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Discussione: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

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    Predefinito EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    Pubblichiamo in versione integrale corredata da note il noto capolavoro di Edmund Burke, "Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia" (Londra, 1790), testo imprescindibile per ogni conservatore.
    Ogni parte (in colore blu) è seguita dal relativo commento di FalcoConservatore.






    EDMUND BURKE


    RIFLESSIONI SULLA RIVOLUZIONE IN FRANCIA



    Parte I



    Signore,
    Vi siete compiaciuto di chiedermi nuovamente e con certa sollecitudine, le mie opinioni intorno agli ultimi avvenimenti di Francia. Non crediate che io attribuisca ai miei pensieri una importanza tale da meritarmi di essere richiesto e interrogato intorno ai medesimi. Essi sono di troppo piccola importanza perché debbano venire esposti oppure accettati con soverchia sollecitudine. Se ho esitato a farveli conoscere allorché voi me ne avete richiesto la prima volta, ciò fu per riguardo a voi e a voi solo. Nella prima lettera che io ho avuto l'onore di scrivervi e che poi vi ho anche trasmessa, non mi fondavo su giudizi altrui, né pro, né contro; ugualmente in questa. Se commetto qualche errore, colpa mia. Ne è responsabile solamente la mia propria reputazione.
    Voi avrete veduto, Signore, leggendo la lunga lettera da me inviatavi, che (sebbene io abbia il più vivo desiderio di veder regnare in Francia uno spirito di ragionevole libertà e sebbene io pensi che secondo tutte le regole di una buona politica voi dovreste affidare ciò a un corpo permanente nel quale tale spirito risieda o ad un organo esecutivo per mezzo del quale esso trovi attuazione) tuttavia con sommo rammarico devo dire che nutro molti dubbi intorno a varie circostanze di fatto inerenti alle ultime vicende politiche del vostro paese.
    Voi pensavate, scrivendo la vostra ultima lettera, che io potessi essere annoverato tra coloro che hanno approvato i più recenti avvenimenti di Francia, come è accaduto in due Clubs londinesi chiamati Constitutional Society e Revolution Society che li hanno solennemente sanciti e suggellati.
    Io ho certamente l'onore di appartenere a più di un Club nel quale la costituzione di questo regno e i principi della nostra gloriosa rivoluzione sono tenuti in grande riverenza; ed annovero me stesso fra i più decisi difensori di questa costituzione per conservare i principi ai quali essa si informa nella loro massima purezza e nella loro piena efficienza.
    E’ appunto per questo mio deciso atteggiamento che desidero togliere di mezzo ogni equivoco. Coloro che hanno il culto delle nostre grandi memorie rivoluzionarie e che si sentono attaccati alla costituzione di questo regno hanno cura di non venire confusi con certuni che, protestandosi zelatori della rivoluzione come della costituzione, troppo di frequente si allontanano dai veri principi dell'una e dell'altra; o sono pronti in ogni occasione a dipartirsi da quello spirito tenace, cauto e deciso, che ha prodotta la prima e che sorregge continuamente la seconda.
    Prima ancora che io entri a discutere in merito ai problemi fondamentali proposti nella vostra lettera, permettete che io vi comunichi quelle informazioni che sono riuscito ad ottenere intorno ai deliberati di quei Clubs, che hanno creduto opportuno interferire ufficialmente quali enti collettivi, pronunciandosi in merito agli affari di Francia. Ma innanzitutto vi assicuro che io non sono e non sono mai stato membro di quelle società.
    Il primo di tali Clubs che si è attribuito il nome di Constitutional Society o Society for Constitutional Informations (o quale altro titolo si voglia) esiste, io credo, non più che da sette oppure otto anni. Deve la sua esistenza a un motivo lodevole in ragione che è ispirato da benefica intenzione. Questo istituto si è costituito per mettere gratuitamente in circolazione a spese degli associati un certo numero di libri che poca gente avrebbe voluto acquistare e che sarebbero rimasti per ciò nella bottega del libraio, a gran detrimento di questa utile categoria di commercianti. Che questi libri così caritatevolmente messi in circolazione siano anche stati letti con uguale spirito di carità, non potrei assicurarlo. Forse alcuni di essi sono stati esportati in Francia e al pari di altra mercé che qui non trova acquirenti, ha avuto invece nel vostro paese un certo mercato. Ho sentito molto parlare dei lumi che sarebbero scaturiti dai libri inviati laggiù. Quale pregio essi abbiano acquistato attraversando lo stretto (o se sia avvenuto di essi come di quei tali liquori che si migliorano durante il viaggio di trasporto in mare) non saprei dire; io però non ho mai sentito un solo uomo di criterio comune, che avesse un minimo di cultura, spendere una parola di lode per la più gran parte delle pubblicazioni messe in giro da tale società; e le voci sui vantaggi da essa procurati non hanno credito che tra pochi membri della società medesima.
    Pare che la vostra Assemblea Nazionale abbia concepita la stessa opinione mia nei riguardi di questo povero Club di carità. Come nazione, voi avete riservati i fiumi della vostra riconoscente facondia per la Revolution Society; quantunque a tale riconoscenza avessero avuto parzialmente diritto anche i signori della Constitutional, per esser giusti. Poiché voi avete voluto scegliere la Revolution Society per farne oggetto fondamentale dei vostri ufficiali ringraziamenti esaltatori, mi scuserete se io appunto muovo le mie osservazioni intorno alla condotta recente di quest'ultima.
    La Assemblea Nazionale di Francia ha conferito importanza a quei signori, nominandoli; essi ricambiano il favore operando come un'agenzia inglese per la divulgazione dei principi della Assemblea Nazionale. Per questo noi dobbiamo considerare quella gente come una categoria di persone privilegiate e membri non trascurabili del corpo diplomatico. La vostra è una di quelle rivoluzioni che hanno conferito splendore a cose oscure e distinzione di merito a valori sconosciuti. Fino a quel momento infatti io non ricordo di aver mai sentito parlare di tale associazione. E sono anche certissimo che essa non ha mai occupato per un solo istante il mio pensiero; né quelli, credo, di alcun'altra persona ad eccezione dei suoi affiliati. Sono venuto a conoscere, dietro inchiesta, che ricorrendo l'anniversario della Rivoluzione del 1688 un Club di dissidenti, di non so qual denominazione, ha avuto per lungo tempo l’abitudine di adunarsi in una delle sue chiese per ascoltarvi un sermone; e dopo questo gli associati, come avviene di solito in tutti i Clubs andavano a godersi la giornata all'osteria. Ma non ho mai sentito che in tali festini si siano prese formali deliberazioni inerenti ai problemi della vita pubblica, ai sistemi politici, e tanto meno al merito di costituzioni straniere. Se non che un bel momento, con mia indicibile sorpresa, vedo che quel Club assurge a una specie di pubblica dignità, inviando una espressione di plauso ufficiale a sanzionare gli atti della Assemblea Nazionale di Francia.
    Negli originari principi e nella condotta del Club, almeno per quanto viene dichiarato, non vedo nulla a cui si possa muovere eccezione. Credo molto probabile che nuovi membri siano entrati ad ingrossare le file con particolari finalità, e che alcuni cristianissimi politicanti di quelli che amano dispensare i benefizi ma nascondere la mano che li ha prodotti, abbiano fatto di quel Club uno strumento dei loro timorati progetti.
    Quali possano essere le ragioni che mi inducono a sospettare circa le manovre private di costoro, io non parlerò con sicurezza se non di quelle cose che sono di dominio pubblico.
    Quanto a me sarei spiacente si credesse che io sia direttamente o indirettamente compromesso in queste vicende. Certamente, secondo l'uso generale, io prendo la mia piena parte, in quanto sono un privato cittadino, nell'indagare ciò che è stato fatto o che sta per essere fatto sulla scena pubblica del mondo, cosi nei tempi antichi come nei moderni, sia nella repubblica romana come in quella di Parigi. Ma siccome non mi sento insignito di una apostolica missione e sono cittadino di uno stato singolo e mi trovo quindi vincolato dalla pubblica volontà di questo, io crederei, quanto meno, di commettere azione impropria e scorretta se volessi aprire una formale corrispondenza con il governo attuale di una nazione straniera, senza previa autorizzazione espressa del mio proprio governo.
    E tanto meno io vorrei impicciarmi in una tale corrispondenza sotto pretesto di enunciazioni fittizie, le quali potrebbero far credere ai profani che un appello cosiffatto sia opera di persone realmente investite di pubblica autorità sanzionata dalle leggi di questo regno ed autorizzate ad operare in qualità di enti organici rappresentanti una parte di esso. A motivo della ambiguità e della incertezza a cui si ispirava questa presentazione fraudolenta (e non per mera questione formale), la Camera dei Comuni avrebbe respinta qualsiasi petizione, fosse pure sopra un oggetto di importanza non trascurabile.
    Al contrario quella denominazione insincera è valsa presso l'Assemblea Nazionale di Francia a far sì che i battenti si aprissero per una accoglienza più cerimoniosa e decorativa di quanto sarebbe accaduto se l'intera rappresentanza ufficiale del popolo inglese avesse dovuto essere colà ospitata ed accolta. Se l'appello che la suddetta società ha creduto opportuno di inviarvi fosse stato semplicemente un brano di dissertazione teorica, importerebbe poco di conoscere il suo contenuto. Non aggiungerebbe e non toglierebbe niente a favore del partito da cui è scaturito tale appello. Ma qui si tratta dì ben altro. Si tratta di ciò che noi chiamiamo voto e risoluzione. In tal caso la forza di un tale documento consiste solo nel suo grado di autenticità ; ma in questo caso la semplice autorità degli individui è assai minore di quanto non sembri. A me pare che, comunque, la loro firma avrebbe dovuto essere annessa al documento. Così il mondo avrebbe avuto modo di conoscere il numero dei firmatari, la loro identità personale; e avrebbe potuto vagliare l'importanza delle loro opinioni secondo il grado di prestigio, di valore sociale, dì cultura, di autorità, che tali firmatari presentano ciascuno per sé. Quanto a me che sono un uomo di idee chiare e semplici, ho l'impressione che il contegno di quei tali signori sia fin troppo ingegnoso e sottile, avente tutta l'aria di uno stratagemma politico usato allo scopo di accrescere, con una qualificazione pomposa, importanza alle pubbliche dichiarazioni del loro Club; importanza che, a esame sostanziale delle circostanze di fatto, apparirebbe molto sminuita. Questo genere di politica somiglia molto alla frode.
    Tengo anch'io moltissimo, né più né meno che i componenti di quel Club, alla instaurazione di una libertà moralmente disciplinata; e anzi credo di aver portati buoni servigi a servizio di questa causa durante il corso intero della mia vita pubblica. E la libertà delle altre nazioni è per me oggetto di gelosia né più né meno che per i signori di quel Club.
    Ma non posso farmi avanti a distribuire lode o biasimo in ciò che si riferisce alle azioni umane, sulla semplice constatazione di un proposito privo di relazioni con la realtà sperimentata e campato sulla teorica nudità di una astrazione metafisica. Giacché proprio quelle relazioni (che certi signori trascurano di considerare) conferiscono ad ogni principio politico un suo tono particolare traducendolo in un effetto circostanziato. Sono appunto le circostanze di fatto quelle che traducono ogni schema di dottrina politica o in risultati benefici o in risultati nocivi per l’umanità.
    Da un punto di vista astratto si può dire che è buono tanto il principio autoritario del governo quanto il principio individuale della libertà. Ma, in norma di senso comune, avrei potuto io dieci anni or sono felicitarmi con la Francia per il suo governo (giacché allora un governo esisteva) senza accertarmi previamente in linea di fatto quale fosse la natura reale di questo governo e quale la sua struttura amministrativa? E posso congratularmi oggi con la stessa nazione a riguardo della sua attuale libertà?
    Forse per il fatto che la libertà (intesa astrattamente) può essere classificata tra i benefici dell'umanità, io sarei tenuto a felicitarmi con un pazzo fuggito dalla oscurità protettiva della sua cella, il quale in tal modo abbia riconquistata alla luce del giorno la libera disponibilità di sé stesso? E ancora dovrò rallegrarmi con un ladrone o con un assassino evaso dalla galera per il fatto che egli si è reintegrato nei suoi pretesi diritti naturali di libertà? Ciò equivarrebbe a rinnovare la scena dei criminali condannati al carcere, che vengono liberati dal metafisico eroismo del Cavaliere dalla Triste Figura.
    Quando io osservo l'idea della libertà tradotta in forza operativa, non posso fare a meno che riconoscere la potenza efficace di questo principio. E mi limito per ora a questa constatazione di fatto. Somiglia al primo momento di una fermentazione allorché si sprigionano selvaggiamente i gas. Per giudicare i risultati del fenomeno bisogna attendere che la prima effervescenza sia un po’ calmata, che il liquido ritorni trasparente permettendo di scorgervi qualche cosa di più che un semplice ribollimento di superficie. Allo stesso modo, prima che io possa felicitarmi pubblicamente con alcuno per un beneficio è ben certo che io debba preventivamente sincerarmi esser quel beneficio effettivo e reale.
    La adulazione corrompe al tempo stesso colui che la riceve e colui che la esprime; è deleteria moralmente ai popoli né più né meno che ai re. Per questo devo sospendere ogni espressione di compiacimento per la nuova libertà di cui gode la Francia fino a che io non abbia assunte informazioni sul modo con cui questa libertà è stata realizzata in rapporto alle funzioni del governo, agli strumenti della forza pubblica, alla disciplina dell'organizzazione militare, al sistema produttivo e distributivo della ricchezza sociale, ai principi della morale o della religione, alla tutela della proprietà, alle garanzie dell'ordine pacifico, alle modalità del vivere civile e sociale. Tutte queste cose in sé medesime rappresentano considerevoli valori; senza di esse la libertà non costituisce un beneficio sostanziale e non può avere lunga durata.
    L’effetto della libertà per gli individui è questo; che essi possono fare ciò che loro piace: noi dobbiamo aver modo di verificare quale uso praticamente essi facciano della libertà medesima, prima di arrischiare congratulazioni che possono ben presto esser trasformate in compianto. E' cosi che la prudenza ci consiglia di agire verso gli uomini, considerati come individui separati.
    Quando poi gli uomini agiscono come gruppi organizzati, allora la libertà si trasforma in potenza. La gente assennata non esprimerà il proprio giudizio in proposito senza aver vagliato preventivamente l'uso che si farà di questa potenza. Giacché l’uso di un potere nuovo in mano di persone nuove costituisce una grande incognita in quanto non si conoscono ancora i prìncipi, i caratteri, le disposizioni di questi individui e ben sovente coloro che figurano sulla scena come direttori del movimento sono invece rimorchiati da altri che rimangono nascosti.
    Ma tutte queste considerazioni non toccano la dignità trascendentale della Revolution Society. Mentre stavo alla campagna, donde ho avuto l'onore di scrivervi la prima volta, non avevo che una idea imperfetta delle attività di tale sodalizio. Ma appena ritornato in città mi sono procurato una informazione generale delle direttive a cui esso si ispira. Queste sono state pubblicate e rese note ufficialmente per ordine della società stessa: sono contenute in un sermone del Dr. Price, in una lettera del Ittica De la Rochefoucault e dell'Arcivescovo di Aix, oltre che in pochi documenti allegati. L'insieme di questa produzione, il cui disegno manifesto era di stabilire una connessione reale tra le cose nostre e quelle di Francia e di trascinarci ad imitare la condotta dell'Assemblea Nazionale, mi ha data un’impressione assai penosa.
    L'influenza di tale condotta sul potere pubblico, sulle condizioni del credito, divenne di giorno in giorno più evidente; e la forma della costituzione che si sarebbe stabilita divenne pure ad ogni ora più palese. Siamo oggi arrivati al punto da poter discernere con sufficiente chiarezza la natura verace dell'oggetto che ci viene proposto ad esempio. Se vi sono circostanze in cui la prudenza, la riservatezza e una certa dignità suggeriscono che si conservi il silenzio, ve ne sono altre nelle quali una prudenza di ordine superiore giustifica il fatto che si dia pubblicità ai propri convincimenti. Il principio della confusione che si è generata è in verità al presente abbastanza tenue; ma in Francia ne abbiamo visti di ancora più tenui acquistare improvvisamente una forza impreveduta, accumulare montagne su montagne e finire per dichiarare la guerra ai cieli.
    Quando la casa del vicino comincia a bruciare non è male che le pompe lavorino un poco anche sulla nostra. E' meglio peccare per eccesso di precauzione che andare in malora per aver nutrito troppa fiducia.
    Siccome la tranquillità del mio paese è cosa che mi sta a cuore sopra tutto, senza per questo che io trascuri di considerare ciò che riguarda le cose del vostro paese, io darò a questa comunicazione un'ampiezza maggiore di quanto non avevo precedentemente destinato di fare a soddisfazione soltanto della vostra richiesta. Ad ogni modo terrò sempre presenti gli affari che vi interessano e continuerò a indirizzarmi a voi. Permettendomi pure di proseguire nella forma di una conversazione epistolare, vi prego di lasciare che io esponga i miei pensieri ed esprima i miei convincimenti con quella libertà con cui essi si presentano alla mia mente, facendo poca attenzione alla forbitezza formale dell'eloquio.
    Comincerò col prendere in considerazione gli atti della Revolution Society, ma non mi limiterò a questi soltanto. E infatti come sarebbe ciò possibile? Mi sembra di trovarmi in mezzo ad una grande crisi, nella quale non è interessata solamente la Francia, ma l'Europa intera; e forse neppure soltanto l'Europa. Considerando tutte le circostanze, bisogna riconoscere che la Rivoluzione Francese è l'avvenimento più stupefacente che nella storia del mondo si sia mai prodotto fino ad ora. Le cose più sorprendenti sono state eseguite in parecchie circostanze con mezzi assolutamente assurdi e ridicoli, ed evidentemente con l'impiego di strumenti e di metodi spregevoli. Tutto sembra fuori di natura in questo strano caos in cui si mescolano leggerezza e ferocia, in questa confusione di delitti e di follie travolti insieme. Nella visione di questa scena tragicomica vediamo succedersi necessariamente conflitti di opposte passioni che talvolta si mescolano bizzarramente le une con le altre; il riso si confonde colle lacrime, lo scorno si mescola all'orrore.
    Tuttavia non si può negare che a taluno questo strano spettacolo appare da un punto di vista affatto differente, cosicché esso non ha ispirati altri sentimenti se non di esultanza ed estasi. Gente così fatta non ha visto negli eventi della Francia che una manifestazione gagliarda e affinata dello spirito di libertà; e nel complesso così concorde con i principi della morale umana e della pietà religiosa, da conformarsi non soltanto alla approvazione secolare di quei politici che fanno professione di machiavellismo, ma anche alla effusione di sentimenti devoti e di sacra eloquenza.
    Il 4 novembre ultimo scorso il Dott. Richard Price, ben conosciuto ministro di fede non conformista, predicava nella riunione dei dissidenti tenuta in Old Jewry, come sede sociale del suo Club, sfoggiando nella sua eloquenza un sermone di gusto veramente eccezionale. In esso si mescolavano le espressioni di alcuni sentimenti morali e religiosi indiscutibilmente buoni e bene manifestati, con una serie ben differente di opinioni e di riflessioni d'altra natura; ma l'ingrediente fondamentale di questa eterogenea composizione era la rivoluzione francese. L'appello che la Revolution Society ha lanciato all'Assemblea Nazionale per mezzo del Conte Stanhope trae indubbiamente origine dai principi di quel sermone ed è al tempo medesimo un corollario di esso. E' il predicatore medesimo che lo ha promosso. Gli ascoltatori che ne avevano tratta ispirazione entusiastica lo hanno adottato così come stava, senza sottoporlo a censura o a controllo, né espresso né implicito. Se tuttavia taluno dei signori che sono interessati in questa faccenda desidera far questione distinta del sermone così com'era, dai risultati che ad esso sono conseguiti, sa come deve fare per accettare rimo e disapprovare gli altri. Egli può bensì far questo; io no.
    Quanto a me, dunque, considero l'avvenuta predica come dichiarazione pubblica di un uomo che si è molto immischiato in cabale letterarie e intrugli filosofici con politicanti della teologia e teologi politicastri, così in patria come all'estero. So benissimo che questo autore è stato portato avanti come una specie di oracolo perché, con le più belle intenzioni del mondo, egli è naturalmente portato a filippizzare e canta i suoi inni profetici perfettamente all’unisono con le mire dei suoi ammiratori.
    Questo sermone è di tale stile e di tale gusto che io credo sia senza esempio nella storia del nostro regno, almeno per quanto è stato detto fin qua dall'alto di pulpiti o tollerati o protetti dopo l’anno 1648, allorché un predecessore del Dr. Price, il Rev. Hugh Peters, fece rintronare le volte della stessa cappella reale nei palazzo di St. James parlando dei privilegi dei santi, i quali "avendo nella bocca gli elogi di Dio e nelle mani una spada a doppio taglio, stavano per eseguire il giudizio sui pagani e per esercitare la punizione sul popolo; caricare di catene i sovrani medesimi e mettere in ceppi ferrei i loro stessi vassalli" (Salmo 149). Poche arringhe pronunciate da un pulpito, quando si eccettuino i tempi della Lega di Francia o quelli pure della nostra solenne Lega e del nostro Covenant in Inghilterra, possono essere paragonate con quella tenuta ad Old Jewry quanto alla mancanza di spirito di moderazione in essa manifestatosi.
    Ma anche ammettendo che in quella predica a scopo politico si fosse potuto notare qualche cosa di simile al sopraccennato spirito, tuttavia sta sempre il fatto che la politica e il pulpito sono due termini che vanno poco d'accordo l'uno coll'altro. In chiesa non si deve intendere altra voce che quella moderatrice ispirantesi alla carità cristiana. La causa della libertà, civile e del pubblico reggimento, al pari come la causa della religione stessa, ha poco da guadagnare da questa confusione. Quando si vedono uomini che si spogliano delle loro caratteristiche per assumerne altre che loro non appartengono, si può esser certi che costoro in massima parte sono incapaci di rappresentare e neppure di esercitare decisamente così la parte che hanno abbandonata come quella che hanno assunta. Costoro, trovandosi affatto nuovi ed inesperti di quel mondo di cose nelle quali hanno fretta di mescolarsi e privi di esperienza nelle vicende che ad esso conseguono e negli affari sui quali essi sentenziano con tanta disinvoltura, dalla vita politica non sanno trarre altro se non incentivo alle passioni inferiori che questa viene eccitando. Certamente la chiesa è il posto dove le inquietudini quotidiane devono trovare sosta affinchè si ricompongano in armonia le animosità e i dissensi del genere umano.
    Ho considerato questa strana ripresa di predicazione polemica che ritorna dopo cosi lungo intervallo, come un fatto nuovo; ma di una novità che non va priva di rischio.
    Non voglio attribuire effetti ugualmente pericolosi a tutto il discorso pronunciato, in ciascuna delle sue parti. L'allusione fatta a un nobile e reverendo teologo laico, che si suppone tenga un alto ufficio in una delle nostre università, (1) e ad altri teologhi laici "che occupano un certo grado nel mondo e nella letteratura" sarà conveniente e opportuna, ma alquanto nuova. Se i nobili — ricercatori — non trovassero sul vecchio mercato della chiesa nazionale o in tutto il ricco e vario assortimento dei magazzini delle congregazioni dissenzienti, nulla che soddisfi le loro pie fantasie, il Dott. Price li consiglia di perfezionare il non conformismo e di impiantare, ciascuno di essi separatamente, una casa di riunione, sui propri particolari principi (2). È abbastanza notevole che questo reverendo teologo sia così zelante per la costituzione di nuove chiese e così perfettamente indifferente circa la dottrina da insegnarsi in esse. Il suo zelo ha un curioso carattere. Non è per la diffusione di opinioni sue proprie, ma di qualunque opinione. Non per la diffusione della verità, ma per spargere la contraddizione. Purché i nobili maestri dissentano, non ha importanza per lui precisare da chi o da che cosa dissentano. "Una volta garantito questo punto essenziale, è ovvio che la loro religione sarà razionale e seria. Io dubito se la religione raccoglierà tutti i benefici che il teologo calcolatore attende da questa "Grande compagnia di grandi predicatori". Sarà certamente una pregevole aggiunta di campioni non ancora descritti alla vasta collezione di classi, generi e specie che sono già noti e che attualmente abbelliscono l’hortus siccus dello scisma. Il sermone di un nobile duca o di un nobile marchese o di un nobile conte o di un baldo barone, accrescerà e varierà certamente i divertimenti, di questa città, che incomincia a esser sazia della giostra monotona creata dai suoi insipidi passatempi. Io potrei a mala pena ammettere che questi nuovi curati in toga e corona siano in grado di mantenere qualche aderenza ai principi democratici ed egualitaristi banditi ufficialmente dai loro pulpiti. Io scommetto che i nuovi evangelisti deluderanno le speranze in essi poste. Essi non diventeranno, nella lettera come nell'aspetto, dei teologhi battaglieri, né saranno così preparati a addestrare le loro congregazioni in modo ch'esse possano, come nei beati tempi passati, predicare le loro dottrine ai reggimenti di dragoni e ai corpi di fanteria e di artiglieria. Tali compromessi, favorevoli d'altra parte alla imposta libertà civile e religiosa, non saranno allo stesso modo apportatori della tranquillità nazionale. Io spero che queste poche restrizioni non saranno considerate come segni manifesti di intolleranza, né esplicazioni di dispotismo violento.
    Ma io ben posso dire del nostro predicatore: "utinam nugis tota illa dedisset tempora saevitiae".
    Ma non tutto è cosi innocuo come sembra. Le dottrine di quest’uomo intaccano la nostra costituzione nelle sue parti vitali. Appunto nel suo sermone politico egli dice dinanzi alla sopraindicata società che il Re d’Inghilterra "è pressoché il solo sovrano che al mondo eserciti legalmente i suoi diritti, perché è il solo che deve la sua corona alla scelta fatta dal popolo". Quanto a tutti gli altri sovrani dell'universo, che questo pontefice massimo dei diritti dell'uomo (dall'alto del suo grado dignitario e con una solennità più grande di quella con cui parla il Papa e con un fervore più ardente di quello che emanava dal Soglio Pontificio nella meridiana pienezza del secolo XII) fa oggetto di bando e di anatema proclamandoli usurpatori per fatta l'estensione delle longitudini e delle latitudini che ricoprono l'intero globo terrestre, a me pare che spetti proprio ad essi di considerare in qual modo possono venire ammessi nei loro territori missionari apostolici di tal fatta, i quali vanno dichiarando presso i sudditi la illegalità dei titoli sui quali si fonda la sovranità regia. Facciano bene attenzione a codesta gente. Quanto a noi inglesi, importa che prendiamo in seria considerazione il grado di fondatezza della opinione sopra espressa, che afferma essere il consenso popolare unico titolo giustificatore dei diritti sovrani; cosicché il Re d'Inghilterra è riconosciuto da tal gente unicamente sotto quel punto di vista e per quel motivo. Ognuno comprende che questo problema c'interessa urgentemente e da vicino.
    Una dottrina di tal genere, quando venga applicata al principe che ora siede sul trono d'Inghilterra, deve considerarsi o un assoluto non senso, e in tal caso essa non è né vera né falsa; oppure bisogna riconoscere che essa sancisce un punto di vista completamento infondato, pericoloso, illegale e contrario al principi della costituzione. Secondo il ragionamento di quel metafisico professore di politica, bisognerebbe arrivare alla conclusione che, ove S. M. non dovesse la corona al fatto della elezione popolare, il diritto sovrano non sarebbe legittimato. Orbene, non v'è niente che sia così falso come affermare che il nostro Re detiene la corona sotto questo titolo. Tanto è vero che se dovessimo accettare un tale sofisma ne conseguirebbe che il re d'Inghilterra (il quale certamente non ripete le origini del suo alto ufficio da alcuna forma di elezione popolare) non sarebbe degno di maggior rispetto che tutto il resto della sopra accennata banda di usurpatori in veste sovrana; usurpatori che, a detta di quel tal signore, più che regnanti non sarebbero altro che una compagnia di delinquenti, sparsi su tutta la faccia di questo miserabile globo terrestre a rapinare i popoli soggetti, senza alcuna sorta di diritto né alcun titolo di sovranità.
    Le conclusioni politiche derivanti da un tal principio astratto saltano all'occhio con sufficiente evidenza. I propagandisti di questo Vangelo politico sperano che i principi da loro affermati in via teorica (e cioè che l’elezione popolare è condizione necessaria alla esistenza legale del potere sovrano e della magistratura) possano venire più facilmente accettati dimostrando che il re d'Inghilterra non viene da essi intaccato nella sua posizione; e sperano che nel tempo medesimo le orecchie del pubblico si vengano gradualmente abituando a tali enunciati teorici così che alla fine questi sarebbero accettati come postulati fondamentali e fuori discussione. Per il momento queste idee agirebbero soltanto in via astratta, preservata nell'ambito privilegiato dell'eloquenza religiosa; e sarebbero così tenute pronte per una eventuale realizzazione avvenire. Condo et compono quae mox de promere possim. Il fine di questa mossa politica è di togliere al nostro Governo (allontanandone i sospetti con una lusinghiera riserva enunciata in suo favore e della quale, per vero, esso non ha alcun bisogno) il fondamento sul quale posa la sua sicurezza; fondamento comune a tutti i governi, almeno per quanto l'opinione pubblica possa costituire un dato di garanzia.
    Questo è il modo col quale procedono i politicanti di tal fatta, per quanto le dottrine che essi bandiscono possano parere trascurabili; ma quando i medesimi vengano messi alle corte dietro un esame serrato delle loro parole e delle finalità a cui si ispirano le loro dottrine, allora entrano in gioco gli equivoci le sofisticherie. Quando, ad esempio, essi dicono che il re deve il suo privilegio sovrano al fatto di essere stato eletto dal popolo deducendo che il re d'Inghilterra è il solo sovrano legittimo in tutto il mondo, mostrano di professare tale teoria solo in quanto questa si riferisce al fatto che alcuni predecessori dell'attuale re d'Inghilterra sono effettivamente stati chiamati al trono con una sorta di elezione popolare. E di qui deducono che anche l'attuale sovrano debba il suo potere a quella circostanza medesima. Cosi tal gente spera di mettere al sicuro la propria posizione con un miserabile gioco di sotterfugi equivocando sopra un'interpretazione grottesca.
    Essi ben meriterebbero dì essere puniti per l'offesa che recano al principio sovrano, se pure non trovino scusante diretta nella loro demenza medesima. Giacché se si accetta una interpretazione di tal fatta, come può l'idea che essi hanno della elettività differire da quella che noi abbiamo della ereditarietà? E come potrebbe l’investitura della corona nel ramo di Brunswick, discendente da Giacomo I, costituire un titolo legale che sia valido per il nostro monarca più che per il sovrano di qualsivoglia nazione vicina alla nostra! E’ certo che in un tempo o nell'altro tutti coloro che hanno fondato dinastie sono stati eletti al governo da parte del sudditi. Su questa base è abbastanza fondata l'opinione che tutti i regni d'Europa furono in un tempo remoto di natura elettiva, trovandosi l'eletto più o meno vincolato nell'esercizio del potere conferitegli. Ma comunque i re possano aver assunto il potere qui o altrove, magari mille anni or sono, e comunque possa aver avuto principio l'autorità dinastica delle stirpi regnanti in Inghilterra o in Francia, sta di fatto che il re della Gran Bretagna è oggi investito della sua alta funzione in base ad una norma fissa che regola la successione al trono in conformità con i princìpi costituzionali del popolo inglese. E se le condizioni legali che determinano l'esercizio del potere sovrano sono dal re osservate (ed effettivamente lo sono), egli detiene la sua corona a dispetto delle velleità elettorali manifestate dalla Revolution Society; la quale per di più non possiede nel proprio seno né individualmente né collettivamente neppure un singolo voto che le dia diritto di influire sull'elezione del re; sebbene io non metta in dubbio che i sullodati signori abbiano in animo di costituirsi ben presto in collegio elettorale non appena gli eventi sembrino maturi per tradurre in effetto il loro proposito. E del resto la corona continuerà ad essere trasmessa per via di regale successione a tempo e luogo dovuto, con pieno scarto della scelta elettiva di cui va arrogandosi il diritto tale società, allo stesso modo come la sovranità è stata fino ad oggi trasmessa.
    Comunque si possa tentare di evadere dal grossolano errore di fatto che suppone essere il diritto della sovranità fondato sulla elezione popolare, tuttavia non può venire messa in dubbio la esplicita dichiarazione avanzata da quei signori, secondo la quale il popolo avrebbe diritto di scelta sui propri governanti; diritto che essi ribadiscono tenacemente ed affermano con piena aderenza. Tutte le equivoche insinuazioni riguardanti il principio elettivo si fondano su questa proposizione e sono riferibili ad essa; e per timore che l'esclusione accordata al re d'Inghilterra in favore del titolo legale della sua sovranità fosse considerata come una semplice dichiarazione fatta con fine adulatorio, il predicatore politicante procedette addirittura ad un asserto dogmatico ed affermò che in base ai principi della rivoluzione il popolo inglese ha acquistato tre diritti fondamentali, i quali — a dire di quel signore — costituirebbero un sistema organico e si combinerebbero insieme quasi in una formula sentenziosa; quanto a dire che il popolo inglese ha acquistato diritto:
    1) di scegliere i propri governanti.
    2) di deperirli se essi tengano cattiva condotta.
    3) di costituire un governo da sé medesimo.
    Siamo qui di fronte a un Bill of rights di nuovo genere e mai conosciuto fino ad oggi; sebbene esso sia stato dichiarato in nome del popolo intero, appartiene invece di fatto alla iniziativa privata, di quei tali signori, e basta. Il popolo d'Inghilterra come collettività non ha alcuna parte in questa dichiarazione; anzi la disapprova colla massima forza ed è pronto ad opporsi alle conseguenze pratiche che eventualmente derivassero da tale asserto anche a prezzo della vita e di tutti i suoi beni. Questo deve esser fatto come obbligo derivante dai principi del diritto nazionale sancito al tempo della grande rivoluzione; rivoluzione il cui nome viene abusato a pretesto di un fittizio diritto da parte di un sodalizio che ha usurpato il nome stesso.
    I signori che hanno firmato la dichiarazione di Old Jewry in tutti i loro ragionamenti sulla rivoluzione dei 1688 hanno davanti agli occhi e dentro la loro fantasia i modelli degli eventi rivoluzionari che agitarono l'Inghilterra circa 40 anni addietro e quelli recentissimi che sconvolgono la Francia, a tal punto che finiscono per confondere insieme quelle tre cose diverse. Ma è necessario che noi teniamo ben separato ciò che essi indebitamente mescolano. Noi dobbiamo richiamare le fantasie degenerate di codesta gente ai veri "atti" della Rivoluzione, che teniamo in grande reverenza, a fine di scoprire i principi veraci sui quali essa si fonda.
    Se vi è alcunché in cui è possibile precisare l'intima essenza dei principi rivoluzionari del 1688, ciò si trova nello statuto chiamato Declaration of Right.
    In questa dichiarazione che è supremamente saggia, sobria ed avveduta, e che è stata formulata per opera di grandi giuristi e di grandi uomini di Stato e non già da individui con la fantasia riscaldata e privi d'esperienza, non è detta neppure una parola, non è fatta neppure un'allusione ad un preteso diritto generico "riguardo alla scelta dei governanti, alla loro deposizione per motivi di cattiva condotta, e alla costituzione di un governo che il popolo dia a sé medesimo".
    Questa Dichiarazione di Diritto (atto del primo anno di regno di Guglielmo e di Maria, sess. 2, c. 2) essendo stata ribadita ed arricchita e posta come un principio fondamentale, con un valore perpetuo, costituisce la pietra angolare della nostra costituzione. Si intitola "Atto per la dichiarazione dei diritti e della libertà dei sudditi e per fissare l'ordine di successione alla corona". Ben si vede di qui come quei diritti e quella successione siano stati dichiarati in un sol corpo e figurino indissolubilmente vincolati gli uni all'altra. (continua)
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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    Pochi anni dopo quest'epoca si offerse una nuova opportunità per asserire un diritto di elezione alla corona. Prospettandosi il caso di una totale mancanza di discendenza da parte di Re Guglielmo e della Principessa che a lui succedette poi come Regina Anna, tornò a presentarsi di fronte al Parlamento il problema della successione alla Corona e della conseguente difesa delle libere franchigie popolari. Forse che in quel secondo tempo si procedette alla legalizzazione della corona secondo gli spuri principi rivoluzionari di Old Jewry? Niente Affatto. I legislatori seguirono i principi che già erano invalsi nella Dichiarazione di diritto e indicarono con la maggior precisione le persone che nell'ordine protestante erano tenute alla legittima eredità.
    Anche in questo secondo atto dunque, per il medesimo principio d'ordine politico, le libertà nazionali inglesi figurano disciplinate simultaneamente al problema della successione ereditaria. Invece di un generico diritto alla scelta dei propri governanti da parte del popolo, i legislatori dichiararono allora che la successione secondo la linea stabilita (quella protestante che discendeva da Giacomo I) era assolutamente necessaria "per la pace, la quiete, la sicurezza del Regno"; e che a quel fine medesimo si rendeva ugualmente urgente per gli interessi nazionali" il mantenimento di un ordine certo e preciso nella successione al Trono al quale i sudditi potessero sempre ricorrere per ottenerne protezione".
    Entrambi questi atti, dai quali traspariscono gli infallibili ed inequivocabili principi politici della Rivoluzione, anziché presentare le enigmatiche e fallaci enunciazioni di qualsivoglia "diritto alla scelta dei propri governanti" stanno a dimostrare come la saggezza dello spirito nazionale sia fondamentalmente avversa al voler trasformare un caso di necessità in un principio di diritto.
    Senza dubbio nel tempo della Rivoluzione si verificò una tenue e temporanea deviazione dall'ordine stretto e regolare della successione ereditaria nella persona di Re Guglielmo; ma è cosa contraria a tutti i buoni principi giurisprudenziali il dedurre una massima generica da un provvedimento emanato in circostanze specifiche e riguardante una singola persona. Privilegium non transit in exemplum. Se mai si è data circostanza propizia per stabilire il principio che solo re legittimo sia quello eletto dal popolo, senza dubbio ciò sarebbe avvenuto durante la Rivoluzione stessa. Il fatto che ciò non sia stato proclamato allora è prova che la coscienza nazionale avversava quel principio in tesi generale. Non vi è alcuno che ignori tanto la nostra storia da non sapere che nel Parlamento la maggioranza di ciascuno dei due partiti avversari era così lontana dall’accettare un tale principio che in un primo tempo tutti erano decisi a porre la corona vacante non sul capo del principe d'Orange, ma su quello di sua moglie Maria, la figlia di Re Giacomo e primogenita nella discendenza di questo re, che tutti riconoscevano come erede legittima.
    Voler richiamare alla memoria tutte le circostanze che dimostrano come l'assunzione al trono di Re Guglielmo non sia stata propriamente una scelta, vorrebbe dire insistere sopra una verità trita e conosciuta; invero tutti coloro che non potendo più richiamare al trono Re Giacomo cercavano di evitare una sanguinosa guerra civile salvando le sorti della religione, del diritto e della libertà dalla rinnovata minaccia di un pericolo appena scampato, compirono quell'atto colla coscienza che esso si rendeva necessario nel più preciso significato in cui la necessità si impone al senso morale.
    In questo medesimo atto, nel quale eccezionalmente e con riferimento al caso particolare il Parlamento dovette allontanarsi dall'ordine stretto della successione ereditaria in favore di un principe che, sebbene non fosse discendente immediato, era tuttavia molto prossimo alla linea di successione, è interessante osservare come Lord Somers, che tracciò il Bill chiamato "Dichiarazione di Diritto", seppe comportarsi in così delicata circostanza. Giova notare con quale destrezza sia stata dissimulata ed occultata questa temporanea soluzione di continuità; in questo atto compiuto sotto l'urgenza della necessità tutto ciò che fu possibile trovare per mantenere il principio della successione ereditaria, fu messo innanzi e proclamato con la maggiore evidenza possibile da parte di quel grande uomo che lo redasse e del Parlamento che ne seguì le orme. Abbandonando lo stile secco e imperativo che è caratteristico degli atti parlamentari, l'abilissimo redattore del documento fece si che i Lords e i Comuni figurassero assumere un atteggiamento di slancio appassionato nel dettare quel principio legislativo; considerando essi "come un meraviglioso beneficio della Provvidenza e della misericordiosa protezione Divina sul destino nazionale il fatto che venissero conservate le Reali persone dei Sovrani riportandole felicemente sul soglio che già era stato trono dei loro antenati; per il qual beneficio essi levavano al Cielo dal più profondo cuore l'espressione della loro umile e devota riconoscenza". Il Parlamento con tutta evidenza aveva sott'occhio l’Act of Recognition del primo anno di regno di Elisabetta (c. 3) e quello di Giacomo I (c. 1): entrambi questi atti contenevano un'energica dichiarazione del principio ereditario che disciplina la successione al trono; e in molte parti essi seguivano con una precisione quasi letterale le parole ed anche la forma della dichiarazione di grazia contenuta in quegli antichi Statuti dichiarativi.
    In questo atto che riguarda il Re Guglielmo le due Camere non hanno espresso il loro ringraziamento verso Dio per il fatto di aver trovato una buona occasione onde asserire un diritto alla scelta dei loro propri governanti, e tanto meno per dichiarare che tale scelta elettiva costituisce il solo titolo legittimo della dignità regia. Al contrario, l'avere potuto evitare al massimo grado di porre in evidenza un passato fu considerato allora da quei legislatori come un dato provvidenziale di salvezza.
    Le due Camere seppero occultare con un velame di ordine politico abilmente intessuto tutte quelle circostanze che avrebbero potuto menomare i diritti di successione; diritti che così intendevano ribadire e perpetuare non appena tempi migliori lo avessero consentito.
    Si volle così evitare il costituirsi di pericolosi precedenti che in avvenire cagionassero violazioni di un principio stabilito con carattere di perpetuità. In conseguenza di questo, non volendo dissolvere le intime strutture dell'istituto monarchico e intendendo conservare quest'ultimo in una stretta aderenza con gli usi e con le tradizioni dei predecessori (e ciò appare chiaramente negli statuti dichiarativi della Regina Maria e della Regina Elisabetta) i Lords e i Comuni con la clausola seguente vollero rivestire la personalità del Sovrano di tutte le prerogative regali della corona, dichiarando "che tali prerogative sono pienamente, a buon diritto e senza eccezione, attribuite al Monarca e figurano incorporate unite ed annesse alla sua persona".
    E vi è poi una clausola ulteriore intesa a prevenire tutte le domande che potessero essere sollevate per motivo di un preteso titolo alla successione dinastica; questa (osservando anche nelle forme tradizionali del linguaggio le consuetudini politiche della Nazione e ripetendo quasi in forma di rubrica l'espressione contenuta negli atti precedenti di Elisabetta e di Giacomo) dichiara che "l'unità, la pace e la tranquillità del reame sotto la protezione di Dio dipendono fondamentalmente dal fatto che alla successione dinastica sia assicurata certezza e regolarità".
    Si riconobbe dunque allora che ove il principio della successione fosse messo in dubbio, ciò avrebbe dato luogo ad una situazione di cose troppo simili al principio dell'elezione popolare; e questo principio elettivo avrebbe fatalmente compromessa "l'unità, la pace e la tranquillità dello stato", cose ritenute come oggetto di massima importanza.
    A fine di provvedere alla realizzazione e alla tutela di così gravi obiettivi e quindi di escludere una volta per sempre la teoria professata dai signori di Old Jewry riguardante il preteso diritto dei popoli alla scelta dei loro governanti, le assemblee legislative fecero seguire allora una clausola tratta dal precedente atto della Regina Elisabetta, contenente la più esplicita dichiarazione che mai sia stata fatta o potesse esser fatta in favore del principio di successione ereditaria, sconfessando nel modo più solenne e più esplicito quei principi che la sopraindicata società va imputando ad esse: "I Lords spirituali e temporali insieme con i Comuni, nel nome del popolo intero, sottomettono con la maggiore umiltà e fedeltà i medesimi ed i loro eredi per una successione indefinita di posterità e promettono fedelmente di appoggiare, difendere e sostenere le persone dei sovrani ed anche l'ordine di successione al trono in quest'atto contenuto e specificato con ogni loro energia ecc. ecc.".
    Dunque non è niente affatto vero che in conseguenza della rivoluzione il popolo inglese abbia acquistato il diritto alla elezione dei propri sovrani; anzi se mai avesse precedentemente posseduto un tale diritto, la Nazione stessa abdicandovi in quel momento vi avrebbe rinunciato nella maniera più solenne, anche per ciò che riguarda gli eventi di una indefinita posterità. I signori di Old Jewry possono compiacersi a loro pieno arbitrio dei princìpi Whig che vanno strombazzando; quanto a me non desidero di passare per Whig più di quanto sia stato Whig Lord Somers, né desidero di interpretare i principi della rivoluzione più a fondo di quanto fecero gli stessi uomini che di essa furono autori; e tanto meno pretendo di scoprire nella "Dichiarazione di Diritto" alcun principio occulto che sia rimasto ignoto a quegli stessi uomini che incisero con penetrante stile negli ordinamenti del nostro paese e nella nostra stessa coscienza tradizionale la lettera e lo spirito di quell'immortale atto legislativo.
    E' bensì vero che per le circostanze speciali di quel tempo la nazione, facendo uso della forza, sarebbe stata libera in certo modo di assegnare allora la successione al trono a suo pieno arbitrio; ma nella stessa maniera, se così vogliamo ragionare, essa poteva dirsi libera allora di buttare in aria lo stesso istituto monarchico o quale altro organo costituzionale avesse mai voluto. Tuttavia nessuno pensò allora che un tale sovvertimento fosse legittimato da alcuna competenza.
    E' certamente difficile, forse impossibile, definire con un limite preciso la competenza che da un punto di vista teorico era attribuita allora al potere supremo; potere che durante gli eventi rivoluzionari era esercitato dal Parlamento. Ma dal punto di vista morale un ordine di competenza (che disciplina anche i poteri sovrani della più indiscussa autorità, sottomettendone gli atti di deliberazione occasionale a un criterio di ragione costante e ai principi stabili della religione, della giustizia e della disciplina politica) è sempre perfettamente intelligibile e inevitabilmente imperativo nei riguardi di coloro che esercitano a qualsivoglia nome o per qualsivoglia titolo una autorità nello stato.
    Per esempio, la Camera dei Lords non è moralmente competente a dissolvere la Camera dei Comuni e neppure a dissolvere sé stessa, né a rinunciare (se mai lo volesse) a quella parte che le spetta nella funzione legislativa del Regno d'Inghilterra.
    Un Re può bensì abdicare per riguardo alla propria persona singola, ma non può abdicare all'istituto monarchico. Per eguale motivo, anzi a più forte ragione, la Camera dei Comuni non può rinunciare all'esercizio della funzione autoritaria che le spetta.
    Quel sistema di vincoli e di pattuizioni sociali che generalmente va sotto il nome di costituzione proibisce gli abusi e le diserzioni di competenza. Le parti costitutive dell'organismo statale sono obbligate a conservare con fedeltà il sistema dei vincoli reciproci e a mantenere la propria posizione anche verso tutti coloro che ne derivano interessi d'ordine fondamentale, allo stesso modo che l'intera compagine statale è obbligata a tener fede verso i singoli organismi delle comunità separate. Se così non fosse l’ordine di competenza si confonderebbe col potere materiale e ben presto non rimarrebbe altro diritto che l'arbitrio prevalente del più forte.
    Per questo la successione al trono è sempre stata disciplinata dal principio che ancora oggi la sorregge, cioè una continuità ereditaria segnata dal diritto. Nell'ordine antico ciò consisteva in una successione ordinata secondo le norme del Common Law, in quello nuovo dallo Statute Law, che opera sui principi del Common Law senza cambiarne la sostanza ma regolandone le modalità con indicazione di persona. Entrambe queste due formazioni di diritto possiedono la medesima forza e derivano da eguale autorità poiché emanano dal concordato originale e dalla contrattazione collettiva onde nacque lo stato medesimo, communi sponsione Republicae, e come tali hanno pari forza coercitiva sul Re e sul popolo fino a tanto che perdura la loro osservanza nella continuità di un medesimo organismo politico.
    Senza cadere vittime di inganno e senza cedere alle lusinghe di sofismi metafisici non è impossibile conciliare il criterio di una norma costante col fatto di una eccezione occasionale; quanto a dire, conciliare il significato sacrale del principio di successione dinastica vigente nel sistema di governo inglese con la facoltà di apportare ad esso alcune deroghe o modificazioni occasionali in caso di estrema necessità. E anche in queste circostanze supremamente occasionali (se vogliamo prendere a criterio del nostro diritto il modo col quale esso venne esercitato nel tempo della rivoluzione) la deroga si riferisce solo a quella parte che commette infrazione di legittimità; vale a dire, alla parte che rende necessaria quella deroga medesima. E anche in tal caso ciò deve effettuarsi senza pervenire alla dissoluzione dell'intero organismo politico civile nel proposito di riorganizzare una forma nuova di reggimento collettivo, traendola dagli elementi primi del vivere sociale.
    Uno stato che non possegga la possibilità di compiere alcun mutamento sarebbe anche privo di mezzi auto-conservativi. Mancando queste risorse di adattabilità, anche quella parte dell'organismo costituzionale che si vorrebbe preservare intatta con la maggiore religiosità rischierebbe di andare perduta.
    Le due forze di conservazione e di riadattamento operarono energicamente in due periodi assai critici della storia d'Inghilterra; al tempo della Restaurazione ed a quello della Rivoluzione, allorché venne a mancare la presenza del Sovrano. In entrambi questi momenti la Nazione aveva perduto il vincolo che la univa alla continuità della propria antica tradizione storica; ma non per questo andò in rovina l'intero edificio costituzionale. Al contrario, tanto nell'uno quanto nell'altro momento la Nazione inglese seppe rigenerare le parti difettose del suo antico sistema costituzionale salvando quelle che non apparivano intaccate. Queste ultime furono conservate nella loro genuina essenza cosicché anche gli elementi ammodernati poterono ad essa conformarsi. Il popolo inglese operò allora movendo le antiche masse organizzate dello Stato nella loro vecchia saldezza e non già dissolvendosi nel molecolarismo di una collettività frantumata.
    Forse in nessun tempo il sovrano potere legislativo manifestò più profonda considerazione verso la politica costituzionale britannica quanto durante i frangenti rivoluzionari, allorquando dovette portare eccezione al principio della successione ereditaria. La corona fu allora in certo modo dislocata dalla linea continuativa che precedentemente aveva conservato; ma la nuova dinastia ripeteva origine dal medesimo ceppo. Si trattava pur sempre d'una linea di successione ereditaria e di una discendenza pro-erede nel medesimo sangue, secondo un criterio di successione indicato dal ramo protestante. Ne possiamo dedurre che quando il potere legislativo, pure alterando la direzione dell'eredità, volle tuttavia conservare intatto il principio, dichiarò implicitamente che quest'ultimo veniva considerato come inviolabile.
    Per questa medesima ragione il diritto ereditario ammetteva nel tempo antico alcune eventualità di deroga, prima ancora che l'epoca della Rivoluzione apparisse. Alcun tempo dopo la Conquista sorsero grandi questioni attorno ai principi legali dell'eredità. Si cominciò a discutere se dovesse ammettersi la successione per capita oppure per stirpes: ma sia che l'eredità per capita sia stata esclusa per far posto all'eredità per stirpes, sia che l’erede protestante sia stato preferito a quello cattolico, il principio della successione ereditaria sopravvisse sempre, quasi per una forza incoercibile di immortalità, traverso mille trasmissioni. Multosque per annos stat fortuna domus et avi numerantur avorum.
    Questo è lo spirito che regge la nostra costituzione; e non soltanto nel corso delle vicende normali ma anche durante tutte le traversie rivoluzionarie. Chiunque sia salito al trono e in qualsivoglia modo l'avvento si sia verificato, abbia egli conseguita la corona per vie legali o per impiego di violenza, il principio della successione ereditaria trovò sempre applicazione e continuità.
    I signori della Revolution Society non hanno saputo vedere altro negli avvenimenti del 1688 se non l'aspetto che violava il principio costituzionale con una deviazione momentanea; e scambiavano questa deviazione dal principio con l'essenza del principio medesimo. Essi ben poco si preoccuparono delle ovvie conseguenze che da cosi fatta dottrina sarebbero derivate; eppure facilmente avrebbero potuto riflettere che essa era tale da non lasciare forza d'autorità positiva che a pochissime tra le istituzioni giuridiche del sistema costituzionale inglese. Se mai dovesse valere un tale ingiustificabile criterio (secondo il quale nessuna autorità regia sarebbe legittima se non quella derivante da elezione popolare), non potrebbe ritenersi valido alcuno degli atti emanati da regnanti che esercitarono il potere anteriormente alla data di questa pretesa elezione.
    Hanno forse in animo questi teorici di imitare alcuni dei loro predecessori, che violarono i corpi del nostri antichi Sovrani traendoli fuori dalla quiete dei loro sepolcri? Mirano essi forse a colpire e a squalificare retroattivamente tutti i sovrani che regnarono in Inghilterra prima della Rivoluzione, e conseguentemente ad infamare il trono britannico con la calunnia di una usurpazione continuata? O ancora pensano di invalidare, annullare o mettere in dubbio, insieme coi titoli legittimi della intera continuità dinastica, anche la imponente massa del nostro Statute Law che si trova sotto la sanzione di coloro che quei messeri trattano come usurpatori? O vogliono rinnegare quei diritti che tornano di inestimabile valore a tutela delle nostre libertà, diritti di importanza non minore di quelli sanciti al tempo della Rivoluzione, ed anche in seguito fino ad oggi! Se mal fosse vero che i Sovrani non coronati in forza d'elezione popolare non hanno titolo legittimo alla creazione del diritto, qual sorte toccherebbe allo statuto de tallagio non concedendo? O alla stessa "Petizione di Diritto"? O ancora all'atto dell’Habeas Corpus?
    Credono forse questi nuovi dottori dei diritti dell'uomo di poter affermare che Re Giacomo II (il quale pervenne al trono secondo i principi di una successione non ancora a quel tempo sancita giuridicamente, ma per diretta prossimità di sangue) non era sotto tutti i riguardi e per ogni finalità un legittimo Re d’Inghilterra prima ch'egli commettesse alcune di quelle azioni che giustamente vennero considerate come abdicative alla sua regale dignità? Se egli non lo fosse stato, molte turbolenze che scompigliarono il Parlamento al tempo che quei signori commemorano) si sarebbero potute evitare.
    Ma sta invece il fatto che Giacomo era un pessimo re insignito di un titolo legittimamente ineccepibile, e non già un usurpatore. I principi che a lui succedettero secondo l'atto del Parlamento che attribuì la corona alla elettrice Sofia e ai suoi discendenti secondo la linea protestante, vantavano titolo ereditario di successione nè più ne meno che lo stesso Re Giacomo. Costui era venuto al trono in conformità del diritto, come confermò la sua accessione alla corona; o a loro volta i principi della Casa di Brunswick succedettero al trono ereditario non per elezione ma per diritto, come altra volta fu confermato dall'avvento ereditario dei principi di discendenza protestante; e spero di aver dimostrato questo fatto a sufficienza.
    La legge, in conformità della quale la famiglia reale figura destinata in modo specifico alla successione, è l'atto del 12° e 13° anno di regno di Re Guglielmo. Il testo di questo atto viene a vincolare noi ed i nostri eredi ed anche la nostra posterità verso quella dinastia considerata nella sua successione ereditaria di continuità "e per un tempo indefinito nel quale si prolunghi la linea protestante; secondo le medesime espressioni che nella "Dichiarazione di Diritto" vincolano il popolo inglese ai successori di Re Guglielmo e della Regina Maria.
    Per tal modo vengono assicurati al tempo medesimo i principi della ereditarietà dinastica e della fedeltà che pure in via ereditaria è dovuta. Quale altro motivo, se non fosse stato quello di determinare secondo lo spirito della nostra costituzione politica un metodo capace di fissare questo procedimento di successione destinato ad escludere per sempre l'idea della elezione popolare, avrebbe potuto far sì che il Parlamento respingesse sdegnosamente la lusinghiera possibilità di compiere una libera scelta del Sovrano, scelta che si sarebbe potuta svolgere entro i limiti del territorio nazionale, cercando poi in una terra straniera una degna Principessa dalla quale avrebbe potuto discendere la schiatta continuativa dei nostri sovrani e a cui si sarebbe riconosciuto il diritto di governare milioni d'uomini per una indefinita continuità di tempo?
    La Principessa Sofia fu nominata nell'Act of Settlement del 12° e 13° anno di Regno di Re Guglielmo e di lei si parla come della "fonte" e della radice "ereditaria" di tutti i nostri re; e questo non già a cagione dei suoi meriti personali di esercizio della pubblica potestà; potestà che ella non avrebbe potuto esercitare da sé medesima e che di fatto non esercitò mai. Il suo grado autoritario si doveva ad un motivo, ed a questo solo; in quanto il testo dell'atto dice: "La eccellentissima Principessa Sofia, Elettrice e Duchessa di Hannover, è figlia della eccellentissima Principessa Elisabetta, già Regina di Boemia, a sua volta figlia del nostro antico Sovrano e signore Re Giacomo I di felice memoria; e per questo si dichiara che ella è in ordine di successione la più vicina secondo la linea di ereditarietà protestante ecc. ecc. e la corona sarà trasmessa agli eredi della sua schiatta in ordine continuativo, essendo essi egualmente di successione protestante".
    Il Parlamento volle dunque precisare questo fatto facendo rilevare che la Principessa Sofia, in quanto insignita di potestà ereditaria, non solo era destinata a trasmettere l'eredità in futuro ai suoi discendenti ma altresì (cosa che importava assai) appariva collegato per egual vincolo continuativo con l’antica schiatta ereditaria di Re Giacomo I, così che l'istituto monarchico potesse conservare in ogni tempo una unità ininterrotta e potesse mantenersi salvando il principio della religione nazionale, conforme all'antico principio della discendenza, nella quale le nostre originarie libertà, pure attraverso i frequenti rischi e le frequenti insidie verificatesi nei contrasti violenti a cui diede luogo la polemica per i privilegi e per le prerogative regali, furono però sempre salvaguardate. Bene dunque si comportò allora il Parlamento. L'esperienza ci ha insegnato che in nessun'altra maniera e con nessun altro mezzo, se non quello della ereditarietà dinastica, si sarebbero potute preservare e disciplinare le nostre sacre libertà al pari del nostro diritto ereditario.
    Una crisi di carattere irregolare e convulsivo può rendersi necessaria come rimedio contro una malattia irregolare e convulsiva. Ma l'ordine della successione rappresenta la condizione di sanità normale dell'organismo costituzionale inglese. Si crede forse che il Parlamento allorché fissò la linea ereditaria nel ramo di Hannover, segnato dalla discendenza femminile di Giacomo I, non sia stato cosciente degli inconvenienti che potevano risultare dal pericolo d'avere due, tre o magari anche più stranieri nella successione del trono d'Inghilterra? No di certo. I legislatori ebbero allora piena coscienza dei mali che sarebbero potuti derivare da un tal fatto; e forse tale preoccupazione era anche più grande del necessario. Ma appunto questo fatto costituisce la prova più decisiva dei convincimenti radicati che dominavano allora la coscienza nazionale britannica, la quale sentiva che i principi della rivoluzione non la autorizzavano ad eleggere sovrani secondo il suo arbitrio, trascurando l'osservanza degli antichi e fondamentali principi del governo inglese; tanto è vero che si continuò ad osservare l'ordine della successione ereditaria protestante secondo l'antica discendenza, nonostante gli inconvenienti e i pericoli che l'adozione di una dinastia straniera avrebbe importato; inconvenienti dei quali i legislatori avevano piena coscienza e che determinavano nei loro animi le più forti precauzioni.
    Soltanto, pochi anni addietro io mi sarei vergognato di insistere così a lungo sopra un argomento tanto evidente per sé stesso, adducendo in suffragio spiegazioni che allora sarebbero parse superflue; ma oggi lo devo fare perché la dottrina sediziosa ed anticostituzionale che io combatto viene pubblicamente professata, riconosciuta o messa in circolazione con la stampa. Il disgusto che io provo verso i movimenti rivoluzionari, il cui fomite ben sovente è stato lanciato dal pulpito, e quella tendenza che prevale in Francia e che potrebbe anche estendersi in Inghilterra, implicante un assoluto disprezzo di tutte le antiche forme istituzionali quando esse si oppongono al senso di un opportunismo immediato o al volubile capriccio del momento, tutte queste considerazioni giustificano, a mio giudizio, che si riconduca l'attenzione a quelli che sono i veri princìpi del nostro diritto nazionale; principi che voi, mio giovane amico francese, dovreste cominciare a conoscere e che noi inglesi dovremmo tenere sempre molto cari.
    Noi non dobbiamo, dall'una e dall'altra parte della Manica, lasciarci ingannare accettando la fraudolenta mercanzia che alcune persone doppiamente ingannatrici cercano di esportare anzitutto presso di voi con una finalità illecita e con lo spacciare tali prodotti come primizie fiorite sul suolo inglese, sebbene essi nulla abbiano a vedere con noi e si cerchi poi di ricacciarli nuovamente in questo nostro paese, verniciati con i colori di una libertà parigina messa in voga all'ultimo momento.
    Il popolo inglese non ha intenzione di adottare mode altrui delle quali non ha fatto esperimento e non ritornerà indietro a rifare errori dei quali ha avuto triste esperienza. Gli Inglesi considerano il principio giuridico della ereditarietà nella successione dinastica tra le conquiste del diritto e non già tra i torti da riparare; esso principio rappresenta un dato benefico e non un luttuoso malore; costituisce una garanzia di libertà e non un vincolo di servitù. L'Inglese considera il proprio organismo statale, così com'è, cosa dì inestimabile pregio; e concepisce il principio della indisturbata successione dinastica come garanzia di stabilità e di perpetuità per tutti gli altri organi dei sistema costituzionale.
    Prima di passare all'esame di un altro articolo io desidererei mettere in rilievo alcuni miserabili artifici che i fautori del principio elettivo, come solo titolo giuridico della Corona, sono pronti ad impiegare per mettere in cattiva luce i difensori dei nostri retti principi costituzionali. Questa genia di sofisti suppone una serie di motivi e di interessi personali, attribuendoli con evidente falsificazione di intento a coloro che difendono la natura ereditaria dell'istituto monarchico. Facilmente vediamo questa gente mettersi a polemizzare quasi in contraddittorio con alcuni di quei ritardatari fanatici sostenitori della schiavitù, che anticamente sostenevano una teoria alla quale oggi nessuno, io credo, presta più fede: vale a dire "che la Corona sia in sé medesima un diritto divino, ereditario e quindi inviolabile". Quegli antichi o fanatici sostenitori che optavano per un potere unico ed arbitrario ragionavano dogmaticamente, come se la dignità regale ereditaria fosse il solo governo legittimo del mondo, precisamente allo stesso modo come i nostri nuovi apologeti fanatici, che vorrebbero attribuire al popolo una somma arbitraria di potere, opinano che la elezione popolare sia l'unica sorgente legittima dell'autorità.
    Quegli antichi zelatori della prerogativa regia, è bensì vero, ragionavano in modo pazzesco e potremmo dire anche in modo empio, pensando essi che un regime a base monarchica fosse sanzionato dalla ragione divina più che da alcun sistema costituzionale, quasicchè il diritto di governare per ragione ereditaria costituisse in senso stretto per ogni persona una prerogativa assolutamente inviolabile per qualsivoglia circostanza allorché si tratti della successione al trono; inviolabilità che non può essere conferita da alcun diritto né civile né politico.
    Ma un'opinione assurda concepita nei riguardi del diritto ereditario alla corona regia non deve poi comprometterne un'altra che invece si fonda sopra principi di ragione ed è costruita sopra un fondamento solido di diritto e di politica. Se tutte le teorie assurde, fabbricate vuoi dai giuristi vuoi dai teologi, intervenissero a dissolvere e a negare gli oggetti medesimi ai quali esse fanno riferimento, non rimarrebbe nel mondo alcuna traccia né di diritto né di religione. Ma una teoria assurda concepita a risoluzione di un determinato problema non basta a giustificare un fatto falso o la promulgazione di massime pericolose a suffragio di una teoria estremamente opposta. (continua)


    Note


    (1) Discorso sull'Amore del nostro Paese, 4 nov. 1789, del Dott. Ricard Price, III ediz., pp. 17 e 18.
    (2) “Coloro a cui dispiace questo modo di culto proscritto dalla pubblica autorità, dovrebbero, se non possono trovare altro culto fuori della chiesa ch'essi approvano, stabilire un loro proprio culto separato; e, facendo questo e dando l'esempio di culto razionale e gagliardo. Accadrebbe che uomini ragguardevoli per posizione sociale e letteraria, renderebbero il più grande servizio alla società e al mondo". P. 18 del sermone del Dott. Price.
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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    COMMENTO

    I toni con i quali Burke si muove all’inizio delle Riflessioni colpiscono l’attenzione di coloro che conoscono la grande fortuna dell’uomo e delle sue opere, in particolar modo proprio quella sulla Rivoluzione Francese, da poco scoppiata con l’assalto alla Bastiglia, evento-simbolo che pose fine all’Antico Regime. Burke, anche se cerca di sminuire l'importanza del suo intervento (in forma epistolare, per rispondere alle sollecitazioni di un corrispondente francese), sa perfettamente che la sua profonda analisi è carica di conseguenze importanti, anche per gli sviluppi interni del pensiero. Burke è rivolto alla Francia, ma è consapevole che anche l’Inghilterra è toccata, e non marginalmente, da quanto accade oltre la Manica.
    Per prima cosa, Burke è preso dall’urgenza di sottolineare che quanto accade in terra francese non può essere paragonato alla Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, anno della caduta del cattolico Giacomo II e dell’avvento al trono di Guglielmo III d’Orange, in modo sostanzialmente indolore, e con la definizione, tramite il Bill of Rights, delle prerogative del Parlamento.
    Nonostante alcuni precedenti piuttosto cruenti (si pensi alla decapitazione di Carlo I Stuart nel 1649), la Rivoluzione inglese poteva definirsi compiuta con il mantenimento del sistema monarchico, non più assolutistico, ma rispettoso dei diritti del Parlamento. Senza sconvolgimenti radicali, l’Inghilterra manteneva la Corona (passata per l’appunto ad un Orange), e poteva liberare le sue forze produttive per lo sviluppo della potenza marittima.
    Burke non può ammettere paragoni con quanto accaduto in Francia (o con quanto stava per accadere). Coloro che a Londra sostengono una vicinanza fra i due eventi, commettono un grosso sbaglio di prospettiva. I circoli politici e culturali (i cosiddetti “club”, nome sinistro apparso anche in Francia con i giacobini e gli altri gruppi rivoluzionari o di opinione), come quello della Revolution Society, che intendono instaurare un parallelo fra questi eventi, e quindi applicare alle vicende passate una interpretazione particolare del presente, portano avanti una analisi scorretta. E, per di più, si permettono di approvare e ratificare dichiarazioni di “simpatia” e vicinanza ai rivoluzionari francesi, ma senza apporre in calce a questi documenti i nomi e i cognomi delle persone favorevoli. Questa pratica, per Burke, non è lontana dalla frode, e ad ogni modo la forza di questi “club” è minore di quanto si pensi. Ma la cosa più grave sta nel loro riconoscimento dell’Assemblea Nazionale francese : che diritto hanno di compiere questo atto, visto che non costituiscono certo organi di governo, né rappresentano la posizione ufficiale del Parlamento, né possono costituirsi in “pubbliche dignità”? Pare quindi illecita qualsiasi corrispondenza formale tra i “club” ed uno Stato estero.
    Ma per che cosa poi si congratulano, queste associazioni inglesi? Burke, con sottile ironia, le avverte di stare ben all’erta, per evitare dolorose scoperte circa la crescente “libertà” in Francia. Difatti, prima di congratularsi, sarebbe saggio scoprire cosa resta al di là dell’eccitazione del momento, dell’evento. Cosa appare al di sotto della patina dell’effervescenza, delle energie spigionate dai moti rivoluzionari? Cosa si nasconde dietro questo supposto stato di “libertà”?
    Per una riflessione corretta sulle vicende francesi, sarebbe bene sospendere giudizi troppo affrettati, e verificare piuttosto la condizione di altri diritti (come quello sulla proprietà privata, ad esempio), o accertarsi della reale protezione assicurata ai principi morali e religiosi. Difatti, la “libertà” non si esprime come beneficio quando altri valori sono attaccati, e posti alla mercè dello Stato o in totale balia di altri. E’ doveroso appurare l’uso di questa “libertà”, per non cadere da frettolosi plausi a veri e propri compianti. Un ulteriore elemento di incognita sta negli sconvolgimenti in atto, propagati da personaggi e gruppi nuovi, di recente costituzione, che sobillano ed esercitano sempre maggiore influenza. Che uso faranno, costoro, della libertà, ovvero del potere in quanto gruppi organizzati?
    L’ esistenza in Inghilterra di tali società, pronte a scavalcare i legittimi organi di governo, e di sostenere incoscientemente la causa della Rivoluzione, è ovviamente per Burke un dato da non sottovalutare. L’incendio rivoluzionario, già appiccato in Francia, può estendersi da un momento all’altro verso i vicini (cosa che poi accadrà effettivamente, non in Inghilterra, ma per gran parte del continente europeo, ad opera di armate rivoluzionarie prima e di Napoleone poi), fino a sconvolgere l’assetto degli Stati. Queste fiamme, che si propagano a velocità sempre maggiori, vanno tenute sotto controllo: la prudenza, per Burke, non è mai troppa in questo caso.
    La Rivoluzione evoca forze contrastanti, ma di grande potenza: Burke si rende conto di vivere in un momento di rottura, con esiti e conseguenze di drammatica rilevanza, per tutto il Continente ed addirittura oltre.
    Un uomo ligio ai suoi doveri, pubblici e privati, e rispettoso del sistema costituzionale in vigore, non può che premunirsi ed attaccare la condotta delle società favorevoli alla Rivoluzione, e dimostrare senza ombra di dubbio che i loro documenti e dichiarazioni sono del tutto sbagliati e forieri di eventi pericolosi. Al centro della polemica, vi è un sermone del ministro di fede “non conformista” (ovvero dissidente, contrario all’esistenza di Chiese di Stato, e dunque anche alla chiesa anglicana in Inghilterra) Richard Prince, pronto a mescolare buone parole di natura religiosa a ben altre di natura politica, e per di più lontane dalla moderazione che dovrebbe caratterizzare un uomo di Dio. La “filippica” di contenuto politico, rivestita se non mascherata da sermone, attira l’attenzione di Burke, in evidente allerta su quanto può accadere in Inghilterra a causa di questi toni radicali.
    Le teorie che escono dalla bocca di questo Reverendo mettono a repentaglio le basi stesse del sistema costituzionale inglese, e quindi l’ordine e la stabilità esistenti. Quali sono, dunque, queste dottrine?
    Prince è il portavoce di una particolare elaborazione teorica sull'origine e la legittimità del potere sovrano, per cui quest'ultimo si basa sulla volontà del popolo. Il re d'Inghilterra sarebbe l'unica testa coronata legittima in tutto il globo, in quanto "eletta", e fondata sulla decisione popolare.
    Burke, di fronte a questa evidente distorsione del sistema costituzionale in vigore, ha gioco facile nel smentire simili proposizioni. Non è affatto vero che i sudditi possano scegliere il loro Governo, ed abbatterlo quando ciò loro aggradi, per sostituirlo con altri Governi.
    In primo luogo, è del tutto evidente che anche gli altri sovrani, considerati "usurpatori" alla luce di tali sciocchezze, in realtà devono la loro dinastia, in tempi remoti ed in momenti di rottura, a sconvolgimenti e rivoluzioni con cambi di governo.
    Ma in Inghilterra, e negli altri Stati, i re non sono certo eletti, e non devono il loro potere all'esclusiva volontà dei propri sudditi, pronti a fare e disfare con capriccio. Il sistema in vigore dà origine alla legittimità: il re è tale perchè sono state seguite le regole di successione dinastica contenute nella Dichiarazione di diritto emanata dopo la Gloriosa Rivoluzione del 1688. Questa Dichiarazione, "saggia, sobria e avveduta", non accenna neppure a qualsivoglia elezione del sovrano, ed individua con precisione le regole di successione, affinchè gli inglesi sappiano chi legittimamente li può goverare, in modo tale da tutelare la pace e la sicurezza del Regno.
    Il caso specifico della venuta e dell' "acclamazione" di Guglielmo d'Orange, erede non proprio diretto del precedente sovrano, va trattato come tale, e non può certo assurgere a regola generale e a principio costitutivo. Lo stesso Parlamento non accettò certo di innalzare a norma un caso del tutto contingente, e necessario per mantenere la tranquillità ed evitare lo scoppio di una guerra civile. Un "unicum", insomma, e nulla più, senza alcuna pretesa di costituire un precedente pericoloso.
    Per tutti questi motivi, ogni teoria che rimanda alla sovranità popolare è da escludere, e va bollata come un attentato alla stabilità e all'ordine definiti su atti e consuetudini precisi, valevoli per sempre, così come sancito con estrema chiarezza da Lords e Comuni. La Gloriosa Rivoluzione non ammise, in nessuna circostanza, un sovvertimento dell'ordine costituito, nè tantomeno la messa in dubbio del sistema monarchico.

    (1. Continua)
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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    Per Burke la Gloriosa Rivoluzione non portò certo ad una accettazione del principio d'elezione popolare del sovrano, ma garantì all'opposto la continuità dinastica, assicurando così l'unità della linea di successione monarchica. In un momento di grave crisi, con il crollo dell'odiato regno del cattolico Giacomo II, accusato di mire assolutistiche e di voler annullare le prerogative del Parlamento, si decise soltanto di rivolgersi alla schiatta di religione protestante, ma senza rotture o sconvolgimenti tali da portare a cambi nella dinastia. Lords e Comuni, che teoricamente, in quella particolare e grave situazione, potevano addirittura proclamare la Repubblica, decisero invece di tutelare e mantenere le antiche, buone consuetudini inglesi, confermando la volontà della coscienza nazionale di garantire il principio ereditario. Pertanto, fu escluso il figlio maschio e cattolico di Giacomo II, e venne invece chiamato Guglielmo III d'Orange, che aveva sposato la figlia di Giacomo II, la protestante Maria.
    Nel 1701, con l'Atto di Successione, fu deciso di ricollegarsi alla linea dinastica della Principessa Sofia Stuart, già nipote di Giacomo I, e di scegliere, come successore di Guglielmo III, Anna di Gran Bretagna (figlia di Giacomo II e quindi sorella di Maria).
    Ma la continuità dinastica fu preservata: non ci fu cambio di casata (anche se certamente entrarono rami stranieri, e più avanti quello di Hannover), nè tantomeno di regime.
    L'interpretazione corretta della Rivoluzione del 1688 si basa dunque sull'affermazione della stabilità del sistema, a differenza dei sommovimenti francesi, forieri con tutta evidenza di drammatiche svolte, a danno potenziale della stessa monarchia.
    Coloro che sostengono la teoria dell'elezione del sovrano da parte del suo popolo, entrano nell'assurdo di considerare illegittimi ed usurpatori tutti i reali inglesi antecedenti al 1688, e quindi illegali tutti i loro provvedimenti: paradossalmente, non potrebbero esistere i diritti acquisiti nei secoli dal Parlamento, nè l'Habeas Corpus, e si getterebbe infamia su monarchi degnissimi.
    Da quanto esposto, Burke deduce la totale assurdità della pretesa di questi "club" circa una uguaglianza sostanziale fra i due eventi rivoluzionari, e conseguentemente la necessità da parte inglese di sostenere i moti francesi, per restituire una supposta "libertà d'elezione" a quel popolo.
    Ma egli si rende conto dell'estrema pericolosità di queste dottrine, che si diffondono a macchia d'olio, e rischiano di compromettere la solida stabilità inglese. Per mezzo della stampa e dei sermoni mescolati con la politica, anche in Inghilterra si fanno strada elaborazioni errate, in grado di mettere in crisi,potenzialmente, il sistema monarchico costituzionale fondato sul diritto di successione ereditaria, che garantisce ordine e continuità, ed apprezzato per questo dalla maggioranza dello stesso popolo.
    Burke non può però tollerare l'estremo opposto, ovvero la teoria secondo la quale il sovrano è tale per diritto divino. Una simile affermazione equivale ad una grande sciocchezza, ormai smentita da lungo tempo, e rappresenta solo il tentativo di legittimare l'oppressione regia e l'assolutismo della monarchia. Fortunatamente, in Inghilterra queste deviazioni sono state eliminate dall'intervento del Parlamento, e all'approvazione delle sue prerogative.
    Burke non accetta gli estremi, e sostiene con forza il sano equilibrio esistente fra monarchia costituzionale e Parlamento, consapevoli dei propri poteri e della propria legittimità, garantiti da atti certi e precisi, a fondamento dell'intero sistema istituzionale.

    Dall'analisi di questa prima parte delle Riflessioni, possiamo ricavare che:
    - Burke è consapevole del pericolo che viene dagli eventi rivoluzionari francesi, destinati a sovvertire l'ordine istituzionale di quel paese;
    - Burke prende atto della circolazione, anche in Inghilterra, di idee potenzialmente esplosive, dello sviluppo di circoli e "clubs" favorevoli alla Rivoluzione, e portatori di teorie errate, tese ad affiancare la Gloriosa Rivoluzione con gli avvenimenti in terra di Francia;
    - Burke sostiene con forza l'ordine esistente in Inghilterra, e lo fa derivare dall'esistenza del principio ereditario monarchico (non certo dal principio elettivo, nè da quello di diritto divino), garante della pace e della sicurezza, per cui il popolo inglese sa anticipatamente chi è destinato a governarlo. La certezza del diritto equivale alla stabilità, che si riflette poi sulla corretta gestione del potere da parte del sovrano, e dal mantenimento da parte del Parlamento di prerogative ormai salde ed affermate;
    - Burke rigetta con sdegno qualsiasi tentativo di mistificazione, o di attacco ad una situazione caratterizzata da continuità e solidità.

    In sostanza, già in questi primi passi sono presenti tutti gli elementi fondamentali destinati ad essere poi sviluppati nel proseguio delle Riflessioni, insieme ad altri.


    (2. Fine)
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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    Riflessioni sulla Rivoluzione francese (Seconda Parte)



    La seconda pretesa manifestata dalla Revolution Society consiste nel Diritto di deporre i governanti per la loro “cattiva condotta”. Forse la preoccupazione che i nostri antenati hanno dimostrata per evitare che si formasse un precedente come quello della "Deposizione per cattiva condotta" fece sì che la dichiarazione dell'atto che implica l'abdicazione di Re Giacomo risentì (se mai alcun difetto in essa può venir notato) di una eccessiva cautela o dì uno scrupolo troppo circostanziato (3).

    Ma tutti questi riguardi e tutto questo cumulo di avvedutezze serve a dimostrare quale spirito di cautela predominasse nel Concilio Nazionale allorché un gruppo di uomini irritati dall'oppressione e riusciti trionfalmente vittoriosi su di essa, sarebbero stati pronti ad abbandonare sé stessi ad una violenta ed esasperata rappresaglia. Tutto questo dimostra anche la ansietà con la quale i grandi uomini che diressero la cosa pubblica in così gravi frangenti vollero che la rivoluzione fosse generatrice d'ordine e non fomite di ulteriori tumulti.

    Nessun governo potrebbe stare in piedi, nemmeno un momento, se potesse venire deposto in base ad un criterio così vago ed indefinito come quello derivante dall'opinione di "cattiva condotta". Coloro che hanno diretto il movimento rivoluzionario non hanno voluto giustificare la virtuale abdicazione di Re Giacomo basandola su l'incertezza di un tale criterio. Essi invece mossero contro il Sovrano l'accusa gravissima di aver mirato (secondo l'evidenza palmare di illegalità ripetutamente compiute) a sovvertire la chiesa protestante e l'ordine dello Stato insieme con le leggi fondamentali e con le inderogabili prerogative della libertà inglese; essi lo incolparono addirittura di avere violato il contratto originale intervenuto tra lui e popolo. Questo è ben più che parlare di cattiva condotta.

    Una necessità grave e incoercibile obbligò quegli uomini a compiere il passo che essi compirono; ma ciò fu fatto con estrema riluttanza e quasi obbedendo alla imposizione della più rigorosa fra le leggi. Essi ponevano la loro fiducia nella futura preservazione del sistema costituzionale e non già nella preparazione o nell'attesa di ulteriori moti rivoluzionari. Il fine politico che animava tutti questi grandi sforzi disciplinatori era quello di mettere ogni futuro sovrano quasi nella impossibilità di spingere nuovamente gli eventi del reame fino al punto da rendere necessario l'intervento di rimedi coattivi e violenti.

    La Corona fu lasciata nei riguardi del diritto in quella condizione di perfetta irresponsabilità nella quale era sempre stata considerata; ma per elevare ancor di più la posizione della Corona si pensò allora di intensificare la responsabilità sui ministri di Stato. Nello Statuto del primo regno di Re Guglielmo (sez. 2) chiamato "Atto per la dichiarazione dei diritti e delle libertà dei sudditi e per il regolamento di successione alla Corona o fu sancito che i ministri sarebbero stati sottoposti al monarca secondo i termini di quella stessa dichiarazione. E ben tosto fu provveduto a disporre frequenti adunate parlamentari, mediante le quali l'intero governo si sarebbe trovato sottoposto all'ispettorato costante ed al controllo attivo dei rappresentanti popolari e dei magnati del regno.

    Nel grande atto costituzionale che seguì a quello indicato, atto del 12° e del 13° anno di regno di Re Guglielmo, a fine di limitare ulteriormente la posizione della Corona e meglio assicurare i diritti e le libertà dei sudditi, fu provveduto a che "nessun motivo di perdono sanzionato col grande Sigillo d'Inghilterra potesse mai essere opposto come eccezione contro un'accusa intentata dai Comuni riuniti in Parlamento". Le norme d'amministrazione sancite nella "Dichiarazione di Diritto", la costante funzione ispettiva esercitata dal Parlamento, 1'azione pratica dell’ impeachment, parvero mezzi infinitamente più adatti a garantire la sicurezza delle libertà costituzionali e a neutralizzare i difetti della pubblica amministrazione che non la riserva generica di un diritto così difficile ad essere tradotto in pratica, così incerto nelle sue espressioni e bene spesso così dannoso nelle sue conseguenze, come quello di "deporre i propri governanti".

    In quel medesimo discorso si condanna, e a ragione, l'uso invalso di presentare ai sovrani delle petizioni concepite in forma adulatoria e ripugnante. Invece di impiegare questo stile sconveniente, si propone che nelle occasioni in cui vengono rivolte al sovrano espressioni congratulanti, si faccia presente "dover essere Sua Maestà riguardato piuttosto come servitore, anziché come sovrano del suo popolo". Per essere un complimento, questa nuova forma di appellativo non sembra contenere invero una troppo intensa adulazione. Coloro che esercitano funzioni di servizio, tanto di nome quanto di fatto, non desiderano venga fatto richiamo alla loro effettiva condizione e tanto meno ai doveri e alle obbligazioni che essa comporta. In una commedia classica uno schiavo dice al suo padrone : Haec commemoratio est quasi exprobatio.

    Tutto questo dunque non riesce né piacevole come complimento, né benefico come istruzione. Dopo tutto, anche se il re acconsentisse a fare eco, rispondendo a questo nuovo genere d'appellativo, adottandolo nei medesimi termini e accettando anche nel protocollo dello stile reale l'appellativo di "servitore del popolo", io non posso immaginare come né il Sovrano né i sudditi potrebbero trar giovamento da un tal fatto. Ho visto lettere molto serie firmate con l'espressione "vostro obbedientissimo ed umile servitore". La più orgogliosa tra le potestà dominatrici che mai abbiano esteso sulla terra la propria sovranità assumeva un titolo infinitamente più umile di quello che i nuovi apostoli di libertà vorrebbero proporre ai loro sovrani. Molti sovrani ed intere nazioni furono schiacciati sotto i piedi di un signore che assumeva l'appellativo di "servo dei servi"; e per deporre dei sovrani furono scagliate delle bombe che erano sigillate col titolo di un "pescatore".

    A tutta questa faccenda io non avrei dato maggior peso che ad una chiacchierata vana e futile, nella quale alcune persone lasciano svaporare lo spirito della facoltà in una nuvolaglia di fumo; se tutto questo non fosse addotto in appoggio alla teoria che predica la cacciata dei re per cagione della loro cattiva condotta. A questo proposito è opportuno aggiungere qualche osservazione.

    I re, sotto un certo aspetto, sono senza dubbio i servitori del popolo, giacché il potere che essi esercitano non presenta altro scopo razionale se non quello di procacciare il bene comune; ma non è niente affatto vero che i sovrani siano nel senso ordinario (e tanto meno in conformità della nostra costituzione) qualche cosa di simile ai servitori; e infatti la situazione di questi ultimi è caratterizzata dal dover essi obbedire al comando di altri e dal poter essere deposti per arbitrio del padrone. Invece il Re d'Inghilterra non obbedisce a nessun altro; anzi tutte le altre persone, sia individualmente che collettivamente, si trovano a lui sottoposte e gli devono obbedienza in conformità della legge. E appunto la legge, alla cui espressione è estranea l'adulazione al pari della contumelia, definisce quest'alto magistrato non già "nostro servitore" (secondo l'espressione tirata fuori da questo povero predicante) ma anzi lo chiama "nostro Sovrano Lord il Re" ; e noi per parte nostra abbiamo imparato a parlare secondo l'antico linguaggio del diritto e non nel gorgo confuso ammannito dal pulpito di questa nuova Babilonia.

    Come il re non deve obbedienza a noi, ma noi dobbiamo obbedire alla legge rappresentata nella sua persona, così la costituzione inglese non ha concepito alcuna misura per rendere il sovrano comunque responsabile, come accadrebbe di un subalterno. La nostra costituzione non conosce alcun istituto o magistratura comparabile a quella di Arragon, né alcuna Corte legalmente costituita, né alcuna procedura giuridicamente determinata per sottomettere il re a quel controllo di responsabilità che invece è caratteristico di tutti coloro che detengono posti di servizio. In questo il Sovrano non si distingue dai Comuni né dai Lords, che nell'ambito delle proprie capacità di diritto pubblico non sono tenuti a rendere conto della loro condotta, sebbene alla Revolution Society piaccia di asserire (in diretto contrapposto con uno dei motivi più saggi e più felici del nostro sistema costituzionale) che "un re non è niente di più che il primo servitore della collettività pubblica, da essa creato e responsabile verso la medesima".

    Certamente i nostri antenati, al tempo della Rivoluzione, avrebbero demeritata la loro fama di saggezza se non avessero trovata altra garanzia a tutela delle loro libertà che quella di un indebolimento dell'autorità governante, col rendere precario il titolo della sovranità, se cioè essi non avessero trovato miglior rimedio contro l'esercizio arbitrario del potere se non quello di provocare l'anarchia collettiva. Attendiamo che quei tali signori indichino quale sia il pubblico rappresentante davanti al quale, a detta loro, il Re dovrebbe tenersi responsabile a guisa di un servitore. E allora sarà tempo che io metta loro dinanzi agli occhi il testo della legge positiva che sconfessa pienamente tale pretesa.

    La cerimonia della deposizione del re, della quale questi messeri parlano con tanta facilità, ben raramente potrebbe essere effettuata senza l'impiego della violenza; e perciò essa determinerebbe un caso di guerra e non uno sviluppo costituzionale. La voce delle leggi è destinata a tacere sotto il fragore delle armi e l'esercizio della giustizia viene meno quando viene meno quella condizione di pace che le stesse leggi non sono in grado di garantire più a lungo. La rivoluzione del 1688 si svolse coll'impiego di mezzi guerreschi ispirati a ragion di giustizia, in quel solo caso in cui una guerra, e per di più una guerra civile, può dirsi giusta. Justa bella quibus necessaria.

    Il problema che riguarda la detronizzazione o, per usare una frase che piace meglio a quei signori, " la deposizione " dei Re, sarà sempre, come è sempre stato, un procedimento di Stato con carattere eccezionale e assolutamente fuori dalle norme del diritto; tale questione di stato (al pari di ogni altra simile) si fonda sopra un calcolo di circostanze, sopra una valutazione di mezzi e sopra una presunzione delle conseguenze probabili; non costituisce un problema di diritto positivo. E siccome tale evento sorpassa l'ambito di una consueta infrazione dell'ordine, non può essere discusso né risolto sulla base di un criterio comune.

    La linea teorica di demarcazione, dove 1'obbedienza viene a cessare e comincia ad esercitarsi una resistenza, è quant’altra mai dubbia, oscura e di non facile definizione. La resistenza non può venire determinata né da un singolo atto né da un singolo evento. Prima che sia lecito pensare ad un tale estremo bisogna che si siano verificati enormi abusi nel governo e conseguenze di gravissimo danno; e bisogna pure che la prospettiva dell'avvenire sia così malvagia e disperata come l'esperienza del passato. Quando le cose sono arrivate in tale deplorevole estremo la natura stessa del danno deve indicare il rimedio da seguire a quelle persone che per natura sono state designate a somministrare l'amaro medicamento onde salvare in questa critica e ambigua situazione le disperate sorti dello stato. Il tempo, le circostanze e il grado della minaccia sapranno fornire allora il necessario insegnamento.

    L'uomo saggio sarà indotto ad agire secondo la gravità del caso; l'uomo irritabile sarà mosso dalla insofferenza dell'oppressione; l'idealista dal disgusto e dall’indignazione che in lui provoca l'evidenza di una potestà, abusivamente esercitata da mani indegne; il polemista passionale affronterà l'onorato cimento per amore di una causa generosa; ma, sia o non sia conforme a diritto, una rivoluzione deve sempre considerarsi come l'estremo espediente a cui possono fare ricorso uomini assennati ed onesti.

    Il terzo tra i capisaldi giuridici che vennero sanciti dalla cattedra di Old Jewry, vale a dire il diritto a costituire un Governo da noi stessi, non presenta né in linea di fatto né in linea di principio alcuna relazione con gli eventi svoltisi durante la crisi rivoluzionaria; e, se è possibile, ne sta ancor più lontano di quanto non fossero gli altri due capoversi della dichiarazione sopraindicata. La rivoluzione si concretò a fine di preservare i nostri antichi diritti e le nostre libertà, l'antica costituzione del governo d'Inghilterra che è la nostra unica garanzia di diritto e di libertà. Se mai voi siete desideroso di conoscere lo spirito che sorregge la nostra costituzione e la direzione di vita politica dominante in quel glorioso periodo nel quale si sono consolidate le garanzie di un ordine perenne che a tutt'oggi si conserva, vi prego di attingere informazione dalle nostre storia, dai nostri ricordi nazionali, dagli Atti e dai Giornali Ufficiali del Parlamento, anziché dai sermoni tenuti in Old Jewry e dai brindisi postprandiani della Revolution Society.

    Leggendo quei documenti autentici voi troverete espresse ben altre idee e con ben altro linguaggio.

    Quella terza e indebita pretesa è altrettanto destituita di qualsiasi apparenza d'autorità quanto disadatta alle condizioni della nostra vita nazionale.
    La semplice idea di una riedificazione ex novo del Governo è tale che ci riempie di disgusto e di orrore. Al tempo della rivoluzione, come ancora oggi, noi intendiamo sempre derivare ogni attuale possesso da una ragione ereditaria che scende dai nostri padri. Abbiamo sempre avuto cura di non innestare sopra la continuativa struttura di ereditarietà alcun virgulto alieno alla natura della pianta originaria. Tutte le riforme che noi abbiamo fino ad ora avanzate sono procedute dal principio di uno scrupoloso riferimento a tradizioni antiche; ed io spero, anzi sono convinto che anche tutte le altre riforme destinate a realizzarsi in un eventuale avvenire vorranno essere analogamente strutturate e giustificate in ossequio alla autorità di precedenti che servono d'esempio.

    La più antica delle nostre riforme è la Magna Charta. Ebbene, voi vedrete che Sir Edward Coke, nostro grande maestro di diritto, ed anche i maggiori pensatori che seguirono a lui, fino a Blackstone (4), tutti si sono ingegnati a dimostrare l'ordine genealogico delle nostre libertà. Essi cercarono di provare che quell'antico testo costituzionale, la Magna Charta sancita sotto Re Giovanni, si riconnetteva ad un altro testo precedente di diritto positivo sancito sotto Enrico e che tanto l'uno quanto l'altro non erano se non la riconferma di una norma legislativa emanata nel regno in epoca ancor precedente.

    In linea di fatto questi autori paiono avere in massima parte ragione; forse non sempre; ma se tali giuristi hanno commesso alcun errore in materia di dettaglio, ciò ritorna a più forte sostegno della mia tesi, poiché dimostra il potentissimo attaccamento verso l'antichità che caratterizza l’intendimento di tutti i nostri giuristi e legislatori ed anche del popolo intero che essi venivano ad influenzare; e dimostra pure il carattere persistente e continuativo del nostro andamento politico nazionale, per cui i diritti più sacri e le più gelose franchigie di libertà vengono considerati come un patrimonio ereditario.

    In quel famoso testo legislativo, che risale al terzo anno del regno di Carlo I e che si intitola Petizione di Diritto, il Parlamento dice al Re : "I vostri sudditi hanno ereditati questi diritti di libertà": dove si vede che il reclamo non si fonda sopra gli astratti principi dei pretesi "Diritti dell'uomo", ma sopra un preciso patrimonio giuridico derivante ai sudditi inglesi, per ragione atavica, dai loro progenitori. Il Selden e tutti gli altri dottissimi scienziati che redassero quella Petizione di Diritto conoscevano del resto tutte le teorie generali riguardanti i "Diritti dell'Uomo" al pari di quanto le conoscono gli attuali teorici inglesi che vanno proclamandole dai pulpiti o quelli francesi che le agitano dalla tribuna; e cioè in materia la sapevano lunga tanto il Dr. Price quanto l'Abbé Sieyés. Ma per ragioni conformi a quella pratica saggezza che prevaleva sulla astratta teoreticità del loro sapere, essi preferivano attenersi all'osservanza di questo titolo di ereditarietà positiva e tradizionale anziché indulgere a ciò che può solleticare le astrazioni individualistiche dell'uomo e del cittadino, secondo il criterio di un diritto vago e astratto che avrebbe posto quel sicuro patrimonio ereditario in balìa di ogni spirito selvaggio e litigioso, onde ne sarebbe stato fatto scempio.

    Il medesimo criterio politico pervade tutte le leggi che sono state fin qui emanate a difesa delle nostre libertà. In quel famoso Statuto, che si data dal primo anno di Regno di Guglielmo e di Maria e si intitola "Dichiarazione di Diritto", le due Camere non hanno formulata neppure una sillaba per accennare ad un preteso diritto a che il popolo si costituisca da sé medesimo i suoi governanti. Leggendo quell'atto voi vedrete come l’intera preoccupazione del legislatore fosse diretta ad assicurare le sorti della religione, del diritto e delle libertà popolari, quali beni da lungo tempo posseduti e solo allora messi in pericolo. Il legislatore, "prendendo nella più seria considerazione i mezzi che sarebbero apparsi meglio idonei per porre le sorti della religione, del diritto e delle libere franchigie popolari al sicuro dalla minaccia di ulteriori sovvertimenti, cercò di garantire i propri procedimenti segnalando come mezzi meglio idonei a raggiungere lo scopo: in primo luogo il proposito di comportarsi così come in casi analoghi si erano comportati gli antenati per rivendicare i loro antichi diritti e le loro antiche libertà; e in seguito essi pregarono il Re e la Regina perché fosse dichiarato e ordinato che i diritti e le libertà, considerati tanto nel loro insieme quanto singolarmente, erano l'esatta e indubitabile corrispondenza di quei diritti e di quelle libertà medesime onde consisteva l'antico appannaggio del popolo d’Inghilterra".

    Voi potrete dunque vedere come dalla Magna Charta fino alla Dichiarazione di Diritto il nostro sistema costituzionale si sia conformato ad una direttiva politica uniforme, facendo ricorso alle nostre asserite libertà come a un patrimonio di carattere ereditario che a noi deriva dai progenitori e che dobbiamo trasmettere ai posteri, essendo questa una dotazione particolare e privilegiata del popolo inglese senza alcun riferimento a qualsivoglia sistema teorico di diritto affermato in via generica ed aprioristica. In questo modo il nostro sistema costituzionale riesce a conservare la propria unità pur nella grande differenza delle partì che lo compongono. Noi abbiamo una corona ereditaria, una nobiltà egualmente ereditaria; anche la Camera dei Comuni ed il popolo godono ereditariamente di privilegi, di franchigie, di libertà derivati da una lunga serie di antenati.

    Un'organizzazione politica di questo genere mi sembra essere frutto e risultato di profonda riflessione; o, meglio ancora, il prodotto felice di una risultanza naturale onde la saggezza si esprime spontaneamente senza essere frutto di sforzate meditazioni.

    La mania della innovazione improvvisata rivela di solito il risultato di temperamenti egoistici e di angusti orizzonti mentali. Essa è caratteristica di gente che non si preoccupa di guardare innanzi verso la posterità né di volgere il pensiero ai propri antecessori.

    Al contrario, il popolo d'Inghilterra ha capito molto bene che il criterio della ereditarietà fornisce un principio sicuro di conservazione e dà anche un principio sicuro di trasmissibilità dell'idea, senza affatto escludere le ragioni di un progressivo incremento. Tale criterio lascia libera la possibilità di nuovi acquisti, ma fornisce la garanzia assicurata di ogni acquisto. Tutti i vantaggi che si conseguono in uno stato secondo l'osservanza di un tale principio, vanno riguardati come una sorta di acquisizione famigliare e quasi afferrati in perpetuo da una forma di manomorta. Secondo quest'ordine di vita costituzionale e di educazione politica conformantesi ai procedimenti della natura medesima, noi riceviamo, teniamo e trasmettiamo il governo e le prerogative nella stessa maniera con la quale usufruiamo della nostra vita e della proprietà privata, ritrasmettendole nuovamente ad altri. Le istituzioni politiche, i beni della fortuna, i doni della Provvidenza, vengono a noi affidati e sono da noi riconsegnati con vicenda uniforme e regolare. Il nostro sistema di vita politica è ordinato in giusta e corrispondente simmetria con l'ordine stesso della vita universale e col modo di esistenza che è proprio degli organismi, che permangono pur essendo composti di elementi transitori; come del pari, per il disposto di una meravigliosa sapienza che fonde insieme la grande e misteriosa compagine della razza umana, l'intera collettività ad ogni istante di sua esistenza non è mai né vecchia, né di mezza età, né giovane, ma si trova in una condizione di inalterabile costanza, intimamente rimossa dal flutto variato di un eterno declinare, soccombere, rinnovarsi e progredire.

    Così, conservando anche nell'organismo statale i metodi che sono propri della natura, non ci troviamo interamente nuovi per ogni progresso conseguito, non ci troviamo interamente vecchi per ogni tradizione conservata. Aderendo in questo modo e secondo questi principi ai valori del passato noi non ci lasciamo guidare dalla idolatria superstiziosa dell'antico, ma dalla coscienza filosofica di una analogia continuativa. Nella scelta di un tale criterio di ereditarietà abbiamo ricostituita la nostra organizzazione politica a immagine delle relazioni di consanguineità, abbiamo stretta intimamente la costituzione del nostro paese con i più cari vincoli della vita domestica, accogliendo lo spirito fondamentale delle nostre leggi nel cuore delle affezioni famigliari; ed uniamo indissolubilmente con un vincolo di caldo amore tutti questi sacrati doni che mutuamente si integrano e si combinano: la nostra Patria, i nostri focolari, le nostre tombe e i nostri altari.

    Attenendoci al medesimo criterio di conformità alle leggi di natura nella formazione delle nostre istituzioni politiche e richiamandoci sempre per aiuto all'infallibile istinto della natura medesima per corroborare le fragili ed imperfette costruzioni della nostra ragione astratta, noi abbiamo ottenuto alcuni altri vantaggi e di non piccolo conto, sempre con l'intendere le nostre libertà come espressioni di un principio di ereditarietà. Tenendo ognora presente nei nostri comportamenti l'ammaestramento esemplare dei progenitori e quasi ergendo a valore di canone i loro precetti, lo spirito della libertà, che per sua natura tende all'eccesso ed alla prevaricazione, è stato contenuto nella temperanza e nel rispetto di una maestosa gravità. Questa idea della trasmissione ereditaria della libertà ispira a noi il sentimento di una dignità naturale e nativa, la quale ci preserva da quella forma di grossolana arroganza che è la infelice e quasi inevitabile caratteristica di coloro che solo di recente sono assurti a qualche distinzione. Ed in questa maniera la nostra libertà diviene un titolo di distinzione nobiliare. Essa porta con sé un carattere di imponente maestà; vanta una genealogia di illustri predecessori; vanta saldi fondamenti ed insegue illustri. I suoi fasti sono consacrati da una galleria di ritratti o da una serie di monumentali iscrizioni; i suoi archivi annoverano una serie di titoli insigni e di egregi ricordanze. Noi portiamo verso le nostre istituzioni civili quel medesimo rispetto che la natura c'insegna a portare verso l'individuo umano; rispetto che aumenta coll'avanzare dell'età e con la maggiore dignità della discendenza atavica. Tutte le nuove sofisticherie bandite in terra di Francia non possono produrre alcun risultato che si adatti al fine di una libertà ragionevole e costante, meglio che il corso dell'esperienza fino ad oggi compiuta da noi Inglesi; esperienza secondo la quale, a preservazione e tutela del nostro grande patrimonio di diritti e di privilegi, abbiamo preferito sempre seguire l’ordine della natura anziché l'astrazione speculativa, e l'osservazione profonda anziché l'escogitazione teorica.

    Voi Francesi avreste potuto, se aveste voluto farlo, trarre profitto dal nostro esempio; e ricostituendo i principi della libertà civile avreste potuto conferire ad essa tali dignità. I vostri antichi privilegi, sebbene storicamente interrotti, non erano tuttavia cancellati dalla memoria. E' bensì vero che la vostra costituzione sofferse devastazione e rovina durante il tempo nel quale cessavate di usufruirne; ma tuttavia di essa voi possedevate ancora in parto le vecchie mura ed erano interamente conservate le fondamenta di quel nobile antico castello. Ben potevate restaurare quelle mura; ben potevate su quelle antiche fondamenta cominciare l'opera di ricostruzione. Il vostro sistema costituzionale sofferse interruzioni innanzi di giungere a compimento; ma pure voi avevate già in mano gli elementi di una costituzione assai prossima al raggiungimento della desiderata perfezione. Nell'aggregato dei vostri antichi stati voi già possedevate la varietà di elementi parziali che corrispondevano a quella molteplicità di composizione la quale felicemente caratterizza l'insieme della vostra comunità nazionale. Voi avevate già tutta quella armonia e quella opposizione di interessi, quel sistema di azioni e di reazioni, che nel mondo politico, a somiglianza di quello naturale, crea l'armonia della vita universale traendola dall'antagonismo reciproco di energie discordi.

    Questo gioco di interessi opposti e contradditori che voi Francesi considerate come un danno grave dell'antico vostro sistema costituzionale e del sistema inglese a tutt'oggi vigente, è invece quello che oppone una resistenza salutare a tutte le risoluzioni precipitate, che rende ogni pubblica deliberazione oggetto non di scelta arbitraria ma di necessità e fa sì che ogni mutazione operata nell'ordine pubblico si riguardi come frutto di un compromesso richiedente una moderazione naturale. Per tal modo esso produce dei contemperamenti che prevengono e neutralizzano i danni di riforme precipitate, violente e cervellotiche, rendendo così irrealizzabili una volta per sempre i maneggi abusivi di un potere arbitrario, sia esso esercitato da pochi oppure da molti. Attraverso questa molteplicità di organi e di interessi la libertà generale trova altrettante guarentigie quante sono le differenti opinioni manifestantisi in ogni singolo ordine; e traendo l’intera collettività dentro l’orbita organizzata di un potere monarchico efficiente, le singole parti costitutive sarebbero state salvaguardate dal rischio di disgiungersi allontanandosi dal posto d'ordine loro assegnato.

    Voi avevate già tutti questi vantaggi nel vostro antico stato; ma avete preferito agire come se foste un popolo che non vanta alcun passato di civiltà e deve riprendere la sua vita tutta da capo. Avete cominciato male, perché avete cominciato col disprezzare tutto ciò che già vi apparteneva. Avete intrapresa la vostra organizzazione commerciale senza possedere sufficiente capitale. Se la generazione che immediatamente precedette la vostra non vi sembrava sufficientemente provvista di prestigio, avreste potuto fare riferimento ad una più antica schiera di predecessori, trascurando quella. Nutrendo un religioso culto verso le memorie dei predecessori, in esse voi avreste potuto rappresentare le immagini esemplari della virtù e della saggezza, molto al di sopra di quanto sia stato compiuto nella pratica volgare del tempo presente; ed avreste riconosciuto fin dagl'inizi i grandi esempi ai quali aspirate oggi conformarvi. Tributando omaggio ai vostri predecessori avreste sentita maggior dignità anche di voi stessi; e non avreste preferito considerare il popolo francese come se fosse un popolo sorto ieri, o come una nazione di miserabili perdurata nella condizione del più vile servaggio fino all'anno di emancipazione 1789. Per fornire, a scapito del vostro stesso onore, un titolo di scusante a coloro che intessono le vostre apologie e per giustificare alcune enormità che da voi si compiono, non avreste dovuto accontentarvi di rappresentare la parte di tanti servi appena scampati dalle strettoie della galera, e quindi perdonabili se abusano di quella libertà che non sono abituati a godere.

    Non sarebbe stato meglio, mio caro amico, che invece di tutto questo voi aveste pensato, come io ho sempre pensato per mio conto, esser la Francia una nazione generosa e nobilissima, per lungo tempo fuorviata a proprio danno a cagione di un romanzesco sentimento di fedeltà, di lealismo, di onore; e aveste pensato pure che gli eventi virarono bensì sfavorevoli ma che voi, per interna disposizione d'animo, eravate tutt'altro che ridotti in condizioni di schiavitù o di servilità; e che nella vostra maggior devozione di sudditanza operavate in conformità a un principio di onore nazionale, per cui riverendo la persona del monarca voi intendevate porgere omaggio all'idea stessa della Patria?

    E se voi aveste lasciato capire che riconoscevate d'esser giunti assai più lontano dei vostri stessi antenati proseguendo nella via errata ed elusiva di questo equivoco ispirato a sentimento d'onore, e che sarete stati pronti ad invocare nuovamente i vostri antichi diritti e privilegi conservando inalterato lo spirito del vostro antico e recente lealismo; o se pure, diffidando di voi stessi e non discernendo più con chiarezza le linee della quasi obliterata costituzione che i vostri antenati sancirono, voi aveste tratto esempio da paesi vicini al vostro, nei quali gli antichi principi e i grandi modelli del vecchio comune diritto europeo, migliorato ed adattato alle condizioni dell'epoca nostra, erano stati preservati in piena, efficienza, allora soltanto seguendo i dettami della saggezza voi Francesi avreste offerte al mondo prove rinnovate di senno e di prudenza.

    Avreste reso così la causa della libertà venerabile agli occhi di ogni retta coscienza, a qualunque nazione appartenga. Ed avreste al cospetto di tutto il mondo coperta di obbrobrio la causa del dispotismo dimostrando che la libertà non soltanto è conciliabile col principio del diritto ma, se ben disciplinata, torna ad esso di rinforzo. Ne avreste avuto un risultato non oppressivo, anzi fecondo. Avreste anche avuto un commercio florido, atto ad alimentare le rendite; ed anche un libero sistema costituzionale, una potente monarchia, un esercito disciplinato, un clero rinnovato e degno di venerazione, una nobiltà regolata e pur valorosa, capace di sollevare il prestigio della vostra virtù anziché deprimerlo, e un ordinamento liberale dei Comuni onde trarre e reclutare la classe dirigente; ed avreste potuto vantare ugualmente una popolazione ben difesa nei suoi diritti, soddisfatta nei suoi bisogni, laboriosa nei suoi compiti, consapevole del fatto che la felicità, quando si fondi sulla virtù, può essere conseguita in qualsiasi condizione sociale; e che appunto in essa consiste il vero principio egualitario dell'umanità, e non nella mostruosa finzione che, ispirando idee fallaci e vane speranze ad uomini destinati a lavorare nelle oscure strade di un'esistenza faticosa, serve soltanto a rendere più grave e più amara quella reale forma di ineguaglianza che nessuno potrà mai sopprimere e che l'ordine della vita civile ribadisce, tanto a beneficio di coloro che sono destinati a vivere in umile condizione quanto di coloro che possono aspirare a gradi più alti e più brillanti ma non più felici.

    Era aperto dinanzi a voi un largo e facile cammino di felicità e di gloria, forse più di alcun altro che la storia del mondo abbia sin qui annoverato; ma voi avete preteso che le difficoltà tornano utili all'uomo. Fate il computo dei vostri guadagni; calcolate qual frutto avete ricavato da quelle stravaganti e presuntuose teorie che appresero ai vostri capi a disprezzare tutta l'esperienza dei predecessori e quella dei contemporanei e perfino la propria, così da giungere al punto che il disprezzo ricadde sopra loro medesimi. Mettendosi a seguire così falsi miraggi la Francia è andata incontro ad inenarrabili calamità, pagandole a più caro prezzo di quanto non fecero altre nazioni per l'acquisto di sicuri benefici. La Francia ha fatto acquisto di miseria a prezzo di delitti! E non è a dire che essa abbia sacrificato il proprio onore al proprio interesse, ma anzi ha trascurato l'interesse per prostituire il suo onore. Tutte le altre nazioni, trattandosi dì costituire un nuovo sistema di governo o di riformare un sistema antico, hanno cominciato col creare dalle basi o col rinvigorire quanto più tenacemente possibile una serie di riti e di principi religiosi. Tutti gli altri popoli hanno stabiliti i fondamenti della libertà civile istituendo severe discipline ed inaugurando sistemi, di più austera e di più maschia moralità. Invece la Francia, nel momento stesso in cui spezzò le redini della autorità regia, raddoppiò la licenziosità feroce e dissoluta dei costumi e l'insolenza dei pensieri e delle pratiche antireligiose; e in tutti i ranghi della vita vide estendersi (quasi che si trattasse di ridistribuire privilegi o di elargire benefici per lungo tempo rimasti occulti) tutte quelle malaugurate forme di corruzione che sono per solito il triste privilegio conseguente alla condizione dei ricchi e dei potenti. E questo è uno dei nuovi prìncipi d'eguaglianza che si bandiscono in Francia.

    La Francia, per la perfidia di coloro che comandano, ha completamente messo in discredito il gabinetto del Re per il tono e lo stile della conciliatezza garbata che neutralizza l'efficacia degli argomenti più forti. Basa ha consacrato le oscure e sospettose massime proprie della tirannide diffidente, insegnando ai sovrani la paura (come in seguito sarà detto) di fronte al plauso ingannatore dei teorizzanti della politica. I sovrani riguarderanno d'ora innanzi quelli che loro consigliano di collocare illimitata confidenza nel popolo come sovversivi che minacciano la sicurezza del trono, come traditori che mirano alla sua distruzione inducendo le nature facili e confidenti dei principi, mediante pretesti cavillosi, ad accogliere una divisione di potere con uomini audaci e senza scrupoli.
    Per aspera ad astra

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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    Se non vi fosse altro danno, questa sola sarebbe e per la Francia e per l'umanità intera una irreparabile calamità. Ricordatevi che il vostro Parlamento di Parigi ha detto al Re di Francia come, convocando gli Stati Generali, il Sovrano non dovesse temere altro se non la prodigalità eccessiva dello zelo che essi avrebbero manifestato a beneficio e difesa del Trono. Si capisce come quelli che così parlavano abbiano sentito il bisogno di nascondere le loro gesta. E' giusto che essi prendano la loro parte nella rovina in cui per loro consiglio sono stati trascinati insieme il Sovrano di Francia e la Nazione intera. Dottrinari di carattere così sanguinario e violento tendono ad eludere la forza dell'autorità e ad addormentarla. La incoraggiano a compromettersi in una serie di avventure politiche sconsiderate, a trascurare per tal modo quei provvedimenti preparatori e quelle precauzioni preventive che distinguono la benevolenza delle intenzioni dalla imbecillità degli azzardi, e senza le quali nessuno può rendersi garante che un astratto programma di governo libertario possa sortire salutari effetti.

    Per avere trascurate tali preoccupazioni il popolo francese ha visto corrompersi quello strumento salutare che è lo Stato, al punto da diventare un veleno. E fu portata la ribellione contro un legittimo sovrano che teneva moderata condotta; e questo con una forza d'oltraggio e con una violenza d'ingiuria più gravi di quanto alcun altro popolo mai abbia fatto contro il più illegale degli usurpatori o il più sanguinario tra i tiranni. I Francesi hanno creata una resistenza contro chi era pronto a fare concessioni; si sono ribellati contro chi li proteggeva; la mano assalitrice del popolo si diresse contro chi largheggiava di grazia, di favori, di condiscendenze.

    Questo è un fatto contro natura. Tutto ciò che seguì è invece nell'ordine normale. Nel successo medesimo dell'azione ribelle i re trovarono giustizia vendicatrice. Rovesciate le leggi, sconvolta la giustizia, svigorita l’industria, rovinato il commercio, non pagate le rendite, e nondimeno impoverita la massa popolare; depredata la Chiesa senza avere rafforzato lo Stato; l'anarchia civile e militare divenuta fondamento della costituzione nazionale; ogni valore umano e divino sacrificato all'idolo della pubblica demagogia, con la conseguenza di una bancarotta generale; e per compire l’opera ecco giungere la nuova carta moneta sotto la pretesa garanzia di un potere precario, vacillante; quella screditata valuta, che corrisponde a una frode miserabile e ad una spoliazione da pezzenti, è adottata ora come strumento di circolazione monetaria per tenere in piedi un vasto impero, in luogo di quei due metalli preziosi che hanno un riconoscimento ufficiale per rappresentare in via convenzionale il credito dei valori nell'umanità intera; metalli che sono scomparsi ma quasi nascondendosi di bel nuovo nelle viscere della terra dalle quali erano stati tratti; e questo dal momento in cui cominciò ad essere sistematicamente rinnegato il principio della proprietà privata del quale essi erano espressioni rappresentative.

    Tutti questi eventi disastrosi erano forse necessari? Erano forse essi il risultato inevitabile di uno sforzo disperato che un gruppo di patrioti, spinti al coraggio delle estreme risoluzioni, compirono a fine di raggiungere la garanzia pacifica di una libertà prosperosa col mezzo fatale di tumulti sanguinari? No! Niente di simile. Le rovine recenti che devastano la Francia e che commuovono l'animo nostro dovunque giriamo gli sguardi, non rappresentano il risultato devastatore di una guerra civile; sono invece i monumenti tristi ma istruttivi di una propaganda dissennata e violenta, ammannita in tempo di profonda pace. Documentano le malefatte di una autorità sconsiderata che presuntuosamente si ingrandì perché alla sua forza irresistibile non fu opposta arginatura. Le persone che hanno in tal modo profusi i tesori della loro attività criminale, le persone che hanno sparso con prodigalità selvaggia la pubblica rovina (estremo pegno di riscatto che in ultima istanza sia riservato allo Stato), nel seguito dello loro azioni non hanno incontrato che una piccola e addirittura inefficace resistenza. Tutto il cammino che questa gente ha compiuto è stato simile piuttosto ad una marcia trionfale che non alle tappe successive di un procedimento guerresco. I loro pionieri hanno aperto il cammino precedendoli e preparando ai loro piedi un terreno livellato dalle demolizioni. Essi non hanno versato una sola goccia del loro sangue par la causa del paese che stavano in tal modo rovinando. La loro avanzata non è costata altro sacrificio che il logorio delle scarpe adoperate per camminare, mentre al tempo medesimo essi imprigionavano il Re, massacravano i loro concittadini pacifici, gettando nella disperazione, nella povertà e nella miseria migliaia di degne persone e di ottime famiglie.

    E non si può nemmeno dire che la loro crudeltà sia stata il risultato vergognoso della paura provata. Essa al contrario fu l'effetto del sentimento di perfetta sicurtà nella quale si trovavano coloro che operavano così, autorizzando tradimenti, ruberie, rapine, assassini!, massacri, incendi, in lungo e in largo traverso quella devastata landa. Ma la causa che determinava tutto ciò era evidente fin dal primo momento.

    Questa volontà arbitraria di operare il male senza bisogno, potrebbe apparire assolutamente inconcepibile se non tenessimo conto del modo con cui l'Assemblea Nazionale è costituita. Non intendo parlare qui della sua costituzione formale che rappresenta, così com'è ora, un fatto abbastanza eccezionale, ma della composizione sostanziale di cui per gran parte essa consta, e che importa conseguenze diecimila volte più grandi di quanto sia mai accaduto in altro caso del genere. Se noi non conoscessimo di quella Assemblea niente più che il suo titolo e la sua funzione, essa non potrebbe apparire alla nostra fantasia in un colore di maggiore dignità o di maggiore imponenza. Sotto questo riguardo il giudizio di chi si accingesse a una ricerca di merito, trovandosi abbagliato da una visione così dignitosa come quella che scaturisce dai princìpi della virtù e della saggezza raccolti nella espressione centrale della collettività popolare, subirebbe un attimo di arresto e di perplessità prima di condannare azioni ed eventi che pur si presentano nelle peggiori evidenze. Tutto questo anziché sembrare biasimevole, apparirebbe soltanto strano.

    Ma nessun nome, nessun potere, nessun artificio istituzionale, comunque presi, valgono a rendere gli uomini (chiamati a comporre un sistema di autorità) diversi da come Dio, la natura, l'educazione e l'abitudine stessa della vita li hanno effettivamente resi. Il popolo non ha modo di conferire alcuna capacità di azione oltre questo limite. La virtù e la saggezza possono ben essere oggetto della scelta popolare; ma l'avvenuta scelta in sé medesima non basta a conferire né l'una né l'altra virtù a coloro sui quali ricade la consacrazione ufficiale dell'elezione. Nell'esercizio di tali poteri il popolo non vanta né privilegio di natura, né promessa di rivelazione. Dopo aver letta la lista delle persone che compongono il Tiers Ètat, e la descrizione delle loro qualifiche, nulla di quanto esse operarono poteva più stupirmi. Fra quelle persone in verità ne ho ravvisate alcune di rango conosciuto, alcune di elevato ingegno; ma non una sola fu possibile trovare che presentasse qualche esperienza pratica negli affari dello Stato. I migliori, tutt'al più, erano uomini di pura teoria. Ma comunque potessero essere quei pochi che costituivano la élite distinta, è pur sempre la grande massa del corpo collettivo quella che costituisce il suo carattere determinando le direzioni ed i comportamenti di esso. In tutte le organizzazioni collettive i leaders del movimento sono anche costretti a seguire per buona parte l'imposizione della totalità. Costoro devono conformare i loro propositi d'azione al gusto, al talento, alla disposizione di quelli che essi intendono capitanare; e per questo se una assemblea consta per la maggior parte di elementi deboli o viziati, nulla varrà ad evitare il rischio che i pochi uomini di senno sparsi nella moltitudine non divengano se non istrumenti esecutivi della demenza collettiva, a meno che non entri in funzione quella virtù di grado superiore che è ben difficile riscontrare nelle cose di questo mondo e appunto per ciò stenta ad entrare in circolazione.

    Ma se, invece di questa particolarissima ed eccezionale virtù avviene (come nella maggior parte dei casi) che prevalga negli uomini della classe dirigente l'impulso di una sinistra ambizione e la tendenza a prostituirsi per ottenere il favore popolare, allora accade che la parte scadente dell'Assemblea, alla quale da principio i leaders hanno dovuto fare buon viso, diventi a sua volta il perfido istrumento di ogni intenzione disonesta. In questo mercato politico i leaders si troveranno costretti a curvare la schiena di fronte all'ignoranza dei loro seguaci, e vicendevolmente questi ultimi a divenire strumenti d'attuazione dei più loschi disegni concepiti da coloro che li guidano.

    Affinchè si potesse assicurare fino a un certo limite la moderazione nei propositi manifestati dai capì del movimento politico in ogni pubblica assemblea, bisognerebbe che questi ultimi imponessero ai loro seguaci un sentimento di rispetto capace di rasentare in certo grado il timore. E perché la collettività potesse venire guidata senza lasciarsi accecare, bisognerebbe che essa esercitasse controllo di giudizio e non funzioni d'iniziativa; la maggioranza appunto nella sua funzione giudicatrice dovrebbe essere insignita di sufficiente e naturale autorità. Niente può dar sicurezza che lo svolgimento di queste assemblee si contenga nei limiti di una azione ponderata e costante qualora tali organismi collettivi non presentino una composizione degna di rispetto per ciò che concerne la condizione sociale dei membri che li costituiscono, il loro grado di censo o di educazione e la loro disposizione alla aperta e liberale intelligenza dei fatti e degli eventi.

    Nella convocazione degli Stati Generali avvenuta in Francia la prima cosa che mi ha colpito fu l'abbandono deciso di tutta la tradizione. Ho notato che la rappresentanza del Terzo Stato constava di seicento persone. Questa, da sola, eguagliava numericamente la rappresentanza degli altri due ordini presi insieme. Se i diversi ordini avessero dovuto agire separatamente, a parte la considerazione della spesa, la composizione numerica non avrebbe avuto grande importanza. Ma siccome invece si è reso evidente che i tre ordini stavano per essere riuniti in un gruppo solo, risultò chiaro quale grave effetto dovesse conseguire da tale sproporzione numerica nella rappresentanza. Anche la più piccola sottrazione di autorità compiuta a danno dell'uno o dell'altro tra i due primi ordini avrebbe fatto sì che il potere di entrambi cadesse nelle mani del terzo ordine. E difatti l'intero potere dello Stato ben presto sì ridusse in balia di quel terzo. Perciò il contingente intrinseco della sua composizione venne ad acquistare un'importanza infinitamente più grande.

    Giudicate voi, o Signore, quanto viva sia stata la mia sorpresa allorché mi accorsi che la grande maggioranza dell'Assemblea (la maggioranza io credo dei suoi membri effettivi) consisteva di praticanti in uffici legali. L'Assemblea non era dunque composta di magistrati egregi che già avessero dato al loro paese prova di dottrina, di prudenza, di integrità; non di avvocati principi che costituissero la gloria del foro; non di celebrati professori universitari; ma per gran parte era composta di elementi inferiori, di gente indotta, di artigiani che esercitavano professioni subalterne e mestieri meccanici. Si davano bensì alcune eccezioni degne di nota; ma il grosso della collettività consisteva pur sempre di oscuri avvocati di provincia, di piccoli ufficiali addetti a giurisdizioni locali, di procuratori da villaggio, di modesti scribi insieme con una turba di azzeccagarbugli suburbani e di sobillatori camorristi di pessima lega provinciale. Dal momento in cui io ho gettato uno sguardo su quella lista di composizione, ho visto distintamente e da vicino tutta la serie degli eventi che sarebbero seguiti.

    Il grado di autorevolezza che viene attribuito ad ogni singola professione corrisponde di solito alla dignità assunta da quegli stessi che tale professione esercitano. Qualunque potesse essere il merito personale dei singoli individui esercitanti la professione del giurista (e in certuni di essi tal merito era effettivamente elevatissimo) sta di fatto che in una monarchia di carattere militare come quella francese tale professione non è mai assurta in alto grado di dignità, quando si eccettui il caso di coloro che, occupando sommi gradi gerarchici, univano sovente all'esercizio professionale del loro ufficio lo splendore di un grande casato ed erano investiti di alta potenza e di forte autorità. Tali personaggi certamente erano tenuti in somma considerazione ed ispiravano anche soggezione e timore in grado non piccolo. Ma tutti gli altri non partecipavano di eguale prestigio; ed anzi quelli che componevano la massa degli esecutori processuali erano tenuti in basso grado di reputazione.

    Quando accade che l'autorità suprema è attribuita a un organismo collettivo composto in tale maniera, ciò produce evidentemente conseguenze analoghe a quelle che derivano quando l'autorità suprema è rimessa nelle mani di uomini che non possiedono un forte sentimento della loro dignità, di uomini che hanno poco da perdere e dai quali nessuno aspetta di vedere usato con moderazione e neppure esercitato con discrezione un potere di comando quale essi medesimi, forse più degli altri, devono essere sorpresi di trovare nello proprie mani.

    Chi potrebbe mai lusingarsi sperando che tipi cosiffatti (repentinamente e quasi per virtù di incantesimo portati su dai ranghi più umili delle professioni subordinate) non si lascino inebriare o abbagliare dalla potenza alla quale non sono abituati! Chi potrebbe mai pensare che uomini adusati all'esercizio di arti subdole, procaccianti, litigiose, animati da una insaziabile voglia di arrivismo, consentirebbero facilmente a ritornare indietro nella loro antica condizione di travaglio oscuro e mal remunerato? E chi mai potrebbe mettere in dubbio che tal gente, gravando a qualunque prezzo sulla cosa pubblica della quale non capiscono niente, cerchi invece di conseguire il proprio tornaconto privato, cosa della quale s'intendono fin troppo bene? Tutto questo non è dunque un fatto occasionale o contingente; ma è invece una conseguenza inevitabile, necessaria, intrinseca alla natura stessa delle cose. Quegli uomini fatalmente erano portati a mescolarsi (anche se la loro incapacità mentale non consentiva che degli eventi prendessero l'iniziativa ed il comando) in tutti quei progetti e quei maneggi che potessero procurare uno stato di cose litigioso o disordinato aprendo dinanzi alla loro voracità le innumerevoli occasioni di lucro che sono la conseguenza fatale di tutti i grandi moti convulsivi e rivoluzionari dello Stato, e particolarmente di tutte le permutazioni violente e profonde intervenute nell'ordine della proprietà. Come si sarebbe potuto aspettare che operassero a ristabilire o consolidare il regime di essa proprietà quegli uomini appunto i quali hanno fatto dipendere l'esistenza loro dagli eventi che rendono tale proprietà problematica, ambigua e malcerta? Senza dubbio l'improvvisa elevazione di grado può avere allargate le cupidigie di tal gente sopra una sfera più ampia di oggetti; ma le disposizioni o il temperamento abituale di essi, insieme con le modalità impiegate al conseguimento dei propri fini, non possono che essere rimasti inalterati.

    Uomini di tal sorta avrebbero dovuto essere fronteggiati dall'azione moderatrice e restrittiva di mentalità ben diverse, di coscienze più equilibrate, di più vasti intelletti. Dovevano forse questi ultimi subire la imposizione autoritaria e la prepotenza presuntuosa di un branco di zotici buffoni che si erano cacciati a sedere nell'Assemblea e dei quali parecchi non sapevano né leggere né scrivere? O da un numero non più grande di mercenari i quali, sebbene potessero talora presentare un più alto grado di cultura ed una più elevata condizione sociale, non avevano però altra preoccupazione se non della loro bottega e della loro cassetta? No di certo! Entrambe queste categorie d'individui erano piuttosto adatte ad essere soggiogate e turlupinate dagli artifici dei giuristi anziché a divenire un prevalente contrappeso ad essi. Data una simile sproporzione, la totalità dovette subire l'autorità imperativa di quei gruppi.

    Alla facoltà di legge si univa in proporzione considerevole anche la facoltà di medicina. Quest'ultima, al pari della prima, non aveva mai avuto in Francia il riconoscimento della sua giusta autorità. Per questo anche i professionisti di scienza medica non avevano le qualità caratteristiche degli uomini che sono avvezzi ad un proprio indiscusso grado di dignità. Ma anche supponendo che oasi fossero valutati in conformità del loro merito, cosi come lo sono oggi giorno, sta pur sempre il fatto che le corsie degli ospedali non sono accademie adatte alla formazione degli uomini di Stato e dei legislatori.

    Venivano in seguito gli affaristi maneggiatori di denaro e lettere di credito, i quali dovevano essere smaniosi di cambiare a qualunque costo il valore impalpabile della loro carta monetata contro benefici fondiari di più solida consistenza. A questi si aggiungevano uomini di un'altra categoria, dai quali si doveva aspettare che prestassero ben poca attenzione e manifestassero assai scarsa competenza in ordine agli interessi di un grande Stato, essendo scarsamente tenuti a garantire la stabilità delle pubbliche istituzioni; alludo a quegli uomini che sono fatti per esercitare funzioni esecutive ma non per assumere il controllo degli affari generali.

    Tale, per grandi linee, era la composizione del Tiers Etat nell'Assemblea Nazionale; cosicché in essa era difficile riconoscere la traccia anche più esigua di ciò che noi chiamiamo il naturale interesse fondiario (natural landed interest) legato alle sorti del paese.

    Noi sappiamo che in Inghilterra la Camera dei Comuni, pur senza chiudere le sue porte ad alcun elemento di merito che si venga manifestando in ogni classe sociale, è però, per la concordanza precisa di coefficienti adeguati, composta di tutto quanto di meglio la Nazione possa produrre in fatto di discendenza, di rango, di censo (sia esso ereditato od acquisito), di superiorità culturale, di distinzione nelle gerarchie militari, civili, marinare e politiche. Ma supponiamo, e già è difficile avanzare tale supposizione in pura via ipotetica, che la nostra Camera dei Comuni sia composta nella stessa maniera come il vostro Tiers ètat in Francia. Potrebbe mai la dominazione di una tal sorta di pezzenti essere tollerata con pazienza o soltanto concepita senza un sentimento di orrore?

    A Dio non piaccia che io sembri insinuare alcunché per denigrare quella professione che costituisce quasi un secondo sacerdozio nel l'amministrare i diritti di una sacra giustizia. Ma mentre io rispetto gli uomini nell'esercizio delle funzioni che loro appartengono e sebbene al pari di chiunque altro io desideri prevenirli e difenderli contro qualsiasi minaccia d'esclusione da tali attività di competenza, tuttavia non posso, per adulare questi uomini dare una smentita ai fatti di natura. Tali individui sono benefici ed utili quando entrano come elementi nella composizione dell'organismo collettivo; ma tornano di danno se assumono una preponderanza tale che li renda virtualmente pari alla totalità. L'indiscussa superiorità che li caratterizza nei limiti della loro competenza professionale è ben lungi dal potersi estendere oltre quei limiti medesimi. Non posso far a meno di osservare che gli individui troppo angustamente confinati nell'ambito di esercizi professionali e specializzati, e per necessità di cose stretti nel breve circolo di abitudini inveterate e persistenti, sono piuttosto disadatti anziché indicati per tutte quelle attività che richiedono larga conoscenza delle cose umane, esperienza degli affari complessi, colpo d'occhio comprensivo e sintetico su quell'insieme di interessi interni ed esterni variamente intrecciati, che costituisce la totalità formativa del multiforme organismo che noi chiamiamo lo Stato.

    Dopo tutto, se la Camera dei Comuni dovesse avere una composizione di natura interamente professionale e specializzata, a che cosa si ridurrebbe la sua potestà, circoscritta e rinchiusa come essa è dentro le barriere irremovibili del diritto, delle tradizioni, delle norme positive dettate dalla dottrina o sancite dall'uso pratico, nonché controbilanciata dalla funzione costituzionale della Camera Alta e sottoposta in ogni istante della sua esistenza alla discrezione della Corona, che può continuare l'esercizio di essa, prorogarne le funzioni, o dissolverla a suo piacimento?

    Il potere della Camera dei Comuni, sia esercitato direttamente o indirettamente, è invero assai grande; e possa a lungo conservarsi mie in quello che è lo spirito verace e pieno della grandezza; e sia esso in grado di mantenersi cosi lungamente da impedire che i violatori del diritto in India vengano a dettare legge in Inghilterra. Ma tuttavia il potere posseduto dalla Camera dei Comuni, pur nella integrità delle sue funzioni, è sempre una goccia d'acqua nell'oceano, quando lo si paragoni con quello posseduto dal gruppo di maggioranza insediatesi nella vostra Assemblea Nazionale.

    Codesta Assemblea dal momento in cui è stata operata la distruzione degli antichi ordini non ha più avuto di fronte a sé alcuna norma fondamentale da seguire; nessuna convenzione disciplina il suo operato, nessun rispetto di norma tradizionale frena il suo arbitrio. I componenti di tale Assemblea, anziché riconoscersi obbligati a conformarsi ad un sistema costituzionale determinato, hanno la potestà di creare una costituzione che si conformi all'arbitrio dei loro divisamenti. Non vi è nulla né in cielo né in terra che valga a controllo del loro operato. Quali mai dovrebbero essere i cervelli, i cuori, le disposizioni mentali di coloro che si ritengono capaci, o quanto meno hanno l'ardire, non soltanto di emanare leggi dentro l'ambito di un sistema costituzionale definito, ma anche di buttar fuori in un colpo e per intero una nuova costituzione per un grande reame, elaborandola in ogni sua parte, dalla funzione del monarca sul trono fino a quella dell'ultimo sagrestano di parrocchia? Ma i pazzi irrompono là dove gli angeli temevano di porre piede. In una situazione simile dove è concesso illimitato potere per il raggiungimento di finalità indefinite ed indefinibili, il danno derivante dalla inettitudine morale e direi anche fisiologica degli uomini preposti a tali funzioni è il più spaventoso che mai si possa concepire in riguardo al governo degli affari umani.

    Avendo considerato la composizione del Terzo Stato così come essa si presentava nella sua forma originale, io ho preso visione anche di un'altra rappresentanza; quella del clero. Anche qui è apparso con tutta evidenza che ben poche precauzioni si erano adottate a fine di tutelare la proprietà dal punto di vista della sicurezza generale, e tanto meno per accertare la attitudine dei deputati all'esercizio delle loro pubbliche funzioni secondo i risultati delle elezioni. Appunto queste elezioni furono fatte in modo che una grande quantità di piccoli curati di campagna assunsero l'arduo e gravissimo compito di ricostituire lo Stato; gente che non aveva forse neppure una lontana idea dello stato medesimo e nulla conosceva del mondo oltre i limiti di una oscura parrocchia rurale, e trovandosi in condizione di povertà senza scampo doveva necessariamente riguardare ogni dato di proprietà privata, sia di pertinenza civile sia ecclesiastica, in nessun altro modo che non fosse quello dell'invidia; e tra questi uomini molti ve n'erano i quali, nella sola speranza di essere ammessi a partecipare dei risultati dì un saccheggio, si sarebbero prontamente mescolati a qualunque attacco venisse mosso, per la conquista della pubblica ricchezza; ricchezza della quale difficilmente avrebbero potuto in alcun modo fruire se non per via di un disordine pubblico generale.

    Anziché costituire una forza di resistenza la quale fronteggiasse il turbolento potere degli avventurieri insediati nell'alta Assemblea, questi curati dovevano necessariamente divenire i coadiutori attivi o quanto meno gli strumenti passivi di coloro dai quali si lasciavano abitualmente imporre nelle piccole contingenze della vita provinciale. Ed era anche difficile che tali uomini assumessero contegno molto coscienzioso rispetto agli altri, dato che (montando in presunzione per l'insufficienza medesima della preparazione culturale) erano ormai indotti a procacciarsi per via di intrighi un mandato fiduciario onde intraprendere la ricostruzione generale dello Stato, dopo avere spezzato tutto il sistema delle loro precedenti relazioni nella etera ormai abbandonata delle loro attività nazionali. Questo peso preponderante aggiunto alla forza organizzata della canaglia del Terzo Stato completava quel monumento di ignoranza, di balordaggine, di presunzione, di libidine spoliatrice, al quale nulla più poteva porre argine.

    Un attento osservatore deve aver già capito fin dall'inizio che la maggioranza costituitasi nel Terzo Stato operando d'accordo con le rappresentanze del clero testé descritte e mirando alla distruzione della classe nobiliare, doveva inevitabilmente diventare strumento delle più losche macchinazioni di individui che appartenevano alla stessa nobiltà. Nella distruzione a cui sarebbe andato incontro il loro medesimo ordine sociale tal gente avrebbe trovato un mezzo sicuro per offrire un compenso agli uomini del seguito. Il togliere di mezzo gli oggetti che creavano la felicità e la distinzione dei loro pari di grado non sarebbe costato alcun sacrificio ad uomini di tal fatta.

    Gli individui appartenenti a classi sociali elevate ma turbolenti e scontenti di se stessi, appunto in ragione che si sentono gonfi di prestigio personale e di arroganza sono generalmente i primi a disprezzare la classe sociale alla quale appartengono. Uno dei primi sintomi che rivelano nefasta ambizione ed egoistico risentimento è appunto il fatto di disprezzare quel grado di dignità, che è comune con altri uomini del medesimo rango sociale. Il principale fondamento (potremmo dire il germe) di ogni retto sentimento politico sta nell'attaccamento alla categoria sociale e nell'amore al piccolo gruppo di cui un individuo fa parte nella totalità collettiva. E' questo il primo anello affettivo di una serie graduale, secondo la quale l'uomo procede attraverso l'amore della propria terra nativa fino a quello dell'umanità intera. Gli interessi che contraddistinguono ogni singolo gruppo dell'aggregato sociale costituiscono più che una garanzia rimessa nelle mani di tutti coloro che lo compongono; e mentre nessuno, eccezion fatta dei malvagi, vorrebbe giustificare quegli interessi in quanto rappresentino abusi di parte, allo stesso modo nessuno, eccezion fatta dei traditori, vorrebbe barattare quegli interessi medesimi in cambio di vantaggi personali.

    Vi furono nel tempo dei sommovimenti interni verificatisi in Inghilterra (non so se anche voi ne verifichiate di simili entro l'ambito dell'Assemblea Nazionale di Francia), alcuni, come il Conte di Polland, che o personalmente o per via delle loro famiglie ebbero a suscitare odio contro il Trono in conseguenza delle prodighe elargizioni di benefici di cui essi medesimi erano stati oggetto. Costoro presero parte ai movimenti di ribellione suscitati da un malcontento del quale essi stessi erano stati causa; volevano cioè scalzare le basi di quel trono al quale in parte erano debitori della loro esistenza medesima e in parte di quel potere che essi impiegavano ai danni del proprio benefattore.

    Se mai si pongano limitazioni alle rapaci cupidigie di tal sorta di gente o se alcun altro si permetta di partecipare al godimento di quegli oggetti sui quali essi hanno rivolto lo sguardo, ben tosto la vendetta e l'invidia vengono a riempire il vuoto lasciato dalla avarizia dei primi. Trovandosi confusa dalla congestione di tante tumultuose passioni, la ragione di costoro perde ogni equilibrio; il loro modo di guardare alle cose diviene indefinito e malcerto; riuscendo inesplicabili agli altri, essi rimangono malcerti anche di fronte a se medesimi. Da ogni parte incontrano limiti e ostacoli all'esplicarsi di una ambizione spoglia di principi direttivi in qualsivoglia ordine di cose che sia fisso e definito. Mentre invece quando si trovano in mezzo ai fumi del disordine l'orizzonte di ogni loro attività sembra allargarsi oltre ogni limite.

    Allorquando uomini appartenenti a classi elevate sacrificano ogni idea della propria dignità sull'altare di una ambizione senza scopo definito e si prestano con mezzi loschi alla esecuzione di imprese indegne, tutta la compagine sociale si trova moralmente degradata. E infatti alcunché di simile non avviene ora in Francia? Non si verificano laggiù, eventi ignobili ed ingloriosi? Una sorta di abbassamento in tutte le manifestazioni della vita politica? E una tendenza generale ad abbassare insieme con la dignità degli individui singoli anche il prestigio e l'importanza dello Stato?

    Altre rivoluzioni furono capitanate da uomini che, mentre si sforzavano di mutare l'ordine della cosa pubblica, sapevano però sublimare la loro stessa ambizione elevando la dignità di quel popolo medesimo del quale venivano turbando la pace. Quelli avevano una vista lungimirante. Tendevano alla riorganizzazione, non alla distruzione del proprio paese. Erano uomini di alto valore civile o militare e costituivano al tempo stesso il terrore, ma anche l'ornamento della loro Patria. Essi non agivano come gli usurai ebrei che attaccano lite l'un con l'altro per vedere chi possa meglio rimediare, con una fraudolente circolazione cartacea di valore deprezzato, ai mali e alle rovine portati nel paese in conseguenza dei loro dissennati consigli. Lo laudi indirizzate a uno di quei terribili uomini del vecchio stampo (Cromwell) da parte di uno dei suoi congiunti che era anche un poeta favorito del tempo, dimostrano bene quale fosse la meta dei suoi propositi e quali fossero in massima parte i risultati conseguiti dalla sua ambizione :

    "Finché voi salite, lo Stato, nel suo splendore, non soffre danno subendo mutazioni per mano vostra e si trasforma come la grande scena del mondo, allorché, senza bruschi passaggi, il nascente sole soverchia le deboli costellazioni della notte".
    Siffatti sconvolgitori dell'ordine pubblico somigliavano assai più ad uomini che volevano asserire il loro naturale diritto e prendere posto nella società anziché a volgari usurpatori del pubblico potere. La loro elevazione era destinata a portare luce e bellezza nel mondo; la loro prevalenza sopra gli antagonisti derivava da una ragione di intrinseca superiorità. La mano che, simile a quella di un angelo sterminatore, colpiva il paese, comunicava ad esso insieme con la sofferenza cagionata anche il dono della forza e dell'energia.

    Io non voglio dire (Dio lo vieta), io non voglio dire che le virtù di tali uomini fossero sufficienti a controbilanciare il peso dei loro procedimenti; ma in certo modo esse rappresentavano un correttivo agli effetti di questi ultimi. Tale era, come ho detto or ora, il nostro Cromwell. Tale presso di voi in Francia era l'intera classe dei Guisa, Condé, Coligny. Tali erano anche i Richelieu, che in tempi più tranquilli operavano ispirandosi a princìpi di guerra civile. Tali (uomini assai migliori che agirono per meno dubbia causa) erano in Francia Enrico IV e Sully, sebbene nutriti in mezzo ai tumulti della guerra civile e non interamente immuni dall’averne sorbiti alcuni effetti.

    E' cosa meravigliosa il vedere come rapidamente la Francia, appena ebbe trovato un momento di respiro, seppe risollevarsi e ricostituirsi dai danni delle più lunghe e spaventose guerre civili che mai siano scoppiate in alcuna Nazione.

    E questo perché? Perché quegli uomini, pur avendo fatto scempio di molte cose, ne avevano rispettata una: la coscienza ideale (the mind) del loro paese. Non era stato soffocato lo spirito di dignità, il giusto orgoglio, il sentimento generoso della gloria e dell'emulazione. Al contrario, tutto questo aveva subito un ardente incentivo. Anche gli organi dello stato, quantunque danneggiati, persistevano in funzione. Erano pure conservati tutti i premi dell'onore e della virtù insieme col riconoscimento ufficiale dei meriti e della distinzione. Ma, a differenza di tutto questo, il disordine che oggi si è verificato in Francia ha intaccato a guisa di paralisi i fondamenti stessi della vita. In codesto paese ognuna di quelle persone che si trovano in condizione di operare secondo i principi dell'onore cade fatalmente in disgrazia e non può avere altra sensazione di partecipare alla vita se non quella di trovarsi sottoposta alle più umilianti mortificazioni.

    E anche questo rango di persone sarà ben presto spazzato via. Nel ceto nobiliare la prossima generazione confonderà le proprie caratteristiche con quelle degli artigiani, degli zotici, degli strozzini, degli usurai e dei giudei, i quali saranno d'ora innanzi loro compari e magari loro padroni. Credete a me, o Signore, quelli che cercano di livellare la società non introducono mai vera eguaglianza. In ogni aggregato sociale che consiste di varie classi di cittadini qualcuna di esse necessariamente deve acquistare un grado di superiorità.

    E per questo i teorici del livellamento assoluto non fanno che travolgere e pervertire l'ordine naturale delle cose; essi aggravano l'edificio sociale mettendo in alto ciò che la solidità della struttura richiederebbe fosse messo alla base. Le associazioni di sarti e di carpentieri, delle quali per esempio si compone la repubblica di Parigi, non potranno mai giungere a quel grado al quale voi vorreste costringerle ad arrivare operando la peggiore di tutte le usurpazioni, l'usurpazione sulle prerogative stesse della natura.


    Note

    (3) "Re Giacomo II avendo cercato di sovvertire la costituzione del regno spezzando il contratto originale tra re e popolo ed avendo per istigazione dei Gesuiti e di altri individui nefasti, violate lo leggi fondamentali, essendosi quindi posto da sé medesimo fuori dal diritto del Regno ha abdicato alle funzioni del Governo e per questo il trono diviene vacante "

    (4) Vedi l'edizione Blackstone della Magna Charta (Oxford 1759).




    (Fine della Seconda Parte)
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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    COMMENTO


    Burke respinge con forza la pretesa avanzata dalla Revolution Society, per la quale il popolo ha il diritto di disfarsi dei Governi colpevoli di "cattiva condotta". Una simile affermazione non trova innanzitutto alcuna base nei fatti accaduti con la Gloriosa Rivoluzione del 1688. Re Giacomo II fu deposto non già con l'intento di fomentare ulteriori moti rivoluzionari, per modificare le leggi fondamentali e la forma di governo inglesi, ma proprio con lo scopo di tutelare e ribadire la loro esistenza ed integrità. Fu Giacomo, e non il Parlamento, a causare una condizione di caos e disordine, contrassegnata dal continuo sovvertimento delle libertà del popolo e delle prerogative parlamentari, nonchè della Chiesa protestante. Il sovrano decise da sè di porsi al di fuori del diritto del Regno, giustificando quindi la sua conseguente abdicazione. Fu infatti il re a rompere il "contratto originario" con i suoi sudditi, i quali non si sentirono più tutelati nelle proprie libertà e nei propri diritti inviolabili.
    Questa fantomatica "cattiva condotta" non può certo definirsi come motivo sufficiente per un cambio di Governo; è un criterio palesemente vago ed indefinito, capace di indebolire qualsiasi esecutivo o costituzione. E i padri della Gloriosa Rivoluzione, non a caso, lo rifiutarono in toto per ribadire la loro fiducia nelle antiche leggi e consuetudini garanti dell'ordine. Per rafforzare quest'ultimo, anzi, fu previsto di mantenere sì l'irresponsabilità assoluta del sovrano, ovvero l'impossibilità di essere condotto in giudizio, ma al contempo di garantire al Parlamento un continuo controllo delle attività statali ed amministrative, attraverso frequenti riunioni ed adunate parlamentari, e l'esercizio dello strumento ispettivo. Per controbilanciare l'irresponsabilità regia, fu adottata la responsabilità piena dei ministri del Governo, sempre con lo scopo di preservare i diritti e le libertà di tutti, ed evitare così ogni vulnus pericoloso e il ripetersi di situazioni gravissime come quella provocata da Giacomo II.
    Burke respinge anche la concezione del sovrano come "servo del suo popolo". Un simile appellativo contrasta con la legge e con il buon senso. Infatti, il re senz'altro ha il compito di perseguire il bene comune, ma egli non deve obbedire a nessuno. A lui semmai è dovuta obbedienza, da parte delle singole persone e dalle collettività, in conformità alla legge. A differenza di quanti occupano un servizio e sono responsabili rispetto ad un proprio superiore, il Re d'Inghilterra è irresponsabile, non può essere soggetto alla magistratura e al giudizio. Allo stesso modo, anche i Lords e i Comuni, nell'ambito della loro capacità giuridica, non devono rispondere della loro condotta. Burke osserva inoltre che spesso nella storia proprio i cosiddetti "servitori" si sono dimostrati i più oppressivi dominatori. Il riferimento al Pontefice Romano, "pescatore" in quanto erede di Pietro, è evidente e caustico.
    I padri della Gloriosa Rivoluzione non vollero indebolire l'autorità e rendere precaria la monarchia, causando l'anarchia collettiva, bensì precisare meglio le prerogative di ciascuno, per impedire eccessi e violazioni delle leggi fondamentali. Vollero pertanto garantire il sistema, non capovolgerlo o attaccarlo dalle fondamenta.
    E tuttavia è ben vero che Giacomo II fu detronizzato, a seguito di una guerra civile, che ad ogni modo può definirsi come "giusta". Il momento fu del tutto eccezionale, e non diede luogo ad una prassi o ad un criterio comune. La decisione sì grave trovò compimento non già in seguito ad un atto o ad un fatto specifico, ma solo dopo una serie circonstanziata di comportamenti che posero al di là del diritto il sovrano, per sua sola colpa.
    Si verificarono infatti enormi abusi nel governo, che costrinsero ad una resistenza legittima per preservare l'ordine (non per attaccarlo!). L'espediente fu comunque estremo ed eccezionale, attuato con l'unico scopo di salvaguardare lo Stato legittimo.
    Ed è altresì da rifiutare, per Burke, il fatto che sia lecito formare ex-novo un Governo in grado di sostituirsi completamente al precedente. Questo "diritto", proclamato dai club e dalle società inglesi favorevoli alla Rivoluzione francese, provoca un senso di orrore e di disgusto. Burke sottolinea che ogni riforma inglese ha sempre avuto una base solida, un riferimento alle antiche tradizioni e consuetudini, senza alcuna violenza sull'impianto originario. Quest'ultimo lentamente si evolve, ma non può essere sovvertito e stravolto.
    Persino la Magna Charta Libertatum (rilasciata su pressione dei baroni da Giovanni Senza Terra nel 1215), che impediva al sovrano di imporre nuove tasse senza l'assenso del Parlamento, ed affermava il diritto di regolare processo, in realtà si fondava su dei precedenti, che a loro volta risalivano a tempi ancora più antichi. Tutto il sistema costituzionale, quindi, traeva origine e giustificazione dal continuo succedersi di atti legati fra loro in modo indissolubile, fino a caratterizzarsi per una solidità e persistenza significative.
    Quando nel 1628 il Parlamento presentò a Carlo I Stuart la Petition of Right, non si vollero reclamare nuovi diritti in sfregio alle leggi, ma si intese solamente richiamare il sovrano al rispetto delle antiche norme e consuetudini, facenti parte del patrimonio giuridico inglese frutto di una plurisecolare elaborazione. Furono pertanto ecluse rivendicazioni vaghe e astratte, portatrici di disordini e dalle conseguenze imprevedibili; ma si valorizzò il lascito dei progenitori, senza chiedere di più. Il "principio di ereditarietà", a base della legittimazione dinastica, può quindi essere a buon ragione applicato anche per la continuità e la giustificazione delle norme di diritto.
    Nel 1689, con il Bill of Rights, non si fece la minima allusione ad un presunto diritto del popolo di formare da sè un Governo e di scegliere i propri governanti, ma si mantennero intatte le antiche consuetudine ereditate dai secoli addietro, e anzi si sancì il loro pieno ripristino dopo il periodo di sovvertimento causato dalle azioni pericolose di Giacomo II, in spregio alla religione ed alle franchige popolari. Un unico filo unisce quindi la Magna Charta con il Bill of Rights, con una garanzia di uniformità.
    L'Inghilterra si giova di un sistema resistente, che si basa sull'ereditarietà (per la successione monarchica, per la nobiltà, per i privilegi del Parlamento, per i diritti dei sudditi); un sistema refrattario alle innovazioni radicali, ma pronto ad accogliere -sempre sulla base di tale principio- le esperienze rivelatesi positive e utili per il bene comune: i "nuovi acquisti" di comprovata affidabilità sono dunque sempre possibili.
    La costituzione inglese riflette il passato ed è destinata ad essere trasmessa ai posteri, in un processo senza fine, che garantisce la massima stabilità. Essa rassomiglia quasi ad una eredità famigliare che viene ricevuta, tenuta e poi passata ai successori. Gli inglesi, ormai abituati da secoli al principio di ereditarità, sono intimamente legati a questa costituzione, e la tengono fermamente come un valore da difendere ad ogni costo, e da consegnare ai propri figli, esattamente come la propria casa o la proprietà.
    Nulla può turbare quest'ordine stabilito da lunghissimo tempo, da epoche remote, e sancito in ogni occasione, persino in quelle più instabili. Dopo il momento provvisorio di caos, esso ritorna sempre, per fermo desiderio dello stesso popolo inglese.
    Come l'uomo è generato da un padre e da una madre, e a sua volta genera i suoi eredi, così il patrimonio delle leggi e delle consuetudini d'Inghilterra trae origine dal passato, vige per il presente, e continuerà a permanere per il futuro, trasmesso di generazione in generazione. Esso non è mai nè vecchio, nè di mezza età, nè giovane, ma sussiste e si trasmette indefinitamente, senza conclusione o traumi rilevanti, accogliendo solo quanto di buono è stato provato a sufficienza per poter essere accolto, con un arricchimento progressivo. Conservazione infatti non significa idolatria dell'antico, incapacità di trovare risposte nuove ed adeguate a nuovi problemi, ma il mantenimento di ciò che si è dimostrato positivo ed utile, e il rigetto invece di quanto non è apparso soddisfacente. Il criterio di ereditarietà salvaguarda questo sistema dall'entrata aggressiva e turbolenta di innovazioni pericolose, in grado di scardinare il sistema e di condurlo ad una degenerazione caotica.
    La libertà inglese, che sottostà a tale principio, può dunque vantare origini antichissime, illustri precedenti, una genealogia inattaccabile, una permanenza unica rispetto agli altri Stati europei. Essa si è forgiata nelle difficoltà, ha trapassato i secoli per giungere intatta sino all'epoca contemporanea, e si è contraddistinta per la temperanza ed una maestosa gravità, di cui il popolo può andar fiero. Rispetto alle astrazioni teoriche, alle speculazioni, la libertà inglese è stata sperimentata in modo concreto, si è affermata e radicata stabilmente presso i sudditi, impregna le istituzioni e si fa rispettare, costituisce una preziosissima eredità da proteggere e consegnare con fiducia ai posteri.
    La storia francese, all'opposto, è contrassegnata da innovazioni continue della costituzione, da una instabilità che impedisce l'affermarsi di un sistema certo e riconoscibile. Eppure, erano state poste delle fondamenta, esistevano delle basi su cui formare una costituzione capace di ricomporre i diversi interessi. In una società esistono infatti differenti istanze, che possono scontrarsi in un vero e proprio conflitto esplosivo (e alla fine deleterio per il bene di tutti), oppure, attraverso un'opera di mediazione, riequilibrarsi e trovare soluzione in compromessi avanzati. La salda società inglese si contraddistingue proprio per questa capacità di ricomposizione, che frena il conflitto e lo assorbe in modo positivo, accogliendo le parti buone delle più variegate opinioni; all'opposto la debole e frantumata società francese soffre per questi interessi opposti e contraddittori, che rischiano di mandare all'aria l'ordine, ed annullano qualsiasi possibilità di ricomposizione (con possibili sbocchi nel potere assoluto, per cui decide uno solo e tutte le altre opinioni non valgono nulla, oppure nell'anarchia generale).


    (1. Continua)
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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    Se i francesi si trovano nella situazione odierna, segnata dal conflitto e dal caos, dipende anche dal rifiuto di valorizzare i predecessori, gli uomini di prestigio vissuti in passato, la cui memoria è ormai caduta ed inservibile. Il mancato accoglimento dell'eredità della tradizione, comporta una perdita inesorabile e dannosa di virtù e saggezza. La Francia non è stata nazione di miserabili e di schiavi fino al 1789, e non si è liberata all'improvviso dal giogo del tiranno, come si vuol far credere: il popolo potrebbe andar fiero delle sue memorie, se solo lo volesse. Gli antichi diritti dei francesi, le libertà ottenute e protette nei secoli, sono ormai obliate, ma ciò non giustifica gli ultimi avvenimenti. Se pure l'antica costituzione è perduta, i francesi potrebbero senz'altro seguire l'esempio inglese, per trarne beneficio, e per preservare l'onore e la lealtà verso il sistema ed il diritto. Senno e prudenza furono invece perduti con lo scoppio della Rivoluzione, che fece tabula rasa delle consuetudini, spazzando via il passato, e tutte le cose buone che ivi potevano trovarsi, ed essere applicate anche per il presente, e lasciate ai posteri. Invece, non fu possibile garantire un florido commercio, nè un libero sistema costituzionale, nè una potente monarchia sostenuta da un esercito disciplinato, nè un clero venerabile. Le idee nuove distrussero la tradizione, portando con sè un falso principio di eguaglianza. Quest'ultima sussiste non già nel livellamento dei diritti e delle condizioni sociali, ma nella felicità basata sulla virtù, che può realizzarsi in ogni ceto, dal più umile al più elevato, senza compromettere l'ordine, ed anzi offrendo una piena garanzia di equilibrio e di concordia. I francesi, accogliendo le nuove teorie perniciose, deviarono dalla strada della felicità, e provocarono calamità gravissime, a danno dell'onore della Patria, in preda alla licenziosità dei costumi ed alla corruzione, effetto diretto del rifiuto della tradizione. Questi avvenimenti provocano poi il dilagare della paura in Europa; i sovrani vedono nel loro popolo non un sostegno ma un pericolo potenziale. I germi rivoluzionari si spandono gettando tutti i regni in una condizione di debolezza.
    La Rivoluzione si è spinta fino a mettere in discussione il Trono legittimo di Luigi XVI, sovrano di moderata condotta, protettore dei francesi e simbolo supremo della nazione, pronto addirittura a fare concessioni per salvaguardare la concordia generale. Il re fu tradito dal Parlamento di Parigi, che all'atto della convocazione degli Stati Generali gli promise lealtà. I sovvertitori lo attaccarono come se fosse il più crudele dei tiranni, il più malvagio oppressore dei diritti, mentendo su tutto e falsificando la realtà. Lo Stato, ormai invelenito e corrotto, si indebolì a tal punto da non poter più assicurare il rispetto delle leggi fondamentali. Con l'attacco alla Bastiglia, dilagarono le violenze, gli incendi, i soprusi, le violazioni delle leggi, gli sconvolgimenti della giustizia, a danno anche dell'economia e dei commerci. Fu coniata addirittura una nuova carta moneta (gli "assegnati") con una garanzia basata sui "domini nazionali", tra cui le varie proprietà ecclesiastiche sottratte alla Chiesa e rese "beni nazionali", a disposizione dello Stato, con grave danno per un clero svilito ed ingiuriato. I più furbi, per evitare gli effetti dell'inflazione, e possibili requisizioni, nascosero per tempo i metalli preziosi. Fu quindi messo in dubbio anche il diritto alla proprietà, fatto gravissimo e contro natura.
    Il nuovo sostegno dell'autorità fu la violenza popolare, con la quale si giustificarono le azioni più sconsiderate. Il volgo inferocito e sobillato dai capi della rivolta demolì ogni resistenza; come in una marcia trionfale ma sinistra furono spazzate via le antiche istituzioni, e lo stesso sovrano venne imprigionato, e tenuto a Parigi sotto la "protezione" dell'Assemblea Nazionale, ovvero sotto il suo controllo.
    Il clima di anarchia e di insicurezza dilagò anche nelle campagne. I contadini bruciarono gli archivi feudali, non vennero più pagate le decime. Incendi, assassini e devastazioni segnarono in modo indelebile l'intero paese. L'Assemblea Nazionale, anche a causa della sua sostanziale inettitudine (Burke sottolinea che i membri del Terzo Stato non erano atti a pratiche di governo), non fece nulla per fermare il caos. Al di là delle funzioni stabilite per l'Assemblea, dei compiti da essa assunti, dai titoli dei suoi componenti, non ci fu argine in grado di limitare gli orrori rivoluzionari. I pochi uomini di senno nulla poterono contro i deboli e i viziosi, presenti in grande maggioranza, e pronti a soddisfare le richieste più oscene della violenza del popolo, per accattivarsi simpatie ed innalzarsi a gradi più alti del potere.
    L'Assemblea non esercitò le sue funzioni correttamente, perchè subì l'iniziativa violenta del popolo, anche a causa della debolezza, dell'inesperienza e dell'ignavia dei sui membri, incapaci di mostrare una certa autorità, e scostanti nelle decisioni. Furono pertanto attuati i più loschi disegni, e presero il sopravvento le istanze più radicali.
    Una scelta in particolare ebbe gravi conseguenze, fino a consegnare l'intera autorità al solo Terzo Stato. Quest'ultimo, costituito da 600 membri, ragguagliava in termini numerici gli altri due Stati (nobiltà e clero), ma nella fase iniziale degli Stati Generali si votò, secondo tradizione, per ordine, e non per testa. Una volta rotte le consuetudini, il Terzo Stato decise di proclamarsi Assemblea, e di far pesare tutte le 600 teste, in modo tale da prevalere in ogni caso (si aggiunsero infatti alcuni nobili ed ecclesiastici in contrasto con la monarchia). A quel punto, non ci fu più freno per i rappresentati del Terzo ordine, che con arroganza infransero le leggi ed attaccarono dalle fondamenta l'istituto monarchico. La composizione dell'Assemblea non ispirò certo fiducia nelle sue capacità. La maggior parte dei membri, infatti, era dedita a piccoli uffici giudiziari, a mestieri meccanici (ovvero pratici e manuali), a cariche di provincia. Questi elementi inferiori e di scarsa preparazione e qualità offuscarono i pochi magistrati, i rari avvocati principi del foro. In sostanza, la Francia cadde nelle mani di una Assemblea impreparata, inesperta, pronta a vendersi e a dedicarsi alla corruzione, a sottostare ai moti popolari, senza la minima volontà di far rispettare le leggi e l'ordine. Lo Stato, guidato da una simile pletora di ignoranti, avidi, corrotti ed indegni, arrivò presto allo sflacelo, con conseguenze devastanti per il giusto timore che il popolo dovrebbe provare per le sue guide. Questi uomini, inebriati da un potere che non avevano mai avuto prima, fatalmente caddero in pratiche ignobili, e pesarono sulla cosa pubblica disinteressandosi del benessere dello Stato, per puntare invece al proprio tornaconto personale. Essi approfittarono del caos e dell' autorità da poco acquisita per accumulare ricchezze e proprietà, a scapito della legalità e dei più deboli. Il salto di grado, così improvviso, li condusse ad una voracità folle.
    Fra i rappresentanti seduti all'Assemblea, si contavano quindi piccoli avvocatucoli azzeccagarbugli, medici adatti agli ospedali e non certo a pratiche di governo, affaristi maneggiatori di denaro, accaparratori senza scrupoli, truffatori, insomma la sentina peggiore di Francia.
    All'opposto, secondo Burke, l'Inghilterra poteva vantarsi di una Camera dei Comuni composta dagli uomini di più elevata cultura e pregio, il meglio offerto in fatto di discendenza, rango e censo per tutte le discipline e ranghi sociali. Uomini adatti a compiti di elevata importanza, consapevoli della loro alta funzione, pronti ad assumersi compiti e responsabilità connessi con il loro nobile ufficio. Ben è vero che la Camera dei Comuni ha un grande potere, ma è altrettanto chiaro che esso non può essere totalizzante. Il sistema inglese prevede equilibri e contrappessi; lo Stato è troppo complesso per poter essere governato da un'unica assemblea, e dai suoi singoli membri, troppo spesso specializzati in singole professioni, ma lontani da una visuale complessiva e più ampia dei meccanismi di funzionamento e di governo dello Stato. Ma il potere e le prerogative del Parlamento inglese sono nulla in confronto all'autorità assunta dall'Assemblea francese, che ha posto sotto il suo controllo il sovrano, e con atti improvvisi e non sufficientemente soppesati ha cancellato istituti, leggi e tradizioni plurisecolari, in una foga rivoluzionaria dagli effetti devastanti. L'Assemblea non trova alcun limite al suo arbitrio; con la dissoluzione degli ordini e l'indebolimento della monarchia sono caduti tutti i contrappesi, le antiche tradizioni sono state annullate. Sopra di sè questa Assemblea non ha nulla, può decidere in un qualsiasi momento di emanare una nuova Costituzione, specchio della propria follia.
    Un potere senza freni e senza limiti porta ad un dispotismo che sembra solo all'apparenza velato dalla pluralità di membri. Se l'obiettivo generale diventa la spoliazione della cosa pubblica, però, si arriva al caos generale, e all'abbattimento dello Stato stesso.
    Persino molti membri del clero, piccoli parroci di campagna, abitutati da sempre ai loro piccoli spazi rurali e di provincia, aiutarono il Terzo Stato ad assumere la massima autorità. Fra questi non vi era la minima attitudine al governo, nè il minimo senso del dovere e del mantenimento dell'ordine.
    Venne a perdersi ogni attaccamento e amore verso la classe sociale ed il rango di appartenenza; ogni senso di vicinanza e di affetto per la propria terra nativa.
    Ognuno agì per sè, per proprio personale profitto, scatenando conflitti, attuando rivendicazioni e vendette, fino alla totale disgregazione del senso della moralità. La Francia cadde nel caos, e divenne paese di invidiosi, di avidi, di tumultuosi in preda alle più sfrenate e libidinose passioni. Il prestigio dello Stato e della sua legittima autorità finirono nella polvere.
    In passato il paese era sì stato sconvolto dall'azione di uomini anche sanguinari, coinvolti nelle guerre civili, passionali e tormentati, come -ad esempio- i Guisa e i Coligny degli scontri religiosi, ma pure Enrico IV, Richelieu, pronti alla guerra e coinvolti in vicende tumultuose. Eppure, questi uomini erano fieri di essere francesi, erano attaccati alla Patria, volevano condurla alla gloria ed al prestigio. Questi sconvolgitori dell'ordine pubblico non portarono la Francia alla distruzione, ma segnarono la sua Storia, la fecero grande, temuta, dinamica in tutti i processi più rilevanti. La evelarono verso le più alte vette, seppure col sangue. Costruirono il senso di appartenenza, combatterono per degli ideali.
    Lo stesso accadde in Inghilterra con Cromwell: egli tese alla riorganizzazione, non all'annientamento, del suo paese. Invece, la Francia della Rivoluzione è dominata dalle persone più squallide, poco lungimiranti ma tese ad assicurarsi onori e prebende per il proprio esclusivo interesse, disinteressandosi della disgregazione dello Stato.
    Burke lancia un'ultima, gravissima accusa a questi uomini, che tanto facilmente declamano il livellamento sociale, l'eguaglianza assoluta. Tale richiesta sovverte direttamente l'ordine naturale delle cose, distrugge il pilastro di ogni società umana composta da diverse classi, il principio per cui una di esse è desinata naturalmente a governare, ad essere superiore rispetto alle altre. Il prevalere di alcuni uomini su tutti gli altri è un dato di fatto presente in ogni comunità ed esperienza umana.
    Chi vuole distruggere questo stato di cose, commette un crimine abominevole, un atto contro la natura stessa.


    (2. Fine)
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 05-02-12 alle 11:22
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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    Parte 3


    Sembra che voi Francesi oggigiorno vi siate in ogni cosa allontanati da quella che è la grande e dritta via della natura. Non sono più le forze rappresentative della ricchezza e della proprietà privata quelle che oggi governano la Francia. E in conseguenza di questo essa proprietà è distrutta senza aver dato luogo al sorgere di una giusta e razionale libertà.

    Per ora i soli guadagni che voi avete fatto sono quelli d'una moneta circolante cartacea e di una costituzione bancarottiera; e quanto all'avvenire, pensate voi seriamente che, il territorio di Francia spezzettato in un sistema repubblicano di 83 distretti (per non dir niente della costituzione interna di ciascuno di essi) possa mai esser governato come un organismo unico o essere messo in movimento per l'impulso di un unico e solo pensiero? Quando l'Assemblea Nazionale avrà portato a termine la sua opera, avrà portato a termine anche la sua rovina. Questi singoli staterelli non vorranno sopportare più a lungo di rimanere soggetti alla repubblica di Parigi. E non vorranno tollerare che questa sola abbia a monopolizzare gli effetti della cattività del re spadroneggiando nella Assemblea sedicente nazionale; ciascuno di quegli staterelli vorrà la sua parte del bottino compiuto depredando le chiese; e non saprà tollerare che o i frutti del bottino o quelli più legittimi dell'industria locale o ancora il natural prodotto del suolo, debbano essere mandali ad appagare l'insolenza e a fomentare la lussuria della suburra parigina. In tutto questo non riconosceranno affatto quei principi di uguaglianza, sotto pretesto dei quali essi furono tentati di ripudiare il loro antico patto di fedeltà verso il sovrano insieme con l'antica costituzione del loro paese.

    Non può esistere alcuna città capitale in una forma di costituzione come quella che recentemente è stata promulgata in Francia. Gli autori di questa, dimenticarono che nel tempo medesimo in cui davano mano alla costituzione di governi democratici pervenivano virtualmente allo smembramento del loro stesso paese. Quella persona che essi persistono a chiamare re non dispone neppure della centesima parte di quel potere che sarebbe sufficiente per mantenere insieme questa collezione di repubbliche. La repubblica di Parigi cercherà in ogni modo di portare all'estremo la corruzione dell'esercito e di perpetuare illegalmente le funzioni dell'Assemblea, senza riguardo agli elementi che la costituirono, allo scopo di continuare nell'esercizio del suo potere dispotico. La stessa farà ogni sforzo per rendersi contro dì una illimitata circolazione cartacea, allo scopo di attrarre a sé e centralizzare ogni cosa; ma invano. Tutta questa politica si rivelerà alla fine tanto debole quanto oggi appare violenta.

    Se questa è dunque la vostra situazione attuale, quando la si paragoni con quella alla quale voi Francesi eravate chiamati per volere di Dio e degli uomini, io non trovo nell'animo mio alcuna ragione per congratularmi con voi della scelta che avete decisa o del successo che i vostri sforzi hanno ottenuto. E non potrei certo raccomandare ad alcun'altra nazione di seguire una linea di condotta conforme a tali principi e feconda di tali risultanze.

    Comunque io dovrei cedere un tale incarico a coloro che hanno la fortuna di vedere più addentro nei vostri affari di quanto io stesso non sappia e che conoscono in qual maniera i comportamenti della Francia attuale possano tornare favorevoli al raggiungimento dei loro disegni. I signori della Revolution Society, che ebbero tanta premura nel porgere le loro congratulazioni, sembrano fortemente convinti che nei comportamenti politici della Francia si danno alcuni aspetti i quali possono tornare per qualche parte vantaggiosi.

    E infatti il vostro doctor Price (che ha l'aria di avere profondamente e fervorosamente meditato intorno a questo problema) si è rivolto all'uditorio con le seguenti parole, che sono di notevole importanza: "Non posso concludere il mio discorso senza richiamare la vostra attenzione particolarmente sopra un punto al quale ho fatto allusione più di una volta e sul quale probabilmente il vostro pensiero mi avrà già da lungo tempo prevenuto; si tratta di una considerazione che ha impressionato la mia mente più di quanto io non sappia esprimere. Alludo al fatto che il tempo presente appare più che mai favorevole a tutti gli sforzi per la causa della libertà".

    Risulta chiaro che la mente di questo predicatore politico si trovava allora aggravata da un disegno di straordinaria importanza; ed è molto probabile che i suoi ascoltatori (i quali erano in grado di comprenderlo assai meglio di me) precorsero di gran lunga col pensiero i risultati delle sue riflessioni e l'intera sequela delle conseguenze che da esse derivano.

    Prima d'aver letto questo sermone io pensavo in verità di essere fin qui vissuto in un paese libero; ed ero affezionato a questo mio erroneo convincimento perché esso mi permetteva di amare a maggior ragione il mio paese. Mi credevo sicuro che nostro primo dovere o nostra prima saggezza consistessero in una gelosa ed ininterrotta vigilanza, onde presidiare il tesoro della nostro libertà non soltanto da un'eventuale violazione ma anche dal pericolo di una interna decadenza corruttiva.

    E per tanto io consideravo questo tesoro piuttosto come un bene che dovesse venire tutelato anziché come una conquista da compiere. Non riuscivo a capire come mai il tempo presente potesse dirsi tanto disposto a compiere sforzi per la causa della libertà. Il tempo presente non differisce da alcun'altra epoca anteriore se non per gli avvenimenti che vanno svolgendosi in Francia. Se mai l'esempio di questa nazione debba avere un'influenza sulle cose di casa nostra, io capisco facilmente perché alcuni degli eventi consumatisi in Francia i quali hanno un aspetto poco piacevole e non si conformano facilmente ai principi dell'umanità, della generosità, della buona fede e della giustizia, vengano gabellati con aria così benigna da parte di coloro che ne furono attori e dipinti sotto i colori di una eroica fermezza nei riguardi di quelli che ne furono vittime. Certamente non è cosa prudente mettere in discredito l'autorità di un esempio che si intenda seguire. Ma ammettendo questo principio siamo portati a formulare un quesito molto naturale; — quale è mai questa causa della libertà e in che cosa consistono i pretesi sforzi che si devono compiere in favore di essa e in relazione ai quali l'esempio della Francia torna di così grande auspicio? Forse che la nostra monarchia deve essere distrutta insieme con tutto il sistema delle leggi, con tutti i tribunali e con tutte le antiche corporazioni del nostro Regno? Deve forse ogni linea di demarcazione tracciata nel nostro paese essere annullata e sostituita dal segno di una costituzione aritmetica e geometrizzata? Si deve forse dichiarare la inutilità della Camera dei Lords? Si deve abolire l'organizzazione vescovile? Si devono vendere i beni delle chiese agli ebrei e agli strozzini; o si devono consegnare a quelle repubbliche municipali di nuova invenzione, a partecipazione di un atto sacrilego? Devono forse le tasse essere dichiarate danni inutili e le rendite ridarsi, a liberi contributi e a liberi doni di patriottismo? E al posto del Land Tax e del Mall Tax per il sopportamento delle spese navali del regno, si deve segnare il valore delle fibbie d'argento usate nelle scarpe? Si devono confondere insieme tutte le distinzioni di ordine, di rango, di categoria, cosicché dalla anarchia universale, mescolata agli effetti della bancarotta nazionale, saltino fuori tre o quattromila piccole democrazie, tosto raggruppate in un numero di ottantatré e che ben presto, per una forma di misterioso potere attrattivo, si troverebbero organizzate in un corpo unico? Per il raggiungimento di questo grande scopo si deve forse corrompere l'esercito dissolvendone la disciplina e la fedeltà con ogni sorta di sregolatezze e con l'introdurre il pericolosissimo precedente dei donativi d’aumento nelle paghe dei soldati? E devono i curati venire sottratti alla disciplina dei loro vescovi facendo balenare loro la illusoria speranza di una partecipazione al saccheggio dei beni ecclesiastici? E dovranno i cittadini di Londra venir meno al loro impegno di fedeltà per essere poi nutriti a spese dei loro sudditi novelli? E deve essere sostituita la circolazione di una moneta cartacea al conio legale che ha valore in questo regno? E ciò che rimarrà dal saccheggio dei fondi pubblici dovrà essere impiegato a realizzare il progetto selvaggio della manutenzione di due eserciti intenti a sorvegliarsi e a combattersi l’un l'altro? Se sono questi gli scopi e i fini della Revolution Society io riconosco che sono bene assortiti; e che la Francia può fornire ad essi ottimi precedenti esemplari.

    Mi accorgo che l'esempio della Francia ci viene proposto allo scopo di vergognarci. So benissimo che noi siamo considerati come una razza d'uomini oziosi ed indolenti, inclini alla passività per il fatto che la nostra situazione politica è tollerabile; cosicché usufruendo in grado mediocre di una certa libertà verrebbe a mancare in noi la spinta per conseguire una libertà piena e definitiva. I capi del vostro movimento in Francia hanno cominciato coll'affettare inizialmente una grande ammirazione e quasi una forma di adorazione verso il sistema costituzionale inglese; ma con lo sviluppo successivo degli eventi essi presero a considerarlo con un sovrano disprezzo. Quei tali che in mezzo a noi si dichiarano amici dell'Assemblea Nazionale, nutrono un’opinione altrettanto restrittiva nei riguardi di ciò che altra volta era ritenuto massimo titolo di gloria per il nostro paese.

    La Revolution Society ha fatta la grande scoperta che la nazione inglese non è nazione libera. I suoi membri hanno dichiarato il convincimento che la ineguaglianza del nostro sistema rappresentativo costituisce un "difetto costituzionale tanto grosso e palpabile da rendere essa costituzione una pura formalità ed una vuota teoria" (1). Essi hanno anche dichiarato che il principio rappresentativo nel diritto pubblico di uno stato non costituisce soltanto la base di ogni libertà costituzionale in esso vigente, ma anche di "ogni legittimo governo; e che senza di quello il governo medesimo non è niente altro che una usurpazione". Ed hanno altresì aggiunto che "se questa rappresentanza è soltanto parziale il reame non gode che di una libertà parziale; e se questa parzialità diventa eccessiva anche la libertà diventa solo apparente; e se oltre che essere parziale si presenta anche come frutto di artificio, essa torna di grave nocumento". Il Dottor Price considera questa inadeguatezza del sistema rappresentativo come il nostro guaio fondamentale; e quantunque egli speri che questa corruzione non sia giunta al suo massimo grado, tuttavia egli teme che "non si farà nulla in Inghilterra per conseguire il bene essenziale di un'assoluta libertà fin a tanto che alcun grande abuso di potere non venga a provocare il nostro risentimento, o qualche grande calamità non torni a gettare l'allarme nel paese, o l'esempio di altre nazioni, le quali abbiamo conseguito un sistema rappresentativo di grande purezza egualitaria (mentre di questa noi non vediamo che l'ombra) non provochi la nostra emulazione". A queste espressioni egli aggiunge una nota concepita come segue: "una rappresentanza scelta principalmente dalla Tesoreria e da poche centinaia di teppisti, i quali per lo più vendono i loro voti".

    Certamente voi sorriderete valutando la scarsa consistenza di questi pretesi democratici, i quali quando sono sicuri di sfuggire al controllo pubblico trattano la parte più umile del popolo col massimo disprezzo, mentre al tempo medesimo ostentano di voler attribuire ad essa la somma dei poteri. Occorrerebbe un lungo discorso per mettere in evidenza tutti gli inganni che si nascondono nella equivoca enunciazione dei termini: "inadeguata rappresentanza". Io mi limiterò soltanto a dire qui, rendendo giustizia a questo antico sistema costituzionale sotto il quale per lungo tempo l'Inghilterra ha prosperato, che il nostro modo di rappresentanza fu riconosciuto perfettamente adeguato a tutti gli scopi per i quali essa rappresentanza popolare può essere intesa od auspicata. Io sfido i nemici della nostra costituzione a dimostrare il contrario. Per esporre analiticamente i particolari in cui tale sistema si è dimostrato adatto al raggiungimento degli scopi prefissi, occorrerebbe un intero trattato sul diritto costituzionale inglese e sulle sue pratiche attuazioni. Io ho messo qui in evidenza la dottrina dei Rivoluzionari soltanto perché voi e gli altri possiate vedere quale opinione questi signori abbiano intorno alla costituzione del loro paese e per quale ragione essi mostrino di credere che qualche grande abuso di potere o alcuna grande calamità pubblica dovrebbero rendersi desiderabili qualora determinassero un miglioramento della costituzione conforme alle loro teorie; e voi vedete anche perché quegli stessi messeri siano tanto invaghiti del vostro delizioso ed eccitativo sistema di rappresentanza, che una volta instaurato non mancherebbe di produrre anche da noi larghi effetti. E comprendete adesso perché essi non considerino la nostra Camera dei Comuni se non come "un sembiante, una forma, un'astrazione, una larva, uno scherzo, e magari anche un danno".

    Quei signori si vantano di essere dei sistematici, e non del tutto a torto. Essi infatti considerano questa grande e tangibile deformità del nostro sistema rappresentativo, questo fondamentale guasto (così essi lo chiamano), come cosa non soltanto viziosa in se stessa ma anche tale da rendere tutto il sistema di governo assolutamente illegittimo e per nulla diverso da una usurpazione o da una iniquità. A questo riguardo un'altra rivoluzione che facesse piazza pulita di questo governo illegittimo ed usurpato si renderebbe perfettamente giustificabile, se non addirittura necessaria in via assoluta. Dunque il principio che essi affermano, se voi lo considerate attentamente, va ben più lontano che una semplice alterazione nel sistema elettivo della Camera dei Comuni; giacché, ammesso che la rappresentanza e la scelta popolare siano condizione necessaria alla legittimità di qualsiasi governo, ne deriva che la Camera dei Lords si trova di colpo infirmata e resa bastarda nel suo intimo fondamento. Questa Camera non costituisce affatto una rappresentanza popolare, neppure nella sua apparenza formale. E non migliore è la condizione in cui viene a trovarsi la Corona. Questa invano tenderebbe di difendersi contro le accuse dei suddetti signori dietro l'autorità degli istituti creati dalla rivoluzione. Perché la rivoluzione stessa, quando vi si fa ricorso d'autorità, si trova nell'opinione di quei signori svuotata di qualunque titolo. Questo grande movimento, secondo le recenti teorie, non avrebbe fondamento giustificativo più solido che tutte le altre formalità precedenti, essendo stato promosso da una Camera di Lords, la quale non rappresenta altri che i Lords medesimi; e da una Camera di Comuni precisamente simile a quella oggi vigente, che non sarebbe altro (per usare la loro definizione) se non una "ridicola apparenza" del principio rappresentativo.

    Se questa gente non distrugge qualche cosa ha l'impressione che la propria vita sia inutile. Gli uni vogliono distruggere il potere civile per mezzo dell'ecclesiastico; gli altri l'ecclesiastico per mezzo del civile. Essi sono perfettamente consapevoli che potrebbero ricadere sul pubblico le peggiori conseguenze ove si realizzasse questa duplice demolizione e della Chiesa e dello Stato, essi non si accontentano di insinuare che una tale distruzione (con tutti i mali che trarrebbe con sé come precedenti e come conseguenze e dei quali hanno un'assoluta certezza) non tornerebbe loro sgradita, né sarebbe tanto lontana dall'essere apertamente auspicabile; e ciò dimostra a qual punto teorico arrivi l'esaltazione di siffatta gente! Un uomo che esercita grande autorità sopra di loro e possiede certo un grande ingegno, parlando di una supposta alleanza fra la Chiesa e lo Stato ha detto: "Forse noi possiamo attendere la caduta del potere civile prima che quest'alleanza assolutamente contro natura sia rotta. Quel tempo sarà senza dubbio pieno di calamità. Ma quale convulsione nel mondo politico può costituire materia di lagnanza, quando essa sia attesa con effetti tanto desiderabili?"

    Voi vedete con quali occhi tranquilli questi uomini sono preparati ad assistere alle più terribili calamità che possano incorrere sul loro paese! Nessuna meraviglia dunque che nutrendo idee di tal genere intorno a tutto ciò che riguarda la costituzione politica sia in rapporto alla Chiesa che in rapporto allo Stato, entrambi considerati o come illegittime usurpazioni o come celie illusorie, essi guardino anche alle nazioni straniere con faciloneria stordita ed entusiasta. Fino a tanto che sono infervorati in queste idee è inutile discorrere con loro della esperienza praticata dai predecessori, delle leggi fondamentali sancite nel loro paese, della solidità di una formazione costituzionale i cui meriti sono attestati e confermati da una lunga prova di fatto, avente dato incremento alla robustezza della compagine collettiva e alla prosperità nazionale. Costoro disprezzano l'esperienza come se questa fosse la saggezza empirica degli ignoranti; e quanto al resto, essi hanno nascosto sotto terra una mina che in una sola grande esplosione è destinata a buttare in aria tutti i segni esemplari del mondo antico, tutti i precedenti dell'esperienza, i documenti e gli atti del Parlamento.

    Questa mina si chiama: "Diritti dell'Uomo". Contro questi diritti non è valida alcuna prescrizione; contro essi nessun concordato ha forza vincolativa; non ammettono temperamento ne compromesso di sorta; tutto ciò che si oppone alla pienezza delle loro pretese non è che frode e ingiustizia che va contro i canoni sanciti dai Diritti dell'Uomo, nessun governo ha diritto di preoccuparsi della propria sicurezza o della moderatezza nel sistema amministrativo. Se la forma di un governo non quadra con le loro teorie, le obbiezioni di questi speculatori valgono ugualmente contro uno stato retto da un ordine antico o provvidenziale come contro il più violento dei regimi tirannici o contro la più sfacciata usurpazione. Costoro sono continuamente in contestazione contro i governi non già per sollevare una questione di abuso ma una questione di competenza e di titolo. Io non ho nulla da dire quanto alle sottigliezze gaglioffe del loro politicantismo metafisico; questa è roba buona per passatempo scolastico: Illa se jactet in aula Aeolus, et clauso ventorum carcere regnet. Ma facciamo in modo che essi non escano dalla loro prigione per sollevare un turbine ciclonico, sconvolgendo la terra coi loro uragani e facendovi sortire delle fontane che ci sommergano coi loro estuanti flutti.

    Io sono ben lontano dal negare in teoria quelli che sono i veri Diritti dell’Uomo, né tampoco penso di rinnegarli col sentimento dell'animo (per quanto è in mio potere di concedere o di negare). Negando quelli che essi falsamente pretendono come diritti, non pretendo muovere ingiuria ai diritti realmente esistenti e che son tali da trovarsi in contrasto irreconciliabile con quelli protestati in modo fittizio. Se la società civile è fatta per il vantaggio dell'uomo, quest'ultimo ha certamente diritto al godimento di tutti i benefici per il conseguimento dei quali la società è appunto creata. Essa è una istituzione di utilità e il diritto stesso non è altro che un beneficio realizzato secondo una norma. Tutti gli uomini hanno diritto di vivere in conformità a questa norma; hanno diritto alla giustizia nei rapporti coi loro simili, siano questi investiti dì funzioni politiche o si trovino in ordinarie funzioni di lavoro; hanno diritto di percepire i frutti della loro operosità e diritto di impiegare quei mezzi che rendono fruttuoso il lavoro; hanno diritto al riconoscimento dei loro genitori, al sostentamento e alla educazione dei loro figli, alla istruzione durante il tempo della vita e alla consolazione al momento della morte.

    Tutto ciò che ogni singolo uomo può fare per conto proprio senza invadere la sfera altrui, ha diritto di farlo; e ha pure diritto di prendersi una buona parte di tutto ciò che la società nelle sue molteplici combinazioni di forze e di intelligenze può produrre in suo favore.

    In questo sistema sociale tutti gli uomini hanno gli stessi diritti; ma non eguali benefizi. Chi non ha messo in società se non cinque scellini ha il suo buon diritto proporzionatamente alla sua quota; chi ha messo cinquecento sterline ha un diritto proporzionale alla sua più larga partecipazione. Ma ciascun singolo non ha diritto a percepire un dividendo eguale sul prodotto del capitale sociale; e per quanto poi riguarda la partecipazione al potere, all'autorità, alle funzioni direttive che ogni individuo pretende di avere nella cosa pubblica, questo io nego che sia da annoverare fra i diritti immediati e originali dell’uomo nella società civile; giacché io parlo qui sempre dell'uomo in quanto civile e sociale, e non altrimenti. E questa è cosa che deve essere stabilita in via convenzionale.

    Se la società civile è il risultato di un patto contrattuale, questo patto medesimo deve diventare la legge che disciplina la società. Tale convenzione deve limitare e modificare qualunque tipo di costituzione venga a crearsi nella sua orbita. Qualunque sorta di potere, sia esso legislativo, giudiziario o esecutivo, è una emanazione di quel patto. Esso non potrebbe avere esistenza in alcun altro stato di cose. Come può un uomo reclamare in nome della società civile dei diritti che non presuppongono neppure la sua esistenza? Diritti che sono in assoluto contrasto con quel princìpio?

    Uno dei principi fondamentali che reggono la società civile, costituente una norma di primissima importanza, è che nessun uomo possa essere giudice in causa propria. In base a questo principio ogni individuo ha rinunciato in pieno a quello che costituisce il primo e fondamentale diritto dell'uomo allo stato di natura: quanto dire, a far giustizia da se stesso in difesa della causa propria. L'individuo ha insomma rinunciato completamente al diritto di essere governatore della propria persona. Implicitamente o in più larga misura egli abbandona anche il diritto dell'auto-difesa, nel quale consiste la legge primordiale di natura.

    Sta di fatto che gli uomini non possono rivendicare contemporaneamente i diritti che sono propri dello stato civile e quelli che sono propri dello stato di natura. A fine di ottenere giustizia il singolo cittadino rinuncia alla facoltà di determinare per ogni singolo caso i termini della propria volontà e del proprio ardire; e per assicurarsi alcune libertà, confida questa facoltà a chi ne deve fare uso nell'interesse collettivo.

    Il governo non sussiste in virtù di diritti naturali, che possono e devono esistere in modo indipendente da esso. Questi principi risultano molto più evidenti quando si considerino sotto l'aspetto puramente astratto; ma appunto questa loro perfezione teorica è il correlato di una imperfezione pratica. In quanto si affermi un diritto sopra ogni cosa, si addiviene implicitamente alla sottrazione di ogni cosa. Il governo è uno strumento escogitato dalla saggezza umana per provvedere ai bisogni umani. Gli uomini hanno diritto a che tali bisogni vengano soccorsi grazie a tale provvidente saggezza. Fra tutte queste esigenze bisogna riconoscere che da parte della società civile quella più sentita è la disciplina restrittiva contro l'erompere delle passioni. La società non richiede soltanto che vengano infrenate le passioni legittime, ma che, sia rispetto alla massa collettiva sia rispetto agli individui singoli, le inclinazioni umane trovino spesso un limite disciplinare, le volontà siano sottoposte a controllo, le violenze siano infrenate nella attuazione.

    Tutto questo può essere raggiunto soltanto mediante l'esercizio di un potere esterno alla volontà degli interessati e che nell'esercizio delle proprie funzioni non sia soggetto a quei capricci violenti e a quelle passioni, che è precisamente suo compito di restringere e di coartare. Ma appunto perché la libertà d'azione e la necessità restrittiva variano secondo identiche circostanze e sono suscettibili di indefinite modificazioni, non possono essere sottoposte a un criterio normativo astratto e niente è così stupido come mettersi a ragionare sopra una cosa teorica.

    Dal momento in cui venga in alcun modo intaccata l'assoluta integrità dei pretesi diritti dell'uomo (che ciascuno si governi da sé medesimo) e si ammetta che qualche limitazione di carattere positivo e artificiale intervenga a menomare quei diritti, da quel momento stesso tutta l'organizzazione del governo diventa un problema di opportunità circostanziata. Questa è appunto la ragione che rende la costituzione di uno Stato materia di estrema delicatezza e di profonda complicazione, al pari del problema concernente la distribuzione dei poteri nello Stato medesimo. Tutto ciò esige una profonda conoscenza della natura umana e delle umane necessità e di tutti i motivi che possono facilitare od ostacolare il raggiungimento dei diversi scopi che devono essere perseguiti mediante il meccanismo delle istituzioni civili.

    Lo Stato ha bisogno di reclutare rinforzi a sostegno della propria attività e di trovare riparo per alleviare i danni nei quali eventualmente incorre. Che importa mettersi a discutere sopra il diritto astratto che un uomo ha alla propria alimentazione o alla propria tutela sanitaria? Ciò che importa è conoscere il metodo pratico onde procurare colla pubblica amministrazione entrambi quei vantaggi. In casi simili io farei sempre ricorso piuttosto ad un produttore di commestibili od a un medico, anziché ad un professore o ad un metafisico.

    La scienza che insegna a fondare gli Stati o a rinnovarli o a riformarli non soffre (al pari di ogni altra scienza sperimentale) di essere trattata a priori. Né si può apprendere questa scienza di natura pratica sulla base di una rapida esperienza; giacché gli effetti reali prodotti da circostanze che hanno un movente epico non sono sempre immediati. Talvolta quelli che tornano di pregiudizio in un primo momento possono produrre a lunga scadenza ottimi risultati e la loro intrinseca eccellenza può rendersi manifesta anche a traverso i cattivi effetti che si verificavano sul principio. Accade sovente anche il caso contrario allorché progetti d'apparenza plausibile, coronati dal più roseo successo iniziale, si esauriscono nelle più lamentevoli e disgraziate conclusioni.

    Si danno sovente negli stati alcune cause oscure e recondite, circostanze che a prima vista sembrano di scarso rilievo, ma dalle quali invece dipende in modo essenziale una grandissima parte o della prosperità o dell'avversità che lo stato medesimo dovrà incontrare. Siccome la scienza del governo è di natura squisitamente pratica e mira a finalità pratiche, e siccome essa richiede una sostanziale esperienza e magari esperienza maggiore di quella che ogni singola persona può conseguire nell'intero corso della sua stessa vita (per quanta sudicia ella porti nell'osservazione), è necessario procedere con infinita cautela allorché ci si osa avventurare nella delineazione di un edificio che debba rispondere in modo tollerabile e duraturo all'esigenza comune della società, o si tenta di costruirne un altro di bel nuovo senza tenere dinanzi agli occhi idonei modelli esemplari, che garantiscano sulla base di una esperienza positiva un'adeguata utilità di risultati.

    Questi diritti metafisici, entrando nella vita comune come raggi di luce a contatto di una massa densa, vengono per legge di natura riflessi nella medesima direzione. In verità in questa grande o complicata massa, che consiste di passioni e d'interessi umani, i primitivi diritti dell'uomo subiscono una così grande varietà di rifrazioni e di riflessioni che diventa assurdo parlare di essi come se continuassero semplicemente nella loro direzione d'origine.

    La natura dell'uomo è intricata, l'oggetto che si propone la società è della maggiore complicazione immaginabile; e per questo un potere che si ispiri ad una disposizione costante non può convenire né alla natura dell'uomo né agli affari che lo interessano. Quando io sento parlare con ammirazione della semplicità di criterio a cui si ispirano le nuove escogitazioni costituzionali, non posso far di meno di riconoscere come questi nuovi artefici della politica conducano i loro affari con grossolana ignoranza o trascurino completamente la gravità del compito assunto. I governi semplici sono fondamentalmente difettosi, per non dire di peggio. Se vi mettete a considerare la società soltanto da un punto di vista particolare, tutti questi modi semplicissimi di far della politica vi paiono pieni di seduzione. E senza dubbio ciascuno di essi saprebbe corrispondere alla singola finalità che si propone assai più adeguatamente di quanto il più complesso sistema di governo riesca a conseguire tutti insieme i suoi complicatissimi scopi. Ma è meglio che si corrisponda, sia pure imperfettamente o inadeguatamente, alle finalità dell'ordine collettivo anziché correre il rischio di regolare con piena esattezza alcuni aspetti singoli della vita collettiva mentre altri cadono in totale trascuranza o magari soffrono ingiuria materiale per il favoritismo esclusivamente accordato a una singola parte.

    Tutti i pretesi diritti enunciati da questi teorici sono di natura estremista; e appunto in ragione che sono veri da un punto di vista metafisico, risultano falsi da un punto di vista morale e politico. I diritti dell'uomo si trovano in una specie di medium, che è difficile definire ma che non è impossibile discernere. I diritti dell’uomo nell'orbita del governo coincidono coi vantaggi che questo procura; e tali vantaggi sono spesso in un punto di equilibrio tra due differenti qualità di bene; qualche volta rappresentano un compromesso tra un bene e un male, qualche altra magari tra un male e un altro male. La ragione politica è un principio di calcolo; questo principio addiziona, sottrae, divide, moltiplica da un punto di vista morale ed intrinseco, non astratto e matematico, i valori etici della realtà.

    Secondo i teorici surricordati il diritto del popolo è quasi sempre confuso in modo sofistico con il potere che esso ha di fatto. Se mai il corpo della comunità potesse entrare direttamente in azione non troverebbe forza capace di resistergli; ma fintanto che si continuino a identificare il potere col diritto non si presenterà mai il caso che l’intera collettività detenga alcun diritto non conforme ai principi delle virtù o della prima di esse: la prudenza. E' certo che gli uomini non hanno alcun diritto a compiere azioni contrarie alla ragione e al proprio benessere; e sebbene un brillante scrittore abbia detto liceat perire poetis allorquando uno d'essi si gettò a sangue freddo (secondo la tradizione) nelle fiamme di un'eruzione vulcanica (ardentem frigidus Aetnam insiluit), non di meno io considero questa spacconata piuttosto come una ingiustificabile licenza poetica anziché come un privilegio del Parnaso. E quanto a colui che ha voluto esercitare questo genere di diritto, sia stato egli un poeta o un sacerdote o un politico, mi pare che sarebbe stata cosa più saggia e più caritatevole affrettarsi a salvarlo, anziché mettere in serbo le sue preziose pantofole come monumenti della sua pazzia.

    Il tipo di sermone anniversario al quale si riferisce gran parte di ciò che io vado scrivendo, a meno che i membri di quei Clubs non si dimettano per vergogna di se medesimi, farà sì che commemorando per ricorrenza annuale la Rivoluzione Inglese si cancelli in molti la coscienza dei veri principi di quest'ultima e si privino quelli stessi che compiono la commemorazione dei benefici derivanti da quel moto rivoluzionario. Vi confesso, o Signore, che non mi è mai piaciuta questa reiterata commemorazione di eventi rivoluzionari o di resistenze coattive, e non approvo che si trasformi in pane quotidiano quella che fa per la vita costituzionale una medicina somministrata in caso estremo. Tutto ciò rende il costume della vita sociale pericoloso e morboso: somiglia all'abitudine di chi trangugiasse periodicamente dosi di sublimato corrosivo e prendesse ripetute pozioni di cantaridi per eccitare l'amore alla libertà. Questo abuso di medicinali, diventato abituale per una consuetudine triviale e prostituita, finisce per corrompere e dissolvere la fonte di quel sentimento al quale solamente nelle grandi occasioni si deve fare ricorso. Fu all'epoca del più depresso servilismo nella società romana che i temi del tirannicidio civile costituirono l'esercitazione ordinaria dei ragazzi nelle scuole cum perimit soevos classis numerosa tyrannos.

    Nello stato ordinario delle cose e in un paese come il nostro, tutto ciò produce i peggiori effetti anche per la causa di quella libertà che si rende abusiva con le sregolatezze del più stravagante modo di ragionare. Quasi tutti i più spinti repubblicani del mio tempo in breve volgere di eventi sono diventati i più decisi sostenitori della Corte ed hanno ben presto lasciato il compito di una antipatica funzione moderatrice di resistenza pratica a quei tali di noi, che nella infatuazione tossica di precedenti teorie essi avevano bollati come conservatori retrivi. Bisogna aggiungere che l'ipocrisia si annida nelle apparenti sublimità di certe speculazioni, giacché chi non si preoccupa mai di andare al di là della pura teoria non fa nessuna fatica a fabbricare in aria castelli magnifici. Ma anche nei casi in cui bisogna sospettare in queste vane astrazioni piuttosto leggerezza di mente che frode intenzionale, il risultato è sempre lo stesso. Infatti quando questi professori trovano che le loro teorie estremiste non sono applicabili ai casi che esigono una resistenza adeguata o, se posso dir così, di natura civile e giuridica, in tali casi essi rinunciano addirittura a qualsiasi sistema. Per cotal gente si ha da fare una guerra o una rivoluzione, oppure non si fa niente del tutto. Se essi trovano che i loro schemi politici non si adattano alla condizione del mondo nel quale vivono, ben presto si persuadono della vacuità di qualunque principio politico e sono pronti da parte loro a fare getto per ogni triviale interesse di ciò che ritengono non abbia se non triviale valore.

    Alcuni per verità sono di carattere più solido e perseverante; ma fuori dal Parlamento gli uomini politici che la sanno più lunga a parole son proprio quelli che con la più semplice disinvoltura rinunciano a quella che costituiva la loro idea favorita. Hanno sempre in vista qualche motivo di trasformazione o della Chiesa o dello Stato o di tutti due. All'atto pratico sono sempre cattivi cittadini e gente di cui non ci si può fidare; giacché considerando i loro progetti teorici come cosa di infinito valore e la situazione attuale dello Stato come cosa di nessuna importanza, essi sono quanto meno indifferenti ai problemi politici. Non riconoscono né il merito della buona condotta dei pubblici affari, né il demerito della cattiva; anzi piuttosto sono contenti che le cose vadano a catafascio in quanto ciò è meglio adatto a provocare moti rivoluzionari. Non attribuiscono né merito né demerito ad alcun uomo, ad alcuna azione, ad alcun principio politico, se non in quanto questi possono favorire o ritardare il loro proposito di sovvertimento; e li vediamo perciò un giorno farsi violenti assertori delle più spietate prerogative reazionarie e accogliere un altro giorno le idee più spinte e più selvagge di democrazie libertarie. Così costoro passano dall'uno all'altro estremo senza alcun riguardo né alla causa né agli individui né al partito.

    In Francia voi vi trovate ora in una crisi di rivoluzione e in un momento di transizione dall'una all'altra forma di governo, e quindi non potete discernere l'atteggiamento degli uomini nella maniera stessa con la quale noi lo discerniamo restando nel nostro paese. Presso noi esso è militante; presso voi trionfale. E voi sapete ora come esso sia in grado di agire allorquando il potere di cui un uomo dispone sia commisurato alla sua volontà.

    Non si pensi che io voglia limitare queste osservazioni riferendole ad una categoria specifica di uomini, oppure comprendendo in esse senza distinzione la generalità intiera dei cittadini. No. Io sono ben lungi da questo. Sono tanto incapace di commettere questa ingiustizia quanto sarei incapace di venire alle prese cogli assertori di principi estremisti: i quali sotto pretesto detta religione insegnano poco meno che principi di una politica selvaggia e pericolosa. Ma l'aspetto peggiore di questa politica rivoluzionaria è il seguente: essa rende duri e temprati i petti degli uomini a fine di prepararli per sforzi disperati, che talora si rendono necessari in circostanze estreme. Ma siccome può darsi che tali occasioni non si presentino mai, accade che questo allenamento di carattere si renda affatto superfluo, e i sentimenti morali vengono ad essere non poco oltraggiati, mentre a tanta depravazione non corrisponde alcuna finalità né alcuno scopo politico.

    Questa razza di gente si trova ad essere così infatuata nelle proprie teorie sul diritti dell'uomo, che di quest'ultimo finisce per dimenticare completamente la verace natura.
    Senza avere aperta alcuna nuova via all'intelletto umano essi non hanno fatto che chiudere i varchi del cuore e del sentimento. Essi hanno pervertito in se medesimi e in tutti i loro seguaci ogni giusto fondamento di cordialità e di simpatia umana.

    Il famoso sermone di Old Jewry non fa altro che diffondere questo stato d'animo in tutte le parti della vita politica. Complotti, massacri, assassinii, paiono a certa gente strumenti di poco peso a fine di provocare una rivoluzione. Una riforma conseguita senza spargimento di sangue, una libertà ottenuta senza delitti, appare vuota ed insipida al gusto di questa gente. Bisogna che vi siano dei grandi cambiamenti di scena, dei magnifici colpi d'effetto, dei clamorosi spettacoli, perché la loro immaginazione, intorpidita nella gioia indolente di sessant'anni di pace sicura, venga di bel nuovo eccitata dopo tanto riposo e tanta quiescenza di pubblica prosperità. Il predicatore crede d'aver trovato tutto questo nella Rivoluzione Francese, essa infonde un giovanile bollore in tutto il suo sermone. L'entusiasmo per essa aumenta a mano a mano che avanza e quando arriva alla perorazione si trova in pieno ardore fiammeggiante. E’ allora che gettando dall'alto del pulpito uno sguardo sullo stato libero, morale, fiorente, felice, glorioso della Francia, come un colpo d'occhio lanciato a volo d'uccello sopra una terra promessa, egli prorompe nel seguente squarcio retorico:

    "Che età feconda di avvenimenti è questa! Come sono lieto di vivere in tanta epoca! Io quasi potrei dire: o Signore, dimétti in pace il tuo servo perché i miei occhi hanno visto il segno della tua salvezza. Io ho vissuto abbastanza per vedere diffondersi una verità che ha sbaragliate le superstizioni e gli errori. Io ho vissuto abbastanza per vedere i Diritti dell’Uomo intesi oggi meglio che in alcun altro tempo, e le Nazioni scendere in lotta per la libertà della quale prima sembrava perduta anche l'idea. Io sono vissuto abbastanza per vedere trenta milioni d'uomini nella più risoluta indignazione battere in breccia la schiavitù e chiedere la libertà con voce irresistibile. Ho visto il loro re condotto in trionfo e un monarca dispotico arrendersi da se stesso ai propri sudditi".
    Per aspera ad astra

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    Predefinito Re: EDMUND BURKE - Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia

    Prima di procedere oltre devo osservare che il Dr. Price sembra sopravalutare la forza illuminatrice del secolo presente che per tanta parte si è espansa. Ma a me sembra che il secolo passato sia stato, quanto meno, altrettanto fecondo di lumi. Esso ha realizzato, sebbene in differente maniera, una conquista trionfale altrettanto memorabile quanto quella che vanta il dott. Price; e alcuni dei grandi predicatori affermatisi in quel periodo hanno preso tanta parte ad esso quanto il dott. Price ne prende agli avvenimenti di Francia. Nel processo che si è intentato per alto tradimento contro il reverendo Ugo Peters qualcuno ha deposto che quando Re Carlo venne deferito a Londra per esser sottoposto a giudizio, l'apostolo della libertà conduceva in quel giorno il suo trionfo. "Io ho visto — ha detto il testimonio — Sua Maestà seduto in una vettura trascinata da sei cavalli e Peters cavalcare trionfalmente davanti al Re". Quando il dott. Price sentenzia col tono di fare una grande scoperta, in realtà non fa altro che ripetere esempi precostituiti; giacché dopo che fu dato inizio al processo del Re, quello stesso dott. Peters, modello precursore, concludendo una lunga predica nella Cappella Reale di Whitehall (egli aveva veramente scelto il suo posto in modo trionfale), disse: "Da ben vent'anni io andavo pregando ed invocando; ed ora io posso ben dire col vecchio Simeone: o Signore dimetti in pace il tuo servo, perché i miei occhi hanno visto il segno della tua salvezza". (Giudizi di Stato, Vol. II, pag. 360-363). Ma Peters non ha raccolto i frutti delle sue preghiere giacché egli non è passato ad altra vita né così presto come sperava, né in modo tanto pacifico. E' divenuto egli stesso vittima di quel trionfo che aveva guidato come un sovrano pontefice (ed auguro di tutto cuore che ciò non accada a qualcuno dei suoi imitatori di questo paese).

    Al tempo della restaurazione si è agito forse fin troppo aspramente contro questo pover'uomo. Ma noi dobbiamo alla memoria delle sofferenze che egli ha incontrate la convinzione che egli è stato tanto illuminato ed ha manifestato tanto zelo nella lotta contro le superstizioni e gli errori (onde sarebbe stato ostacolato e ritardato il raggiungimento del fine che si era proposto) quanto alcun altro suo postumo imitatore del tempo presente, che volesse attribuire a se medesimo un titolo esclusivo per la conoscenza dei Diritti dell'Uomo con tutte le gloriose conseguenze che ne derivano.

    E dopo la concione enfatica del predicatore di Old Jewry (che differisce soltanto per ragioni di tempo e di luogo, ma che si conforma perfettamente allo spirito e alla lettera dello squarcio retorico sopra citato), i componenti della Revolution Society, questi fabbricatori di Governi, questa banda eroica di persecutori di re, questi elettori dei sovrani, questi guidatori di principi in trionfo, invasi da una orgogliosa consapevolezza di tanta sapienza di cui ciascun d'essi aveva ottenuto in dono cosi larga parte, erano impazienti di ridiffondere con generosa prodigalità il dono intellettuale che gratuitamente avevano ricevuto. Per comunicare la magnifica rivelazione quei signori trasferirono la loro assemblea dalla Chiesa di Old Jewry alla Taverna di Londra, e fu appunto qui che il famoso dott. Price, nel quale ancora non erano interamente sfumati gli incensi del tripode divinatorio, propose ed indirizzò la mozione congratulatoria all'Assemblea Nazionale di Francia, trasmessa poi da Lord Stanhope.

    In tutto questo io non vedo altro che il latito di un predicatore evangelico il quale, profanando di bellezza profetica di un passo oggi comunemente intitolato "Nunc dimittis", riferito alla prima presentazione del Nostro Signore nel tempio, da lui applicato con disumana e innaturale violazione al più orrido, atroce ed affliggente spettacolo che forse mai sia stato esibito alla pietà e alla indignazione del genere umano. Questo inno trionfale dedicato alla celebrazione di un evento empio ed irreligioso e che pure riempie l’anima del nostro predicatore di un trasporto così profano e sacrilego, deve urtare, io credo, il senso morale di tutti gli uomini ben nati. Non pochi Inglesi assistettero a questa esaltazione con indignazione stupefatta. Se non commetto uno sbaglio di interpretazione fondamentale, un siffatto spettacolo somiglia molto a quello di una processione compiuta dai selvaggi d'America al loro ingresso in Onondaga dopo uno di quei massacri che essi chiamano vittorie, allorquando i cannibali cacciano i prigionieri dentro le loro capanne circondate di teschi inasprendone la agonia con gli scherni feroci dello donne che sono altrettanto violente; e tutto ciò è ben lontano dal somigliare ad una cerimonia di trionfo che si compia in una nazione militarmente civile, anche ammesso che un popolo civile o un qualunque individuo singolo, che abbiano senso di generosità, siano capaci di inscenare una festa di trionfo a propria esaltazione personale sopra il dolore dei vinti e dei caduti.

    Questo, mio caro Signore, non fu un trionfo della Francia. Ritengo anzi che quegli avvenimenti abbiano gettato sulla vostra nazione vergogna ed orrore e credo che l'Assemblea Nazionale si sia ritrovata nello stato della più grande umiliazione per non essere in grado di punire gli autori di cotale preteso trionfo o coloro che ne erano direttamente responsabili. Forse essa si trova in una situazione tale per cui qualunque inchiesta si venisse compiendo a questo riguardo risulterebbe destituita di qualsiasi libertà e di qualsiasi imparzialità anche solo apparente. La giustificazione dell'operato dell'Assemblea è nella sua situazione; ma quando noi ci mettiamo ad approvare ciò che essi solamente sono costretti a tollerare, diamo prova di intenzione pervertita e di un degenerato criterio di giudizio.

    Sotto una forzata apparenza di deliberazione essi votano costretti da una inderogabile necessità. In certo modo potremmo dire che i membri dell'Assemblea siano in seno ad una repubblica straniera. Hanno stanza in una città la cui costituzione non è derivata né da una carta sancita da sovrani nazionali, né da alcun potere legislativo. Sono presidiati da un esercito che non o stato levato né per autorità né per comando della Corona, e tale che sarebbe pronto a dissolvere istantaneamente l'Assemblea ove questa tentasse di dissolverlo a sua volta.

    Attualmente l'Assemblea si raduna dopo che un branco di assassini ha espulso un centinaio dei suoi membri; e coloro che rappresentano principi di moderazione, provveduti di maggior pazienza o di migliore speranza, sono continuamente esposti agli insulti e agli oltraggi dei più minacciosi delinquenti. Cosicché una maggioranza talvolta reale, talvolta fittizia, essa stessa prigioniera, costringe un re captivo ad emanare come editti reali di terza mano i risultati dei più vieti non sensi e dei più licenziosi paradossi da caffè o da osteria. E' notorio che tutte le loro decisioni sono già fissate prima di esser discusse. E' fuor di dubbio che sotto il terrore dello baionette, delle "lanterne", degli incendi appiccati alle case private, quella gente si trova costretta ad adottare tutte le crude o disperate misure che vengono suggerite da Clubs composti con mostruosi residui di ogni condizione, lingua, nazionalità. Fra questa razza d'uomini si trovano persone al cui confronto un Catilina apparirebbe pieno di scrupoli e un Cetego apparirebbe sobrio e moderato. E non è soltanto in questi Clubs che le misure pubbliche vengono mostruosamente deformate. Esse subiscono una previa deturpazione in certe accademie che funzionano come altrettante segnalazioni per questi Clubs che sono istituite in tutti i punti di pubblico convegno. In queste riunioni, d'ogni sorta e qualità, qualunque consiglio, in ragione ch'esso o temerario, violento e perfido, viene accolto sotto la marca d'una pretesa superiorità. Ogni sentimento di umanità o di compassione viene schernito come frutto di superstizione e d'ignoranza. La benevolenza verso singoli individui è intesa come tradimento della causa pubblica. E la libertà sembra più perfetta in ragione che il principio della proprietà privata è reso mal sicuro. In mezzo agli assassinii, ai massacri, allo confische perpetrate o intenzionali, si vanno formando progetti per un degno riordino della società futura.

    Tributando ogni onore ai più abbietti criminali e creando titoli di merito in ragione delle offese recate, si costringono anche molti galantuomini ad assumere lo stesso contegno obbligandoli a vivere di rapina e di delitto.
    L'Assemblea, che è mancipia di questi Clubs, rappresenta davanti ad essi la farsa delle sue funzioni deliberative con tanto poca decenza quanto poca libertà. Par di vedere dei commedianti da fiera davanti ad un uditorio di mascalzoni; questo spettacolo avviene in mezzo ai gridi tumultuosi di una canaglia, in cui si mescolano uomini feroci e donne svergognate, le quali, secondo il loro insolente capriccio, dirigono il tumulto, controllano, applaudiscono o destituiscono; e si è visto talora questa gente mescolarsi alle sedute dell'Assemblea prendendo posto accanto ai membri, assumere su questi ultimi un ascendente di dominazione in cui stranamente si mescolano petulanza servile e orgogliosa presunzione autoritaria. Nel sovvertimento generale di tutti gli ordini e di tutti i valori i corridoi hanno preso la funzione della cattedra legislativa. Questa Assemblea che abbatte troni e sovrani non ha neppure la fisionomia materiale di un imponente corpo legislativo: nec color imperii, nec frons erat nulla senatus. Il potere conferito ad essa, come quello che anima il principio del male, è soltanto di sovvertire e distruggere; ma non mai di costruire, se non degli strumenti intesi al fine di una ulteriore distruzione sovvertitrice.

    Chiunque senta ammirazione e cordiale attaccamento per l'istituto delle Assemblee rappresentative nazionali non può che torcere lo sguardo con orrore e disgusto da tale profanazione burlesca, da così abominevole pervertimento di quel sacro istituto. Questo aborrimento deve essere condiviso tanto dai sostenitori della monarchia, quanto dai sostenitori della repubblica. Gli stessi membri della vostra Assemblea devono soffrire sottacendo ad una tirannia della quale essi portano tutta la vergogna, nella quale non hanno alcuna, forza direttiva, dalla quale non traggono che ben scarso profitto. Io sono convinto che un gran numero di coloro che pure compongono la maggioranza di questo consesso la pensano come me nonostante le manifestazioni gratulatorie della Revolution Society.

    "Re disgraziato! Disgraziata Assemblea! Come ha potuto questa Assemblea tollerare in silenzio lo scandalo di quelli tra i suoi membri che hanno definito un beau jour proprio un giorno che sembrò oscurare il sole, il cielo? Quale segreta indignazione deve essere corsa nell'ascoltare le parole di coloro che dichiararono "esser pronto il vascello dello Stato a correre più velocemente che mai sulla via della propria rigenerazione". Potremmo aggiungere: sospinto dal turbine devastatore del tradimento e dell'assassinio, che precede e preannunzia il trionfo celebrato dal nostro predicatore.

    Che cosa non devono avere sofferto i membri di quella Assemblea allorquando con ostentata pazienza e con intima indignazione hanno inteso dire, a proposito dei massacri perpetrati sopra innocenti gentiluomini nelle loro stesse case, che "il sangue così versato non era sangue puro". E che cosa non devono avere sofferto trovandosi assediati dalle lagnanze provocate dai disordini che hanno scosso il paese fin nelle sue fondazioni, allorquando si videro costretti a rispondere freddamente che tutti i danneggiati si trovavano sotto la protezione della legge e che avrebbero potuto indirizzarsi al re (al re prigioniero) affinchè questi mettesse in vigore le leggi che avrebbero realizzata la loro protezione; e quando ancora i ministri prigionieri di questo re prigioniero dovettero formalmente notificare a quei perseguitati che non rimaneva più alcuna legge né alcuna autorità capace di proteggerli! Quale pena devono avere provato trovandosi costretti, in occasione del nuovo anno, a supplicare il loro re prigioniero perché dimenticasse il tempestoso periodo dell'anno precedente in ragione del gran bene che egli avrebbe dovuto procurare al suo popolo; e per completare il conseguimento di questo gran bene essi rinnovavano, secondo l’uso, dimostrazioni formali di lealismo, promettendo al re obbedienza nel momento in cui non gli rimaneva più alcuna possibilità di comando!

    Questo appello fu formulato in piena buona fede e con sentimento di indubbia affezione. Ma fra tutti i valori che in Francia subirono uno sconvolgimento dev'essere annoverato in particolar modo il criterio della benevolenza umana. Si dice che noi Inglesi impariamo regole di compitezza e di buon contegno, importandole di seconda mano dalla Francia, dalla quale importiamo anche i figurini di moda. Se così fosse, bisogna riconoscere che questa volta noi siamo rimasti molto in arretrato e non ci siamo affatto conformati ai nuovi esempi di buona creanza propostici da Parigi, secondo i quali si dovrebbe quasi ritenere argomento di fine e delicata complimentazione il dire (rivolgendosi alla più umiliata delle creature agonizzanti sulla crosta della terra) che grandi benefici pubblici derivano dalla strage compiuta sopra uomini che sono i fedeli servitori della società, uomini che vengono minacciati o direttamente o nelle persone delle loro mogli, cosicché soffrono delle più mortificanti sventure e delle più forti degradazioni. Questo argomento confortatore è di tal natura che il nostro ministro di Newgate sarebbe troppo umano per farne uso verso i criminali che si trovano dinanzi al capestro. Io pensavo che il boia di Parigi, oggi innalzato di dignità per voto dell'Assemblea Nazionale e che trova il suo rango e le sue insegne riconosciuti e sanciti nel Collegio Araldico dei Diritti dell'Uomo, sarebbe stato troppo generoso, troppo galantuomo, troppo consapevole della sua nuova dignità, per fare ricorso a così feroce argomento di consolazione nei riguardi delle persone che l'imputazione di delitto contro la nazione aveva sottoposte all'esercizio del suo esecutivo potere.

    Bisogna essere ben decaduti per divenire oggetto di cosiffatte adulazioni. Questa anodina pozione di dimenticanza, così propinata, è ben calcolata per mantenere una cocente memoria e per alimentare l'ulcera dei più disperati ricordi. Somministrare in questo modo una bevanda di amnistia, intorbidata con tutti gli ingredienti dello sdegno e del disprezzo, significa portare alle labbra del paziente anziché un "balsamo per gli spiriti afflitti" una coppa riempita di tutta la miseria umana fino all'orlo, costringendo la vittima a berne anche la feccia.

    Cedendo alla forza di ragioni tanto coercitive quanto quelle che furono con sì delicata sollecitudine offerte a titolo di complimento augurale per il nuovo anno, il Re di Francia cercherà probabilmente di dimenticare al tempo stesso e gli eventi passati e le congratulazioni presenti; ma la storia che conserva un durevole ricordo di tutte le nostre azioni ed esercita la sua alta critica sull'operato di tutti i sovrani senza distinzione, non dimenticherà né gli eventi passati né l'epoca attuale, contrassegnata da tanto fiorire di generosità liberale nei rapporti reciproci degli uomini. La storia ricorderà che la mattina del 6 ottobre 1789 il Re e la Regina di Francia, dopo una giornata di confusione, di allarme, di spavento e di carneficina, cercarono riposo sotto la garanzia di una securtà che la pubblica fede aveva loro promessa, cedendo alle leggi di natura che imponevano qualche ora di tregua e qualche pausa di tranquillità onde lenire il loro profondo turbamento. Ma la Regina dormente fu per prima svegliata di soprassalto dalla voce di una sentinella posta alla sua camera, che la invitò gridando a salvarsi colla fuga e l'avvertì che quella era l'ultima prova di fedeltà concessale e che tosto ella sarebbe stata sopraffatta ed uccisa. La sentinella fu immediatamente abbattuta. Una banda di feroci ruffiani ed assassini imbrattati del suo sangue fecero irruzione nella camera della Regina e colpirono con cento colpi di pugnale e di baionetta il letto, dal quale quella perseguitata donna aveva avuto appena il tempo di fuggire quasi nuda rifugiandosi attraverso pertugi sconosciuti ai suoi carnefici presso al suo sovrano consorte, la cui vita non era per altro affatto sicura.

    Questo re, per non aggiungere altro di lui, insieme con la regina e coi principi ancora bambini (i quali una volta avrebbero potuto costituire l’orgoglio di un generoso popolo) furono costretti ad abbandonare la residenza sacrata di un palazzo splendido quanto nessun altro al mondo e a camminare raminghi per una via inondata di sangue, sparsa di massacri, ingombra di cadaveri e di membra mutilate. Di là essi furono condotti nella capitale del loro pegno. Nel massacro che fu fatto dei gentiluomini d'alto lignaggio componenti il corpo di guardia del re, due furono scelti per essere sottoposti a supplico, senza provocazioni, senza resistenza, senza discernimento. Questi due gentiluomini, con tutto l'apparato estrinseco di una esecuzione secondo giustizia, furono trascinati crudelmente e pubblicamente sul patibolo e vennero decapitati nella grande corte del palazzo. Le loro teste furono levate sopra le picche e portate in processione mentre i prigionieri reali che seguivano il corteo avanzavano lentamente in mezzo a terribili urla, a minacele infami, ad ansie frenetiche, a contumelie feroci e alle violenze più detestabili di tutte le furie infernali, simboleggiate negli atti e nel comportamenti da spregevolissime femmine. Dopo essere stati costretti a gustare goccia a goccia amarezze più crude che la morte, nella torturante marcia di ben dodici miglia protratta per sei ore, i sovrani, sotto una scorta composta di quei medesimi soldati che li avevano condotti lungo questa marcia trionfale, vennero alloggiati in uno dei più antichi palazzi di Parigi, convertito per la circostanza in una prigione legale.

    È forse questo un trionfo da onorare sugli altari, da commemorare con solenni attestazioni di gratitudine, da celebrare religiosamente di fronte all'umanità con fervorose preghiere ed entusiastiche esaltazioni? Queste orge tebane celebrate in Francia ed applaudite soltanto in Old Jewry, posso assicurare che suscitano entusiasmo profetico soltanto nell'animo di una esigua parte della popolazione di questo regno; a meno che qualche santo o qualche apostolo, il quale abbia rivelazioni dirette e misteriose e si sia reso completamente vittorioso su tutte le superstizioni del cuore umano, inclini a pensare che sia cosa pia e decorosa paragonare quel saturnali con l'entrata nel mondo del Principe di Pace; entrata che un sapiente venerabile ha profetizzato nel tempio sacro, non molto tempo prima che la voce degli angeli rivolgesse la medesima profezia alla innocente serenità dei pastori.

    Sulle prime io non ero in grado di giustificare le ragioni di questo dissennato entusiasmo, pur sapendo che le sofferenze dei re costituiscono un ghiotto nutrimento per il palato di certa gente. Tuttavia si davano in questa occasione dei motivi che avrebbero dovuto contenere quest'appetito dentro certi limiti di temperanza. E d'altra parte, se io prendo in considerazione una circostanza particolare, sono obbligato a confessare che molte scusanti si devono attribuire all'operato della Revolution Society e che la tentazione era infinitamente più forte del comune criterio di discrezione. Alludo alla circostanza del peana trionfale e dei gridi violenti che suonavano: Tous les Evéques a la lanterne onde può essersi prodotto un fuoco di entusiasmo nella previsione dei risultati che a questo giorno felice sarebbero conseguiti.

    Io concedo venia al fatto che così grande entusiasmo generi alcune piccole deviazioni dalla linea di prudenza. Perdono a questo profeta quando prorompe in un inno di gioia e di gratitudine di fronte a un evento che appare quasi precorritore del millennio e della preannunziata quinta monarchia, che seguirebbe alla distruzione di tutti gli istituti ecclesiastici. Ma anche qui come in tutte le cose umane, si davano pure in mezzo alla gioia alcuni elementi che ponevano questi gentiluomini degnissimi nella necessità di esercitare la loro pazienza e mettere alla prova la forza di aspettazione della loro fede. L'eccidio del re, della regina e dei piccoli principi, non effettivamente consumato, costituiva un elemento di manchevolezza rispetto a tutte le altre auspicate circostanze di questo "bellissimo giorno". Ed altrettanto si dica intorno a l'eccidio dei vescovi, non effetti vilmente compiuto dopo che era stato invocato con tanto zelo di entusiasmo sacrale. Era stato con sanguinaria intenzione tratteggiato un vasto piano di regicidi e di stragi sacrileghe, ma questo non era che un progetto. Sfortunatamente rimase inadempiuto e a questo grande atto di storia mancò la scena del massacro degli innocenti.

    Quale sarà il vigoroso pennello di grande artista venuto dalla scuola dei Diritti dell'Uomo, che saprà compiere il quadro? Ciò si vedrà poi. Il re di Francia è stato forse privato di qualche altro argomento ch'egli avrebbe potuto consegnare all'oblio della morte, considerando tutti i vantaggi che sarebbero derivati dalle sue proprie sofferenze e i delitti perpetrati a fine patriottico da un secolo di illuminata sapienza.
    Sebbene presso di noi i risultati dei nuovi lumi e della nuova sapienza non abbiano toccato quel limite estremo che probabilmente si voleva raggiungere, tuttavia io credo che lo spettacolo di un simile trattamento esercitato ai danni di creature umane non possa a meno di urtare anche quei tali che sono nati con l'attitudine di fare delle rivoluzioni.

    Ma io non posso limitarmi a queste considerazioni. Sotto il dettame di sentimenti che sono connaturali col mio temperamento nativo, e trovandomi assolutamente fuori dall'influenza luminosa di quei raggi sapienti che scaturiscono da fonte novellamente scoperte, io vi confesso, caro Signore, che l'alto rango dette persone sottoposte a tortura e particolarmente il sesso, la bellezza e l'ammirabile qualità di coloro che scendono da così lunga stirpe di re e d'imperatori, non senza tenere conto della tenera età dei principi regali che solo per l’innocenza della loro infanzia erano insensibili agli oltraggi crudeli diretti contro gli augusti genitori, tutte queste circostanze in luogo di costituire per me argomento di esultanza vengono a ferire non poco la mia sensibilità in questa occasione triste quant'altra mai.

    Ho sentito dire che l'alto personaggio che costituiva per il nostro predicatore il principale oggetto di trionfo, pur sopportando la propria sventura personale appariva profondamente colpito dalla vergogna di questi obbrobriosi eventi. In quanto uomo, egli soffriva per la propria moglie e per i propri figli e per le guardie fedeli della sua persona che freddamente furono massacrate davanti ai suoi occhi. In quanto principe, egli dovette meravigliarsi per la strana e raccapricciante trasformazione avvenuta nella massa dei suoi sudditi civili; e forse si diede più pena per essi che non per il proprio destino.
    Senza venir meno al suo contegno di forza egli diede altissima prova di onorato sentimento umano. Io sono molto spiacente di dover dire ciò; molto spiacente, in verità, poiché questi personaggi ritrovano in una situazione tale che è cosa doverosa per noi apprezzare e lodare le loro virtù di grandezza.

    Io ho sentito dire, e ne sono ben contento, che questa altissima dama, la quale costituisce l’altro oggetto di trionfo, ha sopportati gli eventi di quel giorno (importa sapere che esseri destinati alla sofferenza sanno degnamente soffrire) e quelli del tempo seguente, l'imprigionamento del suo regale consorte, la propria captività, l’esilio dei suoi amici, gli scherni adulatori indirizzatile e l’intero peso di tanti infortuni accumulati, con una pazienza serena e in un modo degno del suo rango e della sua razza, come si conviene alla figlia di una regina che si distingueva per le sue doti di pietà e di coraggio; e che al pari di questa manifesta alti sentimenti elevandosi alla dignità di una matrona romana. Certamente fino all'estremo ella si renderà superiore al destino che la perseguita; e se mai dovrà cadere, non sarà in modo ignobile.

    Corrono forse sedici o diciassette anni da che io ho visto la Regina di Francia, quando era ancora principessa, a Versailles; e certamente mai su questa terra, che ella pareva appena sfiorare, era apparsa più luminosa visione. Io l'ho vista appunto elevarsi all'orizzonte come ornamento e delizia di quella sfera sociale nella quale allora ella stava per muovere i primi passi. Brillava come una stella mattutina, piena di vita, di splendore, di gioia.

    Oh, quale rivoluzione! Con che cuore potrei io contemplare senza commuovermi la tragica vicenda di quella elevazione e di quella caduta? Non potevo nemmeno sognare allora, quando la vedevo ispirare insieme coll'entusiasmo di una amorosa deferenza un senso di alta venerazione, che ella sarebbe stata obbligata a nutrire nell'intimo del cuore quel coraggio che forma il più forte antidoto contro la sventura; non potevo nemmeno sognare che sarei vissuto abbastanza per vedere tante avversità infierire sul suo capo in mezzo a una nazione che conta pur dei galantuomini, in una nazione di gente onorata e cavalleresca. Io pensavo allora che diecimila spade si sarebbero sguainate per vendicare sia pure un solo sguardo che si fosse posato su lei con insulto.

    Ma il tempo della cavalleria è passato. E’ succeduto ad esso quello dei sofisti, degli economisti e dei calcolatori; e la gloria dell'Europa è estinta per sempre. Mai, mai più, noi potremo vedere quel sentimento generoso di lealtà che reca omaggio al rango e al sesso, quella fiera sottomissione, quella dignitosa obbedienza, quella subordinazione dello spirito, che mantiene viva anche nello stato di servitù la fiamma di una fervente libertà. La generosa magnanimità di vita, la disinteressata difesa della patria, alimentatrice di grandi sentimenti e di eroiche imprese, tutto è finito. E' finita quella sensibilità dei principi, quella castigatezza dell'onore per la quale una leggera violazione valeva come un colpo, ispirava il coraggio e mitigava la ferocia, nobilitava tutto ciò che toccava togliendo perfino al vizio una metà della sua degradazione e purificando ogni grossolanità.

    Quel sistema, nel quale si mescolavano convinzioni e sentimenti, traeva origine dalla antica cavalleria; e tale principio, sebbene diversificato nelle sue manifestazioni per il continuo variare delle cose umane, continuò a sussistere e ad esercitare influenza attraverso un lungo seguito di generazioni, fino al tempo nel quale ora viviamo. Se mai dovesse estinguersi completamente, io temo che subiremmo una perdita enorme. E’ questo spirito che ha improntato il suo carattere sull'Europa moderna; è questo che ha costituita la nota distintiva di tutte le forme di governo, segnando in esse una notevole superiorità rispetto agli stati del mondo asiatico e, se possibile, anche rispetto a quelli che fiorirono nel periodo più felice del mondo antico. Questo spirito, senza creare confusione di gerarchie, ha introdotto un nobile equilibrio estendendolo attraverso tutte le gradazioni della vita sociale. Esso ha infuso nei sovrani un sentimento di solidarietà ed ha elevato i sudditi fino a renderli seguaci e compagni dei re. Senza esercitare una opposizione violenta veniva per tal modo smorzato l'orgoglio dei potenti; e i sovrani dovevano sottostare al dolce controllo della pubblica estimazione e l’esercizio dell'autorità non poteva prescindere da una motivazione legale, creandosi così un valore che dominava al di sopra delle leggi: quello della correttezza formale.

    Ma oggi tutto sta per essere cambiato. Quelle garbate illusioni che ingentilivano l'esercizio del potere, rendevano liberale la stessa obbedienza, armonizzavano i diversi aspetti della vita e con un'opera di blanda assimilazione trasfondevano nella vita politica gli stessi sentimenti che rendono bella e gentile la convivenza dei privati, tutto sta per essere dissolto grazie alla nuova conquista dominatrice dell'illuminismo razionalista. Tutte le certe ornamentazioni della vita devono essere rozzamente strappate. Tutte quelle elaborate concezioni tratte dal patrimonio della coscienza morale, che trovano ratifica anche nel sentimento e nell'intelligenza in quanto necessarie ad occultare i difetti della nostra miserabile ed imperfetta natura onde aumentarne la dignità di fronte alla nostra estimazione medesima, devono essere rigettate come pleonasmi ridicoli, assurdi ed invecchiati.

    In questo nuovo ordine di cose un re non è altro che un uomo; una regina non è altro che una donna; una donna non è altro che un animale e non di prim'ordine. Ogni forma di omaggio tributato al sesso gentile, in linea di principio e senza distinzione d'oggetto viene ad esser riguardato come una stupidaggine romanzesca. L'imputazione di regicidio, di parricidio e di sacrilegio non sarebbe altro che un infingimento superstizioso che corrompe la giurisprudenza distruggendo la semplicità dei suoi criteri. Anche l'assassinio di un re, di una regina, di un vescovo, di un padre, è reputato né più né meno che omicidio comune; e se mai derivi da tale delitto alcun vantaggio fortuito o tornaconto indiretto alla massa del popolo, un omicidio così nefando appare cosa più che perdonabile e sulla quale non bisogna compiere investigazione di soverchia severità.

    Secondo gli schemi di questa barbara filosofia, la quale non poteva nascere se non da cuori induriti e da intelletti offuscati, e che è altrettanto vuota di solida saggezza quanto destituita di ogni gusto e di ogni eleganza, le leggi non dovrebbero essere osservate se non per il terrore che ispirano o per il tornaconto che in ogni singolo individuo può attendersi da esse ai fini del proprio vantaggio personale o per eluderne le conseguenze in vista di un interesse privato. Nelle ambagi delle loro accademie e nelle finalità delle loro intenzioni voi non riuscite a vedere altro che l'ombra del capestro. Nulla più rimane che sia atto a cattivare sentimenti di affettuosa devozione verso lo Stato. Secondo i principi di questa meccanica filosofia le nostre istituzioni non potrebbero mai venire impersonate (sia lecito dire così) nella viva realtà degli individui, così da creare un rapporto di venerazione affettuosa o di attaccamento ammirativo.
    Giacché questa forma di razionalismo che bandisce tutte le affezioni è incapace di prenderne il posto.

    Eppure questo complesso di sentimenti relativi alla vita pubblica, combinati con la disciplina dei costumi, è talora richiesto come forza supplementare e magari come forza collettiva, sempre al sostegno del diritto. La massima segnata un giorno da un uomo che era altrettanto saggio nella vita quanto profondo critico nell'arte, e che egli riferiva alla costruzione dei poemi, si palesa ugualmente verace anche in rapporto allo stato. Non satis est pulchra esse poemata, dulcia sunto. Occorre che in ciascuna nazione viga un sistema di usanze tale che ogni spirito bennato sia disposto a seguirlo. Perché noi possiamo amare la nostra patria è necessario che questa si renda amabile verso di noi.

    Ma il potere o in un modo o nell'altro saprà sopravvivere al colpo che ha distrutto ad un tempo i buoni costumi e i giusti convincimenti; e troverà a proprio sostegno altri, ben peggiori strumenti. L'usurpazione che a fin di sovvertire le antiche istituzioni ha distrutti anche gli antichi principi etici, vorrà mantenersi al potere impiegando mezzi simili a quelli con cui l’ha conquistato. Quando l'antico spirito feudale e cavalleresco della Fedeltà (il quale liberando i re dal timore assolveva contemporaneamente sovrani e sudditi dalle precauzioni di un regime tirannico) sarà estinto nella coscienza dell'uomo, allora i complotti e gli assassinii saranno prevenuti da altre uccisioni e da confische anticipate e da quella lunga serie di massime atroci e sanguinarie, che costituiscono il codice politico di tutti i poteri che non si fondano sul principi di una propria onoratezza e neppure sull'onore di quelli che sono tenuti all'obbedienza. I re diventeranno tiranni, per necessità politica allorché i sudditi saranno divenuti ribelli per ragioni dì principio.

    Quando le antiche tradizioni spirituali e le antiche norme di vita vengono distrutte, la perdita è tanto grande da non potersi calcolare. Da questo momento noi non troviamo più bussola buona a dirigere i governi e non possiamo neppure veder chiaro verso quale porto mettiamo la prora. Senza dubbio l'Europa, considerata in massa, si trovava in una condizione fiorente il giorno in cui si compì la vostra rivoluzione. Quanta parte di quella prosperosa condizione debba essere attribuita alla forza conservativa delle nostre antiche tradizioni e dei nostri convincimenti atavici, non è facile dire; ma dato che questi elementi non potevano risultare inerti rispetto alle conseguenze verificate, dobbiamo presumere che in linea generale la influenza sia stata benefica.

    Noi siamo fin troppo disposti a considerare le cose nello stato in cui le troviamo, senza fare sufficientemente attenzione alle cause che le hanno così prodotte e che forse valgono a mantenerle nel medesimo stato. Non vi è cosa più certa di questa: che le nostre tradizioni e la nostra civiltà e tutti quegli alti valori che si trovano connessi sia con le prime che con la seconda sono dipesi in questo nostro mondo europeo, attraverso un'ampia successione di secoli, da due principi; e certamente risultano dalla combinazione di entrambi. Voglio dire dallo spirito che è proprio dei gentiluomini e dallo spirito che è proprio della religione. La nobiltà e il clero, l'una per motivi professionali, l'altro per ragioni di patronato, hanno perpetuata l'esistenza della cultura anche in mezzo all'imperversare del tumulti guerreschi e nei tempi in cui i governi esistevano più allo stato potenziale che non allo stato reale. Orbene, la cultura restituì alla nobiltà e al clero ciò che da essi aveva ricevuto; e questa restituzione avvenne ad usura, come ampliamento delle idee ed ornamento del pensiero. Magari quella unione indissolubile fosse stata riconosciuta senza interruzioni, conservando ciascuno il proprio posto!

    Magari la sapienza, senza lasciarsi corrompere da ambizione, si fosse accontentata di persistere nella sua funzione di ammaestramento tralasciando di aspirare a posti di comando! Insieme con quelli che erano i suoi naturali protettori e guardiani, la sapienza sarà gettata nel fango e calpestata sotto i piedi di una moltitudine vilissima. (2)

    Se, come io temo, la letteratura moderna è debitrice più di quanto essa non voglia alle costumanze antiche, ciò deve essere detto anche con riferimento a tutti gli altri valori che noi adeguatamente riconosciamo. Anche il commercio, l'industria, l'arte manifatturiera (cose che i nostri cultori di economia politica considerano come divinità) non sono alla loro volta che fatti consequenziali; vale a dire: una serie di effetti che noi teniamo in pregio di cause primarie. Essi certamente si sono sviluppati nelle medesime circostanze nelle quali si è prodotto lo sviluppo della cultura. Perciò possono anche decadere insieme col decadere di quei valori che naturalmente li proteggevano. Presso di voi in Francia, almeno per il presente, e gli uni e gli altri paiono soccombere contemporaneamente. Se mai un popolo sia privato dei vantaggi offerti dal commercio e dall'industria manifatturiera ma conservi il sentimento della nobiltà e la tradizione religiosa, questi valori ideali possono costituire un surrogato non sempre disadatto; ma se i benefici dell'economia e dell'industria vanno perduti in un esperimento politico, nel quale si cerca di dimostrare come si è dimostrato possa reggersi prescindendo da quei principi fondamentali, che cosa sarà mai una nazione composta di gente triviale, stupida e feroce, e al tempo medesimo barbara, miseramente torbida, senza religione, senza onore, senza dignità, miserabile al presente, priva di speranze per l'avvenire?

    Spero che voi non abbiate a giungere molto presto ne per la via più diretta a così orribile e disgustosa situazione.



    (1) Discourse on the Love of our Country. 3rd. edit P. 89.

    (2) Vedi il destino di Bailly e di Condorcet, di cui è probabile qui si voglia fare particolare menzione. E' interessante comparare le circostanze in cui si è svolto il giudizio e consumata l'esecuzione del primo, in confronto con questa predizione.
    Per aspera ad astra

 

 
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