura umana» e «legge naturale», quelle francesi dell’Ottocento sono invece caratterizzate dall'obiettivo ultimo di ri-plasmare la natura umana e, con essa, la società, rompendo radicalmente ogni legame con il passato.
    A farne le spese, soprattutto, è la libertà religiosa se, come scrive Kirk in altro saggio dedicato a von Gentz (cfr. “Stati Uniti e Francia: due rivoluzioni a confronto”, a cura di Marco Respinti, Centro Grafico Stampa, Bergamo 1995) «[…] durante la Rivoluzione americana nessuno venne perseguitato per la propria fede religiosa; e il dogma del cristianesimo in merito alla fratellanza in Cristo indusse anche i più feroci partigiani, su ciascun fronte della Guerra d’Indipendenza, con poche eccezioni, a desistere dalla tortura e dal massacro».
    Friedrich von Gentz, proveniente da antica famiglia nobiliare prussiana, dopo studi giuridici sceglie di seguire la professione paterna come funzionario nell’amministrazione centrale del Reich, poi diplomatico ma, allo scoppio della Rivoluzione francese, decide di dedicarsi a tempo pieno all’attività pubblicistico-politica. Grazie ai meriti acquisiti presso la corte imperiale con il saggio “L'Origine e i principi della rivoluzione americana a confronto con l'origine e i principi della rivoluzione francese”, von Gentz è richiamato, nel 1802, nella Segreteria di Stato come Consigliere e, pochi anni dopo, per decisione del cancelliere Klemens von Metternich (1753-1859), associato al suo gabinetto. Diviene quindi fra i più stretti collaboratori dello stesso Metternich e, in questa veste, è quindi Segretario generale del Congresso di Vienna (1814-1815).
    LIBERTA


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Il genio di Caravaggio nel farci vedere Gesù….
    Antonio Socci
    Al centro dell’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua, “La scena perduta” (Einaudi, pp. 368, euro 21) c’è un quadro strano, sorprendente. E’ un dipinto di Matthias Meogel, un artista del Seicento.
    Malgrado il titolo, “Caritas romana”, l’opera appare ben poco “spirituale”, anzi è un’immagine fortemente sensuale: rappresenta una giovane donna che fa succhiare il suo seno a un vecchio che ha le mani legate dietro la schiena.



    Qual è il senso e la storia di quell’immagine su cui Yehoshua richiama la nostra attenzione per la fascinazione che esercita?
    Ci troviamo di fronte a un tema che sembra aver quasi ossessionato la pittura dal XVI al XVIII secolo. Lo sanno gli addetti ai lavori. Ma possono facilmente scoprirlo anche i profani. Basta andare su Google, scrivere la formula “caritas romana” e cliccare su “immagini”, per scoprire che ci sono decine di opere con lo stesso soggetto.
    Si sono cimentati con esso tantissimo pittori, più e meno famosi. Guido Reni, Georg Pencz, Rubens, Bernardino Mei, Antonio Gherardi, Domenico Manetti, Giovanni Antonio Pellegrini, Jean Baptiste Deshays, Gaspard de Crayer, Januarius Johann Rasso, Murillo, Domenico Cerrini, Bartolomeo Manfredi, Antonio Galli, Jan Janssens, Lorenzo Pasinelli, Orazio Gentileschi, Giovanni Romanelli, Domenico Maria Viani e molti altri.
    Tutte queste tele raccontano una storia ambientata dell’antica Roma. Si dice che il vecchio Cimone sia stato rinchiuso in una buia galera e lì condannato a morire di fame e di sete. La figlia, Pero, ogni giorno gli faceva visita e di nascosto lo nutriva al suo seno per salvargli la vita.
    Fu infine scoperta, ma i giudici, commossi dal suo gesto di pietà, decisero di graziare il vecchio. In ricordo di questo esempio di amore filiale si narra che fu eretto lì, nel foro Olitorio, nel 181 a.C., un tempio dedicato alla Pietas, poi sostituito dalla basilica di San Nicola in carcere.
    La storia di Cimone e Pero – riferita anche da Valerio Massimo – era già stata rappresentata a Pompei nella villa di Valerio Frontone e il soggetto tornò ad essere raffigurato una miriade di volte nel Rinascimento e poi nel Seicento. In genere queste opere sono tutte intitolate “Carità romana”.
    E’ dunque una storia di pietà, di umanità, che fu riscoperta attorno al XVI secolo e, secondo la cultura rinascimentale impregnata di mentalità pagana, fu rappresentata in quel modo ambiguo e sensuale.
    Finché arrivò Caravaggio e – anche in questo caso – fece una rivoluzione. La sua opera ha tutt’altro tema: le sette opere di misericordia corporale.
    E’ una grande tela che sta sull’altare della chiesa del Pio Monte della Misericordia di Napoli e fu dipinta nel 1606 per quella confraternita.
    E’ un capolavoro in cui vengono rappresentate in modo concitato, drammatico quelle opere di carità materiale su cui Gesù, nel Vangelo, dice che saremo giudicati alla fine dei tempi. Tutta la scena è sormontata dall’immagine della Madonna col bambino che è la fonte di tutte le grazie.




    Ebbene, se si osserva attentamente l’opera ci si accorge subito che sulla destra il pittore ha rappresentato una giovane donna, in piedi, che – mentre guarda altrove – con la mano offre la sua mammella a un vecchio il quale sporge la testa da una finestrella con le sbarre, per accostare la sua bocca al seno candido della ragazza.
    La scena della ragazza e del vecchio riunisce in sé due opere di misericordia corporale: “dar da mangiare agli affamati” e “visitare i carcerati”.
    Chi prega davanti a quell’altare dunque ha davanti a sé quella grande tela dove è ben visibile questa immagine. E’ sorprendente che negli anni della cosiddetta Controriforma fosse accettata un’immagine così audace e che tale immagine sia in una pala d’altare.
    Ma, in realtà, ancor più sorprendente è il fatto che nel contesto di quell’opera, dove sono rappresentate tutte le sofferenze umane e la carità cristiana, sembra che ogni ambigua sensualità scompaia.
    E’ l’ennesimo colpo di genio – un genio radicalmente cattolico – di Caravaggio. Lui fece sua l’iconografia della ragazza pietosa che allatta il vecchio prigioniero, ma la cristianizzò applicandola alle opere di misericordia.
    Tuttavia proprio la forte carnalità di quell’iconografia serviva al Merisi per far percepire la concretezza della carità e la carnalità della salvezza cristiana.
    La tela caravaggesca fa vedere che le opere di misericordia abbracciano tutta la nostra condizione umana: l’essere affamato, assetato, ignudo, l’essere carcerato, ammalato o senza un tetto, infine l’essere morto e quindi l’aver bisogno di venire sepolto.
    E queste opere vanno accanto alle sette opere di misericordia spirituale. Tutte insieme sono le opere che Gesù compiva, con cui esprimeva il suo amore, la sua compassione per ogni essere umano, nella sua condizione esistenziale e anche materiale. E sono le opere che anche a noi chiede per entrare in Paradiso.
    Era lui il Buon Samaritano della parabola, colui che si china a curare e fasciare le ferite dell’uomo moribondo. Si prende cura pure delle sue piaghe fisiche perché il cristianesimo non è appena la religione dell’immortalità dell’anima, ma della resurrezione dei corpi (e ci sarà pure un motivo se gli ospedali sono stati inventati dalla Chiesa).
    Ma c’è qualcosa di più che si esprime in questa rappresentazione delle opere di misericordia. Gesù salva l’umanità ferita dalla disperazione, dalla prigionia del male e della morte, dando il suo stesso corpo e il suo sangue, pagando nella sua carne il riscatto. E poi addirittura nutrendoci con la sua carne e il suo sangue per divinizzarci.
    Ecco perché quell’insolita scena di allattamento, assunta da Caravaggio, esprime misteri profondi: è la Grazia che salva dalla morte e ridà nuova vita all’uomo vecchio, prigioniero del male. La Grazia è Gesù stesso, Dio fatto carne, il Dio-uomo.
    Un’iconografia antica e tradizionale di Cristo è quella del pellicano che si squarcia il petto per nutrire i suoi piccoli col suo stesso sangue.





    Il sangue e l’acqua che uscirono dal petto del crocifisso hanno questo profondo significato di lavacro e nutrimento per noi. E’ nutrendoci del suo stesso corpo che egli ci libera dalla prigionia.
    Diversi mistici usano l’immagine delle labbra che si abbeverano alla ferita del costato di Gesù. Naturalmente quelle immagini di nutrizione e dissetamento sono tutte metafore dell’Eucaristia





    (Caravaggio aveva rappresentato le delizie dell’eucaristia anche con il famoso e bellissimo cesto di frutti, rifacendosi a un tema della spiritualità di San Carlo e del Concilio di Trento).
    Quello che Caravaggio rappresenta in questa tela è un amore unico al mondo, così folle, concreto e appassionato che la scena della “lactatio” ne dà solo una pallidissima idea. Forse – per riprendere il titolo di Yehoshua – “la scena perduta” dall’umanità del nostro tempo è proprio questo Amore.
    Infatti il nostro tempo erotomane esprime anche con l’ossessione del sesso quella insoddisfazione perenne nella sua ricerca dell’estasi, dell’Amore vero e della felicità. Proprio perché siamo carne la salvezza è venuta nella carne.
    Il genio di Caravaggio nel farci vedere Gesù…. – lo Straniero


    La novità radicale rispetto a culture e culti precedenti
    Il miracolo dell’amore infinito, la libertà del cristianesimo
    Giacomo Samek Lodovici
    Il Venerdì Santo e l’Annunciazione sono connessi tra loro in vari modi, ma soprattutto perché sono due momenti altissimi in cui si rileva la radicale novità del cristianesimo rispetto alle culture precedenti e l’altissima dignità che esso riconosce all’uomo. Infatti, il mondo antico (salvo rare eccezioni) concepiva l’uomo sottomesso ai capricci degli dei e sottomesso al Fato e/o a numerosissime forze animistiche che credeva che interferissero pesantemente nella vita umana. I filosofi più grandi rigettarono queste teologie e queste superstizioni, ma anche la loro concezione del tempo era circolare: con l’eterno ritorno tutto si ripete e ciò (a ben vedere) implica la negazione della libertà.
    Sul piano politico, i greci sono arrivati a riconoscere la libertà del cittadino maschio e adulto, negandola però alle donne, ai bambini, agli stranieri, agli schiavi. I filosofi Stoici hanno sì affermato l’uguaglianza degli uomini, ma hanno ribadito l’inderogabilità del Fato. Per il cristianesimo, invece, ogni essere umano, nessuno escluso, ha una dignità incommensurabile, dato che egli è immagine e somiglianza di Dio, ha una dignità talmente alta che per ogni singola persona Cristo versa il suo sangue durante la sua Passione e Croce. In forza di questa dignità, per il cristianesimo ogni persona è – e deve essere – libera rispetto agli altri e la preziosità dell’uomo implica la condanna della schiavitù (che il cristianesimo ha gradualmente bandito), la condanna dell’infanticidio (che era frequentissimo nel mondo antico e che oggi, anche come conseguenza dell’indebolimento del cristianesimo, viene da alcuni nuovamente giustificato), la reiezione radicale dei sacrifici umani (che molti popoli antichi praticavano copiosamente e che oggi vengono da alcuni nuovamente approvati), l’impegno profuso per tutelare la donna (il cristianesimo non è affatto "maschilista"). Inoltre, il cristianesimo afferma l’esistenza di un unico Dio, negando le forze animistiche, gli innumerevoli dei, e l’ineluttabile Fato ai quali dunque l’uomo non è soggetto.
    E questo Dio non solo è creatore di ognuno, ma inoltre fa perdurare ogni cosa e ogni uomo: infatti, Dio mantiene nell’essere ogni entità, che altrimenti scomparirebbe nel nulla. Per dirla metaforicamente, Dio sostiene ognuno di noi sul palmo della sua mano, sotto la quale c’è l’abisso del nulla. E, sebbene Dio sia amorosamente interessato a ognuno di noi (diversamente dal Dio del deismo), la cosa stupefacente è che egli ci tiene sul palmo della sua mano lasciandoci la libertà non solo di essergli indifferenti ma persino di vilipenderlo, la libertà persino di crocifiggere suo Figlio, di rispondere all’amore che Cristo ha profuso nella sua esistenza terrena assassinandolo in modo atroce.
    Di più, come ha detto il Papa a Cuba, «Il nostro Dio, entrando nel mondo, ha voluto fare affidamento sul consenso libero di una sua creatura. Solo quando la Vergine ha risposto all’angelo: "Ecco sono la serva del Signore" […] il Verbo eterno del Padre iniziò la sua esistenza umana nel tempo. È commovente vedere come Dio non solo rispetta la libertà umana, ma sembra averne bisogno».
    Ora, qual è il senso ultimo di questa libertà conferita da Dio all’uomo? Come spiega efficacemente un grande pensatore come Kierkegaard, «è il miracolo dell’amore infinito, che Iddio» all’uomo «possa dire quasi come un pretendente [...]: mi vuoi tu, sì o no?». L’uomo è libero perché Dio, come un innamorato, non gli impone, ma solo gli propone di partecipare alla comunione amorosa eterna con sé. E un amore costretto sarebbe una contraddizione in termini.
    Il miracolo dell

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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Cristo e la scienza
    Un libro di Stanley Laszlo Jaki, sul rapporto tra scienza e fede
    di Antonio Scacco
    ROMA, sabato, 31 marzo 2012 (ZENIT.org).- Cristo e la scienza (Christ and Science, 2000), Fede & Cultura, (Verona 2006) è un agile e denso volumetto di Stanley Laszlo Jaki, sacerdote cattolico ungherese, laureato in teologia e fisica e "Distinguished Professor" alla Seton Hale University di South Orange, nel New Jersey, scomparso il 7 aprile del 2009
    Il libro non parla di fantascienza, ma ritengo ugualmente utile segnalarlo all'attenzione dei lettori, perché smentisce un luogo comune di cui la "vulgata" laicista è madre, cioè che il Cristianesimo e la Chiesa cattolica sarebbero contro la scienza e il progresso.
    In realtà, sono stati proprio essi a consentire all'Occidente, a partire dal Medioevo, sprezzantemente denominato come "periodo dei secoli bui", di sopravanzare il resto del mondo. E’ innegabile che la predicazione di Gesù, nonostante il suo carattere escatologico, ha avuto un impatto diretto su ciò che l'uomo fa su questa terra. Si pensi agli ospedali, che sono esistiti perché esistevano i seguaci di Cristo. «Voltaire - scrive Jaki - non poteva nascondere la sua ammirazione per le Sorelle della Carità, un fenomeno che il mondo non era in grado di produrre. Questi sono stati i frutti derivanti dall'appartenenza di Cristo ad un altro mondo, rivelatisi estremamente proficui per questo mondo» (p.9). La verità, che tanti illustri personaggi, a partire da Sigmund Freud, hanno tentato di misconoscere o di nascondere, è che Gesù è «il Salvatore nel senso più ampio e universale del termine, […] si può logicamente dedurre che in qualche modo Cristo abbia portato anche alla scienza un po' di redenzione» (p.13).
    Chi riesce a stabilire una relazione positiva tra Cristo e la scienza, è - secondo il sacerdote ungherese - Isaac Newton, e non tanto per la sua fede nel Dio di Gesù, quanto per le tre leggi, su cui si basa la sua scienza. Di queste tre leggi, solo della terza si può attribuire la paternità a Newton, mentre il padre della seconda è Cartesio. E la prima? E qui sta la sorprendente rivelazione, il cui merito va al lavoro eroico e meticoloso del fisico francese Pierre Duhem: «Con suo grande stupore, e con il disappunto di coloro che non nutrivano alcuna simpatia per il Medio Evo e il Cattolicesimo, Duhem scoprì che la prima formulazione della prima legge di Newton risaliva alla Sorbona dell'inizio del XIV secolo, e in particolare a Giovanni Buridano» (p.22).
    Come si sa, la prima legge parla del moto inerziale, la cui formulazione rimanda al concetto teologico di un mondo creato dal nulla e nel tempo. È evidente, allora, che le grandi menti della civiltà greco-romana non potevano concepire una tale legge: «Aristotele e Tolomeo erano entrambi, come tutti gli altri eruditi dell'antichità pagana classica, eternalisti: per loro il mondo era increato, privo di inizio e di fine» (p.24). Conseguentemente, l'universo non era solo l'essere supremo, ma il supremo essere vivente: il mondo non era un semplice manufatto, un oggetto che si potesse smontare ed esaminare, come facciamo noi, pezzo per pezzo, ma un essere animato da una anima mundi. Siamo, dunque, di fronte ad un'interpretazione panteistica della natura, che non permette di formulare le leggi del moto, concepibili solo in presenza di un Essere completamente trascendente alla natura, il quale dà origine al mondo con un Suo libero atto creativo.
    Ma il monoteismo non basta da solo a spiegare le origini della scienza. I musulmani, ad esempio, non riuscirono ad effettuare il salto in avanti, pur avendo studiato le opere di Aristotele per cinquecento anni e avendone composto parecchi commenti.
    Lo stesso discorso vale per i pagani. Anch'essi erano, in un certo senso, monoteisti, anch'essi credevano nell'unigenitus o, in greco, monogenes: «Definire monogenes o unigenitus un essere che era allo stesso tempo anche un uomo in carne ed ossa era un'operazione tutt'altro che banale nel contesto pagano classico, nel quale l'universo, il cosmo, il to pan erano anch'essi detti monogenes o unigenitus. Di conseguenza, se un pagano istruito, come Plutarco, contemporaneo ma più giovane di Giovanni Evangelista, voleva diventare cristiano, doveva rinunciare alla propria fede panteistica nell'universo come monogenes o unigenitus. Egli si trovava di fronte a una alternativa: "il figlio unico" doveva essere o Cristo o l'universo. Questo voleva anche dire che diventando seguace di Cristo un pagano si collocava in netta opposizione alla concezione di un universo inteso come l'essere supremo e eterno». (p.28).
    La svolta, dunque, nella storia della scienza avviene solo quando il monoteismo è rafforzato dalla cristologia. Certo, la vivacità intellettuale non mancò nel mondo pre-cristiano. Nell'antica India, ad esempio, ebbe origine il sistema di numerazione decimale e l'antica Cina fu la patria dell'invenzione della stampa a blocchi, dei razzi, dei magneti e della polvere da sparo. Ma nessuno, in queste sedi di grande civiltà, andò neanche vicino a scoprire la legge del moto inerziale. Lo stesso si può dire dell'antica Babilonia e ancor più dell'antico Egitto, dove non mancarono gli ottimi ingegneri e gli abili artigiani e dove fu inventata la scrittura fonetica. Ma - spiace dirlo - queste Nazioni vanno catalogate tra i luoghi in cui si ebbe una clamorosa "mancata nascita" della scienza.
    E che dire dell'antica Grecia? Non è forse la culla della razionalità, non ha prodotto la geometria euclidea, non ha dato al mondo due geni dell'astronomia: Eratostene e Aristarco di Samo? Almeno la Grecia avrebbe, dunque, le carte in regola per essere indicata come il vero luogo d'origine della scienza ben prima della nascita di Cristo. Ma - avverte Jaki - bisogna vedere che cosa s'intende per vera scienza: essa è «lo studio dei corpi in movimento e degli aspetti esclusivamente quantitativi del loro moto. Possiede la scienza, quindi, chi possiede le leggi del moto; ma questa scienza rimase al di là della portata delle più grandi menti greche; pertanto, anche la Grecia divenne uno dei luoghi in cui si assistette alla mancata nascita della scienza. La scienza ebbe una sola vera nascita, la cui culla fu la cristianità occidentale» (p.31).
    Di fronte a questa verità lapalissiana, si rimane stupefatti nel constatare il crescere e il diffondersi, attraverso i secoli, del pregiudizio secondo cui c'è antitesi tra Cristo e la Chiesa, e la scienza. La risposta del nostro Autore è che ciò è dovuto, in parte, alla lotta accanita, condotta contro il Cristianesimo dai rappresentanti dell'Illuminismo e dei suoi epigoni, ma, in parte, anche all'indifferenza dei cattolici ai fatti storici che li riguardano e, per quel che concerne le origini della scienza, alla grande scoperta di Pierre Duhem.
    ZENIT - Cristo e la scienza

    Richard Dawkins ora cambia idea: «sono agnostico»
    Brutto periodo per Dawkins: la stampa ha cercato di metterlo alla gogna perché si è scoperto che i suoi antenati avevano fatto fortuna grazie al possedimento di schiavi. Poi lui stesso è riuscito a diventare “imbarazzante” per i sostenitori della causa laicista dimenticandosi incredibilmente il titolo dell’opera principale di Darwin. Ora un’altra notizia su di lui ha fatto il giro del mondo e ancora una volta è diventato lo zimbello dei media e del web. Più o meno la maggioranza dei quotidiani anglossassoni titola così: «Richard Dawkins, l’ateo più famoso del mondo dice di essere agnostico».
    Il credente ritiene che possano esistere verità che vadano al di là della possibilità di essere dimostrate scientificamente. L’ateo invece, nega la razionalità e la validità dell’atto di fede e nel contempo afferma con decisione l’inesistenza di Dio. Ecco dunque che la sua è per forza una posizione irrazionale, di contraddizione. Lo ha capito bene anche Richard Dawkins, che sembra scemo ma non lo è ancora del tutto. In un recente incontro pubblico sul ruolo della religione nella vita pubblica, tenutosi presso l’Università di Oxford, tra il noto neodarwinista e l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, l’ateo fondamentalista ha sorpreso tutti.
    Dawkins non ha argomenti contro l’esistenza di Dio, ma viaggia a probabilità (il suo argomento è sull’improbabilità di una complessità all’origine, ma è stato facilmente confutato più volte). Ha infatti riconosciuto che la sua convinzione sull’inesistenza di Dio era inferiore al 100% (come oltretutto aveva già fatto nel suo libro più famoso).
    A quel punto, il filosofo Sir Anthony Kenny, che ha presieduto la discussione, è intervenuto chiedendo: «Ma allora perché non ti definisci agnostico?». E Dawkins ha affermato infatti di essere agnostico. L’incredulo Kenny ha quindi reagito: «Ma tu sei descritto come l’ateo più famoso del mondo!». E lui: «ma non lo dico io». Nel proseguo del dibattito l’agnostico Dawkins ha anche affermato di credere nella vita su altri pianeti, ovviamente senza che vi sia nessuna prova di questo.
    Richard Dawkins ora cambia idea: «sono agnostico» | UCCR

    La radiodatazione della Sindone è stata pilotata? Le risposte in un documentario
    Tra gli esperti della Sindone l’uscita del documentario “La notte della Sindone”, prodotto da Polifemo e RAI con la regia di Francesca Saracino, era molto atteso. Per la prima volta si è fatta luce sulle ricerche, sui personaggi e sulle presunte misteriose manovre che hanno caratterizzato la controversa datazione al radiocarbonio eseguita nel 1988.
    Da allora c’è stato un acceso dibattito all’interno del mondo scientifico, tantissimi i dubbi avanzati a partire da Harry Gove, il principale portavoce e coordinatore degli scienziati per la datazione della Sindone che ha cambiato idea, mostrando in uno studio scientifico seri dubbi sulla datazione medioevale della Sindone. Poi il chimico Raymond N. Rogers, tra i maggiori esperti a livello internazionale in analisi termica, che alla fine di uno studio scientifico ha così affermato: «La data emersa dall’esame al radiocarbonio non è da considerarsi valida per determinare la vera età della Sindone». Anche il responsabile di uno dei laboratori in cui è stata realizzata la datazione, Christopher Ramsey di Oxford, ha affermato in un comunicato ufficiale del 2008 che «Ci sono un sacco di altre prove che suggeriscono che la Sindone è più vecchia della data rilevata al radiocarbonio». Ovviamente va citata la relazione della Società Italiana di Statistica, con la quale sono stati rilevati errori di calcolo, e la modificazione di alcuni dati per arrivare al livello di attendibilità dall’1 al 5%, ovvero la soglia minima per poter presentare l’esame scientificamente.
    UCCR ha intervistato la regista, Francesca Saracino, cercando di carpire qualche informazione in anteprima. Ci ha gentilmente risposto che «si tratta di una lunga ricerca durata due anni e mezzo per trovare delle prove su varie ipotesi, che in questi anni sono state avanzate». Anche lei conferma infatti che in questi anni «l’ipotesi di un complotto, di un’analisi “pilotata” è stata portata avanti da tutta una serie di indizi, ma mai davvero qualcosa di concreto, la “prova” è stata trovata. Noi abbiamo trovato le prove che qualcosa di strano c’è stato davvero. E’ questa la novità di questo documentario. Tanti documentari sono stati fatti sulla Sindone, in cui si è affrontato anche il tema del Carbonio 14, ma mai nessuno si è soffermato su questo tema scavando a fondo sul prima, il durante e il dopo la datazione…noi lo abbiamo fatto».
    La questione come si vede è davvero scottante. Dopo che pochi mesi fa i ricercatori di ENEA hanno respinto la possibilità di un falsario medioevale, oggi cade (definitivamente?) l’attendibilità della radiodatazione. La cosa più misteriosa è stata la presenza di persone estranee agli scienziati e agli ecclesiastici addetti, che hanno in qualche modo condizionato i lavori: «Nel documentario ciò viene mostrato», ci ha risposto la regista. «Secondo me si, c’è paura di arrivare alla verità sulla Sindone». «Ci saranno presentazioni in varie parti d’Italia ma ora non saprei darvi delle date certe. Abbiamo già una distribuzione Home video (che non è ancora iniziata però) molto importante, di cui presto riveleremo il nome e stiamo cercando una diffusione anche per la televisione. Su questo ultimo punto stiamo trovando alcune difficoltà per due motivi: da una parte la crisi globale, dall’altra parte il tema trattato nel documentario è sempre molto scomodo. Per come poi lo abbiamo affrontato noi diventa ancora più scomodo».
    La radiodatazione della Sindone è stata pilotata? Le risposte in un documentario | UCCR

    I cristiani discriminati in Europa perché «dove Dio nasce, il potere trema»
    Il commento del parlamentare europeo Mario Mauro al Rapporto Oidce, che ha illustrato le discriminazioni subite dai cristiani nel Vecchio Continente.
    Di Carlo Candiani
    Cristiani discriminati in Europa? Un Rapporto, pubblicato dall’Osservatorio sull’intolleranza e discriminazione religiosa in Europa (Oidce), lancia un allarme: sono in aumento i segnali di marginalizzazione dell’esperienza cristiana sul territorio europeo.
    C’è da preoccuparsi? «È un processo di discriminazione che è frutto di una lettura distorta del profilo della laicità dello Stato, che è patrimonio della cultura cristiana, che separa nettamente politica e religione». Tempi.it ne parla con Mario Mauro, già vice presidente del Parlamento Europeo, attualmente presidente del gruppo dei Popolari italiani a Bruxelles, autore anche di un bel volume sulle persecuzioni anticristiane. «Questa errata lettura - prosegue Mauro -, comporta lo svuotamento della dimensione pubblica della religione e del senso religioso. Si concepisce la possibilità del rapporto con il trascendente solo all’interno della sfera privata. Questa concezione svuota di contenuto il significato stesso di Dio: un Dio che non ha nessun senso per la vita dell’uomo».

    In che senso?
    Il grande filosofo polacco Jozef Tischner dice: «Dove Dio nasce, il potere trema!». L’uomo religioso, nel rapporto con i totalitarismi, non mettendo la propria speranza nelle mani del potere, si erge sopra la storia e, rispetto al potere, è libero. San Paolo scriveva: «L’uomo spirituale giudica tutto e non è giudicato da nessuno».

    Il rapporto Oidce mette in rilievo le discriminazioni subite dai cristiani nel Vecchio continente.
    Basta pensare al fatto che a pochi chilometri dall’Italia, nei Balcani, il fenomeno dell’intolleranza religiosa è rilevantissimo. Prima ancora di ergerci a giudici sulla storia di paesi come Afghanistan e Arabia Saudita, dovremmo ricordarci che l’esclusione dei cristiani dalla vita politica e sociale è stata una caratteristica storicamente dominante nella nostra Europa.

    Rimane un certo stupore che tutto questo accada nel nostro Continente.
    Esiste una prospettiva storica di cui tenere conto: negli anni in cui feci il rappresentante dell’Osce contro le discriminazioni, fui colpito dal fatto che molti che si erano battuti nei paesi del Terzo Mondo, e che avevano riportato notizie di persecuzioni violente che riguardavano i cristiani, con fatica notavano la restrizione dei diritti e della libertà dei cristiani in Europa. Senza creare atmosfere da crociata, penso che questo Rapporto miri a sostenere le vittime dell’intolleranza e creare consapevolezza su un fenomeno da prendere molto sul serio. Vivere e testimoniare il proprio credo, nel rispetto della libertà e sensibilità altrui, è di beneficio per tutti, credenti e non.

    Parliamo della Chiesa cattolica. Perché quando essa si esprime pubblicamente in molti l'accusa d'ingerenza?
    C’è un libro, a suo modo pregevole, scritto dall’ambasciatore Sergio Romano, che sostiene questa tesi alla cui radice c’è però un errore di prospettiva: il ritenere che la fede non abbia diritto ad una dimensione pubblica, se non intesa come libertà di culto. L’uomo, invece, è uno: è quello che prega ed è quello che bestemmia, quello che fa il bene e il male, è un uomo che, progressivamente, in questa nostra Europa, ha creato una società senza Dio, finendo per costruirne una contro l'uomo. Battersi contro l’intolleranza anticristiana non significa limitarsi ad acconsentire che ognuno creda in quello che vuole, ma - più in profondità - vuol dire chiedersi che cos’è l'uomo. È questo che fa, da sempre, la Chiesa, anche quando si pronuncia su temi sensibili come aborto, eutanasia o quant'altro. Invita sempre tutti a riflettere sulla vera natura umana. Il nostro compito di cristiani è portare nella società la visione più vera della laicità: la visione di un mondo dove l’uomo sia protagonista, con la consapevolezza che, al fondo, la storia è di Dio.
    I cristiani discriminati in Europa perché «dove Dio nasce, il potere trema» | Tempi

 

 
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