No alle privatizzazioni



Questo articolo è stato scritto nel mese di settembre e da allora l'ho tenuto nel cassetto. Oggi che il governo golpista ha varato la sua politica di liberalizzazioni - che sono cosa diversa dalle privatizzazioni in sé ma denotano la medesima ideologia - mi sembra quanto mai opportuno proporlo.

I paesi che recepiscono le istruzioni del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale o delle proprie, potenti banche centrali, perseguono un'intensa politica di privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture pubbliche.

Persone ben più "studiate" di me hanno scritto e argomentato su quanto, da un punto di vista strettamente economico, questa linea non sia conveniente, vuoi perché fornisce a stati economicamente in difficoltà modeste entrate straordinarie per finanziare deficit ormai ordinari, vuoi perché priva i governi del controllo di servizi di interesse comune affidandoli a pochi privati interessati.

La mia contrarietà a questa politica di vendita nasce invece ancor più a monte ed ha una radice culturale, quasi filosofica.

Lo Stato è un'entità che singole persone creano per dotarsi di quei servizi e infrastrutture che singolarmente non potrebbero realizzare.
Io non potrei essere il mio medico e così nessuno di coloro che legge. Ma cento persone insieme possono organizzarsi affinché uno di loro faccia il medico pubblico finanziando lui e l'ambulatorio in cui lavora con un proprio contributo economico (imposte). Diecimila persone, allo stesso modo, possono unirsi e dotarsi di un ospedale.
Allo stesso modo io non potrei da solo costruire nessuna delle strade che percorro in auto e così nessuno di coloro che legge. Ma insieme, pagando ognuno la propria parte e delegando qualcuno alla realizzione delle opere, le strade possono essere fatte.
E così vale per le scuole, per la protezione civile, i vigili del fuoco, l'esercito, la distribuzione dell'acqua, la produzione di energia elettrica.
Lo Stato è quindi un'invezione sociale condivisa da una popolazione per dotarsi di tutto ciò che non potrebbe avere se non si agisse collettivamente.
Penso si possa dire che questa invenzione sociale va per natura a tutelare in particolar modo i soggetti che, pur meritevoli (ogni parassitismo andrebbe sempre messo al bando, repetita iuvant), sono deboli e possono contribuire in misura minore di altri a creare servizi e infrastrutture di cui però usufruiscono in misura eguale a tutti.

Se a un certo punto della sua storia uno Stato è spinto a privatizzare servizi e infrastrutture che in origine aveva creato dietro impulso popolare, o se, semplicemente, questi servizi pubblici vengono affiancati da omologhi privati in grado di fornire la stessa prestazione con maggiore qualità, ebbene, se questo si verifica vuol dire che lo Stato ha fallito in quella che dovrebbe essere la sua natura esiziale, ciò per cui era stato creato, ciò per cui i suoi attuali cittadini avevano un tempo cessato di essere singoli per organizzarsi in entità collettiva capace di soddisfare i bisogni di tutti.
E se lo Stato fallisce nell'esercitare proprie funzioni fondamentali la risposta non è e non deve essere la rinucia a svolgere queste funzioni delegandole a privati (che, per inciso, tendenzialmente hanno finalità ben diverse che non il bene comune nell'erogare prestazioni quali l'istruzione o l'assistenza medica); la risposta deve essere invece una riforma dello Stato a monte affinché possa riprendere a svolgere quei compiti con efficienza.

E qui ci si riallaccia alla situazione attuale in cui le istituzioni monetarie pressa gli Stati perché, appunto, privatizzino privandosi di propri settori con la giustificazione della loro insostenibilità.
Mettendo da parte per un attimo la natura interessata delle suddette istituzioni nel chiedere la privatizzazione di servizi ad esponenti di governi che vengono dal potere finanziario stesso (leggasi Prodi e Ciampi, Goldman Sachs e Bankitalia, che hanno venduto per due lire colossi statali dopo essere passati dalla finanza al governo), diventa necessario concentrarsi sulla presunta insostenibilità di certe prestazioni pubbliche, la ragione addotta per la loro messa in vendita.
Se davvero certi servizi e certe infrastrutture fossero così insostenibili non ci sarebbe nessuno a comprarli quando vengono privatizzati, nemmeno con i soliti favoritismi e aiuti che lo Stato mette a disposizione in questi casi.
L'insostenibilità, da cui la necessità di vendere, è una mera scusa per coprire l'incapacità di una classe politica lontana dal concetto originario di Stato come associazione collettiva e rappresentativa del popolo e quindi slegata dall'idea di doverlo servire negli scopi che si era prefisso dando vita proprio allo Stato.
Per riacquistare queta visione dello Stato occorre riacquistare proprio lo Stato ai cittadini con rinnovata partecipazione degli stessi alla cosa pubblica e il loro contatto diretto e materiale coi servizi pubblici.
E se questi, toccati con mano, dovessero rivelarsi inefficienti, agli occhi del cittadino-Stato non saranno più "insostenibili" ma "perfettibili".