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  1. #1
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    Predefinito CGIL, il dibattito nella minoranza

    IL DIBATTITO NE "LA CGIL CHE VOGLIAMO"



    Nell'ultima riunione del Coordinamento Nazionale dell'Area Programmatica si è aperta una discussione importante sul nostro futuro, alla luce dei grandi sconvolgimenti che caratterizzano la fase, a circa due anni dall'ultimo congresso della CGIL, e dunque a due anni dal prossimo.

    Abbiamo concordato sulla necessità di esplicitare in documenti scritti i differenti orientamenti.

    Ci sono pervenuti i seguenti documenti: La CGIL che Vogliamo:democrazia, diritti, lavoro di Gianni Rinaldini e Opposizione a Monti, Opposizione organizzata in CGIL di Giorgio Cremaschi che pubblichiamo di seguito.

    Tali contributi saranno oggetto della prossima riunione dei componenti il CD della CGIL de La CGIL che Vogliamo.

    Benvenuto - La CGIL che vogliamo.
    Ultima modifica di SteCompagno; 03-02-12 alle 16:04
    VOTA NO AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE
    UN NO COSTITUENTE PER LA DEMOCRAZIA CONTRO L'AUSTERITA'
    http://www.sinistraitaliana.si/ - http://www.noidiciamono.it/

  2. #2
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    Predefinito Re: CGIL, il dibattito nella minoranza

    LA CGIL CHE VOGLIAMO : DEMOCRAZIA DIRITTI LAVORO
    di Gianni Rinaldini



    Dall'ultimo Congresso della CGIL, sono trascorsi due anni segnati dal pieno dispiegarsi della crisi politica, sociale, istituzionale dei paesi di vecchia industrializzazione.

    Dopo le roboanti affermazioni all'inizio dello tsunami finanziario negli Stati Uniti nulla è stato fatto per intervenire sulle cause di questo disastro.

    Nei fatti, si è così rilanciato lo stesso modello sociale e di sviluppo, attraverso una ulteriore gigantesca redistribuzione della ricchezza, dal lavoro e dalle pensioni al profitto e alla rendita.

    Si collocano in questo quadro quelle che vengono pomposamente definite “riforme di struttura”, ma che in realtà, lasciando inalterate strozzature di sistema, privilegi e disuguaglianze e colpendo pesantemente solo pensioni, accesso al lavoro e diritti contrattuali(dall’orario di lavoro allo stesso Contratto Nazionale), rappresentano il completamento strutturale di un nuovo assetto sociale, politico ed istituzionale.

    L'equilibrio tra diritti politici e diritti sociali che ha caratterizzato la storia democratica dei Paesi Europei del dopo guerra e che nel nostro Paese ha fondato la stessa nascita della Costituzione Repubblicana viene travolto.

    Le forme e le modalità, negli Stati Uniti,in Inghilterra, in Europa sono ovviamente diverse per storie politiche e contrattuali, per sovranità monetaria e ruolo delle banche centrali, ma sarebbe miope non cogliere gli aspetti fondamentali comuni, quelli neo liberisti del mercato, nella fase storica del capitalismo finanziario, assunto come valore assoluto, come regolatore sociale.

    Il salvataggio del sistema finanziario a costo di recessione e disoccupazione, è il collante che tiene insieme il sistema delle grandi imprese, le istituzioni finanziarie e i Governi.

    Da qui deriva una evidente torsione autoritaria, una riduzione e svuotamento della democrazia occupata dalle multinazionali e dalla finanza, come sovranità internazionale.

    Questa dinamica ha scoperchiato tutti i limiti e le debolezze della costruzione europea, ormai pura identità monetaria senza una comune politica economica e fiscale capace di promuovere sviluppo e valorizzazione dei diritti sociali e contrattuali.

    Esistono solo i vincoli monetari, in virtù dei quali gli squilibri economici esplodono e la democrazia viene sequestrata dalla Banca Centrale Europea, dalla Commissione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.

    Non a caso le lettere della Banca Centrale Europea sono sempre le stesse, che si parli della Spagna che ha un debito pubblico del 70% o dell'Italia che ha un debito pubblico del 120%, nell'esigere liberalizzazioni, riduzioni delle pensioni e del welfare, riduzioni delle retribuzioni nel pubblico e nel privato, superamento delle rigidità nel lavoro.

    Il nuovo “patto di bilancio” concordato a livello europeo è un vero e proprio “patto per la recessione” che sta annientando gran parte dei paesi europei.

    Decidere che tutti i paesi dell'euro-zona inseriscano come norma costituzionale il pareggio di bilancio, è una pura follia, recessiva per l'economia e insostenibile sul piano sociale.

    Soltanto in Italia le Organizzazioni Sindacali, insieme alla Confindustria hanno persino anticipato l'Europa in simile richiesta, con il documento presentato nell'agosto del 2011.

    L'Europa è a rischio nel sentire comune delle persone, prima ancora che nel dibattito politico e dobbiamo constatare l'assoluta debolezza del sindacato in Europa che non è stato in grado di portare a sintesi le mobilitazioni e gli scioperi che si sono sviluppati nei diversi paesi.

    Senza una dimensione europea siamo tutti più deboli e questo richiede la necessità che la CGIL apra un confronto, una battaglia politica nella CES (Centrale Europea dei Sindacati) a partire dal necessario coordinamento delle realtà maggiormente colpite.

    Soltanto in questo modo possiamo fare crescere l'idea del Contratto e del Sindacato Europeo.

    L'agenda europea deve essere cambiata, riscritta a partire dalla assunzione europea della garanzia sui debiti pubblici e dal profondo cambiamento del sistema bancario, come condizioni per aprire una nuova fase di politica economica che metta al centro i diritti sociali e democratici e un piano di investimenti finalizzati alla ricerca, alla innovazione e alla riconversione produttiva.

    Le vicende politiche del nostro paese possono essere lette anche alla luce di un incrocio tra i dettami della Banca Centrale Europea con relativo controllo sui nostri bilanci e la dinamica delle forze politiche, del Parlamento, del ruolo svolto dal Presidente della Repubblica.

    Il Governo Monti nasce dalle ceneri impopolari e impresentabili del Governo Berlusconi e dalle pressioni europee e delle istituzioni finanziarie a fare in fretta, tanto in fretta da rendere qualsiasi procedura democratica alternativa una perdita di tempo.

    Il governo cosiddetto tecnico non esiste: esiste un esecutivo politico eletto da una maggioranza parlamentare con numeri da grande coalizione e con una assoluta marginalità dell'opposizione, che ha la missione di dare attuazione credibile alle indicazioni della Banca Centrale Europea.

    Questa operazione “creativa” porterà probabilmente ad una ridefinizione della geografia politica ma certamente corre il rischio di alimentare le pulsioni peggiori contro il Parlamento e le forze politiche. L'uno e le altre, va detto, spesso difficilmente difendibili.

    Il disagio sociale, che non trova rappresentanza politica e che è destinato a crescere con la recessione, sta già aprendo scenari inquietanti.

    Le decisioni assunte dal Governo Monti, un governo credibile e non cialtronesco,sono del tutto eloquenti nel loro significato sociale e classista.

    L'interesse generale è quello del sistema bancario e delle grandi imprese, che devono essere libere di competere su scala locale e globale senza alcun vincolo di natura sociale.

    La condizione lavorativa e il mercato del lavoro sono considerate una variabile dipendente di ogni singola impresa.

    La spesa sociale viene ridotta con il taglio dei servizi e il blocco della contrattazione nell'intero settore pubblico.

    Il nuovo sistema previdenziale secondo una logica liberista è il più drastico di tutti i paesi europei.

    Si aprono in questo modo delle praterie per la crescita dei fondi finanziari, sanitari e previdenziali che rendono il nostro paese sempre più simile al modello americano, le cui distorsioni e disuguaglianze sono state all'origine stessa della crisi finanziaria mondiale.

    Lo scenario che si è determinato è caratterizzato in modo del tutto evidente da:
    -riduzione del valore reale delle retribuzioni e delle pensioni;
    -aumento dell'orario di lavoro per chi ha un posto di lavoro;
    -aumento della disoccupazione;
    -abolizione dei Contratti Nazionali con l'art. 8 recepito di fatto dal Governo con la norma sulle ferrovie contenuta nel decreto sulle liberalizzazioni;
    -diritti e tutele nel lavoro superate con il Collegato al Lavoro;
    -crescita della precarizzazione del lavoro;
    -orario e salario di ingresso per i nuovi assunti.

    Questo processo affonda le sue radici in questi ultimi decenni e trova nella drammaticità della crisi il suo epilogo sociale, politico e istituzionale.

    Occorre ribaltare la sfida, occorre ridisegnare la struttura della contrattazione, a partire dal Contratto dell'Industria, come asse centrale di una battaglia che affermi l'universalità di diritti contrattuali, fattore primo di sviluppo sostenibile. Battaglia forte che caratterizza l'iniziativa e le scelte della FIOM.

    Il movimento sindacale europeo, invece, non ha nulla da dire, se non la propaganda alle rivolte, alle lotte operaie e studentesche che si sviluppano dalla Cina alla Tunisia per affermare diritti politici e diritti sociali.

    La CGIL continua a negare l'evidenza con la ritualità delle nostre discussioni, mentre dentro e fuori di noi sta succedendo di tutto.

    La radicalità di questi processi mette in discussione gli aspetti fondativi del Sindacato, perché noi siamo nati da una istanza di solidarietà, quella del superamento della concorrenza tra lavoratori e tra lavoratori e disoccupati, costruendo vincoli sociali da contrapporre ad una pura logica di mercato.

    La CGIL deve aprirsi senza reticenze ad un confronto sul Sindacato del futuro nell'era della globalizzazione, con una pratica rivendicativa conseguente, perché fasce sempre più consistenti di lavoro dipendente, come i precari, sono fuori dalla vita e dalla attività sindacale.

    La CISL lo ha fatto, ha compiuto una scelta che prefigura un modello sindacale non più fondato sulla contrattazione ma sulla struttura degli Enti Bilaterali. Una scelta che ha perseguito con assoluta coerenza nel corso di questi anni, anche se oggi presenta qualche difficoltà nel rapporto con un Governo che non finge neanche di fare burleschi negoziati.

    Abbiamo inseguito l'agenda definita dagli altri soggetti sindacali e politici, senza mai avere una nostra autonoma analisi e progettualità, neanche sul terreno della difesa della dignità e della democrazia nei luoghi di lavoro.

    Anche il confronto con il Governo sul Mercato del Lavoro si svolge come se fosse un problema tecnico per perseguire un obiettivo condiviso.

    Non esiste una piattaforma sindacale, bensì un documento e non si è creato nessun coinvolgimento delle lavoratrici, dei lavoratori e dei precari, per sostenere un negoziato che sia realmente finalizzato al superamento del dualismo nel lavoro, all'estensione dell'art. 18, ad una vera riforma in senso universale degli ammortizzatori sociali e del reddito minimo, e al superamento del precariato.

    In questo modo, quello che dovrebbe essere un negoziato si trasforma in uno scambio di pareri.

    E' questa assenza, questa assoluta indeterminatezza, questa diffusa ininfluenza che ci ha portato ad una diminuzione della nostra autonomia rispetto alle dinamiche politiche, fino al punto da sottoscrivere come blocco delle forze sociali, sindacati-Confindustria-banchieri, un documento con proposte inaccettabili in nome della “discontinuità” politica che ha avuto come esito non previsto (forse solo da noi ) il Governo Monti.

    La CGIL non ha mai assunto la democrazia come aspetto centrale per il Sindacato del futuro, senza capire che la crisi delle forme della rappresentanza politica e sociale nasce proprio su questo terreno.

    Questo ci dicono i Movimenti che attraversano l'Europa e l'esito dei Referendum nel nostro paese.

    Il voto sui Contratti Nazionali e aziendali va riconosciuto come diritto democratico delle lavoratrici e dei lavoratori e non come proprietà delle Organizzazioni Sindacali.

    Sono stati demoliti diritti, tutele, Contratti Nazionali e sistema previdenziale senza colpo ferire perché è stata abolita la democrazia.

    Accordo separato del 2009; accordo unitario del 28 giugno 2011; articolo 8 del Governo; accordo unitario del 21 settembre 2011; accordo FIAT che applica l'art.8 e l'accordo del 28 giugno e infine la CGIL che viene cacciata dagli stabilimenti FIAT nel silenzio più assoluto da parte delle forze politiche ,senza un barlume di adeguate risposte da parte della CGIL.

    Se poi esaminiamo i Contratti Nazionali ed Aziendali non possiamo non domandarci se esistono ancora dei vincoli di solidarietà, perché ormai tutto è diventato scambiabile.

    La CGIL ha reagito con la chiusura, con la riduzione degli spazi di democrazia sia nel rapporto con l'insieme dei lavoratori sia nella vita democratica dell'Organizzazione.

    Questo è il senso delle stesse modifiche statutarie che hanno cambiato attraverso voti di maggioranza – cosa mai successa nella storia della CGIL – aspetti fondamentali dellanatura stessa della confederalità, da contenitore solidaristico a vertice burocratico e autoritario.

    Quella che è stata fantasiosamente definita la consultazione degli iscritti, sull'accordo del 28 giugno e del 21 settembre, si è svolta in modo talmente clandestino che non sono stati, seppur richiesti, mai resi noti votanti e voto suddiviso per categoria e territorio.

    Siamo arrivati al punto che la Commissione Statuto al nostro ricorso sulla legittimità della consultazione ci ha risposto che se votare prima o dopo la firma dell'accordo lo decide il Comitato Direttivo Nazionale.

    Una enormità, una interpretazione statutaria creativa, come se consultazione di mandato o referendum abrogativo fossero la stessa cosa.

    Quale il senso di questa deriva?

    Il significato di questa deriva consiste in un passaggio delicato e pericoloso: la dialettica interna non è più vissuta come una risorsa positiva per tutta l'Organizzazione ma come un problema, un problema da risolvere e da superare possibilmente entro il prossimo Congresso.

    Solo in questo modo si spiegano atteggiamenti, comportamenti inaccettabili verso tanti compagni e compagne che hanno aderito all'Area Programmatica a livello nazionale ed in molti territori.

    Atteggiamenti e comportamenti che non sono altra cosa dal come vengono gestiti i negoziati confederali, senza delegazioni trattanti e senza un reale coinvolgimento del Comitato Direttivo, nel quale miracolosamente si passa nell'arco di alcune giornate dalla assenza di testi su cui discutere alla presentazione di un accordo da validare come quello del 28 Giugno 2011.

    Come dire, annullare la dialettica interna per costringere alla continua riproposizione di voti di fiducia per cristallizzare il voto congressuale.

    L'Area Programmatica ha operato in questa difficile situazione, tra grandi difficoltà e non è stata in grado di sviluppare una adeguata iniziativa rispetto alla gravità dell'attuale situazione.

    Il pluralismo interno all'Area Programmatica e le vicende relative agli assetti del gruppo dirigente anche per una giusta e ovvia ragione di autodifesa, rispetto alle discriminazioni messe in atto, hanno contribuito a determinare una chiusura tutta interna del nostro operare.

    Esiste uno scarto evidente tra i pronunciamenti nel Comitato Direttivo Nazionale e ciò che avviene nell'insieme dell'Organizzazione.

    Per queste ragioni è necessario chiarire e verificare se esistono le condizioni per rilanciare la funzione dell'Area Programmatica.

    Le condizioni, le ragioni sindacali sono del tutto evidenti.

    Si tratta di capire se esiste una volontà soggettiva per farle vivere.

    L'Area non è una struttura, una Organizzazione dove esiste un portavoce o coordinatore che scimmiotta le funzioni di segretario generale con una conseguente articolazione nei territori e nelle categorie, cosi come è avvenuto nella storia di altre aree organizzate.

    A livello confederale nazionale, regionale e territoriale e a livello categoriale, deve operare la massima autonomia nelle scelte e nelle decisioni con un comune denominatore unitario rappresentato dalla mozione congressuale,da questo documento e da eventuali approfondimenti di categoria e territoriali.

    Gli orientamenti devono essere assunti a grande maggioranza, senza un vincolo di centralismo democratico.

    Il nostro obiettivo è cambiare la CGIL.

    Per questocome Area Programmatica, escludiamo la partecipazione e la promozione di iniziative con altri soggetti sindacali, perché non esistono due Organizzazioni Sindacali nella CGIL, ed il rapporto con altri soggetti sindacali è di competenza dell'intera CGIL e delle categorie.

    Per questo come Area Programmatica, dobbiamo sviluppare la nostra iniziativa in modo diffuso nei territori e nelle categorie, coinvolgendo lavoratori, lavoratrici e precari per fare conoscere le nostre posizioni e sviluppare il confronto e la battaglia politica nella CGIL.

    Per questo dobbiamo promuovere tutte le iniziative di riflessione e di confronto sulla drammatica situazione sociale e l'iniziativa del movimento sindacale anche in rapporto con i movimenti, il mondo intellettuale e tutti coloro che sono interessati a questo percorso, a livello nazionale e nei territori.

    Non abbiamo delle certezze da vendere ma, viceversa, l'esigenza di coniugare la battaglia politica nell'immediato con l'apertura di una ricerca e di un confronto a tutto campo sull'assetto sociale e democratico di questo Paese, perché questa è oggi la dimensione dei problemi che dobbiamo affrontare.

    Roma, 3.2.2012

    LA CGIL CHE VOGLIAMO : DEMOCRAZIA DIRITTI LAVORO - La CGIL che vogliamo.
    Ultima modifica di SteCompagno; 03-02-12 alle 16:07
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  3. #3
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    Predefinito Re: CGIL, il dibattito nella minoranza

    OPPOSIZIONE A MONTI,OPPOSIZIONE ORGANIZZATA IN CGIL
    di Giorgio Cremaschi



    Premessa:

    Da tempo l'area programmatica “La Cgil che vogliamo” è in crisi. Ora non è più rinviabile una verifica di fondo sulle volontà e sulle capacità politiche e organizzative di sviluppare in Cgil una lotta politica adeguata alla gravità di quanto accade. Il Contratto Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori, ciò che resta dello Stato sociale, tutto è oggi in discussione e le posizioni e le iniziative della Cgil sono deboli e ininfluenti. Quindi o l'area programmatica nata dalla minoranza congressuale si organizza come opposizione alla deriva della Confederazione e agisce nei luoghi di lavoro, nei territori, nelle categorie in modo da essere chiaramente visibile e utilizzabile da chi vuole lottare, oppure cessa di avere qualsiasi utilità. Per questo proponiamo di aprire subito una discussione vasta in tutta l'area programmatica fino ai militanti ed agli iscritti, partendo da una grande assemblea nazionale ove organizzare l'opposizione e l'alternativa al Governo Monti e all'attacco padronale. E con lo scopo conseguente di organizzare in tutta la Cgil una visibile e incisiva opposizione alle scelte oggi prevalenti.

    Per questo proponiamo le seguenti

    Tesi

    1. Con la crisi economica il processo di riduzione dei diritti del lavoro avviato da oltre trent’anni ha raggiunto il massimo di estensione e di intensità. La precarietà è diventata la condizione comune di tutto il mondo del lavoro, solamente distribuita in diverse forme e gradualità. Tutto il mondo del lavoro viene sottoposto alla brutale aggressione ai diritti e alla dignità della persona. Competitività e flessibilità sono le parole con cui si giustifica ogni scelta lesiva dei più elementari diritti. Alla fine si sta giungendo a una vera e propria restaurazione di forme servili, mentre l'autoritarismo e l'attacco alle libertà sindacali dilagano.

    Questa aggressione al lavoro è in corso in tutto il mondo occidentale e nell'Europa che già fu dei contratti e dei diritti. In Italia il via all'attacco conclusivo ai diritti contrattuali e allo stato sociale l'ha dato l'amministratore delegato della Fiat nel 2010. Da allora la politica e il modello di Marchionne si sono progressivamente estesi in tutto il mondo del lavoro e, là dove non sono stati accettati esplicitamente, sono comunque stati utilizzati per colpire i diritti e il potere contrattuale dei lavoratori. Nel decreto liberalizzazioni è il governo stesso che cancella l’obbligo del contratto nazionale per il trasporto ferroviario e per il trasporto locale. Decisione questa alla quale non si era spinto neppure il governo Berlusconi, che pure con l'articolo 8 del suo ultimo decreto, aveva dato il via libera definitivo a tutte le deroghe contrattuali e di legge.

    Contro questo disegno di riduzione della forza lavoro a pura merce usa e getta non sono possibili accomodamenti. O lo si accetta pensando magari a ridurre i danni, pratica fallimentare di questi anni, o lo si respinge con il dichiarato intento di sconfiggerlo e di costruire un'alternativa generale adesso.

    2. La crisi economica è una crisi di sistema che nasce dal modello sociale di sviluppo del capitalismo globalizzato. Le disuguaglianze sociali enormi e crescenti, la distruzione della natura, la crescita selvaggia del mercato, dopo essere state utilizzate dal capitalismo globalizzato come leva per la crescita sono oggi diventate causa stessa della sua crisi. Solo un cambiamento profondo della società può affrontare le cause strutturali della crisi, ma le classi dirigenti occidentali vanno tutte nella direzione opposta.

    Si affronta la crisi, cioè, riproponendo in misura sempre più radicale quelle politiche liberiste che ci governano dagli ultimi trent’anni. Si portano indietro gli orologi, gli anni dieci del duemila diventano come gli anni ottanta, come se da allora non ci fossero stati un terribile arretramento del mondo del lavoro, una crescente disuguaglianza, una riduzione progressiva degli spazi e dei diritti democratici. E' fallita la promessa del capitalismo liberista di scambiare la riduzione dei diritti con la ricchezza individuale. Tuttavia proprio la crisi, proprio la disoccupazione e la precarietà di massa, diventano occasioni per scatenare un nuovo attacco ai diritti sociali proprio da parte di chi ha causato la crisi. La crisi del capitalismo occidentale in Europa diventa così l’occasione per esaltarlo nelle sue forme più brutali.

    Il centro sinistra e i grandi sindacati, salvo eccezioni, sono subalterni a questa politica restauratrice. Al massimo puntano ad attenuarne gli effetti, a mitigarne i danni, ma non propongono in nessun caso una alternativa ad essa. D'altra parte una alternativa a queste politiche richiederebbe una scelta di rottura culturale e politica di compatibilità che è oggi è estranea o minoritaria sia nel centro sinistra, sia nei grandi sindacati. Così mentre le classi dirigenti provano a fermare il tempo, il movimento sindacale in Italia e in Europa spera solo in un ritorno alla concertazione e a politiche sociali meno aggressive, oppure tenta patti di complicità corporativa con le grandi imprese

    3. La difficoltà nella situazione sta proprio nella rigidità delle compatibilità economiche, politiche e culturali che sono state progressivamente costruite e imposte negli ultimi trent’anni. Queste compatibilità sono oggi presentate come senza alternative, per cui ogni critica alle politiche economiche viene condannata ideologicamente e politicamente e messa al di fuori di ogni confronto. Un potente regime informativo e culturale martella l'opinione pubblica sulle certezze incontestabili del capitalismo finanziario. Ogni lotta sociale che si scontri con questo regime di compatibilità è costretta all'isolamento. Nell'epoca del trionfo della parola riformismo, le uniche vere riforme sono le controriforme liberiste. Chi si oppone ad esse è contro il progresso e la ragione. Per questo le lotte oggi hanno la necessità di unirsi e riconoscersi in un punto di vista globalmente critico rispetto al sistema esistente e alla sua ideologia totalitaria.

    4. Per ricostruire democrazia, diritti, giustizia e uguaglianza è necessario scontrarsi in Italia e in Europa contro politiche e poteri dominanti. Il governo reale dell' Europa oggi è costituito dall' alleanza tra finanza e capitalismo multinazionale, tecnocrazia liberista, governi e ideologie conservatori. Il massacro sociale in Grecia è usato da questo governo reale come monito e ricatto per tutti i popoli. Tutto deve essere sacrificato al pareggio di bilancio e alle politiche di austerità competitiva.

    In Italia questa politica e questa forma di governo si sono affermate con Monti. Il fallimento politico del governo Berlusconi, contro cui si era mobilitata per un anno e mezzo una parte sempre più vasta del paese e dell'opinione pubblica, ha aperto una fase completamente nuova. Il governo Monti si presenta come il governo degli obblighi e delle necessità imposte dall'Europa, mentre non può essere certo accusato di tutto ciò di cui si è macchiato il precedente governo. Per questo il conflitto sociale non può più godere della rendita di posizione dell'antiberlusconismo, di cui si serve anzi il centro sinistra per appoggiare il governo Monti, che rappresenta un'assoluta novità nella storia politica italiana del dopoguerra. E' il primo governo che reclama esplicitamente come proprie linee guida gli interessi del mercato e del grande capitale, presentandoli come interessi di tutti. A tal fine è fondamentale il ruolo assunto dal Presidente della Repubblica e l'uso della unità nazionale del paese contro il comune nemico , il debito pubblico. E' una propaganda da guerra patriottica quella che viene usata per richiedere e giustificare i sacrifici. Per questo il conflitto sociale necessita della rottura culturale e politica con l 'ideologia della coesione, del patto sociale, dello stare tutti nella stessa barca.

    5. Per tutte queste ragioni la questione della opposizione al governo Monti diventa una questione costituente sul piano sociale, come su quello politico e anche culturale. Il governo Monti è infatti un governo ideologico che cancella l'autonomia del movimento operaio e il conflitto sociale nel nome della ideologia liberale. Ed è anche un governo di scopo il cui programma è applicare in Italia le politiche economiche decise dalla Bce e dalla grande finanza internazionale. Per queste ragioni non si possono combattere le singole misure del governo senza contrastare la logica di fondo che le ispira. Non sono cioè praticabili compromessi con la linea di fondo di questo governo.

    Liberalizzazioni e privatizzazioni sono il punto centrale di una politica conservatrice e restauratrice, che punta a realizzare la ripresa economica facendo leva sul mercato e il profitto. Una linea destinata a fallire ma che, se non fermata in tempo, provocherà regressioni profonde nella società e nella democrazia.

    6. Quanto avvenuto sulle pensioni è il segno della marginalizzazione del movimento sindacale italiano. Per la prima volta nella storia della Repubblica, si sono cambiate pesantemente le pensioni senza alcun accordo con alcuno dei grandi sindacati confederali. D'altra parte l'ideologia del governo Monti è liberale e liberista e come tale restia a subire anche il condizionamento concertativo del sindacato. Da questo punto di vista vanno in crisi nel confronto con il governo non solo le posizioni della Cgil, ma persino quelle di Cisl e Uil. Il confronto sul mercato del lavoro si è aperto così come una trattativa a perdere, nella quale il movimento sindacale deve fare ulteriori sacrifici sui diritti e sulla contrattazione nel nome della flessibilità e della competitività. Con l'attacco all'articolo 18 il governo prepara una nuova ondata di precarietà e riduzione del valore del lavoro e anche una nuova umiliazione a Cgil, Cisl e Uil.

    7. L'accordo del 28 giugno, sottoscritto dalla Cgil il 21 settembre prima ancora della consultazione, segna un'ulteriore segno di impotenza delle linea politica prevalente nel sindacato confederale oggi. Nelle intenzioni della Cgil quell'accordo doveva segnare un punto d'arresto della destrutturazione dei contratti e invece è stato utilizzato dal padronato, dal governo Berlusconi e anche dal governo Monti, per peggiorare ancora le condizioni di lavoro. Sono continuati gli accordi separati e là dove tutti hanno firmato è ampiamente passato il principio delle deroghe, del sottosalario, delle limitazioni dei diritti. Nel pubblico impiego è proseguita la politica di cancellazione della stessa contrattazione collettiva e del ritorno ad un modello individuale ottocentesco di rapporto di lavoro. L' errore di fondo del gruppo dirigente della Cgil è stato quello di minimizzare la portata dell'attacco scatenato dalla fiat e di non coglierne la dimensione di sistema. Così il no della Fiom è stato considerato un incidente da recuperare invece che una risorsa per tutto il sindacato, un punto da cui partire per combattere ovunque l' asservimento del lavoro. Ora Cgil e Fiom sono ad un bivio, vie di mezzo non ce ne sono. O rientrano nel sistema Marchionne subendo la sconfitta e accettando così la sua generalizzazione a tutto il mondo del lavoro. O continuano il conflitto e lo estendono fino a rovesciare i rapporti di forza. Per queste ragioni l'accordo del 28 giugno non solo non è uno strumento utile, ma va messo in discussione assieme all'articolo 8 del decreto Berlusconi e alla politica contrattuale di governo ed enti pubblici.


    8. Per tutte queste ragioni è indispensabile aprire immediatamente in tutta la Cgil, in tutte le sue categorie e strutture, un confronto che metta in campo un'alternativa al fallimento della politica concertativa. Occorre affermare ovunque nella Cgil la possibilità di una politica e di una pratica diversa da quella della riduzione del danno. L'opposizione al governo Monti come concreta pratica sindacale, lo scontro con la linea Marchionne e con quella ad essa ossequente della Confindustria, la totale indipendenza dai riferimenti politici e culturali che sono alla base del sostegno al governo tecnico, devono essere elementi costituenti di una nuova fase sindacale. Una fase nella quale la ricostruzione del conflitto assieme a quella di una piattaforma alternativa generale che lo sostenga ed estenda, devono muovere assieme.

    Tutto questo impone una svolta radicale nelle scelte e soprattutto nelle modalità di iniziativa della minoranza congressuale-area programmatica 'La Cgil che vogliamo'. Quest'area è da un anno in evidentissima crisi politica e operativa e questo perché non è mai stata in grado di contrastare davvero le scelte prevalenti in Cgil. Il punto centrale della crisi dell'area è che la forza dell'offensiva liberista del padronato e governo impongono ai dissensi di trasformarsi in scelte operative nella vita della Cgil, oppure di essere ininfluenti. Per questo proponiamo a La Cgil che vogliamo di organizzarsi come opposizione, a partire dai luoghi di lavoro, in tutta la Cgil.


    9. La nuova opposizione in Cgil dovrà necessariamente aprirsi a tutti i movimenti, a tutte le forze sociali e sindacali organizzate che lottano contro il governo Monti e contro tutte le logiche che lo ispirano. La ricostruzione dell'unità con Cisl e Uil va nella direzione opposta a quanto è necessario. E non perché queste organizzazioni non possano risentire della crisi di risultati che oggi colpisce tutto il sindacato. Ma perché non è possibile separare la battaglia generale da quella nei singoli luoghi di lavoro, quella contro Monti da quella contro Marchionne con cui invece Cisl e Uil collaborano. La prima unità da costruire è dunque quella con tutte le forze del conflitto sociale, superando inutili barriere con i movimenti e pure con il sindacalismo di base, anche esso oggi in grande difficoltà. Oggi non esistono forze e movimenti autosufficienti e invece è indispensabile che tutte e tutti coloro che intendono lottare contro la linea Monti/Marchionne trovino punti, momenti e iniziative comuni.


    10. La nuova opposizione in Cgil dovrà elaborare una piattaforma alternativa alle politiche economiche degli ultimi trenta anni, fondata prima di tutto sul rifiuto delle politiche europee di austerità e rientro dal debito. Questo rifiuto è decisivo anche per non lasciare il campo alle forze della destra populista e xenofoba per difendere davvero la democrazia.

    Una piattaforma per il lavoro e la dignità di fondata sui beni comuni, sulle nazionalizzazioni e sul controllo del mercato, sull'eguaglianza sociale e la lotta alla precarietà. sul potere contrattuale dei lavoratori, sull'aumento dei salari, sul diritto al reddito e sulla riduzione degli orari. Questa nuova piattaforma che rompe con trenta anni di pratiche concertative, sarà frutto sia della elaborazione comune delle strutture e dei militanti sia delle lotte concrete,che spesso individuano obiettivi, percorsi,modalità di lotta che fanno fare passi avanti decisivi. Nel suo passato migliore la Cgil ha sempre saputo imparare dalle lotte e rinnovare con esse le proprie pratiche.

    11. La crisi economica è crisi della democrazia. Per questo la nuova opposizione in Cgil dovrà considerare la ricostruzione della partecipazione e della democrazia, nella stessa vita all'interno dell’organizzazione, come un proprio punto identitario. Bisogna rompere con le pratiche autoritarie che si diffondono in tutto il corpo dell'organizzazione, con la delega assoluta ai gruppi dirigenti, con la marginalizzazione della diversità e del dissenso. Una democrazia partecipativa radicale deve essere oggi praticata nella Cgil, così come in tutte le attività politico sociali.

    La burocratizzazione e la spoliticizzazione dell'attività sindacale, sempre più trasformata in attività di consulenza e servizio, va sfidata e combattuta. A partire dai luoghi di lavoro la nuova opposizione organizzata in Cgil dovrà rivendicare e affermare il sindacato della democrazia e del conflitto, creando spazi, confronti, pubblica comunicazione. IL mondo del lavoro deve sapere che c'e in campo l'opposizione in Cgil.

    Roma, 3.2.2012

    OPPOSIZIONE A MONTI,OPPOSIZIONE ORGANIZZATA IN CGIL - La CGIL che vogliamo.
    VOTA NO AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE
    UN NO COSTITUENTE PER LA DEMOCRAZIA CONTRO L'AUSTERITA'
    http://www.sinistraitaliana.si/ - http://www.noidiciamono.it/

 

 

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