LETTERA APERTA A DUE STIMATI DIRIGENTI DEL PRC
Caro Claudio e caro Paolo,
scusate se vi annoio, ma essendo voi fra i pochi dirigenti politici per i quali ho stima penso che possa essere utile rivolgervi qualche mia riflessione.
Condivido in pieno una affermazione, quella che “pensare di poter restare fuori dal parlamento per altri cinque anni senza scomparire del tutto” è una pazzia. Lo abbiamo visto: significa essere del tutto esclusi dall’informazione di massa, salvo qualche apparizione in seconda nottata. E se sei assente lì con la rete non recuperi assolutamente niente. Perché sulla rete possono andar bene gli insulti, le accuse generiche, lo straparlare, il maledire la politica. Ma non serve assolutamente per una discussione politica di merito sulle cose da fare davvero per tentare, almeno tentare, di rimettere in piedi questa nostra società. Non serve soprattutto ad uscire dal recinto. Vedi Claudio, leggo sempre le tue brevi ed efficaci note. Qualche volta leggo anche i commenti a quelle note. E allora mi prende lo sconforto. I duetti ripetuti fino allo spasimo, quando ciascuno degli interlocutori parte da un aggettivo o da un sostantivo dell’altro per controbattere con un aggettivo o un sostantivo diverso. Qualcuno di questi audaci commentatori lo conosco: non mi risulta che abbiano mai distribuito un volantino o attaccato un manifesto! Se le cose che pensiamo non riescono a interloquire con un po’ di gente che sta fuori dal recinto non hanno storia, soprattutto è persino impossibile correggerle. Dentro possono andare avanti per inerzia, per stanca contrapposizione correntizia, non so fino a quando, sicuramente non per molto.
Bene. In parlamento occorre rientrare. Per continuare ad esistere, e magari anche per ricrescere un po’. Sento già, alle spalle secondo consuetudine, la ripetizione di quel “primun vivere deinde philosophare” utilizzato per ben altri scopi dal fondatore dei peggiori mali della seconda repubblica. Ma ci ho fatto l’abitudine e non mi preoccupo. Un concetto è valido anche se qualcuno lo ha utilizzato per ben altri scopi. Come? E qui si apre la discussione.
Io credo davvero che ricercare una qualche convergenza con l’IdV e con Grillo sia il peggio che si possa fare oggi. Non mi incantano affatto le quotidiane sparate di Di Pietro, diminuite di numero e di intensità dopo la trasmissione che lo ha costretto a occuparsi di questioni più familiari. Neppure la sua opposizione parlamentare (anche i leghisti sono all’opposizione) è sufficiente garanzia. Per non parlare di Grillo, del suo razzismo, del suo sessismo, dell’assenza assoluta di ogni giudizio sulla condizione in cui versa il lavoro, del non aver chiesto scusa per le espresse simpatie offerte all’ignobile manager Fiat. Due partiti personali, nei quali prevale l’atteggiamento ducesco del padre padrone. Certo, qualcosa comincia a muoversi, ma i tempi sono lunghissimi, in questi casi sono addirittura generazionali. E noi, ma soprattutto i problemi, di tempo non ne abbiamo molto.
Io penso che rientrare nel centro-sinistra (continuo a scriverlo con il trattino, perché come è noto il trattino ha un preciso significato) sia la strada da percorrere. Perché? Perché penso che l’unica possibilità di costruire qualcosa di concreto nell’interesse della parte debole del paese sia lavorare per mettere assieme una sinistra di una certa consistenza in grado di condizionare le scelte moderate che una parte del PD riesce ad imporre al complesso del partito. Non sottovalutiamo che qualcosa si muove anche in quell’elefante. E non sottovalutiamo che questo condizionamento potrebbe persino arrivare a mettere in grado di non nuocere quella parte del gruppo dirigente piddino restato legato alla chiara e non mani cancellata impronta della peggior Democrazia cristiana.
La chiave di volta di una operazione simile sta nella individuazione di alcune proposte programmatiche da porre come condizione per l’alleanza. Sappiamo bene quali possono essere i nuclei fondamentali di queste proposte. Ma quello che mi pare necessario sottolineare è che esse devono non solo avere una intrinseca credibilità e fattibilità ma devono essere tali da misurare il loro peso e la loro efficacia a partire dalla consistenza della forza che saremo capaci di mettere in campo. Insomma, costruire il comunismo può restare l’obiettivo di fondo, ma esistono, come si diceva una volta, alcune tappe intermedie. Rimettere in vigore l’articolo 18 è sicuramente una di queste tappe. Far pagare una patrimoniale ai ricchi, a cominciare da quelli più osceni, lo è altrettanto. Allargare l’area dei diritti civili; ridurre lo strapotere della scuola privata cominciando dalla piena applicazione della Costituzione; abbattere il monumento a Graziani…
Non vi annoio più. Un abbraccio, Giuliano Giuliani.





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