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    Predefinito Re: Prose cattoliche romane integrali

    La strobosfera n. 13: religioni nate in un’alcova, antichi forum e un promemoria sul 20 settembre



    di Piergiorgio Seveso

    Religioni nate in un’alcova

    Anche la Strobosfera, subissata dagli eventi sia librari che mondiali di questi giorni ha rimandato la sua uscita.

    Poco male,dico io e probabilmente lo diranno anche molti di voi.

    Abbiamo assistito in questi giorni a sdilinquimenti sentimentali sull’anglo-tedesca sovrana pacificamente deceduta non solo in tutto l’orbe terraqueo televisivo ma anche in molti ambienti c.d, tradizionalisti e tutto questo lascia attoniti.

    Una premessa: il dovere di essere di essere dissonanti, cacofonici, smisurati, polemici, anche vagamente vandalici e luddisti che è certamente un segno distintivo del cattolicesimo integrale oggi non può essere confuso con la cafonaggine sistemica, con l’ignoranza crassa e compiaciuta, con l’approssimazione polemica, con la mancanza di carità in radice.

    Ci vuole metodo, misura, buon senso: pregare per tutti e distinguere con forza per evitare omologazioni ed equivoci.

    Non vorrei che questo mio discorso fosse preso come un elogio insipido e banale del giusto mezzo.

    Esiste un solo giusto mezzo che è la cattolica dottrina: installati in questo poderoso Centro (che non è quello di Casini, Follini, Tabacci e Rocco Tarocco Buttiglione), si procede di conseguenza.

    Assicurandosi con vigilanza e attenzione, con fiducia non cieca ma nemmeno con estenuazioni dubitose, di esservi insediati, si deve agire con tutta la forza, la passione, l’impetuosità e la vis polemica necessarie, senza mai abbandonare le due stelle polari della Carità e della Giustizia.

    Non ci riferiamo solo a quella religione nata in un’alcova (peraltro piuttosto trafficata) di Enrico VIII e di cui Elisabetta II era Papessa ma a qualcosa di nettamente più articolato e profondo.

    Non si tratta infatti di una nonna che muore (tutti siamo inteneriti da una nonna che muore) ma di uno dei più grandi rappresentanti di un’agenzia di sovversione mondiale, operante da secoli. Come dicevo recentemente alla giornata radiospadista di Rubiera: Parigi, Londra, Amsterdam, Washington, New York (per tacere di San Francisco) sono diventate nel corso dei secoli le nuove rappresentazioni di Babele.

    E come a Sodoma e Gomorra (in questo caso Londra) vi erano dei giusti cattolici recusants o convertiti, alcuni dei quali con tanta perizia, attenzione e sensus catholicus l’amico Luca Fumagalli ha analizzato nel suo poderoso saggio “Dio strabenedica gli inglesi” (Edizioni Radio Spada, Cermenate, 2021), non per questo Sodoma e Gomorra cessarono di esser tali.

    Possiamo aspettarci quindi gesti di profondo ossequio da modernisti indifferentisti, da conduttrici bamboleggianti di talk show, da legittimisti ubriacati dal bagliore di una corona usurpata, da esteti ammirati dai piviali del pupazzismo anglicano, da conservatori tutti a attenti ad attenuare, diluire, baulizzare il dissenso per frenare un fantomatico Kaos di cui essi stessi sono i primi esponenti e di cui (si spera) saranno le prime vittime ma NON da cattolici integrali o fieramente tradizionalisti.

    Noi con Maria Tudor la Cattolica osserviamo un mondo lontano, con distacco, con pietas, con la speranza di un ritorno alla vera Roma, per quanto usurpata ed eclissata dall’eresia.

    Antichi forum

    Può sembrare incredibile ma vi fu un’epoca in cui Internet era sigillato in un forziere domestico cui si accedeva tramite linea telefonica fissa, nel chiuso delle quattro pareti di casa. SI entra in quel regno cartonato e misterioso con un modem sibilante e lentissimo. In quell’epoca (pre social e quasi pre blog) il tradizionalismo su web era rappresentato da qualche rado e scarno sito e dai forum di discussione.

    Ebbi la ventura, anzi meglio, la Grazia di poter collaborare attivamente all’unico forum spiccatamente e marcatamente tradizionalista e sedevacantista (sedeprivazionista direbbero quelli che hanno letto Introvigne) ovvero “Tradizione cattolica” su Politicaonline.com (poi Pol.net, poi Politica in rete e ora Termometro politico) che esisteva nella rete italofona.

    Per un arcano mistero dell’epoca vi si accedeva ordinariamente con nicknames e con un’immagine di profilo chiamata “avatar”: quando fu il turno di scegliere il mio nome divenni senza alcuna remora “Guelfo nero” e scelsi Francisco Pizarro come immagine che mi rappresentasse.

    Avevo scelto già allora figure e immagini di “sparafucile” chiaroscurali e largamente imperfetti, evitando soprannomi troppo impegnativi ed altisonanti.

    Fondato nel 2000: ebbe come primi animatori, fondatori e moderatori i benemeriti Bellarmino (già impegnato nell’ottimo e sfortunato Sodalizio cattolico del 1996) e Lotario.

    Fu un luogo incredibile e meraviglioso di approfondimenti: tutto quello che poi si sviluppò nel web era presente in nuce in quelle pagine. Agiografia, arte cattolica, liturgia, poesia e letteratura, revisionismo storico, glorie del Papato, glorie del cardinalato, notiziario su conferenze e iniziative, dibattiti anche sanguinosi sulla crisi della Chiesa: tutto passava di lì, tutto doveva passare di lì.

    Si correva a casa alla sera con trepidazione, con ansia gioiosa per vedere che cosa fosse stato scritto, che cosa rispondere, che cosa approfondire e…che cosa censurare.

    Ci si ritrovava tra amici, affratellati dalle buone battaglie e ancora spesso ci si ritrovava dal vivo con divertimento, con sorpresa, con gioia (ricordo ancora come una rarissima vacanza “speciale” una gita con Ludovico Van a Ferrara nel 2004) o una visita a Firenze con Sursumcorda nel 2005.

    Dal virtuale al reale nacquero comitati, coordinamenti cattolici (tra cui quello ambizioso ed effimero del 2003) e centri studi locali (tra cui il benemerito “San Giovanni Battista” poi “Papa Leone X” fondato dall’amico fiorentino Sursumcorda nel 2005)

    Erano gli ultimi anni del regno wojtyliano e le polemiche erano sempre aspre, ancor più feroci divennero con l’arrivo del “restauratore del modernismo” Joseph Ratzinger.

    I protagonisti di quegli anni furono molti, per non far torto a nessuno preciso che citerò solo alcuni dei loro nicknames: CM814, Adsum, Ludovico Van (poi Timoteo), Padus, Zena, Patriota, Francodamiani, Martha, Italiano, Agape, l’indimenticato Cariddeo, Tesista, Robdealb91, Gio91, Sursumcorda, e ovviamente l’inseparabile Luca.

    In quegli anni il forum subì anche duri attacchi su vasta scala da piccole congreghe di conservatori, in grande orgasmo per l’elezione del Bavaro.

    Tutto fu tentato:; frode, calunnia, minaccia, grida manzoniane affisse ai muri dell’Università Cattolica di Milano, eppure ”Tradizione cattolica” resistette, continuò a vivere, pur tra dissensi e scissure, e approdò al nuovo decennio.

    Intanto la storia si snodava, nascevano nuovi luoghi di discussioni virtuali forse più attraenti, forse più pratici, forse più dinamici di fora verbosi e un po’ “lenti”.

    Nasceva anche Radio Spada e quel forum si univa naturalmente in una sorta di nozze mistiche col nuovo Blog e la nuova casa editrice: anche gli interventi si facevano più radi, la passione andava scemando.

    Anche se il forum veniva custodito con costanza e martellante puntualità dal carissimo Holuxar, si percepiva che quell’epoca stava finendo.

    Ora quel luogo telematico esiste ancora, aggiornato con continuità e cura da noi, come un giardino d’inverno, come si farebbe con certe macchine d’epoca custodite in garage, lavate e lucidate per qualche raduno: rimane come testimonianza, gloriosa, di una stagione di grandi slanci e di generoso impegno laicale.

    Come scrissi nella postfazione di “Non possumus” di Pietro Ferrari (Edizioni Radio Spada, Cermenate)

    il 22 agosto 2015:

    Permettetemi in questa sede di ringraziare tutta quella brava e buona gente (anche se talvolta necessariamente un poco squinternata: i “matti di Dio” del ventunesimo secolo) che in questi tanti anni, soprattutto in quella terra di nessuno che era il vecchio web, ha testificato, attraverso dotti commenti, battute caustiche, veementi polemiche e contrapposizioni forti, la dolorosa necessità di questa posizione teologica. E l’ha fatto spesso sacrificando tempo, vita, affetti, amicizie consolidate, fama e buon nome: studiando sulla tastiera, piangendo sulla tastiera, soffrendo sulla tastiera, pregando sulla tastiera e con la tastiera. Una piccola “massa cristiana” di cattolici integrali, buoni e cattivi, santi e malfattori, dabbene e marginali, che ha “colonizzato” il web, costringendo gli altri a rincorrere, a contrastare, a ri-studiare o a lanciare fatwe da osteria. E nessuna lettera, anche scritta sulla tenue e sfuggente lavagna virtuale, è andata perduta.

    Un promemoria sul 20 settembre

    Spesso anche tra la composite fila del c.d. tradizionalismo serpeggiano confusioni e incongruenze nella ricostruzione storica del periodo risorgimentale (e devo dire con costernazione persino sulla storia del modernismo ma ne riparleremo) ma, cadendo in questi giorni l’”orribile anniversario” della breccia di Porta Pia e della soppressione dello Stato pontificio, mi sembra giovevole ricordare alcune semplici evidenze storiche ai nostri lettori.

    Il cosiddetto “Risorgimento”, oltre ad avere impastato insieme, in una folle alchimia politica, popoli dalle storie, dalle lingue, dalle tradizioni e dai caratteri diversi, è stato condotto essenzialmente contro due obiettivi principali: contro la Chiesa cattolica, i suoi diritti, le sue prerogative, la sua Libertà e contro i popoli italiani, le loro tradizioni, i loro usi e costumi, quell’antico sistema di libertà e guarentigie locali che garantiva ad ognuno uno spazio piccolo o grande, all’interno di una società coesa e veramente organica.

    Le forze che infatti volevano Roma, non la volevano certo per farne la capitale di un mediocre staterello mediterraneo in balia delle potenze (quale è stato l’Italia, malgrado tentativi imperiali nella prima metà del Novecento) ma la volevano per continuare un’intensa opera di scristianizzazione e laicizzazione della società. A questo assalto Pio IX saggiamente rispose con la denunzia della sua prigionia e con il “Non expedit”, ovvero con tutte le misure di arroccamento e profilassi che una societas perfecta poteva e doveva mettere in campo e con una “cultura dell’assedio” che era constatazione di una realtà. L’assedio continuò anche dall’interno, prima attraverso un acquiescente clero liberaleggiante e incline alla “Conciliazione” negli anni ottanta e novanta del diciannovesimo secolo (ricordiamo gli episcopati di Bonomelli, Scalabrini, Nazari di Calabiana e altri ancora), poi attraverso il sottile veleno dell’invasione modernista negli anni dieci (sempre attraverso episcopati ora deboli, ora compiacenti come quelli, ad esempio, di Maffi, Radini Tedeschi o Ferrari a Milano), poi ancora attraverso una seconda ondata neomodernistica degli anni quaranta e cinquanta del Novecento (tipica di un certo episcopato francese, tedesco e genericamente mitteleuropeo), intronizzatasi stabilmente negli anni Sessanta in Vaticano.

    Come già scrissi una volta: l’invasione territoriale dei Lamarmora e dei Bixio precedeva e gettava le basi di quella teologica dei Roncalli e dei Montini, avvenuta molti e molti decenni dopo.

    Aver pose tardo patriottarde (da boomer che ha fatto il servizio militare) non giustifica né la miopia dei saggisti, né la timidezza degli animatori culturali né il silenzio interessato dei politicanti da strapazzo. E beninteso: Viva il Papa Re!

  2. #272
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    Predefinito Re: Prose cattoliche romane integrali



    La Strobosfera n14: urne e sogni infranti. Entrare nella stanza dei balocchi: un elogio di don Nitoglia
    di Piergiorgio Seveso

    Urne e sogni infranti

    Conclusosi in fretta e fortunatamente il funesto gloglottare dei tacchini nella competizione elettorale delle terre italofone, ci si aspetterebbe dalla Strobosfera un’analisi o perlomeno un commento.

    Non lo faremo in senso proprio perché tecnicamente siete già ampiamente circondati da universale pletora di volenterosi commentatori ma ci permetterete di constatare il fatto che molti sogni, molte chimeriche ambizioni si siano infrante sul gelido muro di un corpo elettorale ora ributtante, ora immemore, ora privo di nerbo e volontà.

    La poltiglia sociale chiamata alle urne consegna queste terre ad un modesto governo “conservatore” perfettamente allineato alle logiche europeiste, atlantiste, probabilmente tecnocratiche del precedente “dragonico” e senza nemmeno quelle “amene” note di folclore della pornocrazia e del dilettantismo berlusconiano.

    I defensor Fidei in trentaduesimo, i baciatori di rosari a sbafo, i velleitari di una “nuova Europa” che tanta visibilità e tanto batter di cuori e inumidir di ciglia avevano prodotto nella scorsa legislatura appaiono ridimensionati e quasi compressi in un angolo.

    Giusto premio per tanta improntitudine, sicumera e lombarda tonteria prima e per tanta ondivago e trasformistico “senso dello stato” poi.

    Se quindi l’ex capitan Salvini paga il fio di tante volubili trasformazioni, appare però evidente che il “fronte alternativo” che in due anni e mezzo di “dittatura sanitaria” mondiale e strapaesana non è riuscito a creare nulla di unitario, di significativo, di incisivo, di realmente pericoloso per i Mangiafuoco incappucciati delle segrete stanze.

    La buona volontà e la generosità di taluni ha dovuto far i conti coi velleitarismi, i personalismi alllucinatori di tanti, di troppi primattori e capocomici ma anche con la memoria a cortissimo raggio dell’orribile “popolo sovrano”, come sempre dedito allo schiamazzo, alla momentanea mormorazione, alla cagnara sentimentale ma assai poco concreto e continuativo.

    VI prego e ve lo dico col cuore: lasciate perdere e ve lo dice uno che ha guadagnato sul campo i galloni dell’esperienza nel micropartitismo e della “politica come testimonianza”, lasciate perdere, lasciate cadere nei pitali del nulla certi proclami roboanti e gli “abbiamoiniziatounpercorso”, i “simparadallesconfitte”.

    Dalle sconfitte non si impara nulla, al massimo si impara a starsene a casa la sera.

    Ora certamente, nel continuo pendolarismo di un certo modus agendi dei “nostri” commentatori, vedremo nuovi allineamenti meloniani e il continuo proiettare di sogni, elucubrazioni da scrittoio, fini analisi politiche alla bagnacauda o alla “polenta e osei” sull’azioni del nuovo esecutivo.

    Inutile dire come l’entrismo (specie se rimane negli androni e nelle anticamere insieme agli ombrelli fradici e ai cappotti) ben prima che spregevole, risulti inutile.

    “Entrare nella stanza dei balocchi”: un elogio di Don Nitoglia

    Non tragga in inganno il precedente passaggio della Strobosfera: se giocoforza dobbiamo occuparci delle questioni di attualità e di interesse generale, lo facciamo come se ci prendessimo una vacanza, come se ci allontanassimo brevemente dai luoghi abitualmente vissuti e frequentati per poi ritornarci precipitosamente.

    Dove? Nelle piccole e scalcinate periferie ecclesiali dell’integrismo (che in una sorta di inevitabile riorientamento gestaltico diventano il centro irradiante di Tutto), per inseguire ombre nella notte, preparare agguati, tendere trappole, in un grande contorno di facce patibolari, mezzani, tenutari, lacchè fanatizzati e gangsters.

    E proprio per ritornare e per lasciare un segno ad futuram memoriam rei, vorrei approfondire l’opera di un noto scrittore e apologeta “tradizionalista”.

    Non perché sia nostro autore e nemmeno perché sia assiduo frequentatore delle giornate radiospadiste ma mi piace condividere un mio giudizio su Don Curzio Nitoglia.

    E’ evidente che don Nitoglia ed io su tantissimi argomenti possiamo essere d’accordo ma quando ci addentriamo nell’ecclesiologia, nell’analisi del cosa è avvenuto dopo il 1958, divergiamo radicalmente. Lo abbiamo dimostrato entrambi e con passione nelle ”giornate radiospadiste”, lo testimoniano i molti scritti critici del suo pensiero di cui ho disseminato e fatto disseminare la Rete negli anni passati. Rimane però un punto fondamentale per cui ho profondo rispetto per l’opera sua.

    Don Nitoglia non si accontenta delle elaborazioni altrui, dei “punti fermissimi”, delle fossilizzazioni polemiche, delle “messe cantate” dell’integristicamente e del tradizionalisticamente corretto, dei “catechismi fatti in casa”, dei “santuari inviolabili”. Don Nitoglia entra nella “stanza dei giocattoli” altrui, cambia le posizioni degli oggetti, li rovescia, spariglia le carte. Legge, indaga, studia, “volgarizza”, spiega, riapre quel che sembra chiuso, semina dove magari altri hanno coperto il terreno col catrame.

    Radio Spada e l’autunno

    Le stagioni che cambiano per definizione segnano una specie di transumanza nel cammino di una casa editrice come la nostra. Nuovi progetti, nuovi percorsi (di cui sicuramente siete informati), nuovi libri, nuove polemiche ma in fondo, che farà Radio Spada?

    Forse vi sorprenderà la risposta che in fondo, come il refrain di un’antica e bella canzone, si ripete: nulla che non abbia già fatto sinora.

    Continuerà a tenere al centro di tutto l’analisi della “rivoluzione conciliare”, della crisi dottrinale ed ecclesiale, fonte di ogni altra crisi, matrice di ogni sovversione e perversione dei cuori e delle menti. Lo farà senza mettersi giacche e cravatte da “impiegati della Tradizione”, senza “ma noi c’eravamo prima o da prima”, senza stilare prescrittive o proscrittive liste di “buoni e cattivi”, senza portare un ulteriore contributo entropico all’ampia degenerazione del nostro mondo “resistente”: lo farà anche senza inseguire mode transeunti o personaggi del momento (beninteso dando spazio a tutto ciò che accade), senza masaniellismi inutili, senza attivismi sconclusionati e ossessivi, senza mai metterci pennacchi in testa che certamente ci avrebbero attirato consensi (e fatevelo dire da uno che di pennacchi se ne intende, eccome) ma che avrebbero distratto dall’unum nerecessarium della nostra azione.

  3. #273
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    Predefinito Re: Prose cattoliche romane integrali

    La strobosfera n.15: il senso della nostra battaglia, l’arte di Giovanni Gasparro, l’unicum di Radio Spada



    di Piergiorgio Seveso

    Il senso della nostra battaglia

    Spesso quello che diciamo e facciamo viene spacciato in modo spicciolo come mera “opzione tradizionalistica”, come uno scegliere dettato da gusti o attitudini psicologiche aspetti del cattolicesimo che verrebbero da noi ipostatizzati. Si tratterebbe in ultima analisi di un “picking cherries”, di un cogliere ciliege, quelle più vicine o più comode o più mature.

    La realtà è invece assai più drammatica e abbraccia in sé tutta la nostra esistenza.

    Come mi è capitato talvolta di dire: immaginatevi di essere nella quiete della vostra casa, un Palazzo, una vecchia casa signorile, ordinata, moderatamente impolverata ma pulita. Anche la più piccola cosa ha la sua posizione, un quadro, un marmo, un abat-jour, una decorazione ornamentale, un animale impagliato: tutto è al suo posto, da sempre.

    Ebbene una notte, mentre dormite tranquilli, un branco di predoni, di ladri, di assassini, di tagliagole, da qualche porticina lasciata inavvertitamente aperta e inopinatamente incustodita, entrano nel vostro palazzo. Qualcuno della servitù viene ucciso con il padrone di casa, qualcun altro bastonato, qualcun altro brutalizzato e voi, uno dei figli, con i pochi vostri famigliari e altri servitori fedeli, quasi per miracolo, riuscite a rifugiarvi in un’ala del Palazzo praticamente inaccessibile per i ladroni, una specie di cantina-dispensa semi-sotterranea, senza vie d’uscita e con una sola via d’accesso.

    Impossibile chiedere soccorso: il Palazzo è unico, isolato, fuori dal mondo, da quel momento quella cantina, quell’interrato diventano la vostra casa, ciò che del Palazzo rimane nella disponibilità dei legittimi proprietari. Superato lo sconcerto, il senso di nausea violentissimo, l’angoscia che toglie il respiro, incominciate a sentire quel normale odore di cantina, fatto di umidità e qualche muffa, che sarà l’aria che respirerete, insieme a quella che arriva dalle grate ferrate delle piccole finestre.

    Intanto udite ora in lontananza, ora con la veemenza di un ruggito cavernoso, i rumori dei “Nuovi padroni” del palazzo che spostano, spaccano, bruciano le suppellettili, staccano gli arazzi, fanno strage dei libri della vostra biblioteca, abbattono le statue, danno fuoco alle vecchie sedie per scaldarsi, ridono, fanno ampi bagordi e orge, sfruttando le altre cantine e saccheggiando i forzieri e da ultimo parlano, parlano, parlano continuamente, inebriati dal successo della conquista e del saccheggio.

    Come quando si entra in una stanza buia e piano piano le cose ritrovano i contorni, vi accorgete che un po’ di gente della casa si è rifugiata con voi, si è nascosta con voi in quel luogo sicuro, inaccessibile, inespugnabile e di tanto in tanto qualcun altro arriva, pesto, digiuno, con i vestiti stracciati, qualcuno che è miracolosamente sfuggito ai ciurmadori.

    Da quel momento l’unico orizzonte fisico ed esistenziale è quello di questa cantina seminterrata: impossibile tentare una “riconquista”, “quelli là” sono armati fino ai denti e pronti a qualunque cosa e voi siete pochi e male in arnese.

    Certo, i veri titolari del Palazzo siete voi ma questa titolarità è impossibile da esercitare e persino da dimostrare: si possono certamente tentare sortite, tramortire qualche scherano isolato, recuperare vettovaglie senza farsi troppo notare, liberare qualche schiavo della famiglia ma nulla di più.

    Come dico SEMPRE solo i racconti immaginifici, in questi tempi di universale oblio della ragione e manomissione violentissima della natura umana, riescono a dare pieno gusto e a far assaporare il senso e il giusto di una battaglia.

    Questa è la condizione oggi del cattolico tradizionalista (o se vogliamo “integrale” che forse rende con maggior pienezza il senso di ciò che facciamo), una condizione di minorità, di sostanziale acefalia, di naufragio sociale (al di là delle patetiche suggestioni di insorgenza di taluni predicatori o “intellettuali” del nostro piccolo mondo), una condizione generale di spossessamento e spaesamento rispetto l’”occupante modernista” che col “concilio vaticano secondo” ha generato la più sorprendente sostituzione che la storia umana abbia mai visto.

    Non è un gioco, non è una storia horror per farne un film per Italia1 ma è la nostra vita di ogni giorno.

    L’arte di Giovanni Gasparro

    Non è mistero che io abbia stima e ammirazione per l’arte di Giovanni Gasparro Gliela rinnovo in questa rubrica, riverdendo una passione e una considerazione che ho giù espresso in molte sedi.

    Fuor di ogni artifizio retorico, fuori di posa encomiastica,il Gasparro rappresenta oggi, specie nei suoi quadri più felici, la punta di diamante per la rinascita di una arte figurativa sacra nelle nostre terre. In mezzo ad un deserto di raccapriccianti deformazioni postmoderne e di brutture pastellose e insignificanti, il Gasparro ci riporta alla purezza, al recupero del centro dell’arte tardo rinascimentale e barocca, ovviamente riattualizzata e rivitalizzata nelle concezioni e anche negli estri di un pittore contemporaneo. In questo pieno ritrovarsi della corporeità nella sua traboccante pienezza ma trasfigurata dalla Verità cattolica, vediamo una pista valida per la restaurazione dell’arte sacra, anch’essa immeschinita e imbrattata dalla rivoluzione conciliare, quando sul mondo saranno tornata a brillare come sole radiante le chiavi petrine.

    Non sono queste (per fortuna mia, vostra e del Gasparro) le parole di un critico d’arte ma di franco sodale nella buona battaglia. E’ quindi con questa profonda stima, con ammirazione fanciullesca di fronte alle meraviglie dell’Arte, con cordiale amicizia, arricchita da amene e al contempo profonde conversazioni e condivisioni negli anni delle prove e delle sanguinose battaglie, che vergo queste righe nella Strobosfera.

    L’unicum di Radio Spada

    Anni fa un tizio che mi intervistò con dovizia di dettagli e poi ritirò l’intervista, come una Maddalena pentita da burletta o una Donna Violante mistico-sensuale nei film di de Sica, disse che noi dicevamo “le stesse cose degli altri”.

    Si sbagliava di grosso: Radio Spada (sia come blog che come casa editrice) svolge, con le sue peculiarità e i suoi limiti, un ruolo unico all’interno della schieramento cattolico antimodernista (chiamatelo integrista o tradizionalista, son questioni importanti ma essenzialmente filologiche) di lingua italiana, sia contro i suoi nemici esterni (neomodernismo, liberalismo, massonismo, genderismo, sovversione genericamente intesa) e i suoi nemici interni (tradizionalismo degenere o spurio, rissosità entropica, microparrocchismo di ritorno caporionismo settario).

    Che questa unicità possa infastidire e produrre moti inconsulti di reazione ostile e a volte un generale ACCECAMENTO dei cuori e delle menti è comprensibile, lecito ma ma non accettabile, dal punto di vista della legittimità. Ci consola però pensare che accanto a odi inestinguibili, esacerbati e forse anche inclini alla marcescenza, incrociamo grandi amori e affetti di amici e sostenitori che sono, accanto alla spinta sovrannaturale della nostra azione, il motore più potente e inesauribile di Radio Spada.

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    Predefinito Re: Prose cattoliche romane integrali

    La strobosfera n.16: nuova legislatura e totalitarismo liberale, sessant’anni di “Concilio”, Gomez Davila rivisitato



    di Piergiorgio Seveso

    Nuova legislatura e totalitarismo liberale

    Ci scuserete i consueti ritardi nell’arrivo di una nuova puntata di questa rubrica ma l’urgenza dell’attualità ci ha costretto a posticiparla: siamo però certi che sarete sopravvissuti a “tanta” orbata solitudine.

    Di solito i discorsi dei presidenti provvisori del Senato italiano sono un po’ come i discorsi di accettazione degli Oscar alla carriera nella fabbrica dei sogni (e degli incubi) hollywoodiana.

    Qualche grata banalità, vecchi arzigogoli da parte di protagonisti arzilli e canuti, qualche “saggio” consiglio e poi la politica politicante dei lenoni e delle peripatetiche passa subito ad altro.

    Non è stato esattamente così per il discorso “agghiacciante” della senatrice a vita (ridateci Trilussa!) Liliana Segre: l’aula “sorda e grigia” compatta nell’apprezzamento, fazzoletti per asciugare le umide ciglia, giornalisti in estasi e levitazioni multiple, barbuti e sulfurei presidenti entranti anch’essi egualmente grati e devoti alla “presidente morale” di tutti gli italiani.

    Quale debba essere l’attitudine di un cattolico che si dice e voglia essere (almeno) tradizionalista di fronte a questo mesto spettacolo mi pare evidente e rimarcabile senza soverchi giri di parole.

    Totale estraneità, totale misconoscimento dello sciorinamento valoriale eseguito dalla senatrice Segre, totale apotia ovvero non bere nemmeno una stilla dal poculum, dalla coppa avvelenata del totalitarismo liberale.

    La nostra libertà (che è la libertà del TUTTO) è ovviamente altrove, non ha rappresentanze nelle camere subalpine, non trova voce in questi esponenti del totalitarismo liberale, in questi incensatori di Astarte e Baal nel “Tempio della democrazia”, in questi azzimati cantori del feticcio della sovranità popolare, in questi cultori del Libro (che non è nemmeno una Bibbia fraudolenta e manomessa della Cei ma una costituzione falsa e bugiarda) e non trova nemmeno brandelli e lisi cenci di opposizione in questa nuova legislatura.

    Ma si sa, il “tradizionalista medio” (lo si dica anche con affetto verso tutti noi, imbarcati su queste sgangherate scialuppe della Fede cattolica romana) è un po’ come un buon cane: con qualche carezza ed una ciotola di croccantini (scaduti) si affeziona subito, si fidelizza nell’Infedeltà.

    Quasi sempre la realtà (che non è il realismo e nemmeno la realpolitik) si rivela più amara, crudelmente desertica, acuminatamente spigolosa e il sussiego tronfio di certi commentatori tradizionalisti si rivela vana sicumera, sgomitamento alla ricerca di inane visibilità, pittoresca costruzione di castelli di sabbia nelle spiagge vuote del fine stagione.

    E quando il nuovo presidente della Camera italiana (peraltro largamente migliore dei suoi predecessori ma in fondo ci voleva davvero poco) si inchina reverente a Bergoglio, “guida spirituale della maggioranza degli italiani” mostra tangibilmente l’afasia, l’indicibilità, l’impraticabilità assoluta del cattolicesimo integrale nelle aule parlamentari oggi.

    Per questo senza “rimboccarci le maniche” in svianti e ingannevoli collateralismi, senza nulla concedere ad un conservatorismo benpensante (che non ha nemmeno l’acutezza disincantata di Longanesi o la profonda onestà di Guareschi) e che non restaura il bene ma al massimo consolida il male come fatto compiuto, continueremo a costruire e seminare fuori dalla dittatura delle tre R (Risorgimento, Resistenza, Repubblica) la nostra Libertà che non è (e lo ribadisco per tutti i miopi di ritorno in questi anni di crisi vaticanosecondista) la libertà delle cappelle ma la Libertas Ecclesiae.

    Sessant’anni di Vaticano II: un piccolo promemoria

    Di fronte al “concilio vaticano secondo” ancora oggi c’è chi plaude ai cambiamenti, alle “variazioni” (avrebbe detto Romano Amerio, eminente storico della crisi della Chiesa nel “Post-Concilio”), considerandole provvidenziali e frutto di una continuità mutevolezza della Chiesa cattolica stessa, e quasi invocandone sempre di nuove e di ulteriori.

    C’è chi si ferma pensoso, condanna gli abusi maggiori, cerca di trovare scusanti o motivazioni per ciò che pare non avere senso, si affida a questo o quel gruppo, a singoli rappresentanti dell’Episcopato, per cercare di trovare un modus vivendi tra il cattolicesimo di sempre e le degenerazioni dell’oggi.

    C’è chi disgustato e ferito da certe prese di posizione e da certi gesti, rifiuta in tronco la dottrina e funzione redentivi della Chiesa, ritenendo quasi questi ultimi decenni il disvelamento di una falsità congenita nell’istituzione stessa e nel figura del stessa del suo Divino Fondatore.

    C’è chi invece (ed è anche il sommesso ma chiaro parere di chi scrive) ritiene che quello avvenuto nel 1962-65 sia stato storicamente la Rivoluzione all’interno della Chiesa stessa, ossia un evento traumatico e violento che ha di fatto tentato (e ad uno sguardo esteriore c’è riuscita) di inserire all’interno del Magistero della Chiesa dottrine, ideologie, attitudini e comportamenti che non solo le sono sempre stati estranei ma che contraddicono ciò che nella Chiesa si è sempre creduto, tenuto, predicato e fatto.

    Il “Concilio vaticano secondo” non ha quindi portato a termine un aggiornamento, adattando antiche formule ad una forma più attuale e interessante per l’uomo moderno ma ha, di fatto e di diritto, rivoluzionato e adulterato una corretta concezione della Chiesa in relazione a sé stessa, alla società in cui si trova ad operare, alle altre religioni (in special modo i sedicenti “grandi monoteismi”), alla propria liturgia, all’interpretazione dei testi sacri.

    Durante“il concilio” una minoranza di vescovi progressisti, sostenuti da Giovanni XXIII prima e da Paolo Vi sia riusciti a mettere in scacco una forte maggioranza di vescovi legati alla Teologia Cattolica e non alle concezioni rivoluzionarie dei teologi novatori (i padri Congar, Rahner, Chenu e altri ancora)

    Tant’è che non a torto si parla di una condotta apertamente golpistica tenuta dagli episcopati progressisti all’interno del concilio.

    Molti hanno analizzato i grandi errori dogmatici del “Vaticano II” (tra cui spicca certamente l’eresia della “libertà religiosa”, già condannata da Pio IX, e presente invece in “Dignitatis Humanae”, l’eliminazione del Deicidio in “Nostra Aetate”, la radicale mutazione della concezione della Chiesa e del Primato pontificio in “Lumen Gentium”, lo scardinamento della posizione della Chiesa nella società in “Gaudium et spes”, l’abuso del ruolo del laicato in “Apostolicam actuositatem”)

    In ultimo al “Concilio” è seguita (e come in ogni rivoluzione le conseguenze travolgono anche le più miti premesse) una radicale riforma della Santa Messa, tale da mutarne radicalmente struttura, natura e finalità. (trasformando il severo Sacrificio della Messa in latino in un ritrovo conviviale in lingua quotidiana, spesso di dubbio gusto e con notevole predisposizione all’invenzione liturgica).

    Per tacere della riforma dei rituali e del nuovo “codice di diritto canonico”del 1983 (anch’esso figlio del “Concilio”).
    È evidente che l’obbedienza al magistero della Chiesa per un cattolico è essenziale ma quando risulta evidente alla ragione, al cuore, soprattutto al sensus Fidei, un generale processo autodemolitivo della Chiesa), la palese trasformazione della Chiesa, società perfetta, autonoma e sovrana, finalizzata alla Redenzione degli uomini, in un mero ente filantropico, debole e spesso prono nei confronti di certi poteri e di certe idee, il cattolico ha il dovere di essere pienamente cattolico, allontanandosi moralmente e fisicamente dall’errore e da chi lo insegna.

    Gomez Davila rivisitato

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