Dato che Blogger ha stabilito che non posso più scrivere sulla sua piattaforma, riporto qui alcuni dei miei interventi (quelli che riportano dati interessanti alla causa :giagia, in modo che non vadano perduti. Comincio da questo, che riporta i risultati di alcuni studi di storia economica sul settore primario nei primi decenni del Regno d'Italia. Spero vi interessi.
Introduzione:
Non importa in che periodo storico si abbia studiato la storia. Qualsiasi libro di testo scolastico rappresenta le province napoletane come un enorme dominio feudale e improduttivo. Il passo da questa definizione a quella di palla al piede è decisamente breve, ma è anche vero che se l'ipotesi non è vera, non ha alcun senso dimostrare la tesi.
Un libro di testo che ho utilizzato, ad esempio, riporta che:
"Nella prima metà dell'Ottocento, mentre l'economia europea, finite le guerre napoleoniche, era avviata a un rapido progresso industriale, l'Italia era un paese ancora sostanzialmente agricolo, caratterizzato dalla presenza di tre diversi modelli di conduzione agraria: la grande azienda capitalistica al Nord, i poderi a mezzadria (un sistema che prevedeva la divisione dei prodotti e degli utili fra famiglia contadina e il proprietario) nelle regioni centrali, il latifondo nel Mezzogiorno." [1]
L'illogicità di questo periodo è evidente. Si parla di Italia, pur non ancora esistendo, se non nella definizione del conte Metternich, con le odierne ripartizioni geografiche, che non rispettano i confini degli stati allora esistenti.
Se, ad esempio, lo stato piemontese era progredito ed industrializzato, essendo nella ripartizione geografica Nord, lo era anche la Sardegna, all'epoca sotto amministrazione savojarda, pur essendo oggi parte della ripartizione geografica Mezzogiorno?
Bisogna, inoltre, capire cosa si intende con Europa e progresso industriale. Prima della seconda rivoluzione industriale, che ha interessato, in particolare, la Francia e la Germania della seconda metà dell'Ottocento, solo l'Inghilterra poteva vantare un apparato industriale come lo si intenderebbe oggi. Se poi gli interventi per l'industrializzazione erano legati all'incentivazione dei commerci e alla costruzione di vie di comunicazione, essi non sono molto diversi da quelli avuti in Napoli durante l'amministrazione di Ferdinando II, che non sono considerati progresso industriale solo perché non pensati in un'ottica liberista.
C'è da notare, infine, che l'espressione azienda agricola capitalistica, così come viene definito eufemisticamente il latifondo del Nord, è in contrasto con l'espressione paesi agricoli, con cui si vorrebbe definire gli stati italici e padano - alpini.
Il settore primario:
Oltre a questi giochi di parole, come si dimostra che il settore primario nelle province napoletane era meno produttivo rispetto alle altre province del futuro Regno di Italia? Il dibattito è ancora aperto, ma non mancano analisi in contrasto con la storiografia ufficiale.
Quello che emerge è un quadro (sia agricolo che manifatturiero) pressoché omogeneo tra quelle che oggi definiremmo ripartizioni geografiche, ma con notevoli differenze al loro interno. In altri termini, non è possbile, almeno fino agli anni ottanta dell'Ottocento, definire un divario Nord - Sud, ma solo tra centro e periferia di ogni antico stato. [2]
In riferimento, invece, al settore primario bisogna tener presente che le colture mediterranee hanno una produttività del lavoro inferiore rispetto alle colture cerealicole, che prevalgono in Europa, come mostrato nella seguente tabella:
Produttività del lavoro e della terra in alcuni paesi europei. [3]
La tabella è interpretabile in due modi. Il primo è che in tutti gli antichi stati italici la coltura prevalente era quella di tipo mediterraneo, l'altro è che il peso del settore agricolo degli stati progrediti ed industrializzati era talmente misero da non riuscire a controbilanciare l'effetto caratteristico delle colture mediterranee presente negli stati latifondisti. Siccome non ho strumenti per considerare valida l'una o l'altra interpretazione, rimando al libero arbitrio dei lettori.
Arretratezza vera o presunta?
Per avere un'idea della produttività del settore agricolo nel neonato Regno di Italia, si può considerare questo grafico, relativo al prodotto pro capite per regione con i confini dell'epoca nel 1891:
Prodotto pro - capite del settore agricolo nel 1891 diviso per unità amministrative dell'epoca. [2]
La linea verticale rappresenta la media italiana. È evidente che nel 1891 solo il latifondo campano ha un prodotto agricolo pro - capite inferiore alla media italiana che, come per la Lombardia, è legato alla elevata densità di popolazione. [2] Un discorso analogo può essere valido per la Liguria, le cui caratteristiche morfologiche non favoriscono certo lo sviluppo del settore primario.
Per giustificare l'arretratezza del settore primario nelle province napoletane è stato perciò utilizzato un dato parziale, inteso sia come incompleto che di parte (adoro la polisemia), la resa sul grano:
"C’è una lunga tradizione di studi sull’inferiorità fisica delle terre del Mezzogiorno rispetto a quelle del Nord. Temperature, precipitazioni, natura dei terreni sono diversi a Nord dell’Appennino e a Sud. Anche i rendimenti della terra sono diversi. Quelli del grano, ad esempio, erano, fra il 1815 e il 1880, di 5-9 quintali per ettaro nel Nord, di 4-8 nel Centro e di 3-7 nel Sud. Le differenze nelle rese dei cereali forniscono, però, una testimonianza imperfetta sul grado di produttività di un’agricoltura. Le differenze fra Nord e Sud diventano assai minori se, oltre ai cereali, teniamo conto anche degli altri prodotti della terra. Olivi, viti, piante d’agrumi, gelsi, erano, infatti, assai diffusi nel Mezzogiorno. Dal prodotto di queste piante dipendeva la ricchezza di regioni come la Puglia, la Campania e la Sicilia." [2]
Inoltre, la seguente tabella mostra una stima della differenza di produttività totale dei fattori per ripartizione geografica e differenti anni, stimati a partire dai dati a disposizione nel 1911:
Divari di prodottività del settore agricolo in differenti periodi per ripartizione geografica. [4]
Inolte, le stime ottenute attraverso una funzione di produzione relative all'anno 1911 (per gli economisti: si tratta di una semplice funzione di Cobb - Douglas ipotizzando rendimenti di scala costanti), non permettono di accettare l'ipotesi di significatività relativa alle variabili geografiche, ovvero, dal punto di vista statistico, non può essere dimostrata una minor produttività delle province napoletane sia che si tratti del fattore lavoro, del capitale e della terra. [4]
Conclusione:
In conclusione, dalle diverse fonti a disposizione emerge un quadro decisamente coerente, anche se in disappunto con la storiografia ufficiale. In particolare, nel caso del settore primario, alla fine dell'Ottocento la produttività delle regioni meridionali era maggiore rispetto a quelle settentrionali - sebbene non potessero disporre di vaste aree adatte alla coltivazione come la Pianura Padana - e la convergenza della produttività tra le diverse aree geografiche del Regno di Italia non può essere considerata precedente all'epoca fascista.
Riferimenti:
[1] Manzoni, M., Occhipinti, F., "I territori della storia. Quadri, testimonianze, storiografia.", Einaudi Scuola, 1998.
[2] Daniele, V., Malanima, P., "Alle origini del divario", nel congresso Nord e Sud a 150 anni dall’Unità d’Italia, presso la Camera dei Deputati, Maggio 2011.
[3] Malanima, P., "La ricchezza e la povertà dell’Italia. Le risorse naturali", in Storia economica d’Italia, a cura di Ciocca, P., e Toniolo, G., Roma-Bari, Laterza, 2002, vol. 3, pp. 3-37.
[4] Federico, G., "Ma l'agricoltura meridionale era davvero arretrata?" in Rivista di Politica Economica vol. 97(2), pp. 317-340, 2007.




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