Ted Kennedy, ultimo patriarca della dinastia americana che ha "donato" al mondo, fra gli altri, John Fitgerald e Robert, idoli del progressismo liberal e democratico, non c'è più. E' stato stroncato da un tumore maligno al cervello, che l'ha sottratto alla vita a 77 anni di età.
Non vi è nulla da festeggiare per la morte di quest'uomo. La pietà viene prima di ogni altra cosa, anche in segno di rispetto per i parenti del defunto. Eppure, noi non ci uniamo al coro di sperticati elogi e di altisonanti lodi verso colui che ha comunque rappresentato, nella sua carriera politica, l'antitesi del conservatorismo.
Sembrerà fuori luogo in questo momento, ma è utile ricordare a tutti che il famoso Ted, nel 1969, omise di soccorrere la segretaria che viaggiava insieme a lui su un'automobile finita in mare, perita nell'incidente. Per tale vile comportamento, fu condannato ad una pena di 2 mesi, poi - chissà perchè - condonati e non scontati.
L' "incidente" probabilmente gli costò la corsa alle primarie democratiche del 1980 contro il Presidente Jimmy Carter, ma non si diede per vinto, e nell'ultimo ventennio riuscì a conquistarsi il titolo di "leone" del Senato, una sorta di padre nobile del partito, seguito ed ascolato. Il suo endorsement favorì l'ascesa e la vittoria finale di Obama, ormai il suo "pupillo".
Egli combattè a favore dei "diritti civili", degli immigrati, dei gay, ma soprattutto per l'approvazione della riforma sanitaria. Di fede cattolica, non fece nulla contro l'aborto. Un uomo, quindi, che certo i conservatori non possono amare, nè tantomeno elogiare per le sue battaglie.
A costi di apparire bastian contrari, e forse indelicati, per amor di verità e di sana franchezza non ci accodiamo a chi, oggi, indica nelle battaglie di Ted Kennedy un esempio da seguire. Dio ce ne scampi!
Le condoglianze sono d'obbligo, ma che nessuno ci costringa a convertirci al verbo kennediano progressista.




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