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Discussione: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

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    Predefinito IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Why America Failed-Morris Berman e i disturbi da deficit di empatia degli americani



    http://www.comedonchisciotte.org/sit...ticle&sid=9788
    Postato il Lunedì, 30 gennaio @ 17:10:00 CST di supervice DI KIRKPATRICK SALE
    Counterpunch

    Almeno qualcuno alla fine si è accorto che l’America ha fallito

    Why America Failed, libro che non tratta di questo, è non di meno una devastante e sviscerante critica che dimostra in modo convincente che l’America ha fallito, in modo abominevole e persino tragico. Questo lo rende un libro molto importante che spero troverà un pubblico attento, in particolare fra media ed intellettuali che hanno bisogno di capire le sue verità e liberarsi della sempre più comune idea che ci sia una sorta di palliativo che riformerà e riporterà il governo Americano verso un qualche passato che si immagina sia efficiente e democratico. (Si prega di copiare, membri di Occupy, del Tea Party, del movimento Tenther, tutti i Democratici, eccetera).

    Non posso non insistere su quanto essenziale sia questa saggezza per comprendere l’America di oggi, o di domani, o con quale forza Morris Berman (uno storico accademico emigrato in Messico) pone la sua tesi. Non è un libro troppo lungo (196 pagine, più le note conclusive), ma è pieno di prove schiaccianti a sostegno delle sue idee, come lui stesso scrive nella prima pagina:

    L’obiettivo principale della civiltà del Nord America e dei suoi abitanti è ed è sempre stata un’economia in continua espansione – abbondanza – e un’innovazione tecnologica senza fine - “progresso”. Una nazione di persone energiche, scrive [Walter] McDougall, di gente perennemente attiva.

    Fin dall’inizio, dalla brillante “città sulla collina” di tradizione puritana, dalla conquista dell’insediamento di Jamestown, dallo sfruttamento delle terre indiane, questo paese ha sempre fatto e preso, in una cultura dell’impresa con un orientamento commerciale, devota alla crescita e al potere, alla ricchezza e alla proprietà, al progresso privato e al profitto, al militarismo e al materialismo, all’espansione e all’impero. John Adams lo vide agli inizi: gli USA erano “più avidi di qualsiasi altra nazione mai esistita”. E come de Tocqueville ebbe a dire successivamente: “Se uno scavasse sempre più a fondo nel carattere nazionale degli Americani, vedrebbe che hanno cercato il valore di ogni cosa in questo mondo solamente nella risposta a questa singola domanda: quanto denaro se ne potrà ricavare?”

    Almeno sia riconosciuto che, dato questo obiettivo ed ideale, questa nazione ha fatto un buon lavoro. È su ogni fronte ricca e potente (non badate al fatto che abbiamo 16 trilioni di dollari di debito e che abbiamo spazzato via 14 trilioni di dollari della ricchezza delle famiglie nell’ultimo crollo), piena di agi e di comodità, cibo e riparo, riscaldamento e calore per quasi tutti, strumenti hi-tech e sistemi, infrastrutture sviluppate da una costa all’altra (anche se fatiscenti), ha l’esercito più grande del mondo, la valuta di ripiego del mondo, un settore di servizi senza eguali e tutto il resto di ciò che costituisce una moderna nazione industriale capitalista.

    Ma quello che mostra Berman, con dettagli affascinanti, è che con una tale concentrazione di attività - che ha fatto delle nostre intere vite quello che sono -, abbiamo perso il senso del bene pubblico a fronte di interessi privati, il senso della comunità a fronte dell’individualismo sfrenato, il senso del benessere spirituale a fronte dello stress e della pressione materiale, il senso della vita semplice a fronte della complessità tecnologica, persino il senso vero del repubblicanesimo e della comunione politica a fronte dell’oligarchia manipolativa ed intrusiva e della ricchezza politica individuale.

    Molto di ciò che ancora riteniamo in qualche misura prezioso – la stabilità piuttosto che il progresso, i rapporti faccia a faccia invece che on line, la famiglia e gli amici al posto del network e degli “amici”, ciò che è artigianale invece della produzione di massa, la virtù e la tradizione, l’onore e la semplicità piuttosto che l’egotismo e la modernità, l’interesse personale e il multi-tasking, la comunità invece dell’impresa – è stato perso in questa cultura dominante dell’efficienza.

    Non solo, abbiamo acquisito una serie di mali e dolori insieme alla prosperità materiale. Berman raccoglie tutta una serie di fatti piuttosto deprimenti che mostrano l’altra faccia della medaglia della società tecno-commerciale: disoccupazione di massa, pignoramenti, povertà crescente per molti (con salvataggi delle aziende e bonus per i pochi egregi); una cultura criminale con il più alto tasso di omicidi nel mondo e un sistema di correzione che annovera da solo il 25 per cento di tutti i prigionieri nel pianeta; un alto e onnipresente tasso di violenza, con la criminalità, la violenza domestica e la guerra, anche nei film, in TV e nei videogames; un torpore sociale e diagnosi di “disturbi da deficit di empatia”; il consumo di due terzi del mercato globale di antidepressivi con almeno 164 milioni di utilizzatori; il 150° posto nella classifica Pianeta Felice del 2009; il tasso di solitudine probabilmente maggiore al mondo (il 25 per cento delle famiglie è composta da una sola persona). Oppure, come Berman espone a un certo punto:

    L’esito finale della cultura capitalista, frenetica, del laissez-faire è che ogni cosa viene livellata verso il basso, ogni questione importante è ignorata, ogni attività umana si trasforma in merce e tutto va bene se vende. Quello che abbiamo è il dominio dei media aziendali, delle politiche con le frasi ad effetto guidate dai sondaggi ed una politica estera basata sull’unilateralismo e gli attacchi preventivi, un’industria giornalistica debole, una cittadinanza poco informata, i disoccupati che diventano bisognosi, un sistema di trasporti di massa scarso (o inesistente) e un sistema sanitario al trentasettesimo posto nella classifica mondiale.

    Il re (e il regno) è nudo.

    Berman spende un bel po’ di tempo parlando della “cultura alternativa” a tutto questo, compreso “un impegno per i mestieri artigianali, per la comunità, per il bene pubblico, per l’ambiente naturale, per la pratica spirituale e la ‘vita semplice’” e ci mostra che i suoi sostenitori e i suoi campioni sono esistiti da sempre, anche se naturalmente sopraffatti dalla cultura dominante. Cita, ad esempio, Thoreau, Melville, Henry Adams, Veblen, Sinclair Lewis, Henry Demarest Lloyd, Ruskin, Morris e il movimento per l’artigianato, Eric Fromm, Lewis Mumford (per il quale giustamente spende molte pagine), gli Agrari del Sud, Robert Redfield, Vance Packard, William A. Williams, Marcuse, Ellul, Roszak, Schumacher, Lasch, Wendell Berry, e più recentemente Jerry Mander, Langdon Winner, Neil Postman, e un po’ sorprendentemente Ted Kaczynski. Questo è un gruppo distinto e oggi sono conosciuti perché il lavoro che hanno fatto era attento e tagliente e mostrava con forza i mali della società materialistica; ma, come osserva Berman quando parla di Mumford, alla fine “non riesci a essere preso sul serio se sottolinei tutto questo”. Lo so bene.

    E così la cultura alternativa, anche se ai margini è sempre esistita e vi è tuttora, non ha mai seriamente fatto deragliare la locomotiva della civiltà del fare e nemmeno l’ha rallentata in modo percepibile.

    Infatti questa civiltà prenderà sempre provvedimenti per emarginarla, distruggerla se necessario, un fatto che Berman illustra nel capitolo sul Sud anteguerra. Berman mostra come il Sud era “l’unico esempio che abbiamo di un’opposizione all’ideologia dominante che aveva una vera forza politica” e aveva palesemente optato per una vita pre-moderna (anzi “neofeudale”), agreste, lenta, conservatrice, che onorava le tradizioni, l’onore, la cavalleria e l’ospitalità piuttosto che il fare soldi o inventare strumenti.

    In definitiva, il Nord sempre più industriale e in espansione non poteva sopportarlo, così iniziò una guerra per distruggerlo. “Il trattamento riservato al Sud da parte del Nord”, scrive Berman, “fu il modello a cui gli Stati Uniti si rifecero per trattare qualsiasi nazione considerassero nemica: non solo una politica di terra bruciata, ma anche una politica di ‘anima bruciata’” che avrebbero utilizzato nelle Hawaii, nelle Filippine, Cuba, Giappone, Vietnam, Iraq, Afghanistan e in qualsiasi altro posto potessero raggiungere.

    È per questo che alla fine Berman conclude che niente potrà modificare questa nostra società del fare e che tutti i tentativi per cercare di sostituirla sono destinati al fallimento: “Considero la fantasia di un futuro risanato una pura sciocchezza.” Ritiene, invece, che è il futuro che sia destinato a un collasso inevitabile, e non ci vorranno molti decenni. Cita un rapporto dell’intelligence americana dal Washington Post che prevede “un declino costante” del dominio americano nei prossimi decenni, con un paese che si sgretola “a un ritmo accelerato” nelle “arene politiche, economiche e forse culturali” e aggiunge che “niente sembra essere più ovvio”.

    In un raro momento di ottimismo, prosegue col dire che “il collasso potrebbe essere una buona cosa” se potesse in ultima analisi “aprire le porte ad una tradizione alternativa”, a un processo che, ammette, sarà “di lungo termine”. E suggerisce, e qui mi conquista il cuore, che uno dei mezzi per realizzarlo è la secessione, che mantiene le promesse proprio perché ha rinunciato a cercare di cambiare la società industriale nel suo complesso, in tutta la nazione, e invece sceglie le piccole porzioni (come il Vermont) dove una qualche versione della tradizione alternativa può essere realizzata.

    Al momento, dice, “questo progetto non ha un briciolo di speranza”, ma “in trenta o quarant’anni potrebbe non essere così inverosimile.”

    Beh, può richiedere una generazione, ma io non la penso così. Il collasso arriverà più presto di quanto possiamo realizzare – ho previsto entro un decennio – e porterà la secessione (o qualcosa di equivalente, tipo città-stato o città fortificate medievali) come la sola opportunità possibile per una nuova società con nuove alternative su scala umana. Non lo sto predicendo, badate bene, sto soltanto dicendo che è la sola strada da prendere.


    **********************

    Kirkpatrick Sale è autore di decine di libri, tra cui “Human Scale” e “Rebels Against the Future: The Luddities and Their War on the industrial Revolution” ed è Direttore del Middelbury Institute per lo studio della separazione, della secessione e dell’auto-determinazione.
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  2. #2
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Cara America, il rischio è il declino
    http://www.ilsole24ore.com/art/comme...?uuid=AaaUrGkE
    29 gennaio 2012


    La lezione della storia è impietosa: dall'impero romano a Gheddafi, i regimi e le civiltà finiscono in repentini tracolli più che graduali declini. Ed è quello che rischiano Stati Uniti e Occidente dopo aver perso le "armi vincenti" – dalla concorrenza all'etica del lavoro – che ne hanno garantito la supremazia per secoli, a vantaggio di altre società, soprattutto asiatiche.

    Forse è ancora possibile eliminare i virus e rilanciare il nostro sistema: ma bisogna agire subito.
    L'Occidente ha prevalso sul resto del mondo, a partire dal XVI secolo, grazie a una serie di innovazioni istituzionali che si sono rivelate altrettante armi vincenti: la concorrenza; la rivoluzione scientifica; lo stato di diritto e il governo rappresentativo; la medicina moderna; la società dei consumi; l'etica del lavoro.
    All'inizio del XX secolo, una decina di imperi – Stati Uniti compresi – rappresentava il 58% della superficie e della popolazione del pianeta, e ben il 74% dell'economia mondiale. Poi, però, il quadro è rapidamente cambiato. A cominciare dal Giappone, numerose società si sono appropriate di queste armi vincenti. Chi è oggi il vero depositario dell'etica del lavoro? Il sudcoreano medio lavora circa il 39% di ore in più a settimana rispetto all'americano medio. L'anno scolastico in Corea del Sud è di 220 giorni, rispetto ai 180 degli Stati Uniti. Basta frequentare un po' le principali Università americane per accorgersi che gli studenti migliori, quelli che studiano di più, sono gli asiatici e gli asiatico-americani.


    Quanto alla società dei consumi, 26 dei 30 più grandi centri commerciali del mondo si trovano oggi nei Paesi emergenti, soprattutto in Asia. Negli Usa se ne contano solo tre: e oggi sono posti desolati e semivuoti, visto che gli americani faticano a ripagare i debiti e hanno le carte di credito scadute. Passando all'assistenza sanitaria, la spesa americana è più alta di quella di qualunque altro Paese. In percentuale sul Pil, gli Stati Uniti spendono il doppio del Giappone per la sanità e più del triplo della Cina. Eppure l'aspettativa di vita in America è salita da 70 a 78 anni negli ultimi 50 anni, rispetto alle impennate del Giappone (da 68 a 83 anni) e della Cina (da 43 a 73 anni).
    Se poi parliamo dello stato di diritto, il World Economic Forum ci dà un quadro desolatamente chiaro. In ben 15 dei 16 indicatori relativi alla tutela della proprietà intellettuale e alla governance d'impresa, gli Stati Uniti sono più arretrati di Hong Kong e si piazzano al primo posto solo in un settore: la protezione degli investitori. Sotto ogni altro aspetto, la loro reputazione è pessima.

    Figurano all'86° posto nel mondo per i costi imposti alle imprese dalla criminalità organizzata, al 50° per la fiducia dell'opinione pubblica nell'etica degli uomini politici, al 42° per le varie forme di corruzione e al 40° per l'affidabilità degli audit e la credibilità dei bilanci. Quanto alla scienza, gli ultimi dati sulla competenza matematica rivelano che il divario fra gli studenti più avanzati al mondo – quelli di Shanghai e Singapore – e i loro coetanei americani è oggi più grande del gap fra gli adolescenti americani e quelli albanesi e tunisini.

  3. #3
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Vediamo di capire le contraddizioni di questi due articoli.

    Nel primo si parla e si condanna un america MATERIALISTA, BRUTALE, CORPORATIVA, OSSESSIONATA DAL DENARO.

    Nel secondo articolo si sostiene che gli USA sono falliti PERCHE NON HANNO SUFFICIENTI CENTRI COMMERCIALI, che la GENTE NON SPENDE E NON COMPRA MERCI.


    E' come la storia degli "obesi che muoiono di fame"......se sono obesi come fanno a morire di fame??

  4. #4
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    pensi che tutti gli americani siano poveri? anche in Grecia, che e' sull'orlo della bancarotta, vi sono fasce di ricchi e di poveri, che si dilatano o si assottigliano

    https://www.bric.ubibanca.com/mercat...fm?idNews=1327

    Per misurare il livello di sofferenza in periodi di crisi, tradizionalmente si utilizza l'indice della miseria, dato dal inflazione e tasso di disoccupazione. Tuttavia, per stimare più in profondità la sofferenza che molti paesi stanno attraversando è necessario considerare l'indice della disperazione, in cui a inflazione e tasso di disoccupazione si aggiunge quello di povertà. Applicando questo criterio di misurazione, l’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti ha annunciato che, nell’ottobre 2011, un americano su sette vive in condizioni di povertà: si tratta del numero più alto da 53 anni a questa parte, ovvero da quando è partito il censimento;
    Ultima modifica di adry571; 03-02-12 alle 07:29

  5. #5
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Citazione Originariamente Scritto da adry571 Visualizza Messaggio
    pensi che tutti gli americani siano poveri? anche in Grecia, che e' sull'orlo della bancarotta, vi sono fasce di ricchi e di poveri, che si dilatano o si assottigliano

    https://www.bric.ubibanca.com/mercat...fm?idNews=1327

    Per misurare il livello di sofferenza in periodi di crisi, tradizionalmente si utilizza l'indice della miseria, dato dal inflazione e tasso di disoccupazione. Tuttavia, per stimare più in profondità la sofferenza che molti paesi stanno attraversando è necessario considerare l'indice della disperazione, in cui a inflazione e tasso di disoccupazione si aggiunge quello di povertà. Applicando questo criterio di misurazione, l’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti ha annunciato che, nell’ottobre 2011, un americano su sette vive in condizioni di povertà: si tratta del numero più alto da 53 anni a questa parte, ovvero da quando è partito il censimento;
    In Italia è molto peggio, solo che esiste uno stato sociale che si chiama famiglia.


    ........ se non bestemmio oggi .......


  6. #6
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Vediamo di capire le contraddizioni di questi due articoli.

    Nel primo si parla e si condanna un america MATERIALISTA, BRUTALE, CORPORATIVA, OSSESSIONATA DAL DENARO.

    Nel secondo articolo si sostiene che gli USA sono falliti PERCHE NON HANNO SUFFICIENTI CENTRI COMMERCIALI, che la GENTE NON SPENDE E NON COMPRA MERCI.


    E' come la storia degli "obesi che muoiono di fame"......se sono obesi come fanno a morire di fame??
    Amico mio, invece di fare improbabili paragoni, cerca di rispondere all'oggetto della discussione, lo so che in molti tra voi non volete crederci, ma gli USA sono alla frutta.
    Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti.
    Eraclito


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  7. #7
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Ma quale declino.
    Dannato Barone Rosso.

  8. #8
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Citazione Originariamente Scritto da morfeo Visualizza Messaggio
    Ma quale declino.
    Sto Ringhio mi ricorda quel'altro che citava sempre Blondet et similia, Decima Regio... quello che diceva che entro un anno (ovvero allora, nel 2005) il dollaro avrebbe avuto un valore di 7 a 1 in confronto all' Euro, ne era pure convinto. ostridicolo:

    Confondere le situazioni che ci sono durante o appena dopo una crisi con qualcosaltro, e' piu; che altro uan propria illusione, ma almeno e' divertente da leggere.
    Globalizzazione..... si grazie.

  9. #9
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Citazione Originariamente Scritto da Amati75 Visualizza Messaggio
    Sto Ringhio mi ricorda quel'altro che citava sempre Blondet et similia, Decima Regio... quello che diceva che entro un anno (ovvero allora, nel 2005) il dollaro avrebbe avuto un valore di 7 a 1 in confronto all' Euro, ne era pure convinto. ostridicolo:

    Confondere le situazioni che ci sono durante o appena dopo una crisi con qualcosaltro, e' piu; che altro uan propria illusione, ma almeno e' divertente da leggere.
    Amati è tipico di chi non ha argomenti il tuo comportamento, si cerca di infangare la controparte, insinuando che l'altro sia un invasato o peggio un catastrofista, sei ridicolo, io sono conosciuto su decine di forum e anche su questo ci sono nick che mi seguono e mi conoscono con questo unico nome da molti e molti anni.
    Ho scritto su tanti forum negli ultimi 10 anni, sempre ed unicamente con un solo nome Ringhio, mi fai pena.
    Povero diavolo, questo tu sei.
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  10. #10
    Viva la piadina!!!
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    Predefinito Re: IL DECLINO DELL'IMPERO AMERICANO

    Citazione Originariamente Scritto da Ringhio Visualizza Messaggio
    Amati è tipico di chi non ha argomenti il tuo comportamento, si cerca di infangare la controparte, insinuando che l'altro sia un invasato o peggio un catastrofista, sei ridicolo, io sono conosciuto su decine di forum e anche su questo ci sono nick che mi seguono e mi conoscono con questo unico nome da molti e molti anni.
    Ho scritto su tanti forum negli ultimi 10 anni, sempre ed unicamente con un solo nome Ringhio, mi fai pena.
    Povero diavolo, questo tu sei.
    :gluglu:

    Ma chi ha detto che TU sei Decime Regio? ho detto che me lo rammenti.
    Stesse fonti, stesse panzatante stesse conclusioni sgallonate.


    Vedi, manco hai capito cosa ho scritto:

    "Sto Ringhio mi ricorda quel'altro che citava sempre Blondet et similia, Decima Regio.."

    Sei un po' paranoico no?


    Come per la discussione della BC Islandese, parli di cose che sono completamente fuori dall'area di tua conoscenza evidentmente, addirittura sei arrivato a voler smentire il governo Islandese stesso....

    Non conosci gli USA, ma proprio per nulla, ti basi su fonti che fanno ridere, e sono buono, ma non perhce;' son le tue fonti, ma proprio perche' sono robaccia senza base fattuale.
    Globalizzazione..... si grazie.

 

 
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