User Tag List

Pagina 7 di 18 PrimaPrima ... 67817 ... UltimaUltima
Risultati da 61 a 70 di 177

Discussione: Scrittori conservatori

  1. #61
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    Nella Miami di Wolfe il sogno multiculturale finisce in mille pezzi
    Tante tribù di immigrati senza alcuna idea di convivenza. La crisi di una società frammentata nel nuovo romanzo dello scrittore Usa
    Alessandro Gnocchi
    Le tragedie e le polemiche di queste settimane hanno riportato al centro dell'attenzione il dibattito sull'immigrazione, sulle frontiere, sul multiculturalismo. Alcuni romanzi in uscita affrontano il tema di petto, con prospettive, come è normale che sia, molto diverse fra loro.
    Le ragioni del sangue (Mondadori) di Tom Wolfe è forse quello più atteso. Il grande scrittore statunitense ha scelto di ambientare la sua storia a Miami. È l'autore stesso ha spiegare il motivo: la città della Florida è l'unica al mondo in cui oltre metà della popolazione sia di recente immigrazione. I cubani sono i più numerosi. I bianchi non ispanici, diventati una minoranza con incredibile rapidità, ora sono appena il 12 per cento degli abitanti. Inoltre, a Miami, gente proveniente da un altro Paese ha preso legittimamente il potere e il controllo delle istituzioni. Il laboratorio perfetto per Wolfe, acuto osservatore dei mutamenti sociali.
    La metropoli multietnica del XXI secolo, che potrebbe essere anche nel nostro futuro, è protagonista de Le ragioni del sangue. Le diverse comunità vivono una accanto all'altra ma sono piccoli mondi chiusi agli «stranieri». Manca ogni ipotesi di convivenza, figuriamoci quanto fascino eserciti lo Stato. Non c'è collante ideologico né religioso che tenga. Tutto è frammentato. Attraversare i quartieri di Miami, racconta Wolfe, è come passare da piccola patria a piccola patria. In questo caos, ci si aggrappa al concetto arcaico di tribù. All'interno di ogni enclave dominano le ragioni del sangue, come recita il titolo (quello originale, Back to Blood, era ancora più esplicito). Le regole del proprio gruppo etnico sono superiori alla legge, un intralcio da aggirare. È un fallimento totale così riassunto da uno dei personaggi: «Tutti odiano tutti».
    Il protagonista è il poliziotto di origine cubana Nestor Camacho. Con un gesto eroico, egli salva la vita a un clandestino in fuga da Fidel Castro. Tutto bene? Al contrario. Nestor, pur evitando la morte in mare all'aspirante rifugiato, ne causa l'arresto e il probabile rimpatrio. Se il profugo avesse toccato il suolo americano, avrebbe invece avuto diritto all'asilo politico. La vicenda finisce sui giornali, e Nestor si trova bandito dalla sua stessa famiglia, che lo considera un traditore della comunità. Neppure può contare su una reale solidarietà dei colleghi in divisa. Per loro, Nestor, che non parla lo spagnolo e non ha mai visitato Cuba, resta uno straniero. Tutti in questo libro vorrebbero essere qualcos'altro perché non riescono a essere statunitensi (e forse neppure lo desiderano). Ghislaine, di cui Camacho è innamorato, è immigrata haitiana di seconda generazione ma si finge francese purosangue. Il fratello della ragazza, invece, vorrebbe essere un vero duro, e si mimetizza tra gli adolescenti delle gang afroamericane.
    Parti esilaranti del libro sono dedicate ai magnati russi, pieni di soldi e innamorati dell'arte (strepitoso il ritratto dei collezionisti alle prese con la fuffa contemporanea di Art Basel, la fiera svizzera che in dicembre si trasferisce a Miami Beach). Ma questi benefattori e affaristi provenienti dalle steppe un tempo sovietiche non saranno per caso mafiosi o venditori di fumo venuti a conquistare le poche zolle ancora disponibili di terra di nessuno? Gli anglos bianchi invece sembrano accontentarsi di vivere da reclusi in strade esclusive. Sono zombie convinti di essere ancora in piena forma.
    Nel nuovo mondo, sindaco e forze dell'ordine non hanno le mani libere perché subiscono il ricatto delle varie etnie in grado di controllare il territorio. L'ipocrisia del politicamente corretto è un male che si rivela talvolta necessario: nascondere il disagio dietro una cortina di belle parole serve a sedare gli animi, anche se alla lunga complica il problema, moltiplicando le rivendicazioni. A Miami i funzionari più eroici cercano almeno di garantire l'uguaglianza davanti al codice penale. Impresa titanica.
    Nella Miami di Wolfe il sogno multiculturale finisce in mille pezzi - IlGiornale.it



    Al pantheon leghista manca solo un eroe liberista. Dici poco…
    di Matteo Borghi
    Non solo grandi classici come Braveheart e Oriana Fallaci. La Lega è anche Fabrizio De Andrè, Homer Simpson oppure Hulk, va detto favorito probabilmente in virtù del colore delle pelle. Sono questi i primi risultati, da un certo punto di vista strabilianti, che escono dal «1° Campionato Mondiale di Mitologia Leghista» lanciato dal quotidiano La Padania.
    Un concorso – come spiega il quotidiano di via Bellerio – che servirà a stabilire con precisione «quali sono i personaggi hanno direttamente o indirettamente influenzato la nascita del nostro Movimento?» in modo da non lasciare «Carlo Cattaneo solo soletto?». Non solo: il campionato ha come orizzonte finale quello di eleggere, una volta per tutte, «il Leghista più leghista della Storia». Personaggi presi dalla realtà («chi nella storia del mondo si è comportato da leghista ante-litteram») oppure «dalla fantasia, da film, libri, cartoni animati». Ed ecco che, dalla base leghista (che può votare via mail oppure tramite degli appositi tagliandi da ritagliare sul quotidiano), arrivano nomi a sopresa. Come quello di un cantautore che si autodefiniva «anarchico» per un partito che, al contrario, fa della legge e della legalità due cardini imprescindibili. O come quello del protagonista di una fortunata serie di cartoon americani, molto simpatico ma che – diciamocelo chiaramente – di voglia di lavorare non ne ha molta: uno che probabilmente, in Italia, avrebbe scelto una via di “imboscamento” nella pubblica amministrazione. Contraddizioni palesi? In parte sì ma c’è da considerare, d’altra parte, come il tentativo della Lega 2.0 di smarcarsi dall’edizione precedente porti con sé il desiderio di scoprire nuovi simboli e identità, con una particolare predilezione per i ribelli ad ogni costo e sotto ogni sfaccettatura.
    Ne è un esempio il nome che Matteo Salvini – guarda caso uno dei primi a rispondere all’appello del quotidiano lumbard: «Aaron Swartz, attivista americano finito sotto processo per aver lottato in favore della libera circolazione di idee e conoscenze, morto suicida a soli 26 anni; un ragazzo che ha accettato di rischiare tutto per i suoi ideali, come un vero leghista». Ebbene non si può tralasciare di dire che Swartz, scomparso così tragicamente (seppure per una scelta personale) l’11 gennaio scorso, sia stato accusato di aver scaricato illegalmente e diffuso 4,8 milioni di files del Massachussets Institute of Technology, coperti da proprietà intellettuale. Negli anni precedenti aveva compiuto azioni simili nei confronti di altri documenti coperti da copyright. Insomma – con tutto il rispetto per la sua drammatica vicenda umana – non possiamo certo dire che Swartz prendesse in gran considerazione il diritto d’autore, che altro non è che una delle declinazioni del diritto di proprietà, fulcro di uno Stato liberale.
    Certo, da Salvini – rappresentante dell’ala più storicamente di sinistra del movimento – ce lo potevamo aspettare. Quello che speriamo è che fra i vari “superleghisti” compaia qualche eroe liberale. Noi de L’Intraprendente, dalla nostra, lanciamo Batman: miliardario eroe che dedica il giorno al suo colosso industriale e la notte alla difesa dei più deboli. E lo fa volontariamente, e coi propri soldi.
    Al pantheon leghista manca solo un eroe liberista. Dici poco? | L'intraprendente



    Gli uomini nuovi secondo De Wohl
    Mi capita quando si termina un libro di avere la sensazione che chi lo ha scritto, lo abbia fatto dopo aver sbirciato dalla finestra di casa mia. Un libro serve a chi lo legge per essere letto. Interiormente. Non di rado, infatti, accade che alcune frasi siano così pertinenti alla vita di chi tiene tra le mani quelle pagine che si generi un certo timore e una certa riverenza con l’autore come se conoscesse bene chi sei, i difetti, le ansie, i desideri, le speranze. Non importa se sul retro di copertina uno si accerti che l’autore sia morto da cinquant’anni. “Mi conosce”. E’ la sensazione strana e stupefacente di chi tra quelle righe riconosce le proprie rughe. Non quelle degli anni, ma quelle segnate dalle lacrime, dalle ferite, dall’orgoglio, dal peccato, dalla tenerezza, dalla preghiera amante.
    La lettura di un romanzo, in realtà, o conduce a questo – a questo, intendo, all’inspessimento della propria coscienza, all’attribuzione delle proprie sconfitte e delle proprie, poche a dire il vero, vittorie, alla percezione della propria fragile grandezza, all’intuizione della propria vocazione – o è un ozio insignificante. Leggere sarebbe una perdita di tempo, una vanità per il gusto delle parole e di storie saporite senza che in quella narrazione venga raccontata la vita. La propria.
    Nell’agile lettura de “La città di Dio. Storia di San Benedetto” di Lous de Whol (ed. Bur, pag. 382, 11,50 euro) si ha l’impressione non solo che i propri desideri o le proprie paure siano indagate misteriosamente dall’autore che le assegna chi ad un protagonista chi al suo contrario, ma che questo romanzo, collocato al tempo della caduta di Roma, dell’Impero d’Occidente, dell’invasione dei Goti e della presa della Città Eterna, sia la descrizione più acuta dell’oggi.
    E’ una constatazione che meraviglia e intimorisce perché uno prende in mano una storia del V secolo e pare essere la pagina di un attuale saggio sull’oggi. Forse è questo ciò che rende l’arte di De Whol, degna di essere accostata come una tra le cose più care e più preziose. Parla di me, del mio io. Oggi. In questo contesto, economico, morale, politico.
    Da dove viene questa capacità dell’autore? Dai protagonisti delle sue pagine. Romanziere per vocazione, De Whol sceglie di raccontare la vita dei santi, cioè di uomini e donne vere.
    Niente è più affascinante dei santi. I Santi sono quanto di più attuale ci siano per indicare a me chi io sia e quale sia il cammino da percorrere.
    San Benedetto è un giovane, appartiene alla categoria dei severissimi homines, come sono definiti i nativi di Norcia. Arriva a Roma e cosa vede? “La danza dei morti viventi”. Vede, cioè, Roma, la sua gloria, le sue mura, i suoi palazzi, la dignità superba dei suoi figli, i mausolei dei suoi imperatori… Vi giunge accompagnando un vecchio abate, ormai cieco per il quale tutto ancora risplende. Benedetto, invece, vede un cadavere. La corruzione ammalora la città, i teatri, la cultura, la vita normale delle persone…Benedetto vede ciò che ne è la causa originaria, nascosta, quella che i più fingono di non scorgere. E’ un uomo che vede oltre la superficie delle cose, degli accadimenti, delle persone. Piuttosto ne intravvede la natura inconsistente quando è priva di ciò che la fa essere: Dio.
    “La vita è una faccenda sporca” per chi ha occhi solo pieni dei propri vizi e delle proprie miserie. In realtà, la vita è bella perché Dio è buono. Tutto dipende se il punto di fuga che si sceglie per definire la realtà è la miseria o piuttosto la misericordia. Non basta, infatti, considerare e magari elencare il male. L’analisi della realtà può essere una scusa per rimanerne complici. Occorre che il giudizio generi una compassione.
    Il punto, allora, come oggi, è “da dove ripartire?”. Quale sguardo rende la vita più bella? La miseria dell’uomo è tale che dinanzi alla decomposizione del cuore e delle sue attese fa emergere come unica possibilità di riscatto o la vendetta, trama di un dolore che invece che attenuarsi, come antichi sacrifici umani compiuti per placare l’ira divina, amplifica l’abisso del male o “la reintroduzione dei Lupercali, con tanto di riti di fertilità, mascherate volgari, esibizioni oscene…” (pag.44), distrazione sempre antica e banale del piacere edonistico ed esoterico.
    In mezzo a questo caos, un personaggio minore, improvvisamente, irrompendo tra le pagine come tra le macerie di un palazzo in rovina, si accorge che “un uomo di nome Benedetto costruisce un luogo dove tutto si fa solo per Dio levandogli un fiume incessante di preghiere con il canto; un posto dove gli uomini non possiedono niente e hanno tutto. Il suo monastero è un cordone vivente scagliato verso il Cielo che Dio afferra per reggere in equilibrio il mondo.(…)“Sta creando uomini nuovi. Costruisce una nuova società al servizio di Dio” (pag. 191).
    De Whol ci offre la vita di questo santo non per darci qualche nozione in più su uno dei tanti santi che affollano il calendario dei giorni e neppure indicarci qualcosa da replicare, quanto suggerirci la prospettiva di uno sguardo e di un ideale.
    Oggi la disperazione, il cinismo, la pretesa nichilista di distruggere tutto o l’evasione egoistica possono essere arginate da uomini che non censurano, in primo luogo la propria infedeltà e si pongono di convertire prima di tutto se stessi. “Molti credono di avere per nemico un goto, un rivale in affari o la tifoseria avversa all’ippodromo, non cercano l’avversario là dove si annida davvero dentro di loro, a dominarne i desideri e incitarli al male” (pag. 95). In secondo luogo, uomini che riconoscono che Gesù è il Signore. In Lui tutta l’umana condizione è salvata se vissuta per la Sua Gloria, se offerta alla Sua Maestà. Benedetto non tralascia niente. Niente di ciò che è buono anche se antecedente a Cristo. Piuttosto custodisce e tramanda attraverso l’opera degli amanuensi e dei manoscritti miniati. I monaci, poi, divengono in breve anche “mugnai e panettieri, fabbri e falegnami muratori e marmisti, giardinieri, sarti e ciabattini. Trascrivevano e miniavano manoscritti, studiavano e insegnavano e sette volte al giorno si riunivano per cantare le lodi di Dio, così come lo lodavano con il lavoro” (pag. 297).
    Divengono, loro apparentemente fuori dalla lotta, i più grandi avventurieri di un modo straordinario di vivere la vita e goderne appieno. Roma puzza come può male odorare un cadavere ormai consumato al suo interno, ma il profumo di qualcosa di nuovo, di una Roma edificata nell’animo di uomini nuovi, comincia a diffondersi. Chi termina queste pagine, non può non volere per sé, non può non volere impiegare ogni risorsa, per avere questo profumo.
    Gli uomini nuovi secondo De Wohl | Libertà e Persona


    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #62
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    The Americans, la nuova serie ambientata in piena Guerra Fredda
    ELISABETTA TIRABASSI
    Anni Ottanta, Ronald Reagan è diventato da pochissimo il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Da divo di Hollywood a capo di stato il passo è stato breve e mentre qualcuno si chiede ancora come abbia fatto un attore a diventare l’uomo più potente al mondo, la Guerra Fredda è ancora lì e il nuovo presidente non nasconde certo la poca stima per l'Unione sovietica, ribattezzata amichevolmente l’Impero del Male.
    In questo contesto storico, che da lì a poco vedrà partorire anche l’idea di uno scudo spaziale a protezione di tutto l’Occidente, vive una normalissima famigliola medio borghese. Elisabeth (Keri Russell) e Philip (Mattew Rhys) agenti di viaggio, hanno due figli, Paige e Henry, e vivono in un villino in periferia che rientra perfettamente nei canoni stereotipati dell’americano medio. Una famiglia di insospettabili, così identica a tante altre, se non fosse per un piccolo e insignificante dettaglio: Elisabeth e Philip sono due spie russe, infiltrate in territorio nemico e, da oltre 15 anni, lavorano per abbattere il capitalismo.
    I due, da perfetti sconosciuti, addestrati separatamente e senza conoscere nulla del rispettivo passato, hanno iniziato una vita insieme che ha visto la nascita anche di due creature innocenti all’oscuro della vera identità dei genitori e la creazione non necessaria, ma evidente, di relazioni affettive. Dopo anni di vita sotto copertura, i rapporti tra i due colleghi sono quindi molto complicati soprattutto perché il tempo ha cambiato la loro prospettiva sul grande nemico comune. Elisabeth è ancora completamente allineata con le direttive URSS, è devota e disposta a morire piuttosto che tradire la sua patria, mentre Philip, con il tempo, ha apprezzato alcuni aspetti del capitalismo, ama profondamente i suoi figli e di fronte alla prospettiva di missioni sempre più pericolose, inizia ad avere qualche dubbio sulla direzione da prendere.
    Questa è la base da cui parte la narrazione di The Americans, il nuovo telefilm in onda dal 4 novembre su Fox Italia alle ore 200. Creato da Joe Weisberg, un ex analista della CIA, la serie è stata ben accolta dalla critica che ne ha apprezzato la buona ricostruzione storica e soprattutto la bravura nel fondere tematiche intimiste legate alla famiglia con quelle più squisitamente spionistiche. I due grandi punti di forza della produzione, infatti, sono proprio questi.
    Da un lato l’ambientazione negli anni Ottanta dà un tocco retrò a tutta l’impalcatura scenica che vive di comicità indiretta, grazie alla tecnologia ridotta di quel periodo storico che poteva avvalersi di registrazioni su nastro, mini fotocamere, baffi finti e parrucche in nylon. Dall’altro, l’attenzione posta alle tematiche psicologiche non solo del singolo, ma soprattutto del nucleo familiare, dà spessore alla trama evitando che scada nell’irrealistico.
    I protagonisti, pur essendo spie addestrate a tutto, non sono semplici cani sciolti pronti a uccidere su singolo obiettivo. Dopo più di un decennio di vita in comune, in bilico tra le richieste del loro lavoro da infiltrati e la costruzione di una vita coniugale credibile, i due hanno loro malgrado creato un rapporto i cui contorni vengono lasciati volutamente nel vago per tutta la stagione. Non è possibile, infatti, dire con certezza se i due agenti del KGB abbiano sviluppato dei sentimenti l’uno per l’altro o se, anche i rari momenti in cui sembra trapelare la loro umanità, siano solo un altro gioco delle parti, una facciata dietro la quale nascondersi e nascondere la verità.
    Paragonato spesso a Homeland, con il quale condivide sia il genere di appartenenza, sia la scelta di puntare l’attenzione sulle dinamiche psicologiche dei suoi protagonisti con relative zone d’ombra, The Americans si distacca dal suo illustre e pluripremiato predecessore per molti altri versi. La prima fra tutte è il ritmo della narrazione che, se in Homeland era già di per sé molto controllato, in The Americans rasenta veramente l’immobilità con una conseguente e disarmante perdita dell’attenzione. In secondo luogo, il punto di vista è completamente ribaltato e il telespettatore segue la storia a braccetto con il “nemico”, vive le sue angosce e paradossalmente si trova a preoccuparsi della sua sorte e a immedesimarsi nei suoi problemi, grazie anche a una scelta di ambientazione che mette la giusta distanza tra fatti storici e quotidianità dell’utente finale. Senza voler entrare in tecnicismi come scelte di regia e di fotografia, basta dire che Homeland e The Americans sono due prodotti diversi con qualche punto di contatto, nulla di più.
    Per sapere se preferite le spie russe del KGB agli analisti della CIA, non mancate il pilota di The Americans su Fox Italia dal 4 novembre.
    The Americans, la nuova serie ambientata in piena Guerra Fredda

    Dalla Tradizione la speranza per il futuro, nel nuovo libro di Pucci Cipriani. Una lettera di Osvaldo Ravoni
    “LA MEMORIA NEGATA – Appunti per una storia della tradizione cattolica in Italia” è il titolo del nuovo libro di Pucci Cipriani, edito da Solfanelli, che verrà presentato a Firenze giovedì 7 novembre.
    Il prof. Osvaldo Ravoni, tra i primissimi a leggere questa ultima (per ora) fatica del nostro brillante scrittore e carissimo amico ha scritto una lettera che vi proponiamo, insieme alla risposta di Pucci, a cui ci uniamo nell’invitarvi tutti alla presentazione del libro e alla sua lettura. Un libro bello, una ventata d’aria fresca e pulita in un mondo putrescente, che ha però ancora un avvenire, se sapremo recuperare quei valori immutabili, e farli ridiventare attuali, salvandoli dalla “memoria negata”. —————————————————————————

    Pucci Cipriani – LA MEMORIA NEGATA. Appunti per una storia della tradizione cattolica in Italia. Presentazione di Paolo Deotto. Introduzione di Luciano Garibaldi. Postfazione di Piero Vassallo – Ed. Solfanelli, pagg. 440 – € 25,00

    ———————————————————————

    Montecatini, 26-X-2013
    Caro Pucci Cipriani,
    ho finito or ora di leggere il suo bel libro: “La Memoria negata: appunti per una storia della Tradizione cattolica italiana” (Solfanelli – pagg. 450, Euro25,00) che mi consegnò l’altro ieri, entusiasticamente, l’amico prof. Vinicio Catturelli: mi creda, ho avuto un balzo al cuore e sono tornato, d’improvviso, indietro nel tempo e ho rivissuto tanti momenti della mia vita, ho ritrovato tante persone care, indimenticabili, a cominciare da don Luigi Stefani (ora avrebbe avuto cent’anni!) e dal “suo” Conte Capponi (provi a domandargli di me) che incontrai più volte all’Università di Firenze. Lei doveva essere un ragazzino quando, a fine anni Cinquanta, organizzammo con Mons. Pietro Fiordelli, vescovo di Prato, le settimane per il clero: anche centocinquanta sacerdoti alle lezioni che tenemmo, insieme al prof. Luigi Gedda, al prof. Vinicio Catturelli, e al prof. Piero Vassallo, giovanissimo…erano quei discenti sacerdoti di sana dottrina, la Chiesa aveva al timone un papa come Pio XII, e i modernisti (ahimè c’erano anche allora) stavano nascosti a covar l’uova della Rivoluzione che si sono schiuse con il Concilio Vaticano II…Era lontano il divorzio, dell’aborto neanche si parlava e la droga non era problema nostro: ricordo di aver visto un film che molto mi scosse: “L’Uomo dal braccio d’oro”, ambientato in America, tra la malavita e gli spacciatori…



    sembrava un mondo lontano, inesistente: oggi siamo arrivati alla droga di massa. Mi dicono i miei pronipoti che, nelle scuole superiori, si fa prima a fare il conto di chi NON fuma la marijuana o NON annusa la coca…
    I preti, a quei tempi, leggevano il Catechismo del Concilio di Trento e di San Pio X e non Ranher e Marcuse, indossavano la tonaca, studiavano il latino e la Santa Messa era il Divino Sacrificio e non quella che Lei chiama, non a torto, una “riunione di condominio”…mi hanno commosso le testimonianze di quei sacerdoti “Santi” che sono rimasti fedeli “usque ad effusionem sanguinis” alla loro prima Messa: don Biondi, don Migliorini, don Stefani…ma anche don Bresci, don Lenzini e il caro Cardinal Bartolucci (che, apprendo, essere in ottima forma e buona salute, Iddio lo benedica !) che conobbi a Roma, alla Cappella Sistina…E poi Tito Casini, lo scrittore firenzuolino contro cui si scagliarono i “Nuovi barbari” – per dirla con il nostro indimenticabile Michel de Saint Pierre- che non gli perdonarono quella sua “La Tunica Stracciata”, Adolfo Oxilia (anche lei ne parla con affetto) che negli anni Sessanta e Settanta andavo a trovare nella sua casa di via XX settembre e che mi regalò una delle prime copie de “Il Chirone: letture italiane e latine per avviamento al latino e all’italiano” (Sansoni 1965) …Mi accorgo di dilungarmi troppo con questi miei ricordi disordinati ma intensi…
    Ho notato che nel suo libro mancano del tutte le ultime vicende della Chiesa: da quando sentimmo quel “Buonasera” al posto del “Sia lodato Gesù Cristo”, dal nuovo “stile” assunto dal “vescovo di Roma” andato a vivere alla Locanda Santa Marta, ai tanghi argentini e agli sculettamenti dei vescovi a Copacabana, alle genuflessioni davanti ai grandi della terra ma non davanti al Signore, dalle interviste all’organo del laicismo massonico ”La Repubblica” e al suo “Sacerdote” Eugenio Scalfari, all’irrisione delle persone che dedicano la loro vita alla battaglia contro l’aborto (persone “fissate”) che ha prodotto nel Movimento ”pro life” americano -secondo Michel Davies- un “danno incommensurabile”, dalla Messa celebrata su un altare alla “Capitan Findus” all’invito ai clandestini ad invadere la nostra Patria, fino all’augurio ai musulmani che il Ramadan porti buoni frutti… come se da una falsa religione potessero venire buoni frutti.
    E lasciamo stare lo stile (anche se Buffon diceva che ”lo stile è l’uomo”) e veniamo alle persecuzioni: sì, ha capito bene, alle persecuzioni: dai frati dell’Immacolata, commissariati e messi nelle mani di un “tagliagole”, quindi alla carcerazione del loro fondatore p. Manelli (“Non è carcerato…soltanto lo proteggiamo dai tradizionalisti”), alla “deportazione” dei frati (la maggioranza) rimasti cattolici e fedeli alla regola e alla “sospensione della celebrazione della Messa tridentina del Breviario Tridentino” nel medesimo Ordine (sospensione che toccherà, tra breve, anche a coloro che sono rimasti fedeli al “motu proprio”) per arrivare al licenziamento da “Radio Maria” di due giornalisti che avevano osato criticare (oltre tutto assai rispettosamente) lo stile del “vescovo di Roma”, financo alle scomuniche che ora non commina più la Santa Sede, ma il giornalista-scrittore “new age” Antonio Socci…insomma ce n’è da dare e santificare…Le chiese sono vuote, nessuno, a scuola, sceglie più la religione, i giovani neanche sanno che per far la comunione bisogna prima confessarsi…ma il novantanove per cento delle persone sono entusiaste del “papa piacione”…mi accorgo però che il capitolo mancante del suo libro lo sto scrivendo io.
    Mi scusi tanto e stia sicuro che nel pomeriggio di giovedì sette novembre sarò, con mia figlia e tre nipoti, a Firenze per la presentazione de “La Memoria negata”.







    Nascosto nel silenzio
    Pubblicato da Berlicche
    Da ragazzo volevo fare l’astronauta.
    A dire la verità, anche adesso che sono adulto vorrei fare l’astronauta. Ma quello spazio che quarant’anni fa sembrava stesse per diventare una frontiera aperta a tutti rimane chiuso alla maggioranza dei mortali, alle persone comuni come me.
    Certamente adesso ne so molto di più di allora. Ho imparato quanto sia pericoloso e inospitale lassù, quanto sia difficile andarci e rischioso rimanerci. Le visioni eroiche, il romanticismo di tanti anni fa li ho superati. Però vorrei proprio essere là. Per la bellezza.
    In mancanza di una navetta che mi porti su, sono andato al cinema vedere Gravity.
    La persona seduta dietro in me, in sala, a metà proiezione asseriva che non avrebbe viaggiato nello spazio per nessuna somma. Io pagherei volentieri la somma da lei rifiutata per andarci. Certo che il film non è che sia proprio rassicurante. Ti rilassi, guardando le magnifiche immagini della terra da 600 chilometri d’altezza. Per un paio di minuti. Poi gli avvenimenti, letteralmente, precipitano, e il resto della pellicola è una corda tesa fino all’ultimo secondo.
    Se c’è una cosa che è evidente nel film è la spettacolare fragilità della tecnologia. Le cose si rompono, e la loro rottura manda ogni cosa fuori controllo. Ma, a differenza dei detriti inanimati che volteggiano senza scopo nel silenzio, i detriti umani possono scoprire quello che permette loro di andare avanti, oltre il disastro.
    Grande prova d’attore dei due protagonisti, Sandra Bullock in particolare, più che eroi persone che si trovano a vivere circostanze eccezionali meglio che possono. E che si spingono un poco al di là di quello che loro stessi ritenevano possibile.
    Senza volere fare spoiler, ad un certo punto uno dei due attori si ritrova in una situazione senza uscita, e crolla. Si scopre essere umano di fronte al vuoto, non solo quello cosmico. “Tutti dobbiamo morire, ma io morirò oggi…”. Ascoltando la voce incomprensibile di un radioamatore intercettato per caso, lo supplica: “Almeno tu, prega per me…Non c’è nessuno che preghi per me, lì sotto…io non ne sono capace. Vorrei poterlo fare, ma nessuno me lo ha mai insegnato”.
    Ecco cosa, al di là delle immagini spettacolari, cosa mi ha colpito: l’ammissione di impotenza di fronte ad un universo che, più che ostile, è indifferente; il rendersi conto della propria piccolezza, puntino in un’orbita immensa. La speranza che non sia tutto lì. Salvo poi accorgersi che forse là fuori qualcosa c’è, qualcosa di imprevisto, qualcosa nascosto nel silenzio ma che non è silenzio. Per il quale una lacrima sincera vale come la preghiera che non si sa dire.
    Si può scegliere di non vederlo, di ignorarlo. Trovare altre spiegazioni. Non lo facciamo continuamente? Ma anche se non siamo nello spazio, siamo comunque piccolissime creature in un universo troppo grande per noi. E con quel silenzio che non è tale i conti li dovremo fare comunque.
    Nascosto nel silenzio | Berlicche


  3. #63
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    TV2000, Avati racconta
    «I militi ignoti della fede»
    È dedicata alle persecuzioni subite dai cristiani nell’Europa dell’est durante il regime sovietico "I militi ignoti della fede", la serie di documentari firmata da Pupi Avati che andrà in onda su Tv2000 (canale 28 del digitale terrestre, 138 di Sky, in streaming su TV2000) ogni venerdì, alle 21.20, a partire dall'8 novembre.
    Ventiquattro puntate, ciascuna della durata di un’ora, per raccontare la storia degli uomini e delle donne che hanno difeso la libertà, e in essa la Chiesa, opponendosi all’ideologia totalitaria comunista anche con la vita. Protagonisti del documentario non sono solo i porporati che hanno guidato la resistenza delle chiese locali (come i cardinali Mindszenty, Wyszynsky, Beran, o il parroco Don Jerzy Popieluszko) ma anche i tanti cittadini per lo più sconosciuti – i “militi ignoti della grande causa di Dio”, come li definì Papa Wojtyla – che con il proprio sacrificio hanno contribuito a far implodere il regime sovietico. Le tappe di questo inedito viaggio nella Storia saranno Polonia, ex Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Germania dell’est; e ancora, Urss, Yugoslavia, Albania e Bulgaria.
    Nel dettaglio, questi i titoli delle prime 12 puntate: “In nome della libertà - La sfida di don Piepieluszko” (8 novembre); “Il primo martire - il beato Ladislao Findysz” (15 novembre); “Il Papa e il primate” (22 novembre); “Il cammino della libertà” (29 novembre); “'56, un canto di libertà” (6 dicembre); “Una luce di speranza, la lunga notte dell'Ostpolitik” (13 dicembre); “La notte dei barbari, Korec e la chiesa del silenzio in Slovacchia” (27 dicembre); “L'inverno della fede, il dramma dei greco-cattolici slovacchi (3 gennaio); “Germania. La croce al di là del muro” (10 gennaio); “Nowa Huta e le chiese clandestine” (17 gennaio); “Praga tragica. Vlk e la Chiesa del dissenso in Boemia” (24 gennaio); “Croci della Moravia. Con Navratil sulle orme di Cirillo e Metodio” (31 gennaio).
    TV2000,*Avati racconta «i militi ignoti della fede» | Spettacoli | www.avvenire.it



    Scivolone di Harrison Ford
    Harrison Ford, si sa, è un grande attore e tutti l'abbiamo ammirato nelle vesti dell'impavido Han Solo, che difende, assieme a Luke Skywalker, la principessa Leia Organa dal malefico Darth Vader. Ma non ci saremmo aspettati da lui una caduta di stile come quella di cui si è reso protagonista nell'intervista apparsa il 30 ottobre 2013 sul quotidiano "Il Giornale". Ad un certo punto, l'intervistatore Carlo Bizio chiede: «Lei ha avuto un dissapore con l'autore del romanzo «Ender’s Game» da cui è tratto il film, Orson Scott Card, perché al Comic-Con ha espresso opinioni contro il matrimonio gay. Un commento?»
    L'attore così risponde: «Certo: Card avrebbe dovuto tenersi le sue opinioni reazionarie per conto suo. Ma per fortuna non c'è nulla di queste sue idee nel romanzo o nel film. Ha perso un'occasione per stare zitto. A volte gli scrittori parlano troppo. Che scrivano e basta».
    Noi, per fare ammenda al posto suo di un commento così poco democratico e tollerante, ci impegniamo fin d'ora a recensire sul prossimo numero di "Future Shock" (n.65, febbraio 2014), il romanzo di Orson Scott Card, da cui è tratto il film di cui sopra, Il gioco di Ender (The Forever Man, 1986), che ha vinto, nel 1986, i premi Hugo e Nebula per il miglior romanzo di fantascienza dell'anno.
    Fantascienza umanesimo scientismo cristianesimo scuola darwinismo letteratura



    Fabio Volo alla cultura del Corriere. Allego dimissioni da intellettuale
    Il bestsellerista del momento inizierà a collaborare con il (fu) sobrio quotidiano milanese. Nessun moralismo: benvenga Volo, ma chiamarlo "cultura" vuol dire sposare la vecchia idea (cattocomunista) di don Milani: il livellamento che fa a fette il merito
    di Corrado Ocone
    Aveva cominciato domenica scorsa il “Padre Fondatore”, intendo dire Eugenio Scalfari, nella sua “omelia” da aspirante “papa laico”. Dietro un paragone alquanto bizzarro con l’altro “piacione” della vita pubblica italiana, Matteo Renzi, Scalfari aveva non solo scritto che Fabio Volo gli piaceva e gli stava simpatico, ma si era spinto fino ad augurargli l’ingresso nella storia della letteratura: «ricorda Balzac, quando esordì scrivendo feuilleton sui giornali popolari dell’epoca». Il che, francamente, sembra un paragone assurdo più che eccessivo: direi che, nel nostro caso, manchi il quid. È vero che il furbo direttore si trincerava dietro un «personalmente non ho letto il libro di Volo» (di grazia, si può leggere un libro non “personalmente”?), ma il tutto appariva come un via libera dato agli amministratori del suo giornale affinché, dopo quei pseudoletterati che rispondono al nome di Saviano e Baricco, arruolassero anche l’autore del fortunato best seller La strada verso casa.
    E, invece, più lesto ancora, è arrivato il Corriere della sera: ieri si è rapidamente diffusa la notizia che, da domenica prossima, l’attore-scrittore inizierà a collaborare nientemeno che alle pagine culturali del compassato (almeno un tempo) giornale di via Solferino. D’altronde, se ad avere una concezione molto particolare, direi, della letteratura italiana sono i membri dell’Accademia di Svezia, che sono arrivati a proporre Vecchioni come Premio Nobel, perché la stessa non dovrebbe averla la direzione del maggiore quotidiano nazionale? E pazienza se, sulla sua terza pagina, hanno scritto in passato non solo dilettanti scribacchini come il sottoscritto, ma anche uomini di lettere che rispondevano ai nomi di Alvaro, Borgese, Buzzati, D’annunzio, Deledda, Montale, Pirandello, solo per farne alcuni. E poi vuoi mettere, in questi tempi di crisi di vendite, un autore di cassetta che piace a tutti: «a giovani e anziani, uomini e donne, benestanti e disagiati», per dirla ancora con Scalfari?
    Eppure, questa vicenda mi ricorda maledettamente un passo del bellissimo carteggio fra Croce e Giovanni Laterza, allorché il filosofo invitava l’editore a desistere dal pubblicare certi romanzetti popolari: non per moralismo, ma perché, osservava, anche se sul momento ne verrà qualche giovamento economico, la scelta influirà sul lungo periodo sull’immagine e sul profilo complessivo, e quindi anche sulle vendite, dell’azienda.
    Ecco, il punto è questo. Non saremo certo noi a negare che il mercato è il mercato e che, se un autore vende, va rispettato. Né ci piacciono i parrucconi noiosi che badano solo alla “cultura alta”, o che ritengono tale (mi sovviene a questo proposito un altro esempio dalla biografia di Croce, quello di quando, chiedendogli Gentile qualche lettura essendo a casa in convalescenza, egli gli fece recapitare le Memorie di Casanova che il serioso filosofo dell’Atto rimandò indietro indignato).
    Il problema è un altro: ogni cosa va giudicata, e anche collocata, “iuxta propria principia”, nella sua sfera. In poche parole: ospitate pure Volo, ma non sulla pagina culturale! Non può farlo in particolare, a mio avviso, un giornale borghese, moderato, filooccidentale. Esso deve praticare l’arte della distinzione: non distinguere “cultura alta” e “cultura bassa”, ma la cultura e ciò che è sicuramente un’altra cosa. E che avrà pure dignità e valore, ma in un campo diverso: non gerarchicamente “inferiore”, ma appunto e semplicemente differente.
    Lasciamo ai cattocomunisti l’idea che un don Milani formulava nella sua troppo acriticamente osannata Lettera, quella per cui la cultura pratica o manuale del povero figlio di un falegname pari è a quella fatta di buone letture del figlio di un borghese! Anche perché è un’idea solo apparentemente sollecita verso i più poveri: livellando la cultura al basso, invece di far elevare i meritevoli, si generano le condizioni affinché chi può permetterselo mandi i propri figli a studiare nelle migliori scuole estere o nelle private di élite.
    Qualcosa del genere di quello che succede in questi giorni in Italia era accaduto, su altra e più comprensiva scala, anche in America negli anni successivi al Sessantotto (una stagione che, detto per inciso, da noi non sembra finire mai!): nei campus universitari cominciarono a nascere insegnamenti i più bislacchi possibili, dagli “studi postcoloniali” a quello delle “culture altre”, fino a fantasiose “letterature di genere” viste da prospettive di “genere” (sic!). Le opere classiche venivano poi riscritte affinché non offendessero o discriminassero “minoranze” proclamatesi tali. Si era arrivati persino a definire molti classici portatori di una cultura fallocratica, omofoba o semplicemente “fascista”. Una cappa di conformismo progressista sembrava avvolgere la cultura, mettendo in un angolo quel Canone occidentale che ha civilizzato il mondo e in difesa del quale (eravamo nel 1994) intervenne allora, con la sua voce alta e stentorea, e con il suo sarcasmo, il grande critico letterario Harold Bloom.
    C’è ora qualcuno dalle nostre parti che possa aiutare a rimettere i puntini sulle i? O vogliamo ripetere come farsa quella che fu allora una vera e propria tragedia culturale?
    Fabio Volo alla cultura del Corriere. Allego dimissioni (liberali) da intellettuale | L'intraprendente



    I polacchi, i comunisti e la liberazione di Bologna
    E’ il 21 aprile 1945. La città è appena stata liberata, ma c'è già il rischio di nuovi scontri: tra i comunisti e i soldati di Anders
    Stefano Zurlo
    E’ il 21 aprile 1945. I soldati polacchi del generale Anders, che già hanno espugnato Montecassino, fino a quel momento imprendibile, entrano a Bologna. E’ un’altra tappa della liberazione del Paese dal giogo nazista, ma i polacchi hanno un fiuto speciale nel riconoscere anche il nemico che viene da Est: il comunismo. Stalin, l’ingombrante e cinico vicino, è per loro un pericolo, presto sarà il pericolo numero1. E così quei soldati sono allergici alle bandiere rosse e ai pugni chiusi. E sono proprio i partigiani comunisti quelli che vanno loro incontro lungo la Strada Maggiore, come svela Luciano Garibaldi nel suo recentissimo libro “Gli eroi di Montecassino”, Mondadori.
    Due soldati di Anders scendono al volo da un carro armato e strappano le bandiere dalle mani dei militanti togliattiani. I rossi non si spaventano: si gettano a terra e piazzano le mitragliatrici. La città è appena stata liberata, ma c’è già il rischio di nuovi gravissimi incidenti. Sono momenti di grande tensione: da una parte e dall’altra si aspetta solo l’ordine per poter aprire il fuoco. Per fortuna accorrono alcuni dirigenti del Pci e si mettono a gridare: “Siete impazziti?” Dopo una mezz’ora buona, la calma ritornanella strada. Ma la diffidenza reciproca non verrà mai meno.
    I polacchi, i comunisti e la liberazione di Bologna - IlGiornale.it

    Quando Anders offrì a Umberto II di eliminare i comunisti
    Stefano Zurlo
    E’ un episodio inedito, o quasi, della nostra storia recente. E’ il giugno 1946, periodo tormentassimo con la monarchia di casa Savoia che prepara le valigie per l’esilio. Il 2 giugno gli italiani hanno scelto, al referendum, la repubblica.
    Il 9 giugno, in un clima pesantissimo, la polizia apre il fuoco contro i simpatizzanti monarchici che si sono ritrovati a Napoli davanti alla sede del partito comunista: è una carneficina. Nove morti. Molti consiglieri propongono a re Umberto di usare le maniere forti per ristabilire l’ordine e gridano al golpe, alla manipolazione dei dati referendari. E’ in questa situazione che si fa avanti anche il generale Anders, il mitico comandante delle truppe polacche che hanno combattuto con onore in Italia, hanno espugnato Montecassino aprendo agli Alleati la strada per Roma e hanno liberato Bologna.
    I polacchi – come racconta Luciano Garibaldi nel libro “Gli eroi di Montecassino“, Mondadori - hanno il sangue avvelenato con il Pci, forse perché hanno subito sulla loro pelle gli orrori dello stalinismo e dell’occupazione. Anders che è ancora in Italia con i soldati del Secondo corpo d’armata fa a Umberto II una proposta secca: ci penserà lui, con i suoi uomini, a togliere di mezzo i comunisti. Re Umberto però non accetta, e parte per l’esilio in Portogallo. Anders e i suoi soldati, traditi da tutti, nell’autunno del ’46 partono per l’Inghilterra.

  4. #64
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    Brigate Rosse. Per non dimenticare
    di Erminio Cassano
    Il 19 novembre scorso ricorreva l’anniversario della morte dell’agente di polizia Antonio Annarumma, una delle prime vittime della follia terroristica degli Anni di Piombo, ucciso a Milano all’età di 22 anni con il cranio sfondato da una sbarra di ferro lanciatagli da un corteo dell’ultrasinistra il 19 novembre 1969, pochi giorni prima della strage di piazza Fontana. Non una riga sui giornali cittadini, non un corteo in sua memoria, non una Messa solenne in suo suffragio celebrata da un alto prelato alla presenza del sindaco. Eppure Annarumma fu soltanto il primo di una serie senza fine di difensori della legge e dello Stato (poliziotti, carabinieri, magistrati) che bagnarono col loro sangue le strade delle nostre città. Che meriterebbero una sorta di Vittoriano, mentre invece sono obliati da tutti: dai politici, dalla stampa, dalla cultura, dalla scuola.
    Ben venga, dunque, un libro come quello dello scrittore, storico e collaboratore di «Riscossa Cristiana» Luciano Garibaldi: «Brigate Rosse. Per non dimenticare», pubblicato dalla casa editrice Pagine (Roma, 06-45468600) aggiornato dopo la sua prima edizione, che vide la luce dieci anni or sono, e arricchito da una prefazione di Marco Ferrazzoli.
    Il volume ripercorre le tappe di quegli anni riproponendo i principali réportage sul terrorismo pubblicati negli anni tra la fine dei Sessanta e l’inizio degli Ottanta, su un importante e diffuso settimanale italiano (Gente, dell’editore Edilio Rusconi, diretto da Antonio Terzi e poi da Gilberto Forti), di cui Luciano Garibaldi fu inviato e poi, fino al 1984, caporedattore. Gli avvenimenti descritti in queste pagine sono fra i più tragici di dodici anni di storia italiana: dal sequestro Sossi all’assassinio Coco; dal ’77 a Bologna a Guido Rossa; da via Fracchia a Giuseppe Taliercio. Proprio perché scritte “a caldo” (tranne il capitolo dedicato all’olocausto del Msi), e quindi non manipolate con il “senno di poi”, queste cronache dimostrano che il fenomeno del terrorismo in Italia non ebbe mai nulla di misterioso e di equivoco. Tutto era chiaro fin dal primo apparire della stella a cinque punte, solo che si fosse stati capaci di guardare a quei drammatici avvenimenti con occhi sgombri da fanatismo e da tesi politiche precostituite, con un po’ di buona fede.
    Gli “anni di piombo” nacquero da una diaspora interna al Partitp Comunista, dall’improvvisa escrescenza di un vecchio bubbone: la leggenda della Resistenza tradita. Ma pochi furono disposti ad ammetterlo finché Rossana Rossanda non invitò la sinistra a sfogliare l’album di famiglia. Così, per anni, il giudizio dell’opinione pubblica fu deviato con interpretazioni e cronache tendenziose e grossolanamente errate. La morte di Feltrinelli sul traliccio di Segrate fu attribuita alla Cia. Sossi fu presentato come complice dei suoi rapitori e, ancora nel ’78, quando uscì il suo libro di memorie (scritto assieme a Luciano Garibaldi), si parlò di “punti oscuri mai chiariti”. Frattanto, i mezzibusti televisivi blateravano di “cosiddette” Brigate Rosse, e l’allora presidente del Senato, Sandro Pertini, assicurava che «le Brigate Rosse in realtà sono nere». Il ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, affermò che «il pericolo viene da destra» e i garantisti insorsero in difesa del “povero” Oreste Scalzone, “malato”, che così poté fuggire all’estero. Gli operai comunisti, che avevano incominciato a sospettare qualcosa dopo l’aggressione degli “autonomi” al leader della Cgil Luciano Lama all’Università di Roma, si svegliarono del tutto quando fu ucciso Guido Rossa, il sindacalista di Genova che aveva denunciato ai carabinieri un lavoratore da lui sorpreso a distribuire volantini BR in fabbrica. Ma quando i brigatisti capirono, dopo l’assassinio di Rossa, di avere oltrepassato il segno, era ormai troppo tardi per loro.
    Purtroppo, per anni, la vera controinformazione non fu quella elaborata dalla omonima rivista delle Brigate Rosse, ma quella propinata alla gente dalla grande stampa e dalla TV di Stato. Non a caso gli articoli riproposti nel libro, che, quando furono scritti, rappresentavano una stecca nel coro, documentano oggi in maniera lampante le distorsioni e le complicità della stampa, i paurosi cedimenti della magistratura, la viltà dei governi che lasciarono allo sbaraglio la polizia giudiziaria. Essi costituiscono un’indimenticabile galleria di volti e di nomi: pallidi e pavidi esponenti del potere; spavaldi sovversivi che dall’inerzia dello Stato ricavavano forza per il loro progetto; silenziosi eroi come Luigi Calabresi, Francesco Coco e Giuseppe Taliercio.
    Il nostro Paese avrebbe potuto finire come la Cambogia di Pol Pot o come l’Argentina di Videla. Se questo non accadde fu non per merito di una coscienza civile, inesistente a qualsiasi livello, ma per uno sparuto gruppetto di poliziotti che, con intelligenza e umanità, seppero convincere alla resa dei conti il “partito armato”. E che furono ricompensati (incredibile ma vero) con una serie di mandati di cattura, spiccati da giudici aderenti a «Magistratura Democratica».
    Questo libro non è l’unico contributo fornito dallo storico Luciano Garibaldi alla conoscenza degli “anni di piombo”. Da due suoi libri sono state tratte due delle tre fiction televisive realizzate dal regista e sceneggiatore Graziano Diana per la casa cinematografica Albatross, che la TV manderà in onda nella prossima stagione con il titolo «Gli anni spezzati». La serie, premiata nell’ultima edizione dell’Acqui Storia con il riconoscimento speciale «La storia in TV», racconterà tre vicende-simbolo di quegli anni, che hanno per teatro le tre città più coinvolte, Milano, Genova e Torino: l’assassinio del commissario Calabresi, il rapimento del giudice Sossi, la «marcia dei quarantamila» che vide tutti gli operai della Fiat scendere in piazza per manifestare contro il terrorismo.
    Brigate Rosse. Per non dimenticare ? di Erminio Cassano | Riscossa Cristiana


    Antony Flew, il darwinista convertito da C.S. Lewis
    di Marco Respinti
    Antony Flew è scomparso nel 2010 a 87 anni. Inglese, filosofo di chiara fama, nel 2004, a 81 anni, si convertì dopo una vita trascorsa non solo a professare l’ateismo più irriducibile, ma a farne un credo, una questione di sanità mentale, una causa militante. Tanto che Richard Dawkins, l’impenitente “rottweiler di Darwin” (da ateo Flew difendeva l’evoluzionismo come prova provata dell’inesistenza di Dio), biologo materialista convinto che la fede religiosa sia soltanto una patologia del cervello umano, ha sostenuto pubblicamente che la metanoia di Flew è stata solo effetto di demenza senile. Ma cosa era capitato a Flew, a 80 e passa anni suonati? Aveva incontrato C.S. Lewis (1893-1963), ben 55 anni prima; anzi, con lui si era scontrato.
    Lewis insegnava Letteratura medioevale e rinascimentale all’Università di Oxford. La sua fama di fervido apologeta cristiano lo precedeva ovunque. A Oxford, assieme a colleghi e a studenti, aveva creato il Socratic Club, un tavolo che settimanalmente metteva a confronto atei e credenti su temi stringenti di fede e di morale. Il 2 febbraio 1948, il Socratic Club ospitò un confronto fra lo stesso Lewis e la filosofa Elizabeth Annscombe, entrambi irlandesi, lei allieva del maestro austriaco della logica contemporanea Ludwig Wittgenstein (1889-1951). L’argomento era un recente libro di Lewis dal titolo inequivocabile, Miracles: A Preliminary Study, uscito nel 1947, in italiano pubblicato come Miracoli. Uno studio preliminare (Lindau, Torino 2010). Al pari di Lewis, la Annscombe era cristiana; anzi, laddove Lewis era e sempre rimase anglicano (con grande rammarico del cattolico J.R.R. Tolkien, che fu decisivo per il suo ritorno alla fede), seppur anglicano “alto”, altissimo, la Annscombe era e sempre fu cattolica osservante e praticante. A Lewis contestò certe impostazioni filosofiche. Si narra che sia stata l’unica volta che Lewis sia uscito sconfitto da un dibattito, e la cosa lo segnò così profondamente da spingerlo a ritoccare il suo famoso libro per la seconda edizione, uscita nel 1960.
    Ebbene, giovane studente, tra il pubblico venuto per assistere al duello Lewis-Annscombe vi era anche Flew, che quel dì non se l’è mai scordato. Il dibattito fra quei due diversi apologeti della fede lo toccò, lo irritò, lo indispettì tanto che fu proprio a partire dalle frequentazioni del Socratic Club che Flew maturò ed elaborò il proprio ateismo ragionato. Quando poteva, vi prendeva la parola per sostenerne le motivazioni e addirittura nel 1950 vi presentò il suo manifesto, Theology and Falsification. Tutto per confutare quelle idee balzane su Dio che il Socratic Club difendeva, tutto per ridicolizzare con aplomb quel Lewis per il quale i miracoli non solo avvengono ma pure non sono contrari alla ragione.
    Rilasciando un’intervista nel 2005, Flew, l’ex arcinemico di Dio, ricordò proprio quei dibattiti e quelle pretese, quel Socratic Club e quel Lewis che non lasciava tranquilli, e candidamente affermò che quel vecchio tarlo alla fine aveva vinto. Come già era stato per Lewis, Flew si era arreso, sorprendendosi costretto ad ammettere che Dio esiste proprio come la logica e l’intelligenza non possono non dire.
    Era stata la scienza, e l’onestà intellettuale con cui, anche negli anni trascorsi in lotta contro il Cielo, Flew l’aveva osservata, ascoltata e coltivata, a fargli mutare parere, ragionevolmente. In particolare sono stato gli sviluppi della ricerca biologica nell’infinitamente piccolo e i progressi compiuti nello studio del genoma a convincerlo che l’unica posizione davvero scientifica e a norma di ragione umana è quella di un “progetto intelligente” sulla natura che per ciò stesso postula sopra la natura un progettista, e che progettista. Gli ultimi anni della propria vita Flew li ha trascorsi lavorando, fedele, a questa prospettiva completamente nuova, con la freschezza di un giovincello. Ai posteri ha lasciato il racconto del suo percorso in un libro bello e avvincente del 2007, Dio esiste. Come il più famoso ateo del mondo ha cambiato idea (trad. it., Alfa & Omega, Caltanissetta).
    Antony Flew, il darwinista convertito da C.S. Lewis




    1. CAMILLE PAGLIA, L’INTELLETTUALE PUBBLICA PIÙ FAMOSA D’AMERICA, SBOTTA: “SONO STANCA DI VEDERE L’UOMO DEMONIZZATO COME LA FONTE DI OGNI MALE. TUTTA COLPA DI DONNE OSSESSIONATE DA DIETE E GINNASTICA, CIRCONDATE DA UOMINI ADDOMESTICATI CHE HANNO IMPARATO A COMPORTARSI SECONDO IL CANONE FEMMINISTA. NON È UN CASO SE NON CI SONO MAI STATI TANTI UOMINI GAY COME OGGI” - 2. “C’E’ MANCANZA DI INTERESSE PER L’AVVOCATESSA O LA DIRIGENTE CHE NON HA PIÙ NULLA DI FEMMINILE E VIVE IN TOTALE CONTROLLO DI TUTTO, SENZA GIOIA E PIACERE. E SPESSO ANCHE SENZA UOMINI, PERCHÉ RIFIUTANO DI ESSERE BURATTINI. SE È VERO CHE ALLA NASCITA SIAMO TUTTI BISEX, IN QUESTA CULTURA È MOLTO MEGLIO ESSERE GAY” - 3. ‘’L’OCCIDENTE MOLLE E RELATIVISTA SI STA TRASFORMANDO NELLA ROMA IMPERIALE. QUANDO CIÒ ACCADRÀ NON SARANNO I NOSTRI POLITICI LAUREATI AD HARVARD A DIFENDERCI MA GLI UOMINI VERI: CAMIONISTI, MURATORI E CACCIATORI. PER FORTUNA, LA MAGGIORANZA” -
    Alessandra Farkas per "la Lettura - Corriere della Sera"
    «In un'epoca di macchine magiche e incantatrici, una società che dimentica l'arte rischia di perdere la propria anima», scrive Camille Paglia nella prefazione di Seducenti immagini. Un viaggio nell'arte dall'antico Egitto a Star Wars (Il Mulino), il suo sesto libro, acclamato dalla critica, dove l'intellettuale pubblica più famosa d'America esamina 29 capolavori prima di proclamare che l'avanguardia è morta.
    Nell'ultimo capitolo lei afferma che George Lucas, regista e pioniere del digitale, è il più grande artista vivente.
    «Lo è, anche se sono costretta a riconoscere che la rivoluzione digitale ha spianato la strada all'ignoranza globale dell'arte. Quando frequentavo l'università furoreggiavano i film d'autore europei: Bergman, Fellini... Ne ammiravamo il ritmo lento e la squisita raffinatezza della fotografia. Oggi i miei studenti idolatrano i videogiochi, colpevoli di aver deformato lo spazio, spalmando e allargando l'immagine con colori artificiali. Ecco: cartoni animati. L'arte che molti vorrebbero cancellare è a rischio».
    Sta dicendo che la nostra arte è minacciata e che nessuno si sta organizzando per difenderla?
    «L'Occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale e, come allora, rischia di essere sopraffatto dall'assalto di fanatici che lo vogliono distruggere. I fondamentalisti di Al Qaeda sono gli unni che premono alla periferia dell'impero e non impiegheranno molto prima di paralizzare la sua rete elettrica, disintegrando la nostra cultura. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori, come i miei zii. Per fortuna, la maggioranza».
    Lei scrive che i social media hanno ingombrato l'etere di futilità telegrafiche.
    «Adoro il mio iPhone e quando nel lontano 1995 fui la prima autrice americana a scrivere per il web, un famoso giornalista del "Boston Globe" mi accusò di perdere tempo. Ma, pur convinta che l'ondata di cambiamento non può e non deve essere fermata, credo che, se vogliamo sopravvivere come cultura, non possiamo seguire la ricetta obamiana di un computer in ogni classe, che equivale a saturare i giovani con ciò che già hanno in eccedenza».
    Che cosa propone, allora?
    «Più arte, storia, poesia, letteratura. Si guardi intorno: nell'era dei social media i giovani hanno perso la capacità di interagire ed esprimersi. Lady Gaga è l'eroina di una generazione di zombie, privi di espressioni facciali, che non sanno più usare le mani e il corpo per comunicare. Gli studenti mi considerano una marziana perché gesticolo durante le lezioni».
    Tocca all'università colmare le lacune?
    «La mia generazione, quella dei baby boomers, per fortuna sta andando in pensione. Ma la sua eredità è devastante. Per decenni non potevi far carriera nelle università americane se non giuravi fedeltà alle teorie di Foucault. Per colpa del post-strutturalismo e del post-modernismo le facoltà umanistiche sono state marginalizzate. Io insegno a Filadelfia perché qui c'è una delle pochissime istituzioni che continuano a credere nelle arti in un'America dove la mancanza di rispetto per l'erudizione è diffusissima».
    Eppure il femminismo è stato sdoganato proprio grazie all'avvento delle facoltà di «Women's Studies», gli studi orientati al genere femminile.
    «Star femministe come Kate Millett hanno fatto fortuna esortando le donne a buttare nella spazzatura Ernest Hemingway, D.H. Lawrence e Norman Mailer. Nei piani di studio Alice Walker ha sostituito Michelangelo e Dante, che peraltro gli studenti conoscono solo grazie a Dan Brown. Judith Butler, la più celebre teorica dell'identità sessuale, era una mia mediocre studentessa al Bennington College».
    Le femministe storiche la considerano da sempre una sorta di spina nel fianco.
    «Sono state loro le prime a farmi la guerra, ignorando che un giorno, da brava italiana, mi sarei vendicata. Nel 1970 cercai di unirmi al movimento, ma fui respinta perché misi in discussione la sua ortodossia dogmatica. Quando, durante un collettivo a New Haven, osai dichiarare che amavo Under My Thumb dei Rolling Stones, scoppiò il pandemonio. Per me quella canzone è un'opera d'arte, per loro un'eresia sessista.
    L'approccio all'arte delle femministe è simile a quello di nazisti e stalinisti. Durante una conferenza la scrittrice Rita Mae Brown, ex di Martina Navratilova, mi spiegò la differenza tra me e loro: "Tu vuoi salvare l'università, noi vogliamo darla alle fiamme". Per anni Gloria Steinem rifiutò di pubblicare i miei saggi su "Ms. Magazine". Oggi nessuno sente più parlare della sua erede designata: Susan Faludi. Io sono ancora in piedi. Il prossimo 15 novembre alla Roy Thomson Hall di Toronto terrò un dibattito sulla presunta fine dell'uomo. A sostenere questa tesi saranno Hannah Rosin e la Dowd; con Caitlin Moran, io difenderò invece il testosterone, perché sono stanca di vederlo demonizzato come la fonte di ogni male. Anche se Rosin possiede l'orecchio della working class, il padre era tassista, il suo libro parla all'alta borghesia bianca. Donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi».
    Come lo spiega?
    «Mancanza di interesse per l'avvocatessa o la dirigente bianca laureata a Yale e Harvard, che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, ma senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché molti di loro rifiutano di essere burattini. È un fenomeno globale che spiega il successo planetario di Sex and the City. Perché se è vero che alla nascita siamo tutti bisessuali, in questa cultura è molto meglio essere gay».
    In una recente intervista lei si è scagliata contro il silenzio delle femministe americane nei confronti delle violenze contro le donne in India.
    «È un silenzio vergognoso dettato da ipocrisia politicamente corretta, secondo la quale criticare una nazione non occidentale è razzismo».
    Lei è stata definita l'erede di Harold Bloom, il suo ex professore a Yale.
    «In realtà non ho mai studiato con lui. Nel 1971, quando seppe che stavo scrivendo per il mio PhD una dissertazione sul sesso che nessun docente voleva sponsorizzare, mi convocò nel suo ufficio. Mi disse: "Mia cara, sono io l'unico che possa dirigere quello spartito"».
    Nel 2004 Naomi Wolf pubblicò un articolo sul «New York Magazine» dove affermava che Bloom l'aveva molestata a Yale.
    «A quei tempi le relazioni studenti-docenti erano comuni e nessuno osava metterle in discussione. Anche Bloom ci provò con Naomi, nota civetta, ma quando lei si rese conto che l'illustre docente era interessato più al suo seno che alla sua poesia, si alzò per andare a vomitare in bagno. Aver aspettato vent'anni per raccontarlo è riprovevole».
    Come nasce il suo spirito ribelle?
    «Mio padre era un sostenitore del pensiero indipendente. Reduce dalla Seconda guerra mondiale, fu lui a insegnarmi a difendermi nel caso venissi attaccata fisicamente. Ero la primogenita, e mi trattava come il maschio che avrebbe voluto. Poi sono nata nel segno dell'Ariete e vengo da Ceccano, da una stirpe di guerrieri volsci e capatosta. Anche l'amore per la cultura è nel Dna. Papà è stato l'unico dei suoi dieci fratelli a laurearsi, diventando docente di Lingue romanze. Suo padre, barbiere, aveva la passione per i libri di diritto. La nostra dedizione per il sapere viene anche dalla religione cattolica. Tra i parenti annoveriamo una suora, un prete, un vescovo di Avellino e un sagrestano in Vaticano».


    Lou Reed, quella conversione scandalosa. Che nessuno ha voluto raccontare
    Quello che non ci avevano detto sulla rock-star: nato ebreo, vissuto maledetto, morto cattolico.
    Una storia di redenzione inaccettabile per gli esegeti del nulla
    di Pepe Ramone
    Non c’è media piccolo o grande (e non c’è profilo di Facebook) che non abbia parlato della morte di Lou Reed, idolo del “rock maledetto”, icona trasgressiva e decadente, sessualmente ambiguo, incline a vizi e dipendenze, quello che apriva la strada verso il “lato selvaggio”, il drogatissimo cantore di “Heroin”, l’apologeta della New York notturna e delle vie della prostituzione.
    Ma questo è solo il Lou Reed che vi hanno voluto raccontare.
    Lewis Allan Reed è invece sempre stato difficilmente definibile, e più che esaltare il vizio la sua poetica era quella del dolore della “caduta”, della nostalgia straziante di una purezza edenica, della speranza nell’abiezione, del diamante che brilla nel buio. E la ricerca “spirituale” (alla faccia dei suoi epigoni, dei pataccari, e dei falsari iper-nichilisti e dei suoi detrattori male informati), è sempre stata parte importante della sua opera musicale, come già faceva intuire la tenera supplica “Jesus”[1] dei suoi esordi con i Velvet Underground (il gruppo-manifesto della Pop Art di Andy Warhol, che per inciso era cattolicissimo).
    Allevato nella borghesia ebraica, sottoposto in adolescenza a trattamenti di elettroshock (che lo portarono ai caustici commenti antisemiti degli esordi) Lou Reed negli anni è stato protagonista di svariate prese di posizione sul versante della spiritualità e delle sue origini ebraiche che ne hanno accentuato l’aura “controversa”. Dall’aforisma stracitato e più calzante – “Il mio Dio è il Rock’n'Roll. E’ una forza oscura che ti cambia la vita. La cosa più importante della mia religione è suonare la chitarra” – fino a tardive “prese di coscienza” (si veda la polemica di “Good Evening Mr. Waldheim” o l’ironica risposta alla domanda se fosse ebreo “Ovvio! Non sono forse i migliori?“), fino alla esibizione nel Giubileo del 2000 con Papa Giovanni Paolo II in platea.
    Ma c’era evidentemente un altro “lato selvaggio” che per i media globali (mainstream o underground, non fa differenza) risultava definitivamente scandaloso e trasgressivo, quello sì, da tacere, da tenere nascosto… quello che, a sorpresa, emerge da un articolo esclusivo per Dagospia[3] del giornalista Paolo Zaccagnini (amico e confidente di Lou Reed), il quale testimonia di una conversione del caro estinto che non pare granché adattarsi ai clichés e alle icone stantie tanto grate ai vatini di “Repubblica”. Ecco infatti quanto si legge nella sentita testimonianza: «Io anarchico e lui diventato cattolico grazie all’amicizia di padre Riches, che poi lo sposò con l’amata Laurie Anderson. Cattolico tanto da essere padrino di battesimo, a Napoli, del figlio di Davide De Blasio, proprietario dell’antica e prestigosa pelleteria “Tramontano” alla Riviera Di Chiaia».
    Diamine. Un notizione!
    Confermato da alcune tracce sulla stampa di quel battesimo e dell’amicizia di Reed con quel pellettiere.[4] E sappiamo anche che dal Diritto Canonico si richiede che il padrino “sia cattolico, cresimato, comunicato e di vita coerente alla fede e all’incarico che assume; non sia colpito da pena canonica legittimamente inibita o dichiarata“.
    Dunque Lou Reed, il “poeta maledetto”, l’antesignano del punk, con l’aiuto di una guida spirituale (Padre Riches, chi è?) aveva trovato quanto cercava proprio in Cristo, nella Chiesa Romana, nel matrimonio e nell’amore di una donna (Laurie Anderson, altra icona dell’intelligenzia “radical”, convertita al cattolicesimo). Un assurdo, una storia di redenzione inaccettabile per gli esegeti del nulla. Come sempre «scandalo per i giudei, e follia per i gentili»
    Eppure di questa notizia (evidentemente rilevante e che dà luce diversa all’intera vita ed opera dell’artista) non appare traccia nelle migliaia di articoli, ricordi, testimonianze, coccodrilli, ex voto del gotha ciarliero globale, dedito più che mai alla ripetizione di stereotipi guasti, superati e contraddetti dalla Storia, dannosi e detestabili. Per essi giova (e forse è più “funzionale”) raccontare una icona bloccata in un eterno ed immotivato “conformismo della trasgressione”. Per questi la dimensione epica e drammatica dell’opera di Lou Reed equivale all’ottusa fissità antiumana delle sinistre pose di una Lady Gaga.
    “Loro”, una élite globale di “pensatori” di pensieri altrui, sempre più colpevolmente disinteressati e distanti dalla Verità.
    [1] “Jesus / Help me find my proper place / Help me in my weakness / ‘Cos I’m falling out of grace / Jesus, Jesus“ YouTube
    [2](Lou Reed: io, Warhol e i miei settant'anni - Repubblica.it
    [3]http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/io-e-il-mio-amico-lou-paolo-zaccagnini-con-il-rock-reed-centrava-poco-65443.htm
    [4]http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/spettacoli/articoli/2008/09_Settembre/26/reed_madre.html L'amico napoletano racconta la fine di Lou Reed: "E' morto tranquillo, con la Anderson al fianco"
    Lou Reed, quella conversione scandalosa. Che nessuno ha voluto raccontare | Papalepapale.com



  5. #65
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    FUMETTI
    Rino Cammilleri
    Per gli appassionati (come me) di fumetti, non perdetevi per nulla al mondo le nuove uscite delle edizioni (cattolicamente corrette) ReNoir. Innanzitutto, lo strepitoso “Prince Valiant”, secondo volume: uno dei fumetti più belli di tutti i tempi (chiedete anche il primo, se non l’avete ancora). Poi, per i nostalgici della scuola franco-belga di “Tintin” e “Pilote”, il primo volume di “Bruno Brazil” (disegni splendidi) e il primo di “Barbarossa. Il demone dei Caraibi” (idem), ambedue arricchiti da pagine filologiche, note e illustrazioni d’epoca. Una chicca per amatori (e non solo).
    Poi abbiamo il sesto volume della saga di “Don Camillo” (e non perdetevi gli altri cinque), il “Don Bosco” del mitico Jijé (il fumetto religioso più venduto di ogni tempo, e politicamente scorretto) e l’elegante “Padre Brown. Il giardino segreto”. Potete tranquillamente farli leggere ai vostri figli; anzi, ve lo consiglio pure.
    Antidoti » Blog Archive FUMETTI » Antidoti

    Controstoria del generale Forrest, eroe sudista dannato nell’America di Obama
    di Nicolò Petrali
    Per quanto riguarda la libertà, l’Europa dovrebbe prendere spunto dagli Stati Uniti. E invece, succede che è l’America che si sta, ahinoi, europeizzando. L’ultimo indizio di questa amara tendenza è la continua distruzione della cultura e dei simboli del vecchio Sud da parte di comunità afroamericane e ispaniche che trovano il beneplacito di gran parte degli statunitensi stessi. Ma si sa, la storia la scrivono i vincitori.
    Oggi non sono più gli “yankees” ma gli immigrati che vivono sul suolo americano. E hanno la forza dei numeri. Non siamo qui a fare lezioni di storia, ci mancherebbe. Quello che però oggi è doveroso fare, per una questione di giustizia, è spiegare chi sia realmente Nathan Bedford Forrest, il generale Nathan Bedford Forrest. Negli ultimi tempi, in buona parte degli stati del Sud, le sue statue vengono rimosse. Le scuole dedicate a lui cambiano nome. Perché? Perché era un razzista. Perché faceva parte del Ku Klux Klan. Almeno questo riferisce il Corriere relativamente al pensiero al momento dominante negli Stati Uniti.
    Nathan Bedford Forrest fu tenente generale della cavalleria confederata, uno dei più valorosi ufficiali dell’esercito del Sud dopo il grande Generale Lee. Nacque da una famiglia povera. Fu il primo di dodici figli. A vent’anni, durante un agguato da parte di alcuni fuorilegge in cui perse la vita suo zio, il giovane Forrest riesce a ucciderne due e a ferirne altri due con il suo coltello. Divenne un uomo d’affari molto importante e quando scoppiò la “guerra di secessione” era già uno degli uomini più ricchi d’America. Sì, fu un mercante di schiavi, come molti all’epoca. Del resto la schiavitù era considerata un fatto normale fino a che non si capì che poteva essere usata come scusa per invadere il Sud. Con i suoi guadagni Forrest provvide a mantenere la sua famiglia, a far studiare i suoi fratelli e ad aiutare sua madre.
    Nel 1865, quando nasce il Ku Klux Klan, gli viene riconosciuto il titolo di “Grande mago”. La confraternita degli inizi era molto diversa però da quello che divenne poi, tant’è che lo stesso Forrest se ne allontanò perché diventata troppo ostile e violenta, lontana dai principi fondatori. Il primo Ku Klux Klan aveva ad esempio come uno degli obiettivi quello di aiutare le vedove e gli orfani di guerra. Lo stesso Forrest in un’intervista del 1868 affermò che «Il Klan non vedeva i neri come nemici quanto piuttosto gli avventurieri e gli speculatori nordisti che giunsero al Sud, e i mascalzoni del Sud che per interesse collaborarono con i vincitori».
    Insomma, un uomo di grande intelligenza che da povero diventò ricco. Che da inesperto di tattica militare creò la filosofia della guerra di movimento che permise alla sua cavalleria di sbaragliare le molto più numerose truppe unioniste nella battaglia di Brice’s Crossroad. Bene, quest’uomo oggi è un rifiuto della storia. L’America è cambiata. E, purtroppo, inizia ad assomigliare sempre di più ad un luogo senza libertà che conosciamo bene.
    Controstoria del generale Forrest, eroe sudista dannato nell?America di Obama | L'intraprendente



    Paul Morand, il tenebroso seduttore e cronista mondano
    di PAOLO MATHLOUTHI
    Fascino travolgente, un corpo statuario e flessuoso, occhi magnetici come quelli di una pantera, Misia Sert era un’icona sexy nella Parigi anteguerra, la risposta della Rive Gauche a Marlene Dietrisch. Durante una cena di gala offerta al Quai d’Orsay da Philiippe Berthelot, allora Ministro degli Esteri francese, la disinibita fanciulla, nota collezionista di mariti e mogli altrui, chiese a Paul Morand, scrittore di chiara fama e – occasionalmente – ambasciatore a Londra, se la notte prima avessero dormito insieme…Morand, senza perdere il suo proverbiale aplomb rispose che, se fosse accaduto, lei se lo sarebbe ricordato di certo!
    Infaticabile cronista mondano, viaggiatore inesausto, misogino di razza che considerava quella femminile come la peggiore tirannia possibile eppure disperatamente amato dalle donne, i folli Anni Venti recano l’inconfondibile impronta di Paul Morand. Anni tragici, così simili ai nostri, pieni di falliti, di suicidi e di promesse mancate, nei quali non si crede a nulla e si è quindi disposti a tutto, nessuno li ha descritti come lui, con assoluta grazia e disincantata ferocia.
    Alla raccolte di racconti “Aperto la notte” e “Chiuso la notte”, che gli valsero la stima e l’amicizia di Marcel Proust e lo imposero all’attenzione della res publica litterarum, lo scrittore ha affidato il suo addio senza lacrime alla Vecchia Europa che si abbandonava inconsapevole all’abbraccio mortale degli opposti totalitarismi ed ha insegnato, ai suoi contemporanei e a noi, suoi tardivi estimatori, che cosa si nasconda nell’oscurità, una volta lasciato a casa il misurato decoro borghese. Con il calare della notte che è la grande, vera protagonista di queste pagine, alcune persone escono da loro stesse. “Quanti esseri – si domanda lo scrittore – passano sotto la luce di un lampione mentre il loro doppio dorme pacifico tra le quattro mura domestiche?”.
    Ogni novella è un ritratto ed ogni ritratto l’immagine di una donna incrociata per caso durante un viaggio o in qualche locale: incontri fugaci, vite spezzate e travolte dagli eventi che per un attimo si sfiorano per poi dileguarsi sotto la falce della luna. Che si tratti della nobildonna russa scampata alla Rivoluzione d’Ottobre ridottasi a fare da cameriera in un locale notturno di Istanbul, della pasionaria dell’indipendentismo basco o della giovane ebrea Léa che indulge nell’abuso di cocaina concedendo con liberalità il proprio corpo, gli occhi delle donne diventano uno specchio attraverso il quale Morand riflette sulle tragedie che scuotono l’Europa, nelle quali si è trovato coinvolto, dalla parte dei Vinti, più per una scelta di stile che per convinzione. Personaggio controverso ed irto di contraddizioni Paul Morand: contraddizione tra la formazione in una famiglia della buona borghesia parigina e l’immensa fortuna derivatagli dal matrimonio con la principessa rumena Hélène Soutzo che gli spalancherà le porte della della diplomazia consentendogli di frequentare il bel mondo; contraddizione tra la carriera diplomatica, vissuta con libertà ma pur sempre dentro le regole, e l’avversione ad ogni gerarchia prestabilita. Contraddizione infine, last but not least, tra un pensiero politico spesso francamente reazionario, disseminato di echi razzisti, omofobi, misogini, antisemiti e l’avidità di conoscere l’universo in ogni piega, gli uomini in tutte le lingue e tutte le fogge, i costumi e gli orizzonti più ampi, di evadere da ciò che la tradizione francese aveva, come tutte le tradizioni, di più inerte, rassicurante e strapaesano.
    Scrittore visceralmente francese, così difficile da rendere e apprezzare in una diversa lingua, eppure tra i pochi veri cosmopoliti della sua generazione, che fu poi l’ultima in cui la Francia possa legittimamente vantarsi di aver dettato legge in campo culturale. “Je ne conçois l’hexagone qu’inscrit dans la sphère”, scriverà di se stesso: una dichiarazione d’intenti esistenziale e poetica alla quale Morand si è attenuto per tutta la vita. Autore amato ed odiato in Francia ma pressoché sconosciuto da questa parte delle Alpi al quale la rivista Terra Insubre dedica un nutrito dossier sull’ultimo numero della rivista omonima, in distribuzione in questi giorni. Un’occasione unica per conoscere una delle intelligenze scomode più vive e complesse del Novecento.
    Paul Morand, il tenebroso seduttore e cronista mondano | L'Indipendenza



    Le memorie di un italiano inutile. Considerazioni su una Nazione in coma
    di Giovanni Sessa
    Piero Buscaroli è indubbiamente uno dei “grandi vecchi” della destra italiana. Mi è capitato di usare la stessa espressione, che ha per me, inutile dirlo, valenza positiva ed affettuosa, a proposito di Primo Siena. Personaggi diversi tra loro per scelte intellettuali e vocazione caratteriale ma accomunati dalla pervicace resistenza culturale ed esistenziale nei confronti degli idoli che il senso comune dell’italiano medio ha iniziato ad adorare alla fine del secondo conflitto mondiale. Non ho mai conosciuto di persona Buscaroli, eppure mi sento in debito con lui per gli insegnamenti e gli stimoli che ho potuto trarre dai suoi libri, dai suoi articoli de il Borghese, dagli editoriali domenicali del Roma, quotidiano che nei primi anni Settanta io vendevo da “militante” in sezione e nella piazza del paese ove risiedevo, assieme a Il Secolo d’Italia. Gli scritti di Buscaroli sono caratterizzati da uno stile inconfondibile, inimitabile, potrebbe non firmarli, risulterebbero comunque riconoscibili. Il tratto scarno ed incisivo della frase, l’eleganza del periodare, il tralignare in esso di conoscenze erudite accompagnate dal ritmo affabulatorio, rendono unica la sua prosa.
    La cosa risulta evidente fin dalle prime pagine della sua ultima fatica letteraria, Una nazione in coma. Dal 1793, due secoli, appena uscita per Minerva edizioni (per ordini: 051/897420; [email protected]). Si tratta di un percorso della memoria (e nella memoria) di Buscaroli, un uomo che, richiamando un noto titolo di Prezzolini, potremmo definire un “italiano inutile”, un rappresentante di quelle minoranze intellettuali che in Italia, da due secoli, e in modo eclatante dalla caduta del fascismo, sono come, questa le sua definizione: “solitarie sentinelle nella notte”. Da queste parole si evince quale mai sia il file rouge del libro che presentiamo: si tratta del tentativo di elevare la memoria personale (e collettiva) a strumento di comprensione dello stato di prostrazione storica, politica ed esistenziale cui è giunto il nostro paese. Tentativo non fine a se stesso ma motivato dal voler determinarne il risveglio d’Italia dal coma in cui versa. Come non condividere l’intenzione dell’autore: la storia dello stato italiano è stata, dall’Unità ad oggi, con la sola eccezione della parentesi mussoliniana, un susseguirsi di errori strategici, un accumularsi, nei confronti di coeve realtà statuali europee, di debolezze politiche, che non poco hanno influito sulla tenuta etico-civile del nostro popolo. Lo stato di atavica arrendevolezza allo straniero è esploso, in modo teatrale e drammatico, l’otto settembre.
    Quel giorno morì la Patria, gli italiani persero l’anima, recisero il loro legame con il passato, con la storia e la tradizione. Molti nostri compatrioti allora pensarono che sarebbe bastato passare dalla parte dei vincitori per poter essere accettati, tollerati dai padroni che si insediavano nei palazzi del potere. Così non fu. Mentre i tedeschi rimasero fedeli a se stessi e sopportarono l’odio dei vincitori senza, però, conoscerne il disprezzo: “…noi fummo disprezzati unanimemente, da tutti: dai vincitori tardivamente acclamati, e dai vinti, anch’essi troppo tardi abbandonati”. Le nostre classi dirigenti sono state, di poi, specchio fedele di questa situazione. Incapaci di pensare all’interesse nazionale e di mettere in campo politiche atte a perseguirlo. Sono state fazioni e, in quanto tali, non hanno più prodotto grande politica.
    Il racconto di Buscaroli prende avvio dagli anni immediatamente successivi al dramma dell’otto settembre. Dai banchi del Liceo-Ginnasio “Benvenuto Rambaldi” di Bologna, fondato da suo padre, nel frattempo incarcerato, e nel quale il giovane Piero, in quanto fascista, non fu accettato quale iscritto alla II liceale. I ricordi di quel periodo, con la madre costretta a dare lezioni private di inglese per sostenere la famiglia, il sequestro di parte dell’abitazione, le inevitabili ristrettezze, il trasferimento a Roma dove il giovane frequentò il “Tasso”, non traggano in inganno. Non si tratta di un mesto e rinunciatario percorso della memoria. E’ in quegli anni che l’autore maturò una pervicace volontà di resistenza alla neonata democrazia che, fin da allora, a Buscaroli era chiaro, mostrava il suo carattere epidemico, in senso etimologico. Era un regime che si “sovrapponeva”, con i suoi riti e le sue istituzioni, al popolo. In nome di una conclamata libertà, nella prassi metteva in atto una progressiva riduzione della partecipazione popolare alla cosa pubblica. Resistervi era un dovere: “Tenni duro per mezzo secolo fino a questa vecchiaia” (p. 9).
    Il Nuovo Regime dava mostra di sé da due secoli, dalla rivoluzione francese. Per questo Buscaroli presenta, con toni addirittura lirici e partecipati, le gesta del capo della prima resistenza alla rivoluzione, quella vandeana. Si sofferma sulla descrizione della Vandea stessa, dei suoi cieli, dei suoi boschi, delle piazze e delle strade delle sue città e dei suoi paesi, sulle quali fiero ed indomito, con il cappello con il pennacchio bianco al vento, accettò il proprio destino di ribelle Charette, l’eroe proibito della controrivoluzione.



    Non è certamente casuale che Solgenitsin, al ritorno dall’esilio americano, volle rendere gli onori ai martiri di Vandea, prime vittime sacrificali, ma purtroppo non ultime, del Nuovo Regime nella storia europea. Parlare di Charette e dei Suoi implica il porsi sulla strada del revisionismo storico, quintessenza del fare storia. Tutto il libro dello scrittore bolognese, in questo senso, è un nobile tentativo di revisione storica, dialogico e non fazioso.
    In questo senso, il lettore abbia contezza che Buscaroli concede, in qualche modo, l’onore delle armi perfino all’antifascista Benedetto Croce. Questi, nel discorso all’Assemblea Costituente del 24 luglio 1947 “Contro l’approvazione del dettato di pace”, scrisse una delle pagine nobili della nostra vita parlamentare attaccando la “cupidigia del servilismo” che dilagava tra la classe dirigente del bel paese. In tema di revisionismo, servendosi delle testimonianze di Luca Pitromarchi, Capo dell’Ufficio Guerra economica nel 1940, e di Pietro Gerbore, giornalista specializzato in relazioni diplomatiche, l’autore dimostra che Mussolini di fatto fu costretto alla guerra dalla contingenza storica e dal blocco commerciale imposto dall’Inghilterra. Sostiene, con persuasività d’accenti, che: “La Relazione Pietromarchi, alla quale mai nessuno si ricorda di dare un’occhiata, fornisce un’elencazione minuziosa, spaventosa: chi la legga, capirà gli scopi inglesi meglio che in qualsiasi invettiva anti britannica” (p. 91).
    Memorie di natura diversa compaiono nel testo. Un ruolo centrale è svolto dai brevi medaglioni che Buscaroli dedica a quanti considera i propri Maestri o gli amici più cari, quelli con i quali ha condiviso un tratto di vita in comune. Sono “esercizi di ammirazione” (così lì avrebbe definiti la caustica penna di Cioran), che esaltano le qualità migliori di uomini quali Longanesi, Soffici, Tedeschi, il latinista Paratore, “fascista della facoltà di Lettere”, Messina e de Vergottini, per non parlare del genio, troppo presto dimenticato, di Vincenzo Cardarelli. Ritratti in cui la nostalgia per l’uomo, per l’amico, per il professionista, non impedisce a Buscaroli di soffermarsi anche su aspetti paradossali del carattere dell’uno o dell’altro, onde il lettore esce da queste pagine arricchito, quasi avesse conosciuto o frequentato di persona i personaggi descritti.
    Altrettanto significative sono le pagine che Buscaroli scrisse quale inviato dal fronte vietnamita. Una guerra, quella nel sud-est asiatico che profondamente segnò, negli anni successivi, il destino di un Occidente pavido e rassegnato. Risultano invece contraddistinte da afflato poetico le pagine del libro dedicate alla Dalmazia uccisa e perduta, le cui genti sono state resi incapaci “di pensare e sognare in latino”, o quelle che descrivono lo scempio paesaggistico del nostro paese: “Quello che di armonioso e sobrio, e raffinato e bello fu prodotto nelle nostre città e nel nostro paesaggio nel corso dei secoli fu compito da una minoranza civile che riuscì a non farsi sommergere dalla maggioranza indifferente e addirittura ostile” (p. 103). E’ questa minoranza civile che deve oggi tornare a contare affinché l’Italia esca dal coma in cui versa da troppo tempo. La storia non dà verdetti definitivi, ci piace pensarla come il luogo dell’apertura inesausta, del sempre possibile.
    Per quanto riguarda l’autore, crediamo possa valere per lui, per il suo sentirsi inattuale, questo aforisma di Gómez Dávila: “Non c’è cosa più deprimente dell’appartenere a una moltitudine nello spazio. Né più esaltante dell’appartenere a una moltitudine nel tempo”.
    Le memorie di un italiano inutile. Considerazioni su una Nazione in coma - LaBissa.com



    "Il vero scandalo oggi? È un matrimonio che dura mezzo secolo"
    Il regista bolognese Pupi Avati dirige una serie tv in sei puntate su Raiuno. La storia di una famiglia "normale" dal 1948 ai nostri giorni
    Maurizio Caverzan
    «Sei anni fa, quando per la prima volta proposi alla Rai di girare un film su un matrimonio che dura mezzo secolo mi risposero: allora è una fiction in costume. Praticamente, eravamo già tutti con la marsina, le ghette e i baffoni ottocenteschi...
    Ma come!, replicai, sono sposato con mia moglie da quarantanove anni e vesto come lei... Il fatto è che oggi il matrimonio duraturo è considerato in via di estinzione. Lo scandalo non è la separazione, ma il matrimonio che resiste».
    Pupi Avati è pronto a metterci la faccia...
    «E non accetto lezioni da nessuno. La so lunga perché è lungo il legame con mia moglie. Quando sento qualche giovanotto che dopo pochi anni pontifica che il matrimonio è un'istituzione superata e che non si può restare tutta la vita al fianco della stessa persona, mi ribello. Se ti arrendi alle prime difficoltà non puoi sapere che un legame acquista in bellezza e complicità col passare del tempo».
    Diretto da Pupi Avati, prodotto con il fratello Antonio e sceneggiato anche con Claudio Piersanti, domenica sera su Raiuno va in onda la prima di sei puntate di Un matrimonio, «un film in 600 minuti (chiamarlo fiction è riduttivo)», interpretato da Micaela Ramazzotti e Flavio Parenti. È la storia di due giovani che si sposano nel dopoguerra e, superando momenti difficili, si ritrovano insieme ancor oggi. L'Italia intanto vive la stagione del boom economico, del referendum sul divorzio, della nascita della Seconda Repubblica (tutti eventi ricostruiti grazie al repertorio delle Teche Rai).
    Ci vuole coraggio a raccontare il proprio matrimonio in tv...
    «In realtà, nella prima parte si tratta di quello dei miei genitori, mentre nella seconda diventa il mio. Ci vuole coraggio perché oggi hanno più visibilità le situazioni complicate e i fallimenti. Invece credo che i matrimoni che reggono siano molti più di quelli che vengono raccontati al cinema e in tv».
    Anche la parola è caduta in disuso; a fronte, per esempio, di “convivenza”, assai di moda...
    «Quando nuovi amici o collaboratori mi presentano quella che fino a ieri sarebbe stata la moglie come “la mia compagna” fanno intendere che il legame tra loro non è un matrimonio definitivo, bensì un rapporto subordinato agli eventi. C'è questo timore che legarsi a una persona pregiudichi quello che la vita può riservarti. Dopo qualche anno ti puoi imbattere in una donna più carina, più intelligente, o professionalmente più funzionale...».
    Passerà per conservatore...
    «Probabile, ma non m'interessa».
    Un'altra realtà di moda, anche sulle nostre tv, è la famiglia allargata.
    «Oggi la gamba zoppa è la famiglia. Meriterebbe l'attenzione di tutti molto più dello spread. È nelle nostre famiglie che nasce il tipo di italiano strafottente le cui gesta sentiamo narrare dalle cronache. Come abbiamo visto anche in certe fiction recenti, anche le televisioni partecipano a questo degrado. Per esempio, demolendo la figura paterna e presentandoci pessimi padri».
    La sua non sarà una storia senza rischi e tensioni?
    «Anzi. È anche una commedia all'italiana con i suoi elementi classici. Non racconto una storia tutta rose e fiori. Ci sono le separazioni e gli adulteri e tutte le interferenze che fanno vacillare un sodalizio. Però questi due individui sono sempre visitati da una forma di resipiscenza per cui avvertono anche una responsabilità nell'aver generato dei figli. Non puoi ritenerti esentato dall'essere padre o madre».
    La Chiesa esorta i giovani a fare scelte definitive...
    «Sono scelte che richiedono un margine d'incoscienza e d'irragionevolezza. Quando ti trovi a 25 anni al fianco di una diciannovenne prevalentemente per ragioni estetiche e sentimentali, non sai ancora niente o quasi di quella persona e della vita stessa. Ma davanti a un'autorità, davanti a un prete, rischi. Per me quel rischio ha funzionato. La società di oggi manca di storie intrise d'incoscienza che s'incamminano verso la responsabilità perché conduciamo una vita da commercialisti - con rispetto parlando - fatta di calcoli. Se tu credi nella vita, la vita ti ricambia».
    La parola dell'anno è selfie, che identifica la moda dell'autoscatto. Hanno vinto autoreferenzialità e narcisismo?
    «Temo di sì. Sono forme di egoismo che non pagano nel tempo. Io penso che ci completiamo negli altri. Quanto più vai avanti negli anni, tanto più la cosa bella è vedersi riflessi nelle persone che ti sono accanto, figli e nipoti. A Natale a casa mia eravamo in trentadue, con un sacco di bambini. Tutt'altro che selfie».
    Un altro tema toccato dal suo film è quello della gratuità, con la storia dell'adozione di una bambina paraplegica. È reale?
    «Purtroppo no. Mi è nata perché penso che i figli naturali siano importanti ma i figli adottati lo siano ancora di più. Mi sono sempre rimproverato di non aver avuto il coraggio del protagonista di questa storia che, alla fine degli anni '50, in un orfanotrofio chiede in adozione l'unica figlia paraplegica. Sarà lei a narrare la storia dei suoi genitori perché nella sua condizione è costretta a casa più a lungo dei figli naturali. E quindi ne conosce i segreti».
    In Emilia Romagna, una bambina è stata affidata a una coppia omosessuale...
    «Conosco la storia, ma sono assolutamente contrario. Senza tentennamenti. I genitori sono un papà e una mamma, credo che un bambino ne abbia diritto. E credo che crescere in un contesto dove ci sono due mamme o due papà possa complicare la formazione».
    "Il vero scandalo oggi? È un matrimonio che dura mezzo secolo" - IlGiornale.it


  6. #66
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    PINCHER MARTIN: LA FOLGORE NERA DELL’ESPIAZIONE
    Luca Fumagalli
    Del romanziere William Golding (1911-1993), premio Nobel per la letteratura nel 1983, abbiamo già parlato su Radio Spada in almeno in un paio di occasioni, presentando il suo capolavoro indiscusso, Il signore delle mosche, e l’altra grande opera, L’oscuro visibile.
    Seppur laico convinto, è però innegabile che nei libri di Golding ci sia qualcosa di più che una superficiale comprensione dell’uomo. La penna non ritrae solo caratteri ed esperienze, ma si infila tra le pieghe dell’anima, sondandone i desideri, le passioni e, soprattutto, quel nucleo oscuro spesso taciuto o nascosto per ipocrisia o imbarazzo, quello che noi, cattolicamente, potremmo definire “peccato originale”. Nessuno, nella letteratura contemporanea, si è fatto carico, come lui, di un’impresa tanto complessa quanto anticommerciale, quella cioè di svelare all’uomo moderno, fiero ed egoista titano avverso ad ogni religione, la sua natura di mela marcia, di anima sanguinante schiacciata dal peso della natura e della miseria. Da questa ricerca nascono una serie di romanzi che, se da un lato tendono forse a esagerare eccessivamente la negatività dell’uomo, dall’altro hanno però tutto il fascino della voce fuori dal coro, consolidandosi come strumenti educativi efficaci; anche “Pincher Martin” - pubblicato in Italia con il titolo “La folgore nera” - non sfugge a questo schema.
    Il terzo romanzo di Golding, edito nel 1956 sull’onda del successo scaturito da Il signore delle mosche, è ambientato all’epoca della seconda guerra mondiale e narra la vicenda del giovane ufficiale di marina Cristopher “Pincher” Martin, unico sopravvissuto della sua nave, silurata e affondata al largo delle isole Ebridi, in un luogo non ben precisato del nord Atlantico. Martin si risveglia su una piccola isola rocciosa, in realtà nulla più che un grande scoglio (alcuni critici sostengono si tratti dell’isoletta di Rockwell). Inizia quindi una disperata lotta per la sopravvivenza che lo costringe non solo a nutrirsi di alghe e a dissetarsi da una piccola conca di acqua piovana, ma soprattutto a trovare una soluzione per far notare alle navi di passaggio la sua presenza, unica occasione di salvezza. I giorni passano e ben presto Martin si rende conto che un altro nemico è in agguato: se stesso, il suo passato malvagio che, lentamente, ora dopo ora, lo sta conducendo alla follia.
    Il libro, pur nella semplicità della trama, è tra i lavori più riusciti di Golding, reso ancora più invitante da un finale a sorpresa davvero ben riuscito. L’unico serio limite è che ormai l’edizione italiana è fuori commercio e, a meno di possedere un buon livello d’inglese, bisogna rovistare in qualche mercatino dell’usato, reale o internettistico.
    La vicenda di Martin fugge dallo stereotipo del naufrago proprio nel momento in cui la sua vita sullo scoglio acquista le tinte di un passaggio purgatoriale, un’occasione per redimersi dalle colpe di un vissuto ingombrante, una lotta contro il nulla che lo trascina a sé, quell’immagine della folgore nera che, sempre più spesso, martella la sua mente.
    Pincher Martin: la folgore nera dell?espiazione | Radio Spada

    Roger Scruton e i sacrifici umani della società secolarizzata
    Luca Negri
    Uno dei libri più attesi del 2014 è quello del filosofo Roger Scruton. Uscirà ad aprile e nulla si sa di preciso sull'auspicabile edizione italiana.
    Qualche indiscrezione sui contenuti è trapelata grazie a un'intervista pubblicata sul Foglio. The soul of the word tratta di religione, soprattutto di cristianesimo, e ne lamenta la scomparsa nella società occidentale. Il titolo fa tornare in mente la nota definizione di Marx («la religione è l'anima di un mondo senza cuore»), ma l'intento di Scruton è criticarla. Il problema dunque è l'ateismo montante, il rifiuto del sacro nella decadente società occidentale. Il bisogno di sacro è però talmente insito nell'uomo che, se il divino esce di scena, si finisce per sacralizzare altro. Soprattutto, afferma Scruton, si sacralizza lo stesso laicismo, diventato una religione con dogmi e scomuniche.
    Il pensatore britannico poi afferma la superiorità del cristianesimo sulle altre religioni, perché fondato non sul sacrificio cruento del prossimo, come il degenerato islam fondamentalista, ma sull'auto-sacrificio. Argomento, questo, su cui anche René Girard ha scritto diversi tomi. E il nichilismo europeo avrebbe dovuto chiudere tragicamente la sua avventura fra le macerie di Stalingrado, dove si affrontarono i due suoi volti comunista e nazista, mentre invece si è liberato delle pesanti vesti ideologiche, per presentarsi in modo più subdolo. È quello che, ci pare, Scruton intende quando esprime quello che diventerà il concetto più controverso dell'opera: la società secolarizzata si nutre di sacrifici umani con aborto selettivo e alcune pratiche bioetiche. Inoltre il filosofo non risparmia critiche al fideismo darwinista che vuole cancellare ogni differenza fra uomini e animali. L'essere umano, ci ricorda, si pone domande, non accetta il mondo così com'è. La domanda distingue l'uomo dagli altri viventi e questa domanda sul senso ultimo dell'esistenza è di origine e natura religiosa ma ha travalicato i contenuti della religione per trasferirsi nelle scienze umane. Domanda posta soprattutto dalla storia dell'Occidente. Quindi, negli ultimi due millenni, dalla storia cristiana.
    Roger Scruton e i sacrifici umani della società secolarizzata - IlGiornale.it

    Un pirata tutto nero
    Pubblicato da Berlicche
    E’ tutta colpa degli inglesi.
    Senza di loro, probabilmente adesso i pirati sarebbero considerati alla stregua dei rapinatori e degli stupratori: gente che usa la violenza per acquisire guadagno illecito.
    Invece c’era bisogno che i corsari che infestavano i mari atlantici qualche secolo fa fossero visti sotto luce un pochetto più positiva. In fin dei conti la Corona britannica faceva loro da sponsor, e aveva la sua parte da quanto rubato ai cattivi spagnoli. Non è che potessero far fare la parte dei semplici ladri e assassini. Così con ardita operazione pubblicistica questi allegri omicidi sono stati trasformati in romantici avventurieri in cerca di libertà.
    I corsari salgariani multicolori, capitan Blood, i pirati di Penzance e quelli dei Caraibi…io, e voi, siamo stati accompagnati per tutta la vita da questa immagine idealizzata di persone che, in fin dei conti, assalivano inermi innocenti e li massacravano per un po’ di bottino. It’s a glourious thing / to be a pirate king, ma se Long John Silver può risultarci simpatico, non dimentichiamoci che il suo scopo principale è fare fuori tutti gli altri e scappare con i soldi.
    Questa dissonanza tra la realtà e la fantasia mi è stata molto chiara l’altra sera guardando il film di capitan Harlock.
    Mi ricordo bene la prima puntata del cartone animato trasmessa alla tivù, più anni fa di quanti mi piacerebbe. Da ragazzino scientista qual ero subito non mi piacque. Bandiere che sventolano nello spazio senz’aria? Totale ignoranza di inerzia e proprietà del vuoto? Che schifezza! Pur da lettore accanito di fantascienza, o forse proprio per quello, lo apprezzai poco.
    Con gli anni lo rivalutai. In fondo la figura di quel pirata solitario che combatteva per il bene era assai carismatica ed intrigante. Ancora non sopportavo certi stilemi ed approssimazioni, ma giunsi ad inquadrarlo meglio. Poi, si sa, ogni cosa che ci rammenti la gioventù acquista un fascino tutto suo.
    E così giungiamo al film, un reboot della vicenda originale. Visivamente una bomba, un 3D maestoso, immagini e fondali assolutamente fantastici. La trama…beh…
    Non farò spoiler. Diciamo solo che Harlock è uno che massacra chiunque nell’universo per la sua personale idea di libertà. Una ideologia completamente avulsa dalla realtà, da chi gli sta accanto, un terribile e mortifero orgoglio.
    Muoiono a migliaia, a milioni; figure anonime, sia che siano soldati in armatura in un corpo a corpo o l’equipaggio di una delle tante navi stellari fatte esplodere en passant.
    Mi ricordo la prima volta che mi resi conto che anche le “guardie cattive” sono uomini: un film di ben altro spessore, Brazil. Il grigio impiegato protagonista ride tutto contento per aver forzato un posto di blocco quando, nello specchietto, vede i poliziotti che muoiono tra le fiamme; e il riso gli muore in gola (minuto 17:00).
    Una libertà che, per ottenerla, devi massacrare tutti quanti si frappongono tra lei e te, forse ha qualcosa che non va.
    E questo pirata tutto nero è nero veramente. Inganna, tradisce, distrugge, e sfugge dove sia quella grandezza che lo fa fanaticamente seguire. Oh, sì, è cool. Ma, così come dicono le ultime parole del film, davvero non si capisce cosa lo faccia andare avanti. Pirata senza un perché.
    Un pirata tutto nero | Berlicche



    La storia dell’eremita Richard Raynal, di Robert Hugh Benson
    Il romanzo di Benson, pubblicato nel 1906 e oggi, per la prima volta, disponibile al pubblico italiano, è, per stessa ammissione dell’autore, il suo libro più riuscito
    Ilaria Pisa
    Le Edizioni Radio Spada hanno iniziato il 27 ottobre 2013, festa liturgica di Cristo Re, la propria attività pubblica. Questo progetto editoriale nasce dalla collaborazione di un gruppo di giovani, dall’unione polifonica di energie e sensibilità differenti per la difesa e la diffusione della comune Fede cattolica, dei princìpi e dei valori della Civiltà cristiana. Ci occupiamo di diverse tematiche: dall’apologetica all’attualità, dalla vita spirituale all’analisi storico-teologica, dalla geopolitica al revisionismo storico, dalla letteratura e le arti alla scienza e la tecnica. Le collane che compongono l’offerta editoriale delle Edizioni Radio Spada coprono quindi i vari ambiti della militanza culturale cattolica: la devozionale “Rosa Mystica”, la letteraria “L’Osteria Volante”, la teologica-apologetica-storica ecclesiastica “Tibi dabo claves”, la politica, di attualità e di storia profana “La Spada dell’Arcangelo” e la tecnico-scientifica “Interroga pulchritudinem terrae”.
    Il nostro sguardo è sempre fisso all’integralità della dottrina cattolica, senza ignorare la grave decadenza e le pulsioni dissolutrici del mondo contemporaneo; la nostra volontà è ferma nel fornire un contributo indipendente ed originale al panorama editoriale cattolico di lingua e cultura italiana. Il nostro catalogo è caratterizzato da un mosaico di antico e novità: al recupero di testi cattolici del passato – ma ora più che mai attuali – si affiancano traduzioni in esclusiva di best-seller stranieri, nonché testi originali provenienti dalla nostra batteria di autori.
    In particolare, siamo lieti di presentare due nuove uscite: La storia dell’eremita Richard Raynal, di Robert Hugh Benson, e San Michele Arcangelo – Novena in apparecchio alla doppia festività del medesimo di un anonimo padre gesuita.
    Il romanzo di Benson, pubblicato nel 1906 e oggi, per la prima volta, disponibile al pubblico italiano, è, per stessa ammissione dell’autore, il suo libro più riuscito. Attraverso le pagine di un logoro manoscritto, ritrovato in una biblioteca romana, prende vita la vicenda del mistico eremita Richard Raynal, un giovane inglese chiamato da Dio a compiere una difficile missione presso il re: annunciare al sovrano l’imminente morte tra grandi sofferenze, una passione simile a quella di Cristo. Abbandonata l’umile dimora, inizia così un viaggio che ha il sapore della quest medievale, un compito importante affidato dalla Provvidenza, ma anche un’occasione di maturazione e crescita. Lungo la strada – ancora una volta grandiosa metafora della vita – Richard incontra uomini di diverso temperamento e vive straordinarie avventure che si concluderanno solo nel momento in cui si troverà faccia a faccia con la morte.
    Per intreccio e ambientazione, quest’opera costituisce un unicum nella produzione artistica di Benson, una prefigurazione in chiave positiva del suo più celebre romanzo, “Il padrone del mondo”, edito un anno più tardi. Quella dell’eremita è una storia esemplare, l’immagine del Santo, di colui che rinuncia a tutto, compreso se stesso, pur di poter raggiungere la Gloria eterna del Paradiso.
    Il secondo è un prezioso testo devozionale. Composto da un padre gesuita, fornisce ai lettori le principali coordinate teologiche dell’angelologia scolastica (natura e funzione degli angeli nell’economia della Salvezza), per poi soffermarsi sulla figura storica di San Michele Arcangelo e sul ruolo da esso giocato, sia nella battaglia protostorica contro gli angeli ribelli, sia nelle principali apparizioni michelite della storia, con particolare attenzione a quella del Monte Gargano e a quella di Roma.
    Con un taglio argomentativo, lontano dalle suggestioni delle angelologie spurie e fantasiose, l’autore presenta, tramite numerose riflessioni teologiche, la figura dell’Arcangelo come quella del principale difensore della Cristianità nel corso dei secoli. La parte finale dell’opera, non priva di un certo afflato esortativo e lirico, si incentra sulle principali devozioni a San Michele. L’opera è corredata della prefazione di Carlo Di Pietro e don Marcello Stanzione, già autori di volumi specialistici sul tema.
    La storia dell'eremita Richard Raynal | Tempi.it



    "Sposati e sii sottomessa": la giornalista dà scandalo
    Lavora al Tg3, in Spagna vogliono bruciare i suoi libri in cui difende la famiglia: "Se mi sottometto all'idraulico va bene, ma se decido di farlo per mio marito no"
    Stefano Lorenzetto
    I giornalisti scrittori alla fine dei loro libri sono costretti a elogiare gli archivisti di redazione, altrimenti con che faccia potrebbero chiedergli ancora i ritagli dai quali scopiazzare per i volumi successivi? Non Costanza Miriano del Tg3, che al termine di Sposati e sii sottomessa, ma anche di Sposala e muori per lei, entrambi editi da Sonzogno, al capitolo Ringraziamenti rivolge un deferente omaggio a Dio («anche per quello che neppure capisco»), alla Madonna («in paradiso si entra solo per raccomandazione, non certo per meriti, mettici tu una parola buona»), a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI («i due Papi della mia vita»), alla Chiesa («che nei secoli ha accolto i migliori cervelli in circolazione»).
    Già questi riconoscimenti a una redattrice di Telekabul potevano costare la lapidazione. Ma poi, alla Zanzara su Radio 24, la Miriano è andata oltre, dicendo che la legge sull'aborto dev'essere cancellata, che i figli indesiderati vanno comunque partoriti e dati in adozione, che le piace Vladimir Putin perché è contro la propaganda omosessualista, che il progetto sull'uomo non geneticamente modificato prevede che i bambini abbiano un padre e una madre. In 12 minuti, la summa del politically incorrect.
    Eppure ancor oggi Costanza Miriano non si capacita dell'ondata di furore che l'ha travolta: «I titoli dei libri li ho presi a prestito dalla lettera di San Paolo agli Efesini, “le mogli siano sottomesse ai mariti, e voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa, fino a sacrificare la sua vita per lei”, cose che neanche i preti osano più dire», sorride soave. Le offese su Facebook («il più elegante mi ha consigliato di fare del mio organo sessuale un porto di mare») sono nulla a confronto con l'indignazione che la giornalista ha suscitato in giro per l'Europa. In Spagna il Consiglio comunale di Granada, dov'è stata stampata l'edizione iberica di Sposati e sii sottomessa, ha votato un ordine del giorno di condanna e Ana Mato, ministro dell'Uguaglianza, ha chiesto il ritiro del libro dal commercio. «Ppe, Psoe e Izquierda unida hanno presentato in Parlamento una mozione che chiede alla Fiscalía, la loro Procura, un'indagine sul mio conto. Motivo per cui, quando Telecinco mi ha invitata a un dibattito in studio, mi sono ben guardata dal volare a Madrid: quelli riescono pure ad arrestarmi», ironizza.
    In compenso è già stata ospite sei volte della Bbc, anche nel programma di punta Newsnight, «sempre molto professionali, gli inglesi, ho potuto esporre le mie idee senza censure», e l'hanno cercata televisioni e giornali di Russia, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Argentina, Colombia, Messico. «Gli unici a non accorgersi che un'italiana rischia di essere mandata al rogo sono stati Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Messaggero». Pur in assenza di recensioni, e nonostante sugli scaffali di molte librerie siano confinati nella sezione umorismo, i due volumi viaggiano oltre le 100.000 copie: «Romana Fabrizi, che lavora agli esteri del Tg3, mi ha confessato d'averne comprato 20 da regalare agli amici».
    Tipo tosto, questa Costanza, perugina di 43 anni, dal 1997 alla Tv di Stato, che nel bel mezzo dello scandalo è stata distaccata per 12 mesi dal Tg3 alla redazione di Rai Vaticano, dove peraltro continua a sfoggiare maquillage da femme fatale, top molto scollati, tailleur neri che lasciano intravedere la schiena nuda mentre ancheggia su tacchi vertiginosi, vistoso bracciale intrecciato che in realtà è un ciotki dei monaci ortodossi trasformato in rosario: «Lo recito anche nelle pause in redazione, dove mi considero un esemplare di biodiversità». Nonostante lavori a 400 metri dalla basilica di San Pietro, va a messa tutte le mattine alle 8.30 nella sua parrocchia. Il primo a capire chi stava per mettersi in casa fu Pier Vincenzo Porcacchia, già direttore del Gr2, che guidava la Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia in cui la Miriano fu ammessa con altri 23 dopo una selezione fra 700 candidati. «Gli dissi: di fronte all'eternità, che sarà mai se diamo una notizia nell'edizione successiva?», rievoca divertita. «Nel suo sguardo vidi la mia scheda personale con il timbro “addetta alle fotocopie”».
    E invece?
    «Furono generosi: addetta alle morning news del Tg3. Iniziavo alle 5, orario aborrito dai più. Ero sottomessa già allora. Siccome sono una maratoneta, mi coricavo alle 21 e mi svegliavo alle 3 per andare a correre prima di recarmi al lavoro. Lì ho conosciuto Guido, montatore, siamo sposati da 16 anni».
    Figli?
    «Quattro: Tommaso, 14, Bernardo, 11, Livia e Lavinia, gemelline, 7. Partoriti fra un contratto a termine e l'altro. Sempre correndo, anche con il pancione. Alla terza gravidanza, il mio ginecologo ha minacciato di spezzarmi le gambe».
    Proviene da una famiglia cattolica?
    «No. Mio padre (Nicola Miriano, magistrato in pensione, procuratore della Repubblica a Perugia all'epoca del processo per l'omicidio di Mino Pecorelli che vide Giulio Andreotti assolto con formula piena, ndr) non è mai andato a messa. Non saprei come definirlo, se ateo o agnostico. Litighiamo affettuosamente, specie sull'aborto. Lui è pro choice, dice che la 194 ci vuole. Quando ci vediamo, gli faccio le prediche per convertirlo. È molto orgoglioso di me, apprezza che sia pugnace. Abbiamo caratteri identici».
    E la mamma?
    «Lei a messa ci va e portava al catechismo sia me che mio fratello e mia sorella. A 16 anni mi sono allontanata dalla Chiesa. A 19 sono stata cresimata e c'è stato il riavvicinamento, complice un benefattore della parrocchia, Antonio Cassano, che non finirò mai di ringraziare».
    Perché?
    «Perché pagò di tasca propria un viaggio di tutti i cresimandi a Medjugorje».
    Che cos'hanno di tanto sconvolgente i suoi libri?
    «Ciò che più turba l'uomo moderno è l'idea di un impegno eterno. Se io mi sottometto sessualmente all'idraulico, mi dimostro emancipata. Ma se decido di rinunciare in parte alla mia volontà per completarmi a vicenda con mio marito, allora sono da manicomio. Per i miei contemporanei è inconcepibile rinunciare alla totale autodeterminazione. Credono di essere guariti, di non aver più bisogno di nulla e di nessuno. Invece noi cristiani sappiamo che c'è un mistero dentro di noi, una parte di male dal quale solo l'obbedienza può salvarci. Uomo e donna sono bacati, rappresentano la somma di due povertà. Non dobbiamo fidarci totalmente di noi stessi».
    Ma che significa essere sottomessa?
    «Non c'entra con il lavare i piatti. Il problema del maschio è il desiderio di dominio, quello della femmina il desiderio di controllo. La donna seduce, vuole avere tutto sott'occhio. La sottomissione è rinunciare a questo desiderio per diventare accogliente e permettere all'uomo di essere ciò che è, innescando un circolo virtuoso che induce i maschi a scollarsi dal famoso divano, gliel'assicuro. Nella relazione il pallino ce l'ha la donna. È lei che in casa tiene accesa la luce. L'uomo va fuori a fecondare il mondo».
    Spesso non in senso metaforico.
    «Molti guai della società derivano dalla rivoluzione dei costumi sessuali».
    Se suo marito la tradisce, lei che fa?
    «Oddio! Conosco solo la teoria: o chiudo la porta, come imporrebbe il senso di giustizia, o la tengo aperta, che è la via della santità. Di donne sante ne conosco. Io non so se ne sarei capace».
    Ammettiamo che lei faccia la santa.Lui torna a tradirla. A quel punto?
    «L'infedeltà non mi pare l'insidia principale. Spesso a guastare di più il rapporto sono le interferenze della famiglia d'origine o la madre che dimentica d'essere moglie e diventa sciatta. Ho dovuto lanciare una crociata contro le mutande ascellari dalle frequenze di Radio Maria. Ho letto che la prima causa di divorzio è la lavastoviglie: la carichi tu o la carico io? Il matrimonio è il lavoro principale di uomini e donne, non un luogo dove riposarsi».
    La sottomissione mi sembra un concetto piuttosto islamico.
    «Conviene obbedire a Dio e mettersi nelle mani di chi ci ama. Io riconosco che da sola combinerei dei casini tremendi. La figura maschile è sotto attacco, bastava ascoltare Luciana Littizzetto al Festival di Sanremo. L'autorità paterna è stata abrogata. I genitori di oggi non usano più con i figli il tono affermativo, solo quello interrogativo: vuoi? facciamo? andiamo? È un'emergenza educativa».
    Il suo ideale di donna mi ricorda molto quello del mio conterraneo Giuseppe Sarto, diventato pontefice con il nome di Pio X: «Che la piasa, che la tasa, che la staga in casa».
    «Magari che la tasa al momento opportuno. Mio marito mi ricorda sempre che la più grande prova del suo amore consiste nel fatto d'avermi sposata nonostante al cinema, da fidanzati, abbia commentato al suo orecchio per tutta la durata del film la trama di L.A. Confidential, un noir impegnativo. Sto incontrando fuori casa migliaia di donne che hanno salvato il matrimonio o messo in cantiere un figlio grazie ai miei libri. La gente normale lo sa che maschi e femmine sono diversi, che la donna è più portata per l'educazione dei figli e la cura della casa. Il resto è solo propaganda culturale».
    Il fine di questa propaganda qual è?
    «Il disegno ultimo penso che sia diabolico. Ma non so se si possa scrivere».
    È una libertà che voglio prendermi.
    «Bene. Nella famiglia, nell'unione fra un uomo e una donna, c'è il segreto della vita e della felicità. Un'unione stabile garantisce la prosecuzione della specie. Il diavolo vuole l'infelicità e la morte dell'uomo. Infatti non si fanno più figli».
    Ma se l'umanità si estingue, Satana resta disoccupato o sbaglio?
    «Quando sulla terra saremo tutti morti, il demonio si divertirà lo stesso, perché avrà per sempre il suo gran daffare con le moltitudini che ha spinto all'inferno».
    Immagino che sia contraria ai rapporti sessuali prematrimoniali.
    «Come diceva Paul Newman, perché mi dovrei comprare una mucca quando posso mungere il latte gratis? Un po' volgare, ma rende l'idea. Il sesso è stato desacralizzato. Io penso che non si debba entrare con gli scarponi infangati nel territorio dove viene trasmessa la vita».
    Sugli omosessuali, Papa Bergoglio usa un linguaggio assai diverso dal suo: «Chi sono io per giudicare?».
    «Ha parlato pure di una “corrente di corruzione” rappresentata da “una lobby gay” presente nella Curia romana. Neppure io giudico. Ma sarei pronta a una crociata per impedire che i bimbi siano dati in adozione agli omosessuali».
    È su una brutta strada: l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del ministero delle Pari opportunità, d'intesa con l'Ordine dei giornalisti, ha stilato un decalogo in cui ci è fatto divieto di affermare che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, «luogo comune» smentito dalla «letteratura scientifica».
    «Linee guida non ancora operative. E in ogni caso non possono sostituire il codice penale. Di certo non scriverò “gestazione di sostegno”, come vorrebbero impormi, anziché “utero in affitto”».
    Per lesbiche, gay, bisessuali e trans potremo usare solo la sigla Lgbt .
    «È allucinante. Ma può esistere il reato di opinione? Io sono disposta a finire in galera, insieme con molti miei amici preti che non hanno figli da accudire».
    Teme che succederà?
    «In Francia succede già. Franck Talleu, padre di sei figli, è stato arrestato a Parigi “per tenuta contraria ai buoni costumi” solo perché indossava una maglia recante il logo stilizzato di una mamma e di un papà con due bambini per mano».
    La direttrice del Tg3, Bianca Berlinguer, che cosa pensa dei suoi libri?
    «È venuta a cena a casa mia. Nonostante suo padre fosse il segretario del Pci, sua madre faceva la catechista in parrocchia. Però non condivide le mie teorie. Difendo questo suo diritto. Un direttore deve avere la libertà di fidarsi dei collaboratori che sente più affini a sé. Io, per dire, al posto suo farei fatica a valorizzare un redattore anticlericale».
    «L'amore vero è a forma di croce», scrive in Sposala e muori per lei. Non è facile condividere una simile teoria.
    «È così. L'Occidente, tutto farfalle nello stomaco, non riesce a capirlo. L'amore vero è preterintenzionale. S'impara dopo vent'anni di matrimonio, dopo che hai visto i difetti dell'altro e ciononostante l'affetto resta, anzi aumenta. Richiede un'amputazione, che però non è una fregatura: è per il nostro bene».
    La croce non è una prospettiva allettante per nessuno.
    «Gesù rivelò a Santa Teresa d'Avila che i suoi amici li tratta così. “Per questo ne hai così pochi”, rispose lei».
    "Sposati e sii sottomessa": la giornalista dà scandalo - IlGiornale.it


  7. #67
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    Statalismi a confronto: i 3 New Deal di Roosevelt, Mussolini e Hitler
    REDAZIONE
    Proponiamo in ANTEPRIMA per L’Indipendenza la traduzione integrale in italiano dell’articolo Hitler, Mussolini, Roosevelt, una recensione apparsa su Reason magazine, da parte di David Boaz, vice presidente esecutivo del Cato Institute, al libro 3 New Deal. Parallelismi tra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. 1933-1939, scritto da Wolfgang Schivelbusch, storico tedesco. (Traduzione di Luca Fusari)
    Il 7 Maggio 1933, appena due mesi dopo l’inaugurazione della presidenza di Franklin Delano Roosevelt, Anne O’Hare McCormick, giornalista del New York Times, scrisse che l’atmosfera a Washington «ricorda stranamente quella di Roma nelle prime settimane dopo la marcia delle camicie nere, e di Mosca all’inizio del Piano quinquennale (…) l’America oggi chiede letteralmente istruzioni». L’amministrazione Roosevelt «prevede una federazione dell’industria, del lavoro e del governo dopo la comparsa dello Stato corporativo così come esiste in Italia».
    Tale articolo non è citato in 3 New Deal, un affascinante studio dello storico culturale tedesco Wolfgang Schivelbusch, il quale però sottolinea la sua tesi centrale: ci sono somiglianze sorprendenti tra i programmi di Roosevelt, Mussolini e Hitler. Con la nostra conoscenza degli orrori dell’Olocausto e della seconda guerra mondiale, parrebbe quasi impossibile prendere spassionatamente per serie tali considerazione. Ma negli anni ’30, quando tutti convennero che il capitalismo aveva fallito, non è stato difficile trovare temi comuni e di reciproca ammirazione a Washington, Berlino e Roma, per non parlare di Mosca (3 New Deal non si concentra troppo su quest’ultima).
    Né è una mera curiosità storica di poca importanza in un’epoca successiva al trionfo della democrazia sul fascismo, sul nazionalsocialismo e sul comunismo. Schivelbusch conclude il suo saggio con l’avvertimento che fece nel 1944 il giornalista John T. Flynn: il potere statale si nutre di crisi e di nemici. Da allora siamo stati avvertiti di molte crisi e di molti nemici, e siamo giunti ad accettare uno Stato più potente e più invadente di quanto esisteva prima degli anni ’30.
    Schivelbusch trova paralleli nelle idee, nello stile e nei programmi dei differenti regimi, persino nella loro architettura. Il «monumentalismo neoclassico è lo stile architettonico nel quale lo Stato manifesta visivamente potenza e autorità». A Berlino, Mosca e Roma, «il nemico che doveva essere sradicato era l’eredità architettonica del laissez-faire del liberalismo del XIX° secolo, un miscuglio non pianificato di stili e strutture». Negli anni ’30 a Washington furono eretti in abbondanza monumenti neoclassici, anche se con meno distruzioni che nelle capitali europee. Pensate al Man Controlling Trade, scultura di fronte alla Federal Trade Commission, con un uomo muscoloso che trattiene un cavallo enorme. Essi sarebbero stati di casa nell’Italia del Duce.



    Schivelbusch sottolinea «come il confrontare non è equiparare. L’America durante il New Deal di Roosevelt non diventò uno Stato a partito unico, non aveva polizia segreta, la Costituzione rimase in vigore, e non c’erano campi di concentramento, il suo New Deal conservò le istituzioni del sistema liberal-democratico che il nazionalsocialismo abolì». Ma nel corso degli anni ’30 gli intellettuali e i giornalisti notarono «aree di convergenza tra il New Deal, il fascismo e il nazionalsocialismo». Tutti e tre erano visti come il trascendimento del liberalismo classico anglo-francese, del libero mercato e del potere decentrato.
    Dal 1776 il liberalismo aveva trasformato il mondo occidentale. Come evidenziò un editoriale di The Nation del 1900, il vecchio liberalismo aveva «liberato dalla ingerenza vessatoria dei governi. Gli uomini si dedicarono al loro compito naturale, migliorare la loro condizione, con i meravigliosi risultati che ci circondano», industria, trasporti, telefoni e telegrafi, servizi igienici, cibo abbondante, elettricità. Ma l’editorialista era preoccupato che «il suo benessere abbia accecato gli occhi dell’attuale generazione verso la causa che lo ha reso possibile». Morti i vecchi liberali, i giovani liberali cominciarono a chiedersi se il governo non potesse essere una forza positiva, qualcosa da utilizzare anziché da limitare.
    Nel frattempo anche altri cominciarono a rifiutare il liberalismo. Robert Musil, nel suo romanzo L’uomo senza qualità, ha scritto di quegli anni ’30: «la sfortuna aveva decretato questo (…), l’umore dei tempi si sarebbe allontanato dalle vecchie linee guida del liberalismo che aveva favorito Leo Fischel (i grandi ideali ispiratori della tolleranza, della dignità dell’uomo, e del libero commercio) e il progresso nel mondo occidentale si sarebbe spostato verso teorie razziali e slogan di strada».
    Il sogno di una società pianificata infettò sia la destra che la sinistra. Ernst Jünger, un influente militarista di destra tedesco riferì la sua reazione sull’Unione Sovietica: «Mi sono detto: non hanno nessuna Costituzione ma hanno un piano. Questo può essere una cosa eccellente». Già nel 1912, Roosevelt elogiò il modello prussiano-tedesco: «Sono passati oltre la libertà dell’individuo di fare ciò che voleva con la sua proprietà, e ritengo necessario verificare questa libertà quale beneficio di libertà dell’intero popolo», disse in un discorso al People’s Forum a Troy nello Stato di New York.
    I progressisti americani studiarono nelle università tedesche, Schivelbusch scrive che «sono giunti ad apprezzare la teoria hegeliana di uno Stato forte e il militarismo prussiano come il modo più efficace di organizzare le società moderne, che non potevano più essere governate dai principi liberali anarchici». Il filosofo pragmatista William James nel suo influente saggio del 1910 The Moral Equivalent of War, sottolineò l’importanza dell’ordine, della disciplina, e della pianificazione.
    Gli intellettuali erano preoccupati per la disuguaglianza, per la povertà della classe operaia, e per la cultura commerciale creata dalla produzione di massa (senza accorgersi della tensione tra l’ultima denuncia e le prime due). Il liberalismo sembrava inadeguato per affrontare tali problemi. Quando la crisi economica che colpì Italia e Germania dopo la prima guerra mondiale, colpì gli Stati Uniti con la Grande Depressione, gli anti-liberali colsero l’occasione sostenendo che il mercato aveva fallito e che era arrivato il tempo per una audace sperimentazione.
    Nel 1934, sulla North American Review, lo scrittore progressista Roger Shaw descrisse il New Deal come «mezzi fascisti per ottenere fini liberali». Rexford Tugwell, consigliere di Roosevelt scrisse nel suo diario che Mussolini aveva fatto «molte delle cose che mi sembrano necessarie». Lorena Hickok, una stretta confidente di Eleanor Roosevelt che ha vissuto alla Casa Bianca, scrisse dell’approvazione confidatale da una funzionaria locale la quale le aveva detto: «se [il presidente] Roosevelt fosse in effetti un dittatore, potremmo arrivare da qualche parte». Aggiunse che se fosse stata più giovane, le sarebbe piaciuto guidare «il movimento fascista negli Stati Uniti». La National Recovery Administration (Nra), l’agenzia di cartello cuore del primo New Deal, in un rapporto dichiarò senza mezzi termini: «i principi fascisti sono molto simili a quelli che stiamo sviluppando qui in America».
    Roosevelt definì Mussolini «ammirabile» e professò che era «profondamente colpito da ciò che ha compiuto». L’ammirazione era reciproca. In una recensione elogiativa di Roosevelt, nel libro Looking Forward del 1933, Mussolini scrisse: «Rammentante il fascismo è il principio che lo Stato non lascia più l’economia a se stessa. (…) Senza dubbio, lo stato d’animo che accompagna questo cambiamento epocale è simile a quello del fascismo». Il principale giornale nazista, il Volkischer Beobachter, ripetutamente elogiò «l’adozione di Roosevelt di frammenti di pensiero nazionalsocialista nelle sue politiche economiche e sociali» e «lo sviluppo verso uno Stato autoritario» basato sulla «domanda che il bene collettivo fosse anteposto all’interesse personale dell’individuo».
    A Roma, Berlino e a Washington, c’era un’affinità per metafore e strutture militari. Fascisti, socialisti nazionalisti, e sostenitori del New Deal erano stati tutti giovani durante la prima guerra mondiale, e hanno guardato indietro con nostalgia alle esperienze della pianificazione in tempo di guerra. Nel suo primo discorso inaugurale, Roosevelt richiamò la nazione: «Se vogliamo andare avanti, dobbiamo muoverci come un esercito addestrato e leale disposto a sacrificarsi per il bene di una disciplina comune. Noi siamo, lo so, pronti e disposti a presentare le nostre vite e proprietà a tale disciplina, perché rende possibile una leadership che mira a un bene più grande. Assumo senza esitazione la leadership di questo grande esercito (…) pregherò il Congresso per quello strumento rimanente per fronteggiare la crisi: un elevato potere esecutivo per condurre una guerra contro l’emergenza, un grande potere da dare a me come se fossimo invasi da un nemico straniero».
    Quello era un nuovo tono per un presidente della repubblica americana. Schivelbusch sostiene che «Hitler e Roosevelt erano entrambi leader carismatici che hanno tenuto le masse sotto la loro influenza, senza questo tipo di leadership né il nazionalsocialismo né il New Deal sarebbero stati possibili». Questo stile plebiscitario stabilì un collegamento diretto tra il leader e le masse. Schivelbusch sostiene che i dittatori degli anni ’30 differivano dai «despoti di vecchio stile, la cui regola era in gran parte basata sulla forza coercitiva delle loro guardie pretoriane». I raduni di massa, i discorsi radiofonici al caminetto, e nel nostro tempo la televisione, possono portare il regolatore direttamente alle persone in un modo che non è mai stato possibile in precedenza.
    A tal fine, tutti i nuovi regimi degli anni ’30 intrapresero sforzi di propaganda senza precedenti. Scrive Schivelbusch, «la propaganda è il mezzo con cui la leadership carismatica, aggirando le istituzioni sociali e politiche intermedie come i parlamenti, i partiti e i gruppi d’interesse, guadagna presa diretta sulle masse». La campagna Blue Eagle della Nra (in cui alle imprese che avessero rispettato il codice dell’agenzia sarebbe stato permesso di porre un simbolo la ‘Blue Eagle’) fu un modo per radunare le masse e chiedere a tutti di visualizzare un simbolo visibile di sostegno. Il capo della Nra, Hugh Johnson, espresse il suo scopo chiaramente: «coloro i quali non sono con noi sono contro di noi».
    Gli studiosi ancora studiano quella propaganda. All’inizio del 2007, un museo di Berlino ha allestito una mostra dal titolo ‘Arte e Propaganda: Lo scontro delle Nazioni. 1930-1945′. Secondo il critico David D’Arcy, essa mostra come i governi italiano, sovietico, americano e tedesco «finanziarono l’arte e come la costruzione dell’immagine sia servita per la costruzione della nazione quale suo esito più estremo. (….) I quattro Paesi radunarono i loro cittadini con le immagini di rinascita e rigenerazione».
    Un poster americano di un martello da fabbro portava lo slogan ‘Work to Keep Free’ (‘il lavoro mantiene liberi’, n.d.t.), che D’Arcy ha trovato «essere prossimo in maniera agghiacciante ad ‘Arbeit Macht Frei’ (‘il lavoro rende liberi’, n.d.t.), la scritta che salutava i prigionieri ad Auschwitz».





    Allo stesso modo, una riedizione di un classico documentario sul New Deal, The River (1938), ha spinto il critico Philip Kennicott del Washington Post a scrivere, «guardando 70 anni dopo su un Dvd Naxos risulta un po’ inquietante (…). Ci sono momenti, in particolare quello sui trattori (il grande oggetto feticcio dei propagandisti del XX° secolo), dove si è certi che questo film sarebbe potuto essere stato realizzato in uno degli stabilimenti cinematografici politici degli Stati totalitari d’Europa».
    Programma e propaganda sono fusi nelle opere pubbliche di tutti e tre i sistemi. La Tennessee Valley Authority, le autostrade tedesche e la bonifica delle paludi pontine fuori Roma furono tutti progetti-vetrina, un altro aspetto dell’”architettura del potere” quale visualizzazione del vigore e della vitalità del regime.
    Sicché ci si potrebbe chiedere, ‘dov’è Stalin in questa analisi? Perché questo libro non è stato intitolato ’4 New Deal’?’ Schivelbusch parla di Mosca molte volte, così come fece McCormick nel suo pezzo sul New York Times. Ma Stalin prese il potere all’interno di un sistema già totalitario, fu il vincitore in un colpo di Stato. Hitler, Mussolini e Roosevelt, ciascuno in modo diverso, salirono al potere come leader forti in un processo politico. Hanno quindi condiviso la “leadership carismatica” che Schivelbusch trova così importante.
    Schivelbusch non è il primo ad aver notato queste somiglianze. B. C. Forbes, il fondatore della rivista omonima, denunciò «il fascismo rampante» nel 1933. Nel 1935 l’ex presidente Herbert Hoover usò frasi come «irregimentazione fascista» per commentare il New Deal. Un decennio più tardi, scrisse nelle sue memorie che «il New Deal ha introdotto presso gli americani lo spettacolo della dittatura fascista sulle imprese, sul lavoro e nell’agricoltura», e che misure come l’Agricultural Adjustment Act, «nelle loro conseguenze di controllo dei prodotti e dei mercati istituisce un parallelo inquietante americanizzato con il regime agricolo di Mussolini e Hitler».
    Nel 1944, in Verso la schiavitù, l’economista F. A. Hayek denunciò come la pianificazione economica possa portare al totalitarismo. Ha ammonito americani e britannici a non pensare che ci fosse qualcosa di unico e di malvagio nell’anima tedesca. Il nazionalsocialismo aveva attinto da idee collettiviste che avevano permeato il mondo occidentale da una o più generazione.
    Nel 1973, uno degli storici americani più illustri, John A. Garraty della Columbia University, creò scalpore con il suo articolo The New Deal, National Socialism, and the Great Depression. Garraty era un ammiratore di Roosevelt ma non poteva fare a meno di notare, per esempio, il parallelismo tra il Civilian Conservation Corps e i programmi similari in Germania. Entrambi, ha scritto, «furono essenzialmente progettati per tenere i giovani fuori dal mercato del lavoro. Roosevelt ha descritto i campi di lavoro come un mezzo per tenere i giovani ‘fuori dagli angoli delle strade della città’, Hitler come un modo di evitare ‘il loro marcire impotenti per le strade’. In entrambi i Paesi molto è stato fatto nei campi, quali risultati sociali di miscelazione di migliaia di giovani provenienti da diversi percorsi di vita. Inoltre, entrambi furono organizzati su linee semi-militari con finalità sussidiarie per migliorare la forma fisica dei potenziali soldati e stimolarne l’impegno pubblico a servizio della nazione in caso di emergenza».
    Nel 1976, il candidato presidenziale Ronald Reagan sostenne davanti ai giornalisti, malgrado le ire del senatore Democratico del Massachusetts Edward Kennedy, dello storico filo-rooseveltiano Arthur M. Schlesinger Jr., e del The New York Times, che «il fascismo fu davvero la base del New Deal». Ma Schivelbusch ha esplorato questi collegamenti con maggiore dettaglio e con più distanza storica.
    Con la memoria vivente sul nazionalsocialismo e sull’Olocausto che si allontana, gli studiosi (soprattutto in Germania) stanno cominciando gradualmente ad applicare la normale scienza politica ai movimenti e agli eventi degli anni ’30. Schivelbusch esagera di tanto in tanto, come quando scrive che Roosevelt una volta chiamò Stalin e Mussolini suoi «fratelli di sangue» (in realtà sembra chiaro da The Age of Roosevelt di Arthur Schlesinger, fonte citata da Schivelbusch, che Roosevelt stesse affermando che il comunismo e il fascismo erano fratelli di sangue tra loro e non con lui) ma nel complesso, questo è un formidabile manuale di studio.
    Confrontare non è equiparare, come dice Schivelbusch. E’ allarmante notare le analogie reali tra questi sistemi, ma è ancora più importante ricordare che gli Stati Uniti non caddero nella dittatura. Roosevelt manipolò la Costituzione fino a renderla irriconoscibile, aveva un gusto per la pianificazione e la potenza fino ad allora sconosciuta alla Casa Bianca. Ma non fu un delinquente omicida. Nonostante una popolazione che «letteralmente attendeva ordini», come McCormick scrisse, le istituzioni americane non crollarono.
    La Corte Suprema dichiarò incostituzionali alcune misure del New Deal. Alcuni imprenditori resistettero ad esso. Gli intellettuali, sia di destra che di sinistra, alcuni dei quali collocati nel movimento libertario, si scagliarono contro Roosevelt. I politici Repubblicani mirarono a contrastare sia il flusso di potere verso Washington che il passaggio di poteri all’esecutivo.
    La Germania aveva un parlamento, partiti politici ed imprenditori, eppure crollò di fronte al movimento di Hitler. C’era qualcosa di diverso negli Stati Uniti. Forse era il fatto che il Paese fosse costituito da persone che avevano lasciato i despoti del Vecchio Mondo per trovare la libertà nel Nuovo, e che poi effettuarono una rivoluzione libertaria. Gli americani tendono a pensare a sé stessi come individui con uguali diritti ed uguali libertà. Una nazione la cui ideologia fondamentale è, per usare le parole del recentemente scomparso sociologo Seymour Martin Lipset, «l’antistatalismo, il laissez-faire, l’individualismo, il populismo e l’egualitarismo» sarà molto più resistente alle ideologie illiberali.
    Titolo: 3 New Deal. Parallelismi tra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. 1933-1939; Autore: Wolfgang Schivelbusch; Editore: Marco Tropea Editore (collana Saggi, 2008); Pagine: 217; Prezzo: 16,50 €.
    Statalismi a confronto: i 3 New Deal di Roosevelt, Mussolini e Hitler | L'Indipendenza









    “Poi arrivò Maggie e cambiò tutto”
    Scruton spiega la cultura inglese prima della rivoluzione thatcheriana
    di Giulio Meotti
    “Quando entrai nella biblioteca della mia università, negli anni Settanta, il conservatorismo era la fissazione soltanto di qualche matto recluso. Trovai libri di Marx, Lenin, Mao, ma nessuno di Leo Strauss, Eric Voegelin, Friedrich von Hayek o Milton Friedman. C’era ogni tipo di rivista socialista, ma non una che fosse conservatrice. Poi arrivò Margaret Thatcher e cambiò tutto”. Roger Scruton è stato il fondatore della Salisbury Review, la più prestigiosa rivista del conservatorismo inglese e nel 1980 ha scritto “The Meaning of Conservatism”, poi definita “la Bibbia della rivoluzione thatcheriana”. Scruton proviene anche dal Peterhouse Right, il celebre movimento intellettuale legato all’ex primo ministro inglese.
    “Prima della Thatcher c’era la convinzione in Inghilterra che il conservatorismo fosse per gli aristocratici o i figli delle famiglie agiate”, dice al Foglio il filosofo e saggista inglese. “Essere conservatore era come avere un impedimento linguistico. Margaret Thatcher ha cambiato la politica in Occidente, non soltanto nel Regno Unito. Fino al suo avvento al potere il socialismo aveva ancora qualche chance di illusione, vera o presunta. La Thatcher lo ha distrutto per sempre”.
    Il caso della Lady di Ferro è da manuale per capire il risentimento in democrazia, dice Scruton. “Quando gli ateniesi mandarono Temistocle in esilio nel 470, dimenticarono tutto quello che aveva fatto per loro. Le democrazie hanno questa tendenza naturale a rivoltarsi contro i loro salvatori. E’ successo a Churchill, a De Gaulle e a Margaret Thatcher.
    Quando lei prese il potere nel 1979, la Gran Bretagna era in uno stato terminale. I sindacati, che avevano il potere di abbattere i governi eletti, erano occupati ad accumulare privilegi. Mandarini socialisti regnavano nel servizio civile e metà del prodotto interno lordo era assorbito dalla spesa pubblica. L’industria era paralizzata dagli scioperi e interi settori dell’economia erano protetti dalla competizione e versavano in bancarotta. Sul comunismo, i nostri leader mantennero un silenzio imbarazzato.
    In breve, l’Inghilterra si era arresa, capitolando in una specie di senso di colpa collettivo e di dipendenza dalla cultura socialistica del welfare. La Thatcher cambiò tutto questo. Costrinse i britannici a capire che la responsabilità individuale non può essere demandata a nessun altro. Liberò il talento da decenni di egualitarismo forzato. Distrusse il sindacato, mostrando persone come Arthur Scargill per quello che erano: stalinisti. Ha restaurato l’orgoglio nazionale, dalle Falkland alla sconfitta degli eurocrati”.
    I suoi successi però non potevano passare senza contraccolpi, e iniziò una campagna di denigrazione ideologica. “Basti pensare che l’Università di Oxford e altre facoltà britanniche hanno assegnato titoli onorifici a Bill Clinton o a Robert Mugabe e alla moglie di Ceausescu, ma non alla loro più nota laureata, Margaret Thatcher. Le ‘chattering classes’ si rivoltarono contro la Thatcher, riconoscendo in quel modo che il suo trionfo era la loro distruzione. Insieme ai media, ai servizi sociali, ai dipendenti pubblici, i miei colleghi di università crearono il mito della Thatcher come una donna glaciale, armata di valori vittoriani e di una borsetta. In verità, la Thatcher aveva minacciato soltanto i parassiti”.
    Secondo Scruton, l’ex premier è stata la vera autrice della pax irlandese. “La Thatcher ha reso possibile la pace in Irlanda del nord, fu durissima col terrorismo dell’Ira, usò la forza contro la forza, e se oggi c’è calma nell’Ulster è solo grazie a lei, perché disarmò i terroristi”.
    La Thatcher fu accusata di “cultura dell’avidità”. “Per i suoi nemici il futuro dell’umanità era semplice: abbattere l’ordine esistente e lasciare affiorare il futuro. Ma come sappiamo, il futuro non è emerso, o è emerso con modalità mostruose. Queste filosofie del ‘mondo nuovo’ sono menzogne e illusioni, prodotti di un ideologismo che ha occultato i fatti della natura umana. La Thatcher era il contrario di tutto questo. In frasi quali ‘la crisi del capitalismo’, ‘lo sfruttamento capitalistico’, ‘l’ideologia capitalistica’, il termine fungeva da formula magica. Nella teoria economica era l’equivalente della ridicola frase antioccidentale gridata da Kruscev, dalla tribuna delle Nazioni Unite: ‘Vi seppelliremo!’”.
    “Poi arrivò Maggie e cambiò tutto” - [ Il Foglio.it › La giornata ]


  8. #68
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    Addio a Eugenio Corti, «voce» della Brianza
    Il suo romanzo autobiografico «Il Cavallo Rosso» è stato tradotto in 24 lingue e diffuso in tutto il mondo
    E’ morto a 93 anni nella sua villa a Besana in Brianza Eugenio Corti, la «voce» della Brianza. L’opera più nota dello scrittore è «Il Cavallo Rosso», romanzo tradotto in 24 lingue e diffuso in tutto il mondo. Pubblicato nel 1983, racconta la vita dello scrittore stesso, a partire dalla ritirata sul fronte russo nel 1942 fino agli anni Settanta, intrecciandosi con la storia, i valori e i luoghi della Brianza. Primo di dieci figli, profondamente cattolico, Corti ha fuso la propria vocazione di scrittore con la sua fede religiosa. Il suo primo libro - «I più non ritornano» (1947) - è in realtà il diario dei mesi sul fronte russo, che segneranno profondamente la sua meditazione sulla vita e sul destino degli uomini. Un tema sul quale tornerà nel 1951, con il romanzo «I Poveri Cristi». Fu forte il suo legame con due sacerdoti: don Carlo Gnocchi, che lo sposò all’amatissima moglie Vanda, e don Luigi Giussani.
    Dal 1972 Corti decise di fare lo scrittore a tempo pieno. Dedicò 12 anni alla stesura del libro che resta il suo capolavoro: «Il Cavallo rosso». Il volume è stato ristampato ininterrottamente fino a oggi ed è stato particolarmente apprezzato in Francia. Etienne de Montety, direttore del «Figaro Litteraire», ha definito «Il Cavallo rosso» uno dei migliori romanzi europei degli ultimi 25 anni. Seguiranno «La terra dell’indio» (1998) «L’isola del paradiso» (2000) «Catone l’antico» (2005). e «Il Medioevo e altri racconti» (2008).
    Negli ultimi tempi lo scrittore stava lavorando a un completamento della raccolta di saggi «Il fumo nel tempio». In ogni sua opera la passione per la storia e per l’uomo si fondeva con la sua instancabile ricerca di Dio. «Il mio compito – aveva spiegato Corti - è scrivere per tradurre nelle mie pagine la bellezza, un ideale che sempre più sta scomparendo da questo nostro mondo». Nel corso della sua lunga carriera, Eugenio Corti ha ricevuto numerosi riconoscimenti: nel 2013 il presidente della Repubblica gli aveva conferito la Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte. E nel 2011 la Provincia di Monza, e diverse associazioni culturali brianzole, avevano sostenuto la sua candidatura al premio Nobel per la letteratura.
    Addio a Eugenio Corti, «voce» della Brianza - Corriere.it

    Eugenio Corti, il cantastorie del Regno
    di Giulia Tanel
    La sera di martedì 4 febbraio Eugenio Corti ha fatto ritorno al Padre. Classe 1921, lo scrittore aveva conformato la sua vita al versetto del Padre Nostro che recita “Venga il Tuo Regno”, combattendo la buona battaglia tramite la scrittura.
    Uomo dal portamento distinto e dal fare pacato ma anche caparbio, Corti scrutava con i suoi attenti occhi azzurri i tanti lettori, molto spesso giovani, che si recavano a trovarlo nella sua casa in Brianza. Personalmente ricordo il suo atteggiamento vigoroso e paterno, dettato e supportato dalle decisive esperienze maturate durante la Seconda Guerra Mondiale e da una fede granitica. Dialogando con lui si aveva la percezione di essere di fronte a un maestro da cui attingere preziose considerazioni sul passato e sull’epoca contemporanea; nel contempo, emergeva anche la consapevolezza di essere in presenza di una persona cui – da cattolici – guardare come modello di comportamento, perché lo sguardo di Corti, benché permeato di un sano realismo, era sempre orientato a Dio.
    Non a caso, accanto all’età d’oro greca, il periodo storico più amato dallo scrittore brianteo era il Medioevo, ossia l’epoca in cui il messaggio cristiano si è diffuso in maniera capillare ed è diventato un fenomeno ‘di popolo’, dando luogo alla Res Publica Christiana. In quei secoli, troppo spesso classificati come ‘bui’ e invece ricchissimi sotto diversi aspetti, ogni ambito del vivere quotidiano era orientato – seppur con le dovute eccezioni – agli ideali del Vangelo: dal modo di concepire la guerra e la cavalleria, allo sviluppo dell’arte pittorica e architettonica, al ruolo assegnato alle donne... E proprio riguardo quest’ultimo aspetto, entrando nella casa di Corti si rimaneva piacevolmente colpiti dalla presenza riservata, ma assolutamente rilevante, di sua moglie Vanda, che lo scrittore contemplava ancora con sguardo innamorato e riconoscente, nonostante fossero sposati dal 1951.
    Ma si diceva della centralità della fede nella vita e nel pensiero di Corti, la quale trova conferma anche nei suoi articoli e nei libri – molto vari per genere e argomento – ch’egli ha scritto dal 1947 in avanti. Tra questi spicca per importanza il romanzo storico Il Cavallo Rosso (Edizioni Ares, 1983), oramai giunto alla ventinovesima edizione e tradotto in otto lingue. Questo testo – che ha richiesto a Corti ben undici anni di lavoro – narra le vicende di alcuni ragazzi della Brianza e del loro incontro con il mondo esterno, sullo sfondo dei grandi avvenimenti storici succedutisi in Italia e nel mondo tra il 1940, anno dell’entrata in guerra dell’Italia, e il 1974, anno del referendum sul divorzio. Scorrendo pagina dopo pagina, moltissimi lettori sono rimasti avvinti nella narrazione e – oltre ad aver potuto rivivere quasi in presa diretta gli anni del secondo conflitto mondiale e della ricostruzione – hanno avuto modo di apprezzare le riflessioni storiche, teologiche e teleologiche che Corti non mancava mai di inserire nei propri scritti, in forma più o meno diretta.
    Un’altra opera fondamentale lasciataci dallo scrittore brianteo è Il fumo nel Tempio (Edizioni Ares, 1996), una raccolta di articoli scritti dal 1970 in poi sulla difficile situazione della Chiesa nel post Concilio, sulla perdita di valori della società, sulla crisi della politica e in particolare della Democrazia Cristiana e, infine, sull’egemonia di una cultura di matrice laica e troppo spesso ideologizzata. Sono testi di una lucidità spesso disarmante, propria di un osservatore attento e onesto qual era Corti, convinto che il parametro di giudizio cui fare riferimento è sempre l’insegnamento di Cristo, perché solo in questo modo è possibile vivere in pienezza e gustare anche in terra un imperfetto assaggio di felicità e di Bellezza.
    Sintomatica di quest’approccio alla vita è la risposta data da Corti alla domanda su quale fosse la cosa più bella che gli sia mai accaduta: «L’essere venuto al mondo, sicuramente. La prova è stata anche dura, come per tutti. Ma è stato l’esistere, l’essere, che mi ha aperto tutte le altre porte. Anche quella della consolante Speranza cristiana in una felicità intramontabile in Dio, dopo la morte terrena».
    Al termine di una vita intensa e luminosa, la poesia posta da Eugenio Corti in calce alle 1274 pagine che compongono Il Cavallo Rosso appare quasi come un suo testamento: “Ecco, ora svaniscono, / i volti e i luoghi, con quella parte di noi che, come poteva, / li amava, / Per rinnovarsi, trasfigurati, in un’altra trama” (T.S. Eliot).
    Requiescat in pace!
    Eugenio Corti, il cantastorie del Regno

    Eugenio Corti: «La Brianza che ho conosciuto io sta affondando»
    «Non c’è più quella visione del mondo cristiana bella, limpida e chiara. Il livello morale delle persone si è abbassato»
    In occasione dei suoi 90 anni, ancora impegnato a scrivere nella grande casa di Besana Brianza, Eugenio Corti si era raccontato così, una sera di gennaio del 2011.
    Via Santa Caterina è avvolta nella nebbia della sera, così come il grande giardino di casa Corti a Besana Brianza. Alla porta c’è la moglie Vanda, poco dopo arriva lui. Gli occhi chiari, la barba bianca, l’inseparabile bastone. Si siede accanto al caminetto ed inizia il racconto di novant’anni di vita vissuta intensamente. Si parte dai ricordi d’infanzia, perché è di quegli anni la scoperta della sua vocazione di scrittore.
    «Avevo undici anni, andavo in prima media, che allora era il ginnasio. Mi misero in mano una pagina di Omero e fui folgorato dalla bellezza dei versi. Sono bastate poche pagine, io non sapevo nemmeno chi fosse Omero, ma lì ho capito che da grande avrei voluto scrivere come lui. Rendere il bello in ogni cosa»
    Un sogno da ragazzino che si interrompe nel 1940. L’anno della sua maturità, ma anche dell’inizio della seconda guerra mondiale. Come ha vissuto quei momenti?
    «Ero studente al collegio San Carlo di Milano. All’inizio si pensava che non avremmo potuto diplomarci, poi invece gli studenti non furono subito chiamati alle armi. Mi diplomai e mi iscrissi a Giurisprudenza all’Università Cattolica. Fu un errore, avrei dovuto iscrivermi a Lettere, ma negli anni del liceo avevo talmente approfondito per conto mio lo studio dei grandi classici che decisi di studiare qualcosa di cui non sapevo nulla. Del resto sono convinto che la nostra civiltà si basi su tre grandi colonne: la filosofia greca, l’arte greca e il diritto romano. Dopo poco capii che giurisprudenza era di una barba paurosa, tutta codici e postille. L’unica cosa che mi interessava davvero era la filosofia del diritto. Riuscii a laurearmi dopo la guerra. L’avevo promesso a mio padre».
    Nel ‘41 anche voi ragazzi del ’21 siete chiamati sotto le armi…
    «Siamo entrati in guerra totalmente impreparati. L’Italia non aveva armi per i soldati con esperienza, e a noi ragazzi ci tenevano in caserma a giocare a bandiera e a correre nel cortile. Faccio un periodo di addestramento agli inizi di febbraio del 1941 alla caserma del Ventunesimo reggimento artiglieria divisionale a Piacenza. Per altri sei mesi sono alla Scuola allievi ufficiali di Moncalieri e divento sottotenente. Mi metto a studiare sodo per risultare tra i primi in graduatoria per poter scegliere la destinazione. I più “furbi” sceglievano Milano, Monza, qualcuno ha passato la guerra nelle località vacanziere della costa. Io invece scelgo di andare in Russia. Voglio vedere con i miei occhi il mondo comunista. Senza quell’esperienza non avrei potuto avere le idee così chiare sul comunismo».
    Nel giugno del ‘42 raggiunge il fronte russo e vive i giorni drammatici della ritirata descritta ne «I più non ritornano» e ne «Il Cavallo Rosso»…
    «Quando ero nella sacca mi sono reso conto che non c’erano speranze di sopravvivenza. Ci avevano lasciato senza benzina, dopo 25 chilometri abbiamo dovuto abbandonare trattori e carri armati. Ci siamo trovati a piedi nel gelo, circondati dall’esercito russo. In quei momenti mi ripetevo: “L’hai chiesto tu di venire qui. Ma ti rendi conto della fesseria che hai fatto?”».
    Nella «valle della morte» per la seconda volta riconferma la sua volontà di voler diventare scrittore.
    «Pensavo alla mia povera mamma. Immaginavo quanto pregasse per me di cui non aveva più notizie. Mi sono messo a pregare anch’io e feci un voto alla nostra Madonna del Bosco: se fossi uscito vivo da quell’inferno mi sarei impegnato nel mio lavoro di scrittore a descrivere quello che avevo vissuto, mi sarei impegnato per la realizzazione del secondo versetto del Padre Nostro, l’affermazione del Regno, quello con la “R” maiuscola”».
    Lei ha combattuto sul fronte russo e, dopo l’8 settembre, è nell’esercito regolare, accanto agli alleati. Il viaggio attraverso l’Italia che descrive ne «Gli ultimi soldati del Re». Ha mai pensato di che cosa avrebbe scritto e non avesse vissuto in prima persona queste esperienze?
    «Avrei scritto comunque, ma probabilmente le mie opere sarebbero state più di ordine intellettuale che non di vita vissuta. Devo dire però che ne “Il cavallo Rosso” sono riuscito a descrivere anche l’esperienza nei lager comunisti, che non ho mai visto. Un sopravvissuto, quando l’ha letto, mi ha abbracciato per come avevo reso quella pagina di storia».
    Quando ha iniziato a meditare di scrivere «Il Cavallo Rosso»?
    «Dopo la fine della guerra ero svuotato di ogni energia. Sapevo che per scrivere il romanzo sulla realtà del nostro mondo dovevo aspettare. Il 31 dicembre del 1972 ho interrotto qualunque altra occupazione per vivere di sola scrittura».
    Tra le opere che ha scritto a quale è più legato?
    «Sicuramente “Il Cavallo Rosso” è l’opera più rifinita. Ho impiegato 11 anni per scriverlo con solo due pause: sei mesi in cui fui chiamato a scrivere gli articoli di fondo all’ Ordine di Como e il periodo di impegno civile per l’abrogazione della legge sul divorzio. Poi amo molto “I più non ritornano” e “Processo e morte di Stalin”».
    Arriviamo dunque a «Il Cavallo Rosso». E’ facile ritrovare lei nel personaggio di Michele che sogna di fare lo scrittore. E’ così?
    «E’ vero. Ho cercato di camuffarmi, ma i lettori mi hanno riconosciuto subito. Molti altri personaggi sono presi dalla mia famiglia: mio padre, mia madre, i miei fratelli e sorelle, gli amici. In alcuni casi un personaggio è nato dall’unione di due persone, in altri da una persona sono riuscito a creare due personaggi».
    Dopo aver scritto 1500 pagine dattiloscritte e tremila a mano, proprio le dimensioni dell’opera hanno posto non pochi problemi alla sua stampa. Dopo i no dalle case editrici si è mai scoraggiato?
    «No. Ho solo pensato “è un bel problema”. Poi per fortuna ho trovato Cesare Cavalleri, direttore della case editrice Ares che ha accettato di pubblicarmi ed è andata bene».
    In Francia è osannato e il direttore del Figaro Littéraire ha definito la sua opera una delle tre più belle pubblicate in Francia negli ultimi 25 anni, insieme a Eco e Buzzati. E’ il complimento che le ha fatto più piacere?
    «Ho avuto tante belle critiche. Quello che mi interessa di più è l’affetto dei lettori e le testimonianze di amicizia che ricevo ogni giorno».
    Lei ferma il racconto de «Il cavallo Rosso» al 1974. Se dovesse dare un seguito a questo affresco della Brianza e dell’Italia nel Novecento che Brianza descriverebbe?
    «La Brianza che ho conosciuto io sta affondando. Non c’è più quella visione del mondo cristiana che era bella, limpida e chiara. Il livello morale delle persone si è abbassato, l’avvento della televisione, ma anche la nascita della scuola media per tutti ci ha omologati verso il basso,ha fatto sparire le caratteristiche positive dei brianzoli».
    Come è possibile risalire in superficie?
    «Io consiglio ai giovani di non fermarsi ai discorsi superficiali, ma di andare a fondo alla conoscenza della realtà. Un tempo gli insegnamenti che ricevevi in famiglia erano un faro per la vita, adesso il rischio è che gli insegnamenti arrivino dalla televisione perché la famiglia si è sfasciata».
    Adesso, a pochi giorni dalla festa dei suoi novant’anni, di che cosa si occupa?
    «Scrivo ancora, ma mi accorgo di essere molto più lento di un tempo. Sto mettendo mano a “Il fumo nel tempio”, sulla crisi del mondo cattolico dopo il Concilio. L’ho scritto nel 1995, ma deve essere aggiornato. Poi credo che appenderò l’arpa al muro. Sento che la mia vena creativa si sta esaurendo».
    Il Premio Nobel per i suoi novant’anni sarebbe un bel regalo. Non trova?
    «Sì, ma non me lo daranno mai perché sono cristiano. Il mondo della letteratura è un mondo laicista ad oltranza. Se sono riusciti a non dare il Nobel a Lev Tolstoj che per me è il più grande scrittore, posso stare tranquillo».
    Un’ultima domanda. Dopo aver visto tanto orrore negli anni della guerra, la sua fede non ha mai vacillato?
    «Ho conosciuto i due grandi mali del secolo, il Comunismo e il Nazismo, ho visto il mondo senza Dio. Per la mia fede non ho meriti: è quella che mi hanno trasmesso i miei genitori».
    Eugenio Corti: «La Brianza che ho conosciuto io sta affondando» - Corriere.it

    «Lo scrivere, il tempo & la misericordia»
    Intervista con Eugenio Corti
    di Paola Scaglione, Studi cattolici 521/22, Luglio/Agosto 2004
    Lo sguardo azzurro trapassa il verdeggiare del giardino nell’estate briantea e si affaccia lontano. Si posa oltre i monti che fanno da sfondo alla finestra del suo studio: «Per la mia sorte faccio affidamento soprattutto sulla misericordia di Dio: non vedo altra possibilità di salvezza».
    Eugenio Corti è un impasto di concretezza lombarda e fede salda come roccia. Il suo bilancio di scrittore è lusinghiero: I più non ritornano, diario della ritirata di Russia pubblicato nel 1947, ha raggiunto la sedicesima edizione ed è stato tradotto in inglese e in francese, così come il romanzo sulla guerra di liberazione in Italia, Gli ultimi soldati del re. C’è poi la potenza di evocazione drammaturgica della tragedia Processo e morte di Stalin, l’ampia saggistica sul comunismo e sul mondo cattolico, la forza narrativa dei racconti per immagini, La terra dell’indio e L’isola del paradiso. E c’è Il cavallo rosso, il romanzo maggiore, giunto in Italia alla diciottesima edizione, a poche settimane dalla stampa della sesta traduzione, quella in giapponese.
    Ma, sopra ogni altro esito, c’è l’affetto di quanti, dopo aver letto le sue opere, gli scrivono, chiedono di incontrarlo per attingere al tesoro della sua sapienza di vita indicazioni sull’esistenza e sulla storia. Lui, 83 anni di pacata eleganza, sorride e scuote il capo: la rassegna delle sue opere non fa che radicarlo nella strada di sempre. In una prospettiva realistica confronta il pur rilevante successo dei suoi libri e i dati di vendita di quelli sostenuti dall’industria editoriale: «Certo, ci sono tanti che conoscono Il cavallo rosso e sono affezionati al romanzo; a questi io sono enormemente grato, però c’è molta gente in Italia che ne ignora l’esistenza... e ciò serve a ridimensionarmi».
    È comunque un altro traguardo a determinare la sua prospettiva: «Io sono vicino alla conclusione della carriera non solo come scrittore, ma anche come uomo; il pensiero del successo non mi tocca, non può toccarmi: che cosa mi porto dietro nell’aldilà? Se mai è più importante, da questo punto di vista, il fatto che molti testimoniano che i miei libri possono fare bel bene, che fanno loro del bene: questo è il patrimonio che potrà essere utile anche nell’aldilà».
    Ma soprattutto – ed è presenza ricorrente nelle parole di Corti – c’è la misericordia, attesa con incrollabile certezza. La serenità è il tratto dominante in quest’uomo dallo spirito combattivo ed energico, mitigato appena dalla saggezza degli anni che passano, da sempre orientati al tempo che resta. Nel nostro tempo, comunque, rimane la risposta positiva dei lettori alle opere di Corti, al Cavallo rosso, in particolare, che il cardinale di Lione, Philippe Barbarin, ha definito «un affresco impressionante», accostandolo alle «grandi epopee» della letteratura come I miserabili, Guerra e pace, I fratelli Karamazov, Il rosso e il nero.
    Da più parti Il cavallo rosso è stato indicato come il maggior romanzo del ventesimo secolo e Richard Brown, editor della oxfordiana Family Publications, ha dichiarato: «Sono convinto che Il cavallo rosso verrà considerato un giorno come un’opera spartiacque per la comprensione del ventesimo secolo e come uno dei più grandi lavori di letteratura cristiana».
    È l’aspetto che preme allo scrittore: «Quello che a me più interessa è che il romanzo si ponga come una presenza significativa nella cultura, con la funzione di mostrare quale sia stata la realtà del XX secolo».
    Dunque il valore del romanzo si collocherebbe sul piano storico prima che su quello letterario? Corti ricorda, certo, un giudizio diffuso tra i suoi lettori e che risuona in tutte le lingue in cui Il cavallo rosso è stato tradotto: «È il più bel libro che abbia mai letto!». E precisa: «Stando ai lettori, ciò che definisce il valore del romanzo è la bellezza della pagina. La prima dote, dunque, è la bellezza; in parallelo – in contemporanea – c’è la verità. È fondamentale che il libro sia bello, altrimenti i lettori non procedono. Poi il fatto che sia un romanzo storico li aiuta a inquadrare la verità sulla storia».
    Il compito della vita
    Ripercorrendo il proprio percorso letterario, Corti considera: «Quando un autore si accinge a scrivere un libro, spera che questo raggiunga la massima perfezione. Anch’io lo avevo sperato e, quando sono arrivato a licenziare Il cavallo rosso, ho avuto la percezione di essere giunto a quel traguardo. Lo stesso è accaduto per I più non ritornano e per Processo e morte di Stalin. Una sensazione diversa, non così totale, l’ho avuta per Gli ultimi soldati del re, considerando la perfezione letteraria di certe pagine».
    Proprio nel romanzo sulla guerra di liberazione in Italia si trova il passo che lo scrittore ama maggiormente e che riconduce tutta la sua opera nella prospettiva del tempo che resta: «Tra tutte le mie pagine quella che mi piace di più è quella degli Ultimi soldati del re che riporta la riflessione sulle farfalle. Mi pare che lì si trovi il messaggio più importante che posso lasciare: dalla bellezza e dalla felicità inconscia della farfalla si risale alla bellezza e alla felicità che c’è in Dio, perché anche il modo in cui è fatta una bella farfalla è sufficiente a dimostrare l’esistenza di Dio».
    È qui il senso di tutto il suo lavoro, l’essenziale che rende completa l’esistenza. Già, la pienezza del vivere: che cosa ha a che fare questa con il bisogno di scrivere? È per potersi esprimere, perché la vita sia realizzata? Eugenio Corti ribadisce con decisione che no, non si scrive per dire di sé: «A ogni uomo è assegnato da parte del Creatore un compito: fondamentale per ciascuno è individuare il compito al quale è chiamato. Io sono stato messo al mondo per fare lo scrittore e devo fare lo scrittore, perché il compito che mi è stato assegnato è questo. La pienezza di me è la realizzazione del mio compito. Certo, c’è una soddisfazione fondamentale quando si vede che il lavoro rende e che non si sta sprecando il tempo».
    Lo scorrere dei giorni è preoccupazione costante. E se Corti non scrive per il successo che dà il mondo, pure l’affetto di tanti lettori che cercano la sua amicizia si rivela un sostegno prezioso: «C’è la sensazione di non avere buttata via la vita e che quindi vale la pena ancora di impiegare lavorando questo pezzetto di vita che rimane. Spero che Dio mi dia il tempo per terminare ciò che ho in mente di scrivere, anche se, con l’avanzare degli anni, non ho più le risorse per un libro intero. Ora per me è fondamentale finire il mio terzo racconto per immagini, quello riguardante la vita di Catone maggiore». Il timore di sprecare il tempo lascia spazio all’entusiasmo per il progetto: «Si sta rivelando veramente buono. Se Dio continuerà a tenermi la mano sulla testa, per la fine di quest’anno dovrebbe essere pubblicato, anche se adesso impiego il quadruplo del tempo rispetto a prima e riesco a lavorare molto meno. Questo è il terzo anno che lavoro al Catone, in un’altra epoca sarebbero bastati 6/8 mesi...».
    A chi gli chiede – con imperdonabile ingenuità – se in oltre sessanta anni di lavoro abbia mai pensato di smettere di scrivere, non lascia neppure lo spazio per concludere la domanda e risponde deciso di no: «Mai! Anzi: anche adesso, che ho la sensazione che il Catone sarà il mio ultimo libro, soprattutto per i vuoti di memoria a cui purtroppo vado incontro, ho in mente dei racconti sul medioevo. Ce ne sono almeno due o tre che ritengo assolutamente indispensabili; uno, in particolare, mi sembra importantissimo, perché dovrebbe essere la conclusione di tutti i racconti».
    Il fervore con cui lo scrittore progetta giorni operosi («Perché finché si è al mondo bisogna assolvere al proprio compito...») si fonde con un filo di autoironia: «E poi ho la convinzione che Dio mi lascerà qui finché non ho concluso il mio lavoro, così come durante la ritirata di Russia mi ero convinto di essere invulnerabile perché ero destinato a scrivere, a raccontare ciò che avevo visto». Scherza un po’, Corti, su questa totale fiducia, ma lo fa a beneficio dell’interlocutore. In fondo è persuaso della predilezione di Dio, che lo ha preservato durante la guerra: «Non sono mai stato ferito, anche se in almeno un paio di occasioni ero praticamente spacciato. Certo, tutti noi siamo prediletti da Dio e prediletti dobbiamo sentirci». È comunque convinto, così come lo era nella sacca sul fronte russo, che non dovrà lasciare a mezzo l’opera intrapresa. Perché per lui l’eterna questione del legame tra vivere e scrivere non esiste: non si dà scrittura – scrittura autentica, si intende – separata dalla vita.
    Per questo anche l’incontro con i lettori non è un aspetto dell’esistenza pubblica, ma è la vita stessa. Dagli incontri con chi ha letto le sue opere, dalle migliaia di lettere che gli giungono da ogni parte del mondo Corti ha ricavato una convinzione: «In quasi ogni lettera c’è una piccola scoperta che non c’è nelle altre. Tutte le lettere sono diverse tra loro, tutte! Questo mi ha portato a una considerazione che mi sembra rilevante: ogni essere umano è indispensabile. Ci si spiega perché Domineddio abbia creato tanti miliardi e miliardi di esseri umani: non ce ne sono due uguali, ciascuno è diverso dall’altro».
    Lo sguardo di Eugenio Corti è spalancato sull’eterno: là, nel tempo senza fine, il fascino della sua sapienza narrativa trascina l’interlocutore. Prosegue, perché sia chiaro che l’acquisizione razionale del qui-e-ora non è il fine dell’umano pensare: «Tutto questo significa che ciascuno riflette in modo diverso Dio: siamo fatti a Sua immagine e somiglianza e ciascuno lo riflette in modo diverso. Questo avrà una rilevanza enorme nella realtà del mondo di là, quello definitivo: ciascuno è diverso dagli altri, non saremo in tanti uguali a riflettere la bellezza di Dio, ma ciascuno avrà il suo modo. Ogni essere umano costituirà un motivo di felicità per tutti gli altri, per questa sua diversità, che già è preziosa qui nella lettera del singolo individuo e là sarà portata a livelli di assoluto»
    È trascorsa una vita da quando, giovane ufficiale di artiglieria, conosceva il dramma del secondo conflitto mondiale; il suo giudizio sulla guerra, passato al vaglio dell’esperienza e delle riflessioni di un’intera esistenza, però, è rimasto il medesimo di allora. E per il resto, in che cosa è cambiato Eugenio Corti dal tempo in cui, congedato dopo cinque anni al fronte, stendeva il diario della ritirata di Russia?
    Lo scrittore socchiude gli occhi azzurri, lo sguardo acuto da sempre avvezzo a indagare la realtà scruta attraverso il tempo. Già, il tempo che passa: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti...», recita il salmo 89. E lui sa bene di essere tra i più robusti, tra i privilegiati a cui è dato di vedere lontano e di indicare la via: «Quello che forse è caratteristico, nel mio percorso, è che non ho mai cambiato di indirizzo. Ho fatto molte scoperte, ho avuto modo di compiere approfondimenti notevoli, ho commesso tanti errori – come chiunque – ma non ho mai dovuto cambiare qualcosa di fondamentale nella visione della realtà e nel modo di vivere. Considerando la mia vita osservo che la visione di partenza, quella cristiana, era giusta».
    Il tempo presente, vissuto con intensità e insopprimibile volontà di comprendere, si intreccia con l’eterno che, solo, dà significato e consistenza ai giorni che passano. Il cammino di Eugenio Corti parte dalla promessa rivolta alla Madonna nella notte di Natale del 1942, durante la ritirata di Russia: ancora non aveva 22 anni e, attanagliato dal gelo e dalla morte, decise che avrebbe impegnato il proprio futuro nella costruzione del Regno di Dio. E oggi, dopo che la vita ha radicato e fatto fiorire quella promessa, che cosa vorrebbe si dicesse di lui? Lo scrittore dalla misura narrativa ricca e vigorosa, si limita all’essenziale, cioè a quello che conta, e risponde: «Ha combattuto per il Regno». Poi considera: «Certo non è che ho combattuto molto bene, però tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per il Regno...».
    E ancora, dato che la battaglia non è conclusa, c’è la scrivania ingombra di testi di storia romana, dei fogli corretti e ricorretti del Catone accanto alla fila delle matite ben temperate e là, sugli scaffali del suo studio, i progetti per quei racconti che proprio occorre scrivere...
    Che cosa attende, che cosa spera Eugenio Corti in questi giorni buoni di pacata operosità? «Per la nostra cultura, per la vita del mondo, attendo che si attui la seconda fase della visione di sant’Agostino, secondo cui nel mondo si alterna la prevalenza di città terrena e città celeste. Ecco, in questa fase di pieno prevalere della città terrena, spero che arrivi presto la prevalenza della città celeste. Per quello che riguarda me, attendo la misericordia di Dio».

    «IN RUSSIA SULLE TRACCE DI OMERO»
    L'autore del Cavallo rosso racconta la sua carriera. Dalla drammatica campagna in Urss all'incontro con Guareschi. Inseguendo il sogno di scrivere un'opera epica.
    Ormai ho 88 anni e sento la conclusione della vita inevitabilmente vicina. In questo tempo di bilanci è per me importante ritornare alle origini della mia vocazione di scrittore. Devo andare molto indietro nel tempo. Mi “decisi”, infatti, nei primissimi giorni del Ginnasio, quando frequentavo il San Carlo di Milano. Ero appena arrivato dalla campagna (a Besana Brianza non c’era il ginnasio) e mi trovai per le mani l’Iliade.
    A quel tempo neppure sapevo dell’esistenza di Omero. Mi buttai a capofitto nella lettura e quell’incontro fu un vero shock. Omero trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Qualsiasi fosse l’argomento affrontato, anche il dettaglio più nascosto, era segnato dalla bellezza, era come condizionato dalla bellezza. Ero in quel tempo della vita in cui si iniziano a delineare le decisioni fondamentali. Io decisi di scrivere, anche se i miei familiari erano industriali e contavano parecchio su di me. Naturalmente, non avevo la minima idea di come fare e da dove iniziare (avevo chiaro soltanto che mi sarei cimentato con la prosa e non con la poesia), ma volevo provare a seguire le orme di Omero. Ecco il mio sogno: inseguire la bellezza. È un’idea a cui ho cercato di rimanere sempre fedele e lo sono ancora adesso.
    Dopo l’incontro con Omero, la seconda svolta della mia vocazione coincise con il dramma della Campagna di Russia (all’Università feci in tempo a frequentare appena un trimestre, poi venni chiamato alle armi). Partecipai alla grande avanzata del 1942. Le cose andarono bene durante l’estate, ci schierammo sul Don, poi in inverno i Russi ci sorpresero e ci distrussero. Iniziò la famosa ritirata. Il nostro calvario fu particolarmente tragico, i Russi sfondarono, infatti, le linee nel settore tenuto dai Rumeni e ci trovammo d’improvviso nella sacca. Il nostro corpo d’armata formato da tra divisioni (Pasubio, Torino e 298° tedesca) iniziò la ritirata senza carburante. Ero in artiglieria e fu terribile abbandonare le armi pesanti, i viveri e ogni altro materiale. Portammo quel poco di munizioni che eravamo in grado di trasportare. Niente altro.
    La temperatura, quando andava bene, era di 10-12 gradi sotto zero, ma la norma era di 20 gradi sotto lo zero; ricordo notti allucinanti, come quella in cui giungemmo a Cercovo, una marcia al buio con 47 gradi sotto zero. C’era da impazzire.
    Provai la fame, la stanchezza, lo spossamento delle marce, le notti sulla neve o sul ghiaccio (molti, moltissimi, alla mattina, non si alzavano più), i combattimenti continui…
    Provai l’esperienza di un odio assoluto tra Russi e Tedeschi e dovetti assistere a scene raccapriccianti, in realtà ancora più spaventose della fame e del freddo. Toccai con mano l’abiezione raggiungibile dall’uomo. La maggior parte di noi ormai non sperava più di uscire fuori dall’inferno bianco, anche perché i Russi cercavano di continuo di impedirci di fuggire.
    La sera della vigilia di Natale del 1942 passai per un’esperienza particolarissima. Ero vivo per miracolo e feci una promessa alla Madonna. Feci questo voto: “Se ne esco vivo, e non resto lì, come un mucchietto di carne congelata sulla neve, come uno straccio di divisa impolverata dal nevischio, mi impegno a spendere la mia vita per la verità e l’avvento del Regno”. Nel mio pensiero ritornavano le parole del Padre nostro “Venga il tuo Regno”. Attraverso circostanze davvero incredibili riuscii a salvarmi senza restare congelato e neppure ferito (anche se appena uscito dalla sacca fui colto da lancinanti dolori reumatici ai polsi, ai gomiti e alle spalle: se si fossero manifestati soltanto un giorno prima, sarei andato perduto).
    Ero vivo, quindi dovevo mantenere un impegno: servire la verità. Verità e bellezza. La mia scrittura si è imperniata sempre su questi due binari: verità e bellezza: trasformare in bellezza tutte le narrazioni e operare per l’avvento del Regno. Questa impostazione del mio lavoro mi ha reso molto libero, perché non mi sono mai sentito condizionato dal successo o dall’insuccesso. Avevo già ricevuto il mio premio: non marcire nella neve sulle strade della ritirata.
    Ho avuto molti maestri dopo Omero, voglio ricordare i maggiori: Virgilio, Dante, Manzoni e Tolstoj. Credo che Tolstoj sia stato l’allievo più fedele di Omero dopo 2500 anni di storia. Io ho cercato di mettermi sulla loro strada. A metà del Novecento in Occidente molti hanno lasciato questa via maestra. È iniziata una deviazione con un indirizzo totalmente diverso. Nuovo maestro è stato, fra i tantissimi, Jean Paul Sartre, che intendeva la letteratura come una protesta contro la situazione esistente. A parere mio il compito dello scrittore è invece di rendere “tutta” la realtà dell’uomo nel suo tempo, con la ricerca del significato della vita, quindi con una risposta ai Grandi interrogativi di sempre, mentre, secondo Sartre, il compito della letteratura è la “protesta” contro la realtà dell’uomo nel suo tempo. C’è una grande differenza. Anche se i miei libri sono usciti dal coro della cultura dominante, da quella che chiamo “cultura dei padroni del vapore”, tuttavia posso dire di aver riscosso un certo successo, in particolare in Francia.
    Ho impiegato 11 anni a scrivere la mia opera maggiore: il Cavallo rosso, un libro di più di 1200 pagine. La sua uscita è stata un vero miracolo. È interessante conoscerne la storia. Nel 1983 portai il mio gigantesco manoscritto al dott. Giardina, direttore del gruppo editoriale Rusconi. Guardò allibito il mio malloppo di pagine fittissime e fece un rapido calcolo, ipotizzando un prezzo di copertina di 40mila lire. Mi disse: “Un libro così non si vende. Per 40mila lire si può fare soltanto un libro per le feste, una strenna con immagini e foto. Nient’altro. Mi dispiace”.
    Comprese allora il mio rammarico e disse: “Provi a cercare un editore minore, di quelli in gamba, che possa venderlo a un prezzo ridotto perché privo delle spese distribuzione. Certo, al libro mancherà poi proprio la distribuzione…”. Andai allora dall’amico Cesare Cavalleri, direttore della rivista Studi Cattolici e delle Edizioni Ares. Mi conosceva solo come giornalista. Gli dissi: “Guarda, torno da una brutta esperienza, m’hanno respinto il nuovo libro, adesso devo cercare un editore piccolo che lo accetti. Mi dai una mano a cercarlo?”. E Cavalleri: “Sai, io ho la casa editrice Ares, oltre alla rivista… te lo pubblico io”. E io: “Prova a leggerlo prima…”. “No! Lo pubblico subito!”. Forse gli feci compassione e aggiunse: “Non si sa mai, magari arriveremo anche alla seconda edizione!”. E così prese il malloppo e lo pubblicò senza neppure leggerlo. Si fidava molto. Quando il libro cominciò ad andare in giro, mentre mi trovavo in vacanza con mia moglie Vanda in Sardegna, mi arrivò una lettera di Cavalleri che diceva: “Eugenio, il tuo libro è bellissimo (davvero l’aveva pubblicato senza leggerlo…) e funzionerà senz’altro!”.
    Sì, il libro funzionò. A oggi sono state fatte 24 edizioni, è stato tradotto in 7 lingue, tra cui il giapponese. Nel Cavallo rosso ho cercato di trasferire il poema classico nella modernità (ritorno ancora a Omero). La grande opera dei nostri giorni però non può più essere in versi, almeno quella che voglia interpretare ogni aspetto della realtà. Ero consapevole che con la prosa avrei perso la ricchezza del ritmo, allora lavorai per cercare un ritmo diverso, che calzasse appieno con la realtà dei nostri giorni. Se si prende una riga del mio libro e si sostituisce una parola con un’altra, d’accento diverso, per esempio, la parola “stesso” con la parola “medesimo”, che ha quasi lo stesso significato, ma un altro accento, immediatamente si ha la sensazione che qualcosa zoppica… Ecco, non dovevano esserci passi zoppicanti…
    Nel Cavallo rosso c’è un’armonia diversa da quella del verso, ma si tratta pur sempre di armonia, che dovrebbe incantare allo stesso modo del verso. Il lettore deve essere affascinato dall’armonia, che renda l’universale nel particolare secondo la visione aristotelico-tomista. È sulla strada giusta la pagina che riesce a “cantare” l’universale nel particolare.
    Posso fare un esempio tratto dai Promessi sposi relativo alla figura di Perpetua. La donna di servizio di don Abbondio è resa talmente bene e con tali dettagli che il termine “perpetua” indica ormai per definizione la donna di servizio del curato. In letteratura, chi ha seguito la strada di Omero dovrebbe durare, gli altri no, anche se sembrano vincenti sul breve periodo, come appunto Sartre o, per citare un altro autore di best seller a noi più vicino, Umberto Eco. Le loro opere se non sono morte, sono almeno moribonde.
    Una critica letteraria francese, Laurence Benoit, su Resister et costruire, una rivista di Losanna, ha detto del Cavallo rosso: “Attraverso i suoi personaggi principali, il nostro autore riconquista passo dopo passo il terreno perduto ed effettua una ricristianizzazione che procede dal basso verso l’alto, dalle realtà individuali alle realtà collettive. Vengono recuperati territori che si credevano perduti per sempre da parte del cristianesimo: l’esercito, l’arte, la politica e l’economia. Con questo romanzo, tutta la storia è ricristianizzata”.
    È in assoluto una delle osservazioni che mi hanno fatto più piacere, insieme a quella di Charles Brown che ha scritto: «Corti ha plasmato un nuovo tipo di realismo, che definirei “realismo della trascendenza”. La speranza escatologica offerta da questo autore è la chiave ai misteri gemelli del male e della sofferenza degli innocenti che hanno tanto torturato la mente moderna. Così, in un modo obiettivo, un romanzo porta a una soluzione alle ansie filosofiche presenti in tanta parte della letteratura maggiore del XX secolo».
    Qualcuno ha accostato il mio lavoro a quello di Giovanni Guareschi. Ho incontrato una sola volta questo autore; mi ricevette in casa sua e passammo un paio d’ore splendide rievocando i tempi della naja. Guareschi era davvero una figura interessantissima. Poiché è fuori dalla cultura dominante i manuali della letteratura non lo includono. Ho voluto omaggiarlo inserendolo in alcune pagine del Cavallo rosso, quando ricordo le elezioni del 1948, così decisive per la democrazia in Italia.
    Spesso mi chiedono quale ruolo abbia l’ispirazione nel mio lavoro. Se io abbia una particolare Musa…
    Beh, in effetti posso dire di aver sentito la voce della Musa, però dato che amo definirmi un paolotto cattolico della Brianza, preferirei accennare al ruolo ispiratore dello Spirito Santo, che davvero soffia dove e come vuole.
    Eugenio Corti
























  9. #69
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    Eugenio Corti, a Dio!
    Andrea Sciffo
    La notizia della morte di Eugenio Corti mi è arrivata di notte e per mezzo di un sms inviato da un amico: la prima cosa che ho provato è stata una calma serenità. Il messaggio sembrava contenere il dono di un annuncio, mentre confermava i legami dell’amicizia e non turbava la quiete silenziosa in cui io, la mia famiglia, la città, tutti, eravamo immersi in quel momento.
    Forse perché ero stato preparato da un avviso che un altro amico (ecco ancora questa dolce parola!) mi aveva dato in giornata; forse perché sono da tanto tempo gettato in qualcosa di molto più grande di me, che mi sovrasta e mi custodisce, e che potrei chiamare con il nome di “vita” oppure di “fede”. Sta di fatto che vivo il passaggio di Eugenio Corti da questo all’altro mondo come un ennesimo atto di generosità di quell’uomo, che fu testimone di guerra e grande scrittore: è come se, ancora una volta, lui abbia avuto il coraggio di mettersi alla testa di noi, del gruppo dei suoi tantissimi amici, e abbia fatto per primo il grande passo.
    Che Eugenio Corti adesso sia al cospetto di Dio, di Gesù Cristo e di tutti i santi, è un mistero la cui certezza non mettiamo neanche in dubbio: quante volte lo abbiamo sentito parlare di “Domineiddio” con la fede di chi era (ed è) destinato a incontrarlo. Anche quando raccontava gli orrori dei combattimenti e l’imbestiamento degli uomini nelle ideologie, Corti è sempre stato il cantore del Regno, di un regno che non è di questo mondo ma che si fa trovare come un anticipo già qui, nelle gioie che si provano pellegrinando sulla Terra. Per questo, in moltissimi abbiamo amato la compagnia di Eugenio e lo abbiamo frequentato quanto più possibile, sino a ieri: perché ogni volta si tornava dalla sua casa di Besana arricchiti del dono che lui faceva. Forza e misericordia.
    Centinaia di giovani hanno condiviso il mistero semplice di incontrare Eugenio Corti, uomo di parola vissuto in un secolo di parole. Io stesso ho avuto l’onore di accompagnarne moltissimi, di studenti di liceo al Don Gnocchi, e di salire alla villa “dello scrittore” a intervistarlo e a scoprire che l’umanità non muore neanche durante le guerre mondiali, e a incrociare gli sguardi, e ricevere occhi più limpidi di prima.
    Adesso l’opera che Corti ha intrapreso prende un’altra forma, imprevedibile. C’è un corpo di scritti, di libri, di lettere ma anche di colloqui, che stanno dando frutti nascosti e tutto avrà un suo esito fecondo, non solo nel campo della “cultura”. Dopo così tanti anni, ora posso conservare nel cuore tutte le conversazioni e ricordare i volti e giorni, mentre la gratitudine mi invade e mi fa dire: grazie, Signore, di avermi/averci donato questa amicizia tra noi. Che tende per sua natura e espandersi; dove, si vedrà. Intanto, nel segreto continuo a sentire la voce di Eugenio, il suo accento: rivedo lo sguardo azzurro, quello di un novantatreenne che, sino alla fine, è stato sempre più giovane dei giovani con cui discorreva e ai quali ha indicato la strada.
    Eugenio Corti, a Dio!

    LA MORTE DI EUGENIO CORTI
    Matteo Carnieletto
    È morto ieri Eugenio Corti, uno dei più grandi scrittori cattolici del XX secolo. Penso all’ultima volta che l’ho visto e ai suoi occhi limpidi e profondi. Occhi da bambino, nonostante i novant’anni suonati.
    Eugenio Corti era, come amava dire, un «paolotto», ossia un cattolico praticante che fa della fede il centro della propria vita. Una fede concreta, tangibile. Da questa fede, e da una promessa fatta alla Madonna durante la vigilia di un Natale di guerra (quello del 1942), è nato il suo capolavoro letterario: Il cavallo rosso. Più di mille e duecento pagine nelle quali è possibile sentire i boati dei cannoni, le voci esili delle vecchie che sgranano il rosario per chiedere alla Madonna di far tornare i loro nipoti dalla guerra, annusare il «buon odore verde» dell’erba appena tagliata e il profumo dorato dell’incenso; toccare la soffice neve di Russia, le morbide colline della Brianza e le bollenti dune africane; soffrire assieme ai soldati e, con loro, pregare Dio di poter tornare a casa sani e salvi; vivere i «giorni dell’odio» e della speranza. Il cavallo rosso è – come l’Iliade e l’Odissea di Omero (autore estremamente amato da Corti) – un poema epico ovvero «un complesso di vicende divine, eroiche ed umane», secondo la definizione di Svetonio.
    La fede di Corti era “pratica”, utile per affrontare ogni momento della vita. Sia esso di gioia o di sofferenza. Una delle più belle pagine scritte da Corti riguarda proprio il dolore, il cui unico antidoto è la fede. Ambrogio, uno dei personaggi de Il cavallo rosso, è a casa dell’amico Michele Tintori, che ha il padre inchiodato su una carrozzina.
    «Dopo essersi nuovamente alzato in piedi, e avergli stretta la mano, Ambrogio l’osservò allontanarsi attraverso la fanghiglia del piccolo cortile, crocifisso alla poltrona dalle ruote quasi di bicicletta.
    “Tu lo vedi in quello stato da quando sei nato, vero?”
    Il Tintori figlio annuì. “Non cambierei il mio con nessun altro padre al mondo” disse.
    “A scuola ci hanno insegnato il perché del dolore, il suo ruolo nell’economia della salvezza di tutti, eccetera. Ma a trovarcisi dentro non so” fece Ambrogio.
    Il Tintori continuò ad annuire: “A trovarcisi dentro si benedicono quelle spiegazioni” disse. E abbassando un po’ la voce: “Non sono ragioni umane quelle: a scuola ci hanno semplicemente trasmesso ciò che Cristo ha insegnato prima di consegnarsi ai carnefici che lo mettessero in croce. Mio padre dà una mano a Cristo” improvvisamente gli si gonfiarono gli occhi: “continua la passione di Cristo, ed è cosciente di farlo”».
    Ma qual è la fonte da cui si spande la fede dello scrittore? È la Messa di sempre, così ben descritta in una pagina immortale de I più non ritornano[in realtà è una pagina de "Gli ultimi soldati del re"]:
    «Col buio il Secondo gruppo venne a schierarsi dietro al nostro costone, e noi rientrammo in esso. Il giorno dopo, 9 luglio, domenica, mi destai che il sole era già spuntato: non un colpo, una gran calma regnava e nessuno sembrava curarsi della battaglia in sospeso. Don Romano, cappellano del reggimento, venne da noi a celebrare la messa. La seguì l’intero gruppo, con i reparti inquadrati in un campo di stoppie; dalla conca della battaglia e dalla vista di Filottrano ci defilava il solito costone. Luminoso era il sole, e il cielo di un bell’azzurro; vividi i colori di tutte le cose.
    Il robusto cappellano compì i gesti del sacrificio davanti all’altare da campo, facendolo traballare ogni volta che, ancora più massiccio per gli spiegazzati paramenti d’oro, lo sfiorava nel muoversi; allora, come al solito, la mano del suo attendente che pronta lo bloccava. Sull’altare pochi lini rigidi, e due candele con le fiammelle in permanenza orizzontali per lo spirar dell’aria.
    In noi che assistevamo, il pacifico senso, come sempre, dell’incommensurabile grandezza di ciò che si compiva in quel campo di stoppie, tra la terra e il cielo, e la semplicità del luogo, e di quei quattro lini, e del povero calice. Come queste cose, pur fatte di materia, si addicessero a contenere la Presenza immateriale. Anche noi sentivamo di essere, nonostante le nostre miserie, i viscidi peccati della carne, le bestemmie e le idiozie che ci uscivano a volte dalla bocca, vasi contenitori di Dio. Potevamo muovere con le nostre miserabili mani, per mezzo di Uno che ce ne aveva acquistato il diritto, leve che andavano oltre gli abissi quasi inimmaginabili delle cose e delle energie: i milioni d’anni luce, e la somma delle forze dell’universo. Tutto, dentro e fuori di noi, era come a tutte le messe al campo, quella mattina.
    Si trattava però dell’ultima messa del nostro cappellano, che in giornata sarebbe stato straziato a morte. Non poteva saperlo, e nessuno si rendeva conto di quanto egli fosse simile al Cristo che nelle sue mani si sacrificava sull’altare: era simile all’inconscio agnello, mansueto e parato d’oro, che sta per essere sacrificato».
    La morte di Eugenio Corti | Radio Spada

    EUGENIO CORTI
    "Il Cavallo Rosso ha formato la mia generazione"
    Paolo Gulisano
    "Per realizzare un libro grandioso occorre scegliere un tema grandioso". Così scriveva nel 1851 Herman Melville a Nathaniel Hawthorne. Il primo era l'autore di Moby Dick, il secondo della Lettera scarlatta, entrambi i romanzi di fondazione della letteratura americana. Melville aveva pienamente ragione. Infatti scrisse un libro che ebbe nel suo tempo un clamoroso insuccesso, ma che ha rappresentato il ritorno dell'epica nella letteratura moderna.
    Anche Eugenio Corti scelse un tema grandioso per il suo capolavoro, Il cavallo rosso, e ne uscì un libro grandioso, un unicum per la letteratura italiana del '900, e per il suo stesso autore. Opera dalle radici antiche, tanto da potersi definire epica. Epico in quanto racconto sacro. Un poema epico infatti è un'opera esemplare che narra le gesta, storiche o leggendarie, di un eroe o di un popolo, mediante le quali si conserva e tramanda la memoria e l'identità di una società o di una civiltà. Così è stato per il Cavallo rosso, una trilogia che è l'epica di persone comuni trascinate in vicende tanto più grandi di loro.
    L'epica narra il mythos, cioè il racconto di un passato glorioso di guerre, e di avventure. L'epica rappresenta la prima forma di narrativa, e spesso costituisce anche una sorta di sintesi del sapere religioso, culturale e politico di una civiltà. Il fulcro dell'epica è costituito dalle gesta dell'eroe, che si caratterizza per le sue particolari qualità, sia che si tratti di virtù che di difetti. L'epica di Corti non è stata nazionalista, né ideologica, e pertanto non ha goduto dei favori di chi legge la realtà attraverso il filtro dell'ideologia. La sua narrazione riguarda l'umano, e solo quello. O meglio - e questo è il fulcro del romanzo, il tema grandioso, per dirla con Melville - il rapporto tra ciò che è umano e la sua origine, cioè il Divino. Corti racconta ciò che accade quando l'uomo spezza il suo legame di relazione con Dio: guerre, dittature, violenze, un mondo ingiusto e terribile. Questo è il mondo senza Dio, il mondo che volta le spalle alla Luce e scivola inesorabilmente verso le tenebre.
    Questa è l'epica della trilogia, che ricorda - per temi e protagonisti - molto di più Il Signore degli Anelli di Tolkien piuttosto che i romanzi russi, come Guerra e pace - ai quali Corti è stato spesso accostato. In realtà le vicende dei protagonisti, eroi umili, ma autentici, da Ambrogio Riva a Manno, a Michele Tintori, sono la testimonianza di come ciascun uomo è fatto per cose grandi, anche chi vive nella condizione più meschina. Siamo una scintilla destinata a dare luce, e a salire verso l'alto. Così vediamo nel corso della storia di Corti i protagonisti principali, specie Ambrogio e Michele (due nomi a forte valenza
    simbolica, come in ogni epica che si rispetti) crescere, cambiare, percorrere un cammino di vera e propria ascesi, non spiritualista, ma nelle circostanze concretissime in cui sono chiamati a vivere.
    Ecco allora il Cavallo rosso apparire come un vero e proprio romanzo di formazione. Forse rappresenta l'unico vero esempio in Italia di questo tipo di letteratura, tipica del Romanticismo dell'800, ma che in molti paesi è sopravvissuto a lungo sotto le specie dell'avventura, un'avventura intrisa di simboli, di valori. In Italia questo genere letterario è sempre stato poco amato dalla critica, che lo giudica pedagogico e moralista. In realtà si tratta di un tipo di narrazione che può essere a volte stucchevole, ma che può dare in alcuni casi degli esiti profondi e affascinanti.
    Quando Il cavallo rosso uscì, nel 1983, fece innamorare di sé una generazione di giovani lettori in cerca di verità, in cerca di cose grandi per cui vivere. Chi scrive appartiene a quella generazione. Ebbi poi la fortuna di incontrare personalmente Eugenio Corti nella sua bella casa di Besana nel 1996. Avevo appena pubblicato il mio primo libro, un saggio sui Cristeros, i martiri messicani, e Corti mi invitò da lui dopo aver letto il libro. Voleva complimentarsi, e allo stesso tempo incoraggiarmi a continuare a scrivere, a raccontare storie e vicende che meritavano di essere conosciute e lette. Quel giorno incontrai un vero maestro, un uomo dalla sobria eleganza spirituale, con occhi che facevano trasparire una commovente purezza di cuore. Mi parlava di sé, ma soprattutto di ciò che aveva visto, udito, incontrato in vita sua.
    Maestro quindi in quanto testimone. Mi parlò dell'esperienza quasi soprannaturale che aveva fatto in Russia di uomini di fronte alla morte, a quel grande Mistero. Mi parlò della storia, e a me che avevo scritto degli orrori delle ideologie del '900, disse di scavare ancora più a fondo per trovare le radici della grande Ribellione moderna contro Dio.
    "Nell'Illuminismo?" chiesi. "No, ancora prima" mi rispose. "Nel Rinascimento, nell'Umanesimo neo-pagano". Fui sorpreso, ma allo stesso tempo capii che mi stava indicando una traccia da percorrere.
    Per tutti quelli che lo hanno incontrato, Corti è stato questo maestro autentico che invitava ad aprire gli occhi e la mente, a non conformarsi al mondo, come dice la Scrittura, ad essere un cercatore di Verità, e a non avere paura di vivere secondo questa Verità, a costo di pagarne le conseguenze.
    EUGENIO CORTI/ 2. "Il Cavallo Rosso ha formato la mia generazione"

    Negri: «Eugenio Corti è un uomo che ha combattuto per il Regno»
    Redazione
    L’arcivescovo ha ricordato la figura del grande scrittore. «Lascia come messaggio l’assoluta eccezionalità, irriducibilità al contesto mondano dell’avvenimento di Cristo».
    Radio Vaticana e l’Osservatore Romano rendono omaggio alla figura di Eugenio Corti, il grande scrittore brianzolo scomparso il 4 febbraio. La Radio della Santa Sede ha intervistato monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio. «Corti – ha spiegato Negri – è stato un laico, un evangelizzatore ed un educatore. Ci conosciamo da più di 40 anni, dai tempi del referendum sul divorzio: quando un piccolo manipolo di cattolici e uomini di cultura si è dato da fare per sostenere quella che era certamente una battaglia di civiltà. Io lo ho sempre considerato un punto di riferimento sostanziale nel mio cammino culturale e anche pastorale».
    L’arcivescovo si è soffermato anche sul capolavoro di Corti, Il cavallo rosso: «È la grande epopea del popolo cristiano della Brianza: qui non si vedono soltanto i protagonisti positivi, ma Corti ha saputo scrivere con molta pietas anche i fenomeni di smarrimento e di tradimento soprattutto a livello intellettuale, che hanno favorito la lenta ed inevitabile crisi di tanta cattolicità italiana. Le pagine sull’ambiente dell’Università Cattolica, dei suoi anni di studente, sarebbero da rileggere oggi per ritrovare, al di là degli pseudonimi, i volti e i nomi di coloro che hanno avuto la gravissima responsabilità di attivare quel dualismo fra fede e cultura, fede ed impegno umano che è poi stato l’origine di tante crisi».
    SENZA BATTAGLIA NON C’E’ CRISTIANESIMO.
    È stato un uomo «che ha combattuto per il Regno», ha spiegato Corti. «Benedetto XVI diceva che “se non c’è battaglia, non c’è cristianesimo”. Ma la battaglia è da intendere in positivo e il positivo è il Regno. Lo scontro avviene dove siamo contestati e non è il nostro obiettivo: è una condizione del nostro cammino di cristiani nel mondo».
    Una condizione che lo stesso romanziere si trovò a subire: «Ha subito l’emarginazione tipica del cristiano presente attivamente. Quando cominciò tutto il lavoro – cui io detti la mia approvazione e il mio aiuto – per il Premio Nobel gli dissi: “Non te lo daranno mai, Eugenio, perché sei una presenza scomoda!”».
    Una scomodità rintracciabile in tutta la sua produzione, non solo nel suo capolavoro. Infatti Negri ricorda un’altra opera meravigliosa: «Il suo Processo e morte di Stalin: rimane una lettura di una profondità assoluta del fenomeno ideologico marx-leninista», così come la sua produzione saggistica: «Quella sul marxismo e sul leninismo e quell’altra sulla crisi della cattolicità, Il fumo nel tempio. La fede vera giudica la realtà: non nel senso di condannarla, giudica nel senso di farla comprendere».
    Corti, conclude Negri, «lascia come messaggio l’assoluta eccezionalità, irriducibilità al contesto mondano dell’avvenimento di Cristo: “Sono venuto, perché abbiano la vita e l’abbiano piena”. Eugenio Corti lo ha testimoniato tutti i giorni della sua vita, nel suo lavoro per la difesa e la comunicazione della fede, come condizione autentica di una vita autenticamente umana».
    Negri: Eugenio Corti ha combattuto per la fede | Tempi.it

    Corti emarginato in vita e in morte
    Redazione
    di Alessandro Gnocchi
    Emarginato in vita e in morte. Se qualcuno volesse un esempio concreto di cosa sia stata l'egemonia culturale, e di quale sia la sua eredità oggi, non avrebbe che da sfogliare i grandi quotidiani di ieri in cerca del «coccodrillo» dello scrittore Eugenio Corti, morto a 93 anni. Un fogliettone sul Corriere della Sera, una spalletta su Repubblica, un pezzullo invisibile sulla Stampa, quotidiano dove pure non mancano dichiarati estimatori dell'autore brianzolo.
    Certo Corti aveva tutto il necessario per dispiacere alla critica. Era cattolico, anticomunista, polemico verso l'età dei Lumi e delle rivoluzioni. Amava Omero, Virgilio, Dante, Manzoni, Tolstoj e il Medioevo. Scriveva romanzi epici senza badare al numero delle pagine e alle «necessità» del mercato. Secondo Corti, i libri dovevano sforzarsi di «interpretare ogni aspetto della realtà». Della sua opera parlava così: «La mia scrittura si è imperniata sempre su questi due binari: verità e bellezza. Trasformare in bellezza tutte le narrazioni e operare per l'avvento del Regno. Questa impostazione del mio lavoro mi ha reso molto libero, perché non mi sono mai sentito condizionato dal successo o dall'insuccesso. Avevo già ricevuto il mio premio: non marcire nella neve sulle strade della ritirata di Russia».
    L'esatto contrario di quanto prescritto dalla Guida dello Scrittore d'Attualità: minimalismo, spruzzatina di militanza politica senza esagerare, nichilismo di maniera alternato a stucchevole sentimentalismo. Per lo Scrittore d'Attualità, tutto va ridotto allo spirito di anni senza ambizioni letterarie: il numero delle pagine, la portata dei temi trattati, la qualità dello stile.
    Viste le premesse, Corti fu dichiarato quasi subito antimoderno. Giusto il tempo di pubblicare I più non ritornano (Garzanti, 1947), diario della campagna di Russia, poi la grande editoria, con qualche recupero tardivo, lo trattò per quello che in effetti era: un corpo estraneo alla modaiola repubblica delle lettere.
    Il pubblico la pensava diversamente, come ben sanno alla Ares, la casa editrice che ha appena finito di portare in libreria l'opera omnia di Corti. Il cavallo rosso, il romanzo di una vita, 1280 pagine, ha avuto 28 edizioni, è stato tradotto in sette Paesi, incluso il Giappone, e ha venduto qualcosa come cinquecentomila copie (stima per difetto). Cifre ragguardevoli, anche senza tenere conto del resto della produzione. Tutto questo, per inciso, significa che Eugenio Corti, senza il supporto della grande stampa, poteva vantare un successo editoriale nettamente superiore a quello del 99,9 per cento degli strombazzati Scrittori d'Attualità. Per loro, un «coccodrillo» grande come un lenzuolo. Per lui, un francobollo in fondo alla pagina.
    il commento 2 Corti emarginato in vita e in morte - IlGiornale.it

    La stampa italiana “dimentica” Corti. In Francia scrivono: “Morto il più grande scrittore contemporaneo”
    Redazione
    Ieri si sono svolti nel suo paese natale (Besana Brianza) i funerali del grande scrittore Eugenio Corti. ”Corti – ha detto il vicario episcopale monsignor Patrizio Garascia che ha concelebrato la funzione funebre – è stato un testimone dei nostri tempi. Un uomo giusto e rispettoso della sua vita”.
    Va segnalato, oltre al commosso saluto di quanti lo hanno conosciuto di persona o tramite le sue opere e un messaggio di monsignor Luigi Negri, anche un articolo dell’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, pubblicato su Avvenire, in cui il cardinale scrive che “Corti lascia con il suo grande romanzo epico (Il cavallo rosso, ndr) e con tutta la sua produzione letteraria, un’eredità preziosa che ora sta a noi far fruttificare”.
    L’arcivescovo ha poi sottolineato che “per Corti solo Dio non censura, solo Dio permette la piena narrabilità della storia, solo in Dio le contraddizioni del cuore umano vengono abbracciate da un Disegno buono”.
    “IMMENSO SCRITTORE”. Sebbene in Italia, la scomparsa del romanziere sia passata abbastanza inosservata, così non è accaduto in Francia, dove numerose testate – tra cui anche Le Monde – hanno riservato allo scrittore il giusto merito. In particolare, Le Figaro ha parlato di “uno degli immensi scrittori contemporanei, uno dei più grandi, forse il più grande”.
    “Non avete letto il Cavallo rosso? – ha chiesto Le Figaro – Non conoscete il suo autore? Nato il gennaio 1921, a Besana Brianza, morto nella stessa città il 4 febbraio, questo testimone della grande catastrofe del XX secolo lascia dietro di sé un’opera sconosciuta. Chi se ne preoccupa? Con gli occhi puntati sulla lista dei bestseller, giovani presuntuosi attribuiscono importanza solo agli autori riconosciuti dalla pubblicità. Lasciamoli fare, aspettano i premi letterari, avranno premi letterari. Ognuno ha ciò che si merita”.
    Corti. "Morto il più grande scrittore contemporaneo" | Tempi.it

    L’ultimo soldato del Re
    Pubblicato da Berlicche
    "Osservatorio Caterina: le farfalle.
    Ne venivano spesso, aleggiando, a posarsi sui bordi di terra smossa della nostra trincea, forse per suggerne l’umidità. Un pomeriggio ne arrivò una particolarmente bella: era nero-velluto, striata di fuoco, con macchie bianche. La mia attenzione fu attirata dalla leggiadria di quei colori, i quali – mi resi conto – non erano disposti a caso: anzi anche un grande pittore soltanto in un momento di particolare grazia avrebbe saputo comporli con tanta arte.
    La considerai attento: quanto a lei, certo, non era così per propria scelta, non sapeva neppure di essere una farfalla, non se ne accorgeva. Nemmeno d’esistere si accorgeva: esisteva e basta, e ferma sul bordo di terra della trincea muoveva ritmica le ali, come uno che respiri nel sonno, inconsciamente lieta del miracolo grande dell’estate di cui faceva parte. Quando però di lì a poco ne comparve un’altra della stessa specie, la farfalla si alzò in volo e prese a volteggiarle intorno, mostrando si sarebbe detto con intenzione all’altra i propri colori, ostentandoli, nascondendoli, ostentandoli di nuovo con somma grazia, come una provetta attrice.
    Insetto, concretamento di qualcosa che la trascendeva infinitamente, anche lei come noi. Specchio – minimo come il luccichìo d’un granello di sabbia al sole – della gioia e del colore che stanno nella mente di Dio. Una farfalla, mi resi improvvisamente conto, basterebbe da sola a dimostrare l’esistenza di Dio.
    Godevo di quell’inattesa festa di colori. La gioia incomparabile che dev’esserci in Dio … Ecco, afferrai, ecco perché siamo stati creati noi uomini e gli angeli, chissà quanti miliardi d’esseri intelligenti e dotati di sensibilità: perché tutti si possa partecipare a una così incommensurabile gioia!
    Prima però, riflettei, c’è la prova (che ci dà merito: per il quale non siamo solo passivi), e per noi terrestri c’è anche la morte. Già…
    Presto le due farfalle sarebbero morte. Con un’ombra di turbamento immaginai le spoglie di tutte le farfalle morte, povere cose gualcite e rotte che le formiche, moriture anch’esse, sul finir dell’estate frettolosamente trascinano via. Che bene, per noi, che le farfalle esistano. E com’è giusto che loro non si accorgano d’esistere (non si accorgano dunque neanche di morire … )."
    Eugenio Corti, “Gli ultimi soldati del Re”, Ed. Ares pg 204-205
    Oggi è morto un grande scrittore italiano, di cui non ci hanno voluto fare accorgere: al potere conviene molto più valorizzare buffoni, comparse e lacché. Un uomo di grande fede, che con questa fede ha scritto. Che è passato attraverso la ritirata di Russia, la guerra civile italiana, che è stato emarginato perché diceva verità scomode. Eppure…
    Come ha fatto a mantenere una fede così granitica?
    «Esperienze come quella russa hanno rinforzato la mia fede. Ho sperimentato che Dio non abbandona l’uomo. Siamo noi casomai ad abbandonare Lui. Nel romanzo Gli Ultimi soldati del re (1994) racconto di quando stavo in trincea nelle Marche e pensavo a quando sarebbe finita quella maledetta guerra. Vidi alcune farfalle che mi dettarono questa riflessione: questi insetti non sanno nemmeno di esistere eppure danno dimostrazione di come la realtà dipenda da qualcosa di trascendente. La loro bellezza mi faceva pensare a quanta felicità deve esserci in Dio».
    Così diceva qualche tempo fa. “Per me la cosa più importante è la misericordia divina. Ho fatto tanti errori, ma quando mi presenterò a Dio credo che mi riterrà ancora uno dei suoi.“
    Indubbiamente, Eugenio, prega per noi che siamo ancora qui.
    L?ultimo soldato del Re | Berlicche


  10. #70
    Forumista senior
    Data Registrazione
    15 Dec 2011
    Messaggi
    2,012
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Scrittori conservatori

    L'arte perduta del bere da cattolici
    La terza via della convivialità tra troppo o niente
    The Catholic Gentleman
    Nik Frey
    C'è un modo di bere protestante e un modo di bere cattolico, e la differenza non sta semplicemente nelle quantità. Non ho dati scientifici che sorreggano le mie affermazioni, e non ho condotti studi ufficiali sul tema, ma ho fatto un bel po' di, diciamo così, studi informali, che per una questione del genere sono probabilmente quelli migliori.
    Tanto per cominciare, qual è il modo di bere cattolico? È difficile definirlo, ma ecco un esempio storico. Sant'Arnoldo (580-640), conosciuto anche come Sant'Arnolfo di Metz, è stato un vescovo del VII secolo a Metz, in quella che poi è diventata la Francia. Molto amato dal popolo, si dice che abbia predicato contro il bere acqua, che in quel periodo poteva essere estremamente pericoloso per via dei sistemi di scarico non igienici – se ce n'erano. Allo stesso tempo, reclamizzava di frequente i benefici della birra, e si dice che una volta abbia detto: "La birra è arrivata nel mondo dal sudore dell'uomo e dall'amore di Dio".
    Parole sagge, e il gregge di Sant'Arnoldo le ha prese a cuore. Dopo la sua morte, il buon vescovo è stato seppellito in un monastero vicino Remiremont, dove si era ritirato. I suoi fedeli, però, sentivano la sua mancanza e lo volevano indietro, e così nel 641, dopo aver ottenuto il permesso di riesumare i suoi resti, lo hanno riportato in processione a Metz per seppellirlo nuovamente nella Basilica dei Santi Apostoli. Lungo il percorso, essendo una giornata molto calda, erano assetati e si fermarono in una locanda per bere un po' di birra. Purtroppo alla locanda ne era rimasta così poca da riempire solo un boccale; i fedeli avrebbero dovuto dividerla. Narra la leggenda che il boccale non si esaurì finché tutti i fedeli non ebbero bevuto la dose giusta.
    Con questo non voglio dire che il bere cattolico implica miracoli, o che dovrebbe avvenire un miracolo ogni volta che la gente si riunisce per bere, ma la buona birra – e il buon vino – è un piccolo miracolo in sé, essendo un dono di Dio alle sue creature, che Egli ama. E come ha scritto G. K. Chesterton in "Ortodossia", "dovremmo ringraziare Dio per la birra e il bordeaux non bevendone troppi". In altre parole, mostriamo la nostra gratitudine a Dio per il vino e la birra godendo di queste cose, in allegria e in buona compagnia, ma senza eccedere. Ogni persona deve giudicare quello che per sé è un eccesso.
    Guardiamo ora la principale differenza tra il bere cattolico e quello protestante. Il bere protestante tende a verificarsi a un estremo o all'altro: o troppo o niente, e ogni atteggiamento è una reazione all'altro. Alcuni, nutriti giustamente dal fiero moralismo degli astemi, bevono eccessivamente. E gli astemi, giustamente inorriditi dai costumi degli ubriaconi abituali, praticano una stretta astinenza. Sembra che in entrambi i casi si tratti solo di una reazione, non di una soluzione. Se ci si pensasse un po', si potrebbe trovare una terza via che non implica né l'eccesso né l'astinenza e si adatta a una vita cristiana umana, sana e onesta.
    Ed ecco che troviamo il modo di bere cattolico. Il bere cattolico è questa terza via, il modo per mettere in pratica un'attività antica goduta da chiunque, dai contadini agli imperatori, fino a Gesù stesso. E ancora una volta, non si tratta solo di quantità. A mio avviso, infatti, l'elemento-chiave è la convivialità. Quando gli amici si riuniscono per un drink, infatti, può essere per festeggiare o per un motivo triste, ma dovrebbe essere sempre per godere della compagnia altrui (ci sono anche un tempo e un luogo per una birra solitaria, ma si tratta di un'eccezione).
    Ad esempio, gli interventi alla conferenza annuale su Chesterton non sono più importanti della discussione successiva su questi interventi da parte degli intervenuti davanti a una birra o a un bicchiere di vino (tendiamo ad aderire alla regola del pollice di Hilaire Belloc: evitare bevande alcoliche sviluppate dopo la riforma protestante). Queste riunioni avvengono tra e durante gli interventi, e in genere andiamo a dormire piacevolmente cotti. Non riesco a immaginare una conferenza su Chesterton senza questo. E so anche quanto sarebbe dannoso se tutti noi tornassimo barcollanti nelle nostre camere gridando ubriachi.
    Evitare ogni estremo – ecco come si beve da cattolici. È l'arte del bere cattolico. Molti nostri fratelli ritengono il bere qualcosa di immorale, e molti altri pensano che bere debba finire con una grande intossicazione, ma l'approccio bilanciato – l'approccio cattolico – significa passere un bel momento, ridere un po', a volte piangere un po', ma sempre con gioia e gratitudine per la generosità di Dio che ci ha dato meraviglie come la birra e il bordeaux. Ricordatevelo, e l'arte perduta del bere cattolico potrebbe non essere più perduta.
    G. K. Chesterton - Il blog dell'Uomo Vivo: Leggete questo, merita - L'arte perduta del bere da cattolici





    Morto il regista Gabriel Axel, che con “Il pranzo di Babette” ci insegnò che la Grazia è gusto
    Il critico culinario Paolo Massobrio commenta per tempi.it il film che regalò l’Oscar al regista danese: «È l’esemplificazione della liberazione, della vita che ricomincia, che spacca schemi e pregiudizi»
    Francesco Amicone
    Il 9 febbraio è morto a 95 anni Gabriel Axel, regista danese che con Il pranzo di Babette vinse l’oscar nel 1987 per il miglior film straniero. Fu il suo unico successo internazionale. Cosa abbia affascinato la giuria di Hollywood, e non solo, della pellicola incentrata sull’irruzione di una cuoca francese e della sua cucina in una setta di morigerati puritani, prova a dirlo a tempi.it il critico culinario e giornalista Paolo Massobrio, secondo cui il film «è l’esemplificazione della liberazione, della vita che ricomincia, spaccando gli schemi, i pregiudizi».
    CUCINA E CORRISPONDENZA. Il film, tratto da un racconto di Karen Blixen, racconta dell’arrivo in un piccolo villaggio danese di una celebre chef parigina, Babette, fuggita a causa dei moti del 1871 che culminarono con l’instaurazione della Comune. La cuoca si mette al servizio di due sorelle e per ringraziarle dell’ospitalità decide di preparare per loro un banchetto a base di brodo di tartaruga, quaglie e altre prelibatezze sconosciute nel villaggio e ritenute peccaminose dalla comunità protestante. Proprio durante il pranzo, la vita dei personaggi, fino a quel momento opaca, esce allo scoperto.
    Questo perché «il gusto – dice Massobrio – è segno di qualcosa che è capace di fare dei racconti nuovi e che ad un certo punto irrompe, anche nel mezzo di una discussione o di un clima asfittico, come quello della piccola comunità protestante per cui Babette si mette a cucinare». «Perché tutto questo abbia una strada -prosegue – ci vuole qualcuno che introduca i piatti e nel film è il generale che li descrive stupito, ammaliato dalla bontà del vino, ad amplificare una sensazione che tutti gli altri personaggi hanno avvertito».
    CHE COSA E’ SUCCESSO? Dopo il pranzo, «i commensali si ritrovano ballando fuori dalla casa», spiega Massobrio, «perché è accaduto qualcosa di inaspettato che ricompone la loro unità». Che cosa è accaduto, grazie alla cucina di Babette? «Si sentono diversi, più amici, perché hanno trovato una cosa che, nonostante i pregiudizi settari (il vino non si beve, il pranzo sontuoso è peccato) corrisponde loro». Massobrio sottolinea come «non ci sarebbero però mai arrivati se la protagonista, la cuoca, non avesse deciso di dare tutto ciò che aveva». Il paragone «è con Dio che dà tutto perché gli uomini ritrovino se stessi, persino la gioia, persino il rapporto con l’altro che era ostile. Ma davanti a una positività, a una bellezza che ha un sapore, tutto diventa riconoscibile».
    Morto il regista de Il pranzo di Babette, film sulla Grazia | Tempi.it



    Eugenio Corti non aderì mai alla “fede” laicista: per questo è stato snobbato
    I libri di Corti stanno nella stessa regione di quelli dei Tolkien, delle O’Connor, dei Grossman e dei Solženicyn ma forse non lo vedremo mai nelle antologie scolastiche
    Andrea Sciffo
    Mentre la letteratura italiana del secondo ’900 si invischiava nelle sabbie mobili della stupidità e del pensiero malvagio, erede del fatuo D’Annunzio e pronta a recepire unicamente le direttive “einaudiane” dei Vittorini e dei Calvino, lo scrittore brianteo Eugenio Corti cresceva all’ombra della propria vocazione di “cantore del Regno” e si fortificava in sapienza e grazia. Più che l’amarezza per la fine triste toccata alla nostra letteratura, il mio cuore esulta adesso per aver conosciuto di prima mano le opere di Corti e, in contemporanea, avere incontrato lui, il soldato reduce dalla ritirata di Russia, l’autore.
    La gioia viene dal fatto di avere sperimentato come anche nel ’900 sia stato possibile dedicarsi del tutto, con intelletto e amore, a lei, alla Verità dei poeti: cosa che Eugenio Corti fece per anni, da quando, ragazzino di provincia e studente di ginnasio al San Carlo di Milano, s’innamorò degli esametri epici di Omero «perché sapeva trasformare ogni cosa in bellezza». Infatti, la vera rivelazione che attende come un dono i lettori dei libri di Corti è la scoperta dell’altro ’900, quello della letteratura come gratitudine, riconoscenza e attitudine a dare voce a chi non ha voce. Simili caratteristiche furono un capo di imputazione per Corti che non aderì mai alla fede laicista, antifascista e scientista e quindi, come gli avevano profetizzato Benedetto Croce e Mario Apollonio sin dal 1947, dovette trovarsi da solo la propria strada d’artista, forgiarsi il proprio linguaggio, cercare la magra compagnia di chi dantescamente «ha fatto parte per se stesso».
    La sua trilogia narrativa è composta di un diario di guerra dal titolo I più non ritornano, uscito pochi anni dopo il disastro bellico, poi c’è il colossale romanzo Il cavallo rosso, apparso nel 1983 e diffusosi in maniera esponenziale tra i lettori italiani e internazionali, e Gli ultimi soldati del re, gioiello narrativo di un giovane che attraversò l’Italia centrale a piedi, nello sfascio dell’esercito nazionale. Questi tre titoli basterebbero per appaiare Corti a Bedeschi, Fenoglio, Pavese, Rigoni Stern nelle antologie scolastiche: invece niente. Corti non c’è ancora e probabilmente non ci sarà. Nel frattempo anche i “fruitori” della letteratura sono scomparsi, malgrado escano cento best seller per volta. Nel nuovo scenario di una società liquida che cerca un nuovo linguaggio per capire il presente, i libri di Corti stanno nella stessa regione di quelli dei Tolkien, delle O’Connor, dei Grossman e dei Solženicyn: tutti testimoni di un’arte che può aprirsi il varco verso una verità da amare, di una realtà che è la storia umana senza censure.
    La storia della letteratura italiana come canone di opere e autori di desanctisiana memoria non esiste più, essendo stata decostruita dai critici fautori dello strutturalismo: esiste invece l’insieme chiuso degli scrittori “che ce l’hanno fatta” a pubblicare presso un grande editore; Eugenio Corti, ovviamente, non era e non sarà tra costoro. Però le migliaia di suoi lettori sono una compagnia più feconda e che freme per raccogliere il proprio testimone e inoltrarsi nel XXI secolo: per uno scrittore-testimone che è vissuto 93 anni nella speranza di entrare nella gloria dell’altra trama, si tratta già di un bell’anticipo della ricompensa eterna.
    Eugenio Corti snobbato perché non aderì alla fede laicista | Tempi.it

    Eugenio Corti, una sentinella al Cielo
    Da Lorenzo Bertocchi
    Era un giorno di dicembre del 2010, Eugenio Corti stava per compiere 90 anni e mi accolse nel grande salotto della sua casa di Besana Brianza. Mi concesse quasi tutta la mattinata con grande disponibilità, oggi, che è salito al Cielo, voglio ricordarlo ripensando a quelle ore passate con lui.
    Mi disse che stava lavorando ad un aggiornamento del suo libro “Il fumo nel tempio”, un testo che con grande coraggio analizzava la questione della Chiesa Cattolica nel post-concilio. Un saggio decisamente controcorrente, lui che ha saputo metter su carta grandi racconti come “Il Cavallo Rosso”, qui graffiava, battagliero per come era cambiata la Chiesa dopo il 1965.
    Andai a intervistarlo proprio per questo suo ruolo di sentinella nel post-concilio. Andai per chiedergli: “a che punto è la notte?” Sono passati solo tre anni, ma nella Chiesa sembra trascorsa un’era. Quando incontrai Eugenio Corti il pontificato di Benedetto XVI aveva permesso l’apertura di un dibattito fuori dal coro sull’ermeneutica conciliare. Coloro che erano sempre stati messi ai margini del mainstream ecclesiale, trovavano ora nuova cittadinanza, possibilità di parola. Basti pensare alla rivalutazione della figura di Romano Amerio, ma anche la riscoperta del Card. Siri, i libri di Mons. Gherardini, perfino la controversa esperienza di Mons. Marcel Lefevbre. Queste, insieme ad altre, erano le sentinelle che, con alcuni amici, ci accingevamo a mettere in un libro poi edito da Cantagalli. Corti per me era uno di loro, una sentinella nel post-concilio, qualcuno da ascoltare per capire qualcosa in più di quello stato di crisi che sembra attanagliare la Chiesa.
    Mi disse che era molto felice del pontificato di Joseph Ratzinger “perchè non dobbiamo perdere quello che conta di più, che è vero e che vale”. Si stava parlando del rischio rappresentato dalla vaghezza delle interpretazioni intorno al Vaticano II e lui sosteneva che “bisogna risalire al pontificato di Pio XII per ritrovare quella chiarezza che forniva un riferimento preciso per tutti”.
    «Il punto di partenza – mi disse – per me è rappresentato dalla presa di posizione di san Pio X, successivamente vi sono state una serie di spinte innovatrici che piano piano hanno proposto e introdotto sviluppi che poi sono entrati prepotentemente nella Chiesa. Queste innovazioni furono accettate da alcuni sì e da altri no, ma si sono fatte sentire fortissimamente. A mio modo di vedere questi sviluppi non erano legittimi. Si è dimostrato, infatti, che anche se muovevano da buone intenzioni, contenevano degli errori che poi hanno fatto sentire il loro effetto.”
    Poi divagammo, mi raccontò della sua avventura nella terribile campagna di Russia, vissuta da uomo di fede, preoccupato dalla realtà dei totalitarismi del ’900. Accennò più volte al ruolo delle apparizioni di Fatima, sia per quanto riguarda l’interpretazione della storia, sia a livello personale, per la sua vita di fede. Considerava il suo ritorno dalla Russia una specie di miracolo. Tornò più volte sulla speranza irriducibile che lo animava proprio perchè – “non dimenticarlo mai!” – il soprannaturale “irrompe sempre nel naturale. Già e non ancora”.
    Mi raccontò di Don Carlo Gnocchi che conobbe personalmente, di quando lo vide celebrare l’eucaristia utilizzando come altare il corpo dei caduti, mi parlò anche di don Giussani di come, secondo lui, sapeva parlare ai giovani in modo unico, in un tempo in cui i giovani si perdevano con grande facilità.
    Tornammo poi sul post-concilio e mi disse che “dal dopoguerra in poi questa è la situazione che la Chiesa si è trovata a vivere: sulla spinta di innovazioni ambigue si è via via venuta a creare una vera e propria spaccatura all’interno del mondo cattolico che risulta profondamente diviso. Questo è il nostro guaio di oggi. Oggi verrebbe quasi da dire che una cultura cattolica non esiste più, la divisione intestina che la abita sembra paralizzarla.”
    Lo preoccupava molto la mancanza di unità nella verità e nella carità, riteneva che regnasse una ideologizzazione della fede che aveva smesso di farsi cultura – e politica – in modo autenticamente cattolico. Tuttavia mi confidò che a suo modo di vedere il problema era ormai più profondo, non tanto di carattere politico, quanto di carattere culturale e soprattutto spirituale. E tornò a parlarmi della fede, lui, che mi disse di considerarsi un razionale, si rendeva conto che la situazione poteva essere recuperata ingaggiando innanzitutto una battaglia di carattere spirituale.
    La moglie, nel cui sorriso si vedeva ancora quanto lo amasse, ci portò un tè, gli chiesi se era stanco, che avremmo potuto tranquillamente fermarci. Ma lui era entusiasta, volle continuare e con grande lucidità affrontò un analisi della storia del pensiero e, con una sintesi lungimirante, mi disse che dopo la tragedia del XX secolo la cultura europea di fatto avrebbe compiuto un passo indietro. “Ripiegando su di una visione della realtà che, in linea generale, dobbiamo riconoscere essere di stampo illuministico. Dio è escluso dalla realtà”.
    “Le mie opere – continuò – sono sempre state messe ai margini dalla grande ribalta culturale perchè ho sempre cercato di interpretare la realtà senza escludere Dio. Questo è il peccato originale che chi detiene l’attuale cultura occidentale non perdona.”
    Parlammo della Brianza, terra di paolotti, cattolica fin nel midollo, tanto che a me, emiliano-romagnolo, sembrava una specie di oasi nel deserto. Invece, lui mi disse che nonostante le chiese di Brianza la domenica fossero ancora piene, gli pareva che la realtà cattolica fosse un po’ sommersa. “C’è ancora gente, ma mi pare una realtà che messa alla prova possa cedere con una certa facilità: c’è rimasto qualcosa che potremmo definire una forma, ma di sostanza ne corrisponde poca. Faccio un esempio per tutti: i giovani hanno paura di sposarsi.” Quest’ultima cosa gli pareva impossibile, per lui che era vissuto per la famiglia e per la sua sposa.
    R.I.P. Eugenio Corti, e grazie per quella intervista. Prima o poi si dovrà trovare il coraggio di ascoltare fino in fondo queste sentinelle. “Vox clamantis in deserto.”
    Eugenio Corti, una sentinella al Cielo | Libertà e Persona

    Eugenio Corti, un uomo capace di attraversare il secolo che ha negato Dio armato della sola fede cattolica
    Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro
    Si andava a Besana Brianza da Eugenio Corti perché lui sapeva raccontare proprio come sapeva scrivere. Le storie della ritirata di Russia e le cronache da un mondo cattolico smarrito dietro alle sirene del mondo, i quadri luminosi della cristianità medievale e le oscurità abissali del comunismo prima e dopo Stalin, prima e dopo la caduta del muro di Berlino.
    Era impossibile stancarsi al cospetto di un uomo capace di attraversare il secolo che ha negato Dio armato della sola fede cattolica. Perché era proprio questo che, ogni volta, ti si fermava tra le mani. Lo stesso regalo avvolto nelle pagine di gioielli come “Il Cavallo Rosso”, “Gli ultimi soldati del re”, “I più non ritornano”, “Processo e morte di Stalin”, “Il fumo nel tempio” e gli altri tasselli della sua bibliografia. Corti dava un volto alla bellezza e alla precisione della fede cattolica, alla sua efficacia nella vita di tutti i giorni, dentro uno studio di una casa della Brianza e nella radura ghiacciata e bestiale della campagna di Russia.
    “Ho salvato la fede perché senza la fede non si vive” diceva per spiegare come fosse uscito indenne dall’inferno della seconda guerra mondiale. La fede è quanto di più concreto vi sia in tutta la sua opera. Tanto che, seduti nel salotto di casa sua, veniva fatto di guardarsi attorno per capire dove questo reduce dalle battaglie con il secolo ateo avesse posato quella corazza così solida.
    “Don Romano” scrive negli “Ultimi soldati del re” “cappellano del reggimento, venne da noi a celebrare la Messa. (…) Sull’altare pochi lini rigidi, e due candele con le fiammelle in permanenza orizzontali per lo spirar dell’aria. In noi che assistevamo, il pacifico senso, come sempre, dell’incommensurabile grandezza di ciò che si compiva in quel campo di stoppie, tra la terra e il cielo, e la semplicità del luogo, e di quei quattro lini, e del povero calice. (…) Si trattava però dell’ultima Messa del nostro cappellano, che in giornata sarebbe stato straziato a morte. Non poteva saperlo, e nessuno si rendeva conto di quanto fosse simile a Cristo che nelle sue mani si sacrificava sull’altare: era simile all’inconscio Agnello, mansueto e parato d’oro, che sta per essere sacrificato”.
    Questo delicato miracolo letterario non è realismo, non è verismo, non è neorealismo, non è strutturalismo, non è frutto di nessuna scuola. E’ la rara capacità di dare la stessa quantità di attenzione alle cose del visibile e alle cose dell’invisibile, è fede che diventa scrittura, racconto e, in certi momenti, migra nella poesia. E’ capacità di discernere in quel gran repertorio di destini che è la vita, di narrare le esistenze e portarle a buon fine, all’epilogo designato da Colui che le ha concepite sin dall’inizio. E’ retta sottomissione: quanto di più lontano dall’urlo ribelle della cosiddetta arte moderna, da quell’eresia dell’informe che ha devastato i canoni del vero, del bello e del buono allo scopo di indurre l’uomo a sbeffeggiare Dio e a sostituirsi a Lui.
    Quanta nostalgia della Brianza paolotta di Corti ai tempi del cattolicesimo per soli adulti. Quanto rimpianto per una terra e un’epoca in cui ogni vecchia con il Rosario in mano avrebbe potuto raccontare il suo “Cavallo Rosso”, senza inventare nulla, solo guardando nella propria vita attraverso i misteri da sgranare.
    Per anni e anni, questo scrittore è stato un vecchio splendido, con quel pizzo bianco un po’ da ufficiale d’altri tempi e un po’ da gentiluomo di campagna quale era davvero. Riceveva con generosa ospitalità nella sua casa, una villa ricavata da quella che un tempo era stata una filanda, una lunga teoria di porte e finestre affacciate su un parco. Il “dottor Corti”, come lo chiamavano tutti, conosceva con sorprendente precisione il canto e il piumaggio degli uccelli che vi facevano il nido, come Flannery O’Connor con i suoi pavoni o Cristina Campo con i suoi merli e i suoi usignoli. Una passione che diventava poesia in alcune memorabili pagine del “Cavallo Rosso”.
    Quando arrivavi a Besana, il dottor Corti ti faceva accomodare nel grande salotto illuminato dai riflessi verdi del parco. Spesso faceva da sottofondo la presenza discreta ed elegante della moglie, Vanda dei Conti di Marsciano, mentre la piccola cagnetta Colibrì si infilava tutta contenta fra le gambe degli ospiti. Nella libreria campeggiavano una poderosa edizione della “Commedia” di Dante, Cesare, Plutarco e gli altri classici, i sedici volumi della “Geschichte der Pâpste seit dem Ausgang des Mittelalters”, la Storia dei Papi dalla fine dell’etá medioevale di von Pastor.
    Questo intellettuale sconosciuto al mondo dell’intelligenza era uno studioso serio e infaticabile, amava e quindi conosceva nell’intimo la letteratura russa, si era studiato sui testi il pensiero marxista-leninista, aveva approfondito Jacques Maritain prima rimanendone affascinato e poi prendendone le distanze in ossequio a un tomismo che non poteva essere piegato alle paturnie mondane dell’autore di “Umanesimo Integrale”.
    “Maritain e Dossetti” diceva “sono pensatori che in buona fede hanno condotto il mondo cattolico alla paralisi attuale”. Figlio della Brianza solida e bianca, Corti ha incarnato la versione letteraria del pensiero filosofico di Augusto Del Noce con una poetica gli valse la stima incondizionata di un grande filosofo come padre Cornelio Fabro.
    Irriducibilmente controrivoluzionario, vedeva in Lutero e nel 1789 la radice malata in cui si innestano Feuerbach, Marx, Hegel, Nietzsche. Lì nascono le malepiante delle utopie novecentesche, nazismo e comunismo. Ripeteva spesso, con accenti accorati, questa teologia della storia, una filastrocca breve, lineare che riassumeva anni di studi lunghi e faticosi. In questa prospettiva, aveva elaborato la teoria della “sostituzione di cultura”: “Nel mondo occidentale del dopoguerra nelle liberal-democrazie si è realizzata un’imponente sostituzione della visione del mondo illuminista a quella della cultura cristiana”.
    Non poteva immaginare nulla di più doloroso un paolotto come lui, cattolico dalla fede semplice, abituato ad affidarsi totalmente alla Provvidenza e alla Madonna, ispirato da un sacro rispetto per il clero, naturaliter immerso nella dottrina di sempre che ignora ogni elucubrazione teologica: un buon cristiano, uomo buono. “Purtroppo il mondo dei paolotti è finito” diceva “e la causa è che una generazione è come saltata, incapace di trasmettere con la testimonianza e le parole la fede in Gesù Salvatore”. Il paolotto è un cattolico che guarda il mondo in controluce e sa che, là dietro, c’è un ordine da rispettare e a cui rispondere perché l’ha voluto il Padre Eterno.
    Per questo il paolotto Corti, quando negli anni Settanta l’Italia fu squassata dalla rivoluzione sessuale, dal Sessantotto, dal terrorismo, si rimise a combattere gettandosi in una delle battaglie più scomode e aspre. Girava l’Italia del nord per tenere conferenze a sostegno del referendum contro la legge divorzista Fortuna-Baslini varata nel 1974, scontrandosi apertamente con quella parte del mondo cattolico che voleva tenersi la legge o, comunque, non voleva il referendum.
    Lui stava dalla parte di Gabrio Lombardi, di Augusto Del Noce, di Emanuele Samek Lodovici, i quali puntarono tutto sulla tesi giusnaturalistica secondo cui il matrimonio, civile o religioso, è intrinsecamente indissolubile. A opporsi a questa dottrina, classica e non clericale, c’erano figure ingombranti come il rettore della Università Cattolica Giuseppe Lazzati, del quale lo scrittore di Besana pur aveva stima personale, giudicandolo un autentico cristiano.
    Lo sfrangiamento clamoroso del mondo cattolico e la conseguente sconfitta in quel referendum lo amareggiarono. Di fronte alla prospettiva di impegnarsi allo stesso modo per il referendum del 1981 sull’aborto, decise di restarsene a casa: “Avevo posto una sola condizione per battermi: tappezzare l’Italia di manifesti che mostrassero le foto raccapriccianti di che cosa succede a un feto abortito. Per convincere la gente che l’aborto è sbagliato, bisogna mostrare alla gente che cos’è l’aborto. Mi risposero che questo era impossibile, e che sarebbero stati usati messaggi positivi e foto di bambini sorridenti. Capii in quel momento che la battaglia era persa in partenza e mi ritirai in buon ordine. E così fu”.
    In obbedienza al sacro ordine che regge il mondo, il paolotto Corti è stato per decenni un imprenditore impegnato a dare lavoro alla sua gente, artefice di un capitalismo sociale nel quale il bene degli operai si promuove per ossequio al Vangelo piuttosto che ai sindacati.
    Attraversò il fascismo senza diventare antifascista, osservò il ventennio con distacco. “Il recupero del mito della romanità” diceva “fu una sceneggiata piuttosto ridicola, ma il fascismo fu provvidenziale nella guerra di Spagna e nel Concordato del 1929. Mussolini fu una figura poco profonda, ma fu uomo della Provvidenza, perché evitò all’Italia di cadere preda del comunismo”. Un merito non da poco per uno che, come dettava la sua razza spirituale, fu un anticomunista non viscerale, ma razionale, conscio che nulla di quella ideologia poteva essere conciliato con il cattolicesimo.
    Quando si sistemava sulla sua poltrona preferita, occhieggiava con quello sguardo manzoniano che interrogava senza inquisire e rispondeva senza pontificare. Quegli occhi avevano visto una delle guerre più spaventose della storia dell’umanità, quel corpo era passato attraverso una massacrante ritirata nella steppa russa che in poche settimane aveva spazzato via una fetta della gioventù italiana. Era partito volontario nell’Armir perché voleva vedere con i suoi occhi l’esperimento comunista. Questa esperienza si era trasformata nel primo romanzo, “I più non ritornano”, diario della ritirata di Russia, scritto a soli 22 anni. Dopo l’8 settembre del 1943, il giovanissimo autore aveva fatto seppellire il manoscritto in una tela impermeabile per timore cadesse in mani sbagliate. Poi aveva raggiunto l’esercito del Re in Puglia e aveva risalito la penisola combattendo fino al 1945. Recuperato il manoscritto, lo aveva pubblicato nel 1947 con Garzanti, rivelandosi subito come una promessa della narrativa, della quale si accorsero Benedetto Croce e Mario Apollonio.
    Il luogo magico della creatività di Corti era lo studio al primo piano, luminoso, ordinato, carico di libri, di documenti e di una quantità immensa di messaggi di lettori entusiasti, il riconoscimento più prezioso. E’ in questo studio che per lunghi pomeriggi Paola Scaglione, la sua biografa, ha raccolto le confidenze di una vita: a lei e ad Andrea Sciffo si deve il merito di aver sottratto al silenzio della critica l’opera di un autentico romanziere.
    “Il Cavallo Rosso”, il capolavoro, fu pubblicato dalle Edizioni Ares di Milano nel 1983. Oggi è arrivato a 29 edizioni ed è stato tradotto in Francia, Stati Uniti, Romania, Giappone. In Francia i critici e il pubblico ne hanno decretato un successo clamoroso: il direttore di “Le Figaro Litteraire”, Etienne de Montety, lo ha definito il romanzo più importante degli ultimi 25 anni. Michael O’Brian scrive che i suoi tre maestri di scrittura sono Tolkien, Dostoevskij e Corti.
    Quel romanzo cambiò la vita a tanti giovani, fece tanto bene, ma non poteva piacere all’intellighenzia di sinistra, perché Corti parlava dei milioni di morti fatti dai nazisti e pure di quelli fatti dai comunisti. Però il punto vero era un altro, più profondo: questo romanzo mette alla berlina la lettura ideologica dei fatti e dice in modo convincente che, alla fine, il problema non sono il fascismo, il nazismo, il comunismo o la resistenza. Il problema è l’uomo.
    “Il Cavallo Rosso” racconta la vita, la morte, la fede, il dolore, la famiglia, l’amore, l’odio, la vendetta, una civiltà travolta dal benessere, lungo una fetta di storia esemplare che va dal 1942 agli anni Settanta. E’ un romanzo pulito senza l’ingombrante chiodo fisso del sesso che domina gran parte della letteratura del Novecento, eppure dentro c’è tutta la realtà, compresa quella dell’amore e della passione. Solo che qui succede ciò che ormai nemmeno i cattolici innamorati del mondo credono possibile: l’uomo si imbatte nelle tentazioni, ma può resistere. “La povertà” spiegava Corti “non è il più grave problema dell’umanità, come crede certa teologia del Novecento. Il vero problema resterà sempre il peccato, e la speranza che qualche cosa o Qualcuno possa perdonarlo”.
    Questa visione medievale del cristianesimo è costata il disprezzo e la censura di una fetta importante del mondo cattolico. Nel 2000, gli fu assegnato il Premio Internazionale di Cultura Cattolica, ma la chiesa delle conferenze episcopali e dei giornali clericali, dei “progetti culturali” e delle “cattedre dei non credenti” gli ha girato accuratamente al largo. Il vescovo di Como, monsignor Maggiolini, suo grande estimatore, parlava di “una congiura del silenzio”.
    Da parte sua, lo scrittore non faceva sconti e nel 1996 pubblicò un saggio dal titolo inequivocabile: “Il fumo nel tempio”. Evocava quanto nel 1972 aveva detto Paolo VI scandalizzando il mondo: “Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”.
    Il paolotto, di fronte allo sfacelo della Chiesa, non poteva più tacere. Per lui, la vita rimaneva quella che gli avevano insegnato i suoi genitori, una battaglia. Sapeva bene che la Chiesa è composta da tre comunità: quella dei trionfanti già in paradiso, quella dei purganti in purgatorio, e quella dei militanti sulla terra. La sua poetica, il suo lavoro di intellettuale si sono concentrati su quest’ultima, su quello che amava chiamare “il tragico mondo degli uomini”.
    Eugenio Corti, un uomo capace di attraversare il secolo che ha negato Dio armato della sola fede cattolica ? di Alessandro Gnocchi ? Mario Palmaro | Riscossa Cristiana


 

 
Pagina 7 di 18 PrimaPrima ... 67817 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. 15 scrittori in 15 minuti
    Di H.I.M. nel forum Fondoscala
    Risposte: 18
    Ultimo Messaggio: 17-11-10, 20:38
  2. Risposte: 30
    Ultimo Messaggio: 02-05-10, 10:56
  3. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 30-01-06, 11:20
  4. Scrittori Giapponesi del '900
    Di Dottor Zoidberg nel forum Hdemia
    Risposte: 9
    Ultimo Messaggio: 24-07-05, 17:03

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225