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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Russia: Putin e Medvedev a messa mezzanotte Pasqua ortodossa
    Il presidente russo, Dmitri Medvedev, e il premier e suo futuro successore, Vladimir Putin, hanno assistito alla messa di mezzanotte per la Pasqua ortodossa celebrata dal patriarca Kirill nella chiesa di Cristo Salvatore di Mosca. Medvedev, che teneva alcune candele accese, era accompagnato dalla moglie Svetlana con un velo bianco in testa, mentre al fianco di Putin non 'era la riservata consorte Ludmila. 'Ci da' gioia', ha detto il premier in un messaggio al patriarca, 'poter affermare che negli ultimi anni la cooperazione tra la Chiesa, lo Stato e e le istituzioni pubbliche sie ' molto rafforzata'.



    Usa, anche i mormoni attaccano il secolarismo
    Anche i mormoni se la prendono col secolarismo. Proprio in questi mesi il mormone Mitt Romney è in lizza alle primarie del partito repubblicano e di fronte allo schietto integralismo del suo avversario più temibile, il cattolico Rick Santorum, passa quasi da laico per le posizioni leggermente più aperte. Ma rimane la rigidità della fede mormone, che ha base negli Usa ed è ostile come altre nei confronti della laicità e della secolarizzazione.
    A confermare l’approccio confessionale, varie dichiarazioni dei leader anziani durante la recente conferenza generale della Chiesa mormone, a Salt Lake City nello Utah. I capi dei mormoni criticano il fatto che sempre più persone ignorino ormai gli insegnamenti biblici. Lamentano anche il diffondersi del secolarismo e la nascita di sempre più figli fuori dal matrimonio, invitando a rinforzare i legami familiari e religiosi come forma di difesa.
    “La divisione spirituale diventa sempre più ampia nel momento in cui il male diventa più ingannevole e subdolo, e attira la gente come un magnete oscuro”, mette in guardia ad esempio M. Russell Ballard, elder del Quorum of the Twelve Apostles.

    Stati Uniti, la fede conta più di Wall Street
    Giacomo Galeazzi
    Nella corsa alla Casa Bianca, agli elettori americani le convinzioni religiose dei candidati interessano più dei loro orientamenti sull'economia, la sanità e l'ambiente. Una ricerca condotta all'università di Akron dall' istituto Bliss di studi applicati documenta la centralità della fede nel dibattito pubblico Usa. Fede e valori sono al centro delle primarie del Partito repubblicano. Nonostante l'economia sia il tema dominante della campagna elettorale per le presidenziali di novembre, si registra un rinnovato interesse nel dibattito pubblico per i temi della fede e dei valori. Un trend rafforzato anche dalle inaspettate vittorie dell'ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, ora ritiratosi in favore della candidatura repubblicana di Mitt Romney. Sul rapporto tra fede e politica negli Usa, "Vatican Insider" ha sentito il sociologo Luca Diotallevi, vice presidente del comitato organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani.

    Professor Diotallevi, è il ritorno di Dio nell'urna?

    «Nessun ritorno. I temi religiosi e più in generale l'insieme degli aspetti della tradizione cristiana sono da sempre al centro e alla base dello spazio pubblico negli Stati Uniti. Gli USA, come del resto la Gran Bretagna, non sono società laiche. Nello spazio pubblico la separazione tra poteri religiosi e poteri politici non è raggiunta eliminando i primi e sostituendoli con i secondi, al modo della laicità, ma ricorrendo ai poteri religiosi per limitare i poteri politici, al modo della libertà religiosa. La libertà religiosa lì è l'espressione della forza, non della debolezza, delle tradizioni cristiane».

    Quanto incide il fattore religioso nella corsa alla Casa Bianca?

    «Tanto, ma per comprendere "come" occorre fare una distinzione. Un candidato che sostenesse i principi della laicità, ovvero la esclusione della religione dallo spazio pubblico, non avrebbe grandi chances di successo. Ma non ne avrebbe di maggiori un candidato che intendesse affermare le regole di una particolare tradizione religiose contro le esigenze della libertà e dell'ordine pubblico. È un pò quel «non obbligare, non impedire» affermato dal Vaticano II nel decreto sulla libertà religiosa e continuamente riproposto da Benedetto XVI».

    La centralità della fede nel dibattito pubblico non contraddice la secolarizzazione in atto negli Usa?

    «La secolarizzazione non ha ovunque la stessa forma e la stessa direzione. La secolarizzazione in qualche caso è un fenomeno dai caratteri cristiani, in qualche altro caso dai caratteri anticristiani. Nel primo caso riduce le pretese dei poteri mondani, nel secondo impone la egemonia di uno solo di essi, in genere del potere politico che diviene anche religione a se stesso. Negli Stati Uniti (ma anche in molte aree dell'Europa e della diaspora anglosassone) la secolarizzazione è del primo tipo; negli statalismi europeo-continentali e nelle dittature extraeuropee d'impronta giacobina la secolarizzazione è del secondo tipo».

    E' una fede autentica o di facciata?

    «Come rispondere? La fede è un dono Dio e almeno in parte è un mistero. Quello che possiamo dire è che in paesi come gli Stati Uniti le tradizioni cristiane, ed in particolare il cattolicesimo, non sono esenti da problemi, ma sono molto vive e vivaci. Per questo riescono a dare un contributo decisivo alla formazione della spazio pubblico e della pubblica opinione».

    Obama «non può intervenire in questioni che riguardano la vita della Chiesa»
    In un'intervista alla CbcNews, il cardinale americano Timothy Dolan spiega perché la Chiesa in America continua a combattere contro Obama a favore della libertà di coscienza: «Obama mi aveva assicurato che avrebbe fatto di tutto per non mettere in pericolo la vita pubblica delle istituzioni cattoliche e invece...».
    Di Benedetta Frigerio
    «È una battaglia dura perché i nostri avversari hanno scelto una materia dove non veniamo sufficientemente capiti». Così, dieci giorni fa, il cardinale Timothy Dolan, capo della Conferenza episcopale americana, aveva parlato all'emittente televisiva Fox News, sottolineando che lo Stato cerca di nascondere «l'ingerenza nella vita delle persone del governo americano» parlando della «questione relativa alla contraccezione». Lo scontro è cominciato quando il 19 gennaio scorso Obama ha annunciato che tutti i datori di lavoro, a prescindere dalla loro volontà, dovranno pagare per la contraccezione e l'aborto dei propri dipendenti. Pena multe milionarie.
    Sabato scorso Dolan è stato nuovamente intervistato da Bob Shieffer per la CbcNews. «Non credete che la Chiesa debba occuparsi meno della politica?», gli ha domandato il giornalista, chiedendo ragione delle forza con cui il cardinale si sta esprimendo nei confronti del governo Obama. Dolan ha risposto che «certamente la Chiesa deve agire sino a dove le compete. Ma penso che anche il governo debba farlo. Non può intervenire in questioni che riguardano la vita della Chiesa. E questo è il punto a cui siamo arrivati». Secondo Dolan, infatti, «stiamo assistendo a un radicale e drammatico intervento da parte della burocrazia governativa. E questo non disturba la politica ma noi. Mi piacerebbe che la si smettesse, così potrei davvero occuparmi d'altro». Dunque Obama non dovrebbe obbligare gli istituti privati a pagare per la contraccezione e l'aborto? «Questa è una battaglia per la libertà di coscienza costituzionalmente protetta e non per un verità di fede». Dolan ha dichiarato anche di sentirsi preso in giro. «Perché sono un po' confuso – ha detto ironicamente – Obama mi aveva assicurato che avrebbe fatto di tutto per non mettere in pericolo la vita pubblica delle famiglie e della istituzioni cattoliche e invece...».
    Se «la fede non può avere una rilevanza pubblica», questo va a discapito di tutti, ha continuato, «perché chi crede può portare un grande contributo alla vita del paese». Che compito ha dunque la Chiesa? «Quello di far comprendere che Dio dà la vera vita, la vera libertà e la speranza». Questa è la sfida che portiamo «in un mondo triste e violento, quello che tu Bob documenti tutti i giorni con il tuo lavoro. Portare la Buona Notizia che vince». Anche se gli ultimi anni sono stati duri per la Chiesa: «La mia vocazione è stata ispirata dal bisogno di pastori virtuosi e dediti che rinvigorissero la Chiesa. Questo è anche il tempo del rinnovamento, una sfida di cui volevo essere protagonista».
    Obama «non può intervenire in questioni che riguardano la vita della Chiesa» | Tempi



    A chi Santorum, a chi Rosy Bindi
    di Riccardo Facchini
    Rick Santorum ha gettato la spugna. Il candidato cattolico alle primarie del Gop, dopo aver inanellato una serie di undici vittorie sul rivale, il ricco mormone Mitt Romney, ha deciso infatti di ritirarsi (anche se per il momento si parla di semplice "sospensione" della campagna elettorale) dalla competizione che nei prossimi mesi deciderà chi sarà lo sfidante di Barack-hodelusotutti-Obama.
    La parabola del giovane (per gli standard di casa nostra, of course) politico italoamericano ha sorpreso un po' tutti negli States. In primis i suoi oppositori liberal, che da subito lo hanno additato come il candidato "integralista", "ultratradizionalista" (etichette prontamente riprese dalla pigra stampa italiana); ma, soprattutto, ha sorpreso gli stessi "vecchi" del partito dell'Elefante, consevatori sì, ma da sempre attenti a non alienarsi eccessivamente le simpatie di quella parte di destra americana non strettamente confessionale. L'ala più "istituzionale" del partito non ha infatti mai visto di buon occhio la candidatura di Santorum, anche a causa delle sue posizioni insolitamente ortodosse sui "valori non negoziabili". La sua discesa in campo ha inoltre rappresentato un fastidioso imprevisto per una candidatura, quella di Romney, data per scontata fin dall'inizio delle primarie e supportata da tutti i notabili del Gop, nonché da influenti finanziatori.
    Ciononostante, Santorum-Davide, con pochissimi mezzi, ha infastidito non poco il gigante Romney-Golia, arrendendosi alla fine solo (o anche) per il grave stato di salute di una delle sue figlie. Il suo tentativo ha però segnato una svolta nell'elettorato cristiano statunitense. La "Christian Right" evangelica americana, che lo ha sostenuto fin dall'inizio, sta infatti perdendo la sua atavica ostilità nei confronti dei cattolici, da sempre visti o come troppo vicini ai Democratici (la famiglia Kennedy), o come gli scodinzolini di quell'omino vestito di bianco che vive in Vaticano. Quello in atto è un fenomeno senza precedenti, ben descritto a febbraio da Howard Schweber sull'Huffington Post e da lui definito come la "Catholicization of the American Right", frutto dell'influenza che gli intellettuali cattolici americani esercitano ormai sull'opinione pubblica evangelica, paragonata addirittura a "what Jewish intellectuals once were to the American Left".
    Noi che siamo provincialotti, però, non possiamo fare a meno di compiere qualche rapida considerazione sulla differenza abissale che separa il percorso di Santorum dall'ormai pluridecennale e fallimentare esperienza del cattolicesimo politico italiano. La tentazione, alla quale cediamo volentieri, è quella ad esempio di paragonare il peso e lo spessore delle dichiarazioni del politico americano in ambiti quali bioetica e famiglia a quelli del c.d. "mondo cattolico" rappresentato al famigerato "Congresso di Todi" dell'ottobre 2011. Un rendez-vous dove i soliti Fioroni, Bindi, Letta, Bonanni - senza dimenticare Sant'Egidio, Azione Cattolica, Focolarini, Rinnovamento e Neocatecumenali... - non hanno fatto altro che parlarsi addosso, nella speranza - per ora, pare, accantonata - di resuscitare la gloriosa Balena Bianca. Un progetto che Federico Catani già smontò pezzo per pezzo dalle nostre pagine e che lasciava trasparire il solito vizietto dei politici cattolici italiani: ovvero l'insensata venerazione per la mitica "moderazione", feticcio che tradotto ha sempre voluto dire: "non parliamo di tematiche scomode, sennò non ci vota nessuno".
    Tocca quindi rassegnarsi? Accontentarsi di Rosy Bindi - o, al massimo, di Buttiglione - quando potremmo avere, o almeno desiderare, un Santorum italiano? Tutt'altro. Benedetto XVI ha più volte definito la politica, per un cattolico, come la più "alta forma di carità". E' quindi dovere di ogni battezzato con questa vocazione buttarsi nell'agone, magari anche non direttamente, ma di sicuro tramite un'opera di sensibilizzazione dell'opinione pubblica che si può portare avanti anche con piccoli mezzi.
    Una sola, a mio avviso, è la condizione necessaria e sufficiente al fine di creare i presupposti per la nascita di una classe politica cattolica degna di questo nome: che i preti ricomincino a fare i preti. Che strappino le chitarre dalle mani dei parrocchiani e gli mettano in mano qualche buon libro. E che, soprattutto, gli insegnino, dopo essersi ricordati come si fa, a pregare. Il resto verrà da sé. Dopotutto, "la vita attiva deve procedere dalla vita contemplativa, tradurla e continuarla al di fuori, staccandosene il meno possibile" (Don Chautard, L'anima di ogni apostolato).
    A chi Santorum, a chi Rosy Bindi

    La bufala illuminista dell’indipendenza dei Paesi latinoamericani
    Si è concluso il 23° viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in Messico e Cuba, due Paesi retti da regimi che in tempi e in modi diversi hanno perseguitato crudelmente la fede cattolica. Una delle occasioni che hanno portato il Pontefice nel cosiddetto “Mondo Nuovo” è stata la ricorrenza del Bicentenario dell’indipendenza dei cosiddetti Paesi “latinoamericani”, che rievoca fatti accaduti tra il 1808 e il 1826, grazie ai quali le province di cui si componeva la regione americana dell’allora Impero Spagnolo diedero vita a nuovi Stati indipendenti.
    Su tali fatti si è soffermato Marco Respinti che in un interessante articolo su “La Bussola Quotidiana“ ha colto l’occasione per scrivere su una delle tante leggende nere, che vuole l’indipendenza “latinoamericana” come l’emancipazione dei popoli “sudamericani” dalla tirannide spagnola, accomunando erroneamente tale evento ad altre 2 rivoluzioni: da un lato alla Rivoluzione Francese (1789-1799) e dall’altro lato alla Rivoluzione Americana (1775-1783), grazie alla quale al Nord nacquero gli Stati Uniti d’America, anch’essa maldestramente interpretata secondo la medesima chiave ideologica. La leggenda nasce dallo storico positivista Aldo Ferrari, sostenuto dal suo collega Robert Palmer e dal francese Jacques Godechot, tuttavia una nutrita schiera di studiosi, i più interessanti sono quelli iberoamericani, hanno da tempo dimostrato come i fatti andarono diversamente. Ad esempio il sociologo, storico e letterato nicaraguense Julio César Ycaza Tigerino che nel suo saggio “Génesis de la indipendencia hispanoamericana” (1946) parla di «falsificazione grottesca e stupefacente». Secondo Tigerino il falso storico parte dalla contraffazione dei termini con cui avvenne la conquista spagnola del “Mondo Nuovo”, nonché la sua evangelizzazione e la sua civilizzazione, descritta truffaldinamente come la storia di una sottomissione rapace e schiavistica da parte dell’Europa “colonialista” di una terra immacolata, la “rapina” e lo “stupro” di un continente intero perpetrato dai “maschi cristiani bianchi”. Una ricostruzione fantasiosa e manipolatrice, afferma, che ha la sua matrice nell’illuminismo, come d’altra parte tutte le leggende, ma che continua ad essere propinata nei sussidiari scolastici.
    La verità è che la successiva Indipendenza iberoamerica (così come la cosiddetta rivoluzione nord-americana) non fu affatto una rivoluzione ideologica, come fu invece quella francese, ma una reazione all’involuzione politica di tipo assolutistico e statalistico lungo cui si erano incamminati i governi coloniali di allora. Non fu un tentativo di ribellarsi all’eredità spagnola e cattolica, ma il suo esatto contrario: una rottura resasi necessaria solo per poter perseguire con profitto un legame culturale inscindibile, e rimanere fedeli ai valori e alle istituzioni politiche tradizionali. Il nemico erano le nuove politiche centraliste e statalistiche europee, che minacciavano tali legami, cioè il venire meno dell’autonomia di cui le colonie avevano lungamente goduto e grazie alle quali avevano prosperato.
    Le guerre di secessione dagli imperi che diedero vita, in tutto il continente americano, sia a Nord che a Sud, a Stati nuovi, furono in realtà diverse dalla rivoluzione ideologica e ideocratica scoppiata in Francia nel 1789, poiché miravano a conservare il patrimonio avuto in eredità dall’Europa cristiana, non a cancellarlo: fu quindi davvero un’insorgenza antirivoluzionaria col solo intento separatista, una riforma nella continuità, e non la distruzione di un retaggio.
    Il mito della “rivoluzione latinoamericana” è insomma un falso storico, lo dimostra la mancanza di proteste per la celebrazione della ricorrenza con la festosa accoglienza riservata al Pontefice della Chiesa Cattolica. Altri semplici esempi sono, ad esempio, l’elezione quest’estate di un sacerdote come leader degli indigeni colombiani del Cauca e la continua difesa, ancora oggi, dei popoli indigeni del Paraguay da parte della Chiesa.
    La bufala illuminista dell’indipendenza dei Paesi latinoamericani | UCCR

  2. #22
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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    A Strasburgo vince la famiglia naturale e i diritti del bambino
    di Maurizio Pucciarelli
    Sentenza importante della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (del 15/3/2012 su ricorso n. 25951/07). Il caso riguarda due signore, Dubois e Gas, omosessuali e conviventi da lungo tempo. La prima, qualche anno fa, si era recata in Belgio dove si era sottoposta a procreazione medicalmente assistita eterologa con seme da donatore anonimo e al ritorno in Francia aveva partorito e riconosciuto una bambina. Le due donne avevano poi sottoscritto un PACS (accordo di convivenza) e in forza della loro collaudata unione, la sig. Gas aveva richiesto di poter adottare la figlia della convivente. La legge prevede questa possibilità.
    Pensate al caso di una donna con un figlio che si sposi, il marito potrà adottare il figlio della moglie e quest’ultima non perderà la potestà genitoriale sulla propria figlia, ma la eserciterà insieme al marito. Ma, dice la legge francese, questo è possibile solo se i genitori sono sposati. Nel caso di coppie non sposate o di PACS l’adozione di uno dei due soggetti fa perdere la potestà genitoriale all’altro. A causa di queste limitazioni Dubois e Gas sono ricorse alla corte di Strasburgo lamentando di aver subito una discriminazione fondata sul loro sesso e chiedendo la condanna della Francia. Ma la corte ha stabilito che gli Stati membri hanno ampi margini di discrezionalità nel definire i contenuti della vita familiare delle coppie gay e di quelle sposate, e che pertanto non esiste un diritto a che lo status giuridico basato su un accordo di convivenza sia sovrapponibile a quello del matrimonio, anche perché l’art. 12 della Convenzione esplicitamente si riferisce ad un uomo e ad una donna. Inoltre la sentenza ribadisce che la Convenzione EDU non obbliga gli stati aderenti ad estendere il matrimonio alle coppie omosessuali e questo perché il matrimonio conferisce uno status speciale a coloro che si impegnano in esso.
    Di grande rilievo anche la valutazione che la Corte EDU dà del divieto di eterologa per le coppie omosessuali. Pur essendo la legislazione francese in materia più permissiva della nostra, requisito essenziale per poter accedere alla fecondazione eterologa è che la coppia sia formata da un uomo e una donna. Le sig.re Gas e Dubois avevano sostenuto che questo costituiva una palese discriminazione nei confronti degli omosessuali, ma la corte di Strasburgo ha ritenuto conforme ai principi della Convenzione la legislazione francese nel momento in cui assegna alla fecondazione eterologa il ruolo di cura contro l’infertilità delle coppie. Infertilità che nel caso di due omosessuali non deriva da una malattia ma dalla natura stessa dei soggetti che stabiliscono il legame. Una difesa dunque a tutto campo dell’istituto del matrimonio e della maternità, che tutela anche il bambino-oggetto dal preteso diritto degli adulti ad avere figli ad ogni costo.
    A Strasburgo vince la famiglia naturale e i diritti del bambino | UCCR

    Quell’asino di Odifreddi
    Il “matematico incontinente”, come ormai è stato simpaticamente etichettato il blogger italiano Piergiorgio Odifreddi, ha scritto un articolo sul suo portale (in cui esalta abbastanza patologicamente il “vivere senza senso”) intitolato: “Quel coccodrillo del Papa”. Sperando di essere ironico ha sostenuto che Benedetto XVI sia «partito per il Messico e Cuba, per una missione di fondamentale importanza: riportare “a casa” un cucciolo di coccodrillo di una specie in via di estinzione, sequestrato dal Corpo Forestale dello Stato a un privato che lo teneva illegalmente in casa, affidato alle cure del Bioparco di Roma, e infine donato al Papa».
    Lo scopo dell’intervento di Odifreddi è quello di sensibilizzare i suoi fedeli contro il fatto che il Pontefice utilizzi un aereo dell’Alitalia per i suoi viaggi. Dovendo in qualche modo introdurre la notizia del viaggio in Messico e a Cuba ha scelto di parlare del coccodrillo, evitandosi così il fastidioso (per lui) accenno sulla vera missione del Papa, cioè parlare di democrazia in due Stati fortemente laicisti. Il Messico, dopo un susseguirsi di tutta una serie di governi di ispirazione massonico-laicista, non ha ancora una legge in discussione sulla libertà religiosa il riconoscimento di quel ruolo pubblico che qui finora non ha mai avuto. Cuba è stata invece dominata fino agli anni ’90 da un ferocissimo ateismo di Stato. Di questo Odifreddi non può ovviamente parlare, preferendo l’omertà sorniona e l’ironia.
    Tornando ai motivi dell’articolo del noto blogger in pensione, il cuore della sua accusa è questa: dato che il premier Monti ha proibito di usare aerei e voli di stato per i ministri che non siano in missione ministeriale, «la coerenza non vorrebbe dunque che si cominciasse anche a far dimostrativamente pagare al Papa i costi dei suoi numerosi viaggi all’estero?».
    Innanzitutto, come ha scritto Sergio Romano su “Il Corriere della Sera”, citando il vaticanista Accattoli, «i voli papali non sono a “titolo gratuito”, ma pagati dal Vaticano e dai giornalisti che ne usufruiscono ai prezzi di mercato dei “voli speciali”, calcolati secondo i parametri della Iata: “International Air Transport Association” [...]. Tra le compagnie aeree c’è una forte gara ad aggiudicarsi i voli papali per il forte ritorno di immagine: portare il Papa vuol dire apparire con l’aereo e il logo per più giorni in decine di telegiornali di ogni paese del mondo. Una visibilità pubblicitaria equivalente costerebbe un patrimonio». Dunque il Vaticano paga il volo, come tutti gli altri.
    Confermando le parole di Accattoli, occorre ricordare che sono gli stessi responsabili della compagnia aerea a proporsi entusiasticamente di accompagnare il Papa, come ha spiegato Rocco Sabelli, amministratore delegato di Alitalia, il quale oltretutto ha spiegato nel libro: “Compagni di Viaggio. Interviste al volo con Giovanni Paolo II” (Lev 2011): «Nella vicenda di Alitalia del 2008 la scelta del Papa di continuare a volare con noi è stata fondamentale per la nostra immagine». Un fortissimo ritorno di immagine, dunque oltre al biglietto pagato c’è anche un vantaggio economico per tutti. Rocco Sabelli ha anche ricordato che i Papi hanno sempre volato con Alitalia, e questo è un motivo di vanto per la compagnia: «Considerando la nazionalità dell’attuale pontefice, si era fatta avanti la maggiore compagnia tedesca (Lufthansa) per offrire di portare il Papa nei suoi viaggi. Ma il Papa ha voluto proseguire a volare con noi di Alitalia ed ora lo accompagneremo in Messico, a Cuba e a settembre a Beirut». L’AD di Alitalia ha raccontato come nella preparazione dell’ aereo papale il personale sia emotivamente coinvolto «anche se si è in un ambiente laico, essere scelti per far volare il Papa è un motivo di grande orgoglio e responsabilità».
    Odifreddi dovrebbe stare attento a ironizzare sugli animali….si diverte con il coccodrillo del Papa, ma chissà se avrà fatto il simpatico anche con il suo Asino d’Oro. Quell’asino che Odifreddi vince, occorre dire, solo quando parla di scienza (l’unico divulgatore ad averne vinti due fino ad esso, 2007 e 2009 per i peggiori articoli scientifici), ma che meriterebbe sicuramente anche per questa sua ennesima odifreddura.
    Quell’asino di Odifreddi | UCCR

    Un frate cinese nella Resistenza
    Lorenzo Fazzini
    Se non fosse tutto vero, parrebbe la sceneggiatura già pronta per un film d’avventura. Titolo: l’«Indiana Jones della fede». Soggetto: la Resistenza antinazista in Italia ha potuto contare anche sulla partecipazione di un frate francescano cinese, «autore» tra l’altro di decine di conversioni tra i connazionali.
    Un religioso che aiutava soldati inglesi a sfuggire dalla morsa nazifascista; teneva in casa una radio ad uso resistenziale; fu arrestato e condannato a morte dalla Wermacht. Fino ad una svolta incredibile: «Quando fu posto davanti al plotone di esecuzione nel cortile del campo di raccolta di Avezzano, alcuni aerei inglesi iniziarono a bombardare costringendo i militari a rompere le righe».
    Tornato in patria, il frate ha dovuto subire il carcere del governo comunista cinese, per poi venir scarcerato per aver aiutato altri cinesi all’estero. Il protagonista dell’eventuale film risponde al nome di padre Antonio Tchang Chang, francescano cinese attivo a Brescia negli anni Trenta per seguire i suoi compatrioti residenti in Veneto, e per questo durante la seconda guerra mondiale nominato cappellano del campo di internamento dei cinesi: così imponeva la situazione, con Pechino nemica dell’asse Roma-Berlino-Tokyo.
    Uno sparuto gruppo di asiatici la cui vicenda è stata ricostruita in un recente romanzo, Centosedici cinesi, circa di Thomas Heams-Ogus (Archinto), in cui però la figura del religioso asiatico non viene valorizzata. Padre Tchang, si diceva: nato nel 1911, nel 1941 fu nominato assistente spirituale del campo di Isola (Te), dove i cinesi "italici" vennero rinchiusi in una struttura adiacente al santuario di San Gabriele dell’Addolorata. In quella trista sede, padre Tchang avvicinò i prigionieri cinesi a Dio: 82 divennero cristiani, fra i quali 40 battezzati il 4 agosto 1941 dal nunzio apostolico in Italia, monsignor Francesco Borgoncini Duca; anche Pio XII inviò un telegramma per l’occasione.
    Ma anche nell’Abruzzo profondo l’8 settembre 1943 portò scompiglio: il campo di Isola rimase sconvolto e il santuario di San Gabriele, retto (come tuttora) dai padri passionisti, per impulso di padre Tchang divenne luogo di accoglienza di inglesi e Alleati che cercavano rifugio oltre il fronte angloamericano in risalita verso Nord. «Per circa un mese padre Antonio Tchang riuscì ad aiutare centinaia di inglesi, senza che i militari tedeschi si accorgessero di nulla» sottolinea Giovanni Di Giannatale, studioso di storia locale, autore del volume di prossima pubblicazione San Gabriele dell’Addolorata. Studi e Ricerche (San Gabriele Edizioni).
    Ma non si limitava all’azione di supporto anti-nazista, padre Tchang: subodorando qualcosa di peggio, anche grazie a una delazione, i tedeschi tesero una trappola al missionario: «Il 27 novembre 1943 si presentarono a padre Antonio travestiti da inglesi. Il religioso, che aveva presentito il pericolo e si stava preparando per lasciare il ritiro e partire alla volta di Roma, cadde nella trappola e fu arrestato – rievoca Di Giannatale –. Fu perquisita anche la sua cella, nella quale i militari rinvennero una radio ricevente, una macchina fotografica e una rivoltella, il cui possesso comportava di per sé la pena di morte».
    E i nazisti non fecero eccezione per il francescano d’Oltre Muraglia: portato prima a Teramo, poi a L’Aquila, quindi ad Avezzano, venne dichiarato reo di morte. Inutili tutti i tentativi della diplomazia vaticana: del suo caso si interessò direttamente l’allora sostituto della Segreteria di Stato vaticana, monsignor Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI.
    Scrisse l’allora ministro generale dei Conventuali, padre Beda Maria Hess: «Le autorità germaniche non prendono in considerazione che padre Tchang è stato incaricato dalla stessa Santa Sede dell’assistenza dei suoi connazionali internati a San Gabriele dell’Addolorata». Insomma, il religioso con gli occhi a mandorla doveva finire davanti al plotone d’esecuzione: dal quale lo liberò – lui ne fu certo – proprio san Gabriele. Precisamente con la comparsa dei bombardieri britannici che irruppero dal cielo proprio mentre si stava ordinando «Fuoco!» per eliminare lo scomodo frate; il quale approfittò del trambusto per darsi alla fuga.
    Nel 1944 però tornò a San Gabriele per rendere omaggio al patrono che lo aveva aiutato a sfuggire alla morte (ma lo aiutò anche un giovane italiano, che poi si fece frate a sua volta). E al santuario abruzzese fece di nuovo ritorno – annota ancora Di Giannatale – «ormai vecchissimo» negli anni Novanta, per ringraziare il suo specialissimo protettore dal cielo. Durante lo stesso tour italiano fu ricevuto anche da Giovanni Paolo II.
    Anche perché – e davvero questi ingredienti avventurosi sembrano costruiti ad arte, se non fosse tutta storia vera – una volta rientrato in patria dopo la guerra, padre Tchang subì anche la persecuzione comunista del regime di Mao, fieramente e duramente anti-cristiano. Nel 1947, quando ancora il Grande Timoniere non era salito al potere, padre Tchang era stato destinato dai superiori alla missione nella prefettura apostolica di Hingan. Ma anche lì riscontrò guai e sofferenze affrontate con indomito coraggio: «Venne imprigionato e condannato dal governo cinese per motivi politico-religiosi– scrive Di Giannatale –. Ma poi fu riabilitato e riconosciuto meritevole di avere prestato assistenza e protezione ai cinesi all’estero».
    Un frate cinese nella Resistenza | Cultura | www.avvenire.it

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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Il Nord da spazzare via
    Un colpo al cerchio (la Lega), l’altro alla botte (Formigoni e amici). Solo che il carro preso di mira è lo stesso: il Nord retto dall’asse tra Lega e Pdl
    di Alessandro Sallusti
    Un colpo al cerchio (la Lega), l’altro alla botte (Formigoni e amici). Solo che il carro preso di mira è lo stesso: il Nord retto dall’asse tra Lega e Pdl. Dopo l’inchiesta a tre procure sul Carroccio, ieri ne è partita un’altra, con cinque arresti, sulla sanità lombarda. Ovviamente la tempistica dell’uno-due è spacciata per casuale. Ci mancherebbe altro, la magistratura è indipendente anche se non proprio da tutti. È strano infatti che L’Espresso, settimanale del gruppo De Benedetti (tessera numero uno del Pd), sia uscito ieri in edicola, cioè prima che scattassero le manette, con tutti i dettagli dell’inchiesta: nomi, fatti, cifre, circostanze. Ci risiamo con l’asse procure-giornali, quello che da anni sta cercando, non senza successo, di condizionare il corso della politica.
    Obiezione: sarà, ma resta il fatto che gli scandali ci sono. Calma. Ricordate quello della P4, l’associazione segreta che aveva preso in mano il Paese in modo truffaldino? Paginate di giornali, crisi politiche, arresto di deputati (Papa). Bene, ieri il tribunale del Riesame ha sentenziato che si trattava di una gigantesca bufala. Non era vero niente, nessuno ha mai attentato alla sicurezza nazionale.
    Scopriremo col tempo se la Lega è una banda di intrallazzoni o di soli pasticcioni. E se la Lombardia è terra di malfattori sanitari o di eccellenze sanitarie inquinate da qualche mela marcia. Io propendo per le seconde ipotesi. Vorrei soltanto non scoprirlo troppo tardi, come nel caso della P4 inesistente. Cioè quando l’impatto avrà già cambiato giudizi e orientamenti dell’opinione pubblica a favore dei soliti non ignoti.
    Il Nord da spazzare via - Interni - ilGiornale.it



    Formigoni non è perfetto. Ma non vedete quale regime preparano?
    Il Celeste dev’essere cancellato perché ha dato ai lombardi servizi che si sognano nel resto d’Italia. Perché deve salire sul piedistallo e dominare la scena il partito trasversale dei finti tecnici e della vera finanza. Ecco cosa c'è dietro il linciaggio.
    Di Luigi Amicone
    Scuola, sanità, lavoro, infrastrutture, impresa, no profit, opere di assistenza, volontariato, efficienza amministrativa. Non ci sarebbe nulla da aggiungere alla quantità sterminata di dossier indipendenti che si sono accumulati sull’eccellenza della regione Lombardia. Tutto è perfettibile, per carità. E niente è in ordine per sempre. Quindici anni di governo sono tanti. Forse Formigoni doveva prepararsi a sopportare non solo la “troppa realtà”, ma anche quella poca, greve, sempre dietro l’angolo, sempre banale, sempre un po’ vile, di uomini che possono approfittare del potere che hanno o in cui si sono infilati.
    Però, quando l’offensiva della disinformazione si fa regime, quando il circuito mediatico-giudiziario si scatena per cancellare ogni memoria della realtà, bisogna reagire. L’amministrazione italiana più progredita è al centro di un attacco furibondo non perché è berlusconiana (tant’è che il coordinatore berlusconiano di Lombardia, Mario Mantovani, si è affrettato non solo a prendere le distanze, ma a bastonare la propria giunta regionale), ma perché ha dimostrato che la sussidiarietà e il resto della dottrina sociale cattolica, sono cose che funzionano, cose moderne, laiche, buone per tutti, cattolici e non.
    Formigoni deve essere cancellato perché deve salire sul piedistallo e dominare la scena il partito trasversale. Il partito dei finti tecnici e della vera finanza. Viene massacrato, Formigoni, perché ha dato ai cittadini lombardi servizi come si sognano nel resto d’Italia, scuole e sanità libere, in cui le famiglie possono scegliere dove e come curare e istruire i propri cari.
    Formigoni viene linciato perché ha creato in Lombardia un mercato del lavoro più flessibile, ha combattuto la disoccupazione e dotato il territorio di infrastrutture e servizi da paese europeo. Perché come Lombardia ha dato una quantità di fondi di solidarietà al resto delle regioni italiane più arretrate che vale come l’intero gettito solidaristico di tutte le altre regioni. Perché ha offerto speranza a centinaia di migliaia di italiani che vengono a curarsi in Lombardia da tutta Italia. E specialmente dal Sud d’Italia. Quel Sud dove ancora nel 2011, mentre la Lombardia è riuscita a tenere i conti a posto nonostante la crisi e i flussi extraregionali, nel solo comparto sanità è stato fatto un altro buco da 4,5 miliardi di euro.
    E allora va bene, se queste sono cazzabbubbole, diciamo che farsi pagare un biglietto da duemila euri non sta bene per un governatore. E non stanno bene neanche le vacanze sugli yacht e la bella vita. Chiaro che la misura con cui sono giudicati oggi dai giornali di regime i 15 anni di governo Formigoni non sarà la misura con cui saranno giudicati tutti gli altri amministratori che negli ultimi 15 anni hanno presentato bilanci della sanità in base a “dichiarazioni verbali certificate” (cioè nessun bilancio, vedi Calabria), hanno sperperato i soldi pubblici alla media di buchi da 1 miliardo l’anno (vedi le regioni del Sud), sono stati riempiti di soldi da Roma (vedi le regioni a statuto speciale), hanno macinato il vento della buona stampa e delle buone procure (vedi le regioni rosse). Dopo di che, fratelli e compagni che siete per la libertà, vogliamo piegarci alla compagnia demente e danzante sul cadavere formigoniano (almeno così pensano loro) che ucciderebbe seduta stante tutte le conquiste lombarde di solidarietà, scuole libere, ospedali d’eccellenza, tessuto economico non di impianto statal-sovietico?
    Alle prossime elezioni, o si farà l’Italia di popolo, dal popolo, per il popolo. O si morirà sotto lo scarpone chiodato del partito delle procure, dei Grillo e del risotto arancione di cui i milanesi ormai conoscono il dettaglio di tasse e di dirigismo imperioso.
    Formigoni non è perfetto. Ma non vedete quale regime preparano? | Tempi

    PERCHÉ DIFENDO ROBERTO FORMIGONI
    di Paolo Deotto
    da "Il Giornale" del 13.4.2012: "La magistratura è indipendente anche se non proprio da tutti. È strano infatti che L’Espresso, settimanale del gruppo De Benedetti (tessera numero uno del Pd), sia uscito ieri in edicola, cioè prima che scattassero le manette, con tutti i dettagli dell’inchiesta: nomi, fatti, cifre, circostanze..."
    Nei romanzi polizieschi di una volta era frequente che l’investigatore si trovasse di fronte a una serie di delitti, apparentemente senza nesso tra loro. Però, arrivato al terzo o quarto assassinato, ecco che l’acume del poliziotto finalmente scopriva il sottile filo che accomunava le vittime e poteva quindi capire chi era l’assassino (ovviamente insospettabile fino a tre pagine prima); seguiva l’arresto del colpevole, magari pochi istanti prima che compisse l’ultimo, e a questo punto prevedibile, crimine. La giustizia trionfava, i lettori erano soddisfatti. Tutti contenti, insomma.
    Purtroppo ultimamente ci tocca invece di assistere a spettacoli gialli quanto mai malfatti, scritti da autori che evidentemente non hanno molta fantasia e che quindi diventano sempre più monotoni. Inoltre gli autori odierni si sono scordati di un fatto essenziale: un romanzo poliziesco che non comporti un enigma da risolvere, non vale nulla.
    Mi riferisco in particolare alla commedia politico-poliziesca a cui stiamo assistendo in Italia da anni, ma che ha preso un ritmo turbinoso (forse così gli autori sperano che diventi una cosa seria…) da pochi mesi, più o meno da novembre dello scorso anno, anzi, per la precisione, dal 16 novembre. Ordunque: le vittime sono già diverse, ma è prevedibilissimo quali saranno le prossime; al più, può restare qualche dubbio sulle precedenze tra una e l’altra delle future vittime; il filo che collega le vittime è chiarissimo; i colpevoli sono arcinoti. Dulcis in fundo, c’è la certezza che la giustizia NON trionferà. Che trama scadente!
    Attualmente nel mirino dei killer si trova Roberto Formigoni, ultima (per ora) vittima in una sequela che va da Berlusconi, poi si occupa di Bossi e della Lega in genere, e che domani potrebbe coinvolgere Cota, o altri del suo partito e della sua tempra.
    È vergognosamente evidente come una magistratura, che seguirà il suo proprio gioco o quello che le è stato assegnato da poteri più forti, stia scrupolosamente smantellando l’opposizione reale o potenziale ai poteri bancari e massonici, dei quali la gang Monti è la mediocre rappresentante per l’Italia.
    Eliminato Berlusconi, primo ostacolo, bisognava far fuori la Lega. Eseguito! Ora è il turno di Formigoni che è comunque, nell’attuale deprimente panorama politico italiano, una delle poche figure di spicco e che rischia di divenire un punto di riferimento per l’elettorato moderato. Il PD e il triste Bersani ora esultano, non capendo (ma quando capiscono qualcosa? Mah!) che prima o poi toccherà anche a loro, perché il progetto prevede lo smantellamento dei partiti e del sistema democratico.
    Si impone una precisazione: nessuno, per favore, nessuno venga a parlare di “giustizia”, perché allora bisognerebbe chiarire come mai sui casi di Penati nessuno faccia più parola, o perché nessuno chieda le dimissioni di Vendola. Fermiamoci a questi due, e per capire bene come funziona la “giustizia”, diamo un attimo la parola al direttore del “Giornale”, Alessandro Sallusti, che il giorno 13 aprile scriveva una cosetta molto interessante: “Dopo l’inchiesta a tre procure sul Carroccio, ieri ne è partita un’altra, con cinque arresti, sulla sanità lombarda e sul mondo ciellino che gli gravita attorno. Ovviamente la tempistica dell’uno-due è spacciata per casuale. Ci mancherebbe altro, la magistratura è indipendente anche se non proprio da tutti. È strano infatti che L’Espresso, settimanale del gruppo De Benedetti (tessera numero uno del Pd), sia uscito ieri in edicola, cioè prima che scattassero le manette, con tutti i dettagli dell’inchiesta: nomi, fatti, cifre, circostanze. Ci risiamo con l’asse procure-giornali, quello che da anni sta cercando, non senza successo, di condizionare il corso della politica”.
    Ma torniamo a Roberto Formigoni. Si sono aperte inchieste su vari personaggi, ma nulla è emerso per ora a carico del presidente lombardo. Poiché un uomo che ricopre una carica così importante incontra e conosce miriadi di persone, a breve ci sarà comunque qualche titolo di reato anche per Formigoni, preceduto magari da qualche sproloquio del becero Gad Lerner. Basterà attaccarsi al fatto che esista una foto di Formigoni vicino a Tizio o a Caio, colpevoli (oppure no, non ha molta importanza) di qualche reato (vero o no, non ha molta importanza). La realtà (da tempo sciolta nell’acido insieme alla verità) è l’ultima preoccupazione per la nostra amministrazione della giustizia e per la nostra informazione. C’è una sola certezza: Formigoni è da distruggere. Questo per i mandanti e i killer. Per noi c’è un’altra certezza: Formigoni è da difendere.
    Formigoni è da distruggere per una solida serie di motivi. Ha dimostrato di saper fare il suo mestiere: solo una persona in totale malafede può non riconoscere che la Lombardia è una regione all’avanguardia, e soprattutto in uno dei settori più importanti per i cittadini, la sanità. Un elemento “non inquadrato”, cattolico, che fa bene il proprio mestiere, e lo fa col consenso larghissimo dell’elettorato, non è sopportabile per la nomenklatura dei grembiulini.
    Uno degli ultimi motivi di lamentazione è che Formigoni è al suo quarto mandato: ma come mai gli elettori non l’hanno cacciato via? E se gli elettori lo hanno finora riconfermato alla guida della Lombardia (e lo hanno fatto con maggioranze massicce: è falso che solo i “ciellini” votino per Formigoni), chi ha il diritto ora di volerlo cacciare? Ma se anche Formigoni fosse eletto solo coi voti dei ciellini, non vorrebbe banalmente dire che la maggioranza degli elettori lombardi sono ciellini? E questa è una colpa? Formigoni è da distruggere anche perché è l’uomo che potrebbe ricucire, magari anche a livello nazionale, lo strappo con la Lega, che comunque non è morta.
    Però la cosa rischia di essere, per lorsignori, non tanto semplice. Già, perché Formigoni non è attaccabile come Berlusconi, su debolezze (peraltro amplificate oltre ogni senso del ridicolo) riprovevoli, o difficilmente avrà “in casa” una serie di pasticcioni e arruffoni come quelli che si erano ben accomodati alla corte di Bossi. Il presidente lombardo gode di molta popolarità personale, è noto anche internazionalmente ed è ben difficile trovare qualcosa da spulciare nella sua vita privata: infatti ci si è dovuti per ora aggrappare, pur di gettar fango, a una vacanza con Piero Daccò. Ovvia, perché ormai si usa così, la falsificazione di cifre circa i contributi che la Regione ha versato alla fondazione Maugeri. La buona stampa (Espresso, Repubblica, Corrierone…) ha solo moltiplicato per dieci le cifre. Robetta da nulla…
    Ma c’è un motivo ben più profondo e grave per cui Formigoni è assolutamente da distruggere. È un cattolico che in un domani, che rischia di essere molto vicino (si voterà, se la gang Monti lo consentirà, tra un anno), potrebbe acquistare rilievo a livello nazionale. È un pericolo assolutamente eccessivo, perché un Formigoni in una futura maggioranza di governo sarebbe senza dubbio un argine contro le varie perversioni che sono poi l’essenza mortifera dei “poteri forti”: divorzio breve, matrimoni tra omosessuali, eutanasia, e schifezze del genere, troverebbero in un simile personaggio un avversario assoluto. Del resto, già ora la Regione Lombardia dà spazio ai CAV (Centri di Aiuto alla Vita), e col Fondo NASKO aiuta le madri in difficoltà economica che, anziché ammazzare il bimbo con l’aborto, portano a termine la gravidanza. Formigoni non è un cattolico alla Rosi Bindi: è un cattolico, cresciuto alla scuola di Don Giussani.
    Formigoni è da difendere. Gli attacchi contro di lui si moltiplicheranno, perché è uno dei pochissimi personaggi politici di spicco nel mondo cattolico. È uno dei pochissimi cattolici a detenere un reale potere, col rischio concreto che questo potere gli venga conferito, per via democratica, anche a livello nazionale.
    Sarà bene perciò che i cattolici sappiano dare, una volta tanto, un esempio di unità, e si rendano conto che l’attacco al presidente lombardo va ben al di là della sua persona. La solidarietà a Formigoni, che da queste pagine vogliamo esprimere di cuore, è anche la difesa della voce cattolica nella politica italiana. Esattamente quella che i massoni e i loro complici vogliono soffocare.
    PERCHÉ DIFENDO ROBERTO FORMIGONI - di Paolo Deotto

    Forum famiglie: no a strappi sulle unioni di fatto
    "Le unioni di fatto non sono una priorità nazionale": il Forum delle associazioni familiari si schiera contro l'ennesimo tentativo di dare un quadro giuridico alle unioni civili e preannuncia battaglia, come quando, nel 2007, portò le famiglie in piazza nel "Family Day" contro la proposta sui Dico.
    "La commissione Giustizia della Camera - si legge in una nota - sta procedendo a tappe forzate nell'esame della decina di progetti di legge sulla disciplina delle unioni di fatto. Nella relazione introduttiva Giulia Bongiorno (Fli), presidente della Commissione e autonominatasi relatrice, ha esplicitato il proprio intendimento di voler estendere (molti) diritti e (pochi) doveri del matrimonio ad altre libere forme di convivenza, anche omosessuale".
    "Non si capisce - continua la nota - dove il Parlamento possa trovare tempo ed energie per dedicarsi a temi diversi dalla crisi economica, sociale e politica che il Paese sta attraversando. Nel caso della legge sul fine vita, le forze politiche hanno scelto di congelare una legge giunta all'approvazione definitiva del Senato perché non si possono seminare pietre d'inciampo al governo ed alla maggioranza che lo sostiene. E invece per leggi ben più pericolose per la tenuta politica, come quella sulle unioni di fatto o quella sul divorzio breve, si invoca addirittura la corsia preferenziale quasi che questi e solo questi temi rappresentino l'emergenza sociale".
    "Le famiglie lottano ogni mattina per tirare avanti e per far tirare avanti il Paese sia come sistema economico che come comunità sociale e il governo e le Istituzioni non trovano il modo e la voglia di garantire loro un adeguato sostegno" lamenta il Forum, che si augura "che ciascun parlamentare, anche all'interno della commissione Giustizia della Camera, voglia prendere pubblicamente e formalmente le difese della famiglia e del buon senso, chiedendo che siano accelerati altri provvedimenti ben più urgenti quali ad esempio l'istituzione del Tribunale per la famiglia, una reale conciliazione tra famiglia e lavoro o l'introduzione nell'iter giudiziario di meccanismi di consulenza e mediazione familiare".
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    Il martirio dei preti per la libertà
    Agostino Giovagnoli
    Sono tanti i sacerdoti uccisi dai nazisti, dai fascisti o dai loro alleati in Europa. In Germania furono ammazzati 164 preti diocesani e 60 religiosi, molti dei quali morti nei campi di sterminio. Ci furono preti uccisi anche nell’Italia fascista [23 uccisi dai fascisti, più altri 151 dai nazisti presenti in Italia in appoggio alla repubblica fascista] e nella Francia di Petain, nell’Olanda e nel Belgio occupati dai tedeschi e in tanti altri Paesi europei.
    In Polonia il loro numero fu particolarmente alto: tra il 1939 e il 1945 morirono qui circa 3.000 preti, di cui 1.992 nei campi di concentramento e in particolare 787 in quello di Dachau (tra di loro vi fu il vescovo Michal Kozal).
    Le circostanze e le motivazioni della loro cattura e del loro assassinio furono molto diverse. In Germania, il giovane gesuita Alfred Delp fu ucciso perché accusato di complicità nel fallito attentato contro Hitler. In Olanda, padre Tito Brandsma fu arrestato e mandato a Dachau, dove venne ucciso nel 1942, per la sua opposizione al nazismo e, in particolare, per la sua strenua difesa della libertà religiosa.
    In Polonia fu decisivo l’intento di distruggere ciò che i tedeschi consideravano la massima espressione dell’identità nazionale polacca e, quindi, della resistenza nei confronti dell’occupante: la Chiesa cattolica. Questa volontà distruttrice si inserì inoltre nel clima del forte disprezzo tedesco verso i polacchi che, in quanto popolazione slava, consideravano inferiore. Ma anche in Polonia, la Chiesa non fu avversata dal nazismo solo in quanto presidio del sentimento nazionale e l’espressione «nazione martire» usata da Giovanni Paolo esprime giustamente qualcosa di più e di diverso dalle sofferenze subite per motivi nazionalistici e politici. In ogni caso, anche qui le vicende dei tanti sacerdoti uccisi dai nazisti sono diverse le une dalle altre: si pensi solo a san Massimilano Kolbe, martire della carità.
    In Italia, molti preti furono uccisi per ragioni connesse alle attività pastorali proprie del loro ministero. Le loro vicende mostrano anzitutto i profondi legami che univano il clero e la popolazione: vivendo in mezzo ai loro fedeli, cercarono di proteggerli dalla violenza e di alleviarne le sofferenze. Moltissimi furono i preti uccisi per aver nascosto o salvato ebrei.
    Don Aldo Mei, parroco di Fiano, vicino Lucca, fu arrestato e fucilato per aver dato rifugio a un giovane ebreo. Lasciò scritto: «Muoio anzitutto per un motivo di carità, per aver protetto e nascosto un carissimo giovane. Raccomando a tutti la carità». Anche don Pietro Pappagallo di Roma venne ucciso alle Fosse Ardeatine per aver dato rifugio a ebrei e ad altri perseguitati. Benché legato, riuscì a liberare le mani e a benedire i suoi compagni di sventura pochi istanti prima di essere fucilato.
    In altri casi, i sacerdoti vennero uccisi durante una strage, per aver voluto condividere fino in fondo la sorte del proprio popolo. A Monte Sole, sull’Appennino emiliano-romagnolo, furono cinque i sacerdoti uccisi, tra cui don Ubaldo Marchioni, di 25 anni, di cui è avviata la causa di beatificazione, morto ai piedi dell’altare, subito dopo aver distribuito l’Eucaristia.
    Altri sono stati assassinati, perché hanno cercato di proteggere uomini e donne vittime della violenza nazifascista, come don Antonio Musumeci, parroco di Messina. Don Gino Cruschelli di Napoli fu ucciso nel settembre 1943, per aver preso le difese di giovani rastrellati perché andassero a combattere per il Reich.
    Altri morirono perché accusati di aiutare i partigiani, ma la loro colpa fu soprattutto quella di ospitare perseguitati di ogni tipo: politici, militari alleati, giovani in fuga dell’esercito di Salò, come Pasquino Borghi di Reggio Emilia.
    Impegnati a difendere il loro popolo dalla violenza della guerra, furono puniti per la testimonianza di pace e di carità da essi data, spesso in modo semplice e concreto. Si tratta però di una testimonianza che non esprime solo il rifiuto della violenza, bensì anche una opposizione spirituale più che politica (spesso implicita ma non per questo meno profonda) all’ideologia nazifascista, di cui la violenza costituiva una componente essenziale.
    È quanto emerge ad esempio, anche nel caso di don Pietro Morosini, legato alla Resistenza romana, ma che non fu solo un "semplice" avversario politico e militare del nazifascismo. Il socialista Sandro Pertini ha lasciato di lui questa testimonianza: «Detenuto a Regina Coeli, incontrai un mattino don Giuseppe Morosini: usciva da un interrogatorio, il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. Benedisse il plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: "Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno", come Cristo sul Golgota».
    Il racconto di Pertini mostra che la testimonianza di don Morosini fu percepita da chi lo conobbe soprattutto come una testimonianza sacerdotale. E, analogamente, sarebbe errato interpretare in chiave solo riduttivamente politica la vicenda di don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, ucciso dai fascisti dopo la sua protesta per le violenze contro i socialisti: il senso ecclesiale del cui sacrificio è stato sottolineato da Giovanni Paolo II nel sessantesimo della morte.
    Proprio perché ispirata soprattutto da motivazioni religiose e pastorali, in un certo senso l’opposizione di tanti sacerdoti al nazifascismo è stata particolarmente efficace anche sul piano politico. L’uccisione di un così gran numero di sacerdoti rivela infatti un’incompatibilità profonda tra questa ideologia e il cristianesimo.
    Di padre Tito Brandsma si conserva una predica molto eloquente, in cui affermava che «viviamo in un mondo nel quale si condanna persino l’amore chiamandolo debolezza da superare […] Dicono che la religione cristiana, con la predicazione dell’amore, abbia fatto il suo tempo e debba essere sostituita dall’antica potenza germanica […] Benché il neopaganesimo [il nazionalsocialismo] non voglia più l’amore, nondimeno noi vinceremo con l’amore questo paganesimo […] Guarda come si vogliono bene tra loro. Questa frase dei pagani in merito ai primi cristiani, i neopagani dovranno dirla nuovamente di noi. Così vinceremo il mondo».
    La consapevolezza di questa contrapposizione profonda, peraltro, non è stata solo di alcuni sacerdoti. Il libro di Hubert Wolf su Pio XI e Hitler ha documentato efficacemente, sulla base dei documenti conservati nell’archivio vaticano, come, già prima della guerra, la convinzione del carattere anticristiano del nazismo fosse condivisa da gran parte dell’episcopato tedesco e da molti collaboratori del Papa, tra cui Eugenio Pacelli, anche se spesso si evitò di esprimere pubblicamente tale convinzione. Lo stesso Pio XI giunse su queste posizioni, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Si trattava, del resto, di convinzioni fondate se, in un documento della Gestapo del 1937, si legge che «non vi può essere pace tra lo Stato nazionalsocialista e la Chiesa cattolica», e, in una circolare segreta del 1942, Martin Bormann scriveva: «le concezioni nazionalsocialista e cristiana sono incompatibili». Nel 1941 lo stesso Hitler affermò: «La guerra giungerà a conclusione e io avrò, nella soluzione del problema della Chiesa l’ultimo grande compito della mia vita».
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    Don Francesco Cabrio
    Nato a Salussola (oggi Biella) il 4 gennaio 1913, ucciso dai fascisti a Torrazzo (oggi Biella) il 15 novembre 1944, parroco di Torrazzo Vercelli.
    Vice parroco di Mongrando Curanuova, era stato nominato parroco di Torrazzo nel dicembre del 1944. Appreso che due dei suoi giovani nuovi parrocchiani erano stati fermati dai fascisti (i quali sospettavano che Arduino Cariglio e Giovanni Menaldo facessero parte della Resistenza), don Cabrio si recò al Comando per intercedere in loro favore. Don Cabrio fu ricevuto dal sottotenente della "Divisione Littorio" Gian Francesco del Corto; il sacerdote non solo non vide accolte le sue suppliche, ma mentre si allontanava, fu abbattuto dall'ufficiale fascista con una raffica di mitra alla schiena. Lo stesso ufficiale proibì che si portasse aiuto al generoso prete, che morì dissanguato.











    Pio XII contro Hitler e Mussolini
    Mattia Ferrari
    Se si dovesse redarre una classifica dei papi più calunniati della storia il primo posto spetterebbe indubbiamente a Pio XII. Nonostante, l’ingente mole di documenti e testimonianze che affermano l’ostilità di questo papa verso le dittature nazifasciste e il suo aiuto a tutte le vittime dei totalitarismi, viene ancora descritto come indifferente di fronte alla tragedia dell’olocausto e, da taluni, persino complice del nazismo (come fa, ad esempio, Marco Aurelio Rivelli nel suo libro “Dio è con noi. La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo”). I motivi di questa accusa si basano quasi esclusivamente sul fatto che durante la guerra, il pontefice non denunciò pubblicamente il genocidio ebraico e così facendo si ignorano o si dimenticano le azioni effettivamente svolte sotto il suo pontificato.
    Che Pio XII non potesse essere filonazista lo sì può dedurre dal semplice fatto che era in contatto con la resistenza tedesca e lui stesso fece da tramite tra loro e gli inglesi per appoggiare un complotto avente l’obbiettivo di spodestare Hitler, ma questo naufragò per via delle diffidenze inglesi (M. Hesemann, “Contro la Chiesa”, Milano 2009 p. 306). Vi furono altre azioni contro il nazismo: il Vaticano, ad esempio, avvisò il Belgio e l’Olanda dell’imminente attacco a sorpresa tedesco nel tentativo (non riuscito) di fermare l’invasione e fu anche preventivamente informato dell’Operazione Valchiria, il complotto per assassinare Hitler (A. Tornielli, “Pio XII: un uomo sul trono di Pietro”, nota 67 p. 606).
    Per contro, Hitler considerò il pontefice un suo “nemico personale” e durante la guerra si ebbero delle notizie che affermavano che il dittatore tedesco avesse in mente di deportare il Papa. Gli storici sono divisi sul fatto se tale piano esistesse davvero, ma molti elementi inducono a pensare che il dittatore sarebbe stato in grado d’effettuare un piano simile. Si sa, infatti, che il Fuhrer considerava Pio XII uno dei responsabili della caduta di Mussolini, che nell’invadere l’Italia era intenzionato inizialmente a invadere anche il Vaticano, e che dichiarò ai suoi generali: «Io entro subito in Vaticano! Credete che il Vaticano mi preoccupi? Quello è subito preso: là dentro vi è tutto il corpo diplomatico. Non me ne importa nulla. La canaglia è là e noi tiriamo fuori tutto quel branco di porci». Il timore del Pacelli di essere rapito fu autentico e simile paura si era manifestata già dal 1941, ben due anni prima dell’occupazione dell’Italia! (R. Grahaman, “Voleva Hitler allontanare da Roma Pio XII”).
    Pio XII intervenne anche contro il fascismo. Non erano mancati, negli anni precedenti, accordi tra Mussolini e la Chiesa, ma l’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista, l’introduzione delle legge razziali, e l’entrata in guerra in fianco all’alleato tedesco, avevano gelato i rapporti. Del resto, Mussolini rimase sempre anticlericale, sia per via del suo passato socialista mai del tutto sopito, sia perché intuiva che il Vaticano sarebbe stato un ostacolo al suo potere assoluto, e spesso si rammaricava di non aver estirpato il papato, che considerava il “cancro dell’Italia” (G. Zagheni, “La croce e il fascio”, Torino 2006 p. 260).
    Nel 1942 la principessa Maria José di Savoia decise d’agire per destituire Mussolini e far uscire l’Italia dalla guerra, ma per farlo occorreva saggiare la disponibilità degli alleati. Intuiva che il coinvolgimento del Vaticano sarebbe stato utile per poter far da tramite, e per questo incontrò segretamente Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI) e gli espose i suoi piani. «Riferirò» rispose il prelato e informò Pio XII del colloquio chiedendogli di poter continuare i contatti. Non si conoscono le parole esatte del Pontefice, ma si sa per certo che diede parere positivo perché Montini e la principessa si videro ancora, e il prelato informò dall’interno del Vaticano che l’inviato speciale di Roosvelt presso Pio XII, Myron Taylor, aveva assicurato che l’America avrebbe visto con favore l’uscita dell’Italia dal conflitto. Tuttavia, il re Vittorio Emaneuele III, spiccatamente anticlericale, informato del complotto, mise il veto ai rapporti con la Santa Sede: «Niente preti» ordinò, e successivamente provvide a “esiliare” Maria José nell’eremo di Sant’Anna (S. Bertoldi. “Umberto e Maria Josè di Savoia”, Milano 1999 pp. 123-129). [La Chiesa inoltre appoggiò il passaggio dell’Italia dall’alleanza con la Germania nazista alla resa e alle successiva cobelligeranza con gli Alleati.]
    L’avversione del Vaticano si manifestò anche durante la Repubblica di Salò attraverso alcuni atti concreti (rifiuto di riconoscere il nuovo stato, aiuto agli ebrei, appoggio agli antifascisti, sostegno ai vescovi in contrasto con il regime, ecc.) tanto che Mussolini giunse ad incoraggiare un movimento di sacerdoti scomunicati che minacciava uno scisma, e a pensare di rivedere il concordato per ridurre il potere della Chiesa nella società. (D. Mack Smith, “Mussolini”, Milano 1999 p. 499).
    Riguardo all’Olocausto, basterebbe considerare il fatto che la Chiesa Cattolica salvò centinaia di migliaia di ebrei, senza contare tutti gli interventi diplomatici volti a fermare la persecuzione (riuscendoci in qualche caso): il maresciallo Horty, ad esempio, interruppe le deportazioni nel 1944 facendo presente ai tedeschi d’aver ricevuto proteste dal re di Svezia, dalla Croce Rossa e dal papa Pio XII (M. Gilbert, ”La grande storia della seconda guerra mondiale”, Milano 2003 p. 634). Del resto, è indubitabile che una pubblica protesta avrebbe scatenato una feroce rappresaglia da parte di Hitler, impedendo ai preti e alle religiose che aiutarono gli ebrei di poter compiere la loro opera. Nonostante tutti questi fatti e nonostante siano stati scritti molti libri per confutare le false accuse sul papa, i pregiudizi su Pio XII rimangono. Ma del resto, come disse l’arcivescovo Alojzije Stepinac (anche lui fortemente calunniato): «Nella mente di certe persone, la Chiesa Cattolica è colpevole di tutto».
    Pio XII contro Hitler e Mussolini | UCCR




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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Tim Tebow: l’uomo dei miracoli
    David Ressegotti
    È difficile spiegare a un europeo la passione tutta statunitense per il football americano (o, da loro, semplicemente football, con una tendenza tutta a stelle e strisce per l’antonomasia sciovinista). Al contrario di quanto possa sembrare al neofita, si tratta di uno sport assai difficile e raffinato, che ha dato vita negli anni a manuali pseudo-scientifici di strategia e teoria di gioco grossi quanto la Treccani e costringe ciascuno dei circa cinquanta giocatori di ogni squadra (professionistica, giovanile o amatoriale che sia) a mandare a memoria centinaia di schemi talvolta più complicati di un’intera partita di scacchi. Inoltre, è un fenomeno nazionale di primissimo rilievo: il maxi-evento televisivo del Super Bowl (la finale di campionato) è sostanzialmente la terza grande festa patriottica dopo il 4 luglio e il Ringraziamento. Nel football girano quantità spropositate di denaro e di interessi, per il football si smuovono le masse, con il football si fa anche politica; grazie al football, infine, c’è anche il modo di stupire e far discutere la nazione intera.
    Da qualche anno, infatti, lo sport più americano e più scientifico/strategico che ci sia è scosso dal fenomeno Tim Tebow, detto “miracle man”, quaterback venticinquenne dei Denver Broncos passato quest’estate ai NY Jets. Tim è un ragazzone (110 kg x 190 cm) tanto muscoloso quanto affabile e sorridente; è un cristiano sempre di buon umore, quinto figlio di una coppia di missionari nelle Filippine cui, a causa di una gravidanza molto difficile (la madre era in coma farmacologico per un’infezione), i medici avevano consigliato l’aborto.
    Arrivato oggi alla celebrità e alla ricchezza, Tebow non perde mai occasione per mostrare pubblicamente la propria fede, non solo attraverso la beneficenza e il sostegno diretto e pubblico alle attività dei pro-life americani, ma anche sul campo di gioco: finché la lega dei colleges americani non l’ha proibito, da ragazzo Tim ogni partita tracciava sui suoi eye paints (la riga nera sotto lo zigomo che protegge l’occhio dalla rifrazione della luce solare) rimandi a versetti biblici, come il celebre “John 3:16” visto anche ai mondiali di calcio ’94. Anche oggi, da professionista, Tebow ringrazia il cielo dopo ogni meta; e la sua peculiare posizione di preghiera (chiamata “tebowing”: un solo ginocchio genuflesso, il pugno sotto il mento), eseguita prima e dopo le azioni di gioco, è diventata un fenomeno sociale mondiale e un sito internet di grande successo (tebowing.com) con migliaia di imitatori ritratti genuflessi nei posti e nelle condizioni più strane e divertenti.
    A prima vista, questa vicenda potrebbe essere solo una nota di colore, la storia di uno tra i molti curiosi personaggi che hanno calcato il campo di football negli ultimi cinquant’anni. Eppure, il caso di Tebow ha suscitato l’interesse di tutti i media americani per un’ulteriore singolare circostanza: il tebowing funziona. O meglio, Tebow (di per sé quarterback non eccelso) è diventato uno specialista nel vincere le cause perse, rimontando punti su punti negli ultimi minuti di gioco (o persino nell’over time) grazie a improvvise giocate personali del tutto fuori dagli schemi e passaggi assurdamente ambiziosi che riescono sempre a sorprendere analisti e avversari. Per informazioni, chiedete a Chargers, Jets e Vikings, vittime l’anno scorso di tre vittorie in rimonta consecutive; ma anche ai Dolphins, ai Buffalo Bills e soprattutto ai Pittsburgh Steelers del presidente Obama, la squadra più titolata d’America: i Broncos hanno avuto ragione di loro grazie a una prestazione eroica di Tim all’insegna del numero 316 (316 yards guadagnate, media di 31,6 a passaggio e… 31,6 lo share televisivo), proprio come il versetto spesso citato dal giocatore. Il giorno successivo alla partita il sindaco democratico di Pittsburgh, avendo perso una scommessa con il suo collega di Denver (nonché compagno di partito), fu persino costretto ad eseguire il tebowing in diretta nazionale.
    I media americani si sono lungamente interrogati sul “segreto” dell’”uomo dei miracoli”: in uno sport dominato dalle statistiche, dal raffinatissimo approccio metodologico e strategico alle partite, da passaggi geometricamente calcolati e da schemi limati in allenamento fino alla perfezione, Tebow è una mina vagante che spesso passa male o non passa neppure, che sembra improvvisare tutto e che pare mosso solo dall’ispirazione del momento. Psicologi ed esperti hanno ipotizzato, per esempio, che il “trucco” sia il suo atteggiamento sempre costruttivo e sorridente con i compagni, oppure la sua disorientante tendenza ad attribuire il merito delle vittorie a tutti meno che a sé. Nessuno dei tecnici, però, sembra aver finora dato una risposta soddisfacente, tanto che sono molti gli scettici o i sospettosi nei suoi confronti; non ultimo il vice-presidente e ex-quarterback dei Broncos, il leggendario John Elway, che nonostante la buona stagione della squadra quest’anno ha sostituito Tim con uno dei massimi esponenti della scuola “scientifica” del football, il più-che-perfetto Peyton Manning dei Colts. Tim Tebow è così finito nella squadra della città più laica d’America, New York (sponda Jets), che sembra invece aver deciso di avere fede nel “miracle man” della NFL.
    Ma a questi scambi e a queste discussioni Tebow non partecipa che marginalmente: egli, infatti, sfrutta ogni momento libero per sostenere enti benefici, campagne di sensibilizzazione, attività missionarie etc. A più riprese ha dichiarato di voler arrivare vergine al matrimonio, provocando così molti siparietti comici con le giovani e belle sue fans che vorrebbero a tutti i costi fargli cambiare idea. Tentatrici a parte, comunque, il giovane quarterback nelle sue numerose uscite pubbliche si presta sempre con molta disponibilità all’entusiasmo dei tifosi, posando spesso con loro nella sua tipica posa di preghiera e dando così ulteriore prova della sua personalità solare e generosa. Tutti quanti, lui compreso, hanno preso la mania nazionale per il tebowing come uno scherzo nato sul web: ma siamo proprio sicuri, signori psicologi, esperti e strateghi, che parte del “trucco” vincente dello “scarsissimo” Tim Tebow non stia proprio lì?
    Tim Tebow: l’uomo dei miracoli « Libertà e Persona







    Un’altra figuraccia di Richard Dawkins: battuto in un confronto con mons. Pell
    Abbiamo già sottolineato come gli anti-teisti si esaltino parecchio nella sfida dialettica con i credenti, come se una eventuale vittoria durante un confronto pubblico significasse stabilire chi ha ragione o meno riguardo a Dio. Ecco dunque che organizzano questi dibattiti sui massimi sistemi, a cui con grande pazienza personalità religiose si prestano. Richard Dawkins, il grande sacerdote del fondamentalismo ateo, è un amante di questi confronti, sopratutto perché fino ad ora si è scelto creazionisti americani o personalità sconosciute dell’Islam, contro le quali anche un qualsiasi Odifreddi riuscirebbe ad uscirne vittorioso.
    Tuttavia nelle ultime tre occasioni ha avuto a che fare con personaggi che non sono alla sua portata, e ne è uscito malconcio. Anzi, il primo di questi, il filosofo William Lane Craig, lo ha invitato ad un confronto, avendo già avuto esperienze con Christopher Hitchens e Sam Harris, ma Dawkins ha rifiutato venendo bollato dalla stampa anglosassone come “codardo”. L’evento si è svolto ugualmente, con la sedia di Dawkins vuota. In un successivo dibattito televisivo, Dawkins ha presentato i risultati di uno studio svolto dalla sua fondazione che -guarda caso- avrebbero “dimostrato” che poche persone sono veramente cristiane e così le loro credenze non dovrebbero avere parte nelle scuole. A sostegno di questa tesi, Dawkins ha affermato che pochi cristiani saprebbero dire qual è il primo libro del Nuovo Testamento. A questo punto il suo interlocutore, Giles Fraser, ex canonico della St Paul’s Cathedral, ha posto al prof. Dawkins una semplicissima domanda: «Richard, se ti chiedessi qual è il titolo completo dell’Origine delle specie, sono sicuro che potresti dirmelo». Beh, Dawkins, neodarwinista fino al midollo, è andato nel pallone più totale senza riuscire a citare il titolo completo del più famoso libro di Charles Darwin. Oltre alla figuraccia di elevate proporzioni, ha anche confutato in pochi secondi i risultati della sua ricerca.
    Pochi giorni fa il sedicente “mastino di Darwin” dei giorni nostri, ci ha riprovato e ha voluto “sfidare” l’arcivescovo di Sydney, mons. George Pell in televisione, il programma si è rivelato il più visto della rete “ABC” negli ultimi due anni. Dawkins non potendo competere su tematiche teologico-filosofiche, ha dovuto spostare l’argomento sul piano scientifico-evolutivo e l’interlocutore si è prestato volentieri, dimostrando una ben più elevata dote culturale. L’ateologo ha affermato che la scienza risponderà ad ogni questione umana, ma che tuttavia domandarsi il “perché” dell’Universo rappresenta, per lui, una «domanda senza significato». Una posizione simile a quella della volpe dopo aver rinunciato a prendere l’uva, alla quale mons. Pell ha ribadito che «fa parte dell’essere umano chiedersi perché esiste» e solo questo dato di fatto, inestirpabile, rende significativo il domandarsi. Ancora: «l’interrogarci ci distingue dagli animali e su questo la scienza non ha niente da dirci, sebbene vi sia un terreno comune tra fede e ricerca scientifica».
    La cosa più divertente è accaduta quando mons. Pell ha definito Darwin un “teista”, perché «egli non poteva credere che il cosmo immenso e tutte le cose meravigliose del mondo sono nate per caso o per necessità». Dawkins ha sbottato: «non è vero!», ma la replica di mons. Pell è stata immediata: «E’ a pagina 92 della sua autobiografia. Vai a leggertelo», prendendosi così una bella dose di applausi dal pubblico che assisteva nello studio televisivo. L’arcivescovo di Sydney ha messo “a sedere” una seconda volta Richard Dawkins quando quest’ultimo ha detto di non essersi mai definito “ateo”, ma “agnostico”. Mons. Pell però gli ha subito fatto notare che in un suo articolo nel 2002, egli spiegava di definirsi “ateo”, perché il termine appare più esplosivo e dinamico. Dawkins è rimasto sorpreso da questa citazione. Quest’ultimo è stato perfino ridicolizzato dal pubblico per i suoi ragionamenti, ma di questo ne parlerà l’editorialista di “The Australian” qui sotto.
    Infatti, proprio il principale quotidiano australiano ha dedicato attenzione all’evento, scrivendo che «Dawkins è stato completamente surclassato in tutti gli aspetti dell’incontro». La rivelazione, la vera attrazione è stato mons. Pell. «Gran parte dei media, consciamente o inconsciamente, censurano le voci cristiane», si legge nell’articolo. Le uniche volte in cui viene dato spazio a esponenti cristiani «è quando essi criticano la denominazione religiosa a cui sono affiliati» (i vari preti mediatici, come don Andrea Gallo per capirci). Mons. Pell invece è stato «un portavoce chiaro, sicuro di sé, erudito ma facilmente comprensibile». Quanto al povero Dawkins, «le sue argomentazioni sembravano antiche e goffe. C’era qualcosa di vagamente materialista per la sua incapacità di cogliere, o addirittura ad ammettere la sostanza intellettuale, la tradizione della metafisica che risale agli antichi greci». Come dicevamo sopra, l’editorialista ha anche accennato alle risa del pubblico sui suoi ragionamenti: «Quando Dawkins ha spiegato che l’universo è venuto dal nulla, ma che il nulla era davvero molto complesso e, infatti, consisteva in qualcosa, la gente rideva. Dawkins si è infastidito e, come un bacchettone privo di senso dell’umorismo, stizzito ha rimproverato il pubblico: “Perché è divertente?”».
    L’articolo si è concluso così: «dobbiamo capire quanto sia notevole e di importanza internazionale, la figura di mons. Pell. La Chiesa cattolica è la più importante organizzazione non governativa nel mondo e almeno per questo decennio, mons. Pell è stato una figura centrale nel suo governo in linea con Roma».
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    ‘Il ritorno di Dio’ tra gli intellettuali: ondata di «atei rispettosi» rinuncia all’aggressività
    Qualcuno lo chiama ‘Il ritorno di Dio’, ma non si tratta né di una profezia, né di una nuova setta religiosa ma bensì di un trend che sta prendendo sempre più piede tra gli intellettuali atei e agnostici. Ad evidenziarlo è un articolo di Nicholas Kristof, recentemente apparso sul ‘The New York Times’.
    L’atteggiamento imperante, fino a poco tempo fa, poteva essere compendiato nel sottotitolo del famoso pamphlet dell’ateo militante Christopher Hitchens, «la religione avvelena ogni cosa». Tuttavia, qualcosa è evidentemente cambiato; una «riluttante ammirazione per la religione come forza etica e di coesione» si sta facendo posto nei salottini degli intellettuali atei e una frangia sempre più ampia di non credenti sotterra l’ascia di guerra e abbandona l’ateismo aggressivo del binomio Dawkins-Hitchens. Linea di pensiero che viene espressa in numerose pubblicazioni recenti; a partire da quella dell’ateo Alain de Botton, “Religion for Atheists“, dove con atteggiamento nei confronti della religione quasi «reverenziale» a detta di Kristof, sostiene che «gli atei hanno molto da imparare» da questa.
    Sulla stessa linea si muove “The Social Conquest of Earth”, l’ultimissima fatica del celebre biologo di Harvard, Edward O. Wilson. Il quale, seppur criticando la religione come «invalidante e divisoria», ne riconosce il fondamentale ruolo sociale e come fonte «della gran parte delle migliori opere nelle arti creative». E della fede come collante sociale tratta anche “The Righteous Mind” di Jonathan Haidt, ateo sin dall’adolescenza e professore di Psicologia alla University of Virginia. Haidt, che nel suo blog dichiara che la religione è «una parte cruciale della nostra evoluzione biologica e culturale per la moralità», nel libro sostiene che «gli scienziati spesso fraintendono la religione» perché si focalizzano sugli individui, «piuttosto che su come la fede possa unire una società». Numerose sono inoltre, le ricerche e pubblicazioni che il professore cita nel suo libro a sostegno del fatto che una società con Dio può equivalere a una società più etica e armoniosa.
    Con questa recente ondata di «atei rispettosi», auspica in conclusione Kristof, potrebbe prendere posto definitivo un atteggiamento che alla fine faccia «da fondamento per una tregua alle nostre ‘guerre’ religiose. [...] Preghiamo…».
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    La scuola paritaria inferiore a quella statale? Ecco la bufala di Salvo Intravaia (“Repubblica”)
    Nella tematica della scuola e dell’istruzione da anni c’è una guerra ideologica da parte di alcune fazioni della società, contro la libertà di scelta e di educazione. Lo ha spiegato bene mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro: «La scuola viene assoggettata al pieno arbitrio dei governanti, a seconda dell’ideologia che domina. Questo è il fondamento dello statalismo scolastico, sia dei paesi liberal-borghesi che in quelli totalitari. La scuola serve a un’omologazione culturale, a far dimenticare una varietà di forme tradizionali e culturali, per assimilare tutto a un’unica forma, quella dello Stato» (“False accuse alla Chiesa”, Piemme 1997, pag. 69). Questi i motivi per cui sostenere la libertà di educazione delle famiglie.
    Le risorse destinate (nel 2009) alla scuola statale ammontano a più di 54 miliardi di euro, per le scuole private paritarie sono destinati invece 530 milioni (molti meno in realtà). Tuttavia, se si desse alle scuole paritarie la cifra che a esse spetterebbe in base alla percentuale dei suoi iscritti (il 10% degli studenti italiani), il contributo dovrebbe ammontare a oltre 5,4 miliardi di euro, dieci volte in più di quanto viene riconosciuto attualmente. Dunque sul bilancio totale dell’istruzione, la scuola paritaria costa allo Stato meno dell’1%,, ma serve ben più alunni di quanto i contributi a essa concessi coprano (il 10% del totale, per l’appunto).
    Il leitmotiv del giornalista Salvio Ingraio, al soldo di “Repubblica”, recita da tempo così: le private (paritarie) in Italia sono tra le peggiori d’Europa e quindi va abolito ogni finanziamento. Questa è un‘affermazione infondata, come vedremo, ma è suggestivo il fatto che Ingraio dimentichi sempre di informare che le private in Italia sono anche le uniche in Europa a non ricevere un contributo adeguato da parte dello Stato. Negli altri Paesi europei infatti (a parte Grecia e Scozia) il finanziamento statale è totale o comunque copre buona percentuale delle spese: in Belgio e nei Paesi bassi, ad esempio, la parificazione tra istituti pubblici e privati (di carattere confessionale o meno che siano) è totale, in Danimarca il contributo statale copre l’80-85% dei costi delle private, in Austria i due terzi delle spese delle scuole private sono a carico dello stato (che garantisce però per intero il pagamento degli insegnanti), il governo francese invece copre per intero gli stipendi del corpo docente, in Germania il finanziamento pubblico è spettanza esclusiva delle autorità regionali, che comunque coprono mediamente il 40 e il 50% delle spese, e così via. Questo spiega quel che il militante Salvo Intravaia non capisce nei suoi continui attacchi (pare comunque che lui riceva forti censure dal quotidiano di Ezio Mauro). I dati dimostrano anche che, laddove è riconosciuto il ruolo delle paritarie, come nel resto d’Europa, esse svettino come eccellenze rispetto a quelle statali: accade nel Regno Unito, accade negli USA, accade in Spagna e in Germania, e così via.
    Questi attacchi, esclusivamente italiani, alle scuole paritarie (in particolare da “Repubblica” e meno vistosamente da “Il Corriere della Sera”) dimostrano proprio l’opposto di quel che vorrebbero, cioè rilevano che è più che mai necessario uniformarsi all’Europa e avviare un finanziamento corretto. Roberto Pasolini, membro del gruppo di lavoro per la parità scolastica presso il MIUR, ha comunque fatto notare che le accuse di “inferiorità”, oltre ad essere controproducenti, sono anche per la maggior parte sostenute da tesi infondate. Nel 2010 ad esempio “Repubblica” ha titolato: “Nella scuola pubblica si impara di più. L’Italia in basso per colpa delle private” (autore sempre Salvo Intravaia), mentre “Il Corriere”: “Efficienza e qualità. La scuola statale batte quella privata”. Diversi ricercatori, come Luisa Ribolzi (docente di sociologia dell’educazione, Università di Genova), Giorgio Vittadini (docente di statistica metodologica, Università Bicocca) e Norberto Bottani (già alto funzionario OCSE, ex Direttore dello SRED di Ginevra, tra i più noti ricercatori europei nel campo dell’istruzione) hanno tuttavia dimostrato l’infondatezza scientifica, l’inaffidabilità del campione e la sua non rappresentatività delle scuole paritarie. Si ricorda poi che i dati “oggettivi”, non di un campione, ma basati sul numero reale di studenti che hanno sostenuto l’esame di terza media, dimostrino proprio l’opposto, cioè che gli studenti delle scuole paritarie sono meglio preparati. Lo riporta, ad esempio, Tommaso Agasisti, ricercatore nel dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano, basandosi sui dati rilevati dall’”Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione” (INVALSI), su incarico del ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca: per ogni materia e per ogni area del Paese italiano, i punteggi medi delle scuole paritarie sono superiori a quelli delle scuole statali. Lo stesso, occorre dirlo, è riconosciuto dall’articolista de “Il Corriere della Sera” nell’articolo già citato, seppure in tre righe nel finale dell’articolo.
    Negli articoli di Salvo Intravaia & Co, c’è però una cosa vera, un dato di fatto: le scuole statali possono avvalersi, nel loro insieme, di strumentazione tecnologica in quantità notevolmente più consistente. Come si diceva sopra, questo dimostra appunto che -al contrario di quanto avviene in Europa- in Italia i finanziamenti alle paritarie scarseggiano ingiustamente (nonostante esse servano il 10% degli studenti). Nessuna agevolazione per loro nell’acquisto di strumentazioni legate all’innovazione tecnologica, né per l’aggiornamento dei propri docenti, anche se bisogna ricordare che non è la lavagna interattiva ad assicurare una miglior istruzione, per cui non può nemmeno dirsi dimostrata l’equazione tecnologia = maggior istruzione. Oltretutto è possibile avere strumenti avanzati e non usarli e infatti, dai dati emersi, c’è il forte sospetto che l’utilizzo di tale strumentazione tecnologica da parte degli studenti della scuola pubblica e paritaria, sia sostanzialmente simile (nonostante vi sia maggior disponibilità di strumentazione in quella pubblica).
    Rimane il fatto che il progetto educativo e formativo delle scuole paritarie è maggiormente attento all’alunno, alle sue esigenze formative ed educative e alle relazioni umane, questo i genitori lo sanno e infatti si registra un vero e proprio boom di iscrizioni per la scuola privata tra l’anno scolastico 2004/2005 e 2010/2011. Alla faccia delle lavagne interattive.
    La scuola paritaria inferiore a quella statale? Ecco la bufala di Salvo Intravaia (“Repubblica”) | UCCR

    Prima pagina
    Pubblicato da Berlicche
    Da “Repubblica”:
    Indagato Gesù di Nazareth
    La procura indaga sul predicatore itinerante, di cui sono note da tempo le frequentazioni pericolose con esponenti della malavita
    Le strane amicizie del Galileo
    Cene ricchissime con imprenditori e mafiosi, gite in yacht sul mare di Galilea e la conoscenza sospetta con note adultere: tutti gli altarini del sedicente profeta di Galilea
    Da “Il Fatto Quotidiano”
    Cosa c’entra Zaccheo?
    Desta scalpore il rapporto tra il noto malavitoso, reo confesso di malversazione e corruzione, e il “puro” predicatore.
    Tutte le accuse a “Cristo”
    Abuso della professione medica, pratiche edilizie illegali e comportamento antisindacale tra le accuse al discusso profeta. Esclusivo: le immagini della violenta rissa al Tempio.
    Da “L’Espresso”
    Quei pesci di troppo
    Retroscena. Come, con una operazione populista e mediatica, Gesù di Nazareth si è accreditato come un credibile concorrente nel futuro assetto della regione. Ma lui smentisce. Gli scribi: “Non è chiaro di quali fondi possa attingere, ma la sua disponibilità ha del miracoloso”
    Da “Il Corriere della Sera”
    A cosa mira Gesù?
    Malumori nel “cerchio magico” di Gesù di Nazaret. Le preferenze verso alcuni, lo scialo di profumi preziosi e pratiche lavorative illegali dividono i suoi stessi sostenitori. Nostra intervista esclusiva a Giuda Iscariota
    Da “Il Messaggero:
    Arrestato Gesù
    Operazione ieri notte della polizia del tempio. In manette il presunto profeta al termine di una cena, latitanti i suoi sostenitori. Non ancora formalizzate le accuse, oggi l’interrogatorio di garanzia
    “Non lo conosco”
    Nega ogni addebito e si dissocia Simone, esponente di punta del team del Nazareno – Ma testimonianze lo sconfessano: non poteva non sapere.
    Da “Repubblica”:
    “Il caso non ci riguarda”
    Guerra tra procure per il caso Gesù di Nazareth. I romani, Erode e il sinedrio si rimpallano lo scottante fascicolo. “Me ne lavo le mani” dice Pilato.
    Da “Il fatto Quotidiano”:
    Gesù non parla
    Si trincera nel silenzio il discusso predicatore. Gli amici lo hanno però già abbandonato
    Da “Repubblica”:
    Gesù: “Vedrete, risorgerò”
    Nel suo momento peggiore il nazareno si proclama innocente e tenta il rilancio. Ma i testimoni lo incastrano. Il punto.
    Ansa:
    Condannato il nazareno
    Ultima ora: Gesù detto il Cristo condannato dal Sinedrio. Si attende il ricorso in appello.
    Prima pagina « Berlicche


    I nemici dello Stato leggero non molleranno presto l’osso Formigoni
    Oscar Giannino
    Francamente, non sono stupito neanche un po’ della durezza degli attacchi riservati a Roberto Formigoni. Mi sarei anzi molto meravigliato del contrario. Sarebbe stata una singolare eccezione a una prassi che è diventata regola, nel trattamento mediatico delle vicende giudiziarie quando investono la politica. Di conseguenza, prevedo che la presa non verrà affatto mollata. Diventerà un tormentone, come lo furono per mesi le dieci domande di Repubblica a Berlusconi. E il presidente della Regione Lombardia deve saperlo e aspettarselo. È inutile immaginare che la tensione scenda.
    Ci sono almeno tre aspetti diversi, ormai, in gioco nella partita mediatico-giudiziaria lombarda. Il primo è l’obiettivo di minare il centrodestra in quanto tale, alla guida della maggiore e più ricca regione del Nord. Il secondo riguarda il modello amministrativo lombardo. Il terzo, riguarda Formigoni come politico, oggi e un domani.
    Sul primo aspetto, Formigoni credo abbia già capito di non potersi aspettare dal resto del centrodestra sostegni e solidarietà, se non di circostanza. La sua leadership alla testa della Lombardia è sempre stata un caso a sé rispetto alla storia berlusconiana di Forza Italia e Pdl, e rispetto alle intese e rotture con la Lega. Quest’ultima ha da anni atteso senza ipocrisie che finisse per una ragione o per l’altra l’era formigoniana, per candidarsi infine alla guida regionale come è avvenuto in Piemonte e Veneto. Se alle regionali del 2005 Formigoni avesse davvero incardinato a tutela del proprio governo una propria lista, oggi sarebbe il più forte leader di centrodestra con un consenso personale in tutto il Nord. Ma il governatore scelse di evitare tensioni col partito di Silvio. Io sono tra quelli che avrebbero preferito il contrario.
    Il secondo aspetto ha un’importanza ancora maggiore. Per le sinistre, il modello amministrativo lombardo è quanto di più indigeribile. Perché è l’esperienza più avanzata in Italia – e più riconosciuta e premiata per la sua eccellenza all’estero, da osservatori indipendenti – di sussidiarietà altero-statalista. Il peso della sanità privata certificata nell’offerta totale pubblica lombarda suona intollerabile per tutti coloro che pensano che sanità, scuola, università, formazione, trasporti e via proseguendo nell’intera lista di servizi offerti ai cittadini, tutto ciò debba essere “pubblico” in quanto “gestito da dipendenti pubblici”, e non semplicemente pubblicamente invigilato secondo standard che i privati devono rispettare per aggiudicarsi la gestione del servizio, in termini magari economicamente più efficienti di quelli garantiti dall’offerta concorrente condotta da pubblici dipendenti.
    Smontare questo modello accusandolo di favori ai privati dietro corruzione e tangenti, per gli statalisti di sinistra, di centro e di destra del nostro paese, è un’occasione ghiotta, quasi epocale. Serve a impedire che il disastro pubblico nazionale – che è dello Stato, dei partiti e degli interessi che vi restano tenacemente abbarbicati – possa mai sfociare in una soluzione su vasta scala del tutto analoga e addirittura ancor più avanzata di quella realizzata in Lombardia, la quale comunque è sempre stata frenata dal vincolo centralista, ostile al federalismo differenziato previsto dall’articolo 116 della Costituzione. Tutti coloro che si battono per questo modello – sussidiario e antistatalista nei princìpi, ma nella realtà coerente e anzi imposto dalla crisi dell’altissima spesa pubblica e pressione fiscale italiane – dovrebbero battersi a difesa dell’esperienza lombarda. Il che non significa affatto dire che tutto è stato fatto per il meglio, ma che lo Stato da solo è mille volte peggio di chi sa far meglio: come si vede nel più del paese.
    Quanto al terzo aspetto, esito a scrivere che cosa Formigoni possa o debba fare. Per come lo seguo da anni, sono certo che, a differenza di Berlusconi o di altri, non gli sfugge affatto l’effetto sprigionantesi da quanto sta avvenendo. In molti, dovunque, godono del fatto che s’indebolisca la sua possibilità di esercitare un ruolo influente nel futuro di un centrodestra senza Silvio. L’unica cosa che mi sembra certa è quel che discende dall’esperienza. Restare solo chiusi in difesa non evita quasi mai il peggio. Gli avversari non si placano finché pensano che la preda sia in trappola. Per Formigoni è peggio che per gli altri politici. Nel suo caso, i linguaggi che deciderà di usare devono non solo essere, ma innanzitutto apparire coerenti a fatti concreti a propria volta coerenti agli ideali e alla fede che professa. Formigoni lo sa mille volte meglio di me che i media e la sinistra non chiedono mai nulla di simile ai cattolici impegnati altrove, si tratti del Pd o del centro. Ma è proprio questo paradosso che bisogna trasformare da debolezza in forza.
    Giannino: I nemici dello Stato leggero non molleranno presto l

    I Santi cristiani così diversi dagli eroi pagani
    di Marco Fasol
    Chi è sinceramente convinto della diversità cristiana rispetto alle mitologie pagane è certamente rimasto sconcertato leggendo un articolo del Corriere della Sera in data 6 aprile. Il titolo dell’articolo, firmato da Lorenzo Cremonesi, è molto esplicito: “Cristiani e pagani, miti paralleli. San Giorgio è come Ercole e Ulisse somiglia a san Brandano“. L’articolo recensisce una recente pubblicazione della casa editrice Laterza, Corpi gloriosi. Eroi greci e santi cristiani, scritta a quattro mani da Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri e Giulio Guidorizzi.
    La tesi centrale del libro è la sostanziale continuità tra eroi ellenici e santi cristiani. Gli autori infatti scrivono che con il tramonto dei miti classici, i templi e le tombe degli eroi quali Ulisse ed Ercole furono sostituiti da nuovi eroi, dai santi, portatori di valori molto diversi, “ma nella sostanza poco cambia”, aggiungono subito. «Entrambe le figure (eroi pagani e santi cristiani) sono spesso accompagnate da una nuvola di pazzia, che ne garantisce coraggio fuori dalla norma, eroismo o santità, la cui natura straordinaria resta comunque impressa nella memoria collettiva.» La vita viene interpretata come una “lunga battaglia”, con avventure, scoperte dell’ignoto, viaggi fantastici. Tutti questi elementi esaltano l’eccezionalità dell’eroe pagano prima e del santo cristiano poi. Entrambe le figure forgiano l’identità delle rispettive culture e dei rispettivi popoli di provenienza.
    Allora ci chiediamo: le cose stanno veramente così? Il mito e la storia sono sempre gli stessi? L’identità culturale dei popoli cristiani non ha niente di diverso rispetto a quella delle mitologie omeriche o virgiliane?
    E’ proprio qui che si scopre l’inaccettabilità della tesi di fondo del libro. Possiamo concedere agli autori che vi sia un parallelo tra eroi pagani e santi cristiani in quanto entrambe le figure sono i modelli di riferimento, gli ideali morali delle rispettive società. Possiamo anche concedere che per alcuni santi cristiani dei primi secoli, nelle narrazioni popolari, si mescolino insieme elementi storici e fantasie leggendarie. Ad esempio è verosimile che alcuni racconti degli Atti dei martiri dei primi secoli non siano sempre fedeli al contesto storico. Per la stessa figura, più recente, di San Francesco d’Assisi, non è sempre facile discernere gli elementi storici dalle aggiunte leggendarie di alcuni biografi successivi.
    Ma quello che agli autori del saggio sembra sfuggire è che i valori morali che i santi cristiani incarnano sono radicalmente diversi da quelli degli eroi pagani. E non solo i valori morali, ma anche la concretezza storica è ben diversa.
    Partiamo dai valori morali. L’antichità pagana esalta l’eroe forte, vittorioso, capace di uccidere i nemici, di arrivare per primo. Il principio fondante la cultura pagana è la legge del più forte. Il più forte ha ragione. Le avventure di Ercole, di Achille, dei leggendari eroi romani, sono accomunate da questa esaltazione dell’eroe vittorioso. L’icona gloriosa del gladiatore è il modello spettacolare di questa visione della vita. Ogni città dell’impero romano aveva i suoi anfiteatri, capaci di ospitare anche venti o trentamila spettatori, per celebrare con gli spettacoli dei gladiatori la grandezza dell’impero. Si può dire che questi spettacoli costituivano la concretezza storica degli eroi mitici, fondatori della civiltà greco-romana.
    Il discorso cambia radicalmente con il diffondersi del Cristianesimo. Il principio fondante della cultura cristiana è esattamente l’opposto di quello pagano. E’ la legge per cui il più forte si china verso il più debole per innalzarlo al proprio livello, perché siamo tutti figli di Dio, abbiamo tutti la stessa dignità. E soprattutto perché Dio stesso ci ha insegnato a vivere così. Lui, Dio, è disceso in terra per aiutare il più debole, il peccatore, per innalzarlo ad una vita divina, vissuta nella giustizia, nell’amore, nel servizio del prossimo. Non vedo proprio come si possa parlare di continuità tra eroe pagano e santo cristiano. Sarebbe come parlare di continuità tra la legge del più forte e la legge dell’amore e del perdono. Sarebbe come dire che la violenza e l’eroismo guerriero di un Achille o di un Ercole sono simili all’umiltà ed al servizio altruistico di un Sant’Ambrogio o di un Sant’Agostino. Non riesco proprio a capire come storici di tutto rispetto come gli autori del libro sopra citato abbiano potuto prendere un abbaglio così fuorviante.
    E poi, altro abbaglio sorprendente, non riesco proprio a capire come si possa confondere il mito con la storia. Quando gli autori pagani parlavano di Ercole, di Achille, di Enea, di Ulisse, di Dioniso… sapevano benissimo di raccontare “miti” , ovvero descrizioni affabulatrici e leggendarie che avevano spesso un valore eziologico. Intendevano cioè proporre una spiegazione causale (“eziologica”), di origine divina o soprannaturale, all’origine di Roma o di Atene ecc. Volevano rivestire di un’alone divino quello che divino non era.
    Completamente diverso è il contesto del santo cristiano. Qui abbiamo i piedi per terra! In base al principio dell’incarnazione, per cui Dio stesso ha preso carne in Gesù di Nazareth, d’ora in poi l’eroe cristiano dovrà essere incarnato nella storia, nel concreto quotidiano. Come i vangeli erano iniziati con precise indicazioni storiche ed erano proseguiti con dettagliati riferimenti a personaggi storici come Ponzio Pilato, Erode, Caifa, Anna, Farisei, Sadducei ecc. Così i santi cristiani si collocano sempre in precisi contesti storici e sono riusciti nell’arco di circa tre secoli a capovolgere i valori fondanti della civiltà.
    Allora, in conclusione, dobbiamo stare bene attenti a non equivocare tra mitologia pagana e storia cristiana. Sarebbe come dire che un pezzo di vetro ed un diamante sono simili, perché luccicano entrambi!
    I Santi cristiani così diversi dagli eroi pagani | UCCR


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    17 RAGAZZE
    Il film 17 ragazze, che parla del mondo degli adolescenti, in Italia per poco non è stato vietato ai minori di 14 anni, cioè proprio a quelli cui si indirizza. Il film è scritto e diretto dalle sorelle Muriel e Delphine Coulin e si ispira a fatti realmente accaduti. La storia tratta di diciassette liceali che decidono tutte insieme di rimanere incinte, per protesta contro la loro profonda solitudine dovuta all’assenza dei genitori. La commissione censura italiana aveva motivato ufficialmente la sua precedente decisione (prima del ricorso) con gli spinelli che compaiono in una scena. Ma la redazione culturale de «Il Giornale» (10 marzo 2012) rivela che «secondo fonti ben informate», il vero motivo è un altro: «il timore dell’emulazione e l’istigazione alla gravidanza». In effetti, la “trasgressione” delle 17 ragazze del film è davvero enorme: l’unica cosa che può fare una ragazzina bombardata da educazioni sessuali, preservativi e pillole gratis, aborti anonimi e mutuati, è restare incinta a bella posta. E tenersi il pargolo. Alla faccia degli adulti.
    Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea

    La rinascita dell’omosessuale Ruben Garcia
    Antonio Tedesco
    La storia di Ruben Garcia, omosessuale che è riuscito a liberarsi dalla dipendenza del sesso -come racconta-, che ha scelto una vita piena, nella castità, partendo dalle ferite infantili, arrivando alla transessualità e all’omosessualità, passando per la prostituzione e poi fino alla conversione, scatenerà certamente le ire di chi coglie sempre occasione per ricordarci che la vita da omosessuale è sempre la più dolce.
    Dice di aver sofferto molto a causa della sua omosessualità, ma ora è un altro uomo: «dietro una persona con inclinazioni omosessuali», afferma, «si nasconde spesso una storia di profondo dolore, una biografia di ferite emotive che a poco a poco portano a rifugiarsi nelle persone dello stesso sesso». Secondo Garcia, che guarda la sua esperienza e la sua storia, «l’omosessualità non è genetica, ma è un disturbo che nasce da una deprivazione emotiva durante l’infanzia o giovinezza, e da altri fattori comportamentali».
    Racconta la sua storia, parla di quando a causa della mancanza di affetto dal patrigno ha cominciato a cercare l’affetto che mancava negli altri uomini, arrivando fino al sesso, poi alla prostituzione e alla transessualità. E’ un processo graduale, dice, causato da un’insoddisfazione permanente che si cerca di placare. Ma eri felice? «Allora avrei risposto di sì, perché nell’ambiente gay è vietato dire il contrario», ma la verità è che si sentiva solo, con un vuoto enorme. «La Chiesa cattolica», dice, non lo ha mai discriminato ma anzi, «apre le sue porte a tutte le persone senza eccezione». Dopo la conversione è riuscito a liberarsi dalla dipendenza dell’istinto sessuale. «E’ un falso luogo comune», dice, «affermare che la promiscuità sessuale ti rende libero e la castità ti rende represso. E ‘esattamente l’opposto».
    La rinascita dell’omosessuale Ruben Garcia | UCCR

    Dio è ancora al primo posto, se ne accorge anche il New Scientist
    di Stefano Grossi Gondi
    La rivista britannica The New Scientist ha dedicato un numero speciale al tema di Dio arrivando alla conclusione che "nel nostro mondo illuminato, Dio è ancora dappertutto.... perché, piaccia o no, il credo religioso è radicato nella natura umana”.
    In uno dei contributi, Ara Norenzayan, psicologo sociale alla University of British Columbia, afferma che "la religione è la chiave della civilizzazione, ciò che ha tenuto insieme le società” e lo è stata per la maggior parte della storia umana.
    Lo psicologo Justin L. Barrett confuta la teoria che credere in Dio sia equivalente a credere a Babbo Natale o alla fatina dei denti: «l’analogia comincia a indebolirsi quando ci rendiamo conto che molti adulti arrivano a credere in Dio in età adulta, dopo aver ripensato alle loro credenze infantili. La gente non inizia, o riprende a credere in Babbo Natale in età adulta».
    Altri segnali di riscoperta della fede dal mondo anglofono
    Il Wall Street Journal ha recentemente registrato l'aumento delle vocazioni sacerdotali negli States. I 467 sacerdoti ordinati lo scorso anno provenivano non soltanto dalle tradizionali roccaforti cattoliche, come Newark e Philadelphia ma anche da città come Washington e Chicago. Il seminario di Boston, che nel 2003 era a rischio di chiusura, ha dovuto allontanare alcuni aspiranti per mancanza di spazio. Un nuovo seminario verrà costruito presso Charlotte (North Carolina) mentre quello di Washington verrà ampliato.
    Il quotidiano fa osservare che i nuovi sacerdoti provengono soprattutto da diocesi rette da vescovi molto ferventi nella fede e nell'impegno apostolico. D'altra parte, la popolazione cattolica è arrivata a quota 77,8 milioni (nel 1980 erano 50 milioni) e i sacerdoti non sono mai abbastanza. Ancora più interessante notare come la vecchia generazione di cosiddetti progressisti, critici su alcuni aspetti della dottrina, è stata sostituita da giovani uomini e donne che sono attratti dagli insegnamenti senza tempo della Chiesa.
    E' interessante in questa linea prendere in considerazione uno studio condotto dalla Georgetown University che ha mostrato come le vocazioni religiose maschili e femminili sono più giovani e più istruite di quelle del passato. Nel 2011 la maggior parte dichiara di aver pensato alla vocazione per la prima volta tra i 17 e i 19 anni. Quasi il 60% ha conseguito almeno un diploma di laurea.
    La fede che ha fatto progredire la scienza
    Sul tema della scienza in rapporto alla fede un interessante articolo di Peter Harrison, dell'Università di Queensland e membro dell'Australian Academy of the Humanities, sulla rivista ABC ha fatto notare come non è affatto vero che la scienza sia opposta alla fede: «Una alleanza tra scienza e ateismo è qualcosa che i fondatori della scienza moderna avrebbero trovato sconcertante. È noto da tempo che le figure chiave nella rivoluzione scientifica del XVII secolo avevano sincere convinzioni religiose. La credenza teistica era parte integrante delle loro indagini scientifiche e ha fornito un fondamento metafisico fondamentale per la scienza moderna. Le tracce delle convinzioni teologiche di questi pionieri della scienza moderna possono ancora essere trovate nel comune presupposto che ci sono leggi di natura che possono essere scoperte dalla scienza».
    http://documentazione.info/sites/def...cientist_0.jpg

    Formigoni non è Maria Goretti, ma...
    Gabriele Mangiarotti
    Certo, Formigoni non è Maria Goretti, ma per i nemici dell’esperienza cristiana fa poca differenza, quando si tratta di «abbattere il nemico».
    Sembra che questi giorni siano segnati da una volontà truce di farla finita con una presenza che ha posto nel mondo la figura incidente di Gesù Cristo. Da quando è nata, CL ha presentato il fatto cristiano come punto di riferimento per la vita di tutti. Si è opposta al tentativo subdolo di cancellare dalla storia la fede e la Chiesa, presenze che nel tempo hanno suscitato odi feroci, ma anche entusiasti segni di gratitudine.
    Se c’è un aspetto che ha sempre colpito nella mentalità del potere, diffusa dai vari mass-media, è stato l’odio costante e la diffamazione continua a cui questa esperienza negli anni è stata sottoposta. Odio, diffamazione, ostilità, accuse, violenza: il tutto confluito in una colossale e costante menzogna. Conservo dagli anni ‘70 un dollaro, nel mio portafoglio, a ricordo delle assurde accuse di essere stati, ad esempio, finanziati dalla CIA; accuse che hanno dato il via a tutta una serie di violenze che si sono riversate sui ciellini, sulle loro iniziative; che hanno colpito le loro sedi… accuse che hanno infangato e umiliato la luminosa figura di don Giussani, la sua forza educativa a una fede capace di entusiasmare i giovani.
    Un amico carissimo ha scritto: «In questi giorni un’amica della sinistra estrema mi ha chiesto: “E tu sei con quelli pro Formigoni o con quelli contro? Perché so che CL è spaccata…”
    Questo è il desiderio del potere: spaccarci; erano già meravigliati che il movimento non fosse saltato in aria dopo la morte del Giuss, aspettavano il Meeting del 2005 per vedere le defezioni, le crisi, le fazioni, le lotte di potere… In questi momenti di duro attacco siamo richiamati a “ripartire da Uno”. Ricordo nel 1968 in Cattolica: i pochi rimasti fedeli al Giuss dopo la defezione dei capi (i capi! Con un documento pubblico che dichiarava che la nostra analisi politica era insufficiente) ci stavano in un’auletta da dodici posti. Ma la fedeltà di pochi ha generato la rinascita del movimento.
    Non prestiamoci al gioco del potere. Continuiamo ad usare la nostra intelligenza per capire tutti i risvolti e tutto lo spazio che abbiamo per una testimonianza rinnovata. Ma non aggiungiamo ferite a ferite. E preghiamo Colui che ha già vinto. Un abbraccio a tutti voi fratelli di cammino.»
    Ritengo che siamo in un momento in cui l’odio all’esperienza di CL spera di dare un colpo definitivo alla nostra presenza. In questi giorni sembra che si sia all’attacco finale, che diventa odio per la Chiesa intera. Basti pensare alle quotidiane bordate indirizzate al Pontefice, alle continue notizie sui casi di pedofilia, agli scritti – che si vorrebbero autorevoli – sulla crisi di questo papato…
    Mi pare che i moralizzatori che in questi giorni pontificano su tutti i mezzi di comunicazione non abbiano molto interesse ad una autentica moralità: basta guardare a come parlano dell’aborto, delle tematiche bioetiche, della questione della omosessualità; a come assistono, indifferenti, al disfarsi delle famiglie e all’idea stessa di “famiglia”… per capire che del bene dell’uomo e della sua dignità non gliene importa niente, anzi.
    In questa situazione tragica per l’uomo e per la società, bisogna riprendere una capacità di presenza e di testimonianza che facciano rinascere nei cuori l’esperienza della fede. E non saranno le stoccate o le prediche di Repubblica a sostenerci in questa impresa! (Basta leggere le str…ate di Gad Lerner & C. pubblicate in questi giorni per rendersene conto).

    Di errori e altri fatti della vita
    Pubblicato da Berlicche
    Se cercate su questo blog un segno di appartenenza ciellina del sottoscritto lo troverete con parecchia fatica. Certo, un paio di link possono essere rivelatori, ma vi sfido a trovare qualcosa di più conclamato. Di post, forse una decina su millesettecento.
    Eppure molti commentatori danno per scontato che io ciellino sia. Anzi, lo sanno per certo. Da cosa giunge loro questa convinzione? Probabilmente dal metodo, dal modo in cui mi pongo. Provate, o lettori, a dire la vostra.
    Sì, sono ciellino, Da quasi trent’anni, ormai. E sapete perché sul mio blog raramente cito CL? Per due motivi.
    Primo, perché non voglio che i pregiudizi verso CL impediscano a chi capita di leggermi.
    Secondo, perché non voglio che i giudizi su di me influenzino il giudizio su CL.
    La responsabilità di quello che scrivo è mia. Se scrivo cazzate, non è colpa di CL: è mia. Se sono irritante, iroso, se manco di carità o di ragionevolezza sono io quello da riprendere. La libertà è data a me come a voi, e io come voi la uso. A volte male.
    Io non ho problemi a dire che sono di CL, fintanto che non pretendete di identificare CL con me, nel bene e nel male. Con me, o Formigoni, o qualcuno dei mille altri ciellini che conosco. Ne conosco, quasi sicuramente, molti più di voi. E so che in mezzo ad essi ci sono arroganti, oziosi, squilibrati, vanesi, egoisti e così andando fino a riempire ogni categoria di difetti umana. Proprio come in una famiglia ci sono fratelli di tutti i tipi. Ci possono essere anche falsi e traditori. Lo stesso Cristo non è famoso per la qualità di tutti i suoi apostoli.
    Però è tutta gente in cammino. Che mira ad essere migliore. Che è in Cl perché “ci sono parole che spiegano la vita”. Il che è un poco di più di quanto possano dire tutti gli altri.
    Fossimo perfetti, non avremmo bisogno di CL.
    Alcuni commentatori hanno etichettato la lettera di Carron a Repubblica come una sorta di “scelta religiosa” del movimento, simile alla scelta disgraziata che fece nel sessantotto e dintorni l’Azione Cattolica. Niente di più lontano dal vero. Leggetela bene.
    Non dice di andare a nascondere il proprio volto in sagrestia. Proprio il contrario: dice di testimoniare fino in fondo la Grazia che ci è stata data e che noi, fragili, non siamo riusciti a mostrare appieno. Fino in fondo, e quindi anche al lavoro, in famiglia, nel sociale, in economia, in politica.
    Io sono un tipo combattivo, e mai vorrei chiedere scusa. Alle volte dovrei proprio. Io ho bisogno di purificazione, e di questo (come di poco altro) sono assolutamente certo.
    La coscienza dei miei errori, però, non mi trattiene un minuto dal continuare a battermi, o dallo stare diritto quando mi accusano falsamente.
    Mi ricordo bene trent’anni fa, sul giornale che mio padre leggeva ogni giorno c’erano non meno di due, tre articoli feroci contro CL, in ogni ambito, colmi di menzogna. Ogni giorno.
    E quindi non lamentiamoci, amici e fratelli. Un pò di persecuzione (un pò più di persecuzione) ci farà bene. Cadranno rami morti. Mi dispiace per loro. Magari ci faranno anche male, magari si distruggerà quello che abbiamo costruito in tanti anni, tutto o in parte.
    Anche questo ci farà bene, alla fine, perché ci ricorderà che non siamo noi che costruiamo. Se il Signore non costruisce la città, invano mettiamo pietra su pietra.
    Qui, come allora, non siamo in presenza di gente che gioca pulito. Questo non è (non è mai stato) il momento dell’orgoglio, perché ci colpiscono e ci colpiranno con menzogne a cui possiamo solo opporre la verità. Ma se opponiamo la verità dobbiamo anche togliere da noi ogni menzogna, ogni faciloneria, altarino, rabbia. Perché se no sarà per quello che cadremo.
    La nostra faccia però deve indicare altro. Se la nostra faccia non indica il Risorto, ed è solo la nostra faccia, allora vale quello che vale. La mia è piuttosto brutta.
    Forse sto cominciando solo ora a capire quello che ci è indicato. Dobbiamo prendere, o riprendere, coscienza di chi siamo, e poi potremo rivoltare il mondo, e poi saremo inattaccabili, anche dovessero scrivere di noi ogni monezza, buttarci in prigione o altro. Anzi, tantopiù saremo di Cristo tanto più ci arriveranno botte.
    Possono ammazzarci, ma non possono farci fuori. Non possono fare fuori ciò che testimoniamo. Però solo se sappiamo chi siamo.
    Di errori e altri fatti della vita « Berlicche

    Sciacallaggio ... mediatico
    Gabriele Mangiarotti
    Avevo appena finito di scrivere l’editoriale sulla vicenda Formigoni e sulla lettera di Carròn, quando mi sono imbattuto nel commento di Franco Monaco su Repubblica. Mi ha disgustato. Non sono riuscito a togliermi dalla mente le immagini dei topi di fogna, e degli sciacalli che si avventano sulle prede. E mi spiego. Ho vissuto abbastanza per vedere dal ’68 in poi il tentativo di mettere fuori combattimento la presenza cristiana nella società, con parole come «diaspora» e simili, che sembrava tranquillizzassero la coscienza, e così ci si tirava fuori «dignitosamente» dalla mischia, lasciando tutto lo spazio possibile al potere che allora sembrava vincente, e alla sua ideologia.
    Ho visto con i miei occhi sputare in faccia ai cattolici di CL; ho assistito ai pestaggi, a tutti i tentativi possibili per impedir loro di esprimere un giudizio sulla realtà e di vivere una presenza cristiana. Ho visto le loro sedi bruciate e il silenzio di tanti «benpensanti», anche cattolici.
    Ho visto cosa significa scappare perché inseguito dalle catene di chi non voleva lasciarti esprimere pubblicamente. Ho sofferto per il silenzio che spesso è diventato connivenza col male.
    E poi ho visto, finita la buriana, venire allo scoperto i «saggi» che prima erano latitanti. Con la loro retorica, ad acque chetate, allora si facevano belli esprimendo quale fosse la posizione «cattolica» nel mondo. Sono quelli che volevano insegnare al Papa e alla Chiesa cosa significa essere cristiani; che hanno sottoscritto documenti di sedicenti «teologi» e, in questo modo, hanno preso le distanze dal magistero. Sono gli stessi che, ben pagati, hanno iniziato a pontificare dalle pagine dei quotidiani alla moda e da allora non hanno più smesso.
    E ora che viene attaccato il loro avversario - di cui una di loro aveva detto pressappoco così, e cioè che «il suo Cristo non era lo stesso Cristo di Formigoni» - ecco che i «saggi» tirano fuori tutto il loro livore e la loro saccenteria. Se da un lato mi è chiaro il detto di Gesù: «Chi è senza peccato scagli per primo la pietra», dall’altro è ancora più evidente che ciò che davvero è in gioco oggi nel mondo è la verità e la dignità dell’uomo.
    Mi hanno raccontato che in un ospedale sembra che l’eutanasia, mascherata da «rifiuto dell’accanimento terapeutico» è già diventata prassi; l’idea della famiglia cosiddetta «tradizionale» si sta sgretolando; nei rapporti spesso la dinamica è la violenza; l’odio anticristiano fa strage nel mondo; l’aborto miete vittime innocenti, ma è considerato come espressione di libertà; la corruzione morale dei giovani dilaga; la droga continua a mietere vittime; la pedofilia intacca non solo i preti – come si continua ad insinuare - ma ampi strati della società; l’omosessualità aspira a essere regola accettata di vita…
    Dobbiamo masochisticamente gioire per l’emarginazione della presenza cristiana dalla vita sociale?
    Credo fermamente che sia necessario riprendere con forza la presenza cristiana nel mondo, creare opere, iniziative, gesti… «sporcarsi le mani», rilanciare la Dottrina Sociale Cristiana che tutti questi soloni e saputelli hanno da sempre messo in soffitta, sterilizzandola e abbracciando posizioni quanto meno equivoche, scegliendo come maestri i vari Bianchi e Mancuso e mettendo in discussione gli insegnamenti dei Papi.
    «La bellezza salverà il mondo». La bellezza è la fede operosa e coraggiosa, la testimonianza dei tanti che, nel movimento di CL e fuori, sanno, con la loro vita, rendere ragione della speranza che il Signore ha portato sulla terra.


    In un libro le "intercettazioni" dei soldati tedeschi
    Ferdinando Camon
    Vale più di tante indagini storiche, il libro che contiene le intercettazioni di soldati tedeschi prigionieri nei campi inglesi e americani. Non sanno di essere intercettati, perciò dicono la verità: cos’han fatto agli ebrei e ai partigiani, cosa provavano, con quali tecniche agivano, perché.
    La tecnica che adoperavano, prendendo possesso di un territorio appena conquistato, in Italia, era questa: «Facciamone fuori una ventina, così stanno buoni e non si mettono strane idee in testa». È la contro-educazione, cioè la formazione impartita dall’esercito o dal partito, che in questo caso eran la stessa cosa. Faceva tabula rasa dei valori cristiani o umani propri delle civiltà occidentali, e della civiltà tedesca, prima che fosse reimpiantata sui valori del nazionalsocialismo. Nei campi di prigionia questi soldati s’incontrano e si parlano, s’interrogano e si rispondono. Agli effetti di farci conoscere la verità, è molto meglio che se venissero interrogati e rispondessero agli ufficiali vincitori, perché i vincitori sono "il nemico", e al nemico si deve mentire. Tra loro, sono fratelli. Tra i temi su cui s’interrogano ci sono lo Sterminio, le rappresaglie, le stragi, le vendette sui partigiani e sulle donne, e i grandi crimini eseguiti con divertimento. Il primo a presentare questo libro («Soldaten», esce oggi da Garzanti) in Italia è Giorgio Boatti, che ha appena pubblicato da Laterza un viaggio tra una ventina di monasteri italiani, quasi tutti benedettini, col titolo «Sulle strade del silenzio».
    Capisco perché un autore che esce dal misticismo orante e silente dei monasteri giri l’occhio inorridito sulle crudeltà della storia: perché nella crudeltà sente il completo tradimento della morale che in quel silenzio palpitava. Nelle confidenze di questi soldati sta il risultato ineluttabile dell’educazione della gioventù hitleriana, come l’ha raccontata Erika Mann, figlia di Thomas, nella sua testimonianza «La scuola dei barbari – L’educazione della gioventù nel Terzo Reich», tradotto in italiano da Giuntina. Fin dalla scuola media i ragazzi venivano educati alla crudeltà, dovevano portare alla maestra prove della loro capacità di infliggere il dolore a esseri viventi, che per la loro età erano animali. Un ragazzo portò a scuola gli occhi del proprio gatto. Nel suo incontro con Mussolini, al Brennero, il Führer gli portò in regalo le opere di Nietzsche rilegate in pelle. Per dirgli: «La mia giustificazione è qui». È vero, è lì. Il libro che lanciò l’avvento del Superuomo, che ha sui sottouomini ogni diritto, è «Così parlò Zarathustra».
    Comincia così: «Tre metamorfosi dello Spirito io vi narro, com’esso divenne cammello, e di cammello leone, e di leone fanciullo». Lo Spirito-cammello è lo Spirito della sopportazione, del perdono, dell’amore: il Cristianesimo, al quale Nietzsche dichiara la propria ostilità. Lo Spirito-leone è lo Spirito della ribellione, del dominio, della vendetta. Lo Spirito-fanciullo è lo Spirito che ha concluso le sue imprese distruttive e spietate, e ora si gode il trionfo: nessun rimorso, egli è ormai, come dice il titolo di un’altra opera dello stesso autore, «al di là del bene e del male». So bene che c’è chi intende Nietzsche in altro modo, ma a intenderlo così è anche colui che ne regalava le opere al Duce: dunque mi trovo in compagnia, ancorché non buona. Eccoli qui, i soldati «al di là del bene e del male»: «Pietà per i civili? Non siamo mica donne», «La caccia agli ebrei e ai partigiani? Divertente, il mio reparto si offriva volontario». Superuomini, il passo finale della Storia? O regressione alla preistoria, quando gli uomini non erano ancora umani?
    La regressione del Superuomo alla bestialità non umana | Commenti | www.avvenire.it

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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    HITLER E NAPOLEONE SONO I “PADRI NOBILI” DELL’EUROPA
    GUGLIELMO PAONCELLIERI
    Da qualche lustro a questa parte, un fantasma s’aggira per l’Italia. Sono i “parametri europei”. I politici di ogni colore e schieramento non fanno altro che ammonirci che ne siamo troppo lontani. Perfino il mio panettiere mi ha detto che bisogna assolutamente “adeguarsi” a Maastricht. Con la crisi, il dato del debito pubblico italiano è ancor peggio di quando Prodi, obbligandoci a pagare una tassa, ci portò nella moneta unica.
    Gli opposti schieramenti politici, addirittura, quando si parla di Europa paiono commuoversi. Una amorevole lacrimuccia cola sulle guance e l’ascia di guerra viene momentaneamente seppellita. L’unico pomo della discordia è a chi appartenga il merito di averci fatti “entrare” in Europa. Sarò fesso, ma io credevo che in Europa ci fossimo da quando il mondo fu creato. E poi i nostri popoli sono figli dell’Europa e della tradizione europea. Ognuno di noi porta in sé un briciolo d’Europa – non si sa quanto a norma di legge.
    Effettivamente, la cosa suona un po’ ridicola. Far entrare la Liguria o la Lombardia in Europa sembra come avere la pretesa di far entrare la California in America. C’è già, punto e a capo. Per lo meno se per Europa si intende una comunanza storica e culturale che affonda le proprie radici nella notte dei secoli. La tradizione europea è un dorato sentiero di libertà. Il suo cuore più profondo giace nella decentralizzazione e nella coesistenza di infiniti sistemi di governo diversi. L’Europa vera era il Sacro Romano Impero, prima, e l’Impero cattolico asburgico, dopo. E le franchigie e le libertà comunali, che hanno reso Genova grande tra i grandi.
    Un grandissimo storico del nostro secolo, Wilhelm Roepke, ha affermato: “l’unico modo di essere fedeli all’Europa è conservare il suo spirito e la sua tradizione… la decentralizzazione è l’essenza dello spirito europeo. Tentare di darle un’organizzazione centralistica, piegare il continente a una burocrazia legata alla pianificazione economica, saldarla in un unico blocco non sarebbe nulla di meno che un tradimento dell’Europa e del patrimonio europeo (…). Il rispetto per le differenze e le particolarità, per le diversità e per le piccole unità di vita e civiltà… questi sono i principi generali il cui rispetto meticoloso ci identifica come veri Europei che prendono sul serio il significato dell’Europa”.
    Solo in questo senso è giusta e auspicabile l’Europa. Ma quella che oggi ci viene contrabbandata come necessità storica è esattamente il tradimento dello spirito europeo auspicato da Roepke. L’Unione Europea è un organismo onnivoro che tenta di regolamentare, uniformare, standardizzare tutto e tutti. Perché così è più facile controllare. E allora giù a decidere quando i fagioli smettono di essere fagioli, via a insegnare che le banane troppo gobbe non vanno bene. Sotto a chi tocca, a riscrivere la ricetta della pizza e del cioccolato. Avanti col divieto del formaggio coi grilli e del culatello. Venghino, siore e siori, il pesto da oggi si cambia: meno aglio e via il basilico.
    Solo un folle può desiderare tutto ciò. Come lo auspicarono due pazzi che finirono per fare i tiranni: Napoleone e Adolf Hitler, veri e propri padri nobili dell’unificazione continentale. L’Europa vera e profonda sono i genovesi, i veneziani, che, protetti dalla Croce di San Giorgio o dal leone di San Marco, esportavano senza colpo ferire le autonomie dei nostri paesi e dei nostri quartieri.
    L’Europa della libertà e delle piccole patrie è nei fasti medioevali e rinascimentali di Genova e di questa regione malmenata dallo statalismo, ed è ugualmente negli insediamenti più remoti e ricchi di storia. L’Europa è nelle grotte di Toirano e nelle pietre del castello di Santo Stefano d’Aveto, nei muri trasudanti secoli del Bracco e nelle assi dei gozzi che riposano sui nostri arenili.
    Un altro grandissimo intellettuale: “Concludo che se io dovessi o volessi e potessi votare pro o contro l’Europa unita, io, che pure ho più di un diritto di chiamarmi “europeo”, voterei contro un’Europa fatta così artificialmente e superficialmente come è stata concepita da coloro che l’hanno ideata con la testa riempita di nuvolosi teorici”. Lo scriveva, alla fine degli anni ’70, Giuseppe Prezzolini, domandansi alla sua maniera, sempre problematica, se “l’Europa unita sarà un paradiso o un inferno”. Intanto, in Italia dovrebbe sapere che il voto sull’entrata nell’Unione non è mai stato praticato. Non è un caso che Prezzolini amasse la Svizzera, e prima ancora l’America.
    Essendo questa Europa sempre più impopolare tra la gente comune, si sono inventati una lista di “diritti” per ridare smalto ai loro progetti, sapendo di poter contare sulla stampa e sui media internazionali completamente asserviti alle logiche di potere. Tutti proni di quei signori che sono i maggiori esponenti delle socialdemocrazie europee che, ormai consci delle loro politiche fallimentari, stanno garantendo a se stessi e ai loro portaborse un posto di lavoro ben remunerato nei palazzi della burocrazia europea. L’intento dei signori di Nizza e Lisbona quindi è chiaro: pubblicizzare e legittimare una operazione politica in chiave buonista per mascherare il suo reale potenziale.
    Chi si batte contro il centralismo soffocante dello stato italiano che, da una parte, limita la nostra libertà personale attraverso una invadente produzione normativa, dall’altra, ci priva del frutto del nostro lavoro espropriando più della metà delle nostro reddito con lo strumento della tassazione, non può rimanere in silenzio di fronte l’avvento di un superstato, brutta copia dei vecchi stati nazionali ma con una capacità predatoria molto più invasiva e opprimente; chi non sopporta più il loro insopportabile peso non può che aborrire di fronte a questa nuova finzione in virtù della quale i soliti parassiti (partiti, sindacati, burocrati) cercheranno di vivere sulle spalle dei produttori.
    L’Europa deve insomma cercare un’altra strada: più fedele alle proprie tradizioni e maggiormente rispettosa della pluralità delle sue voci ed identità. Come ha scritto l’inglese Chris Tame “se esiste qualcosa che differenzia la civiltà europea dalle altre civiltà, storiche o contemporanee, è proprio l’ideale (anche se non la pratica) della libertà e della diversità”.
    All’Europa omologante nata dai Prodi di mezza Europa diciamo un secco no.


    In Slovenia e in Alaska due vittorie della famiglia naturale
    Michele Silvi
    Un recente referendum ha evitato che in Slovenia si adottasse il nuovo “Codice della famiglia”, che avrebbe previsto, tra l’altro, il riconoscimento di diritti alle coppie omosessuali, tra i quali quello all’adozione. Il referendum è stato proposto con una raccolta di firme organizzata da organizzazioni e associazioni laiche e sostenuta anche dai leader religiosi. Tutti hanno sottolineato «l’obbligo di proteggere i valori del matrimonio e della famiglia come una comunità di marito, moglie e figli». In un’intervista cardinale sloveno Franc Rodé, prefetto emerito della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha affermato: «Questo nuovo Codice, infatti, non riconosceva l’importanza, per il bambino, di avere un padre ed una madre». Anche per questi motivi, il 55% degli elettori slavi si sono opposti al codice in questione.
    Anche i cittadini di Anchorage, in Alaska, hanno bocciato un referendum proposto da alcune associazioni per i diritti degli omosessuali che volevano inserire gli “orientamenti sessuali” e “l’identità transgender” nella lista dei diritti protetti dal codice cittadino. Contro la “Proposition 5” hanno votato quasi il 60% degli elettori. La “Proposition 5”, inoltre, rischiava di costringere istituzioni confessionali ad offrire servizi contrari al loro credo.
    In Slovenia e in Alaska due vittorie della famiglia naturale | UCCR


    Repubblica tende trappole a CL, ma resta scornata
    Antonio Socci
    Ieri “Il Fatto” ha involontariamente soccorso don Julian Carron e CL. Pubblicando documenti clamorosi, filtrati dal Vaticano, che capovolgono l’interpretazione fasulla che era stata data dell’articolo scritto per Repubblica dall’attuale responsabile di Comunione e liberazione.
    Quello di Carron – a leggere “Repubblica” – sembrava quasi un clamoroso mea culpa, un inginocchiarsi di fronte agli avversari di sempre, seguito da quella sorta di “scelta religiosa”, fuori dal mondo, dall’incarnazione, e quindi anche dall’impegno politico, che don Giussani aveva avversato fin dagli anni Settanta.
    Soprattutto Repubblica aveva presentato l’articolo come una “scomunica” a Formigoni (reo di aver governato bene, ma facendo vacanze in mari esotici) e una rottura con il passato di impegno dei ciellini.
    Certi avversari di CL hanno cantato vittoria come se Carron avesse condannato il movimento identificandolo “con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita” non cristiani. Sentenza che – va detto – nessun giornale ha mai emesso su CL, perché tutti sanno che è falsa (posso dire per esperienza che il popolo ciellino è meraviglioso).
    Era dunque impossibile che fosse lo stesso leader di CL ad avallare insinuazioni così offensive e generiche. Tanto è vero che – come dicevo – “Il Fatto” ieri ha pubblicato due documenti inediti filtrati dalle mura vaticane che dissolvono il colossale equivoco.
    Il primo documento è una nota del Segretario di stato cardinal Bertone del 9 dicembre 2011 con la quale informa il segretario del papa che il Santo Padre ha deciso di accogliere l’invito del Meeting di Rimini e di recarvisi in visita il prossimo agosto in occasione del trentennale del riconoscimento pontificio della Fraternità di CL e della visita del suo predecessore, papa Wojtyla, allo stesso Meeting.
    Che il papa abbia deciso ai primi di dicembre del 2011 significa che nessuno potrà adesso leggere l’eventuale visita dell’estate 2012 come un avallo alla presunta “purificazione” di CL sbandierata da Repubblica. E significa soprattutto che il Pontefice a dicembre del 2011 stimava la Fraternità di CL come la stimava trent’anni fa o nel 2005, quando è morto don Giussani.
    Il secondo documento inedito pubblicato dal “Fatto” è la lettera del marzo 2011 che fu mandata da don Carron al Nunzio apostolico in Italia a proposito della successione episcopale a Tettamanzi, nella diocesi di Milano.
    La lettera non è un’iniziativa di Carron: è la Santa Sede che, secondo la consuetudine, ha consultato per quella nomina diversi soggetti ecclesiali, compresi i movimenti, che dovevano dire la loro “in tutta franchezza e confidenza”. Dunque quella di Carron era la risposta a una richiesta.
    Ora l’ennesima fuoruscita di documenti riservati può essere seccante per Carron, ma non tutto il male viene per nuocere: questa lettera infatti permette di interpretare in modo corretto il suo articolo su “Repubblica”.
    Cosa dice infatti la missiva? La sintesi del “Fatto” è grossolana e superficiale: “In questa lettera Carron suggerisce di nominare Scola anche per la sua sensibilità all’area politica di centrodestra”.
    In realtà il ragionamento di Carron è molto più profondo e complesso: egli anzitutto descrive “lo stato della Chiesa ambrosiana”, “la crisi profonda della fede del popolo di Dio” e la perdurante “crisi delle vocazioni”. Osserva inoltre: “la presenza dei movimenti cattolici è tollerata, ma essi vengono sempre considerati più come un problema che come una risorsa”.
    Poi aggiunge: “dal punto di vista della presenza civile della Chiesa non si può non rilevare una certa unilateralità di interventi sulla giustizia sociale, a scapito di altri temi fondamentali della Dottrina sociale, e un certo sottile, ma sistematico ‘neocollateralismo’, soprattutto della Curia, verso una sola parte politica (il centrosinistra) trascurando, se non avversando, i tentativi di cattolici impegnati in politica, anche con altissime responsabilità nel governo locale, in altri schieramenti”.
    Ovviamente, come sottolinea il giornale di Padellaro, Carron si riferisce qui principalmente a Formigoni. Il sacerdote prosegue: “questa unilateralità di fatto… finisce per rendere poco incisivo il contributo educativo della Chiesa al bene comune, all’unità del popolo e alla convivenza pacifica”.
    Per tutte queste ragioni, Carron, a nome del suo movimento, indicava nel patriarca di Venezia Scola “l’unica candidatura” che riteneva adeguata, precisando che “con questa indicazione non intendo privilegiare il legame di amicizia e la vicinanza del Patriarca al movimento di Comunione e liberazione, ma sottolineare il profilo di una personalità di grande prestigio e esperienza”.
    Potremmo notare che la manina che ha fatto uscire fuori dalle mura vaticane questa lettera riservata probabilmente aveva intenzione di danneggiare il cardinale Scola, sottolineandone la vicinanza a CL.
    Ma questi giochetti curiali qui non ci interessano. La lettera pubblicata dal “Fatto” spazza via quanto riportato su Repubblica da Gad Lerner, il quale afferma che dei “dirigenti ciellini” – che sarebbero “vicini” a Carron e che “chiedono di preservare l’anonimato” – gli avrebbero testualmente dichiarato: “Carron ha sofferto tanto negli ultimi anni per la deturpazione che alcune figure di spicco infliggono alla vera natura del movimento”.
    La lettera riservata di Carron alla Santa Sede, del marzo 2011, dice esattamente l’opposto. Sempre i soliti anonimi, che dicono di essere stati vicinissimi anche a don Giussani, avrebbero rivelato a Gad che “da un decennio almeno c’era chi, dall’interno, invano si opponeva al disegno politico impersonato da Formigoni e, in seguito, da Maurizio Lupi”.
    Qui c’è veramente da ridere perché di questa “opposizione” dentro CL a Milano non si era mai accorto nessuno. Che sia perfino ridicola posso testimoniarlo personalmente perché essendo stato io il primo e unico ciellino ad aver pubblicamente, e per diversi anni, contestato l’eccessiva presenza di politici, di Cdo e imprenditori al Meeting, posso affermare che mai nessuno di questi sedicenti “oppositori” si appalesò.Anzi, diversi colonnelli ciellini sui giornali mi risposero polemicamente, qualcuno duramente. Mi viene dunque da sorridere oggi, quando leggo nell’articolo di Lerner che, a proposito della forte presenza dei ciellini nei centri decisionali lombardi e nelle opere sociali, in questo decennio, “Don Carron sopportava, ma non apprezzava. E con lui il portavoce Alberto Savorana” e poi “Davide Prosperi, Michele Faldi, Roberto Fontolan, il presidente della Compagnia delle Opere, Bernard Scholz e Giorgio Vittadini” (che della Cdo è il fondatore).
    Tuttavia Lerner – che è un osservatore intelligente – va letto bene. Nel suo articolo è evidente la volontà di dividere CL in cattivi (i formigoniani destrorsi da scomunicare) e buoni che dovrebbero invece portare CL in uno schieramento di centrosinistra che ambisce a governare la Lombardia.
    Analogamente ieri Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere” pretende che l’impegno politico dei ciellini ora si indirizzi verso una coalizione più vasta (Monti?), uscendo dal ghetto minoritario (lo storico non è stato informato che già da venti anni i politici di CL lavorano in un partito che ha avuto fino ad ieri il 38 per cento e – checché si pensi di Berlusconi – è stato per anni maggioritario nel Paese).
    Ma a tutto questo l’articolo di Carron è estraneo. Egli, come faceva don Giussani quando più forte era l’impegno dei suoi in opere culturali, sociali, educative, politiche, ha semplicemente ricordato che la salvezza non viene da progetti e azioni proprie, ma da Cristo. Che ogni giorno occorre ripartire da Lui e seguirlo (cosicché anche le malignità altrui o le accuse ingiuste o il riconoscimento delle proprie miserie possono aiutare la conversione). CL, dice Carron, non insegue l’egemonia o il potere, ma vuole solo testimoniare umilmente Cristo, salvezza della vita.

    E Bartali salvò 49 soldati inglesi
    Massimiliano Castellani
    Basta allora con Ginettaccio, meglio "Gino il pio", o come scrissero, negli anni neri del fascismo, ma non senza un certo sarcasmo: "Gino il mistico" e "l’arrampicatore divino". Ma queste etichette appiccicate al diretto interessato, un monumento del ciclismo come Gino Bartali, le avrebbe trovate enormemente inappropriate.
    Se le sarebbe strappate immediatamente di dosso, urlando furente e rosso in volto: «Basta, qui l’è davvero tutto da rifare…».
    Scorza ruvida, quanto rara, mai più rivista, specialmente nello scarno "mitificio" dello sport odierno. Il Gino nazionale, un uomo con la "U" maiuscola e un fuoriclasse delle due ruote che, se proprio doveva essere incensato, preferiva almeno lo si facesse per le sue tante vittorie (2 Tour de France, 3 edizioni del Giro d’Italia, 4 Milano-Sanremo) e i 700mila chilometri - li aveva calcolati - percorsi pedalando. «In realtà, in bici di chilometri ne aveva fatti più di un milione, ma a me diceva: "Se spariamo una cifra del genere penseranno che voglia vantarmi"…», ricorda il figlio Andrea che ha appena dato alle stampe un libro tenero, visceralmente intimo e familiare: Gino Bartali, mio papà (Limina).
    In "quel penseranno voglia vantarmi", c’è tutta la fiera ricchezza della cultura cattolica appresa da papà Torello che nella casa di Ponte a Ema - dove Gino venne al mondo il 18 luglio 1914 -, predicava quotidianamente il piacere dell’essere onesti. «Della verità non si deve mai avere paura», il primo insegnamento cristiano che nonno Torello aveva impartito ai figli, racconta Andrea, al quale il suo papà Gino («un cristiano - scrive tipicamente fiorentino, brontolone come lo sono i fiorentini»), ha trasmesso a sua volta la convinzione che «il rispetto per i dieci comandamenti, vale più di qualunque vittoria».
    Il vero mito di Bartali non è stato né Girardengo, né Guerra né Binda, ma Gesù di Nazareth. «Considerava Gesù il più grande dei rivoluzionari. Così come trovava straordinario l’ammonimento divino: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Era convinto che se tutti avessero seguito questo insegnamento, non ci sarebbero più state guerre e il mondo vivrebbe in pace».
    Precetti cristiani che il giovane Bartali aveva già chiari nella sua mente quando a 10 anni si iscrisse all’Azione Cattolica, ed erano solidi come pietre di una pieve romanica, quel giorno del ’36, in cui prese i voti di terziario carmelitano nella chiesa di San Paolino a Firenze. In ogni tappa della sua vita di uomo, di padre e di campione, c’è sempre stato un arrivo ideale a una chiesa e per la Chiesa.
    «La prima vittoria papà la conquistò a 13 anni e non in bicicletta, ma a piedi, in una gara podistica verso il Monastero dell’Incontro, sulle colline fiorentine». Subito dopo cominciò la grande scalata al successo, intensa e veloce come uno sprint al velodromo. Ma anche un percorso esistenziale pieno di salite più dure della petrosa Izoard, e dietro alla maglia rosa, gruppi di avversari per spirito assai distanti dall’amico ed eterno rivale Fausto Coppi: inseguitori ostili in "camicia nera". E la spia dell’Ovra (il giornalista Franco Monza, ndr) nel suo fascicolo personale (n° 576) doveva annotare: «Un tipo molto strano questo Bartali, che ad ogni vittoria ringrazia sempre Dio e la Madonna, invece di dedicare il successo al nostro Duce».
    Bartali correva e vinceva per il popolo, per gli ultimi e per gli umili servitori di Dio. «Non si è mai visto un Giro con tanti preti venuti sulla soglia della chiesa magari con una bandierina in mano. Un Giro con tanti fraticelli che aspettavano pazientemente sotto gli alberi. Un Giro con tanti seminaristi allineati sui viali fuori porta e con tante monache che portavano fuori dal cancello della loro scuoletta le bambine che battevano le mani anche loro. Questo è un Giro di credenti», scriveva tra il divertito e il sorpreso Orio Vergani.
    E quando il fascismo cominciò a perseguitare gli ebrei, rispondendo all’invito del Papa, Pio XII («tramite il vescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa che lo aveva unito in matrimonio con mia madre Adriana», sottolinea Andrea) Bartali si mise a disposizione di quei fraticelli come il francescano padre Rufino Niccacci e alle suore come la clarissa suor Eleonora, per salvare il maggior numero di persone.
    Della "tappa" straordinaria, Firenze-Assisi (tra l’ottobre del 1943 e il giugno del ’44, la "corse" almeno una quarantina di volte) per consegnare agli ebrei in clandestinità i documenti falsi nascosti nella canna della sua bicicletta, abbiamo già parlato e tanto si è scritto a cominciare dal bel libro Assisi Underground di Alexander Ramati, ma poco si sapeva su altre gesta eroiche compiute da Bartali e che stanno riaffiorando dopo la sua morte, avvenuta il 5 maggio del 2000 (commemorata come ogni anno a Firenze nella chiesetta di San Salvatore al Vescovo con una Messa in suffragio in forma privata).
    «Quando papà raccontava delle tante persone salvate, subito mi diceva: "Ma questo Andrea, che non si sappia in giro…". E io ribattevo anche un po’ seccato, ma allora cosa me le racconti a fare queste storie? E lui bonario: "Il bene va fatto, ma non bisogna dirlo. Ma verrà il tempo in cui queste cose sarà opportuno farle sapere". E quel tempo ora è arrivato». Così adesso sappiamo che oltre ai tanti ebrei che Bartali ha tratto in salvo, ci fu anche il suo intervento diretto per strappare alle mani del carnefice nazista ben 49 soldati inglesi rimasti «intrappolati» a Villa Selva (Firenze).
    Fu l’asso del ciclismo a rompere l’assedio tedesco: «Si finse un milite fascista con tanto di divisa e baionetta, rigorosamente scarica. Gli inglesi vedendolo entrare si arresero a quello che pensavano fosse il "carceriere", mentre si rivelò il loro salvatore che li consegnò nelle mani amiche dei partigiani», racconta Andrea che nel suo libro ha inserito una testimonianza inedita e che noi riportiamo, in cui il figlio di un internato nel lager tedesco di Dachau, con la concessione della foto del suo idolo, "Bartali", riuscì a barattare la sua vita e quella di altri 20 prigionieri che così poterono far ritorno a casa.
    E chissà quanti altri, grazie all’azione generosa e incessante del grande campione, hanno avuto la stessa buona sorte di quei prigionieri? «Bartolo Paschetta, alta carica dell’Opus Dei, uomo vicino a Pio XII e titolare della libreria Ave in via della Conciliazione quando lo incontravo mi diceva: «Hai un grande papà. Tu non puoi sapere quanto persone ha e abbiamo salvato».
    Uno di questi è Giorgio Goldenberg tornato recentemente da Israele a Firenze, per rivedere lo scantinato di casa Bartali «dove da bambino rimase nascosto per mesi, evitando la deportazione». L’avvocato Renzo Ventura, sta perorando il riconoscimento di Gino Bartali nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme, con un fascicolo inerente al salvataggio dei suoi genitori. Nuovi racconti ad Andrea sono arrivati a libro ormai in stampa, come quelli di don Arturo Paoli, parroco nell’alta lucchesia che ricorda perfettamente le soste di Bartali a Farneta, alla Certosa di Lucca, quando portava i documenti falsi per i clandestini che si sarebbero imbarcati dal porto di Genova o fuoriusciti per la Svizzera. «In un tempo senza più memoria, mi piacerebbe andare a fondo.
    Così, insieme alla giornalista Laura Guerra (Fondazione Gino Bartali Onlus) stiamo cercando di rintracciare tutte quelle storie che hanno avuto come protagonista mio padre». Storie sommerse di salvati (si possono segnalare a: Lg.press@libero.it), vittorie delle quali il grande Bartali si limitava a dire: «Queste sono medaglie che si appuntano sull’anima e varranno nel Regno dei Cieli, e non su questa terra».
    E Bartali salvò 49 soldati inglesi | Cultura | www.avvenire.it






















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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Matrimonio e omosessuali: i «laici» argomenti dei cattolici
    Francesco D'Agostino
    Riassumiamo la questione in pochi punti essenziali. Primo punto: il matrimonio eterosessuale non è un’invenzione della Chiesa; è un istituto giuridico, finalizzato a garantire l’ordine delle generazioni, riscontrabile in tutte (ripeto: tutte) le culture e in tutti (ripeto tutti) i tempi. Corollario: difendendo il matrimonio eterosessuale, la Chiesa difende non un dogma di fede o un principio della propria dottrina, ma una dimensione del bene umano oggettivo.
    Secondo punto: si può ben procreare, come Pierluigi Battista ci ricorda, al di fuori del matrimonio (questo lo sanno perfino i cattolici!), ma la funzione del matrimonio è proprio quella di porre un rigoroso ordine sociale nella procreazione, a garanzia delle nuove generazioni.
    La crisi del matrimonio – fenomeno ciclico, ma in questo momento storico particolarmente acuto – va considerata con grande preoccupazione, perché è la causa fondamentale della crisi della famiglia, fattore insostituibile di stabilità intergenerazionale e di tutela sociale dei soggetti deboli. Corollario: piuttosto che riconoscere il matrimonio gay, naturalmente sterile, la società dovrebbe operare per un efficace sostegno delle famiglie (e in particolare di quelle numerose) e dovrebbe supportare, cosa che fa solo in minima parte, l’impegno delle famiglie a favore dei minori, dei malati, degli anziani.
    Terzo punto: i diritti che secondo Battista dovrebbero essere attribuiti alle coppie gay sono molto meno eclatanti di quanto non possa apparire quando li si qualifica come «diritti civili»: essi non solo sono facilmente attivabili con quello che la scienza giuridica chiama il «diritto volontario» (subentro nel contratto di locazione, assistenza ospedaliera, diritti successori), ma in gran parte sono già ampiamente fruibili a seguito di interpretazioni estensive delle leggi vigenti fatte dalla Cassazione. Corollario: la vera posta in gioco, quando si dibatte sul matrimonio gay, è anche simbolica; i suoi fautori vorrebbero che il diritto riconoscesse situazioni affettive, di cui nessuno vuole negare l’atuabilità "privata", ma che non hanno però in sé e per sé, alcun rilievo "pubblico", e questo proprio in un momento storico in cui da parte di tanti ci si batte per allentare ulteriormente i vincoli istituzionali, che nascono dai legami matrimoniali (si pensi al "divorzio breve", ecc.).
    Esiste una spiritualità del matrimonio, che i cattolici hanno carissima, quando riflettono sul carattere sacramentale riconosciuto da Gesù a questo vincolo. Non è però il matrimonio-sacramento che oggi è in crisi e che va difeso, ma il matrimonio "civile", come credo ben emerga dai punti che ho indicato. È su questi punti, privi di qualsiasi rilievo confessionale, che insistono da anni i cattolici, in quanto hanno a cuore il bene di tutti, credenti e non credenti. Perché non si forniscono loro risposte convincenti, anziché deformare le loro argomentazioni per poter farne oggetto di ironia?
    Matrimonio e omosessuali: i «laici» argomenti dei cattolici | Commenti | www.avvenire.it

    L'archivio del cardinale Gomá e la Guerra Civile spagnola
    Intervista con lo storico José Andrés Gallego
    di Nieves San Martín
    MADRID, giovedì 26 aprile 2012 (ZENIT.org) - Presso l’Archivio Storico Nazionale di Madrid è stata presentata oggi una monumentale edizione in tredici volumi dei documenti relativi alla Guerra Civile presenti nell’archivio del cardinale Isidro Gomá (1869-1940), controversa figura chiave della storia della Chiesa in Spagna del XX secolo.
    Una delle novità emerse dalla ricerca è il rifiuto del nazismo da parte del futuro Papa Pio XII. “Non ci aspettavamo di trovare tante testimonianze del cardinale Pacelli contro il nazismo”, afferma lo storico José Andrés Gallego, uno degli autori dell’opera intitolata Archivo Gomá. Documentos de la Guerra Civil.
    Per l’occasione, ZENIT ha intervistato José Andrés Gallego. Nato a Calatayud nel 1944, l’accademico ha conseguito il dottorato in Filosofia e Lettere (Storia) nel 1971 e dopo aver tenuto varie cattedre è attualmente professore di ricerca presso il Consiglio Superiore per la Ricerca Scientifica (CSIC in acronimo spagnolo).
    Professore, chi era il cardinale Gomá?
    José Andrés Gallego: Era il primate di Spagna durante la Guerra Civile. Il conflitto lo colse quando era fuori, nella valle dell’Ebro, con l’idea di fare una cura termale a Belascoáin; era piuttosto malato, credo affetto da coliche renali di qualche entità. E questo gli salvò la vita: si rifugiò a Pamplona, dove fu accolto nel convento delle Giuseppine.
    Qual è il suo significato nella storia della Spagna e della Chiesa?
    José Andrés Gallego: In Vaticano hanno atteso molto per riconoscere il governo di Franco, per ovvie ragioni diplomatiche. Avevano notizie puntuali sulla persecuzione religiosa nella zona repubblicana, ma non sapevano quale tendenza era prevalsa tra i militari che si erano ribellati. Così optarono di nominare Gomá rappresentante personale di Pio XI presso Franco stesso. Ciò significava che, fino a quando fu nominato nunzio Cicognani, lui fece le veci e aveva un ruolo molto importante nell’orientamento del nuovo Stato. La possibilità che il nuovo regime potesse orientarsi verso il nazismo causava molta preoccupazione a Roma e tra i vescovi spagnoli.
    Il libro getta nuova luce sulla famosa lettera pastorale dei vescovi spagnoli del 1937?
    José Andrés Gallego: Sì, è molto chiaro. Ai vescovi spagnoli - e, soprattutto, a Gomá - arrivarono richieste da altri vescovi di tutto il mondo per sapere che cosa era realmente accaduto in Spagna. E la maggioranza di loro ritenne opportuno scrivere una dichiarazione dettagliata. La scrisse lo stesso Gomá, che la inviò per ottenere il loro nullaosta, unendo i vari punti di vista come poteva e pubblicandola con la firma di quasi tutti gli altri vescovi. Rifiutarono di firmare l’arcivescovo di Tarragona, Vidal i Barraquer, e il vescovo di Vitoria, Mateo Múgica. In una lettera a Gomá, Vidal i Barraquer spiegò che riteneva che, nel suo caso, non fosse prudente firmare. Mateo Múgica rifiutò – con buoni motivi, a mio parere - perché non poteva firmare una difesa delle autorità che gli avevano impedito di tornare nella sua diocesi, in quanto accusato di autonomismo basco.
    Come furono i rapporti del cardinale Gomá con i vescovi di altri Paesi?
    José Andrés Gallego: Molto cordiali. La documentazione è molto ricca di scritti da tutto il mondo, in dichiarazioni di solidarietà e, in molti casi, in aiuti finanziari, spesso attraverso collette tra i cattolici dei diversi Paesi.
    Qual fu l’atteggiamento della Santa Sede?
    José Andrés Gallego: Non ci aspettavamo di trovare nella documentazione di Gomá testimonianze tanto esplicite della posizione del cardinale Pacelli, segretario di Stato di Pio XI, contro il nazismo. Pacelli e il cardinale Pizzardo si sono impegnati in modo particolare per garantire che i vescovi spagnoli diffondessero l’enciclica antinazista Mit brennender Sorge, del 1937, e lo fecero attraverso Gomá. La questione era delicata, per tre motivi: primo, perché i nazisti erano alleati di Franco, secondo, perché che la diffusione dell’enciclica coincise con la decisione di Franco di unire Falange e Requeté in un solo partito e, infine, perché c’erano dei vescovi che pensavano - e lo dissero a Gomá, nella corrispondenza privata - che il tema dell’enciclica non aveva nulla a che fare con la Spagna. È stata ritardata per questo, per scegliere il momento migliore. E furono i gesuiti della rivista Razón y fe che costrinsero Gomá ad accelerare la pubblicazione; gli spiegarono che in Razón y fe venivano pubblicate tutte le encicliche del Papa, e che non avrebbero fatto alcuna eccezione.
    ZENIT - L'archivio del cardinale Gomá e la Guerra Civile spagnola

    Quelle scelte fatali che ridisegnarono la mappa dell’Europa
    Così il carisma dei singoli (Hitler e Churchill su tutti) plasmò e indirizzò la volontà e i destini delle nazioni
    di Angelo Allegri
    Nella primavera del 1940 Heinrich Himmler, capo delle SS, presentò un memorandum a Hitler in cui proponeva di trasferire tutti gli ebrei del Reich in Madagascar. Il Führer approvò il documento e per qualche mese la burocrazia nazista fu impegnata a studiare l’esodo di milioni di persone nel lontano Oceano Indiano.
    La soluzione finale del problema ebraico, elemento portante dell’ideologia hitleriana, non si era ancora trasformata in Olocausto. Nell’autunno del 1940, Franklin Delano Roosevelt, impegnato nella campagna per la rielezione, tenne alcuni infuocati comizi in cui garantì agli elettori che non avrebbe mai mandato i soldati americani a morire sui campi di battaglia europei. In quel momento il movimento isolazionista appariva forte e combattivo; tra i suoi simpatizzanti e finanziatori c’era perfino un futuro presidente: John Fitzgerald Kennedy. L’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto era ancora del tutto ipotetico.
    Se alla fine le cose andarono come andarono, se la Seconda guerra mondiale assunse le caratteristiche che conosciamo, è perché tra il 1940 e il 1941 un certo numero di decisioni, prese da un pugno di uomini, contribuì a orientare in maniera decisiva il corso degli eventi. Con la conseguenza di unificare in una sola immane deflagrazione i due conflitti allora in corso: quello europeo tra Germania, Francia e Gran Bretagna e quello asiatico tra Cina e Giappone. Sono queste decisioni, le Scelte fatali del titolo, il tema del libro dello storico britannico Ian Kershaw pubblicato in questi giorni da Bompiani (pagg. 300, euro 25). Kershaw, ex docente di storia medioevale «convertito» qualche decennio fa allo studio del nazismo e del ’900, sceglie dieci punti di svolta: si va dalla decisione del gabinetto di guerra inglese di continuare a combattere, nel giugno del 1940, fino alla determinazione presa da Hitler, tra l’estate e l’autunno del 1941, di avviare su scala industriale lo sterminio della popolazione ebraica.
    Nel raccontare i «turning point» della guerra Kershaw non solo fa mostra di una prosa che sembra confermare il giudizio di Indro Montanelli sugli storici britannici («Sono gli unici in grado di farsi capire»), ma esplicita con efficacia alcune tra le premesse teoriche che stanno alla base della sua narrazione: l’attenzione alla cosiddetta storia controfattuale e ai rapporti tra personalità individuale e fattori strutturali nel divenire storico.
    Quanto al primo punto Kershaw rifiuta un approccio controfattuale in senso stretto (è improponibile, dice, abbandonarsi a costruzioni del tutto ipotetiche «come se qualcosa non fosse successo»), ma allo stesso tempo respinge «l’impulso teleologico innato che ci porta a presumere che il modo in cui si sono svolte le cose fosse l’unico che potesse verificarsi». Troppo facile (e sbagliato), sapendo come è andata a finire una vicenda, interpretarne lo svolgimento solo alla luce dell’esito. Nella storia non esiste un «cammino inesorabile» che si è costretti a seguire in maniera rigidamente deterministica, spiega. E i protagonisti della storia sono di solito leader che prendono decisioni, fanno delle scelte, avendo a disposizione delle alternative. Così Kershaw valuta gli «elementi controfattuali», soppesando le diverse opzioni a disposizione dei leader e le eventuali conseguenze di scelte diverse.
    Ma questi leader non sono semplici maschere che obbediscono a una parte. È sbagliato sottovalutare le forze che condizionano l’agire umano. Questo agire, però, «non è semplicemente riconducibile a una funzione personalizzata e rappresentativa di quelle forze». E la storia, almeno nel breve termine, «è invariabilmente il risultato dell’interazione tra fattori determinanti esterni e attori individuali».
    Il singolo, dunque, conta. A dimostrarlo sono proprio le vicende raccontate da Kershaw. E una in particolare, in cui il fattore umano assume un ruolo straordinario. È quella che si svolge a Londra negli infuocati giorni del giugno 1940.
    Mentre la Gran Bretagna sembra sul punto di crollare sotto i colpi della Blitzkrieg tedesca, cinque persone, i principali ministri, si riuniscono nel gabinetto di guerra. In maggioranza sembrano esitanti, provati dalle vicende belliche, possibilisti su una richiesta di mediazione, avanzata dalla Francia, da sottoporre a Mussolini. Sarebbe una possibile via d’uscita, ma anche una dichiarazione di impotenza che indebolirebbe psicologicamente il Paese. A opporsi con tutte le sue forze è l’appena nominato premier Winston Churchill. In una drammatica seduta-fiume durata tre giorni, riesce a convincere i suoi colleghi. La Gran Bretagna non accetta alcun compromesso e continua a combattere. Da quel momento comincia la risalita. Da lì inizia la fine di Hitler.
    Parafrasando l’interessato: «Mai così tanti dovettero così tanto a una sola persona».
    Quelle scelte fatali che ridisegnarono la mappa dell’Europa - Cultura - ilGiornale.it





    Chiesa e liberalismo
    Dario Antiseri
    La Chiesa e i liberalismi (Edizioni Ets, pagine 138, euro 12,00) è il più recente lavoro di Raimondo Cubeddu, un intellettuale i cui studi su momenti e autori della tradizione politica liberale sono noti e apprezzati, e non da oggi, a livello internazionale. Nel libro, incentrato sui rapporti tra la Dottrina sociale della Chiesa cattolica e la filosofia politico-economica liberale, vengono con lucidità affrontate questioni nevralgiche come quelle, tra altre, legate alle possibilità create dagli sviluppi delle biotecnologie, o come quelle connesse al relativismo, alla secolarizzazione, alla laicità dello Stato, alla giustizia sociale e al ruolo dell’etica nel mercato, e al ritorno del Diritto naturale.
    Si tratta di un libro teso, nel rispetto critico della tradizione della Chiesa, alla difesa delle ragioni della libertà e dignità della persona umana, per cui non poche sono le tesi pienamente condivisibili. E tuttavia penso valga la pena porre a Raimondo Cubeddu qualche interrogativo su alcune sue posizioni che, perlomeno che si possa dire, appaiono provocatorie.
    «Per il liberalismo classico - scrive, dunque, l’autore - lo stato (in questo caso con l’iniziale minuscola) o government, non ha che il compito di garantire i Diritti naturali (Natural Rights): vita, libertà e proprietà. Per la tradizione liberale come intesa dai cosiddetti Liberals, invece, lo Stato (preferiscono scriverlo con l’iniziale in maiuscolo, e già questo dice abbastanza) ha il compito realizzare i diritti: sociali, umani, etc. (Social e Human Rights) tramite una limitazione dei diritti di proprietà (Property Rights) e la loro finalizzazione al raggiungimento della giustizia sociale». In questo secondo caso, prosegue Cubeddu, «gli spazi del potere politico aumentano, si pone come centrale il problema di chi e in che modo lo si debba esercitare, i margini della libertà individuale si riducono ed aumenta la coercizione».
    Da qui la critica che Cubeddu rivolge alla Chiesa, in quanto «ciò che la Chiesa ha a lungo sottovalutato - sovente perché quelle limitazioni, se tese al raggiungimento di finalità etiche, non le dispiacevano affatto - è che l’aumento delle funzioni attribuite allo stato finisce per comprimere (o per "regolamentare") anche lo spazio della libertà religiosa. E questo perché non è affatto detto che in un regime democratico dei nostri giorni i contenuti della giustizia sociale e delle politiche pubbliche debbano necessariamente coincidere con quelli che attribuisce loro la Dottrina sociale della Chiesa». La Chiesa, insomma, avrebbe via via scelto cattivi interlocutori: interventisti e statalisti.
    Essenziale per la Chiesa è la questione della solidarietà, e se un liberale è attento ai diritti di proprietà, egli - per dirla con lord Acton - non può ignorare i diritti della povertà, e ciò se non altro perché «ostacoli alla libertà sono non solo le oppressioni politiche e sociali, ma anche la povertà e l’ignoranza».



    Dunque: sulla scia di grandi difensori della libertà come, tra altri, Einaudi e Hayek





    lo stato, cioè il pubblico, interviene dove socialmente necessario e attua la logica della libera competizione ovunque storicamente possibile.
    In coerenza con le sue precedenti riflessioni, Cubeddu dichiara il più convinto apprezzamento nei confronti delle idee politiche ed economiche sia della Scuola francescana che della Seconda Scolastica, e precisa che, dopo questi rilevantissimi contributi, «la Chiesa Romana non ebbe la forza di elaborare nessuna filosofia politica, o dottrina sociale, che potesse contrastare la diffusione di una filosofia politica moderna la quale, nelle sue componenti più innovative e destinate a maggior fortuna, era, non dimentichiamolo, sostanzialmente anti-cattolica, se non addirittura atea». La Chiesa cattolica, in breve, si sarebbe ritratta dalla comprensione del mondo dell’economia «rifugiandosi in una sua valutazione secondo parametri etici». Ma qui, chiedo a Cubeddu - il quale si muove nella scia del liberalismo classico - quale istituzione più della Chiesa cattolica ha difeso e difende - per esempio, in tutte le Encicliche sociali - i due fondamentali cardini posti a presidio della libertà e della dignità dell’individuo, vale a dire la proprietà privata e il principio di sussidiarietà?
    Nel libro uscito nel 2003, “Fede, verità e tolleranza”, l’allora cardinale Ratzinger faceva presente che «fino a Cristo l’identificazione di religione e Stato, divinità e Stato, era quasi necessaria per dare stabilità allo Stato. Poi l’Islam ritorna a questa identificazione tra mondo politico e religioso [...] Ma con Cristo troviamo subito la posizione contraria: Dio non è di questo mondo [...] E così crea questa distinzione tra imperatore e Dio, tra il mondo dell’imperatore al quale conviene lealtà, ma una lealtà critica, e il mondo di Dio, che è assoluto. Mentre non è assoluto lo Stato».
    La realtà è che il messaggio cristiano desacralizza e deassolutizza il potere politico, rende liberi da ogni idolatria. Ratzinger aggiunge: «Io penso che la concezione liberaldemocratica non poteva nascere senza questo avvenimento cristiano che ha diviso i due mondi, così creando una nuova libertà. Lo Stato è importante, si deve ubbidire alle leggi giuste, ma non è l’ultimo potere. La distinzione tra lo Stato e la realtà divina crea lo spazio di una libertà in cui una persona può anche opporsi allo Stato. I martiri sono una testimonianza per questa limitazione del potere assoluto dello Stato. Così è nata una storia di libertà».
    Sostiene Thomas S. Eliot che «se il Cristianesimo se ne va, se ne va l’intera nostra cultura. E allora dovremmo attraversare molti secoli di barbarie». Sono immaginabili lo Stato di diritto, la società aperta, e l’intero Occidente, senza il messaggio cristiano?


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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    La verità sull’8×1000, al di là delle leggende anticattoliche
    E’ tempo di dichiarazione dei redditi e di 8×1000, e puntualmente prendono vita le crociate e le campagne anticlericali. Anche quest’anno, entrando nel merito, rispondiamo alla Leggenda nera sull’8×1000, la quale si divide convenzionalmente in tre voci:
    1) L’8X100 E’ UN OBBLIGO? L’8 per mille, come anche il 5 per mille, è la destinazione di una quota delle tasse già dovute, cioè non significa una maggiorazione delle imposte come molte voci anticlericali dicono. E’ ovvio anche che non esprimerla non fa risparmiare sulle tasse (anzi, avvantaggia l’ente che ha preso più voti, come diremo dopo). E’ una scelta volontaria, nessuno obbliga a firmare per lo Stato, per la Chiesa cattolica, per quella valdese, per quella luterana, per le comunità ebraiche e così via.
    2) IL MECCANISMO AVVANTAGGIA LA CHIESA CATTOLICA? Il meccanismo di ripartizione funziona in modo che “chi firma decide anche per chi non firma”, cioè la quota dei contribuenti che non ha firmato viene suddivisa tra i destinatari secondo la proporzione risultante dalle scelte espresse. Detto in modo più semplice, questo meccanismo avvantaggia chi ha avuto la maggiore quota di preferenze. Domanda: quale colpa ha la Chiesa cattolica se è lei a ricevere la maggioranza delle preferenze del 40% dei contribuenti che esprime una scelta? Non si sa, ma bisogna incolparla comunque. Se la maggioranza firmasse per lo Stato o per la Chiesa valdese (qualcuno lo impedisce?), siamo sicuri che le stesse campagne anticattoliche andrebbero avanti comunque. L’otto per mille, citando l’importante dossier creato da Umberto Folena, non dà alcuna garanzia alla Chiesa, che ogni anno si sottopone al giudizio (democratico) dei cittadini, i quali possono darle la firma o rifiutargliela. Le garanzie, se così vogliamo chiamarle, c’erano semmai prima del Concordato del 1984, quando ancora i preti privi di altri redditi ricevevano dallo Stato il cosiddetto “assegno di congrua”. Garanzie a cui la CEI ha rinunciato, in accordo con lo Stato, rimettendosi alla volontà degli italiani. L’otto per mille è una forma di democrazia diretta applicata al sistema fiscale. Ogni lamentela è puramente ideologica.
    3) LA CHIESA CATTOLICA DESTINA POCO ALLA CARITA’? Secondo la leggenda, la Conferenza Episcopale Italiana (che è il vero beneficiario, e non la Chiesa o il Vaticano come dicono i disinformati) nasconderebbe la vera distribuzione dei fondi ricevuti, evitando di dire che una parte minore dell’8×1000 andrebbe ad esigenze di carità. Innanzitutto, da sempre la Cei pubblica l’esatto rendiconto, il quale appare anche sulla pagina 418 del Televideo Rai, sui settimanali diocesani, sul sito ufficiale www.8×1000.it, e anche sul quotidiano “Avvenire”, che informa costantemente sull’utilizzo dei fondi, senza nessun nascondimento segreto. In secondo luogo, occorre capire un piccolo concetto.
    Secondo questo dettagliato rapporto si vede che nel 2011 468 milioni sono stati destinati a “Esigenze di culto della popolazione”, 235 milioni di euro a “Interventi caritativi” e 361 milioni di euro a “Sostentamento del clero”. Sembrerebbe quindi giustificata la tesi della “leggenda nera” (“solo” 235 milioni alla “carità”). Poi però se si va a leggere il dettaglio, sotto la voce “Esigenze di culto della popolazione“ fanno parte anche «esigenze relative, ad esempio, alle problematiche familiari, alla realizzazione di strutture educative e ricreative per ragazzi [...], ad attività pastorali che si fanno sempre più articolate e si proiettano maggiormente in prospettiva evangelizzatrice e missionaria [...], iniziative che abbiano come scopo la conoscenza, la tutela e conservazione dei beni culturali ecclesiastici (in Italia il 70% del patrimonio artistico è di carattere religioso) [...], attività di promozione dell’ecumenismo e della pace, attività di promozione pastorale per i detenuti, attività di formazione dei giovani lavoratori, sostegno di associazioni per la promozione delle famiglie…». Insomma è un investimento nella società, nei futuri missionari, nell’educazione, in progetti da cui traggono beneficio tutti (non si è interessanti comunque? Benissimo, si firmi tranquillamente per altri beneficiari).
    Superiamo la voce “Interventi caritativi”, che evidentemente è direttamente rivolta alle opere missionarie della chiesa, e arriviamo alla voce “Sostentamento del clero”. Anch’essa è di fatto un investimento nella carità, perché i missionari nei Paesi del Terzo Mondo vanno pagati, i sacerdoti e le suore che organizzano le mense dei poveri vanno pagati, occorre che si mantengano, a meno che si voglia chiedere ai poveri di pagare (un sacerdote prende dalle 800 alle 1000 euro al mese e non va mai effettivamente in pensione). E’ una forma indiretta di sostegno della carità, come -esempio banale- lo stipendio allo spazzino è un modo indiretto per garantire la pulizia della propria città. Questa terza voce della “Leggenda Nera” è quella più diffusa, e per capire meglio questo (non troppo complicato) concetto, si invita a visitare il sito “Chiedilo a loro”. Inoltre, è opportuno citare ancora l’ottimo lavoro di Folena che spiega l’errore anti-clericale: non è corretto leggere l’impegno della Chiesa nel nostro Paese attraverso la schema rigido di un rendiconto amministrativo. Perché, ad esempio, il prete che ispira e anima un progetto di carità finisce sotto la voce “sostentamento del clero”, mense, centri di ascolto e case d’accoglienza, immobili a servizio della carità, finiscono sotto la voce “culto e pastorale”. Dunque l’investimento nella “carità”, non è tutto quello che appare sotto la diretta voce della rendicontazione.
    CONCLUDENDO: anche quest’anno destiniamo l’8×1000 alla Chiesa cattolica e invitiamo tutti a fare altrettanto. E’ l’unico ente sufficientemente attrezzato e radicato sul territorio per permettere davvero che questi soldi siano utilizzati nel modo più efficace possibile. Se non ci credete, chiedetelo a loro.

    Home | Chiedilo a loro

    La libertà senza solidarietà sociale è destinata a eclissarsi
    Dino Cofrancesco
    Il liberalismo, lungi dall’essere una pratica egoistica - come appare a Tzvetan Todorov, (autore di un recente saggio Les ennemis intimes de la démocratie Ed. Laffont 2012), in cui il brillante storico e saggista franco-bulgaro riprende tutti i luoghi comuni dell’antiliberalismo d’oltralpe - è fautore di una socialità genuina, spontanea e volontaria, che «non getta sull'autorità sociale che uno sguardo diffidente e inquieto, e ricorre al suo poteri solo quando non può farne a meno». La divisione del mondo tra pubblico - lo Stato che si fa carico del bene comune - e privato - gli individui egoistici che pensano solo al proprio ‘particulare’ - è un parto della fantasia democratica (nel senso rousseauiano, e non liberale) ma non corrisponde affatto al mondo che avevano in mente Thomas Jefferson, Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville.
    La vera alternativa non è tra dirigismo statalistico e anarchica ‘legge della giungla’, e se la soluzione non sta nell’ingerenza dello stato nell’economia (come riconoscono quanti un tempo vedevano nelle ‘nazionalizzazioni’ il toccasana di tutti i mali generati dalle crisi di produzione) non sta neppure nelle ibride ed equivoche ‘terze vie’ che riescono solo a combinare gli inconvenienti dei vecchi modelli di politica sociale ed economica che si proponevano come alternativi. C’è liberalismo quando, nella società civile, sono all’opera forze di ‘ricomposizione’della conflittualità sociale, riflessi innati cooperativistici che non vivono all’ombra della protezione statale, sentimenti diffusi di solidarietà che possono fondarsi su etiche laiche e soprattutto su etiche religiose (come è più probabile).
    Liberalismo non significa l’obbligo di aiutare gli altri imposto dalle autorità e ottenuto forzosamente col prelievo fiscale. Lo Stato non è il buon brigante della foresta di Sherwood che toglie ai ricchi per dare ai poveri, e da anni ormai sul Welfare State incombe il sospetto di un travaso ingiusto e arbitrario di risorse da alcune categorie sociali ad altre, in base a logiche che, lungi dal realizzare la giustizia e l’eguaglianza, privilegiano i più forti e i meglio organizzati.
    Purtroppo, però, la divisione vetero-democratica del mondo tra Stato/altruismo, da un lato, e individui/egoismo, dall’altro, sembra essere diventata ‘senso comune’, sicché il terreno delle relazioni interindividuali si è inaridito e la pianta della solidarietà non viene alimentata da etiche e valori altruistici praticati e apprezzati.
    In realtà, come ho scritto tante volte, ciò che distingue i liberali - non solo quelli néo ma altresì quelli dell’Ottocento - non è la soppressione della fabbrica dei ‘valori’ che tengono insieme le società umane, ma la sua collocazione in basso, nello scambio quotidiano di beni e di servizi, nell’«immensa transazione» - che, per il grande Cattaneo, definiva il mondo moderno; i loro avversari ideologici, invece, collocano la fabbrica dei valori in alto, dalle parti dello Stato, che obbliga a definire e a realizzare ‘bene comune’, ‘interesse generale’,’giustizia sociale’….limitando le libertà, calpestando i diritti individuali, sottraendo al suo libero svolgimento l’evolversi della mobilità sociale: sono i governi a decidere dall’alto chi deve arricchirsi e chi, invece, può perdere status sociale e proprietà.
    A confrontarsi non sono ‘altruismo’, da un lato, ed ‘egoismo’, dall’altro, ma l’altruismo imposto per legge dai ‘governi - Robin Hood’, da un lato, e l’altruismo che nasce da caldi tessuti comunitari dall’altro. Rispetto delle sfere esistenziali e comunitarie significa che non si può imporre a un imprenditore di continuare a tenere in vita la sua fabbrica anche se non ne ricava quasi alcun profitto - in nome, semmai, dell’«economia sociale di mercato» - ma neppure si può costringerlo, nel caso di un’azienda prospera e in attivo, a destinare la parte di utili a lui assegnata ad allargare ulteriormente il suo patrimonio ‘privato’ e a non dissiparlo a sostegno di iniziative umanitarie e culturali «inutili».
    Nell’etica liberale, convivono Pietro Bernardone e suo figlio san Francesco: il secondo è libero di distribuire ai poveri i beni ereditati dal primo, ma quei beni non si sarebbero trovati a sua disposizione se non fossero stati acquisiti dall’attività imprenditoriale di Pietro.



    Che le trame di solidarietà che si formano ‘dal basso’, in certi periodi storici e in certe società diffidenti nei riguardi di troppo ampi ventagli di libertà individuale, non bastino è ben possibile - lo faceva rilevare a chiare lettere anche l’antidirigista Tocqueville - ma occorre tener conto di due considerazioni:
    - i rimedi che vengono proposti per ridurre l’impoverimento (congiunturale) di vasti strati sociali vanno valutati non in base alla filosofia buonista che li ispira, intenzionata a salvare la capra della libertà e i cavoli dell’eguaglianza intesa come giustizia sociale, ma in base alla loro efficacia pratica;
    - quei rimedi possono ‘costare lagrime e sangue’ ma si deve impedire che la limitazione, e finanche la sospensione temporanea dei diritti ne comporti de facto l’azzeramento, come avviene del diritto di proprietà quando i carichi fiscali superano certe soglie.

    Il Giusto tra le nazioni Odoardo Focherini sarà beato
    di Antonio Gaspari
    ROMA, venerdì, 11 maggio 2012 (ZENIT.org) - Trentasette anni, padre di sette figli, marito esemplare, cattolico fervente, direttore diocesano dell’Azione Cattolica, amministratore de l’Avvenire d’Italia, salvò 105 ebrei dalla deportazione nazista. Fu preso mentre assisteva un ebreo malato. Internato nel lager di Hersbruck, morì il 27 dicembre del 1944. Il suo esempio di martire eroico ha stupito tutti quelli che hanno conosciuto la sua storia.
    Ieri, 10 maggio, il Santo Padre Benedetto XVI nel corso dell’udienza con il Cardinale Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato la Congregazione a promulgare, tra gli altri, il decreto riguardante “il martirio del Servo di Dio Odoardo Focherini, Laico, nato a Carpi (Italia) il 6 giugno 1907 e ucciso, in odio alla Fede a Hersbruck (Germania) il 27 dicembre 1944”.
    Il 6 giugno 2007 nel ricordare il centenario della nascita di Focherini, il Pontefice Benedetto XVI scrisse in un messaggio inviato alla diocesi di Carpi, è “un’indimenticabile figura di sposo cristiano, il cui virtuoso esempio continua a parlare alla Chiesa di oggi”. Il messaggio papale ricorda il centenario della sua nascita (6 giugno 1907).
    Odoardo Focherini è un “martire” la cui testimonianza è così ardente da travalicare il tempo passato ed essere ancora oggi un “esempio” da imitare.
    Visse in un periodo storico tormentato, ma non si lasciò mai prendere dallo sconforto, sempre fiducioso ed ottimista.
    Attivissimo nel mondo cattolico a 27 anni era già Presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Carpi. Durante la persecuzione fascista del 1931 Focherini corse tra una sede e l’altra dell’ACI per nascondere le bandiere, trafugare le carte e mettere al sicuro registri e verbali delle riunioni.
    Nel 1939 alla vigilia della guerra, Focherini divenne il direttore amministrativo de l’Avvenire d’Italia. Il giornale era allora diretto da Raimondo Manzini, autore di accese polemiche contro il fascismo, e Focherini lo affiancò coraggiosamente.
    I fascisti bolognesi, il giorno dell’invasione tedesca del Belgio e dell’Olanda, avevano sequestrato e bruciato l’Avvenire d’Italia perché colpevole di aver pubblicato i telegrammi di Pio XII ai governi ed ai popoli colpiti da questa sventura. Il gerarca fascista Farinacci aveva definito l’Avvenire come un «pretesco covo di vipere» perché aveva respinto la politica razziale.
    Quando arrivarono i nazisti occupando l’Italia, l’Avvenire chiuse e di fronte ai tedeschi che ne chiedevano la riapertura Focherini sostenne che le scorte di carta erano esaurite. Non era vero, ma in questo modo l’Avvenire non si mise mai al servizio dell’occupante. Il 26 settembre del 1943 Bologna subì il primo grosso bombardamento e la sede de l’Avvenire venne distrutta. Da allora Focherini si mise a capo dell’organizzazione per salvare gli ebrei ed i perseguitati.
    Già dal 1942, su richiesta di Raimondo Manzini, a cui il cardinale di Genova Pietro Boetto aveva inviato alcuni ebrei, Focherini si prodigò nel mettere al sicuro dalla persecuzione su un treno della Croce Rossa Internazionale un gruppo di ebrei provenienti dalla Polonia.
    Dopo l'8 settembre 1943, con l'inasprimento delle leggi antigiudaiche, con I'inizio delle deportazioni razziali, Odoardo Focherini con don Dante Sala, la signora Ferrarini delle Concerie Donati di Modena e pochi altri, organizzò una rete efficace per I'espatrio verso la Svizzera di oltre un centinaio di ebrei.
    Odoardo era I'anima dell’organizzazione. Contattava le famiglie, si procurava i documenti dalle sinagoghe, cercava i finanziamenti, forniva i documenti falsi: un amico compiacente gli aveva procurato delle carte di identità che egli abilmente compilava con i nomi di comuni del sud già in mano agli alleati. (Carpi diventava così Capri). Una volta organizzato un gruppetto lo affidava a Don Dante Sala che li accompagnava fino a Cernobbio, dove grazie alla complicità di due coraggiosi cattolici che stazionavano sul confine li facevano passare in Svizzera.
    L’11 marzo 1944 Focherini fu preso all’ospedale mentre si prodigava per un ebreo malato. Fu trasferito al Comando delle SS di Bologna e da qui alle carceri di San Giovanni in Monte. Durante una visita il cognato Bruno Marchesi gli disse: «Sta attento, forse ti stai esponendo troppo, non pensi ai tuoi figli?» e Odoardo rispose «Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli ebrei, non rimpiangeresti se non aver fatto abbastanza per loro, se non di averne salvati un numero maggiore».
    Trasferito al campo di concentramento di Gries (Bolzano), vi rimase fino al 5 settembre 1944. Poi fu inviato al lager di Flossenburg e in seguito al lavoro nel sottocampo di Hersbruck. L'8 ottobre 1943 dettò all'amico Teresio Olivelli (protagonista della resistenza cattolica, e prossimo alla beatificazione)







    le due ultime lettere ai familiari. Olivelli le scrisse in tedesco per non avere problemi con la censura del campo e Odoardo le siglò con la sua firma. Sono I'ultima testimonianza diretta che Odoardo era ancora vivo. La famiglia scrisse più volte, ma non ricevette più notizie. Odoardo si spense nell'infermeria del campo di Hersbruck il 27 dicembre 1944.
    Ecco le parole affidate all’amico di prigionia: "I miei sette figli...vorrei vederli prima di morire...tuttavia, accetta, o Signore, anche questo sacrificio e custodiscili tu, insieme a mia moglie, ai mie genitori, a tutti i miei cari. Dichiaro di morire nella più pura fede cattolica apostolica romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia Diocesi, per l'Azione Cattolica, per il Papa e per il ritorno della pace nel mondo. Vi prego riferire a mia moglie che le sono sempre rimasto fedele, l'ho sempre pensata, e sempre intensamente amata».
    Tra le molteplici e autorevoli testimonianze di gratitudine all’opera di Focherini spicca quella di una signora ebrea di Ferrara che disse alla vedova di Odoardo: «Ho perduto quattordici dei miei, m’è rimasto solo questo figliolo, ma ho trovato la forza di salvarmi e di sopravvivere per quello che mi ha detto suo marito: “Avrei già fatto il mio dovere se pensassi solo ai miei sette figlioli, ma sento che non posso abbandonarvi, che Dio non me lo permette”.








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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    OSTELLINO: «NESSUN POLITICO DEVE DIMETTERSI PERCHÉ I NOSTRI GIORNALI LO VOGLIONO»
    Leone Grotti per "Tempi.it"
    «Mi dispiace, io non mi occupo di pettegolezzi». Risponde così l'editorialista del Corriere della Sera Piero Ostellino se gli si chiede di commentare le richieste di dimissioni che i giornali italiani, dal Corriere della Sera alla Repubblica, fanno a Roberto Formigoni, presidente di Regione Lombardia, sulla base di quanto uscito sulle sue vacanze. Poi però ci ripensa: «Nessuno deve dimettersi per quello che scrivono i giornali - afferma a tempi.it -. Chiaro? Nessuno, perché il diritto lo fanno i tribunali. Solo noi, siccome abbiamo dei giornali di merda, e lo scriva pure se crede, pensiamo che un politico si debba dimettere per quello che dice la carta stampata».
    Nonostante Formigoni non sia indagato, i giornali continuano a chiedere le sue dimissioni perché, come scrive ad esempio oggi Curzio Maltese su Repubblica, ci sono «tante, troppe buone ragioni» come «le vacanze nei resort di lusso, le crociere sullo yacht e gli aerei privati, i privilegi e i conti da sceicco». Ostellino tuona: «Ma stiamo scherzando? Un politico si deve dimettere solamente se viene condannato in via definitiva e non sulla base di pettegolezzi. Punto».
    In una lettera aperta diffusa domenica scorsa, Formigoni insiste: «Piero Daccò ha o non ha tratto qualche indebito vantaggio da Regione Lombardia per il fatto di conoscermi? La mia risposta è NO ed è sempre stata NO». Ma i giornali continuano a pubblicare «atti coperti da segreto istruttorio e riguardanti interrogatori di persone detenute» per condannare la sua condotta privata e di conseguenza chiederne le dimissioni. Perché? Risponde Ostellino: «Perché abbiamo dei giornali di merda che pensano di fare il diritto. Lo scriva se crede».

    Lo storico Paul Crawford smonta i miti popolari sulle crociate
    Nell’ultima edizione di Review Intercollegiate, la rivista dell’Intercollegiate Studies Institute (ISI), organizzazione no-profit che raccoglie oltre 50.000 studenti e docenti universitari di tutti gli Stati Uniti, è apparso un articolo intitolato: “Quattro miti sulle crociate”, a cura dello storico medievalista Dr. Paul Crawford, docente alla California University of Pennsylvania. Lo specialista fa notare che spesso le crociate sono raffigurate come un episodio deplorevolmente violento, tuttavia è una visione molto popolare e poco veritiera. Vengono affrontati nel dettaglio 4 famosi miti, che noi riproponiamo sotto forma di sintesi (senza note di riferimento).
    1) Le crociate sono un attacco immotivato al mondo musulmano
    Niente potrebbe essere più lontano dalla verità, afferma Crawford. Nel 632 d.C., Egitto, Palestina, Siria, Asia minore, Africa settentrionale, Spagna, Francia, Italia, Sicilia, Sardegna e Corsica erano tutti territori cristiani. Certamente vi furono tante comunità cristiane anche in Arabia. Ma nel 732 d.C. i cristiani erano stati attaccati in Egitto, Palestina, Siria, Nord Africa, Spagna, gran parte dell’Asia Minore, e in Francia meridionale. Le comunità cristiane d’Arabia vennero interamente distrutte poco dopo il 633, quando ebrei e cristiani furono espulsi dalla penisola. Le forze islamiche conquistarono tutto il Nord Africa e puntarono verso l’Italia e la costa francese, attaccando la penisola italiana nell’837. In Terra Santa i pellegrinaggi divennero sempre più difficili e pericolosi. Lo storico approfondisce nel dettaglio la grave situazione venutasi a creare. E’ quindi da questi fatti che i papi del X e XI secolo si attivarono nel disperato tentativo di proteggere i cristiani perseguitati. Conclude quindi affermando che «lungi dal non essere motivate, le crociate rappresentano di fatto il primo grande contrattacco occidentale agli attacchi musulmani, che avevano avuto luogo ininterrottamente dalla nascita dell’Islam fino all’undicesimo secolo, e che continuarono anche in seguito, senza sosta. Se la cristianità voleva sopravvivere occorreva una forte difesa». Per capire che si trattava solo di difesa, domanda: «quante volte le forze cristiane hanno attaccato La Mecca o Medina? Naturalmente mai».
    2) I cristiani hanno avviato le crociate per saccheggiare i musulmani e arricchirsi.
    Anche questo non è vero. Urbano II invitò nel 1095 i guerrieri francesi nella Prima Crociata, legittimandoli a “fare bottino del tesoro del nemico“. Ma questo, dice Crawford, non era altro che il modo usuale per finanziare la guerra nella società antica e medievale. I crociati, infatti, vendettero tanti dei loro beni per finanziare le loro spedizioni. Lo storico ricorda anche che uno dei motivi principali del naufragio della quarta crociata fu proprio la mancanza di soldi. I papi stessi ricorsero a stratagemmi sempre più disperati per raccogliere fondi da utilizzare nel finanziamento delle crociate. Anche in questo caso, dopo aver analizzato molto più in profondità la situazione, Crawford conclude: «furono solo poche persone a diventare ricche a causa delle crociate, e il loro numero era sminuito da coloro entrarono in bancarotta. La maggior parte dei medioevali era ben consapevole di questo e non ha ritenuto la crociata un modo per migliorare la situazione finanziaria».
    3) I crociati erano animati da motivazioni materialistiche e non religiose.
    Dopo Voltaire questo è un mito molto popolare, dice Crawford. Certamente ci furono uomini cinici e ipocriti anche nel Medioevo, tuttavia anche questa affermazione è falsa. Innanzitutto il numero di vittime delle crociate erano molto alto e la maggior parte dei crociati non si aspettava certo di ritornare in patria. Uno storico militare ha stimato il tasso di perdite della Prima Crociata con un 75%. La partecipazione alla missione è stata volontaria e i partecipanti venivano motivati attraverso dei sermoni, che però erano pieni di avvertimenti sul fatto che le crociate avrebbero portato privazione, malattia, sofferenza e spesso morte. L’accettazione di andare incontro a difficoltà e sofferenza può essere visto dentro la dottrina cristiana di assimilazione alle sofferenze di Cristo e dei martiri. Lo storico spiega che per un crociato, la missione armata era essenzialmente un atto di amore disinteressato, come chiede il passo evangelico ”dare la vita per i propri amici” (Gv. 15,13). Fin dall’inizio, dunque, la carità cristiana era la ragione per la crociata, e questo non cambiò per tutto il periodo.
    4) Le crociate hanno spinto i Musulmani ad odiare e ad attaccare i cristiani.
    Come scritto nella risposta 1), i musulmani hanno attaccato i cristiani per più di 450 anni prima che Papa Urbano dichiarò la Prima Crociata. Non avevano certo bisogno di alcun incentivo per continuare a farlo. Crawford ricorda che prima del 19° secolo non esisteva nemmeno la parola araba “crociata” perché non era importante per i musulmani distinguere le crociate dagli altri conflitti tra cristianesimo e Islam. Saladino non era certo venerato dai musulmani come il leader anti-cristiano grande leader. Solo nel 1899 il mondo musulmano ha riscoperto le crociate, ma è stato grazie agli occidentali come Voltaire, Gibbon, e Sir Walter Scott e Sir Steven Runciman, che dipinsero i crociati come rozzi, avidi, barbari aggressivi che attaccarono civili e musulmani amanti della pace. Allo stesso tempo, dice lo storico, il nazionalismo cominciava a mettere radici nel mondo musulmano e i nazionalisti arabi presero in prestito questa grave e cattiva interpretazione delle crociate, e utilizzarono questa come supporto filosofico per i propri programmi. Questo ha portato senza soluzione di continuità alla nascita di Al-Qaeda.
    Lo storico Paul Crawford smonta i miti popolari sulle crociate | UCCR

    Le religioni sono la causa delle guerre? No, è propaganda laicista
    Nel prontuario del laicista provetto è stata inserita la considerazione che «la religione è stata la causa della maggior parte delle guerre». Quando si domanda loro di specificare meglio cosa intendano, essi hanno imparato a rispondere: «le Crociate, l’Inquisizione, il Medio Oriente, l’11 settembre, devo continuare?». Secoli di complesse vicende storiche vengono così concentrati in una frase.
    Volendo prendere sul serio questa ennesima leggenda nera, occorre sottolineare -come ha fatto Alan Lurie sull’Huffington Post- che in “Encyclopedia of Wars”, gli autori Charles Phillips e Alan Axelrod hanno documentato che nella loro lista di 1763 guerre, meno del 7% hanno avuto una causa religiosa e meno del 2% di tutte le persone uccise in guerra. La storia, spiega Lurie, «semplicemente non supporta l’ipotesi che la religione sia la causa principale dei conflitti bellici. Le guerre del mondo antico erano raramente, anzi mai, basate sulla religione, ma di conquista territoriale, di controllo delle frontiere, per rendere sicure le rotte commerciali o rispondere a all’autorità politica. Tant’è che i conquistatori antichi, sia egiziani, babilonesi, persiani, greci o romani, accoglievano apertamente le credenze religiose dei loro conquistatori e spesso aggiungevano i nuovi dèi al proprio pantheon».
    Rispetto alle crociate, come ha dimostrato Rodney Stark nel libro Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate (Lindau 2010), esse vanno contestualizzate in un periodo in cui non c’erano i livelli diplomatici di oggi, e comunque non erano il tentativo di sottomettere un’altra religione, nè di convertire con la forza altri popoli, ma nacquero dopo cinque secoli di aggressioni del mondo islamico verso quello cristiano, a difesa degli ortodossi di Bisanzio e per la difesa dei cristiani che si recavano in Terra Santa, vittime continue di centinaia di massacri. Lo storico medievalista Paul Crawford, docente alla California University of Pennsylvania, ha affrontato approfonditamente la questione.
    Inoltre, «la maggior parte delle moderne guerre, comprese le guerre napoleoniche, la Rivoluzione Americana, la Rivoluzione francese, la Guerra Civile Americana, la prima guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa, la seconda guerra Mondiale, e i conflitti in Corea e in Vietnam, non erano di natura religiosa». Anzi, i gruppi religiosi sono stati specificamente presi di mira, sopratutto dai Paesi guidati dall’ateismo di stato. «Allo stesso modo», ha continuato, «il gran numero di genocidi non si basano sulla religione. Si stima che oltre 160 milioni di civili sono stati uccisi in genocidi nel 20° secolo, con quasi 100 milioni di morti da parte degli stati comunisti dell’URSS e della Cina».
    Chiaramente in passato sono stati commessi anche atti sbagliati a base dello zelo religioso, come d’altra parte se ne sono compiuti anche in nome dell’assenza di Dio, come ad esempio gli eventi della prigione di Pitesti. Ogni generalizzazione è dunque indebita.
    Resta il fatto che, chiunque commetta violenze ingiuste sarà sempre contro il Vangelo, si allontanerà volontariamente dall’insegnamento di Gesù.

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    Predefinito Re: Le radici cristiane dell'Occidente

    Mezza Italia è senza “casa politica”. Possiamo parlarne?
    Oscar Giannino
    Domanda fuori dai denti. Per chi è liberale, personalista, sussidiarista, difensore del diritto naturale contro la prevaricazione del costante abuso di diritto positivo, è il momento o no di tirarsi su le maniche e ricostruire dal basso un punto di riferimento per l’azione civile e politica coerente a queste posizioni, un punto di riferimento che oggi visibilmente manca? Manca nella crisi dei partiti della Seconda Repubblica, e nel declinare sotto i colpi di mille polemiche di leadership personali, che pure a quei valori avevano dichiarato costantemente di ispirarsi, e che cadono tuttavia sotto la polvere dell’incoerenza, e del non aver saputo capire che il declino delle case politiche pretendeva iniziative di discontinuità e adamantine credibilità personali.
    Non so voi, ma in questi ultimi mesi mi si rivolgono a migliaia, ponendomi non il quesito sopra esposto, ma l’invito a dargli presto una risposta, una risposta che è “sì”. Non sto parlando ovviamente di me, sto parlando di un’area amplissima che si vede alle corde e senza rappresentanza. Il tempo per la disconitnuità nel Pdl era lo scorso autunno, se qualcuno avesse ravvisato ciò che era maturo ed evidente, cioè la fine dell’agibilità politica del leader fondatore. Ora che la stanca e confusa continuità è prevalsa, la mazzata delle amministrative è solo un’evidente conseguenza di ciò che a chiunque dovrebbe essere chiaro, se ha una qualche pratica della società italiana. La delega di credibilità a quel partito e al suo fondatore, per tornare a governare l’Italia e cioè con numeri e alleanze adeguati allo scopo, è semplicemente caduta e ritirata. Se qualcuno si acconcia a restare in una formazione votata alla sopravvivenza di eletti in attesa delle nuove trovate berlusconiane è naturalmente libero e padrone, ma ciò non ha più nulla a che vedere con un forte rapporto di fiducia con una parte estesa della società italiana.
    L’area liberal-moderata, quella che per 18 anni ha di volta in volta sperato e dato voti per meno spesa pubblica e meno tasse, una scelta a favore della famiglia visto che la curva demografica incombe sopra il nostro futuro ancor più gravosamente della minaccia del debito pubblico, uno Stato snello e trasparente che aprisse al welfare sussidiario incentivando dieci volte tanto il terzo settore e chi sa meglio fare perché più vicino alla domanda crescente di una società senza tutele, quella che ha creduto nella riforma della giustizia per avvicinarci ai paesi avanzati e non alle leggi ad personam, quella che si ostina a credere che l’impresa piccola e piccolissima sia un patrimonio di coesione insieme alle medie e grandi che esportano e danno lezione anche ai concorrenti tedeschi – quella Italia oggi è priva di una rappresentanza credibile.
    Potete credere che non sia così, perché dalle modifiche dell’ultim’ora alle forze politiche precedenti qualcosa nascerà, e se anche si perderanno le prossime elezioni col tempo si riprenderà probabilmente una strada meno sbagliata, con leadership diverse che hanno bisogno di una severa e brutale sconfitta per emergere.
    Potete pensare che sarà intorno a Montezemolo e Passera e Casini, che inevitabilmente prima delle elezioni si troverà una risposta a questa sete di nuova credibilità e rappresentanza.
    Potete scegliere un’altra strada, che è quella di immaginare che serva innanzitutto un rassemblement culturale, che riparta dai movimenti e dalle associazioni attuali, rifocalizzandole su contenuti e parole d’ordine liberal-personaliste, ma lasciando che sia la politica a pensare alla politica. Oppure, magari siete convinti che invece no, bisognerebbe proprio pensare a far scendere in campo, intorno ai valori che condividiamo, persone nuove e coerenti e credibili.
    La mia proposta è: parliamone. Non sta a me dare riposte. Ma cerchiamo di chiarirci le idee, almeno tra noi. Non facciamo finta che il problema non esista, perché è davanti a noi, gigantesco come il rudere in rovina preannunciato del vecchio centrodestra. Il tempo corre, e per qualunque decisione il tempo giusto era ieri, non domani.
    Giannino: Mezza Italia è senza

    Cultura: Ornaghi, dai Longobardi primo esempio di decentralizzazione
    (ASCA) - Cividale (UD), 4 giu - Per il ministro dei beni culturali, Lorenzo Ornaghi, sono stati i Longobardi a permettere ''una decentralizzazione'' successiva all’impero romano, per cui da quella civilta' si possono ricavare ''simmetrie'' valide anche per l'oggi, soprattutto in campo culturale.
    Ornaghi lo ha detto alla cerimonia di scoprimento della targa di riconoscimento da parte dell'Unesco di Cividale e di altri siti longobardi in Italia per il patrimonio mondiale dell'umanita'.'' ''Torna l'opportunita', secondo Ornaghi, di una ''dislocazione del governo meno centralizzata'' e in ogni caso, per Ornaghi, la trasformazione di qualsiasi sistema politico-istituzionale ''deve avvenire soltanto con un risveglio culturale''. Da qui, dunque, l'importanza di una giornata come quella di oggi, che vede la cerimonia di scoprimento della targa Unesco a Cividale, il ''risveglio culturale di cui il nostro paese ha bisogno, ma l'Europa ancora di piu', perche' e' troppo attardata''. Ornaghi ha tra l'altro ricordato, nel corso del suo intervento, le vittime del terremoto, ''le ferite, spesso anche letali, per i beni storico-artistici'', ed ha sottolineato che ''quella di oggi e' una significativa metafora della voglia che la vita rifluisca secondo le sue dinamiche''. Una metafora - ha aggiunto - anche ''per la troppo lunga crisi economica che attraversa il paese e l'Europa''. Si tratta quindi, per l'esponente cattolico, di ''un messaggio di speranza e di incoraggiamento''.





    Spagna: la Chiesa cattolica permette un risparmio sociale di 20 miliardi
    Il quotidiano spagnolo “La Razón“, quarto per vendite nel Paese, ha pubblicato un articolo interessante intitolato: “La Chiesa permette un risparmio sociale di oltre 20 miliardi“.
    Stretti nella morsa della crisi economia, alcuni media spagnoli di area socialista -come anche in Italia- hanno infatti attaccato la chiesa cattolica definendola un peso in più da sopportare. Le risposte sono state molteplici, in molti hanno infatti mostrato il fondamentale contributo nella sanità, nell’istruzione e nell’assistenza sociale, indispensabili pilastri durante la crisi.
    «Il contributo economico dell’opera sociale della Chiesa spagnola», si legge, «è incalcolabile, perché è difficile trovare la cifra esatta, ma in ogni caso si parla di una cifra astronomica». Soltanto parlando di istruzione, ci sono 5.347 scuole cattoliche in cui studiano più di 1.399.000 studenti. «Se questi luoghi fossero statali», si continua, «il costo per lo stato sarebbe di 4.399 milioni di euro». Un altro punto interessante è il risparmio in campo sanitario: la Chiesa possiede 4.800 centri medici, un centinaio di ospedali, oltre 1.000 cliniche ambulatoriali, centri per anziani, per malati cronici, ecc. «Almeno 3.650.000 spagnoli hanno beneficiato dalla sua attività di beneficenza durante la crisi», scrivono. Per non parlare dell’attività della Caritas, che ha fatto risparmiare 230 milioni di euro, mentre l’opera di Manos Unidas (una ONG cattolica di volontari) ha salvato oltre 41 milioni.
    Il quotidiano spagnolo affronta poi un altro campo fondamentale, il turismo (religioso), il quale in ognuno degli ultimi quattro anni «ha generato un’attività di 830 milioni di euro». E infine «va anche ricordato il grande sforzo economico della Chiesa cattolica nel mantenere il suo patrimonio culturale, di cui 42 proprietà spagnole fanno parte del Patrimonio Unesco».
    E così, anche gli anticlericali spagnoli sono belli che sistemati.
    Spagna: la Chiesa cattolica permette un risparmio sociale di 20 miliardi | UCCR



    Scuola e laicità, due buone notizie (?)
    Gabriele Mangiarotti
    Leggendo l’articolo sulle scuole paritarie, scritto da Marina Boscaino, mi sono subito venute in mente le parole del Duce, «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». [Mussolini, discorso alla Scala, Milano, 28 ottobre 1925]
    Chissà perché quelli che oggi amano definirsi “paladini della libertà”, quando esprimono le loro posizioni, altro non sanno fare che ripetere gli slogan e la visione del mondo e i progetti dei totalitarismi che hanno pesantemente segnato la storia del Novecento.
    «Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani» (a patto che non siano Napoletani o – forse – meridionali in genere, data la convinzione dell’autore Massimo d’Azeglio: «In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaioloso!»).
    Come la si voglia vedere, siamo ancora una volta di fronte alla pretesa del potere di avere in mano e di controllare capillarmente il sistema dell’istruzione, per poter determinare la mentalità degli uomini, considerati sempre più sudditi, che persone libere e responsabili.
    È, questo, un tarlo presente in tante forme di pensiero: ho già documentato come i cosiddetti cattolici progressisti (orgogliosamente autoproclamatisi «Noi siamo chiesa»), paladini del dialogo e del confronto all’interno della chiesa, appena incontrano qualcuno che ha idee diverse lo sbeffeggiano e lo offendono, definendo il suo ragionare una forma di arroganza, per non citare gli altri fantasiosi epiteti, partoriti a seconda delle circostanze…
    Ecco ora alcune delle «ispirate» e giubilanti affermazioni della articolista Marina Boscaino, usate per descrivere la bocciatura del progetto di «buono scuola» alla regione Lazio: «Per una volta due buone notizie, entrambe dal fronte locale, forniscono un segnale significativo anche rispetto alle politiche nazionali, alla difesa del principio di laicità dell’istruzione, alla sostenibilità di un progetto di scuola realmente statale e laica.
    I contrasti insanabili sorti nella maggioranza di centrodestra intorno alla proposta di legge per l’istituzione del buono scuola a favore degli alunni degli istituti paritari hanno portato qualche giorno fa alle dimissioni della Presidente della Commissione cultura della Regione Lazio, Olimpia Tarzia, prima firmataria della legge e già nota per iniziative dalla indubbia vocazione filo-clericale. Questo significa, tra l’altro, che la proposta di legge ha di fatto concluso prematuramente il suo percorso. È un risultato importante per le forze che si sono opposte in Commissione e per il Tavolo Regionale e le associazioni democratiche che hanno rappresentato nell’audizione del 24 maggio la loro forte contrarietà, controbattendo anche ai parlamentari che si erano esplicitamente schierati a favore del provvedimento […] Nel Lazio il buono scuola, ovvero un contributo diretto alle famiglie che desiderino iscrivere i figli alle scuole private paritarie, fiore all’occhiello dell’iniquità in alcune regioni italiane (capofila il governatorato lombardo di Formigoni) non sarà erogato».
    Come è profondamente diverso – e più equo – il giudizio espresso dal Papa Benedetto XVI in questi giorni a Milano: «La prima qualità di chi governa è la giustizia, virtù pubblica per eccellenza, perché riguarda il bene della comunità intera. Eppure essa non basta. Ambrogio le accompagna un’altra qualità: l’amore per la libertà, che egli considera elemento discriminante tra i governanti buoni e quelli cattivi, poiché, come si legge in un’altra sua lettera, «i buoni amano la libertà, i reprobi amano la servitù» (Epistula 40, 2).
    La libertà non è un privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso che il potere civile deve garantire.[…] Lo Stato è a servizio e a tutela della persona e del suo «ben essere» nei suoi molteplici aspetti, a cominciare dal diritto alla vita, di cui non può mai essere consentita la deliberata soppressione. Ognuno può allora vedere come la legislazione e l’opera delle istituzioni statuali debbano essere in particolare a servizio della famiglia. Lo Stato è chiamato a riconoscere l’identità propria della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita, e altresì il diritto primario dei genitori alla libera educazione e formazione dei figli, secondo il progetto educativo da loro giudicato valido e pertinente. Non si rende giustizia alla famiglia, se lo Stato non sostiene la libertà di educazione per il bene comune dell’intera società».
    Sì, noi amiamo la libertà, non ci fa paura. Un confronto e un dialogo sono sempre possibili, all’unica condizione, però, che l’amore alla verità sappia prendere le distanze da ogni ideologia e da ogni schematismo.



    La morte sospetta di Pio XI. Stava per condannare il Duce
    Tra le vittime del fascismo potrebbe esserci anche un Papa, Achille Ratti. È il sospetto avanzato dallo storico Piero Melograni dopo aver esaminato lo stato dei rapporti tra Pio XI e i regimi di Italia e Germania alla vigilia della scomparsa del Pontefice, avvenuta nel febbraio del 1939. «Quando Hitler venne a Roma - ricorda Melograni - nel maggio 1938, si pose il problema di una sua udienza in Vaticano. Pio XI fece sapere che era disposto a riceverlo, purché il dittatore chiedesse il colloquio e s'impegnasse a non perseguitare più i cattolici tedeschi. Il Führer rifiutò e il Papa per tutta risposta, durante il soggiorno di Hitler in riva al Tevere, chiuse i Musei vaticani e si trasferì a Castel Gandolfo, dove espresse il suo rammarico perché su Roma sventolava una croce che non era quella di Cristo: un palese riferimento alla svastica. Hitler non era il tipo da dimenticare un simile affronto». Già nel marzo 1937 Pio XI aveva condannato il regime nazista nell'enciclica Mit brennender Sorge («Con viva ansia») e stava preparando, aggiunge Melograni, un affondo ancor più risoluto: «Nell'estate del 1938 il Pontefice aveva incaricato il gesuita americano John LaFarge di stendere un' enciclica contro razzismo e antisemitismo, da intitolare Humani Generis Unitas. Oggi conosciamo il testo preliminare di quel documento, che fu trovato sul tavolo di lavoro del Papa al momento della sua morte, e possiamo dire che si trattava di un'autentica dichiarazione di guerra al nazismo. Tant'è vero che il successore di Ratti, Pio XII, preferì accantonarla per comprensibili motivi di prudenza». Una vicenda ricostruita nel libro di George Passelecq e Bernard Suchecky L' enciclica nascosta di Pio XI (Corbaccio).
    Dunque il Vaticano e il Terzo Reich erano ai ferri corti. Ma anche le relazioni con il fascismo peggioravano a vista d'occhio. «La Chiesa - sottolinea Melograni - aveva giudicato una ferita al Concordato la norma delle leggi razziali che vietava il matrimonio tra "ariani" e persone di origine ebraica, anche se convertite al cattolicesimo. E PioXI aveva mostrato di non gradire la svolta antisemita del regime. Nel suo Diario Galeazzo Ciano riferisce che Mussolini, il 14 dicembre 1938, ebbe uno scatto d'ira contro il Papa, di cui si augurò la morte. Intanto Ratti si apprestava a intervenire in pubblico nel decennale dei Patti lateranensi, che cadeva l'11 febbraio 1939. Per l'occasione aveva convocato tutti i vescovi italiani, cui aveva inviato anticipazioni del suo discorso. Probabilmente intendeva prendere posizione sui punti di conflitto fra la Chiesa e il fascismo. Ma non potè farlo, perché morì proprio all' alba del 10 febbraio. E anche il testo di quel discorso non venne reso noto da Pio XII. Lo stesso GiovanniXXIII, molti anni dopo, lo pubblicò solo in parte».
    Insomma, un moventeper disfarsi di Pio XI Mussolini lo aveva. Ma era anche in grado di colpire fin dentro i palazzi apostolici? Melograni ha suggerito una pista, osservando che tra i dottori al capezzale del Papa vi era Francesco Petacci, padre dell' amante del Duce, Claretta: un personaggio «probabilmente ricattabile». Su Avvenire lo storico Giovanni Maria Vian ha obiettato che si trattava soltanto di un medico della mutua vaticana. Melograni risponde citando l'Annuario pontificio del 1938: «Da qui risulta che Petacci era il primo dei medici chirurghi effettivi dei servizi sanitari. E teniamo conto che il capo degli archiatri pontifici che curavano Pio XI, Aminta Milani, in quei giorni era malato e arrivò tardi ad assistere il Papa morente. La vicenda va approfondita, e non credo che si possa escludere in partenza ogni sospetto».

    Pio XI fu assassinato dal padre di Claretta?
    Dall’agenda dell’amante di Mussolini qualcuno ha strappato le pagine dal 5 al 12 febbraio del 1939, e il pontefice morì il 10. Sul tavolo del Papa era pronta l’enciclica contro l’antisemitismo.
    di Mauro Suttora
    Papa Pio XI morì veramente d’infarto, o fu ucciso? Qualcuno lo sospettò subito, dopo che all’alba del 10 febbraio 1939 Achille Ratti mancò all’improvviso. Certo, era un 82enne cardiopatico. Ma proprio il giorno seguente avrebbe dovuto pronunciare un discorso per il decennale del Concordato. E molti si aspettavano che avrebbe condannato le dittature nazista e fascista, dopo le roventi polemiche dei mesi precedenti sulle leggi razziali. La scomparsa del pontefice – che aveva sul tavolo di lavoro anche la bozza di un’enciclica contro l’antisemitismo poi accantonata dal successore, Pio XII – fu provvidenziale per entrambi i regimi.
    Vent’anni dopo papa Giovanni XXIII fece pubblicare solo in parte la bozza di quel discorso, in cui Benito Mussolini e Adolf Hitler venivano paragonati a Nerone. Nel 1972 il cardinale Eugène Tisserant, in un memoriale, riguardo alla morte di Pio XI avrebbe affermato: «Lo hanno eliminato, lo hanno assassinato». E indicò anche la mano che, se non causò direttamente il decesso, almeno lo favorì o affrettò: quella del medico personale Francesco Saverio Petacci, padre dell’amante di Mussolini, Claretta. Ipotesi ritenuta plausibile dallo storico Piero Melograni, che ha studiato a fondo quel periodo: «Petacci era un personaggio ricattabile da parte del regime».
    Si sperava che i diari di Claretta Petacci, sicuramente autentici e desecretati dall’Archivio centrale dello Stato settant’anni dopo la loro redazione, avrebbero gettato qualche luce in più sul mistero. Al contrario: dall’agenda 1939 qualcuno ha eliminato proprio le pagine su quei giorni di febbraio. Dopo avere controllato la copia originale, conservata negli uffici dell’Eur, abbiamo scoperto una settimana di buco: dal 5 al 12 febbraio. Dal diario sono state chiaramente sottratte una o più pagine. La prova? Claretta non scriveva tutti i giorni, ma quando lo faceva terminava sempre il racconto della giornata. Invece, come si può vedere, il foglio del 5 febbraio s’interrompe bruscamente, nel mezzo di una frase («Legge i biglietti e si inquieta per una cosa che segna. Poi dice: questi sanno…»). E riprende il 12 febbraio come se nulla fosse, con Mussolini che alle nove e tre quarti telefona a Claretta parlando della salma del papa che vuole andare a vedere a San Pietro: «Vado con mia moglie. È bene anche per il mondo che lo faccia. Ma non farò tardi». Quindi chi ha strappato i fogli ha lasciato involontariamente traccia della clamorosa manomissione.
    Nei diari il duce parla di tutto con l’amante, anche di delicati argomenti politici. È sincero, si lascia andare come non fa neppure a casa propria. E lei riporta fedelmente, quasi maniacalmente, ogni sua frase. Nelle settimane precedenti il dittatore si era scagliato più volte contro Pio XI, definendolo addirittura «una calamità, nefasto per la religione: peggio di questo papa in questo periodo non poteva capitare [...] Tu non sai il male che fa alla Chiesa. Fa cose indegne. Come quella di dire che noi siamo simili ai semiti. Come, li abbiamo combattuti per secoli, li odiamo, e [ora] siamo come loro. Abbiamo lo stesso sangue! Ah! Credi, è nefasto» (8 ottobre ’38). Anche Galeazzo Ciano nel suo diario scrive che Mussolini il 14 dicembre 1938 ebbe uno scatto d’ira contro il papa, di cui si augurò la morte.
    Ma è possibile che Mussolini abbia fatto sopprimere Pio XI tramite il dottor Petacci? Quel che è strano, è che nei diari di Claretta non si accenni mai alla vicenda. Soprattutto dati il ruolo di archiatra pontificio ricoperto dal padre e la familiarità che si era instaurata con Mussolini, al quale a sua volta Claretta raccontava le proprie vicende domestiche. Il duce s’interessava a Petacci, lo faceva scrivere sul Messaggero, voleva nominarlo senatore.
    L’eliminazione delle pagine scottanti è comunque sicura. Difficile, invece, stabilire quando avvenne: prima che Claretta in fuga dal lago di Garda nell’aprile ’45 consegnasse i diari all’amica contessa Rina Cervis? O dopo che furono ritrovati dai carabinieri, cinque anni più tardi, sotterrati nel giardino della contessa a Gardone (Brescia)? E chi li purgò dei fogli ritenuti imbarazzanti? Claretta stessa, oppure le autorità italiane, oppure i servizi segreti alleati (americano, inglese), ai quali erano stati fatti leggere prima di seppellirli di nuovo per sette decenni nell’Archivio romano in nome della privacy?
    Pio XI fu assassinato dal padre di Claretta? « Libertà e Persona






 

 
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